Caso MORO: 
i fatti del 1990


  • 10 gennaio - In una delle interviste del programma "La notte della repubblica" Alberto Franceschini racconta a Sergio Zavoli che il famigerato "stato imperialista delle multinazionali", quel sim che per le brigate rosse della fase piu' cruenta della contrapposizione con lo stato veniva indicato come il nemico da battere, era in realta' una formula inventata dallo stesso Franceschini "nel tentativo di ridefinire in chiave leninista" lo stato moderno. Alla puntata partecipano anche Corrado Alunni, Mario Moretti, Franco Bonisoli, Paola Besuschio, Patrizio Peci, Pierluigi Zuffada. Franceschini dice anche che le Br furono un fenomeno complesso sul quale "ci sono ancora molte cose da sapere". e racconta che anche la frase-simbolo di tutto il periodo degli anni di piombo, "l' attacco al cuore dello stato", era stata pensata per la sua "efficacia elementare" a livello di linguaggio e di comunicazioni di massa. Franceschini parla di comicita', drammaticita' ma anche di realismo ricordando, ad esempio, che la stessa stella asimmetrica a cinque punte fu scelta perche' "non riuscivamo a disegnarne una regolare". Mario Moretti esclude qualsiasi contatto "operativo" con organizzazioni straniere, insiste sulle Br come fenomeno esclusivamente italiano. e non si scompone quando Zavoli gli chiede di rispondere a chi lo accusa di ambiguita': "mi sono assunto la responsabilita' di tutto quanto e' stato fatto dalle Br. attraverso questa accusa si vuole colpire l' autenticita' delle Br. e' una idea cara a chi non vuole credere che ci siano stati fatti estranei ai giochi di palazzo". 
  • 30 gennaio - La sentenza della Corte di Cassazione sulla vicenda dell' attivita' delle cosiddette "brigate di kampo", l' organizzazione formata da detenuti comuni e fiancheggiatori esterni delle "brigate rosse" che nel 1981 tento' una evasione di massa dal carcere "Bad 'e Carros" di Nuoro accoglie i ricorsi di Marina Ognibene e Gabriella Sartori, contro la sentenza della corte d' assise d' appello di Cagliari che le aveva condannate a tre anni di reclusione. La Cassazione respinge invece tutti gli altri ricorsi e rende definitive le condanne per Roberto Ognibene (fratello di Marina) ed Alberto Franceschini (sei anni e sei mesi di reclusione) e per gli altri pricipali imputati. In secondo grado vennero tra l' altro inflitti 13 anni di carcere a Pasquale Abatangelo, Carlo Picchiurra e Salvatore Ricciardi ed undici anni a Domenico Giglio e Mario Rossi. 
  • 28 febbraio - Nel programma "La notte della repubblica" Mario Moretti, parlando del caso Moro, dice che "se qualcosa fosse successo, tutto si sarebbe bloccato". L' on. Signorile (Psi) commenta che cio' dimostra che l'assassinio di Aldo Moro fu un "processo non ineluttabile, ma condizionabile", e che "un atto unilaterale, umanitario, segnale della coscienza di un problema e quindi visibile prova dell'interesse e della volonta' a salvare la vita dell'on. Aldo Moro, era possibile e, nel rispetto della legalita', avrebbe accentuato quella divaricazione nel brigatismo che era gia' in atto e che si sarebbe manifestata sulla questione della sorte finale del presidente della Dc". 
  • 12 marzo - Presentato il libro "Un pubblico ministero in corte d' assise" edito dalla Schena di Fasano, il cui giudice Nicola Amato ha raccolto le requisitorie pronunciate presso le corti d' assise di Roma in alcuni processi, tra cui il processo Moro. 
  • 26 marzo - I carabinieri arrestano Paolo Cassetta, condannato a sei anni nel processo Moro, ad altri 15 nel procedimento contro le "Br-Ucc" e scarcerato nel dicembre 1989 per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. Cassetta e' accusato di aver partecipato all' uccisione del diplomatico Usa Leamon Hunt. 
  • 2 aprile - Cominciato davanti alla corte d' assise di Padova il processo a sette terroristi accusati dell' omicidio di due missini, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, compiuto il 17 giugno del 1974 nella sede del Msi in via Zabarella a Padova. Interrogati Susanna Ronconi, Martino Serafini e Giorgio Semeria. Gli altri imputati sono Roberto Ognibene e Alberto Franceschini, che compariranno in aula nelle prossime udienze, e Renato Curcio e Mario Moretti che, invece, hanno rinunciato a comparire.La dinamica del duplice omicidio venne ricostruita dagli investigatori sulla base delle confessioni di Susanna Ronconi e di altri ex terroristi dissociati.secondo la confessione di Ognibene in istruttoria, all' interno della sede di via Zabarella, mentre Semeria, Serafini e Ronconi facevano da "palo", lui e un altro brigatista, Fabrizio Pelli, entrarono all'interno per compiere una rapina ed impossessarsi di documenti. a sparare ai due missini, secondo la versione di Ognibene, era stato Pelli. Ognibene e'stato comunque accusato di omicidio volontario, Semeria, Ronconi e serafini di concorso in omicidio; Curcio, Moretti e Franceschini, in qualita' di esponenti del nucleo storico delle Br, di concorso morale in omicidio. 
  • 11 aprile - Nella puntata conclusiva della "Notte della repubblica" il presidente del consiglio, Giulio Andreotti, alla domanda se c' era un "grande vecchio" che tirava le fila del terrorismo, risponde "sulla base di cio' che e' emerso si puo' dire che forse gli impulsi erano di varia natura e che c' e' stata una quantita' di iniziative piu' che un' ispirazione unica". Secondo Andreotti il terrorismo "nacque da spiriti inquieti, da reazioni totali verso la societa'. Poi fu alimentato dal fatto che c' era stizza nel vedere che i comunisti, per un senso di responsabilita', perche' c' era da salvare il salvabile, appoggiavano il governo". Per Andreotti il rapimento di Moro e la strage di via Fani "fu veramente un momento non solo tremendo, ma di svolta perche' poteva saltare tutto, in quel giorno. e vi fu un grande senso di responsabilita' nel parlamento". La richiesta delle Br dopo il sequestro Moro, ha ricordato Andreotti, "era di far liberare 13 dei loro. non potevamo fare niente di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto. adesso dicono che si sarebbero accontentati di un segnale, ma allora fu diverso. Certamente io debbo dire che sono stati i giorni peggiori della mia vita, hanno inciso su di me in maniera che me li porto dietro ancora oggi". Sui rapporti con Moro Andreotti ha affermato: "avevamo anche dei dissensi: per esempio io ero del parere che il centro sinistra dovesse essere fatto nascere dal basso e non da accordi di partito, ma queste divergenze politiche non intaccarono mai i nostri rapporti tanto e' vero che io composi il governo di solidarieta' nazionale proprio su proposta di Moro. e con forte insistenza da parte sua". Andreotti ha poi precisato che "le parole usate da Moro nelle sue lettere erano piuttosto artefatte rispetto al suo pensiero, scritte in uno stato di non completa liberta' intellettuale". Sempre sulle lettere di Moro Andreotti ha precisato che "c' e' una verifica che non sono mai riuscito a vedere completa: quella sulle minute dattiloscritte trovate a Milano. Ogni tanto si e' scritto che il generale Dalla Chiesa aveva quelle carte e che poi me le avrebbe date, ma e' una cosa assolutamente non vera". 
  • 16 aprile - Nei giorni scorsi, a Bruxelles, Marco Pisetta, considerato il primo "pentito" delle brigate rosse, e' morto per un infarto. Pisetta viveva a Bruxelles con la moglie e due figli dal 1986, dopo essere uscito dal carcere di Brescia, dove si trovava in regime di semiliberta'. 
  • 11 maggio - La sentenza dei dai giudici della corte d'assise di Padova per l' omicidio dei missini Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, condanna a 18 anni Roberto Ognibene, indicato assieme ad un altro brigatista, Fabrizio Pelli, poi morto in carcere per leucemia, come l'esecutore materiale del duplice omicidio; nove anni e sei mesi di reclusione sono stati inflitti a Susanna Ronconi e Giorgio Semeria e sei anni, un mese e dieci giorni a Martino Serafini, tutti e tre accusati di concorso in omicidio. A dodici anni e otto mesi ciascuno sono stati condannati invece Renato Curcio, Mario Moretti e Alberto Franceschini, accusati di concorso morale in omicidio. La corte d'assise di Padova ha deciso di riconoscere agli ex brigatisti, oltre alle attenuanti generiche, le diminuzioni della pena previste dal rito abbreviato di cui gli imputati, ad eccezione di Franceschini, avevano chiesto l'applicazione che pero' era stata negata dal pubblico ministero Carmelo Ruberto. Il sostituto procuratore della repubblica di Padova Carmelo Ruberto presenta ricorso contro la sentenza. 
  • 20 giugno - Salvatore Ricciardi, 49 anni, condannato all' ergastolo nel processo Moro-bis e recluso al centro clinico del carcere di Pisa, rifiutato di sottoporsi all' operazione cardiaca, considerata indispensabile dai sanitari, fino a quando rimarra' in carcere. Il tribunale di sorveglianza di Roma ha infatti rigettato l' istanza di scarcerazione presentata da tempo dal perito d' ufficio che aveva giudicato incompatibile la condizione detentiva col grave stato di salute. Ricciardi, appartenente alla colonna romana delle brigate rosse, da anni e' affetto da "stenosi valvolare aortica" e le sue condizioni sono progressivamente peggiorate tanto da richiedere la sostituzione valvolare. 
  • 25 giugno - l' avv. Giuseppe De Gori, patrono di parte civile (Dc) al processo Moro, rende noto di aver ricevuto una telefonata da una persona che si e' qualificata come componente della seconda divisione del Kgb, la quale gli ha dato alcune "informazioni" sui covi in cui sarebbe stato tenuto prigioniero l' on. Aldo Moro durante il suo rapimento. De Gori ha espresso l' opinione che si tratti, probabilmente, di un mitomane, ma ha aggiunto che l' interlocutore gli e' sembrato molto informato sul caso Moro. l' anonimo, che - secondo quanto ha riferito l' avv. De Gori - parlava con un accento armeno, ha detto che le prigioni di Moro furono tre: la prima in via Gradoli, la seconda in via Montalcini e la terza in una scuola abbandonata del ghetto. Nel corso della telefonata, durata una ventina di minuti, il sedicente agente del Kgb ha annunciato che mandera' all' avv. De Gori una documentazione sul "caso Moro". "mi ha parlato anche - ha detto De Gori - dell' intervento che il segretario del Pci Berlinguer fece presso il maresciallo Tito per chiedere di adoperarsi per salvare la vita del presidente della Dc". 
  • 26 giugno - Il pubblico ministero Franco Ionta, a conclusione dell' inchiesta "Moro quater" chiede il rinvio a giudizio di tredici esponenti delle brigate rosse per reati che, a seconda delle posizioni processuali, vanno dal sequestro e l' omicidio, alla banda armata, all' associazione sovversiva e ad altre imputazioni minori. Gli imputati sono Alessio Casimirri (latitante), Alvaro Loiacono (detenuto in Svizzera dove e' stato condannato per fatti terroristici commessi in italia), Annunziata Francola, Marcello Capuano, Gino Albino Aldi, Maurizio Di Marzio, Sandro Padula, Paolo Bressan, Roberto Catalano, Antonino Fosso, Luigi Novelli, Marina Petrella e Massimiliano Corsi. Per altre nove persone implicate Ionta ha chiesto o il proscioglimento o l' applicazione dell' amnistia. Nella requisitoria scritta il magistrato, riferendosi ad interrogazioni parlamentari e ad articoli di stampa che accennavano all' eventuale intromissione nella vicenda Moro di "servizi segreti deviati", afferma in sostanza che la gestione del sequestro e del delitto sono stati fatti interni alle brigate rosse. Le loro decisioni non furono suggerite da centri di potere esterni alla direzione della organizzazione. Secondo Ionta, non c' e' alcuna prova di "una qualunque copertura da parte di organi dello stato rispetto all' attivita' autonomamente posta in essere dalle brigate rosse. Cio', osserva Ionta, "per il presupposto (dimostratosi) inesistente di una 'conoscenza' da parte degli organi dello stato (in ipotesi sospettabili di collusioni e/o di coperture) del fenomeno brigatista e della sua componente personale. in ogni caso sono altre le sedi per affrontare la particolare e complessa vicenda Moro, poiche' la risposta giudiziaria ha obiettivi ben determinati e dopo aver svolto il suo compito deve necessariamente cedere il passo a diverse attivita' di ricerca della verita'. E' risultato evidente che il sequestro fu un delitto tutto interno alle Br". 
  • 30 giugno - Il segretario Dc Arnaldo Forlani, a Budapest per i lavori dell' Internazionale Dc, dice che il governo italiano ha chiesto all' Ungheria le "documentazioni utili" sui rapporti tra il passato regime di Kadar e il terrorismo internazionale. "E' stata sempre convinzione diffusa - dice Forlani - che le trame eversive e le organizzazioni terroristiche potessero avere centrali di direzione, o comunque aiuti e copertura in alcuni paesi. voi dovete ora aiutarci in una ricerca che e' molto importante". "C' e' il sospetto - dice ancora - che le trame eversive che hanno operato in italia siano state dirette anche ad arrestare gli elementi innovativi presenti nel partito comunista italiano gia' negli anni della solidarieta' nazionale". 
