Caso MORO: 
i fatti del 1995


  • 23 gennaio - La procura della repubblica di Palermo, nell' atto di accusa contro il sen. Giulio Andreotti che verra' esaminata il 27 gennaio dal gip, parla anche del caso Moro. Secondo gli atti, il memoriale che Aldo Moro scrisse nella "prigione" delle Brigate rosse venne introdotto nel carcere di Cuneo. Ritrovato in un pozzetto, venne poi consegnato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a quel tempo responsabile dei servizi di sicurezza nelle carceri. Lo ha detto, confermando un' ipotesi investigativa, il maresciallo Angelo Incandela, comandante degli agenti di custodia di Cuneo che aveva con Dalla Chiesa un rapporto fiduciario. I verbali di tre interrogatori del sottufficiale sono stati allegati nel fascicolo del processo ad Andreotti ed integrano le dichiarazioni fatte a suo tempo dal pentito Tommaso Buscetta. Le "carte" di Moro, ricordano i magistrati di Palermo, contenevano un "durissimo attacco contro Andreotti per i suoi rapporti con Sindona e per il suo ruolo nella vicenda Arcaini-Caltagirone-Italcasse". Sulla vicenda aveva fissato la sua attenzione Mino Pecorelli che l' aveva messa in relazione ad alcuni assegni emessi da Andreotti per complessivi due miliardi. Nei suoi interrogatori, Buscetta ha detto che l' uccisione di Pecorelli era stata decisa dai boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, "su richiesta dei cugini Salvo e nell' interesse dell' on. Andreotti". Pecorelli stava infatti appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro, "segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva". Incandela ha riferito ai magistrati come il memoriale di Moro fini' nelle mani del generale. Durante un incontro segreto, alla presenza di Pecorelli, il maresciallo venne invitato da Dalla Chiesa a cercare i documenti dentro il carcere dove sarebbero stati introdotti "attraverso le finestre del corridoio dell' ufficio per i permessi di colloqui". L' involucro, che lo stesso Pecorelli aveva descritto minuziosamente, venne trovato effettivamente nel carcere di Cuneo "all' interno di un pozzetto con un coperchio di lamiera, profondo circa 20-30 centimetri". Il dossier venne consegnato a Dalla Chiesa che lo mostro' a Franco Evangelisti, ex braccio destro del senatore. Lo stesso Evangelisti, morto di recente, ha raccontato ai giudici di avere visto "un dattiloscritto di circa 50 pagine, nelle quali si parlava anche di me, e mi disse che proveniva da Moro, e che il giorno successivo lo avrebbe consegnato ad Andreotti". Ma il senatore ebbe solo una parte delle "carte". La suocera del generale, Antonietta Setti Carraro, ha infatti precisato che Dalla Chiesa "col cucco che gliele avrebbe date tutte". Ha quindi aggiunto: "Una parte di queste carte ...il generale le aveva trattenute per se"'. Andreotti, al quale viene attribuito un interesse ad avere il memoriale, ha sempre negato di avere mai visto il dossier in tutto o in parte. Secondo i giudici, pero', mente. 
  • 24 gennaio - Il quotidiano "Avvenire" scrive che esistono ancora documenti inediti sul caso Moro che sarebbero conservati al Ministero dell' Interno. Secondo il quotidiano cattolico, su di essi l' ex ministro Maroni avrebbe confermato, nello scorso novembre, il segreto di Stato. Inoltre, nell' articolo in questione, si parla anche di una "operazione Olmo" per cercare a Fiumicino la prigione dove le Br avrebbero nascosto Aldo Moro. Roberto Maroni smentisce che i documenti di cui si parla siano segreti. "A suo tempo - ha detto Maroni - non da me ma dai miei predecessori, sono stati consegnati alla magistratura e alla commissione stragi. Non c' e' nessun giallo ne' la volonta' di coprire alcunche'". Maroni ha spiegato che quei documenti non sono stati consegnati alla persona che li aveva chiesti "per motivo di studio" "dal momento che si trattava di documenti classificati. Prima di essere consegnati per motivi di studio - ha detto ancora - i documenti debbono essere declassificati, cosa che non potevo fare". 
  • 24 gennaio - In un' operazione anticamorra e' arrestato Aurelio Ghio, docente all'universita' di Torino e perito dattiloscopico e balistico. Dagli anni Sessanta, Ghio aveva svolto la sua attivita' di perito, grafico e balistico, in molte inchieste di terrorismo e criminalita' organizzata. Aveva fatto parte tra l'altro parte del collegio peritale che ha esaminato l' arma che uccise Aldo Moro. 
  • 25 gennaio - La Chambre d'Accusation della Corte d' Appello di Parigi autorizza il governo francese ad estradare in Italia Roberta Cappelli, 39 anni, e Maurizio Di Marzio, 34 anni. Cappelli, nome di battaglia "Silvia", aveva fatto parte della colonna romana delle Br per poi passare alla direzione strategica. Tra gli episodi piu' gravi che le sono stati contestati, l' attentato all' ex vice dirigente della Digos di Roma, Nicola Simone, e la partecipazione al sequestro dell' assessore regionale Dc campano Ciro Cirillo. Fuggita in Francia nel 1993 e arrestata a Parigi il 25 agosto 1994, la Cappelli e' ricercata in Italia per una condanna definitiva all'ergastolo nel processo 'Moro ter'. Di Marzio, conosciuto dagli investigatori come "Francesco", e' stato rinviato a giudizio nel '90, al termine dell' inchiesta relativa al Moro-Quater, e condannato a 18 anni di reclusione, per diversi episodi di terrorismo. 
  • 3 febbraio - Il settimanale "Panorama" pubblica un servizio in cui sostiene che il maresciallo Oreste Leonardi, capo della scorta di Moro, faceva parte di Gladio e che la sua scheda fu trovata da due magistrati militari di Padova, Benedetto Roberti e Sergio Dini, negli archivi del Sismi, "fra le carte manomesse della struttura Stay behind". "La notizia dell' esistenza di una scheda intestata al capo della scorta di Moro, maresciallo Leonardi, nell' archivio della settima divisione del Sismi, che gestiva Gladio, - commenta Sergio Flamigni - ripropone le responsabilita' della insufficiente collaborazione da parte delle autorita' di governo" con la commissione parlamentare d' inchiesta sul caso Moro. Flamigni ricordato che nel corso di un' audizione, il 25 maggio 1980, dell' allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, chiese che alla commissione fossero consegnati tutti i documenti relativi ai militari della scorta. "Ricevemmo soltanto i documenti degli appartenenti alla Ps, mentre non ci venne fornito - ha aggiunto Flamigni - la documentazione sul curriculum professionale e sull' addestramento di Leonardi. Qualcuno ha voluto tenere segreto, anche se il segreto non era opinabile di fronte alla commissione, che il maresciallo aveva rapporti con una struttura dei servizi segreti italiani?". Ileana Lattanzi, vedova del capo-scorta di Moro, dice invece:"Mi ha preso un infarto oggi quando ho letto sui giornali che mio marito avrebbe fatto parte di Gladio. Sono ancora sconvolta. E' una falsita' e ho gia' dato mandato al mio legale di querelare chi ha scritto questa cosa, al fine di difendere la memoria di mio marito e i miei figli". "In 24 anni - continua la signora Leonardi - in cui abbiamo vissuto insieme, mio marito non ha mai detto una cosa del genere, ne' a me, ne' ai figli, i quali quando lui mori' avevano 17 e 18 anni. Parlava del suo lavoro con grande parsimonia. Dei servizi segreti soltanto quando c'era un cambiamento ai vertici. Di Gladio mai e questa parola io l' ho sentita soltanto in questi ultimi anni, quando questa vicenda e' venuta alla luce. Ne' abbiamo trovato cose del genere nei suoi appunti o nelle sue carte. Mia figlia, con cui ho parlato poco fa, mi ha detto di essere sconvolta e anche lei la parola Gladio l' ha sentita negli ultimi tempi. Poi, voi giornalisti, mio marito lo conoscevate bene. Lui era appassionato al suo lavoro di cui rispondeva soltanto al generale Ferrara". 
  • 6 febbraio - I pm Franco Ionta, Giovanni Salvi e Pietro Saviotti hanno accertato che il nome del maresciallo Oreste Leonardi non compare in nessuna delle liste di reclutati o contattati (circa 1.900 nomi) in possesso dei pm che si occupano della vicenda Gladio e che allo stato delle indagini non esiste alcun elemento che possa far pensare ad un collegamento tra Gladio e la strage di via Fani. 
