LA STAMPA

Mercoledì 21 Marzo 2001

 

Il generale sentito al processo di piazza Fontana come testimone

                        

"Sì, la Cia finanziava il Sid"

Maletti: forse aiutò i terroristi neri

Paolo Colonnello

MILANO "La Cia contribuiva a finanziare a livello economico il Sid, teneva i contatti con alcuni gruppi dell'eversione nera e disponeva di una centrale di grande rilevanza nel nostro Paese, muovendosi sul territorio italiano con una certa arroganza, cosa che a noi, sul suolo americano, non era certo permessa. Chiedeva molto ma non ci diceva mai nulla...". Aveva ragione Eugenio Finardi quando, negli Anni 70, cantava che "la Cia ci spia". E dover aspettare quasi 30 anni per avere una conferma ufficiale dall'uomo che nel periodo caldo della strategia della tensione guidava il famigerato ufficio D del Sid, ovvero l'ex generale Gianadelio Maletti, classe 1921, è ben magra consolazione. Soprattutto per i parenti delle vittime della strage di Piazza Fontana. Ma anche per chi si aspettava che il vecchio e lucidissimo generale, rientrato con un salvacondotto in Italia dalla decennale latitanza in Sud Africa per essere ascoltato come testimone al processo per la strage nella Banca dell'Agricoltura (dovrebbe scontare una condanna a 15 anni di reclusione per i depistaggi sulla strage della Questura ma per ora si gode la pensione al sole di Johannesburg), facesse rivelazioni sconvolgenti. Tutt'al più si è trattato di alcune conferme. Come l'informativa che nel '71, quando Maletti prese possesso dell'ufficio D, segnalò il passaggio di materiale esplosivo dal valico del Brennero nel 1969. "Esplosivo di tipo militare e non polvere da mina" nascosto su alcuni Tir e consegnato nei pressi di Padova a un esponente dell'estremismo nero di Mestre. "All'autorità giudiziaria però non ne parlammo". A darne notizia al servizio segreto italiano sarebbe stato un informatore padovano, la fonte "Turco" che in seguito, nel 1974, lo stesso Maletti con un appunto interno invitò a "chiudere". Da chi proveniva quel materiale esplosivo? "Non saprei", dice in aula il generale. Poi però, in una pausa dell'udienza, con i cronisti si spinge più in là: "Certo non penso ai tedeschi. Credo provenisse da una delle forze di occupazione in Germania". Tra i tanti "non ricordo" e i numerosi "può darsi", lessico indispensabile per ogni spione che si rispetti, Maletti in quasi 6 ore di deposizione ha aggiunto ben poco a quanto da tempo le indagini della procura di Milano e del giudice istruttore Guido Salvini avevano accertato: e cioè che dietro l'inquieto e golpaiolo mondo dell'eversione nera e dunque dietro le varie stragi di destra che insanguinarono l'Italia tra la fine degli Anni 60 e i primi '70, si muovevano con disinvoltura gli "amici amerikani". Eravamo un Paese a sovranità limitata. Ad esempio, secondo Maletti, gli agenti della Cia poco o nulla riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno "Sogno ha avuto rapporti con uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha parlato con la Cia che però non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare una politica scaltra tra alleati". Sentirlo dire da lui, dal generale Maletti, cui pm e avvocati devono cavare con fatica ogni parola, fa ben più effetto che ascoltarlo in una canzone: "Si vede - si congeda il generale dai giornalisti a fine dell'udienza - che voglio fin troppo bene alla patria". Dunque, pur non svelando alcun mistero sulla bomba di Piazza Fontana, la testimonianza di Maletti è servita per porre almeno alcuni paletti, forse più storiografici che processuali, su com'era l'andazzo nelle basi Nato negli Anni 70, con agenti Cia ("Si/ai/ei", pronuncia correttamente il generale) che se proprio non parteciparono, almeno caldeggiarono i vari tentativi di golpe della destra e le bombe sui treni e nelle banche e nelle piazze che tra il 1969 e il 1974 scoppiarono facendo decine di vittime. "E' possibile - dice davanti alla seconda corte d'Assise Maletti - che la Cia fosse venuta a conoscenza, abbia incoraggiato e forse aiutato alcuni movimenti eversivi. L'interesse degli Usa era soprattutto verso i gruppi anticomunisti. La Cia voleva creare, seguendo le direttive del suo governo, un nazionalismo italiano che frenasse quello che riteneva uno scivolamento a sinistra e per questo utilizzò, forse, l'eversione di destra. Credo che sia quanto è successo anche in altri Paesi, come la Grecia". E sulla matrice della strage è ancora più esplicito: "Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stato un appoggio oltre frontiera". La Cia? "In Usa - spiega - ci sono ancora oggi numerosi piccoli gruppi che s'ispirano al nazismo. C'era gente anche venti o trent'anni fa che poteva sostenere certe idee".

