Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2003: ottobre e novembre
 
3 ottobre 2003 - MAFIA E STRAGI 1992: NUOVA ISTRUTTORIA DIBATTIMENTALE
ANSA:
MAFIA: PROCESSO STRAGI; CORTE SENTIRA' DECINE DI PENTITI
RIAPERTO DIBATTITO PER PROCEDIMENTI VIA D' AMELIO E CAPACI
Ci sara' una nuova istruttoria dibattimentale nel processo unico d' appello per le stragi di Capaci e via d' Amelio, nel corso della quale verranno sentiti nuovamente diversi pentiti storici di Cosa nostra.
Lo ha deciso la seconda corte d' Assise d' appello di Catania, riunita nell' aula bunker di Bicocca, davanti alla quale si svolge il procedimento.
E' stato il presidente Paolo Lucchese, a latere Concetta Spanto, a leggere l' ordinanza che di fatto regola il dibattimento. Alla richiesta avanzata dal procuratore generale Michelangelo Patane' di riascoltare pentiti vecchi e nuovi della mafia siciliana si erano opposti la maggior parte dei difensori degli imputati. La corte ha anche ammesso il confronto tra Salvatore Cancemi e Pippo Calo', che in passato era stato piu' volte sollecitato da quest' ultimo ma mai ammesso.
La corte ha invece rigettato le istanze di audizione del collaboratori catanesi Maurizio Avola e Natale Di Raimondo chiesti dal difensore di Mariano Agate e di Angelo Siino, sollecitato da uno degli avvocati della Parte civile.
Poco prima della chiusura dell' udienza il presidente Lucchese ha letto la sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Matteo Mottisi, che e' deceduto.

MAFIA: PROCESSO STRAGI;RICUSATA CORTE ASSISE APPELLO CATANIA
I legali di Carlo Greco, il boss del rione di Santa Maria del Gesu' condannato all' ergastolo per la strage di via D' Amelio, hanno ricusato la seconda corte d' Assise d' Appello di Catania davanti alla quale si celebrano i processi rinviati dalla Cassazione per le stragi via D' Amelio e Capaci.
L' atto e' stato depositato dall' avvocato Giuseppe D' Acqui' nell' udienza di stamattina, subito dopo il pronunciamento da parte del presidente Paolo Lucchese, che ha ufficializzato l' ordinanza di riunione nel processo di un procedimento stralcio in cui erano imputati Carlo Greco, Mariano Agate e Salvatore Montalto. Secondo l' avvocato D' Acqui' la corte, riunendo in un solo dibattimento la posizione di Greco, ha manifestato "indebitamente il proprio convincimento sui fatti dell' imputazione".
Secondo il penalista i giudici avrebbero fatto "emergere chiaramente il convincimento dell' identica matrice della deliberazione delittuosa e della stessa configurazione concettuale del concorso morale nella partecipazione di Carlo Greco alla realizzazione del reato".
"Enunciazioni - sostiene il legale - che di fatto e di diritto non sono altro che un' anticipazione del giudizio sul fatto che vanificano il principio dell' imparzialita' del giudice". Secondo l' avvocato Acqui' "la corte d' assise d' appello non ha tenuto conto dell' ordinanza 313 del 16 luglio del 1999 della Corte costituzionale che ha dichiarato che i due reati di strage sono manifestamente autonomi e distinti".
Di parere opposto la valutazione espressa dal procuratore generale Michelangelo Patane', che ha definito "infondata" la richiesta di ricusazione in quanto la Corte di fatto ha solo effettuato una "ricognizione sulla base delle risultanze dei due procedimenti, il Borsellino ter e quello per la strage di Capaci". Il presidente Lucchese ha trasmesso gli atti alla corte di appello di Catania. La ricusazione di fatto non blocca il processo, ma non puo' essere emessa alcuna sentenza.

5 ottobre 2003 - STRAGI 1992-1993: DNA COSTITUISCE POOL
ANSA:
MAFIA: STRAGI 92-93; VIGNA, COLLOQUI IN CARCERE SU MANDANTI
DNA COSTITUISCE POOL SU STRAGI
Colloqui investigativi in carcere con detenuti sono stati avviati da parte dei magistrati della Direzione nazionale antimafia per cercare di fare luce sui mandanti occulti delle stragi del '92 in Sicilia, in particolare quella in cui e' morto il giudice Paolo Borsellino, e del '93, di Roma, Milano e Firenze.
Il particolare, inedito, e' stato rivelato dal procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, che ha detto di aver costituto un pool di magistrati denominato "Servizio stragi", formato dai sostituti Gianni Melillo, Roberto Alfonso e Gianfranco Donadio, i quali effettuano da diversi mesi colloqui investigativi con detenuti, e poi girano le informazioni raccolte alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze.
Il pool e' stato costituito diversi mesi fa, ma solo adesso si e' appreso della sua esistenza. I sostituti della Dna e Vigna hanno gia' avviato riunioni di coordinamento con i pm delle tre procure distrettuali che indagano sui mandanti esterni alle stragi.
L' inchiesta coordinata dal procuratore nazionale Pier Luigi Vigna sui mandanti occulti della strage Borsellino e di quelle di Roma, Firenze e Milano del '93 avrebbe come prologo l' uccisione del boss trapanese, Vincenzo Milazzo e della sua convivente, Antonella Bonomo, assassinati pochi giorni prima della strage di via D' Amelio.
E' quanto emerge dall' indagine, cui collaborano alcuni detenuti, non siciliani, che sarebbero stati in contatto con esponenti di Cosa nostra.
I magistrati della Dna, che fanno parte del pool "servizio stragi" li hanno ascoltati durante alcuni colloqui investigativi in carcere, dai quali emerge che Milazzo era contrario alla strategia stragista ordinata da Toto' Riina, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca e inoltre che il boss trapanese e la sua fidanzata erano in contatto con un agente dei servizi segreti italiani.
La donna, che era incinta, venne strangolata da Bagarella. La paura dei capimafia, secondo il pentito Gioacchino La Barbera che ha rivelato alcuni retroscena del delitto, era quella che la coppia poteva aver riferito del progetto criminale di Cosa nostra ai servizi segreti.
Su questa ipotesi la Dda di Palermo aveva in passato gia' avviato accertamenti che avevano portato ad individuare lo 007 con cui Milazzo e la sua donna erano in contatto.

6 ottobre 2003 - POOL SU STRAGI 1992-1993: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
ROMA - Un boss ammazzato perché contrario alla strategia stragista dei corleonesi. La sua giovane compagna incinta strangolata perché si diceva fosse in contatto con ambienti dei servizi segreti.
Parte da qui, da Vincenzo Milazzo, boss della famiglia di Alcamo e da Antonella Bonomo, 23 anni, uccisi nella campagna di Castellammare del Golfo, un'inchiesta potenzialmente molto interessante perché pone una domanda inquietante: gli 007 italiani erano stati informati dal boss e dalla sua compagna, alla vigilia delle bombe di Capaci e via D'Amelio, della strategia stragista di Totò Riina? E se così è stato, vi fu sottovalutazione o peggio?
E' quello che sta cercando di capire, su mandato del procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna, il pool di magistrati denominato "Servizio stragi", formato dai sostituti Gianni Melillo, Roberto Alfonso e Gianfranco Donadio. Da mesi effettuano colloqui investigativi con alcuni detenuti non siciliani, e poi girano le informazioni raccolte alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze.
L'inchiesta sui mandanti occulti della strage Borsellino e di quelle di Roma, Firenze e Milano del '93 avrebbe come prologo l'uccisione del boss trapanese, Vincenzo Milazzo e della sua convivente, Antonella Bonomo, assassinati pochi giorni prima della strage di via D'Amelio.
Il pentito Gioacchino La Barbera ha parlato molto del duplice delitto. Secondo quanto messo a verbale, Totò Riina decise di far fuori Milazzo "perché la sua autorità nel trapanese era stata messa in discussione da una banda capeggiata da Carlo Greco e poi perché si contrapponeva alla strategia stragista dei corleonesi: non voleva le bombe che nel '92 uccisero i giudici Falcone, e Borsellino".
Esecutori del duplice delitto, secondo il pentito, furono Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe La Barbera, Antonino Gioè, Francesco Denaro e Gioacchino Calabrò. Milazzo venne 'convocato' dai corleonesi, torturato e poi ucciso con un colpo di pistola alla testa. Il boss, sotto tortura, avrebbe però confessato di avere confidato molti segreti di Cosa Nostra, compresa la svolta 'stragista', alla sua donna. Riina e Bagarella decisero allora che anche lei doveva essere eliminata perche "si diceva avesse parenti nei servizi segreti". La ragazza fu 'invitata' da Gioacchino Calabrò sulla sua automobile per accompagnarla nel nascondiglio del suo fidanzato. Ma era una trappola e la Bonomo, che implorò i killer di avere pietà per il bambino che portava in grembo, fu strangolata.
Da indagini svolte dalla procura di Palermo pare che in effetti la Bonomo e lo stesso Milazzo avessero davvero contatti con uno 007, che sarebbe stato anche identificato. E l'ufficiale verrà presto sentito per appurare se i due l'avevano messo al corrente della svolta stragista dei corleonesi.
a. farr.

"Il Resto del Carlino"
Caccia ai mandanti della strage
Strage del '93: c'è ora un Servizio Stragi presso la Dna, c'è da parte dei magistrati un fermo "dovreste collaborare" ai boss Riina e Graviano e agli altri condannati in Cassazione, e c'è un appello alla procura fiorentina da parte dei familiari delle vittime dei Georgofili: "Chiediamo al procuratore Nannucci di applicare a tempo pieno all'indagine sui mandanti occulti della strage del '93 il sostituto Nicolosi": richiesta firmata dalla vicepresidente dell'associazione Giovanna Maggiani Chelli inoltrata durante l'incontro-dibattito "A pochi mesi dal decennale della strage dei Georgofili, cosa è cambiato ?" svoltosi sabato sera alla Romola (circolo Arci). In questa frazione di S.Casciano abitava la famiglia Nencioni sterminata nella strage del 27 maggio '93, (perse la vita anche lo studente 22enne spezzino Dario Capolicchio). L'incontro, davanti a circa 200 persone, è stato un vero e proprio vertice antimafia, con la presenza del procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna, del sostituto procuratore di Firenze Giuseppe Nicolosi, del procuratore capo di Palermo Piero Grasso, del responsabile della Fondazione Antonino Caponnetto Alfredo Galasso. Ha introdotto Luigi Dainelli, parente dei Nencioni. Vigna ha ricordato che per la strage di Firenze il vertice di Cosa Nostra è stato condannato in Cassazione.
Quanto ai mandanti a volto coperto: ha aggiunto, Vigna, che di recente le Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze hanno tenuto un incontro operativo. "Ho costituito nell'ambito della Direzione Nazionale Antimafia una struttura che si chiama Servizio Stragi, col fine di riesaminare col necessario distacco investigativo tutti i fatti" ha proseguito Vigna. "Non più tardi di venerdì sera scorso abbiamo ripreso questo discorso a Palermo. E abbiamo fatto colloqui investigativi con detenuti. Se Riina parlasse, e con sincerità, tutti i misteri sarebbero risolti". Anche Nicolosi ha ricordato: "Abbiamo portato alla sbarra e condannato la più potente e organizzata struttura criminale dell'Occidente. A questo punto, ci vorrebbe la collaborazione di qualcuno che questi fatti, le stragi, li ha commessi o organizzati. Se i mandanti a volto coperto ci sono, noi li prenderemo". Concetto espresso anche da Grasso.
di Andrea Ciappi

6 ottobre 2003 - VEDOVA BORSELLINO, VOGLIO LA VERITA' SULLA STRAGE
ANSA:
MAFIA: VEDOVA BORSELLINO, VOGLIO LA VERITA' SULLA STRAGE
La vedova di Paolo Borsellino, Agnese, chiede di conoscere la verita' sui retroscena della morte del marito, assassinato dalla mafia il 19 luglio del '92 insieme agli uomini della sua scorta. L' appello e' contenuto nell' ultimo capitolo del libro di Umberto Lucentini "Paolo Borsellino", edito da San Paolo.
Il volume e' la versione aggiornata e ampliata della biografia del magistrato, pubblicata nel '94 da Mondadori. "Perdonare gli autori della strage di via D'Amelio? - si chiede la signora Agnese Borsellino - Forse sembra incredibile, ma nessuno me lo ha mai chiesto. Sarebbe stato facile, durante una cerimonia pubblica, approfittando di un messaggio in televisione, dire 'io vi perdono'. Ma no, non e' questo il punto...".
Per la vedova del procuratore aggiunto la vicenda riguarda altro: "No, non e'il perdono il punto. Io ancora oggi voglio capire chi e perche' ha ucciso mio marito, intendo conoscere le singole responsabilita' a ogni livello. Lo spero anche per la societa': bisogna sapere cos'e' successo allora. E poi, il perdono non deve fare da contraltare al desiderio di giustizia che coltiviamo ormai da troppo tempo".
Nei mesi scorsi la Cassazione ha confermato alcuni ergastoli a boss accusati della strage.