  • 7 febbraio - Ileana Lattanzi, vedova del maresciallo Oreste Leonardi, presenta alla procura della repubblica di Milano una querela per diffamazione aggravata nei confronti della giornalista del settimanale 'Panorama' Marcella Andreoli e del direttore Andrea Monti. Secondo l' avvocato Luigi Li Gotti, legale della signora Lattanzi, il servizio "ha un' eccezionale valenza diffamatoria". "Viene infatti accreditata - si legge nella querela - attraverso una palese forzatura ed invenzioni, la tesi che il maresciallo Leonardi non sia rimasto vittima, la tragica mattina del 16 marzo 1978, del suo dovere, bensi' vittima di torbidi intrighi, dei quali egli stesso e' parte". Per Li Gotti "e' comunque certo per la giornalista che il ruolo del maresciallo Leonardi sarebbe stato diverso da quello ufficialmente conosciuto. Peraltro ad avvalorare la certezza di un diverso ruolo pur di difficile scoperta, militerebbe, riferisce la giornalista, la circostanza della mancata reazione di Leonardi al momento dell' agguato. La qualcosa potrebbe quindi portare a pensare che Leonardi, apparentemente uomo di fiducia e capo scorta, ma 'anche gladiatore', e quindi con il ruolo diverso, avrebbe omesso di opporsi al sequestro di Moro, avendo riconosciuto qualcuno a lui non ostile e quindi, rimanendo egli stesso vittima, perche' testimone scomodo, dell' organizzazione della quale era parte integrante". Nella denuncia, il penalista, definisce inoltre "invenzione strumentale" il riferimento alle conclusioni degli esperti balistici "che avrebbero messo in evidenza il 'fatto incomprensibile' della mancata reazione di Leonardi all' agguato". "Non risulta - afferma Li Gotti - che mai qualcuno degli esperti abbia sostenuto qualcosa del genere". Il settimanale "Panorama" replica alle affermazioni dell' avv. Li Gotti in un comunicato che afferma che "Panorama non ha mai scritto o voluto far intendere che il maresciallo Oreste Leonardi fosse un caposcorta infedele: tanto che ha perso la vita nell' agguato ad Aldo Moro. Panorama conferma tuttavia che i sostituti procuratori militari di Padova Benedetto Roberti e Sergio Dini nel corso di una perquisizione presso il Sismi (settore gladio-settima divisione) hanno trovato una scheda che si riferiva al maresciallo Leonardi. Poiche' nella scheda venivano indicati anche i nomi dei familiari, ai magistrati e' stato possibile riscontrare che non c' era un caso di ominimia. La mattina dell' agguato, come gia' rivelato da Panorama era presente in via Fani un altro esponente di Gladio di nome Guglielmi che non e' riuscito a convincere i magistrati della casualita' della sua presenza".
  • 7 febbraio - Nara Lazzerini, ex segretaria ed ex amante di Licio Gelli, in un processo a Cascina ripete una serie di affermazioni gia' rese durante il processo per la strage di Bologna. In particolare la Lazzerini ripetuto che Gelli le ha chiesto telefonicamente di smentire, con una lettera, le dichiarazioni rilasciate su alcuni episodi tra cui una riunione con altre due persone all' hotel Excelsior di Roma il 16 marzo 1978, a poche ore dal rapimento di Aldo Moro. In quella occasione, uno dei due interlocutori avrebbe detto:"Il piu' e' fatto adesso aspettiamo le reazioni". 
  • 8 febbraio - Presentato il libro "Nell' anno della tigre", scritto da Adriana Faranda con la giornalista Silvana Mazzocchi. Durante la presentazione a Bari, la Faranda dice che non c' e' piu' niente da indagare sui misteri del terrorismo di sinistra in Italia. "Per quanto riguarda in particolare la vicenda Moro - ha sottolineato - e' tutto assolutamente conosciuto per quello che riguarda il nostro operato". 
  • 10 febbraio - Il settimanale "Panorama" sostiene che negli archivi del ministero dell'Interno, sarebbero custoditi "una cinquantina di documenti" sul caso Moro che "nessuno" avrebbe avuto fino ad oggi la possibilita' di consultare: "Nemmeno - sottolinea il settimanale - la commissione parlamentare che sul sequestro del leader politivo aveva a lungo indagato". I documenti sarebbero classificati con diversi gradi di segretezza, come l' "Operazione Olmo", accompagnata da un appunto del Sismi "concernenti la ipotetica prigionia di Moro nelle strutture aeroportuali di Fiumicino". 
  • 10 febbraio - I pubblici ministeri Franco Ionta e Antonio Marini chiedono al gip Claudio D' Angelo il rinvio a giudizio di Raimondo Etro per concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro e nell' eccidio della sua scorta, e concorso nell' omicidio del giudice di cassazione Riccardo Palma. Ionta e Marini chiedono il rinvio a giudizio anche nei confronti di tre persone accusate di favoreggiamento nei confronti di Etro per averlo aiutato ad eludere le indagini nei suoi confronti. Sono Mauro Di Gioia, con precedenti per banda armata, Eugenio Ghignoni, gia' coinvolto nel processo cosiddetto Moro-ter, e Orlando Colongioli. L' udienza preliminare e' fissata per il 3 aprile prossimo, data in cui e' previsto anche l' esame della richiesta di rinvio a giudizio di Germano Maccari. Inoltre si apprende che una perizia, i cui risultati sono stati consegnati ai pm Ionta e Marini nei giorni scorsi, ha confermato la tesi sostenuta da Valerio Morucci, ossia che a fare fuoco sulla scorta di Moro furono sei armi e non sette, come ipotizzato da un esperto nel corso del processo Moro-quater. La necessita' di chiarire questo aspetto era dipesa dal ritrovamento, nel bagagliaio di una delle auto di scorta di Moro, di un proiettile calibro nove corto, diverso da quelli che Morucci aveva detto essere stati usati in via Fani. La perizia, a quanto si e' appreso, ha stabilito che quel proiettile, pur avendo un calibro diverso, e' compatibile con le armi che i brigatisti avevano in dotazione. Un altro accertamento peritale ha stabilito che una vecchia pistola Beretta calibro 9 trovata lo scorso anno in via Montalcini (dove Moro fu tenuto prigioniero) avvolta in un quotidiano del 1979 non puo' essere messa in relazione con il delitto Moro. 
  • 11 febbraio - La sesta sezione della Corte di Cassazione, che avrebbe dovuto esaminare il ricorso del Pm contro la scarcerazione di Germano Maccari decisa nel novembre 1994 dal Tribunale della Liberta' di Roma rinvia la decisione alle sezioni unite penali della Cassazione. 
  • 13 febbraio - La seconda sezione del tribunale penale di Milano condanna Gabriella Pasquali Carlizzi a quattro mesi di reclusione con i benefici di legge per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Valerio Morucci e Maria Fida Moro. La Carlizzi, che nel 1987 era assistente volontaria nel carcere di Pagliano, dove era detenuto Morucci, in un servizio pubblicato sul "Corriere della Sera", aveva dato la sua versione al ritrovamento di documenti nel covo brigatista di Via Monte Nevoso a Milano, sostenendo che quei documenti li aveva anche Morucci in carcere, aggiungendo che sarebbero serviti per "un oscuro gioco di ricatti". 
  • 14 febbraio - La Commissione stragi attiva due gruppi di lavoro interni alla Commissione stessa, nominando i coordinatori. L' on. Martino Dorigo (Prc) sara' il coordinatore del gruppo su Gladio e Falange Armata, mentre l' on. Alberto La Volpe (Progressisti) coordinera' il gruppo sul caso Moro e il terrorismo di sinistra. 