 

LA REPUBBLICA

 

"Piazza Fontana, matrice estera"

Lo 007 Maletti: la Cia finanziava il Sid, ma taceva tutto

 Milano, l'ex capo dei Servizi racconta in aula la sua  verità sulla stagione delle bombe. "Sono qui, perché amo la Patria"

 

           DANIELE MASTROGIACOMO

 

MILANO - "Sono qui perché amo la Patria", annuncia la vecchia spia mentre si avvicina verso l'aula bunker di piazza Filangieri. Sono le 9, 30 di una giornata calda: circostanza rara per Milano. Altrettanto raro assistere ad un avvenimento che segna la difficile ricerca della verità per la strage di piazza Fontana. Riparato in Sudafrica dall'aprile del 1980 perché inseguito da un ordine di custodia cautelare, Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D del Sid, custode dei tanti segreti che ancora avvolgono la stagione delle bombe, decide finalmente di deporre in un'aula di giustizia. Una lunga trattativa tra la Procura di Milano e il difensore del generale, l'avvocato Michele Silverij Gentiloni, ha trovato una soluzione che consente alla spia di esporre la sua tesi sulla strategia della tensione. Ufficialmente il generale Maletti è latitante. Non potrebbe mettere piede nel nostro paese: se lo facesse verrebbe arrestato. Ma il nostro codice di procedura penale prevede una sorta di salvacondotto per gli imputati chiamati a testimoniare, anche se colpiti da ordine di cattura. Un ombrello protettivo a tempo: entro 15 giorni devono lasciare l'Italia. E' la prima volta che viene usato questo strumento. L'assenza di un precedente crea un clima di incertezza, il generale viene bloccato a Malpensa per due ore. Poi si vede concedere un visto d'ingresso per cinque giorni. L'arrivo di Maletti non fa certo comodo alla difesa di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, ex militanti di Ordine Nuovo, due dei principali imputati del processo. L'impianto dell'accusa poggia su una tesi precisa: la serie di attentati che ha insanguinato l'Italia dal 1969 al 1980 fa parte di una strategia portata avanti da una regia internazionale. Erano anni di guerra fredda, di pericolo comunista, il nemico principale era rappresentato dal blocco dei paesi dell'Est. L'Italia faceva parte del Patto atlantico ma aveva anche il più forte partito comunista in occidente e questo la rendeva il tassello più fragile dello scacchiere antisovietico. Ecco allora i tentativi di golpe più o meno seri, gli attentati eclatanti da attribuire sempre alla sinistra, gli assalti, gli scontri di piazza. Fino alle bombe. La procura di Milano, oltre a indicare i presunti autori materiali degli attentati, tutti militanti di Ordine nuovo, sostiene che dietro le stragi c'era un progetto portato avanti da potenze straniere. E in modo particolare dagli Stati Uniti. I quali si sarebbero serviti di molti elementi del gruppo di estrema destra, perché più affidabili e convinti. Maletti, l'unico dirigente dei nostri servizi segreti ancora in vita, ha rivelato questa tesi in un'intervista al nostro giornale. Intervista che ieri ha confermato integralmente. Ha svelato i passaggi di camion carichi di esplosivi dalla Germania, via Austria, in Veneto attraverso il Brennero e ha raccontato l'interferenza della Cia nel nostro paese. Tesi arcinota, "acqua calda" commenta il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma importante se viene confermata da un alto dirigente dei servizi segreti italiani in un'aula di giustizia. Il viaggio di Maletti ha un disegno preciso. E' un segnale di disponibilità, vuole rendersi credibile e getta le basi per una revisione del suo processo passato in giudicato: un modo per preparare il suo rientro definitivo in Italia. Nonostante i suoi 79 anni ha dimostrato vigore e lucidità. Ha tenuto banco e ha risposto per oltre cinque ore ad una raffica di domande dell'accusa, della difesa e della parte civile. Senza dire tutto, ancora prigioniero del suo dna di spia. La difesa ha cercato di rendere nulla la sua convocazione: sosteneva che doveva rispondere come teste e non come imputato. Se avesse convinto la Corte, Maletti si sarebbe trovato in una posizione difficilissima. Come testimone avrebbe dovuto giurare e ogni bugia poteva far scattare una nuova incriminazione. L'ipotesi non è passata e il generale ha parlato liberamente, da imputato. E' partito dal golpe in Grecia " appoggiato e influenzato dalla Cia", per arrivare fino al 19734. Ha insistito sul ruolo dei servizi segreti americani in Italia. "Il rapporto tra il Sid e la Cia", ha ribadito, "è stato di inferiorità. Chiedevamo notizie, ma non ce ne davano". E per dimostrare la "sovranità limitata" del nostro paese ha precisato: "La Cia sosteneva economicamente il Sid ma non forniva alcuna informazione. So per certo che la base di capo Marrargiu, quella usata da Gladio, fu realizzata grazie ai fondi Usa". Ma è ancora più preciso sul movente della strage di piazza Fontana, dove venne usato, probabilmente, l'esplosivo transitato dal Brennero: "Ho avuto l'impressione che dietro ci fosse una matrice d'oltralpe. Negli Usa i gruppi neonazisti ci sono ancora". La sequela di conferme si snoda per tutto il pomeriggio: "Le basi degli agenti Cia erano nelle caserme di Verona e Vicenza". E ancora: "Il Sid infiltrava gruppi di estrema destra. E viceversa. Tutti infiltravano tutti. Era un groviglio indescrivibile". La difesa lo incalza: ha prove per quello che afferma? "Non ho le prove. So che le cose stanno così. Lo so perché sapere quelle cose faceva parte del mio mestiere".

