Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - novembre
 
4 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: BERLUSCONI TESTIMONIERA' IL 26 NOVEMBRE
ANSA:
I giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo hanno citato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi per il 26 novembre prossimo nell' ambito del processo al senatore Marcello dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Il presidente Leonardo Guarnotta lo ha reso noto a conclusione dell' udienza di oggi, avvisando le parti, che la deposizione di Berlusconi e' prevista a Roma, a Palazzo Chigi, alle ore 16. I giudici del tribunale avrebbero concordato la data in cui citare Silvio Berlusconi, con i legali del Presidente del Consiglio. Il collegio presieduto da Leonardo Guarnotta, nei mesi scorsi aveva fissato per due volte l' udienza a Palazzo Chigi, ma in seguito, per sopravvenuti impegni del premier, gli incontri sono stati rinviati. Chiamato come testimone nel processo a Marcello Dell'Utri, Berlusconi si avvarra', durante la deposizione, a differenza dei testi, di un difensore di fiducia perche' viene ascoltato tecnicamente come indagato di reato collegato e archiviato. L' inchiesta venne avviata sulla base di una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che accusarono il presidente del Consiglio di avere stretto rapporti con esponenti mafiosi sin dalla meta' degli anni '70. Alcuni di loro sostennero che in quel periodo esponenti di Cosa Nostra avrebbero consegnato decine di miliardi all' allora imprenditore Berlusconi, che sarebbero stati investiti nell' emittenza televisiva. Accuse definite definite come 'fantasie' da Berlusconi e che si conclusero con un nulla di fatto. Nel decreto di archiviazione il gip scrisse che la Procura non aveva potuto approfondire la valutazione degli "elementi indiziari contenuti nell' enorme mole di materiale raccolto" per la scadenza dei termini delle indagini (alcune dichiarazioni di pentiti vennero raccolte proprio a ridosso del termine ultimo fissato dalla legge). Al gip l' inchiesta apparve, dunque, incompleta e incompiuta e meritevole di ulteriori approfondimenti che pero' non poterono essere piu' chiesti all' ufficio del pubblico ministero: una sentenza della Corte Costituzionale concede al gip questa facolta' solo in caso di "inerzia" del pm, che, invece, in quest' indagine, ha sostenuto Scaduto, ha profuso il massimo impegno. I faldoni dell'inchiesta su Silvio Berlusconi vennero trasmessi al gip dalla Procura nel novembre del 1996. Con la prossima udienza, prevista l' 11 novembre (proseguira' la deposizione di Gioacchino Genchi), i pm del processo a Marcello Dell' Utri hanno ultimato i loro testi. Il tribunale ha accolto, oggi, la richiesta dei magistrati di rinunciare agli ultimi tre testimoni, fra i quali il giornalista francese che realizzo' l' intervista televisiva a Paolo Borsellino alla vigilia della strage di via d' Amelio, ed inoltre il confronto fra il giudice Della Lucia e l' avvocato Antonio Gamberale.

4 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: CONSULENTE, ERA PREOCCUPATO PER NUOVO PENTITO
ANSA:
Parlando al telefono nell'ottobre del '98 con Natale Sartori, un piccolo imprenditore di Milano condannato a quattro anni e nove mesi per corruzione e favoreggiamento, il senatore Marcello Dell'Utri appariva 'preoccupato' per la collaborazione con la Giustizia di Vincenzo La Piana, nipote del boss Gerlando Alberti. Lo ha detto stamane il consulente della Procura di Palermo Gioacchino Genchi, deponendo nel processo al parlamentare di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa. La deposizione di Genchi e' stata ammessa dal Tribunale che ha respinto l'eccezione presentata dalla difesa, secondo cui il traffico telefonico di Dell'Utri, dopo la sua elezione in Parlamento nel '96 non poteva essere oggetto di verifica processuale. Genchi ha ricordato che nel '98 i tabulati telefonici registrarono una serie di 'contatti telefonici indiretti' di Dell'Utri con Sartori ed Enrico Di Grusa, genero del boss Vittorio Mangano, anch'egli coinvolto nell'inchiesta per droga. Il processo prosegue con la deposizione del consulente.

La difesa del senatore Marcello Dell' Utri, commentando le dichiarazioni del consulente Gioacchino Genchi, sentito oggi in aula, sostiene che "nessuna conversazione o intercettazione riferibile al senatore Dell' Utri fa riferimento all' eventuale pentimento di La Piana e che quanto affermato dal dottore Genchi, e' oggetto di sue dichiarazioni, frutto di una sua personale e non oggettiva deduzione". Gli avvocati Roberto Tricoli, Enrico Trantino e Francesco Bertorotta, spiegano cosi' il passaggio in cui il consulente della procura fa riferimento a presunte preoccupazioni del parlamentare per la collaborazione con la giustizia di un mafioso. Genchi, rispondendo alle domande del pm Nico Gozzo, ha ricordato che nell' ottobre 1998 e' stata registrata una intercettazione in cui Natale Sartori, un piccolo imprenditore di Milano, parlava con un suo amico, e faceva trasparire il timore per "il pentimento" di Vincenzo La Piana. La notizia, afferma Genchi, era stata appresa dalle pagine del Corriere della Sera. Il consulente, spiegando la triangolazione delle telefonate, ha poi fatto riferimento a Dell' Utri sostenendo che il parlamentare "era preoccupato" per il nuovo pentimento. La difesa del senatore Marcello Dell' Utri ha inoltre chiesto al tribunale l' acquisizione della consulenza psichiatrica eseguita nei confronti del collaboratore di giustizia Calogero Pulci. Nella scorsa udienza il pentito ha sostenuto di aver visto tra la fine del 1991 e l' inizio del 1992 il boss mafioso Giuseppe 'Piddu' Madonia incontrare Dell' Utri in un bar di Milano. Secondo la consulenza medica, Pulci sarebbe "inattendibile" e per questo motivo gli avvocati del parlamentare hanno insistito affinche' venga acquisita. I pm hanno sostenuto che sarebbe necessario ascoltare in aula il professionista che ha redatto la consulenza, mentre i giudici si sono riservati di decidere. A problemi di carattere economico e' legata, invece, la rinuncia da parte della procura di citare il giornalista francese Jean Claude Zagdoun, noto con lo pseudonimo di Pasquale Calvi, autore dell' intervista a Borsellino. Secondo il pm Nico Gozzo, il professionista vive in Francia e vi sarebbero problemi per il pagamento dell' albergo al quale dovrebbe ricorrere Zagdoun per il giorno della sua testimonianza. La difesa si e' opposta, sostenendo che e' necessario sentire in aula il giornalista ed il tribunale, contrariamente a quanto detto in precedenza, si e' quindi riservato.

4 novembre 2002 - COMUNE ERICE PARTE CIVILE A PROCESSO STRAGE PIZZOLUNGO
"La Gazzetta del sud"
AL PROCESSO PER LA STRAGE DI PIZZOLUNGO
Il Comune di Erice parte civile
TRAPANI - Il Comune di Erice si è costituito parte civile nel processo per la strage di Pizzolungo ( 1985, la morte per lo scoppio di una autobomba, obiettivo il magistrato Carlo Palermo, di una mamma e dei sui due gemellini). Per l' accusa la strage sarebbe stata voluta da "cosa nostra", con un bersaglio mancato tradottosi in vittime innocenti. Secondo il pentito Giovanni Brusca, l' allora sostituto procuratore di Trapani sarebbe stato "condannato a morte perchè in una riunione, forse con Giovanni Falcone o forse con altri magistrati, avrebbe valutato l' ipotesi di individuare un collaboratore di giustizia nel trapanese". Il primo processo sulla strage si concluse con un' assoluzione degli imputati, diversi dagli attuali.

9 novembre 2002 - 30 ANNI DALL' UCCISIONE DI SPAMPINATO
"La Gazzetta del Sud"
Ragusa Ricordato il cronista de "L'Ora" assassinato 30 anni fa
Spampinato, giornalista non solo coraggioso
RAGUSA - "L'uccisione di mio fratello Giovanni dovrebbe essere avvertito da Ragusa come un lutto della città, più di quanto non sia finora accaduto": con queste parole Alberto Spampinato ha sollecitato un ricordo collettivo della città che assistette in maniera distaccata all'omicidio di un giornalista che si limitava a svolgere con scrupolo il suo mestiere. La figura di Giovanni Spampinato, il cronista de "L'Ora" assassinato 30 anni fa è stata rievocata giovedì sera nel corso di un convegno promosso dal centro studi "Feliciano Rossitto". Alberto, giornalista come il fratello, è intervenuto per chiedere alla sua città la stessa passione civile che animava le inchieste di Giovanni. Spampinato fu assassinato mentre cercava la verità su un altro delitto che aveva toccato gli ambienti più in vista della città. Le indagini sull'uccisione di Angelo Tumino, antiquario con la passione per la politica, avevano svelato un fosco retroscena e chiamato in causa il suo amico Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale. Spampinato si era occupato del caso con passione e rigore professionale, Campria lo aveva prima cercato per un "chiarimento", poi lo uccise. "In Sicilia l'impegno civile dei giornalisti è stato pagato con una strage di cronisti. Otto morti. Credo che solo in qualche paese sudamericano, forse in Colombia, sia accaduta una cosa del genere". L'indignazione di Vincenzo Consolo affianca Spampinato agli altri giornalisti uccisi in maniera barbara. Era il terzo cronista del giornale "L'Ora", dopo Cosimo Cristina e Mauro De Mauro, a essere eliminato. Troppi morti per un piccolo giornale di "frontiera" che, ha ricordato Consolo, lottava contro due mafie: quella reale della Sicilia occidentale e quella di un "fascismo carsico" che ogni tanto riaffiora. L'obiettivo di queste mafie, ha sottolineato lo scrittore, era in quegli anni il giornale "L'Ora", il suo giornalismo d'inchiesta, i suoi cronisti coraggiosi. Sotto tiro è stata comunque, secondo Consolo, l'informazione siciliana che ha espresso il suo valore civile pagandolo con una lunga catena di morti. La testimonianza di un lavoro di trincea è stata portata da Vittorio Nisticò, che ha diretto "L'Ora" per oltre 20 anni e di quella esperienza ha ricavato anche un libro ("Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell'Ora di Palermo"). Nisticò ha ricordato, in una sala molto affollata, la vicenda umana di Spampinato, il suo orizzonte ideale e professionale, il dolore che la sua morte provocò in una redazione già segnata da altri lutti e dalle intimidazioni della mafia. Franco Nicastro, collega e amico di Spampinato, ha richiamato il contesto ambientale del delitto e l'effetto dirompente che gli articoli di Spampinato avevano prodotto in una società dominata da una "stagnazione sociale e culturale". Quelle cronache si rifacevano a un modello professionale e a un ruolo del giornale tratteggiato da Emanuele Macaluso, ex senatore del Pci, secondo il quale "L'Ora" non fu solo un giornale impegnato nella lotta alla mafia ma anche un "riferimento importante" per la modernizzazione della Sicilia.

9 novembre 2002 - GIUFFRE': CONTINUANO LE RIVELAZIONI
"La Stampa"
NUOVE DRAMMATICHE RIVELAZIONI DELL´EX BRACCIO DESTRO DI PROVENZANO
"Aveva deluso sul 41 bis, ordinarono di ucciderlo" Giuffrè: sentenza dei boss contro l´avvocato Mormino, ora onorevole
ROMA LA campagna di Cosa nostra contro il "41 bis" e per una più generale svolta favorevole agli imputati di mafia è uno degli argomenti centrali della lunga confessione del pentito Nino Giuffrè, detto "Manuzza", ai magistrati della Procura di Palermo. Ovviamente, il racconto dell´ex capo del "mandamento" di Caccamo ruota tutto attorno alle recenti vicende parlamentari - dalle polemiche, ancora in piedi, sulla opportunità di rendere definitivo il carcere duro, all´avviso di garanzia "veloce", alla legge sul legittimo sospetto, all´abolizione, palese o camuffata, dell´ergastolo - e coinvolge in qualche modo il ruolo di alcuni legali, ex difensori dei boss, oggi seduti a Montecitorio e a palazzo Madama. Il pentito viene sottoposto a un notevole tour de force, una corsa contro il tempo accelerata dall´incombere del limite dei 180 giorni, termine entro cui Giuffrè dovrà esaurire - così come prescrive la nuova legge sui collaboratori di giustizia - tutte le sue dichiarazioni. Durante questi interminabili colloqui, "Manuzza" ha parlato del lungo braccio di ferro che ha dovuto sostenere col resto del gruppo dirigente di Cosa nostra per ottenere la sospensione dell´ordine di uccidere l´avvocato Nino Mormino, suo legale, poi eletto deputato e vicepresidente della commissione Giustizia.
Secondo Giuffrè, la mafia chiedeva la testa di Mormino perché questi "aveva deluso le aspettative" del popolo dei carcerati e dei boss che ne avevano appoggiato la candidatura. L´omicidio di un legale di primo piano eletto tra le file di Forza Italia, qual è Mormino (all´epoca anche presidente della Camera penale di Palermo), avrebbe assunto di certo il senso di una vera e propria intimidazione nei confronti dell´intera classe forense e di una compagine parlamentare - la maggioranza del Polo - impegnata nell´intensa attività di riforma dell´intero sistema giudiziario italiano. Così, almeno, Giuffrè spiega la "deliberazione" di Cosa nostra e la scelta cruenta. Ma l´ex mafioso si oppose alla "sentenza", contrapponendo al vertice mafioso e allo stesso Bernardo Provenzano motivazioni che avevano una qualche consistenza, dal punto di vista della "metodologia mafiosa". In sostanza, secondo "Manuzza", Mormino non doveva essere toccato perchè per lui garantiva il capo di un mandamento (Giuffrè stesso) che era anche responsabile del territorio interessato all´"operazione" pianificata. E poi, secondo antiche regole, non si può attentare impunemente alla vita del legale di un capo. Qualcosa di analogo era avvenuto durante il maxiprocesso, quando nessun avvocato venne ucciso - malgrado qualcuno lo avesse proposto - perché non fu facile trovare un boss disposto a "sacrificare" il proprio legale. L´argomento vincente per salvare la vita dell´avvocato Giuffrè lo avrebbe trovato quando propose alla "commissione" una sospensione della "pena". "Diamogli ancora tempo", avrebbe risposto a quanti gli chiedevano di eliminare un parlamentare che, da ex avvocato, avrebbe dovuto - secondo loro - impegnarsi soprattutto per alleviare le condizioni del popolo dei carcerati. Poco dopo, a luglio, arrivarono due segnali inequivocabili: il "proclama" contro il "41 bis" letto in un´aula di giustizia di Trapani da Leoluca Bagarella e la lettera dei detenuti del carcere di Novara, firmata da fior di mafiosi del calibro dei Madonia, Graviano, Cannella, Scaduto e altri, che in modo sfacciato chiamava in causa i difensori. Una vera e propria mozione di sfiducia contro quegli "avvocati meridionali che hanno difeso molti degli imputati di mafia e ora siedono negli scranni parlamentari e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi". Era il 18 luglio e le istituzioni non sottovalutarono quel "segnale". Qualche giorno dopo, infatti, il governo fu allarmato dal documento del servizio segreto civile che metteva in guardia circa la possibilità che Cosa nostra scegliesse nuovamente la via dell´omicidio politico, e indicava come possibili obiettivi Marcello Dell´Utri e Cesare Previti. Ma la macchina investigativa andò anche oltre, cercando di prevenire un disegno che sembrava di prossima attuazione. Nino Giuffrè aveva già cominciato a collaborare e gli venne chiesto di "smorfiare" le iniziative dei boss carcerati. Un´analisi più ampia individuò sette avvocati parlamentari a rischio, ma Giuffrè indicò - come due particolarmente esposti - Enzo Fragalà, deputato di An eletto nel collegio di Resuttana, a Palermo, e Antonio Battaglia, ex legale di Bagarella, senatore di Termini Imerese, territorio del mandamento di Giuffrè. I tre - Mormino, Battaglia e Fragalà - furono tempestivamente segnalati al prefetto perchè interessasse il comitato per la sicurezza, l´organismo preposto alla tutela personale dei soggetti a rischio. Una tutela che ancora oggi non è venuta meno, anche perchè lo stesso ex mafioso avrebbe precisato che non esistono più garanzie ora che lui non è più il capo del mandamento. Gli investigatori ritengono che le notizie offerte da Giuffrè abbiano contribuito a bloccare sul nascere (o almeno a ritardare) la pianificazione di una nuova stagione di sangue. Le ricerche dei magistrati, però, non si sono fermate e sembra che puntino ad accertare quanto Cosa nostra fosse avanti nel progetto violento. Senza tralasciare un approfondimento sui motivi che avevano indotto la Cupola a considerare "inadempienti" professionisti passati alla politica che, tra i compiti istituzionali, non avevano certo quelli di approntare leggi favorevoli alla mafia.

