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Caso MORO:
i fatti del 1992
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14 gennaio - Lungo colloquio, al Palazzo di Giustizia, tra l'on. Flaminio
Piccoli, accompagnato dall' avvocato della Dc Giuseppe De Gori ed il
p.m. Luigi De Ficchy. Quanto alla presenza del "quarto uomo" in via Montalcini,
Piccoli avrebbe ribadito la convinzione della presenza di questa persona
nella prigione di Moro. Tale certezza gli deriverebbe da sue personali
deduzioni e dalle dichiarazioni fatte da persone come Moretti e Morucci.
Il colloquio tra Piccoli ed il magistrato ha pero' riguardato soprattutto
le iniziative per tentare di avviare le trattative con le Br. Piccoli avrebbe
anche parlato di sue indagini personali suggerite da una telefonata anonima
giunta al suo ufficio. Dalle indiscrezioni trapelate, Piccoli, accompagnato
dal suo autista, avrebbe fatto ricerche anche in un' ansa del Tevere, forse
per verificare l' ipotesi secondo la quale,dopo il rapimento, Moro sarebbe
stato fatto salire su un battello fluviale. Poiche' l' argomento non e'
stato completamente esaurito, il magistrato non esclude di riconvocare
il parlamentare o di poter avere da lui ulteriori informazioni scritte
non appena questi avra' rivisto i suoi appunti in proposito.
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22 gennaio - Il periodico "Punto critico" pubblica un articolo sull' attivita'
dell' ing. Lucio Luciani, uno dei nomi utilizzati, secondo gli atti
della P2, da Licio Gelli almeno tra il '79 e l' 81. In particolare,
nel servizio si riportano le fotocopie di due "passi" che autorizzavano
l' ing. Luciani ad entrare nella biblioteca del Ministero della Marina
dal 10 gennaio 1979 fino al 31 dicembre dello stesso anno. Le fotocopie
dei due "passi", firmati e con il bollo dello "Stato maggiore Marina -
ufficio Affari generali", sono giunte al periodico - si afferma - anonimamente
ma su carta intestata del Sismi (il tutto e' stato fatto avere da Falco
Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, alla commissione
Stragi e al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) che
reca la firma "saluti dal cocer". L' ipotesi avanzata dal periodico e'
che tali "passi" siano un elemento a favore della tesi che durante il rapimento
Moro abbia agito, al ministero della Difesa, un "gruppo di lavoro" di esperti
tra i quali vi sarebbe stato anche Licio Gelli alias Ing. Luciani. La rivista
ricorda poi che recentemente il ministro della Difesa, rispondendo ad una
interrogazione del senatore verde Guido Pollice , aveva escluso
che "passi" di entrata al ministero fossero stati rilasciati a nome dell'
ing. Luciani o di Gelli e che comunque durante il sequestro Moro non si
e' insediato alcun comitato di emergenza all' interno del palazzo della
Marina "e il sig. Gelli e il sedicente ing. Luciani non hanno avuto a disposizioni
stanze o locali ne' hanno partecipato a riunioni nell' edificio durante
e dopo il sequestro Moro". La stessa tesi del "comitato di esperti" con
partecipazione di Gelli e' sostenuta anche da Adriano Sofri nel
libro "L' ombra di Moro".
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23 gennaio - Processo Moro quater: Annunziata Francola, imputata
a piede libero accusata di possesso di una patente falsa, risponde alle
domande del pubblico ministero Antonio Marini e del presidente Severino
Santiapichi, mentre Antonino Fosso e
Sandro Padula, entrambi
detenuti, si sono avvalsi della facolta' di non rispondere. Uno dei difensori
di Alvaro Loiacono annuncia che l' ex terrorista ha presentato un'
istanza alle autorita' elvetiche perche' gli venga sospesa la pena al fine
di presenziare al processo romano. Un' altra istanza e' stata presentata
da Manlio Enrico, difensore di Massimiliano Corsi, accusato di cessione
di una pistola, per chiedere l' improcedibilita' dell' azione penale nei
confronti del suo assistito in quanto, a suo dire, lo stesso reato gli
e' stato contestato durante il processo Moro-ter. Infine l' avvocato Giuseppe
De Gori parte civile per conto della Dc, ha chiesto alla corte di accertare
se nel corso del recente soggiorno a Roma del procuratore generale della
repubblica russa sono stati forniti alle autorita' italiane documenti od
elementi che riguardano la vicenda Moro ed in ogni caso che concernono
l' attivita' svolta dalle Brigate Rosse.
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24 gennaio - Il Dipartimento di giustizia del Canton Ticino ha respinto
l'istanza di interruzione della pena presentata da Alvaro Loiacono,
in carcere a Lugano, per poter essere presente a Roma al processo "Moro
quater". Il Dipartimento di giustizia ticinese non ha ritenuto che sussistessero
in questo caso i "gravi motivi" in base ai quali il codice elvetico concede
la interruzione della pena. Ha fatto tuttavia osservare che a questo punto
potrebbe essere l'Italia a chiedere l'estradizione temporanea del detenuto.
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27 gennaio - Una delegazione della commissione stragi incontra "riservatamente",
nel carcere di Parma, Vincenzo Vinciguerra, reo confesso per la
strage di Peteano e condannato all' ergastolo. L' on. Luigi Cipriani,
ricordando che Vinciguerra fu tra i primi a parlare di "una struttura riservata
della Nato che avrebbe reclutato elementi di destra, ha riferito che Vinciguerra
"ha confermato di aver incontrato nel carcere di Volterra un calabrese,
Francesco Varone, detto 'Rocco il calabrese', dal quale ando'
Benito Cazora per chiedere l'aiuto della malavita al fine di individuare
la prigione di Moro". "Secondo Vinciguerra - ha spiegato Cipriani - Varone
viene prima portato a parlare con Leone, all'epoca presidente della Repubblica,
poi lo mettono in contatto con Cazora, che lo porta fuori dal carcere per
alcuni incontri con
Frank Coppola". A Cipriani, Vinciguerra avrebbe
riferito che 'Rocco' prima contatta la banda della Magliana, poi viene
chiamato di nuovo da Coppola che gli dice, esplicitamente: 'Se vuoi un
po' di soldi te li diamo noi, ma smettila, perche' Moro deve morire"'.
La versione di Vinciguerra, conclude Cipriani, "collima con alcuni riferimenti
venuti da pentiti della mafia".
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28 gennaio - Audizione del ministro dell'Interno Vincenzo Scotti
nel gruppo di lavoro della commissione Stragi che segue la vicenda Moro.
Il ministro Scotti conferma il contenuto di quanto gia' inviato per iscritto
alla commissione e cioe' che, in relazione alla richiesta fatta dal ministro
pro tempore al procuratore della repubblica di Roma, sulla base dei documenti
esistenti, non risulta trasmessa dall' autorita' giudiziaria la documentazione
richiesta. Scotti ricorda che in risposta ad una "Richiesta documenti concernenti
la strage di via Fani" inviatagli l'8 novembre 1991 dalla Commissione stragi,
ha fatto pervenire il 24 gennaio 1992 alla Commissione una lettera nella
quale afferma: "Si comunica che agli atti di questo Ministero, si rinviene
copia di una richiesta al Procuratore della Repubblica di Roma, Dr. Giovanni
De Matteo, in data 30.3.1978, che si allega. Non risulta documentazione
trasmessa dall' Autorita' Giudiziaria a seguito di tale richiesta". Il
giorno prima, cioe' il 23 gennaio, il ministro Scotti aveva inviato alla
stessa Commissione, in risposta a una "richiesta documentazione caso Moro"
fatta il 26 settembre 1991, la seguente lettera: "Con riferimento alla
nota sopradistinta, si comunica che, agli atti di questo Ministero, non
risulta documentazione relativa al contenuto delle dichiarazioni del Presidente
della Repubblica, concernente il periodo di prigionia dell' on.le Moro
ed i tentativi di liberarlo da parte delle forze dell'ordine. Si soggiunge,
inoltre, che il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica,
interessato in merito, ha riferito che da approfondita verifica effettuata
ai propri atti non sono emersi elementi di riscontro".
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29 gennaio - L' allora Procuratore della Repubblica presso il Tribunale
di Roma, Giovanni De Matteo dice che "Nei fascicoli contenenti gli
atti dell' istruttoria Moro si puo' trovare la risposta ad uno degli interrogativi
che oggi si pongono in margine al caso. Cioe', dall' esame del carteggio
ordinato cronologicamente si puo' comprendere se alla richiesta di documenti
fatta dal Ministero dell' Interno il 30 marzo del 1978 alla procura della
repubblica di Roma fu data una riposta positiva. E' bene comunque precisare
subito che se ci fu un passaggio di atti, questi erano in copia e non in
originale. Nulla percio' puo' essere andato disperso". De Matteo ricorda
che ci fu all' epoca un provvedimento legislativo che limitava il segreto
istruttorio e cio' perche' nelle intenzioni del legislatore l' innovazione
poteva aiutare a meglio coordinare le indagini. Percio' il ministero dell'
Interno ed i vertici della polizia potevano richiedere in copia gli atti.
Era comunque facolta' dell' autorita' giudiziaria accogliere o meno l'
istanza. "Gli atti al momento della richiesta - nota De Matteo - erano
pochi perche' erano trascorsi pochi giorni dalla strage di via Fani e dal
sequestro dell' on. Moro. Se ben ricordo erano i rapporti degli investigatori,
forse le prime intercettazioni o poco piu'. Comunque si possono trovare
facilmente nell' istruttoria del processo. L' inchiesta inizialmente fu
condotta con il rito sommario da me e dai miei sostituti. A quel tempo
non si sapeva ancora se Moro fosse vivo o morto. Poi gli atti passarono
all' ufficio istruzione dove sono rimasti molto tempo, sino alla fine dell'
inchiesta e al rinvio a giudizio degli imputati".
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29 gennaio - L' ex senatore Sergio Flamigni dichiara che "Dei verbali
delle riunioni del comitato tecnico operativo che aveva il compito di coordinare
le forze di sicurezza nella ricerca della prigione di Moro, alla commissione
parlamentare di inchiesta furono consegnati soltanto quelli relativi alle
riunioni fino al 3 di aprile 1978. Sono mancati i verbali delle riunioni
svolte successivamente e riguardanti i momenti piu' cruciali quando al
Viminale venne adottata la strategia suggerita dall' esperto americano
chiamato da Cossiga, Steve Pieczenik, il quale sostenne che occorreva
dimostrare che Moro non era indispensabile alla vita del Governo e della
nazione. E' il periodo in cui all' interno del comitato si verifico' una
spaccatura fino al punto che gli addetti ai servizi di informazione - i
quali risulteranno poi tutti iscritti alla loggia massonica P2 - si riuniranno
separatamente dai responsabili dei settori operativi. "E' il periodo in
cui si comincia a parlare di trattative e di rapporti con le Br, quando
si scopre il covo di via Gradoli e viene pubblicato il comunicato falso
del lago della Duchessa confezionato su commissione degli addetti alle
operazioni speciali dei servizi segreti. I verbali sono stati sicuramente
redatti e l' ex sottosegretario Lettieri ha riferito al giudice Priore
anche il nome del funzionario incaricato alla loro stesura, ma non sono
mai stati consegnati alla commissione parlamentare d' inchiesta come sono
stati tenuti segreti alla commissione gli scritti dell' americano Pieczenik
che suggeriva al ministro le tattiche e le strategie che sono risultate
fallimentari e che solo adesso sono stati consegnati dal ministro Scotti
alla commissione sul terrorismo e le stragi".
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29 gennaio - La procura della repubblica di Roma, sulla base delle notizie
di stampa nelle quali e' stata ipotizzata la scomparsa di documenti sul
caso Moro, ha aperto oggi un fascicolo. Il reato ipotizzato nell' indagine
preliminare e' quello di violazione della pubblica custodia di cose. Per
il momento il fascicolo e' nelle mani del procuratore della repubblica
Ugo Giudiceandrea.
