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Caso MORO:
i fatti del 1995
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23 gennaio - La procura della repubblica di Palermo,
nell' atto di accusa contro il sen. Giulio Andreotti che verra'
esaminata il 27 gennaio dal gip, parla anche del caso Moro. Secondo gli
atti, il memoriale che Aldo Moro scrisse nella "prigione" delle Brigate
rosse venne introdotto nel carcere di Cuneo. Ritrovato in un pozzetto,
venne poi consegnato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a quel
tempo responsabile dei servizi di sicurezza nelle carceri. Lo ha detto,
confermando un' ipotesi investigativa, il maresciallo Angelo Incandela,
comandante degli agenti di custodia di Cuneo che aveva con Dalla Chiesa
un rapporto fiduciario. I verbali di tre interrogatori del sottufficiale
sono stati allegati nel fascicolo del processo ad Andreotti ed integrano
le dichiarazioni fatte a suo tempo dal pentito Tommaso Buscetta.
Le "carte" di Moro, ricordano i magistrati di Palermo, contenevano un "durissimo
attacco contro Andreotti per i suoi rapporti con Sindona e per il suo ruolo
nella vicenda Arcaini-Caltagirone-Italcasse". Sulla vicenda aveva fissato
la sua attenzione Mino Pecorelli che l' aveva messa in relazione
ad alcuni assegni emessi da Andreotti per complessivi due miliardi. Nei
suoi interrogatori, Buscetta ha detto che l' uccisione di Pecorelli era
stata decisa dai boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti,
"su richiesta dei cugini Salvo e nell' interesse dell' on. Andreotti".
Pecorelli stava infatti appurando "cose politiche" collegate al sequestro
Moro, "segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva". Incandela
ha riferito ai magistrati come il memoriale di Moro fini' nelle mani del
generale. Durante un incontro segreto, alla presenza di Pecorelli, il maresciallo
venne invitato da Dalla Chiesa a cercare i documenti dentro il carcere
dove sarebbero stati introdotti "attraverso le finestre del corridoio dell'
ufficio per i permessi di colloqui". L' involucro, che lo stesso Pecorelli
aveva descritto minuziosamente, venne trovato effettivamente nel carcere
di Cuneo "all' interno di un pozzetto con un coperchio di lamiera, profondo
circa 20-30 centimetri". Il dossier venne consegnato a Dalla Chiesa che
lo mostro' a Franco Evangelisti, ex braccio destro del senatore.
Lo stesso Evangelisti, morto di recente, ha raccontato ai giudici di avere
visto "un dattiloscritto di circa 50 pagine, nelle quali si parlava anche
di me, e mi disse che proveniva da Moro, e che il giorno successivo lo
avrebbe consegnato ad Andreotti". Ma il senatore ebbe solo una parte delle
"carte". La suocera del generale, Antonietta Setti Carraro, ha infatti
precisato che Dalla Chiesa "col cucco che gliele avrebbe date tutte". Ha
quindi aggiunto: "Una parte di queste carte ...il generale le aveva trattenute
per se"'. Andreotti, al quale viene attribuito un interesse ad avere il
memoriale, ha sempre negato di avere mai visto il dossier in tutto o in
parte. Secondo i giudici, pero', mente.
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24 gennaio - Il quotidiano "Avvenire" scrive che
esistono ancora documenti inediti sul caso Moro che sarebbero conservati
al Ministero dell' Interno. Secondo il quotidiano cattolico, su di essi
l' ex ministro Maroni avrebbe confermato, nello scorso novembre, il segreto
di Stato. Inoltre, nell' articolo in questione, si parla anche di una "operazione
Olmo" per cercare a Fiumicino la prigione dove le Br avrebbero nascosto
Aldo Moro.
Roberto Maroni smentisce che i documenti di cui si parla
siano segreti. "A suo tempo - ha detto Maroni - non da me ma dai miei predecessori,
sono stati consegnati alla magistratura e alla commissione stragi. Non
c' e' nessun giallo ne' la volonta' di coprire alcunche'". Maroni ha spiegato
che quei documenti non sono stati consegnati alla persona che li aveva
chiesti "per motivo di studio" "dal momento che si trattava di documenti
classificati. Prima di essere consegnati per motivi di studio - ha detto
ancora - i documenti debbono essere declassificati, cosa che non potevo
fare".
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24 gennaio - In un' operazione anticamorra e' arrestato
Aurelio Ghio, docente all'universita' di Torino e perito dattiloscopico
e balistico. Dagli anni Sessanta, Ghio aveva svolto la sua attivita' di
perito, grafico e balistico, in molte inchieste di terrorismo e criminalita'
organizzata. Aveva fatto parte tra l'altro parte del collegio peritale
che ha esaminato l' arma che uccise Aldo Moro.
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25 gennaio - La Chambre d'Accusation della Corte
d' Appello di Parigi autorizza il governo francese ad estradare in Italia
Roberta Cappelli, 39 anni, e Maurizio Di Marzio, 34 anni.
Cappelli, nome di battaglia "Silvia", aveva fatto parte della colonna romana
delle Br per poi passare alla direzione strategica. Tra gli episodi piu'
gravi che le sono stati contestati, l' attentato all' ex vice dirigente
della Digos di Roma, Nicola Simone, e la partecipazione al sequestro dell'
assessore regionale Dc campano Ciro Cirillo. Fuggita in Francia nel 1993
e arrestata a Parigi il 25 agosto 1994, la Cappelli e' ricercata in Italia
per una condanna definitiva all'ergastolo nel processo 'Moro ter'. Di Marzio,
conosciuto dagli investigatori come "Francesco", e' stato rinviato a giudizio
nel '90, al termine dell' inchiesta relativa al Moro-Quater, e condannato
a 18 anni di reclusione, per diversi episodi di terrorismo.
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3 febbraio - Il settimanale "Panorama" pubblica un
servizio in cui sostiene che il maresciallo Oreste Leonardi, capo
della scorta di Moro, faceva parte di Gladio e che la sua scheda fu trovata
da due magistrati militari di Padova, Benedetto Roberti e Sergio
Dini, negli archivi del Sismi, "fra le carte manomesse della struttura
Stay behind". "La notizia dell' esistenza di una scheda intestata al capo
della scorta di Moro, maresciallo Leonardi, nell' archivio della settima
divisione del Sismi, che gestiva Gladio, - commenta Sergio Flamigni - ripropone
le responsabilita' della insufficiente collaborazione da parte delle autorita'
di governo" con la commissione parlamentare d' inchiesta sul caso Moro.
Flamigni ricordato che nel corso di un' audizione, il 25 maggio 1980, dell'
allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, chiese che alla commissione
fossero consegnati tutti i documenti relativi ai militari della scorta.
"Ricevemmo soltanto i documenti degli appartenenti alla Ps, mentre non
ci venne fornito - ha aggiunto Flamigni - la documentazione sul curriculum
professionale e sull' addestramento di Leonardi. Qualcuno ha voluto tenere
segreto, anche se il segreto non era opinabile di fronte alla commissione,
che il maresciallo aveva rapporti con una struttura dei servizi segreti
italiani?". Ileana Lattanzi, vedova del capo-scorta di Moro, dice
invece:"Mi ha preso un infarto oggi quando ho letto sui giornali che mio
marito avrebbe fatto parte di Gladio. Sono ancora sconvolta. E' una falsita'
e ho gia' dato mandato al mio legale di querelare chi ha scritto questa
cosa, al fine di difendere la memoria di mio marito e i miei figli". "In
24 anni - continua la signora Leonardi - in cui abbiamo vissuto insieme,
mio marito non ha mai detto una cosa del genere, ne' a me, ne' ai figli,
i quali quando lui mori' avevano 17 e 18 anni. Parlava del suo lavoro con
grande parsimonia. Dei servizi segreti soltanto quando c'era un cambiamento
ai vertici. Di Gladio mai e questa parola io l' ho sentita soltanto in
questi ultimi anni, quando questa vicenda e' venuta alla luce. Ne' abbiamo
trovato cose del genere nei suoi appunti o nelle sue carte. Mia figlia,
con cui ho parlato poco fa, mi ha detto di essere sconvolta e anche lei
la parola Gladio l' ha sentita negli ultimi tempi. Poi, voi giornalisti,
mio marito lo conoscevate bene. Lui era appassionato al suo lavoro di cui
rispondeva soltanto al generale Ferrara".
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6 febbraio - I pm Franco Ionta, Giovanni Salvi e
Pietro Saviotti hanno accertato che il nome del maresciallo Oreste Leonardi
non compare in nessuna delle liste di reclutati o contattati (circa 1.900
nomi) in possesso dei pm che si occupano della vicenda Gladio e che allo
stato delle indagini non esiste alcun elemento che possa far pensare ad
un collegamento tra Gladio e la strage di via Fani.
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7 febbraio - Ileana Lattanzi, vedova del maresciallo
Oreste Leonardi, presenta alla procura della repubblica di Milano
una querela per diffamazione aggravata nei confronti della giornalista
del settimanale 'Panorama' Marcella Andreoli e del direttore Andrea Monti.
