LA
STAMPA
Mercoledì
21 Marzo 2001
Il
generale sentito al processo di piazza Fontana come testimone
"Sì,
la Cia finanziava il Sid"
Maletti:
forse aiutò i terroristi neri
Paolo
Colonnello
MILANO
"La Cia contribuiva a finanziare a livello economico il Sid, teneva i
contatti con alcuni gruppi dell'eversione nera e disponeva di una centrale di
grande rilevanza nel nostro Paese, muovendosi sul territorio italiano con una
certa arroganza, cosa che a noi, sul suolo americano, non era certo permessa.
Chiedeva molto ma non ci diceva mai nulla...". Aveva ragione Eugenio
Finardi quando, negli Anni 70, cantava che "la Cia ci spia". E dover
aspettare quasi 30 anni per avere una conferma ufficiale dall'uomo che nel
periodo caldo della strategia della tensione guidava il famigerato ufficio D
del Sid, ovvero l'ex generale Gianadelio Maletti, classe 1921, è ben magra
consolazione. Soprattutto per i parenti delle vittime della strage di Piazza
Fontana. Ma anche per chi si aspettava che il vecchio e lucidissimo generale,
rientrato con un salvacondotto in Italia dalla decennale latitanza in Sud
Africa per essere ascoltato come testimone al processo per la strage nella
Banca dell'Agricoltura (dovrebbe scontare una condanna a 15 anni di reclusione per
i depistaggi sulla strage della Questura ma per ora si gode la pensione al sole
di Johannesburg), facesse rivelazioni sconvolgenti. Tutt'al più si è trattato
di alcune conferme. Come l'informativa che nel '71, quando Maletti prese
possesso dell'ufficio D, segnalò il passaggio di materiale esplosivo dal valico
del Brennero nel 1969. "Esplosivo di tipo militare e non polvere da
mina" nascosto su alcuni Tir e consegnato nei pressi di Padova a un
esponente dell'estremismo nero di Mestre. "All'autorità giudiziaria però
non ne parlammo". A darne notizia al servizio segreto italiano sarebbe
stato un informatore padovano, la fonte "Turco" che in seguito, nel
1974, lo stesso Maletti con un appunto interno invitò a "chiudere".
Da chi proveniva quel materiale esplosivo? "Non saprei", dice in aula
il generale. Poi però, in una pausa dell'udienza, con i cronisti si spinge più
in là: "Certo non penso ai tedeschi. Credo provenisse da una delle forze
di occupazione in Germania". Tra i tanti "non ricordo" e i
numerosi "può darsi", lessico indispensabile per ogni spione che si
rispetti, Maletti in quasi 6 ore di deposizione ha aggiunto ben poco a quanto
da tempo le indagini della procura di Milano e del giudice istruttore Guido
Salvini avevano accertato: e cioè che dietro l'inquieto e golpaiolo mondo
dell'eversione nera e dunque dietro le varie stragi di destra che
insanguinarono l'Italia tra la fine degli Anni 60 e i primi '70, si muovevano
con disinvoltura gli "amici amerikani". Eravamo un Paese a sovranità
limitata. Ad esempio, secondo Maletti, gli agenti della Cia poco o nulla
riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per
fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno "Sogno ha avuto rapporti con
uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha
parlato con la Cia che però non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare
una politica scaltra tra alleati". Sentirlo dire da lui, dal generale
Maletti, cui pm e avvocati devono cavare con fatica ogni parola, fa ben più
effetto che ascoltarlo in una canzone: "Si vede - si congeda il generale
dai giornalisti a fine dell'udienza - che voglio fin troppo bene alla
patria". Dunque, pur non svelando alcun mistero sulla bomba di Piazza
Fontana, la testimonianza di Maletti è servita per porre almeno alcuni paletti,
forse più storiografici che processuali, su com'era l'andazzo nelle basi Nato
negli Anni 70, con agenti Cia ("Si/ai/ei", pronuncia correttamente il
generale) che se proprio non parteciparono, almeno caldeggiarono i vari tentativi
di golpe della destra e le bombe sui treni e nelle banche e nelle piazze che
tra il 1969 e il 1974 scoppiarono facendo decine di vittime. "E' possibile
- dice davanti alla seconda corte d'Assise Maletti - che la Cia fosse venuta a
conoscenza, abbia incoraggiato e forse aiutato alcuni movimenti eversivi.