7 ottobre 2003 - ARRESTATO SCIARRABBA, UOMO DI FIDUCIA DI PROVENZANO
"Il Nuovo"
Preso braccio destro di Provenzano
Continua la caccia alla primula rossa di Cosa nostra. Cade nella rete Salvatore Sciarrabba. Si nascondeva in un appartamento poco lontano dal palazzo di giustizia di Palermo.
ROMA - Il suo covo era dietro al palazzo di giustizia di Palermo eppure per 6 anni è stato un fantasma. Salvatore Sciarrabba, 53 anni, boss di Belmonte Mezzagno, uomo di fiducia del superlatitante Bernardo Provenzano è stato arrestato stamane. Gli agenti hanno fatto irruzione nella modesta abitazione che gli è servita da rifugio, composta da due stanze a piano terra e hanno trovato una somma di 19.550 euro, tre cellulari, due schede telefoniche, quattro ricetrasmittenti e poi appunti che si ritengono di "notevole importanza". Il blitz ha colto di sorpresa Sciarrabba, che è stato subito bloccato e non ha fatto in tempo a reagire.
Sciarrabba, come emerge dalle intercettazioni, veniva interpellato per dare il "via libera" alle imprese che dovevano eseguire appalti pubblici nella sua zona, o ancora, per proteggere la latitanza di Provenzano.
L'azione è stata a colpo sicuro, gli investigatori della squadra mobile prima di far scattare la trappola hanno temporeggiato, nella speranza di riuscire ad acciuffare proprio Provenzano, vera primula rossa di Cosa Nostra. L'attesa è andata delusa, ma da oggi il Padrino è ancora più solo. Dopo gli arresti di Benedetto Spera, Vincenzo Virga e Antonino Giuffré, i suoi uomini più fidati, il cerchio attorno al capo di Cosa Nostra, che proprio nelle settimane scorse ha festeggiato i quarant'anni di latitanza, si sta stringendo inesorabilmente. Gli investigatori hanno individuato i suoi fiancheggiatori e disarticolato il sistema di coperture e connivenze, arrivando più d'una volta a un passo dal boss corleonese.
Quando il 30 gennaio del 2001 bloccarono il suo braccio destro, Benedetto Spera, in una masseria nelle campagne di Mezzojuso, nella stessa zona dove poi venne arrestato Giuffré, Provenzano era lì, a poche centinaia di metri dal covo, in attesa di essere visitato da un medico a causa delle sue cattive condizioni di salute. Come una belva ferita fiutò l'aria cattiva e riuscì ad allontanarsi prima di essere catturato. Ma gli uomini che lo stanno braccando da anni sono certi che lui continui a nascondersi in quella zona, tra i dirupi scoscesi della Rocca Busambra e la fitta macchia del bosco della Ficuzza.
Non a caso Sciarrabba aveva preso il posto di Spera, alla guida di quel mandamento mafioso considerato strategico dal boss corleonese per la sua latitanza. Bernardo Provenzano è il capo riconosciuto di Cosa nostra, ma è anche il boss più sfuggente, enigmatico e misterioso che la mafia abbia mai avuto: 70 anni compiuti il 31 gennaio scorso, vanta il primato della più lunga latitanza nella storia del crimine mondiale. Il suo volto è stato per decenni quello di un fantasma. La foto più recente del padrino, che risale agli anni della sua giovinezza. Ma oggi quell'immagine è solo un ricordo lontano, reso ancora più sbiadito dal tempo e dagli acciacchi di cui l'anziano boss si lamenta nei bigliettini ai familiari intercettati dagli investigatori.
All'interno dell'organizzazione gli amici lo chiamano "Binnu 'u tratturi", i nemici "la belva". Il primo soprannome dà l'idea di un bulldozer, capace di schiacciare tutto e tutti; il secondo sottintende che ha ucciso personalmente, come riferiscono i pentiti, almeno una quarantina di persone. Senza mancare appuntamenti con delitti di livello, come le stragi che hanno fatto tremare l'Italia. Ma a differenza di Totò Riina, indicato come il regista di questa strategia del terrore, Provenzano viene ritenuto un moderato. E' lui che in tutti questi anni avrebbe gestito il rapporto con la politica, tessendo vecchie e nuove alleanze. E dopo la cattura di Riina, nel gennaio del '93, è toccato sempre a lui il compito di prendere in mano le redini di Cosa nostra, decimata dagli arresti, indebolita dalle "cantate" dei pentiti, impoverita dai sequestri di armi e di denaro, e di tentare di rimettere in piedi un'organizzazione allo sbando.
"La lotta alla mafia non si arresta, si arrestano i latitanti", dice il procuratore di Palermo, Pietro Grasso. Il capo della Dda di Palermo ha ricostruito il ruolo che avrebbe ricoperto il capomafia bloccato dalla polizia, in particolare la sua ascesa all'interno dell'organizzazione mafiosa. "Proseguiamo senza sosta - ha concluso Grasso - nella lotta a Cosa Nostra tagliando tutti quei rami a cui Provenzano potrebbe aggrapparsi e su cui l'organizzazione conta".

10 ottobre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI E VIRGA
ANSA:
PROCESSO A DELL'UTRI E VIRGA: PROSEGUE ASCOLTO TESTI
E' proseguito oggi davanti alla quarta sezione del tribunale penale di Milano il processo per tentata estorsione in cui sono imputati il parlamentare di Forza Italia Marcello Dell'Utri e Vincenzo Virga, in relazione ad alcuni episodi che si sarebbero verificati sul fronte della sponsorizzazione, da parte di Publitalia, della societa' sportiva Pallacanestro Trapani.
L'udienza era dedicata all'ascolto dei testimoni, ma non tutti si sono presentati: uno ha detto di avere un impegno di lavoro e comunque, essendo indagato in procedimento connesso intenderebbe avvalersi della facolta' di non rispondere; un altro ha fatto sapere di avere problemi di salute e ha fornito la disponibilita' a essere sentito a Roma.
Tra coloro che invece hanno deposto, un funzionario di polizia che ha inquadrato la posizione di Virga, sottolineandone i precedenti con condanne per fatti di natura mafiosa. Nel pomeriggio i lavori sono stati sospesi e aggiornati al 4 novembre quando continuera' l'escussione dei testi. Nessuno dei due imputati era presente in aula: Dell'Utri in stato di liberta', Virga detenuto per altra causa.

10 OTTOBRE 2003 - VITO D'AMBROSIO;BORSELLINO MI DISSE,STARE ATTENTI NON SERVE
ANSA:
MAFIA:D'AMBROSIO;BORSELLINO MI DISSE,STARE ATTENTI NON SERVE
SE HANNO DECISO DI UCCIDERTI NON E' POSSIBILE FERMARLI
Lasciando l' amico magistrato e oggi presidente delle Marche Vito D' Ambrosio, che dopo i funerali di Giovanni Falcone gli raccomandava di stare anche piu' attento, Paolo Borsellino rispose che "stare attenti non serve se hanno deciso veramente". E' uno dei momenti rievocati stasera ad Ancona dallo stesso D' Ambrosio, che ha introdotto l' incontro dibattito, promosso dalla Regione, "Nel ricordo di Paolo Borsellino".
Un' iniziativa alla quale hanno preso parte anche il sen.Nando Dalla Chiesa, l' on. Giuseppe Lumia, delle Commissioni Difesa e Antimafia, e Massimo Russo, presidente della sezione di Palermo dell' Associazione nazionale magistrati, nel corso del quale e' stato presentato anche nelle Marche il volume prevalentemente fotografico "Paolo Borsellino. Silenzi e voci".
"Borsellino - ha fra l' altro detto D' Ambrosio - era l' alter ego di Falcone, non un monaco, ne' un eremita, ma una persona piena di interessi e, seppure appartenente a una corrente conservatrice della magistratura, era al di sopra delle parti, un uomo di limpida affidabilita'. Di lui - ha detto ancora - ho un ricordo molto triste, quando dopo la cerimonia funebre di Falcone, mentre stavamo andando all' aeroporto, gli dissi 'Paolo, adesso devi stare anche piu' attento', e lui mi rispose "tanto quando loro vogliono non e' possibile fermarli".

10 ottobre 2003 - 21 ORDINI DI CUSTODIA PER 17 OMICIDI A PALERMO
ANSA:
MAFIA: 21 ORDINI DI CUSTODIA PER 17 OMICIDI A PALERMO
I carabinieri hanno fatto luce su 17 omicidi commissionati da Cosa nostra, avvenuti tra il 1976 ed il 1994, tra cui la 'strage della circonvallazione' in cui vennero assassinati tre militari dell'Arma. Per questi delitti sono stati notificati 21 ordini di custodia cautelare in carcere.
L'indagine e' stata condotta dai carabinieri del Nucleo operativo del comando provinciale di Palermo, e si e' basata sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri investigativi e analisi tecnico-scientifici.
La 'strage della circonvallazione' venne compiuta il 16 giugno 1982 a Palermo, poco dopo l'insediamento del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. I sicari assassinarono allora il boss mafioso detenuto Alfio Ferlito, durante una traduzione dal carcere e con lui i carabinieri della sua scorta: Silvano Franzolin, Salvatore Raiti e Luigi Di Barca e l'autista del mezzo su cui viaggiavano, Alfio Di Lavore.
Le 21 ordinanze di custodia cautelare sono state notificate ad altrettanti affiliati a Cosa nostra, alcuni dei quali gia' detenuti per altri motivi.

MAFIA: GRASSO E LO FORTE DI NUOVO INSIEME, 'UFFICIO UNITO'
L' inchiesta su vent' anni di omicidi svelati dai carabinieri e' stata l' occasione per un ritorno del procuratore Pietro Grasso al fianco del suo aggiunto Guido Lo Forte. Quest' ultimo, insieme al collega Roberto Scarpinato e ad altri pm, avevano criticato Grasso per la "cattiva gestione" dell' ufficio e per questo motivo avevano chiesto l' intervento del Csm.
La conferenza stampa di oggi ha offerto l' occasione al capo della Dda di Palermo di sottolineare "l' unita' dell' ufficio" e l' importanza, anche per inchieste di questo genere, "di tener viva la memoria della gente nel rispetto delle vittime e dei loro familiari". "Vogliamo dare ai siciliani - ha detto Grasso - un messaggio etico e di speranza, facendo rivivere la cultura della giustizia per un riscatto morale della gente di questa terra".
Grasso e Lo Forte hanno spiegato ai giornalisti come si e' riuscito a riesumare casi vecchi, alcuni di diversi decenni, riuscendo ad individuare esecutori e mandanti. Le indagini, avviate nuovamente poco piu' di un anno fa, hanno preso spunto anche dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, fra cui Giovanni Brusca, che ha ricostruito l' uccisione di Gaudenzio Giammalva. "Era il suo primo omicidio - ha detto Grasso - la sua inizializzazione al sangue". "Giammalva - ha aggiunto il procuratore - e' stato ucciso nel 1976 da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato perche' rubava senza il consenso di Cosa Nostra". Per questo delitto, grazie alle indagini appena concluse, un'ordinanza di custodia cautelare e' stata notificata, oltre che a Giovanni Brusca, anche a Leoluca Bagarella e Mario Brusca.

15 ottobre 2003 - EX SINDACALISTA SCRIVE A VIGNA SU STRAGE VIA D'AMELIO
ANSA:
MAFIA: EX SINDACALISTA SCRIVE A VIGNA SU STRAGE VIA D'AMELIO
BASILE, HO CONTATTATO PROCURA MA NESSUNO MI HA CONVOCATO
In una lettera inviata al capo della Dna Pier Luigi Vigna, Giacchino Basile, l'ex operaio e sindacalista che denuncio' le infiltrazioni mafiose nei Cantieri navali di Palermo, sostiene di aver inviato "8 mesi fa alla Procura di Caltanissetta una documentazione sul contesto in cui maturo' la strage di via D'Amelio del '92. Ma nessuno mi ha ascoltato".
"Partendo da questo contesto - spiega Basile nella missiva - si potrebbe arrivare agevolmente a quelle responsabilita' che portarono all'uccisione di Paolo Borsellino, che l' attivita' giudiziaria ha illuminato solo in parte. Ma nessuno - lamenta Basile - sente ancora il bisogno di ascoltarmi".

15 ottobre 2003 - POLEMICHE DOPO DICHIARAZIONI VIOLANTE
"Il Corriere della sera"
IL RETROSCENA / Il timore di una nuova offensiva giudiziaria contro i fedelissimi. I suoi: operazione politica in atto al palazzo di Giustizia di Palermo
Il Cavaliere: non farò la fine di Andreotti, non arriveranno a tanto
Cicchitto: "Vogliono delegittimare il procuratore Grasso come fecero con Falcone"
ROMA - "Non penso che possano riservarmi la stessa sorte di Andreotti. Non penso che possano arrivare a tanto. Comunque, staremo in guardia". L'istinto lo induce ad allontanare da sé i cattivi pensieri che lo circondano, perché sono gli uomini che lo circondano a coltivare cattivi pensieri. Berlusconi li legge sui volti preoccupati di Bondi e Cicchitto, i primi a considerare "gravissima" la situazione, a temere che sia in procinto "una nuova offensiva giudiziaria" contro il premier, forse non direttamente rivolta contro di lui, probabilmente indirizzata verso persone a lui vicine. Il punto è che il Cavaliere non può fare a meno di stare in guardia, "staremo in guardia", dice infatti il leader della Cdl, mentre i boatos fanno ripiombare il Palazzo nel clima del '94, con i soliti veleni sussurrati, con le solite teorie accennate. Tutte con lo stesso epicentro: Palermo. "Non penso possano riservarmi la stessa sorte di Andreotti", ripete Berlusconi. Eppure persino i gruppi parlamentari sono stati allertati, e ieri sera il vicecoordinatore di Forza Italia - durante una riunione con i senatori - ha accostato "due fatti emblematici" che a suo giudizio testimoniano come la situazione sia "allarmante": da un lato c'è "l'aggressione a freddo di Violante contro il premier", dall'altra "l'operazione politica che è in atto al palazzo di Giustizia di Palermo", dove "un pezzo della Procura" sta facendo "la guerra" al procuratore capo Grasso, "colpevole di non svolgere indagini partendo da teoremi politici": "Per questo hanno reagito, per questo vogliono delegittimarlo. Come successe con Falcone".
Ma al contrario che in passato, e sebbene la maggioranza abbia fatto quadrato attorno al Cavaliere contro le accuse del capogruppo ds, il quadro politico nella Cdl appare confuso, e i sospetti sulle iniziative di Fini e di Casini hanno iniziato a prender corpo nelle parole di dirigenti forzisti e leghisti: "Puntano a cucinarsi Berlusconi a fuoco lento". Forse è questo che si cela dietro lo scontro all'interno del centrodestra sullo scenario di un governo tecnico, un fantasma agitato di nuovo da Bossi e contro il quale si è scagliato il Senatur. Non è un caso quindi che il vicepremier ieri abbia inteso rivolgersi agli alleati in maniera chiara: "I complotti non ci appartengono". E comunque sono molte le cose che ancora non tornano, perché "l'avviso ai naviganti e ai banditi" lanciato da Giuliano Ferrara attraverso le colonne del Foglio , è stato un messaggio al Cavaliere, un modo per invitarlo a prendere le distanze per tempo da quanto potrebbe accadere.
C'è poi il reiterato appello di Casini alle forze politiche sulla questione morale, un segnale che i centristi considerano frutto delle "preoccupazioni" del presidente della Camera, "il timore che sul territorio possano verificarsi casi di malaffare", "le ripercussioni politiche a livello nazionale che singoli episodi potrebbero determinare". Ma le parole della terza carica dello Stato sarebbero anche una sorta di argine preventivo alla campagna elettorale europea del premier, se è vero che c'è chi prevede "una pesante offensiva mediatica di Berlusconi sul tema della giustizia".
Sullo sfondo rimane sempre l'attacco di Violante, "di cui ne sapremo forse di più fra non molto", ha commentato Bondi con toni sibillini, intervenendo in aula alla Camera. La mossa del dirigente della Quercia ha irritato lo stato maggiore del suo partito e l'intero centrosinistra, che in parte derubrica la sortita a semplice "gaffe", in parte la interpreta come "il segno che qualcosa sta per accadere", e rafforza la tesi avvertendo che, sottovoce, tra i banchi parlamentari ieri si parlava di un'imminente iniziativa giudiziaria contro il premier. Ecco perché il leader dello Sdi Boselli giudica "ingiustificate le affermazioni di Violante. Tanto più avventate se si pensa che è stato presidente della Camera. E anche se in futuro si verificassero le sue considerazioni, avrebbe sbagliato". "Se dovesse accadere veramente qualcosa - spiegano nell'Ulivo -, Berlusconi avrebbe gioco facile a puntare l'indice contro il complotto delle toghe rosse".
Un ragionamento speculare a quello di autorevoli esponenti di Forza Italia, secondo cui "il centrosinistra sta facendo il gioco del presidente del Consiglio. Perché l'opinione pubblica può anche accettare la tesi che l'imprenditore Berlusconi non sia immune da colpe. Ma se lo accusassero di essere un mafioso non ci crederebbe nessuno. E lui a quel punto dovrebbe puntare alle elezioni anticipate per far piazza pulita". Le lancette della politica sono tornate al 1994, e nessuno discute più di semestre e di nuova Costituzione europea. "Non penso che possano riservarmi la stessa sorte di Andreotti, non penso che possano arrivare a tanto". Berlusconi torna a "stare in guardia". E dire che solo lunedì scorso il ministro della Giustizia Castelli si mostrava ottimista: "Ho ragione di credere che il premier non abbia nulla da temere sul versante giudiziario".
Francesco Verderami