  • 9 marzo - Alberto La Volpe, coordinatore del gruppo di lavoro della commissione stragi che segue proprio la vicenda del caso Moro, riferisce ai giornalisti le valutazioni dei magistrati Rosario Priore, Franco Ionta e Antonio Marini, della procura di Roma, secondo i quali non e' vero che della vicenda Moro sia stato detto tutto. La Volpe ha citato, riassumendo i punti toccati dai tre magistrati, alcuni elementi come: "il crescente numero di uomini che si sospettano presenti in Via Fani in occasione del rapimento, la vicenda, non ancora chiarita, del quarto uomo presente in Via Montalcini, la mai chiarita questione della moto Honda che risulterebbe presente sul luogo del rapimento". I magistrati ritengono - ha precisato La Volpe con "sufficiente convinzione che via Montalcini sia stata l'unica prigione di Moro". E' convinzione dei magistrati - ha aggiunto - che a uccidere Moro non sia stato Prospero Gallinari, ma Germano Maccari e che allo stato delle cose "non esistano prove su una possibile etero direzione internazionale delle Br". Capitolo ancora aperto e' quello di via Monte Nevoso e delle relative carte ritrovate nel 90. Sulla audizione dei tre magistrati, avvenuta in seduta segreta, ha espresso un giudizio anche Libero Gualtieri, ex presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta. Quella dei tre magistrati e' una ricognizione dei fatti "molto interessante e approfondita. Il loro problema e' quello di individuare le responsabilita' personali, noi abbiamo quello di capire perche' sono successe le cose: c'e' una logica differente rispetto ai fatti. Comunque - ha aggiunto Gualtieri - i magistrati hanno detto "molte cose interessantissime". Tra le domande poste ai magistrati in seduta segreta quella sul numero delle armi che spararono a Via Fani, la questione della "etero direzione delle Br", il problema delgi "eventuali infiltrati" nelle Br. 
  • 27 marzo - Presentato il libro "I veleni di OP" di Francesco Pecorelli (nessuna parentela con Mino Pecorelli) e Roberto Sommella, edito da Kaos. Il libro contiene una scelta delle "notizie riservate" apparse su "Op" dal 1968 e il 1979. In appendice al libro sono riportati gli atti della Procura d Roma in base ai quali il Senato ha concesso l' autorizzazione a procedere contro Andreotti per concorso nell' omicidio di Mino Pecorelli. 
  • 28 marzo - E' disponibile presso le librerie di Camera e Senato l' indice generale degli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, circa 500 pagine per dar conto dei 120 volumi pubblicati e che raccolgono le relazioni e la documentazione della Commissione. A realizzare il volume e' stato uno staff dell' archivio storico di Montecitorio coordinato dalla direttrice, Barbara Cartocci. Nella pubblicazione sono riportati gli indici dei volumi di documentazione allegata, l' indice dei nomi, quello tematico e l' indice delle sedute. Di fatto sono citati, con relativi rimandi ai volumi, 18 mila dei 24 mila nomi iniziali "schedati" dallo staff dell' archivio storico con un lungo, meticoloso e non facile lavoro di riscontro. Questi 18 mila nomi sono quelli che sono stati citati nelle 198 audizioni e che compaiono negli indici dei 98 volumi di documentazione pubblicata a supporto delle sei relazioni finali, a tutt' oggi un record per le commissioni parlamentari di inchiesta. Piu' volte, negli scorsi anni, si era sollevato il problema della pubblicazione dell' indice generale, strumento indispensabile per "navigare" in un vero e proprio mare di carte, mare finora sprovvisto di "rotte" precise. La difficolta' di consultazione aveva finora anche precisi risvolti pratici che nascono dalla mole della documentazione pubblicata. I 120 volumi, suddivisi spesso in piu' tomi, vanno dalle 800 alle 1200 pagine ognuno. Nei volumi non si parla solo di massoneria deviata. Sono riportati importanti documenti che riguardano le principali e piu' oscure vicende della nostra storia recente. Tra le altre: il Piano Solo, il Sid parallelo, le coperture offerte alle stragi, il ruolo dei Servizi, il caso Moro con i possibili collegamenti con l' omicidio Pecorelli e con l' uccisione di Dalla Chiesa, Sindona, Calvi e lo Ior, il golpe Borghese, la "Rosa dei venti" e il tentativo di "golpe bianco" del '74, le truffe dei petroli e il traffico di armi. 
  • 3 aprile - Il giudice per le indagini preliminari Claudio D' Angelo rinvia a giudizio Germano Maccari e Raimondo Etro con le accuse di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro, concorso nell' eccidio della sua scorta e partecipazione a banda armata. Etro dovra' rispondere anche di concorso nell' omicidio del giudice di Cassazione Riccardo Palma. Il gip D' Angelo ha inoltre disposto il rinvio a giudizio di Mauro Di Gioia, Eugenio Ghignoni e Orlando Colongioli, accusati di favoreggiamento nei confronti di Etro. 
  • 22 aprile - Le sezioni unite penali della Corte di cassazione respingono il ricorso presentato dalla Procura di Roma e decidono che Germano Maccari resta in liberta' cosi' come aveva stabilito il tribunale del riesame l'11 novembre del 1994. 
  • 28 aprile - Alberto Franceschini, in un' intervista al Tg2, dice:"Sono assolutamente convinto che ci sia stato, da parte di certi settori dello Stato, un uso politico del terrorismo, sia quello di destra che quello di sinistra". Circa le dichiarazioni rilasciate da Tommaso Buscetta, secondo il quale, durante gli anni di piombo, c' era qualcuno che operava perche' Moro non uscisse vivo dal covo delle Br, Franceschini afferma che esse "confermano cose che gia' pensavo. Sono importanti perche' sono conferme esterne dal circuito del nostro giro. C'e' poi un altro elemento che mi ha colpito. Un detenuto di destra, di Ordine Nuovo, Vinciguerra, ha fatto alcune rivelazioni al giudice Salvini che sta indagando sulle stragi degli anni '70. Io da Salvini sono stato interrogato. Mi ha chiesto delle cose, che gli aveva riferito Vinciguerra, che erano cosi' particolari, cosi' intime rispetto alla nostra storia, che poteva sapere solo chi era interno alla nostra storia. Sarebbe interessante sapere come Vinciguerra era a conoscenza di queste cose. Lui le avra' spiegate al giudice Salvini. Comunque, sta a significare che c'era una certa attenzione su di noi; sempre, e non da un certo punto in poi". 
  • 28 aprile - Alberto Franceschini presenta nella redazione milanese di "Cuore" il suo romanzo "La veridica storia delle Br" (scritto insieme alla sceneggiatrice Anna Samueli). Secondo Franceschini non fu Mario Moretti il 'gestore' della prigione di Aldo Moro in via Montalcini "per il semplice fatto che lo stesso Moretti aveva partecipato al sequestro di via Fani". Dunque e' piu' che mai verosimile la tesi del "quarto uomo", che (con Mario Moretti, Prospero Gallinari e Anna Laura Braghetti) aveva accesso in via Montalcini. "Secondo le logiche militari delle BR - ha detto - e' impensabile che chi partecipa a un sequestro sia anche il responsabile della gestione del covo. Ma perche' i magistrati non hanno mai ragionato in questi termini?". L' ex Br ha precisato di "non avere rivelazioni da fare". Nel libro, che 'Cuore' pubblica a puntate, cerca di mettere in luce come "accanto a una verita' processuale, ce ne sia sempre almeno un' altra, se non piu' di una". "Sulla storia delle Br - ha detto - e' come se ci sia stato un involucro di mafiosi, servizi, strani personaggi che niente avevano a che fare con noi ma che, di fatto, ci hanno condotto in un percorso obbligato". In altre parole, che dentro alle BR ci siano stati infiltrati per Franceschini "e' fuori dubbio". L' ex brigatista non ha voluto soffermarsi su esempi concreti. "E' inutile - ha precisato - potrei farne moltissimi. Per esempio: che fosse opera dei servizi il comunicato del Lago della Duchessa, quello con il quale si segnalava che Moro era stato ucciso e gettato nel lago, e' una verita' che balza immediatamente agli occhi". "C'e' poco da star li' - ha aggiunto -: interpretando i fatti di quegli anni, i tanti misteri che ci trovammo ad affrontare, emerge una verita' storico-politica per me incontrovertibile: e cioe' che sul sequestro Moro tra Craxi e Andreotti ci fu un continuo gioco delle parti. E il fenomeno del terrorismo, invece di essere destabilizzante (come era nelle originali intenzioni delle BR), fini' per essere un fenomeno stabilizzante del Centro, legittimando storicamente l' avvento del Caf". Sui tanti "misteri" ancora insoluti, Franceschini si e' anche soffermato su quello legato al "borsello di Firenze", un borsello trovato abbandonato su un autobus a Firenze e che porto' al ritrovamente del covo di via Montenevoso a Milano. "La storia di quel borsello non e' mai stata chiarita - ha detto Franceschini -. Io so che la base operativa per il sequestro Moro era a Firenze. Ma allora perche' una settimana dopo aver trovato, a Firenze, quel borsello, i carabinieri sono risaliti fino a via Montenevoso a Milano, mentre la base Br di Firenze deve ancora essere scoperta oggi?". 