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29 gennaio - Il ministero dell' Interno precisa di aver trasmesso alla
commissione stragi tutte le carte relative al "caso Moro" che erano conservate
al Viminale e tra queste la relazione dell' esperto statunitense Steve
Pieczenik. Il ministero precisa che le carte in questione "sono pochi
fogli" relativi alle analisi elaborate da alcuni "esperti" che furono allora
chiamati a collaborare con il "comitato di crisi". Le relazioni sono quelle
dello specialista di politica internazionale Silvestri, del criminologo
Ferracuti, della psicografologa Conti Medici, oltre che dell'
esperto di terrorismo del dipartimento di stato USA Pieczenik. Nella relazione
al Comitato di crisi per la gestione del caso Moro, Steve Pieczenik fa
un' analisi della probabile strategia delle Brigate Rosse, da' consigli
sull' atteggiamento che il governo italiano avrebbe dovuto assumere e risponde
ad una serie di domande su vari argomenti (dall' ipotesi che non fossero
le Brigate Rosse a gestire il sequestro Moro, al perche' la famiglia dello
statista "insista sullo scambio politico", ad un sistema per "controllare
i magistrati"). Nel documento, di cui fino ad oggi non si conosceva il
contenuto, si fa tra l' altro riferimento ad alcune lettere scritte da
Moro tra la fine di marzo e l' inizio di aprile '78 e all' ipotesi di uno
scambio di prigionieri tra Stato e Br. Tra i primi consigli che l'esperto
americano da' al comitato di crisi c'e' quello di offrire una "considerevole
ricompensa esentasse, con passaporto con falsa identita"', a chiunque aiuti
a liberare Moro, per "creare considerevole tensione tra i carcerieri" dello
statista. Contemporaneamente Pieczenick si chiede come mai le br non abbiano
tentato di sfruttare quanto il presidente della dc poteva sapere su scandali
passati ( e fa riferimento alla vicenda Lockeed) per" mettere ulterioremente
in crisi le istituzioni". L' esperto di terrorismo indica con sicurezza
l' obiettivo delle br: "rompere l'unita' della dc in maniera che venga
dichiarata una situazione di emergenza che permetta al pci di entrare al
governo; conseguentemente, dovrebbe prevedersi una violenta reazione della
destra" che "porterebbe alla guerra civile". Non sa invece che consigliare,
non conscendo il nostro sistema legislativo, alla domanda sul sistema piu'
idoneo per giungere al "controllo dei magistrati?". Esclude che la sigla
br possa essere stata utilizzata da un altro gruppo, ma rileva che il rapimento
di Moro e la strage della sua scorta sono stati eseguiti in " maniera estramemente
pulita, il che contrasta con il normale operato di gruppi terroristici".
I consigli di "strategia" che l'esperto offre sono : "nessuna concessione,
nessun riscatto, nessun negoziato", "proteggersi da futuri attentati",
"ottenere il rilascio di Moro". Quanto alla "tattica" che il governo dovrebbe
adottare, questi sono i suoi consigli: "isolare le br" togliendo loro i
"punti di vantaggio" rappresentati da "stampa", "scontento nella famiglia
Moro", "disunita' dei dc"; "ridurre l'interesse della stampa sul caso Moro";
"mantenere l'unita' della dc" e "sminuire l'importanza di Moro". Sempre
tra i consigli "tattici", figura quello di "tenere tutte le decisioni lontane"
dai massimi livelli dello Stato, staccando il settore politico decisionale
da quello strategico operativo. Ed infine spargere la voce nella prigione
in cui e' detenuto Curcio" di una possibile uccisione tipo Stammheim",
sperando che questo induca i brigatisti ad un tentativo di assalto della
prigione stessa per poterli "mettere in trappola".
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29 gennaio - L'avvocato Giuseppe De Gori diffonde una dichiarazione
in cui precisa che "Cossiga, nell' interrogatorio reso davanti alla
prima Corte di Assise di Roma in data 11 ottobre 1982, ha ampiamente precisato
nomi e funzioni del comitato di esperti da lui nominato. Riguardo al comitato
'istituzionale' cosiddetto dei tecnici vi e' agli atti del processo 'Moro
quater', che riprendera' l' 11 marzo prossimo, ogni documentazione ed ogni
chiarificante interrogatorio. Inoltre, quanto alla documentazione processuale,
e' tutto pubblico e pubblicizzato. Non si comprende quindi dov' e' il mistero,
anche se 'copie' di tali atti non dovessero trovarsi, perche' fuori posto,
presso il ministero degli Interni. D' altra parte, il presidente Gualtieri
non deve fare altro che chiederli alla magistratura di merito". Infine,
per quanto riguarda i covi "misteriosi" e "gli allertamenti", De Gori osserva:
"Gli incursori della Marina furono allertati e trasferiti a Roma per settimane
al fine di intervenire (nel 1978 non c'erano ne' Gis ne' Nocs) qualora
fosse stato rintracciato il luogo del sequestro. In quel periodo segnalazioni
di covi ne sono arrivate a centinaia. Formello e' una di quelle ed e' stata
controllata come tutte le altre".
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30 gennaio - Giovanni De Matteo e Luciano Infelisi sono ascoltati
dai magistrati che conducono l' accertamento preliminare sulla presunta
scomparsa di documenti riguardanti il primo processo Moro. A raccogliere
le dichiarazioni di De Matteo e di Infelisi, che svolsero le prime indagini
sulla strage di via Fani e sul rapimento di Aldo Moro, sono stati i sostituti
procuratori Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, incaricati dal capo della
Procura Ugo Giudiceandrea di occuparsi del caso. Secondo indiscrezioni,
De Matteo e Infelisi avrebbero confermato che le copie di quella documentazione
non furono mai inviate al Viminale in quanto rientrava nella loro discrezionalita'
accogliere o meno richieste del genere. Ionta e Palma hanno chiesto all'
archivio giudiziario del Tribunale gli atti del primo processo Moro per
verificare se vi sia traccia della richiesta del Viminale e della eventuale
risposta data dalla Procura.
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19 febbraio - Il gruppo di lavoro della commissione stragi che sta predisponendo
il documento sul "caso Moro" fissa gli elementi principali del testo che
sara' depositato il 24 febbraio. Roberto Cicciomessere (federalista
europeo) ha sottolineato che "non ci sono novita' sostanziali, ma una serie
di considerazioni che ci portano a dire che non tutto e' chiaro. Anzi -
ha aggiunto - nulla e' chiaro. C' e' una volonta' congiunta, da parte di
magistratura e brigatisti, di dire che tutto e' ormai risolto, invece ci
sono molti aspetti da chiarire. Il nostro gruppo ritiene assolutamente
non fondata l' ipotesi della 'sindrome di Stoccolma' per Moro prigionero
delle Br. Dalla lettura approfondita dei documenti emerge che Moro aveva
tutto il controllo della sua vicenda che poteva avere in quella situazione.
C' e' poi il sospetto della eterodirezione che ha una sua consistenza e
il problema della gestione del processo dove ci troviamo nella nebbia piu'
assoluta. Perche' - si e' chiesto - le Br non hanno fatto uscire i documenti,
i verbali dell' interrogatorio dove si citava chiaramente quello che ora
sappiamo chiamarsi Gladio? Erano documenti con messaggi che in quel momento
pochi avrebbero capito, ma era un riferimento esattissimo nella sua genericita'".
Cicciomessere ha spiegato anche che "l' eterodirezione e' una cosa complessa
e non riconducibile ad un solo corpo, magari deviato. Ci sono centri e
interessi diversi, ma che sono sintonici con le forze di Governo". Il coordinatore
del gruppo di lavoro, sen. Francesco Macis, ha elencato ai giornalisti
quelli che saranno gli elementi principali, i capitoli, di fatto, del documento
che si annuncia abbastanza consistente: "Saranno ricostruiti l' attivita'
della commissione e i documenti acquisiti, soffermandoci sui fatti piu'
rilevanti dal 1983 ad oggi, con particolare attenzione al ritrovamento
dei documenti a Via Monte Nevoso e alle conclusioni giudiziarie di questa
vicenda. Ci sara' un esame dettagliato delle lettere di Via Monte Nevoso
con un capitolo dedicato anche agli elementi nuovi evidenziati nella gestione
del sequestro da parte delle Br, con tutte le perplessita' sul comportamento
di queste ultime. Ci soffermeremo anche sulle dichiarazioni di Cossiga
riguardanti il Comsubin e del tentativo di liberare Moro. Un capitolo,
infine, sara' dedicato al tentativo operato di recuperare il materiale
dei 'gruppi di lavoro' che agirono durante il sequestro. Abbiamo accertato
che non esiste una memoria storica di questa attivita' presso il ministero
dell' Interno. Naturalmente - ha concluso - molta attenzione sara' dedicata
ai vari processi e ai loro esiti incrociando dati ed elementi".
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19 febbraio - Un plico con 22 lettere, alcune firmate con il nome del capo
della polizia Parisi, altre firmate con il nome del Presidente della DC,
Ciriaco De Mita e altre firmate con il nome del Prefetto Metzler dell'
Archivio Segreto Vaticano, tutte su fogli con l' intestazione del Ministero
dell'Interno, del Consiglio Nazionale della della DC e dell' Archivio Segreto
Vaticano, arrivano per posta, alla sede dell' Ansa, in una busta rossa,
priva di mittente, spedito da Roma San Lorenzo il 17 febbraio. Le lettere
sono state smentite, in particolare, dal Capo della Polizia il quale ha
affermato che si tratta di "un falso integrale" e "di uso strumentale di
fotomontaggi". "Della vicenda - ha dichiarato ancora Parisi - e' stata
interessata l' autorita' giudiziaria". Le lettere trattano argomenti vari
come la vicenda degli accordi CIA-SIFAR, l' attivita' del SISDE, la strage
alla stazione di Bologna, la vicenda "Gladio", la caduta del mig libico
in Calabria, l' attivita' del CSM, la strage di Peteano, il caso Moro e
le uccisioni del dopoguerra. Le lettere firmate con il nome di Parisi sono
indirizzate a Cossiga, a Scotti, al segretario del MSI Fini, ai Questori
di Bologna, Bolzano e Trieste, al segretario del PDS Occhetto, a De Mita,
al giudice Casson. Quelle firmate con il nome di De Mita sono indirizzate
all' ambasciatore USA, al giudice Falcone, a Occhetto, a Casson, al sindaco
di Bologna, a Rognoni.
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24 febbraio - L' avvocato Giuseppe De Gori, legale della DC ai processi
Moro, critica la bozza di documento depositata dal Comitato di Esperti
della Commissione Stragi. Da questa - afferma De Gori - si evince che nessun
elemento nuovo e' emerso dall' approfondito esame. In particolare parlare
di eterodirezione delle Br senza un minimo non dico di prova ma nemmeno
di indizio e' quantomeno azzardato". Sui documenti di via Monte Nevoso,
De Gori afferma che "si dimentica che la scomparsa dei soldi e di quei
documenti fu denunziata dalle Br nel primo processo Moro, innanzi alla
prima Corte d' Assise di Roma, nel 1982, in aula". De Gori ha poi aggiunto
che "la notizia che un gruppo di 'arditi incursori' della Teseo Tesei era
stato trasferito a Roma dove rimase non giorni, ma settimane, al fine di
intervenire qualora fosse stato trovato il luogo del sequestro dell' on.
Moro, fu conosciuta all' epoca" . "Bisogna pure tenere presente - conclude
De Gori - che fu una scelta obbligata la scelta della Teseo Tesei in quanto
non erano stati costituiti ancora ne' i Nocse della Polizia ne' i Gis dei
Carabinieri". De Gori ricorda infine che dai documenti relativi all' interrogatorio
di Aldo Moro "non appare mai Gladio" e che "vi e' soltanto un accenno che
le Br non potevano capire, come in effetti non hanno capito".
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24 febbraio - Depositata la bozza di relazione del gruppo di lavoro della
commissione stragi incaricato di seguire gli sviluppi della vicenda Moro
(i senatori Macis, Pds, Granelli, Dc, ed il Federalista europeo Roberto
Cicciomessere). Questi in sintesi gli elementi principali dei cinque capitoli
della bozza di documento. - I ritrovamenti di Via Monte Nevoso: Mino Pecorelli
in un articolo su "Op" del 24 ottobre '78 affermava che in Via Monte Nevoso
era custodita una copia del memoriale Moro, con lettere non inviate e altro
materiale "dettagliatamente indicato". La Commissione basa il suo ragionamento
sulla valutazione fatta dalla magistratura a proposito della vicenda esprimendo
tuttavia perplessita' sulla diligenza con cui fu effettuata la perquisizione
nell' ex covo Br. Tra l' altro si avanza l' ipotesi, "possibile e non contraddetta
dagli stessi riscontri peritali che fondano l' archiviazione" che i documenti
potrebbero essere stati rinvenuti e poi ricollocati - e' detto nella bozza
- poco dopo la perquisizione perche' la loro divulgazione sarebbe stata
"inopportuna". Non c' e' certezza sulla completezza del materiale rinvenuto:
"Riecheggia qui una preoccupazione di Moro espressa con le parole 'temo
che tutto questo sia disperso, per ricomparire, se comparira', chissa'
quando e come' ". Il gruppo di lavoro si esprime per l' assenza della cosiddetta
"sindrome di Stoccolma" di cui Aldo Moro "sarebbe stato vittima secondo
il comitato di esperti costituito dal ministro dell' interno durante il
sequestro. Costante e di assoluta evidenza e la padronanza, da parte di
Moro del suo pensiero". - Il contenuto degli inediti. La bozza ricorda
che il fratello di Moro, Carlo Alfredo, in un incontro con la commissione
aveva segnalato il passo di una lettera trovata a via Monte Nevoso nel
quale si accennava, a proposito di alcuni articoli, ad un "apporto che
e' difficile immaginare italiano se non nella firma". Particolarmente ripetuto
e' il quesito sul perche' le Br non abbiano diffuso materiale "contenente
'rivelazioni' e notizie la cui divulgazione (con conseguente amplificazione
scandalistica dei media), bene avrebbe potuto rivelarsi funzionale al conseguimento
di un obiettivo presente da sempre nella strategia delle Br; quello di
delegittimare il sistema, disvelandone i profili e le componenti deteriori".