Secondo l' avvocato Luigi Li Gotti, legale della signora Lattanzi, il servizio
"ha un' eccezionale valenza diffamatoria". "Viene infatti accreditata -
si legge nella querela - attraverso una palese forzatura ed invenzioni,
la tesi che il maresciallo Leonardi non sia rimasto vittima, la tragica
mattina del 16 marzo 1978, del suo dovere, bensi' vittima di torbidi intrighi,
dei quali egli stesso e' parte". Per Li Gotti "e' comunque certo per la
giornalista che il ruolo del maresciallo Leonardi sarebbe stato diverso
da quello ufficialmente conosciuto. Peraltro ad avvalorare la certezza
di un diverso ruolo pur di difficile scoperta, militerebbe, riferisce la
giornalista, la circostanza della mancata reazione di Leonardi al momento
dell' agguato. La qualcosa potrebbe quindi portare a pensare che Leonardi,
apparentemente uomo di fiducia e capo scorta, ma 'anche gladiatore', e
quindi con il ruolo diverso, avrebbe omesso di opporsi al sequestro di
Moro, avendo riconosciuto qualcuno a lui non ostile e quindi, rimanendo
egli stesso vittima, perche' testimone scomodo, dell' organizzazione della
quale era parte integrante". Nella denuncia, il penalista, definisce inoltre
"invenzione strumentale" il riferimento alle conclusioni degli esperti
balistici "che avrebbero messo in evidenza il 'fatto incomprensibile' della
mancata reazione di Leonardi all' agguato". "Non risulta - afferma Li Gotti
- che mai qualcuno degli esperti abbia sostenuto qualcosa del genere".
Il settimanale "Panorama" replica alle affermazioni dell' avv. Li Gotti
in un comunicato che afferma che "Panorama non ha mai scritto o voluto
far intendere che il maresciallo Oreste Leonardi fosse un caposcorta infedele:
tanto che ha perso la vita nell' agguato ad Aldo Moro. Panorama conferma
tuttavia che i sostituti procuratori militari di Padova Benedetto Roberti
e Sergio Dini nel corso di una perquisizione presso il Sismi (settore gladio-settima
divisione) hanno trovato una scheda che si riferiva al maresciallo Leonardi.
Poiche' nella scheda venivano indicati anche i nomi dei familiari, ai magistrati
e' stato possibile riscontrare che non c' era un caso di ominimia. La mattina
dell' agguato, come gia' rivelato da Panorama era presente in via Fani
un altro esponente di Gladio di nome Guglielmi che non e' riuscito a convincere
i magistrati della casualita' della sua presenza".
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7 febbraio - Nara Lazzerini, ex segretaria
ed ex amante di Licio Gelli, in un processo a Cascina ripete una
serie di affermazioni gia' rese durante il processo per la strage di Bologna.
In particolare la Lazzerini ripetuto che Gelli le ha chiesto telefonicamente
di smentire, con una lettera, le dichiarazioni rilasciate su alcuni episodi
tra cui una riunione con altre due persone all' hotel Excelsior di Roma
il 16 marzo 1978, a poche ore dal rapimento di Aldo Moro. In quella occasione,
uno dei due interlocutori avrebbe detto:"Il piu' e' fatto adesso aspettiamo
le reazioni".
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8 febbraio - Presentato il libro "Nell' anno della
tigre", scritto da Adriana Faranda con la giornalista Silvana
Mazzocchi. Durante la presentazione a Bari, la Faranda dice che non
c' e' piu' niente da indagare sui misteri del terrorismo di sinistra in
Italia. "Per quanto riguarda in particolare la vicenda Moro - ha sottolineato
- e' tutto assolutamente conosciuto per quello che riguarda il nostro operato".
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10 febbraio - Il settimanale "Panorama" sostiene
che negli archivi del ministero dell'Interno, sarebbero custoditi "una
cinquantina di documenti" sul caso Moro che "nessuno" avrebbe avuto fino
ad oggi la possibilita' di consultare: "Nemmeno - sottolinea il settimanale
- la commissione parlamentare che sul sequestro del leader politivo aveva
a lungo indagato". I documenti sarebbero classificati con diversi gradi
di segretezza, come l' "Operazione Olmo", accompagnata da un appunto
del Sismi "concernenti la ipotetica prigionia di Moro nelle strutture aeroportuali
di Fiumicino".
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10 febbraio - I pubblici ministeri Franco Ionta e
Antonio Marini chiedono al gip Claudio D' Angelo il rinvio a giudizio di
Raimondo Etro per concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo
Moro e nell' eccidio della sua scorta, e concorso nell' omicidio del giudice
di cassazione Riccardo Palma. Ionta e Marini chiedono il rinvio a giudizio
anche nei confronti di tre persone accusate di favoreggiamento nei confronti
di Etro per averlo aiutato ad eludere le indagini nei suoi confronti. Sono
Mauro Di Gioia, con precedenti per banda armata, Eugenio Ghignoni,
gia' coinvolto nel processo cosiddetto Moro-ter, e Orlando Colongioli.
L' udienza preliminare e' fissata per il 3 aprile prossimo, data in cui
e' previsto anche l' esame della richiesta di rinvio a giudizio di Germano
Maccari. Inoltre si apprende che una perizia, i cui risultati sono stati
consegnati ai pm Ionta e Marini nei giorni scorsi, ha confermato la tesi
sostenuta da Valerio Morucci, ossia che a fare fuoco sulla scorta di Moro
furono sei armi e non sette, come ipotizzato da un esperto nel corso del
processo Moro-quater. La necessita' di chiarire questo aspetto era dipesa
dal ritrovamento, nel bagagliaio di una delle auto di scorta di Moro, di
un proiettile calibro nove corto, diverso da quelli che Morucci aveva detto
essere stati usati in via Fani. La perizia, a quanto si e' appreso, ha
stabilito che quel proiettile, pur avendo un calibro diverso, e' compatibile
con le armi che i brigatisti avevano in dotazione. Un altro accertamento
peritale ha stabilito che una vecchia pistola Beretta calibro 9 trovata
lo scorso anno in via Montalcini (dove Moro fu tenuto prigioniero) avvolta
in un quotidiano del 1979 non puo' essere messa in relazione con il delitto
Moro.
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11 febbraio - La sesta sezione della Corte di Cassazione,
che avrebbe dovuto esaminare il ricorso del Pm contro la scarcerazione
di Germano Maccari decisa nel novembre 1994 dal Tribunale della
Liberta' di Roma rinvia la decisione alle sezioni unite penali della Cassazione.
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13 febbraio - La seconda sezione del tribunale penale
di Milano condanna Gabriella Pasquali Carlizzi a quattro mesi di
reclusione con i benefici di legge per diffamazione a mezzo stampa nei
confronti di Valerio Morucci e Maria Fida Moro. La Carlizzi, che nel 1987
era assistente volontaria nel carcere di Pagliano, dove era detenuto Morucci,
in un servizio pubblicato sul "Corriere della Sera", aveva dato la sua
versione al ritrovamento di documenti nel covo brigatista di Via Monte
Nevoso a Milano, sostenendo che quei documenti li aveva anche Morucci in
carcere, aggiungendo che sarebbero serviti per "un oscuro gioco di ricatti".
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14 febbraio - La Commissione stragi attiva due gruppi
di lavoro interni alla Commissione stessa, nominando i coordinatori. L'
on. Martino Dorigo (Prc) sara' il coordinatore del gruppo su Gladio e Falange
Armata, mentre l' on. Alberto La Volpe (Progressisti) coordinera' il gruppo
sul caso Moro e il terrorismo di sinistra.
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9 marzo - Alberto La Volpe, coordinatore del
gruppo di lavoro della commissione stragi che segue proprio la vicenda
del caso Moro, riferisce ai giornalisti le valutazioni dei magistrati Rosario
Priore, Franco Ionta e Antonio Marini, della procura di Roma, secondo i
quali non e' vero che della vicenda Moro sia stato detto tutto. La Volpe
ha citato, riassumendo i punti toccati dai tre magistrati, alcuni elementi
come: "il crescente numero di uomini che si sospettano presenti in Via
Fani in occasione del rapimento, la vicenda, non ancora chiarita, del quarto
uomo presente in Via Montalcini, la mai chiarita questione della moto Honda
che risulterebbe presente sul luogo del rapimento". I magistrati ritengono
- ha precisato La Volpe con "sufficiente convinzione che via Montalcini
sia stata l'unica prigione di Moro". E' convinzione dei magistrati - ha
aggiunto - che a uccidere Moro non sia stato Prospero Gallinari, ma Germano
Maccari e che allo stato delle cose "non esistano prove su una possibile
etero direzione internazionale delle Br". Capitolo ancora aperto e' quello
di via Monte Nevoso e delle relative carte ritrovate nel 90. Sulla audizione
dei tre magistrati, avvenuta in seduta segreta, ha espresso un giudizio
anche Libero Gualtieri, ex presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta.