ANSA:
"La citazione di dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' cui fanno riferimento organi di stampa, in relazione agli avvocati Mormino, Battaglia, Romano e Fragala', non corrisponde al contenuto dei verbali resi a questo ufficio". Lo ha dichiarato il procuratore di Palermo Pietro Grasso in relazione alla pubblicazione delle rivelazioni del pentito Antonino Giuffre', che sostiene di aver salvato la vita all' on. Nino Mormino, condannato a morte dai boss. A palazzo di giustizia spiegano che sono stati a suo tempo informati gli organi di sicurezza dopo le dichiarazioni del pentito, ma nessun altro commento e' stato possibile far trapelare sui motivi che avrebbero portato i boss di Cosa nostra ad ordinare la morte di Mormino.

"Purtroppo la vicenda che mi ha coinvolto non e' stato un esempio di corretta informazione seria e di responsabile comportamento professionale, ma e' stato un episodio degno di particolare attenzione da parte dell'Ordine dei Giornalisti". Nino Mormino, avvocato penalista e vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera commenta cosi' la vicenda delle presunte minacce di morte ai suoi danni da parte della mafia, smentite oggi dalla Procura di Palermo. "La Procura di Palermo - ha spiegato Mormino - ha smentito le notizie riportate dalla stampa su presunte dichiarazioni del pentito Giuffre' circa una decisione dei boss mafiosi di agire contro di me perche' non avrei tenuto un comportamento parlamentare che sarebbe venuto incontro alle aspettative di una legislazione favorevole ai loro interessi. Per quanto mi risulta - osserva - null'altro e' stato riferito se non la notizia ormai nota e precisamente datata con riferimento al periodo di trattazione del maxiprocesso, quando si sarebbe deciso di agire contro alcuni legali, me compreso, che non avrebbero tenuto un comportamento difensivo che andasse incontro ai desideri degli imputati. Risulta quindi davvero sorprendente - rileva il penalista - come sul nulla sia stato possibile costruire scenari cosi' articolati riferiti addirittura in termini testuali con riferimento a presunte dichiarazioni di Giuffre' e connesse con la mia esperienza politico-parlamentare. Un'esperienza - conclude Mormino - durante la quale ho sempre tenuto un comportamento ispirato solamente agli interessi dello Stato e della collettivita' e dei principi fondamentali dell'ordinamento e del rispetto dei diritti umano".

10 novembre 2002 - GIUFFRE': GRASSO, A MORMINO NON HO RIFERITO CONTENUTO VERBALI
ANSA:
Il procuratore di Palermo Pietro Grasso ritorna sulla vicenda rivelata dal collaboratore di giustizia Antonino Giuffre', di un piano preparato dai boss per uccidere il deputato di Forza Italia Nino Mormino. Il capo dei pm della Dda di Palermo fa riferimento ad una telefonata ricevuta sabato mattina dal parlamentare, e riportata oggi da alcuni quotidiani, in cui Mormino rivela che Grasso gli avrebbe detto che "Giuffre' non ha mai detto le cose che gli vengono attribuite dai giornali". Secondo il procuratore il contenuto del colloquio telefonico sarebbe stato ricostruito "in modo largamente impreciso e incompleto". "L' avvocato Mormino - dice Grasso - mi ha contattato nella tarda mattina di sabato anche per motivi inerenti la sua sicurezza, e gli ho soltanto anticipato il contenuto della dichiarazione che ho poi diramato sulla vicenda". Il procuratore sostiene di non essere entrato affatto 'nei dettagli o in grandi linee' con Mormino in relazioni alle rivelazioni che Giuffre' avrebbe fatto sul suo conto.

12 novembre 2002 - ASSOLTO DA ESTORSIONE TEN. CANALE, EX COLLABORATORE GIUDICE BORSELLINO
ANSA:
Il tenente dei carabinieri Carmelo Canale e' stato assolto dall' accusa di estorsione aggravata nel processo davanti al gup di Palermo. Secondo la procura, l' ex braccio destro del giudice Paolo Borsellino nel 1992 avrebbe costretto i soci di maggioranza di una clinica privata di Marsala a riacquistare al quintuplo del prezzo di vendita le quote della societa' precedentemente cedute. Vittime delle presunte pressioni di Canale sarebbero stati i coniugi Morana, prima esclusivi proprietari poi soci di maggioranza della omonima clinica, mai cositutiti parte civile al processo. Imputati con la stessa accusa dell' ufficiale anche l' ex deputato Dc Giuseppe Giammarinaro e Giovanni Gentile, reggente dell' ufficio medico provinciale. Le loro posizioni sono state stralciate ed entrambi sono sotto processo davanti al gup di Marsala. Gentile, Canale e Giammarinaro, secondo la ricostruzione dell' accusa, soci di fatto della clinica, avrebbero spinto i Morana a ricomprare le quote dell' azienda che mesi prima avevano ceduto. Il prezzo pagato dai Morana - sempre secondo i pm - sarebbe stato cinque volte superiore rispetto a quello di vendita e proprio della differenza avrebbero lucrato gli imputati. A Canale i magistrati avevano contestato l' estorsione aggravata dal metodo mafioso. Nei suoi confronti e' in corso, davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, un processo per associazione mafiosa.

12 novembre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: SI DISCUTE SUI TESTIMONI
"La Gazzetta del sud"
PALERMO: DALLA DIFESA DI DELL'UTRI
Citato Maurizio Costanzo
PALERMO - La difesa del senatore Marcello Dell'Utri (Fi), sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa, ha chiesto nell' udienza di ieri di sentire 36 testi di riferimento. In particolare il generale Mario Mori, direttore del Sisde, ed il maggiore Giuseppe De Donno. I pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia scioglieranno la loro riserva sull' elenco dei nomi presentato dagli avvocati nell' udienza di oggi. Fra i testi citati dalla difesa figura anche Maurizio Costanzo. Al giornalista gli avvocati vogliono chiedere se effettivamente nel settembre 1992 Dell' Utri gli fece arrivare segnalazioni per non invitare la squadra della Pallacanestro Trapani alla sua trasmissione televisiva. Secondo l' accusa, la mancata partecipazione allo show sarebbe stata collegata ad una ipotetica ritorsione nei confronti del presidente della società sportiva, l' ex senatore Vincenzo Garraffa, in cerca allora di uno sponsor della squadra che era in A1. Gli avvocati Roberto Tricoli ed Enrico e Trantino hanno inoltre chiesto la convocazione di numerosi pm per riferire della vicenda che coinvolge Dell' Utri ed i collaboratori di giustizia Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo. Fra i magistrati vi è l' ex capo della Dda di Lecce, Maritati, attuale deputato; i pm della Dda di Bari, Giuseppe Capoccia e Cataldo Motta; i pm della Dda di Roma, Saviotti e Antonio Galasso. Ieri mattina è intanto proseguita la deposizione del consulente della Procura, Gioacchino Genchi, chiamato a riferire sull' analisi dei tabulati telefonici di alcuni personaggi che avrebbero avuto rapporti con Dell' Utri.

13 novembre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: LA PROSSIMA SETTIMANA DECISIONE SU TESTI
"La Sicilia"
Processo Dell'Utri: la settimana prossima decisione su 45 nuovi testi
Di Pietro non testimonierà
"Bocciata" l'audizione dell'ex pm
PALERMO - Si saprà solo la prossima settimana se il processo di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa che vede imputato il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri si allungherà con l'audizione di altri 45 testimoni, quelli richiesti due giorni fa dai difensori del parlamentare - gli avvocati Enrico Trantino, Roberto Tricoli e Giuseppe Di Peri - in aggiunta ai 260 già ammessi nella lista testi della difesa. L'ordinanza del Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta era attesa per ieri. Ma sulle nuove richieste è stato rinviato tutto perchè l'ufficio del Pubblico ministero - rappresentato dai Pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia - deve ancora sciogliere la riserva su alcuni documenti.
Ieri il Tribunale ha solo detto "no" all'audizione, su alcuni risvolti del caso Enimont, dell'ex Pm di "Mani pulite", Antonio Di Pietro, e del finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Via libera, invece, all'audizione di due testi vicini alle famiglie mafiose di Catania, Ercolano e D'Agata, che saranno sentiti lunedì e martedì prossimi.
La richiesta di sentire altri 45 testimoni era stata avanzata dalla difesa lunedì scorso. Tra le nuove persone da ascoltare, nomi eccellenti quale quello del direttore del Sisde ed ex comandante del Ros, Mario Mori, del maggiore Giuseppe De Donno e dell'ex presidente della Commissione nazionale antimafia, Ottaviano Del Turco. Il Pm si è opposto in blocco alle nuove richieste testimoniali della difesa. Ma gli avvocati insistono, anche se per lo più si tratta di testimoni che riguardano filoni colleterali rispetto al processo per concorso esterno in associazione mafiosa in corso di fronte alla II sezione, filoni che tra l'altro sono sfociati in dibattimenti diversi.
E' il caso del blocco di testi chiesto in relazione alla vicenda Chiofalo-Cirfeta, per la quale il senatore Dell'Utri è già sotto processo, sempre a Palermo, per calunnia aggravata. Ed è il caso della presunta estorsione all'ex presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, anche questo oggetto di un dibattimento stralcio in corso a Milano.
La decisione del Tribunale, come si diceva, solo tra una settimana. Se arriverà il via libera, il processo subirà un consistente allungamento dei tempi. Il che non è poco tenuto conto che il processo va avanti ormai dal 1997, e che è un dibattimento che conta già oltre 160 udienze.
Mariateresa Conti

13 novembre 2002 - PENTITO PULCI, 'CLUB' POLITICI E IMPRENDITORI FAVORIVA BOSS
ANSA:
I vertici di Cosa nostra all' inizio degli anni novanta si sarebbero serviti di una struttura della quale facevano parte politici, imprenditori e personaggi delle istituzioni. Lo rivela il boss Calogero Pulci, collaboratore di giustizia, per molti anni braccio destro del capomafia di Caltanissetta, Giuseppe 'Piddu' Madonia. Le rivelazioni inedite, del pentito, fanno parte dei verbali che sono stati depositati dai pm della Dda di Palermo nel processo denominato 'Trash' in cui sono imputati imprenditori e politici. Secondo Pulci la struttura serviva ai mafiosi per affrontare le vicende piu' svariate che andavano dai finanziamenti per la realizzazione di opere pubbliche da appaltare alle imprese vicine alle cosche, fino all' aggiustamento dei processi. Il collaboratore di giustizia ha rivelato ai magistrati che fra le persone che avrebbero fatto parte di questo 'club' vi erano anche l' imprenditore Romano Tronci, che in passato e' stato dirigente della societa' De Bartolomeis, e l' ingegnere Giovanni Bini, entrambi imputati nel processo 'Trash'. L' identita' degli altri componenti della struttura di cui parla Pulci, e' coperta da omissis nei verbali depositati. E proprio su quei nomi, secondo indiscrezioni confermate in ambienti giudiziari, la procura avrebbe avviato una indagine coperta dal massimo riserbo. L' esistenza del 'club', il pentito l' avrebbe appresa da Madonia, che in qualche occasione avrebbe anche partecipato alle riunioni nel periodo in cui era latitante. Questa struttura, spiega il pentito, si riuniva periodicamente anche a Roma; fra di loro "si chiamavano - ha dichiarato Pulci - fratelli".

14 novembre 2002 - MAFIA: PM PALERMO RIAPRONO INDAGINI SU OMICIDIO SINDACALISTA
ANSA:
Le nuove rivelazioni del pentito Antonino Giuffre' hanno indotto la procura della Repubblica di Palermo a riaprire le indagini sull' omicidio del sindacalista Mico Geraci, assassinato la sera del 10 ottobre 1998 a Caccamo (Palermo). Il collaboratore di giustizia ha negato di essere coinvolto nell' agguato, che e' avvenuto a pochi metri dall' abitazione del boss. Giuffre' adesso ha indicato ai magistrati i nomi delle persone che avrebbero deciso l' eliminazione del sindacalista ed il movente del delitto. L' indagine affidata al pm della Dda Gaetano Paci, era stata archiviata perche' non erano stati trovati indizi o elementi per proseguire l' inchiesta. Adesso il fascicolo e' stato riassegnato al sostituto procuratore Michele Prestipino che ha raccolto le dichiarazioni del pentito. Nel giorno dell' anniversario della morte di Mico Geraci, la vedova aveva chiesto a Giuffre', attraverso i giornalisti, la verita' sulla morte del marito.

15 novembre 2002 - GIUFFRE': POLITICA LOCALE DIETRO OMICIDIO SINDACALISTA GERACI
ANSA:
Il movente che avrebbe portato all'uccisione del sindacalista Mico Geraci, assassinato a Caccamo nel '99, potrebbe essere la politica locale. A sostenerlo e' il pentito Antonino Giuffre', interrogato dai pm della procura di Palermo, che nella scorse settimane hanno riaperto l' indagine su questo delitto. Il collaboratore sostiene che qualcuno legato alla politica della zona avrebbe chiesto a Provenzano, al quale e' arrivato il messaggio tramite il boss Benedetto Spera, di eliminare Geraci. Giuffre' afferma di non aver fornito al capo di Cosa nostra i killer per eseguire l' agguato. Al rifiuto, pero', sarebbe seguito il delitto. Giuffre', come spiega ai pm, avrebbe quindi chiesto spiegazioni a Provenzano, ma il capo di Cosa nostra non gli avrebbe chiarito la vicenda. Il pentito, dunque, dagli ammiccamenti del suo capomafia e da altre circostanze, ritiene che l'eliminazione di Geraci potrebbe essere maturata nell'ambiente della politica.