L'interesse degli Usa era soprattutto verso i gruppi anticomunisti. La Cia
voleva creare, seguendo le direttive del suo governo, un nazionalismo italiano
che frenasse quello che riteneva uno scivolamento a sinistra e per questo
utilizzò, forse, l'eversione di destra. Credo che sia quanto è successo anche
in altri Paesi, come la Grecia". E sulla matrice della strage è ancora più
esplicito: "Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stato un appoggio
oltre frontiera". La Cia? "In Usa - spiega - ci sono ancora oggi
numerosi piccoli gruppi che s'ispirano al nazismo. C'era gente anche venti o
trent'anni fa che poteva sostenere certe idee".
LA
REPUBBLICA
"Piazza
Fontana, matrice estera"
Lo 007
Maletti: la Cia finanziava il Sid, ma taceva tutto
Milano, l'ex capo dei Servizi racconta in
aula la sua verità sulla stagione delle
bombe. "Sono qui, perché amo la Patria"
DANIELE MASTROGIACOMO
MILANO
- "Sono qui perché amo la Patria", annuncia la vecchia spia mentre si
avvicina verso l'aula bunker di piazza Filangieri. Sono le 9, 30 di una
giornata calda: circostanza rara per Milano. Altrettanto raro assistere ad un
avvenimento che segna la difficile ricerca della verità per la strage di piazza
Fontana. Riparato in Sudafrica dall'aprile del 1980 perché inseguito da un
ordine di custodia cautelare, Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D del
Sid, custode dei tanti segreti che ancora avvolgono la stagione delle bombe,
decide finalmente di deporre in un'aula di giustizia. Una lunga trattativa tra
la Procura di Milano e il difensore del generale, l'avvocato Michele Silverij
Gentiloni, ha trovato una soluzione che consente alla spia di esporre la sua
tesi sulla strategia della tensione. Ufficialmente il generale Maletti è
latitante. Non potrebbe mettere piede nel nostro paese: se lo facesse verrebbe
arrestato. Ma il nostro codice di procedura penale prevede una sorta di
salvacondotto per gli imputati chiamati a testimoniare, anche se colpiti da ordine
di cattura. Un ombrello protettivo a tempo: entro 15 giorni devono lasciare
l'Italia. E' la prima volta che viene usato questo strumento. L'assenza di un
precedente crea un clima di incertezza, il generale viene bloccato a Malpensa
per due ore. Poi si vede concedere un visto d'ingresso per cinque giorni.
L'arrivo di Maletti non fa certo comodo alla difesa di Delfo Zorzi e Carlo
Maria Maggi, ex militanti di Ordine Nuovo, due dei principali imputati del
processo. L'impianto dell'accusa poggia su una tesi precisa: la serie di
attentati che ha insanguinato l'Italia dal 1969 al 1980 fa parte di una
strategia portata avanti da una regia internazionale. Erano anni di guerra
fredda, di pericolo comunista, il nemico principale era rappresentato dal
blocco dei paesi dell'Est. L'Italia faceva parte del Patto atlantico ma aveva
anche il più forte partito comunista in occidente e questo la rendeva il
tassello più fragile dello scacchiere antisovietico. Ecco allora i tentativi di
golpe più o meno seri, gli attentati eclatanti da attribuire sempre alla
sinistra, gli assalti, gli scontri di piazza. Fino alle bombe. La procura di
Milano, oltre a indicare i presunti autori materiali degli attentati, tutti
militanti di Ordine nuovo, sostiene che dietro le stragi c'era un progetto
portato avanti da potenze straniere. E in modo particolare dagli Stati Uniti. I
quali si sarebbero serviti di molti elementi del gruppo di estrema destra,
perché più affidabili e convinti. Maletti, l'unico dirigente dei nostri servizi
segreti ancora in vita, ha rivelato questa tesi in un'intervista al nostro
giornale. Intervista che ieri ha confermato integralmente. Ha svelato i
passaggi di camion carichi di esplosivi dalla Germania, via Austria, in Veneto
attraverso il Brennero e ha raccontato l'interferenza della Cia nel nostro
paese. Tesi arcinota, "acqua calda" commenta il giudice di Venezia
Carlo Mastelloni. Ma importante se viene confermata da un alto dirigente dei
servizi segreti italiani in un'aula di giustizia. Il viaggio di Maletti ha un
disegno preciso. E' un segnale di disponibilità, vuole rendersi credibile e
getta le basi per una revisione del suo processo passato in giudicato: un modo
per preparare il suo rientro definitivo in Italia. Nonostante i suoi 79 anni ha
dimostrato vigore e lucidità. Ha tenuto banco e ha risposto per oltre cinque
ore ad una raffica di domande dell'accusa, della difesa e della parte civile.