Quella dei tre magistrati e' una ricognizione dei fatti "molto interessante
e approfondita. Il loro problema e' quello di individuare le responsabilita'
personali, noi abbiamo quello di capire perche' sono successe le cose:
c'e' una logica differente rispetto ai fatti. Comunque - ha aggiunto Gualtieri
- i magistrati hanno detto "molte cose interessantissime". Tra le domande
poste ai magistrati in seduta segreta quella sul numero delle armi che
spararono a Via Fani, la questione della "etero direzione delle Br", il
problema delgi "eventuali infiltrati" nelle Br.
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27 marzo - Presentato il libro "I veleni di OP" di
Francesco Pecorelli (nessuna parentela con Mino Pecorelli) e Roberto
Sommella, edito da Kaos. Il libro contiene una scelta delle "notizie
riservate" apparse su "Op" dal 1968 e il 1979. In appendice al libro sono
riportati gli atti della Procura d Roma in base ai quali il Senato ha concesso
l' autorizzazione a procedere contro Andreotti per concorso nell' omicidio
di Mino Pecorelli.
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28 marzo - E' disponibile presso le librerie di Camera
e Senato l' indice generale degli atti della Commissione parlamentare di
inchiesta sulla loggia massonica P2, circa 500 pagine per dar conto dei
120 volumi pubblicati e che raccolgono le relazioni e la documentazione
della Commissione. A realizzare il volume e' stato uno staff dell' archivio
storico di Montecitorio coordinato dalla direttrice, Barbara Cartocci.
Nella pubblicazione sono riportati gli indici dei volumi di documentazione
allegata, l' indice dei nomi, quello tematico e l' indice delle sedute.
Di fatto sono citati, con relativi rimandi ai volumi, 18 mila dei 24 mila
nomi iniziali "schedati" dallo staff dell' archivio storico con un lungo,
meticoloso e non facile lavoro di riscontro. Questi 18 mila nomi sono quelli
che sono stati citati nelle 198 audizioni e che compaiono negli indici
dei 98 volumi di documentazione pubblicata a supporto delle sei relazioni
finali, a tutt' oggi un record per le commissioni parlamentari di inchiesta.
Piu' volte, negli scorsi anni, si era sollevato il problema della pubblicazione
dell' indice generale, strumento indispensabile per "navigare" in un vero
e proprio mare di carte, mare finora sprovvisto di "rotte" precise. La
difficolta' di consultazione aveva finora anche precisi risvolti pratici
che nascono dalla mole della documentazione pubblicata. I 120 volumi, suddivisi
spesso in piu' tomi, vanno dalle 800 alle 1200 pagine ognuno. Nei volumi
non si parla solo di massoneria deviata. Sono riportati importanti documenti
che riguardano le principali e piu' oscure vicende della nostra storia
recente. Tra le altre: il Piano Solo, il Sid parallelo, le coperture offerte
alle stragi, il ruolo dei Servizi, il caso Moro con i possibili collegamenti
con l' omicidio Pecorelli e con l' uccisione di Dalla Chiesa, Sindona,
Calvi e lo Ior, il golpe Borghese, la "Rosa dei venti" e il tentativo di
"golpe bianco" del '74, le truffe dei petroli e il traffico di armi.
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3 aprile - Il giudice per le indagini preliminari
Claudio D' Angelo rinvia a giudizio Germano Maccari e Raimondo
Etro con le accuse di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo
Moro, concorso nell' eccidio della sua scorta e partecipazione a banda
armata. Etro dovra' rispondere anche di concorso nell' omicidio del giudice
di Cassazione Riccardo Palma. Il gip D' Angelo ha inoltre disposto il rinvio
a giudizio di Mauro Di Gioia, Eugenio Ghignoni e Orlando
Colongioli, accusati di favoreggiamento nei confronti di Etro.
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22 aprile - Le sezioni unite penali della Corte di
cassazione respingono il ricorso presentato dalla Procura di Roma e decidono
che Germano Maccari resta in liberta' cosi' come aveva stabilito
il tribunale del riesame l'11 novembre del 1994.
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28 aprile - Alberto Franceschini, in un' intervista
al Tg2, dice:"Sono assolutamente convinto che ci sia stato, da parte di
certi settori dello Stato, un uso politico del terrorismo, sia quello di
destra che quello di sinistra". Circa le dichiarazioni rilasciate da Tommaso
Buscetta, secondo il quale, durante gli anni di piombo, c' era qualcuno
che operava perche' Moro non uscisse vivo dal covo delle Br, Franceschini
afferma che esse "confermano cose che gia' pensavo. Sono importanti perche'
sono conferme esterne dal circuito del nostro giro. C'e' poi un altro elemento
che mi ha colpito. Un detenuto di destra, di Ordine Nuovo, Vinciguerra,
ha fatto alcune rivelazioni al giudice Salvini che sta indagando sulle
stragi degli anni '70. Io da Salvini sono stato interrogato. Mi ha chiesto
delle cose, che gli aveva riferito Vinciguerra, che erano cosi' particolari,
cosi' intime rispetto alla nostra storia, che poteva sapere solo chi era
interno alla nostra storia. Sarebbe interessante sapere come Vinciguerra
era a conoscenza di queste cose. Lui le avra' spiegate al giudice Salvini.
Comunque, sta a significare che c'era una certa attenzione su di noi; sempre,
e non da un certo punto in poi".
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28 aprile - Alberto Franceschini presenta
nella redazione milanese di "Cuore" il suo romanzo "La veridica storia
delle Br" (scritto insieme alla sceneggiatrice Anna Samueli). Secondo
Franceschini non fu Mario Moretti il 'gestore' della prigione di Aldo Moro
in via Montalcini "per il semplice fatto che lo stesso Moretti aveva partecipato
al sequestro di via Fani". Dunque e' piu' che mai verosimile la tesi del
"quarto uomo", che (con Mario Moretti, Prospero Gallinari e Anna Laura
Braghetti) aveva accesso in via Montalcini. "Secondo le logiche militari
delle BR - ha detto - e' impensabile che chi partecipa a un sequestro sia
anche il responsabile della gestione del covo. Ma perche' i magistrati
non hanno mai ragionato in questi termini?". L' ex Br ha precisato di "non
avere rivelazioni da fare". Nel libro, che 'Cuore' pubblica a puntate,
cerca di mettere in luce come "accanto a una verita' processuale, ce ne
sia sempre almeno un' altra, se non piu' di una". "Sulla storia delle Br
- ha detto - e' come se ci sia stato un involucro di mafiosi, servizi,
strani personaggi che niente avevano a che fare con noi ma che, di fatto,
ci hanno condotto in un percorso obbligato". In altre parole, che dentro
alle BR ci siano stati infiltrati per Franceschini "e' fuori dubbio". L'
ex brigatista non ha voluto soffermarsi su esempi concreti. "E' inutile
- ha precisato - potrei farne moltissimi. Per esempio: che fosse opera
dei servizi il comunicato del Lago della Duchessa, quello con il quale
si segnalava che Moro era stato ucciso e gettato nel lago, e' una verita'
che balza immediatamente agli occhi". "C'e' poco da star li' - ha aggiunto
-: interpretando i fatti di quegli anni, i tanti misteri che ci trovammo
ad affrontare, emerge una verita' storico-politica per me incontrovertibile:
e cioe' che sul sequestro Moro tra Craxi e Andreotti ci fu un continuo
gioco delle parti. E il fenomeno del terrorismo, invece di essere destabilizzante
(come era nelle originali intenzioni delle BR), fini' per essere un fenomeno
stabilizzante del Centro, legittimando storicamente l' avvento del Caf".
Sui tanti "misteri" ancora insoluti, Franceschini si e' anche soffermato
su quello legato al "borsello di Firenze", un borsello trovato abbandonato
su un autobus a Firenze e che porto' al ritrovamente del covo di via Montenevoso
a Milano. "La storia di quel borsello non e' mai stata chiarita - ha detto
Franceschini -. Io so che la base operativa per il sequestro Moro era a
Firenze. Ma allora perche' una settimana dopo aver trovato, a Firenze,
quel borsello, i carabinieri sono risaliti fino a via Montenevoso a Milano,
mentre la base Br di Firenze deve ancora essere scoperta oggi?".
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6 maggio - Il procuratore di Firenze Pierluigi Vigna
ha aperto un fascicolo sulle presunte rivelazioni contenute in una "storia
delle Brigate rosse" a puntate realizzata dall' ex brigatista Alberto
Franceschini. Vigna intende approfondire alcune dichiarazioni fatte
da Franceschini in occasione della presentazione del suo lavoro: l' ex
br si e' detto convinto che la base operativa del sequestro dello statista
democristiano Aldo Moro si trovava a Firenze. Nei prossimi giorni, secondo
quanto si e' appreso negli ambienti giudiziari, Franceschini sara' ascoltato
da Vigna per chiarire le fonti su cui si baserebbero le presunte rivelazioni.