  • 3 luglio - Ferdinando Imposimato, ex magistrato (ha istruito i primi tre processi Moro) affermato di essersi molto meravigliato nel corso di una indagine svolta a Parigi con il giudice Priore "per indagare sulla struttura internazionale delle Br ed in particolare sulla organizzazione a Parigi, di aver appreso che nella capitale francese era stata tenuta una riunione tra esponenti terroristici di paesi diversi, tra cui le Br, in epoca immediatamente precedente al sequestro Moro. Di questa riunione - sostiene Imposimato - erano a conoscenza alcuni servizi segreti. noi vedemmo questo documento 'top secret' in cui si parlava di questo incontro. chiedemmo che questo documento ci fosse consegnato ma ci venne detto da un esponente dei servizi che era un atto non della autorita' giudiziaria e che non era possibile acquisirlo ufficialmente agli atti del processo. Rimane il dubbio che fosse o no vero - afferma Imposimato - e' una notizia che non avemmo la possibilita' di controllare". Imposimato racconta inoltre che dalle indagini "e' emerso che le Br avevano contatti con i servizi segreti israeliani e con i servizi dell' est (con questi attraverso la raf). sono cose che ho scritto in un' ordinanza dell' 82 sul 'Moro bis'. Rapporti ci furono non solo da parte delle Br ma anche da altri gruppi ad esempio i "Cocori". "Sono d' accordo sul fatto - ha detto Imposimato - che l' esperimento portato avanti da Moro del dialogo tra Pci e Dc era visto con paura sia dalla Cia e dalla destra eversiva internazionale e dalla P2 sia dai servizi segreti dell' est. La fine di Moro e' stata favorita perche' segnava il superamento tra i blocchi". 
  • 5 luglio - Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti, Pasquale Abatangelo, Bruno Seghetti e Remo Pancelli, Paolo Cassetta, Geraldina Colotti, Maurizio Locusta, Renato Arreni, Giorgio Frau, Claudia Gioia, Francesco Maietta, Fabrizio Melorio, Anna Maria Salvucci, Teresa Scinica, Severino Turrini, in un documento consegnato all' Ansa, affermano che le brigate rosse non hanno mai avuto rapporti con i servizi segreti ne' dell' est ne' dell' ovest e "la campagna di disinformazione" che su questo punto si sta facendo e' "una lotta intestina al sistema politico italiano" motivata dalla volonta' di fare "un processo al comunismo" e per "svicolare" sulle "stragi di stato, la p2, i rapporti tra i servizi segreti ed i fascisti". 
  • 7 luglio - Il settimanale "Panorama" pubblica un' intervista a Rosario Priore, giudice istruttore a Roma che dirige le indagini sul considdetto "Moro quater", sull' esistenza di rapporti fra terrorismo italiano e paesi dell' est. Priore ricorda che "si comincio' a parlare di contatti del terrorismo italiano a est nel 1981-1982"; prima, per Priore, "c'erano le indicazioni del periodo iniziale della storia terroristica italiana: le vicende legate a Giangiacomo Feltrinelli, agli italiani poi entrati nel terrorismo che andavano e venivano da Praga. Nel 1978, durante il caso Moro e nei mesi immediatamente successivi ci furono molte voci incontrollate e incontrollabili su contatti con l' est e qualche indizio". Priore ricorda qui il particolare di una chiave trovata in un covo Br: "non era stata costruita in Italia, veniva sicuramente dall' est e nessuno di noi ha mai saputo cosa aprisse". "Quali altri elementi - chiede a questo punto l' intervistatore - vi fecero pensare alla validita' di una ipotesi di contatti tra Br e servizi segreti dell' est?" "Le costanti relazioni - risponde Priore - con la Raf tedesca, i viaggi di Mario Moretti a Parigi o in Libano, l' invito di altre organizzazioni terroristiche alle Br di sprovincializzarsi e collocarsi piu' in una dimensione internazionale, i retroscena bulgari del sequestro Dozier". 
  • 4 settembre - In una intervista ai giornali della "editoriale quotidiani veneti" ("Il Mattino"di Padova, la "Tribuna" di Treviso e la "Nuova Venezia"), Alberto Franceschini afferma tra l'altro che "le Br attinsero armi dai depositi dei partigiani" ed esprime la convinzione che le brigate rosse di Mario Moretti possano essere state strumentalizzate e guidate dall'esterno. Franceschini si dice "certo, anche se purtroppo non ho nessuna prova", che "le Br degli ultimi anni facevano capo a qualcuno". "Certamente - dice anche Franceschini - l' attivita' delle Br faceva, ha fatto comodo sia ai russi che agli americani. nessuno dei due aveva interesse che il Pci di Berlinguer andasse al potere". 
  • 12 settembre - Il giudice istruttore Rosaro Priore ed il pubblico ministero Franco Ionta concludono l' inchiesta "Moro quater" rinviando a giudizio per reati che vanno dai reati associativi, all'omicidio (a seconda delle singole posizioni processuali) e ad altri reati per complessivi 76 capi di imputazione, Alvaro Loiacono, Alessio Casimirri, Paolo Bressan, Roberto Catalano, Antonino Fosso, Gino Albino Aldi, Marcello Capuano, Maurizio Di Marzio, Sandro Padula, Luigi Novelli, Marina Petrella, Massimiliano Corsi e Annunziata Francola. Dalla motivazione dell' ordinanza di rinvio a giudizio emerge l' importanza della collaborazione data da Valerio Morucci e da Adriana Faranda. L' ordinanza conferma poi che papa Paolo VI era disponibile per consegnare ai terroristi un riscatto per la liberazione di Aldo Moro e che nella prigione di via Montalcini dove lo statista fu tenuto prigioniero operarono soltanto tre terroristi. E cioe' Mario Moretti, che si era incaricato di interrogare il presidente della Dc, Prospero Gallinari, che svolse il ruolo di carceriere, e Anna Laura Braghetti, che fece la vivandiera (n.d.r. - invece erano quattro, almeno). Inoltre l' ordinanza esclude che Licio Gelli abbia partecipato alle sedute che durante la prigionia di Moro furono tenute al Viminale dai comitati di crisi. Priore ha esaminato anche l' ubicazione della prigione di Moro. Un notevole contributo su questo punto, per Priore, e' venuto dalla testimonianza dei coniugi Piazza, che abitano nello stesso palazzo di via Montalcini e, avendo notato strani movimenti ed una Renault rossa parcheggiata nel garage del palazzo, ebbero dei sospetti e ne parlarono con un loro parente, l'avvocato Mario Martignetti. Martignetti riferi' i fatti all' on. Remo Gaspari, il quale a sua volta informo' il ministro degli interni Virginio Rognoni. Quanto al tentativo di ottenere la liberazione di Moro attraverso il pagamento del riscatto, il progetto venne preso in considerazione venti giorni prima che gli eventi precipitassero. Paolo VI (come rilevo' nel marzo del 1988 il settimanale "Panorama") era d' accordo nel tentare "qualsiasi via". Come ha riferito al giudice il suo segretario particolare, mons. Macchi, si penso' di chiedere aiuto a tutti i cappellani delle carceri perche' contattassero le "persone idonee". Ma Aldo Moro fu ucciso e il piano ovviamente fu abbandonato. 
  • 26 settembre - Il sostituto procuratore della repubblica di Roma Pietro Saliotti chiede l' archiviazione dell' inchiesta sulla uccisione di Antonio Cichiarelli, il falsario ritenuto il cervello della rapina da 35 miliardi di lire alla "Brink's Secumark" e considerato l' autore del falso comunicato numero 7 delle Brigate rosse, durante il rapimento Moro. In un documento di cinque pagine, il magistrato ha ripercorso la storia di Chichiarelli, assassinato a Roma la notte del 27 settembre del 1984. In particolare e' stato scoperto che l' uomo aveva organizzato e portato a compimento, insieme a tre complici, la piu' importante rapina compiuta in un "caveau" italiano (alba del 24 marzo del 1984) nel quale furono abbandonate alcune schede contenenti i nomi del deputato comunista Pietro Ingrao, dell' allora procuratore della repubblica di Roma Achille Gallucci e di Mino Pecorelli. 
  • 27 settembre - Il giudice delle indagini preliminari Michele Gallucci, su richiesta del sostituto procuratore della repubblica Francesco Nitto Palma, rinvia a giudizio Roberto Catalano, gia' condannato per partecipazione a banda armata nel processo "Moro ter". Catalano e' accusato della partecipazione all' uccisione del commissario di polizia Sebastiano Vinci e di altri episodi di terrorismo. 
  • 30 settembre - Il tribunale di sorveglianza concede a Valerio Morucci e Adriana Faranda il permesso di poter lasciare per gran parte della giornata il carcere per lavorare presso l' Opera Don Calabria, nel quartiere di Primavalle. L' Opera, che si ispira ad un prete veronese, Don Giovanni Calabria, morto nel 1954 e beatificato nel 1988, aveva come scopo originale quello di assistere le persone povere, soprattutto i ragazzi, e ora si occupa delle nuove emergenze sociali. La semiliberta' comincera' dalla settimana prossima. Fino ad oggi Morucci e Faranda sono stati detenuti nel carcere di Paliano ma qui, successivamente alla loro dissociazione dalla lotta armata, hanno ottenuto frequenti permessi che hanno consentito loro, anche se sotto scorta, di poter godere di una certa liberta'. Sembra comunque che, dopo anni di unione, i due si siano lasciati. La Faranda ha passato l' ultimo permesso a Roma dalla madre, con la figlia avuta nel primo matrimonio; Morucci a Tarquinia dai genitori. 
  • 1 ottobre - Con la revoca del mandato di cattura per Abu Ayad, responsabile dei servizi di sicurezza di Al Fatah, e lo stralcio della posizione del maresciallo Giuseppe Agricola, ex segretario presso la sede di Beirut del Sismi (per lui e' stata accolta l'eccezione di nullita' per omessa notifica del deposito degli atti ed e' stato disposto l'invio del fascicolo all'ufficio istruzione), comincia davanti alla Corte D'Assise di Venezia, un processo, che vede coinvolti 17 imputati, per una fornitura di armi ed esplosivi da parte dell' Olp alle Brigate Rosse, nel settembre del 1979, di cui i servizi segreti italiani erano, secondo l'accusa, a conoscenza.. La Corte, presieduta da Claudio Dodero, decide di procedere con rito abbreviato, il 10 dicembre prossimo, per l'ex dirigente del Sid Giannetto Ciarlini e per la brigatista rossa Fulvia Miglietta. Nell' aula bunker di Mestre erano presenti solo quattro imputati: il gen. Nino Lugaresi, ex capo del Sismi; il col. Armando Sportelli, ex capo dei servizi esteri della stessa struttura; il col. Angiolo Livi, ex direttore della prima divisione del Sismi, e Guido Pallotta, ex funzionario del servizio informazioni difesa dei servizi. L' inchiesta e' stata avviata all' inizio degli anni ottanta dal giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni. Al centro dell' istruttoria una partita di armi ed esplosivi,tra cui 150 mitra "Sterling", che secondo Mastelloni sarebbe stata ceduta dall' Olp alle Br e trasportata dal Libano a Venezia a bordo del panfilo "Papago". L'accordo per la cessione alle Br delle armi - provenienti secondo il magistrato da un lotto venduto dalla fabbrica inglese alla Tunisia negli anni sessanta e successivamente trasferito dal paese nordafricano ad Al Fatah - sarebbe stato raggiunto a Parigi nel corso di un incontro tra esponenti del gruppo terroristico italiano e i rappresentanti palestinesi. A fare da tramite sarebbero stati alcuni esponenti della scuola di lingue parigina "Hyperion", tra cui Miglietta, Duccio Berio, Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris. Membri dei servizi segreti, invece, sarebbero stati a conoscenza dell'accordo. 
  • 3 ottobre - Valerio Morucci e Adriana Faranda lasciano il carcere di massima sicurezza di Paliano, in provincia di Frosinone. I due sono partiti su una Fiat "Uno" alla cui guida c' era un parente di Morucci, che si e' diretta al carcere romano di Rebibbia dove i due ex brigatisti andranno la sera a dormire. Attualmente Valerio Morucci e Adriana Faranda sono gli unici detenuti in semiliberta' impegnati a Roma con l' Opera don Calabria che aveva gia' dato lavoro a due ex terroristi di Prima Linea. 
  • 5 ottobre - La procura generale di Roma presenta ricorso per Cassazione contro l' ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma che ha concesso la semiliberta' a Valerio Morucci e Adriana Faranda ritenendo che il tribunale di sorveglianza non abbia valutato nei giusti termini la loro pericolosita' sociale. 
  • 9 ottobre - Valerio Morucci e Adriana Faranda escono per la prima volta dal carcere di Rebibbia, pr andare alla stazione dei carabinieri del quartiere di San Basilio per l' espletamento delle formalita' di rito. I due potranno lasciare il carcere alle 7 del mattino e farvi ritorno alle 22. Morucci e Faranda dovranno lavorare 40 ore la settimana. Il resto del tempo potranno trascorrerlo con i propri familiari. 
  • 10 ottobre - Primo giorno di lavoro di Valerio Morucci e Adriana Faranda all' Opera don Calabria. dove i due Br da oggi hanno cominciato a lavorare. Nel carcere di Paliano tutti e due hanno frequentato tre corsi, ciascuno della durata di sei mesi, come manutentore di computer, come programmatore e come operatore di terminale. 