Senza dire tutto, ancora prigioniero del suo dna di spia. La difesa ha cercato
di rendere nulla la sua convocazione: sosteneva che doveva rispondere come
teste e non come imputato. Se avesse convinto la Corte, Maletti si sarebbe
trovato in una posizione difficilissima. Come testimone avrebbe dovuto giurare
e ogni bugia poteva far scattare una nuova incriminazione. L'ipotesi non è passata
e il generale ha parlato liberamente, da imputato. E' partito dal golpe in
Grecia " appoggiato e influenzato dalla Cia", per arrivare fino al
19734. Ha insistito sul ruolo dei servizi segreti americani in Italia. "Il
rapporto tra il Sid e la Cia", ha ribadito, "è stato di inferiorità.
Chiedevamo notizie, ma non ce ne davano". E per dimostrare la
"sovranità limitata" del nostro paese ha precisato: "La Cia
sosteneva economicamente il Sid ma non forniva alcuna informazione. So per
certo che la base di capo Marrargiu, quella usata da Gladio, fu realizzata
grazie ai fondi Usa". Ma è ancora più preciso sul movente della strage di
piazza Fontana, dove venne usato, probabilmente, l'esplosivo transitato dal
Brennero: "Ho avuto l'impressione che dietro ci fosse una matrice
d'oltralpe. Negli Usa i gruppi neonazisti ci sono ancora". La sequela di
conferme si snoda per tutto il pomeriggio: "Le basi degli agenti Cia erano
nelle caserme di Verona e Vicenza". E ancora: "Il Sid infiltrava
gruppi di estrema destra. E viceversa. Tutti infiltravano tutti. Era un
groviglio indescrivibile". La difesa lo incalza: ha prove per quello che
afferma? "Non ho le prove. So che le cose stanno così. Lo so perché sapere
quelle cose faceva parte del mio mestiere".
CORRIERE
DELLA SERA
"La
strage alla stazione di Bologna? Libici o francesi"
Calabro' Maria Antonietta
PARLA
L' EX 007 "La strage alla stazione di Bologna? Libici o francesi"
MILANO
- L' uomo dei misteri d' Italia, dopo ventun anni passeggia tranquillamente per
le vie di Milano, in virtù di uno speciale salvacondotto. Ha tempo quindici
giorni per rito rnare in Sudafrica, se non vuol essere arrestato dalla
giustizia italiana. "Ha deciso di venire qui, mi sembra che questo esprima
la sua volontà di collaborazione", afferma il suo avvocato Michele
Gentiloni. "Ho trovato Milano molto cambiata", dice l' ex capo del
servizio "D" del Sid, Gianadelio Maletti, detto anche "occhi di
gatto". Generale, c' è stata una responsabilità diretta di agenti
americani nella strategia della tensione? "Sì, ho fatto cenno ad una
responsabilità diretta della Cia". Gli americani, fatto abbastanza
insolito, ad agosto, hanno diramato un comunicato per smentirla.
"Confermo, ma vorrei precisare che noi per Cia molto spesso intendiamo
tutto il sistema intelligence americano che è multiforme. Comprende la Cia, l'
Fbi, la Dia (Defense intelligence agency) e comprende, come da noi, i servizi
informazioni delle varie forze armate. E poi, ad un certo punto della piramide
informativa, si immettono i servizi intelligence dei vari comandi, i quali sono
in parte diramazioni Cia e in parte elementi degli Stati maggiori, i famosi
uffici G2". Quali comandi? "Shape di Bruxelles, Afsouth di Napoli,
Ftase di Verona, e gli altri comandi in Germania, come Jhcent. Insomma, per
quanto riguarda la presenza di servizi americani alle spalle o addirittura all'
interno di nostri gruppi eversivi, penso che ci possa essere stata non solo e
non tanto la Cia. Ma comunque elementi informativi americani che, nella loro
principale funzione di opposizione al comunismo, in un Paese che gli americani
giudicavano ancora instabile (sempre tentato di scivolare a sinistra sul piano
interno e di slittare al di fuori del Patto Atlantico), abbiano pensato di
ricorrere a mezzi dimostrativi e addirittura di carattere terroristico. Alcuni
con effetti limitati, altri con effetti disastrosi come avvenne a piazza
Fontana. Tuttavia i morti di piazza Fontana, a mio giudizio, non furono voluti
o cercati: i morti ci furono per caso". Ma chi decideva? "Ovviamente
il la veniva dato dalla Cia che ha una funzione di guida politica dell'
intelligence community statunitense, una politica che a volte può essere
divergente da quella dello stesso governo". Secondo lei per quanto tempo è
andata avanti così? "Per me c' è un discrimine tempora le, intorno al '74:
dopo di allora quel tipo di interferenza cessò". Come mai? La fine di
quella politica fu legata all' estromissione da parte della stessa Cia di James
Jesus Angleton, capo del controspionaggio e delle operazioni speciali?