L' ipotesi di una base d' appoggio fiorentina per il sequestro Moro non
e' nuova, ma non ha mai trovato riscontri. Nel corso degli anni gli investigatori
hanno individuato a Firenze tre covi "freddi" del Comitato rivoluzionario
toscano delle Br, l' organizzazione che faceva capo all' ideologo Giovanni
Senzani. Nessuno dei covi pero' e' stato collegato al caso Moro. L' unico
che sarebbe stato attivo prima del sequestro dello statista era in via
Barbieri, nella zona di Rifredi, e fu scoperto alla fine del 1978, dopo
un' operazione della Digos che porto' all' arresto dei brigatisti Paolo
Baschieri, Dante Cianci, Giampaolo Barbi e Salvatore Bombaci. Un altro
covo era in via Unione Sovietica, affittato nell' estate del 1978 da Giovanni
Ciucci, il ferroviere pisano che fu tra i carcerieri del generale Dozier.
L' appartamento, si scopri' in seguito, servi' per due mesi come rifugio
a Mario Moretti e Barbara Balzerani dopo l' assassinio di Moro. La terza
base logistica del Comitato toscano delle Br fu scoperta nel 1982 in via
Pisana: un miniappartamento affittato tra il 1978 e il 1979 dallo stesso
Ciucci ed abbandonato dai brigatisti alla fine di quello stesso anno.
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9 maggio - In un' intervista a Marco Giudici,
direttore del TG di "Videomusic", Adriana Faranda dice che Aldo
Moro fu "uno dei pochi" a comprendere il fenomeno delle Brigate Rosse.
e che sul suo caso, non ci sono piu' misteri. Alla domanda se Moro si poteva
salvare, la Faranda risponde:"Non e' assolutamente vero che Moro non poteva
essere salvato per scelta dei dirigenti dell' organizzazione. Gli stessi
dirigenti tentarono fino alla fine di dilazionare la decisione presa, perche'
era una decisione pesantissima che nessuno in realta' voleva affrontare.
Tutti abbiamo sempre, fino all'ultimo, sperato in una soluzione diversa".
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9 maggio - Alberto Franceschini conferma al
procuratore di Firenze Pierluigi Vigna che durante il sequestro di Aldo
Moro lo stato maggiore delle Brigate rosse si riuniva spesso, per seguire
l' evolversi dell' operazione, in un appartamento fiorentino, scelto come
luogo di riunione per la posizione centrale del capoluogo toscano. Nell'
interrogatorio Franceschini avrebbe fornito al magistrato una serie di
indicazioni sui contenuti e le modalita' di svolgimento di quelle riunioni
e sull' appartamento, di cui Vigna non ha pero' voluto fornire l' ubicazione.
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12 maggio - In un' intervista a "Sette", settimanale
del "Corriere della sera", il sen. Francesco Cossiga afferma di
essere favorevole ad un' amnistia per i terroristi. Nell' intervista Cossiga
afferma di aver avuto modo di "ripensare al terrorismo" dopo aver scoperto
"in un contesto piu' sereno", il significato delle lettere di Moro. "A
rileggerle oggi - afferma Cossiga - non le giudicherei nai piu', come feci
allora, 'moralmente non autentiche"'. In quelle lettere, secondo l'ex Presidente
"si vede come Moro avesse intuito che il terrorismo non era terrorismo
ma, come io poi l'ho chiamato, 'sovversione di sinistra'. E quindi, inquadrato
nei fenomeni di trasformazione sociale dell'epoca, dovesse essere considerato
un soggetto politico e non criminale".
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18 maggio - La Corte di Cassazione francese respinge
i ricorsi di Roberta Cappelli e Maurizio Di Marzo contro
l' estradizione concessa dalla Corte d' appello di Parigi il 25 gennaio.
Con la decisione della Corte di Cassazione l' autorizzazione all' estradizione
diventa definitiva, ma se il primo ministro firmera' il decreto relativo,
per Cappelli e di Marzo sara' ancora possibile un ricorso alla giustizia
amministrativa. per decadenza dei termini.
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23 maggio - In commissione stragi, audizione del
giudice istruttore di Roma, Francesco Monastero sulla figura di
Antonio Chichiarelli. Chichiarelli, noto per essere stato l' autore
del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse (quello del Lago della Duchessa),
e' stato definito dal magistrato "una sorta di crocevia soggettivo al centro
di una serie di inchieste all' esame della commissione Stragi" (Moro, Pecorelli,
criminalita' organizzata). Monastero ha esordito sottolineando che Chichiarelli
assunse la dimensione di personaggio molto significativo solo dopo la sua
morte, poiche' prima era stato considerato dagli investigtori solo un abile
falsario. Il suo nome - ha spiegato Monastero - compare per la prima volta
in atti giudiziari con riferimento a quella che all' epoca fu definita
"la rapina del secolo" (35 miliardi di lire) ai danni della "Brink' s Secumark"
avvenuta nel marzo del 1984. Chichiarelli - ha detto il magistrato romano
alla Commissione - fu uno degli autori della rapina e colui che la rivendico'
con materiale che "in modo univoco rievocava vicende legate al delitto
Moro, ma di provenienza non brigatista". Il giudice istruttore Monastero
ha poi sottolineato che sia la rivendicazione del Lago della Duchessa sia
quella della rapina alla Brink Securmark presentavano i caratteri di una
ambigua volonta' di autoesibizionismo da parte del Chichiarelli. L' audizione
e' proseguita poi in seduta segreta.
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29 maggio - Processo Moro-quinquies: Nell' aula bunker
di Rebibbia, davanti ai giudici della seconda corte di assise di Roma,
presieduta da Salvatore Giangreco comincia il processo Moro-quinquies contro
Germano Maccari e Raimondo Etro, che devono rispondere di
concorso nel sequestro e nell' omicidio di Moro e dell' eccidio della sua
scorta. Per Etro c' e' anche l' accusa di concorso nell' omicidio di Palma.
Nella prima udienza e' accolto lo stralcio dagli atti delle posizioni di
tre persone accusate di favoreggiamento nei confronti di Etro. Sono Mauro
Di Gioia, Eugenio Ghignoni e Orlando Colongioli, le cui
posizioni saranno esaminate dal pretore. Il processo riprendera' il 29
settembre prossimo con la lettura delle imputazioni e la relazione del
pm. Parlando con i giornalisti, Maccari dice:"Io non ho mai fatto parte
delle Br, queste accuse hanno dell' incredibile, chi mi ha chiamato in
causa parla, tra l' altro, 'de relato'. Sarebbe opportuno che chi mi accusa
dicesse da chi ha avuto certe confidenze". Maccari ammette di aver conosciuto
"alcuni compagni delle Brigate Rosse, ma di non aver avuto mai rapporti
con loro". Sollecitato a dare la sua versione sui misteri che ancora circondano
la vicenda Moro, il principale imputato del processo ha detto che questi
vanno ricercati "nell' operato delle forze dell' ordine e dei partiti".
Etro, invece, ha dato un giudizio negativo della sua militanza nelle Br
e, piu' in generale, sul periodo degli "anni di piombo". "Sono passati
17 anni - ha detto ai giornalisti - e oggi rifiuto quell' esperienza di
lotta armata. Mi sembra un incubo essere accusato di queste cose".
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6 giugno - In una audizione alla commissione stragi,
l' ex segretario di Moro, Corrado Guerzoni sostiene che il rapimento
di Aldo Moro "fu appaltato ai vertici delle Br", i quali gestirono un affare
"piu' grande di loro" grazie all' "omerta' generale". Guerzoni ha affermato
anche che una delle "grandi menzogne" che riguardano il rapimento e l'
assassinio dello statista democristiano "e' che fu fatto tutto il possibile".
