Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - ottobre
 
1 ottobre 2002 - 26 ERGASTOLI A PALERMO PER OMICIDI DEGLI ANNI '80
ANSA:
Si e' concluso con 26 ergastoli il processo agli esponenti di spicco della cupola mafiosa accusati di avere ordinato una ventina di omicidi negli anni '80. La sentenza e' stata emessa, dopo cinque giorni di camera di consiglio dalla corte di assise di Palermo, presieduta da Angelo Monteleone. Il pubblico ministero Marcello Musso aveva chiesto 32 ergastoli. Il carcere a vita e' stato inflitto tra l'altro a Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calo', Michele Greco il "papa", Michelangelo La Barbera, Mariano Tullio Troia e Raffaele Ganci. La catena di delitti, legata a un filone della guerra di mafia, di cui erano accusati gli uomini della cupola e altri capimandamento, comprendeva tra l'altro uccisione dell' imprenditore Pietro Puccio, assassinato tra i viali del cimitero dei Rotoli. Il fratello Vincenzo, indicato come uno dei killer del capitano Emanuele Basile, era stato assassinato la notte precedente in cella, nel carcere dell'Ucciardone. Nel processo erano confluiti anche le uccisioni di altri tre boss: Rosario Riccobono, capo della cosca di San Lorenzo-Pallavicino; Antonio Minore, capomafia di Trapani; Totuccio Inzerillo, uno degli uomini di punta dell' ala "perdente". L'uccisione di Inzerillo viene indicata come un punto di svolta della guerra di mafia scatenata dai corleonesi per il controllo della struttura gerarchica di Cosa nostra. Pochi giorni prima di Inzerillo era stato ucciso con lo stesso Kalashnikov Stefano Bontade, boss di Villagrazia, esponente del gruppo "tradizionalista" alleato di Tano Badalamenti. Riccobono sarebbe stato eliminato con un tranello: invitato con altri suoi uomini a una cena di "chiarimento" e di riconciliazione, sarebbe stato poi strangolato. All'ergastolo sono stati condannati anche Giuseppe Agrigento e gli imprenditori Antonino e Salvatore Buscemi, indicati come uomini d'onore della cosca dell'Uditore e braccio economico della mafia degli anni '80. I pentiti Giovanni Brusca e Marco Favaloro, che hanno svelato i retroscena di alcuni delitti e descritto le linee strategiche della guerra di mafia, sono stati condannati rispettivamente a 13 e 12 anni di carcere. E' stata invece stralciata per motivi di salute la posizione di Gaspare Bellino.

1 ottobre 2002 - GRASSO, NESSUN INTERROGATORIO GIUFFRE' SU STRAGI 1992
ANSA:
"Nessun interrogatorio ha avuto come contenuto le stragi di Capaci e di via D' Amelio. E' un atto che spetta ai colleghi di Caltanissetta, che lo compiranno al piu' presto". Lo dice il Procuratore di Palermo, Pietro Grasso, commentando alcune indiscrezioni circa presunte rivelazioni rese dal neo pentito Nino Giuffre'. "La notizia secondo cui sono state rese dichiarazioni sulla strategia stragista di Toto' Riina, pubblicate da un quotidiano - afferma il Procuratore - e' assolutamente destituita di fondamento. La cosa piu' grave e' l' uso di frasi virgolettate che danno al lettore il convincimento che si tratti di citazioni da verbali, che in realta' sono inesistenti". Grasso non ha invece voluto fare alcun commento circa l' indiscrezione, pubblicata da un altro quotidiano, relativa a un suo incontro con il presidente della Repubblica Ciampi, avvenuto lunedi' scorso al Quirinale, nel corso del quale il Procuratore avrebbe informato il Capo dello Stato dei risvolti relativi al pentimento del boss Nino Giuffre'.

2 ottobre 2002 - MORI A COMMISSIONE ANTIMAFIA: PER GIUFFRE' C' E' CHI TREMA
"Il Messaggero"
Il capo del Sisde ha parlato per cinque ore davanti alla Commissione Antimafia. Brutti (ds): "Per Giuffrè c'è chi trema, anche a Roma"
"Cosa Nostra prepara una stagione di sangue"
Mori: "Dopo l'approvazione del 41 bis c'è da aspettarsi un'azione disperata e violenta"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA - Una nuova stagione di sangue starebbe per mettere fine al lungo silenzio di Cosa Nostra. Forse un'azione eclatante, ma non si esclude neppure omicidi mirati all'interno di una latente guerra di mafia già in atto. Questa l'agghiacciante previsione del capo del Sisde, Mario Mori, durante l'audizione svoltasi ieri all'Antimafia. Cinque ore fitte di domande e risposte interamente secretate per la riservatezza di molti argomenti, a partire dalle recenti rivelazioni del pentito Giuffré. "C'è molta tensione nelle carceri, dopo l'approvazione del 41 bis mi aspetto un'azione disperata e violenta", ha detto Mori così motivando la sua analisi: "C'è uno scontro molto duro, per interessi che si vanno sempre più divaricando, tra i detenuti, facenti quasi tutti capo a Riina e Bagarella, e la mafia degli affari attivamente impegnata all'esterno".
Mori ha disegnato due scenari, già presenti nel rapporto del Sisde dove venivano indicati come possibili obiettivi Previti e Dell'Utri. C'è la spaccatura interna ai corleonesi, ma c'è anche la possibile ritorsione nei confronti di politici colpevoli, agli occhi dei mafiosi, di aver fatto "promesse non mantenute". Solo ragionamenti però, avverte Mori: "Ipotesi elaborate dal servizio sulla base di informazioni raccolte nel circuito carcerario, oltre ad una fonte esterna". Il fosco quadro, come sappiamo, è stato recentemente arricchito da Nino Giuffré che ha rivelato un progettato attentato contro l'ex presidente dell'Antimafia, Giuseppe Lumia, di cui nessuno sapeva nulla. Le domande fioccano: come mai nessuna fonte raccolta dalla nostra intelligence ne aveva fatto cenno? E come si colloca la cattura del numero due di Cosa Nostra? E' stato arrestato, come si bisbiglia, grazie ad una soffiata degli uomini di Riina o sta accadendo qualcosa di nuovo nell'universo mafioso?
Mori lo ha ammesso: questo terzo scenario è quello meno perlustrato finora dal Sisde. "Ma ci sono segnali su cui occorre riflettere- dice- non solo l'arresto di Giuffré, anche la vicenda Sansone". Il riferimento lapidario, del capo del Sisde, è al proprietario della villa all'Uditore dove viveva Riina quando fu arrestato, un uomo di sua stretta fiducia. Da tempo latitante si sarebbe consegnato proprio una settimana fa. Un segnale, fa intendere Mori. Anche prima delle stragi del '93 furono molti i boss che si fecero arrestare, in questo caso potrebbe esserci il timore di una vendetta interna. Riflette Massimo Brutti (ds): "Ci sono mutamenti in atto, per capirlo dobbiamo sapere chi ha fatto catturare Giuffrè. Non escludo che potrebbe essere lo stesso Provenzano". E aggiunge: "Questa collaborazione apre uno scenario nuovo, credo che molte persone stiano tremando, non solo a Palermo, anche a Roma: la forza della mafia sta nel rapporto con la politica, indicazioni importanti verranno quando Giuffré rivelerà i mandanti del progettato attentato contro Lumia, ne potrebbe emergere un quadro molto aggiornato dei nuovi referenti rispetto a quelli di quindici anni fa". E Carlo Vizzini, di Forza Italia, avanza un'ipotesi: "Quello che dice Giuffré può definire scenari di contrapposizioni tra gruppi, future mosse e collusioni. Per l'attentato a Lumia ad esempio adombra forti interessi imprenditoriali e finanziari esterni a Cosa Nostra". E l'ex presidente dell'Antimafia, sfuggito all'attentato ribadisce una sua tesi: "La strategia di Provenzano, che non è un mafioso "buono" come lo vanno dipingendo, potrebbe essere quello di colpire pezzi sani delle istituzioni, quelli più impegnati nella lotta contro la mafia, scaricando la colpa dei delitti sui boss in carcere per accelerare una stretta repressiva attraverso il 41 bis e altre misure solo nei confronti di chi si è reso visibile". Intanto qualcuno ha fatto trovare una lettera con due bossoli al centro di smistamento postale di Lamezia Terme, dove l'Antimafia si è recata per un'indagine, qualche giorno fa. Commento del presidente Centaro: "Un gesto di infima caratura".

4 ottobre 2002 - STRAGE PORTELLA DELLA GINESTRA: PER CASARRUBEA AUTORE FU 'FRA DIAVOLO'
"Il Mattino"
NUOVA RICOSTRUZIONE
"Strage di Portella, l'artefice non fu Giuliano"
Secondo lo storico Casarrubea l'autore dell'eccidio fu Fra' Diavolo, poi ucciso dai carabinieri
Il vero carnefice nella strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, in cui furono uccise 11 persone, non fu il bandito Salvatore Giuliano con i suoi "picciotti", ma Salvatore Ferreri, detto Fra' Diavolo, che agì in esecuzione di un piano di matrice politico-mafiosa.
Il nuovo scenario che mette in discussione le verità processuali su quella che è stata definita la "prima strage di Stato", è descritto in un articolo-inchiesta di Angelo Vitale e Walter Molino, pubblicato oggi sul settimanale "Il Diario".
La rilettura della strage di Portella avviene attraverso la vicenda del processo per diffamazione allo storico siciliano Giuseppe Casarrubea, che proprio questa mattina comparirà davanti ai giudici della sezione distaccata del Tribunale di Partinico, citato in giudizio da Salvatore Giallombardo, all'epoca dei fatti giovane capitano dei carabinieri.
Casarrubea, a conclusione di lunghe ricerche storiche, fondate anche sui documenti desecretati in occasione della cinquantesima ricorrenza della strage, ha scritto e dichiarato pubblicamente che Fra' Diavolo fu ucciso a sangue freddo da Giallombardo in una stanza della caserma dei carabinieri della compagnia di Alcamo, perché complice e testimone scomodo dei torbidi intrecci mafia-politica-banditismo. L'ufficiale dell'Arma dichiarò invece di aver ucciso il bandito e le persone che erano con lui, in un "normale" conflitto a fuoco. L'urgenza di eliminare Fra' Diavolo, secondo Casarrubea, nasceva proprio all'indomani della strage di Portella e degli assalti alle Camere del Lavoro del palermitano, avvenuti nella notte tra il 22 e il 23 giugno del 1947. Ad orchestrare i fatti, sarebbe stato, secondo le tesi di Casarrubea, proprio Fra' Diavolo, protetto e manovrato da "pezzi deviati" dello Stato.
Il nuovo scenario storico ridisegnerebbe il ruolo e la figura del famigerato bandito Giuliano, che pur violento e sanguinario, e ben lontano dalle romantiche narrazioni dei cantastorie siciliani, si sarebbe recato a Portella con l'unico intento di processare pubblicamente e giustiziare l'allora leader comunista siciliano Girolamo Li Causi (che quel giorno invece non era a Portella), dopo aver sparato in aria per spaventare e disperdere la folla. Il bandito di Montelepre sarebbe stato dunque solo una pedina manovrata da chi voleva veramente la strage, e Fra' Diavolo, con il suo gruppo di fuoco posto in una posizione d'attacco diversa da quella di Giuliano e dei suoi "picciotti", sarebbe stato il vero esecutore materiale.
Questa mattina, prima dell'udienza che vede imputato lo storico siciliano, l'Associazione "Non solo Portella" mostrerà ai giornalisti i ritratti dei sindacalisti ammazzati dalla mafia, per alcuni dei quali non sono mai stati neppure istruiti i processi. In aula ci saranno i familiari dei caduti di Portella.

4 ottobre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI A PALERMO: PER DIFESA EPISODICI RAPPORTI CON SINDONA
"La Sicilia"
"Tra Andreotti e Sindona solo rapporti episodici"
PALERMO - I rapporti di Andreotti con Michele Sindona sono stati sporadici e occasionali. Il senatore non conosceva inoltre i legami del finanziere con ambienti mafiosi. E' la tesi sostenuta dalla difesa alla ripresa del processo d'appello di Palermo. Dopo la pausa estiva (l'ultima udienza è del 13 giugno) ieri è intervenuto l'avv. Gioacchino Sbacchi che proseguirà la sua arringa per almeno altre due udienze fissate in calendario per il 17 e il 31 ottobre. E' probabile che per accelerare la conclusione del dibattimento la difesa presenti una lunga memoria nella quale saranno messe a punto in modo sistematico le proprie tesi sui punti principali del giudizio. Sul caso Sindona, Sbacchi ha contestato la prospettazione dell'accusa che recepisce, a suo parere acriticamente, le dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Di Carlo, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo. I collaboratori hanno sostenuto che Sindona avrebbe riciclato nelle sue banche capitali mafiosi.