16 ottobre 2003 - LIBRO SU STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA
"Liberazione"
Portella: tutta la verità In un libro, la partecipazione documentata
nella strage di X Mas e servizi segreti americani. A colloquio con gli autori E' uscito da pochi giorni ed è già alla seconda ristampa. Un meritato successo per il libro "Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia" firmato dai due studiosi Angelo La Bella e Rosa Mecarolo (Teti ed., pp. 298, euro 18.00). I loro nomi forse li avete in testa, perché di loro abbiamo già parlato sulle pagine del nostro giornale e perché risultano sui titoli di testa del film "Segreti di Stato" di Paolo Benvenuti, di cui sono stati consulenti storici.
A dirla tutta, è proprio dai materiali del loro libro, frutto di dieci anni di ricerche, che buona parte del film di Benvenuti ha trovato sostanza. Vi potrete infatti trovare le pagine più scottanti degli atti giudiziari di Viterbo, quel lungo processo svoltosi in due tappe (dal 12 giugno al 18 luglio 1950 la prima, dal 9 aprile 1951 al 3 maggio '52, la seconda) che vide protagonista il luogotenente di Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta e le sue confessioni, messe poi in soffitta con il veleno. Diecimila pagine di processo e soprattutto di inchieste in fase istruttoria, quelle che ebbero luogo a Palermo, ricche di referti medici in cui si parla di "schegge di granata" (non in possesso del clan di Giuliano) nei corpi di morti e feriti e di diverse postazioni di tiro, oltre quella dei banditi. Documenti in cui risultano incontrovertibili i ruoli centrali sia di elementi della ex X Mas, sia dei servizi segreti americani, come ci spiega lo stesso Antonio La Bella.
Con l'uscita del vostro libro, possiamo dire una parola definitiva su chi partecipò a quella strage e chi ne furono i mandanti?
I documenti parlano chiaro. C'è una lettera di James Angleton, capo dell'allora Oss (successiva Cia, ndr), in cui questi chiede esplicitamente al comando americano centrale in Italia, che detiene diversi fascisti della X Mas catturati dopo la liberazione, di poter usufruire di un certo numero di questi uomini per poterli addestrare e utilizzzare in Sicilia. Ci sono i documenti che dimostrano come Angleton in persona si recò a nord per sottrarre Junio Valerio Borghese dalla giustizia dei partigiani e caricarlo sulla sua jeep, vestito da ufficiale americano, per condurlo sano e salvo a Roma.
A Roma, sotto la protezione del Vaticano?
Sul coinvolgimento del Vaticano negli eventi di Portella non ci sono documenti ufficiali. Ma le nostre deduzioni si basano sul riscontro di tanti fatti dimostrati. Diciamo che è lecito supporre l'interessamento di Montini nella vicenda Borghese, sia come uomo da utilizzare per contrastare il "pericolo comunista", sia perché discendente di un casato che ha avuto un posto eminente nella storia della Chiesa.
Fine quindi delle teorie di storici e politici che sostengono, ancora oggi, che Portella fu strage voluta dai latifondisti agrari, in combutta con la mafia...
Evidentemente queste persone non hanno mai letto tutti gli atti del processo di Viterbo. Del resto si tratta di 14 faldoni giudiziari, qualcosa come 10 mila pagine, a cui noi abbiamo dedicato dieci anni di studio.
Portella e il ruolo di Giuliano sono stati al centro, negli ultimi mesi, di nuove importanti attenzioni, grazie al film di Benvenuti. Sposate tutte le tesi di quel lavoro?
Non esattamente. Con Paolo non siamo d'accordo su due punti fondamentali. Il primo è la presunta partecipazione di Girolamo Li Causi a quel comizio nella piana di Portella. Non è vero. E non solo lo ha smentito Li Causi stesso, ma anche la decisione della Cgil che per quel 1° maggio sul palco aveva voluto non un politico ma un sindacalista. A Portella era stato quindi inviato Francesco Renda, che però giunse a Portella troppo tardi, a strage già avvenuta, perché gli si era rotto il mezzo di locomozione lungo la strada. Il secondo punto su cui dissentiamo riguarda il ruolo e le decisioni di Togliatti. Il film suggerisce l'idea che Togliatti lesse la strage come un segnale preciso al Pci a tirarsi indietro, in Sicilia e nel resto d'Italia, una chiara minaccia a non varcare i confini tracciati a Yalta. Non è così. E lo posso dire non solo come studioso, ma anche come segretario (allora) di una sezione del Pci di Roma (la sezione Monti. La segretaria femminile era la mamma di D'Alema). Bene, non fu il Pci a tirarsi indietro, nelle elezioni del 1948, ma fu la destra a cacciarci via dal governo. Noi quelle elezioni le volevamo vincere e lottammo per governare! E' vero però che, subito dopo il 18 aprile, ci fu un rapporto di Togliatti in cui il segretario dichiarò: "E' andata meglio così, meglio aver perso. Gli americani non ci avrebbero mai permesso di governare".
Ma perché tu e Rosa vi siete così accaniti su questo processo? Eppure non siete giornalisti, anche se nella prefazione al libro, Serventi Longhi vi indica come esempio da seguire di giornalismo d'inchiesta...
Dopo la mia attività di parlamentare (3 legislature, tra il 1964 e il '76, nelle file del Pci, ndr) scrissi un libro sul brigante maremmano Tiburzi. Fu l'inizio della passione per la ricerca negli archivi dell'allora Corte d'Assise di Viterbo, dove si erano svolti diversi processi celebri. Il caso di Portella della Ginestra, poi, ci aveva visti, sia me che Rosa, partecipi in prima persona nei comitati di assistenza alle vittime e ai sopravvissuti della strage. Uomini e donne poverissimi, che riuscirono a testimoniare al processo non certo perché assistiti dalle istituzioni, ma per la solidarietà e l'assistenza materiale fornitagli dal Pci e dalla Camera del lavoro, che misero a disposizione di quella gente alloggi e cibo durante i lunghi mesi del processo. Da allora, la nostra voglia di rendere giustizia a quei disgraziati e di cercare la verità su quell'evento non ci ha più lasciati.
Roberta Ronconi

16 ottobre 2003 - DI PIETRO, DOPO FALCONE E BORSELLINO MI TOLSERO SCORTA
ANSA:
MAFIA: DI PIETRO,DOPO FALCONE E BORSELLINO MI TOLSERO SCORTA
"Non fa certo piacere scoprire la mattina leggendo il giornale, come e' capitato a me oggi, che all'epoca delle stragi contro Falcone e Borsellino il terzo ero io. Mi dispiace anche perche' a quei tempi mi venne tolta la scorta". Lo dice Antonio Di Pietro commentando a Radio Radicale l'articolo di Marco Travaglio pubblicato oggi su La Repubblica.
"Sono curioso di leggere le 45 pagine della procura nissena - prosegue Di Pietro - nelle quali si parla dei mandanti occulti dell'operazione stragista. La Ferruzzi e la Calcestruzzi lavoravano in Sicilia e in Sicilia ci furono all'epoca dei contatti tra esponenti dell'impresa ed esponenti di 'Cosa nostra'. Furono attivita' di indagine che portai avanti anche io. Resta l'amaro in bocca perche' si potevano evitare tanti depistaggi se all'epoca si individuava subito quali erano i personaggi che facevano da interfaccia tra il sistema politico imprenditoriale e il sistema mafioso. Patteggiamenti affrettati, si e' creduto troppo ad alcune persone che in pseudo confessioni, pseudo spontanee, hanno chiuso il cerchio evitando di allargare le inchieste bloccando un accertamento, anche in riferimento ai mandanti occulti".
"In quell'occasione - ricorda l'ex pm - venne contestata ad alcuni personaggi l'associazione a delinquere di stampo mafioso, e poi patteggiata una associazione a delinquere di stampo semplice e quindi si chiuse la prima tranche di inchiesta. Solo qualche anno dopo si riapri' questo filone perche' si accerto' che chi aveva patteggiato l'associazione a delinquere semplice aveva invece un ruolo all'interno dell'organizzazione mafiosa".

ANSA:
MAFIA: NITTO PALMA,DA TRAVAGLIO UN ROMANZO DI SCARSO LIVELLO
DEPUTATO FI CRITICA ARTICOLO SU 'LA REPUBBLICA'
Il deputato di FI Francesco Nitto Palma critica l'articolo apparso oggi su "La Repubblica" a firma Marco Travaglio nel quale si racconta e commenta la tesi della Procura di Caltanissetta (contenuta nella richiesta di archiviazione dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi del '92) secondo la quale Borsellino e Falcone progettavano di lavorare con il pool di Milano, in particolare con Antonio Di Pietro, "per scardinare l'asse mafia-appalti e scoperchiare i santuari del riciclaggio nell'Italia del Nord e in Svizzera".
"E' un romanzo di scarso livello - dichiara Nitto Palma - scritto da un autore la cui idiosincrasia per la verita' e' stata accertata giudiziariamente e che, con le sue suggestioni scandalistiche, si presta a dare visibilita' ad un personaggio che si arrabatta alla ricerca di una sua collocazione politica".
Nell'articolo si riporta la tesi della Procura nissena anche la' dove afferma che Cosa nostra progetto' di eliminare tutti e tre i magistrati ("con Falcone e Borsellino ci riusci'...") e che il suicidio di Raul Gardini sarebbe da collegare all'arresto dei vertici della Calcestruzzi.

17 ottobre 2003 - PER AVVOCATO, RIINA NON PUO' STARE IN CARCERE
"Il Messaggero" edizione Marche
Ascoli/Il legale presenta perizie mediche sul boss infartuato "Riina non può restare in cella"
ASCOLI - È "gravemente compromessa" la capacità cardiaca di Totò Riina. Lo afferma una perizia firmata dal prof. Guido Sani, ordinario di cardiochirurgia dell'Università di Firenze, e presentata ieri dal legale del boss infartuato durante un' udienza del Tribunale di sorveglianza di Ancona, tenutasi nel supercarere di Marino del Tronto, dove il numero uno di Cosa Nostra è da tempo rinchiuso. Riina era stato ricoverato nell' ospedale di Ascoli il 16 maggio scorso dopo un malore in cella e sottoposto ad un intervento di rivascolarizzazione mediante angioplastica. "Riina sta male - ha ribadito il legale - abbiamo le prove documentali che dimostrano la necessità del trasferimento in una struttura più attrezzata" per affrontare la cardiopatia del detenuto.

20 ottobre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: LEGALI, OMESSO DEPOSITO INTERCETTAZIONI
ANSA:
PROCESSO DELL'UTRI: LEGALI, OMESSO DEPOSITO INTERCETTAZIONI
I legali del senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri hanno chiesto che vengano dichiarate inammissibili le intercettazioni ambientali acquisite durante l' indagine a carico del medico palermitano Giuseppe Guttadauro e depositate agli atti del processo al politico azzurro in corso a Palermo.
Secondo i difensori, che lamentano una violazione del diritto di difesa, la procura avrebbe omesso il deposito di parte dei verbali di intercettazione sostenendo che fossero coperti da segreto nonostante gli atti fossero gia' conosciuti dai giudici del riesame e pubblicati dalla stampa.
I pm che sostengono l' accusa contro il senatore si sono opposti. Secondo i magistrati, gli atti sarebbero ancora coperti da segreto.
Sull' istanza dei legali i giudici della seconda sezione del tribunale si pronunceranno all' udienza di domani.

21 ottobre 2003 -RIINA RIMANE IN CARCERE ASCOLI PICENO
ANSA:
MAFIA: RIINA RIMANE IN CARCERE ASCOLI PICENO
TRIBUNALE SORVEGLIANZA RESPINGE ISTANZE LEGALE BOSS DOPO INFARTO
Toto' Riina rimane nel carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. Il Tribunale di Sorveglianza, con un' ordinanza depositata oggi, ha respinto le istanze avanzate dall' avv. Luca Cianferoni, legale del boss infartuato che era stato ricoverato d' urgenza nell' ospedale ascolano il 16 maggio scorso per un malore in cella e successivamente trasferito a quello di Teramo per un intervento di angioplastica.
Secondo il legale, la capacita' cardiaca del numero uno di Cosa Nostra, nuovamente trasferito a Marino tre giorni dopo l' intervento, "e' gravemente compromessa": a riprova, aveva esibito una perizia del prof. Guido Sani, ordinario di cardiochirurgia dell' Universita' di Firenze, giovedi' scorso durante un' udienza del Tribunale di Sorveglianza, che si era tenuta nel supercarcere ascolano.
Secondo i magistrati di sorveglianza, pero', le condizioni di Riina, pur serie e gravi, non sarebbero incompatibili con il regime detentivo e hanno quindi respinto, con varie motivazioni, le richieste dell' avv. Cianferoni: sospensione della pena o, in subordine, detenzione domiciliare, ricovero in ospedale, trasferimento in un centro diagnostico-terapeutico carcerario, (in pratica in un istituto dotato di un centro clinico).
Su quest' ultimo punto, in particolare, il tribunale si sarebbe dichiarato incompetente, perche' trattandosi, in effetti, di un trasferimento da un istituto di pena ad un altro, una eventuale scelta in merito spetta al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. In considerazione pero' delle condizioni di salute di Riina - che avrebbe necessita' di un monitoraggio continuo - i magistrati hanno deciso di inviare una copia dell' ordinanza al Dap, affinche' possa valutare quanto di competenza.
Il tribunale si e' detto incompetente anche per l'istanza di ricovero in ospedale: in questo caso la decisione spetta al magistrato di sorveglianza che segue il carcere di Ascoli e che, in passato, aveva autorizzato piu' volte gli spostamenti del boss per visite e controlli.

