Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2003: settembre
 
2 settembre 2003 - RAPINATA LA FARMACIA DI RITA BORSELLINO
"La Sicilia"
Palermo
Rapinata Rita Borsellino nella sua farmacia
magro il bottino: appena cento euro
Palermo. Rapinata Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso nella strage del luglio del 1992 assieme a cinque agenti di scorta, e vice-presidente nazionale dell'associazione antimafia guidata da don Luigi Ciotti, "Libera". Ieri sera due malviventi, secondo una prima ricostruzione della polizia, sono entrati nella farmacia di famiglia, in via Gustavo Roccella, e, sotto la minaccia di tagliabalsa, hanno costretto la donna a consegnare il denaro contenuto nella cassa. Dopo avere sistemato il denaro in un piccolo borsello, circa 100 euro, i due banditi - che indossavano cappellini sportivi - sono fuggiti a piedi. Dopo pochi minuti sono piombate in via Roccella, nel quartiere periferico del Villaggio Santa Rosalia, alcune pattuglie della polizia e nella zona sono stati istituiti posti di blocco ma dei rapinatori, sino a tarda sera, non è stata trovata traccia. Non è la prima rapina subita da Rita Borsellino. Qualche anno fa aveva subito un'analoga rapina ad opera di un bandito solitario.
Sempre ieri sera è stata rapinata la cassiera di un supermercato di via Federico Orsi Ferrari (bottino 350 euro) mentre in precedenza una banda di quattro malviventi ha aggredito e rapinato un pensionato di 65 anni che aveva ritirato la pensione alla Bnl di via Roma e che, mentre si apprestava a varcare la soglie del portone della sua abitazione, in via dell'Orsa Minore, è stato affrontato dai malfattori che, sotto la minaccia di un tagliabalsa, lo hanno costretto a consegnare il bottino (circa 1550 euro).
Leone Zingales

2 settembre 2003 - FIGLI DALLA CHIESA, GRAZIE AL PRESIDENTE CASINI
ANSA:
MAFIA: FIGLI DALLA CHIESA, GRAZIE AL PRESIDENTE CASINI
"Un caloroso ringraziamento" al presidente della Camera, Pierferdinando Casini, "per aver deciso di dare solennita' e maggior significato, con la sua presenza, alla cerimonia di Palermo" da parte di Nando, Rita e Simona dalla Chiesa in vista delle commemorazioni che si terranno domani in piu' citta' italiane per ricordare il padre, generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia la sera del 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente della scorta Domenico Russo.
Per i figli del generale dalla Chiesa, si tratta, aggiungono in una nota, di "una scelta spontanea e percio' maggiormente indicativa davanti agli italiani di memoria civile e di sensibilita' istituzionale".
"Noi - proseguono - per una scelta affettiva e vincolante saremo a Parma, ma siamo grati al presidente della Camera sapendo che lui in quelle stesse ore sara' a Palermo e che, in un momento cosi' difficile e delicato per le istituzioni sul versante della lotta alla mafia, lui dara' un segno tangibile di impegno dello Stato".

3 settembre 2003 - 21° ANNIVERSARIO UCCISIONE DALLA CHIESA: DAI GIORNALI
"La Gazzetta del Sud"
Intuì la strategia d'attacco di Cosa Nostra Per questo fu eliminato? Il mistero resta
PALERMO - Nato a Saluzzo, in Piemonte, il 27 settembre del 1920, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa era giunto a Palermo dopo una lunga carriera di successi nell'Arma. Figlio di un vicecomandante generale dei carabinieri, aveva cominciato la sua carriera come ufficiale di complemento. A 23 anni era stato comandante della tenenza di San Benedetto del Tronto. Diventato capitano, dopo la seconda guerra mondiale aveva sposato Doretta Fabbo, dalla quale aveva avuto Nando, Rita e Simona. Il primo approccio con la Sicilia nel 1949, a Corleone. Sono gli anni del separatismo, ma anche quelli della mafia che si riorganizza. Dalla Chiesa indaga su decine di delitti. Tra questi anche quello del sindacalista Placido Rizzotto. Ma in Sicilia ci resta solo per qualche anno ancora. Negli anni Sessanta ricomincia il suo "viaggio" per l'Italia: da Firenze a Milano. Poi a Roma e a Torino. Quest'ultimo trasferimento si intreccia con uno dei tanti misteri d'Italia: il "Piano Solo". Un tentativo di golpe che fa capo al generale Giovanni De Lorenzo, tra il 1955 e il 1962 ai vertici del Servizio segreto delle Forze armate. A metà degli anni Sessanta viene trasferito nuovamente in Sicilia. Stavolta a Palermo. Sono gli anni del nuovo sodalizio tra Cosa nostra e le istituzioni. Il "generale" lo sa bene, e proprio nei primi anni Settanta è suo il rapporto all'Antimafia che disegna la mappa del potere mafioso a Palermo. L'esperienza palermitana si conclude nel 1974 proprio con la promozione a generale. Nel diario di Carlo Alberto Dalla Chiesa ci sarà da quel momento il terrorismo rosso. Un'esperienza interrotta nel 1977 solo da una breve parentesi come responsabile dei servizi di sicurezza nelle carceri. La lotta al terrorismo non concede tregua. Il segnale, quello più forte, è dato dal sequestro e dall'uccisione di Aldo Moro. Dalla Chiesa torna così ad occuparsi di brigatismo. Fino al 1982. Anno in cui sposa Emanuela Setti Carraro, dopo essere rimasto vedovo nel 1978, e accetta l'incarico di prefetto a Palermo. Il 30 aprile 1982 era intanto caduto per mano mafiosa a Palermo il segretario del Pci siciliano Pio La Torre. Dalla Chiesa a Palermo si sentirà presto un prefetto "isolato", come lui stesso denuncerà attraverso la stampa. Proprio la sera del 3 settembre, dopo cento giorni nel capoluogo, di ritorno a casa con la moglie e l'agente di scorta, Chiesa viene assassinato a colpi di Kalashnikov da un commando mafioso. Il 5 settembre il governo Spadolini nomina Emanuele De Francesco prefetto di Palermo e Alto commissario per la lotta alla mafia. Sono i poteri speciali che Dalla Chiesa aveva chiesto senza mai ottenerli. Sette giorni dopo il Senato approva la "legge La Torre" che introduce in Italia il reato di associazione mafiosa. Dal quel momento nella lotta alla mafia vengono introdotti anche nuovi strumenti, come gli accertamenti fiscali, tributari e bancari.

"La Sicilia"
Vent'anni dopo, non si sa chi e perché ordinò la strage
Tony Zermo
Vent'anni fa veniva ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e ancora non si sa bene perché. Le ipotesi sul motivo vero sono state tante: l'aver lui trovato nel supercarcere di Novara i verbali del "processo" delle Br ad Aldo Moro in prigionia con dure accuse a notabili dc, l'aver dato a Giorgio Bocca un'intervista in cui accusava i cavalieri del lavoro di Catania di venire a lavorare a Palermo "sulle ali della mafia", oppure essere Dalla Chiesa in predicato per diventare ministro dell'Interno del governo Craxi. Di certo non si è scoperto nulla, se non che gli esecutori materiali della strage di via Isidoro Carini furono undici killer di Cosa Nostra, che però non parlarono mai dei mandanti.
Nell'immediatezza della strage avvennero quella notte fatti strani come la presenza di personaggi "istituzionali" a Villa Pajno, residenza privata del prefetto, per "prendere le lenzuola per coprire i cadaveri" e la scomparsa della chiave della cassaforte: chiave poi ritrovata in un cassetto che quando era stato ispezionato era stato trovato vuoto, mentre quando si potè aprire la cassaforte non c'era dentro uno straccio di documento. Eppure la domestica disse di avere visto molti faldoni dentro quel forziere. I servizi segreti avevano fatto repulisti?
Quando vedemmo Dalla Chiesa, fresco sposo, scendere da un tassì ed entrare in abiti borghesi alla Prefettura di Villa Withaker ci vennero i brividi perché eravamo abituati a vederlo nella divisa carica di medaglie da generale dei carabinieri, una sorta di usbergo, e l'avevamo seguito e inseguito ai tempi delle Br di caserma in caserma dove lavorava e dormiva. Allora era invulnerabile, da borghese a Palermo era un bersaglio sin troppo facile. Non gli avevano dato nemmeno i "poteri speciali" che chiedeva.
Il giorno dopo la strage venne catapultato a Palermo come prefetto e Alto commissario antimafia Emanuele De Francesco che a cadavere ancora caldo ci concesse un'intervista esclusiva un po' insolita. Era lui che faceva le domande, ci disse: "Dalla Chiesa come è stato ucciso?". "Con i kalashnikov", risposi. "E i kalashnikov non vengono da Catania?". "Può essere". "E con questo le ho detto tutto". In effetti i primi kalashnikov erano stati portati da Catania a Palermo da Alfio Ferlito, allora alleato di Nitto Santapaola, ed erano stati "sperimentati" in giugno da Cosa Nostra palermitana proprio per uccidere alla Circonvallazione lo stesso Ferlito, i tre carabinieri di scorta e l'autista della Mercedes che stavano portando il detenuto dalle carceri di Enna a quelle di Trapani. Ma De Francesco con quelle sue frasi a metà voleva farci intendere che in qualche modo la mafia catanese c'entrava, anche perché un testimone poi sbugiardato aveva detto di avere visto sul posto del massacro un uomo dagli "occhi di ghiaccio" che secondo lui sarebbe stato Nitto Santapaola. Sta di fatto che poi il boss catanese venne assolto nei vari gradi di giudizio, anche perché era logico che si fosse recato a Palermo a imbracciare il mitra come se mancassero killer affidabili a Cosa Nostra palermitana.
Qualunque sia stato il vero movente della morte del generale-prefetto quella strage segnò per la Sicilia una svolta epocale. I giornali che prima erano cauti nell'affrontare il fenomeno mafia, con l'eccezione de "L'Ora", cominciarono a pubblicare pagine su pagine su Cosa Nostra, l'onda di piena travolse tutto, anche i cavalieri del lavoro di Catania che in qualche modo avevano dovuto trovare dei compromessi con la criminalità organizzata. Fu più che altro una "reazione sociale e giudiziaria" perché lo Stato non si "svegliò" nemmeno allora, così come era rimasto sostanzialmente inerte nell'80 dopo l'uccisione del presidente della Regione Piersanti Mattarella e dopo l'abbattimento di alcuni magistrati.
Per fortuna nell'84 Giovanni Falcone riuscì a far parlare Tommaso Buscetta, prelevato dal Brasile, e Totuccio Contorno, rimasto a Palermo sia pur braccato dai corleonesi, il che permise a Falcone di imbastire con Paolo Borsellino lo storico maxiprocesso tenutosi a partire dall'86 nell'astronave verde dell'Ucciardone. C'erano tutti dentro le gabbie, in 474, da Luciano Liggio a Michele Greco il "papa", catturato nel corso delle udienze su delazione pagata a un suo giovane massaro. Fu quella un'epopea dovuta essenzialmente allo sforzo personale dei magistrati palermitani (a capo dell'Ufficio Istruzione c'era quel galantuomo catanese di Antonino Caponnetto), ma lo Stato era ancora assente. Reagì solo quando non potè farne a meno, e cioé dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio ordinate dal nuovo "dittatore" di Cosa Nostra Totò Riina, probabilmente d'accordo con "Entità" - politici o grandi imprenditori - che avevano interesse a che i due giudici non ficcassero il naso sugli appalti pubblici per i quali trescavano boss, politici e imprenditori anche nazionali.
Le fasi antimafia sono state essenzialmente tre nell'arco di dieci anni dall'82 al '92: quella seguita all'uccisione di Dalla Chiesa e della moglie che sconvolse in panorama imprenditoriale soprattutto catanese, quella del maxiprocesso che sradicò il mito della mafia invincibile, e quella avvenuta dopo le grandi stragi di Palermo che portò i capimafia al 41 bis.
Da allora Cosa Nostra ha mutato pelle tenendo un profilo basso e non uccidendo più, i suoi "terroristi" sono quasi tutti in carcere. Attualmente la mafia "alta" si interessa solo di appalti pubblici, lasciando a quella di fascia più bassa le estorsioni e il traffico di droga che procurano il "cash" alle "famiglie". Questo tuttavia fa venir meno l'allarme sociale, anche perché non si può vivere sempre dentro l'emergenza. E' una guerra, quella contro la mafia, che ha avuto i suoi martiri, ma che ha segnato indubbi successi. Certo Cosa Nostra esiste e lavora ancora, ma non è detto che il superlatitante Bernardo Provenzano sia il vero capo. Ci sono nel fondo oscuro della Sicilia, nella provincia agrigentina o nel Vallone nisseno, "Entità" di rispetto che pochi conoscono.
Senza voler essere ottimisti ad ogni costo, abbiamo l'impressione che il ricambio generazionale sia nella fase di completamento e che gli anziani boss siano morti o troppo vecchi o in galera per avere il bastone di comando. Ora ci sono le nuove leve, ma di un'altra pasta. Sembrano finiti i tempi in cui Cosa Nostra metteva le bombe, oppure si poteva permettere di avere proprie "famiglie" in Campania (i Nuvoletta) o a Roma (il gruppo guidato da Pippo Calò). Attualmente sono altre le mafie che comandano, quella calabrese, persino quella cinese. Cosa Nostra è in declino, o comunque è diversa, anche se trova alleanze nel traffico internazionale di droga dove una volta primeggiava. Oggi sarebbe impensabile una strage come quella di Dalla Chiesa, o di Capaci e via D'Amelio, non conviene nemmeno a Cosa Nostra. Cambia la mafia siciliana, cambia anche la Sicilia. Ed era ora.