4 ottobre 2002 - PORTELLA DELLA GINESTRA: LA STORIA DI CASARRUBEA
"Diario"
Lo storico con la museruola
Finisce sotto processo per diffamazione il professor Casarrubea: ha ricostruito la strage di Portella della Ginestra in un modo che ha dato fastidio a un generale dei carabinieri in pensione
di Walter Molino e Angelo Vitale
MILANO.
Un'aula di tribunale, un giudice e magari una sentenza esemplare. Per mettere il bavaglio alla storia che nessuno ha mai voluto raccontare. Almeno ufficialmente.
Una pagina grigia, oscura, torbida, forse la madre di tutti i misteri dell'Italia repubblicana. A Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947 caddero undici innocenti per mano del bandito Salvatore Giuliano e dei suoi "picciotti" - così sancirono le sentenze dei giudici - o più probabilmente vittime di un intreccio politico-mafioso-istituzionale sospinto nella Sicilia latifondista anche dal vento liberatore americano.
In quell'aula di tribunale, a Palermo, uno storico che di nome fa Giuseppe Casarrubea, sale sul banco degli imputati 4 ottobre. Lo ha chiamato in causa un generale dei carabinieri in pensione, Roberto Giallombardo, all'epoca dei fatti giovane e rampante capitano dell'Arma. Nel suo tentativo di scavare tra le migliaia di carte e verbali processuali, di raccogliere testimonianze dirette per ricostruire un quadro inedito ma provato della strage di Portella, Casarrubea ha toccato un nervo scoperto e la suscettibilità dell'ex ufficiale. Lo studioso ha raccontato in un suo libro (Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Franco Angeli, Milano, 1997) e in un'intervista televisiva che, nella notte tra il 26 e il 27 giugno del 1947, il militare uccise a sangue freddo il bandito Salvatore Ferreri, detto Fra' Diavolo, e le persone che lo accompagnavano: Vito Ferreri, padre del malvivente, lo zio Antonino Coraci e i fratelli Pianello. Mentre l'ufficiale ha sempre affermato e scritto sui verbali che tutto era accaduto al termine di un conflitto a fuoco contro il bandito e i suoi compagni, lo scenario tracciato da Casarrubea propende per un'azione necessaria a eliminare tracce e scomodi testimoni di un patto scellerato tra pezzi di Stato e malavita. Lo storico individua in Fra' Diavolo, presente a Portella, un infiltrato nella banda di Salvatore Giuliano, che rispondeva agli ordini di un oscuro ma preciso livello politico-istituzionale reazionario, impegnato nel riassetto dei nuovi equilibri postbellici dell'occidente, orditi dalla superpotenza americana. L'azione del 1° maggio a Portella, in quella data simbolica, voleva costituire un elemento destabilizzante del quadro politico italiano di allora: a Roma il primo governo di unità nazionale guidato da De Gasperi; in Sicilia il Blocco del Popolo che aveva ottenuto la maggioranza nel parlamento dell'isola nelle elezioni del 20 aprile 1947 e si preparava a governare in uno scenario segnato dall'effetto dirompente dei decreti Gullo-Segni, che riconoscevano il diritto dei contadini di appropriarsi delle terre incolte, demolendo di fatto il sistema secolare del latifondo. Portella aprì la strada a un piano stragista che trovò seguito nell'assalto del 22-23 giugno alle Camere del Lavoro di San Giuseppe Jato, Carini, Borgetto, Monreale, Cinisi e Partinico. Qui fu ucciso il padre di Casarrubea.
La partita in gioco era davvero importante. La testimonianza scomoda di un Fra' Diavolo poteva intralciare grandi disegni. A distanza di mezzo secolo, la ricerca testarda dello storico, culminata nel suo libro, ha gettato squarci di luce su zone d'ombra dove avevano riposato tranquille connivenze e strani intrecci. Un contesto che, secondo i documenti raccolti, aveva tra i suoi attori anche l'allora capitano Giallombardo. Giuseppe Casarrubea ha mirato alto, ha contestualizzato microeventi per ricondurli a un quadro assai grande e sconosciuto ai più. E alla fine qualcuno ha colpito. Il rinculo della schioppettata è stato il rinvio a giudizio, deciso dal Gip di Palermo Antonio Tricoli e innescato dalla denuncia per diffamazione dell'ex ufficiale.
Certamente soddisfatto di questo provvedimento a tutela dell'onorabilità del suo assistito l'avvocato Enzo Fragalà, deputato nazionale sotto le insegne di An, le stesse di Marzio Tricoli, deputato regionale e fratello del Gip in questione. Ad accrescere il legittimo sospetto che per lo storico potrebbe non essere una passeggiata si aggiunga che Marzio e Antonio sono figli di Giuseppe Tricoli, riconosciuto storico di destra, per molti anni leader missino in Sicilia e docente universitario. Dopo la sua scomparsa, a lui è intitolata l'aula multimediale della facoltà di Scienze Politiche dell'Ateneo palermitano. Ma ogni congettura potrebbe anche non voler dire nulla.
La storiografia di destra ha sempre liquidato Portella come la più efferata strage compiuta dalla banda Giuliano, così come si premurò di riferire in parlamento, fin dal giorno dopo l'eccidio, l'allora ministro degli Interni Mario Scelba, sia pur sulla base dei pochi elementi raccolti. Alle medesime conclusioni arrivò il processo d'Appello concluso a Viterbo nel 1952, ma secondo altre tesi tante cose non sono state mai chiarite. Su questi aspetti ha lavorato lo storico di Partinico.
UNA FORATURA PROVVIDENZIALE. Secondo le sue ricostruzioni, il primo maggio del 1947 Giuliano era a Portella della Ginestra perché qualcuno gli aveva fatto credere che l'operazione da fare fosse un'altra: al via del comizio avrebbe dovuto disperdere la folla sparando per aria e grazie all'aiuto di un'altra sua squadra, proveniente dalla parte opposta, sequestrare, processare pubblicamente e giustiziare sul posto l'oratore ufficiale di quella mattina, che lui credeva fosse il leader comunista Girolamo Li Causi. L'oratore designato era invece il giovane dirigente della Federterra Francesco Renda, oggi storico e professore emerito dell'Università di Palermo che, fatalità volle, avendo forato una gomma della sua moto giunse sul posto quando l'attacco era già in corso. Ma le cose andarono diversamente: la seconda squadra attesa da Giuliano non arrivò mai e Frà Diavolo, al comando di un altro gruppo di fuoco, sparò per uccidere. Gli esami autoptici sugli undici morti e le perizie balistiche sui sopravvissuti offrono prove e spunti di riflessione in questo senso. Giuliano e i suoi spararono dall'alto, molto distanti dal pianoro di Portella, altri erano più in basso e più vicini... Fra' Diavolo, noto confidente della polizia, sapeva bene cosa fare. E quell'azione non sembrava proprio farina del suo sacco.
Fin dai giorni precedenti le elezioni regionali siciliane del 20 aprile, che avrebbero segnato la vittoria del Blocco del Popolo, nei paesi vicini a Portella (Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello) i mafiosi avevano apertamente fatto capire che qualcosa sarebbe accaduto il primo maggio. Il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, in un pubblico comizio si esprimeva in questi termini: "Una vittoria del Blocco del Popolo sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perché conoscete chi sono io".
Di ciò si trova ampia documentazione nel verbale sulla strage indirizzato alla procura di Palermo e redatto dal questore di Palermo Filippo Cosenza l'8 maggio 1947. Il sindaco di San Cipirello dichiarava di aver sentito direttamente e di avere appreso da altri cittadini che si preparava un attacco per la Festa del lavoro. La mattina del primo maggio testimoni affermano di avere sentito tre mafiosi, Giuseppe e Salvatore Romano e Peppino Troia, visti più tardi tornare armati dal luogo dell'eccidio, affermare ad alta voce: "Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti là".
Da questo quadro emergono dunque alcuni elementi chiave: quella di Portella era una strage annunciata; era noto il coinvolgimento della mafia; erano almeno due i gruppi di fuoco presenti sul luogo con ordini e obiettivi diversi: da un lato Giuliano, animato dal suo feroce anticomunismo e forse da promesse di impunità non mantenute dall'altro Fra' Diavolo, esecutore materiale di un più ampio disegno di matrice politico-mafiosa-istituzionale, gradito e caldeggiato anche oltreoceano.
Figura centrale in un simile scenario è dunque Fra' Diavolo, al secolo Salvatore Ferreri, "un bandito "speciale"", afferma Giuseppe Casarrubea, "che godeva delle più alte coperture all'interno dell'Ispettorato generale di Ps della Sicilia. Ferreri è più importante di Giuliano, troppo mitizzato in virtù anche dei "servizi" resi dal giornalista americano e capitano dell'Office of Strategic Service Mike Stern, che fu uno dei primi divulgatori del mito Giuliano negli Usa, oltre che sostenitore delle "trame sotterranee" del fronte anticomunista vicino a Truman in quegli anni. Al bandito di Montelepre si è sempre attribuito un ruolo da attore su un palcoscenico nel quale si poteva operare agevolmente dietro le quinte senza destare sospetti. La differenza tra Giuliano e Ferreri", prosegue lo storico, "è che il primo rappresenta il personaggio principale visibile sulla scena, una sorta di specchietto per le allodole; l'altro, il vero protagonista, si muove nell'ombra di un'eversione neofascista e terroristica voluta da altri. Questa è la vera novità".
Ferreri, agganciato attraverso circuiti mafiosi e istituzionali, era stato fatto rientrare da Firenze, dove era scappato dopo il fallimento della vicenda del separatismo in Sicilia. La motivazione ufficiale era quella di infiltrarlo nella banda Giuliano per spiare e fare catturare il "re di Montelepre". In realtà fu usato per ordire ben altre trame e non a caso il suo nome non figurò neppure nella denuncia della strage alla Procura di Palermo. Dopo il primo maggio l'attacco alla sinistra proseguì con gli attentati alle Camere del lavoro del Palermitano. Lo stesso Ferreri potrebbe essere stato tra gli esecutori dell'assalto di Partinico.
Ci fu allora un momento in cui Fra' Diavolo e i suoi uomini divennero testimoni scomodi. E non deve essere stata una coincidenza che appena quattro giorni dopo gli attacchi alle Camere del lavoro furono uccisi. Da Giallombardo appunto. Su come ciò sia avvenuto è la materia del contendere che ha portato alla sbarra Giuseppe Casarrubea il quale, secondo l'allora capitano, avrebbe fatto una ricostruzione dell'accaduto non vera e soprattutto gravemente diffamatoria.
LO SCENARIO DEI FATTI. Lo scenario dei fatti è Alcamo, comune della provincia di Trapani, regno di Vincenzo Rimi, capomafia indiscusso e fortemente politicizzato, divenuto negli anni successivi segretario della locale Democrazia Cristiana. Alcamo non è un luogo qualunque, anche geograficamente: confina col palermitano ed è a circa 20 chilometri da Montelepre, il paese del bandito Salvatore Giuliano.
Giallombardo sostiene che l'uccisione di Frà Diavolo, del padre e dei fratelli Pianello avvenne in un normale conflitto a fuoco. Casarrubea sostiene, al contrario, che il conflitto fu costruito a tavolino, con la complicità della mafia e di Rimi in particolare. In Sicilia nessun malvivente poteva permettersi il lusso di circolare liberamente senza il consenso della mafia, che ebbe delle contropartite per consegnare i banditi alla polizia, cioè una sorta di legittimazione del suo potere nel territorio.
A leggere le carte ufficiali le discordanze non mancano. La perizia del procuratore della Repubblica di Palermo Arcangelo Rodanò, fatta otto ore dopo l'uccisione di Ferreri & C, rilevò che i cadaveri furono trovati in un punto abbastanza lontano dai luoghi del conflitto indicatati nei verbali scritti dall'ufficiale. Chi diceva la verità? Il procuratore o il carabiniere? Ecco dunque uno dei materiali inediti, utili per una rilettura di questa misteriosa pagina di storia italiana, che il professore Casarrubea e il suo legale, avvocato Vincenzo Gervasi, stanno mettendo a punto per il dibattimento. Lunga sarà la lista dei testimoni citati dalla difesa: storici del calibro di Nicola Tranfaglia e Salvatore Lupo, l'ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, familiari delle vittime di Portella e persone sopravvissute alla strage. Prepara le sue cartucce anche Giallombardo, che per l'uccisione di Fra' Diavolo ricevette nel 1949 dall'allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi una medaglia al valore militare. "Peccato", chiosa Casarrubea, "che il nome di Pacciardi ritorni costantemente negli ambienti in cui maturarono tutte le stragi italiane degli ultimi quarant'anni. Basta leggere in proposito gli atti della Commissione parlamentare".
Intanto, mentre la vigilia del processo scalda gli animi e gli schieramenti, Giuseppe Casarrubea incassa tanta solidarietà, compresa anche quella di Sergio Cofferati, e conclude: "Se qualcuno si è messo in testa di portare la storia in tribunale, dopo le battaglie fatte dall'Associazione dei familiari delle vittime di Portella per desecretare le carte tenute segrete per oltre cinquant'anni, ha fatto male i conti".

8 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE' PENTITO PER LA PRIMA VOLTA IN AULA
ANSA:
"I motivi che mi hanno spinto a collaborare con la giustizia sono molteplici: alcuni sono intimi, personali, altri riguardano il fatto che con questa mia decisione ho cercato di salvare la vita a diverse persone. Inoltre, dopo un lungo periodo di riflessione, ho capito che per me non vi erano i presupposti per restare a far parte di Cosa nostra". Parla per la prima volta in pubblico il neopentito di mafia Nino Giuffre', deponendo come imputato al processo d' appello per il duplice omicidio dei fratelli Salvatore e Giuseppe Sceusa, avvenuto il 19 giugno 1991. In collegamento video, ripreso di spalle, il collaboratore accetta di rispondere alle domande del Pg Alberto Di Pisa. "Ho fatto parte dell' organizzazione Cosa Nostra - racconta - dal 1980; faccio parte della famiglia di Caccamo. Sono stato iniziato da Ciccio Intile, rappresentante della famiglia di Caccamo. Mio padrino, quando sono stato 'combinato', e' stato Giovanni Stanfa". Il dibattimento si svolge davanti ai giudici della prima sezione della corte d' assise d' appello, presieduta da Innocenzo La Mantia. Gli imputati sono 11; in primo grado Giuffre' e' stato condannato all' ergastolo perche' accusato di essere uno degli esecutori materiali del delitto. Al processo i familiari delle vittime si sono costituiti parte civile, attraverso l' avvocato Massimo Motisi. In aula e' presente Angelo Sceusa, 66 anni, padre dei due imprenditori uccisi.

"Ho collaborato con Bernardo Provenzano per piu' di vent' anni, diciamo che ero il suo collaboratore principale. Da lui avevo ricevuto l' incarico di ristrutturare Cosa Nostra su vasta scala". Lo ha detto il pentito Nino Giuffre', deponendo nell' aula bunker del carcere di Pagliarelli al processo per l' uccisione dei fratelli Sceusa. "Il mio ruolo personale all' interno di Cosa Nostra - ha sottolineato Giuffre' - in questi ultimi anni si e' molto esteso, non solo sulla provincia di Palermo ma anche su altre province". Il boss di Caccamo ha poi offerto una spiegazione 'etica' circa la sua decisione di collaborare con la giustizia: "C' e' stata una caduta di valori che ha avuto una ripercussione notevole, per questo non intendo piu' far parte di Cosa nostra". Rispondendo alle domande del pg Alberto Di Pisa, il pentito ha spiegato che "altri omicidi erano in programma; con il mio pentimento ho cercato di salvaguardare le vittime di questi fatti delittuosi. Finche' ero libero ho cercato di frenare gli omicidi, adesso credevo che le cose rischiavano di precipitare. Per questo ho deciso di collaborare". "Gli elementi che mi hanno indotto a collaborare sono diversi. Sono stato per un lungo periodo completamente isolato ed e' stato in questa occasione che ho cominciato ad analizzare quello che ho fatto nella mia vita". Lo afferma il pentito Nino Giuffre', spiegando alla corte d' assise d' appello i motivi che lo hanno indotto a collaborare con la giustizia. Giuffre' e' apparso molto commosso, puntuale e preciso nelle risposte. "Ho visto il film della mia vita - dice il pentito - ed ho notato tante cose brutte e fra queste l' eliminazione di questi due fratelli Sceusa, uccisi per un errore che, mi creda,e' banale, interno a Cosa nostra". "Mi sono accorto - aggiunge - che molte cose di quello che avevo fatto sono state un errore bestiale. Ogni omicidio commesso lascia il solco. Molte persone vengono uccise per questioni banali, perche' non pagano la tangente o si aggiudicano appalti senza avere chiesto il permesso e per come la vedo oggi non e' molto valido per eliminare due persone come i fratelli Sceusa".