17 novembre 2002 – PROCESSO PECORELLI: ANDREOTTI E BADALAMENTI CONDANNATI IN APPELLO
ANSA:
(di Claudio Sebastiani)
Il senatore a vita Giulio Andreotti e' il mandante dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola. E' colpevole di quel delitto cosi' come il boss della mafia Gaetano Badalamenti. A sostenerlo e' la Corte d' assise d' appello di Perugia che ha ribaltato, contro tutte le previsioni, la sentenza di primo grado. Una decisione choc, arrivata questa sera dopo quasi 54 ore di camera di consiglio, senza che niente potesse far prevedere quella che e' stata una vera e propria rivoluzione. Al termine di un processo nel quale all' accusa era stata negata la riapertura parziale del dibattimento. Andreotti, Badalamenti, Claudio Vitalone e Giuseppe Calo', ritenuti dall' accusa i mandanti dell' omicidio Pecorelli, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati erano stati infatti tutti assolti in primo grado, il 24 settembre del 1999, per non avere commesso i fatti che venivano loro addebitati. Ora i giudici di secondo grado dicono che invece per almeno due di loro le accuse sono giustificate. Tanto giustificate da meritare una condanna a 24 anni di reclusione per un ex presidente del Consiglio e per un, presunto, boss mafioso. "Colpevoli del delitto previsto dall' articolo 575 del codice penale (cioe' di omicidio - ndr)" legge con calma in aula il presidente della Corte d' assise d' appello, Gabriele Lino Verrina, mentre Giulia Bongiorno, uno dei difensori di Andreotti, crolla sulla sua poltrona prima di correre a telefonare la notizia al "Presidente" con gli occhi arrossati. Una sentenza che accoglie, almeno per Andreotti e Badalamenti, le richieste del pm che aveva sollecitato anche la concessione delle attenuanti generiche considerate "equivalenti alle aggravanti", scongiurando cosi' la condanna all' ergastolo. Cosa ha portato la Corte a riformare parzialmente la sentenza di primo grado lo si leggera' nella sentenza. Il giudice "a latere" Maurizio Muscato avra' comunque 90 giorni per scriverla "considerata la particolare complessita' del caso" e' scritto nel dispositivo. Quello che successo appare comunque gia' ora sufficentemente chiaro. I giudici devono avere creduto alla ricostruzione dell' omicidio Pecorelli fatta da Tommaso Buscetta, a quella confidenza ricevuta proprio da Badalamenti. "Mi disse – ha sempre sostenuto don Masino riferendosi a Badalamenti - che quel delitto lo fecero loro, lui e Stefano Bontate, perche' interessava ad Andreotti". Un omicidio "della mafia" – hanno sostenuto i pm - ma "non di mafia", deciso per eliminare un giornalista considerato "scomodo" per l' ex presidente del Consiglio. Le affermazioni fatte da Buscetta vennero ritenute gia' attendebili dai giudici di primo grado, nei quali pero' si era insinuato il dubbio che non genuine potessero essere le confidenze ricevute. La Corte ritenne infatti che quella di Badalamenti potesse essere una sorta di millanteria per accreditarsi agli occhi di Buscetta. E invece le cose non andarono cosi', ha quasi sicuramente ritenuto il collegio giudicante d' appello. La Corte di secondo grado deve avere creduto alle parole di Buscetta e alle dichiarazioni autoaccusatorie di Badalamenti, ai riscontri forniti dall' accusa, anche per dirlo con certezza sara' necessario attendere le motivazioni delle due condanne. A chi non hanno invece creduto i giudici sono stati invece i pentiti della "banda della Magliana". A Fabiola Moretti e ad Antonio Mancini. Sono loro ad accusare gli altri quattro imputati. Lo fanno pero' non riferendo episodi di loro conoscenza diretta, ma appresi da quelli che erano considerati i boss della "banda della Magliana", Danilo Abbruciati e Renato De Pedis, entrambi morti nel frattempo. Sono Moretti e Mancini a chiamare in causa Vitalone e Calo', a parlare dei killer, di "Angiolino il biondo" identificato poi in La Barbera e di Carminati, estremista della destra romana noto per avere perso un occhio. Ma perche' Andreotti e Badalamenti dovevano voler morto Pecorelli?. Perche' dalle pagine di "Op, Osservatorio politico", il settimanale che dirigeva, poteva svelare fatti e circostanze potenzialmente letali - secondo i pm - per la carriera politica dell' ex presidente del Consiglio. In particolare il giornalista - sempre secondo la ricostruzione accusatoria - era venuto in possesso di parti inedite del memoriale di Aldo Moro attraverso la sua amicizia con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Carte per le quali entrambi sarebbero stati eliminati. Individuare un movente unico e' difficile e la stessa accusa ne ha proposti diversi, dalla vicenda degli "assegni del presidente" allo scandalo Italcasse. Secondo Franco Coppi, un altro dei difensori di Andreotti, nel processo perugino l' accusa nei confronti del suo assistito si era "sgretolata". Cosi' invece non e' stato. Per la Corte d' assise d' appello di Perugia Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti sono da stasera i mandanti dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli.

19 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: IL 26 BERLUSCONI TESTIMONE SU PERIODO '75-'85
ANSA:
Il Tribunale ha confermato l'estensione del capitolato per il quale dovra' essere interrogato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi nell'ambito del processo al senatore Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Il collegio nell'ordinanza emessa questa mattina ha risposto alle richieste avanzate dalla difesa confermando che il periodo sul quale sara' interrogato il premier e' l'arco di tempo tra il 1975 ed il 1985. I giudici hanno inoltre respinto la citazione di molti dei testi indicati dalla difesa, fra i quali il generale Mario Mori ed il maggiore Giuseppe De Donno. Respinta anche la consulenza psichiatrica che era stata prodotta dagli avvocati nei confronti del collaboratore di giustizia Calogero Pulci. Infine il Tribunale ha ammesso la testimonianza del giornalista Maurizio Costanzo.

19 novembre 2002 - MORTO A ROMA VITO CIANCIMINO
ANSA:
L'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e' morto nella sua abitazione a Roma, in via Salita Sebastianello 9. Ciancimino, che aveva 78 anni, e' morto per cause naturali. Ciancimino era agli arresti domiciliari dopo essere stato condannato il 28 novembre 2001 a 13 anni di reclusione, con sentenza passata in giudicato, per associazione a delinquere di stampo mafioso. A dare l'allarme e' stata una inserviente che nelle prime ore della mattinata e' andata nell'abitazione, nel centro di Roma a pochi passi da Trinita' dei monti. La donna ha chiamato il 118. Poco dopo e' intervenuto anche il 113. Davanti al portone di via di San Sebastianello 9, discosto dalla folla di Piazza di Spagna, proprio di fronte alla rampa di scale che porta a Trinita' dei Monti, e' rimasto di guardia solo un agente di polizia. Fino alle 10:45, quando il corpo di Ciancimino e' stato portato via dall' appartamento al primo piano, sono rimasti al lavoro alcuni agenti della scientifica. Intorno alle 10:30 ha chiesto di poter vedere il corpo di Ciancimino Paolo, uno degli autisti della ditta che l'anziano ex esponente della Dc siciliana utilizzava ogni giorno per essere accompagnato in auto nelle sue passeggiate pomeridiane che poteva effettuare nonostante il regime degli arresti domiciliari al quale era sottoposto. L'autista ha riferito che Ciancimino viveva da solo nella casa, insieme con una domestica russa che lo accudiva ed al marito di lei. L'ex sindaco di Palermo, secondo il racconto dell'uomo, non aveva particolari problemi di salute a parte qualche sofferenza respiratoria ed i postumi di una frattura ad una gamba che aveva subito qualche anno fa e che gli dava ancora fastidi. "Ogni giorno chiamava la macchina per andare a prendere un po' d'aria - ha raccontato Paolo -, usciva sempre dalle 16 alle 20. Chiedeva di essere accompagnato a Villa Borghese o ai Castelli". Ciancimino aveva quattro figli, uno dei quali vive a Roma ed al quale, come riferito dal portiere dello stabile, Luciano, era intestato il contratto d'affitto dell'appartamento. Un altro figlio vive a Milano mentre altri due abitano a Palermo. "Circa tre mesi fa il figlio e la figlia lo hanno raggiunto dalla Sicilia - ha proseguito Paolo -, sono rimasti circa una settimana e poi sono ripartiti. E l'altro figlio che vive a Roma veniva spesso a trovarlo". Paolo ha raccontato di aver visto Ciancimino per l'ultima volta circa un mese fa. "Era sereno - ha detto - ed era fiducioso che gli avrebbero tolto gli arresti domiciliari. Sognava di tornare a Palermo e mi aveva chiesto di seguirlo per fargli da autista personale. Poi non ci siamo piu' sentiti".

Vito Ciancimino e' stato il primo esponente politico condannato per mafia: 10 anni in primo grado, ridotti in appello a otto poi confermati dalla Cassazione. Si e' chiuso cosi' nel dicembre 1993 un caso giudiziario che il giudice Giovanni Falcone aveva aperto dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta. "Ciancimino e' in mano ai corleonesi", aveva detto il grande pentito di Cosa nostra, offrendo un suggello autorevole ad antichi sospetti e alle pesanti valutazioni della Commissione antimafia. L' arresto di Ciancimino, nel dicembre 1984, fu il primo passo di una caduta rovinosa e la conferma per via giudiziaria delle infiltrazioni criminali nella vita pubblica siciliana e negli affari amministrativi del Comune di Palermo. Ciancimino era stato assessore ai lavori pubblici negli anni '60 e per meno di due mesi sindaco nel 1970. Ma la sua influenza sulle scelte politiche e amministrative di Palermo, come testimoniarono gli ex sindaci Elda Pucci e Giuseppe Insalaco, prosegui' fino all'inizio degli anni '80. Di questo ruolo svolto da Ciancimino c' e' ampia traccia nel cosiddetto processo per i grandi appalti del Comune per la manutenzione di strade, fogne e illuminazione pubblica. Il processo mise a fuoco la figura dell'ex sindaco quale "abile e costante manovratore dei lucrosi interessi" che ruotavano attorno agli appalti comunali. In quel processo Ciancimino fu condannato a cinque anni e mezzo poi ridotti in appello a tre anni e due mesi. E sempre in tema di appalti Ciancimino subi' un altro processo (riguardava la manutenzione della rete idrica e la costruzione di alcune scuole) concluso con un' altra condanna a 3 anni e otto mesi. Dalle vicende giudiziarie, ormai definite con sentenze definitive, ha preso spunto il Comune di Palermo per chiedere nel marzo scorso all'ex sindaco un risarcimento di 150 milioni di euro. Ciancimino aveva risposto in modo sprezzante: "Li vogliono tutti in contanti?".

(di Giuseppe Lo Bianco)
Gran burattinaio degli appalti di Palermo, primo politico condannato per mafia, cerniera visibile dei legami tra mafia e politica fin dagli anni '60, don Vito Ciancimino, 78 anni, figlio di un barbiere di Corleone, e' stato per oltre trent'anni uno dei simboli del potere a Palermo. Quel potere nato dalla politica sviluppata nei luoghi della democrazia, ma che a Palermo trovava un inspiegabile e determinante rafforzamento nel chiacchericcio sottotraccia che gli attribuiva inconfessabili e potentissimi legami con i boss di Cosa Nostra. Legami che solo nel 1984 vennero portati a galla dalle indagini di Giovanni Falcone che lo trascinarono in carcere: quella foto di un uomo improvvisamente anziano, con la barba incolta, appoggiato a due agenti mentre scende le scale della questura restitui' piu' di mille articoli il senso della caduta di un mito. Un mito che aveva governato Palermo. 'Via Sciuti e' d'accordo?', indirizzo del suo attico palermitano, erano l'ultima obbligatoria tappa di ogni operazione politico-affaristica. A don Vito, infatti, toccava l'ultima parola, quella definitiva. Ed egli stesso aveva una espressione assai colorita per spiegare ai suoi interlocutori perche' l'accordo politico non era stato raggiunto: sfregava indice e pollice di una mano, gesto che a Palermo indica inequivocabilmente il denaro. Democristiano da sempre, ex sindaco negli anni ruggenti del sacco edilizio, intelligente, brillante, determinato, una passione per gli affari, Vito Ciancimino ottenne il suo primo incarico pubblico nell'immediato dopoguerra: e' uno degli interpreti del generale Usa Charles Poletti, a capo dell'amministrazione militare alleata in Sicilia. Poi si iscrive alla dc, aderendo alla corrente di Bernardo Mattarella. Nel 1958 e' assessore ai lavori pubblici, e si avvicina a Salvo Lima e Giovanni Gioia, i due leader del partito in Sicilia: sono gli anni della grande espansione edilizia, le ruspe lavorano a pieno ritmo, in una notte vengono abbattute palazzine liberty e casermoni di cemento sorgono in pochi mesi nelle aree periferiche della citta'. Restano aperte, e lo sono tuttora, le ferite del centro storico, raso al suolo dai bombardamenti alleati, del cui risanamento Ciancimino, come del resto i suoi successori, evita di occuparsi. Nel periodo in cui guida l'ufficio dal quale dipendono le sorti urbanistiche della citta' don Vito e' ufficialmente un appaltatore delle Ferrovie, per cui conto gestisce il trasporto dei carrelli ferroviari. Il suo socio e' Carmelo La Barba, e quando la questura scoprira' che e' schedato come mafioso, l'appalto gli verra' revocato. Nel 1970 viene eletto sindaco e le polemiche raggiungono temperature da calor bianco: il Pci dice chiaramente che Palermo non puo' avere un sindaco in odor di mafia, l'Antimafia riempie i suoi volumi di citazioni dedicati al figlio del barbiere di Corleone e ai suoi amici. Lui si dimette e querela tutti: giornalisti, politici delle opposizioni e perfino il capo della polizia, Vicari. Indagini dell'antimafia ed esito delle sentenze di diffamazione non contribuiscono a chiarire i suoi presunti, fino ad allora, legami mafiosi: ma la Dc inizia a prendere timidamente, e poi sempre piu' decisamente, le distanze. A palazzo di Giustizia, dove i magistrati nonostante decine di denunce avevano guardato con asettica ed indifferente partecipazione l'ascesa politica di Ciancimino, arriva Giovanni Falcone. E Buscetta inizia il suo tormentato e mai concluso, racconto dei rapporti mafia-politica. Quando una sera di ottobre del 1984 una squadra di agenti bussa alle porte di via Sciuti, Palermo scopre di non avere intoccabili. Firmato dal pool antimafia dell'ufficio istruzione il mandato di cattura contro don Vito apre per la Sicilia degli onesti una stagione di speranze presto trasformate in illusioni: per anni Ciancimino restera' l'unico uomo politico-mafioso colpito dai rigori della giustizia. I giudici scoprono miliardi in Canada, ne svelano gli affari, portano a galla la sua capacita' di collettore delle tangenti di un intero sistema degli appalti, drogato e pilotato dalla mafia. Conoscera' il soggiorno obbligato a Patti prima e poi a Rovello, il carcere e poi, malfermo su una sedia a rotelle, riuscira' a raggiungere il suo nuovo attico vicino Trinita' dei Monti, a Roma, lontano da quella Palermo che aveva governato come un vicere'. Un ruolo da protagonista al quale non rinuncia facilmente: ai carabinieri del Ros che cercano in lui un tramite per far cessare le bombe mafiose del '92 propone di infiltrarsi nel nuovo sistema degli appalti, candidandosi come eterno distributore di tangenti, ruolo che, dice, gli viene riconosciuto da tutti i partiti e da tutte le imprese. 'Tangentopoli e' destabilizzante - sostiene - in Italia senza tangenti il sistema non puo' reggere'. Riesce a contattare Riina, attraverso il suo medico Antonino Cina', ma la risposta del boss che in un primo tempo sembra rifiutare l'approccio, lo gela: 'questi sono pazzi - dira' a carabinieri - oppure hanno le spalle coperte'. Quest'ultima convizione lo guidera' negli ultimi anni della sua vita. Al procuratore Caselli consegna la sua verita' sugli anni di piombo mafiosi, a partire dagli omicidi degli anni settanta e ottanta, riscrivendo, sulla base di sue personali deduzioni, la storia. E le sue memorie sono raccolte in centinaia di fogli dattiloscritti custoditi nel suo appartamento romano che don Vito, finora invano, ha tentato di fare pubblicare.