Guerzoni ha ricordato come Moro avesse "un' opposizione e un' ostilita"',
non per ragioni personali, ma politiche, da parte del segretario di stato
americano Henry Kissinger. All' indomani del rapimento, ha detto Guerzoni,
"il Cesis chiese alla Cia di intervenire, ma la risposta dopo 15 giorni
fu negativa, poiche', dissero, si erano ristrette le possibilita' di intervento
in paesi stranieri. In realta' - ha aggiunto Guerzoni - le possibilita'
legali di intervento c' erano. Alla richiesta la Cia si limito' a rispondere
mettendo a disposizione uno psichiatra criminologo. Secondo l' ex segretario
di Moro, da parte degli ambienti americani c' e' stato, nei riguardi di
Moro, "un giudizio politico ed anche qualcosa di piu"'. "Le Br - ha proseguito
Guerzoni - non erano in condizione di rapire Moro e gestire per 55 giorni
il rapimento. Moretti poi per 55 giorni andava avanti e indietro fra Roma,
Firenze e Rapallo". Anche l' allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga,
secondo Corrado Guerzoni, "non fu in grado di fare il ministro poiche'
fu vittima dell' azione fermissima del presidente del Consiglio e fu condizionato
dalla realta' dei Servizi che si e' trovato a gestire". Per Guerzoni, dunque,
"non fu fatto nulla per salvare Moro". Anche la lettera del Papa fu manipolata:
"Fu inserita - ha detto l' ex segretario di Moro - la frase 'senza condizioni'
con il che si riduceva il Papato a una mera funzione di propaganda". Per
quanto riguarda le Brigate Rosse, esse erano composte da "una manica di
sprovveduti". "Le Br - ha proseguito Guerzoni - promisero che avrebbero
detto tutto al popolo, ma cio' non e' avvenuto: Moro parlava della corruzione
nella Dc e i vertici delle Br non hanno diffuso fra la base tutte le informazioni
avute da Moro". Anche il memoriale "cosi' come e' giunto, e' incomprensibile,
e' un corpicino mostruoso, tutto tagliato, che non copre d' altronde i
55 giorni di fitta scrittura". Se Moro fosse stato liberato, ha infine
detto Guerzoni, "si sarebbe capito chi aveva interesse al suo rapimento,
chi c' era dietro"; ma "per le Br, l' ordine era che quell' uomo dovesse
morire". Guerzoni dice anche che dopo l' assassinio di Aldo Moro, l' allora
ministro dell' Interno Francesco Cossiga consegno' un proprio memoriale
al presidente del Senato, perche' fosse inserito nell' archivio segreto
di Palazzo Madama, consultabile solo dopo alcuni anni. Il 9 giugno Cossiga
replica con un comunicato in cui afferma che "Sul caso Moro non esiste
alcun memoriale Cossiga". Nella sua dichiarazione Cossiga dice: "Per quanto
di mia competenza doverosamente confermo che dopo l' uccisione di Aldo
Moro da parte di sovversivi di sinistra, ne' nella mia qualita' di ministro
dell' interno, ufficio dal quale immediatamente mi dimisi, ne' quale ex
responsabile del Viminale consegnai al presidente del Senato, all' epoca
il sen.Amintore Fanfani, e anche successivamente ad altri presidenti del
Senato, un mio memoriale perche' fosse inserito nell' archivio segreto
di Palazzo Madama, 'consultabile', e cioe' perche' fosse consultato 'solo
dopo alcuni anni'. Sul caso Moro non esiste alcun memoriale Cossiga. Tutto
cio' che io conosco del drammatico episodio, l' ho dichiarato ripetutamente,
parte rispondendo a domande postemi, parte spontaneamente, alle Autorita'
giudiziarie competenti, cui anche di recente mi sono di mia iniziativa
presentato, sia alle Commissioni parlamentari, con deposizioni che sono
durate alcune ore e hanno riempito ormati numerose pagine di verbali! Puo'
invece essere che il dott.Guerzoni sia venuto a conoscenza, e la cosa in
parte mi meraviglia, di altra circostanza piuttosto recente che per chiarezza
e completezza di informazione, ritengo ora mio dovere rendere pubblicamente
nota. Nel 1991, quando ancora ricoprivo, per mia e altrui sfortuna, l'
ufficio di presidente della Repubblica, in una delle numerosissime conversazioni
avute con Giovanni Spadolini sui temi piu' vari, ritornammo sul
caso Moro, su quei terribili 55 giorni del sequestro, sugli aspetti politici
della lotta alla sovversione, lotta che ci aveva trovato sulla stessa linea
della intransigente seppur dolorosa difesa ad oltranza dei valori e degli
interessi dello Stato repubblicano. In una di quelle conversazioni a Giovanni
Spadolini, in quanto amico, politico e storico e non in quanto presidente
del Senato, confidai un episodio non noto e giudiziariamente non rilevante
ma, come entrambi convenimmo, di un certo interesse storico per una futura
compiuta ricostruzione storica del caso Moro e della lotta alla sovversione
di sinistra, specie da un punto di vista politico. Decidemmo che avrei
affidato a lui, non come presidente del Senato ma 'quale storico', l' eventuale
futura utilizzazione di questa mia conoscenza nella forma di una lettera,
la disponibilita' del cui contenuto, nei tempi e nelle forme, affidai al
suo prudente giudizio di storico. E cosi' feci con una mia lettera riservata
del 30 luglio del 1991, con allegati. Alla morte di Giovanni Spadolini
quella lettera e' passata alla 'Fondazione Spadolini-Nuova Antologia',
presso cui, come ho accertato, si trova. Non ne ho finora trovata copia
presso di me. D' altronde anni, anni dopo, oggetto di ancora ripetute accuse
giudiziarie di 'dietrologi' di varie estrazioni, se la memoria non mi inganna,
anche del fatto narrato nella lettera riferii all' Autorita' giudiziaria:
e i verbali dovrebbero gia' essere a disposizione della Commissione stragi.
Infatti, nel corso della mia ultima deposizione di fronte ad essa, mi fu
fatta da un membro della Commissione una domanda sul fatto; ma io chiesi
e ottenni di essere dispensato dal rispondere, in quanto ritenevo la circostanza
certo utile ai fini di una ricostruzione storica degli avvenimenti, ma
inutile dal punto di vista di un' indagine politica ed, oltre che inutile,
pericolosa, poiche' possibile oggetto di infinite strumentalizzazioni contro
persone e contro movimenti politici, per altro persone diverse dalla mia
e movimenti politici diversi da quelli in cui io militavo. E questa e'
ancora, in coscienza la mia opinione. D' altronde 'chi ritiene di dover
altrimenti provvedere, provveda'". Sempre il 9 giugno, negli ambienti di
Palazzo Madama si fa presente che non esiste presso il Senato alcun archivio
segreto. Peraltro - si precisa - negli archivi del Senato, non vi e' traccia
ne' memoria di alcun dossier sul caso Moro, consegnato, dopo l' assassinio
dello statista, dall' ex ministro dell' Interno, Francesco Cossiga, all'
allora presidente del Senato, Amintore Fanfani e neppure sussiste traccia
alcuna, negli archivi stessi, di documenti del genere consegnati dallo
stesso sen. Cossiga ad altri presidenti del Senato nell' esercizio delle
loro funzioni. Il presidente della commissione Stragi, Giovanni Pellegrino,
commenta:"Sottoporro' all' Ufficio di presidenza della commissione l' opportunita'
di acquisire tale lettera dalla Fondazione Spadolini-Nuova antologia. Nella
situazione determinatasi, tale opportunita' mi sembra evidente, anche se
sono personalmente convinto che il contenuto della lettera difficilmente
potra' aggiungere significativi contributi a quanto i vari protagonisti
hanno gia' ampiamente dichiarato in sede giudiziaria e parlamentare".
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7 giugno - L' ex segretario del Psi, Bettino Craxi,
diffonde una dichiarazione per commentare le affermazioni fatte, davanti
alla Commissione Stragi, da Corrado Guerzoni. Craxi si riferisce all' appello
di papa Paolo VI alle Br perche' liberassero Moro "senza condizioni". Guerzoni
ha sostenuto che le parole "senza condizioni" furono il frutto di una "manipolazione";
"Di questo - scrive Craxi - io non saprei cosa dire. Ricordo che, allora,
quelle parole risuonarono dentro di me come una sentenza di morte". Craxi
riferisce, poi, un episodio: una telefonata di Padre Davide Turoldo ricevuta
il giovedi' precedente l' assassinio di Moro. "Sapevo che il generale Dalla
Chiesa riteneva che egli aveva avuto rapporti umani e religiosi con elementi
estremisti che erano poi passati al terrorismo. Mi chiamo' di notte e mi
parlo' dandomi del tu. In sostanza mi disse: 'Non c' e' tempo da perdere.
Devi fare in modo che il Vaticano si assuma l' iniziativa di richiedere
alcuni giorni di silenzio stampa, che sono necessari per condurre una trattativa
per tentare di salvare Moro. L' indomani mattina chiesi a Gennaro Acquaviva,
tramite le sue relazioni, di trasmettere questo messaggio al Vaticano.
Cosa che Acquaviva fece recandosi oltretevere. Ma tutto fini' li' e non
vi fu alcun seguito. In sostanza, la richiesta di padre Turoldo fu lasciata
cadere. Credo di aver gia' raccontato questo episodio. Lo ricordo perche'
si ritorna a parlare di quella dolorosa vicenda. Ne ricordero' altri. 'Senza
condizioni' la vita di Moro non poteva essere salvata e questo doveva essere
per tutti chiarissimo".