 

CORRIERE DELLA SERA

 

"La strage alla stazione di Bologna? Libici o francesi"

 

   Calabro' Maria Antonietta

 

PARLA L' EX 007 "La strage alla stazione di Bologna? Libici o francesi"

MILANO - L' uomo dei misteri d' Italia, dopo ventun anni passeggia tranquillamente per le vie di Milano, in virtù di uno speciale salvacondotto. Ha tempo quindici giorni per rito rnare in Sudafrica, se non vuol essere arrestato dalla giustizia italiana. "Ha deciso di venire qui, mi sembra che questo esprima la sua volontà di collaborazione", afferma il suo avvocato Michele Gentiloni. "Ho trovato Milano molto cambiata", dice l' ex capo del servizio "D" del Sid, Gianadelio Maletti, detto anche "occhi di gatto". Generale, c' è stata una responsabilità diretta di agenti americani nella strategia della tensione? "Sì, ho fatto cenno ad una responsabilità diretta della Cia". Gli americani, fatto abbastanza insolito, ad agosto, hanno diramato un comunicato per smentirla. "Confermo, ma vorrei precisare che noi per Cia molto spesso intendiamo tutto il sistema intelligence americano che è multiforme. Comprende la Cia, l' Fbi, la Dia (Defense intelligence agency) e comprende, come da noi, i servizi informazioni delle varie forze armate. E poi, ad un certo punto della piramide informativa, si immettono i servizi intelligence dei vari comandi, i quali sono in parte diramazioni Cia e in parte elementi degli Stati maggiori, i famosi uffici G2". Quali comandi? "Shape di Bruxelles, Afsouth di Napoli, Ftase di Verona, e gli altri comandi in Germania, come Jhcent. Insomma, per quanto riguarda la presenza di servizi americani alle spalle o addirittura all' interno di nostri gruppi eversivi, penso che ci possa essere stata non solo e non tanto la Cia. Ma comunque elementi informativi americani che, nella loro principale funzione di opposizione al comunismo, in un Paese che gli americani giudicavano ancora instabile (sempre tentato di scivolare a sinistra sul piano interno e di slittare al di fuori del Patto Atlantico), abbiano pensato di ricorrere a mezzi dimostrativi e addirittura di carattere terroristico. Alcuni con effetti limitati, altri con effetti disastrosi come avvenne a piazza Fontana. Tuttavia i morti di piazza Fontana, a mio giudizio, non furono voluti o cercati: i morti ci furono per caso". Ma chi decideva? "Ovviamente il la veniva dato dalla Cia che ha una funzione di guida politica dell' intelligence community statunitense, una politica che a volte può essere divergente da quella dello stesso governo". Secondo lei per quanto tempo è andata avanti così? "Per me c' è un discrimine tempora le, intorno al '74: dopo di allora quel tipo di interferenza