20 novembre 2002 - GIUFFRE': I CONTATTI CON IL PROCESSO ANDREOTTI
"Il Corriere della sera"
Palermo, il pentito Giuffrè "entra" nel processo Andreotti
Dieci pagine di rivelazioni su "referenti romani" della mafia. Il pm Scarpinato pronto a depositare il dossier per l'Appello
PALERMO - A 48 ore dalla condanna di Giulio Andreotti a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, negli ambienti giudiziari siciliani filtrano indiscrezioni che promettono di aprire nuovi scenari al processo d'Appello di Palermo contro il senatore a vita, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa (e assolto in primo grado). Sembra infatti che l'ultimo pentito di mafia Nino Giuffrè abbia fatto rivelazioni su uno degli argomenti più spinosi e controversi, quello del rapporto tra mafia e politica, con un accenno a "referenti romani di Cosa Nostra" e "personaggi che stanno in alto loco", nel corso di un recente interrogatorio reso ai pubblici ministeri di Palermo. Dichiarazioni esclusive e condensate in una decina di pagine zeppe di omissis che conterrebbero indicazioni utili per il giudizio dei magistrati d'Appello. Per questo il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, uno dei pm che ha raccolto le ultime dichiarazioni di Giuffrè, si preparerebbe a depositare nella Cancelleria della Procura generale i verbali di interrogatorio, un minidossier che verrebbe subito trasmesso ai giudici di secondo grado davanti ai quali si celebra il processo Andreotti. Un passaggio che renderebbe pressoché certa la citazione del pentito in aula alla ripresa del dibattimento, fissata per giovedì 28 novembre.
Cos'abbia detto Giuffrè ai pm è top secret. La materia è delicatissima, il riserbo è assoluto e chi si muove sul terreno infido dell'antimafia sta bene attento, soprattutto in questi giorni, a non fare passi falsi. Sono note, invece, le dichiarazioni fatte in aula il mese scorso a Milano, al processo per una serie di omicidi compiuti a Caccamo e dintorni, nel suo mandamento, ai tempi in cui l'ex capomafia sedeva accanto a Bernardo Provenzano nello scranno più alto di Cosa Nostra.
Giuffrè ha fatto due nomi, quelli dell'esattore mafioso Nino Salvo, grande elettore democristiano, e dell'ex ministro dc Luigi Gioia, entrambi morti da diversi anni. Sul primo ha esternato il pentito numero uno Tommaso Buscetta, che dopo avere tentennato a lungo - e solo dopo la morte di Giovanni Falcone, nel 1992 - lo ha indicato come referente siciliano di Andreotti. Che ha sempre smentito. Per il secondo parla la storia dell'Isola che ha visto Gioia collocato nell'area andreottiana fin dai tempi del suo esordio in politica.
Durissimo Giuffrè contro Salvo e Gioia: ha affermato che i due andavano a trovare il boss di Ciaculli Michele Greco quando era latitante in un casolare di Caccamo, sotto la protezione di Giuffrè che provvedeva a ogni sua necessità secondo le buone regole di Cosa Nostra.
Loro, ha detto l'ex mafioso, erano importantissimi punti di riferimento per tutti gli uomini di Cosa Nostra. Ma anche loro, Salvo e Gioia - ha precisato Giuffrè - avevano i loro referenti diretti nei palazzi del potere della Capitale.
E. M.

20 novembre 2002 - MORTE CIANCIMINO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
"Le stragi? Un disegno contro Andreotti"
"Ho in testa il nome dell'architetto, ma non lo farei mai"
Un disegno politico, con Andreotti come bersaglio, ordito da un misterioso "architetto". E' la tesi che Ciancimino ripeteva da anni, formalizzata in un interrogatorio del 5 agosto 1997. "Queste mie conclusioni nascono da un ragionamento che ho fatto a posteriori sulla base di alcuni frammenti di "mormorii" che si ascoltavano nell'ambiente politico romano. Si tratta però di frammenti di conversazioni fra altre persone, da me percepiti casualmente intorno a Montecitorio e nei pressi di Piazza San Lorenzo in Lucina (ove si trova lo studio di Andreotti, nonché il salone di barbiere dove usavo recarmi e la caserma dei carabinieri ove in un certo periodo ero obbligato ad apporre la mia firma), luoghi dove mi accadeva di incontrare vari parlamentari di diversi partiti e correnti, da me non conosciuti. Proprio per ciò non sono in grado di indicare i nomi di tali uomini politici". "Non sono in grado di precisare il contenuto dei frammenti di conversazione da me percepiti al riguardo. Quel che ricordo è che, prima dell'elezione del presidente della Repubblica, i "forlaniani" erano ostili alla candidatura di Andreotti e gli "andreottiani" a quella di Forlani. Quando tramontò la candidatura di Forlani, notai molta soddisfazione fra gli andreottiani, sicuri che ciò avrebbe spianato la elezione di Andreotti. Sono anche certo che vi era qualcuno particolarmente ostile alla candidatura di Andreotti: si tratta di colui il quale io penso potrebbe essere stato "un architetto" del disegno politico che, tramite l'omicidio Lima e soprattutto le modalità eclatanti dell'uccisione di Falcone, aveva come obiettivo quello di "sconvolgere il Parlamento", così determinando le condizioni per fare eleggere un presidente della Repubblica diverso da Andreotti. Io ho in testa il nome del possibile "architetto", ma non ne ho le prove per poterlo affermare e comunque non lo direi mai, anche perché, se costui è stato capace di tanto, né io, né i miei familiari potremmo mai essere al sicuro, dovunque".
E nell'interrogatorio del 3 aprile 1998, reso congiuntamente ai pm di Palermo, Firenze e Caltanissetta, aggiungeva: "Il mio ragionamento si sviluppa attraverso questi passaggi logici. Falcone poteva essere agevolmente ucciso mentre si trovava a Roma, in quanto in questa città mi è capitato di incontrarlo senza scorta. Quella strage veniva fatta a Capaci per far "tremare l'Italia". In effetti, a seguito di quel fatto, l'Italia "tremò" e non si fece quello che avrebbe voluto fare parte della Dc... ...È possibile, quindi, che qualche autorevole esponente politico nazionale abbia potuto architettare quell'uccisione spettacolare".

"Il Corriere della sera"
Le amicizie e i ricatti dell'"ingegnere" che trattò con lo Stato
LIMA E BORSELLINO
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Potenti, burocrati e mafiosi, negli anni d'oro, lo chiamavano tutti "ingegnere". Senza laurea. "Per competenza", celiava con quel suo sorriso da siciliano obliquo "don" Vito Ciancimino, gran regista del "sacco di Palermo", sindaco ed assessore: 2.500 licenze edilizie firmate in un giorno, 1.600 rilasciate a tre pensionati nullatenenti, una villa liberty abbattuta in una notte.
Un "trattore", il figlio del barbiere di Corleone. Partito da lì per impossessarsi di appalti, potere ed un pezzo della vecchia Dc. Con l'appoggio di amici mai nominati, compreso Bernardo Provenzano. E questo ruolo di "referente" di Cosa Nostra consentì a Giovanni Falcone di incastrarlo come primo uomo politico condannato per mafia, custode impenetrabile di segreti negati anche a chi negli ultimi tempi cercava di raggiungerlo attraverso il più amorevole dei suoi figli, Massimo, il "biondino" che oggi vende divani, pronto a sorridere riferendo la risposta masticata con l'accento paterno: "Il medico mi ha proibito le interviste".
Se ne è andato con i suoi segreti. Tanti. Compresi quelli legati alla "trattativa" avviata dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio per l'arresto di Riina e dell'ancora latitante Provenzano. Un'operazione insidiosa con protagonisti "eccellenti": l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno e l'allora colonnello dei carabinieri Mario Mori, oggi alla guida del Sisde. Operazione top secret finché non s'è pentito Giovanni Brusca parlando del "papello". Appunto, l'elenco delle richieste presentate dallo stesso Riina per fermare la stagione stragista. Forse attraverso un medico, Antonino Cinà, contattato da Ciancimino nel '92 dopo avere incontrato i due ufficiali nello stesso attico romano dove ieri l'hanno trovato senza vita. In un cassetto restano centinaia di fogli che nessun editore ha voluto pubblicare. O almeno così diceva "don" Vito, parlando da anni di un dattiloscritto ostentato come un'ombra, forse come un ricatto. E gli capitava di farlo capire anche a qualche parlamentare incontrato casualmente a piazza Navona dove, fino a pochi anni fa, si consentiva nelle mattine assolate una passeggiata con uno di quei suoi completi di lino color panna, una paglietta sul capo, le scarpe lucide. Come un attore pronto per il set di un film con la mafia e la Sicilia sullo sfondo.
Non s'era negato a Mori e De Donno, non si negò ad altri, ogni volta ripetendo la stessa litania consegnata a qualche giornalista sui massacri di Lima, Falcone e Borsellino: "Un unico filo. Sono stragi ordinate da organismi politici... per bloccare l'elezione di Andreotti a presidente della Repubblica". Per un momento qualcuno pensò che potesse davvero passare dall'altra parte della barricata. E nel '95 il suo nome figurò nel processo Andreotti accanto a quelli di 12 pentiti da sentire "a carico dell'imputato". Ma le attese rivelazioni si sono sciolte in un silenzio che lascia intatta la piena intesa colta nel 1981 quando Andreotti, dopo una delle grandi vittorie elettorali di Salvo Lima e Vito Ciancimino, si ritrovò a Palermo, nell'affollatissimo salone del Don Orione, seduto fra i due amici, pronto a rassicurarli contro le accuse di mafiosità: "Vi attaccano perché hanno la bava alla bocca".
Era stato già ucciso il presidente buono, Piersanti Mattarella, il capo della giunta regionale. E avevano tappato la bocca al segretario provinciale della Dc Michele Reina, con la vedova decisa ad indicare al capo della Mobile Boris Giuliano fra i nemici del marito non solo i mafiosi, ma anche Ciancimino. E s'erano consumati gli agguati allo stesso Giuliano e al procuratore Gaetano Costa che, indagando sul delitto Mattarella, voleva mettere le mani sugli affari di "don Vito".
Erano gli anni della decapitazione dei vertici della politica, della magistratura, della polizia. Un repulisti contemporaneo alla guerra di mafia con i Corleonesi all'attacco. E Ciancimino andava al congresso di una Dc a lutto, enigmatico come sempre, attaccando Brigate Rosse che a Palermo non si sono mai viste. Un proclama (ufficialmente) diretto ai terroristi: "Chi ci chiama a combattere con le armi troverà armi e chi intende seminare morte troverà morte".
Inquietava già allora il proclama. E dopo ha consentito a Falcone di affondare i suoi colpi, fermandosi però solo sulla soglia delle prove certe. Come quelle che hanno portato ai 10 miliardi nascosti in Canada. Lasciando in una nebulosa altri episodi come lo scontro con tre sindaci di Palermo: Elda Pucci, una villa distrutta; Nello Martellucci, una bomba in casa, e Giuseppe Insalaco, ucciso.
I dubbi volarono dentro il suo partito dove si parlava di "rinnovamento". E lo sganciarono tutti al congresso di Agrigento, 1983, ancor prima di finire al soggiorno obbligato a Patti, per ironia della sorte la stessa città di Michele Sindona, altro personaggio di una Andreotti-story che in tanti hanno chiesto a Ciancimino di raccontare. Fino all'assoluzione di primo grado del senatore a vita, quando don Vito allargava le braccia: "Andreotti non l'ho sentito né prima né dopo la sentenza...".
Felice Cavallaro

20 novembre 2002 - BADALAMENTI FORSE IN GRAVI CONDIZIONI
"Il Messaggero"
Badalamenti grave negli Usa,
forse affetto da tumore
L'avvocato: "Non mi risulta"
PALERMO - Sarebbero molto gravi le condizioni di salute del boss Gaetano Badalamenti, detenuto dal 1984 negli Stati Uniti, e condannato domenica scorsa a 24 anni di reclusione dalla Corte d'assise d'appello di Perugia quale mandante (con Giulio Andreotti) dell'omicidio di Mino Pecorelli.
Secondo fonti giudiziarie palermitane, che hanno trovato conferma anche in ambienti dell'Fbi, il vecchio capomafia di Cinisi sarebbe affetto da un tumore. L'estate scorsa il boss è stato ricoverato nell'infermeria del carcere di Fairton, nel New Jersey, e a settembre è stato trasferito nel penitenziario di Butner, nella Carolina del Nord, attrezzato come centro clinico: ma nulla è mai trapelato sulle sue condizioni di salute. "Sapevo che aveva avuto dei problemi - dice il suo legale perugino, Silvia Egidi - ma sapevo anche che a ottobre erano stati superati. Non sono informata sulle successive evoluzioni".
Badalamenti deve scontare una condanna a 45 anni di carcere che gli è stata inflitta nell'ambito del processo "Pizza Connection". Il boss fu arrestato in Spagna l'8 aprile 1984. Per la banca dati del Bureau of Prison, la data della prevista scarcerazione di Badalamenti è il 2 giugno 2011. La scorsa primavera i giudici della corte d'assise di Palermo gli hanno inflitto l'ergastolo per l'omicidio di Peppino Impastato, il militante di Democrazia Proletaria assassinato a Cinisi il 9 maggio 1978.
Alla notizia della sentenza di Perugia, don Tano avrebbe detto "Sono molto amareggiato per questa condanna". A riferirlo è stato il suo avvocato palermitano, Paolo Gullo, che ha potuto parlare solo ieri con l'ex capomafia di Cinisi. Quanto alla presunta malattia, Gullo ha affermato: "A me non risulta. L'ho visto per l'ultima volta il 14 novembre, collegato in videoconferenza, e mi è sembrato nella sua forma normale. Anche per telefono questo pomeriggio l'ho sentito come al solito". Il 3 luglio scorso, invece, Badalamenti aveva disertato l'udienza in teleconferenza con la Corte di Perugia, lamentando un malore.