  • 9 ottobre - Durante lavori di ristrutturazione dell' appartamento bilocale (circa quaranta metri quadri) al primo piano della scala "D" dello stabile di via Monte Nevoso 8, a Milano, gia' usato dalle Br, sono trovati documenti, armi e denaro nascosti dietro un' intercapedine di gesso applicata sotto la finestra della sala da pranzo. Si tratta di 418 fogli di fotocopie di scritti di Aldo Moro durante la prigionia, conservati in una cartellina di cartone di colore marrone. Tra l' altro ci sono copie di lettere, finora non conosciute, e una versione piu' ampia del cosiddetto "Memoriale". I documenti sono stati fotografati, alla presenza del sostituto procuratore della repubblica Armando Spataro, e inviati alla magistratura di Roma che si e' occupata delle inchieste sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. La polizia scientifica ha videoregistrato tutta l'operazione. Sono state trovate anche una pistola "PPK 7.65" nuovissima, ancora nella sua custodia originale; un mitra di fabbricazione russa "PPS 7.62" tipo "Tokarev" avvolto in un giornale del 1978; una canna di pistola tipo "Brigadier"; una trentina di detonatori; una borsa nera contenente due pacchetti con denaro per circa 60 milioni di lire in tagli da centomila lire ormai fuori corso, proveniente dal riscatto pagato per la liberazione dell' imprenditore genovese Piero Costa, rapito il 12 gennaio 1977 contenuti in una borsa di pelle nera con chiusura a cerniera. Il nascondiglio era sfuggito alla perquisizione del 1978. "All'epoca - ha detto nella conferenza stampa il capo della Digos di Milano, Achille Serra - davanti a questa parete c'era un mobiletto con due ante scorrevoli. Dietro ad esso i brigatisti costruirono una parete utilizzando materiale in tutto e per tutto uguale a quello usato per la parete originale. Davvero un lavoro di grande precisione". Circa un anno fa il Tribunale ha restituito l' appartamento al proprietario. Pochi giorni fa l'appartamento e' stato acquistato da un nuovo proprietario, che ha deciso di fare alcuni lavori di ristrutturazione e di abbattere la parete situata sotto alla finestra della sala da pranzo. Ai primi colpi di piccone, l' operai0 Gennaro della ditta "Bruno Spezzali" si e' accorto che quella non era una parete come le altre, e ha avvisato prima la ditta e poi la polizia. "Appena siamo arrivati nell'appartamento - ha detto Serra - ci siamo resi conto che eravamo di fronte ad un ritrovamento molto, molto interessante". Il sopralluogo della Digos e della scientifica in via Monte Nevoso cominciato alle 12,45 e si conclude alle 8,30 del 10 ottobre. Solo allora viene data la notizia ai mezzi di informazione. Sui soldi del sequestro Costa, nel corso delle udienze dei processi Moro c' erano state polemiche. In sede dibattimentale i brigatisti dissero che erano stati polizia e carabinieri a far scomparire il denaro mancante. "Questo ritrovamento - ha affermato Serra - dimostra che quel denaro non e' mai stato toccato. Piuttosto, nelle Br qualcuno ha mentito". L' inchiesta e' stata affidata al sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ferdinando Pomarici. Nell' appartamento di via Monte Nevoso 8 i muratori hanno sollevato tutte le mattonelle del pavimento e aperto squarci nelle pareti., "Quando ho visto quei sacchetti - racconta l' operaio - ho chiamato la mia azienda e il responsabile dell'amministrazione ha provveduto ad avvisare la polizia. Ho capito subito che si trattava di qualche cosa di importante perche' quando mi hanno detto che dovevo lavorare in quest'appartamento, mi hanno avvertito che anni fa erano stati arrestati alcuni terroristi per il sequestro Moro". L'operaio ha poi spiegato in che nodo ha scoperto il nascondiglio: "Ho dovuto rompere un mobiletto che era appoggiato a questa finta parete. A questo punto mi sono reso conto che c'era qualche cosa di anormale, con lo scalpello ho tolto l'intercapedine e ho visto le borse e le buste". L' operaio che sta eseguendo i lavori di ristrutturazione del bilocale ha inoltre aggiunto:"mi sono accorto che non c'era il vano sotto la finestra a differenza delle altre. All'estremita' c'era poi un piccolo spiraglio che mi ha subito insospettito ed e' per questo che ho capito che dietro quella parete doveva esserci un nascondiglio". Secondo l' operaio "era difficile scoprire che si trattava di una finta parete. Costruita in gesso era stata tinteggiata con lo stesso colore della stanza, compreso il battiscopa. Se non fossi stato costretto a ropmepere il mobiletto che era praticamente incastrato nel vano finestra non me ne sarei accorto neppure io". La pistola "PPK 7.65" era del brigatista rosso Calogero Diana. Dal numero di matricola la polizia ha potuto accertare che l'arma era stata venduta in un'armeria di Milano a un uomo che dal documento (una falsa patente di guida) era risultato chiamarsi Maurizio Clerici. In realta' era Calogero Diana. 
  • 10 ottobre - "Sono anni che si sapeva che in via Monte Nevoso vi erano nascosti importanti documenti riguardanti il caso Moro oltre ad armi e soldi. Ne ho parlato pubblicamente nel libro 'La tela del ragno' che contiene un capitolo dedicato al covo di via Monte Nevoso" E' il commento dell' ex sen. Sergio Flamigni (Pci) ed ex componente della commissione Moro. "Ricordo - ha aggiunto il senatore - che il 4 novembre 1986 presentai una interrogazione ai ministri di Grazia e Giustizia e dell' Interno chiedendo un' apposita perquisizione nell' appartamento che fu sede del covo brigatista. Nonostante i ripetuti solleciti a quella interrogazione non fu mai data risposta. Mi recai anche a Milano, dal dott. Pomarici, sostituto procuratore della Repubblica, e rinnovai la richiesta di una nuova perquisizione, ma ricevetti un netto rifiuto, perche' sarebbe stata un' offesa per i Carabinieri che secondo il magistrato avevano perquisito quell' appartamento palmo per palmo, e quindi non si poteva dare nessun credito ad Azzolini e Bonisoli che, dopo essersi dissociati dal passato brigatista, avevano dichiarato che nell' appartamento dovevano trovarsi dei documenti relativi all' interrogatorio di Moro durante la sua prigionia". 
  • 11 ottobre - Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ex brigatisti arrestati nel 1978 quando fu scoperto il "covo" di via Monte Nevoso, attualmente in regime di semiliberta', fanno pervenire all'ANSA una dichiarazione congiunta sul ritrovamento del materiale. Ecco il testo integrale:"In relazione al ritrovamento del materiale nell' appartamento di via Monte Nevoso a Milano, di cui si e' avuta notizia ieri 10 ottobre '90, dichiariamo quanto segue: 

  • a) gia' dal 1981, nel corso del processo dinanzi la prima Corte d' Assise di Roma dichiarammo che nei verbali di perquisizione dell' appartamento di via Monte Nevoso mancavano alcune decine di milioni di lire e le fotocopie degli scritti originali di Aldo Moro stilati nei giorni del suo sequestro. Cose che abbiamo riconfermato successivamente piu' volte dinnanzi a Magistrati, esponenti poltici e su alcuni organi di stampa nazionali. 
    b) Cio' divene oggetto di discussione sia tra esponenti di forze politiche che della Magistratura. In tutte le occasioni rese pubbliche da quotidiani, settimanali, trasmissioni e dibattiti televisivi in cui alcune parti ponevano l' ipotesi di una sparizione di detto materiale, altre parti competenti rispondevano che anche le ulteriori indagini non avevano dato alcun esito positivo (citiamo, per fare un esempio, il dibattito sul settimanale L' Espresso del 7 agosto 1988). La nostra prima convinzione che detto materiale fosse venuto a mancare per motivi a noi estranei, veniva quindi ulteriormente rafforzata. Come pure la convinzione che, dopo tanti anni, di esso non ne esistesse piu' traccia". 
    c) Il "deposito" in cui tale materiale e' stato trovato, non era, al momento del nostro arresto, murato ed era facilmente agibile in quanto aveva solo lo scopo di togliere dalla vista di eventuali intrusi i materiali che avrebbero connotato ad un estraneo le caratteristiche di "base brigatista" dell' appartamento. Ma esso per noi aveva lo stesso valore di armadi chiusi a chiave o valige chiuse col lucchetto in caso di una perquisizione mirata da parte delle forze di polizia. 
    d) Data la moltitudine di materiale presente, la confusione organizzativa che ci caratterizzava in quei giorni, nella nostra successiva ricostruzione, avvenuta dopo tre anni di carcere speciale, non eravamo in grado di valutare specificatamente dove detto materiale si trovasse nell' appartamento al momento dell' irruzione, cosa peraltro ritenuta da noi del tutto secondaria proprio per la nostra certezza che tutto era li' trovabile". 
  • 11 ottobre - Nino Abbate, l' ex giudice a latare della Corte d' Assise che processo' le Br per il sequestro di Aldo Moro, dice: "Chiedemmo a tutti i pentiti del processo che fine avessero fatto appunti, dattiloscritti o eventuali altre lettere di Aldo Moro. La risposta fu unanime: oltre a quello che avete agli atti, ci dissero, non potrete trovare altro, anche perche' Prospero Gallinari in persona diede fuoco a centinaia di carte e documenti relativi al sequestro Moro davanti ai nostri occhi". Abbate ricorda anche che la Corte, proprio in seguito alle istanze proposte dagi avvocati di parte civile ed alle dichiarazioni fatte in aula dalla terrorista Maria Carla Brioschi, chiese al pubblico ministero di Milano Spataro notizie precise sulla natura del materiale sequestrato nel covo brigatista di via Monte Nevoso. "Spataro ci invio' copia del verbale di perquisizione dei carabinieri. Confrontammo l' elenco con i documenti agli atti e tutto ci parve regolare". Durante il processo furono, tra gli altri, Antonio Savasta ed Emilia Libera a parlare del falo' in cui Gallinari avrebbe gettato tutte le carte relative al sequestro di Moro. 
  • 11 ottobre - Il sostituto Procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici respinge ogni polemica sulle modalita' del ritrovamento. "Anche il materiale trovato 12 anni fa nello stesso alloggio - ha precisato Pomarici - si trovava in una intercapedine del muro, al di sopra di una porta. Mi sembrerebbe quantomeno folle sospettare che i carabinieri abbiano volutamente nascosto quel materiale all' epoca e si siano accordati con la Digos per farlo ritrovare ora". 
  • 12 ottobre - Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti dice: "Non credo proprio che le carte rinvenute in via Monte Nevoso possano avere un effetto destabilizzante. Penso che se tutti i protagonisti di questa vicenda avessero avuto dei documenti per destabilizzare li avrebbero tirati fuori". "Certo, anche a me, lettore di libri gialli - ha detto anche Andreotti - un ritrovamento dopo tanti anni, dopo una perquisizione molto attenta del 'covo' e tutta una serie di interrogatori, mi lascia in sospeso nel dare un giudizio". "resta il fatto - continua Andreotti - di un altro particolare curioso: si parla di fotocopie, e siccome alcune sono di lettere non pervenute, o almeno non conosciute, mi chiedo dove sono gli originali? allora c'e' ancora qualcuno che li ha". 
  • 12 ottobre - L' ex senatore Sergio Flamigni smentisce, con una lettera al direttore del "Corriere della sera", di aver cercato di acquistare l' appartamento di via Monte Nevoso. In un articolo del quotidiano milanese si afferma che, dopo essersi battuto perche' l' abitazione fosse sottoposta ad una nuova perquisizione, "tre mesi fa lo stesso Flamigni" si era "interessato all' acquisto della casa". 
  • 14 ottobre - Dopo le polemiche di qualche giornale, la questura di Milano, in un comunicato, spiega come e' stata scoperta l' intercapedine di via Monte Nevoso e come sono stati trattati i documenti trovati. La questura specifica di avere reso noto il comunicato "allo scopo di portare chiarezza". Nella nota viene precisato che la Digos e' stata informata verso le 12.00 di martedi' 9 ottobre che in via Monte Nevoso "a seguito di lavori di ristrutturazione relativi ad un appartamento, era stato rinvenuto da parte di un operaio materiale definito sospetto". Secondo il comunicato i funzionari della Digos sono giunti sul posto intorno alle 12.30. Dopo essersi resi conto che "il materiale rinvenuto poteva essere ricondotto alla vecchia natura dell'appartamento, i funzionari senza nulla toccare avvertivano il magistrato dottor Pomarici", che e' giunto sul posto intorno alle 13.30 insieme al personale della polizia scientifica. Le operazioni di recupero e i rilievi - precisa la questura - si sono svolti "alla costante presenza del magistrato e ininterrottamente filmati dall'operatore della polizia scientifica". Alle 14.00, al termine dei rilievi, "tutti i reperti venivano sigillati ed in particolare quello relativo al materiale cartaceo veniva preso in consegna dal magistrato che personalmente lo portava negli uffici del locale gabinetto di polizia scientifica, dove sempre in presenza dell'autorita' giudiziaria veniva fotografato e numerato progressivamente". Anche questa operazione, precisa la questura, e' stata filmata: "al termine - continua la nota - tutto il materiale veniva repertato e data l'ora, le 22.00 circa, veniva sigillato e custodito negli uffici della Digos in armadi blindati come da disposizioni dello stesso magistrato". Infine "Alle ore 06.00 del 10 ottobre a mezzo corriere speciale, composto da tre persone con autovettura dell'amministrazione, i reperti, tutti opportunamente sigillati, venivano inviati al servizio polizia scientifica della direzione centrale della polizia criminale-Roma per essere sottoposti a rilievi tecnici cosi' come disposto dall'autorita' giudiziaria". Alle 15.00 di giovedi' 11 ottobre "un plico sigillato contenente la riproduzione fotografica dei soli documenti" e' stato inviato alla procura di Roma "cosi' come disposto dall'autorita' giudiziaria". Il plico, precisa la questura, e' stato consegnato il giorno dopo al dott. Ionta al quale si e' poi affiancato il collega Francesco Nitto Palma. 