"La Sicilia"
"Il generale inventò la moderna lotta alla mafia"
L'allarme di Grasso: "Senza pentiti oggi è difficile combattere Cosa Nostra"
PALERMO - È stato Carlo Alberto Dalla Chiesa, con la sua esperienza e le sue intuizioni, ha tracciare le direttrici investigative che per buona parte degli ultimi vent'anni sono state seguite nella lotta contro la mafia. "Dalla Chiesa - ricorda il procuratore della Repubblica Pietro Grasso - lamentava, quando era già prefetto di Palermo e denunciava una certa solitudine istituzionale, la mancanza di tutti quei poteri necessari per combattere in mondo organico la mafia. Lui sapeva benissimo che non bastava essere prefetto. Voleva qualcosa in più e nel caso specifico avrebbe voluto diventare il punto di riferimento informativo di tutte le indagini antimafia come aveva sperimentato con successo nella lotta contro il terrorismo. Era convinto che bisognava cercare la mafia non solo in Sicilia ma anche nel resto d'Italia. Per questo voleva creare centri di indagine e informazione nelle maggiori città. Lui voleva venire a Palermo per coordinare tutte questi centri. Un'idea che contrastava con l'organizzazione dello Stato e per questa ragione c'erano tante resistenze ad assecondarlo. Dieci anni dopo, quando l'intuizione di Dalla Chiesa divenne legge con l'istituzione della Dia e della Dda, il centro di coordinamento è comunque rimasto a Roma".
- Ma in cosa consiste la modernità del metodo proposto dal generale-prefetto?
"Dalla Chiesa disse subito quali erano le sue intenzioni e la lotta alla mafia, all'inizio, cominciò a farla con i mezzi di cui disponeva. Intanto, cominciò a raccogliere tutta la documentazione disponibile. Ricordo che già nel febbraio dell'82 chiese a Giovanni Falcone l'ordinanza del processo "Rosario Spatola". Con Falcone commentai questa richiesta ed entrambi fummo d'accordo nel dire che Dalla Chiesa aveva intenzione di tornare a Palermo. E quando fu nominato prefetto continuò a raccogliere documenti, compreso il rapporto "Michele Greco più 161". Insomma, cercava tutte le carte che potevano tornargli utili per aggiornare le sue conoscenze sulla mafia. Il rapporto dei "162" fu l'atto iniziale del maxiprocesso e fu proprio Dalla Chiesa a volere che fosse consegnato alla Procura il 13 luglio. Lo racconta Falcone. Il vicequestore Ninni Cassarà gli disse che Dalla Chiesa, che seguiva l'indagine, voleva quella data perchè il 13 luglio del 1974 fu consegnato il rapporto dei "114". Questa indagine fu avviata proprio da lui, quando comandava la Legione Carabinieri di Palermo dal 1966 al 1973. Quello fu un periodo incredibile: fu ucciso il procuratore Scaglione, fu compiuta la strage di viale Lazio, scoppiò il caso Mattei, scomparve Mauro De Mauro. Fu in quegli anni che nacque il mito di Dalla Chiesa e degli uomini che lavoravano con lui e fu in quegli anni che completò la sua conoscenza della mafia che aveva conosciuto giovane ufficiale a Corleone. Nel '70 fu ascoltato dalla Commissione antimafia e lui parlò già allora delle sue indagini su Vito Ciancimino. Quando nel 1982 tornò a Palermo da prefetto conosceva benissimo Cosa nostra e il rapporto mafia-politica. Doveva solo aggiornare le sue conoscenze. Ma Dalla Chiesa, comunque, aveva un bagaglio di informazioni sulla mafia assolutamente superiore a quella che potevano avere i magistrati di allora. Insomma, al suo ritorno a Palermo sapeva chi aveva davanti dentro e fuori la mafia".
- Ma questo non bastò a salvargli la vita...
"Dalla Chiesa fece quello che poteva fare con gli strumenti allora disponibili. Cominciò ad incontrare gli operai dei cantieri navali, gli studenti, i semplici cittadini. Anche su questo fronte intuì quanto fosse importante il ruolo della società civile al fianco delle istituzioni nella lotta contro la mafia. In breve si propose ai cittadini come un sicuro punto di riferimento della legalità e lo diventò per davvero nei 100 giorni della sua permanenza a Palermo".
- Qual è l'eredità di Dalla Chiesa?
"La lotta antimafia moderna ha raccolto, si può dire, tutte le sue indicazioni. A partire dal coordinamento delle indagini - che è quanto auspicava come assolutamente necessaria - alla pignoleria degli accertamenti, come quelli da lui svolti per capire, attraverso gli alberi genealogici, il tipo di legami esistente tra le famiglie mafiosi. Senza gli input di Dalla Chiesa, raccolti purtroppo solo dopo la sua morte e mille difficoltà, la lotta alla mafia non avrebbe avuto alcun colpo d'ala".
- E oggi come va?
"Oggi, se io avessi un pentito come Tommaso Buscetta, quanti mandati di cattura potrei richiedere al Gip? Nemmeno uno. A meno che non trovassi un altro collaboratore che dichiari le stesse cose del primo pentito. E non è detto che accoglierà le mie richieste. Le norme in vigore hanno finito per limitare di parecchio l'azione repressiva dello Stato. Si continua ad indagare, ma senza i collaboratori che ti spiegano come stanno le cose dall'interno della mafia c'è ben poco da fare. E oggi di pentiti non ce ne sono, mentre ormai il silenzio della mafia ha convinto l'opinione pubblica che non c'è più di che allarmarsi. Ma io dico che questa mafia silenziosa che si occupa di appalti e fa affari è molto più pericolosa di quella che uccide".
Giorgio Petta

3 settembre 2003 - ANNIVERSARIO UCCISIONE DALLA CHIESA
ANSA:
DALLA CHIESA: CASINI, STATO IN DEBITO CON FAMILIARI VITTIME
"C' e' un debito di gratitudine che lo Stato non ha finito di pagare nei confronti dei familiari di Dalla Chiesa e degli altri servitori dello Stato". Lo ha detto il presidente dela Camera Pier Ferdinando Casini, che sta partecipando a Palermo alle cerimonie di commemorazione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emmanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta, Domenico Russo, uccisi 21 anni fa.
Casini ha partecipato alla messa in ricordo delle tre vittime che si e' svolta nella parrocchia di Santa Maria di Monserrato. Il presidente della Camera era accompagnato dal Governatore dell'isola, Salvatore Cuffaro.
Poco prima del loro ingresso in chiesa erano arrivati il presidente della commissione Antimafia Roberto Centaro e il suo predecessore, Giuseppe Lumia; il presidente dell'Assemblea regionale siciliana Guido Lo Porto; il comandante generale dell' Arma dei carabinieri Guido Bellini; il comandante interregionale della Guardia di Finanza Umberto Fava e numerosi magistrati ed esponenti delle istituzioni.
Al termine della cerimonia religiosa il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e' tornato sul "ricordo per un servitore dello Stato".
"Dal ricordo - ha spiegato - deriva l' impegno a combattere la mafia. E questa e' una battaglia che non e' ancora finita e va combattuta senza risparmio di energie da parte dello Stato". Dopo avere sottolineato che quello di Dalla Chiesa resta un "esempio di servizio per lo Stato, di responsabilita' e di consapevolezza dei propri doveri", Casini ha concluso: "Proprio per questo credo che i cittadini lo abbiano profondamente amato e che grazie a uomini come lui c'e' ancora speranza di un futuro migliore. Ecco perche' il ricordo va mantenuto vito".
Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro ha aggiunto: "Oggi ricordiamo l'impegno e il sacrificio di un uomo che sentiva profondamente il proprio dovere come principio fondante della cultura della legalita'".

MAFIA: DALLA CHIESA; CIAMPI, SUA EREDITA' ESEMPIO PER PAESE
Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha inviato al dott. Giosue' Marino, prefetto di Palermo, il seguente messaggio: "La commemorazione del ventunesimo anniversario dell'uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e del valoroso agente di scorta Domenico Russo, rinnova la memoria del loro sacrificio".
"L'impegno di Dalla Chiesa, il suo alto senso del dovere hanno rafforzato, in anni difficili della Repubblica, il sentimento dell'unita' e della coesione nella lotta al terrorismo e alla criminalita' mafiosa. La sua eredita' morale, raccolta da tanti e generosi servitori della Repubblica, e' un esempio contro gli epigoni di un terrorismo doloroso, nemico della crescita democratica della societa' italiana".
"L'azione di controllo e di vigilanza delle istituzioni e della societa' civile deve essere costante e continua contro organizzazioni criminali nazionali e internazionali sempre piu' complesse e pericolosamente intrecciate".
"Alle famiglie Dalla Chiesa e Setti Carraro e Russo invio ancora una volta l'espressione del commosso cordoglio mio e della Nazione. A tutti coloro che con la loro presenza hanno voluto dare un tributo di gratitudine e di affetto alla loro memoria, giunga il mio pensiero commosso e solidale".
Lo rende noto un comunicato del Quirinale.