21 novembre 2002 - MORTE CIANCIMINO: DAI GIORNALI
"Liberta'"
Il memoriale
Gli ultimi veleni di Ciancimino
Roma - "Sulla tomba di Andreotti, semmai un giorno dovesse morire, dovrebbe essere scolpito (a caratteri cubitali) il giudizio che su di lui ha espresso Alcide De Gasperi: E' tanto capace a tutto che è capace di tutto". L'ultimo capitolo del memoriale di Vito Ciancimino, l'ex sindaco dc di Palermo morto a Roma martedì, mentre scontava una condanna per associazione mafiosa, è dedicato al senatore a vita. Pesantissimo. Andreotti "il concertatore", "l'amico degli amici". Titolo, "Le mafie", 260 fogli dattiloscritti: "E' un libro che parla delle "Mafie", la "Mafia" giudiziaria, la "Mafia" politica, la "Mafia" impropriamente detta e la "Mafia" propriamente detta. Ce n'è per tutti. Ministri, sindaci, deputati regionali e nazionali. Un libro mai pubblicato, ma depositato alla Siae, che racconta gli anni più bui della città, un'analisi degli omicidi eccellenti e della politica. "Inutile che facciano gli ipocriti io sono stato imprenditore. Le tangenti le pagano tutti, perché la politica costa". Poi il ricordo di un incontro con Andreotti e Lima: il senatore a vita conteggiava le spese del partito. E' morto di infarto, "don Vito", il fascicolo aperto dalla procura per consentire l'autopsia, sarà chiuso immediatamente. Sui giornali locali sono apparsi soltanto otto necrologi. Quelli degli amici dei figli. La città, che con lui si è arricchita, ha preferito non comparire. E a Palermo, dove Ciancimino voleva morire, domani si celebrerà il funerale.

"Il Messaggero"
Ciancimino, autopsia ordinata dalla procura:
"E' stato infarto"
ROMA - L' autopsia su Vito Ciancimino ha confermato che il decesso è avvenuto per infarto. L'accertamento, eseguito da Costantino Cialella è stato eseguito ieri nell'istituto di medicina legale La Sapienza. A disporre l'autopsia era stata la Procura di Roma che, dopo la morte dell'ex sindaco di Palermo, ha aperto un fascicolo, come prevede la legge in questi casi. I risultati dell'esame medico legale saranno consegnati al pubblico ministero Angelantonio Racanelli. I funerali si svolgeranno domani mattina nella chiesa di San Michele a Palermo.

21 novembre 2002 - MAFIA: MISTERI COVO RIINA, PROBABILI NUOVE INDAGINI
ANSA:
Non si chiude l'indagine sui misteri del covo del boss di Cosa nostra Toto' Riina. Il gip di Palermo Vincenzina Massa, che nelle scorse settimane aveva rigettato la richiesta di archiviazione del caso avanzata della Procura, chiedera' probabilmente ai pm di approfondire alcuni aspetti dell' inchiesta. La decisione, su cui formalmente il magistrato all' udienza di oggi si e' riservato di decidere, verra' formalizzata e notificata alla Procura nei prossimi giorni. Si tratta di una scelta in qualche modo imposta dal codice che prescrive al magistrato, nel caso di rigetto dell' istanza di archiviazione, l'indicazione dei temi da approfondire ed il termine di chiusura delle nuove indagini. Il fascicolo sui misteri del ''covo di Riina'' e' ancora iscritto a carico di ignoti. Secondo gli inquirenti, la casa di via Bernini in cui il capomafia avrebbe trascorso l' ultimo periodo della sua latitanza sarebbe stato ripulito immediatamente dopo la cattura del boss da una squadra di professionisti. Quando i militari dell' Arma - a distanza di due settimane dalla cattura del capo di Cosa nostra - decisero di perquisire l' appartamento lo trovarono vuoto. La villa era gia' stata 'visitata': i mobili coperti di cellophan, le pareti tinteggiate di fresco. L'unico pezzetto di carta sfuggito alla squadra di ''professionisti'', una letterina di Maria Concetta Riina ad una sua amichetta. Dell' intervento di una squadra mafiosa con compiti di ''pulizia'' nel covo di Riina, subito dopo l' arresto del boss, aveva parlato il pentito Gioacchino La Barbera, ascoltato nel '94 dai magistrati di Palermo Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi. I due sostituti lo stavano interrogando sul contenuto di un' agendina, intestata alla Camera dei Deputati, recuperata tra gli effetti personali di Nino Gioe', il boss di Altofonte morto suicida in una cella di Rebibbia. Durante i riconoscimenti fotografici di mafiosi, La Barbera concentro' l' attenzione su di un volto: ''E' uno di quelli che ha partecipato alla 'pulizia' della villa di via Bernini'' - disse, a sorpresa, La Barbera, indicando Giovanni Grizzafi, parente di Riina. Poi racconto' nei dettagli l' operazione alla quale sostenne di avere partecipato. Appreso dell' arresto, i mafiosi ritenevano scontata un' immediata irruzione a casa Riina e, sorpresi che cio' non fosse ancora accaduto, decisero di svuotare il covo; si diedero appuntamento al Motel Agip e si recarono in via Bernini in taxi. In quello stesso contesto, sempre in taxi, furono condotti a Corleone la moglie ed i figli di Riina. Secondo il pentito a guidare l' operazione di svuotamento del covo fu, oltre a Grizzafi, anche Giuseppe Sansone, genero del boss Salvatore Cancemi. Sette mesi dopo Cancemi si consegno' ai carabinieri cominciando a collaborare. Sui motivi che indussero i carabinieri del Ros a ritardare di 16 giorni l'irruzione nel covo del capo di Cosa Nostra si sviluppo' un fitto carteggio tra il procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e il generale Mario Mori, allora a capo del Ros.

21 novembre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: PENTITO, MANOVRE CONTRO DELL' UTRI E FORSE BERLUSCONI
ANSA:
''Nel 1997 girava una voce nel carcere di Paliano: il detenuto Cosimo Cirfeta aveva intenzione di minacciare o ricattare Marcello Dell' Utri e forse anche Berlusconi per tornare in liberta'''. E' la testimonianza resa oggi dal collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, ai giudici del Tribunale di Palermo. L' udienza si e' svolta a Torino nell' aula bunker delle Vallette. Il processo e' quello che vede Dell' Utri e lo stesso Cirfeta imputati di calunnia per aver tentato di screditare i pentiti che hanno rilasciato dichiarazioni a carico del parlamentare di Forza Italia. Ferrante, che all' epoca era rinchiuso a Paliano, ha sottolineato di non poter essere piu' preciso. ''Erano discorsi - ha detto - che mi interessavano poco, non mi ci volevo immischiare. A parlarmene fu un detenuto napoletano, Pasquale Mercurio. Piu' che minacce, quelle che sembrava volesse attuare Cirfeta, insieme ad altri, erano ricatti: se Dell' Utri non lo avesse aiutato, gli avrebbe messo zizzania, vale a dire avrebbe testimoniato cose non vere o sfavorevoli''. Mercurio ha gia' deposto il 10 ottobre, riferendo che Cirfeta gli chiese di mettere in cattiva luce i pentiti ''Cuccuzza e Ferrante perche' in questo modo avremmo potuto aiutare Dell' Utri, e quando Forza Italia sarebbe andata al governo avremmo avuto valigie di soldi e passaporti diplomatici. Ma io non risposi e raccontai l' incontro alla Procura di Napoli''. La pubblica accusa, sostenuta dal pm Antonio Ingroia, ha affermato che dell' Utri ha cercato di ''creare un cortocircuito nel sistema dei collaboratori di giustizia'', facendo dire a Cirfeta che i pentiti che lo chiamavano in causa in realta' concordavano le dichiarazioni. Dopo Ferrante, che ha raccontato di come nel '96 un sottufficiale di polizia penitenziaria, nel carcere di Prato, gli abbia fatto misteriose e insistenti domande su Berlusconi, Andreotti e i servizi segreti ('io non rispondevo, e alla lunga mi scocciai e informai un magistrato'), ha deposto un altro collaboratore, Vito Lo Forte. Anche lui ha parlato di Cirfeta e delle sue presunte macchinazioni: ''seppi dalla televisione e dai giornali - ha spiegato - che accusava due pentiti di essersi messi d' accordo. Siccome li conoscevo entrambi, andai da lui e gli dissi che non era possibile''. In un primo tempo, Cirfeta avrebbe dato qualche oscura giustificazione (''fesserie'', le ha definite Lo Forte), dicendo che doveva fare un favore a un magistrato di Lecce (risultato, secondo la Procura di Palermo, completamente estraneo alla vicenda) e al maggiore dei carabinieri Giuseppe De Donno, che al processo e' citato come testimone; poi, pero', avrebbe minacciato Lo Forte. ''Il processo - ha commentato l' avvocato Giueppe Di Peri, uno dei difensori di Dell' Utri - in realta' ha contribuito a far scoprire come le combine, in carcere, fossero possibili. Diversi collaboratori di giustizia venivano rinchiusi nello stesso luogo, e socializzavano tra loro mentre testimoniavano nell' ambito delle stesse vicende''. Di Peri cita anche episodi di passaggio di bigliettini tra pentiti per concertare le dichiarazioni, episodi che Lo Forte, sollecitato da una domanda della difesa, ha negato.

22 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: SI PARLA DI PENTITI E MEMORIALI
ANSA:
Il comportamento dell' ex pentito pugliese Cosimo Cirfeta, un collaboratore di giustizia che si vanta di avere "un referente politico"; un memoriale che viene fatto sparire subito prima di una perquisizione: di questo si e' parlato oggi al processo a Marcello Dell' Utri, accusato, insieme allo stesso Cirfeta, di aver calunniato tre pentiti. L' udienza, celebrata dal tribunale di Palermo in trasferta nell' aula bunker delle Vallette, a Torino, e' stata dedicata in prevalenza alla figura di Cirfeta. Insieme a lui, secondo l' accusa, il parlamentare di Forza Italia avrebbe ordito un complotto per screditare tre palermitani che rendevano dichiarazioni a suo carico. Ne ha parlato il pentito Giuseppe Figliuzzi, che fu compagno di cella di Cirfeta nel carcere di Brescia nel 1999: "Cosimo mi racconto' che quando era in liberta' aveva contattato Dell' Utri, dicendogli che i pentiti stavano concordando le testimonianze. Io gli dissi che la sua storia faceva acqua da tutte le parti, e lui mi rispose che anche se fosse stata una bugia ormai non poteva piu' tornare indietro, perche' Dell' Utri, oltre a consigliargli di rivolgersi alla magistratura, lo incoraggiava con delle promesse". Figliuzzi, per conto di Cirfeta, scrisse anche un memoriale. Il documento venne portato in fretta e furia in un' altra cella poco prima di una perquisizione. "L' ho visto per pochi istanti - ha confermato il pentito Massimo Palumbo - giusto per notare il nome di Berlusconi evidenziato in grassetto. Poi Cirfeta me lo strappo' di mano". L' attendibilita' del racconto dell' ex collaborante pugliese e' stata messa in dubbio anche da un altro testimone ascoltato oggi, Giuseppe Pagano, che si e' richiamato alle considerazioni del compagno di detenzione Angelo Izzo (il neofascista coinvolto nell' omicidio del Circeo): "Per Angelo era inverosimile che tre palermitani avessero confidato una cosa del genere a un pugliese. Chiedemmo conto a Cirfeta del suo comportamento, e lui ci fece un discorso strano, aggiungendo che forse aveva sbagliato, ma che lo aveva fatto perche' si sentiva un perseguitato". Cirfeta, secondo le testimonianze, cercava dei fiancheggiatori: uno lo trovo' in Giuseppe Chiofalo, il quale, secondo il pentito Donato Caputo, all' epoca "si vantava di avere un referente politico". Coinvolto nell' inchiesta, Chiofalo ne e' uscito patteggiando la pena. L' udienza e' stata rinviata a domani mattina.

22 novembre 2002 - MAFIA: LIPARI CAMBIA LEGALE E TRAPELA NOTIZIA COLLABORAZIONE
ANSA:
Il geometra Giuseppe Lipari, indicato come l' economo del boss Bernardo Provenzano, ha fatto coincidere la sua decisione di collaborare con la giustizia con la nomina del suo nuovo legale di fiducia. Proprio questa circostanza avrebbe in qualche modo vanificato il tentativo della Procura di Palermo di mantenere riservata la notizia. Lipari e' sempre stato difeso dallo studio legale Mormino di Palermo. Da qualche settimana il geometra ha invece comunicato che il suo legale di fiducia e' l' avvocato Stefano Stellari di Milano. La decisione di Lipari e' stata interpretata, nell' ambiente dei penalisti palermitani, come il segnale di una disponibilita' a "collaborare". Intanto i magistrati della Dda stanno valutando con grande attenzione la genuinita' delle dichiarazioni del geometra.

23 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI; IN AULA IL GIALLO DEL BIGLIETTINO
ANSA:
E' ruotata attorno a un misterioso bigliettino l' udienza di oggi del processo per calunnia a Marcello Dell' Utri. Il parlamentare di Forza Italia e' accusato insieme all' ex pentito pugliese Cosimo Cirfeta di aver tentato di screditare tre collaboratori palermitani che rendevano dichiarazioni a suo carico. Il pezzetto di carta sarebbe stato fatto entrare nel carcere di Rebibbia da un detenuto, durante un trasferimento, per essere consegnato a uno dei tre, Francesco Onorato. Per le difese e' la prova che i reclusi comunicavano tra loro anche da penitenziari diversi, e che quindi avevano la possibilita' di accordarsi sulle testimonianze: il sospetto e' che il bigliettino contenesse dei nomi, e forse addirittura delle indicazioni. Ma il pentito ascoltato oggi, il napoletano Ciro Vollaro, ha detto che era un semplice messaggio di saluto, e che Cirfeta (ora imputato con Dell' Utri) cerco' di "strumentalizzare l' episodio". "Voleva - ha detto - che io raccontassi che in quel bigliettino c' era scritto di accusare Dell' Utri. Ma io l' avevo visto con i miei occhi, c' erano solo dei saluti". Vollaro ha riferito che era Cirfeta a orchestrare un complotto per delegittimare i tre palermitani. "Mi disse che Dell' Utri era, bene o male, al centro delle cronache, che era un personaggio di un certo spessore, che in politica le cose stavano cambiando e che se avesse screditato Onorato avrebbe ottenuto dei benefici. E Dell' Utri gli aveva dato dei soldi". Cirfeta, secondo l' inchiesta condotta dalla Procura di Palermo, tento' di far credere che il terzetto si fosse messo d' accordo sulle dichiarazioni da rendere ai processi. Oggi, pero', Vollaro ha riferito che Giuseppe Chiofalo, un pentito che inizialmente si sarebbe prestato alla congiura, ma che dopo essere stato indagato patteggio' la pena, gli disse che "quelle accuse erano false". Vollaro e' stato l' ultimo testimone ascoltato dai giudici del tribunale di Palermo nel corso della loro trasferta di tre giorni a Torino. Il processo riprendera' nel capoluogo siciliano il 16 gennaio.