- La gestione dei documenti del sequestro Moro. "Vi e' chi, tra i brigatisti,
e' in grado di fare luce e completare la conoscenza di quel periodo. Il
fatto che cio' non avvenga e' motivo di inquietudine al pari della considerazione
che lo stato, una volta sconfitto il terrorismo, non mostra interesse alla
ricostruzione di quel periodo". Parlando della non diffusione degli originali
e delle trascrizioni degli interrogatori la bozza di documento afferma:
"La gestione dell' interrogatorio Moro rappresenta una anomalia rispetto
a tutti i precedenti e successivi comportamenti delle Br" (la bozza cita
le operazioni D' Urso e Cirillo). Riportando la requisitoria della procura
della repubblica di Roma sulla vicenda di Via Monte Nevoso, la bozza avanza
alcune ipotesi di "etero direzione" delle Br: una diretta che ipotizza
un intervento di facilitazione dell' azione militare di sequestro e un
ostacolo frapposto alla ricerca di una "soluzione politica" dell' intera
vicenda; l' altra e' quella di un "uso" fatto dal "centro" delle Br; la
terza su uno scambio tra Br e apparato dello stato di documenti contro
condizioni carcerarie e processuali "piu' favorevoli". La bozza precisa
che quando si parla di "centro estero di etero direzione" non ci si riferisce
al "grande vecchio" o al complotto internazionale, ma a quelle posizioni
politiche "contrarie al cambiamento e favorevoli alla conservazione e alla
stabilizzazione dell' esistente che avevano interesse ad agitare il fenomeno
del terrororismo. Non si puo' parlare di un disegno preordinato, ma si
puo' pensare che quelle posizioni politiche si siano esercitate attraverso
gruppi di pressione e pezzi degli apparati dello Stato, dando luogo ad
atteggiamenti fondati sul lasciar fare e, in certi casi, anche sul favoreggiamento".
- I problemi aperti dalle risultanze giudiziarie. E' un elenco degli elementi
non chiariti nonostante i quattro processi. Dal memoriale, consegnato il
13 marzo '90 al Capo dello Stato, alle foto fatte subito dopo l' agguato
e mai piu' trovate. C' e' da chiarire, inoltre, la questione del black
out telefonico in concomitanza con il sequestro e la presenza di un eventuale
"quarto uomo" nella prigione di Moro. Ci si dilunga, in particolare, sul
falso comunicato n.7 delle Br e sugli intrecci tra banda della Magliana,
Pecorelli, Br. - Comitati di crisi e interventi delle forze speciali. Nella
documentazione acquisita presso il ministero della difesa e relativa all'
allertamento del Comsubin - e' detto nella bozza - si parla anche di una
missione di elicotteri, il 29 marzo 78, lungo il litorale laziale, fra
Cerenova e Campo di Mare: furono allora scattate 21 riprese fotografiche
ora agli atti della commissione. "Va in proposito osservato come le ricerche
sul litorale laziale per individuare la prigione riportino singolarmente
al materiale rinvenuto nei risvolti dei pantaloni di Moro dopo il ritrovamento
della salma nella Renault 4 rossa". Non esiste neanche alcuna documentazione
sulla composizione dei "comitati di crisi": "Non vi e' documentazione,
dalla quale possano evincersi i nominativi concernenti gli effettivi partecipanti
alle riunioni dei citati comitati"; "Nulla risulta agli atti in merito
a verbali o appunti relativi alle riunioni di tali comitati". La bozza
di documento afferma, infine, che diversi tra gli uomini presenti nei tre
comitati erano affiliati alla P2.
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25 febbraio - In un' intervista al settimanale "Il Sabato", il sen. Francesco
Mazzola (Dc) che nel 1978 era sottosegretario alla Difesa e partecipava
alle riunioni che si tenevano al Viminale dice: "Sono convinto che le Br
siano state usate, spesso anche a loro insaputa. E' una conclusione a cui
sono giunto molti anni dopo quel tragico avvenimento. Allora non mi resi
conto di nulla". "Si sono fatte tante considerazioni sulla P2 ma la piu'
credibile - dice Mazzola - e' che fosse un punto di riferimento dei servizi
americani, la componente maggiormente affidabile per i servizi segreti
Usa". Mazzola parla poi dei noti contrasti tra Kissinger e Moro dovuti
soprattutto all' atteggiamento del leader Dc verso i paesi arabi. Per Mazzola
"era sicuramente un punto di contrasto. Anche perche' alla fine al centro
della discussione c'era la questione dell' approvvigionamento del petrolio
per il nostro paese ed avviarci ad avere una politica autonoma in questo
campo voleva dire stabilire dei legami con i paesi arabi". Alla domanda
se abbia dato piu' fastidio agli Usa l'apertura di Moro al Pci o il progetto
di politica estera, Mazzola risponde: "A mio avviso la chiave di molti
misteri puo' anche trovarsi nella battaglia per il petrolio". "Io - prosegue
Mazzola - non sono riuscito a dare una spiegazione logica delle stragi
avvenute in Italia. Mettere le bombe non rientrava nel disegno politico
del terrorismo di sinistra". Mazzola afferma che le bombe "nere" ci sono
state, "ma non solo". "Probabilmente - aggiunge - c'e' stato qualcosa di
piu"'. Ed ipotizza una lotta tra servizi segreti e fazioni filo-arabe e
filo-israeliane degli stessi. Mazzola, che sulla base degli appunti presi
durante le riunioni al Viminale, ha pubblicato successivamente il romanzo
di fantapolitica "I giorni del diluvio" nel quale si ipotizzava un intreccio
tra Br, servizi segreti e logge massoniche sullo sfondo del rapimento,
fornisce anche delucidazioni su quelle riunioni. "Mi ricordo - precisa
il parlamentare dc - che c'era un funzionario che verbalizzava. Le riunioni
ci sono state fino al 9 maggio, quando il cadavere di Moro e' stato ritrovato
in via Caetani". A Mazzola e' stato ricordato che agli atti risultano verbali
solo fino al 3 aprile. Perche' quei documenti sono scomparsi? gli e' stato
chiesto. "Non lo so" risponde Mazzola. "Si faceva il punto sulle indagini
- aggiunge il senatore - quindi di segreto non c'era niente". Mazzola esclude
anche che questi verbali possano essere scomparsi perche' c'era la traccia
della partecipazione di Gelli. "Questo e' escluso. Il nome di Gelli e'
venuto fuori per le riunioni dell' altro comitato, ma escludo che sia un'
ipotesi attendibile". A proposito dell' ipotesi che Gelli potesse aver
frequentato le riunioni di un comitato che si tenevano al ministero della
Marina, Mazzola dice: "Temo che su questo ci sia confusione. Durante quel
periodo, io, come sottosegretario alla Difesa, avevo l'ufficio alla Marina
militare. In quel periodo li' non furono fatte riunioni. Li' fu fatta una
sola riunione alla quale ho partecipato e durante la quale il gen. Dalla
Chiesa tenne una lezione sulle Br, avendo come uditori i responsabili di
Comsubin, il gruppo degli incursori della Marina". Erano quelli, spiega
Mazzola, che sarebbero "intervenuti nel momento in cui fosse stata localizzata
la prigione in cui veniva tenuto Moro". Tornando sulle riunioni al Viminale
Mazzola aggiunge: "Allora tutti prendevano appunti, al di la' della verbalizzazione
che faceva il funzionario del ministero dell' Interno". A proposito dei
diari sulla cui base ha scritto in seguito il libro, ricorda che sconosciuti
"un paio di volte sono entrati nel mio studio, senza rubare niente, cercando
forse delle carte". Una domanda ha riguardato anche il rapporto tra Est
e terrorismo italiano. Mazzola sostiene un ruolo di "solo aiuto" da parte
del Kgb al terrorismo italiano e, parlando di eventuali responsabilita'
dell' Est nel caso Moro, dice: "Certamente ci sono state, ma non solo.
Sono convinto che gli Usa abbiano assistito lasciando fare. E non solo
nella vicenda Moro".
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26 febbraio - Il Corriere della Sera pubblica una intervista a Vincenzo
Scotti in cui il ministro dell' Interno torna a parlare dei documenti
del caso Moro ed afferma che "Quei documenti, al Viminale non ci sono.
Li ho fatti cercare ma non li ho trovati. Tutto il resto (sono scomparsi?
sono stati distrutti? qualcuno li ha portati via?) sono illazioni, supposizioni
senza riscontro. Io non posso fare altro che ribadire il fatto che i documenti
da noi non ci sono. Io posso verificare solo quello che c'e' oggi. Ne'
io, ne' il capo della Polizia, nella primavera del '78 eravamo al Viminale.
Ulteriori spiegazioni le puo' dare solo il ministro dell'Interno dell'epoca."
Dice Scotti al Corriere "Solo i protagonisti di quegli avvenimenti possono
aiutare a ricostruire cio' che accadde. Lo si e' visto molto chiaramente
con la vicenda degli atti che avrebbero dovuto essere stati inviati al
ministero dalla Procura romana. Il Procuratore De Matteo ha chiarito che
quegli atti lui non li invio' e che quindi dagli archci non e' sparito
niente. Ma non sono io quello che puo' fare simili inchieste e accertamenti".
L' ufficio stampa del ministero dell' Interno smentisce che Scotti "abbia
rilasciato dichiarazioni che, a qualsiasi titolo, chiamino in causa il
ministro dell' Interno pro-tempore". L' ufficio stampa del Viminale ha
anche chiarito che il ministro Scotti "nell' audizione alla commissione
parlamentare si e' limitato a fare presente che non aveva rinvenuto documentazione
in ordine a specifici quesiti, come risulta dai verbali stenografici".
Il "Corriere della sera" "conferma di aver riportato fedelmente tutte le
dichiarazioni attribuite al ministro degli interni e precisa inoltre che
e' stato l' on. Scotti, non sollecitato dal giornale, a telefonare tramite
la batteria del Viminale a Maria Antonietta Calabro' alle ore 11.55 di
martedi' 25 febbraio. Nel corso della conversazione il ministro degli Interni
ha chiarito il suo punto di vista in merito alla vicenda Moro. L' autrice
dell' articolo ha raccolto le dichiarazioni di Scotti il quale, su precisa
richiesta, ha poi consentito la pubblicazione integrale delle stesse".
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26 febbraio - Libero Gualtieri, presidente della commissione stragi
dice di essere "sorpreso dalle dichiarazioni fatte da alcuni esponenti
politici gia' interrogati dalla commissione stragi e che avevano l' obbligo
di dire tutto in questa sede". "Leggo oggi - ha detto Gualtieri intervenendo
in commissione stragi - delle dichiarazioni fatte da Taviani che ha detto
che la strage di piazza Fontana fu fatta con la copertura dei servizi segreti.
Queste cose - ha aggiunto - doveva dirle in questa sede: sono affermazioni
gravissime. Sono altrettanto sorpreso di quanto dice oggi il sen. Mazzola
nel corso di un' intervista. Anch' egli e' stato infatti ascoltato dalla
nostra commissione. Credo che queste affermazioni sulla vicenda Moro saranno
valutate dal nostro gruppo di lavoro: sono cose gravi".
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26 febbraio - La commissione parlamentare Stragi decide con una deliberazione
sottoscritta dai rappresentanti Dc, Psi, Pds e Pri, a cui si e' aggiunto
il voto del Msi-dn, di riferire al Parlamento con relazioni finali riguardanti
Gladio, Ustica, vicenda Moro e terrorismo in Alto Adige. Gli emendamenti
alle quattro bozze di relazione gia' depositati, e documenti sostitutivi
di quelli gia' depositati, potranno essere presentati entro il prossimo
8 aprile. Da quella data la commissione potra' essere convocata dal presidente
Libero Gualteri per procedere alla discussione finale e all' approvazione
dei documenti. La deliberazione a tal proposito afferma: "La discussione
e l'approvazione finale dei documenti avverranno in sedute successive che
dovranno concludersi tassativamente entro il 22 aprile". Contro questa
posizione hanno votato l'indipendente di sinistra Sergio De Iulio, i federalisti
europei Roberto Cicciomessere e Marco Boato, e Luigi Cipriani, eletto nelle
liste di Dp. La prevista riunione di domani e' stata annullata e la commissione
e' stata convocata "a domicilio".