  • 6 maggio - Il procuratore di Firenze Pierluigi Vigna ha aperto un fascicolo sulle presunte rivelazioni contenute in una "storia delle Brigate rosse" a puntate realizzata dall' ex brigatista Alberto Franceschini. Vigna intende approfondire alcune dichiarazioni fatte da Franceschini in occasione della presentazione del suo lavoro: l' ex br si e' detto convinto che la base operativa del sequestro dello statista democristiano Aldo Moro si trovava a Firenze. Nei prossimi giorni, secondo quanto si e' appreso negli ambienti giudiziari, Franceschini sara' ascoltato da Vigna per chiarire le fonti su cui si baserebbero le presunte rivelazioni. L' ipotesi di una base d' appoggio fiorentina per il sequestro Moro non e' nuova, ma non ha mai trovato riscontri. Nel corso degli anni gli investigatori hanno individuato a Firenze tre covi "freddi" del Comitato rivoluzionario toscano delle Br, l' organizzazione che faceva capo all' ideologo Giovanni Senzani. Nessuno dei covi pero' e' stato collegato al caso Moro. L' unico che sarebbe stato attivo prima del sequestro dello statista era in via Barbieri, nella zona di Rifredi, e fu scoperto alla fine del 1978, dopo un' operazione della Digos che porto' all' arresto dei brigatisti Paolo Baschieri, Dante Cianci, Giampaolo Barbi e Salvatore Bombaci. Un altro covo era in via Unione Sovietica, affittato nell' estate del 1978 da Giovanni Ciucci, il ferroviere pisano che fu tra i carcerieri del generale Dozier. L' appartamento, si scopri' in seguito, servi' per due mesi come rifugio a Mario Moretti e Barbara Balzerani dopo l' assassinio di Moro. La terza base logistica del Comitato toscano delle Br fu scoperta nel 1982 in via Pisana: un miniappartamento affittato tra il 1978 e il 1979 dallo stesso Ciucci ed abbandonato dai brigatisti alla fine di quello stesso anno. 
  • 9 maggio - In un' intervista a Marco Giudici, direttore del TG di "Videomusic", Adriana Faranda dice che Aldo Moro fu "uno dei pochi" a comprendere il fenomeno delle Brigate Rosse. e che sul suo caso, non ci sono piu' misteri. Alla domanda se Moro si poteva salvare, la Faranda risponde:"Non e' assolutamente vero che Moro non poteva essere salvato per scelta dei dirigenti dell' organizzazione. Gli stessi dirigenti tentarono fino alla fine di dilazionare la decisione presa, perche' era una decisione pesantissima che nessuno in realta' voleva affrontare. Tutti abbiamo sempre, fino all'ultimo, sperato in una soluzione diversa". 
  • 9 maggio - Alberto Franceschini conferma al procuratore di Firenze Pierluigi Vigna che durante il sequestro di Aldo Moro lo stato maggiore delle Brigate rosse si riuniva spesso, per seguire l' evolversi dell' operazione, in un appartamento fiorentino, scelto come luogo di riunione per la posizione centrale del capoluogo toscano. Nell' interrogatorio Franceschini avrebbe fornito al magistrato una serie di indicazioni sui contenuti e le modalita' di svolgimento di quelle riunioni e sull' appartamento, di cui Vigna non ha pero' voluto fornire l' ubicazione. 
  • 12 maggio - In un' intervista a "Sette", settimanale del "Corriere della sera", il sen. Francesco Cossiga afferma di essere favorevole ad un' amnistia per i terroristi. Nell' intervista Cossiga afferma di aver avuto modo di "ripensare al terrorismo" dopo aver scoperto "in un contesto piu' sereno", il significato delle lettere di Moro. "A rileggerle oggi - afferma Cossiga - non le giudicherei nai piu', come feci allora, 'moralmente non autentiche"'. In quelle lettere, secondo l'ex Presidente "si vede come Moro avesse intuito che il terrorismo non era terrorismo ma, come io poi l'ho chiamato, 'sovversione di sinistra'. E quindi, inquadrato nei fenomeni di trasformazione sociale dell'epoca, dovesse essere considerato un soggetto politico e non criminale". 
  • 18 maggio - La Corte di Cassazione francese respinge i ricorsi di Roberta Cappelli e Maurizio Di Marzo contro l' estradizione concessa dalla Corte d' appello di Parigi il 25 gennaio. Con la decisione della Corte di Cassazione l' autorizzazione all' estradizione diventa definitiva, ma se il primo ministro firmera' il decreto relativo, per Cappelli e di Marzo sara' ancora possibile un ricorso alla giustizia amministrativa. per decadenza dei termini. 
  • 23 maggio - In commissione stragi, audizione del giudice istruttore di Roma, Francesco Monastero sulla figura di Antonio Chichiarelli. Chichiarelli, noto per essere stato l' autore del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse (quello del Lago della Duchessa), e' stato definito dal magistrato "una sorta di crocevia soggettivo al centro di una serie di inchieste all' esame della commissione Stragi" (Moro, Pecorelli, criminalita' organizzata). Monastero ha esordito sottolineando che Chichiarelli assunse la dimensione di personaggio molto significativo solo dopo la sua morte, poiche' prima era stato considerato dagli investigtori solo un abile falsario. Il suo nome - ha spiegato Monastero - compare per la prima volta in atti giudiziari con riferimento a quella che all' epoca fu definita "la rapina del secolo" (35 miliardi di lire) ai danni della "Brink' s Secumark" avvenuta nel marzo del 1984. Chichiarelli - ha detto il magistrato romano alla Commissione - fu uno degli autori della rapina e colui che la rivendico' con materiale che "in modo univoco rievocava vicende legate al delitto Moro, ma di provenienza non brigatista". Il giudice istruttore Monastero ha poi sottolineato che sia la rivendicazione del Lago della Duchessa sia quella della rapina alla Brink Securmark presentavano i caratteri di una ambigua volonta' di autoesibizionismo da parte del Chichiarelli. L' audizione e' proseguita poi in seduta segreta. 
  • 29 maggio - Processo Moro-quinquies: Nell' aula bunker di Rebibbia, davanti ai giudici della seconda corte di assise di Roma, presieduta da Salvatore Giangreco comincia il processo Moro-quinquies contro Germano Maccari e Raimondo Etro, che devono rispondere di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Moro e dell' eccidio della sua scorta. Per Etro c' e' anche l' accusa di concorso nell' omicidio di Palma. Nella prima udienza e' accolto lo stralcio dagli atti delle posizioni di tre persone accusate di favoreggiamento nei confronti di Etro. Sono Mauro Di Gioia, Eugenio Ghignoni e Orlando Colongioli, le cui posizioni saranno esaminate dal pretore. Il processo riprendera' il 29 settembre prossimo con la lettura delle imputazioni e la relazione del pm. Parlando con i giornalisti, Maccari dice:"Io non ho mai fatto parte delle Br, queste accuse hanno dell' incredibile, chi mi ha chiamato in causa parla, tra l' altro, 'de relato'. Sarebbe opportuno che chi mi accusa dicesse da chi ha avuto certe confidenze". Maccari ammette di aver conosciuto "alcuni compagni delle Brigate Rosse, ma di non aver avuto mai rapporti con loro". Sollecitato a dare la sua versione sui misteri che ancora circondano la vicenda Moro, il principale imputato del processo ha detto che questi vanno ricercati "nell' operato delle forze dell' ordine e dei partiti". Etro, invece, ha dato un giudizio negativo della sua militanza nelle Br e, piu' in generale, sul periodo degli "anni di piombo". "Sono passati 17 anni - ha detto ai giornalisti - e oggi rifiuto quell' esperienza di lotta armata. Mi sembra un incubo essere accusato di queste cose". 