23 novembre 2002 - MAFIA: GIUFFRE',A VILLABATE NELL'82 PRONTO INTERVENTO KILLER
(Dall'inviato Giuseppe Lo Bianco)
ANSA:
"Era l' 81-82, attorno al tavolo rotondo pieno di revolver, in quella casa di Villabate, c' erano una decina di giovani. Come arrivava una chiamata, ad esempio hanno visto quello la', e' nella lista, erano pronti ad intervenire. Era un discorso di alto livello, avevano un addestramento eccezionale". Era una vera e propria centrale operativa degli omicidi, una "sala di pronto intervento killer", quella narrata da Nino Giuffre' nel verbale redatto dalla procura di Palermo il 14 novembre scorso e depositato ieri agli atti del processo "Agate", la cui udienza si e' svolta stamane a Padova. Una centrale operativa messa in piedi da Filippo Marchese, il boss di corso dei Mille soprannominato "Milinciana", che rimarra' vittima della stessa ferocia corleonese. Ha detto Giuffre' che quella di servirsi di killer giovani, utilizzati per decine di omicidi, era il frutto di una vera e propria tecnica di logoramento studiata a tavolino da Riina. "Riina - ha raccontato il pentito- faceva in modo di prendere persone giovani, in modo che il giovane era facilmente malleabile di sparare. Prendiamo un giovane, gli facciamo fare 50-60-70 omicidi e diventa una macchina, e poi ad un certo punto sballa e buonanotte ai suonatori. Mischino e' pazzo, dicevano, e passiamo al prossimo. E' un discorso pauroso". Cosi' sarebbe morto Pino Greco "scarpa", ucciso da Giuseppe Lucchese, e per non rivelare che era stato assassinato si diffuse ad arte la voce che era andato in America. Cosi' come per Filippo Marchese venne messa in giro la voce che era morto per un colpo partito accidentalmente dal fucile che stava pulendo. Il pentito ha ammesso di avere offerto il proprio assenso a tredici omicidi, ma di Libero Grassi sa poco a nulla e nel dettaglio aggiunge ben poco alle acquisizioni gia' raccolte nel processo su mandanti ed esecutori di oltre 40 delitti di mafia commessi tra l' 82 e il 1991. Ai giudici Nino Giuffre' offre invece uno straordinario e colorito spaccato, dall' interno dell' organizzazione, del cinismo, dell' opportunismo, del falso rispetto delle regole, piegate alla convenienza di pochi e della ferocia di Toto' Riina, che durante una riunione della commissione aveva condannato a morte tutti i figli dei pentiti,"maschi e femmine, che avevano compiuto 18 anni e un giorno". E dalle parole di Giuffre' si apprende che in commissione i boss andavano precauzionalmente armati: "una delle prime volte che mi siedo in commissione con Riina ci sento fare(dire, n.d.r.): ' se avete armi siete pregati di metterle sul tavolo' . Mi sono guardato attorno e fra me e me ho pensato: ma qua come siamo combinati? E poi aggiunge: ' Il primo era Provenzano, andava a spasso con un borsino e la' dentro c' era sempre il 38 conservato' . Il periodo era tutto particolare". Ma soprattutto offre un' interpretazione inedita di uno dei capitoli ancora oscuri di Cosa Nostra alla fine degli anni '80: il complotto di Vincenzo Puccio contro Riina stroncato nel sangue, con l' uccisione contemporanea di Puccio in cella e del fratello al cimitero dei Rotoli. Dietro il complotto, ha rivelato Giuffre', c' era Leoluca Bagarella, il cognato di Riina. "Provenzano mi disse:- ha detto Giuffre' - Vincenzo Puccio sta pagando il conto di Bagarella". Dell' omicidio di Libero Grassi conferma che fu voluto dai Madonia e solo dopo venne informata la commissione, delle tre donne, madre, sorella e zia di Marino Mannoia, dice che uccidendole venne riparata un' offesa al paese: questi qua che ci vengono a fare?, era la domanda che girava in Cosa Nostra e Giuffre' ricorda che la zona di Bagheria era particolarmente cara a Provenzano. "In quel periodo io frequentavo Bagheria - ha detto - ricordo che abbiamo letto la notizia sui giornali, ma non e' che l' abbiamo commentata piu' di tanto. Si facevano dei complimenti...".

23 novembre 2002 - MAFIA: INTIMIDAZIONE CONTRO FRATELLO PEPPINO IMPASTATO
ANSA:
Un atto intimidatorio e' stato compiuto giovedi' scorso contro Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il militante di Democrazia Proletaria assassinato dalla mafia nella primavera del 1978. Il muro del suo negozio di generi alimentari a Cinisi e' stato dipinto con vernice rossa, come se fosse imbrattato di sangue. L' episodio e' stato denunciato ai carabinieri. Secondo Giovanni Impastato l' intimidazione sarebbe da collegare alle sentenze nei confronti del boss di Cinisi Tano Badalamenti, condannato all' ergastolo in primo grado per l' uccisione di Peppino Impastato e a 24 anni di reclusione in appello per l' omicidio Pecorelli. "Abbiamo organizzato a Cinisi iniziative antimafia e con il movimento no global - spiega Giovanni Impastato - che evidentemente hanno dato fastidio". Solidarieta' al fratello di Peppino Impastato e' stata espressa dal segretario regionale di Rifondazione Comunista Giusto Catania, e da altri dirigenti provinciali del partito. "Un segnale inquietante - si legge in una nota del Prc - che ci preoccupa perche', guardacaso, avviene all' indomani della condanna del boss Tano Badalamenti, per l' uccisione del giornalista Mino Pecorelli. Gli esponenti di Rifondazione Comunista saranno sempre accanto a Giovanni Impastato e a tutti coloro che lottano contro l' illegalita' e la prepotenza mafiosa".

23 novembre 2002 - GIUFFRE': TENTATIVO DI VIOLARE COMPUTER PM DDA PALERMO
ANSA:
Qualcuno avrebbe tentato di accedere alla memoria del computer utilizzato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Michele Prestipino, il magistrato che per primo ha raccolto le dichiarazioni dell'ex boss di Caccamo Nino Giuffre'. Prestipino, entrando stamane nella sua stanza, dopo avere tentato inutilmente di accendere il computer ha notato alcuni cavi fuori posto. Immediatamente il Pm ha dato l' allarme. Secondo i primi accertamenti della polizia scientifica, che avrebbero confermato il tentativo di violazione informatica, il Pc sarebbe stato prima prelevato dall' ufficio e successivamente rimesso al suo posto. Dell' episodio e' stata informata subito la procura di Caltanissetta competente sulle indagini che coinvolgono i magistrati palermitani. Al palazzo di giustizia di Palermo e' giunto il pm nisseno Antonino Patti, che ha delegato alla polizia scientifica una serie di accertamenti. Sulla vicenda sono in corso da questa mattina una serie di incontri tra il procuratore Piero Grasso, alcuni sostituti ed il questore di Palermo Francesco Cirillo. Questa mattina un altro allarme e' scattato nell' aula bunker del carcere di Padova, dove avrebbe dovuto deporre il pentito Nino Giuffre'. Uno sconosciuto ha telefonato, qualificandosi come il presidente della Corte d' Assise Giuseppe Nobile e chiedendo informazioni sulla trasferta del collegio. Il centralinista si e' insospettito ed ha avvisato gli investigatori i quali hanno accertato che nessuna telefonata era stata fatta dal presidente. Immediatamente sono scattate misure di sicurezza per proteggere i magistrati palermitani; la traduzione di Giuffre' a Padova e' stata bloccata e la sua deposizione e' stata rinviata al 9 gennaio prossimo. Gli investigatori stanno accertando se il computer sia stato prelevato, come e' stato inizialmente ipotizzato, o se esperti abbiano tentato di duplicare i file contenuti nella memoria del pc nello stesso ufficio del pm Michele Prestipino. Gli unici dati certi fino ad ora, ancora al vaglio del pm di Caltanissetta Antonino Patti, riguardano alcune impronte che sarebbero state trovate dentro il computer e lo scambio dei cavetti di collegamento.
"Forse c' e' qualcuno che e' preoccupato per le indagini che stiamo conducendo". E' il primo commento del procuratore di Palermo, Piero Grasso, al tentativo di violazione del computer del sostituto procuratore della dda Michele Prestipino, sul quale sono ancora in corso accertamenti da parte della polizia scientifica. "Si tratta - ha detto Grasso - di un fatto inquietante. Evidentemente qualcuno pensava che nel pc vi fossero dati di particolare interesse". "Dell' episodio - ha continuato il capo della Procura - e' stato immediatamente informato il procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo che ha affidato l' indagine sulla vicenda al pm Antonino Patti arrivato a Palermo nelle scorse ore". Secondo Grasso, non vi sarebbe un nesso tra quanto e' accaduto stamane a Padova, che ha costretto i giudici a rinviare per motivi di sicurezza la deposizione di Giuffre', e il tentativo di manomissione del computer di Prestipino, "ma e' certo - ha concluso il procuratore - che viviamo un momento molto particolare e che il clima e' teso".
Conteneva anche i verbali del collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' e del dichiarante Giuseppe Lipari la memoria del computer del Pm della Dda di Palermo Michele Prestipino, che qualcuno avrebbe tentato di violare. Il magistrato della Procura aveva infatti scaricato da un computer portatile nell' hard disk del Pc sistemato sul tavolo del suo ufficio, gran parte delle dichiarazioni di Giuffre' e le prime ammissioni di Lipari, l' economo di Provenzano che nelle scorse settimane ha chiesto di collaborare con i Pm. Gli esperti informatici stanno accertando se e' stata eseguita una copia dei file contenuti nella memoria o se vi siano state altre manomissioni.

(di Lirio Abbate)
"Siamo in grado di installare apparecchiature per le operazioni di intercettazioni ambientale anche nei luoghi protetti da sistemi di allarme, senza far notare il nostro passaggio alle persone che vi lavorano o vi abitano". Carlo, 39 anni, ex agente di polizia, impiegato in una societa' di Milano che collabora con la magistratura fornendo sofisticate apparecchiature elettroniche, rivela all' Ansa i segreti del mestiere. Carlo e' un esperto utilizzato per compiti delicati, come quello di introdursi in locali super blindati o protetti da sistemi di sicurezza per collocare microspie e telecamere con le quali gli investigatori possono controllare e registrare i dialoghi degli indagati. In passato ha partecipato ad importanti inchieste antimafia, ed ha contribuito anche alla cattura di alcuni pericolosi boss latitanti. Tutta la sua attivita' si svolge con l' autorizzazione del giudice; molti suoi colleghi sono per lo piu' ex poliziotti o ex carabinieri ora ingaggiati dalle societa' private come 'ausiliari di polizia giudiziaria'. "Per noi - spiega lo 007 - non sono operazioni particolarmente complicate. Di solito installiamo cimici fatte con un microfono e il chip di una scheda telefonica prepagata il cui credito residuo e' inferiore ai cinque euro, perche' cosi' non lascia tracce. E per l' alimentazione si fa in modo di installarla all' interno di una presa o di una qualche apparecchiatura elettrica". Questo rapporto di collaborazione tra forze dell' ordine e societa' private rimane solitamente coperto dal segreto istruttorio. "Il mio gruppo di lavoro - racconta Carlo - e' composto da quattro persone. Ci sono l' esperto delle chiavi, che e' in grado di aprire tutte le serrature che vi sono in commercio, comprese quelle delle porte blindate, e poi l' elettronico, che disabilita i sistemi di allarme. Il nostro intervento non deve mai essere notato dalle persone che gli investigatori vogliono controllare. Per far cio' cerchiamo di curare i minimi dettagli, con successo. Il piu' piccolo sbaglio, la minima distrazione possono mandare all' aria l'inchiesta e questo non ce lo possiamo permettere". La violazione dell' ufficio della Procura di Palermo potrebbe essere stato compiuta da specialisti di questo settore? "Non voglio entrare nel merito - risponde - posso dire che in base a quanto ho letto sui giornali le modalita' di intrusione sono simili a quelle che utilizziamo per operazioni autorizzate dal gip". Tra gli elementi da valutare, l' infiltrato indica la scelta del giorno in cui agire e lo studio degli spostamenti del titolare dell' ufficio per capire in quale momento la zona in cui operare e' piu' libera: "si tratta di dati essenziali - sottolinea - per agire". Piu' complesso l' aspetto legato alla violazione del sistema informatico: "Non mi occupo di questo settore - dice Carlo - ma posso pensare che per accedere ad un hardware, se collegato in rete, o a internet, si puo' fare a distanza. In caso contrario e' necessario agire sul posto, magari clonando il computer per poterci lavorare con calma in un altro luogo piu' sicuro".

25 novembre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: AVVOCATI CONSIGLIANO BERLUSCONI, NON RISPONDERE
"Il Corriere della sera"
"Berlusconi non risponda ai giudici di Palermo"
Gli avvocati del premier sull'udienza del processo Dell'Utri a Palazzo Chigi: "Superfluo ripetere cose già note"
ROMA - A meno di clamorosi colpi di scena, la trasferta romana del tribunale di Palermo fissata per domani pomeriggio si rivelerà inutile. Quasi certamente infatti, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - testimone nel processo per concorso in associazione mafiosa contro il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, nonché ex-indagato in un procedimento "connesso" e archiviato - si avvarrà della facoltà di non rispondere alle domande dei giudici siciliani che si presenteranno a Palazzo Chigi per procedere all'interrogatorio già rinviato due volte. La decisione sarà presa tra oggi e domattina dallo stesso Berlusconi insieme ai suoi difensori, ma l'avvocato e deputato di Forza Italia Niccolò Ghedini annuncia: "Io gli consiglierò di non rispondere, come faccio sempre coi miei clienti quando il codice concede loro questa possibilità, per la semplice ragione che è del tutto superfluo ripetere cose già note o ripercorrere vicende già accertate". Dello stesso avviso l'altro difensore del premier, l'avvocato Filippo Dinacci. Già nel processo milanese Imi-Sir/Lodo Mondadori, dove si trovava nell'identica posizione di testimone ex-indagato, Berlusconi ha fatto questa scelta, che l'onorevole-avvocato Ghedini rivendica: "Fu mia responsabilità. Capisco che ci possano essere delle interpretazioni politiche a questa strategia, ma assicuro che le nostre sono e saranno considerazioni puramente tecnico-processuali".
Nonostante le assicurazioni di Ghedini, le valutazioni politiche su un capo del governo che non risponde a un tribunale non mancheranno. Anche perché l'inutilità della deposizione di Berlusconi è un fatto scontato per i suoi legali e per la difesa di Dell'Utri (che comunque l'aveva inserito nella propria lista testi, all'inizio del dibattimento), ma non per l'accusa. Tantomeno dopo che il tribunale ha deciso di ascoltare il premier anche sugli anni precedenti al 1978.
Oggetto principale dell'interrogatorio che probabilmente non ci sarà sono i bilanci della Fininvest tra gli anni Settanta e Ottanta. I consulenti del pubblico ministero hanno sostenuto che dopo il 1978, e cioè in un periodo coincidente con i presunti contatti tra il senatore Dell'Utri (all'epoca tra i responsabili di Publitalia) ed esponenti di Cosa Nostra, ci furono versamenti miliardari (in lire, ovviamente) su conti riconducibili alla Fininvest, "ordinati direttamente da Berlusconi, per gran parte dei quali non si è potuto ricostruire la provenienza degli assegni o delle somme". L'ipotesi dell'accusa è che almeno una parte di quel denaro provenisse dalle casse mafiose.
I periti della difesa ritengono di aver smontato la tesi dei pubblici ministeri, dimostrando "sia sul piano contabile che finanziario l'assoluta liceità e trasparenza della provenienza dei fondi e la razionalità economica delle operazioni". Se abbiano ragione gli uni o gli altri lo dirà il tribunale quando emetterà la sentenza, ma senza il contributo di Berlusconi. Contributo rilevante - secondo l'accusa - anche perché per il periodo antecedente al 1978 nessun consulente è stato in grado di ricostruire i movimenti finanziari riferibili al fondatore e proprietario della Fininvest.
Per questo il tribunale ha deciso di estendere l'interrogatorio del presidente del Consiglio sui flussi di quel periodo, nonostante l'opposizione della difesa Dell'Utri. Ma rimarrà a bocca asciutta, se Berlusconi si avvarrà della facoltà di non rispondere. Facoltà che gli deriva dall'essere stato indagato per concorso in associazione mafiosa e riciclaggio nella stessa indagine che ha portato al processo Dell'Utri. Quel pezzo d'inchiesta è finito in archivio perché le operazioni definite "anomale" dall'accusa e coincidenti con i periodi indicati dai pentiti per quanto riguarda i presunti legami tra la Fininvest e Cosa Nostra non erano sufficienti a dimostrare la "mafiosità" dei finanziamenti sospetti.
Le domande preparate per Berlusconi, però, non si limitavano ai flussi di denaro. I pm l'hanno chiamato a deporre anche sui rapporti (suoi e di Dell'Utri) con il mafioso Vittorio Mangano, chiamato "lo stalliere di Arcore" per via del lavoro svolto nella residenza del futuro premier, e con altri personaggi ritenuti vicini alle cosche. "In realtà anche questa parte è ormai superflua, perché si tratta di fatti già chiariti e non più utili a dimostrare alcunché", ribatte l'avvocato e deputato di Alleanza nazionale Enzo Trantino, uno dei difensori di Dell'Utri, che aggiunge: "Non rispondere alle domande dei giudici è un diritto del presidente Berlusconi, il cui esercizio non entra in rotta di collisione con le nostre attese".
Giovanni Bianconi