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26 febbraio - L' avv. Giuseppe De Gori, riguardo all' intervista
rilasciata al "Sabato" dal sen. Mazzola, all' epoca sottosegretario
alla Difesa, dice che "Il comitato istituzionale in funzione durante i
55 giorni del sequestro Moro ha regolarmente verbalizzato per riassunto
l' iter dei suoi lavori. Risulta che dalla data del 3 aprile 1978 non ci
sono piu' verbali. L' on. Mazzola afferma di non sapere dove sono finiti
i verbali da quella data in poi. Non sono finiti in nessun posto perche'
non esistono. Dal 3 aprile il comitato si e' riunito al massimo tre volte
e per brevissimo tempo, il tempo necessario per fare il punto sulle indagini
e scambiarsi informazioni. Non sono stati redatti verbali perche' erano
inutili. Tale verita' che Mazzola ignora, risulta giudiziariamente, come
risulta anche il perche' dal 3 aprile si sono diradati le riunione del
comitato che prima si riuniva quotidianamente. Poiche' nel comitato facevano
parte gli operativi sul campo - cioe' comandante dei carabinieri, capo
della polizia, comandante della guardia di finanza - si sono giustamente
accorti che era meglio avere rapporti personali ed informali altrimenti
si perdeva tempo preziosissimo per le indagini. Qui il mistero che mi auguro
sia chiarito per sempre".
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5 marzo - In un articolo dal titolo "Le Br a Moro: ti uccideremo domani",
il quotidiano "La Stampa" scrive che in un carcere di massima sicurezza
sarebbe stata registrata attraverso microspie la conversazione fra due
brigatisti che avrebbero parlato degli ultimi giorni trascorsi da Aldo
Moro nel cosiddetto "carcere del popolo". Una prima trascrizione di quel
nastro, riferisce anche "L' Unita'", venne spedita alla magistratura dai
servizi segreti nel novembre del 1979, ma fu rispedita indietro sollecitando
ulteriori approfondimenti. Solo ieri gli avvocati, che rappresentano le
vedove degli uomini della scorta di Moro uccisi in via Fani, hanno richiesto
alla corte d'assise la trascrizione del nastro per riaprire le indagini.
Secondo la registrazione, che risale probabilmente al 1979, Moro crollo'
dopo avere saputo che sarebbe stato ucciso. "Non lo hanno fatto dormire
per una notte, lo hanno fatto stare in piedi ... e' crollato psicologicamente
... l'ultimo giorno non ha detto una parola ...poi lo sciopero della fame
... prima non si e' mai fatto vincere ... non s'e' fatto prendere dal panico",
sono alcuni spezzoni del dialogo pubblicati da "La Stampa". Anche "L' Unita'"
riporta la notizia della registrazione del colloquio, precisando che uno
dei due teroristi che parlano sarebbe un "brigatista di alto livello".
Il quotidiano del Pds da' particolare rilievo alle affermazioni secondo
cui i "compagni" dei terroristi sarebbero stati ancora in possesso di tutti
ii nastri dell' "interrogatorio" cui Moro fu sottoposto e a quella secondo
cui il presidente della Dc avrebbe avuto un "suo uomo" all'interno del
Pci.
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6 marzo - Il Cesis, in un comunicato, precisa "di essere del tutto estraneo
alla divulgazione di documenti riguardanti conversazioni intercettate in
ambito carcerario, relativi al periodo della prigionia dell'on. Aldo Moro.
Detti documenti, inviati dal Sisde al Cesis sulla fine del 1979, vennero
trasmessi a suo tempo all'autorita' giudiziaria inquirente. In realta',
la questione e' tornata alla ribalta in questi giorni - come riferito da
altri organi di stampa - in quanto un legale che rappresenta alcune delle
parti civili ha chiesto alla Corte di Assise di Roma che siano effettuate
indagini istruttorie suppletive su tali intercettazioni".
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6 marzo - Processo Moro-ter: con la sostanziale conferma delle pene inflitte
in primo grado, anche se sono stati ridotti da 26 a 20 le condanne all'
ergastolo, si conclude il processo d' appello. A leggere il lungo dispositivo
della sentenza di 37 pagine e' stato il dott. Giulio Franco che tra l'
altro ha ordinato anche l' immediato arresto di otto imputati che avevano
per diverse ragioni ottenuto la liberta'. Sono Giorgio Benfenati,
Piero Di Matteo, Annunziata Francola (l' unica che era presente
in aula), Carlo Giommi, Paola Maturi, Franco Messina
ed Odorisio Perotta. Tra le condanne confermate quella a 12 anni
ed un mese all' ex senatore Domenico Pittella, applicandogli comunque
il condono di due anni. All' avvocatessa Giovanna Lombardi, accusata di
organizzazione di banda armata, come il Pittella, la pena di dieci anni
e' stata ridotta a cinque anni e sei mesi. Confermata anche la condanna
a Renato Curcio (16 anni due dei quali condonati), a Enrico Fenzi
(13 anni due dei quali condonati), Mario Moretti (30 anni). L' ergastolo
e' stato eliminato, tra gli altri, agli imputati Alessandro Pera,
Eugenio Pio Ghignoni, nonche' per Paola Maturi che ha avuto
23 anni e Franco Messina che ne ha avuti 30. Tra coloro che si sono
visti confermare la condanna c' e' anche Giovanni Senzani. A presentare
ricorso contro le decisioni dei giudici di primo grado erano stati 112
dei 150 condannati. Oggi la terza corte di assise d' appello ha concesso
, alla maggior parte degli imputati cosiddetti "minori" ed anche ad alcuni
dei principali, le attenuanti generiche che erano state negate nel primo
giudizio, ha applicato il condono in misura di due anni, o ha dichiarato
prescritte le accuse indicate nei trecento capi di imputazione contestati
in relazione ai vari delitti attribuiti ai terroristi. La corte, per quanto
riguarda le assoluzioni per insufficienza di prove pronunciate in primo
grado, ha mutato la formula in quella di "non aver commesso il fatto",
adeguandosi alla normativa che non prevede piu' l' assoluzione dubitativa.
Le pene detentive inflitte questa sera,a parte gli ergastoli, vanno dai
due anni e otto mesi ai trent' anni, a seconda della posizione processuale
degli imputati. Per decidere la sorte degli imputati i giudici sono rimasti
in camera di consiglio cinque giorni. Il processo era cominciato il 17
ottobre 1991.
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6 marzo - In una intervista al settimanale "L' Espresso", Renato Curcio,
rispondendo ad una domanda su una possibile "eterodirezione" delle Br,
afferma di non avere "neanche il piu' piccolo elemento per pensare che
le Br non siano state un fenomeno autentico e non manovrato" e anche l'
episodio Moro, dice Curcio, "e' una vicenda perfettamente limpida e trasparente.
Non contiene assolutamente nessun mistero". Curcio spiega di riferirsi
a questo proposito "all' operato delle Br. Perche' invece molte sono le
storie oscure che hanno ruotato e continuano a ruotare intorno a questa
vicenda". Non c' e' mistero, per Curcio, nemmeno sul perche' le Br non
utilizzarono alcuni elementi di cui vennero a conoscenza da Moro (come
l' esistenza di Gladio): "I brigatisti hanno avuto problemi pressanti di
sopravvivenza. C' erano cose urgenti cui pensare e c' era una grande difficolta'
politica a pensare".
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9 mar - La Democrazia Cristiana si costituisce parte civile nella sesta
inchiesta avviata dalla procura della repubblica di Roma sulla vicenda
Moro e affidata al sostituto procuratore della repubblica Luigi De Ficchy,
che si occupa di diversi risvolti della vicenda Moro con ipotesi di reato
di omicidio e sequestro di persona formulate verso ignoti. L' avv. Giuseppe
De Gori dichiara che "la parte civile ritiene che quest' ultima inchiesta
potra' acclarare e lumeggiare gli ultimi due interrogativi della vicenda:
La prigione di Moro nel centro di Roma e l' identita' del quarto uomo nella
prigione".
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11 marzo - In un' intervista all' "Avvenire" il sottosegretario alla difesa
Clemente Mastella dice: "Anch' io come il senatore Mazzola penso
che dietro il rapimento di Aldo Moro ci siano stati, in qualche modo, interessi
americani e sovietici. Entrambi i paesi erano contrari alla realizzazione
della politica di solidarieta' nazionale e del compromesso con l' avventura
berlingueriana, portata avanti dal presidente della Dc. Io espressi proprio
in quei giorni le mie convinzioni in un' interpellanza al presidente del
consiglio. Ma non ebbi mai risposta. Anzi qualcuno allora mi consiglio'
di parlarne il meno possibile. Ho sempre avuto il sentore che la vicenda
del rapimento di Moro fosse una cosa che ognuno poteva dimenticare a tutti
i costi. Magari grandi lodi a Moro, pero' dimenticare quello che era accaduto
e come era accaduto. Qualcuno ha avuto interesse a rimuovere la vicenda
di Moro. Invece tutta la verita' non e' stata ancora detta".
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11 marzo - Processo Moro quater: l' istanza, presentata dall' avv. Luigi
Li Gotti (patrono di parte civile per conto delle vedove di via Fani) di
acquisire la conversazione registrata in segreto di due detenuti su alcuni
inediti retroscena del sequestro Moro (di cui e' stata trovata traccia
negli atti del Cesis), e' stata condivisa da altri suoi colleghi ad eccezione
di Giuseppe De Gori (che rappresenta la Dc) e di Enrico De Giovanni (avvocatura
dello stato). Secondo Li Gotti (che ha anche chiesto l' identificazione
delle persone di cui fu registrata la conversazione riguardante, tra l'
altro, le ultime ore di vita dello statista democristiano) l' acquisizione
di quei documenti potrebbe consentire di identificare altri responsabili
della vicenda.
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11 marzo - Michael Ledeen, gia' personaggio vicino al Dipartimento
di Stato Usa, spiega in un' intervista ad "Il Sabato" che con il sequestro
di Aldo Moro da parte delle Br l'Italia "ha pagato le conseguenze di una
stupida politica estera americana". "Era stabilito ufficialmente che il
governo americano non avrebbe piu' potuto aiutare un paese straniero a
combattere un terrorismo interno, poteva farlo solo di fronte a terrorismo
internazionale. Questo atteggiamento e' stato il frutto del moralismo puritano
dell'amministrazione Carter e non riguarda in quel periodo solo l'Italia
ma tutto il mondo". Michael Ledeen esclude poi che la "ripresa dell'aiuto
americano contro le Br" sia dipesa dalla "distruzione del disegno politico
di Moro": "No, non c'e' nessun legame. Fu una scelta di politica globale".
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13 marzo - Processo Moro quater: accogliendo la richiesta del pubblico
ministero Antonio Marini (che a sua volta aveva recepito alcune istanze
degli avvocati di parte civile), la corte d' assise ordina l' acquisizione
agli atti processuali di tutto il carteggio trovato nel covo di via Monte
Nevoso, nonche' il fascicolo relativo alla pratica di estradizione dalla
Svizzera di Alvaro Loiacono.
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14 marzo - In un'intervista a "Panorama", Boris Alexandrovich Solomatin,
che il settimanale definisce "l'ex capo del Kgb a Roma", dove e' stato
accreditato dal 1976 alla fine del 1982 come ministro consigliere dell'ambasciata
sovietica in Italia, rispondendo ad una domanda sul caso Moro, premette
che "a noi sovietici Aldo Moro faceva piu' comodo vivo che morto. Ma nessuno
ci ha mai chiesto nulla. Se me lo avessero chiesto avrei risposto che mi
risultava che Moro avesse, a quel tempo, rapporti molto tesi con gli americani.
So di un burrascoso colloquio tra Moro e Kissinger, ad esempio".
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14 marzo - Muore a Roma, per un tumore ai polmoni, Franco Ferracuti,
65 anni, psichiatra e criminologo, ordinario di Psicopatologia Forense
nell'Universita' "La Sapienza" di Roma. Ferracuti, subito dopo il rapimento
di Aldo Moro, venne chiamato a far parte del "Comitato degli esperti" costituito
dall' allora ministro degli Interni Francesco Cossiga per interpretare
le lettere di Moro e i messaggi delle Brigate Rosse. Sempre su proposta
di Cossiga, Ferracuti entro' poi come collaboratore nel Sisde. Nel 1980,
come lui stesso ammise, si iscrisse alla loggia P2 di Licio Gelli. Era
amico del criminologo Aldo Semerari, ucciso a Ottaviano (Napoli) nell'
aprile del 1982.