3 settembre 2003 - FICTION TV SU BORSELLINO
ANSA:
TV: TAVARELLI, LA STORIA DI BORSELLINO IN TUTTE LE CASE
PARTE IL 20 OTTOBRE LA FICTION SUL GIUDICE UCCISO DA MAFIA
"La storia del giudice Borsellino, come anche quella di Falcone e di chi per 15 anni ha lottato contro la mafia deve entrare nelle case di tutti gli italiani": cosi' Gianluca Maria Tavarelli racconta il senso del suo debutto nella fiction con 'Paolo Borsellino', il film in due puntate per Canale 5 le cui riprese iniziano il 20 ottobre in Sicilia.
"Ho scelto di fare fiction solo per via del tema - ha spiegato Tavarelli a Venezia dove presenta il suo ultimo film 'Liberi' nella sezione Controcorrente - La gente deve conoscere la storia di chi si e' fatto uccidere per un ideale. Racconteremo Paolo Borsellino nel suo quotidiano, nella sua esperienza privata di uomo che ovviamente va poi ad intrecciarsi con la sua figura di giudice e di uomo pubblico e poi con l'inchiesta seguita alla sua morte".
Per il ruolo di Borsellino e' stato scelto Giorgio Tirabassi mentre gli altri ruoli sono ancora da definire. Il film sara' girato meta' in Sicilia e meta' a Roma. Scritto da Tavarelli insieme a Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli, Attilio Bolzoni, 'Paolo Borsellino' e' prodotto da Pietro Valsecchi che "segue il mio lavoro da tanti anni - ha detto Tavarelli - e ha pensato fosse un tema giusto per me".
"Ho letto tutto cio' che e' stato scritto sul giudice Borsellino, ho incontrato la famiglia, il figlio Manfredi. - spiega Tavarelli - Un'esperienza molto bella e' stata l'incontro con Antonio Ingroia (Sostituto Procuratore a Palermo che conobbe Borsellino a Marsala nel '89 diventandone amico)".

3 settembre 2003 - STRAGI 1992: CHIESTA ARCHIVIAZIONE TRONCONE 'MAFIA E APPALTI'
ANSA:
La procura di Caltanissetta ha chiesto l' archiviazione del troncone di indagine sulle stragi del '92 denominato "mafia e appalti". I pm hanno chiesto di archiviare la posizione di otto imprenditori, alcuni dei quali coinvolti in inchieste a Palermo, sospettati di avere avuto un ruolo nella stagione stragista.
Secondo la procura non sono stati raccolti sufficienti elementi per giustificare una richiesta di rinvio a giudizio, ma la pista "mafia e appalti" non viene abbandonata, considerato che restano aperti altri due filoni di indagine sulla base delle dichiarazioni dei pentiti Ciro Vara e Nino Giuffre'.
Firmata dal procuratore aggiunto Paolo Giordano, la richiesta di archiviazione ripercorre tutte le tappe dell'inchiesta sui cosiddetti 'mandanti occulti', sostenendone la potenziale esistenza, dopo oltre dieci anni di indagini.
In alcune decine di pagine i magistrati ripercorrono le indagini del giudice Giovanni Falcone, che nel 1991 ricevette il rapporto del Ros su mafia e appalti, ricordano i dubbi di Paolo Borsellino, che dopo l'assassinio di Falcone incontro' gli ufficiali del Ros in una caserma dei carabinieri di Palermo, ricostruiscono il 'patto del tavolino' tra imprenditori, politici e mafiosi. Gli elementi vagliati, e' detto nella richiesta, pur se insufficienti a sostenere in giudizio un'accusa contro eventuali imputati, non consentono alla fine di escludere la validita' della posta investigativa cosiddetta 'mafia e appalti'.

3 settembre 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: PACE TRA BENVENUTI E CASARUBBEA
ANSA:
Abbracci e baci davanti ai cronisti oggi nell' anteprima di Palermo di 'Segreti di Stato' tra il regista Paolo Benvenuti e lo storico siciliano Giuseppe Casarubbea, nei giorni scorsi in polemica nel contesto della proiezione del film a Venezia. Pace che ha pero' il sapore dell' armistizio, considerato che rimane il dissenso di fondo tra i due sulla lettura della strage di Portella della Ginestra.
Osserva infatti Casarubbea che l' analisi proposta dal cineasta toscano "ha aspetti positivi quando si riscontra l' aderenza ai documenti, mentre si trasforma poi in un teorema, in una tesi astratta, nel momento in cui abbandona questo percorso". Il riferimento specifico e' alla parte conclusiva della pellicola, laddove l' autore ipotizza che il massacro nel palermitano di 11 contadini e il ferimento di 27 il primo maggio del '47 durante un comizio all' indomani della vittoria del Pci in Sicilia, non puo' essere attribuito solo al bandito Salvatore Giuliano (forse solo una pedina inconsapevole di un gioco piu' grande di lui, sostiene Benevenuti), ma alla perversa sinergia di varie forze. A questo riguardo Benvenuti, con il taglio didascalico e maieutico (e' sua la definizione del proprio lavoro) che contraddistingue il film, sottolinea di "non aver puntato il dito su mandanti, ma di avere delineato un inconfutabile scenario storico-politico in cui collocare l' eccidio per trarne elementi di giudizio".
Il regista ha aggiunto: "il mio intervento e' finito qui, quest' opera, che puo' considerarsi una vittoria di Danilo Dolci (il sociologo triestino che nel dopoguerra si batte' accanto ai diseredati delle campagne tra Palermo e Trapani, ndr), e' solo l' inizio di uno spunto di riflessione per gli studiosi e un contributo alle nuove generazioni per interrogarsi, e quindi reclamare risposte, su accadimenti rimasti senza verita' conclamate per 56 anni".
Benvenuti ha quindi confermato di essere impegnato nella ricerca e nello studio di materiali per realizzare un film su Salvatore Giuliano.
Lo storico Nicola Tranfaglia, docente dell' universita' di Torino, citato con Casurubbea nei titoli di testa di "Segreti di Stato" per il contributo storiografico, ha plaudito all' esito filmico di Benvenuti, mettendo in risalto nel contempo la difficolta' di chi vuol scandagliare le carte del passato per recuperare il vero ordito degli accadimenti.
"E' un' operazione - ha detto - irta di difficolta' e, a volte, rischiosa, per non parlare del muro di gomma in cui spesso si sbatte. Basti pensare che tuttora non vi e' accesso per il periodo in questione agli archivi del Vaticano e dei carabinieri".

CINEMA: REGISTA E STORICO CHIEDONO RIAPERTURA CASO PORTELLA
APPELLO DI BENVENUTI E CASARUBBEA DOPO LA 'PACE'
E dopo la 'pace' e' venuto anche l'appello per la riapertura dell'inchiesta sulla strage di Portella della Ginestra. Paolo Benvenuti, regista di "Segreti di Stato", lo ha firmato assieme a Giuseppe Casarrubea suggellando cosi' la conclusione della polemica che li ha divisi sin dalla presentazione del film alla mostra di Venezia. Sotto la richiesta di una riapertura del processo c'e' anche la firma di Nicola Tranfaglia, lo storico che ha prestato la sua consulenza per l'opera di Benvenuti.
L'appello e' stato annunciato nel corso della presentazione del libro, edito da Fandango, che contiene la sceneggiatura e altri documenti del film.
Nei processi di Viterbo (1952) e di Roma (1956) sono stati condannati per la strage di Portella gli uomini della banda di Salvatore Giuliano. Ma la conclusione delle vicende giudiziarie lascia, a giudizio di Benvenuti e dei due storici, una zona d'ombra sui mandanti e sulle responsabilita' politiche dell' eccidio. Dopo la desecretazione degli atti da parte della Commissione antimafia e l'apertura degli archivi americani sarebbero emersi elementi in grado di orientare in modo piu' conducente la ricerca della verita'. Il primo obiettivo che il film e ora anche l'appello si propongono di raggiungere e' quello di ottenere il riconoscimento della natura e delle motivazioni"politiche" della strage finora considerata negli atti ufficiali come un atto di delinquenza comune. Cio' ha impedito l'attuazione di una legge che prevede un risarcimento economico per le vittime delle stragi politiche.
Questo era, ha detto Benvenuti, anche l'obiettivo di Danilo Dolci che al regista toscano ha suggerito la realizzazione del film sin dal 1996. Ma con "Segreti di Stato" la ricerca della verita' su Portella non puo' dirsi conclusa. Anzi la richiesta della riapertura delle indagini e' accompagnata da un auspicio di cui si e' fatto portavoce Tranfaglia. "Sono ancora inaccessibili agli storici - ha detto - almeno tre archivi importanti come quelli del Vaticano, dell' ex Unione Sovietica e dell'Arma dei carabinieri". Gli archivi dell'ex Urss, ha sottolineato Tranfaglia, sono stati aperti dopo la caduta del Muro ma richiusi dopo appena due anni. E quelli dei carabinieri sono ancora inaccessibili anche se, a giudizio di Tranfaglia, contengono materiale di indubbio interesse storico prima che investigativo.

4 settembre 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: APPELLO CASARUBBEA
ANSA:
CINEMA: CASARUBBEA, CON BENVENUTI TUTTO CHIARO MA NON BASTA
Nel "considerare chiusa la polemica" con il regista di "Segreti di Stato" Paolo Benvenuti, lo storico siciliano Giuseppe Casarubbea, le cui ricerche hanno contribuito alla sceneggiatura del film sulla strage di Portella della Ginestra, si batte adesso perche' Parlamento e governo nazionale riconoscano che quell' eccidio ebbe "una natura politica".
Raccogliendo una sollecitazione dello storico Nicola Tranfaglia, docente dell' universita' di Torino (anche lui coinvolto nel progetto di Benvenuti), Casarubbea auspica che siano desegretati gli archivi dei carabinieri ancora inaccessibili e inoltre le carte dell' ex Sifar e SIM concernenti tutti i delitti che negli anni della nascita della Repubblica causarono la decapitazione del movimento democratico in Sicilia.
L' Associazione dei familiari delle vittime "Non solo Portella", di cui Casarubbea e' presidente, prende intanto atto che il regista Paolo Benvenuti ha pubblicamente affermato che l' appello di Tranfaglia, gia' sottoscritto da diversi intellettuali e cittadini, sara' da lui stesso divulgato in tutta Italia anche mediante i canali della Fandango, la casa produttrice della pellicola.

5 settembre 2003 - MORTO A PALERMO BOSS MOTISI ACCUSATO DI STRAGE CAPACI
ANSA:
MAFIA: MORTO A PALERMO BOSS MOTISI ACCUSATO DI STRAGE CAPACI
Si sono svolti questa mattina i funerali del boss Matteo Motisi accusato di essere uno dei mandanti della strage di Capaci. Il capomafia era agli arresti domiciliari per motivi di salute.
La Cassazione, a maggio del 2002, aveva annullato la sua condanna all' ergastolo rinviando il processo ai giudici della corte d' assise d' appello di Catania dove e' ancora in corso il dibattimento.
Per motivi di ordine pubblico il questore di Palermo ha disposto che il funerale fosse celebrato questa mattina alle 6 nella chiesa del quartiere di Pagliarelli.

6 settembre 2003 - RITA BORSELLINO SU BERLUSCONI E I GIUDICI
"Il Messaggero"
Rita Borsellino: "Sono disgustata" E la Fondazione Falcone rifiuta la stele del governo. Polemica con Forza Italia
ROMA - Dopo le dichiarazioni di Berlusconi, la "Fondazione Giovanni e Francesca Falcone", "in memoria dei tanti giudici martiri che hanno dato la propria vita per la legalità e la democrazia", manifesta la propria "indignazione", ringrazia Ciampi "per la difficile funzione di garante delle istituzioni repubblicane che è chiamato quotidianamente a svolgere" e chiede un incontro con la giunta dell'Anm. Inoltre, fa sapere di aver deciso di respingere l'iniziativa del governo di realizzare una stele commemorativa della strage di Capaci, perché "alle celebrazioni ipocrite preferisce il sostegno dei privati cittadini". Anche secondo Rita Borsellino, "non basta commemorare i magistrati morti e poi uccidere i vivi con le parole". In un'intervista al Tg3 in cui si è detta "disgustata", indicando la stele che ricorda la strage di via d'Amelio, la sorella del magistrato ucciso ha aggiunto: "Qui, insieme ad altre cinque persone, è stato ucciso un matto, un essere mentalmente disturbato, che aveva delle turbe psichiche. Un magistrato che era antropologicamente diverso dal resto della razza umana".
E Forza Italia è tornata all'attacco con il presidente dei Senatori Schifani: "Sono disgustato e amareggiato. Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, entrambe militanti di sinistra, hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli".