  • 15 ottobre - La Legione Carabinieri di Milano emette un comunicato "In relazione alle dichiarazioni rilasciate a taluni quotidiani da un non individuato appartenente all'Arma dei Carabinieri che, il 1 Ottobre 1978, avrebbe partecipato all'irruzione nel covo Br di via Monte Nevoso, si ritiene di dover precisare che l' abbattimento delle pareti divisorie interne non rientra nelle modalita' di esecuzione delle perquisizioni di appartamenti. In quest'ottica percio', come si rileva dagli atti, nessuna richiesta in tale direzione venne inoltrata all'A.G. competente. La richiesta, peraltro, non avrebbe avuto alcun senso in presenza del copioso materiale che venne rinvenuto all'interno dell'appartamento". Il comunicato della Legione Carabinieri di Milano si riferisce alle interviste, pubblicate stamane da alcuni quotidiani, con "uno dei cinque carabinieri - cosi' presentato da uno dei giornali - che il 1/o ottobre di dodici anni fa fecero irruzione nella base logistica delle brigate rosse, dove erano custoditi l'archivio dell' organizzazione e le carte di Aldo Moro". L'intervistato, "protetto dall'anonimato", ha dichiarato fra l'altro che i carabinieri, in quella occasione, chiesero ai magistrati l'autorizzazione per buttare giu' tutti i muri del covo di via Monte Nevoso, ma "la magistratura ce lo nego'" (come riportato da un giornale) o "l'autorizzazione non arrivo' mai" (come riferito da altro giornale). L'intervistato ha anche espresso la convinzione che alla base del rifiuto non vi sia alcun mistero, ma soltanto "superficialita". Egli ha anche precisato che nella perquisizione del covo non fu usato il metal-detector e che i carabinieri rimasero sette giorni nell'appartamento di via Monte Nevoso. 
  • 15 ottobre - Gli esperti della polizia scientifica hanno concluso l' esame dei documenti trovati in via Monte Nevoso, a Milano, ed il carteggio originale e' gia' in possesso dei sostituti procuratori della repubblica di Roma Franco Ionta e Francesco Nitto Palma. 
  • 15 ottobre - Lauro Azzolini e Franco Bonisoli sono interrogati oggi dal sostituto procuratore Ferdinando Pomarici. Azzolini, arrivato ammanettato, e' stato sentito per due ore alla presenza dell' avv.Giovanni Beretta. Ad Azzolini e' stato contestato il reato di detenzione di armi e materiale esplosivo. All' interrogatorio di Bonisoli, oltre all' avv. Beretta ha assistito anche l' avv. Pietro Salinari. C' era anche un funzionario della Digos, il dott. Maurizio Reganti. A Bonisoli, come ad Azzolini, e' stato notificato un ordine di comparizione con le ipotesi di detenzione di armi, munizioni e materiale esplosivo. L' ex terrorista ha sostanzialmente ribadito quanto detto in precedenza da Azzolini. "All' epoca ero convinto che gli inquirenti avessero trovato tutto quanto c' era nella stanza, poi, leggendo il verbale di perquisizione mi sono accorto che mancavano dei documenti e soprattutto il denaro. Pensai che qualcuno avesse provveduto a far sparire il materiale". Bonisoli ha poi aggiunto che alle armi rimaste fuori dall' elenco non aveva pensato. Del resto la pistola Ppk non fu mai usata, mentre il mistra Tokarev non ha mai funzionato. Bonisoli ha poi dichiarato che se nel 1980 avesse avuto la certezza che il denaro e i documenti erano ancora nel ripostiglio, li avrebbe mandati a prelevare da qualcuno. In fondo il loro valore non era trascurabile. 
  • 16 ottobre - Il segretario del Psi Bettino Craxi dice di attendere con "non poca curiosita'" e "inquietudine" il testo dei documenti e di conoscere i risultati degli accertamenti che sono in corso. Secondo Craxi i documenti dovrebbero essere resi "immediatamente" pubblici. Bisogna anche capire, secondo Craxi, se questi documenti "erano li dall' origine o se una manina ce li ha messi dopo. Io - ha concluso - questo non saprei proprio dirlo". 
  • 16 ottobre - Una interpellanza parlamentare su eventuali segreti di Stato apposti negli anni scorsi su documenti rinvenuti dagli investigatori in altri covi delle Brigate Rosse e' stata preannunciata dal sen. Ferdinando Imposimato al Gr1. Secondo Imposimato "e' certo che esistono le registrazioni degli interrogatori di Aldo Moro e delle sue conversazioni con Mario Moretti durante i 55 giorni della prigionia dello statista. Occorre trovare quei nastri registrati per chiarire la maggior parte dei cosiddetti misteri del Caso Moro". Imposimato sostiene anche che ci sono almeno due importanti "covi" delle brigate rosse ancora non scoperti dagli inquirenti. Secondo il parlamentare comunista una delle basi "potrebbe essere quella di cui ha parlato Morrucci", si troverebbe a Roma ed in essa potrebbero essere ancora nascosti tutti i documenti, e probabilmente le bobine con la registrazione degli interrogatori di Aldo Moro, frettolosamente portati via dai terroristi dal "covo-prigione" di via Montalcini, a Roma. A proposito della "prigione del popolo", Imposimato ha ricordato che la base era stata individuata dagli investigatori poco dopo l' assassinio di Moro e che tutto era pronto per l' irruzione. "Chissa' perche' - ha aggiunto Imposimato - l' operazione non fu fatta ed il materiale che era a via Montalcini prese il volo". Tra le cose che i brigatisti, secondo Imposimato, caricarono - di notte su "un camion con targa straniera" c' erano probabilmente anche le famose bobine che potrebbero "gettare un fascio di luce sui tanti coni d' ombra che riguardano il caso Moro". Un secondo covo mai trovato dagli investigatori, infine, secondo Imposimato, e' quello in Toscana dove il comitato esecutivo delle Br gesti' il sequestro dello statista. 
  • 17 ottobre - Il settimanale "Famiglia Cristiana" pubblica alcuni stralci di tre lettere di Aldo Moro, che farebbero parte di quelle ritrovate in via Monte Nevoso a Milano, indirizzate una a Papa Paolo VI e due al nipotino Luca. La lettera al Papa non presenta sostanziali novita' rispetto alla missiva, resa nota a suo tempo, che venne recapitata in Vaticano il 21 aprile 1978. "In quest' ora tanto difficile, - scrive Moro al Papa - mi permetto di disturbare la santita' vistra affinche', con devozione e spirito umanitario, voglia intercedere presso le competenti autorita' governative italiane per un' equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e per la mia restituzione alla famiglia. Solo la santita' vostra puo' far fronte alle esigenze dello stato, comprensibili nelle loro ragioni morali, e al diritto alla vita. Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio, Aldo Moro". Le due lettere al nipotino sono inedite: "Carissimo Luca - dice la prima lettera - non so chi e quando ti leggera' questa lettera, ma io sono il nonno del casco, degli scacchi e dei tamburelli, dei pompieri di Spagna, il nonno che ti portava in braccio e che ti addormentava con la pizza sulle ginocchia. Ora il nonno e' lontano, ma non tanto da non poterti stringere idealmente al cuore. E quando sara' la stagione faremo di nuovo una bella trottata a piedi nudi sulla spiaggia e ti daro' uno strattone a te e al tuo gommoncino. Che Iddio benedica il tuo bellissimo volto. Da lontano ti abbraccio, nonno Aldo". Nella seconda lettera, Moro ricorda al nipotino che "...Un giorno capirai cosa hai rappresentato per il tuo nonnino. Ora nonno Aldo e' lontano e vicino, forse tu non mi vedrai ma io, stanne certo, ti rivedro' nei tuoi saltelli con la palla, nelle tue corse, accarezzero' dolcemente i ruoi riccioli biondi. Il nonno ti abbraccia, ti benedice, ti vuole bene...". 
  • 17 ottobre - La commissione stragi approva all' unanimita' la decisione di pubblicare subito come atti parlamentari i documenti attribuibili ad Aldo Moro trovati in via Monte Nevoso e che la procura della repubblica di Roma fara' avere alla commissione stragi. Il capo della polizia prefetto Parisi ha fornito ai commissari una ricostruzione dettagliata del rinvenimento. Parisi ha detto anche che per un errore tecnico, rilevato comunque a verbale, di alcuni fogli sono state scattate 4-5 foto in piu' per un difetto di riproduzione, ma che "tutto e' stato sigillato e chiuso in cassaforte per essere poi trasferito a Roma". Secondo quanto detto a Milano ci sarebbero due copie della documentazione originale: la prima fatta per sicurezza, l' altra in vista della trasmissione, gia decisa e poi bloccata della documentazione alla commissione stragi. "In cantina i carabinieri hanno ritrovato parte del pannello del nascondiglio, che aveva una tonalita' di tinta uguale a quella della camera. "Ho posto il problema della datazione del materiale al questore di Milano e al capo della Digos. Entrambi hanno parlato di ritrovamento assolutamente incidentale, legato al caso". Alcune domande hanno riguardato la "fuga di notizie" del materiale gia pubblicato da un settimanale: "e' un problema che pongo - ha detto Parisi - quante fotocopie ci sono in giro, dove sono gli originali, il materiale pubblicato proviene dalle copie di Monte Nevoso, dagli originali o da altro". 
  • 17 ottobre - Il settimanale "L' Europeo" scrive che nel covo di via Monte Nevoso erano custodite anche le bobine con la registrazione degli interrogatori di Aldo Moro, che queste e tutto il materiale recentemente scoperto nella base furono prelevate da un carabiniere infiltrato nell' organizzazione terroristica che partecipo' al blitz diretto dal gen. Dalla Chiesa. Il settimanale afferma che "qualcuno quei documenti li ha rimessi dentro il covo per qualche complicato gioco di intossicazione". Un inviato ed un fotografo del periodico, secondo quanto si sostiene nel servizio, avrebbero incontrato al confine con la Svizzera l' ex carabiniere - infiltrato nelle Br, un personaggio di cui "per motivi di sicurezza il settimanale non fa il nome, anche se esso - si precisa - e' noto alla direzione del giornale". Ex brigatista della colonna romana, il giovane, una volta entrato nell' arma per il servizio di leva, sarebbe stato "arruolato" dal gen. Dalla Chiesa. Aveva frequentato il covo milanese perche' incaricato dalle Br di pedinare Mario Moretti del quale "una parte dell' organizzazione non si fidava". L' ex carabiniere sostiene nell' intervista di aver partecipato all' operazione del 1 ottobre 1978 e che fu espressamente incaricato dal gen. Dalla Chiesa di togliere quel pannello sotto la finestra del salotto dell' appartamento, prelevare tutto il materiale che vi era stato nascosto e consegnarlo personalmente al capo dei reparti speciali dell' Arma. Dopo aver raccontato alcuni particolari dell' irruzione nel covo, l' ex carabiniere, sempre secondo il testo del servizio, afferma che dietro quel pannello prese "una pistola, un mitra, un sacco pieno di soldi, le cartelle in similpelle piene di fogli e, nel pacchetto, quattro nastri da registrazione 'revox'". Il teste sostiene poi che consegno' tutto al gen. Dalla Chiesa "prima che quel materiale venisse repertato nel verbale dei ritrovamenti che i colleghi dovevano consegnare alla magistratura". Sarebbe stato sempre il generale, qualche tempo dopo, a confidare al carabiniere che quei nastri contenevano gli interrogatori di Moro. Dalla Chiesa, stando ancora alla versione del teste rintracciato dall' "Europeo", si sarebbe poi fatto accompagnare ad un aeroporto privato vicino Linate dove sarebbe partito "per consegnare a Roma il materiale ad un importante uomo politico". 
  • 18 ottobre - Arrivano in commissione stragi i documenti ritrovati il 9 ottobre nell' ex covo Br di Via Monte Nevoso. Il plico e' stato consegnato al presidente della commissione, sen. Libero Gualtieri, con una "formula liberatoria"che segnala la non sussistenza di ipotesi di reato nei 418 fogli. Il presidente Gualtieri ha ricevuto una telefonata della vedova dell' on.Moro che gli ha chiesto di non render pubbliche le lettere che abbiano un carattere strettamente privato. Nella stessa giornata, la commissione pubblica i documenti trovati in via Monte Nevoso. 
  • 18 ottobre - La magistratura milanese apre un' inchiesta sul servizio pubblicato dal settimanale "L' Europeo" intitolato "Io l' infiltrato presi le lettere di Aldo Moro". Negli ambienti del Palazzo di Giustizia si manifesta qualche perplessita' sul fatto che qualche carabiniere di leva potesse essere utilizzato dal generale Dalla Chiesa per compiti tanto delicati. Dal canto suo il sostituto procuratore Pomarici ha spiegato che gli ufficiali dei carabinieri passati oggi dalla procura sarebbero venuti per manifestare la loro indignazione su palesi falsita' riferite dall' ignoto intervistato, soprattutto in relazione alle modalita' dell' irruzione nel covo che non corrisponderebbero alla effettiva dinamica dell' operazione. 