25 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: NIENTE GIORNALISTI A UDIENZA CON BERLUSCONI
ANSA:
I giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo hanno vietato, con un' ordinanza, l' ingresso ai giornalisti nell' aula di Palazzo Chigi dove domani si svolgera' la deposizione del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, nell' ambito del processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri. Dell' Utri e' accusato di concorso in associazione mafiosa; il premier e' stato citato dall' accusa come imputato di reato connesso archiviato. Per questo motivo, Berlusconi potra' avvalersi dell' assistenza del suo avvocato. Il Tribunale, con l' ordinanza di oggi, ha revocato una sua precedente disposizione con la quale autorizzava i giornalisti a prendere parte all' udienza. I giudici hanno vietato l' ingresso ai giornalisti a Palazzo Chigi "per salvaguardare la sicurezza del Presidente del Consiglio". La motivazione e' stata letta in aula dal presidente della seconda sezione del tribunale, Leonardo Guarnotta. Il pubblico ministero Antonio Ingroia aveva in precedenza chiesto la conferma dell' ordinanza del 2 luglio scorso con la quale veniva consentita la presenza dei giornalisti all' udienza in cui doveva deporre Berlusconi. Il tribunale ha invece deciso che l' interrogatorio si svolgera' a porte chiuse, escludendo le persone esterne al processo e i rappresentanti della stampa.

25 novembre 2002 - MAFIA: PRESTIPINO, FORSE NON HANNO TROVATO CIO' CHE CERCAVANO
ANSA:
"Ritengo che chi ha tentato di violare il mio computer non abbia trovato quello che cercava". A 48 ore dalla scoperta del tentativo di manomissione del suo personal computer, il Pm Michele Prestipino e' convinto che chi ha cercato informazioni segrete nel suo pc non le ha trovate. Di piu' il magistrato della Dda che coordina le indagini piu' scottanti su Cosa Nostra non vuole dire, ma dalle indiscrezioni che filtrano dagli ambienti giudiziari palermitani scossi da questo tentativo di intrusione emerge che gli elementi investigativi piu' significativi erano gia' al sicuro, custoditi in un altro computer. E le stesse indiscrezioni allargano l'area di interesse: non sarebbero solo le dichiarazioni del pentito Nino Giuffre' e del neo-dichiarante Pino Lipari ad avere acceso la curiosita' di chi e' entrato di notte nella stanza del pm, ma anche tutti gli elementi fin qui acquisiti dalla squadra investigativa supersegreta che sta dando la caccia al boss latitante Bernardo Provenzano, capo di Cosa Nostra. Che i misteriosi profanatori della Procura volessero conoscere il livello di profondita' delle indagini tese a catturare Provenzano e' un' ipotesi che in Procura viene definita 'plausibile'. Continuano, intanto, i rilievi della polizia scientifica. Sono almeno tre le impronte digitali trovate sul computer del sostituto procuratore della dda. Dai primi accertamenti eseguiti dal gabinetto regionale di polizia scientifica le tracce sarebbero tutte recentissime. Impronte digitali sarebbero state rilevate ai lati dell' hard disk, un' altra, di un pollice protetto da un guanto, sopra la macchina. Mentre si attendono i risultati della perizia che deve accertare se la memoria del computer sia stata copiata, le prime ricostruzioni hanno stabilito che chi ha smontato il pc si e' dovuto sdraiare per terra in uno spazio angusto. Un' operazione particolarmente difficoltosa che, secondo chi indaga, potrebbe avere provocato l' inversione dei cavetti che ha fatto scattare l' allarme sabato mattina.

26 novembre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: BERLUSCONI SI AVVALE FACOLTA' NON RISPONDERE
ANSA:
Silvio Berlusconi non ha risposto alle domande dei magistrati di Palermo, avvalendosi della facolta' di non rispondere in quanto indagato in procedimento connesso archiviato.
A dare la notizia e' stato Enzo Trantino, difensore di Marcello Dell' Utri, che ha lasciato per primo Palazzo Chigi. Subito dopo e' arrivata la conferma del difensore di Berlusconi, Nicolo' Ghedini: "Il presidente del Consiglio - ha detto - ha ritenuto di seguire le indicazioni dei difensori, di Dinacci e mia, di avvalersi della facolta' di non rispondere".
L' incontro del premier con i giudici del Tribunale di Palermo a Palazzo Chigi e' durato circa cinque minuti. Il Tribunale ha rivolto al Presidente del Consiglio "l' invito di prammatica a testimoniare", come ha riferito il difensore della parte civile Ennio Tinaglia. Berlusconi ha subito dopo comunicato di avvalersi della facolta' di non rispondere. Il pm Ingroia aveva sottolineato al Presidente del Consiglio l' esigenza di arrivare comunque "all' accertamento della verita' ", come ha riferito ancora Tinaglia. In sostanza, il pm aveva invitato il premier a rispondere almeno alle domande che non lo riguardavano direttamente, ma Berlusconi si e' avvalso in toto della facolta', prevista dal codice, di non rispondere alle domande dei giudici e delle parti.
L' udienza speciale riservata all' interrogatorio di Berlusconi si e' tenuta nella sala verde di Palazzo Chigi. Il premier sembrava "un tantino teso", ha riferito ancora l' avvocato Tinaglia.
Il presidente del Consiglio sembrava "molto teso e non credo sia stata un'impressione solo mia" ha rimarcato successivamente l'avvocato della parte civile, conversando con i giornalisti. Mentre Trantino ha confermato che i magistrati di Palermo hanno invitato Berlusconi a deporre: "hanno insistito perche' il presidente del Consiglio rispondesse su determinate circostanze, anziche' su altre. Ma siccome era globale la rinuncia alla risposta, tutto si e' concluso con l'intervento del presidente del tribunale che ha cosi' dichiarato chiuse le ostilita' tra accusa e difesa".
Nel corso della breve udienza a Palazzo Chigi, i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto ai giudici del tribunale di acquisire i verbali di interrogatorio di Silvio Berlusconi. Si tratta di sei atti che sono stati redatti da diverse autorita' giudiziarie, che riguardano in particolare i contatti fra il presidente del Consiglio e il suo ex fattore Vittorio Mangano, ritenuto un boss di Palermo, deceduto due anni fa in carcere. Le date dei verbali risalgono al 1974, al 1981, al 1982, al 1987, al 1991 e al 1996. La difesa del senatore Dell' Utri si e' riservata di esprimere un parere. Il processo e' stato aggiornato al 3 dicembre a Palermo.

E' durata 21 minuti l'udienza del processo a Marcello Dell'Utri, svoltasi oggi a Palazzo Chigi, durante la quale il premier Berlusconi si e' avvalso della facolta' di non rispondere. A raccontare i particolari e' stato Enzo Trantino, deputato di An e difensore di Dell'Utri, parlando con i giornalisti alla Camera. "Berlusconi - ha spiegato Trantino - in quanto indagato di un reato connesso, sebbene archiviato, aveva la facolta' di essere assistito dai suo legali". "Berlusconi risultava tra i testi da ascoltare - ha proseguito Trantino - perche' era inserito nella lista presentata dalla difesa cinque anni fa. Tuttavia in questi cinque anni tutti i fatti e le circostanze su cui poteva essere utile ascoltare Berlusconi sono state ampiamente chiarite, per cui la richiesta dei Pm di ascoltarlo oggi e' stata un'attivita' puramente vessatoria". All'inizio dell'udienza, ha proseguito Trantino, "Berlusconi, su suggerimento dei legali, si e' avvalso della facolta' di non rispondere". Ai giornalisti che chiedevano se i Pm hanno fatto commenti o domande sulla decisione di Berlusconi, Trantino ha risposto: "Eventuali interventi dei Pm sono stati fermati, molto correttamente, dal presidente Guarnotta". "A questo punto - ha concluso Trantino - Berlusconi esce di scena da questo processo. L'unica possibilita', remota, e' che sia lui stesso a richiedere di essere ascoltato, in quanto ex indagato in un processo archiviato".

27 novembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: CORTE NEGA DIRETTA A RADIO RADICALE
ANSA:
Con un'ordinanza firmata dal presidente Salvatore Scaduti e' stata negata a Radio Radicale l'autorizzazione a trasmettere in diretta domani l'udienza del processo Andreotti. La notizia e' emersa durante lo speciale Giustizia trasmesso dall'emittente radiofonica. 'Considerato - e' scritto nell'ordinanza - che non sono sopravvenuti nel processo fatti nuovi che giustifichino una ripresa in diretta l'autorizzazione di una cronaca in diretta audio-video puo' costituire motivo di intralcio del processo oltre che fattore di disturbo per l'ordinato svolgimento delle udienze'. Con una precedente ordinanza emessa il 20 aprile 2001 lo stesso presidente Scaduti aveva autorizzato Radio Radicale alla messa in onda 'in diretta' delle udienze del processo d'appello nei confronti di Andreotti. Nell'udienza di domani e' previsto il deposito di una maximemoria difensiva di 1200 pagine e le dichiarazioni spontanee del senatore a vita, presente in aula.

28 novembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: TRASMESSI VERBALI GIUFFRE'
"Il Corriere della sera"
Trasmessi i verbali dell'ex braccio destro di Provenzano. Il senatore a vita presenterà una memoria di mille pagine
Andreotti: non temo le accuse di Giuffrè
Oggi riprende il processo di Palermo: dopo dieci anni cosa volete che aggiunga un pentito in più?
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Giulio Andreotti torna nel palazzo di giustizia dove è stato assolto e dove continuano a processarlo per mafia. Torna con un carico giudiziario che pesa sul suo destino e divide l'Italia, il verdetto di Perugia, l'accusa di avere ordinato l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Torna per offrire con i suoi avvocati una memoria scritta di mille pagine e per fare dichiarazioni spontanee sui capi d'accusa cancellati a Palermo con la sentenza di primo grado.
Ma, come in un gioco di contropiede, la partita si anima, s'accende e forse si avvelena, perché, mentre Andreotti si preparava a decollare per Palermo, nell'ufficio della Procura generale, pubblica accusa nei processi d'appello, è arrivato un dossier di 60 pagine con una parte dei verbali sottoscritti nelle ultime settimane da Antonio Giuffrè, il superpentito arrestato in aprile, il braccio militare dell'imprendibile Bernardo Provenzano.
Un dossier trasmesso dai magistrati della Procura della Repubblica ai loro colleghi della Procura generale perché valutino se usare il nuovo carico di strali contro Andreotti. E questo significherebbe riaprire il dibattimento in appello su alcuni dettagli come gli incontri avvenuti nel 1984 fra il capomafia Michele Greco, allora latitante, e Nino Salvo, l'esattore che avrebbe tenuto i contatti con il "referente romano".
E' il primo argomento di conversazione per Andreotti appena giunto a Palermo ieri sera alle 7 nella sua stanza-ufficio dell'Hotel delle Palme per un incontro operativo con gli avvocati Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Bongiorno. Cappotto blu, sciarpa bianca come le sue guance, sembrava un po' spaesato quando gli hanno spalancato la vetrata liberty di quest'albergo dove torna con quell'aria diligente da imputato pronto ad andare in aula, pronto a presentarsi ai suoi giudici, fiducioso.
O almeno così assicura parlando di quel "contropiede", delle rivelazioni di Giuffrè: "Nessuna apprensione. Se ci sono carte, le leggeremo. Ma cosa vuole che aggiunga un pentito dopo 10 anni di pentiti?".
Poi, cercando la Bongiorno, la mascotte della sua difesa, muovendo il capo con le pupille dilatate dalle lenti chiare: "Le dichiarazioni sono quelle pubblicate da l'Unità ?". Un quesito buttato lì non per caso: "Lo dico senza polemica, ma non si capisce dove finiscano le carte dei processi... Dovrebbero essere depositate prima in Cancelleria...".
Brevi, veloci accenni fra i velluti dorati di una hall dove le parole sono smorzate da una piccola folla di turisti e di palermitani in movimento verso il "presidente". Tutti a stringere la mano. Qualcuno sul punto di genuflettersi come se davanti avesse un cardinale. E un distinto signore, cercando la mano di Andreotti, come fosse il capo di una delegazione diplomatica: "Stima incondizionata, eccellenza. Più di prima". E per il senatore a vita è come respirare ossigeno puro: "Vedo che la stima aumenta ogni volta che torno a Palermo. Ma preferirei che le occasioni fossero ben diverse. Invece, da dieci anni...".
Dal banco portineria spiegano che bisognerebbe firmare un modulo di arrivo in hotel. Ma forse non c'è bisogno, come vecchio cliente, azzarda la Bongiorno. Bloccata dall'"imputato" che non rinuncia alla sua proverbiale ironia: "No, no. Io firmo. Magari poi dicono che quel giorno non ero a Palermo...".
Ma le battute saranno smorzate oggi da ben altra atmosfera, perché l'udienza fissata per le 9.30 potrebbe trasformarsi nell'inizio del vero processo d'appello finora stancamente trascinato dall'aprile 2001 con un massimo di due udienze al mese. E, chissà, Giuffrè potrebbe irrompere d'un tratto in prima persona, chiamato a testimoniare. Come accadde ai tempi di Buscetta e di altri piccoli e grandi pentiti.
Tutto dipenderà dalle scelte di Daniela Giglio e Anna Maria Leone, rigide rappresentati dell'accusa, ieri impegnate in una affannata lettura del dossier Giuffrè. Lo stesso sul quale il professor Franco Coppi non può fare alcun commento: "Non possiamo accontentarci dei giornali. Ma non ci sarà battaglia contro le dichiarazioni di un nuovo pentito. Se ci sono, che vengano". Stessa posizione del penalista con studio a Palermo, Sbacchi, irritato: "Siamo alle solite. Finiscono sui giornali i contenuti di verbali trasmessi da un ufficio giudiziario ad un altro. E' il solito sistema di imbonire l'opinione pubblica attraverso i mass media, senza che si possa replicare a fatti che la difesa non conosce".
Il clima si avvelena, alimentato anche dalle voci che inquietano il mondo politico per altre clamorose rivendicazioni in arrivo, quelle dell'ultimo pentito, Pino Lipari, il geometra dell'Anas che, da "signore degli appalti" di Cosa Nostra avrebbe tenuto personalmente i contatti con uomini politici, imprenditori, avvocati per conto di Provenzano. Ed è la sinistra ombra di quest'ultimo che si proietta nell'appello palermitano di Andreotti. Come accadde in primo grado, quando a dominare la scena fu l'immagine di un improbabile bacio con Riina.
Felice Cavallaro