cessò". Come mai? La fine di quella politica fu legata all' estromissione da parte della stessa Cia di James Jesus Angleton, capo del controspionaggio e delle operazioni speciali? "Certamente. Angleton fu allontanato dal nuovo capo della Cia, William Colby, all' inizio della presidenza di Jimmy Carter, dopo l' era Nixon". Lei ha detto, in tribunale, che c' era un infiltrato degli americani "in un organo dello Stato italiano". Sia più preciso: si riferiva a Umberto D' Amato del Viminale? "Sì, era lui". La Gladio si è mai macchiata di eversione o terrorismo? "A me non risulta". Lei è stato capo del controspionaggio per quattro anni: che effetto le ha fatto scoprire dal dossier Mitrokhin che "Dario", cioè Giorgio Conforto, il maggior agente sovietico in Italia, ha "lavorato" indisturbato per il Kgb per quarant' anni... "E' stato uno scacco per me, Dario mi ha beffato. Ma il dossier Mitrokhin non l' ho letto tutto..." Non le sembra strano che la figlia dell' agente Dario tenesse in casa i br Valerio Morucci e Adriana Faranda, oltre che la Skorpion che uccise Aldo Moro? "Sì, mi ha fatto impressione e le dirò di più, io mi chiedo ancora oggi: chi ha organizzato il sequestro di Moro? Chi l' ha condotto? Ci voleva un buon servizio informazioni, un santuario dove tenerlo nascosto, un servizio logistico di prim' ordine. Poteva fare tutto questo un gruppo di terroristi raffazzonati? La strage di via Fani è stata un' operazione perfetta da un punto di vista balistico-militare. Non è possibile che ci sia qualcun altro, che sia stato fornito dall' estero o addestrato all' estero?". Che interesse informativo avevano i sovietici sulla Gladio, ai tempi del caso Moro? "Era molto più importante per l' ex Urss conoscere i piani della Gladio che quelli delle nostre forze armate: su questo non c' è il benché minimo dubbio". E la strage di Bologna? "Mi sembra un eccesso, se fatta da italiani... Anche in questo caso si può pensare che sia stata una ritorsione di qualche potenza straniera, anche di un piccolo Paese straniero, come la Libia. Non dico Israele, perché è una nazione troppo civile per fare una cosa del genere. Potrebbe essere stata anche una ritorsione francese, perché noi abbiamo accusato gli aerei francesi di aver abbattuto l' aereo di Ustica. Ustica è del 27 giugno ' 80, Bologna è del 2 agosto".

 

"La Cia dietro la strategia della tensione"

 

Piazza Fontana, Maletti in aula: infiltrati dei servizi italiani fra i terroristi neri, ma non   ricordo i nomi

  Biondani Paolo

 

"La Cia dietro la strategia della tensione" Piazza Fontana, Maletti in aula: infiltrati dei servizi italiani fra i terroristi neri, ma non ricordo i nomi

 