  • 18 ottobre - I sostituti procuratori della repubblica Franco Ionta e Francesco Nittopalma, che si occupano del carteggio trovato a Milano nell' ex covo brigatista di via Monte Nevoso, consegnano gli scritti privati dell' on. Aldo Moro alla vedova dello statista, alla figlia Maria Fida, a don Angelo Mennini, Sereno Freato, Riccardo Misasi, Corrado Guerzoni e Nicola Rana, Giovanni Moro, Agnese Moro e all' ex allieva di Moro Maria Luisa Famigliari. 
  • 18 ottobre - La DIGOS di Milano diffonde tre fotografie dell' interno del "covo" di via Monte Nevoso, scattate l' 1 ottobre 1978, dopo l' irruzione dei carabinieri. Nelle foto si vede il mobiletto color legno costruito nell' incavo della finestra dietro il quale era il pannello che nascondeva le armi e i documenti scoperti nei giorni scorsi dalla polizia. La DIGOS nella cantina dell' appartamento ha trovato un pezzo di pannello in cartongesso, dal quale probabilmente e' stato tagliato il pezzo usato per l' intercapedine. Infatti il pezzo trovato in cantina ha tre lati tagliati in modo industriale e uno tagliato in maniera artigianale, e non era stato dipinto dello stesso colore della stanza come quello utilizzato per il falso fondo. In cantina gli uomini della DIGOS hanno trovato alcuni sacchetti di gesso e barattoli della stessa vernice rosa con cui erano stati dipinti la stanza e il pannello dopo l' acquisto dell' appartamento da parte dei terroristi. 
  • 18 ottobre - Per il presidente del consiglio Giulio Andreotti il ritrovamento delle lettere di Aldo Moro non e' una minaccia per il governo. All' osservazione che il segretario del Psi Bettino Craxi ha parlato della possibilita' di "una manina", Andreotti ha risposto: "Io non so se una manina o una manona. Io so che bisogna che adesso tutti considerino questo un fatto prioritario perche' e' un indice del modo con cui intendiamo ripristinare un modo corretto di vita comune". 
  • 18 ottobre - Il segretario del Psi Bettino Craxi dice di non essere in grado di giudicare la portata dei documenti di via Monte Nevoso a Milano. "Non conosco - ha detto - le carte e quindi non posso dare un giudizio su tutta questa vicenda. Non le conosco e non mi sono dato da fare per ... comprarle. Per la verita' non me le hanno offerte, come sembra sia accaduto ad altri, ma non credo che sarebbe stato difficile trovarle se avessimo mandato qualcuno in giro". Riguardo ai dubbi sulle modalita' di ritrovamento delle carte di Moro, e sul fatto che solo adesso si e' scoperto il nascondiglio, Craxi ha risposto: "Deve essere occorso un bel secchio di gesso e una cazzuola. Questo potrebbe essere chiamato il caso della cazzuola". Piu' tardi, dpo polemiche sul significato di questa espressione, l' ufficio stampa del Psi precisa che "le voci che circolano in alcuni ambienti della stampa circa una espressione usata dal segretario socialista, Bettino Craxi, e relativa alla vicenda del ritrovamento delle lettere dell' on.Aldo Moro, sono da considerarsi completamente prive di senso e frutto probabilmente di una eccessiva fantasia interpretativa". 
  • 19 ottobre - Il sostituto procuratore della repubblica Ferdinando Pomarici interroga il giornalista Guglielmo Sasinini sulla pubblicazione su "Famiglia Cristiana" di tre lettere di Aldo Moro. 
  • 19 ottobre - In un' intervista al settimanale "L' Espresso", Prospero Gallinari dice che gli scritti originali di Aldo Moro durante la sua prigionia "non esistono piu' da tempo". "Il sistema politico italiano - afferma Gallinari - ci ha abituato da anni a lotte intestine fatte a colpi di dossier. Probabilmente c'e' chi vorrebbe utilizzare in questo modo anche la faccenda degli originali di Moro. Ma e' ovvio, e questo traspare persino dalle inchieste, che tutto quello che poteva portare alla nostra identificazione doveva essere distrutto. Cosi' fecero le Br". Anche per i nastri degli interrogatori Prospero Gallinari da' all' "Espresso" la stessa spiegazione: "vale cio' che ho detto per gli originali degli scritti di Moro. Ogni inquirente e' in grado di capire perche' quei nastri dovessero essere distrutti". Gallinari - ricorda l' "Espresso" - e' indicato anche come colui che brucio' nella base di Moiano, in Umbria, i documenti originali di tutto il "dossier" Moro. 
  • 20 ottobre - I giornalisti Vittorio Feltri e Sandro Provvisionato, rispettivamente direttore responsabile e inviato del settimanale "L' Europeo", sono interrogati dai sostituti procuratori della repubblica Franco Ionta e Francesco Nitto Palma. I magistrati, che hanno interrogato anche il fotografo Antonio Motta, che ha messo in contatto Provvisionato con l' ex carabiniere, hanno chiesto ai giornalisti di rivelare il nome dell' intervistato, ma entrambi si sono rifiutati, opponendo il segreto professionale. 
  • 21 ottobre - Licio Gelli, che ha ritirato il sesto premio al concorso letterario "Valle Senio" a Riolo Terme, rispondendo a domande dei giornalisti sulla "manina" che ha portato al ritrovamento di via Monte Nevoso, dice: "Giuro che non e' la mia, ma ho l' impressione che le manine siano piu' di una". 
  • 21 ottobre - Nota della segreteria del Psi: "Il ritrovamento, oggi, con effetti dolorosi ma limitati e con limitate strumentalizzazioni facilmente denunciabili, di carte che nel clima di 12 anni fa avrebbero invece provocato effetti assai piu' traumatici, incoraggia ancora di piu' nella ricerca della verita' su tutti gli aspetti ancora oscuri del rapimento e della morte di Moro. E' giusto percio' tornare su via Monte Nevoso, ma non meno giusto ed importante e' farlo su via Montalcini, su via Gradoli, sul lago della Duchessa, capitoli ancora non chiariti di una storia che e' tempo di chiarire in tutti i suoi residui e cruciali misteri". 
  • 22 ottobre - Romano Cantore, caporedattore del settimanale "L' Europeo", interrogato a Roma dai sostituti procuratori Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, dice che si e' presentata con il nome di Francesco Montadelli la persona qualificatasi come un ex carabiniere. Cantore ha spiegato che prima della pubblicazione dell' intervista lo "staff" dei colleghi dell' "Europeo" che ha curato il servizio aveva avuto conferma dell' esistenza di un carabiniere con tali generalita' da fonti dell' Arma stessa. In particolare il caporedattore ha fatto il nome del maresciallo Atzori, che nel 1978 prestava servizio nei reparti antiterrorismo di Milano. Atzori, interrogato successivamente dai magistrati, ha pero' smentito la circostanza, sostenendo che non e' mai esistito negli elenchi dell' Arma un carabiniere con tale nome. Cantore e Atzori sono stati messi a confronto, ma sono rimasti fermi sulle rispettive versioni. Secondo Cantore, i giornalisti dell' "Europeo" ebbero il riscontro sia dai carabinieri di Roma sia da quelli di Milano che Montadelli, nel periodo compreso tra il 1976 e il 1980, aveva prestato servizio nell' arma, svolgendo anche incarichi cosiddetti "speciali". Dopo il confronto tra Cantore e Atzori, e' stato sentito il giornalista Giorgio Bocca, il quale in un recente articolo ha sostenuto che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, in una intervista da lui raccolta nel 1982, gli aveva rivelato di aver visto gli originali degli scritti di Moro. Sentito da Ionta e da Nitto Palma anche Umberto Nobili, nel 1980 ufficiale dei servizi segreti militari. Altri testimoni interrogati dai magistrati sono stati Antonio Motta, la persona che ha messo in contatto i giornalisti dell' "Europeo" con Montadelli, e Sandro Provvisionato, redattore dello stesso settimanale. Anche Provvisionato ha sostenuto che il maresciallo Atzori in un primo momento confermo' che Montadelli aveva fatto parte dell' arma, per smentire qualche giorno dopo la circostanza. 
  • 22 ottobre - Il segretario del Psi Bettino Craxi, durante il viaggio aereo dall' Italia agli Stati Uniti, dice: "Le polemiche non ci porteranno da nessuna parte. La sola cosa utile da fare sarebbe quella di tornare a scandagliare tutti gli aspetti non ancora chiariti. I misteri non sono pochi. La lista degli interrogativi che sono rimasti senza risposta e' lunga e resta inquietante. Non e' vero, come sostengono gli autori dell' impresa criminale, che tutto quello che c' era da dire e' stato detto, che tutto e' stato ormai chiarito, che non c' era nulla da aggiungere. Chiuso e' il capitolo del terrorismo, non quello della verita' e delle responsabilita' del fenomeno terrorista e delle sue imprese". " La cosa piu' tremenda di questi giorni - aggiunge Craxi - e' vedere come sono stati trafitti ancora una volta Moro, il suo ricordo, la sua immagine, il suo calvario. Moro e' stato accusato di vigliaccheria, viene definito privo di senso dello Stato, ricattatore 'nel tentativo di salvare la pelle', un uomo 'ripugnante' per il suo rifiuto di una morte ingiusta e immeritata. Sono state toccate in questi giorni punte di infamia senza limiti. Sono state scritte pagine ignobili da parte di un giornalismo ignobile. I socialisti hanno affrontato questi problemi con molta serieta' e serenita'. Non siano stati noi a riaprire polemiche su fatti, comportamenti e responsabilita' che furono assunte allora e che la storia giudichera'". 
  • 23 ottobre - La Legione Carabinieri di Milano, in un comunicato, precisa: "I Carabinieri di Milano, in collaborazione con quelli di Roma, a parziale conclusione delle indagini subito avviate d' intesa con la locale Procura della Repubblica, segnatamente con il Sostituto Procuratore dott.Ferdinando Pomarici, hanno accertato che l' anonimo indicato come Davide nell' intervista apparsa sul nr. 43 dell' Europeo sotto il titolo 'IO, L'INFILTRATO, PRESI LE LETTERE DI ALDO MORO', non e' un ex-carabiniere, non ha mai avuto rapporti con l' Arma, ne', conseguentemente, ha partecipato il 1/o ottobre 1978 all' irruzione nel covo B.R. di via Monte Nevoso. La sua identita' non viene, per ora, resa nota, per tutelare il prosieguo delle indagini, tuttora in corso. La persona interessata comunque, sulla base degli inconfutabili elementi di prova acquisiti dai Carabinieri nel corso delle investigazioni ha reso ampia confessione anche al magistrato chiarendo tutti i contorni della vicenda". Gli inquirenti hanno interrogato, fino a notte fonda, Antonio Motta, un fotografo che da anni collabora con le pubblicazioni del gruppo Rizzoli, che ha ammesso di avere fatto da intermediario tra il giornalista autore del servizio incriminato e il sedicente Montadelli. Il mediatore, verso le 2, e' crollato ed ha confessato: le rivelazioni rilasciate all' "Europeo" sarebbero state inventate per guadagnare qualcosa. Motta abita a Triuggio, un paese dell' alta Brianza dove sarebbe avvenuta l' intervista. 
  • 24 ottobre - Rispondendo alla Camera ad interpellanze e interrogazioni sulla vicenda dei documenti trovati in via Monte Nevoso, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti parla per la prima volta ufficialmente dell' esistenza di Gladio e dice che nell' ambito della Nato esiste tuttora una "rete informativa, di reazione e di salvaguardia" da attacchi nemici. Andreotti ha comunque tenuto a precisare che dietro questa struttura non esiste alcun "giallo". Si tratta infatti di una istituzione "di collaborazione alla sicurezza militare - ha aggiunto - di cui si e' parlato qualche mese fa in occasione della testimonianza resa dall' ammiraglio Martini ad un giudice di Venezia". Tale istituzione - ha poi detto il presidente del consiglio - inserita nell' ambito dell' alleanza, "riproduce quella che fu la vita vissuta nel periodo dell' occupazione e prevede, in caso di occupazione da parte di forze nemiche,una rete di salvaguardia sia informativa sia di reazione: tutto - ha ribadito - nel quadro della Nato, con regole estremamente rigide e anche di controllo reciproco". Il presidente del consiglio Andreotti ha quindi illustrato tutti gli aspetti dell' operazione di via Monte Nevoso e ha anche criticato le "fantasie irriventi" nei confronti del generale Dalla Chiesa. "Nulla consente di poter ritenere - ha sottolineato - che Dalla Chiesa, o qualche suo collaboratore, possa aver preso delle carte, occultarle e poi mandarle ad una destinazione non ufficiale". 