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25 marzo - A Mosca, in una conferenza stampa, e' reso noto un documento
dell'ex Kgb sul rapimento Moro. Il documento, diffuso da Tatiana Samolis,
portavoce del servizio spionaggio esterno della Russia, e composto di quattro
stralci dal testo completo del rapporto, e' intitolato "estratti dai documenti
del servizio di spionaggio della Russia sul rapimento di Aldo Moro nel
marzo 1978, contenuti nell'archivio numero 33". In esso si afferma che
"Moro e' diventato non a caso la vittima di un atto terroristico" dal momento
che egli e' "l'unico leader politico in grado di fungere da 'anello di
congiunzione' tra le varie forze politiche del paese, in primo luogo tra
democristiani e comunisti". Dopo aver sottolineato che e' stato proprio
grazie agli sforzi di Aldo Moro che "si e' riusciti a superare la forte
opposizione della corrente di destra della Dc a un coinvolgimento dei comunisti
nella maggioranza di governo", il documento afferma che "nei circoli politici
italiani si ritiene che quali che siano gli ulteriori passi dei terroristi,
le loro azioni giocano a favore delle forze di destra....In queste condizioni
- afferma ancora il documento - il rapimento il 16 marzo di Aldo Moro,
che conosceva perfettamente il reale rapporto di forze nel paese e che
per questo conduceva una linea politica diretta a un progressivo avvicinamento
con il Pci e all'ammissione dei comunisti nella sfera del potere statale,
risponde obiettivamente agli interessi della reazione interna e internazionale,
indipendentemente da come sia stato concretamente effettuato l'atto di
terrorismo e a quali scopi tattici.....Questa azione terroristica - afferma
nella parte conclusiva il documento - costituisce in realta' un duro colpo
alle nuove tendenze nella Democrazia cristiana e favorisce la mobilitazione
delle forze reazionarie. In Italia si diffonde sempre piu' la convinzione
che 'l' affare Moro' sia in effetti un anello di un piano piu' ampio, di
un grande complotto internazionale dei circoli imperialistici diretto contro
la democrazia e il progresso".
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27 marzo - L' avv. Giuseppe De Gori chiede l' integrale pubblicazione
di tutti i documenti della Terza Sezione dell' Arcivio 33 del Kgb che contiene
i 'dossier' sull' Italia. "La signora Samolis - afferma De Gori
- prima dell' intervista di mercoledi' ne aveva rilasciata un' altra nella
quale affermava che negli archivi non risultava nessun elemento che potesse
provare connessioni tra KGB e Brigate Rosse. I rapporti sul terrorismo
italiano sono opera del Generale del KGB, Boris Solomatin, che e'
stato sei anni in Italia, dal 1976 al 1982 ed ha seguito giorno per giorno
tutti gli avvenimenti e che ha cercato in tutte le maniere di infiltrare
le BR senza riuscirvi. Fu lui che suggeri' l' incontro di Berlinguer con
Tito per convincere il maresciallo a intervenire presso i cecoslovacchi,
in quanto si supponeva, ma non era vero, che il loro servizio segreto,
la 'Stasis', sapesse in quanto infiltrata nelle BR e in altre bande armate
della sinistra. Il colloquio fu registrato e spedito al centro di Mosca
che aveva deciso la 'operazione liberazione' che fu un fiasco colossale".
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10 aprile - Processo Moro quater: Valerio Morucci parla dell' ideazione,
preparazione e realizzazione del sequestro di Aldo Moro, ma senza fornire
nessun elemento nuovo. Morucci ha fatto una rivisitazione storica di tutto
il movimento terrorista, dalla sua costituzione al reclutamento dei militanti
fino alla decisione di muovere l' attacco al cuore dello stato. L' ex terrorista
ha, innanzitutto, spiegato perche' la Dc divenne obiettivo delle azioni
militari delle brigate rosse: "La Dc -ha detto- veniva identificata come
la portatrice degli interessi delle multinazionali che esercitavano un
ruolo decisivo nelle scelte politiche. L' attacco a quel partito -ha aggiunto-
doveva essere preparatorio di un altro a piu' alti livelli". Morucci ha
quindi parlato della decisione di sequestrare Moro: "Con il rapimento del
giudice Sossi, le Br misero in atto un criterio d' attacco per avere una
contropartita, la liberazione di detenuti. Ma quell' esperienza falli';
si stabili' quindi di passare all' attacco al cuore dello Stato, cioe'
al sequestro di Moro". Circa il ritrovamento (ottobre 1990) del carteggio
in via Monte Nevoso e sui possibili retroscena di quella scoperta, Morucci
ha detto di non essere in grado di rivelare elementi nuovi. Quanto all'
esistenza di possibili canali alternativi di intermediazione nel corso
dei 55 giorni della prigionia dello statista Dc, il teste ha escluso che
ci siano stati.
-
14 aprile - La commissione stragi approva, con la sola astensione dei due
rappresentanti missini, la relazione finale predisposta dal gruppo di lavoro
sulla vicenda Moro. Il documento e' stato approvato senza alcuna modificazione
e sara' trasmesso al Parlamento. La riunione era cominciata con un lungo
confronto procedurale: la Dc, in sostanza, ha chiesto di passare la mano
alla nuova commissione approvando non tutti i documenti, ma solo quelli
su cui era possibile raccogliere una larga maggioranza. Il presidente Gualtieri
ha ricordato la deliberazione presa prima della campagna elettorale che
fissava per il 14 e 15 aprile la data delle votazioni. Tra l' altro l'
on.Luigi Cipriani ha preannunciato una sua nota aggiuntiva alla
relazione riguardante il ruolo di Toni Chichiarelli e della banda della
Magliana nel sequestro Moro. "Il giudice Monastero ha ben evidenziato -
ha detto Cipriani - l' intreccio tra servizi segreti e banda della Magliana
mentre ora abbiamo la certezza della presenza, a via Fani, di un colonnello
del Sismi che dipendeva da quella settima divisione che ha rappresentato
il comando di Gladio". Il documento analizza i problemi nati dal ritrovamento
delle carte di via Monte Nevoso, ipotizzando una "lettura" degli stessi.
In particolare il documento si sofferma "sull' incomprensibile comportamento
omissivo da parte delle Br" che non diffondono, come avevano promesso durante
il sequestro, il materiale nel quale, tra l' altro, indirettamente ma chiaramente,
si parla di Gladio nel capitolo dedicato alla strategia della tensione.
Si analizzano anche diverse ipotesi di "etero-direzione" delle Br da parte
di "centri" o "forze" esterne ai terroristi e ci si sofferma anche sugli
elementi non ancora chiariti in sede giudiziaria. Un capitolo, il quinto
ed ultimo, e' dedicato al problema dei comitati di crisi e agli interventi
delle forze speciali ipotizzati durante il sequestro. Sul non ritrovamento
di documentazione presso il ministero dell' Interno a proposito dell' allertamento
degli incursori della Marina ("una novita' assoluta non avendovi Cossiga
mai fatto cenno ne' nel corso delle audizioni alla commissione ne' in alcuno
dei suoi precedenti e numerosi interventi sul caso Moro"), la relazione
finale afferma: "La mancanza di riscontri documentali agli atti del ministero
accresce i dubbi di ingerenze esterne nella gestione del sequestro Moro"
e "non trova plausibile giustificazione". "Si conferma una costante dell'
'affare Moro': prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte
agli organi istituzionali, ma non e' escluso che altri ne disponga e le
utilizzi o minacci di farlo nel momento piu' conveniente". Sulle carte
di via Monte Nevoso, tra l' altro, si avanza l' ipotesi, "possibile e non
contraddetta dagli stessi riscontri peritali che fondano l' archiviazione",
che i documenti potrebbero essere stati rinvenuti e poi ricollocati poco
dopo la perquisizione perche' la loro divulgazione sarebbe stata "inopportuna".
Non c' e' inoltre certezza sulla completezza del materiale rinvenuto: "Riecheggia
qui una preoccupazione di Moro espressa con le parole 'temo che tutto questo
sia disperso, per ricomparire, se comparira', chissa' quando e come". Sulla
non diffusione dei documenti e sulla loro gestione, la relazione afferma
che la vicenda Moro e l' interrogatorio del leader Dc "rappresentano un'
anomalia rispetto a tutti i precedenti e successivi comportamenti delle
Br". Nel quinto capitolo si sostiene che "non vi e' documentazione dalla
quale possano evincersi i nominativi riguardanti gli effettivi partecipanti
alle riunioni dei comitati di crisi che agirono durante il sequestro".
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14 aprile - Processo Moro quater: le dichiarazioni fatte da Valerio Morucci
in varie vicende giudiziarie e in un processo per calunnia contro l' ex
assistente del carcere di Paliano, Gabriella Carlizzi, attualmente in corso,
saranno acquisite ed utilizzate dai giudici della prima corte d' assise
di Roma. La decisione e' stata presa dai giudici di primo grado in accoglimento
di una richiesta del pm Antonio Marini e degli avvocati di parte civile,
ad esclusione di quello della Dc Giuseppe De Gori, fatta in seguito al
rifiuto di Morucci di rispondere alle domande poste oggi nel corso della
seconda udienza del dibattimento dedicata alla sua audizione. Agli atti
saranno acquisite, per un riscontro con quella gia' in possesso della corte,
anche tre copie del memoriale scritto dall' ex brigatista nel 1986 e attualmente
nel fascicolo del processo Carlizzi. Oggi Morucci ha solo ribadito la convinzione
che durante la prigionia di Moro non siano esistiti "canali" alternativi
di intermediazione tra Moro ed i destinatari delle sue missive. Quindi,
non appena il pm ha introdotto il tema del memoriale, con riferimento all'
indicazione di Loicono quale partecipante all' agguato di via Fani, Morucci
si e' avvalso della facolta' di non rispondere.
-
22 aprile - Le relazioni finali della Commissione stragi sono trasmesse
al presidente del Senato, Giovanni Spadolini, e al presidente della Camera,
Nilde Iotti.
-
22 apr - La prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Stanislao
Sibilia, respinge il ricorso presentato dal difensore di Renato Curcio,
Giovanna Lombardi, contro il provvedimento della Corte d' assise d' appello
di Cagliari che aveva respinto l' ipotesi di continuazione dei reati. "E'
evidente - ha commentato Giovanna Lombardi - che esite una disparita' di
trattamento. A Curcio non si e' voluto riconoscere quello che ad altre
persone e' stato piu' volte garantito senza difficolta'. Ora, a meno che
il problema non venga risolto sul piano politico, Curcio dovra' passare
almeno altri 11 anni in carcere". Il difensore, nella sua richiesta, si
era riferita in particolare a due sentenze riguardanti due brigatisti rossi:
Pietro Bassi e Tonino Paroli. A entrambi gli imputati la
Corte d' assise d' appello di Milano, per il primo, e la Corte d' appello
di Bologna, per il secondo, avevano riconosciuto infatti la continuazione
dei reati con conseguente abbreviazione della pena. La continuazione dei
reati infatti, che prevede che piu' illeciti vengano considerati parte
di un unico disegno criminoso, comporta una notevole riduzione della condanna.
I reati per i quali Curcio aveva chiesto il riconoscimento della continuazione
sono banda armata, rapina, evasione, tentativo di omicidio (il conflitto
a fuoco con i carabinieri al momento del suo arresto) e concorso morale
in buona parte dei reati commessi dalle Br dopo la sua cattura.
-
24 apr- Acuni ufficiali responsabili del Comsubin al tempo del sequestro
di Moro, interrogati nei giorni scorsi dal sostituto procuratore della
Repubblica Luigi De Ficchy, confermano che tra i vari progetti che furono
studiati per tentare la liberazione di Moro, ce n' era anche uno che prevedeva
l' impiego degli incursori della Marina Militare. Quando gli investigatori
ipotizzarono che lo statista democristiano fosse trattenuto dai suoi rapitori
in un casolare del litorale di Cerveteri venne diramato un ordine operativo,
poi annullato. Gli ufficiali del Consubim hanno confermato, secondo quanto
si e' appreso negli ambienti giudiziari, che l' intervento degli incursori
era stato programmato per il 22 marzo del 1978. Improvvisamente, pero'
arrivo' l' ordine di sospendere l' operazione e l' allarme rientro'.