MILANO - Rilancia le accuse alla Cia di aver "aiutato" i gruppi stragisti nell' Italia di trent' anni fa. Ma è il primo ad alleggerire il peso di queste sue "certezze interiori": "Non ho prove". Ammette che il servizio segreto di cui fu un dirigente-chiave aveva "informatori e infiltrati" tra gli stessi terroristi neri. Ma alla richiesta di fare i nomi, risponde: "Non ricordo". Il generale Gianadelio Maletti, sentito ieri come "imputato in procedimento connesso" al nuovo processo sulla strage di piazza Fontana, ha confermato la propria fama di uomo dei misteri. Una deposizione molto attesa , visto il suo curriculum giudiziario. Come capo del reparto "D" del Sid dal '71 al '75, Maletti è stato condannato da due sentenze definitive per favoreggiamento e spionaggio: 12 mesi ("condonati") per aver fatto scappare con passaporti falsi l' agente Giannettini e il neofascista Pozzan, che rischiavano l' arresto per l' eccidio del 12 dicembre 1969; 14 anni, nel processo alla loggia P2, per l' uso di un dossier ricattatorio (caso Mifo-Biali). E l' anno scorso gli sono stati inflitti in primo grado 15 anni per aver depistato le indagini su un' altra strage, la bomba in questura del 1973. Latitante da vent' anni in Sudafrica, il generale ha potuto deporre, senza rischiare le manette, grazie a un "salvacondotto" della corte. Ma al pm Meroni, che chiedeva conferme alla "pista atlantica", l' ormai ottantenne Maletti ha offerto solo "convinzioni": "E' possibile - ha dichiarato - che la Cia abbia conosciuto, incoraggiato e anche aiutato movimenti eversivi di estrema destra, nel quadro di una politica di livello strategico (...) Penso che avessero anche infiltrati e informatori (...) Quando parlo di Cia mi riferisco a una rete di intelligence più vasta, che comprende anche i servizi militari". Ma su cosa fonda, Maletti, un giudizio così grave? "Non ho prove - ammette -. La mia fonte è l' esperienza: ero in Grecia ai tempi del golpe (1967), che fu subito riconosciuto dagli americani". Il generale chiama in causa gli "alleati" anche per i soldi al Sid: "Dalla Cia ci arrivavano contributi economici rilevanti (...) I servizi italiani erano in una posizione, se non di sudditanza, di inferiorità (...) E' un aspetto della cosiddetta sovranità limitata". Di nomi, però, Maletti ne fa pochissimi: "Edgardo Sogno aveva contatti con il capo della Cia a Roma (...) ma l' ho saputo dalle sue memorie". "L' ambasciatore Graham si era fatto un buon nome come organizzatore di un golpe in Thailandia ed era favorevole a un cambio istituzionale anche per l' Italia". "Un addetto militare Usa contattava nostri ufficiali denunciando l' incapacità del nostro governo a far fronte alla minaccia comunista". "Indubbiamente i servizi si appoggiano alle basi Nato". E sulla "Rosa dei Venti", l' organizzazione sotto accusa per la strage del 1973, si sbilancia: "Ritengo che fosse uno degli elementi di contatto e conoscenza degli americani". Nello stesso scenario, il generale inserisce "l' invio dalla Germania di esplosivo militare alle cellule italiane". Quando però viene interrogato sul proprio ruolo di capo del reparto più discusso del Sid, Maletti perde la memoria: "E' vero, avevamo informatori e infiltrati in gruppi come Ordine Nuovo e Alleanza Nazionale. I nomi? E' difficile ricordarli... Anche allora conoscevo per lo più solo i nomi di copertura. Erano gestiti dai capicentro, io mi limitavo a pagarli". La fuga di Pozzan in Spagna, Maletti la giustifica così: "Speravamo che ci desse informazioni su Borghese e altri neofascisti latitanti (...) ma in realtà è scomparso". Il generale scarica più colpe sul suo ex capitano La Bruna (defunto): "Sospetto che sia stato lui, a mia insaputa, a progettare un' evasione di Ventura". E all' accusa di aver manovrato la deposizione del capitano su una riunione chiave del gruppo Freda a Padova, risponde così: "Ma no... La Bruna allora si era dato al bere. Per questo gli diedi le istruzioni scritte per l' interrogatorio". Non manca una frecciata al senatore Andreotti: "Quando gli consegnai il famoso rapporto sugli ufficiali favorevoli a un golpe, proposi di cancellare il nome del colonnello D' Ambrosio, già addetto militare a Washington. E Andreotti fu d' accordo".

 

IL PERSONAGGIO

 

GENERALE

Gianadelio Maletti, 79 anni, ex generale di divisione, è stato dal 1971 al 1975 il capo del Reparto D del Sid, la divisione che all' epoca era considerata il fiore all' occhiello del controspionaggio militare LATITANTE Da 21 anni latitante in Sudafrica, Maletti è tornato in Italia per deporre davanti ai giudici di Milano impegna ti nel processo per la strage di piazza Fontana. Domani sarà interrogato anche dai pm di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia

"LIBERO"

Maletti è munito di un "salvacondotto" che impedisce il suo arresto, malgrado debba scontare un a condanna definitiva a 14 anni per spionaggio Gli eccidi, le inchieste e i processi

MILANO

1969 Il 12 dicembre un ordigno esplode nella Banca nazionale dell' agricoltura. I morti sono 16, i feriti 84. Il 16 febbraio 2000 si apre, a Milano, l' ottavo processo per la strage. Nei sette precedenti procedimenti c' erano state solo assoluzioni, nessuna condanna