  • 25 ottobre - Il settimanale "L' Europeo" pubblica una nuova testimonianza (anticipata alle agenzie il 23 ottobre) sul ritrovamento, nell' ottobre del 1978, delle carte di Aldo Moro nel covo di via Monte Nevoso a Milano. Secondo il settimanale si tratterebbe di Demetrio Perrelli, 37 anni, ex maresciallo dei carabinieri congedatosi dall' Arma nell' aprile del 1988 ed attualmente consulente finanziario a Firenze, che avrebbe partecipato all' operazione di 12 anni fa. "Il famoso pannello - ha affermato il nuovo testimone del settimanale - lo scoprimmo subito. Era appoggiato ad una parete. Me lo ricordo perfettamente. Accadde due giorni dopo l' irruzione". Perrelli, secondo le dichiarazioni riportate dal settimanale, all' epoca faceva parte della legione carabinieri di Firenze e fu spostato a Milano per prendere parte al blitz, precisa pero' di non aver partecipato all' irruzione nel covo il giorno stesso e di esserci andato solo due giorni dopo. "Facevo parte del gruppo che blocco' Azzolini giu' per strada" dice Perrelli e aggiunge: "Nell' appartamento sono entrato due giorni dopo. Era stato passato al setaccio, sui tavoli c' erano cataste di documenti e, ripeto, in un angolo c' era il famoso pannello smontato. Di nastri magnetici e di cassette registrate sentii parlare ma, per la verita', non ricordo di averli notati". Il 24 ottobre Perrelli e' interrogato nel pomeriggio dai sostituti procuratori della repubblica Franco Ionta e Nitto Palma. L' ex carabiniere ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni fatte al settimanale. Parlando con i giornalisti, Perrelli ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a concedere l' intervista all' "Europeo": "Nell' intervista a 'Davide' pubblicata la scorsa settimana - ha detto - c' erano diverse inesattezze sull' operazione condotta nel 1978 in via Monte Nevoso". 
  • 25 ottobre - In un' intervista al settimanale "Gente", l' on. Flaminio Piccoli (Dc) dice che "Delle brigate rosse sono stati sconfitti e imprigionati i militanti operativi, ma non i cervelli, gli ideologi del movimento, i maestri che continuano a vivere tranquilli e sono altrove, frequentano i salotti bene e si divertono". Secondo Piccoli, "Una volta le Br manipolavano i giovani nelle universita' per scatenare la lotta violenta e sanguinaria allo Stato. Adesso possono mettere in difficolta' le istituzioni servendosi soltanto dei documenti che sono in loro possesso. Gli scritti di Moro sono un esempio. Sono convinto - aggiunge Piccoli - che ci siano in giro anche altri documenti inediti, filmati del processo Moro, registrazioni, che verranno certamente utilizzati. I brigatisti non erano banditi da strada, gente rozza e solo violenta. Erano persone colte, istruite, furbe che avevano il senso della storia e dell' organizzazione. Hanno documentato ogni loro iniziativa conservando poi scrupolosamente tutto per utilizzarlo al momento opportuno". 
  • 25 ottobre - Secondo la Procura di Milano risulterebbe che Perrelli, il quale nel 1988 si e' congedato dall' Arma dei carabinieri, alcuni anni prima era stato allontanato dal reparto antiterrorismo di Firenze perche' l' incarico era incompatibile con la sua personalita'. Pomarici ha rilevato che da nessun rapporto risulta che Perrelli abbia fatto parte, come invece afferma nell' intervista, del gruppo di carabinieri in borghese che il 1/o ottobre 1978 arresto' in strada Lauro Azzolini o del reparto che fece irruzione nell'appartamento. Secondo il magistrato nell' operazione di via Monte Nevoso Perrelli ebbe solo un ruolo di supporto e non partecipo' all' azione. Pomarici ha sottolineato che il fotografo Antonio Motta ha indicato agli inquirenti che la pistola giocattolo che si vede nella foto di "Davide" pubblicata dall' Europeo era nascosta nel giardino della propria casa, dove e' stata trovata. Nello stesso modo sono stati trovati a casa del fratello di Motta, individuato dagli inquirenti come il "Davide" che ha incontrato i giornalisti, la giacca e gli altri indumenti indossati dal presunto ex carabiniere nel corso dell' intervista, che si vedono nella stessa foto. 
  • 26 ottobre - Il sostituto procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici sente numerosi carabinieri (alcuni degli uomini che parteciparono all' operazione di Via Monte Nevoso, altri del reparto antiterrorismo di Firenze in cui milito' Perrelli, altri che hanno lavorato nei reparti antiterrorismo del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa). Nessuno dei militari, tra i quali c' erano anche alcuni ufficiali, ha voluto fare dichiarazioni. 
  • 29 ottobre - Il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici interroga Nadia Mantovani sul ritrovamento di documenti di Moro in via Monte Nevoso. La Mantovani era accompagnata dagli avvocati Enrico Vandelli e Ugo Gianangeli. Secondo quanto hanno riferito i legali, la donna ha detto al magistrato che "genericamente" sapeva dell' esistenza di un nascondiglio sotto la finestra, ma che non sapeva cosa vi fosse custodito. La Mantovani ha detto di non sapere come fosse costruito il nascondiglio, che c' era gia' quando lei arrivo' nel "covo" una decina di giorni prima dell' irruzione dei carabinieri, e che i suoi compagni l' avevano solo informata che in caso di pericolo il materiale doveva essere portato via. Secondo la Mantovani, il materiale dattiloscritto era giunto in via Monte Nevoso dopo il suo arrivo nel covo. Nadia descrive anche le modalita' dell' irruzione dei carabinieri confermando che avvenne verso le 9 di mattina, quando senti' dei rumori provenire dalla scala e si avvicino' alla porta blindata per chiuderla meglio, dato che Lauro Azzolini uscendo se l' era solo tirata dietro. Ma mentre stava per girare le chiavi, i carabinieri avevano esploso due colpi di pistola contro la porta e uno di loro le grido' "fai come hai fatto l' altra volta e non ci saranno problemi". La donna, che era gia' stata arrestata insieme con Renato Curcio nel 1976, apri' la porta del covo e consenti' ai carabinieri di entrare senza opporre resistenza. Nadia Mantovani ha tenuto a precisare che indossava "una castigatissima camicia da notte in flanella" e che non e' vero quanto affermato dal presunto infiltrato "Davide", che nell' intervista all' Europeo" ha affermato che era stata sorpresa a letto con Franco Bonisoli, anzi, ironizzando su questo particolare, ha detto al magistrato che "e' intima amica della moglie di Bonisoli, che e' siciliana". Nadia Mantovani deve scontare un cumulo di pene di 22 anni e 6 mesi. Dopo aver avuto il permesso di lavorare all' esterno del carcere, ora ha una borsa di studio dal comune di Bologna per lavorare in un centro di recupero che fa parte del "progetto donna: carcere, citta', territorio". Da qualche mese ha ottenuto il differimento di un anno della pena perche' ha partorito una bambina, avuta dal suo compagno Roberto Ognibene. Prima della Mantovani, il magistrato ha interrogato Giancarlo Motta, fratello del fotografo Antonio Motta, che, spacciandosi per un ex carabiniere infiltrato nelle "Brigate Rosse", sotto il nome di "Davide" ha fornito in un' intervista al settimanale "L' Europeo" una versione dell' operazione di via Monte Nevoso ritenuta fantasiosa dagli inquirenti. L' avv. Marco De Giorgio ha detto che Motta si e' avvalso della facolta' di non rispondere. 
  • 29 ottobre - I sostituti procuratori Francesco Nitto Palma e Franco Ionta interrogano due ufficiali (il gen. Giovanni Marrocco e il col. Nicolo' Bozzo) e cinque carabinieri che nel 1978 parteciparono alle indagini che portarono alla scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso. I carabinieri avrebbero smentito la versione di Perrelli. 
  • 30 ottobre - I sostituti Franco Ionta e Nitto Palma interrogano nel carcere di Opera (Milano) Mario Moretti e Maria Carla Brioschi. Subito dopo i magistrati romani compiono un sopralluogo in via Monte Nevoso, nell' appartamente attualmente di proprieta' del fruttivendolo Girolamo De Cillis. Intanto mentre i tre periti nominati dal dott. Pomarici per la consulenza sul pannello che nascondeva la cassaforte delle BR continuano il loro lavoro, la polizia ha svolto alcuni controlli nella stessa direzione. Secondo quanto si e' appreso sarebbe emerso che quel tipo di pannello era gia' in produzione nel 1970 e che la vernice trovata in cantina e usata per imbiancare la parete nel tentativo di nascondere l' intercapedine non sarebbe piu' in circolazione dal 1973. Questa circostanza confermerebbe la tesi dei magistrati milanesi secondo i quali il nascondiglio non fu scoperto nel 1978. 
  • 31 ottobre - I sostituti procuratori Franco Ionta e Francesco Nitto Palma ascoltano l' ex segretario della Dc Flaminio Piccoli, convocato dopo l' intervista a "Gente", il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli, autore del libro "Anni di piombo", e Gabriella Pasquali Carlizzi, ex assistente volontaria nel carcere di Paliano, dove e' stato recluso Valerio Morucci. Morelli e' stato ascoltato in merito ad un' intervista riportata dal settimanale "L' Espresso" nella quale, a proposito dell' irruzione dei carabinieri in via Monte Nevoso nel 1978, sostenne che nel covo era stato trovato "un archivio con ingente materiale di natura militare di massima segretezza". Ad un' organizzazione militare segreta Morelli farebbe riferimento anche nel libro "Anni di Piombo" citando una lettera di Moro che non risulterebbe tra gli atti pubblicati dalla commissione parlamentare d' inchiesta. Al termine del colloquio, Morelli non ha voluto fare alcun commento. Gabriella Carlizzi, gia' interrogata dai giudici la scorsa settimana, ha chiesto di essere ascoltata nuovamente. La donna ha fatto precisazioni su sue dichiarazioni riportate in questi giorni da alcuni quotidiani. Ai giornalisti la Carlizzi ha detto di aver riferito ai giudici di non aver visto, come e' stato scritto, sul tavolo di Morucci nel carcere di Paliano le copie degli scritti di Moro. "Ne conoscevo il contenuto - ha detto -in particolare quello della lettera indirizzata al nipotino Luca. Se ne parlava in carcere e anche altri detenuti ne erano a conoscenza". Quanto alle eventuali copie delle lettere dello statista Dc in possesso, a suo giudizio, di Morucci, la donna ha detto di aver desunto questa convinzione dal fatto che l' ex terrorista, incaricato di consegnare ai destinatari gli originali delle lettere di Moro, aveva il compito di farne una fotocopia per la direzione strategica delle Br e che quindi avrebbe potuto fare anche per se". Nel pomeriggio i giudici Ionta e Nitto Palma hanno ascoltato anche Maria Fida Moro, alla quale sarebbero state rivolte domande sui suoi rapporti con Valerio Morucci e Adriana Faranda nel periodo in cui i due ex terroristi erano reclusi nel carcere di Paliano. In un' intervista riportata nei giorni scorsi da un quotidiano romano, la Carlizzi aveva affermato, tra l' altro, che Maria Fida Moro incontrava spesso sia Morucci sia la Faranda. Per quella dichiarazione la senatrice, tramite l' avv. Nino Marazzita, ha presentato una querela per diffamazione contro l' ex assistente sociale. 
  • 31 ottobre - Chiarito il mistero della differenza nel numero dei fogli del carteggio Moro ritrovati in via Monte Nevoso: 418 secondo le prime risultanze a Milano, 421 secondo quanto risultava a Roma. Tre fogli sarebbero stati numerati due volte durante la loro riproduzione fotografica per fare copia da mandare al Procuratore della Repubblica di Roma. 
  • 1 novembre - In una nota consegnata alla stampa, Gabriella Pasquali Carlizzi afferma: "Ho fondati motivi per sostenere che Valerio Morucci e' in possesso di una copia completa di tutta la documentazione relativa ai 55 giorni di prigionia di Aldo Moro; sono convinta che la documentazione non ancora ritrovata possa essere utilizzata in futuro per azioni di destabilizzazione degli attuali equilibri del nostro paese". 
  • 2 novembre - I sostituti procuratori Franco Ionta e Nitto Palma interrogano Roberto Cavallaro, personaggio coinvolto nell' inchiesta sul fallito golpe Borghese, che in un' intervista al settimanale "Panorama" ha detto di aver fatto parte di una organizzazione che aveva il compito di infiltrare elementi tra i terroristi "neri" e "rossi". Ai magistrati Cavallaro avrebbe sostanzialmente confermato le dichiarazioni fatte al settimanale, specificando di non sapere se l' organizzazione fosse la "Gladio". Nell' intervista Cavallaro aveva anche detto di avere avuto la "cognizione precisa che buona parte dei terroristi, sia rossi sia neri, agivano su direttive o suggerimenti dei servizi segreti". 
  • 2 novembre - Il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici interroga di nuovo Lauro Azzolini, alla presenza dell' avv. Alessandra Reichlin. Azzolini e' stato richiamato dal magistrato per riscontrare alcune affermazioni rese di Perrelli. Azzolini ha sostanzialmente confermato quanto aveva detto nei primi interrogatori. 
  • 4 novembre - Il vice presidente della Commissione stragi Antonio Bellocchio (Pci), in una intervista sull' esistenza degli originali dei documenti di Moro e dei nastri con la registrazione del suo interrogatorio fatta all' Editoriale Quotidiani Veneti, dice che "rivedendo in questi giorni parte del materiale in mio possesso, ho tratto le certezze che gli originali esistono e che qualcuno ne sia in possesso. Lo stesso Andreotti ha detto che gli originali esistono, e mi auguro che non parli per sentito dire". 