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7 giugno - Dall' 8 febbraio il magistrato di sorveglianza
ha concesso a Barbara Balzerani l' applicazione dell' articolo 21
della legge Gozzini che prevede l' uscita dal carcere al mattino e il rientro
alla sera, secondo un programma di orari e itinerari ben definito. La Balzerani,
che in passato ha usufruito di permessi premio che le hanno consentito
di uscire dal carcere femminile di Rebibbia, aveva presentato recentemente
l' istanza per ottenere il beneficio. Barbara Balzerani lavora dal 27 marzo
scorso come tecnico informatico nel popolare quartiere romano di Trastevere,
dove ha sede la cooperativa sociale Blow up, che si occupa della fabbricazione
di hardware e software e che, tra le sue ragioni sociali, ha quella del
recupero dei carcerati. La sua giornata fuori dal carcere, hanno spiegato
dalla cooperativa, e' rigidamente scandita dagli obblighi imposti dall'articolo
21. L' ex brigatista deve attenersi alle indicazioni ricevute, rispettando
gli orari e i percorsi che sono stati stabiliti dalla direzione del carcere
per consentirle di raggiungere il posto di lavoro in vicolo del Cinque,
nel quartiere Trastevere. Non puo' fare straordinari e tutto quello che
fa e' sottoposto alla supervisione del carcere. Anche la pausa pranzo,
e' stato sottolineato, e' sottoposta ad una rigida regolamentazione: la
Balzerani puo' scendere a mangiare in un bar, sempre lo stesso, e non puo'
parlare con nessuno. Terminato il suo orario di lavoro, deve riprendere
l' autobus e rientrare in carcere. Lo stipendio, che e' lo stesso percepito
dagli altri impiegati, in tutto una decina, assunti dalla cooperativa,
viene consegnato alla direzione carceraria. Lei puo' richiederlo e usufruire
dei soldi rispettando pero' le stesse regole stabilite per gli altri carcerati.
Barbara, ha spiegato una persona molto vicina a lei, "ha imparato questo
mestiere in carcere, dove le e' stato consentito di seguire un corso di
informatica. Poi, una volta trascorsi i dieci anni di carcerazione, ha
chiesto alla direzione di Rebibbia il permesso di lavorare fuori, indicando
come possibile riferimento quello della cooperativa Blow up, dove, in passato,
erano stati assunti altri carcerati. La direzione, esaminata la richiesta
ha autorizzato l'assunzione". L' ultima parola, ha precisato la stessa
persona, "spettava naturalmente al tribunale che ha concesso per lei l'applicazione
dell'articolo 21 l'8 febbraio scorso". In ogni momento, pero', e' stato
sottolineato, il tribunale, su segnalazione del direttore del carcere,
puo' revocare il provvedimento. "Quella che e' stata concessa a Barbara
- ha commentato un amico - non e' certo la semiliberta'. La gente deve
sapere che la sua situazione e' molto diversa da quella di cui gode, ad
esempio, Renato Curcio".
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8 giugno - In un' intervista al Tg2, Ileana Leonardi,
vedova del capo scorta di Moro, riferendosi alla notizia che Barbara Balzerani
ha ottenuto il permesso di uscire dal carcere per poter lavorare, dice:"Mi
sento tradita dallo Stato, questo Stato non mi rappresenta per cui da oggi
non andro piu' neanche a votare. Questa e' la mia protesta". Alla domanda
su quale pena avrebbe dovuto essere inflitta oltre all' ergastolo, la vedova
del maresciallo Leonardi ha risposto: "La pena giusta. Questa gente ha
avuto sconti di pena, oltre agli sconti esce prima, ha posti di lavoro.
Tutte queste cose sono state gia' dette pero' evidentemente quello che
diciamo noi non ha nessuna importanza perche' noi siamo la memoria scomoda".
In una intervista a RTL 102,5, Pina Tuttobene, vedova del tenente
colonnello dei carabinieri Emanuele, ucciso nel 1980 a Genova da un commando
delle Brigate Rosse, dice:"Le leggi a favore dei terroristi troveranno
sempre dei sostenitori, si chiamino essi di volta in volta Cossiga o Maiolo
o altri ancora. Tutto questo crea in me una convinzione: che il terrorismo
sia stato un gioco per il potere, realizzato ed istituito proprio da chi
il potere deteneva nelle sue mani a quei tempi".
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8 giugno - "Corriere della Sera" e "l' Unita'" pubblicano
due interviste a Corrado Guerzoni sul caso Moro.
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21 giugno - In commissione stragi, audizione di Leonardo
Grassi e Libero Mancuso, magistrati che hanno indagato su diversi
episodi di strage e depistaggio. Secondo Grassi la stagione delle stragi
in Italia non e' ancora del tutto argomento per gli storici:"in qualche
modo i protagonisti della stagione delle stragi hanno ancora un peso".
"Lo schema di questa stagione - ha detto Grassi - e' stato ampiamente ricostruito,
ma i responsabili sono ancora nell'ombra e possono scattare ricatti e condizionamenti
reciproci". Questa capacita' di condizionamento e' fortemente legata alle
"tessere mancanti" dal quadro della verita' sulle stragi. "L'insieme e'
estremamente chiaro ma certo - ha spiegato ancora Grassi - c'e' qualcosa
d'altro che dobbiamo ancora sapere e questo rappresenta un rischio per
qualcuno". I misteri piu' nascosti ? Libero Mancuso li elenca: "Che fine
ha fatto la P2 ? Dove sta oggi la massoneria ? Dove opera, a Roma, la mafia
? Ma il mistero che condiziona maggiormente e' la vicenda Moro: dove stanno
gli originali delle carte del presidente della Dc ?". Grassi ha detto che
"non vi e' piu' un mistero delle stragi in Italia. Questa affermazione
poteva forse valere fino a qualche anno orsono ma ora non ha piu' senso.
Questa stagione, che va dal '69 all' '80, e' stata ricostruita. C'e' stato
un contributo significativo al raggiungimento della verita' storica sulle
stragi; meno significativo invece il contributo ai fini della individuazione
dei singoli responsabili". I due magistrati hanno indicato tre elementi
di continuita' nelle inchieste sulle stragi: la presenza di settori dei
servizi segreti; la presenza di un "ambiente piduista" e di gruppi di ispirazione
nazionalrivoluzionaria. Libero Mancuso, rispondendo ad alcune domande ha
spiegato tuttavia che vi sono "piu' soggetti eversivi e quindi piu' strategie
da valutare distintamente". Tuttavia "qualsiasi episodio esaminato ha evidenziato
responsabilita' dirette o interventi di depistaggio da parte di appartenenti
alla massoneria. Tutti i nostri servizi segreti hanno avuto, prima e dopo
la riforma, questo marchio di fabbrica. Questa appartenenza era fatto necesssario
per poter essere dentro questi ruoli e queste responsabilita'. Una strategia
che risponde a influenze statunitense e, in particolare della Cia. Esponenti
del servizio segreto americano reclutavano perfino dentro i nostri servizi
ufficiali per inserirli nella P2".
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26 luglio - Nella relazione semestrale della commissione
stragi ai presidenti della Camera e del Senato, redatta dal presidente
Giovanni Pellegrino ed approvata nei giorni scorsi risulta che la commissione
si e' rivolta all' ambasciata russa e a quella ceca per poter acquisire
le documentazioni esistenti in questi paesi sull' uccisione di Moro.
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20 agosto - Da alcune indiscrezioni degli ambienti
giudiziari si e' appreso che, durante i colloqui con i magistrati, il colonnello
dei carabinieri in forza al Sismi Alessandro Conforti, lo stesso
che ha riconosciuto l' autenticita' della lettera del colonnello del Sismi
Mario Ferraro, suicidatosi (in circostanze che lasciano qualche
dubbio) il 16 luglio, ritrovata nei giorni scorsi, avrebbe parlato con
inquirenti e investigatori anche del caso Moro e del falso comunicato Br
del lago della Duchessa. Conforti avrebbe fatto riferimento ad una conversazione
avuta all' inizio degli anni '80 con Mario Ferraro, nella quale lui confido'
allo "007" trovato morto nel suo appartamento di essersi occupato del depistaggio
del falso volantino delle Brigate rosse. In quella occasione Mario Ferraro
prese alcuni appunti. E secondo quanto raccontato dall' ufficiale del Sismi,
questi appunti sarebbero stati ritrovati alcuni giorni prima della sua
morte e sarebbero stati argomento di una nuova conversazione tra Ferraro
ed il suo collega. La vicenda, riferita agli inquirenti, viene giudicata
come un fatto "non importante", senza nessun legame, cioe', con la morte
di Mario Ferraro.
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21 agosto - Sulle notizie che collegano Mario
Ferraro al falso comunicato Br del lago della Duchessa, l' avv. Giuseppe
De Gori, legale della Dc nei processi Moro, dice che "Non risulta processualmente
dalle testimonianze dei ministri degli interni dell'epoca che vi siano
inediti rapporti informativi o altro da parte dei servizi segreti, che
tra l'altro nel '78 vennero ristrutturati, riguardanti il caso Moro. Tale
mia affermazione, che non puo' essere smentita, trova conferma nelle dichiarazioni
del presidente Cossiga sia di fronte ai magistrati di merito, sia di fronte
alla commissione d'inchiesta sul caso Moro. D' altra parte, in quanto avvocato
della Dc per i processi Moro, non mi risulta che i servizi segreti dell'epoca
abbiano svolto attivita' concrete in relazione a quella vicenda. Non ci
sono stati depistaggi delle indagini, dirette e controllate dalla magistratura.
Mi assumo la responsabilita' di quanto affermo e ritengo che ci siano ancora
in giro individui spregevoli che vogliono speculare sulla piu' grande tragedia
della democrazia italiana".