  • 6 giugno - In una audizione alla commissione stragi, l' ex segretario di Moro, Corrado Guerzoni sostiene che il rapimento di Aldo Moro "fu appaltato ai vertici delle Br", i quali gestirono un affare "piu' grande di loro" grazie all' "omerta' generale". Guerzoni ha affermato anche che una delle "grandi menzogne" che riguardano il rapimento e l' assassinio dello statista democristiano "e' che fu fatto tutto il possibile". Guerzoni ha ricordato come Moro avesse "un' opposizione e un' ostilita"', non per ragioni personali, ma politiche, da parte del segretario di stato americano Henry Kissinger. All' indomani del rapimento, ha detto Guerzoni, "il Cesis chiese alla Cia di intervenire, ma la risposta dopo 15 giorni fu negativa, poiche', dissero, si erano ristrette le possibilita' di intervento in paesi stranieri. In realta' - ha aggiunto Guerzoni - le possibilita' legali di intervento c' erano. Alla richiesta la Cia si limito' a rispondere mettendo a disposizione uno psichiatra criminologo. Secondo l' ex segretario di Moro, da parte degli ambienti americani c' e' stato, nei riguardi di Moro, "un giudizio politico ed anche qualcosa di piu"'. "Le Br - ha proseguito Guerzoni - non erano in condizione di rapire Moro e gestire per 55 giorni il rapimento. Moretti poi per 55 giorni andava avanti e indietro fra Roma, Firenze e Rapallo". Anche l' allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, secondo Corrado Guerzoni, "non fu in grado di fare il ministro poiche' fu vittima dell' azione fermissima del presidente del Consiglio e fu condizionato dalla realta' dei Servizi che si e' trovato a gestire". Per Guerzoni, dunque, "non fu fatto nulla per salvare Moro". Anche la lettera del Papa fu manipolata: "Fu inserita - ha detto l' ex segretario di Moro - la frase 'senza condizioni' con il che si riduceva il Papato a una mera funzione di propaganda". Per quanto riguarda le Brigate Rosse, esse erano composte da "una manica di sprovveduti". "Le Br - ha proseguito Guerzoni - promisero che avrebbero detto tutto al popolo, ma cio' non e' avvenuto: Moro parlava della corruzione nella Dc e i vertici delle Br non hanno diffuso fra la base tutte le informazioni avute da Moro". Anche il memoriale "cosi' come e' giunto, e' incomprensibile, e' un corpicino mostruoso, tutto tagliato, che non copre d' altronde i 55 giorni di fitta scrittura". Se Moro fosse stato liberato, ha infine detto Guerzoni, "si sarebbe capito chi aveva interesse al suo rapimento, chi c' era dietro"; ma "per le Br, l' ordine era che quell' uomo dovesse morire". Guerzoni dice anche che dopo l' assassinio di Aldo Moro, l' allora ministro dell' Interno Francesco Cossiga consegno' un proprio memoriale al presidente del Senato, perche' fosse inserito nell' archivio segreto di Palazzo Madama, consultabile solo dopo alcuni anni. Il 9 giugno Cossiga replica con un comunicato in cui afferma che "Sul caso Moro non esiste alcun memoriale Cossiga". Nella sua dichiarazione Cossiga dice: "Per quanto di mia competenza doverosamente confermo che dopo l' uccisione di Aldo Moro da parte di sovversivi di sinistra, ne' nella mia qualita' di ministro dell' interno, ufficio dal quale immediatamente mi dimisi, ne' quale ex responsabile del Viminale consegnai al presidente del Senato, all' epoca il sen.Amintore Fanfani, e anche successivamente ad altri presidenti del Senato, un mio memoriale perche' fosse inserito nell' archivio segreto di Palazzo Madama, 'consultabile', e cioe' perche' fosse consultato 'solo dopo alcuni anni'. Sul caso Moro non esiste alcun memoriale Cossiga. Tutto cio' che io conosco del drammatico episodio, l' ho dichiarato ripetutamente, parte rispondendo a domande postemi, parte spontaneamente, alle Autorita' giudiziarie competenti, cui anche di recente mi sono di mia iniziativa presentato, sia alle Commissioni parlamentari, con deposizioni che sono durate alcune ore e hanno riempito ormati numerose pagine di verbali! Puo' invece essere che il dott.Guerzoni sia venuto a conoscenza, e la cosa in parte mi meraviglia, di altra circostanza piuttosto recente che per chiarezza e completezza di informazione, ritengo ora mio dovere rendere pubblicamente nota. Nel 1991, quando ancora ricoprivo, per mia e altrui sfortuna, l' ufficio di presidente della Repubblica, in una delle numerosissime conversazioni avute con Giovanni Spadolini sui temi piu' vari, ritornammo sul caso Moro, su quei terribili 55 giorni del sequestro, sugli aspetti politici della lotta alla sovversione, lotta che ci aveva trovato sulla stessa linea della intransigente seppur dolorosa difesa ad oltranza dei valori e degli interessi dello Stato repubblicano. In una di quelle conversazioni a Giovanni Spadolini, in quanto amico, politico e storico e non in quanto presidente del Senato, confidai un episodio non noto e giudiziariamente non rilevante ma, come entrambi convenimmo, di un certo interesse storico per una futura compiuta ricostruzione storica del caso Moro e della lotta alla sovversione di sinistra, specie da un punto di vista politico. Decidemmo che avrei affidato a lui, non come presidente del Senato ma 'quale storico', l' eventuale futura utilizzazione di questa mia conoscenza nella forma di una lettera, la disponibilita' del cui contenuto, nei tempi e nelle forme, affidai al suo prudente giudizio di storico. E cosi' feci con una mia lettera riservata del 30 luglio del 1991, con allegati. Alla morte di Giovanni Spadolini quella lettera e' passata alla 'Fondazione Spadolini-Nuova Antologia', presso cui, come ho accertato, si trova. Non ne ho finora trovata copia presso di me. D' altronde anni, anni dopo, oggetto di ancora ripetute accuse giudiziarie di 'dietrologi' di varie estrazioni, se la memoria non mi inganna, anche del fatto narrato nella lettera riferii all' Autorita' giudiziaria: e i verbali dovrebbero gia' essere a disposizione della Commissione stragi. Infatti, nel corso della mia ultima deposizione di fronte ad essa, mi fu fatta da un membro della Commissione una domanda sul fatto; ma io chiesi e ottenni di essere dispensato dal rispondere, in quanto ritenevo la circostanza certo utile ai fini di una ricostruzione storica degli avvenimenti, ma inutile dal punto di vista di un' indagine politica ed, oltre che inutile, pericolosa, poiche' possibile oggetto di infinite strumentalizzazioni contro persone e contro movimenti politici, per altro persone diverse dalla mia e movimenti politici diversi da quelli in cui io militavo. E questa e' ancora, in coscienza la mia opinione. D' altronde 'chi ritiene di dover altrimenti provvedere, provveda'". Sempre il 9 giugno, negli ambienti di Palazzo Madama si fa presente che non esiste presso il Senato alcun archivio segreto. Peraltro - si precisa - negli archivi del Senato, non vi e' traccia ne' memoria di alcun dossier sul caso Moro, consegnato, dopo l' assassinio dello statista, dall' ex ministro dell' Interno, Francesco Cossiga, all' allora presidente del Senato, Amintore Fanfani e neppure sussiste traccia alcuna, negli archivi stessi, di documenti del genere consegnati dallo stesso sen. Cossiga ad altri presidenti del Senato nell' esercizio delle loro funzioni. Il presidente della commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, commenta:"Sottoporro' all' Ufficio di presidenza della commissione l' opportunita' di acquisire tale lettera dalla Fondazione Spadolini-Nuova antologia. Nella situazione determinatasi, tale opportunita' mi sembra evidente, anche se sono personalmente convinto che il contenuto della lettera difficilmente potra' aggiungere significativi contributi a quanto i vari protagonisti hanno gia' ampiamente dichiarato in sede giudiziaria e parlamentare". 
  • 7 giugno - L' ex segretario del Psi, Bettino Craxi, diffonde una dichiarazione per commentare le affermazioni fatte, davanti alla Commissione Stragi, da Corrado Guerzoni. Craxi si riferisce all' appello di papa Paolo VI alle Br perche' liberassero Moro "senza condizioni". Guerzoni ha sostenuto che le parole "senza condizioni" furono il frutto di una "manipolazione"; "Di questo - scrive Craxi - io non saprei cosa dire. Ricordo che, allora, quelle parole risuonarono dentro di me come una sentenza di morte". Craxi riferisce, poi, un episodio: una telefonata di Padre Davide Turoldo ricevuta il giovedi' precedente l' assassinio di Moro. "Sapevo che il generale Dalla Chiesa riteneva che egli aveva avuto rapporti umani e religiosi con elementi estremisti che erano poi passati al terrorismo. Mi chiamo' di notte e mi parlo' dandomi del tu. In sostanza mi disse: 'Non c' e' tempo da perdere. Devi fare in modo che il Vaticano si assuma l' iniziativa di richiedere alcuni giorni di silenzio stampa, che sono necessari per condurre una trattativa per tentare di salvare Moro. L' indomani mattina chiesi a Gennaro Acquaviva, tramite le sue relazioni, di trasmettere questo messaggio al Vaticano. Cosa che Acquaviva fece recandosi oltretevere. Ma tutto fini' li' e non vi fu alcun seguito. In sostanza, la richiesta di padre Turoldo fu lasciata cadere. Credo di aver gia' raccontato questo episodio. Lo ricordo perche' si ritorna a parlare di quella dolorosa vicenda. Ne ricordero' altri. 'Senza condizioni' la vita di Moro non poteva essere salvata e questo doveva essere per tutti chiarissimo". 