"Certamente. Angleton fu allontanato dal nuovo capo della Cia, William
Colby, all' inizio della presidenza di Jimmy Carter, dopo l' era Nixon".
Lei ha detto, in tribunale, che c' era un infiltrato degli americani "in
un organo dello Stato italiano". Sia più preciso: si riferiva a Umberto D'
Amato del Viminale? "Sì, era lui". La Gladio si è mai macchiata di
eversione o terrorismo? "A me non risulta". Lei è stato capo del
controspionaggio per quattro anni: che effetto le ha fatto scoprire dal dossier
Mitrokhin che "Dario", cioè Giorgio Conforto, il maggior agente
sovietico in Italia, ha "lavorato" indisturbato per il Kgb per
quarant' anni... "E' stato uno scacco per me, Dario mi ha beffato. Ma il
dossier Mitrokhin non l' ho letto tutto..." Non le sembra strano che la
figlia dell' agente Dario tenesse in casa i br Valerio Morucci e Adriana
Faranda, oltre che la Skorpion che uccise Aldo Moro? "Sì, mi ha fatto
impressione e le dirò di più, io mi chiedo ancora oggi: chi ha organizzato il
sequestro di Moro? Chi l' ha condotto? Ci voleva un buon servizio informazioni,
un santuario dove tenerlo nascosto, un servizio logistico di prim' ordine.
Poteva fare tutto questo un gruppo di terroristi raffazzonati? La strage di via
Fani è stata un' operazione perfetta da un punto di vista balistico-militare.
Non è possibile che ci sia qualcun altro, che sia stato fornito dall' estero o
addestrato all' estero?". Che interesse informativo avevano i sovietici
sulla Gladio, ai tempi del caso Moro? "Era molto più importante per l' ex
Urss conoscere i piani della Gladio che quelli delle nostre forze armate: su
questo non c' è il benché minimo dubbio". E la strage di Bologna? "Mi
sembra un eccesso, se fatta da italiani... Anche in questo caso si può pensare
che sia stata una ritorsione di qualche potenza straniera, anche di un piccolo
Paese straniero, come la Libia. Non dico Israele, perché è una nazione troppo
civile per fare una cosa del genere. Potrebbe essere stata anche una ritorsione
francese, perché noi abbiamo accusato gli aerei francesi di aver abbattuto l'
aereo di Ustica. Ustica è del 27 giugno ' 80, Bologna è del 2 agosto".
"La
Cia dietro la strategia della tensione"
Piazza
Fontana, Maletti in aula: infiltrati dei servizi italiani fra i terroristi
neri, ma non ricordo i nomi
Biondani Paolo
"La
Cia dietro la strategia della tensione" Piazza Fontana, Maletti in aula:
infiltrati dei servizi italiani fra i terroristi neri, ma non ricordo i nomi
MILANO
- Rilancia le accuse alla Cia di aver "aiutato" i gruppi stragisti
nell' Italia di trent' anni fa. Ma è il primo ad alleggerire il peso di queste
sue "certezze interiori": "Non ho prove". Ammette che il
servizio segreto di cui fu un dirigente-chiave aveva "informatori e
infiltrati" tra gli stessi terroristi neri. Ma alla richiesta di fare i
nomi, risponde: "Non ricordo". Il generale Gianadelio Maletti,
sentito ieri come "imputato in procedimento connesso" al nuovo
processo sulla strage di piazza Fontana, ha confermato la propria fama di uomo
dei misteri. Una deposizione molto attesa , visto il suo curriculum
giudiziario. Come capo del reparto "D" del Sid dal '71 al '75,
Maletti è stato condannato da due sentenze definitive per favoreggiamento e
spionaggio: 12 mesi ("condonati") per aver fatto scappare con passaporti
falsi l' agente Giannettini e il neofascista Pozzan, che rischiavano l' arresto