USTICA 1980 Alle 20.59 del 27 giugno un Dc 9 Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo esplode nei cieli di Ustica. Le ipotesi degli inquirenti: missile o bomba. Nessun superstite tra gli 81 passeggeri. Il 28 settembre 2000 si apre il processo per nove alti ufficiali dell' Aeronautica, accusati di aver depistato le indagini, eliminando e falsificando prove, rendendo falsa testimonianza

BOLOGNA 1980 Il 2 agosto, alle 10.25, esplode una bomba nella sala d' aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Muoiono 85 persone, i feriti sono 200. Per questa strage vengono celebrati 8 processi, l' ultimo è del 2000. Gli esecutori materiali vengono identificati nei neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati all' ergastolo

 

A sovranità limitata anche le indagini

     Di Feo Gianluca

 

L' ANALISI

A sovranità limitata anche le indagini

Sovranità limitata, anche nelle indagini. Perché se la verità sulla strage di piazza Fontana è all' estero, difficilmente i magistrati italiani saranno in grado di raggiungerla. Trentuno anni dopo l' eccidio della Banca Nazionale dell' Agricoltura l' unico punto su cui gran parte delle fonti sembrano concordare è proprio questo: l' attentato che ha inaugurato la strategia della tensione sarebbe stato ispirato da entità esterne all' Italia e superiori al nostro governo. E i burattinai di questo disegno vengono identificati nei servizi segreti americani. E' una convinzione che forse non troverà mai riscontri giudiziari. Sette processi si sono conclusi senza nessuna certezza. L' ultimo dibattimento milanese ribadisce la pista della prima istruttoria: gli esecutori materiali sarebbero esponenti veneti di Ordine Nuovo, primi fra tutti Delfo Zorzi, ora ricco imprenditore in Giappone, e il medico Marco Maria Maggi. Inutili i nuovi elementi raccolti contro Franco Freda e Giovanni Ventura, già assolti con sentenza definitiva nel 1985. Questo gruppo sarebbe stato pilotato, armato e protetto da agenti statunitensi. Ma la procura non è riuscita a individuare e interrogare nessuno degli 007 che avrebbero fatto parte del complotto. Le lunghe indagini condotte prima dal giudice istruttore Salvini, poi dai pm Meroni e Pradella hanno però "assolto" alcuni dei sospettati della prima ora. Di sicuro sono state escluse le responsabilità degli anar chici e quelle del livello ufficiale di Gladio. Ridimensionato il ruolo dei nostri servizi segreti nell' organizzazione delle stragi, anche se resta la vergogna dei depistaggi e delle informazioni nascoste. Ma le parole del generale Maletti gettano anche un' ombra sull' autonomia dei nostri apparati di intelligence, sovvenzionati e sfruttati dalla Cia. Sovranità limitata, appunto. La stessa confermata dalle "deduzioni" del generale Maletti. La stessa che emerge dalle parole di Steve Pieczenik, l ' uomo del Dipartimento di Stato chiamato nel comitato Cossiga durante il sequestro Moro: "La mia missione non fu mai di salvare lo statista democristiano - ha dichiarato in un' intervista a "Italy Daily" - La mia missione era di stabilizzare l' Italia e di evitare che i comunisti arrivassero al governo". Di fronte a questo scenario internazionale, i pubblici ministeri sono disarmati. Non hanno strumenti per superare l' Oceano. E sorprende che in cinque anni di centrosinistra non siano stati fat ti passi in avanti sul fronte diplomatico. Gli esecutivi dell' Ulivo non hanno esercitato nessuna pressione per accedere agli archivi americani sulle operazioni coperte in Europa. Infruttuosi anche i tentativi per convincere Tokyo ad estradare Delfo Zorzi, protetto dalla cittadinanza giapponese. Mentre gli avvocati di Zorzi hanno dimostrato di sapere sfruttare bene le opportunità della nuova legge sulle indagini difensive: in pochi giorni hanno rintracciato e "interrogato" nel Kansas uno dei pre sunti agenti statunitensi, che ha smentito tutto minando la ricostruzione della procura. Dopo trentuno anni e nessuna certezza, resta così un interrogativo amaro: non si poteva fare di più?