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19 settembre - Nell' atto conclusivo di accusa della
procura della repubblica di Palermo contro il sen. Giulio Andreotti,
ci sono anche parti che riguardano il caso Moro. In una prima fase della
vicenda, su richiesta di Lima e dei cugini Salvo, Bontate cerca di favorire
la liberazione di Moro. Infatti incarica Buscetta di contattare le BR.
Ma poi arriva un "contrordine", come testimoniano ancora Buscetta, Marino
Mannoia, il mar. Incandela (al quale ne parlano Francis Turatello e il
camorrista Luigi Bosso) ed il teste Giuseppe Messina (che lo apprese da
Flavio Carboni). Alla base del "contrordine", per l' accusa sarebbe "il
contenuto dei documenti scritti da Moro durante il sequestro: documenti
in cui Moro attacca pesantemente Andreotti con dichiarazioni che in parte
saranno ritrovate soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di Via Montenevoso
a Milano nell' ottobre 1990). Tra il dicembre 1978 e il gennaio 1979, il
gen. Dalla Chiesa cerca di acquisire informazioni nel circuito carcerario
anche sugli scritti di Moro, ha contati con Pecorelli che e' egualmente
interessato allo stesso argomento; Pecorelli viene a conoscenza di parti
omesse del memoriale Moro e dall' ottobre del 1978 sulla rivista OP intensifica
gli attacchi contro Andreotti e Vitalone. Per l' accusa ne sono prova il
conseguente "scandalo Italcasse", i contenuti di OP, le testimonianze di
collaboratori di Pecorelli; aspetti della vicenda Sindona. Claudio Vitalone
cerca di indurrre Pecorelli a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia
Piemontese) ed Evangelisti gli offre denaro (subito 30 milioni ricevuti
da Gaetano Caltagirone) per non fargli pubblicare il numero di OP con la
copertina dedicata agli assegni del Presidente. Il 20 marzo 1979 il giornalista
Mino Pecorelli viene ucciso a Roma da Massimo Carminati, un neofascista,
su incarico di Danilo Abbruciati (banda della Magliana, Pippo Calo') e
Michelangelo La Barbera (uomo d' onore vicino a Stefano Bontate). L' omicidio
(teste Buscetta) e' stato commissionato a Cosa Nostra dai Salvo per conto
di Andreotti e agli uomini della banda della Magliana, secondo altre testimonianze
raccolte dai magistrati, da Claudio Vitalone. Quello stesso anno, presumibilmente
per gli stessi motivi che determinano l' omicidio di Pecorelli (i documenti
segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per ragioni legate
a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso Bontate era
vicino" matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa, attribuendo il delitto
alla BR; viene incaricato Buscetta di contattare le BR, ma queste rifiutano
(Buscetta, Marino Mannoia).
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26 settembre - Processo Andreotti: nell' aula bunker
dell' Ucciardone a Palermo, davanti al tribunale presieduto da Francesco
Ingargiola e con giudici a latere Salvatore Barresi e Vincenzina Massa,
comincia il processo a Giulio Andreotti, accusato di associazione
mafiosa.
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29 settembre - Processo Moro-quinquies: con la relazione
del pm Franco Ionta riprende nell' aula bunker di Rebibbia il processo
"Moro quinquies". Ionta, dopo aver sottolineato l' importanza del processo
("non e' un caso - ha detto - che il mistero Moro trovi spazio nel processo
di Palermo ad Andreotti, nel processo perugino per l' assassinio di Mino
Pecorelli e nelle indagini sull' omicidio di Dalla Chiesa"), ha ricordato
l' attivita' di 'intelligence' che consenti' di arrestare Maccari nell'
ottobre del 1993 ed Etro nel giugno 1994. Tra le fonti di prova indicate
dal pm, le dichiarazioni della dissociata Adriana Faranda che hanno permesso
di arrivare a Maccari. Nell' udienza e' stata definita anche la lista dei
testimoni, oltre 200 tra cui numerosi esponenti delle Brigate Rosse, citati
dal pm e dagli avvocati Tommaso Mancini (difensore di Maccari) e Antonio
Moriconi (Etro). I giudici della seconda corte di assise hanno aggiornato
il dibattimento al 19 dicembre.
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2 ottobre - Il presidente del comitato parlamentare
di controllo sui servizi segreti, Massimo Brutti, ha chiesto alla
magistratura milanese i documenti, attribuiti al Sisde, trovati nell' ufficio
romano di Bettino Craxi. "Le carte - ha detto il sen. Brutti - sono
molte e sembrerebbe che riguardino in gran parte vicende di terrorismo:
non mi stupirei se, tra queste, ci fossero anche carte sull' omicidio Moro.
Se si tratta di documenti sul terrorismo rosso, su una vicenda gia' conclusa,
perche' conservarle fino ad oggi? Il trafugamento di documenti segreti,
comunque, e' un reato. Una ipotesi che viene in mente e' che quelle informazioni
contenute nelle carte non riguardino solo terroristi, ma anche altri che
possano aver omesso di fare il loro dovere contro i terroristi, o che abbiano
coperto o utilizzato le loro azioni violente. In questo caso ci troveremmo
davanti a carte che potrebbero avere un loro peso anche oggi. Il caso Moro
e' una zona tuttora oscura non tanto sul versante del terrorismo, quanto
su quello del comportamento degli apparati dello Stato che erano, in quegli
anni, largamente infiltrati da elementi della P2".
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3 ottobre - Secondo un articolo del quotidiano "la
Repubblica" dal titolo "Dal Sisde ad Hammamet" i dossier segreti di Craxi
conterrebbero documenti su Caso Moro, terrorismo rosso, Licio Gelli.
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5 ottobre - In una dichiarazione all'ANSA di Managua
(Nicaragua), Alessio Casimirri ha detto di "essere perseguitato"
dai servizi segreti italiani e che non tornera' mai piu' in Italia. Casimirri
ha detto che continuera' "a vivere come un 'desaparecido' in Nicaragua
a causa degli oscuri interessi che mi perseguitano per portarmi in carcere
a Roma". "Ci sono poliziotti italiani - ha aggiunto - che mi braccano ancora,
violando la sovranita' del Nicaragua, e devo vivere in clandestinita' grazie
a uno scudo di nicaraguensi che hanno solidarizzato con me". L' ex br ha
detto all'ANSA che si rifiuta di accettare "la validita' dei tribunali
d'emergenza" che lo hanno giudicato in contumacia e che non rispondera'
alle accuse "fin tanto che il governo italiano non dia una soluzione politica
alle polemiche sulla storia delle Brigate rosse". In questo senso ha ricordato
che "sia l'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga sia la figlia
di Aldo Moro hanno sollecitato un'amnistia generale sul caso delle Br".
"Appartengo - ha detto Casimirri - a una generazione di italiani che ha
lottato per il cambiamento della societa' e contro le minacce golpiste
del neofascismo. E in quella guerra entrambe le parti hanno commesso errori,
ma le responsabilita' sono collettive, non individuali".
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2 novembre - Nell' abitazione del gen. Domenico
Cogliandro, ex funzionario del Sisde in pensione e capo del controspionaggio
dal 1974 al 1982, e' sequestrato un' archivio contenente circa 450 fogli
di note informative anonime, a carattere riservato, raccolte dal gennaio
1989 al maggio 1991. Le note erano indirizzate al direttore del Sismi,
amm. Fulvio Martini. La fonte principale di Cogliandro e' il giornalista
Paolo Senise, ex direttore di "Mondo d' oggi", periodico scandalistico
degli anni sessante, al quale aveva collaborato Mino Pecorelli. Alcune
delle informative riguardano il caso Moro. La perquisizione e' avvenuta
su ordine del giudice Priore e del collega di Venezia Carlo Mastelloni.
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2 novembre - Nell' udienza preliminare il sen. Giulio
Andreotti risponde alle domande del gip Sergio Materia che deve decidere
se rinviarlo a giudizio quale uno dei mandanti dell' omicidio di Mino
Pecorelli. Andreotti - secondo quanto riferito da uno dei suoi legali,
Giovanni Bellini - ha detto al giudice di aver ricevuto il memoriale "in
forma ufficiale", in due parti: nel 1978 (da Dalla Chiesa o da Rognoni)
e nel 1990. Il senatore ha escluso che Dalla Chiesa possa aver stralciato
delle pagine, tenendosele per se', "contravvenendo cosi' ai suoi doveri
istituzionali". Andreotti, poi, ha detto di non aver mai letto quelle carte
per "mantenere intatto" il ricordo dello statista ucciso, indotto a scrivere
in condizioni psicologiche particolari. Di Pecorelli, poi, Andreotti -
dicono gli avvocati - non parla male: i suoi attacchi non lo infastidivano
e, in ogni caso, ci era abituato. La vicenda degli "assegni del presidente"
era "uscita" gia' due anni prima dell' omicidio e, quando l' on. Evangelisti
gli disse che Pecorelli stava per riproporla, Andreotti "non si preoccupo'
piu' di tanto". In un certo senso i rapporti con il direttore di Op potevano
definirsi - secondo quanto riferito dagli avvocati - "cordiali", al punto
che il senatore gli mando' un biglietto (ma sembra su "suggerimento" sempre
di Evangelisti) per consigliargli un medicinale contro il mal di testa.