MAFIA: RIINA RIMANE IN CARCERE ASCOLI PICENO; LEGALE
TRASMISSIONE ORDINANZA DAP SOTTOLINEA GRAVITA' CONDIZIONI RIINA
Il legale di Toto' Riina e' pronto ad adire la Corte di Giustizia per i Diritti dell'Uomo, "non appena sara' possibile", e cioe' quando saranno stati esperiti tutti i gradi di giudizio per le sue istanze tendenti ad assicurare cure adeguate al boss, colpito da malore a maggio e successivamente sottoposto ad un intervento di angioplastica.
Prima di fare commenti a caldo sul 'no' del Tribunale di Sorveglianza alle sue richieste, l'avv. Luca Cianferoni si riserva "una lettura attenta dell'ordinanza". "Pero' - rileva - la trasmissione dell'atto al Dap e' una sottolineatura della gravita' della situazione della salute del mio assistito, circa la quale l'autorita' amministrativa e' chiamata ad una precisa presa di posizione secondo la legge".

22 ottobre 2003 - BRUSCA: CHIESTA AIUTO CAMORRA PER STRAGI 1993
"Il Mattino"
Brusca e le stragi di mafia del '93
"Chiedemmo aiuto alla camorra"
La mafia chiese aiuto al clan Nuvoletta per portare a compimento la stagione delle stragi culminata nelle bombe del 1993. È quanto hanno riferito ai magistrati del pool anticamorra della procura di Napoli i pentiti siciliani Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori. La camorra però non avrebbe fornito alcun apporto concreto alla strategia messa in piedi da Cosa nostra. Interrogato nel dicembre del 1999, Sinacori racconta di aver incontrato tra la fine del '91 e l'inizio del '92 alcuni esponenti di primo piano della cosca maranese.
In quel periodo, afferma il collaboratore della giustizia, "Cosa nostra stava organizzando un attentato al noto presentatore televisivo Maurizio Costanzo". Totò Riina, sostiene Sinacori, "disse che per un eventuale ausilio in Roma avremmo potuto contare sull'appoggio della famiglia Nuvoletta". Successivamente, proprio nella capitale, due appartenenti al gruppo camorristico avrebbero raggiunto Sinacori e dato inizio alla fase preliminare dell'attentato pedinando il giornalista. "Poi venne l'ordine da Palermo che non bisognava più effettuare l'attentato", dice il malavitoso siciliano. In realtà, Maurizio Costanzo sarebbe miracolosamente scampato all'autobomba esplosa il 14 maggio del 1993 in via Fauro a Roma. Secondo Giovanni Brusca, invece, le cose andarono diversamente. L'ex capoclan di San Giuseppe Jato, l'uomo che schiacciò il telecomando sull'autostrada di Capaci per uccidere il giudice Giovanni Falcone, spiega di conoscere i Nuvoletta e di aver ucciso assieme a loro.
Il pentito sostiene di aver incontrato per l'ultima volta Angelo Nuvoletta nel 1991 "per chiedere il suo aiuto per "aggiustare"" il maxiprocesso originato dalle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e all'epoca pendente in Cassazione. Il tentativo, chiarisce Brusca, non ebbe alcun esito. Brusca però aggiunge di aver discusso nel 1995 con il boss mafioso Matteo Messina Denaro delle "stragi sul continente" e di aver appreso da lui che questi aveva contattato i Nuvoletta per ottenerne l'appoggio. I maranesi però, prosegue Brusca, "si erano tirati indietro".
d.d.p.

22 ottobre 2003 - GIUFFRE': LA MAFIA VOLEVA UCCIDERE MANNINO E MARTELLI
"La Sicilia"
La mafia voleva uccidere Mannino
Parla Nino Giuffrè: "Provenzano voleva punire il suo dietrofront"
Palermo. "A Mannino furono fatti arrivare chiari messaggi di morte. Il fratello del politico democristiano cercò di contattare la mafia palermitana per aiutarlo, ma Provenzano non ne volle sapere". Lo ha detto il pentito Nino Giuffrè, sentito ieri come testimone nel processo d'appello all'ex ministro Dc Calogero Mannino, imputato a Palermo per concorso in associazione mafiosa e assolto in primo grado.
"Di Calogero Mannino - ha aggiunto Giuffrè - negli ambienti di Cosa nostra si parlava spesso come di una persona vicina e disponibile. A lui si devono molti finanziamenti delle opere pubbliche in Sicilia. A un certo punto però lui, come altri politici, cominciarono a fare un passo indietro e Cosa nostra reagì".
"Le cose - ha continuato Giuffrè - filarono lisce fino a un certo punto, poi il malcontento di alcuni imprenditori e le indagini delle forze dell'ordine fecero scricchiolare la macchina e i primi a fare un passo indietro furono i politici. Non appena Mannino cominciò a fare dietrofront, per lui cominciarono i dolori: le poltrone del suo studio ad Agrigento vennero tagliate: gli squarci avevano la forma di una croce, chiari messaggi di morte". "Lo seppi - ha aggiunto Giuffrè - da un mio compaesano, Salvatore Catanese, al quale si era rivolto il fratello di Mannino, che attraverso di lui cercò di fare arrivare un messaggio a Provenzano. Fu allora che io parlai di Mannino con Provenzano, ma lui fu gelido e mi disse che non si può mangiare e poi sputare nel piatto. "Se ti vuoi mettere nel mezzo - mi disse - visto che è andato a cercare un tuo paesano, puoi farlo; ma non c'è nulla da fare". E io decisi di non fare nulla".
"La mafia aveva deciso di eliminare, oltre Mannino, Claudio Martelli, e anche Rino Nicolosi era in lista d'attesa. In sostanza - ha aggiunto Giuffrè - Cosa Nostra voleva fare fuori tutti i politici che, in qualche modo, avevano preso impegni e non li avevano mantenuti".
"In nessun momento nella mia vita ho avuto contatti con esponenti riconoscibili di Cosa nostra nè ho avuto mai alcuna ragione di stabilire patti o negoziati con la mafia", ha ribattuto, nel corso di una breve dichiarazione spontanea, Mannino. "La mia azione politica - ha aggiunto - è stata tutta improntata alla lotta alla mafia: basti pensare che sono stato io ad approvare la mozione parlamentare che portò all'introduzione del reato di associazione mafiosa. Tutte le accuse mosse contro di me da imprenditori come Filippo Salamone si sono rivelate false: ne è prova la mia assoluzione al cosiddetto processo per la tangentopoli siciliana".

ANSA:
MAFIA: MANNINO, MAI AVUTO CONTATTI CON COSA NOSTRA
"In nessun momento nella mia vita ho avuto contatti con esponenti riconoscibili di Cosa nostra ne' ho avuto mai alcuna ragione di stabilire patti o negoziati con la mafia". Lo ha detto, nel corso di una breve dichiarazione spontanea, l' ex ministro dc Calogero Mannino sotto processo per concorso in associazione mafiosa davanti ai giudici della corte d' appello di Palermo.
"La mia azione politica - ha aggiunto Mannino, assolto in primo grado - e' stata tutta improntata alla lotta alla mafia: basti pensare che sono stato io ad approvare la mozione parlamentare che porto' all' introduzione del reato di associazione mafiosa".
"Tutte le accuse mosse contro di me da imprenditori come Filippo Salamone - ha concluso il politico - si sono rivelate false: ne e' prova la mia assoluzione al cosiddetto processo per la tangentopoli siciliana".

24 ottobre 2003 - PROCESSO STRAGI 1992: LEGALE CHIEDE NUOVI TESTI
"La Sicilia"
Processo stragi '92, legale chiede nuovi testi
CATANIA - Ascoltare in qualità di testimoni l'ex alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, il faccendiere Francesco Pazienza e il boss Tano Badalamenti, detenuto in un carcere degli Stati Uniti. Lo ha chiesto l'avvocato Giuseppe Dacquì, difensore di Carlo Greco, nel processo d'appello per le stragi Falcone e Borsellino.
Il legale stamattina, in avvio d'udienza, ha chiesto di potere acquisire agli atti del processo un articolo del quotidiano La Repubblica, nel quale si parla di un presunto movente legato a delle indagini per riciclaggio di denaro sporco che starebbe alla base delle stragi del 1992. In particolare nell'articolo sono riportate delle notizie riguardo a una corrispondenza dal carcere, del 1998, tra il faccendiere Francesco Pazienza e un suo fedelissimo, tale Giulio Rocconi, recentemente coinvolto nel caso Telekom Serbia. Nelle missive Pazienza parla di rapporti avuti con Badalamenti, che gli avrebbe confidato che le stragi sarebbero collegate a indagini sul riciclaggio di denaro sporco.
In particolare, in una lettera Pazienza fa riferimento a un interrogatorio fatto da Domenico Sica al boss Badalamenti, all'insaputa di Giovanni Falcone. Ciò fece irritare Falcone il quale ritenne che in questo modo fosse stata bruciata la possibilità di convincere il boss di Cinisi a collaborare in qualche modo alle indagini. In un'altra lettera, invece, emergerebbe che all'eliminazione dei giudici Falcone e Borsellino avrebbe partecipato una organizzazione internazionale denominata "Aquila Bianca". Il presidente della corte Paolo Lucchese si è riservato di decidere nel corso della prossima udienza. Il processo continua con l' audizione in videoconferenza dei pentiti Ciro Vara e Pasquale De Filippo.

24 ottobre 2003 - FAMILIARI STRAGE GEORGOFILI: QUANDO ARRESTO AUTORI STRAGE?
ANSA:
TERRORISMO: FAMILIARI GEORGOFILI,QUANDO ARRESTO AUTORISTRAGE?
ASSOCIAZIONE FAMILIARI VITTIME DOPO BLITZ CONTRO BR
"Mentre piu' che giustamente si esulta per l'arresto di sei brigatisti, che probabilmente hanno partecipato all'omicidio del Prof. Massimo D'Antona, difficile resta capire perche' a tutt'oggi non si siano ancora arrestati Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, che sicuramente hanno partecipato agli omicidi di Firenze nella notte del 27 maggio 1993 in via dei Georgofili". E' l' interrogativo che, a poche ore dall' arresto dei sei presunti brigatisti rossi, pone l' Associazione Familiari delle Vittime di via dei Georgofili.
"La Corte Suprema di Cassazione - ricorda la vicepresidente dell' Associazione Giovanna Maggiani Chelli - il 6 maggio del 2002 ha definitivamente condannato all'ergastolo i suddetti signori e difficile resta da comprendere come mai codesti individui non siano ancora stati raggiunti da un mandato di cattura, viste le grandi possibilita' investigative di cui dispone il nostro Paese".
"I familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili - conclude la nota dell' Associazione - da lungo tempo esprimono i loro dubbi e ancora una volta chiedono un forte impegno di contrasto alla mafia".

24 ottobre 2003 - LIBRO TESCAROLI DIFENDE LA GESTIONE DEI PENTITI
ANSA:
TESCAROLI DIFENDE LA GESTIONE DEI PENTITI
(NOTIZIARIO LIBRI)
LUCA TESCAROLI: 'LE FAIDE MAFIOSE NEI MISTERI DELLA SICILIA' ( RUBBETTINO; PAG.160; 9 EURO) Giovanni Brusca, da pentito, confesso' di aver partecipato al duplice omicidio di Giuseppe Di Fede e Carlo Napolitano avvenuto il 21 novembre 1977 vicino a Riesi, ma non fu creduto. Fu invece dimostrato che quella confessione era strumentale ad un piano di depistaggio. Ricordando questo caso il pubblico ministero della Procura di Roma, Luca Tescaroli, difende la responsabilita' dei magistrati nella questione della gestione dei pentiti. Fino a diffidare di un pentito che si autoaccusa di un omicidio. Perche', come sostengono altri due magistrati, Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia, nella loro prefazione congiunta al libro, "se fosse possibile desegretare l' intiero contenuto degli archivi delle Procure Antimafia d' Italia, tutti avrebbero modo di verificare la non indifferente mole di rivelazione di collaboranti mai approdate in un pubblico dibattimento per l' insufficienza dei riscontri acquisiti". Il duplice omicidio fu commesso invece da Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Antonino Gioe' e Giovanni Brusca non vi partecipo'. Una verita' alla quale la magistratura giunse anche attraverso i contributi, tra gli altri, di Gaspare Mutolo, Antonino Calderone e Salvatore Riggio. Fino a comprendere che il fine di Brusca (arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento) era quello di screditare un altro pentito, Francesco Di Carlo. La seconda parte di questo che "non e' un libro di mafia ma un testo di valore superiore, eþ un libro di giustizia", come ha scritto nella postfazione il capo del gruppo antiterrorismo della Procura di Roma, Franco Ionta, ricorda un altro omicidio, quello di Francesco Madonia, avvenuto l'8 aprile 1978, poco distante dal primo, a Butera. Le due vicende non sono trattate insieme casualmente: entrambe rappresentano segnali importanti dell'aggressivita' dei corleonesi (Toto' Riina, Bernardo Provenzano, lo stesso Brusca ed altri) che in breve tempo ascenderanno al comando di Cosa Nostra. Nel testo si lascia intuire che se il Paese fosse stato meno distratto ed avesse interpretato quei segnali, forse si sarebbero potute evitare perfino le stragi di Capaci e di via D'Amelio, come fa intendere Nando Della Chiesa nella sua postfazione.
Luca Tescaroli si e'occupato di molti casi delicati come le stragi di Capaci e via D'Amelio o del fallito attentato dell' Addaura; ha impersonato la pubblica accusa nel processo di Capaci nei primi due gradi di giudizio. Poi, dalla Procura di Caltanissetta, ricorda il direttore di Rai News 24 Roberto Morrione nella postfazione, Tescaroli fu trasferito a Roma. "Non cþerano piu' le condizioni per continuare", "ci hanno fermato" furono due dichiarazioni esplicative che il magistrato rilascio' all' epoca. Nel testo c'e' anche la prefazione di un altro giornalista, Francesco Viviano.