  • 5 novembre - Con una telefonata alla redazione torinese dell' Ansa, un uomo che si esprimeva con forte accento straniero, a nome della "Falange Armata", dice tra l' altro, riferendosi all' operazione di via Monte Nevoso, che "Moretti e Gallinari sanno molto di piu' e cosi' pure i servizi segreti". 
  • 5 novembre - I sostituti procuratori Francesco Nitto Palma e Franco Ionta interrogano il gen. Ambrogio Viviani, che dal 1971 al 1974 fu capo del controspionaggio al Sid, il sen. Ferdinando Imposimato, che come giudice istruttore svolse le indagini sul terrorismo e, in particolare, sul rapimento e l' uccisione di Aldo Moro, e il dott. Sereno Freato, che fu segretario di Moro. Ad Imposimato i magistrati hanno chiesto in base a quali elementi si sia formato in lui il sospetto della esistenza di covi Br mai scoperti. Viviani, oggi deputato, e' stato convocato perche' defini' credibile e verosimile l' intervista di "Davide" all' Europeo. A Sereno Freato i giudici hanno consegnato copia di tre lettere indirizzate a lui da Moro. 
  • 6 novembre - Le fotocopie trovate in via Monte Nevoso sono da oggi all' esame degli esperti della Criminalpol. I magistrati romani Nitto Palma e Ionta hanno affidato ai periti l' incarico di esaminare i documenti e di stabilire a che epoca risalgano. 
  • 7 novembre - Il segretario del Psi Bettino Craxi dice: "Comincio a pensare che non ci sia stata nessuna manina" nel ritrovamento di via Monte Nevoso. A chi ricordava che Occhetto ieri ha parlato del "grande vecchio", Craxi ha detto di ritenerla "una questione piu' complicata", e che quando uso' questo termine lui voleva riferirsi "a chi in diversi paesi europei tirava le fila, o si immaginava di poterlo fare, di una serie di operazioni terroristiche". "Ho sempre pensato ad un' entita' internazionale quando parlavo di 'grande vecchio' ", ha concluso. 
  • 7 novembre - Valerio Morucci presenta una querela per diffamazione contro Gabriella Pasquali Carlizzi e contro il "Corriere della Sera" per un articolo sul ritrovamento di via Monte Nevoso. Morucci, in particolare, contesta le dichiarazioni della Carlizzi che si riferiscono al "suo possesso di documenti" relativi alla vicenda Moro e respinge il ruolo di "capo" tra i detenuti del carcere di Paliano, che la donna gli ha attribuito, indicandolo come promotore di una protesta che si concluse con il suo allontanamento dall' incarico di assistente. 
  • 8 novembre - Gli accertamenti preliminari determinati dal ritrovamento in via Monte Nevoso, a Milano, del carteggio di Aldo Moro si sono praticamente conclusi ed il procuratore della repubblica di Roma, Ugo Giudiceandrea, con la collaborazione dei suoi sostituti Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, puo' ormai avviare una nuova indagine sul caso Moro. Negli ambienti giudiziari e' stato precisato oggi che il nuovo procedimento penale prendera' in considerazione tutti gli aspetti rimasti ancora oscuri, non solo dal punto di vista processuale, della vicenda giudiziaria scaturita dal rapimento dello statista democristiano. I magistrati non vorrebbero denominare l' inchiesta "Moro quinquies". Intanto i magistrati hanno interrogato il vicepresidente della commissione stragi Antonio Bellocchio sulle sue dichiarazioni su persone che posseggono gli originali del carteggio ritrovato in fotocopia in via Monte Nevoso. In mattinata era stato interrogato anche l' ex presidente della Acli Domenico Rosati che in una intervista al quotidiano "Il Manifesto" pubblicata il 6 novembre ha detto:"Se Moro sapeva, e lo sapeva dell' esistenza di questa organizzazione bisogna concludere che con l' operazione che tento', e cioe' l' ingresso del Pci nell' area di governo, Moro sfido' consapevolmente Gladio". "Ho detto ai giudici - ha affermato Rosati - che la mia e' una congettura politica e non il risultato di una indagine anche se mi sembra consigliabile che si rivedano anche le risultanze dei processi e delle indagini parlamentari sul caso Moro alla luce di quello che emerge ed emergera' sul 'Caso Gladio'". 
  • 12 novembre - "Nell' Italia occulta e dei misteri non rientra certo l' esperienza delle Br". Lo afferma, in un documento su "Gladio", un gruppo di Br detenuti, che dal 1988 sono passati "dalla lotta armata a quella politica", tra cui Prospero Gallinari, Renato Areni, Maurizio Locusta, Remo Pancelli e Bruno Seghetti e persone detenute e agli arresti domiciliari. 
  • 12 novembre - A Venezia il processo in Corte d' assise per una fornitura di armi ed esplosivi da parte dell' Olp alle Brigate rosse riprende con le audizioni di alcuni testi, tra i quali Alberto Franceschini e il tenente colonnello del Sismi Luciano Periti. Parlando delle ricerche avviate dal Sismi,(per rispondere a quesiti formulati dalla Commissione Moro) in Arabia Saudita e in Tunisia circa la vendita di armi a gruppi terroristici italiani, Periti ha precisato che, per le indagini svolte in Tunisia, il suo rapporto conteneva la conclusione che una partita di armi era stata "consegnata direttamente" dall'Olp, tramite suoi rappresentanti, alle brigate rosse. L'ufficiale ha ricordato tuttavia che, su richiesta del colonnello Armando Sportelli, ex capo dei servizi esteri, venne apportata a queste conclusioni una variazione che fece si' che nel rapporto non si parlasse di armi "consegnate direttamente" ma "acquisite" dalle Br. Modifica della quale l'ufficiale ha precisato di aver informato l'allora capo del Sismi, generale Ninetto Lugaresi. Periti ha inoltre ricordato che dei risultati delle ricerche in Tunisia i vertici del Sismi decisero di informare con lettera solo la Commissione Moro, e non anche l'autorita' giudiziaria come era intenzione dello stesso Periti. Franceschini ha detto di non aver mai saputo dell' esistenza di rapporti tra le brigate rosse e l'Olp, cosi' come ha negato di essere stato a conoscenza dei viaggi compiuti a Parigi da Mario Moretti per avviare nella capitale francese contatti tra l' organizzazione per la liberazione della Palestina e le Br. Parlando infine dei metodi attraverso i quali le brigate rosse si procuravano le armi, Franceschini ha detto: "allora il nostro armamento era 'raccogliticcio' ". Si trattava - ha spiegato l'ex brigatista - "di residuati bellici della seconda guerra mondiale, o di armi frutto di scambi con compagni dei gruppi terroristici tedeschi". 
  • 14 novembre - Processo Venezia per armi Olp-Br: interrogati il brigatista pentito Michele Galati e il colonnello dei carabinieri Nicolo' Bozzo. Galati ha descritto il ruolo di Mario Moretti, i suoi rapporti con la scuola di lingue parigina "Hyperion" e l'evoluzione delle Br. Galati ha ricordato la "scissione" tra il gruppo storico delle Br e quello che costitui' il cosidetto "Superclan", cui apparteneva anche Moretti. "Fu una divisione politica, con un antagonismo molto forte - ha detto Galati - che perduro' anche durante la gestione del sequestro Moro. Moretti era considerato una persona ambigua per i suoi rapporti con l'Hyperion, i cui esponenti erano ritenuti in contatto con i servizi". Successivamente, ha raccontato Galati, "l' esecutivo Br formalizzo' l'accusa che Moretti era una 'spia', nel senso che aveva rapporti personali al di fuori dell'organizzazione e che si riferivano a soggetti politici internazionali che potevano condizionare l'attivita' delle Br. Si trattava di rapporti politici che Moretti non voleva assolutamente delegare a nessuno, uno strumento di potere che divento' motivo di duro contrasto". Galati ha detto di aver appreso dallo stesso Moretti della fornitura di armi da parte dell'Olp e ha sostenuto che "all' interno delle Br non era un mistero per nessuno che l' Hyperion fungesse come un' agenzia per varie forze eversive e come struttura di sostegno per i latitanti, di cui si servi' in particolare Autonomia Romana". 
  • 22 novembre - Si conclude con un' ulteriore riduzione delle condanne il secondo processo davanti ai giudici della corte d' Assise d' Appello di Cagliari per sei ex appartenenti alle Br e ai Nar, accusati di aver partecipato, il 2 ottobre 1979, alla rivolta nel carcere dell' Asinara. I giudici condannano Roberto Ognibene e Lauro Azzolini a due anni e un mese di reclusione, Giuliano Isa e Alberto Franceschini a un anno e sette mesi, Giorgio Semeria a due anni, mentre e' confermata la condanna a quattro anni per Tonino Paroli. 
  • 23 novembre - Il sostituto procuratore Franco Ionta interroga Michele Galati sui contatti di Moretti con organizzazioni, anche internazionali, esterne alle Br. Nel pomeriggio Ionta e Palma interrogano il capo del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, sulle indagini svolte dal servizio segreto militare sui rapporti internazionali delle Brigate Rosse, in particolare con alcuni servizi segreti. Martini ha assicurato che fara' una ricerca negli archivi del Sismi per verificare la presenza di elementi che possano avvalorare l' ipotesi di intrecci tra le Brigate Rosse ed altre organizzazioni italiane o straniere. 
  • 26 novembre - L' ammiraglio Stansfield Turner, capo della Cia dal 1977 al 1981, intervistato da Giovanni Minoli a "Mixer", rifiuta di rispondere ad alcune delle domande su "Gladio" e la loggia P2 e, parlando del sequestro Moro, si dice convinto che le Brigate rosse "avessero legami ed appoggi internazionali". 
  • 27 novembre - Processo Venezia per armi Olp-Br: interrogati il direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, e l' ex brigatista Enrico Fenzi. Fenzi dice: "Per quanto ne so io la fornitura proveniva da una frazione dell' organizzazione con l' appoggio dei capi dell' Olp. Una parte delle armi doveva essere conservata per quelli che avevano consegnato il carico, quindi non tutta la partita era destinata alle Br". A proposito dei collegamenti delle Brigate Rosse con l' estero, Fenzi ha precisato che "Mario Moretti non parlava con nessuno di questo argomento". "Sono a conoscenza - ha proseguito - dell'esistenza di rapporti tra le Br e alcune organizzazioni tedesche. Per quanto riguarda la Francia non saprei dire, ma presumibilmente si trattava di collegamenti con singole persone e non con gruppi". Fenzi ha precisato di non aver mai sentito parlare dell' "Hyperion". 
  • 28 novembre - I giudici romani Palma e Ionta avrebbero chiesto al collega veneziano Mastelloni i verbali di alcune deposizioni riguardanti la quinta sezione dell'ufficio "R" dei servizi segreti, da cui dipendeva "Gladio". Il gen. Giovanni De Iudicibus, capo dell'ufficio "R" dal 1976 al 1978, e il gen. Giuseppe Cismondi, responsabile di "Gladio" per il nord est, avrebbero rivelato a Mastelloni che durante il sequestro Moro "Gladio" fu attivata per la ricerca di informazioni. Il gen. Pietro Inzerilli, responsabile di "Gladio" dal 1974 al 1986, avrebbe rivelato la stessa circostanza per il sequestro Dozier. 
  • 29 novembre - Audizione in commissione stragi del gen.Paolo Inzerilli, attualmente capo di stato maggiore del Sismi e responsabile dell' addestramento di Gladio dal 1974 al 1980. Inserilli, che e' stato anche capo della settima divisione del Sismi dal 1980 al 1986 dice che ieri ha ricevuto la comunicazione dello scioglimento di "Gladio" da parte del ministro della difesa, Virginio Rognoni, per disposizione del presidente del Consiglio Andreotti. Inzerilli ha precisato che "Gladio" fu "sensibilizzata e non attivata per il sequestro Moro. Gli uomini dell' organizzazione dovevano farci sapere se notavano qualcosa di sospetto, cioe' tenere gli occhi aperti, ma non erano stati attivati per un' attivita' di ricerca. Ripeto, il personale della Gladio non e' mai stato utilizzato in nessun caso, ne' per il sequestro Moro ne' per quello di Dozier. 
  • 1 dicembre - Il tribunale di sorveglianza di Torino respinge l' istanza di differimento pena presentata da Prospero Gallinari. La perizia medica d' ufficio disposta dal tribunale ha stabilito che le condizioni di salute di Gallinari sono compatibili con la detenzione. Il dispositivo ripercorre il quadro clinico del detenuto: dopo due infarti, nell' 83 e nell' 85, gli fu diagnosticata una cardiopatia ischemica e gli furono applicati tre by-pass. "Dall' 85 all' 89 - si legge nella perizia - ha sempre goduto di buona salute ed e' stato sottoposto ad esami cardiologici con una terapia medica che ha dato risultati positivi: due dei tre by-pass risultano tuttora perfettamente funzionanti e non vi e', al momento, alcuna esigenza di reintervento ne' di trapianto cardiaco". Di fronte alle dichiarazioni della perizia di parte che segnalava fattori di stress relativi alla permanenza in carcere di Gallinari, il dispositivo afferma che questi sono paragonabili a quelli di qualsiasi altro individuo. 