 

MESSAGGERO

 

La spia che si sentiva onnipotente

Il generale e gli anni del terrore: "Non sapevamo di dover difendere la Costituzione"

 

di ROBERTO MARTINELLI

 

SE NON fosse arrivato dal Sudafrica, dove vive da ventuno anni, si sarebbe potuto dire che la sua apparizione di ieri nell'aula della Corte di assise di Milano evocava l'immagine romanzesca di una spia "venuta dal freddo". Gian Adelio Maletti, il leggendario ma discusso capo dell'ufficio "D" degli anni più bui dei servizi segreti italiani, è tornato per testimoniare nell'ennesimo processo nel quale una giuria popolare cerca a fatica di farsi strada verso l'irraggiungibile verità sulla strage di Piazza Fontana. Un agente di custodia lo ha accompagnato davanti alla corte quasi a simboleggiare lo stato di detenuto in libertà in cui l'alto ufficiale si trova grazie ad un salvacondotto rilasciatogli dalle autorità italiane. Il generale Maletti non solo può raccontare la verità sulla strage, ma anche sugli anni nei quali è stato uno degli uomini più potenti del nostro servizio segreto, spesso in posizione di contrasto e di feroce critica con l'ex capo del Sid Vito Miceli. Più ancora ha accettato di testimoniare per respingere le accuse di aver depistato indagini, di aver intralciato il corso della giustizia. E, ad una Corte silenziosa e attenta, ha detto alcune cose che prima della caduta del Muro di Berlino, quando ancora la guerra fredda condizionava i servizi segreti dei due blocchi, erano pure bestemmie. Il testimone non ha fornito documentazione scritta delle sue parole, ma ha detto a chiare lettere che la Cia finanziava il Sid, ed ha confermato che il servizio americano ha avuto una parte importante nella costruzione di Capo Marrargiu, la base di Gladio, e che i servizi Usa avevano molte altre basi in Italia nelle caserme della Setaf e della Ftase. Ed ha aggiunto che la Cia era a conoscenza dei movimenti eversivi italiani e che forse incoraggiò quelli che facevano comodo alla politica americana. In una parola, l'ufficiale ha confermato che il rapporto di sudditanza dei nostri servizi rispetto a quelli americani era uno degli aspetti meno appariscenti, ma di più forte condizionamento, della sovranità limitata del nostro paese. Fino a che punto lo scenario che Gian Adelio Maletti ha raffigurato con tanta efficacia davanti ai giudici possa servire a ricostruire la verità sulla strage di Piazza Fontana è difficile dire. Che gli uomini della Cia pretendessero che l'Italia, l'alleato con il più forte partito comunista dell'Occidente, avesse un governo forte capace di scoraggiare qualsiasi vagheggiamento ideologico di sinistra, era un fatto scontato. Ma da qui a dimostrare che per conseguire questa politica ci volessero delle bombe è tutto da dimostrare. In primo luogo perché la strage di Piazza Fontana fu un errore commesso da chi posò la borsa dell'esplosivo ignorando che quel giorno la clientela sarebbe rimasta nei locali della banca oltre l'orario di chiusura. Secondo perché quella bomba portava la stessa firma di altre quattro confezionate con gli stessi timer, collocate tre a Roma e un'altra alla Comit di Milano, l'unica che non esplose da sola ma fu fatta esplodere dagli artificieri. Nessuna cagionò alcun ferito. Qualche anno fa, a Johannesburg, il paese che lo ha ospitato garantendogli l'immunità, Gian Adelio Maletti era stato interrogato dalla Commissione Stragi. Ed aveva ammesso per la prima volta una verità che nessuno prima di lui aveva voluto ammettere: quella che in Italia i servizi segreti potevano fare quel che volevano. Aveva aggiunto: "Fino al 1974 nessuno ci aveva spiegato che dovevamo difendere la Costituzione", una frase che spiega tante cose, illumina le zone buie della storia di quegli anni scandita prima dalla stagione dell'autunno caldo, poi dalla strategia della tensione e poi ancora da quella del terrore. I guai di Maletti cominciarono quando si scoprì che i servizi segreti avevano aiutato Guido Giannettini, il giornalista arruolato dal Sid, a fuggire in Francia. Un'operazione discussa, costata un processo al generale e al suo capitano, anche se al momento dell'espatrio Giannettini non era stato ancora raggiunto da mandato di cattura. Maletti finì in carcere a Catanzaro, dove la Corte di cassazione aveva mandato all'esilio l'inchiesta sulla strage che con due parti distinti dette alla luce il processo ad un pezzo della storia d'Italia. Rossi e neri, agenti segreti e uomini dei servizi, tutti insieme appassionatamente in un improbabile connubio di complicità vennero processati una prima e una seconda volta. Il solo a cavarsela per il rotto della cuffia fu Pietro Valpreda, il ballerino anarchico, assolto per insufficienza prove. Tutti gli altri furono condannati: ergastolo per Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan e due anni per Maletti. E ancora: rinvio a giudizio per reati ministeriali a Andreotti, Rumor e Tanassi per aver apposto il segreto di Stato sul giornalista spia. Poi ancora, qualche anno più tardi, tutti assolti, rossi e neri, ministri compresi, fatta eccezione per Gian Adelio Maletti, vittima sacrificale di un meccanismo processuale che gli tirò dietro come ciliegie altre due condanne, una dopo l'altra, per depistaggi vari. Un boccone amaro che non ha mai mandato giù, anche perché fu il primo tra il 1975 e 1976 a prevedere un salto di qualità delle brigate rosse, allora quasi azzerate.