per l' eccidio del 12 dicembre 1969; 14 anni, nel processo alla loggia P2, per
l' uso di un dossier ricattatorio (caso Mifo-Biali). E l' anno scorso gli sono
stati inflitti in primo grado 15 anni per aver depistato le indagini su un'
altra strage, la bomba in questura del 1973. Latitante da vent' anni in
Sudafrica, il generale ha potuto deporre, senza rischiare le manette, grazie a
un "salvacondotto" della corte. Ma al pm Meroni, che chiedeva
conferme alla "pista atlantica", l' ormai ottantenne Maletti ha
offerto solo "convinzioni": "E' possibile - ha dichiarato - che
la Cia abbia conosciuto, incoraggiato e anche aiutato movimenti eversivi di estrema
destra, nel quadro di una politica di livello strategico (...) Penso che
avessero anche infiltrati e informatori (...) Quando parlo di Cia mi riferisco
a una rete di intelligence più vasta, che comprende anche i servizi
militari". Ma su cosa fonda, Maletti, un giudizio così grave? "Non ho
prove - ammette -. La mia fonte è l' esperienza: ero in Grecia ai tempi del
golpe (1967), che fu subito riconosciuto dagli americani". Il generale
chiama in causa gli "alleati" anche per i soldi al Sid: "Dalla
Cia ci arrivavano contributi economici rilevanti (...) I servizi italiani erano
in una posizione, se non di sudditanza, di inferiorità (...) E' un aspetto
della cosiddetta sovranità limitata". Di nomi, però, Maletti ne fa
pochissimi: "Edgardo Sogno aveva contatti con il capo della Cia a Roma
(...) ma l' ho saputo dalle sue memorie". "L' ambasciatore Graham si
era fatto un buon nome come organizzatore di un golpe in Thailandia ed era
favorevole a un cambio istituzionale anche per l' Italia". "Un
addetto militare Usa contattava nostri ufficiali denunciando l' incapacità del
nostro governo a far fronte alla minaccia comunista". "Indubbiamente
i servizi si appoggiano alle basi Nato". E sulla "Rosa dei
Venti", l' organizzazione sotto accusa per la strage del 1973, si sbilancia:
"Ritengo che fosse uno degli elementi di contatto e conoscenza degli
americani". Nello stesso scenario, il generale inserisce "l' invio
dalla Germania di esplosivo militare alle cellule italiane". Quando però
viene interrogato sul proprio ruolo di capo del reparto più discusso del Sid,
Maletti perde la memoria: "E' vero, avevamo informatori e infiltrati in
gruppi come Ordine Nuovo e Alleanza Nazionale. I nomi? E' difficile
ricordarli... Anche allora conoscevo per lo più solo i nomi di copertura. Erano
gestiti dai capicentro, io mi limitavo a pagarli". La fuga di Pozzan in
Spagna, Maletti la giustifica così: "Speravamo che ci desse informazioni
su Borghese e altri neofascisti latitanti (...) ma in realtà è scomparso".
Il generale scarica più colpe sul suo ex capitano La Bruna (defunto):
"Sospetto che sia stato lui, a mia insaputa, a progettare un' evasione di
Ventura". E all' accusa di aver manovrato la deposizione del capitano su
una riunione chiave del gruppo Freda a Padova, risponde così: "Ma no... La
Bruna allora si era dato al bere. Per questo gli diedi le istruzioni scritte
per l' interrogatorio". Non manca una frecciata al senatore Andreotti:
"Quando gli consegnai il famoso rapporto sugli ufficiali favorevoli a un
golpe, proposi di cancellare il nome del colonnello D' Ambrosio, già addetto
militare a Washington. E Andreotti fu d' accordo".