-
7 giugno - Il settimanale inglese "Observer", in un lungo articolo
sulla vicenda Gladio. L' Observer afferma, fra l' altro che il progetto
nacque in Gran Bretagna nel 1949 ad opera del servizio di spionaggio MI6
e che la Gran Bretagna e' stata per anni "la principale base e il principale
centro di addestramento" dell' organizzazione paramilitare. Secondo l'
Observer, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si divisero la guida delle
operazioni in Europa: la prima agiva in Belgio, Olanda, Scandinavia e Paesi
iberici, i secondi altrove nel continente. Un documentario televisivo in
tre puntate sui risultati dell' inchiesta dell' Observer sara' trasmesso
dalla BBC. L' inchiesta si occupa anche dell' attivita' di Gladio in Belgio
e in Italia: l' articolo sostiene senza il supporto di prove che Gladio
non fu estraneo ad attentati (come esempi di quelli che colpirono l' Italia,
vengono citati Piazza Fontana, la Stazione di Bologna, etc.), e al rapimento
di Aldo Moro, riguardo al quale l' Observer afferma, anche qui senza il
supporto di prove, che "la piu' grave accusa contro Gladio e' che vi ha
cooperato - o almeno non ha fatto nulla per prevenirlo". Il settimanale
aggiunge: "Le Brigate Rosse erano profondamente infiltrate da servizi segreti
occidentali". L' Observer cita il colonnello Oswald Le Winter, della
CIA, secondo cui "la direzione strategica delle Brigate rosse era composta
da agenti dei servizi segreti". Un neofascista attualmente in carcere,
Vincenzo Vinciguerra, che avrebbe avuto "stretti legami con Gladio", concorda
con questa tesi. Il settimanale riferisce alcune circostanze che proverebbero
la teoria di Le Winter: la presenza "di una figura importante dei servizi
segreti italiani" vicino a via Fani, al momento del rapimento; e il tipo
di proiettili usati nell' azione, "del tipo usato dalle forze speciali
italiane".
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8 giugno - Gabriella Pasquali Carlizzi, l' assistente sociale rinviata
a giudizio con l' accusa di calunnia nei confronti del segretario del Psi
Bettino Craxi e di una religiosa che presta la sua opera nel supercarcere
di Paliano, suor Teresilla Barilla', e' stata assolta oggi dai giudici
della terza sezione penale del tribunale di Roma. La donna, subito dopo
il ritrovamento del dossier Moro nell' ex covo brigatista di via Monte
Nevoso, a Milano, si presento' ai magistrati romani Franco Ionta e Nitto
Francesco Palma annunciando "esplosive" rivelazioni che disse di aver acquisito
quando prestava servizio nel supercarcere di Paliano, dove erano detenuti
numerosi terroristi, tra i quali Valerio Morucci. L' assistente sociale,
tra l' altro, dichiaro' che Morucci era un falso dissociato; che era in
possesso di documenti originali relativi alla vicenda Moro e che li aveva
affidati a suor Barilla'; che Craxi ed il Psi avevano coperto la latitanza
di numerosi terroristi; che Craxi e Flaminio Piccoli avevano progettato
e fatto attuare la collocazione del carteggio Moro nel nascondiglio di
via Monte Nevoso.
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11 giugno - La terza rete della Rai trasmette il documentario prodotto
dalla Bbc e intitolato "L' affare Gladio", seguito da un dibattito diretto
da Corrado Augias. Il 12 giugno il sostituto procuratore della Repubblica
Luigi de Ficchy, ordina l' acquisizione del servizio che, a giudizio del
magistrato contiene elementi che meritano di essere approfonditi poiche'
hanno un diretto riferimento ai fatti di cui si occupa il suo procedimento.
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30 giugno - La Corte d' Assise d' appello di Cagliari accoglie l' istanza
di liberta' presentata dai difensori di Alberto Franceschini e ne
ordina l' immediata scarcerazione. Sulla richiesta, nei giorni scorsi,
aveva espresso parere favorevole il sostituto procuratore generale, Ettore
Angioni, il quale aveva affermato che al detenuto dovevano essere concessi
i benefici previsti dalla legislazione per gli ex terroristi che hanno
scelto la via della dissociazione, e perche' ha dimostrato di avere tagliato
ogni rapporto con il suo passato. I giudici hanno considerato come pena
massima 22 anni e sei mesi di reclusione, hanno riconosciuto l' attenuante
della dissociazione, hanno applicato i benefici dei condoni del 1986 e
1990, riducendo la pena di altri tre anni, e, infine, hanno concesso 630
giorni di liberta' anticipata. Franceschini, in base al nuovo computo della
pena, doveva essere scarcerato il 15 giugno scorso. La decisione sulla
liberta' a Franceschini e' spettata alla Corte d' Assise d' appello di
Cagliari in quanto l' ultima condanna e' stata emessa dai giudici cagliaritani.
Nell' isola, infatti, l' ex brigatista era stato coinvolto e condannato
per diversi episodi di terrorismo, tra cui le rivolte nel supercarcere
dell' Asinara, nell' ottobre 1979, e in quello di "Badu 'e Carros", di
Nuoro, nel 1980.
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1 luglio - La prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale,
conferma le condanne a 16 anni per Renato Curcio e 18 anni per Alberto
Franceschini (Mario Moretti non e' ricorso in Cassazione) inflitte
dalla Corte d' assise d' appello di Venezia, per il concorso morale nell'
uccisione di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci nel 1974 nella sede
padovana del Msi, riconoscendo la loro responsabilita' come mandanti. La
sentenza non incide sulla decisione dei giudici di Cagliari sulla scarcerazione
di Franceschini.
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7 settembre - L'Ordine dei giornalisti della Lombardia radia dall'albo
il fotogiornalista pubblicista Antonio Motta autore del falso scoop sull'irruzione
dei carabinieri nel covo milanese delle Brigate Rosse, in via Monte Nevoso,
nel 1978. Motta racconto' di essersi infiltrato nelle Brigate Rosse come
"agente di Dalla Chiesa' e di aver quindi fatto scoprire la base di via
Monte Nevoso, aggiungendo che vi furono sequestrate anche bobine con registrato
l'interrogatorio di Aldo Moro, che invece non risulta siano mai state trovate.
Il racconto di Motta fu preso per vero dal settimanale "L'Europeo" che
lo pubblico' nel numero del 26 ottobre 1990, all'epoca in cui era diretto
da Vittorio Feltri. Seguirono le smentite dei carabinieri e sulla vicenda
fu aperto anche un procedimento penale. Motta davanti al Gip confesso'
di avere "inventato tutto per spillare soldi all'Europeo, che aveva promesso
50 milioni". Egli fu cosi' rinviato a giudizio per tentata truffa e diffusione
di notizie false e tendenziose. L'Ordine nella sua sentenza sottolinea
che "queste notizie false e tedenziose, proprio in quanto tali, hanno avuto
la deplorevole funzione di accrescere la diffidenza del pubblico verso
i giornali ed i giornalisti, e quindi di screditare la funzione di informazione
esatta e obiettiva, che dovrebbe essere il primo scopo della professione
giornalistica".
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17 settembre - Alcuni quotidiani pubblicano dichiarazioni fatte da Bettino
Craxi, durante una conversazione avvenuta la sera del 16 settembre in una
"brasserie" di Berlino. Craxi avrebbe parlato della strage di piazza Fontana,
del caso Moro e dell'omicidio del giornalista Walter Tobagi. Per quanto
riguarda il caso Moro, Craxi l' avrebbe definito una "storia fitta di misteri,
che neanch' io ho capito". Dopo aver ricordato che le BR avevano proposto
lo scambio dello statista con tredici detenuti e che dalla lista sarebbe
stato scelto un nome, lui stesso sarebbe andato da Andreotti per sottoporgli
la soluzione. Ma, avrebbe aggiunto Craxi, Giuliano Vassalli "mi aveva gia'
fatto capire che era finita". Sull' attentato alla sede milanese della
Banca Nazionale dell' Agricoltura il segretario socialista avrebbe affermato
che a mettere la bomba sarebbero stati gli anarchici manovrati da servizi
segreti deviati. Craxi avrebbe spiegato che non doveva esserci la strage,
ma solo un atto dimostrativo per creare il caos e poi ristabilire l' ordine.
Per quanto riguarda la morte di Pinelli, sempre secondo quanto riportato
dai giornali, l' anarchico, a detta di Craxi, si sarebbe suicidato in quanto
avrebbe avuto un ruolo logistico nell' attentato. Sull' uccisione di Tobagi,
Craxi avrebbe rilevato che il comunicato con cui i terroristi rivendicarono
l' omicidio sarebbe stato scritto con una macchina della stessa marca di
quelle in uso al suo giornale. Alle richieste di precisazioni Craxi risponde:"Sul
tardi mi lascio andare a volte a delle considerazioni di politica al limite
della fantapolitica. Ma a volte la fantapolitica aiuta a capire".
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18 settembre - Franco Messina e Paola Maturi sono fermati a Parigi dalla
polizia francese. Paola Maturi e Franco Messina, 38 anni entrambi, hanno
fatto parte dell' ultima "generazione" di brigatisti rossi. Arrestati dalla
Digos romana, si trovavano in liberta' per decorrenza dei termini della
custodia cautelare quando, il 12 ottobre 1988, la seconda Corte d' assise
di Roma, al termine del cosiddetto "Moro ter", li condanno' all' ergastolo,
come responsabili dell' omicidio del vicequestore Sebastiano Vinci e dell'
organizzazione del rapimento del vicequestore della Digos romana Nicola
Simone, che rimase ferito nell' agguato. Le condanne inflitte in primo
grado sono pi state ridotte in appello: Messina, accusato tra l' altro
di aver partecipato all' assalto alla sede del comitato romano della Dc
in piazza Nicosia, a Roma, e' stato condannato a 30 anni, la Maturi a 23
anni. La cattura dei due latitanti e' stata portata a termine dagli agenti
dei Reinsegnements Generaux della Prefettura di Parigi insieme con alcuni
ufficiali della sezione anticrimine dei carabinieri del Raggruppamento
Operativo Speciale, il Ros, da alcuni giorni giunti a Parigi. La presenza
in Francia di Mesina e della Maturi era stata accertata gia' da alcune
settimane, ma l' operazione e' stata compiuta soltanto dopo che le autorita'
francesi hanno accolto la richiesta di arresto provvisorio a fini estradizionali
presentata dal Ministero di Grazia e Giustizia e corredata dalla necessaria
documentazione.
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29 ottobre - Alberto Franceschini e' nuovamente arrestato. Il provvedimento
gli e' notificato dalla Digos nella sede dell' Arci, in via Carrara, nel
quartiere Flaminio, dove Franceschini cura la realizzazione del periodico
sul mondo carcerario "Ora D'aria". Franceschini e' stato arrestato su disposizione
della Procura generale di Venezia che ha riaperto le procedure di calcolo
del cumulo delle pene dell' ex brigatista. Il calcolo era stato definito
dalla Procura di Cagliari in 22 anni e mezzo di pena complessiva che, essendo
stata gia' interamente scontata, aveva determinato la scarcerazione. La
procura generale di Venezia ha riconteggiato il cumulo delle pene lasciando
inalterata l' entita' complessiva (22 anni e mezzo) ma facendola decorrere
dall' 82 e non dal '74, anno del suo arresto. Franceschini ha rilasciato
una dichiarazione che e' stata letta dal presidente dell' Arci Nova Mimmo
Pinto. "Nessuno -ha scritto- ha il diritto di giocare con la pelle altrui,
neppure i magistrati. Da subito iniziero' lo sciopero della fame e come
nel 1983 sono disposto a fare anche lo sciopero della sete. Vado fino in
fondo perche' non ho morti alle spalle e mi auguro che non sia invece qualcun
altro a doverne avere". Franceschini aveva lavorato da gennaio 1988 a giugno
del 1992 con l' Arci usufruendo dell' art. 21 della legge penitenziaria
che gli consentiva di rientrare in carcere soltanto di notte. Da quattro
mesi era tornato in liberta', intensificando l' attivita' con la cooperativa
"Tutti servizi" formata da detenuti che usufruiscono dello stesso art.21.
Il 10 ottobre era stato nominato membro del coordinamento nazionale di
"Arci solidarieta' " durante la prima riunione dell' esecutivo a Genova.
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1 novembre - In un' intervista rilasciata prima del nuovo arresto all'
emittente greca 'Mega Channel' Alberto Franceschini rivolge un appello
ai membri dell' organizzazione terroristica "17 novembre" perche' "rinneghino
la lotta armata perche' la violenza per la violenza non conduce a nulla".
Franceschini e' stato per oltre due ore protagonista di una trasmissione-documentario
che ha evocato la nascita, lo sviluppo delle "Brigate rosse", il loro declino
dopo l' assassinio Moro e la loro organizzazione, inclusi i collegamenti
con altre organizzazioni terroristiche internazionali. Nel confermare i
contatti delle "Brigate rosse" con gruppi tedeschi e francesi, Franceschini
ha sostenuto che non ne esistevano con l' organizzazione greca "17 novembre".