10 settembre 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: CUFFARO CRITICA FILM BENVENUTI
"La Gazzetta del sud"
Cuffaro bolla di falso la ricostruzione nel film di Benvenuti su Portella delle ginestre
"Segreti di stato" volgare accusa alla Dc
Domenico Calabrò
CATANIA - Portella delle Ginestre, la prima strage del dopoguerra. Torri gemelle, primo eccidio del ventunesimo secolo. I comuni di Piana degli Albanesi, Monreale, San Giuseppe Jato e San Cipirrello hanno promosso una cerimonia congiunta per ricordare le vittime delle stragi delle torri gemelle, del Pentagono e di Portella delle Ginestre. La commemorazione, avrà luogo domani nel giardino della memoria di Portella, alle 18.30 con l' accensione di 2987 fiaccole che rappresentano il numero complessivo dei caduti dei tre eccidi. La strage di Portella è stata ricostruita nel film di Paolo Benvenuti "Segreti di Stato" ma il presidente della Regione Totò Cuffaro l'ha "bollata" come "volgare, per aver voluto indicare come mandanti della strage don Sturzo o Alcide De Gasperi", ha tuonato severo il governatore dal palco della presentazione dell'evento Rai "Prix Italia". "Assolutamente falsa; un' accusa infondata alla Democrazia cristiana", contesta Cuffaro il quale anticipa che "il problema sarà affrontato domenica prossima a Caltanissetta durante una riunione dell' Udc siciliano" e annuncia che sulla vicenda chiederà "un intervento forte e deciso anche dei vertici nazionali" del partito. "Quella proposta da Benvenuti - spiega il governatore - è una ricostruzione storica completamente falsata dei fatti, che non è possibile condividere". Poi Cuffaro riprende: "meno male che la Rai sta facendo cose serie e con Prix Italia mostra una Sicilia protagonista nel Mediterraneo offrendo al mondo un'immagine della vera Sicilia, terra ricca di cultura, tradizioni e bellezze naturali. Con i siciliani che non sono gli stereotipi esportati da certi film". Un'opportunità per sfatare i luoghi comuni sulla Sicilia, è offerta dalla settimana del Prix Italia (dal 13 al 20 tra Catania e Siracusa) e all'unisono lo hanno evidenziato il presidente della Provincia di Catania, Raffaele Lombardo, l'assessore regionale ai Beni culturali, Fabio Granata e i sindaci di Catania, Scapagnini e Siracusa, Bufardeci. "La scelta di Siracusa come sede del Prix Italia è un riconoscimento per gli sforzi compiuti in questi ultimi anni dall' amministrazione comunale, che si è impegnata per ritagliare alla città un posto di primo piano nel settore del turismo culturale", dice Titti Bufardeci, secondo cui "per una città che è stata una delle culle della civiltà del bacino del Mediterraneo è un motivo di grande orgoglio poter ospitare incontri a così alto livello che stanno disegnando la civiltà di domani, una civiltà che attraverso le tecnologie avanzate punta all' integrazione dell' Europa e al dialogo tra popoli lontani, geograficamente e culturalmente. Una civiltà della comunicazione sempre più etica e rispettosa dei minori". "La scelta di Catania come sede del Prix Italia è un grande riconoscimento per la nostra città", gli fa eco Scapagnini. "Siamo grati alla Rai - ha detto il presidente della Provincia di Catania, Lombardo - anche per avere individuato nelle "Ciminiere" il punto focale del Prix Italia: è un grande contenitore culturale che, nel tempo, manifesta la propria versatilità nell' accogliere manifestazioni anche di interesse internazionale".

11 settembre 2003 - PM PALERMO, AFFERMAZIONI BERLUSCONI STORICAMENTE FALSE
ANSA:
BERLUSCONI: PM PALERMO, AFFERMAZIONI STORICAMENTE FALSE
LO FORTE,NATOLI E SCARPINATO:OFFESA MEMORIA FALCONE E CAPONNETTO
"Sono storicamente false le affermazioni di Berlusconi riportate nell'intervista al settimanale 'The Spectator"'. Lo sostengono i procuratori aggiunti di Palermo, Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte e il pm Gioacchino Natoli.
I tre magistrati che hanno istruito e sostenuto l' accusa in aula nel processo al senatore Giulio Andreotti, criticano la frase in cui il premier dice che "a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non e' nel codice: il concorso esterno in associazione mafiosa".
"L' affermazione dell' onorevole Berlusconi - spiegano i tre pm - non meriterebbe alcuna replica perche' storicamente falsa, pero' non puo' essere lasciata passare sotto silenzio nella parte in cui e' gravemente offensiva della memoria di Antonino Caponnetto e di Giovanni Falcone, i primi giudici a utilizzare a Palermo tale fattispecie di reato nell' istruzione del maxiprocesso a Cosa nostra, come si puo' leggere nel secondo volume, alle pagine 429 e seguenti dell' ordinanza-sentenza del 17 luglio 1987 del Maxi-ter".
"All' esemplare lezione di indipendenza e di professionalita' di Falcone e Borsellino - concludono - la magistratura palermitana e' sempre rimasta e vuole continuare a rimanere fedele".

12 settembre 2003 - POLEMICA SU FRASI BERLUSCONI
"Il Manifesto"
Palermo insorge: "Insulto a Falcone"
I magistrati antimafia sdegnati dalle affermazioni del premier: "Storicamente false e offensive"
S. D. P.
PALERMO
"Sono storicamente false le affermazioni di Berlusconi riportate nell'intervista al settimanale The Spectator" (e che riportiamo a pagina 2). E quanto dichiarano i procuratori aggiunti di Palermo, Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte e il pm Gioacchino Natoli in una nota congiunta. I tre magistrati che hanno istruito e sostenuto l'accusa in aula nel processo a Giulio Andreotti, contestano in particolare la frase in cui il premier dice che "a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice: il concorso esterno in associazione mafiosa". "L'affermazione dell'onorevole Berlusconi non meriterebbe alcuna replica perché storicamente falsa - scrivono - Però non può essere lasciata passare sotto silenzio nella parte in cui è gravemente offensiva della memoria di Antonino Caponnetto e di Giovanni Falcone, i primi giudici a utilizzare a Palermo tale fattispecie di reato nell'istruzione del maxiprocesso a Cosa nostra, come si può leggere nel secondo volume, alle pagine 429 e seguenti dell'ordinanza-sentenza del 17 luglio 1987 del Maxi-ter". Anche il presidente dell'Anm palermitana, Massimo Russo, giudica "gravissima la banalizzazione che il premier fa dell'attività giudiziaria su un tema che coinvolge esponenti di Cosa nostra e la politica su cui si gioca il destino della nostra Sicilia". Secondo Russo lascia "esterrefatti" il fatto che "il nostro presidente del consiglio voglia far credere ai cittadini italiani che il concorso esterno in associazione mafiosa sia addirittura una creazione `della magistratura comunista, di sinistra' e non invece una gravissima figura di reato riconosciuta pacificamente e ripetutamente sia in dottrina che da centinaia di sentenze della Corte di cassazione". Ricordando il sacrificio di Falcone, che è stato l'artefice della creazione del reato di concorso in associazione mafiosa, e quello di Borsellino, che stava indagando "su quella zona grigia che esiste fra mafia e politica", Russo evoca il lavoro di "uomini delle forze dell'ordine e della magistratura che hanno pagato con la vita questo loro difficile impegno a tutela delle istituzioni democratiche che oggi sono messe fortemente in crisi da queste gravissime affermazioni". "La serenità il rispetto, sono condizioni preliminari di efficacia della lotta alla mafia tanto sbandierata nelle commemorazioni - conclude il presidente dell'Anm - La credibilità della magistratura e specialmente di quella siciliana, che ha pagato un prezzo enorme per questo stato, non può continuare ad essere messa a dura prova da affermazioni così gravi e offensive".
Sulla polemica interviene anche Antonio Di Pietro: "E' difficile credere che Berlusconi non abbia consiglieri giuridici in grado di fornirgli le corrette indicazioni quando parla di giustizia - dice - Eppure la straordinaria ignoranza del presidente del consiglio farebbe proprio pensare che nessuna svolga questo ruolo". Di Pietro ricorda infatti che "il concorso esterno nel reato associativo ebbe la sua prima applicazione nel contrasto alle associazioni di matrice separatista (il caso dell' Alto Adige) e poi di matrice terroristica". "Dal 27 novembre 1968 - sottolinea Di Pietro - la Cassazione ha dato ragione ai giudici, fino all'ultima sentenza del 21 maggio di quest'anno (le sezioni unite della Cassazione). Appare allora faziosa e strumentale l'accusa di Berlusconi. Dobbiamo allora constatare che la malafede e l'ignoranza sono il carburante di Berlusconi e la sua energia offende ed inganna con l'abuso del ruolo e degli strumenti mediatici che possiede ed utilizza".

15 settembre 2003 - COMMEMORAZIONI DON PUGLISI
"La Sicilia"
Don Puglisi iniziative disertate
Lillo Miceli
Palermo. Oggi è il decimo anniversario dell'assassinio di padre Pino Puglisi. Il parroco di Brancaccio che con la sua silente, quotidiana, azione pastorale cercava di sottrarre i giovani del quartiere alla violenza e dalle grinfie dei boss mafiosi. Un sacerdote che rifuggiva il clamore, non amava rilasciare interviste per lanciare il proprio messaggio di speranza. Le sue armi erano il Vangelo e la semplicità con cui riusciva a penetrare nei cuori e nelle coscienze dei più riottosi. E per questo temuto dai padrini di Cosa nostra, al punto da ordinarne l'uccisione.
Per ricordare i tre anni che padre Puglisi ha trascorso a Brancaccio, i suoi collaboratori si sono riuniti ieri sera su un palco montato in uno slargo del quartiere e lì si sono confrontati Rita Borsellino, don Baldassare Meli, Biagio Conte, suor Carolina, il cantante Rino Martinez, l' ex sacerdote Gregorio Porcaro e il deputato Giuseppe Lumia (Ds).
L' appuntamento, però, è stato disertato dalla cittadinanza, forse a causa della pioggia caduta abbondante ieri. Padre Mario Golesano, il sacerdote che dieci anni fa ha preso il posto di Padre Puglisi, è rimasto fra le poche persone del pubblico.
"C' è un forte reinserimento della mafia a Brancaccio - dice don Golesano - I segnali ci sono sempre stati, ma non sempre vengono fatti circolare. La delinquenza prosegue senza sosta, le auto continuano ad essere rubate e così altri episodi di violenza che restano nell' ombra a causa dell' omertà. A tutti, però, dico che occorre restare a lavorare in questa pietraia per migliorarla e cambiarla".
Dal palco il deputato ds Giuseppe Lumia tuona contro i boss mafiosi. "La mafia scalpita - afferma - ci sono tanti segnali che fanno capire che Cosa nostra sta covando sotto la cenere nuovi e pericolosi progetti criminali. L'esempio di padre Puglisi è ancora attuale e deve essere portato avanti".
Fra gli abitanti di Brancaccio c' è anche chi giura di aver visto Don Pino prima di un delicato intervento chirurgico e crede in un suo intervento miracoloso. Come Maria Concetta Melignano, 56 anni, casalinga. "Il 14 settembre dello scorso anno - racconta la donna - stavo per entrare in sala operatoria nell'ospedale di Bergamo per un trapianto di fegato. Prima di essere sistemata sulla barella ho avvertito insieme a mio marito una presenza nella stanza. Poi ho visto don Pino che mi ha preso per mano, rassicurandomi che tutto sarebbe andato bene. Quando ci penso mi vengono ancora i brividi. L' intervento è riuscito così come aveva previsto padre Puglisi".
Padre Puglisi presto potrebbe salire agli onori dell'altare. L'iter della causa per la sua beatificazione è già a buon punto. Dopo la fase istruttoria avviata dall'Arcidiocesi di Palermo, il postulatore monsignor Domenico Mogavero ha già depositato l'istruttoria alla Congregazione per la causa dei santi. Padre Puglisi, che è già "servo di Dio", potrebbe essere il primo beato, "martire della mafia". Una semplificazione giornalistica, giacché l'istruttoria del postulatore è incentrata sul riconoscimento di padre Puglisi quale "martire della fede". Se dovesse essere accettata la tesi del martirio, per la beatificazione non sarebbe chiesto alcun miracolo, che è invece necessario quando la richiesta della santità è basata sull'eroicità.