  • 3 dicembre - Il settimanale "L' Espresso" pubblica un servizio sulla stampatrice della tipografia brigatista di via Foa, che proveniva da una delle sezioni di "Gladio". Secondo l' articolo, la macchina stampatrice proveniva "da un reparto unita' speciali dell' esercito, sigla 'Rus' ", un ufficio che a giudizio del settimanale "era uno dei compartimenti segreti di Gladio". "A me nessuno ha mai contestato che la macchina stampatrice trovata nella tipografia di via Foa appartenesse ai servizi segreti; da questo deduco che siamo di fronte alle solite illazioni che chissa' quali altre coperture possono nascondere" ribatte Enrico Triaca, il Br titolare di quella tipografia scoperta nel maggio 1978 e condannato a 18 anni per concorso morale nel rapimento Moro. Triaca, dall' agosto 1987 in semiliberta' ("non sono ne' un dissociato, ne' un pentito"), ha poi aggiunto che "quando fu sequestrata la tipografia tutte le macchine furono messe a disposizione della magistratura; questo e' quello che a me risulta". La direzione del settimanale "L' Espresso" diffonde poi la seguente precisazione: "La circostanza che la stampatrice proveniva dal Rus, Reparto Unita' Speciali dell' Esercito, e' documentata dagli atti della polizia giudiziaria ed e' stata ammessa esplicitamente dall' ex capo del Sismi Giuseppe Santovito, come risulta dagli atti della Commissione Moro. Quanto poi al fatto che il Rus fosse un settore supersegreto collegato al Centro addestramento guastatori di Cagliari (Cag), risponde a un' affermazione testuale del gen.Gerardo Serravalle, davanti alla Commissione parlamentare sulle stragi, nell' ambito dell' inchiesta sul caso Gladio". 
  • 6 dicembre - Salvatore Ricciardi, condannato all' ergastolo e da anni sofferente di stenosi valvolare aortica, e' trasferito nel reparto di cardiochirurgia del policlinico "Umberto Primo" dal centro clinico del carcere romano di Regina Coeli. Il suo ricovero, dovuto ad un peggioramento delle sue condizioni, e' stato deciso alla vigilia della decisione del tribunale di sorveglianza di Roma sulla istanza di sospensione della pena presentata proprio per le sue cattive condizioni di salute. Nel febbraio prossimo il detenuto dovrebbe sottoporsi ad un intervento chirurgico per la sostituzione di una valvola cardiaca. La moglie di Salvatore Ricciardi, Gabriella Santori, informata del trasferimento dalla direzione del carcere, e' subito andata in ospedale ma non ha potuto vedere il marito. 
  • 11 dicembre - In una intervista al settimanale "Il Sabato", Alberto Franceschini sostiene tra l' altro che "l'attivita' delle Br ha fatto comodo sia ai russi che agli americani. Tutti e due i paesi avevano interesse a mantenere l'Italia in una situazione di blocco ideologico. Moro e Berlinguer stavano cercando di rimuovere il macigno del patto di Yalta. E questo non andava bene alle grandi potenze che si erano divise il mondo". Franceschini nel corso dell'intervista sostiene che le Br "sono state usate": dopo aver ricordato che nel '74 erano state "contattate dai servizi segreti israeliani", ha detto che "il mito della potenza delle Br e' stato creato artificiosamente". "Per come la conosco io, - ha aggiunto - l' organizzazione non era assolutamente in grado di gestire un sequestro come quello di Moro. Se ci siamo riusciti e' perche' ci hanno lasciato fare". Poi aggiunge: "E' stato detto che la Cia poteva avere qualche interesse, perche' Moro era odiato dagli americani. Ma credo che anche ai russi andava bene quel sequestro, perche' se volevano potevano far saltare tutto. Certe operazioni le fai se sono tutti d'accordo. Il gioco e' cosi' complesso che basta che una delle parti decida di non starci e va tutto a monte". 
  • 11 dicembre - Dopo aver dichiarato di non aver "nulla di commentare" sull' intervista di Franceschini, Valerio Morucci, alle domande perche' le Br non utilizzarono le rivelazioni di Moro e se avesse chiesto che cosa ci fosse nei verbali degli interrogatori, risponde: "Questa domanda va rivolta ad altre persone, ad Azzolini e Bonisoli, che erano ad un livello piu' alto del mio". Alla domanda perche' indicasse i nomi di Azzolini e Bonisoli, Morucci replica dicendo che i due "facevano parte del comitato esecutivo. Sono entrati nelle Br nel '75 e nel '74, io piu' tardi, e poi non ero nei posti per sapere". 
  • 17 dicembre - "Le risultanze della perizia tecnica consentono di rafforzare la convinzione che l' allestimento e la sistemazione del pannello risalgono all'epoca in cui l'appartamento di via Monte Nevoso era utilizzato come base della colonna della Brigate rosse Walter Alasia" dice il procuratore della repubblica di Milano, Saverio Borrelli, illustrando, in un incontro con i giornalisti, gli esiti della perizia tecnica disposta dal sostituto procuratore della repubblica, Ferdinando Pomarici, sul pannello applicato al vano finestra di una stanza dell'ex covo delle Br, dietro il quale erano state nascoste lettere di Aldo Moro, armi, e denaro. La perizia e' stata eseguita da un ingegnere di Milano e da due chimici di Pavia e di Binasco. La perizia tecnica ha accertato che il pannello e' stato ricavato da uno piu' ampio fabbricato dalla societa' "Sadi" di Vicenza e i cui resti si trovavano dal 1978 nella cantina del palazzo. Quel tipo di pannello, in produzione e in commercio dal 1970 al 1982, era usato in genere per controsoffittature ed era costruito con gesso, un' intelaiatura di tondino di ferro e tela di canapa. L'analisi chimica sui monconi di tondino del pannello sotto la finestra ha accertato che lo stato di corrosione e' compatibile con quello dei resti del pannello che erano in cantina. E' inoltre stato stabilito che la vernice rosa, che colorava il pannello di gesso e la parte inferiore del vano finestra, e' uguale ai residui di pittura rinvenuti su una pennellessa trovata in cantina. Infine, e' stato possibile accertare che la vernice che compare sul pannello di gesso e sulla parte inferiore del vano finestra ha una composizione chimica diversa da quella dei muri. A giudicare dalle alterazioni manifestate nei residui trovati in una latta rinvenuta in cantina la produzione della vernice risalirebbe agli anni tra il 1976 e il 1981. Uguale risultato e' emerso per la vernice bianca, che sarebbe servita per comporre quella rosa. Cio' dimostrerebbe che la tinteggiatura del pannello e' avvenuta dopo quella dei muri. I periti hanno anche stabilito che per accedere al vano-nascondiglio bastava una manovra semplice ma non rapida perche' il pannello era fissato con otto viti. Dalla perizia sui buchi delle viti e' emerso che questa manovra e' stata eseguita piu' volte, nell' ordine delle decine e non delle centinaia. Sul pavimento infine, non sono state riscontrate tracce che indichino un recente spostamento del mobiletto, dietro il quale era stato fissato il pannello che chiedeva il vano.
  • 19 dicembre - I sostituti Ionta e Nitto Palma interrogano i generali Giovanni Romeo e Giovanni Grassini, rispettivamente ex capo dell' ufficio "D" del Sid e ex capo del Sisde alla fine degli anni settanta sulla presunta infiltrazione di agenti dei servizi segreti italiani nelle brigate rosse. In particolare il generale Romeo, che nel corso di un' audizione svoltasi lo scorso 22 novembre davanti alla commissione parlamentare per le stragi aveva affermato che gli inquirenti avevano portato a compimento brillanti operazioni anti terrorismo grazie ad alcuni agenti in filtrati nelle Br, non ha voluto neppure confermare se sia stato interrogato su questa circostanza. 
  • 21 dicembre - In un' intervista a "Radio Radicale" il sen. Ferdinando Imposimato dice che "dalle dichiarazioni rese da molti terroristi, dai documenti che ho potuto esaminare, noi non abbiamo mai avuto la percezione della presenza di infiltrati nelle Br prima della strage di via Fani". "Abbiamo avuto delle testimonianze molto precise - dice ancora Imposimato - su tentativi, che sarebbero andati a vuoto, da parte di servizi segreti israeliani di contattare le Br fin dal 1970. Ma abbiamo anche avuto la prova del rifiuto, da parte delle Br, dell' aiuto offerto dal Mossad. Secondo me - afferma ancora Imposimato - il 16 marzo vi e' stato un interesse da parte dei Servizi anche stranieri ad una soluzione drammatica del sequestro Moro. Nel senso che il progetto di Moro sicuramente era ostacolato dalle potenze dell' est e anche dagli Usa. Anche per la presenza di elementi della P2 al ministero dell' interno, legati alla Cia, dal 16 marzo, potrebbe esserci stato un tentativo di Gelli e della Loggia affinche' il sequestro Moro non avesse una soluzione favorevole". Imposimato ricorda un suo viaggio a Parigi dove esponenti dei servizi francesi gli rivelarono di aver avuto notizia della preparazione di un attentato "ad una grossa personalita'". 
  • 21 dicembre - La corte d'assise di Venezia, dopo quattro ore di camera di consiglio, assolve i quattordici imputati nel processo per una presunta fornitura di armi ed esplosivi da parte dell' Olp alle Brigate Rosse nel settembre del 1979. Tra gli imputati figuravano Abu Ayad, capo dei servizi di sicurezza di Al Fatah e braccio destro di Arafat nell' Olp, cinque alti ufficiali dei sevizi segreti, tra cui i generali Ninetto Lugaresi, Pasquale Notarnicola e Giulio Grassini e sei brigatisti. Abu Ayad, accusato di aver violato la legge sulle armi per aver autorizzato la fornitura di armi ed esplosivi, e' stato assolto per non aver commesso il fatto. La corte - presidente Claudio Dodero, giudice a latere Pietro Merletti - ha assolto, per non aver commesso il fatto, Giovanni Mulinaris, Duccio Berio e Corrado Simioni dai reati di associazione con finalita' di terrorismo, formazione di banda armata e violazione della legge sulle armi. Mulinaris, Berio e Simioni erano accusati di appartenere alle Br e di aver preso parte agli accordi preliminari per la fornitura di armi. I tre sono stati assolti, insieme a Rita Cauli, Antonio Bellavita e Guglielmo Guglielmi, perche' il fatto non sussiste, anche dal reato di formazione di banda armata in relazione alla scuola di lingue parigina dove insegnavano, l' "Hyperion", che nell'inchiesta era stata indicata come struttura finalizzata a stabilire un collegamento internazionale tra vari gruppi eversivi, tra cui le Br, l'Olp, la Raf, l'Eta. I giudici hanno assolto, perche' il fatto non sussiste, anche tutti i dirigenti e i funzionari dei servizi segreti, accusati a vario titolo di aver garantito "coperture" alla fornitura di armi: Lugaresi, capo del Sismi dal 1981 al 1984; Notarnicola, direttore della prima divisione controspionaggio del Sismi dal 1978 al 1981 e quindi caporeparto fino al 1983; Giulio Grassini, capo del Sisde fino al 1981; il colonnello Armando Sportelli, direttore della seconda divisione dei servizi segreti dal 1979 al 1984. Con la stessa formula sono stati assolti il colonnello dei carabinieri Angiolo Livi, direttore della prima divisione del Sismi, il colonnello dei servizi segreti Guido Pallotta e l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto alla decodificazione dei messaggi in cifra presso l' ambasciata italiana a Beirut. In precedenza la Corte aveva gia' assolto con rito abbreviato altri due imputati: Fulvia Miglietta e il generale del Sid Giannetto Ciarlini, accusati rispettivamente di banda armata e di falsa testimonianza. L' inchiesta, durata sette anni, fu avviata dal giudice veneziano Carlo Mastelloni in seguito ad alcune indagini sulla colonna veneta delle Br, con oltre cento inquisiti, tra cui Mario Moretti, Antonio Savasta e Barbara Balzerani. Al centro dell' inchiesta vi era una presunta fornitura dell'Olp alle Br di una partita di armi ed esplosivi (tra cui 150 mitragliatori Sterling, bazooka, missili terra aria, bombe ed esplosivi) che, secondo Mastelloni, sarebbe stata concordata a Parigi da Moretti con esponenti dell'Olp. Le armi, caricate al largo del Libano sotto il controllo dello stesso Moretti, sarebbero giunte a Venezia a bordo del panfilo "Papago". Una volta arrivate in Italia, le armi, sempre secondo il magistrato veneziano, sarebbero state smistate in Spagna (all'Eta) e in Irlanda (all'Ira), mentre alcune di quelle rimaste in possesso alle Br - tra cui 30 Sterling - furono ritrovate dalla polizia a Volpago del Montello (Treviso), nel febbraio 1982. Gli Sterling, secondo quanto appurato da Mastelloni, provenivano da un lotto venduto dalla fabbrica inglese alla Tunisia negli anni sessanta e successivamente trasferito dal paese nordafricano ad Al Fatah. Gli imputati appartenenti alla scuola "Hyperion", per Mastelloni, avrebbero fatto da tramite per i contatti tra le Br e l'Olp. Nell'inchiesta erano rimasti coinvolti, tra gli altri, l'ex capo del Sismi, generale Giuseppe Santovito, poi deceduto, e il leader dell' Olp Yasser Arafat, nei cui confronti il magistrato aveva emesso due mandati di cattura, successivamente annullati dalla Cassazione, e che era stato poi prosciolto al termine dell'istruttoria. Mastelloni aveva rinviato a giudizio anche l'ex segretario del Cesis (l'organismo preposto al coordinamento dei servizi segreti) Walter Pelosi, risultato iscritto alla P2 e morto prima del processo. 

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