IL
PERSONAGGIO
GENERALE
Gianadelio
Maletti, 79 anni, ex generale di divisione, è stato dal 1971 al 1975 il capo
del Reparto D del Sid, la divisione che all' epoca era considerata il fiore
all' occhiello del controspionaggio militare LATITANTE Da 21 anni latitante in
Sudafrica, Maletti è tornato in Italia per deporre davanti ai giudici di Milano
impegna ti nel processo per la strage di piazza Fontana. Domani sarà
interrogato anche dai pm di Brescia che indagano sulla strage di piazza della
Loggia
"LIBERO"
Maletti
è munito di un "salvacondotto" che impedisce il suo arresto, malgrado
debba scontare un a condanna definitiva a 14 anni per spionaggio Gli eccidi, le
inchieste e i processi
MILANO
1969 Il
12 dicembre un ordigno esplode nella Banca nazionale dell' agricoltura. I morti
sono 16, i feriti 84. Il 16 febbraio 2000 si apre, a Milano, l' ottavo processo
per la strage. Nei sette precedenti procedimenti c' erano state solo
assoluzioni, nessuna condanna
USTICA
1980 Alle 20.59 del 27 giugno un Dc 9 Itavia decollato da Bologna e diretto a
Palermo esplode nei cieli di Ustica. Le ipotesi degli inquirenti: missile o
bomba. Nessun superstite tra gli 81 passeggeri. Il 28 settembre 2000 si apre il
processo per nove alti ufficiali dell' Aeronautica, accusati di aver depistato
le indagini, eliminando e falsificando prove, rendendo falsa testimonianza
BOLOGNA
1980 Il 2 agosto, alle 10.25, esplode una bomba nella sala d' aspetto di
seconda classe della stazione di Bologna. Muoiono 85 persone, i feriti sono
200. Per questa strage vengono celebrati 8 processi, l' ultimo è del 2000. Gli
esecutori materiali vengono identificati nei neofascisti Valerio Fioravanti e
Francesca Mambro, condannati all' ergastolo
A
sovranità limitata anche le indagini
Di Feo Gianluca
L'
ANALISI
A
sovranità limitata anche le indagini
Sovranità
limitata, anche nelle indagini. Perché se la verità sulla strage di piazza
Fontana è all' estero, difficilmente i magistrati italiani saranno in grado di
raggiungerla. Trentuno anni dopo l' eccidio della Banca Nazionale dell'
Agricoltura l' unico punto su cui gran parte delle fonti sembrano concordare è
proprio questo: l' attentato che ha inaugurato la strategia della tensione sarebbe
stato ispirato da entità esterne all' Italia e superiori al nostro governo. E i
burattinai di questo disegno vengono identificati nei servizi segreti
americani. E' una convinzione che forse non troverà mai riscontri giudiziari.
Sette processi si sono conclusi senza nessuna certezza. L' ultimo dibattimento
milanese ribadisce la pista della prima istruttoria: gli esecutori materiali
sarebbero esponenti veneti di Ordine Nuovo, primi fra tutti Delfo Zorzi, ora
ricco imprenditore in Giappone, e il medico Marco Maria Maggi. Inutili i nuovi
elementi raccolti contro Franco Freda e Giovanni Ventura, già assolti con
sentenza definitiva nel 1985. Questo gruppo sarebbe stato pilotato, armato e
protetto da agenti statunitensi. Ma la procura non è riuscita a individuare e
interrogare nessuno degli 007 che avrebbero fatto parte del complotto. Le
lunghe indagini condotte prima dal giudice istruttore Salvini, poi dai pm
Meroni e Pradella hanno però "assolto" alcuni dei sospettati della
prima ora. Di sicuro sono state escluse le responsabilità degli anar chici e
quelle del livello ufficiale di Gladio. Ridimensionato il ruolo dei nostri
servizi segreti nell' organizzazione delle stragi, anche se resta la vergogna
dei depistaggi e delle informazioni nascoste. Ma le parole del generale Maletti
gettano anche un' ombra sull' autonomia dei nostri apparati di intelligence,
sovvenzionati e sfruttati dalla Cia. Sovranità limitata, appunto. La stessa
confermata dalle "deduzioni" del generale Maletti. La stessa che
emerge dalle parole di Steve Pieczenik, l ' uomo del Dipartimento di Stato
chiamato nel comitato Cossiga durante il sequestro Moro: "La mia missione
non fu mai di salvare lo statista democristiano - ha dichiarato in un'
intervista a "Italy Daily" - La mia missione era di stabilizzare l'
Italia e di evitare che i comunisti arrivassero al governo". Di fronte a
questo scenario internazionale, i pubblici ministeri sono disarmati. Non hanno
strumenti per superare l' Oceano. E sorprende che in cinque anni di
centrosinistra non siano stati fat ti passi in avanti sul fronte diplomatico.
Gli esecutivi dell' Ulivo non hanno esercitato nessuna pressione per accedere
agli archivi americani sulle operazioni coperte in Europa. Infruttuosi anche i
tentativi per convincere Tokyo ad estradare Delfo Zorzi, protetto dalla
cittadinanza giapponese. Mentre gli avvocati di Zorzi hanno dimostrato di
sapere sfruttare bene le opportunità della nuova legge sulle indagini
difensive: in pochi giorni hanno rintracciato e "interrogato" nel
Kansas uno dei pre sunti agenti statunitensi, che ha smentito tutto minando la
ricostruzione della procura. Dopo trentuno anni e nessuna certezza, resta così
un interrogativo amaro: non si poteva fare di più?