25 ottobre 2003 - PROCESSO STRAGI 1992: CIRO VARA
"La Sicilia"
le dichiarazioni del pentito ciro vara. "Ecco perché uccisero Falcone e Borsellino"
Madonia capo finché sarà libero Provenzano
"Piddu Madonia è stato e sarà sempre il capo della famiglia mafiosa di Caltanissetta sino a quando ci sarà Bernardo Provenzano, che di lui ha grande stima...". Lo ha detto il pentito Ciro Vara, ex vice capo di Cosa nostra a Caltanissetta, sentito ieri nell aula bunker di Bicocca a Catania dai giudici della corte d' assise d' appello, davanti alla quale si sta celebrando il processo d' appello per le stragi di Capaci e Via D' Amelio. Il collaboratore di giustizia, sollecitato dal pubblico ministero, il sostituto pg Michelangelo Patanè, ha anche detto che "Madonia ha mantenuto il ruolo di capo della famiglia di Caltanissetta anche durante la detenzione in carcere".
Ciro Vara ha a lungo parlato di Giuseppe "Piddu" Madonia, specificando di esser stato per oltre un decennio un suo uomo fidato. Vara ha precisato di aver appreso da Madonia molte delle cose che ha raccontato durante la sua collaborazione. "L'ho fatto perché sono stato usato e sfruttato. E poi per levare di dosso a me e ai miei figli il timbro di mafioso. I criminali di cui sono stato amico sono gente vigliacca e squallida".
Ciro Vara fu combinato uomo d'onore il giorno di Pasqua di 23 anni fa. Perito agrario, appartenente a una famiglia possidente di Vallelunga Pratameno, si è definito un colletto bianco di Cosa nostra, amico e fedele braccio destro di Giuseppe Piddu Madonia, divenuto oggi il suo peggiore nemico. Per anni, dall'estate del 1982 sino al 1999, è stato un punto di riferimento per l' organizzazione mafiosa nella provincia di Caltanissetta, della quale si vantava di essere un affiliato. Poi le delusioni, le amarezze per aver subito torti e soprusi e la decisione di collaborare con la giustizia: Vara nel 1996 scrive una lettera a don Luigi Ciotti, al quale manifesta il suo pentimento. Nell'estate del 2000 decide di chiudere con Cosa nostra e fa istanza per intraprendere la collaborazione. Le prime accuse alla mafia siciliana risalgono al 5 dicembre dell' anno scorso, quando firma il primo verbale d'accusa.
Vara ha parlato delle stragi del 1992 "de relato", ha raccontato alcuni retroscena appresi dal suo "capo" Giuseppe Piddu Madonia, al vertice della famiglia mafiosa di Cosa Nostra a Caltanissetta, e ha rivelato che secondo lui il movente della stagione stragista potrebbe essere legato alle condanne in Cassazione nel maxiprocesso di Palermo.
Vara ha raccontato che alla vigilia del Natale del 1991 apprese da Madonia che vi erano "problemi da risolvere, tanto che il boss aveva deciso, contrariamente a quanto accaduto durante le stagioni precedenti, di rimanere a Caltanissetta per le festività di fine anno. I problemi, secondo Vara, sarebbero stati legati alla sentenza della Cassazione riguardo al maxiprocesso di Palermo. Vara ha anche parlato della struttura di Cosa nostra e dei delitti eccellenti che "dovevano essere decisi dalla commissione regionale composta da tutti i capimandamento". "Solo due dei delitti mafiosi non furono decisi dalla commissione regionale di Cosa nostra, quello di Beppe Montana e di Ninnì Cassarà - ha rivelato il collaboratore di giustizia - tanto che fu lo stesso Madonia a lamentarsi con Totò Riina del fatto che non furono decisi unanimemente".

28 ottobre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: TRIBUNALE ACQUISISCE DIALOGHI BOSS
ANSA:
DELL'UTRI: TRIBUNALE ACQUISISCE TRASCRIZIONI DIALOGHI BOSS
TRA GUTTADAURO E ALTRI MAFIOSI, DIFESA SI ERA OPPOSTA
I giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, davanti ai quali si svolge il processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno acquisito le intercettazioni ambientali registrate dai carabinieri nell' abitazione del boss Giuseppe Guttadauro in cui si fa riferimento al parlamentare imputato.
Le trascrizioni - per le quali la difesa si era opposta all' acquisizione - riguardano dialoghi fra il capomafia ed alcuni esponenti di Cosa nostra che fanno riferimento a Dell' Utri. Si parla del politico come di una persona "vicina" ad uno dei boss che incontrava Guttadauro.
Una parte delle intercettazioni e' stata utilizzata nell' inchiesta che lo scorso mese di giugno ha portato all' arresto dell' ex assessore comunale di Palermo Domenico Miceli, di due medici e di un imprenditore, questi ultimi tre accusati di associazione mafiosa. Nell' ambito della stessa inchiesta e' indagato per concorso in associazione mafiosa, il presidente della Regione Salvatore Cuffaro.

29 ottobre 2003 - LA MAFIA VOLEVA UCCIDERE UN MAGISTRATO ?
"Il Tempo"
Conversazione intercettata in un casolare dell'Agrigentino Bagarella e gli altri boss mafiosi volevano uccidere un magistrato PALERMO - I boss di Cosa nostra starebbero progettando un attentato ad un magistrato. È quanto emerge da una intercettazione ambientale registrata dalla Dia nell'ambito di una inchiesta sui favoreggiatori del capomafia latitante Bernardo Provenzano, e vagliata adesso dalla Dda di Palermo. I magistrati del pool antimafia - che lunedì si sono riuniti d'urgenza per discutere di questo argomento - ritengono "fondato il pericolo" di un'azione militare delle cosche. Le uniche informazioni disponibili sono state "captate" dagli investigatori nel corso di un incontro in un casolare dell'agrigentino a cui avrebbero partecipato dieci palermitani, indicati come favoreggiatori di Provenzano. Dalla conversazione emerge che ad ordinare dal carcere di "far saltare la macchina del giudice", sarebbe stato Leoluca Bagarella, che avrebbe ricevuto l'assenso del numero uno di Cosa nostra ricercato da oltre 40 anni. Il procuratore Pietro Grasso ha informato subito della vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro, ed il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle cosche.
La registrazione della conversazione è molto disturbata dal fruscio e raccoglie solo alcuni frammenti dei dialoghi dei boss. Emerge chiaramente il nome di Bagarella e il fatto che l'attentato "lo vogliono loro", con riferimento ai detenuti. Nella trascrizione - effettuata l'11 ottobre, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima - non compare il nome del magistrato nel mirino di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening per cercare di individuare l'obiettivo delle cosche. Da una prima analisi degli inquirenti, emerge che i boss vicini a Provenzano si sono riuniti a pranzo in un casolare in provincia di Agrigento per discutere degli affari delle cosche, condividendo il piano stragista di Bagarella; nessuno dei presenti è stato identificato perchè in quel momento non era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al "proclama" di Bagarella pronunciato il 12 luglio 2002 durante un processo a Trapani. In quell'occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti del carcere dell'Aquila sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, fece riferimento a "promesse non mantenute" e a strumentalizzazioni "politiche".

ANSA:
MAFIA: PM DDA, PROGETTO ATTENTATO A MAGISTRATO ANCORA IN PIEDI
Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i Pm della Dda di Palermo "non sarebbe stato accantonato".
La decisione di assassinare un "giudice" sarebbe stata presa dal boss detenuto Leoluca Bagarella, cognato di Toto' Riina, con l' assenso del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. L' obiettivo dell' attentato, tuttavia, non sarebbe ancora stato individuato dagli inquirenti, in quanto i partecipanti all' incontro non fanno mai il nome del magistrato e i dialoghi captati dalle microspie sarebbero disturbati e a tratti incomprensibili.
Un vertice della Dda di Palermo si e' svolto lunedi' scorso negli uffici della Procura, proprio per esaminare i dettagli della vicenda e per sollecitare il rafforzamento delle misure di sicurezza nei confronti dei magistrati piu' "a rischio".
L' intercettazione e' stata disposta nell' ambito di un' indagine sui favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano. Il casolare dove e' avvenuta la riunione, alla quale partecipavano 11 persone non ancora identificate, si trova al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Caltanissetta.

29 ottobre 2003 - RIINA RICOVERATO IN OSPEDALE
"Il Tempo"
Ascoli Piceno, il boss Riina ricoverato in ospedale ASCOLI PICENO - Totò Riina (foto) è stato ricoverato nell'ospedale Mazzoni di Ascoli Piceno forse dopo aver accusato un malore nella cella e dopo essere stato visitato dal medico del supercarcere di Marino del Tronto, dove è detenuto. Secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il boss è stato ricoverato per precauzione (il 16 maggio scorso era stato colpito da infarto) e le sue condizioni "non sono allarmanti". Il Dap attende dai sanitari del Mazzoiì informazioni più precise. Scortato da polizia penitenziaria, carabinieri e agenti della Questura di Ascoli, Riina è stato trasferito in gran segreto nel nosocomio ascolano dove, secondo notizie non ancora confermate, gli sarebbe stato diagnosticato un leggero attacco di angina. Attualmente si trova nel reparto di unità coronarica, dove era stato portato dopo l'infarto di maggio. In seguito al quale il boss di Cosa Nostra era stato poi sottoposto ad un intervento di angioplastica coronarica presso l'ospedale di Teramo. L'avvocato di Riina, Luca Cianferoni, impegnato ieri a Palermo per un processo che riguarda il figlio del boss, era fino a poco fa all'oscuro del malore. "Non ne so niente, anche se quando ieri mattina l'ho visto nel carcere di Ascoli non stava affatto bene" ha detto il legale fiorentino, prima di mettersi in contatto con il Mazzoni per sincerarsi personalmente delle condizioni di Riina. Il 21 ottobre scorso il Tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta del legale di trasferire il boss in un centro clinico carcerario attrezzato, ritenendo le sue condizioni compatibili con il carcere.

29 ottobre 2003 - CARLA DEL PONTE DEPONE IN PROCESSO A PALERMO
ANSA:
MAFIA: DEL PONTE DEPONE A PALERMO IN PROCESSO A PRESUNTO BOSS
Il magistrato elvetico Carla Del Ponte ha deposto oggi a Palermo al processo al presunto boss Vito Roberto Palazzolo, accusato di associazione mafiosa, latitante da anni in Sudafrica. Dopo la testimonianza la Del Ponte ha incontrato nel suo ufficio il procuratore Pietro Grasso.
Il magistrato ha deposto su una telefonata anonima ricevuta nel 1989, pochi mesi prima del fallito attentato all'Addaura al giudice Giovanni Falcone. "Un uomo che aveva un fortissimo accento siciliano - ha detto la Del Ponte - mi disse: 'mi raccomando, lavora bene".
Una telefonata dal contenuto analogo venne fatta, poco tempo dopo il ritrovamento dell'esplosivo vicino alla villa estiva del magistrato, ad un collaboratore della Del Ponte. Sui due episodi venne aperta una indagine a carico del boss Vito Roberto Palazzolo. Alcuni infatti avevano riferito che il mandante delle due telefonate era proprio il capomafia latitante sul quale la Del Ponte aveva indagato anni prima.
L'inchiesta pero' venne archiviata e Palazzolo prosciolto. La terza sezione del tribunale che giudica il boss deve ancora pronunciarsi, invece, sulla richiesta di rogatoria internazionale presentata dal pm del processo Gaetano Paci.
L'accusa ha chiesto che Palazzolo, latitante per l'autorita' giudiziaria italiana, venga interrogato dal tribunale nello stato sudafricano nel quale da anni vive da libero cittadino. Il processo e' stato rinviato al prossimo 5 novembre.

29 ottobre 2003 -PROCESSO STRAGI 1992; CORTE, NO A DEPOSIZIONE LISTA TESTI
ANSA:
MAFIA: PROCESSO STRAGI; CORTE, NO A DEPOSIZIONE LISTA TESTI
NON SARANNO SENTITI SICA, PAZIENZA E BADALAMENTI
L' ex alto commissario per la lotta alla mafia, Domenico Sica, il faccendiere Francesco Pazienza e il boss Tano Badalamenti, detenuto in un carcere degli Stati Uniti, non saranno sentiti nel processo d' appello per le stragi di Capaci e Via D'Amelio.
Lo ha deciso la corte d' Assise d' appello di Catania che ha rigettato l' acquisizione agli atti del processo di un articolo del quotidiano La Repubblica, nel quale si parlava di un presunto movente legato a delle indagini per riciclaggio di denaro sporco che starebbe alla base delle stragi del 1992. Il presidente Paolo Lucchese ha motivato la decisione sostenendo che si tratta di una notizia giornalistica e dunque non avrebbe "sufficiente fondatezza".
Stamattina nell'ambito del dibattimento sono stati sentiti due pentiti di mafia, Salvatore Cocuzza e Giovambattista Ferrante.
Cocuzza, che si e' piu' volte contraddetto durante il contro esame degli avvocati difensori, ha raccontato che durante il periodo delle stragi si trovava in carcere e di avere appreso de relato di particolari sui due eventi. Giovambattista Ferrante, ex uomo d'onore di Cosa nostra, sollecitato dal pubblico ministero Michelangelo Patane' ha ricostruito alcuni appostamenti in via D' Amelio, cui ha sostenuto di avere partecipato personalmente, compiuti alla vigilia dell' attentato. Ferrante ha anche riferito che all' interno delle prigioni era possibile ai detenuti avere informazioni, ma il flusso di notizie fu reso piu' difficile dall' entrata in vigore del 41 bis, il cosiddetto carcere duro.

30 ottobre 2003 - PECORELLI: CASSAZIONE, ASSOLTO ANDREOTTI
ANSA:
PECORELLI: ANDREOTTI DICHIARATO INNOCENTE
STESSO VERDETTO ANCHE PER BOSS GAETANO BADALAMENTI
Le sezioni unite penali della Corte di Cassazione hanno annullato senza rinvio la sentenza emessa dalla Corte d' Assise di Appello di Perugia il 17 novembre dello scorso anno, che aveva condannato a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti quali mandanti dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
L' annullamento senza rinvio della sentenza sancisce, in via definitiva, l' innocenza del senatore a vita riguardo al delitto, cosi' come quella di Badalamenti.
L' innocenza del senatore a vita e di Badalamenti - richiesta ieri dallo stesso Procuratore Generale - e' sancita dalla formula "per non aver commesso il fatto", indicata nel verdetto, definitivo, della Suprema Corte, di annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di Perugia.
La Cassazione ha inoltre respinto il ricorso della Procura di Perugia contro le assoluzione di Claudio Vitalone, Massimo Carminati, Michelangelo La Barbera e Giuseppe Calo'.