8 ottobre 2002 - AVV. FALZONE: "GIUFFRE' SVELERA' I RAPPORTI MAFIA-POLITICA"
ANSA:
"E' una collaborazione storica per il ruolo che Giuffre' ha ricoperto per 30 anni: lui legge la storia di Cosa Nostra dall'alto dove vengono stretti i rapporti con la politica, con uomini delle istituzioni, con gli imprenditori ". In un'intervista sull'UNITA' parla, per la prima volta l'avvocato difensore del pentito Nino Giuffre', Lucia Falzone. "La sua collaborazione sta assumendo una forte valenza anche per Cosa Nostra che dovra' modificare i suoi equilibri per cercare di attutire il colpo. In molti temono le sue dichiarazioni, ma lo Stato, in termini di conoscenza di una parte della sua storia, potra' solo trarne vantaggio, anche se sara' una verita' sconvolgente".

8 ottobre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: BERLUSCONI INVIA FAX, SALTA DEPOSIZIONE IN AULA
ANSA:
Con un fax inviato ai giudici di Palermo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fatto sapere che impegni internazionali gli impediscono di essere ascoltato come testimone, con le garanzie assicurate all'indagato di reato collegato, nel processo a Marcello Dell'Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. Il presidente si e' detto indisponibile anche per il successivo 23 ottobre. In una lettera riservata inviata al Presidente del Tribunale Leonardo Guarnotta il premier ha elencato gli 'impegni internazionali' invitando il magistrato a non divulgarli per 'ragioni di sicurezza'.

9 ottobre 2002 - MAFIA: DIA; SUL 41 BIS L'ALA STRAGISTA SFIDA PROVENZANO
ANSA:
Se Bernardo Provenzano e l'ala "moderata" di Cosa Nostra non vinceranno la partita che si gioca sulle carceri, riuscendo ad attenuare il regime del 41 bis a boss e gregari, l'ala "stragista" di Riina-Bagarella potrebbe rilanciare la propria linea dura, di "scontro frontale con lo Stato". E' l'analisi della Direzione investigativa antimafia, che alla "strategia mafiosa del prossimo futuro" dedica una parte importante della propria relazione semestrale. La premessa e' che Cosa Nostra e' "attivissima", "guidata con prudenza e intelligenza strategica", "proiettata verso un futuro in cui la sua vocazione affaristica e imprenditoriale e' destinata a prevalere nettamente sull'aspetto 'militare' fino a renderla irriconoscibile: una Cosa Nostra che tende a farsi largo con ogni mezzo nel tessuto economico locale, nazionale e, inevitabilmente, anche internazionale, ove mira ad annidarsi stabilmente tentando di sottrarsi all'azione di contrasto delle Istituzioni". Una Cosa Nostra - come dimostra la lettera inviata dal boss detenuto Pietro Aglieri ai magistrati, per proporre un "confronto aperto e leale" con le Istituzioni - che si pone "come realta' alternativa allo Stato" e che "considera assolutamente legittimo l'esercizio della sua criminale sovranita' su una porzione di territorio nazionale, quasi fosse una sorta di enclave". Secondo la Dia, gli attuali capi di Cosa Nostra - Bernardo Provenzano e gli 'uomini d'onore' schierati dalla sua parte, nettamente separati dagli affiliati di oggi, "manovalanza che costituisce la componente armata sul territorio" - possono godere di una "indiscussa autorita"'. La leadership e' "organizzata", composta da "elementi che, per cultura e posizione sociale, si pongono decisamente al di sopra di quelli che di norma comandano le famiglie mafiose". "Una scelta strategica, questa, chiaramente funzionale al progetto" della mafia di "infiltrarsi nella societa' civile per agire sempre piu' efficacemente e in modo meno visibile". Una dirigenza in grado di "continuare il percorso di ammodernamento della struttura" perche' continua ad avere il consenso, "non sempre facile ma finora sempre acquisito, delle sue varie componenti". Il problema e' che - questo e' il punto "piu' delicato", da cui potrebbe dipendere il destino di Cosa Nostra - il "gotha mafioso detenuto e' ormai stanco del regime carcerario speciale cui e' sottoposto e della mancanza di prospettive future, per le lunghissime condanne inflitte". Si tratta di "capi e gregari che, in mancanza di un affievolimento del regime ex 41 bis potrebbero abbandonare le posizioni moderate e ricompattarsi sulla linea di Riina-Bagarella". Una situazione alla quale si aggiunge il "pieno recupero di coloro che sono ancora convinti che lo scontro frontale con lo Stato sia l'unica arma capace di assicurare benefici a Cosa nostra, ipotesi che non sembra affatto tramontata, in quanto questi esponenti appaiono ancora convinti che, se Riina non fosse stato catturato, lo Stato avrebbe potuto finire per cedere al 'ricatto stragista'". "Si tratta di due argomenti strettamente connessi - scrive la Dia - perche' la rinuncia generalizzata all'opzione dello scontro frontale con lo Stato e' sicuramente influenzata dai benefici che la linea 'moderata' propugnata da Provenzano riuscira' a produrre anche nel mondo carcerario". Secondo la Direzione investigativa antimafia, dunque, all'interno di Cosa Nostra si sta giocando "una partita di fondamentale importanza". Si puo' infatti "presumere che l'ala 'stragista', minoritaria, abbia deciso di assumere una posizione attendista proprio allo scopo di consentire ai 'moderati' di esperire compiutamente un tentativo diretto ad ottenere un apprezzabile alleggerimento della posizione dei detenuti". Questo spiegherebbe, in particolare, "il silenzio osservato da Riina da qualche tempo a questa parte" e anche "l'altrimenti poco comprensibile atteggiamento remissivo dei fratelli Graviano", sostenitori della stessa linea stragista avviata da Riina, figure dominanti del mandamento di Brancaccio, sollevati dal loro ruolo di capi dal vertice di Cosa Nostra, "rappresentato da Provenzano", senza che da parte loro via sia stata alcuna reazione. Cio' non toglie, tuttavia, che gli stragisti "tentino nuovamente di porre in essere azioni intimidatorie, per sfogare vecchi e nuovi rancori ed offrire immediata soddisfazione al proprio desiderio di rivalsa". Anche perche' i boss detenuti "potrebbero non essere disposti ad attendere sine die la risoluzione della situazione carceraria".

10 ottobre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI; PENTITO MERCURIO, CIRFETA MI DISSE, ACCUSA QUEI DUE
ANSA:
"A Paliano, nel '98, Cirfeta mi chiese di screditare i pentiti Cucuzza e Ferrante perche' in questo modo avremmo potuto aiutare Dell'Utri, ma io non risposi e raccontai l'incontro alla procura di Napoli". Lo ha detto oggi pomeriggio il collaboratore Pasquale Mercurio deponendo nel processo a Marcello Dell'Utri, accusato di calunnia insieme con i pentiti Cosimo Cirfeta e Pino Chiofalo per avere tentato di incrinare la credibilita' dei collaboratori che accusano il deputato di Forza Italia attraverso le dichiarazioni opposte di altri pentiti. 'Mi disse che quando Forza Italia sarebbe andata al governo - ha aggiunto Mercurio - saremmo usciti dal carcere, ci avrebbero dato valigie di soldi e passaporti diplomatici'. Il collaboratore ha aggiunto che Cirfeta gli fece il nome di un deputato pugliese che li avrebbe aiutati e che, oltre a lui, Cirfeta e Chiofalo si sono rivolti anche ad un altro detenuto montenegrino, Mimmo Cukic, e a due fratelli catanesi, e Francesco e Carmelo Sparta Leonardi, che avrebbero dovuto deporre oggi pomeriggio.

10 ottobre 2002 - PROCESSO APPELLO PECORELLI: CHIESTA CONFERMA ASSOLUZIONE BADALAMENTI
ANSA:
Ha chiesto la conferma dell' assoluzione di Gaetano Badalamenti con una motivazione che confermi la sua estraneita' all' accusa "ancora piu' incisiva" di quella di primo grado l' avvocato Silvia Egidi, difensore del boss nel processo d' appello per l' omicidio di Mino Pecorelli in corso a Perugia. Badalamenti anche oggi non era collegato in videoconferenza con l' aula di Capanne. Negli ultimi tempi e' stato infatti trasferito per problemi di salute dal carcere di Fairton, nel New Jersey, a una struttura del Nord Carolina. Nel corso della sua arringa l' avvocato Egidi ha sottolineato l' inattendibilita' di Tommaso Buscetta, il principale accusatore del boss. Fu infatti don Masino a sostenere che Badalamenti gli rivelo' di avere ordinato l' omicidio di Pecorelli insieme a Stefano Bontate. "Le affermazioni di Buscetta - ha detto il legale - non sono attendibili, mancano i riscontri e i riferimenti temporali che fa si sono rivelati sbagliati. Sostiene, ad esempio, che Bontate gli parlo' dell' omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1980 quando invece il generale venne ucciso due anni dopo. E' poi lo stesso Buscetta a escludere la possibilita' che nel 1979 (quando il giornalista venne eliminato) avesse avuto la possibilita' di ordinare un omicidio". Il legale ha quindi ricordato che tutti gli altri testimoni sentiti nel processo perugino e le indagini svolte dalla procura del capoluogo umbro escludono un coinvolgimento nel suo assistito nel delitto di Pecorelli. Riguardo alle motivazioni della sentenza di primo grado, l' avvocato Egidi ha evidenziato la "sua assoluta logicita"' nella parte che motiva l' assoluzione di Badalamenti. Il processo proseguira' domani con l' arringa dei difensori di Giuseppe Calo'. Anche lui e' stato assolto "per non avere commesso il fatto" al termine del processo di primo grado. Una formula adottata per tutti gli imputati: Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Badalamenti, Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.

10 ottobre 2002 - MAFIA: CONTATTI DI GIUFFRE' CON POLITICI E DIPENDENTI REGIONALI
"Il Nuovo"
Mafia, Giuffrè: telefonate a politici e dipendenti regionali
Dall' esame dei tabulati del telefonino in uso al boss pentito Antonino Giuffrè sarebbero emersi numerosi collegamenti con politici, dipendenti regionali e imprenditori.
PALERMO - Dall' esame dei tabulati del telefonino in uso al boss di Caccamo Antonino Giuffrè, adesso pentito, sarebbero emersi numerosi collegamenti con politici, dipendenti regionali e imprenditori. Il collaboratore, nella sua prima apparizione in aula nel processo per l' omicidio di Giuseppe e Salvatore Sceusa, ha detto di aver utilizzato nel giugno 1991 un telefonino cellulare "intestato a tale Battaglia", un pregiudicato di Caccamo.
Dall' esame dei tabulati dell' utenza telefonica intestata a Battaglia, emerso nel processo in cui sono imputati il deputato nazionale Gaspare Giudice (Fi) e l' imprenditore Giuseppe Panzeca, si evince che Giuffrè avrebbe contattato l' ex deputato regionale Franz Gorgone, condannato per associazione mafiosa, Giuseppe Panzeca e il dipendente regionale Giovanni Tubiolo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.
Tubiolo fino a pochi mesi fa era in servizio nel gabinetto del presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, che lo ha allontanato dopo che la notizia era stata pubblicata sulla stampa. L' analisi dei tabulati è stata fatta in aula dal consulente della procura, il vice questore aggiunto Gioacchino Genchi, che ha illustrato ai giudici l' intersecazione delle telefonate ricevute da Panzeca e riconducibili, a Giuffrè, secondo quanto ha dichiarato lo stesso pentito.

11 ottobre 2002 - MAFIA; LE TELEFONATE DI GIUFFRE': DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Controllate le telefonate del vice di Provenzano: contatti con un ex collaboratore di Cuffaro
Le stragi e la politica Parla il pentito Giuffrè
Il boss risponde sui mandanti degli attentati a Falcone e Borsellino
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Il pentito che fa tremare i palazzi del Potere, Antonino Giuffrè, ha parlato per due giorni delle stragi di Capaci e via D'Amelio, di delitti eccellenti e di mandanti ancora "a volto coperto", mentre vengono fuori i primi nomi di uomini politici, imprenditori e funzionari regionali in contatto con questo ex padrino considerato il numero due dell'imprendibile Binnu Provenzano.
A Palermo si indaga sui tabulati delle telefonate partite e ricevute da un cellulare "nella disponibilità" di Giuffrè. Telefonate che portano all'ex presidente della Croce Rossa di Palermo, Franz Gorgone, per anni deputato regionale della Dc, poi condannato per associazione mafiosa. Telefonate fatte intorno al 1991 anche a Natale Tubiolo, un ambiguo burocrate inserito nel gabinetto dell'attuale presidente della Regione, Totò Cuffaro, dopo la vittoria elettorale del Centrodestra e rimasto a Palazzo d'Orleans fino al 20 agosto scorso, quando è venuto fuori che era sotto processo per concorso in associazione mafiosa e sopravvissuto tre anni fa ad un agguato a colpi di pistola.
MARATONA - Sono le prime robuste spallate di una collaborazione gestita con affanno, perché sono solo 180 i giorni imposti dalla legge "per dire tutto" ai magistrati di diverse procure su 20 anni di orrori. Molti sono in coda. Anche a Palermo dove, dopo le polemiche contro il riserbo imposto dal procuratore Piero Grasso, attendono il turno sostituti ed aggiunti, impegnati su delitti eccellenti come quello di Salvo Lima, ovvero su processi chiave come quello contro Marcello Dell'Utri.
E un primo round è già scattato per i magistrati di Caltanissetta che indagano sui massacri di Falcone e Borsellino. Nel segreto dello stesso "sito riservato", dal quale ieri si è collegato in videoconferenza per testimoniare ad un processo di Palermo, Nino Giuffrè ha risposto con la sua flemma da vecchio mafioso quando gli è stato chiesto che cosa sapesse sui cosiddetti "mandanti a volto coperto". Obbligatorio il top secret sulla inedita descrizione di uno scenario sul quale lavoreranno adesso il nuovo procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo e l'aggiunto Paolo Giordano, memoria storica di questo ufficio di trincea. Dal riserbo una indiscrezione trapela: il pentito sul quale tante attenzioni si accendono non avrebbe notizie dirette, ma saprebbe proprio sulle stragi quello che gli hanno raccontato o che ha ricostruito.
GRANDE VENDETTA - Perché? "Perché durante il periodo delle stragi ero in carcere. Fui arrestato nel marzo '92...". Come ha ripetuto anche ieri sera in dibattimento al processo per la soppressione dei fratelli Sceusa, strangolati e sciolti nell'acido, il suo era però un ruolo di primo piano: "Dopo il 1987 mi sono seduto in Commissione e ci sono rimasto fino a poco prima di essere arrestato". Significa che il boss, chiamato "Manuzza" per un vizio ad un arto, sta parlando dei più grandi eventi di mafia. Dal fallito attentato dell'Addaura contro Falcone nell'89 alla genesi della stagione stragista ideata prima del suo arresto del marzo 1992. Grande l'attesa sulle rivelazioni legate alla "grande vendetta" imposta da Riina contro nemici e "traditori", appunto Falcone e Borsellino, Salvo Lima e Ignazio Salvo. Esecuzioni sulle quali grava il mistero dei mandati a volto coperto e dei rapporti fra boss ed eventuali eminenze grigie.
AL PROCESSO - Anche su questo "Manuzza" potrà dire la sua, perché fu rimesso in libertà nel '93, l'anno di grandi svolte politiche. Per il momento, com'è accaduto ieri al processo Sceusa, il profilo delle dichiarazioni è forzatamente contenuto. Si autoaccusa di 10 omicidi, tace quando gli chiedono se nell'87 la sua famiglia votò per il Psi, assicura di non essere stato "terrorizzato" dal regime del 41 bis ("Ma non è una villeggiatura"), ironizza su un avvocato che sulla mafia farebbe "un ragionamento vecchiotto" e descrive il sistema delle tangenti giurando di non averne mai pretesa una. Anche se in fondo all'aula ascolta incredulo il padre dei due imprenditori uccisi, Angelo Sceusa, 66 anni, assetato di giustizia contro chi gli ha strangolato i figli: "Il Signore ci deve pensare, perché noi non siamo capaci di tirare il collo ad una gallina".
Felice Cavallaro