28 novembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI; IL PG CHIEDE DI SENTIRE GIUFFRE'
"Il Nuovo"
Andreotti in aula, il pg chiede di sentire Giuffrè
Il senatore a vita è arrivato al palazzo di Giustizia di Palermo per rendere dichiarazioni spontanee nel processo d'Appello in cui è imputato di associazione mafiosa. Il pg chiede di sentire il pentito Giuffrè.
PALERMO - Riprende il processo di Palermo contro Andreotti e il senatore a vita si presenta di persona in aula, per rendere dichiarazioni spontanee nel processo d'appello in cui è imputato di associazione mafiosa, dopo essere stato assolto in primo grado. E subito l'accusa fa una mossa a sorpresa, chiedendo che possa deporre il neopentito di Cosa Nostra Nino Giuffrè.
L'ex presidente del Consiglio al suo arrivo ha dribblato i giornalisti, è entrato nell'aula dove si svolge il processo e ha preso posto accanto ai suoi legali, Giulia Bongiorno, Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi, tutti e tre presenti. La difesa di Giulio Andreotti presenterà una memoria di oltre mille pagine: il dossier focalizza i temi del processo, che si avvia verso la conclusione, e riassume le tesi sviluppate dal senatore durante il dibattimento di primo e di secondo grado.
Il pubblico ministero Daniela Giglio ha chiesto alla corte di Appello di sentire il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè. Contestualmente il pg ha messo a disposizione della corte e della difesa due verbali, redatti uno il 7 novembre dalla procura di Palermo, l'altro il 16 ottobre scorso, con la trascrizione delle dichiarazioni rese da Giuffrè a Padova nel processo alle cosche di Termini Imerese.
Nel verbale del 16 ottobre il collaboratore ha parlato in quella occasione di vertici della cupola che tra il 1981 e il 1982 si sarebbero svolti nella sua casa di campagna e che avrebbero sancito il passaggio del potere di comando da Michele Greco a Totò Riina e Bernardo Provenzano. A quel tempo Greco era latitante e aveva trovato rifugio nelle campagna dei Caccamo. Nel suo covo,secondo Giuffrè, avrebbe incontrato influenti personaggi che venivano da Palermo. Il collaboratore ha fatto due nomi: l' ex esattore Nino Salvo e Luigi Gioia, fratello dell' ex ministro Dc
Giovanni. 'Michele Greco confido' a me e al mio capo mandamento Francesco Intile che si doveva muovere nell' interesse di Cosa Nostra. E siccome Salvo e Gioia avevano contatti molto influenti a Roma, Greco pregava i suoi interlocutori di intervenire in alto loco per limitare i danni e aiutare cosa nostra'. I 'danni' a cui fa riferimento Giuffrè sarebbero quelli provocati all' inizio degli anni 80' dall' indagine della magistratura e dalla guerra di mafia.
L' avvocato Franco Coppi, ha chiesto ai pubblici ministeri di leggere i verbali del pentito Nino Giuffrè senza gli omissis, uno dei quali,
secondo il legale, nasconderebbe "il nome di un importante uomo politico democristiano al quale dopo l' omicidio di Salvo Lima Cosa Nostra avrebbe chiesto un appoggio". Il legale non ha formulato ipotesi sul nome dell' esponente politico, ma ha fatto intendere che "sicuramente non è Andreotti". La Procura Generale ha accolto la richiesta, annunciando che fornirà nel corso dell' udienza i verbali integrali. Il difensore di Andreotti ha infine detto che si opporrà all' acquisizione dei verbali "perchè non servono assolutamente a nulla".
L'interesse sul processo si è improvvisamente riacceso dopo la sentenza con la quale i giudici di Perugia hanno condannato l'ex presidente del Consiglio a 24 anni per il delitto Pecorelli. A Palermo il senatore è imputato di associazione mafiosa: è stato assolto in primo grado, ma in Appello i procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone hanno chiesto la condanna a 10 anni di reclusione. Quella di oggi è una delle ultime udienze prima della sentenza, prevista per i primi del 2003.

29 novembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: PROCURA CHIEDE RIAPERTURA DIBATTIMENTO
"Il Messaggero"
La Procura ha chiesto di riaprire il dibattimento per ascoltare il nuovo pentito Giuffré. La corte deciderà il 13 dicembre
Andreotti: "Quaggiù chiedo solo giustizia"
Processo d'Appello a Palermo, il senatore in aula: "Non invocherò mai il legittimo sospetto"
dal nostro inviato
RITA DI GIOVACCHINO
PALERMO- Era nell'aula di Palermo, ieri mattina, Giulio Andreotti, pronto a dare nuovamente battaglia per uscire indenne da una saga giudiziaria che avrebbe dovuto concludersi in tempi stretti e invece dura da 10 anni. Ha fretta il Senatore, nonostante i suoi inossidabili 84 anni, teme di non farcela a vederne la fine. No, non farà mai ricorso al "legittimo sospetto", chiarisce subito, non è nel suo stile ricursare i giudici, anzi li affronta, chiede di fare dichiarazioni spontanee. Non perdete tempo con i nuovi pentiti, dice, ora che quel Nino Giuffré il 7 novembre scorso ha allungato la lista dei testi a carico con decine di pagine di verbali. Tanto raccontano tutti la stessa storia, smentirli è solo una perdita di tempo e lui tempo non ne ha più molto: "Prego Iddio di farmi restare in vita fino alla giusta conclusione, per tante cose dovrò fare affidamento sulla misericordia, ma quaggiù io chiedo giustizia e mi rifiuto di credere che i nostri ordinamenti non rendano sicura questa oggetività".
Con il suo capottino scuro, la sciarpa attorcigliata attorno al collo, per la prima volta Andreotti appare stanco e anche emozionato quando siede al centro dell'aula, la cartellina gli cade a terra mentre siede, le mani tremano leggermente, la voce è incerta, ma poi a poco a poco si riprende ed il suo diventa uno sferzante "j'accuse" contro i pentiti, lancia stilettate contro la Procura troppo disinvolta nell' insinuare sospetti, con orgoglio rivendica "gli eccezionali momenti positivi" dei suoi 50 anni di vita parlamentare e di governo che lo hanno visto costantemente impegnato nella lotta contro la mafia. Non è lui il "referente romano di Cosa Nostra", nessun atto specifico gli viene contestato, i ricordi dei pentiti sono "generici, labili e confusi". Tutti come Giuffré e ai suoi avvocati (il professor Coppi, la giovane Giulia Bongiorno e Gioacchino Sbacchi) è bastata una lettura di mezz'ora per dichiarare l'inattedibilità e la genericità delle dichiarazioni del pentito. E dunque si sono opposti a che il dibattimento si riapra per acquisire i verbali, anche se il Senatore sarebbe al limite disposto ad affrontare Giuffrè per un confronto che non ha mai rifiutato con altri pentiti.
Con Buscetta Andreotti ha il dente avvelenato, in questi giorni di "doloroso stupore" che hanno seguito l'imprevedibile condanna a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista Pecorelli. Anche lui, dice, ha raccontato falsità e la Procura è intervenuta solo per correggere l'errore: "Prendiamo la storia del mio incontro con Badalamenti che sarebbe venuto a trovarmi in studio con il cognato Filippo Rimi. Alla data indicata, dicembre '71, erano tutti in carcere, così Buscetta è stato costretto a modificare la data dopo l'interrogatorio di Badalamenti negli Usa". Dente avvelenato anche con Balduccio Di Maggio, la cui "storia del bacio" ha avuto seguiti nel varietà. Ricorda un episodio da brividi nella schiena: "Come quando, dopo l'arresto del figlio, minacciò in aula i pm affermando che si sarebbe portato dietro mezza Procura e seguì solo silenzio". No, il dibattimento non va riaperto, ribadisce l'avvocato Coppi, subito la sentenza. Ma la Corte si è riservata di decidere il 13 dicembre.

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
MAFIA
Autodifesa del senatore a vita a Palermo. De Gennaro era nel mirino dei boss
Andreotti contro Giuffrè
Il pentito fa il nome di Martelli. L'ex ministro: spazzatura
PALERMO Giulio Andreotti prega Dio perché lo faccia vivere fino alla fine delle sue vicende giudiziarie. Ma sulla scena del processo di Palermo irrompe, creando un po' di scompiglio, il nuovo collaboratore Antonino Giuffrè. Ed è subito battaglia tra l'accusa, che deposita i verbali e chiede di sentire Giuffrè riaprendo l'istruzione dibattimentale, e la difesa che giudica quelle carte tanto vaghe quanto "inutili". Per sapere come finirà bisognerà attendere il 13 dicembre quando la corte scioglierà ogni riserva.
Il processo che stava ormai avviandosi verso la conclusione vive così un improvviso soprassalto. Non solo per Giuffrè ma anche per l'eco inevitabile della sentenza di Perugia che condanna Andreotti a 24 anni per il delitto Pecorelli.
Andreotti parla per 40 minuti circa, attacca i pentiti, lancia stilettate contro la Procura. Il senatore non accetta il ruolo di "referente romano di Cosa nostra". Tantomeno la collocazione all'interno di un sistema di "scambio di favori e di alleanze" con la mafia. Nessun fatto specifico, contesta, gli viene attribuito. E quando i collaboratori abbondano in particolari per rendere più credibili le loro dichiarazioni lui è in grado di neutralizzarli e di farli ritirare "con le pive nel sacco". Del resto i pentiti, sostiene ancora Andreotti, hanno raccontato un sacco di falsità ma non per questo la Procura ha rinunciato a seguire le loro indicazioni.
Le "dichiarazioni spontanee" di Andreotti non fanno calare ancora il sipario sul processo. Giuffrè ha aperto un capitolo nuovo, tutto da leggere, sui "collegamenti romani" di Cosa nostra. Il pentito cita due "mediatori": l'ex esattore Nino Salvo e Luigi Gioia, fratello dell'ex ministro dc Giovanni. Ma in uno dei due verbali un omissis copre il nome di un terzo esponente politico. La difesa chiede e ottiene la versione integrale e sotto l'omissis spunta il nome dell'on. Mario D'Acquisto, ex presidente della Regione. A lui, dice Giuffrè, pensava Bernardo Provenzano per avere appoggi dopo l'uccisione di Salvo Lima, leader andreottiano in Sicilia. Ma poi il contatto non fu neppure cercato perché intanto si seguivano "nuove prospettive".
IL CASO MARTELLI -
Nell' intervento con cui si è opposto all'acquisizione dei verbali delle dichiarazioni di Antonino Giuffrè, l'avvocato Franco Coppi, difensore di Giulio Andreotti, ha citato, tra gli altri, un passaggio che riguarda l'ex ministro Claudio Martelli. Secondo il pentito Giuffrè l'ex Guardasigilli si sarebbe messo a disposizione "personale e del Psi" per appoggiare Cosa nostra. I mafiosi però, secondo il racconto di Giuffrè riferito in aula da Coppi, non si sarebbero più fidati di Martelli perché avrebbero saputo dai giornali che il parlamentare era rimasto coinvolto in una storia di droga mentre faceva rientro da un paese estero. Da quel momento la mafia, considerato che il Psi non aveva appoggiato Cosa nostra come i boss si attendevano, decise di ucciderlo. Martelli replica : "È vecchia spazzatura: Giuffrè non dice nulla di nuovo sui presunti rapporti tra mafia e Psi". E aggiunge: "Mafia scandalizzata per la storia di Malindi? Se fosse vero, ci sarebbe da commentare "viva lo spinello!".
DE GENNARO DOVEVA ESSERE UCCISO -
Nella lista delle persone da assassinare Cosa nostra aveva inserito il nome di Gianni De Gennaro, attuale capo della polizia. È un'altra delle rivelazioni di Giuffrè. Secondo il pentito i sicari avrebbero dovuto assassinare l'ex ministro Calogero Mannino, accusato di "non aver mantenuto le promesse". Giuffrè ricorda inoltre che i boss facevano "grosso affidamento" in un altro ex ministro siciliano, Salvo Andò, mentre afferma che il governo regionale guidato da Rino Nicolosi venne formato con alle spalle l'ombra della mafia che diede il suo assenso. I boss avevano anche pensato di uccidere Andreotti, ma il progetto fu subito accantonato.

29 novembre 2002 - ANDREOTTI: VENDETTA MAFIA PERCHE' LI HO FATTI ARRESTARE"
I mafiosi si vendicano perché li ho fatti arrestare"
di Saverio Lodato
PALERMO L'udienza è fissata alle 9 e 30. Andreotti sta seduto al banco degli imputati già alle 8 e 40. Arriva prima di tutti. Aspetta la corte e inganna il tempo scrivendo con pennarello nero sui fogli del Senato. I fotografi non gli danno tregua. Indossa il suo solito vestito blu. Quando, intorno alle undici di ieri mattina, i procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone depositano sul tavolo dei difensori i nuovi verbali del pentito Antonino Giuffrè che lo chiamano in causa, lui non si avventa su quelle carte. Resta impassibile.
Sono Franco Coppi, Giulia Bongiorno, Gioacchino Sbacchi, i suoi tre difensori, a suddividersi l'ultimo malloppo cartaceo conosciuto, per un primo rapido esame a volo d'uccello. Stop dell'udienza. Il presidente Salvatore Scaduti accoglie le richieste di intervallo. I tre avvocati hanno le teste chine su quei fogli maledetti.
Sei occhi che sembrano altrettanti raggi laser che scrutano ogni frase, ogni periodo, ogni data di queste altre centinaia di pagine che si sono abbattute sul processo d'appello, rendendo persino probabile la riapertura dell'istruzione dibattimentale. Dopo circa un'ora e mezza, l'imputato viene informato dai legali che - a loro giudizio - in quelle carte c'è poco, davvero molto poco. Solite ch