ANSA:
DON PUGLISI: IL PRETE SORRISE AL KILLER E LUI SI PENTI'
DIECI ANNI FA L' UCCISIONE DEL PARROCO DEL QUARTIERE BRANCACCIO
(di Lirio Abbate)
Quando don Pino Puglisi capi' che stavano per ucciderlo, disse "me l' aspettavo", e sorrise al suo assassino. Il 15 settembre di dieci anni fa era il giorno del compleanno del parroco di Brancaccio, considerato dai boss del quartiere una persona "scomoda". Per questo motivo ne decretarono la morte, con un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Il killer del sacerdote, Salvatore Grigoli, oggi collaboratore di giustizia, ha ancora stampato in mente il sorriso che aveva quella sera don Pino. Ai magistrati che lo interrogarono disse: "Non ho esperienza di santi. Quello che posso dire e' che lui emanava una specie di luce. Me lo ricordero' per sempre quel sorriso".
Il pentito ha raccontato che dopo l'assassinio, di fronte alle manifestazioni popolari, "cominciammo a capire che il delitto non era stata una cosa utile per noi. Anzi, aveva peggiorato la situazione". "Da quel momento - ha spiegato - cominciarono i problemi e tra di noi lo commentavamo come una maledizione".
Per far capire la personalita' di Don Pino, e il "contesto" nel quale svolgeva la sua opera pastorale, l'ex sicario ha aggiunto: "un altro prete, che aveva la parrocchia a un chilometro da quella del sacerdote ucciso, venne da noi nel momento del bisogno...".
Padre Puglisi fu assassinato nel giorno del suo compleanno mentre stava rientrando a casa, in piazzale Anita Garibaldi, nel quartiere Brancaccio. In questo rione della periferia orientale di Palermo, tradizionale roccaforte mafiosa, il sacerdote era stato inviato tre anni prima dal cardinale Salvatore Pappalardo fondando il centro di accoglienza 'Padre nostro'. Per Don Pino e' in corso la causa di beatificazione avviata nel 2001 in Vaticano dopo la conclusione della fase diocesana dell'istruttoria avviata nel settembre del 1999.
Il commando che entro' in azione era formato oltre che da Salvatore Grigoli, esecutore materiale dell'agguato, anche da Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Mandanti dell' omicidio furono i boss del quartiere, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, entrambi condannati all' ergastolo. Grigoli fu arrestato nel 1997: dopo aver confessato le proprie responsabilita' e avere fatto i nomi di complici e mandanti dell' agguato, l'ex killer inizio' un cammino di conversione. Grazie alle sue rivelazioni e alle deposizioni dei collaboratori di padre Puglisi, sono stati istruiti due processi, il primo dei quali si e' concluso con la condanna all' ergastolo dei fratelli Graviano, arrestati nel gennaio 1994. Il pentito Salvatore Grigoli ha usufruito degli sconti di pena ed stato condannato a 16 anni di reclusione.
Nella messa celebrata in Cattedrale, il cardinale di Palermo, Salvatore De Giorgi, ha parlato di conversione e redenzione dei boss, "cosi' come voleva Padre Pino". Il sacerdote ucciso dalla mafia e' stato ricordato anche a Godrano, paesino in cui fu parroco negli anni Settanta, con una messa officiata dal cardinale Salvatore Pappalardo.
Per il presidente della Commissione antimafia, Roberto Centaro "l' azione di padre Pino Puglisi aveva minato alla base l' organizzazione criminale, perche' l' attivita' di apostolato che portava avanti andava al di la' della routine". Il sindaco, Diego Cammarata, ha invece annunciato che per ricordare il sacerdote sara' realizzato un museo all' aperto dove verranno esposte le opere di poeti, scultori e pittori.

16 settembre 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: TRASCRIZIONE BOBINE, DIFESA CHIEDE TERMINE
ANSA:
DELL' UTRI: TRASCRIZIONE BOBINE, DIFESA CHIEDE TERMINE
Per valutare quali bobine di intercettazioni ambientali e telefoniche debbono essere trascritte, in base alla richiesta avanzata nei mesi scorsi dai pm, gli avvocati del senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno chiesto un termine a difesa, ed il processo, dopo la pausa estiva, e' stato subito rinviato al 7 ottobre.
Secondo i magistrati ci sarebbe stato un disguido nella richiesta di acquisire le intercettazioni telefoniche che fanno parte di un altro processo, quello in cui era imputato Pino Mandalari. I pm Domenico Gozzo e Antonio Ingroia avrebbero fatto riferimento solo a due telefonate, mentre al perito sarebbe stato ordinato di trascrivere tutte le intercettazioni di quel processo.
All' udienza di oggi era presente il senatore Marcello Dell' Utri. Gli avvocati Enrico Trantino e Roberto Tricoli hanno dunque replicato sostenendo che occorre andare a leggere bene il verbale di udienza e per questo motivo hanno chiesto il termine a difesa.
I difensori in precedenza si erano opposti chiedendo "di poter verificare se nei brogliacci delle bobine ci sono altre parti che possono interessare il collegio difensivo".

17 settembre 2003 - PROCESSO APPELLO STRAGI 1992; PG CHIEDE AUDIZIONE 11 PENTITI
ANSA:
MAFIA: APPELLO STRAGI '92; PG CHIEDE AUDIZIONE 11 PENTITI
Ricostruire attraverso il racconto dei pentiti la fase storica in cui maturarono le stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E' questa la richiesta del pg, Michelangelo Patane', fatta alla corte d' assise d' appello di Catania.
Il processo riunisce il secondo grado di giudizio di due procedimenti, quello per la strage di Capaci e il 'Borsellino ter', entrambi di ritorno dalla Corte di Cassazione.
L' udienza di stamani, che si e' svolta nell' aula bunker del carcere di Bicocca, e' ruotata attorno alle richieste del pm che ha avanzato la citazione dei collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giambattista Ferrante, Giuseppe Marchese, Gaspare Mutolo, Salvatore Cucuzza, Pasquale De Filippo, Antonino Galliano, Calogero Gangi, Giuseppe Marchese e Francesco Marino Mannoia. Il Pg ha anche chiesto che vengano acquisiti alcuni verbali di interogatorio dei pentiti che fanno parte degli atti dei processi a Giulio Andreotti, Salvo Lima e Corrado Carnevale.
A queste richieste si sono opposti i difensori. La Corte, presieduta da Paolo Lucchese, si e' riservata di decidere sull' ammissibilita' dei testi, mentre i penalisti hanno chiesto un termine a difesa per visionare gli atti che il pg ha depositato. La corte sciogliera' la riserva nel corso dell' udienza fissata per il prossimo 26 settembre, mentre ha gia' anticipato che i pentiti eventualmente ammessi, saranno ascoltati in una trasferta, fissata dal 13 al 18 ottobre, in una localita' ancora da stabilire.

17 settembre 2003 - LEGALE PROVENZANO, LO TROVERANNO TRA PERSONE PER BENE
ANSA:
MAFIA: LEGALE PROVENZANO, LO TROVERANNO TRA PERSONE PER BENE
MAI STATO ALTER-EGO RIINA, VERSO ISTANZA REVISIONE 6 ERGASTOLI
"Se Provenzano lo cercano tra le persone per bene, e' possibile che lo trovino. Se continueranno a cercarlo tra i delinquenti non lo troveranno mai...".
Lo dice il difensore del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, l'avvocato Salvatore Traina che in occasione del quarantennale della latitanza della primula rossa della mafia rivela di avere concluso il suo lavoro di studio degli atti processuali finalizzato all' istanza di revisione delle sei sentenze di condanna all'ergastolo, gia' passate in giudicato, subite dal suo cliente.
"E' stato considerato sempre l'alter ego di Riina - dice Traina - in realta' dagli atti si evince che non lo e' stato mai. Il materiale che ho raccolto e' sufficiente, quando i tempi saranno maturi presenteremo l'istanza e Provenzano potra' tornare nella societa' civile da uomo libero". "Quello - conclude il legale - sara' il giorno in cui il mio cliente concludera' la sua latitanza".

17 settembre 2003 - PROVENZANO, SUL WEB ELENCO COVI E FOTO BLITZ MANCATO
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO, SUL WEB ELENCO COVI E FOTO BLITZ MANCATO
Un servizio fotografico su un blitz mancato per un soffio, il dettagliato elenco dei covi della primula Rossa di Cosa nostra e una rivelazione inedita: la traccia della telefonata di uno dei manager di Provenzano, Calogero Cala', al centralino del ministero dell' Interno, nel giugno 1992, fra le due stragi Falcone e Borsellino.
Sono gli ultimissimi aggiornamenti sull' imprendibile numero uno della Cupola Bernardo Provenzano disponibili, in rete, alla vigilia dei 40 anni di latitanza del boss, sul sito www.bernardoprovenzano.it curato dai giornalisti palermitani Salvo Palazzolo ed Ernesto Oliva.
La traccia della chiamata al Viminale e' rimasta sui tabulati telefonici acquisiti dai carabinieri che tenevano sotto controllo il consigliori del boss. Ma perche' Cala' chiamo' il centralino del Viminale? "Non l' abbiamo mai scoperto. A quel tempo eravamo a corto di uomini - hanno spiegato gli investigatori della Squadra Mobile di Caltanissetta che conducevano le indagini sui favoreggiatori di Provenzano - e non potemmo indagare oltre".
In rete le immagini riprese dai carabinieri il 31 ottobre 1995 al bivio di Mezzojuso della Palermo-Agrigento, giorno in cui lo Stato arrivo' a due passi dalla cattura del capomafia. Diciassette scatti di un fotografo in divisa appostato vicino al casolare in cui Provenzano avrebbe dovuto incontrare altri capimafia riprendono il confidente Luigi Ilardo, i mafiosi Lorenzo Vaccaro, Giovanni Napoli e un uomo rimasto sconosciuto.
I militari dell' Arma li fotografarono, ma non li seguirono, e sul mancato blitz, la Procura di Palermo ha aperto un' inchiesta dopo la denuncia dell' ufficiale che coordinava il servizio quella mattina, il colonnello Michele Riccio. Sul registro degli indagati e' finito il nome l' ex comandante del Ros, il generale Mario Mori, oggi capo dei Servizi segreti, interrogato dal procuratore Grasso e dal pm Nino Di Matteo nell'aprile scorso, insieme a quello del colonnello Riccio, accusato di calunnia.
Un link conduce inoltre i visitatori del sito nei covi che hanno visto latitante negli ultimi anni il boss corleonese.
Secondo le indagini di magistratura e forze dell' ordine, sono 43, tutti in Sicilia. Da Bagheria a San Giovanni La Punta, nel catanese, da Mazara del Vallo a Sambuca di Sicilia: i nascondigli sono diventati comode case, sicuri uffici e sale riunioni per summit.
Il dossier di Palazzolo e Oliva ripercorre soprattutto le gravi carenze che in questi quarant' anni hanno caratterizzato le indagini per giungere alla cattura della primula rossa di Corleone: dal mancato coordinamento delle forze di polizia alle fughe di notizie.
Esaminando alcuni verbali di recente resi pubblici dalla Procura di Palermo, si scopre che gia' nel '96 il pentito Giovanni Brusca aveva indicato l' autoscuola Primavera, a due passi dal Teatro Politeama, come lo studio del padrino: il covo fu messo sotto controllo dai carabinieri soltanto due anni dopo, in seguito a proprie indagini. Ma il pentito Antonino Giuffre' ha rivelato di recente: "Fummo avvertiti che ci stavano controllando e Provenzano non ando' piu' in quel covo".
Il dossier su www.bernardoprovenzano.net svela ancora un retroscena sulla mancata cattura del superlatitante. Il 27 maggio '98 c' era solo un registratore a presidiare la postazione dei Ros, per carenza di personale: quando il nastro dell' intercettazione ambientale fu riascoltato era gia' troppo tardi. Quel giorno, Giuseppe Vaglica, cognato dell' autista di Provenzano, Francesco Pastoia, aveva fissato un appuntamento con Cannella, per l' indomani: "Alle cinque - ribadiva Cannella - c' e' u zu Binu pure".