14 ottobre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: COL.RICCIO, BLITZ PROVENZANO, FU MORI A FERMARMI
ANSA:
"Fu il generale Mario Mori a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perche' non c'erano gli strumenti". Lo ha detto nell'aula del processo Dell'Utri il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, deponendo come teste. Il colonnello ha ripercorso le tappe della mancata cattura del capo di Cosa Nostra, che risale al novembre del 1995 quando il boss Luigi Ilardo, suo confidente poi ucciso dalle cosche, mise i carabinieri sulle tracce dell'inafferrabile corleonese. "Ilardo mi disse che due giorni dopo Provenzano avrebbe incontrato due mafiosi, Domenico Vaccaro e Ferro, nei pressi del bivio di Mezzoiuso - ha detto Riccio indicando una zona dove venne arrestato sei anni dopo Benedetto Spera, uno dei fedelissimi del capomafia - io parlai con Mori ma mi disse che preferivano impegnare i propri strumenti, dei quali, al momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta, e non ci voleva una grande scienza per intervenire'. Nonostante cio' la zona fu controllata dai carabinieri che due giorni dopo, in effetti, videro transitare Vaccaro e Ferro e li fotografarono. "Appresi successivamente che Ferro aveva un porcospino nel cofano dell'auto - ha proseguito Riccio - era un regalo a Provenzano, in segno di deferenza". Imputato a Genova per traffico di stupefacenti ma reintegrato nell'Arma e adesso in servizio a Roma, il colonnello ha concluso la prima parte della sua deposizione affermando di avere avvertito la procura di Palermo ed, in particolare, il dottor Pignatone. Il processo e' stato momentaneamente sospeso dal Tribunale che sta esaminando un'eccezione presentata dalla difesa che si oppone all'ulteriore audizione di Riccio sostenendo che l'ufficiale depone riferendo confidenze non verbalizzate di un uomo che e' stato ucciso e che non puo', dunque, piu' confermarle. Riccio e' stato chiamato come teste nel processo al senatore di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa per avere riferito al pm di una riunione nello studio del professore Carlo Taormina cui ha partecipato insieme con Dell'Utri e il tenente dei carabinieri Carmelo Canale. Sul contenuto della riunione, confermata da Taormina, sono emerse versioni diverse e contrastanti.

'Nello studio del professore Taormina mi venne detto che sarebbe stato positivo per il sen. Dell'Utri se nella mia deposizione, prevista dopo dieci giorni a Palermo nel processo Grande Oriente, avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana. Io non risposi e rimasi sbalordito'. Lo ha detto il colonnello Michele Riccio, raccontando ai giudici la sua verita' sull'incontro romano con Canale e Dell'Utri alla presenza di Taormina. Secondo il teste, in quell' occasione, Canale si sarebbe offerto di incontrare una persona 'di Siracusa o Ragusa che a suo dire poteva servire a modificare in positivo il corso del processo a Palermo. 'Taormina mi aveva contattato per esaminare le carte del processo al senatore - ha esordito l'ufficiale - quando arrivai nello studio legale non trovai alcuna carta ma vi erano Canale e Dell'Utri che discutevano della strategia difensiva. Io rimasi sulle mie e mantenni una certa cautela perche' ero imbarazzato. Loro fecero riferimento alle mie indagini in Sicilia". Rispondendo alle domamde del pm, Riccio ha ribadito che su Dell'Utri era stato interrogato dai magistrati di Firenze ai quali aveva confermato che la persona a cui Ilardo faceva riferimento quando diceva che vi erano 'personaggi della Fininvest collegati a Cosa nostra' era il senatore Dell'Utri. 'La circostanza - dice l'ufficiale dell' Arma - mi venne riferita da Ilardo mentre eravamo in macchina ed io gli chiesi, guardando una foto sul giornale che ritraeva il parlamentare, se la persona della Fininvest fosse Dell'Utri. Mi rispose dicendomi: vede che lei le cose le sa?".

"Su certi fatti Cosa nostra non c' entra nulla. Molte cose vengono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete". E' quanto ha detto il boss Luigi Ilardo incontrando per la prima a Roma nel maggio 1996 l' allora colonnello Mario Mori, comandante del Ros. La circostanza e' stata raccontata questa sera in aula dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ricostruendo le ultime fasi in cui Ilardo stava per collaborare ufficialmente con la giustizia. "Portai Ilardo a Roma - dice l' ufficiale - perche' doveva incontrare i procuratori Caselli e Tinebra ed il pm Principato. Prima di incontrarli feci parlare e conoscere Ilardo a Mori. Il boss quando vide Mori, improvvisamente, fece riferimento alle istituzioni, e io raggelai". Il colonnello Riccio ha spiegato ai pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo che lo hanno interrogato in aula, che l' allora colonnello Mario Mori conobbe per la prima volta il boss-confidente Luigi Ilardo nel maggio 1996. L' occasione fu proprio quella in cui doveva incontrare i magistrati con i quali doveva avviare ufficialmente il suo 'pentimento'. La presentazione Mori-Ilardo avvenne in separata sede prima della riunione con i magistrati. Prima di allora, ha spiegato il teste, il comandante del Ros non conosceva il nome del confidente di Riccio che gli aveva permesso di arrestare numerosi latitanti, di trovare armi e scoprire i nomi 'riservati' di uomini d' onore.

I giudici della seconda sezione del Tribunale davanti ai quali si svolge il processo al senatore Marcello Dell' Utri (FI), si sono riservati di decidere sull' ammissibilita' delle dichiarazioni del colonnello Michele Riccio in merito alle confidenze che gli erano state fatte dal boss Luigi Ilardo. Secondo la difesa il teste non dovrebbe deporre sulle circostanze che gli erano state riferite dal confidente. L' accusa si e' opposta a questa richiesta definendola inammissibile e infondata. L' udienza riprendera' nel pomeriggio alle ore 16.

I giudici del tribunale, dopo tre ore di camera di consiglio hanno accolto la richiesta della difesa. Il collegio, presieduto da Leonardo Guarnotta ha deciso di non sentire il colonnello Michele Riccio, sui fatti appresi dalle confidenze riferite da Luigi Ilardo. Il teste potra' rispondere alle domande dei pm che riguardano vicende apprese direttamente o fatti riscontrati.

Nell'aula del processo a Marcello Dell'Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, spunta a sorpresa il nome del generale Mario Mori, ora capo del Sisde: "Fu lui - rivela il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ascoltato come teste - a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perche' non c' erano gli strumenti". La posizione del senatore forzista e' rimasta stamane per la prima volta sullo sfondo di un' udienza che ha riportato a galla i misteri che ruotano attorno alla collaborazione di Luigi Ilardo, poi ucciso dalle cosche, ed alla mancata cattura di Provenzano. Vicende che Riccio ha in parte appreso da Ilardo e che ha poi riversato alla magistratura. Ma i legali di Dell'Utri si sono opposti, ed il Tribunale ha dato loro ragione, alla deposizione del teste nelle parti in cui cita le confidenze ricevute da Ilardo: l'ufficiale, hanno sostenuto, riferisce confidenze non verbalizzate di un uomo che e' stato ucciso e che non puo', dunque, piu' confermarle. La testimonianza e' cosi' proseguita sulle circostanze che risultano direttamente all'ufficiale. Per anni Riccio aveva denunciato che nel novembre del '95 i suoi carabinieri erano stati ad un passo dall' arresto del capo della mafia: a metterli sulle tracce giuste era stato un boss-confidente dello stesso Riccio, Luigi Ilardo. Ma quando Ilardo offri' ai militari la soffiata decisiva, indicando ora e luogo di un appuntamento con altri due mafiosi, 'vicino al bivio di Mezzoiuso', la macchina investigativa si inceppo'. "Parlai con Mori - ha detto oggi Ilardo - ma mi disse che preferivano impegnare i propri strumenti, dei quali, al momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta, e non ci voleva una grande scienza per intervenire". Risultato: i due boss, Domenico Vaccaro e Ferro, vennero fotografati, uno dei due aveva nel cofano un porcospino da regalare, in segno di deferenza, a Provenzano, ma nessuno intervenne. Un capitolo ancora oscuro della lotta alla mafia che si tinge di giallo con l'uccisione di Ilardo, assassinato davanti casa, di ritorno da Roma, dove aveva incontrato i magistrati per formalizzare la sua collaborazione con la Giustizia. E oggi Riccio ha aggiunto: "Quando portai lo portai da Mori, Ilardo gli disse: in certi fatti la mafia non c'entra, la responsabilita' e' delle istituzioni e voi lo sapete. Io raggelai". Imputato a Genova per traffico di stupefacenti ma reintegrato nell' Arma e adesso in servizio a Roma, il colonnello Riccio aveva iniziato a deporre stamane nel processo Dell'Utri chiamato dall'accusa a confermare di avere partecipato ad una riunione, a Roma, nello studio dell'avvocato Carlo Taormina. Un incontro con lo stesso Taormina, il tenente Carmelo Canale e il senatore Dell'Utri, sul quale le versioni offerte dai protagonisti non coincidono. Secondo l'accusa il parlamentare di Forza Italia avrebbe chiesto al tenente Canale di testimoniare a suo favore in cambio della concessione di un posto di lavoro per un nipote di Canale, figlio del maresciallo Lombardo, che mori' suicida. Una versione che Dell' Utri ha sempre negato, sostenendo che fu Canale a chiedere di incontrarlo. Riccio e' stato chiamato in aula, inoltre, per confermare un'altra circostanza. Citando sempre le confidenze di Ilardo, il colonnello ha raccontato ai pm che in auto, rispondendo ad una sua domanda, il confidente gli fece capire che il senatore Dell'Utri sarebbe stato il parlamentare al quale si erano rivolti i vertici mafiosi per stringere un patto elettorale.

15 ottobre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: TESTIMONIANZA RICCIO, DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
L'ufficiale dei carabinieri accusa il suo ex comandante ora capo del Sisde. "Nello studio Taormina mi chiesero di non parlare di Dell'Utri"
Il colonnello Riccio: Mori mi bloccò mentre stavo per arrestare Provenzano
PALERMO - "Fu il generale Mario Mori a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Bernardo Provenzano... mi disse che non c'erano gli strumenti". Una battuta secca, pronunciata per la prima volta con nome e cognome dopo mesi di bisbigli e sussurri. Il colonnello dei carabinieri Michele Riccio ha rotto ieri ogni indugio nell'aula del Tribunale che vede il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. L'ufficiale era stato convocato per riferire su un presunto incontro fra Dell'Utri, l'ex sottosegretario Carlo Taormina ed il tenente dei carabinieri Carmelo Canale. Riccio ha ribadito quanto dichiarato recentemente al processo Grande Oriente di Trapani, aggiungendo il dettaglio che mancava: l'identità del superiore che lo avrebbe fermato quando il capo mafia latitante da oltre 30 anni stava per cadere nella rete: il generale Mario Mori, dal 1986 al 1990 comandante del Gruppo dei carabinieri di Palermo, e poi del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros), ovvero per anni punta di diamante dell'Intelligence antimafia dell'Arma in Sicilia, divenuto nell'ottobre 2001 direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Negli anni Ottanta Riccio e Mori sono stati al fianco del generale Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo, poi si sono ritrovati insieme nelle grandi inchieste di mafia. Poi Riccio è stato coinvolto in un'inchiesta per traffico di stupefacenti: arrestato a Genova e rinviato a giudizio, ora è stato reintegrato in servizio dall'Arma dopo una lunga sospensione.
In aula ieri il colonnello ha ricostruito nei particolari la vicenda che risale al novembre 1995, quando gli arrivò la soffiata di un confidente, Luigi Ilardo, ucciso un anno dopo sotto casa di ritorno dalla capitale, subito dopo aver incontrato i magistrati per i primi colloqui da pentito. Le indicazioni del mafioso portavano alle campagne di Mezzojuso, 40 chilometri da Palermo. In un casolare a disposizione di Cosa Nostra doveva tenersi un summit di mafia convocato da Bernardo Provenzano, allora come adesso ricercato numero uno di Cosa Nostra.
Riccio e i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso, dopodiché si sarebbero appostati in attesa del via libera. "Parlai con Mori - ha raccontato Riccio - ma mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire". Riccio rimase comunque sul posto, fotografò due mafiosi giunti all'appuntamento, Domenico Vaccaro e Giuseppe Ferro, soffermandosi su un particolare: "Ferro aveva nel cofano un porcospino, un regalo per Provenzano, un segno di deferenza". L'ufficiale ha parlato ancora di un presunto incontro romano. "Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: in certi fatti la mafia non c'entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete. Io raggelai".
Nella seconda parte dell'udienza palermitana Riccio ha anche descritto un vertice romano con l'onorevole Taormina e Marcello Dell'Utri: "Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe stato positivo per il senatore Dell'Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana. Io non risposi e rimasi sbalordito". In quell'occasione, ha detto, Canale - braccio destro del giudice Borsellino poi accusato di mafia - si sarebbe offerto di incontrare una persona di Siracusa o Ragusa che a suo dire poteva modificare il corso del processo.
Ma quali sono gli elementi di indagine raccolti da Riccio su Dell'Utri? "Ilardo faceva riferimento a Dell'Utri quando diceva che vi erano personaggi Fininvest collegati a Cosa nostra. Gli feci io il nome mostrandogli la foto su un giornale e lui mi rispose: "Vede che lei le cose le sa""
Enzo Mignosi