Pecorelli, dal canto suo, invio' ad Andreotti un messaggio di condoglianze
per la morte della madre; il telegramma del senatore ai familiari del giornalista,
ucciso la sera del 20 marzo 1979, giunse la mattina successiva, alle 7,30.
Andreotti - che ha parlato di incontri avuti con l' avvocato De Cataldo
ed il giudice Alibrandi - non si e' soffermato in modo particolare sui
suoi rapporti con Dalla Chiesa, ma ha fatto capire che a suo avviso sono
improponibili collegamenti tra l' omicidio del generale e quello di Pecorelli.
Il diario di Dalla Chiesa e' stato definito da Andreotti "un insieme di
carte di natura personalissima". Perche' proprio a Vitalone - "un magistrato,
non un politico" - venne assegnato un seggio senatoriale "sicuro"?, ha
chiesto il gip ad Andreotti. "Anche la Democrazia Cristiana, come altri
partiti - ha risposto - aveva interesse a far eleggere un magistrato".
"La piu' grande sconfitta della mia vita politica - dice anche Andreotti
- e vorrei dire che anche moralmente ne risento tuttora, fu quella di non
avere potuto liberare Aldo Moro". L' on. Andreotti ammette che nel memoriale
vi erano "delle cose spiacevoli, ma era comprensibile lo stato d' animo"
del prigioniero delle Br. "Io non gliene voglio certamente a Moro per questo
- afferma Andreotti - perche' mi metto nello stato d' animo di uno che
per piu' di 50 giorni e' chiuso in una specie di scatolone, sottoposto
ad interrogatori stressanti, senza una prospettiva. E' chiaro che probabilmente
per lui, io come presidente del Consiglio, ero quello che aveva la chiave
per poterlo fare uscire".
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17 novembre - Presentato il libro scritto da Anna
Laura Braghetti e Francesca Mambro. Il libro, intitolato "Nel
cerchio della prigione", e' edito dalla "Sperling e Kupfer". "L' obiettivo
che ci siamo prefisse con questo libro - ha spiegato l' ex Br - e' quello
di far uscire una testimonianza in piu' sull' innocenza di Francesca e
Valerio per la strage di Bologna".
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12 dicembre - Giovanni Pellegrino, presidente
della commissione stragi, presentato alla stampa la relazione sul terrorismo
e le stragi. Nella bozza di relazione ci sono delle novita' di analisi
nel capitolo sul caso Moro. Non "eterodirezione" ma "permeabilita"' delle
colonne Br ben piu' di quanto si voglia tuttora far credere. Inoltre e'
"credibile" che parti del primo memoriale Moro, ritrovato dal generale
Dalla Chiesa nel covo Br di Via Montenevoso, siano state sottratte. Pellegrino
e' stato netto. "E' probabile che le Br abbiano avuto contatti con apparati
istituzionali e si sia svolta una trattativa per la consegna di questo
materiale. E' possibile prospettare l' ipotesi che le Br avviassero trattative
con settori istituzionali in vista di una sconfitta che si faceva evidente.
L' ipotesi che per le carte di Moro le cose siano andate cosi' e' concreta;
una ipotesi - ha aggiunto - che andra' verificata dal dibattito processuale
riguardante Andreotti a Palermo e Perugia. Certo e' che le Br non sono
state quel cubo chiuso e impenetrabile che si vuol far credere". Sollecitato
da una domanda, Pellegrino ha aggiunto: "Chi entro' a Montenevoso ritenne
di servire la Repubblica non rendendo pubbliche quelle parti del memoriale
Moro che potevano danneggiare i vertici di allora". Sull' intera vicenda
Moro la bozza di relazione presentata oggi afferma che "nuove acquisizioni
consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile il carattere
intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie
che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro". Sulle "carte"
si afferma ancora che c' e' un' unica ipotesi che appare logica e accettabile:
"e cioe' quella di un contantto, eventualmente mediato, tra le Br e settori
istituzionali, in cui le prime potessero prospettarsi un qualche possibile
vantaggio dalla mancata pubblicazione dei documenti". Alcuni elementi nuovi
emergono sulla vicenda di Via Gradoli, il covo Br indicato, ufficialmente,
nel corso di una seduta spiritica in cui sarebbe stato evocato lo spirito
di Giorgio La Pira. Il nome di Gradoli invece - nota il documento - e'
filtrato negli ambienti dell' Autonomia bolognese e il rifermento alla
seduta non era altro che un "trasparente espediente di copertura della
fonte informativa". Dalle indagini sull' omicidio Pecorelli e' emerso che
un professionista "ha riferito al magistrato inquirente di aver fornito
ad un alto ufficiale dei carabinieri, poi vittima delle Br (Antonio Varisco,
ndr), informazioni utili all' individuazione del covo di Via Gradoli che
sarebbero state sottovalutate". "Sono dati allarmanti che potrebbero consentire
- afferma ancora la bozza di documento - una lettura ben piu' cupa delle
singolari modalita' con cui il covo delle Br fu poi abbandonato". E' lo
stesso Pellegrino a notare che questa su Via Gradoli e' "una ipotesi estrema".
Ma viene segnalata perche', come ha riferito un magistrato in commissione,
se l' operazione Gradoli "fosse stata condotta con un minimo di diligenza
'forse la storia del sequestro e dell' organizzazione delle Br sarebbe
stata del tutto diversa"'. Sulle "resistenze" da parte degli ex br a fornire
un quadro ampio e dettagliato dell' assalto di Via Fani e della composizione
del commando, il documento si limita a riportare, in sintesi, il giudizio
dei magistrati inquirenti riferito alla commissione: "E' un atteggiamento
sproporzionato rispetto al fine di coprire altri brigatisti restati sconosciuti
e che sembrerebbe invece rivelare la volonta' di occultare la presenza
in Via Fani di 'forze diverse' e quindi di difendere il carattere 'puro'
(ovviamente dal punto di vista rivoluzionario) dell' azione".
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13 dicembre - "All' amico Antonio Varisco,
tenente colonnello dei carabinieri, parlai effettivamente di via Gradoli.
Ma lo feci come battuta, davanti ad altra gente, riferendo le impressioni
di un' amica, che frequentava il palazzo dove poi venne trovato il covo
delle Brigate rosse considerato una delle prigioni di Aldo Moro". Lo ha
detto l' avv. Rocco Mangia, il nome del quale viene fatto nella
relazione della Commissione sulle stragi, a proposito di una sua testimonianza
fatta, anche con riferimento alla vicenda Moro, al pm Giovanni Salvi che
si e' occupato dell' uccisione del giornalista Mino Pecorelli. Mangia,
ricorda d' aver detto a Varisco che secondo la sua amica in un appartamento
del palazzo di via Gradoli si sentiva frequentemente durante il giorno
il rumore provocato dall' uso di una macchina da scrivere e che c' era
un via a vai di gente. "Quando effettivamente venne scoperto il covo -
ricorda Mangia - Varisco, al quale avevo confermato che la mia era stata
soltanto una battuta, mi disse: 'Guarda un po', se ti avessi dato retta,
sarei stato io a fare la scoperta di quel covo brigatista'".
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15 dicembre - A Cascina, il pm Mario Profeta, al
termine della requisitoria tenuta a conclusione dell' udienza del processo
contro Licio Gelli, chiede per l' ex capo della P2 una condanna
a un anno e otto mesi per perche' indusse una testimone, la sua ex segretaria
Nara Lazzerini, a ritrattare la propria deposizione durante l' inchiesta
sulla strage di Bologna. Raffaele Giorgetti, avvocato difensore di Gelli,
ha concluso la sua arringa con una richiesta di assoluzione del proprio
assistito per "insussistenza del fatto". I fatti al centro del processo
risalgono alla fine del '93, quando, secondo il pm, Gelli chiese a Nara
Lazzerini di ritrattare la propria deposizione nella quale si evidenziavano
i rapporti tra Gelli e Stefano delle Chiaie, la presenza di Gelli a Palermo
e una misteriosa valigia piena di denaro all' interno dell' Excelsior,
dichiarazioni che erano culminate in una frase che Gelli avrebbe detto
la mattina dopo il sequestro Moro. Secondo la donna, Gelli avrebbe detto:
"il piu' e' fatto". L' avvocato Giorgetti ha definito la teste "fantasiosa".
La sentenza e' prevista per la prossima settimana.
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23 dicembre - Il quotidiano "L' Indipendente" pubblica
un' intervista con Giovanni Pellegrino, presidente della commissione
stragi, dal titolo "Sul caso Moro sorprese in agguato" sugli sviluppi dell'
inchiesta della Commissione sul caso Moro.
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27 dicembre - Il quotidiano "La Nazione" pubblica
un articolo da l titolo "Servizi Br: cosi' fu assassinato Moro" in cui
si sostiene che "una pistola in dotazione agli 007 fu utilizzata per uccidere
il presidente della Dc".
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