18 settembre 2003 - PROVENZANO: 40 ANNI DI LATITANZA
"Il Resto del Carlino"
Provenzano, quarant'anni da imprendibile
PALERMO - Bernardo Provenzano, la primula rossa più ricercata d'Italia, tra non molto potrebbe passeggiare tranquillamente per le strade di Palermo, "da uomo libero". E non perché polizia o carabinieri siano sulle sue tracce. No. "Tornerà nella società civile e dimostrerà che è innocente".
Un annuncio-choc fatto dal suo legale storico, l'avvocato Salvatore Traina, nello stesso giorno in cui Provenzano 'festeggia' i suoi 40 anni di latitanza dorata. Una latitanza che ha trasformato 'u tratturi, come viene chiamato nel gergo mafioso, nel fantasma di Corleone.
Avvocato Traina, ma come fa a dire con certezza che Provenzano tornerà da uomo libero se è ricercato?
"Ho le mie buone ragioni. E comunque vuole sapere la verità? Bernardo Provenzano non verrà mai trovato da polizia e carabinieri semplicemente perché lo cercano nel posto sbagliato, cioè tra i delinquenti".
E dove si nasconde invece?
"Lo dovrebbero cercare tra le persone perbene, lontano da ambienti criminali".
Chi sarebbero queste persone perbene, scusi?
"Non posso dire altro. So solo che presto Provenzano sarà un uomo libero e potrà dimostrare che tutte le accuse sul suo conto sono assolutamente false. Mi rendo conto che l'opinione pubblica, leggendo queste dichiarazioni, potrebbe restare attonita, ma è la pura verità. Dico queste cose non da legale di Provenzano, ma da uomo di legge che conosce tutti gli atti processuali del cliente".
Ma quando avverrà la presunta 'apparizione' di Provenzano?
"Sta aspettando che maturino i tempi per tornare e per dimostrare che è estraneo a tutto quanto gli viene contestato".
Ma non dimentichi che è stato condannato in via definitiva a diversi ergastoli...
"No, ma è anche vero che è stato condannato per la presunta 'simbiosi' con Toto' Riina. Non per sue personali responsabilità".
E quel Provenzano capo incontrastato di Cosa nostra?
"Chi continua a sostenere una cosa del genere o è uno sprovveduto, oppure è in malafede".
Scusi, avvocato. Ma lei quando lo ha sentito o visto l'ultima volta?
"Se permette, sono affari miei".
Certo, però non le sembra strano affermare con sicurezza che tornerà sulla scena proprio mentre centinaia di uomini lo cercano da anni?
"E' tutto inutile. Non lo troveranno mai. E questa è una certezza...".
Intanto, due giornalisti palermitani, Salvo Palazzolo ed Ernesto Oliva, hanno pubblicato su Internet un inedito dossier fotografico dei carabinieri dei Ros. In 17 scatti sono ripresi alcuni boss mafiosi che vanno a un summit con Provenzano. Ma la cattura, per motivi misteriosi, non è mai avvenuta.
Alessandra Campo

19 settembre 2003 - CASINI INCONTRA PADRE GIUDICE LIVATINO
ANSA:
MAFIA: CASINI INCONTRA PADRE GIUDICE LIVATINO
PRESIDENTE CAMERA, MAGISTRATO ESEMPIO DEDIZIONE
Il presidente della Camera Pierferdinando Casini ha incontrato l'avv. Vincenzo Livatino, padre di Rosario, il magistrato ucciso tredici anni fa dalla mafia, prima di partecipare al quinto convegno in memoria del giudice assassinato.
Il presidente della Camera ha portato al padre del magistrato la sua personale solidarieta' "filiale, prima ancora che istituzionale", come ha precisato.
Casini ha ricordato che l'impegno personale di Livatino e' la testimonianza di come debba essere intepretato il ruolo dell'ordine giudiziario: "Una dedizione quotidiana discreta, non dimessa ma al contrario in grado di riaffermare il contributo decisivo alla vita democratica del Paese".

20 settembre 2003 - RIVELAZIONI SU GIULIANO DA ARCHIVI VIA APPIA
"La Stampa"
Un informatore, due mesi dopo la strage di Portella della Ginestra, scrive: "Il malvivente è stato segnalato per i contatti con le formazioni di Roma"
SEMBRA destinata ad essere ulteriormente alimentata la polemica sulla reale "identità" del bandito Salvatore Giuliano e del "movente" che ha messo in moto la congiura poi esplosa nel tragico Primo Maggio di Portella della Ginestra. Una serie di recenti scoperte, avvenute soprattutto negli "archivi di via Appia" (vi sono confluite le carte provenienti dagli Uffici Affari Riservati di Federico Umberto D'Amato), offrono una immagine inedita del celebre bandito siciliano e - di conseguenza - anche una più approfondita interpretazione storica di quel periodo. Ci sono documenti che consegnano all'analisi degli studiosi un Giuliano in strettissimo contatto coi gruppi clandestini fascisti, nati per intraprendere la cosiddetta "guerra dietro le linee" (in concomitanza con lo sbarco degli alleati) e, forse, finiti come utili alleati della politica americana basata sulla pregiudiziale dell'anticomunismo fino a propugnare la messa fuori legge del pci. C'è una informativa, attendibile seppure anonima come nel costume della cautela di ogni servizio segreto, che - più di altre recentemente venite alla luce - dà credibilità alla tesi che la banda Giuliano non fosse un microcosmo autonomo, una gang di criminali che non rispondeva a nessuno, ma un vero e proprio organismo politico-terroristico collegato con i reduci di Salò e con quanti avevano in mente la rinascita del fascismo, anche se senza Mussolini. E' una tesi, questa, recentemente dibattuta in occasione della proiezione a Venezia del film di Paolo Benvenuti "Segreti di Stato", disconosciuto innanzitutto da Giuseppe Casarubea, lo studioso (collaboratore "pentito" del regista con cui ha avuto divergenze di vedute e liti per questioni di "paternità" dell'opera) che ha dedicato anni di ricerche alla vicenda di Portella. Senza mezzi termini, l'informatore del "Servizio" scrive il 25 giugno del 1947, cioè meno di due mesi dopo la strage di Portella della Ginestra: "Il bandito Giuliano vi è stato segnalato anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma". Questo esordio della relazione, secondo l'analisi del prof. Aldo Giannuli, ricercatore presso l'Università di Bari, che ha scoperto il documento lavorando ad una perizia ordinata dal giudice milanese Salvini, fa pensare ad una sorta di "piccata giustificazione" di un sottoposto chiamato a rispondere di una supposta inadempienza, fermamente respinta al mittente. Così, infatti, prosegue la nota: "Vi fu precisato il luogo degli incontri coi capi del neo-fascismo (Bar sito a via del Traforo all'angolo di via Rasella"... e ancora: "Precisammo che effettivo capo della banda è presentemente il Tenente della Gnr (guardia nazionale repubblicana ndr) Martina, già di stanza a Novara". Poi l'informatore rincara la dose: "La Banda Giuliano è da ritenersi, fin dall'epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della Banda Giuliano era comandato fino a 15 giorni fa da certo "Franco" e da un maresciallo della Gnr che si trovano attualmente a Cosenza". E riferisce, il nostro, anche sui sistemi di comunicazine interna dei gruppi (lettere spedite a cittadini anonimi). "Con la loro ultima - chiosa l'informatore - annunciavano "cose grandi in vista e molto prossime"".
Il documento, cosa poco usuale per attività di spionaggio, si dilunga per quasi cinque pagine e ciò fa pensare che si tratti proprio di una sorta di puntigliosa autodifesa. Tanta abbondanza di particolari, ovviamente è manna per gli storici che devono stabilire l'attendibilità della segnalazione. Apprendiamo, così, che "al bandito Giuliano doveva essere demandato il compito di provvedere alla evasione di Borghese, relegato a Procida, perchè soltanto l'ex capo della X Mas era ritenuto in grado di assumere militarmente il rango, per l'influenza esercitata, di capo militare delle formazioni clandestine dell'isola". Anche se non espliciti, si possono cogliere riferimenti a ciò che era avvenuto e maturava. Prima si parla del "Fronte antibolscevico di Palermo (via dell'Orologio ndr) e del comandante Cipolla, poi riferisce di un certo "ordine testè impartito di accelerare i tempi". Quindi il racconto di quanto avveniva a marzo 1947, cioè un mese prima della strage, quando "il Duca Spadafora, capo del gruppo commerciale ed agrario del Sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia "un lago di sangue"". Una segnalazione che, come scrive il prof. Giannuli in un saggio (diventerà un libro) pubblicato sulla rivista "Libertaria" di ottobre, allarga le conoscenze sull'attività del clandestinismo fascista diventa più interessante se confrontata con un'altra nota del 6 ottobre 1946: "Il principe Spadafora, neofascista monarchico, che fu collaboratore della Repubblcia di Salò, sottosegretario di Stato e detenuto a R.Coeli da dove venne liberato per il personale intervento di Re Umberto, si trova presentemente in missione in Sicilia, a contatto con i dirigenti separatisti e coi neofascisti aderenti a gruppi autonomi". E torna anche il separatismo e, quindi, Salvatore Giuliano. Per non parlare del riferimento allo "scugnizzo", ultracitato dal nostro informatore come collaboratore di Giuliano, la cui esistenza è certificata da numerosi, precedenti riferimenti scritti: "...A Venezia, Milano e nella Calabria ferve il lavoro delle Sam (Squadre Azione Mussolini ndr), le quali sono sovvenzionate da Giuliano ed il suo aiutante è lo scugnizzo". Sulla identità del misterioso "scugnizzo" si possono azzardare ipotesi, non riferibili perchè ancora poco suffragate da certezze.
Il precedente quadretto, dunque, basta a ricostruire un'ipotesi storica abbastanza concordante tra le ricerche di Giannuli e quelle compiute da Giuseppe Casarubea sulle carte desecretate ed ottenute dalle autorità di Washington. Ma è, dunque, da rivedere completamente la ricostruzione allora compiuta da intellettuali e storici e confluita nel film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi? Secondo il prof. Giannuli - le cui conclusioni sono più in sintonia col lavoro di Casarrubea che con quello del regista di "Segreti di Stato"- non v'è contraddizione col lavoro compiuto in passato, anche da Rosi, che, ovviamente, soffre della mancanza di quanto è poi stato possibile acquisire dal 1960 (data del film di Rosi) in poi. "La strage di Portella - dice il ricercatore - va inquadrata nel contesto storico che vede un grande interesse degli americani per l'emarginazione, fino alla messa fuorilegge, dei comunisti, ma anche molta fibrillazione nei militari, monarchici e carabinieri, fino alla preparazione di un colpo di stato, prima rinviato e poi annullato". E quindi? "Penso di poter dire - conclude Giannuli - che la strage non fu "della" dc, ma "contro" la dc, per vincerne le resistenze ed affrettare l'esclusione delle sinistre dal governo. Questa è una ricostruzione più complessa che non contraddice la precedente storiografia sul tema, anzi la corrobora. Tranne che per il ruolo del gruppo dirigente democristiano, che tuttavia rimane il massimo responsabile politico e morale dei depistaggi operati da polizia e carabinieri. Non sempre, come ci insegnano anni di ricerche sulle vicende italiane, chi fa il depistaggio ha anche compiuto la strage: c'è sempre un buon motivo per nascondere la verità".