16 ottobre 2002 - CASO CALVI: DOVE SONO FINITI I SOLDI DELLA MAFIA ?
"La Sicilia"
i soldi della mafia
Tony Zermo
Il denaro della mafia si intreccia con la morte dei banchieri Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi uccisi per avere bruciato molti miliardi di Cosa Nostra e perché erano a conoscenza di segreti che tali dovevano restare. Cerchiamo di fare un po' di storia siciliana. Il traffico di droga comincia intorno agli anni 70, quando a Palermo in via Messina Marine sorgono le "raffinerie" e si inizia un fitto scambio con i cugini siculo-americani. E' un fiume ininterrotto di denaro e la mafia catanese ha una sua attiva partecipazione con il gruppo Ferrera (Santapaola ha sempre negato una sua cointeressanza) che noleggia navi e carica la morfina base nei porti del Mediterraneo, Libano, Grecia, Turchia.
Questa massa di denaro deve pur trovare uno sbocco, non è che si possa mettere sotto il mattone. Ci sono alcune iniziative azzardate come la creazione negli Stati Uniti di una seconda Las Vegas, ad Atlantic City. Alberghi, casinò, spettacoli. Ma in questa impresa i boss rampanti Stefano Bontade e Totuccio Inzerillo ci rimettono un sacco di soldi perché la mafia che gestisce i casinò di Las Vegas non gradisce concorrenza. E non è escluso che l'uccisione dei due giovani capimafia che diede inizio alla faida degli anni 80 sia dovuta anche a questo.
Dunque Cosa Nostra aveva necessità di trovare un impiego produttivo ai suoi enormi capitali e allora il gruppo Bontade-Inzerillo li affida a Sindona: è siciliano di Patti, è un mago della finanza, quale migliore garanzia? Solo che Sindona fa bancarotta e alla fine muore con un caffè avvelenato.
Invece i corleonesi puntano su un altro banchiere, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, che ha stretti rapporti con il Vaticano e lo Ior di mons. Marcinkus. "Ci mettiamo con il Papa", pensarono i boss. Ed ecco che spunta il prete spretato corleonese don Agostino Coppola, lo stesso che celebrò le nozze tra Totò Riina e Ninetta Bagarella, il quale si incarica di prendere contatti con il massone Calvi. Figurarsi se un banchiere rifiuta del denaro, da qualunque parte provenga. Solo che anche lui fece bancarotta come Sindona. Investe il denaro della mafia all'estero e questo si dissolve come per incanto.
Racconta il pentito Vincenzo Calcara, quello che era stato incaricato di uccidere Paolo Borsellino e che a lui si confidò: "Un giorno in casa di Francesco Messina Denaro (padre del boss latitante Matteo, ndr) assieme al sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino e ad altre tre persone riempimmo due valigie di denaro per dieci miliardi e andammo in aereo a Roma. Ad aspettarci c'erano due auto con la targa straniera, su una c'era monsignor Marcinkus e l'autista, nell'altra un altro prelato con l'autista. Raggiungemmo tutti insieme lo studio di un notaio e io attesi di sotto. Vidi uscire dal palazzo un uomo bassino e con i baffi che poi appresi essere il banchiere Roberto Calvi". Anche un altro pentito eccellente, Francesco Marino Mannoia, dice che la mafia diede a Calvi "ingenti somme investite all'estero".
A uccidere Calvi a Londra sotto il ponte dei Frati neri sarebbe stato il luogotenente di Raffaele Cutolo Enzo Casillo, forse assieme al boss di Altofonte Francesco Di Carlo, (che però nega). Casillo voleva entrare nel clan Nuvoletta, una "famiglia" napoletana, ma affiliata a Cosa Nostra, e l'uccisione di Calvi era una "prova di fedeltà". Dopo quell'operazione Casillo saltò in aria con la sua auto a Roma. Era diventato un testimone scomodo.
Ma questa è storia vecchia, che serve per gli archivi giornalistici. Il problema vero è un altro: se vent'anni addietro il denaro della mafia era andato disperso dopo essere stato affidato a banchieri-bancarottieri, da allora in poi queste ingenti somme dove sono state "imbucate"? Qualcuno disse che la mafia si era messa a giocare in Borsa, ma forse più semplicemente intendeva significare che quel denaro era andato a finire in gruppi quotati in Borsa. Niente più banche, ma aziende, attività imprenditoriali. Il mistero non ancora risolto è questo: dov'è adesso il tesoro di Cosa Nostra?

16 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE' PARLA IN AULA A PADOVA
"Il Nuovo"
Mafia, Giuffrè: "Riina era per il Psi, Provenzano per la Dc"
Dall'aula bunker del carcere Due Palazzi di Padova parla per la prima volta in un tribunale il nuovo collaboratore di giustizia. E racconta la spaccatura "politica" tra i due capi di Cosa Nostra.
PADOVA - Bernardo Provenzano e Totò Riina divisi anche dalle scelte "politiche", oltre che dalla strategia contraria (è il caso di Provenzano) o favorevole all'attacco stragista allo Stato. Il neo-pentito Antonio Giuffré, considerato il più importante collaboratore di giustizia da anni a Palermo, spiega che dentro Cosa Nostra ci fu a partire dall'87 una divisione tra chi voleva cambiare bandiera, passando dall'appoggio alla Dc al Psi, come Riina e chi invece voleva continuare ad appoggiare la prima come Provenzano.
E' questa, forse la novità più eclatante delle dichiarazioni di Nino Giuffré, che oggi ha testimoniato di fronte al tribunale di Termini Imerese nell'ambito del processo a 17 persone imputate di associazione mafiosa. L'udienza si è tenuta in trasferta nell'aula bunker del tribunale di Padova. "Tra gli argomenti affrontati dalla commissione provinciale dei capi mandamento, nell'87 vi erano discorsi politici - ha ricordato il collaboratore di giustizia - in una riunione particolare vengono scaricati personaggi politici che a detta di Riina si erano dimostrati inaffidabili, in modo particolare nella Dc tanto è vero che ricevetti l'incarico di votare e appoggiare il Psi appunto nelle elezioni che, se non ricordo male, si tennero proprio in quell'anno. Vi fu quindi - ha spiegato - un cambiamento di strategia politica in seno alla commissione provinciale".
Imputato di associazione mafiosa in questo dibattimento, con indosso una mantellina con cappuccio, Giuffrè ha preso posto davanti ai giudici protetto da un paravento di tipo sanitario. E' la prima volta che il pentito, definito il Buscetta del terzo millennio, compare in un'aula giudiziaria, avendo deposto fino ad ora in videoconferenza, ripreso di spalle.
"Lorenzo Di Gesù mi disse: ora anche tu sei diventato ricco. Io allora non capii, ero infervorato dall'affiliazione a Cosa Nostra, poi l'ho capita". Il racconto del pentito, imputato in 13 processi, tra i quali l'omicidio Lima e le stragi di Capaci e via D'Amelio, comincia nel 1980 anno del suo ingresso in Cosa Nostra.
Il giuramento con Cosa Nostra. "Ero un perito agrario, insegnavo nei corsi professionali e cominciai a frequentare lo zio della mia fidanzata, Nicasio Stanfa, Diego Guzzino, e Pietro e Salvatore Puccio - ha esordito - sono loro che mi studiano e mi insegnano le cose principali di Cosa Nostra. Un pomeriggio sono stato convocato da Giovanni Stanfa, mi invitarono a scegliere un padrino, mi punsero con un ago il dito indice della mano sinistra. Le gocce di sangue bagnarono un'immaginetta sacra, che fu bruciata mentre la tenevo in mano e pronunciavo il mio giuramento di fedeltà a Cosa Nostra mentre loro ripetevano la formula rituale: le tue carni bruceranno come questa santina se tradirai questo giuramento".
Un giorno dell'87, Provenzano lo apostrofò: 'Ninuzzu, il tuo posto non è qua, è altrove". "Zio, dov'è il mio posto?' chiese lui rispettoso. "Accanto a Totuccio". Fu così che Ninuzzu Giuffrè apprese di essere stato ammesso al tavolo della commissione mafiosa, accanto al corleoenese 'capo dei capi', Totò Riina. Vent'anni di mafia visti da vicino, o appresi da quella ragnatela di rapporti tessuti vivendo accanto ai boss più feroci: 'non mi permetterei mai - risponde quasi risentito ad una domanda del pm - di riferire un discorso mio se non fosse
stato usato da loro. Mi sono spiegato?'.
Le stragi. "Nel 1987 - continua ancora Giuffrè - quando la commissione decide di far votare il Psi, maturano fatti che porteranno tante conseguenze, la morte di politici e magistrati e tanto malcontento e caos all'interno di Cosa Nostra". Il racconto del pentito Giuffrè si avvicina ai giorni delle stragi di dieci anni fa e successivamente il collaboratore precisa meglio il suo pensiero: "Io non sono un politico, tengo a precisarlo, ma con il maxiprocesso si comincia a delineare un discorso politico e della magistratura e da lì si è arrivati alle stragi". Tornando al 1987, Giuffrè rivela che Provenzano non condivise la sterzata elettorale in direzione dei socialisti. "Lui non era d'accordo con questa avventura socialista mista a quella radicale - ha sostenuto Giuffrè - i fatti alla lunga gli hanno dato ragione". Il pentito ha poi confermato che Provenzano non partecipava alle riunioni della commissione. "Per due analoghi motivi - ha spiegato Giuffrè- se Riina veniva arrestato nel corso di un'irruzione o ucciso durante un contrasto interno, fuori restava sempre un corleonese libero e vivo".
Provenzano non partecipava ma si appartava spesso con Riina, con il quale discuteva a lungo. "Riina mi disse - ha detto Giuffrè - io e Binu possiamo avere dei contrasti ma non ci alziamo dal tavolo se non troviamo un accordo'. Il pentito, infine, rivela che quando riprese la campagna contro i familiari dei pentiti lui venne incaricato di uccidere un parente di Contorno, che abitava a Sciara. "Era la fine del
'91 - conclude Giuffrè - io non ho fatto in tempo e poi sono stato arrestato. Questa persona, che credo si chiami Lombardo, è ancora viva".
Le latitanze . Nel 1981 Giuffrè si fa le ossa nell'organizzazione curando la latitanza di Michele Greco, allora capo della commissione. 'Incontrava da latitante persone esterne a Cosa Nostra - ha detto - cercava contatti in alto loco su Roma per limitare i danni per Cosa Nostra causati dalla magistratura'. Cresciuto all'ombra di Ciccio Intile, che morirà suicida in carcere, Giuffrè viene a poco a poco ammesso nei circoli mafiosi che contano, e conosce prima Provenzano e poi Riina.
"Quando Intile venne arrestato - ha detto - ero rimasto, come si dice, in mezzo ad una strada: mi misi in contatto con Provenzano e tornai con le spalle coperte". Ciò gli consentì di gestire con più forza i contrasti interni al suo mandamento in particolare con Gaeta di Termini Imerese, che lui fu autorizzato ad uccidere. "Ma non lo feci, così come non autorizzai l'uccisione di altre persone, tra cui Diego Guzzino; ma non diedi l'autorizzazione". Poi ha cominciato a parlare delle riunioni della commissione. "Venivo prelevato da alcune persone - ha esordito - e portato in un luogo dove c'era un grande tavolo di legno e Riina sedeva sempre a capotavola. Non ricordo se era la casa di Priolo o Guddo, il posto l'ho
descritto agli investigatori".

17 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE' PARLA IN AULA A PADOVA
"Il Nuovo"
Mafia, Giuffrè: "Avevamo in mano sindaci e assessori"
"Ci venivano incontro per quanto riguarda gli appalti, le concessioni, le licenze, le forniture". Così racconta il pentito Giuffrè, oggi di nuovo in aula. L'ex boss parla anche del suo arresto.
PADOVA - Secondo giorno di deposizione di Nino Giuffrè, ex braccio destro di Provenzano, oggi di fronte al Tribunale di Termini Imerese, in trasferta nell'aula bunker di Padova per un processo alle cosche delle Madonie.
Protetto da un paravento bianco il collaboratore ha iniziato a rispondere alle domande del pm della Dda di Palermo Lia Sava che, dopo l'udienza di ieri dedicata alle conoscenze "generali" di Cosa Nostra di Giuffrè, ha iniziato a chiedergli notizie specifiche sui protagonisti del mandamento di Caccamo, al quale sono accusati di appartenere molti degli imputati del processo.
"Per Cosa Nostra è importante avere nelle mani sindaci ed assessori dei Comuni, con loro si scambiano favori". Così Nino Giuffrè descrive i rapporti dell'organizzazione con politici ed amministratori sul territorio, quella ragnatela di relazioni diffuse che costituisce il terreno su cui avviene lo scambio con le istituzioni: da un lato i voti, dall'altro i favori. "Era importante - spiega Giuffrè - perchè sindaci ed assessori ci venivano incontro per quanto riguarda gli appalti, le concessioni, le licenze, le forniture".
Un esempio del condizionamento di Cosa Nostra dei meccanismi della democrazia Giuffrè lo ha fornito raccontando la sterzata elettorale decisa da Riina verso il Psi, abbandonando la Democrazia Cristiana. "Io distribuii i fac simile a tutti i rappresentanti dei comuni - ricorda Giuffrè - e quando si diffuse la voce in qualche occasione vennero ritirate alcune candidature".
"Provenzano - racconta ancora Giuffrè - mi diede l'autorizzazione per uccidere Diego Guzzino, accusato di essere sbirro. Io non mi mossi. Volevo la verità su quelle accuse e la chiesi anche a suo nipote. Ma non ricevetti alcuna risposta, e io quattro mesi dopo venni arrestato". Con una battuta lasciata cadere lì, nel mezzo del racconto di un omicidio mancato, mentre Diego Guzzino, presente in aula, ascolta impassibile il suo ex capo, Antonino Giuffrè - l'ultimo dei pentiti di mafia - apre il capitolo dei misteri della sua cattura, frutto di una soffiata fatta ai carabinieri di Termini Imerese la mattina dell'11 aprile di quest'anno.
Giuffrè sembra attribuire il suo arresto proprio al mancato omicidio di quello che lui stesso definisce "il mio maestro, per avermi impartito un'educazione mafiosa". Seduto tra i banchi dei difensori nell'aula bunker del carcere Due Palazzi di Padova, Diego Guzzino ha ascoltato impassibile le parole del pentito e non ha voluto commentare in alcun modo la deposizione. Arrestato e coinvolto nel maxiprocesso bis alle cosche mafiose della provincia di Palermo, dopo l'arresto di Giuffrè, Guzzino è ritenuto dai magistrati uno dei boss più influenti di Caccamo.
L'ex boss di Cosa Nostra, il "braccio destro di Provenzano" ha anche raccontato la vicenda del pentito Lima, un uomo d'onore di Trabia che ha collaborato con la giustizia, accusando alcuni boss anche di omicidio, e poi è stato corrotto, ha detto Giuffrè, per ritrattare le sue accuse.
"Abbiamo tentato di uccidere più volte Gaetano Lima, anche dopo il suo pentimento, senza mai riuscirci. Invece di tappargli la bocca Gerlando Alberti e Rinella preferirono pagarlo, e gli consegnarono 60-70 milioni ciascuno. Ma non riuscirono ad evitare gli ergastoli".