MESSAGGERO
La spia
che si sentiva onnipotente
Il
generale e gli anni del terrore: "Non sapevamo di dover difendere la
Costituzione"
di
ROBERTO MARTINELLI
SE NON
fosse arrivato dal Sudafrica, dove vive da ventuno anni, si sarebbe potuto dire
che la sua apparizione di ieri nell'aula della Corte di assise di Milano
evocava l'immagine romanzesca di una spia "venuta dal freddo". Gian
Adelio Maletti, il leggendario ma discusso capo dell'ufficio "D"
degli anni più bui dei servizi segreti italiani, è tornato per testimoniare
nell'ennesimo processo nel quale una giuria popolare cerca a fatica di farsi
strada verso l'irraggiungibile verità sulla strage di Piazza Fontana. Un agente
di custodia lo ha accompagnato davanti alla corte quasi a simboleggiare lo
stato di detenuto in libertà in cui l'alto ufficiale si trova grazie ad un
salvacondotto rilasciatogli dalle autorità italiane. Il generale Maletti non
solo può raccontare la verità sulla strage, ma anche sugli anni nei quali è
stato uno degli uomini più potenti del nostro servizio segreto, spesso in
posizione di contrasto e di feroce critica con l'ex capo del Sid Vito Miceli.
Più ancora ha accettato di testimoniare per respingere le accuse di aver
depistato indagini, di aver intralciato il corso della giustizia. E, ad una
Corte silenziosa e attenta, ha detto alcune cose che prima della caduta del
Muro di Berlino, quando ancora la guerra fredda condizionava i servizi segreti
dei due blocchi, erano pure bestemmie. Il testimone non ha fornito
documentazione scritta delle sue parole, ma ha detto a chiare lettere che la
Cia finanziava il Sid, ed ha confermato che il servizio americano ha avuto una
parte importante nella costruzione di Capo Marrargiu, la base di Gladio, e che
i servizi Usa avevano molte altre basi in Italia nelle caserme della Setaf e
della Ftase. Ed ha aggiunto che la Cia era a conoscenza dei movimenti eversivi
italiani e che forse incoraggiò quelli che facevano comodo alla politica
americana. In una parola, l'ufficiale ha confermato che il rapporto di
sudditanza dei nostri servizi rispetto a quelli americani era uno degli aspetti
meno appariscenti, ma di più forte condizionamento, della sovranità limitata
del nostro paese. Fino a che punto lo scenario che Gian Adelio Maletti ha
raffigurato con tanta efficacia davanti ai giudici possa servire a ricostruire
la verità sulla strage di Piazza Fontana è difficile dire. Che gli uomini della
Cia pretendessero che l'Italia, l'alleato con il più forte partito comunista
dell'Occidente, avesse un governo forte capace di scoraggiare qualsiasi
vagheggiamento ideologico di sinistra, era un fatto scontato. Ma da qui a
dimostrare che per conseguire questa politica ci volessero delle bombe è tutto
da dimostrare. In primo luogo perché la strage di Piazza Fontana fu un errore
commesso da chi posò la borsa dell'esplosivo ignorando che quel giorno la
clientela sarebbe rimasta nei locali della banca oltre l'orario di chiusura.
Secondo perché quella bomba portava la stessa firma di altre quattro
confezionate con gli stessi timer, collocate tre a Roma e un'altra alla Comit
di Milano, l'unica che non esplose da sola ma fu fatta esplodere dagli
artificieri. Nessuna cagionò alcun ferito. Qualche anno fa, a Johannesburg, il
paese che lo ha ospitato garantendogli l'immunità, Gian Adelio Maletti era
stato interrogato dalla Commissione Stragi. Ed aveva ammesso per la prima volta
una verità che nessuno prima di lui aveva voluto ammettere: quella che in
Italia i servizi segreti potevano fare quel che volevano. Aveva aggiunto:
"Fino al 1974 nessuno ci aveva spiegato che dovevamo difendere la Costituzione",
una frase che spiega tante cose, illumina le zone buie della storia di quegli
anni scandita prima dalla stagione dell'autunno caldo, poi dalla strategia
della tensione e poi ancora da quella del terrore. I guai di Maletti
cominciarono quando si scoprì che i servizi segreti avevano aiutato Guido
Giannettini, il giornalista arruolato dal Sid, a fuggire in Francia.