20 settembre 2003 - CAMBIANO LE DELEGHE A PROCURA PALERMO
"La Sicilia"
Palermo, cambia la Procura
Le deleghe.
A Lo Forte microcriminalità e a Scarpinato reati finanziari
Palermo. Il procuratore di Palermo Piero Grasso ha depositato le nuove tabelle organizzative dell' ufficio. Il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato che coordinava le indagini sulla mafia trapanese, si occuperà di misure di prevenzione e reati economici.
All' aggiunto Guido Lo Forte, invece, va la delega per le indagini sulla microcriminalità. Lo schema, che verrà proposto al consiglio giudiziario di Palermo e poi al Csm per la definitiva approvazione, conferma l' estromissione dalla Direzione antimafia di Palermo degli aggiunti Scarpinato e Lo Forte.
E proprio il ruolo dei due magistrati, che hanno istruito il processo al senatore a vita Giulio Andreotti, nei mesi scorsi è stato al centro di numerose polemiche nell' ufficio dei pm palermitani.
La decisione di Grasso di bandire un nuovo concorso in Dda, che di fatto ha escluso i due aggiunti dal pool antimafia, è stata duramente criticata da alcuni sostituti che hanno invitato il Csm a pronunciarsi sulla legittimità del provvedimento del Procuratore. Palazzo dei Marescialli ha avallato la soluzione di Pietro Grasso. Del resto sia Scarpinato che Lo Forte aveva superato da tempo il "tetto" di otto anni stabilito per la permanenza nella Direzione distrettuale antimafia. Giova ricordare anche il contrasto che c'è stato tra il procuratore Grasso e altri giudici, compresi Lo Forte e Scarpinato, i quali avevano lamentato di essere stati esclusi dalla circolazione di notizie relative alle dichiarazioni del pentito Nino Giuffrè, già braccio destro di Bernardo Provenzano. Dopo questa ennesima frizione, il procuratore Grasso aveva deciso di non avvalersi più dell'opera di Scarpinato e Lo Forte il cui mandato del resto era già scaduto.
Alla luce delle nuove tabelle dunque della Dda, con il ruolo di procuratori aggiunti collaboratori del procuratore, fanno parte Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, ai quali sono state delegate le inchieste sulla mafia di Palermo e provincia, Anna Maria Palma che resta a coordinare i pm che si occupano della Cosa nostra di Agrigento ed Alfredo Morvillo.
A quest' utlimo sono state delegate le indagini sulla mafia di Trapani e dei mandamenti palermitani di san Lorenzo e Partinico.
Sostituti ed aggiunti hanno dieci giorni per inviare le loro osservazioni al consiglio giudiziario di Palermo.

23 settembre 2003 - NATOLI SI DIMETTE DALLA DDA DI PALERMO
"La Sicilia"
Tempesta nella Dda di Palermo: Natoli lascia
Palermo. "Gli amici di Falcone sono stati sconfitti". Pronunciando queste parole, si è dimesso dalla Dda di Palermo il sostituto procuratore Gioacchino Natoli, ex componente del "pool" antimafia dell'Ufficio istruzione diretto da Antonino Caponnetto nonché pm del processo al senatore Giulio Andreotti ed ex consigliere del Csm. All'origine della decisione, il disaccordo con le nuove direttive emanate dal Csm sul tetto massimo di otto anni per la permanenza dei procuratori aggiunti nella Dda e che ha già portato all'estromissione di Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato.
Proprio per discutere dei nuovi assetti e della riorganizzazione del lavoro nel pool antimafia ieri pomeriggio si sono riuniti, nella stanza del procuratore Pietro Grasso, i magistrati della Dda. Ma ancora prima dell'inizio dell'assemblea circolava la notizia delle dimissioni del pm Natoli. L'assemblea si è protratta fino a tarda sera. Sul tappeto, da un lato, l'uscita degli aggiunti Lo Forte e Scarpinato dalla Dda; dall'altro, le dimissioni di Natoli. Dibattito rovente su un quesito: la Dda di Palermo può rinunciare all'esperienza accumulata in tanti anni dagli aggiunti per obbedire ad una disposizione del Csm? Oppure si tratta di un regolamento che va cambiato, almeno per quanto riguarda i procuratori aggiunti, proprio per non disperdere questo patrimonio?
L'altra questione affrontata all'inizio della riunione riguardava le nuove disposizioni di sicurezza, previste da una circolare firmata la scorsa settimana dal capo della polizia Gianni De Gennaro e che prevede la sottoscrizione di un "accordo di protezione". Diversi i punti che dovranno essere osservati dai magistrati che lo firmeranno. Uno su tutti: sulle auto blindate non si potranno trasportare "altre persone", nemmeno "gli stretti coniugi conviventi". Si farà eccezione "in casi straordinari", previa valutazione del caposcorta e solo se l'auto è "di pertinenza del protetto".
Durante l'assemblea è intervenuto anche Giuseppe Pignatone, il procuratore aggiunto al quale Grasso (che ha invitato Natoli a ritirare le dimissioni) ha delegato il coordinamento delle inchieste sulle cosche di Palermo. Il magistrato ha detto che lui non era "un nemico di Falcone". Il presidente dell'Anm di Palermo, Massimo Russo, intervenendo rivolto al procuratore, lo ha definito "un generale senza esercito".
Giorgio Petta

23 settembre 2003 - NUOVO CASO PROCURA PALERMO
ANSA:
GIUSTIZIA: NUOVO CASO PALERMO; ROGNONI, CSM INTERVERRA'
(di Franco Nicastro)
Il malessere a lungo covato ora e' esploso con gesti di aperta rottura. La Procura di Palermo e' di nuovo lacerata da polemiche infuocate: la gestione del procuratore Pietro Grasso e' apertamente contestata da una parte consistente di sostituti che da tempo non condividono le scelte organizzative del capo e ora chiedono un intervento del Csm. Anche Grasso e' d' accordo e gia' la prossima settimana gli ispettori di palazzo dei Marescialli potrebbero tornare a Palermo.
Un primo passo c'e' gia' stato, con l' incontro di stasera a Roma, a Palazzo dei Marescialli, tra lo stesso Grasso e il vicepresidente del Csm, Virgino Rognoni. Un incontro concluso dall' assicurazione, data da Rognoni e resa noto dal procuratore di Palermo, di un "tempestivo intervento" del Csm, unito all' auspicio "che il lavoro della Procura continui in un clima di fattiva collaborazione".
A Grasso viene attribuito non solo un indirizzo verticistico, che impedisce la circolazione interna delle notizie sulle indagini contro la mafia, ma anche la progressiva emarginazione dei magistrati piu' esperti che, in forza di una "burocratica" applicazione di una direttiva del Csm, sono stati estromessi dalla Dda. E' il caso, tra l' altro, dei procuratori aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, gia' pubblici ministeri del processo Andreotti. La loro assegnazione ad altri incarichi ha provocato una mezza sollevazione culminata, ieri sera, nell' annuncio di dimissioni dalla Dda da parte del sostituto procuratore Gioacchino Natoli, anch' egli ex pm del processo Andreotti. "Gli amici di Falcone sono stati sconfitti", ha spiegato.
A questo punto si e' fatta sentire la voce di Alfredo Morvillo, cognato di Falcone, che ha chiesto un intervento "indifferibile e urgente" del Csm. E in una telefonata con il vice presidente dell' organo di autogoverno dei giudici, Virginio Rognoni, ha ribadito le ragioni che consigliano un immediato chiarimento. Posizione condivisa da numerosi colleghi della Dda che nel pomeriggio si sono nuovamente riuniti, questa volta assente il capo. Si va dunque verso l' apertura di un fascicolo su un nuovo "caso Palermo". La sollecitazione viene anche dal procuratore Grasso, che auspica "chiarezza e serenita"'. Proprio una sua intervista, rilasciata a luglio, ha portato alla luce contrasti e polemiche con quelli che ha definito gli "abitanti del palazzo". Il procuratore difendeva le sue scelte, negava un allentamento della tensione investigativa e dava una motivazione tecnica all' estromissione di Lo Forte e Scarpinato dalla Dda: avevano occupato quel ruolo per oltre otto anni, il termine massimo indicato da una circolare del Csm.
Dopo l' intervista di Grasso alcuni consiglieri laici della Casa delle liberta' avevano chiesto al Csm di aprire un fascicolo: e' probabile che, dopo la richiesta di Morvillo, questi atti finiscano in un unico fascicolo. L' iniziativa del cognato di Falcone raccoglie l' adesione di una larga maggioranza di magistrati della Procura per i quali e' giunto il momento di arrivare a un generale "chiarimento" non solo sull' organizzazione dell' ufficio, giudicata burocratica e improntata a un' eccessiva cautela, ma anche sulle strategie complessive della lotta alla mafia e della gestione dei collaboratori di giustizia: in primo luogo Antonino Giuffre' che, con le sue rivelazioni, ha aperto nuovi capitoli sui rapporti tra Cosa nostra e la politica.
In Procura la tensione ha raggiunto livelli tanto alti da richiamare alla memoria altri drammatici passaggi della vita del palazzo di giustizia. Neppure i rapporti personali sono ormai risparmiati da uno scontro cosi' aperto. E lo testimonia il fatto che nella riunione di ieri sera si sono sentite critiche molto forti sul conto di Giuseppe Pignatone, uno degli aggiunti ritenuto piu' vicino a Grasso. Ma oltre alle voci uscite dal chiuso delle riunioni, che si susseguono al secondo piano del palazzo di giustizia, nessuno e' disposto a fare dichiarazioni. "Se il Csm interverra' parleremo in quella sede" ripetono tutti: i critici di Grasso e quelli che lo sostengono.
L' impressione e' che il "chiarimento" avra' un esito lacerante. E proprio questa prospettiva suscita le preoccupazioni di tanti. Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso, auspica un superamento delle divisioni e teme che si stia facendo "il piu' grande regalo alla mafia". Maria Falcone aggiunge: "Mi addolora vedere tornare i vecchi tempi, la Palermo dei 'veleni'. Ma soprattutto mi addolora vedere tirato per la giacca mio fratello Giovanni".
E mentre il presidente della Commissione antimafia, Roberto Centaro, dice "basta ai dubbi e ai veleni" e auspica che si mantenga il "senso delle istituzioni" il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, osserva che "e' una questione interna alla magistratura". E aggiunge che non si possono "legare i successi delle indagini ai singoli individui".