17 ottobre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA, NESSUNA INFLUENZA SU CASSAZIONE
ANSA:
Andreotti non aveva alcuna influenza sulla prima sezione della Cassazione. Alla ripresa del processo d' appello di Palermo la difesa del senatore a vita e' tornata a criticare la tesi dell' accusa che attribuisce appunto a Giulio Andreotti un legame con l'ex presidente Corrado Carnevale in grado di 'pilotare' i processi a Cosa nostra. L' avvocato Gioacchino Sbacchi ha incentrato il suo intervento su due punti fondamentali: l' occasionalita' dei rapporti con Carnevale (una conoscenza nata in occasione di un premio letterario) e l' autonomia del collegio. Citando l'ex presidente Antonio Brancaccio e altri giudici della Cassazione, il legale ha escluso che Carnevale potesse esercitare un ruolo "egemonico". Una radiografia della sezione ha rivelato anzi l'esistenza di due anime, che esprimevano due diverse e opposte concezioni della giurisdizione: Carnevale era un "nullista", che tendeva cioe' ad annullare per difetto di motivazione le decisioni dei giudici di merito, e altri si collocavano invece dalla parte dei "confermisti", i quali si orientavano verso una conferma delle sentenze di primo e di secondo grado. Il confronto, sempre dialettico, tra i due schieramenti escludeva, a giudizio di Sbacchi, la possibilita' di determinare a priori l' esito di un processo. A volte non era possibile neppure prevedere esattamente la composizione dei collegi. Per questo Andreotti non poteva contare, ammesso che lo avesse voluto, in Cassazione su un orientamento favorevole agli imputati di mafia. Le arringhe difensive proseguiranno nell' udienza del 31 ottobre.

17 ottobre 2002 - MAFIA: PROCESSO CANALE; MORI, CI FIDAVAMO DEI NOSTRI UOMINI
ANSA:
"Non facemmo alcuna indagine interna sulle dichiarazioni rese da Angelo Siino su Canale. La lealta' dei nostri uomini la verificavamo ogni giorno sul campo". Il generale Mario Mori, capo del Sisde, per anni alla guida del Ros, difende Carmelo Canale, imputato di associazione mafiosa davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo. Chiamato a deporre dal pm Massimo Russo sulle rivelazioni di Angelo Siino, che era stato ascoltato dai carabinieri proprio su Canale in diversi colloqui investigativi, Mori ha detto di non avere dato particolare peso alle parole del "ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra". Nel '95, due anni prima di collaborare con la giustizia, Siino accenno' all' ufficiale di Terrasini in due diverse occasioni parlando con un collaboratore di Mori: il maggiore Giuseppe De Donno. A De Donno, Siino avrebbe raccontato che tempo prima Canale si sarebbe offerto di procurargli il rapporto mafia-appalti, un' informativa sulla gestione illecita delle gare pubbliche nella provincia di Palermo. La rivelazione pero' non allarmo' particolarmente ne' il maggiore ne' il suo superiore, che della vicenda non parlarono con nessuno. Soltanto due anni dopo, quando Siino comincio' a collaborare con la giustizia, la circostanza venne riferita dal Ros ai magistrati di Palermo. In un' altra occasione Siino si sarebbe vantato con De Donno di avergli salvato la vita. "Sapevo di un suo incontro in un ristorante ma chiesi alla mafia di non eliminarla. A dirmi dove avrei potuto trovarla era stato Canale". Ma anche in questo caso le parole del collaboratore non ebbero effetto. "Lo ritenemmo un millantatore", ha spiegato Mori. Entrambe le circostanze sono state confermate da De Donno, salito sul banco dei testi subito dopo il capo del Sisde.

18 ottobre 2002 - SENATO APPROVA DDL 41 BIS
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Voto bipartisan al Senato per il disegno di legge che rende definitivo il 41 bis, cioè il carcere duro per i mafiosi, allargato anche ai terroristi e ai trafficanti di esseri umani. Maggioranza ed opposizione, a differenza del clima di forte scontro che si sta registrando in queste ore sulla legge Cirami, si compattano sulla lotta a boss e criminali e con 204 sì, 6 no e 16 astenuti approvano il provvedimento che ora passa alla Camera per il via libera definitivo.
L'articolo 41 bis del regolamento carcerario introdotto dopo la strage di Capaci, finora è stato rinnovato di anno in anno, con la nuova norma diventerà stabile. Sono state introdotte alcune novità significative per rendere meno discrezionale la revoca del regime di carcere duro e viene innalzata da sei mesi ad un anno la durata della prima applicazione. Inoltre per evitare il cosidetto "turismo carcerario" i mafiosi si potranno essere interrogati in video conferenza, senza essere più trasferiti nel carcere più vicino alla Corte. Un giro di vite, anche più restrittivo del testo originario, suggerito dal ministro Castelli che prevedeva che il carcere duro restasse in vigore per l'intera legislatura. Ma i senatori hanno accolto una richiesta della commissione Antimafia che invitava il Parlamento a rendere permanente il 41 bis. E infatti il presidente dell'Antimafia Roberto Centaro è molto soddisfatto per il voto a larghissima maggioranza che riforma in senso garantista l'attuale legislazione, cancellando l'ipocrisia della proroga": La criminalità organizzata è un' emergenza costante ed è necessario avere tutte le norme che consentono di combattere il fenomeno". "E' una pietra miliare nella lotta alla mafia, al terrorismo e al traffico di esseri umani - commenta il capogruppo azzurro Renato Schifani - Ci avviamo così a grandi passi verso il carcere duro che impedirà ai mafiosi di poter continuare a dare ordini da dietro le sbarre". Per il presidente della commissione Giustizia del Senato, Caruso "è una risposta di straordinaria potenza ed efficacia nel contrasto della vecchia e nuova criminalità organizzata e l'eversione. Il 41 bis non è un super- pena ma uno strumento con la finalità di recidere il contatto e quindi il contratto tra il detenuto e l'organizzazione. Vizzini di Fi parla di "rispostaa al proclama di Bagarella" mentre dall'altra sponda,DallaChiesa rileva che il Parlamento ha dimostrato di non temere le minacce e le allusioni di alcuni boss di prima grandezza. Certamente "è un giorno positivo per la lotta alla mafia" commenta il diessino Lumia e si augura che il disegno viaggi alla Camera veloce come la Cirami- "Stabilizzare il 41 bis e mantenere forte la separazione tra tra boss in carcere e l'organizazione è uno dei cardini della lotta alla mafia".

18 ottobre 2002 - LO FORTE INTERROGA GIUFFRE' IN CARCERE NORD ITALIA
ANSA:
Il procuratore aggiunto, Guido Lo Forte, sta interrogando il pentito Antonino Giuffre' in un carcere del Nord Italia. Il vice del procuratore Grasso, secondo quanto si e' appreso, sta sottoponendo una serie di domande al collaboratore di giustizia, insieme al collega Sergio Lari, nell' ambito di alcune inchieste avviate dalla procura di Palermo. E' il primo interrogatorio che Lo Forte conduce nei confronti del nuovo collaboratore di Giustizia dopo le polemiche esplose in seguito all'invio, da parte dello stesso Lo Forte e dell'altro 'aggiunto', Roberto Scarpinato, di due lettere di dimissioni dalla direzione distrettuale antimafia; entrambi lamentavano di essere stati esclusi dalla gestione operativa delle dichiarazioni del pentito. La situazione si era poi normalizzata dopo un chiarimento avvenuto durante una riunione della Dda protrattasi per molte ore.

21 ottobre 2002 - ANTIMAFIA: SCORTA A VICEPRESIDENTE ANGELA NAPOLI
ANSA:
La vicepresidente della Commissione antimafia Angela Napoli, che nei giorni delle audizioni calabresi della Commissione aveva subito alcune minacce, ha ottenuto la scorta. Lo ha confermato la stessa vicepresidente. Angela Napoli avra' la scorta in Calabria e la tutela quando si reca a Roma. La vicepresidente della Commissione antimafia e' stata la prima a lanciare un appello per le infiltrazioni mafiose in alcune istituzioni calabresi e nell' apparato politico-economico della regione.

21 ottobre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: PENTITO PULCI SU INCONTRO CON MADONIA
ANSA:
Un presunto incontro fra il boss mafioso latitante Giuseppe 'Piddu' Madonia ed il senatore Marcello Dell' Utri, che sarebbe avvenuto tra la fine del 1991 e l' inizio del 1992 in un bar-ristorante vicino alla stazione ferroviaria di Milano, e' stato ricostruito in aula dal pentito Calogero Pulci. Secondo il collaboratore, che sta deponendo nel processo al senatore di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa, Madonia avrebbe incontrato il parlamentare in relazione a interessi edilizi dei mafiosi nel milanese e in particolare per cercare di far cambiare lo stato urbanistico di un appezzamento di terreno ad Arese, sul quale gli affiliati a Cosa nostra che vivono a Milano avevano interesse a realizzare nove edifici. L' affare non sarebbe poi andato a buon fine. "Ho saputo da Madonia - dice Pulci - che quell' incontro non era il primo che avveniva fra i due". Sarebbe stato Pulci ad accompagnare al ristorante Madonia; una volta dentro il locale, il boss latitante avrebbe atteso - sempre secondo il racconto del pentito - l' arrivo di Dell' Utri. "Madonia e questa persona (Dell'Utri, ndr) si sono intrattenuti a parlare - afferma il pentito - per oltre un' ora". Pulci ha detto che non sapeva che la persona in questione fosse Dell' Utri. Madonia gli aveva detto che si trattava di un imprenditore originario di Palermo, e che "era amico degli amici nostri", riferendosi a Riina e Provenzano. L' avvocato Enrico Trantino, difensore di Dell' Utri, ha quindi sottolineato che il pentito "si e' ricordato di riconoscere in fotografia il parlamentare, solo sei anni dopo l' incontro che sarebbe avvenuto a Milano". Il pentito ha sottolineato che nel verbale d' intenti della sua collaborazione iniziata nel novembre 1999, con l' allora procuratore Giovanni Tinebra, fece i nomi di magistrati, politici e uomini d' onore. Calogero Pulci e' originario di Sommatino (Caltanissetta) ed e' stato braccio destro del capomafia, Giuseppe 'Piddu' Madonia, considerato uno dei punti di riferimento di Bernardo Provenzano nel nisseno. Dopo l' avvio della sua collaborazione con la procura di Caltanissetta, i pm chiesero ed ottennero l' arresto di Pulci per calunnia. Secondo la Dda nissena, Pulci nel novembre '99 avrebbe deciso di pentirsi per salvare i suoi familiari e incastrare i nemici con false accuse. Per il Tribunale di Palermo, invece, Pulci, e' attendibile e lo scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di condanna dell' imprenditore bagherese Giacinto Scianna.

22 ottobre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: PER COL. RICCIO C'E' UN TERZO MANDANTE
"La Stampa"
NUOVE RIVELAZIONI DEL COLONNELLO DEI CARABINIERI RICCIO DURANTE IL PROCESSO CONTRO DELL´UTRI "Un terzo mandante per le stragi del `93"
corrispondente da PALERMO
Per le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano, un anziano boss delle Madonie, Giuseppe Farinella, capo mafia di San Mauro di Castelverde, detenuto, "avrebbe svolto un ruolo importantissimo nell´organizzazione mafiosa, facendo da trait d´union fra Cosa nostra, la massoneria, i servizi segreti deviati e l´estrema destra". Tommaso Buscetta lo indicava come un vecchio mafioso "saggio" e per questa sua capacità di mediare era considerato il punto di riferimento di molti uomini di Cosa nostra. È in questi ambienti che sarebbero maturati gli attentati. A sostenerlo adesso è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che per alcuni anni ha raccolto le "confidenze" di Luigi Ilardo, un mafioso che aveva deciso di collaborare con la giustizia. L´aspirante pentito non riuscì mai a firmare un verbale di interrogatorio perché venne assassinato a Catania nel 1996, poche settimane prima che entrasse nel programma di protezione. Riccio è stato a lungo il confessore di Ilardo, che gli ha permesso di arrestare latitanti e scoprire arsenali. Adesso quelle "soffiate" l´ufficiale le riporta ai giudici davanti ai quali si svolge il processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell´Utri, accusato a Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa. "Oltre a Riina e Bagarella (Provenzano si era defilato ma aveva condiviso gli attentati) - ha detto Riccio riportando le parole di Ilardo - c´è stato un terzo mandante delle stragi che è Farinella". Proprio su questi fatti i magistrati della Dda di Firenze, che indagano sui mandanti esterni degli attentati del `93 avevano ascoltato l´ufficiale e sulle sue indicazioni i magistrati hanno delegato accertamenti. In particolare sulla famiglia Farinella di San Mauro Castelverde. "Un familiare di Farinella che vive nel messinese - aveva rivelato Ilardo al suo "confessore" - è l´uomo chiave per le stragi, perché è un personaggio importantissimo per l´organizzazione mafiosa". "Secondo Ilardo - ha detto il teste - Farinella utilizzava Michelangelo Alfano (imprenditore di Bagheria, sotto processo per associazione mafiosa ed ex presidente del Messina Calcio ndr) come un canale importante per mettere in collegamento l´organizzazione mafiosa con ambienti collusi delle istituzioni". Durante l´esame di Riccio, condotto dai pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia, è emerso che la procura di Palermo sta indagando su alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri, indicati da Ilardo come collusi. Al centro dell'indagine vi sono i timori di Ilardo che, a proposito del terzo mandante delle stragi, avrebbe detto al colonnello Riccio: "Non raccontare questi particolari ai tuoi superiori". Secondo Riccio, infatti, Ilardo temeva per la propria vita; appariva preoccupato che le proprie confidenze arrivassero a Cosa nostra proprio attraverso una fuga di notizie provocata dagli stessi carabinieri. "Ilardo sosteneva che qualcuno dei miei superiori - ha detto in aula l´ufficiale riferendo quanto aveva appreso dal mafioso - fosse colluso o coinvolto con Cosa nostra e per questo motivo non si fidava. Ilardo mi diceva che se avessi riferito questi particolari su Farinella e Alfano, Cosa nostra lo avrebbe saputo e avrebbe scoperto la sua collaborazione". "Ricordo - ha aggiunto Riccio - che il giorno in cui portai Ilardo a conoscere il generale Mario Mori rimasi perplesso perché Ilardo lo aggredì verbalmente dicendogli che avrebbe detto ai magistrati che per la gran parte dei delitti di cui era accusata Cosa nostra, i mandanti erano istituzionali. A quella affermazione Mori non rispose e andò via". L'ufficiale, replicando in aula alle domande del pm Ingroia, ha inoltre affermato che c´era "una chiusura" da parte del Ros quando le indagini "andavano a toccare la politica". Il riferimento è anche alle tangenti che, secondo Ilardo, sarebbero state pagate dalla Fininvest a Catania. Argomento, secondo Riccio, "non approfondito dal Ros". Dopo queste dichiarazioni Mori ha denunciato Riccio per calunnia. Lirio Abbate