Franceschini ha concluso con una generale condanna della loitta armata,
affermando che "in Europa hanno fatto di piu' i movimenti pacifici e di
lotta per i diritti civili".
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4 novembre - Alberto Franceschini sospende lo sciopero della fame cominciato
il 30 ottobre per protesta contro il suo nuovo arresto. "Non voglio che
lo sciopero della fame da me deciso e attuato in questi giorni - ha detto
Franceschini a una delegazione dell' Arci in visita al carcere di Rebibbia
- possa apparire come una forma di pressione indebita. Non voglio ricattare
nessuno, tanto meno i giudici, e quindi in attesa della decisione della
Corte d' assise d' appello di Venezia lo sospendo raccogliendo cosi' anche
l' appello che molti mi hanno rivolto in questo senso". Franceschini ha
poi dichiarato "di attendere con serenita' il pronunciamento dei giudici
nella certezza di essere dalla parte del diritto".
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9 novembre - I giudici della Corte d'assise d'Appello di Venezia dispongono
l' immediata scarcerazione di Alberto Franceschini. Le ragioni della Procura
Generale, che aveva fatto decorrere dal 1982 la durata della pena, non
sono state accolte in base al fatto che la legge sulla dissociazione stabiliva
con chiarezza che il tetto massimo delle pene imponibili ai dissociati
non potesse superare i 22 anni e sei mesi di reclusione. L' ordinanza di
scarcerazione impone anche l' obbligo di presentarsi al magistrato di sorveglianza
di competenza per essere sottoposto a liberta' vigilata. Alberto Franceschini
torna materialmente in liberta' alle 20,15. In esecuzione dell' ordinanza
dei giudici veneziani esce dal carcere romano di Rebibbia e si allontana
con la sua compagna a bordo di un taxi.
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16 novembre - In commissione antimafia, Tommaso Buscetta avrebbe detto
che Cosa nostra avrebbe avuto un contatto con le Brigate rosse nel 1978
per sondare la disponibilita' dei terroristi a rivendicare l' uccisione
del generale Dalla Chiesa che la mafia stava pensando di eliminare. Nel
1978 il generale Dalla Chiesa era responsabile dei servizi antiterrorismo
e non si occupava di mafia. Secondo quanto Buscetta avrebbe sottolineato,
Cosa nostra si sarebbe interessata anche a persone non direttamente scomode
all'organizzazione mafiosa. Nello stesso periodo, Buscetta era detenuto
nel supercarcere di Cuneo: sempre secondo quanto alcuni commissari hanno
riferito, al "pentito" sarebbe stato chiesto di fare da intermediario tra
Cosa nostra e le Br per liberare Moro. Buscetta avrebbe quindi chiesto
il trasferimento nel carcere di Torino dove erano detenuti alcuni brigatisti
di rilievo, ma non l' ottenne e quindi la trattativa salto'. Buscetta,
nel corso dell' audizione ha detto: "vorrei suggerire di rintracciare delle
bobine di intercettazioni telefoniche dove si parla chiaramente dell' interessamento
mio per un trasferimento al carcere di Torino allo scopo di contattare
i brigatisti per vedere se fosse possibile salvare la vita di Aldo Moro.
Questo e' nelle telefonate; devono esserci le telefonate. Bisognerebbe
avvicinare la persona che mi parlava al telefono e che spesso contatto',
sempre al telefono, mia moglie, assicurandola che si stava facendo il possibile
per il mio trasferimento a Torino. Invece mi hanno mandato prima a Milano
e poi a Napoli". Alla domanda del presidente per sapere con chi avrebbe
dovuto prendere contatto nel carcere di Torino, Buscetta ha risposto di
non saperlo: "Volevano che io cercassi un contatto, spettava poi a me vedere
come fare per ottenere la liberazione di Moro". Buscetta ha poi precisato
che a decidere quest' iniziativa era stata la "commissione" della mafia
e alcuni elementi della malavita milanese. "La 'commissione' - ha detto
- non la si potra' certo ascoltare, ma gli elementi della malavita milanese
si possono certo rintracciare attraverso le telefonate intercettate. In
una di queste, 'uno' da Roma parla con 'una' di Milano e dice: 'non vogliono
liberare Aldo Moro'. Queste non sono mie dichiarazioni ma e' il testo delle
telefonate". Sollecitato a fornire una spiegazione ulteriore sul ruolo
di "Cosa nostra" nella vicenda di Aldo Moro, Buscetta ha affermato che
l' incarico per una sua eventuale mediazione gli fu trasmesso da Stefano
Bontade: "Io credo che la 'commissione' fosse d' accordo. Stefano non si
sarebbe gettato a capofitto in una cosa di questo genere senza che la 'commissione'
lo avesse saputo". Un momento di smarrimento da parte del pentito si e'
avuto quando Violante gli ha contestato il soggiorno nel carcere di Milano,
che non risulterebbe nei documenti a disposizione dell' antimafia. Buscetta
si e' mostrato sorpreso; e' rimasto un po' in silenzio, poi ha chiuso l'
argomento affermando: "Ne sono certo. Io ho soggiornato a Milano per due
settimane". Il 17 novembre l' audizione di Buscetta, durata circa sei ore,
e' resa pubblica. I contenuti infatti sono stati raccolti in alcune videocassette
in corso di trasmissione nella sala stampa di San Macuto. La registrazione
presenta alcuni "vuoti" dovuti ad un fatto tecnico.
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17 novembre - "Quanto affermato da Buscetta alla Commissione antimafia
sul caso Moro e' assolutamente falso e destituito da ogni qualsiasi fondamento
processuale" sostiene in un suo comunicato l' avvocato Giuseppe De Gori.
"Nessuno si e' mai rivolto alla mafia per interessarla alla salvezza dell'
on. Moro", ed "e' emerso da sempre che mai le BR abbiano avuto contatti
o siano state infiltrate dalla mafia; in Sicilia non vi sono mai state
colonne BR. Se oggi, a distanza di 14 anni, il sig. Buscetta s' inventa
simili falsita', cio' significa che qualcuno gliele ha suggerite per fini
altamente disonesti che non sta a me analizzare".
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17 novembre - Francesco Cossiga, in una intervista al Gr1, dice: "Io non
mi sono mai illuso che noi riuscissimo a salvare Moro. O per meglio dire,
io ho sperato che noi riuscissimo a salvare Moro, pero' fin dal primo momento
ho ritenuto che le Br avessero la tremenda determinazione di portare fino
in fondo il loro gioco". Cossiga afferma anche di conoscere tutto delle
carte Moro comprese le intercettazioni telefoniche. "Non sapevo - sottolinea
- di essere intercettato anche io, durante il mio periodo di ministro dell'interno,
dai servizi militari perche' sospettato di intelligenza con la sinistra,
con la sinistra comunista". Cossiga si sofferma anche sui "servigi" chiesti
alla Mafia resi noti da Buscetta . "Io mi chiedo - dice Cossiga - se per
caso qualcuno della mafia non si fosse fatto avanti ad offrire i propri
servigi per collaborare alla salvezza di Moro e che a Buscetta queste cose
siano arrivate e che quindi abbia detto queste cose per sentito dire".
Per Cossiga, dalle intercettazioni non risulta nulla "di quello che dice
Buscetta". L' ex presidente della repubblica ribadisce che le intercettazioni
vennero fatte dalla polizia e dai carabinieri, non dai servizi. Cossiga
infine fa anche una classifica degli "uomini della fermezza". "I piu' fermi
di tutti erano certamente Enrico Berlinguer, poi mi ci metto io subito
dopo, non per importanza, ma per rapporto di parentela, Ugo Pecchioli che
in modo assolutamente corretto svolse le funzioni politiche che gli erano
proposte e fu sostenitore di questa linea, Pertini dissociandosi dal resto
del partito socialista e Giulio Andreotti. E, la cosa dispiacera' a molti,
Carlo Donat Cattin".
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17 novembre - Nando Dalla Chiesa, figlio del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa,
in un' intervista all' "Europeo" commenta l' audizione di Tommaso Buscetta
alla commissione antimafia e dice che "durante le indagini sul caso Moro,
Alberto Dalla Chiesa aveva saputo qualcosa che non doveva sapere.. Per
me finora era solo un' eventualita' la connessione tra la morte di mio
padre e il caso Moro. Ma evidentemente era diventata una presenza troppo
ingombrante quella di chi aveva indagato a fondo sul terrorismo e soprattutto
sulla morte del leader della Dc. Sapevo che Alberto Dalla Chiesa era scomodo,
e avevo attribuito alla scomodita' il suo invio in Sicilia nell' 82. Invece
era tanto inaffidabile, per quei gruppi piu' inquinati del sistema politico,
che addirittura nel '79 avevano pensato di eliminarlo". Nando Dalla Chiesa
indica infine Andreotti, Cossiga e Craxi tra gli uomini che hanno fatto
"insinuazioni" su suo padre.
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18 novembre - Franco Bonisoli e Lauro Azzolini, entrambi membri dell'esecutivo
politico delle Br all'epoca del sequestro Moro, in distinte interviste
all' emittente radiofonica "Italia Radio" dicono che le bobine delle quali
ha parlato Tommaso Buscetta "non esistono". "Se Buscetta conosce l'esistenza
e il contenuto dei nastri - ha affermato in particolare Bonisoli che ora
in semiliberta' - dica subito dove sono, chi le ha registrate. Non capisco
- ha aggiunto - a cosa si riferisce Buscetta, a quali fatti specifici".
Bonisoli ha anche smentito le affermazioni del pentito su collusioni tra
Cosa Nostra e le Br: "noi ha detto - non eravamo abituati a far azioni
per conto terzi o rivendicare azioni per conto di altri, tantomeno per
Cosa Nostra". Ha invece confermato che Buscetta nel 1979 era detenuto nel
carcere di Cuneo, precisando che era ospitato in una cella localizzata
sullo stesso piano di quella di Azzolini. Quest'ultimo ha affermato di
non ricordare se Buscetta era a Cuneo nei giorni del rapimento di Moro
e ha definito "tutte fandonie" le rivelazioni fatte dal pentito.
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18 novembre - La commissione Antimafia chiede al ministero di Grazia e
Giustizia i documenti che proverebbero il "transito" durato due settimane
di Tommaso Buscetta nel carcere di Milano, nel 1978.
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18 novembre - Roberto Ognibene, all' epoca detenuto nel carcere di Torino
ed ora in liberta' a Bologna, dice che Tommaso Buscetta non sarebbe stato
per le Brigate Rosse un mediatore "credibile" nel sequestro Moro. "E' possibile
che abbia fatto delle avances - ha detto l' ex brigatista - ma da parte
nostra c'era molta diffidenza nei suoi confronti. Non ci saremmo mai fidati
di lui. Ne avevamo una pessima opinione". Le Br non avrebbero mai accettato
"un patto di questo tipo" ne' per quanto riguarda il sequestro Moro, ne'
per quanto concerne l' omicidio del generale Dalla Chiesa. "Abbiamo sempre
cercato infatti - ha continuato Ognibene - di non farci condizionare da
altri nelle nostre iniziative. Sapevamo che intorno a noi c'erano manovre
di vario genere anche da parte dei servizi e quindi dovevamo stare molto
attenti a non farci intrappolare". Tra "cosa nostra" e Brigate Rosse ogni
tipo di rapporto sarebbe stato poi difficile. "Avevamo della mafia - ha
spiegato Ognibene - l' opinione che in genere hanno le persone di sinistra
progressiste. Quando si sono interessati a noi, li abbiamo guardati con
diffidenza e sospetto". Ognibene osserva che gli unici rapporti che ci
sono stati tra Br e mafia sono avvenuti in carcere "perche' eravamo detenuti
insieme e anche questo credo che facesse parte di una strategia dei Servizi
per cercare di creare scontri". L' ex Br ricorda una serie di conflitti
e ferimenti come quello di Moretti, accoltellato a Cuneo da un mafioso.
Sull' attendibilita' delle dichiarazioni di Buscetta Ognibene comunque
non ha molti dubbi. "Credo infatti - ha osservato - che stia dicendo la
verita'. Di molte cose comunque non ho avuto esperienza diretta anche perche'
spesso eravamo in carceri diversi". Ognibene ha comunque dichiarato che
sarebbe stato molto difficile per i detenuti in carcere avere rapporti
con l' esterno e riuscire a influire sulle decisioni dei Br in liberta'.