  • 7 giugno - Dall' 8 febbraio il magistrato di sorveglianza ha concesso a Barbara Balzerani l' applicazione dell' articolo 21 della legge Gozzini che prevede l' uscita dal carcere al mattino e il rientro alla sera, secondo un programma di orari e itinerari ben definito. La Balzerani, che in passato ha usufruito di permessi premio che le hanno consentito di uscire dal carcere femminile di Rebibbia, aveva presentato recentemente l' istanza per ottenere il beneficio. Barbara Balzerani lavora dal 27 marzo scorso come tecnico informatico nel popolare quartiere romano di Trastevere, dove ha sede la cooperativa sociale Blow up, che si occupa della fabbricazione di hardware e software e che, tra le sue ragioni sociali, ha quella del recupero dei carcerati. La sua giornata fuori dal carcere, hanno spiegato dalla cooperativa, e' rigidamente scandita dagli obblighi imposti dall'articolo 21. L' ex brigatista deve attenersi alle indicazioni ricevute, rispettando gli orari e i percorsi che sono stati stabiliti dalla direzione del carcere per consentirle di raggiungere il posto di lavoro in vicolo del Cinque, nel quartiere Trastevere. Non puo' fare straordinari e tutto quello che fa e' sottoposto alla supervisione del carcere. Anche la pausa pranzo, e' stato sottolineato, e' sottoposta ad una rigida regolamentazione: la Balzerani puo' scendere a mangiare in un bar, sempre lo stesso, e non puo' parlare con nessuno. Terminato il suo orario di lavoro, deve riprendere l' autobus e rientrare in carcere. Lo stipendio, che e' lo stesso percepito dagli altri impiegati, in tutto una decina, assunti dalla cooperativa, viene consegnato alla direzione carceraria. Lei puo' richiederlo e usufruire dei soldi rispettando pero' le stesse regole stabilite per gli altri carcerati. Barbara, ha spiegato una persona molto vicina a lei, "ha imparato questo mestiere in carcere, dove le e' stato consentito di seguire un corso di informatica. Poi, una volta trascorsi i dieci anni di carcerazione, ha chiesto alla direzione di Rebibbia il permesso di lavorare fuori, indicando come possibile riferimento quello della cooperativa Blow up, dove, in passato, erano stati assunti altri carcerati. La direzione, esaminata la richiesta ha autorizzato l'assunzione". L' ultima parola, ha precisato la stessa persona, "spettava naturalmente al tribunale che ha concesso per lei l'applicazione dell'articolo 21 l'8 febbraio scorso". In ogni momento, pero', e' stato sottolineato, il tribunale, su segnalazione del direttore del carcere, puo' revocare il provvedimento. "Quella che e' stata concessa a Barbara - ha commentato un amico - non e' certo la semiliberta'. La gente deve sapere che la sua situazione e' molto diversa da quella di cui gode, ad esempio, Renato Curcio". 
  • 8 giugno - In un' intervista al Tg2, Ileana Leonardi, vedova del capo scorta di Moro, riferendosi alla notizia che Barbara Balzerani ha ottenuto il permesso di uscire dal carcere per poter lavorare, dice:"Mi sento tradita dallo Stato, questo Stato non mi rappresenta per cui da oggi non andro piu' neanche a votare. Questa e' la mia protesta". Alla domanda su quale pena avrebbe dovuto essere inflitta oltre all' ergastolo, la vedova del maresciallo Leonardi ha risposto: "La pena giusta. Questa gente ha avuto sconti di pena, oltre agli sconti esce prima, ha posti di lavoro. Tutte queste cose sono state gia' dette pero' evidentemente quello che diciamo noi non ha nessuna importanza perche' noi siamo la memoria scomoda". In una intervista a RTL 102,5, Pina Tuttobene, vedova del tenente colonnello dei carabinieri Emanuele, ucciso nel 1980 a Genova da un commando delle Brigate Rosse, dice:"Le leggi a favore dei terroristi troveranno sempre dei sostenitori, si chiamino essi di volta in volta Cossiga o Maiolo o altri ancora. Tutto questo crea in me una convinzione: che il terrorismo sia stato un gioco per il potere, realizzato ed istituito proprio da chi il potere deteneva nelle sue mani a quei tempi". 
  • 8 giugno - "Corriere della Sera" e "l' Unita'" pubblicano due interviste a Corrado Guerzoni sul caso Moro. 
  • 21 giugno - In commissione stragi, audizione di Leonardo Grassi e Libero Mancuso, magistrati che hanno indagato su diversi episodi di strage e depistaggio. Secondo Grassi la stagione delle stragi in Italia non e' ancora del tutto argomento per gli storici:"in qualche modo i protagonisti della stagione delle stragi hanno ancora un peso". "Lo schema di questa stagione - ha detto Grassi - e' stato ampiamente ricostruito, ma i responsabili sono ancora nell'ombra e possono scattare ricatti e condizionamenti reciproci". Questa capacita' di condizionamento e' fortemente legata alle "tessere mancanti" dal quadro della verita' sulle stragi. "L'insieme e' estremamente chiaro ma certo - ha spiegato ancora Grassi - c'e' qualcosa d'altro che dobbiamo ancora sapere e questo rappresenta un rischio per qualcuno". I misteri piu' nascosti ? Libero Mancuso li elenca: "Che fine ha fatto la P2 ? Dove sta oggi la massoneria ? Dove opera, a Roma, la mafia ? Ma il mistero che condiziona maggiormente e' la vicenda Moro: dove stanno gli originali delle carte del presidente della Dc ?". Grassi ha detto che "non vi e' piu' un mistero delle stragi in Italia. Questa affermazione poteva forse valere fino a qualche anno orsono ma ora non ha piu' senso. Questa stagione, che va dal '69 all' '80, e' stata ricostruita. C'e' stato un contributo significativo al raggiungimento della verita' storica sulle stragi; meno significativo invece il contributo ai fini della individuazione dei singoli responsabili". I due magistrati hanno indicato tre elementi di continuita' nelle inchieste sulle stragi: la presenza di settori dei servizi segreti; la presenza di un "ambiente piduista" e di gruppi di ispirazione nazionalrivoluzionaria. Libero Mancuso, rispondendo ad alcune domande ha spiegato tuttavia che vi sono "piu' soggetti eversivi e quindi piu' strategie da valutare distintamente". Tuttavia "qualsiasi episodio esaminato ha evidenziato responsabilita' dirette o interventi di depistaggio da parte di appartenenti alla massoneria. Tutti i nostri servizi segreti hanno avuto, prima e dopo la riforma, questo marchio di fabbrica. Questa appartenenza era fatto necesssario per poter essere dentro questi ruoli e queste responsabilita'. Una strategia che risponde a influenze statunitense e, in particolare della Cia. Esponenti del servizio segreto americano reclutavano perfino dentro i nostri servizi ufficiali per inserirli nella P2". 
  • 26 luglio - Nella relazione semestrale della commissione stragi ai presidenti della Camera e del Senato, redatta dal presidente Giovanni Pellegrino ed approvata nei giorni scorsi risulta che la commissione si e' rivolta all' ambasciata russa e a quella ceca per poter acquisire le documentazioni esistenti in questi paesi sull' uccisione di Moro. 