23 ottobre 2002 - DENUNCIATA SCOMPARSA DEDICA PIAZZA INTITOLATA A GIUSEPPE IMPASTATO
ANSA:
"Il sindaco di Isnello e la maggioranza di centrodestra stanno facendo di tutto per cancellare o sminuire la memoria di Peppino Impastato". E' la denuncia di Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato, scaturita dalla improvvisa sparizione a Isnello prima del cippo con il nome del militante di Dp ucciso a Cinisi dalla mafia e poi della dedica. "Prima hanno tolto il cippo - rileva Santino - adducendo la scusa del rifacimento dell' arredo urbano, ora i consiglieri di 'Liberta' e progresso' hanno deciso di togliere la scritta che dedica la piazza a Impastato sostituendola con un nuova scritta: 'Piazza vittime della mafia, gia' piazza Peppino Impastato'". La scelta e' stata definita dal sindaco di Isnello "necessaria, nel rispetto della figura di Peppino Impastato". "Le giunte di destra o di centrodestra - prosegue Santino - considerano loro impegno primario cancellare l' operato delle giunte di sinistra o di centrosinistra e per il sindaco, la giunta e la maggioranza che hanno conquistato il comune di Isnello per un pugno di voti, il nome di Peppino Impastato non poteva non essere indigesto". "Ora hanno trovato il modo - osserva - di salvare capra e cavoli, dandosi una patente di antimafiosita' e relegando Impastato al ruolo di ex". Santino, a nome del Centro Impastato, chiede che venga rimesso a posto il cippo e che la piazza rimanga intitolata a Impastato. "Non mancano strade e piazze da dedicare alle vittime della mafia - dice - a cominciare da Epifanio Li Puma, assassinato nel 1948, a cui gli isnellesi non hanno dedicato neppure un vicoletto".

25 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE', PROVENZANO HA ORDINATO STRAGI
"La Gazzetta del Sud"
Palermo Il capomafia di Caccamo lo accusa di aver ordinato "in persona" le stragi di politici e magistrati
Giuffrè fa cadere il mito di Provenzano il buonista
Svelati i nomi degli uomini di fiducia di Binnu: Pino Lipari e Tommaso Cannella
PALERMO - Bernardo Provenzano è "il primo in persona" responsabile delle stragi e dei delitti politici. Lo ha affermato il pentito Antonino Giuffrè, interrogato dai pm di Palermo e Caltanissetta. Il boss latitante è descritto dal collaboratore di giustizia come un sanguinario, e afferma che il vecchio appellativo di Binnu "u tratturi" gli sarebbe stato affibbiato proprio per la sua irruenza nell' affrontare uomini e cose (circostanza invero già nota; ndr). Giuffrè quindi fa cadere la diceria, comoda evidentemente a chi piace convivere con la mafia, che voleva far apparire Provenzano come un "buonista", uno che aveva preso le distanze dagli attentati del 1992 e 1993. "Invece lui è il responsabile - ha sostenuto l' ex boss di Caccamo - e chi ha messo in giro queste voci lo ha fatto per cercare di tenere lontano dai guai giudiziari Provenzano o magari per evitare di essere arrestato". Provenzano, secondo Giuffrè, si sarebbe circondato di due "consulenti, Giuseppe Lipari, ("è il suo consigliere politico e imprenditoriale") e Tommaso Cannella, ("il giorno in cui è stato arrestato aveva un appuntamento con Binnu") entrambi detenuti da gennaio scorso. Lipari, secondo il pentito, potrebbe avere avuto un ruolo importante, come interfaccia fra Cosa nostra e il mondo politico ed economico. "Lipari, pur avendo un ruolo molto importante prima con Riina e poi con Provenzano - sostiene Giuffrè - non aveva un incarico di capomandamento, e per questo non avrebbe partecipato alle riunioni della Commissione provinciale in cui si sono decisi delitti, fra i quali quelli di alcuni politici". Altri particolari sulla vita del "capo dei capi", "Manuzza" li ha raccontati ai magistrati che lo stanno interrogando con dovizia di particolari: "Provenzano non parlava con me, nè con altri, dei posti in cui aveva dormito o si rifugiava. Quando si recava ad un appuntamento utilizzava sempre degli accorgimenti particolari che lo mettevano al sicuro". Una delle persone di cui si fidava per spostarsi da un luogo all' altro, secondo il pentito, era il boss Tommaso Cannella, arrestato lo scorso gennaio. Giuffrè racconta che nel 2000 ha trascorso una parte della latitanza insieme alla "primula rossa" di Corleone. "Ci veniva a trovare spesso Cannella - dice Giuffrè - nonostante fosse consapevole che le Forze dell' ordine lo tenevano sotto controllo perchè speravano che li portasse da Provenzano. Masino nonostante ciò riusciva ad incontrarci lo stesso senza farsi seguire". Giuffrè ha spiegato ai pm che il luogo in cui due anni fa si rifugiava con Provenzano era una villetta vicina a quella in cui il 31 gennaio 2001 è stato arrestato il latitante Benedetto Spera, a Mezzojuso, nel Palermitano. "Ero insieme a Provenzano - ha raccontato il pentito - ed era una bella giornata e per questo motivo ci siamo seduti nello spiazzo davanti la casa a parlare. In quella occasione è arrivato Cannella il quale mi ha rimproverato perchè ci eravamo sistemati fuori, incuranti del pericolo di essere notati. Gli risposi dicendo che quel poveretto (Provenzano ndr) aveva pure il diritto di prendere un pochino di sole, un pochino di aria. Cannella ha dunque insistito nel prestare maggiore attenzione". "Il posto in cui ci trovavamo a trascorrere la latitanza nel 2000 era vicino allo scorrimento veloce per Agrigento e la casa era un pochino sopraelevata, diciamo che le figure delle persone davanti alla casa si potevano notare anche da lontano". Ed ancora: "Binnu non parlava tanto delle persone di stretta fede religiosa provenzana (testuale ndr), in particolare di Masino Cannella e Pino Lipari", ha affermato Giuffrè il quale ha spiegato ai pm che Provenzano, dopo l' arresto dei suoi due fedelissimi, avvenuto il 24 gennaio scorso, era "abbattuto". Leggendo i giornali, dopo il blitz che aveva portato in carcere una decina di favoreggiatori del capo di Cosa nostra, Giuffrè cercò di commentare la vicenda con il boss latitante. "Zio - disse Giuffrè rivolgendosi a Provenzano - ma come spiega certe cose scritte sui giornali? Giustamente mi disse: ma tu credi a quello che c' è scritto? Lui ha cercato di sviarmi, ma quando abbiamo affrontato la vicenda che riguardava Pino Lipari ha fatto un commento un pochino pessimistico, cioè un pochino sconsolato: Ninuzzu, a Pino u cunsumaru. Io l'ho guardato in faccia: zio ma ti rendi conto? Pino chiuriu, ha chiuso. E ora che fa mi metto a piangere, che devo fare? Su Masino Cannella mi ha detto che aveva motivi molto importanti da trattare con lui, in linea di massima diciamo che c' erano discorsi di interessi economici, di natura imprenditoriale".

25 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE' A MILANO, INIZIATO INTERROGATORIO
ANSA:
Con l' organigramma della famiglia mafiosa di Termini Imerese e la descrizione dei suoi interessi economici che ruotavano attorno alla Calcestruzzi Termini e' iniziato a Milano, nell' aula bunker di piazza Filangieri, l' interrogatorio del pentito Nino Giuffre', ex componente della commissione mafiosa, condotto dal pubblico ministero di Termini Imerese Costantino De Robbio. Protetto da un paravento di tipo sanitario il pentito sta rispondendo alle ultime domande del pm, proseguendo l' esame iniziato a Padova la scorsa settimana; subito dopo sara' la volta dei difensori dei 21 imputati, tra i quali lo stesso legale di Giuffre', anch' egli imputato nel processo, l' avvocato Lucia Falzone. Il processo prende in esame una serie di estorsioni e di intimidazioni commessi da presunti uomini d' onore, accusati di associazione mafiosa, nella zona delle Madonie.

25 ottobre 2002 - MAFIA: GIUFFRE', DIETRO STRAGI INTRECCIO MAFIA E POLITICA
ANSA:
L' intreccio fra mafia, politica e imprenditoria, secondo le ultime dichiarazioni rese ai pm da Antonino Giuffre', e' collegato alla strategia messa a punto da Cosa nostra per organizzare le stragi in cui sono morti i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Il pentito, interrogato nelle scorse settimane in una localita' segreta dai magistrati della Dda di Caltanissetta, nell' ambito dell' inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92, ha delineato il quadro generale in cui maturo' la stagione di sangue di 10 anni fa. La politica, e gli ambienti ad essa vicini, entrano di nuovo nell' inchiesta e, secondo quanto appreso negli ambienti giudiziari, ci vorranno altri interrogatori a cui dovra' essere sottoposto Giuffre' nelle prossime settimane dai pm di Caltanissetta per delineare meglio "le responsabilita' dei mandanti". Il fascicolo, aperto gia' da un anno e' curato dal procuratore Francesco Messineo e dagli aggiunti Francesco Paolo Giordano e Renato Di Natale. L' indagine, secondo fonti del palazzo di giustizia nisseno, potrebbe avere avuto una svolta notevole con il contributo di Giuffre'. Il pentito ha fornito riscontri, ed ha sottolineato che nel periodo in cui e' stato collocato l' esplosivo lui si trovava in carcere. Il collaboratore, infatti, venne arrestato nel febbraio del '92 e scarcerato nel gennaio '93. Le dichiarazioni di Antonino Giuffre', inserite nell' inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92 potrebbero provare che dietro le stragi di Capaci e di Via D' Amelio vi sia stata una "volonta' politica". Il collaboratore sarebbe infatti a conoscenza di alcuni retroscena su questo argomento per averli appresi non de relato, ma direttamente da Bernardo Provenzano e da altri boss. La procura di Caltanissetta ha aperto filoni di indagine che "senza preconcetti o preclusioni vogliono far luce sulle collusioni tra mafia e politica". Per questo motivo Giuffre' sara' interrogato, ancora una volta, dai pm che indagano sulle stragi in modo da scandagliare meglio l' ipotesi di eventuali mandanti politici occulti dietro gli omicidi di Falcone e Borsellino. I magistrati hanno gia' affrontato con il pentito questo delicato tema; secondo alcune indiscrezioni Giuffre' avrebbe, in parte, illustrato le motivazioni che avrebbero spinto Cosa nostra ad organizzare gli attentati. I verbali sono ancora top secret. Lo scenario che avrebbe descritto Giuffre' e' quello della spartizione degli appalti. Secondo questa ricostruzione la mafia avrebbe voluto difendere il cosiddetto 'tavolino', cioe' l' accordo fra imprenditori e politici. Gli inquirenti dovrebbero approfondire in particolare alcuni aspetti legati all' attentato a Paolo Borsellino.