30 ottobre 2003 - OMICIDIO FALCONE; CORTE UE DIRITTI UMANI, SI' RICORSO GANCI
ANSA:
MAFIA: OMICIDIO FALCONE; CORTE DIRITTI UMANI, SI' RICORSO GANCI
Giustizia italiana ancora una volta nel mirino delle istituzioni europee. L'ultimo caso riguarda una sentenza della Corte per i diritti umani, resa nota oggi, che ha accolto all'unanimita' un ricorso presentato da Domenico Ganci, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta. La Corte, rende noto un comunicato, ha riscontrato una violazione dell'art.6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che sancisce il diritto ad un processo equo.
Secondo la Corte, il fatto che la giustizia italiana non si sia pronunciata, per decorrenza di termini, su alcuni ricorsi presentati da Ganci contro una serie di ordinanze del Ministro della giustizia, che stabilivano il trattamento del carcere duro in base al 41 bis, rappresenta una violazione del diritto dell' imputato ad esporre il proprio caso davanti ad una corte.
Dal novembre 1996 al dicembre 2000, spiega il comunicato, Ganci e' stato sottoposto al regime del carcere duro, secondo quanto stabilito da nove ordinanze emesse dal Ministro della giustizia. Ganci ha ricorso contro otto di queste ordinanze e le corti interessate ne hanno giudicate quattro inammissibili, per decadenza dei termini delle ordinanze in questione.
La Corte ha rilevato come, in base alla legislazione italiana, i detenuti abbiano dieci giorni di tempo per fare ricorso contro un' ordinanza del Ministro della giustizia che richieda un regime speciale e che la Corte abbia dieci giorni per decidere sul ricorso.
La Corte per i diritti umani rileva che il mancato esame nel merito dei ricorsi abbia reso inefficaci i poteri delle corti stesse di verificare le ordinanze del Ministro della giustizia.
I giudici di Strasburgo hanno anche stabilito all'unanimita' che la constatazione della violazione della Carta dei diritti sia risarcimento adeguato per il "danno non pecuniario" subito da Ganci.

30 ottobre 2003 - SU PROGETTO ATTENTATO MAFIA CONTRO MAGISTRATO
ANSA:
MAFIA: PROGETTO ATTENTATO, PM SABELLA 'PROBABILE OBIETTIVO'
LO AFFERMA PROCURATORE DI FIRENZE, CHIESTA SCORTA
"C'e' una buona probabilita' che fosse il pm Alfonso Sabella l'obiettivo del progetto di attentato della mafia contro un magistrato", scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali in un casolare della provincia di Agrigento. E' quanto ha affermato stamani Ubaldo Nannucci, il procuratore capo di Firenze, citta' dove Sabella e' pm da 2002, dopo aver lavorato alla Dda della procura di Palermo e poi come direttore dell' ufficio dell'ispettorato del Dap.
Nannucci ha spiegato di aver gia' informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con un solo agente che lo protegge. Da quanto appreso a brevissimo termine dovrebbe essere convocata una riunione del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica in prefettura per decidere in merito.
E' anche emerso che la trascrizione dell'intercettazione e' dell'11 ottobre scorso, ma sarebbe stata registrata alcuni mesi prima. Sabella ha spiegato di non sapere "quanto sia fondato o meno" il progetto di attentato nei suoi confronti. "Ho letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo. Tutto cio' - ha concluso - rientra comunque nel normale rischio di chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto".
Quando Sabella era arrivato a Firenze c'erano state polemiche per il fatto che al magistrato era stata tolta la scorta. Per il pm era stata poi prevista la tutela con un unico agente.

30 ottobre 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: PG PALERMO PRESENTA RICORSO IN CASSAZIONE
ANSA:
PROCESSO ANDREOTTI:PG PALERMO PRESENTA RICORSO IN CASSAZIONE
Centrato sulle accuse che la corte di appello ha ritenuto prescritte, lungo tra 40 e 50 pagine, e' stato depositato poco fa il ricorso per Cassazione della Procura generale contro l'assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa. Il ricorso e' firmato dai pm d'aula Daniela Giglio e Anna Maria Leone.
Analogo ricorso e' stato presentato nei giorni scorsi dai legali del senatore Andreotti, sempre nella parte delle accuse che i giudici hanno ritenuto prescritta.

30 ottobre 2003 - RIINA RICOVERATO
"Il Messaggero" edizione Marche
Mazzoni blindato Ancora stabili le condizioni di Totò Riina in ospedale
Ospedale Mazzoni ancora blindato per la presenza di Totò Riina, il boss della mafia ricoverato lunedì sera a seguito di un malore. Sulla presenza di Riina nel nosocomio sanitari e amministrativi della Asl 13 mantengono il più stretto riserbo anche con il suo legale, l'avvocato fiorentino Luca Coanferino al quale ieri è stato addirittura detto che il boss siciliano non si trova al Mazzoni. In base alle poche informazioni che filtrano nella fitta rete di protezione che lo circonda, le condizioni di Riina sarebbero comunqu stabili.
Secondo il Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), il superboss - che lo scorso 16 maggio era stato sottoposto ad un intervento di angioplastica presso il nosocomio di Teramo - resta per ora nel reparto di terapia intensiva del nosocomio ascolano.
A consigliare il trasferimento all'ospedale Mazzoni, avvenuto in gran segreto lunedì sera sotto la scorta di polizia penitenziaria, carabinieri e agenti della Questura di Ascoli, era stato il medico della casa di reclusione, dopo aver sottoposto Riina ad un elettrocardiogramma. Il boss aveva avuto un malore ed aveva chiesto di essere visitato: il suo legale, che lo aveva visto in mattinata, ha martedì riferito che non lo aveva trovato in buone condizioni fisiche.
L'avvocato Cianferoni sostiene infatti che la capacità cardiaca del suo assistito sarebbe "ridotta al 40%". Cianferoni intende sottoporre le cartelle cliniche di Riina al suo consulente, il prof. Guido Sani dell'Università di Firenze. Discreta, ma strettissima la sorveglianza delle forze di polizia nel nosocomio marchigiano che non avrebbe registrato disagi particolari per la presenza del detenuto eccellente.
Totò Riina sta scontando quattro ergastoli in una cella d'isolamento del supercarcere di Marino del Tronto nella sezione che ospita i detenuti soggetti al regime del 41/bis, il cosiddetto carcere duro.

31 ottobre 2003 - PECORELLI: ASSOLUZIONE ANDREOTTI, DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
La sentenza annulla, "per non aver commesso il fatto", la condanna a 24 anni in Appello. Dichiarato innocente anche Tano Badalamenti Delitto Pecorelli, assoluzione per Andreotti La Cassazione: non è stato il mandante. Il senatore: "Io sono sopravvissuto, Buscetta no"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA - Assolto, definitivamente assolto dalla più grave delle accuse mai toccate ad un uomo politico. Andreotti non è mai stato il "mandante politico" dell'omicidio di Mino Pecorelli, non è stato lui ad ordinare ai boss: "Uccidete quel giornalista". E con lui è stato dichiarato innocente anche il coimputato, Tano Badalamenti da Cinisi, il boss di Cosa Nostra indicato nel processo come l'uomo che avrebbe organizzato il delitto su richiesta del senatore. Assolti tutti gli altri imputati, già usciti di scena per una duplice assoluzione in primo e secondo grado, ma per i quali la procura generale di Perugia aveva fatto ricorso in appello: il giudice Claudio Vitalone, il boss Pippo Calò, il presunto sicario Michelangelo La Barbera e l'armiere Massimo Carminati, indicato nella scenografia del delitto come intermediario tra mafia e banda della Magliana.
Andreotti si è mostrato raggiante: "Io sono sopravvissuto, Buscetta non c'è più, pace all'anima sua". La sorella della vittima, Rosita era invece addolorata: "Mio fratello è tornato ad essere un cadaverino qualunque". Più tardi a "Porta a Porta" il senatore è tornato a parlare della sentenza: "Sapevo che sarebbe finita così e che il sistema, pur con i suoi difetti, alla fine funziona". E ha proseguito: "Nessuno, d'ora in avanti, potrà dire che Andreotti ha bevuto anche un solo bicchier d'acqua con un mafioso".
Il verdetto delle sezioni unite penali della Cassazione, presidente Nicola Marvulli, sancisce l'innocenza degli imputati "per non aver commesso il fatto". E' un annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di Perugia che aveva inflitto ai due imputati ben 24 anni di carcere.
La piena assoluzione era nell'aria, dopo la requisitoria del pg Gianfranco Ciani che aveva smantellato punto su punto la sentenza di condanna definendola "infedele al processo". Ieri la parola toccava alla difesa. Non soltanto agli avvocati di Andreotti, Franco Coppi e il penalista palermitano Gioacchino Sbacchi, ma anche a quelli dei coimputati, a cominciare dal senatore Carlo Taormina: insomma l'intero staff che in questi anni, ha fatto la spola tra Roma e Perugia per smantellare i "teoremi" dell'accusa. E nessuno ha risparmiato critiche al pentito Tommaso Buscetta, principale ispiratore di questo processo. Ma proprio attorno alla figura del più famoso pentito di mafia gli avvocati della difesa hanno giocato la scelta più ardua. La demolizione di Buscetta non era un'operazione indolore. Come avrebbero reagito le sezioni unite penali, presiedute da Nicola Marvulli, all'affermazione che il pentito era inattendibile? Con il rischio di dover rileggere dieci anni di processi di mafia. Il timore di un annullamento della sentenza, con rinvio degli atti a Roma o a Perugia, non era infondato nonostante l'intervento favorevole del Pg Ciani.
La parte del mattatore è spettata a Coppi e alla sua arringa appassionata e sapiente. Il famoso penalista ha concluso il suo intervento con un accorato appello. "Voi, signori giudici, annullerete questa sentenza e riscatterete la magistratura agli occhi della storia. Non solo Andreotti sarà giudicato dalla storia -ha ammonito Coppi- anche i giudici che lo giudicheranno saranno giudicati alla storia. Ecco perchè questi processi e queste sentenze sono importanti". Due ore per smantellare il vuoto culturale e giuridico di un verdetto che aveva choccato l'Italia, il provincialismo di una condanna che non aveva tenuto in alcun conto le motivazioni della difesa.
Amara invece la reazione degli avvocati di parte civile. L'avvocato Alfredo Galasso, che rappresenta la famiglia Pecorelli, ha commentato: "La cosa più drammatica è che non si saprà più chi e perchè ha ucciso Pecorelli. Si poteva dubitare di un mandato ad uccidere da parte del senatore, ma non della confessione stragiudiziale di Badalamenti. Tutt'al più si poteva annullare la sentenza con rinvio. Come possono Badalamenti o Buscetta essersi inventati tutto? Questa sentenza uccide per la seconda volta Pecorelli, riavvolge nel buio l'assassinio di un giornalista libero. L'impianto accusatorio non era una fantasia". E Andrea Pecorelli, il figlio della vittima si è chiesto: "Se Buscetta è considerato inattendibile a questo punto si dovrebbe chiedere la revisione per tutti gli altri processi nei quali è coinvolto come teste".

"La Sicilia"
Cade il mito di Buscetta che "diceva sempre la verità"
tony zermo
Di essere previsto, era previsto. Ma la Cassazione poteva anche uscirsene ordinando un nuovo processo, oppure assolvendo Andreotti, ma non Tano Badalamenti. Invece tutti definitivamente prosciolti per non avere commesso il fatto, compresi l'ex senatore Claudio Vitalone, il cassiere della mafia Pippo Calò e i due presunti killer Massimo Carminati (banda della Magliana) e Michelangelo La Barbera (Cosa Nostra). La Suprema Corte ha sgombrato il campo delle congetture contenute in quella condanna in appello a Perugia definita "orrenda" da Andreotti, di solito misurato. Di certo c'è che il giornalista Mino Pecorelli fu ucciso, ma non su mandato del sette volte presidente del Consiglio. La tesi accusatoria di Perugia, non sorretta da alcuna prova, era che il direttore di "O.P." avrebbe ricevuto dal generale Dalla Chiesa i verbali dell'interrogatorio di Moro nella "prigione del popolo" delle Br, verbali che potevano danneggiare Andreotti e che Pecorelli avrebbe avuto intenzione di pubblicare. Ad aggiungere un altro tassello alla ricostruzione c'era quella dichiarazione di Buscetta: "Badalamenti mi disse che il delitto Pecorelli l'avevano fatto loro per un favore ad Andreotti". Ma due mesi dopo don Masino aveva ritrattato quelle parole.
Se la logica vale qualcosa, bastava chiedersi: ma se il presidente del Consiglio avesse ordinato di uccidere il giornalista non si sarebbe legato mani e piedi alla mafia? Non sarebbe stato sotto ricatto tutta la vita? E, se fosse stata vera l'accusa, quando il presidente Andreotti in Consiglio dei ministri diede il via a norme antimafia più severe, non poteva saltar fuori qualcuno che avrebbe potuto rovinargli per sempre la carriera politica svelando i retroscena della morte del direttore di "O.P."? Sarebbe bastato fare queste semplici considerazioni per capire che Andreotti non c'entrava nulla in quel delitto.
La sentenza definitiva della Cassazione fa crollare anche il mito di Buscetta come il pentito che "diceva sempre la verità". E invece don Masino era un abile manipolatore. Falcone, che lo aveva capito, insistette mesi per fargli confessare, davanti a prove evidenti, che ad ospitarlo durante la sua latitanza era stato Nino Salvo nella sua villa a mare di Santa Flavia. Buscetta accusava i nemici e copriva gli amici, per questo indicò Badalamenti, e di conseguenza Andreotti per il caso Pecorelli, perché don Tano aveva avuto un ruolo nella strage dei familiari di Masino. Ci volle tutta l'abilità di Falcone nel cercare i riscontri per tirar fuori la verità e impostare con Borsellino lo storico maxiprocesso ai quasi 500 boss di Cosa Nostra. Le accuse ad Andreotti e Badalamenti le considerò carta straccia, veleni mafiosi, ma questo cascame tuttavia venne raccolto da altri magistrati per impostare i processi all'ex presidente del Consiglio.
Restano le ombre di Palermo, che ci sono nelle carte processuali della pur doppia assoluzione, inutile nasconderlo. Il Tribunale nel proscioglierlo in primo grado scrisse che Andreotti aveva comunque mentito nel negare la sua conoscenza con i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti padroni delle esattorie siciliane che si vantavano di "dare soldi a tutti i partiti". In appello è stato anche peggio, perché dire in sentenza che fino all'80 il presidente del Consiglio avrebbe intrattenuto rapporti confidenziali con i capi di Cosa Nostra, per poi convertirsi, non è che sia una critica leggera. Ecco perché l'ultima sfida è più difficile. La Cassazione - cui hanno fatto ricorso sia il senatore a vita e sia la Procura generale - dovrà tornare a decidere se Andreotti, almeno per un certo periodo della sua vita, fu colluso o no, magari ritenendo che la mafia si potesse tenere a bada e potesse essere utile alla sua corrente siciliana. E allora facciamolo presto quest'ultimo processo, perché Andreotti non è eterno.