24 settembre 2003 - RELAZIONE SEMESTRALE DIA
ANSA:
MAFIA: DIA; DA GIUFFRE' GRAVE INSIDIA PER COSA NOSTRA
COLLABORAZIONE HA PERMESSO RIDISEGNARE EQUILIBRI TERRITORIALI
La collaborazione del boss Antonino Giuffre' costituisce una "grave insidia" per la Mafia. Lo rileva la Relazione al Parlamento della Dia sulla criminalita' organizzata, relativa al primo semestre del 2003.
Si ritiene che Giuffre', si legge nella relazione, "per la posizione di vertice assunta nel corso degli anni in seno a Cosa Nostra, in qualita' di capo del mandamento di Caccamo, nonche' per la riconosciuta vicinanza al capo corleonese Bernardo Provenzano, tuttora personaggio di riferimento per l' intera organizzazione criminale e per le conoscenze sulle strategia e la struttura dell' associazione criminale, costituisca una grave insidia per gli 'uomini d' onore' e, probabilmente, anche per i personaggi trasversali all' organizzazione criminale, affaristi, imprenditori e quant' altri mantengono rapporti di Contiguita'".
La collaborazione, aggiunge la Dia, "ha permesso di ridisegnare gli equilibri territoriali di Cosa Nostra e nei prossimi mesi si potranno valutare probabilmente i reali effetti che tale intervento produrra' nell' assetto e nelle strategie dell' organizzazione, tuttora impegnata fortemente nel tentativo di convogliare verso i propri interessi il grande flusso di denaro pubblico stanziato per la realizzazione di opere pubbliche".

MAFIA: DIA; IMMUTATO PRESTIGIO CRIMINALE DI PROVENZANO
MA E' EVIDENTE DISSENSO NEI CONFRONTI DEI CORLEONESI
Rimane "immutato" il prestigio criminale del latitante Bernardo Provenzano, ultimo capo storico ed "elemento catalizzatore" all' interno di Cosa Nostra. L' analisi e' contenuta nella Relazione al Parlamento della Dia sulla criminalita' organizzata, relativa al primo semestre del 2003.
Ma, prosegue il documento, "e' sempre evidente il dissenso nei confronti dei 'corleonesi', sostenitori della strategia di attacco violento allo Stato all' interno dell' organizzazione criminale, da parte di chi privilegia la proliferazione di affari e guadagni illeciti, in un clima di apparente tranquillita'".

24 settembre 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA, A GIUDIZIO SCRITTORE CASARRUBEA
ANSA:
PORTELLA DELLA GINESTRA, A GIUDIZIO SCRITTORE CASARRUBEA
ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE DA GENERALE CARABINIERI
Giuseppe Casarrubea autore del libro "Portella della Ginestra Microstoria di una strage di Stato", e' stato rinviato a giudizio dal Gip di Palermo per diffamazione. Casarubbea e' accusato di avere diffamato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo, difeso dagli avvocati Enzo Fragala' e Giovanni Di Trapani, attribuendogli l' uccisione a freddo del bandito Ferreri, luogotenente di Salvatore Giuliano, e piu' noto alle cronache del tempo come "Fra Diavolo".
"L' alto ufficiale dell' arma si e' costituito parte civile contro Casarrubea per tutelare - afferma una nota dei legali - non soltanto il proprio patrimonio morale e l' adamantina carriera che gli ha fatto meritare la medaglia d' argento al valor militare e numerose decorazioni attribuitegli proprio per la lunga lotta svolta contro il banditismo, la mafia e la criminalita' organizzata".

26 settembre 2003 - UCCISIONE ROSTAGNO: 15° ANNIVERSARIO
"La Sicilia"
Parla la sorella di Mauro Rostagno
"Dall'88 troppi depistaggi ormai sulla morte di mio fratello è sceso il silenzio assoluto"
Trapani. Parla da Torino alla vigilia del 15° anniversario dell'uccisione di suo fratello, Carla Rostagno, sorella di Mauro, il sociologo e giornalista assassinato il 26 settembre del 1988. Un delitto rimasto avvolto dai misteri. Tanti. Troppi da fare dire un giorno ad un magistrato che la figura di Rostagno era così poliedrica che i mandanti della sua morte potevano venire da mille parti. L'ultima tesi è quella mafiosa, ma compare anche quella riguardante uno scenario dove si trovano coinvolti lobbyes, servizi deviati, massoneria e cosche mafiose, governanti di mezza Europa e rais somali, ed ancora aiuti umanitari dati in cambio di riciclaggi internazionali di scorie radioattive, la stessa storia che ha portato alla morte altri due giornalisti italiani, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e un paio di agenti dei servizi, tra cui l'ex capo struttura di Gladio trapanese Vincenzo Li Causi.
"Troppe cose - dice Carla Rostagno - alla fine ho l'impressione che la matassa si sia fatta tanto grande apposta per non venirne a capo e alla fine senti di non doverti fidare più di nessuno".
Una indagine che è più ricca di archiviazioni che di cose concrete. "È così - risponde - anzi debbo dire che l'ultima delle archiviazioni (quella decisa dalla Dda di Palermo in capo all'ex guru della Saman Francesco Cardella ndr) non mi è stata nemmeno notificata, mi hanno tenuto all'oscuro. La magistratura in tutti questi anni ha perso tempo prezioso, ha perduto di vista indizi che potevano essere importanti e non li ha più ritrovati, debbo dire che l'unico momento in cui fu fatta una indagine seria, rigorosa, fu quando il procuratore Garofalo decise di aprire armadi che erano rimasti chiusi, poi arrivarono depistaggi e polemiche inutili e fuorvianti per fare fallire quell'inchiesta, trasformando le inchieste in rompicapi, attraverso ipotesi che sono state fornite in tutte le salse solo per fare confusione. E oggi debbo dire che dopo tanto tam tam restano solo i silenzi, abbondanti silenzi".
L'indagine infatti finita alla procura antimafia di Palermo è come svanita. Si parlava di boss mafiosi come mandanti, si erano fatti anche i nomi dei killer: "Non sappiamo più nulla, c'è solo il silenzio" rimarca Carla Rostagno.
Quindici anni dopo da quel delitto ha ancora speranze di giustizia?
"Ciò che sta accadendo alla Procura di Palermo - risponde - non aiuta certo ad avere speranze, sarei tentata di dire di non avere speranze ma in effetti una la serbo".
Quale?
"Credo - dice - che i motivi per cui è stata chiusa per sempre la bocca a Mauro sono conosciuti da più persone, ecco spero che una di queste un giorno, prima di morire, scriva ciò che sa, racconti le ragioni, aiutando così le sue figlie a girare una pagina dolorosa della loro vita". Quasi una sorta di appello. "Vedo le mie nipoti, Maddalena, 30 anni, e Monica, 40, vedo la loro sofferenza, la spina dolorosa che si portano dentro, di una bella pagina della loro vita che è stata di colpo strappata".
Rino Giacalone

delitto rostagno. A 15 anni dalla morte conferme ai collegamenti con l'assassinio di Ilaria Alpi
Tra le carte e tra le armi
Rino Giacalone
Chissà se mai qualcuno dei magistrati della Dda di Palermo che hanno tra le mani l'indagine del delitto di Mauro Rostagno ha mai pensato di andare a leggere le carte di una sentenza. Perchè da lì, secondo una serie di ricostruzioni, delle quali da tempo si parla, potrebbero emergenre quei riscontri che - come dice Carla Rostagno la sorella di Mauro, nel contesto dell'inchiesta sull'omicidio del fratello, risalente a 15 anni addietro (oggi è l'anniversario) - si sono persi di vista per una serie di ritardi, lentezze e fuorvianti polemiche. Chissà se mai qualcuno degli inquirenti ha cercato di sapere qualcosa di più dalla Digos di Udine e dal Sisde che - c'è scritto in questa sentenza - non hanno voluto dire più di tanto su una serie di "affari" condotti da un gruppo composto da italiani e somali, che loro avrebbero individuato con nomi e cognomi. Nomi e cognomi che, quella sentenza afferma, potrebbero essere riconducibili a chi decise di uccidere due giornalisti. Chissà se invece in capo agli stessi non vi sia anche l'uccisione di un terzo giornalista, Mauro Rostagno.
La sentenza in questione è quella depositata dalla Corte di Assise di Appello di Roma il 26 giugno scorso con la quale si è condannato a 26 anni il somalo Hashi Omar Hassan, uno dei killer della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, uccisi in Somalia il 20 marzo del 1994. Uccisi perchè avevano trovato le prove di un colossale traffico internazionale di materiale bellico, scorie; casse con scritto aiuti umanitari che invece finivano in Somalia piene di armi. Avevano scoperto i segreti di Bosaso, una città del Nord-est della Somalia, punto nevralgico di una serie di traffici: armi, rifiuti tossici, scorie nucleari. L'ultimo italiano incontrato dai due prima di essere uccisi in quello che doveva sembrare un "incidente" in piena guerra civile, fu Giuseppe Cammisa, Jupiter, il factotum del guru Cicci Cardella, mandato là proprio da Cardella, ufficialmente per interessarsi di aiuti umanitari. Basta questo per andare indietro con la memoria e ricordarsi del 1988, di quando Rostagno filmò un aereo che nell'ufficialmente chiuso aeroporto militare di Kinisia vide scendere da un aereo delle casse e ne vide caricarne delle altre, fuori i medicinali dentro le armi. È ovvio che non sono questi elementi che portano a sostenere che quella sentenza potrebbe essere illuminante per il "caso" Rostagno. C'è molto altro.
C'è per esempio la coincidenza che una delle "fonti" di Ilaria Alpi potrebbe essere stato un maresciallo del Sismi, Vincenzo Li Causi, partannese, capo struttura di Gladio a Trapani, ucciso anche lui in Somalia (il 12 novembre 1993) in quello che doveva sembrare un agguato "di banditi". Sembra che Li Causi sarebbe riuscito a passare a Ilaria un documento riservato del 9 novembre 1989, a conferma di una serie di traffici che cominciavano dalla fabbrica di armi Oto Melara di La Spezia e passavano per Trapani. Questo il testo. "Est accreditato presso ufficio sped. Oto Melara La Spezia. Est confermato invio materiale vostro Centro come da n. 101/0. Confermata data spedizione. Disporsi adeguate ed efficienti misure copertura visiva in area per detto periodo. Per particolare riservatezza operazione richiedesi presenza Capo Centro Vicari (nome in condice di Li Causi quando guidava Gladio a Trapani ndr). Eventuali difficoltà mi siano immediatamente esposte avvalendosi mezzi più solleciti. Ulteriori comunicazioni in cifra. Trasferimento da farsi con mezzi di superficie M.M. (Marina militare) per vostro deposito Favignana. Vostro specifico materiale est trasferito adiacenze ospedaliere Lenzi-Napola. Est necessario attivazione temporanea campo Milo. Immediata risposta in cifra".
Allora viene in mente quel segreto che Rostagno custodiva e che avrebbe svelato a pochi. Di quell'aereo che di notte a Kinisia scaricava delle casse per caricarne delle altre, lui registrò ogni cosa, teneva la vhs, forse ne fece qualche copia, ma dopo la sua morte quella cassetta svanì per sempre.
Insomma Rostagno avrebbe potuto per primo mettere le mani su ciò che qualche anno dopo sarebbe stato scoperto da Ilaria Alpi: ossia il disfacimento di rifiuti e scorie pericolose, nucleari e radioattive, che sarebbe andato avanti per 20 anni in Somalia, pagato con soldi e armi, coperto dai servizi segreti, non solo italiani. Il suo errore fu quello di parlarne subito con la persona sbagliata. Il nome che viene in mente a questo punto è quello di Francesco Cardella che però ha tutte le ragioni ad oppore ad ogni contestazione una sentenza di archiviazione, lui con quella morte, per la giustizia italiana, non c'entra nulla.
 
 

 

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