26 ottobre 2002 - GIUFFRE': LE DICHIARAZIONI AI PM SICILIANI
"La Stampa"
LE DICHIARAZIONI DEL PENTITO GIUFFRÈ AI PM SICILIANI "Una volontà politica per le stragi del `92"
CALTANISSETTA
Ritorna l´ombra della politica dietro le stragi in cui dieci anni fa morirono a Palermo i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Francesca Morvillo e con loro gli agenti delle scorte. Ritorna l´intreccio mafia e imprenditoria. Sono queste le ultime dichiarazioni rese ai pm dal pentito Antonino Giuffrè, che ricostruisce la strategia "sanguinaria" di Bernardo Provenzano e Totò Riina. Il collaboratore, interrogato nelle scorse settimane dai magistrati della Dda di Caltanissetta, nell´ambito dell´inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del `92, ha delineato il quadro generale in cui maturò la stagione di sangue. La politica, e gli ambienti a essa vicini, entrano di nuovo nell´inchiesta e, secondo quanto appreso negli ambienti giudiziari, ci vorranno altri interrogatori a cui dovrà essere sottoposto Giuffrè nelle prossime settimane per delineare meglio "le responsabilità dei mandanti". Il fascicolo è stato aperto un anno fa ed è assegnato al procuratore Francesco Messineo e agli aggiunti Francesco Paolo Giordano e Renato Di Natale. Le dichiarazioni di Giuffrè potrebbero portare a provare che dietro le stragi vi può essere stata una "volontà politica". Il collaboratore sarebbe infatti a conoscenza di alcuni retroscena per averli appresi da Bernardo Provenzano, altri li ha vissuti in prima persona. La procura di Caltanissetta ha aperto filoni di indagine che "senza preconcetti o preclusioni vogliono far luce sulle collusioni tra mafia e politica". Per questo motivo Giuffrè sarà interrogato dai pm, ancora una volta, per approfondire l´ipotesi di eventuali mandanti politici occulti. Nelle scorse settimane, in una località segreta, i magistrati hanno affrontato con il pentito questo delicato tema; Giuffrè avrebbe in parte illustrato le motivazioni che spinsero Cosa nostra a organizzare gli attentati. I verbali sono top secret. Lo scenario che descrive Giuffrè è quello della spartizione degli appalti. Secondo la sua ricostruzione la mafia avrebbe voluto difendere il cosiddetto "tavolino", l´accordo fra imprenditori e politici. Gli inquirenti dovrebbero approfondire in particolare alcuni aspetti legati all´attentato a Borsellino, che rappresenta una vicenda ancora più complessa rispetto a quella in cui è maturata la decisione di uccidere Falcone. Ieri pomeriggio il collaboratore è comparso in aula a Milano, nascosto al pubblico da un paravento. Rispondendo alle domande degli avvocati nel processo che vede imputati presunti affiliati alla cosca mafiosa di Caccamo, Giuffrè ha detto di non possedere alcun immobile e di aver dilapidato il suo patrimonio per pagare le spese legali nei processi cui è stato sottoposto dal `92 a oggi. Lirio Abbate

"Il Corriere della sera"
Il nuovo collaboratore di giustizia depone a Milano. "Riina mise assieme boss e imprenditori: sostituì Siino con Lipari, l'uomo di fiducia di Provenzano"
Giuffrè: appalti e stragi mafiose, l'ipotesi di un'unica regia
Il pentito parla del "tavolino" per la spartizione dei lavori pubblici. E apre lo scenario su mandanti occulti e politica
MILANO - Il "tavolino" dei grandi appalti, "'u tavulinu" citato da tanti pentiti, il tavolo con mafiosi e imprenditori impegnati in Sicilia nella spartizione dei lavori pubblici, potrebbe essere stato lo stesso in cui maturò il disegno delle stragi contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E' il nuovo scenario che in diversi verbali top secret comincerebbe a delineare Antonino Giuffrè, il boss di Caccamo e Termini Imerese per anni a fianco dell'imprendibile Bernardo Provenzano. Siamo al tema dei mandanti occulti e di una spinta politica a Cosa Nostra cercata per anni dai magistrati. Soprattutto a Caltanissetta dove fu archiviata una prima lunga inchiesta su suggeritori e fiancheggiatori a volto coperto.
Adesso, gli spunti di Giuffrè, un pentito che, a tratti, sembra informatissimo e loquace mentre poi rallenta e delude: "Ero in carcere al momento delle stragi". Dettagliata, tuttavia, la descrizione del contesto. Come l'ha vissuto. Con le guerre di palazzo e le manovre sotterranee pilotate da Provenzano e Totò Riina.
Di qui il richiamo fatto al "tavolino" anche ieri a Milano dove si è spostato in trasferta-sicurezza il tribunale di Termini Imerese per proseguire, dopo una tappa a Padova, il primo processo con il pentito nascosto dal solito paravento da studio medico. Da un'aula bunker all'altra, Giuffrè spiega meglio l'intrigo del "tavolino" che finora sembrava essere stato gestito dal cosiddetto "ministro degli appalti" di Totò Riina, l'ormai pentito Angelo Siino.
Il nuovo collaboratore riscrive invece la storia criminale, imprenditoriale e politica del periodo immediatamente precedente le stragi: "Il "tavolino" nasce nell'89-90, proprio quando si incrina la stella di Angelo Siino. Anzi, aveva cominciato ad incrinarsi già nell'88. Come capii perché Riina convocò me, Siino e Balduccio Di Maggio. Una riunione per rimproverarli di non comportarsi bene. Disse che c'erano persone trascurate nella divisione dei lavori pubblici. E che una seccata con Siino era Provenzano...".
Come aveva già fatto a Padova, il riferimento di Giuffrè va all'impresa paravento del grande capo ancora latitante, quella di Vincenzo Giammanco, nipote dell'ex procuratore. Ieri la puntualizzazione su Siino: "Il "tavolino" nasce perché dietro le quinte comincia ad affacciarsi un'altra persona molto importante, Pino Lipari, il vero uomo di fiducia di Provenzano". Ecco il principale collettore che per conto di Riina e Provenzano vale più di Siino e degli altri partecipanti al "tavolo". Giuffrè completa così un mosaico in gran parte messo a fuoco anche con indagini come quelle sul computer di Lipari nel quale, nonostante la cancellazione dei files prima dell'arresto, sono stati ritrovati conteggi e materiali su centinaia di appalti. E' bastato lavorare sulla memoria fissa. Con sorpresa di Lipari che s'è lasciato sfuggire uno sfogo eloquente con i magistrati: "E "quello" mi aveva detto che potevamo stare tranquilli, che si cancellava tutto...". Sull'identità di "quello" molti non hanno dubbi. Dovrebbe essere proprio uno dei figli di Provenzano. "Quello" con la passione dei computer. Volenteroso, ma non ancora esperto.
Fra rivelazioni e deduzioni Giuffrè continuerà a deporre anche stamane, con la speranza che eviti i nostalgici panegirici a Cosa Nostra: "Noi cercavamo di tenere alti i "valori" di sincerità, fratellanza e onestà". Sciocchezze di un ex boss che si autodefinisce "nullatenente": "I soldi? Li ho spesi tutti per pagare gli avvocati".
Felice Cavallaro

27 ottobre 2002 - GIUFFRE': CONTINUANO LE RIVELAZIONI
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Milano
L'ex boss in aula fornisce nuove rivelazioni: la via politica
"Prima dell'inizio delle stragi
Cosa nostra voleva sciogliersi"
Il pentito Giuffrè: ma i corleonesi non furono d'accordo
MILANO I consiglieri di Provenzano erano attenti alla politica nazionale, i mafiosi capirono presto che per eliminare i pentiti invece di ucciderli era più utile lavorare sulla legislazione, nel pieno della sua forza politica e militare, Cosa Nostra pensò di sciogliersi, prima degli anni '90. "Ma i corleonesi non sono stati d'accordo".
Arriva dalle domande finali del Presidente Fabio Marino il colpo di scena di una doppia tornata di udienze dedicata al controesame di Nino Giuffrè e vissute quasi esclusivamente sulla narrazione delle vicende mafiose locali di Termini Imerese. In chiusura di udienza, nell'aula bunker di piazza Filangeri, Marino decide di volare alto con le domande sulle strategie mafiose e Giuffrè non si sottrae ai quesiti, rivelando per la prima volta che le avvisaglie di una stagione di lacrime e sangue per la mafia c'erano già state prima degli anni '90. Un periodo in cui Cosa Nostra, per nulla scalfita dall'offensiva del maxiprocesso, andava a caccia di nuove alleanze, saltando sul carro elettorale socialista dopo avere abbandonato quello Dc.
Sentiamo Giuffrè: "Si pensava a rompere tutto già prima degli anni '90, avremmo evitato le cose brutte e le stragi e ognuno se andava per i fatti suoi. Ma i corleonesi non erano d' accordo". Perchè? chiede il presidente. "Perchè (fin da allora, n.d.r.) - spiega Giuffrè - all'orizzonte si vedeva un futuro poco bello per Cosa Nostra; in molti avevano capito che si stava avviando una lotta che avrebbe portato più danni che altro. Questo, prima delle stragi. E dopo? "Nelle carceri - rivela Giuffrè, confermando le intenzioni contenute nella lettera di Pietro Aglieri - c'erano persone favorevoli a dichiararsi sconfitte, perchè nello scontro con lo Stato siamo usciti con le ossa rotte. Deponiamo le armi e non se ne parla più". Ma se la resa divideva i mafiosi, sulla dissociazione erano tutti d'accordo: "anche chi stava fuori - ha confermato Giuffrè - era favorevole all'ammissione di colpe senza accusare nessuno".
Scenari strategici che Giuffrè aveva introdotto affermando che "Provenzano è più raffinato politicamente di Riina, è consigliato politicamente meglio da chi gli stava vicino e capiva che il discorso delle stragi non portava da nessuna parte". Politicamente - chiede il presidente - intende riferirsi alla strategia di Cosa Nostra o anche alla politica regionale o nazionale? "Anche per quello che riguarda la politica nazionale", risponde il pentito.
Un capitolo di misteri ancora fitti che Giuffrè ha appena sfiorato in aula fermandosi davanti ad un avverbio, "politicamente" ma, che, secondo le indiscrezioni filtrate dagli uffici giudiziari, nel segreto degli interrogatori dei pm di Palermo e Caltanissetta, avrebbe già iniziato a spiegare meglio.
Scenari che ieri il collaboratore ha tracciato per grandi linee, confermando dall'interno della corrente dei moderati; quanto già ricostruito dalle dichiarazioni convergenti di tutti gli altri collaboratori. E cioè, che - fino alla strage Borsellino - Riina e Provenzano sono andati di pari passo. Dopo l' arresto di Totò 'u curtù, nel gennaio del 1993, Cosa Nostra si divise in due gruppi: quello stragista, guidato da Bagarella, Brusca e Graviano, con i mandamenti di San Mauro, Partinico, Agrigento, Trapani, e parte della provincia di Catania e Messina che voleva imporre il terrore con la forza, e noi, Provenzano, Aglieri e Carlo Greco, ed anche Raffaele Ganci che avevamo capito che quella strada non portava da nessuna parte, sia per quelli che erano dentro, che per i mafiosi rimasti fuori.
Per Cosa Nostra si apre un periodo di forti tensioni tra i due gruppi: 'Dietro le quinte c'era Bagarella che si voleva mettere nelle mani la provincia palermitana, poi ci siamo visti in una riunione e Bagarella e Graviano sono andati a fare le stragi fuori della Sicilia: questo rientrava nella strategia di Provenzano di spostare l'attenzione. Per avviare la strada del 'dialogò. E' qui che Giuffrè cala il suo riferimento alla 'politica nazionalè. 'Provenzano è consigliato politicamente - ha proseguito Giuffrè - da chi aveva il polso della situazione in quel momento, aveva una certa lungimiranza e capiva che il discorso delle stragi non poteva portare da nessuna parte. Solo lungimiranza o solidi contatti politici? Il mistero Giuffrè lo sta probabilmente sciogliendo negli interrogatori, tuttora segreti, condotti dai pm di Palermo e Caltanissetta.
Ed in questa contrapposizione tra stragisti e moderati Giuffrè ha spiegato meglio quanto aveva già detto a Padova e cioè che la sua famiglia tentò di salvare la vita del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino sequestrato ed ucciso su ordine di Brusca e Bagarella. 'C'è stata l'espressa richiesta da parte nostra di liberare il bambino - ha detto Giuffrè - ma Bagarella e Brusca fecero sapere che altre persone avrebbero fatto una cattiva figura. Per il resto il pentito, interrogato anche dal suo nuovo difensore Lucia Falzone, ha ricordato che il controllo totale del territorio, da parte di Cosa Nostra, faceva sì che ogni assunzione nelle amministrazioni fosse filtrata dai boss ("da un bidello ad un impiegato") ed ha offerto una nuova versione del rito dell'iniziazione, compiuto in una stanza al buio con una rivoltella ed un coltello incrociati sul tavolo.

29 ottobre 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: INTERROGATO TAORMINA
"La Gazzetta del sud"
Processo Dell'Utri Il penalista interrogato sulle affermazioni dell'ufficiale dell'Arma
Taormina: nessuna richiesta a Riccio
"Il colonnello, schierato con Fi, trattava il senatore con deferenza"
PALERMO - "Non ho mai chiesto al col. Riccio di esaminare le carte del processo al senatore Dell'Utri, nè posso dire di aver assistito ad una conversazione fra l'ufficiale ed il parlamentare. Ma non posso escludere che i due abbiano scambiato qualche parola". Convocato come teste per chiarire il contenuto di una riunione svolta nel suo studio romano nel marzo del 2001 alla quale parteciparono, oltre a Riccio e Dell'Utri, il tenente Carmelo Canale, ed il nipote di quest'ultimo Fabio Lombardo, l'avvocato Carlo Taormina offre ai giudici di Palermo una versione diversa da quella dell'ex colonnello del Ros Riccio, che disse di essere stato convocato da Taormina per esaminare le carte del processo Dell'Utri. "Convocai nel mio studio Riccio e Canale, dei quali ero difensore - ha detto Taormina - per parlare di nuovi elementi emersi sulla vicenda del suicidio del maresciallo Lombardo. Canale voleva parlare con Dell'Utri per cercare un posto di lavoro al nipote ed in quell'occasione, visto che erano entrambi nel mio studio, decisi di chiamare Dell'Utri al telefono e lui dopo un poco arrivò". "Presentai Riccio al senatore e posso dire che davanti a me non ci fu alcun discorso. Poi Canale, Lombardo e Dell'Utri si ritirarono in una stanza e parlarono fra di loro, ma io non ho assistito". "Ma Riccio mente quando dice di essere stato convocato per esaminare le carte del processo Dell'Utri"? ha chiesto il presidente Guarnotta. "Non dico ciò - ha risposto Taormina - non posso escludere che durante la presentazione fra Riccio e Dell'Utri i due abbiano scambiato qualche parola. Riccio, fra l'altro, era schierato con noi, con Forza Italia. Ritengo che se avesse saputo qualcosa che riguardava Dell'Utri coinvolto con Cosa Nostra in quell'occasione non gli avrebbe dato la mano, invece il colonnello si è mostrato deferente". L'avvocato ha inoltre aggiunto che Riccio, nel giugno del 2001, gli propose di svolgere investigazioni private su vicende che riguardavano l'attività politica di Taormina. "Accettai - ha concluso il teste - ed i risultati si sapranno nei prossimi giorni". E a margine dell'udienza, parlando con i giornalisti, Taormina ha spiegato che si tratta di accertamenti che riguardano vicende dei processi a Dell'Utri.

31 ottobre 2002 - OMICIDIO MARIO FRANCESE, INIZIATO PROCESSO APPELLO
ANSA:
Con la relazione del giudice a latere si e' aperto a Palermo il processo d'appello ai mandanti mafiosi dell'omicidio di Mario Francese, il giornalista del Giornale di Sicilia assassinato il 25 gennaio del 1979. Imputati i membri della commissione mafiosa, tra cui Toto' Riina, in carica in quel periodo e condannati a trent'anni in primo grado. Durante le fasi preliminari hanno ribadito la costituzione di parte civile i familiari del giornalista, l'Ordine dei giornalisti ed il Giornale di Sicilia. Il processo, proseguito con la requisitoria del pubblico ministero Nino Gatto, riprendera' l'8 novembre prossimo.
 
 
 


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