L' unico contatto con l' esterno per eventuali intercessioni nella liberazione
di Moro i Br coinvolti nel processo di Torino lo hanno avuto con Franca
Rame. "Noi - ha spiegato - eravamo completamente isolati, conoscevamo quello
che succedeva solo dai giornali. L' unica iniziativa dall' esterno e' stata
quella di Franca Rame che ci chiese di prendere posizione sulla liberazione
di Moro durante il processo del '78 mentre Moro era sequestrato. Ma noi
non abbiamo potuto ne' voluto, perche' politicamente non abbiamo creduto
che fosse giusto farlo".
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18 novembre - Processo Moro quater: i giudici della prima corte d' assise
di Roma dispongono l' acquisizione delle dichiarazioni fatte da Tommaso
Buscetta alla commissione antimafia. Alla commissione antimafia Buscetta
ha, tra l' altro, parlato dell' esistenza di registrazioni che appartengono
a diversi processi e dalle quali risulta un interessamento per il suo trasferimento
nel carcere di Torino affinche' potesse contattare un brigatista e chiedere
il rilascio dello statista democristiano. Il pentito ha poi aggiunto che
a chiedergli di fare il tentativo, poi fallito, fu la "commissione" di
Cosa Nostra e un esponente della malavita milanese. Quest' ultimo e' stato
indicato oggi da alcuni quotidiani in Ugo Bossi e per questo il pm Marini
ha chiesto anche la sua audizione. Lo stesso rappresentante della pubblica
accusa ha chiesto inoltre che sia sentito un altro pentito mafioso, Francesco
Marino Mannoia il quale, parlando del caso Moro piu' di un anno fa, disse
che esisteva una spaccatura all' interno della cupola.
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21 novembre - L' ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in una
lunga intervista a "Panorama" dice che "il complottismo e' la fuga dal
coraggio storico di ammettere che le Br erano le Br, che la mafia e' la
mafia e niente altro". E' poi tornato sul caso Moro e sull' accusa di "averlo
lasciato morire": "Ho pagato la linea della fermezza nella mia carne e
nel mio spirito. I capelli bianchi e le macchie sulla pelle non hanno origini
misteriose...". Cossiga ha ricordato la "ricerca appassionata di ogni strada
per salvare Moro" e ha aggiunto: "Se si fosse trattato di un problema di
denaro, ne' io ne' Andreotti avremmo avuto esitazione a pagare il riscatto".
"La nostra fermezza - ha ribadito - era quella di non cedere su questioni
di principio". Cossiga ha anche parlato del ruolo dei paesi esteri, del
mancato intervento della Croce Rossa internazionale o delle Nazioni Unite
e ha negato che la P2 abbia avuto alcuna parte nella gestione del caso
Moro. Cossiga ha poi raccontato di aver contattato l' Olp ("poterono fare
poco perche' la loro infiltrazione attraverso organizzazioni contigue nelle
Br doveva avvenire con modalita' geografiche e di tempo che non l' avrebbero
resa utile"); di aver chiesto l' aiuto degli Stati Uniti ("ma una direttiva
di Carter impediva a Cia e Fbi di occuparsi dei casi di terrorismo se non
vi fossero coinvolti interessi Usa"); dell' unita' di crisi ("consultavo
questa gente cercando di colmare le lacune che avevano. Quando ho saputo
poi che Grassini era della P2 mi e' venuto il sospetto che lui, uomo ingenuo,
abbia ritenuto di trovare in Gelli una fonte di informazione in possesso
di chissa' quali segreti"). Cossiga ha ricordato anche l' amicizia con
Dalla Chiesa e il ruolo del generale nel caso Moro.
-
21 novembre - Renato Curcio, in un' intervista al settimanale l' "Espresso",
dice che tra mafia e Brigate Rosse non c' e' mai stato nessun collegamento.
"Ci mancava pure questa - ha commentato Curcio - ritirano ancora fuori
la ridicola storia dell' abbinamento tra Br e mafia e mi ritrovo la mia
foto accanto a quelle di Buscetta e Salvo Lima. Quanto durera' questa infinita
commedia dell' assurdo?". Tra terroristi e mafiosi "non vi e' mai stato
- ha ribadito Curcio - nessun tipo di accordo. Ma questo non significa
che nei bracci e nelle celle delle carceri speciali voluti dal generale
Dalla Chiesa non venissero imposte delle coabitazioni probabilmente organizzate
a bella posta. Questa convivenza ravvicinata tra uomini come Renato Vallanzasca
e Francis Turatello o lo stesso Tommaso Buscetta, ad esempio, "avrebbe
certamente potuto creare scintille e anche violenti incendi, come qualcuno
probabilmente avrebbe desiderato - ha detto ancora l' ex capo delle Br
- Ma cosi' non e' stato". Nel '77 infatti, racconta, "al momento dell'
apertura delle carceri speciali, la direzione Br interna agli istituti
di pena di cui ero il coordinatore,fece una scelta: quella di evitare ad
ogni costo qualsiasi tipo di attrito e conflitto co altri detenuti. abbiamo
detto cosi' ai vari mafiosi e malavitosi: non pestateci i piedi e noi non
li pesteremo a voi. e l' intesa venne accettata e sempre rispettata". "Per
quanto ne so comunque - sostiene Curcio - il racconto di Buscetta contiene
un elemento di verita'. Certamente i detenuti della grande criminalita'
tra il '77 e l' 80, hanno ricevuto varie richieste da parte di diverse
autorita' di creare nelle carceri delle situazioni di conflitto con noi.
Ma poi, come mi e' stato raccontato da alcuni uomini di mafia, la loro
risposta a tali pressioni e' stata negativa. Loro, come noi, infatti, non
avevano nessun interesse a scatenare una guerra tra detenuti di cui gli
eventuali frutti sarebbero stati goduti da altri". Curcio poi nega che
i mafiosi abbiano chiesto ai detenuti Br di Torino di rivendicare loro
l' omicidio Dalla Chiesa. "Se mai questa richiesta venne fatta - ha detto
ancora Curcio - non fu riferita ai responsabili dell' organizzazione. Ne'
arrivo' a me. Sono quindi propenso a escludere che il fatto sia potuto
accadere. E' poi scontato che se una proposta del genere fosse arrivata
alla direzione Br sarebbe stata considerata una grave provocazione alla
quale avremmo risposto in modo assai duro". Per quanto riguarda il sequestro
e l' omicidio di Aldo Moro, Curcio ribadisce: In quel periodo "nel carcere
di Torino c' ero e non ho mai saputo nulla del fatto che un qualche esponente
mafioso desiderasse parlarci. Ma il punto piu' interessante e' quello in
cui Buscetta riferisce che la mafia siciliana fu prima spinta a interessarsi
di Moro e poi ricevette un contrordine. Perche' - ha concluso - come spiega
lo stesso boss mafioso, qualcuno 'non voleva liberare Moro', e questa e'
una sensazione che in qualche modo, pur non avendo raccolto nessun elemento
al riguardo, ho avuto nettamente anche io".
-
25 novembre - In un libro sull' uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa
in omaggio con il settimanale "Avvenimenti" c' e' un' intervista al figlio
Nando Dalla Chiesa che dice: "Dopo le rivelazioni di Buscetta mi sono ricordato
di una cosa letta su 'O.P.', il settimanale diretto da Mino Pecorelli.
Una cosa che prima di Buscetta non mi diceva nulla, ma che adesso mi sembra
chiarissima: il 17 ottobre 1978, cinque mesi prima di essere assassinato,
Pecorelli previde l' omicidio di mio padre. Ne spiego' il movente. Lo fece
nel suo linguaggio criptico.....". Il settimanale ricorda che nell' articolo
di Pecorelli si parlava di un generale che all' epoca del sequestro Moro
aveva individuato la prigione dello statista ed aveva informato della scoperta
l' allora Ministro dell' Interno Francesco Cossiga. Pecorelli scriveva,
poi, che quel generale "verra' suicidato", aggiungendo che "sfortunatamente
il nome del generale e' conosciuto: amen". Nell' intervista Nando Dalla
Chiesa sostiene che "non bisogna essere dietrologi per capire che quel
generale e' Dalla Chiesa". Il deputato della Rete fa poi riferimento ai
documenti scomparsi dalla cassaforte del prefetto di Palermo la sera in
cui il generale fu ucciso. In particolare ricorda di aver sollecitato i
giudici palermitani ad indagare se nella casa del padre, quella sera, fosse
entrato, tra gli altri, un funzionario del Sisde, Bruno Contrada. Si tratta
dell' attuale responsabile dei centri operativi del Sisde per la lotta
alla riminalita' organizzata, ex capo di gabinetto dell' Alto Commissariato,
allontanato da Palermo nel 1989. Nell' intervista, Nando Dalla Chiesa parla
anche del primo tentativo di uccidere il padre che sarebbe stato commissionato
nel 1979 a Tommaso Buscetta. "Chiunque abbia fatto la proposta a Buscetta
- sostiene - non puo' non essere passato attraverso quel grumo di servizi,
di apparati che alla fine facevano riferimento agli ambienti che gestivano
il caso Moro". Dalla Chiesa aggiunge che Andreotti e Cossiga "hanno fatto
a gara ad attaccare mio padre, hanno espresso questo astio verso di lui"
ed "entrambi nel caso Moro hanno avuto responsabilita' elevate".
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25 novembre - L' ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga va nel
carcere romano di Rebibbia per incontrare per la prima volta l' ex capo
delle Br Renato Curcio. La sua visita dura complessivamente un' ora. Sul
colloquio con Curcio Cossiga non ha voluto fare alcuna dichiarazione.
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1 dicembre - La solidarieta' come unico terreno per dare continuita' a
quelle idee positive portate avanti anche da chi, negli anni di piombo,
ha scelto la lotta armata. Questo il messaggio emerso da alcune testimonianze
di ex terroristi in un dibattito sul terrorismo, organizzato all'Universita'
Bocconi a Milano. Franco Bonisoli, ex brigatista rosso, condannato per
il sequestro Moro, ora in semiliberta', ha raccontato la sua esperienza
lavorativa in una cooperativa di solidarieta'. "Alla base della mia scelta
per la lotta armata c'era l'idea forte di costruire una stato migliore.
Era un'utopia. Ora con la politica ho avuto una rottura netta perche' ho
scelto di lavorare per le persone piu' deboli ma in modo silenzioso. Ho
capito che contano i piccoli fatti quotidiani e credo che solo su questo
terreno sia possibile costruire la cultura del rispetto delle regole e
della persona umana".
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14 dicembre - Processo Moro quater: Alberto Franceschini depone come testimone
davanti i giudici della prima corte d' assise di Roma. Franceschini, che
durante i 55 giorni del rapimento Moro si trovava in carcere (era stato
arrestato nel 1974), e' stato sentito soprattutto con riferimento ad un'
intervista fatta ad un settimanale nel 1990. In questa, tra l' altro, parlava
della possibilita' che le br potessero essere state manovrate. "Era, ed
e' tuttora - ha sottolineato - una convinzione maturata dopo aver analizzato
l' esperienza dell' organizzazione senza, tuttavia, essere suffragata da
elementi di fatto. Noi - ha aggiunto ribadendo alcuni stralci dell' intervista
- avevamo la sensazione di essere controllati, potevano prenderci tutti
gia' nel 1972 e poi nel 1976, stranamente vennero sciolti i gruppi speciali
del generale Dalla Chiesa, ci furono certi arresti, direi selezionati".
Circa l' agguato di via Fani, Franceschini ha detto: "ancora oggi ho il
dubbio che l' organizzazione avesse le capacita' tecniche per portare a
termine un' operazione di quel calibro". Dubbi sono stati inoltre espressi
anche sul fatto che Moro potesse essere tenuto prigioniero 55 giorni in
via Montalcini senza essere scoperto dalla polizia. "Sono sospetti - ha
aggiunto - che nascono dall' esperienza fatta con il sequestro del giudice
genovese Sossi (35 giorni) che fu nascosto in una casa di campagna". L'
ex capo storico delle Br ha quindi parlato dei legami tra il gruppo che
si trovava in carcere e l' esterno. "I compagni - ha detto - ci aveva fatto
sapere che stavano preparando un' azione di grande portata. Noi rivendicammo
il sequestro di Moro, ma non ne condividevamo la gestione politica. Eravamo
disposti ad una trattativa anche diversa, ad esempio a prendere in esame
la chiusura del carcere dell' Asinara". Dopo aver parlato dell' interesse
mostrato verso le br da strutture che sostenevano essere vicine ai servizi
israeliani ("affermavano di volerci aiutare, ipotesi rifiutata"), Franceschini
ha detto di non sapere nulla a proposito di un progetto di Cosa Nostra,
come affermato dal pentito Tommaso Buscetta, finalizzato alla liberazione
di Moro.
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