  • 20 agosto - Da alcune indiscrezioni degli ambienti giudiziari si e' appreso che, durante i colloqui con i magistrati, il colonnello dei carabinieri in forza al Sismi Alessandro Conforti, lo stesso che ha riconosciuto l' autenticita' della lettera del colonnello del Sismi Mario Ferraro, suicidatosi (in circostanze che lasciano qualche dubbio) il 16 luglio, ritrovata nei giorni scorsi, avrebbe parlato con inquirenti e investigatori anche del caso Moro e del falso comunicato Br del lago della Duchessa. Conforti avrebbe fatto riferimento ad una conversazione avuta all' inizio degli anni '80 con Mario Ferraro, nella quale lui confido' allo "007" trovato morto nel suo appartamento di essersi occupato del depistaggio del falso volantino delle Brigate rosse. In quella occasione Mario Ferraro prese alcuni appunti. E secondo quanto raccontato dall' ufficiale del Sismi, questi appunti sarebbero stati ritrovati alcuni giorni prima della sua morte e sarebbero stati argomento di una nuova conversazione tra Ferraro ed il suo collega. La vicenda, riferita agli inquirenti, viene giudicata come un fatto "non importante", senza nessun legame, cioe', con la morte di Mario Ferraro. 
  • 21 agosto - Sulle notizie che collegano Mario Ferraro al falso comunicato Br del lago della Duchessa, l' avv. Giuseppe De Gori, legale della Dc nei processi Moro, dice che "Non risulta processualmente dalle testimonianze dei ministri degli interni dell'epoca che vi siano inediti rapporti informativi o altro da parte dei servizi segreti, che tra l'altro nel '78 vennero ristrutturati, riguardanti il caso Moro. Tale mia affermazione, che non puo' essere smentita, trova conferma nelle dichiarazioni del presidente Cossiga sia di fronte ai magistrati di merito, sia di fronte alla commissione d'inchiesta sul caso Moro. D' altra parte, in quanto avvocato della Dc per i processi Moro, non mi risulta che i servizi segreti dell'epoca abbiano svolto attivita' concrete in relazione a quella vicenda. Non ci sono stati depistaggi delle indagini, dirette e controllate dalla magistratura. Mi assumo la responsabilita' di quanto affermo e ritengo che ci siano ancora in giro individui spregevoli che vogliono speculare sulla piu' grande tragedia della democrazia italiana". 
  • 19 settembre - Nell' atto conclusivo di accusa della procura della repubblica di Palermo contro il sen. Giulio Andreotti, ci sono anche parti che riguardano il caso Moro. In una prima fase della vicenda, su richiesta di Lima e dei cugini Salvo, Bontate cerca di favorire la liberazione di Moro. Infatti incarica Buscetta di contattare le BR. Ma poi arriva un "contrordine", come testimoniano ancora Buscetta, Marino Mannoia, il mar. Incandela (al quale ne parlano Francis Turatello e il camorrista Luigi Bosso) ed il teste Giuseppe Messina (che lo apprese da Flavio Carboni). Alla base del "contrordine", per l' accusa sarebbe "il contenuto dei documenti scritti da Moro durante il sequestro: documenti in cui Moro attacca pesantemente Andreotti con dichiarazioni che in parte saranno ritrovate soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di Via Montenevoso a Milano nell' ottobre 1990). Tra il dicembre 1978 e il gennaio 1979, il gen. Dalla Chiesa cerca di acquisire informazioni nel circuito carcerario anche sugli scritti di Moro, ha contati con Pecorelli che e' egualmente interessato allo stesso argomento; Pecorelli viene a conoscenza di parti omesse del memoriale Moro e dall' ottobre del 1978 sulla rivista OP intensifica gli attacchi contro Andreotti e Vitalone. Per l' accusa ne sono prova il conseguente "scandalo Italcasse", i contenuti di OP, le testimonianze di collaboratori di Pecorelli; aspetti della vicenda Sindona. Claudio Vitalone cerca di indurrre Pecorelli a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia Piemontese) ed Evangelisti gli offre denaro (subito 30 milioni ricevuti da Gaetano Caltagirone) per non fargli pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del Presidente. Il 20 marzo 1979 il giornalista Mino Pecorelli viene ucciso a Roma da Massimo Carminati, un neofascista, su incarico di Danilo Abbruciati (banda della Magliana, Pippo Calo') e Michelangelo La Barbera (uomo d' onore vicino a Stefano Bontate). L' omicidio (teste Buscetta) e' stato commissionato a Cosa Nostra dai Salvo per conto di Andreotti e agli uomini della banda della Magliana, secondo altre testimonianze raccolte dai magistrati, da Claudio Vitalone. Quello stesso anno, presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l' omicidio di Pecorelli (i documenti segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per ragioni legate a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso Bontate era vicino" matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa, attribuendo il delitto alla BR; viene incaricato Buscetta di contattare le BR, ma queste rifiutano (Buscetta, Marino Mannoia). 
  • 26 settembre - Processo Andreotti: nell' aula bunker dell' Ucciardone a Palermo, davanti al tribunale presieduto da Francesco Ingargiola e con giudici a latere Salvatore Barresi e Vincenzina Massa, comincia il processo a Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa. 
  • 29 settembre - Processo Moro-quinquies: con la relazione del pm Franco Ionta riprende nell' aula bunker di Rebibbia il processo "Moro quinquies". Ionta, dopo aver sottolineato l' importanza del processo ("non e' un caso - ha detto - che il mistero Moro trovi spazio nel processo di Palermo ad Andreotti, nel processo perugino per l' assassinio di Mino Pecorelli e nelle indagini sull' omicidio di Dalla Chiesa"), ha ricordato l' attivita' di 'intelligence' che consenti' di arrestare Maccari nell' ottobre del 1993 ed Etro nel giugno 1994. Tra le fonti di prova indicate dal pm, le dichiarazioni della dissociata Adriana Faranda che hanno permesso di arrivare a Maccari. Nell' udienza e' stata definita anche la lista dei testimoni, oltre 200 tra cui numerosi esponenti delle Brigate Rosse, citati dal pm e dagli avvocati Tommaso Mancini (difensore di Maccari) e Antonio Moriconi (Etro). I giudici della seconda corte di assise hanno aggiornato il dibattimento al 19 dicembre. 
  • 2 ottobre - Il presidente del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, Massimo Brutti, ha chiesto alla magistratura milanese i documenti, attribuiti al Sisde, trovati nell' ufficio romano di Bettino Craxi. "Le carte - ha detto il sen. Brutti - sono molte e sembrerebbe che riguardino in gran parte vicende di terrorismo: non mi stupirei se, tra queste, ci fossero anche carte sull' omicidio Moro. Se si tratta di documenti sul terrorismo rosso, su una vicenda gia' conclusa, perche' conservarle fino ad oggi? Il trafugamento di documenti segreti, comunque, e' un reato. Una ipotesi che viene in mente e' che quelle informazioni contenute nelle carte non riguardino solo terroristi, ma anche altri che possano aver omesso di fare il loro dovere contro i terroristi, o che abbiano coperto o utilizzato le loro azioni violente. In questo caso ci troveremmo davanti a carte che potrebbero avere un loro peso anche oggi. Il caso Moro e' una zona tuttora oscura non tanto sul versante del terrorismo, quanto su quello del comportamento degli apparati dello Stato che erano, in quegli anni, largamente infiltrati da elementi della P2". 
  • 3 ottobre - Secondo un articolo del quotidiano "la Repubblica" dal titolo "Dal Sisde ad Hammamet" i dossier segreti di Craxi conterrebbero documenti su Caso Moro, terrorismo rosso, Licio Gelli. 
  • 5 ottobre - In una dichiarazione all'ANSA di Managua (Nicaragua), Alessio Casimirri ha detto di "essere perseguitato" dai servizi segreti italiani e che non tornera' mai piu' in Italia. Casimirri ha detto che continuera' "a vivere come un 'desaparecido' in Nicaragua a causa degli oscuri interessi che mi perseguitano per portarmi in carcere a Roma". "Ci sono poliziotti italiani - ha aggiunto - che mi braccano ancora, violando la sovranita' del Nicaragua, e devo vivere in clandestinita' grazie a uno scudo di nicaraguensi che hanno solidarizzato con me". L' ex br ha detto all'ANSA che si rifiuta di accettare "la validita' dei tribunali d'emergenza" che lo hanno giudicato in contumacia e che non rispondera' alle accuse "fin tanto che il governo italiano non dia una soluzione politica alle polemiche sulla storia delle Brigate rosse". In questo senso ha ricordato che "sia l'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga sia la figlia di Aldo Moro hanno sollecitato un'amnistia generale sul caso delle Br". "Appartengo - ha detto Casimirri - a una generazione di italiani che ha lottato per il cambiamento della societa' e contro le minacce golpiste del neofascismo. E in quella guerra entrambe le parti hanno commesso errori, ma le responsabilita' sono collettive, non individuali". 