 

Misteri d'Italia/ E' giunto dal Sudafrica grazie a un salvacondotto " Gli Usa volevano evitare lo scivolamento a sinistra"

Maletti: la Cia dietro l'eversione

Le stragi del '69: l' ex capo del reparto D del Sid in aula a Milano

 

di UGO CUBEDDU

 

MILANO - Rivelazioni? Nemmeno una. Dichiarazioni esplosive? Macchè. Inediti chiarimenti? Nessuno, semmai qualche "non ricordo" in più. Però parla per quasi cinque ore nell'aula bunker dove si svolge un processo connesso alla strage di piazza Fontana, risponde a tutte le domande che gli vengono fatte, spiega che è spinto e mosso dall'"amor di patria", conferma - soprattutto - che le bombe dal '69 in poi appartengono alla destra eversiva e non alla sinistra o meno ancora agli anarchici. E che su tutte c'è la regia più o meno occulta della Cia, suo antipatico e arrogante interlocutore di allora. Eccolo il generale di divisione (in pensione, e la prende ancora, la pensione) Gianadelio Maletti, capo del "reparto D" dei Servizi Segreti negli anni '70. 79 anni impeccabilmente e sorprendentemente portati, asciutto, lucido, consapevole di essere stato uno degli uomini chiave di quei difficili e spesso terribili anni, non pentito, disposto ad ammettere solo due errori: "essermi fidato di alcuni collaboratori e di alcuni superiori". Con una nostalgia dell'Italia che dopo 21 anni di Sudafrica rimarrà molto probabilmente tale, visto che ha sulle spalle una condanna di 14 anni passata in giudicato e una di 15 in primo grado. E' venuto qui con un salvacondotto di 15 giorni per poter deporre al processo e rispondere, domani, alle domande del Pm di Brescia che indaga sulla strage di Piazza della Loggia, ma per ragioni burocratiche e logistiche finirà per restare in Italia solo cinque o sei giorni, dopodichè tornerà a Johannesburg, dove vive da latitante benestante perchè, oltre alla pensione, ha anche uno "stipendio" dal Mossad (il servizio segreto israeliano). E si chiuderà così anche il capitolo che lo riguarda, ormai affidato ai dispositivi delle sentenze e ai verbali della Commissione Stragi che nel '97 andò proprio in Sudafrica per ascoltarlo. Capitolo che del resto - e meno che mai ieri - non si è mai chiarito, tanto da lasciare abbastanza sconcertati sul vero perchè di questa "trasferta" italiana che non ha certo aggiunto novità. Resta quindi l'unico "senso" possibile di questa testimonianza dell'ex generale: il fatto psicologico, il suo essere qui fisicamente a dire che "la Cia voleva creare, seguendo le direttive del suo Governo, un nazionalismo italiano che frenasse quello che riteneva uno scivolamento a sinistra e per questo utilizzò forse l'eversione di destra". E' il suo avvocato, Michele Gentiloni, che chiarendo di non aspettarsi "proprio nulla da questa deposizione", implicitamente lo avvalla: il generale è venuto per l'ultima volta in Italia. Per nostalgia, per "amore di patria". Restando però, in ogni momento, il capo del reparto D: quello che sapeva tanto sulle stragi e non parlò mai.