"Il Corriere della sera"
I ricordi dell'avvocato Ligotti: "Don Masino non parlò di "una richiesta di Andreotti", ma solo "di un possibile interesse di Cosa Nostra""
"Buscetta non lo accusò mai d'essere il mandante"
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - "Attenzione all'equivoco, Buscetta non ha mai considerato Andreotti un mafioso", sussurra Luigi Ligotti cinque minuti prima che i giudici assolvano il Presidente. Cinque minuti prima, non dopo. E alle sette della sera è come se l'avvocato del primo grande pentito di Cosa Nostra morto in Usa anticipasse il verdetto d'assoluzione ritenendolo quasi scontato.
Ma se tutto si fondava sulle parole di "don Masino"...
"Appunto, attenzione all'equivoco. Come Andreotti non ha mai parlato male di Buscetta, dando atto della sua lealtà, così Buscetta non ha mai considerato l'ex presidente del Consiglio un mafioso".
Per il delitto di Mino Pecorelli si è parlato di un "mandato"...
"L'equivoco sta in un passaggio riduttivo: le parole di Buscetta sono state interpretate come se avesse fatto riferimento ad un "omicidio su mandato"".
Invece?
"Invece lo spiegò con chiarezza Buscetta: "Non ho mai voluto dire che quell'omicidio era stato commesso su richiesta di Andreotti. Io parlavo di un possibile "interesse" di Cosa Nostra..."".
Può precisare meglio?
"Intanto, Buscetta disse che non lo riteneva un delitto tipicamente mafioso. E questo servì in appello per l'assoluzione di Calò e La Barbera, i mafiosi. Per lui si poteva pensare, al più, ad un'azione eseguita dall'organizzazione mafiosa o da singoli mafiosi decisi a fare un favore. Quindi, non "un mandato a uccidere". Mai inteso dire altro".
Quella di Buscetta fu una ritrattazione?
"No. Una specificazione".
Avevano interpretato le sue parole in ben altro modo i magistrati di Perugia, e di Palermo...
"A Perugia venne interrogato nel settembre '96 e fu chiaro, al di là di ogni diversa interpretazione. Ma già nel gennaio '96, deponendo per il processo di Palermo, durante un'udienza in trasferta a Padova, aveva detto le stesse cose. Solo che da un punto di vista mediatico...".
Stiamo parlando dei magistrati, non dei cronisti. La sentenza d'appello avrebbe tenuto conto dell'interpretazione e non delle parole di Buscetta?
"Posso solo dire che l'affermazione chiarificatrice c'era già nel processo di Palermo, dieci mesi prima".
Da Ciriaco De Mita abbiamo saputo che Falcone non considerava Lima un mafioso. A maggior ragione si dovrebbe ritenere lo stesso per Andreotti, seppur processato a Palermo per associazione mafiosa e non per "concorso esterno". E Buscetta? Per Buscetta Lima e Andreotti chi erano?
"Buscetta mi ha sempre ripetuto che, intanto, il mafioso è siciliano. Che, fatta eccezione per un paio di calabresi ed un paio di napoletani, non ci sono uomini d'onore non siciliani. Per il resto, gli "organici" erano i Salvo, gli esattori. Ma lo stesso Lima stava in posizione diversa, appunto perché uomo politico, e quindi mai considerato un organico".
Nemmeno Lima mafioso?
"Apparteneva al settore tenebroso e difficile da decifrare delle collusioni tra mondo politico e mafia, quello che c'è stato e ci sarà sempre, credo. Un mondo trasversale...".
Trasversale fino a sfiorare politici di ogni colore?
"Io so per certo che per Buscetta le collusioni non avevano barriere ideologiche".
Che cosa sa lei? Di chi sa?
"Di un grosso personaggio della sinistra, del Pci, che Buscetta sapeva essere stato "combinato" in Cosa Nostra".
Un comunista di allora?
"Sì, c'erano quelli che combattevano e venivano uccisi. E qualche altro molto vicino all'organizzazione".
Lo sanno anche i magistrati?
"Gli interrogatori si concentrano su fatti specifici. Lui preferì non verbalizzare. Poi, combattuto, scrisse quel nome sulle bozze di un libro. E prima della stampa lo cancellò".
Felice Cavallaro

ANSA:
PECORELLI: AVVOCATO SBACCHI, SU PROCESSO PALERMO NON PARLO
"Sul processo di Palermo non parlo: c' e' un ricorso pendente in Cassazione e non mi sembra corretto esprimere valutazioni". L' avvocato Gioacchino Sbacchi, uno dei componenti del collegio di difesa di Giulio Andreotti, preferisce non fare commenti sull' unico procedimento ancora in corso nei confronti del senatore a vita.
"Abbiamo le nostre ragioni e le faremo valere - spiega - ma nelle sedi opportune". Il legale parla invece della decisione della Suprema Corte di annullare senza rinvio la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia che condannava Andreotti a 24 anni di reclusione per l' omicidio Pecorelli. "E' la conferma - dice - che il sistema Giustizia funziona, sia pure con molte lentezze. Non possiamo dimenticare che questi dieci anni sono stati devastanti per la vita del senatore Andreotti".
Il penalista esprime anche un giudizio su come e' stata condotta l' inchiesta Pecorelli: "Certi processi - sostiene - non dovrebbero cominciare. Una volta raccolte le dichiarazioni di un collaboratore era giusto svolgere le necessarie indagini, ma occorreva archiviarle subito dopo in assenza di qualunque riscontro".
Ma la sentenza della Cassazione sul processo di Perugia incidera' anche su quello di Palermo? L' avvocato Sbacchi ribadisce di non volere entrare nel merito di un procedimento ancora pendente: "Lo abbiamo fatto con i motivi del nostro ricorso. Mi limito ad osservare che l' arco temporale che riguarda la vicenda Pecorelli coincide in larga misura con il periodo nel quale, secondo la Corte d' appello di Palermo, il senatore Andreotti avrebbe tenuto una condotta discutibile".

ANSA:
PECORELLI:BOCCHE CUCITE AL PALAZZO GIUSTIZIA DI PALERMO
NON PARLANO PM DEL PROCESSO, ANCHE LA DIFESA PREFERISCE SILENZIO
(di Francesco Nuccio)
Bocche cucite al Palazzo di Giustizia di Palermo il giorno dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto Giulio Andreotti dall' accusa di essere il mandante dell' omicidio di Mino Pecorelli "per non avere commesso il fatto", annullando la condanna a 24 anni inflitta dalla Corte d' Assise d' appello di Perugia.
I Pm del processo di primo grado - Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli - non commentano la decisione della Suprema Corte. Ed anche l' avvocato Gioacchino Sbacchi, uno dei componenti del collegio di difesa di Andreotti, preferisce il silenzio ai facili collegamenti tra le due vicende giudiziarie: "Sul processo di Palermo non parlo. C' e' un ricorso pendente in Cassazione e non mi sembra corretto esprimere valutazioni. Abbiamo i nostri buoni motivi e li faremo valere nelle sedi opportune".
I due procedimenti, quello di Perugia e quello di Palermo, sono formalmente distinti. Ma a nessuno sfugge che la sentenza della Cassazione demolisce, quanto meno per i fatti del processo di Perugia, la credibilita' di uno dei testi chiave dell' accusa: Tommaso Buscetta. A non aver superato il vaglio dei magistrati di legittimita' sono state infatti proprio le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che aveva detto di aver appreso da Gaetano Badalamenti che il delitto era stato eseguito nell' "interesse" del senatore a vita.
Ma al tempo stesso la Cassazione ha dettato linee di condotta strette e precise nella valutazione dei pentiti. "In tema di prova del mandato omicidiario - scrivono infatti i giudici - l' indicazione di un possibile 'interesse' del mandante all'uccisione della vittima, non costituisce di per se' sola, riscontro estrinseco, come ipotetico 'movente' della chiamata in reita' 'de relato' di un collaboratore di giustizia". Insomma Buscetta andava preso con le pinze e riscontrato in ben altro modo che non con la sua stessa parola, come hanno - del resto - posto in evidenza piu' volte dallee arringhe dei difensori di Andreotti, gli avvocati Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi.
La sentenza della Cassazione viene anche ad interferire sulle parti in qualche modo contigue delle vicende processuali di Palermo e di Perugia a carico di Andreotti. Segna un precedente che tornera' presto all' esame degli "ermellini", avendo tanto Andreotti quanto il Pg impugnato l' assoluzione di secondo grado di Palermo L' accusa di associazione mafiosa sostenuta dalla Procura di Palermo individua infatti un "rapporto triangolare" tra Andreotti, i cugini Salvo, Badalamenti e Bontade. E sarebbe stata proprio questa connection, a detta di Buscetta, a determinare l' uccisione di Mino Pecorelli, richiesta da Andreotti a Badalamenti e Bontade, allora incontrastati boss di Cosa Nostra, attraverso i potenti cugini Salvo, Nino ed Ignazio, esattori di Salemi da sempre democristiani, prima cerniera tra mafia e politica individuata da Giovanni Falcone nel 1984.
La Corte d' appello di Palermo, pur assolvendo il senatore a vita, non aveva tuttavia contraddetto la sentenza di Perugia, sostenendo che Andreotti avrebbe intrattenuto rapporti amichevoli con esponenti di Cosa Nostra fino al 1980, cioe' un anno dopo l' omicidio Pecorelli. Una vera e propria partecipazione del senatore Andreotti all' associazione mafiosa, "apprezzabilmente protrattasi nel tempo", ma ormai in prescrizione. Ed e' proprio per cancellare quest' ultima 'macchia' che i difensori di Andreotti hanno presentato una settimana fa un ricorso in Cassazione per chiedere una riabilitazione "piena" del loro assistito. Una strada seguita ieri anche dalla Procura Generale, che ha deciso di impugnare la sentenza di assoluzione, quando gia' era nota la requisitoria innocentista del Pg di Cassazione per la vicenda Pecorelli. La parola passa adesso nuovamente alla Suprema Corte, per il suggello definitivo su una delle vicende giudiziarie piu' discusse e controverse della storia italiana.

31 ottobre 2003 - RIINA TRASFERITO IN ELICOTTERO AD ANCONA
"Il Messaggero" edizione Marche
TRASFERTA LAMPO AD ANCONA Riina, parte in elicottero torna in ambulanza Ieri pomeriggio il boss è stato trasferito all'ospedale Torrette per una visita specialistica
Trasferta lampo ad Ancona per Totò Riina. Ieri pomeriggio il boss è stato traferito in eliambulanza dall'ospedale di Ascoli, dove era stato ricoverato a seguito dell'ennesimo malore (un problema di natura cardiaca) che lo aveva colpito lunedì scorso in cella nel supercarcere di Marino del Tronto, ed è arrivato intorno alle 16,30 nell'ospedale di Torrette nel capoluogo dorico.
Atterrato sulla pista del nosocomio, Riina è stato trasferito poi ai reparti su un'ambulanza con i vetri completamente schermati.
Secondo voci, il boss sarebbe stato sottoposto a una coronarografia, lo stesso esame che aveva già fatto nell'ospedale di Teramo, quando venne ricoverato a maggio. A bordo stavolta di una ambulanza scortatissima, Riina intorno alle 19 è poi ripartito da Ancona per far ritorno all'ospedale Mazzoni.
L'ambulanza ha lasciato il reparto di emodinamica dell'ospedale dorico e si è allontanata in direzione dell'autostrada A/14, scortata da decine di auto delle forze di polizia e da un elicottero che ha seguito il corteo fino ad Ascoli. Per tutto il pomeriggio l'area in cui Riina sarebbe stato sottoposto ad accertamenti clinici è stata praticamente blindata. Non si sa ancora quali esami abbia fatto l'anziano boss e quale sia la situazione riscontrata dai sanitari; sono circolate anche voci secondo cui sarebbe rimasto ad Ancona per essere sottoposto ad un ulteriore intervento chirurgico nel cardiologico "Lancisi", di recente trasferito nella "cittadella bianca" di Torrette.
Il fatto che Riina sia stato di nuovo trasferito nel nosocomio di Ascoli (dove è giunto alle 20,20) e non trattenuto nell'ospedale cardiologico "Lancisi" di Ancona, lascia pensare che le sue condizioni non sono tali da richiedere un intervento chirurgico o comunque cure intensive.
Nessuna indiscrezione, in ogni caso, è trapelata negli ambienti sanitari. La direzione del supercarcere di Ascoli, dove il boss sta scontando quattro ergastoli, aveva fatto sapere ieri mattina alla moglie di Riina secondo quanto ha riferito il legale, l'avvocato Luca Cianferoni che le condizioni di salute dell'uomo sono stazionarie, "e dunque gravi", ha commentato l'avvocato.
Il boss, dunque, dopo la visita dovrà rimanere presumibilmente ancora ricoverato all'ospedale Mazzoni ancora 24 ore. La sua permanenza nel reparto di Cardiologia diretto dal professor Luciano Moretti, manco a dirlo, ha causato qualche disagio all'utenza.