Un'operazione discussa, costata un processo al generale e al suo capitano,
anche se al momento dell'espatrio Giannettini non era stato ancora raggiunto da
mandato di cattura. Maletti finì in carcere a Catanzaro, dove la Corte di
cassazione aveva mandato all'esilio l'inchiesta sulla strage che con due parti
distinti dette alla luce il processo ad un pezzo della storia d'Italia. Rossi e
neri, agenti segreti e uomini dei servizi, tutti insieme appassionatamente in
un improbabile connubio di complicità vennero processati una prima e una
seconda volta. Il solo a cavarsela per il rotto della cuffia fu Pietro
Valpreda, il ballerino anarchico, assolto per insufficienza prove. Tutti gli
altri furono condannati: ergastolo per Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan e
due anni per Maletti. E ancora: rinvio a giudizio per reati ministeriali a
Andreotti, Rumor e Tanassi per aver apposto il segreto di Stato sul giornalista
spia. Poi ancora, qualche anno più tardi, tutti assolti, rossi e neri, ministri
compresi, fatta eccezione per Gian Adelio Maletti, vittima sacrificale di un
meccanismo processuale che gli tirò dietro come ciliegie altre due condanne,
una dopo l'altra, per depistaggi vari. Un boccone amaro che non ha mai mandato
giù, anche perché fu il primo tra il 1975 e 1976 a prevedere un salto di
qualità delle brigate rosse, allora quasi azzerate.
Misteri
d'Italia/ E' giunto dal Sudafrica grazie a un salvacondotto " Gli Usa
volevano evitare lo scivolamento a sinistra"
Maletti:
la Cia dietro l'eversione
Le
stragi del '69: l' ex capo del reparto D del Sid in aula a Milano
di UGO
CUBEDDU
MILANO
- Rivelazioni? Nemmeno una. Dichiarazioni esplosive? Macchè. Inediti
chiarimenti? Nessuno, semmai qualche "non ricordo" in più. Però parla
per quasi cinque ore nell'aula bunker dove si svolge un processo connesso alla
strage di piazza Fontana, risponde a tutte le domande che gli vengono fatte,
spiega che è spinto e mosso dall'"amor di patria", conferma -
soprattutto - che le bombe dal '69 in poi appartengono alla destra eversiva e
non alla sinistra o meno ancora agli anarchici. E che su tutte c'è la regia più
o meno occulta della Cia, suo antipatico e arrogante interlocutore di allora.
Eccolo il generale di divisione (in pensione, e la prende ancora, la pensione)
Gianadelio Maletti, capo del "reparto D" dei Servizi Segreti negli
anni '70. 79 anni impeccabilmente e sorprendentemente portati, asciutto, lucido,
consapevole di essere stato uno degli uomini chiave di quei difficili e spesso
terribili anni, non pentito, disposto ad ammettere solo due errori:
"essermi fidato di alcuni collaboratori e di alcuni superiori". Con
una nostalgia dell'Italia che dopo 21 anni di Sudafrica rimarrà molto
probabilmente tale, visto che ha sulle spalle una condanna di 14 anni passata
in giudicato e una di 15 in primo grado. E' venuto qui con un salvacondotto di
15 giorni per poter deporre al processo e rispondere, domani, alle domande del
Pm di Brescia che indaga sulla strage di Piazza della Loggia, ma per ragioni
burocratiche e logistiche finirà per restare in Italia solo cinque o sei
giorni, dopodichè tornerà a Johannesburg, dove vive da latitante benestante
perchè, oltre alla pensione, ha anche uno "stipendio" dal Mossad (il
servizio segreto israeliano). E si chiuderà così anche il capitolo che lo
riguarda, ormai affidato ai dispositivi delle sentenze e ai verbali della
Commissione Stragi che nel '97 andò proprio in Sudafrica per ascoltarlo.
Capitolo che del resto - e meno che mai ieri - non si è mai chiarito, tanto da
lasciare abbastanza sconcertati sul vero perchè di questa "trasferta"
italiana che non ha certo aggiunto novità. Resta quindi l'unico
"senso" possibile di questa testimonianza dell'ex generale: il fatto
psicologico, il suo essere qui fisicamente a dire che "la Cia voleva
creare, seguendo le direttive del suo Governo, un nazionalismo italiano che
frenasse quello che riteneva uno scivolamento a sinistra e per questo utilizzò
forse l'eversione di destra". E' il suo avvocato, Michele Gentiloni, che
chiarendo di non aspettarsi "proprio nulla da questa deposizione",
implicitamente lo avvalla: il generale è venuto per l'ultima volta in Italia.
Per nostalgia, per "amore di patria". Restando però, in ogni momento,
il capo del reparto D: quello che sapeva tanto sulle stragi e non parlò mai.