1 novembre 2003 - PECORELLI; ASSOLUZIONE ANDREOTTI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
DIECI ANNI DOPO / La prima inchiesta fu aperta per le dichiarazioni di tre pentiti dei Nar: 5 gli indagati, tra cui Gelli, poi prosciolti. La sorella: voglio sapere chi l'ha ucciso
La famiglia Pecorelli chiede nuove indagini sull'omicidio
Il procedimento sul delitto fu riaperto una seconda volta in seguito alle parole di Buscetta
ROMA - Rosita Pecorelli, la sorella di Mino, scandisce le parole: "Non mi arrendo: voglio sapere chi l'ha ucciso". Cosa vuol dire dal punto di vista tecnico lo spiega l'avvocato di parte civile, Alfredo Galasso: "Questi dieci anni di processo ci hanno fatto accumulare una enorme mole di materiale probatorio. Dopo che la Cassazione depositerà le motivazioni della sentenza, presenteremo un esposto per ottenere la riapertura dell'inchiesta. Credo che negli atti processuali ci siano elementi che vanno analizzati sotto un'altra prospettiva. Certo, la strada è in salita. Ma, se possibile, la percorreremo". Sarebbe la terza indagine sull'omicidio del direttore di Op. E' però necessaria la richiesta di una parte: la magistratura d'ufficio non può prendere alcuna iniziativa. La pronuncia di giovedì della Cassazione ha messo tecnicamente la parola fine alla seconda inchiesta, quella più lunga, condotta prima dalla procura di Palermo, poi trasmessa a Roma e, dopo il coinvolgimento del magistrato della Capitale Claudio Vitalone, alla procura di Perugia. Ieri sull'annullamento senza rinvio deciso dai giudici di Piazza Cavour è arrivato il commento di Gaetano Badalamenti, il boss mafioso rinchiuso in carcere negli Stati Uniti: "Sono stato assolto? Me lo aspettavo".
La prima inchiesta sull'omicidio Pecorelli l'aveva aperta proprio la procura di Roma. Anche allora tutto era partito con le dichiarazioni dei pentiti. Tre terroristi dei Nar, organizzazione neofascista. Cinque gli indagati: il gran maestro della P2 Licio Gelli, l'ex ufficiale del Sid Antonio Viezzer, Valerio Fioravanti, Cristiano Fioravanti e Massimo Carminati. Tutti prosciolti, dopo l'archiviazione del novembre 1991. Meno di un anno e mezzo prima che le parole di Tommaso Buscetta facessero partire l'indagine all'origine del processo che si è concluso due giorni fa.
Ora per la famiglia di Pecorelli è il momento dell'amarezza. Mino è sepolto a Sessano del Molise, un paesino di mille abitanti a 15 chilometri da Isernia. Ed è qui che oggi e domani si ritroveranno i suoi cari. "Per la ricorrenza dei morti veniamo ogni anno - dice Rosita - e questa volta abbiamo un motivo in più. Dopo tanto tempo, questo povero Cristo non ha avuto giustizia. Almeno noi dobbiamo stargli vicini". Anche perché intorno c'è il deserto. Spiega Andrea Pecorelli, aveva 16 anni quando gli uccisero il padre: "Siamo stati isolati. Tutti i politici e gli uomini delle istituzioni esprimono solidarietà ad Andreotti. Benissimo, meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Ma perché nessuno ha mai chiamato noi? Nemmeno un colpo di telefono per sapere se ce la facevamo a pagare le monumentali spese di questo processo. Se ne sono andati 300 milioni di lire. Abbiamo potuto contare solo su noi stessi". E nemmeno su tutti, a dire il vero. Stefano, il primo figlio di Pecorelli, vive da 20 anni in Sudafrica, dove è andato per lavorare con una compagnia petrolifera. "Non lo sentiamo da un paio di anni - dice Andrea - lui l'ha presa così".
Dopo due giorni la rabbia non è passata. "Non mi voglio accanire contro Andreotti - dice Rosita - e non sono sicura che proprio lui, in senso stretto, sia il mandante dell'omicidio. Ma diciamo che qualcuno potrebbe avergli fatto un favore. Ricordo benissimo le parole di Brusca: "Noi mafiosi non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica espressamente: uccidi questa persona. A volte basta un segno di fastidio e siamo noi a prendere l'iniziativa per accreditarci"". Giulio Andreotti ha detto che per lui è finito un incubo. "E invece per noi - dice ancora la sorella di Pecorelli - l'incubo continua. Anzi, proprio adesso comincia il peggio: chiuso il processo, si rischia di dimenticare tutto. Non lo permetteremo".
Flavio Haver Lorenzo Salvia

"Il Messaggero"
Mentre il Polo attacca il capogruppo della Quercia come "mandante del processo", il centrosinistra parla di "aggressione strumentale" Violante sotto tiro, i Ds lo difendono "Ho già risposto ad Andreotti. Ricordo che non chiese di parlare in commissione"
di GIANNI GIOVANNETTI
ROMA Quella parola, impronta , è l'unica, palese perfidia che si è concessa l'ex Belzebù della prima Repubblica, alla fine assolto (quasi) da tutto e da tutti. E quella perfidia è rimasta incollata, e bruciante, sul volto e sulle labbra di Luciano Violante le cui impronte , appunto, secondo Giulio Andreotti, sarebbero impresse sull'intero caso giudiziario che lo ha visto coinvolto (e "perseguitato" dice) in questo ultimo decennio.
Ieri l'ex presidente della Camera, ed ex presidente di quella Commissione parlamentare Antimafia che per prima sollevò il coperchio di una pentola maleodorante di collusioni e intrecci mafia-politica di cui Andreotti risultava (stando ai pentiti) una delle anime nere, ebbene ieri Violante ha tenuto la bocca cucita mentre tutt'intorno a lui infuriava la bagarre di una polemica politica senza esclusioni di colpi. Intorno e contro di lui, un ex magistrato che alla lotta alla mafia "ha dedicato l'intera sua vita" lo difendono i suoi compagni di partito.
Solo due lettere ieri Violante ha compilato e indirizzato ai due quotidiani che hanno riportato l'accusa sferzante del senatore a vita contro l'attuale presidente dei deputati dei Ds: "Ci sono le sue impronte". E Andreotti si riferisce alle "scorrettezze gravi" dell'allora presidente Antimafia a proposito di una lettera al giudice Scarpinato di Palermo sull'omicidio Pecorelli "che invece era pertinenza di Perugia" e alla sua mancata audizione in Commissione: "Sto ancora aspettando". Le lettere, allora, che Luciano Violante ha inviato a Repubblica e Corriere della Sera ri-precisano un'altra verità dei fatti: a proposito della missiva a Scarpinato, Violante dice oggi "ho già risposto e documentato, e il senatore Andreotti dovrebbe saperlo". E ricorda che fu spedita al sostituto procuratore di Palermo il 5 aprile 1993 "quando ancora mancavano diversi mesi prima che il processo sull'omicidio Pecorelli venisse trasferito a Roma e poi a Perugia". Di quella lettera, poi, Violante esibisce il testo nel quale si legge che, dopo una telefonata anonima "il presidente dell'Antimafia aveva ritenuto opportuno, nel quadro della leale cooperazione tra poteri dello Stato, trasmettere all'autorità giudiziaria competente le notizie di cui la Commissione era venuta in possesso". Quindi nessuna indebita ingerenza e, tantomeno, nessun tentativo di coinvolgere un "magistrato estraneo" alla vicenda Pecorelli. Per quanto poi riguarda la mancata audizione di Andreotti da parte della Commissione, il suo presidente di allora precisa che "il senatore fu invitato a venire in Commissione, ma egli stesso chiese di essere ascoltato solo alla fine dei lavori". Nel frattempo avvenne che la richiesta di autorizzazione a procedere contro l'ex presidente del Consiglio arrivò in Senato "e proprio per evitare un accavallarsi di indagini e pareri, ma soprattutto riassumono oggi i collaboratori di Violante scongiurare un processo pubblico e inappropriato contro l'ex presidente del Consiglio, la Commissione decise di non prevedere più la sua audizione". Violante precisa però che la stessa Commissione fece presente a quei parlamentari indagati o imputati per fatti di mafia che, se lo avessero voluto, avrebbero potuto fare essi stessi richiesta di essere ascoltati: "Alcuni di loro lo fecero, ma non il senatore Andreotti".
Che pure ha messo Violante nel mirino.
Naturalmente il Polo si è scatenato: Taormina definisce il capogruppo diessino "un killer spietato della democrazia", mentre il portavoce di Forza Italia Bondi gli chiede di "avere coraggio e onestà della chiarezza" altrimenti "sarà quanto meno imbarazzante" per popolari e Margherita "rimanere alleati del suo partito". Dai Ds e dal centrosinistra si fa quadrato intorno al loro esponente: parlano di "aggressione inaccettabile", di "ignobile attacco della destra". Per tutti Piero Fassino (e il presidente Massimo D'Alema su queste pagine) esprime tre concetti: soddisfazione per l'assoluzione di un uomo politico così importante, auspicio di un clima sereno per il lavoro dei magistrati in cerca della verità, indignazione per "la campagna d'odio che qualcuno strumentalmente sta cercando di intentare". La solidarietà a Violante è incondizionata.

"Il Messagero"
QUEL 6 APRILE DEL '93 E l'Antimafia votò quasi unanime Compromesso con i dc per ammorbidire il testo. Ma i giudici s'erano già mossi
ROMA - Il nome di Andreotti non fu mai pronunciato da Buscetta di fronte all'Antimafia, almeno non durante le sedute pubbliche. Masino, il boss dei due Mondi, alluse ad una misteriosa "Entità" , indicata come il punto più alto delle relazioni politiche dei mafiosi. Il pentito apparve di spalle sul video a circuito chiuso di Palazzo San Macuto per la primavolta alla fine di ottobre, sei mesi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, il suo "amico" giudice. Era tornato in Italia, questo almeno si diceva, perchè voleva contribuire alle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio rivelando quell'intreccio tra mafia e politica che non aveva mai svelato a Falcone "perché i tempi non erano maturi". Le sue rivelazioni appassionarono l'opinione pubblica, riempirono pagine e pagine di giornale, fu un evento memorabile. Il pentito che l'avvocato Franco Coppi oggi definisce "falso come un soldo bucato" era allora un mito cui aveva indirettamente contribuito il giudice, per il credito che attribuiva a Buscetta nel descrivere le regole interne al mondo di Cosa Nostra, le leggi non scritte sui vincoli della società segreta. Una leggenda alimentata da film, libri e interviste.
La commissione antimafia, presieduta da Luciano Violante, aveva deciso di ascoltare i pentiti all'inizio dell'autunno, quando quattro collaboratori della giustizia avevano già rivelato nell'ambito delle indagini sull'uccisione di Salvo Lima che Cosa Nostra lo considerava il tramite per raggiungere Andreotti. Fu l'inizio dei guai giudiziari di Andreotti. Passarono alcuni mesi, nel frattempo Buscetta veniva interrogato da magistrati di diverse procure, riempiva pagine e pagine di verbali. Il 27 marzo 1993, sui palazzi della politica piombò il macigno della richiesta da parte dell'autorità giudiziaria di Palermo di autorizzazione a procedere contro Giulio Andreotti per i suoi presunti legami con Cosa Nostra, mentre dalla procura di Roma era partita un'analoga richiesta per l'omicidio Pecorelli.
Soltanto il sei aprile, la commissione Antimafia votò la relazione su mafia e politica quasi all'unanimità, con la sola astensione del Msi, rappresentato dall'attuale ministro Altero Matteoli che definì acqua fresca la mozione Violante e del radicale Marco Taradash. In Parlamento sedevano ancora i partiti della prima Repubblica: la Dc, il Psi, il Pds, il Pri, il Pli, il Psdi. Votarono a favore tutti i gruppi. I radicali si astennero per timore di un "inciucio" Pds-Dc, il cui scopo a loro avviso era sacrificare Andreotti per insabbiare le responsabilità dei due partiti. Mentre i missini erano schierati per una linea di rigore estremo e avrebbero voluto una censura esplicita contro Andreotti per i suoi rapporti con Lima, mentre il compromesso raggiunto in commissione tra Violante e dc "ammorbidiva" il giudizio su Andreotti, dando però fiducia alle rivelazioni dei pentiti. L'indagine non era più definita "un atto dovuto", come nella prima versione del testo, diceva soltanto che "sulla eventuale responsabilità politica di Andreotti dovrà pronunciarsi il Parlamento", mettendo anche in guardia dal rischio che potessero presentarsi falsi collaboratori.
Il testo fu frutto di sei mesi di indagine, la relazione si basava sulle testimonianze di quattro pentiti: Buscetta, Mannoia, Calderone e Mutolo. Per la Dc parlò Clemente Mastella: "Voteremo la relazione e siamo disponibili ad andare oltre. Quello che ci ha sgomentato è il clima di sospetto attorno alla Dc". E Alfredo Biondi aggiunse: "E' una relazione importante che tiene conto della realtà politica e sociale cui la mafia è interessata". In ogni caso la relazione seguì e non anticipò l'iniziativa giudiziaria.
R.D.G.

"Il Corriere della sera"
LA LETTERA
"Perché scrissi a Scarpinato? Nessuna trama Lo chiesero proprio i magistrati di Palermo"
Caro direttore, nell'intervista data a Massimo Franco e pubblicata sul Corriere della Sera di ieri, il senatore Giulio Andreotti sostiene: "Scrisse (Violante) al sostituto procuratore Roberto Scarpinato per comunicargli che aveva ricevuto una lettera anonima sul delitto di Mino Pecorelli. Ma che c'entrava Scarpinato con Pecorelli? Per me fu la conferma che c'era una piccola trama".
Il 5 aprile 1993, ero presidente della Commissione Antimafia, ricevetti in ufficio una telefonata anonima relativa all'omicidio Pecorelli. Informai il dott. Michele Coiro, mio interlocutore a Roma nella sua qualità di capo della Direzione distrettuale antimafia, per chiedergli se agli uffici romani, che allora indagavano su quell'omicidio, interessava avere una comunicazione formale della telefonata che mi era pervenuta. Il magistrato si riservò di valutare la cosa. Mi richiamò alcuni minuti dopo informandomi che non era necessario inviargli una nota scritta ma che forse la notizia poteva interessare anche la Procura di Palermo.
Effettivamente un'agenzia del 28 marzo aveva comunicato che anche quella Procura indagava sull'omicidio Pecorelli. Cercai il procuratore della Repubblica a Palermo, dott. Giancarlo Caselli, che però era fuori sede. Un funzionario della Procura mi informò che potevo parlare con il dott. Scarpinato. Ebbi con questo magistrato la stessa conversazione che avevo avuto con il dott. Coiro, ma il dott. Scarpinato mi disse che preferiva avere una comunicazione formale. Di qui l'invio della mia lettera.
Il testo della lettera era il seguente: "La informo che stamane alle ore 9.20 mi ha telefonato una persona, con accento che sembrava torinese, la quale mi ha detto che in via Tacito, sede di O.P. , ci sarebbe un tale Patrizio, braccio destro di Mino Pecorelli, il quale possiederebbe la copertina del numero di O.P. che non fu mai stampato a causa dell'omicidio del suo direttore. Sulla copertina ci sarebbero sei nomi leggendo i quali si comprenderebbe chi possiede oggi i documenti di Pecorelli, che sarebbero contenuti in una valigetta. La persona, che non ha voluto rivelarmi la propria identità, richiamerebbe la prossima settimana per dare ulteriori notizie".
Nessuna trama, quindi. Anche in quell'occasione, come per tutte quelle analoghe, ho trasmesso all'Autorità Giudiziaria, nel quadro della leale cooperazione tra poteri dello Stato, le notizie di cui la Commissione era venuta in possesso.
Quanto poi alla richiesta, di cui parlano oggi quotidiani ed agenzie di stampa, di essere audito dalla Commissione Antimafia feci effettivamente chiedere al senatore Andreotti se intendeva essere ricevuto dalla Commissione ed egli fece sapere che intendeva parlare ma alla fine dei lavori.
Tuttavia, prima che i lavori finissero, giunse al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Andreotti da parte della Procura di Palermo.
Per evitare una sorta di processo pubblico fatto da 50 parlamentari nei confronti del senatore Andreotti, decidemmo di non procedere a nessuna audizione, fermo restando che la Commissione avrebbe ascoltato quei parlamentari, accusati, indiziati, imputati, che lo avesser