  • 2 novembre - Nell' abitazione del gen. Domenico Cogliandro, ex funzionario del Sisde in pensione e capo del controspionaggio dal 1974 al 1982, e' sequestrato un' archivio contenente circa 450 fogli di note informative anonime, a carattere riservato, raccolte dal gennaio 1989 al maggio 1991. Le note erano indirizzate al direttore del Sismi, amm. Fulvio Martini. La fonte principale di Cogliandro e' il giornalista Paolo Senise, ex direttore di "Mondo d' oggi", periodico scandalistico degli anni sessante, al quale aveva collaborato Mino Pecorelli. Alcune delle informative riguardano il caso Moro. La perquisizione e' avvenuta su ordine del giudice Priore e del collega di Venezia Carlo Mastelloni. 
  • 2 novembre - Nell' udienza preliminare il sen. Giulio Andreotti risponde alle domande del gip Sergio Materia che deve decidere se rinviarlo a giudizio quale uno dei mandanti dell' omicidio di Mino Pecorelli. Andreotti - secondo quanto riferito da uno dei suoi legali, Giovanni Bellini - ha detto al giudice di aver ricevuto il memoriale "in forma ufficiale", in due parti: nel 1978 (da Dalla Chiesa o da Rognoni) e nel 1990. Il senatore ha escluso che Dalla Chiesa possa aver stralciato delle pagine, tenendosele per se', "contravvenendo cosi' ai suoi doveri istituzionali". Andreotti, poi, ha detto di non aver mai letto quelle carte per "mantenere intatto" il ricordo dello statista ucciso, indotto a scrivere in condizioni psicologiche particolari. Di Pecorelli, poi, Andreotti - dicono gli avvocati - non parla male: i suoi attacchi non lo infastidivano e, in ogni caso, ci era abituato. La vicenda degli "assegni del presidente" era "uscita" gia' due anni prima dell' omicidio e, quando l' on. Evangelisti gli disse che Pecorelli stava per riproporla, Andreotti "non si preoccupo' piu' di tanto". In un certo senso i rapporti con il direttore di Op potevano definirsi - secondo quanto riferito dagli avvocati - "cordiali", al punto che il senatore gli mando' un biglietto (ma sembra su "suggerimento" sempre di Evangelisti) per consigliargli un medicinale contro il mal di testa. Pecorelli, dal canto suo, invio' ad Andreotti un messaggio di condoglianze per la morte della madre; il telegramma del senatore ai familiari del giornalista, ucciso la sera del 20 marzo 1979, giunse la mattina successiva, alle 7,30. Andreotti - che ha parlato di incontri avuti con l' avvocato De Cataldo ed il giudice Alibrandi - non si e' soffermato in modo particolare sui suoi rapporti con Dalla Chiesa, ma ha fatto capire che a suo avviso sono improponibili collegamenti tra l' omicidio del generale e quello di Pecorelli. Il diario di Dalla Chiesa e' stato definito da Andreotti "un insieme di carte di natura personalissima". Perche' proprio a Vitalone - "un magistrato, non un politico" - venne assegnato un seggio senatoriale "sicuro"?, ha chiesto il gip ad Andreotti. "Anche la Democrazia Cristiana, come altri partiti - ha risposto - aveva interesse a far eleggere un magistrato". "La piu' grande sconfitta della mia vita politica - dice anche Andreotti - e vorrei dire che anche moralmente ne risento tuttora, fu quella di non avere potuto liberare Aldo Moro". L' on. Andreotti ammette che nel memoriale vi erano "delle cose spiacevoli, ma era comprensibile lo stato d' animo" del prigioniero delle Br. "Io non gliene voglio certamente a Moro per questo - afferma Andreotti - perche' mi metto nello stato d' animo di uno che per piu' di 50 giorni e' chiuso in una specie di scatolone, sottoposto ad interrogatori stressanti, senza una prospettiva. E' chiaro che probabilmente per lui, io come presidente del Consiglio, ero quello che aveva la chiave per poterlo fare uscire". 
  • 17 novembre - Presentato il libro scritto da Anna Laura Braghetti e Francesca Mambro. Il libro, intitolato "Nel cerchio della prigione", e' edito dalla "Sperling e Kupfer". "L' obiettivo che ci siamo prefisse con questo libro - ha spiegato l' ex Br - e' quello di far uscire una testimonianza in piu' sull' innocenza di Francesca e Valerio per la strage di Bologna". 
  • 12 dicembre - Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, presentato alla stampa la relazione sul terrorismo e le stragi. Nella bozza di relazione ci sono delle novita' di analisi nel capitolo sul caso Moro. Non "eterodirezione" ma "permeabilita"' delle colonne Br ben piu' di quanto si voglia tuttora far credere. Inoltre e' "credibile" che parti del primo memoriale Moro, ritrovato dal generale Dalla Chiesa nel covo Br di Via Montenevoso, siano state sottratte. Pellegrino e' stato netto. "E' probabile che le Br abbiano avuto contatti con apparati istituzionali e si sia svolta una trattativa per la consegna di questo materiale. E' possibile prospettare l' ipotesi che le Br avviassero trattative con settori istituzionali in vista di una sconfitta che si faceva evidente. L' ipotesi che per le carte di Moro le cose siano andate cosi' e' concreta; una ipotesi - ha aggiunto - che andra' verificata dal dibattito processuale riguardante Andreotti a Palermo e Perugia. Certo e' che le Br non sono state quel cubo chiuso e impenetrabile che si vuol far credere". Sollecitato da una domanda, Pellegrino ha aggiunto: "Chi entro' a Montenevoso ritenne di servire la Repubblica non rendendo pubbliche quelle parti del memoriale Moro che potevano danneggiare i vertici di allora". Sull' intera vicenda Moro la bozza di relazione presentata oggi afferma che "nuove acquisizioni consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro". Sulle "carte" si afferma ancora che c' e' un' unica ipotesi che appare logica e accettabile: "e cioe' quella di un contantto, eventualmente mediato, tra le Br e settori istituzionali, in cui le prime potessero prospettarsi un qualche possibile vantaggio dalla mancata pubblicazione dei documenti". Alcuni elementi nuovi emergono sulla vicenda di Via Gradoli, il covo Br indicato, ufficialmente, nel corso di una seduta spiritica in cui sarebbe stato evocato lo spirito di Giorgio La Pira. Il nome di Gradoli invece - nota il documento - e' filtrato negli ambienti dell' Autonomia bolognese e il rifermento alla seduta non era altro che un "trasparente espediente di copertura della fonte informativa". Dalle indagini sull' omicidio Pecorelli e' emerso che un professionista "ha riferito al magistrato inquirente di aver fornito ad un alto ufficiale dei carabinieri, poi vittima delle Br (Antonio Varisco, ndr), informazioni utili all' individuazione del covo di Via Gradoli che sarebbero state sottovalutate". "Sono dati allarmanti che potrebbero consentire - afferma ancora la bozza di documento - una lettura ben piu' cupa delle singolari modalita' con cui il covo delle Br fu poi abbandonato". E' lo stesso Pellegrino a notare che questa su Via Gradoli e' "una ipotesi estrema". Ma viene segnalata perche', come ha riferito un magistrato in commissione, se l' operazione Gradoli "fosse stata condotta con un minimo di diligenza 'forse la storia del sequestro e dell' organizzazione delle Br sarebbe stata del tutto diversa"'. Sulle "resistenze" da parte degli ex br a fornire un quadro ampio e dettagliato dell' assalto di Via Fani e della composizione del commando, il documento si limita a riportare, in sintesi, il giudizio dei magistrati inquirenti riferito alla commissione: "E' un atteggiamento sproporzionato rispetto al fine di coprire altri brigatisti restati sconosciuti e che sembrerebbe invece rivelare la volonta' di occultare la presenza in Via Fani di 'forze diverse' e quindi di difendere il carattere 'puro' (ovviamente dal punto di vista rivoluzionario) dell' azione". 
  • 13 dicembre - "All' amico Antonio Varisco, tenente colonnello dei carabinieri, parlai effettivamente di via Gradoli. Ma lo feci come battuta, davanti ad altra gente, riferendo le impressioni di un' amica, che frequentava il palazzo dove poi venne trovato il covo delle Brigate rosse considerato una delle prigioni di Aldo Moro". Lo ha detto l' avv. Rocco Mangia, il nome del quale viene fatto nella relazione della Commissione sulle stragi, a proposito di una sua testimonianza fatta, anche con riferimento alla vicenda Moro, al pm Giovanni Salvi che si e' occupato dell' uccisione del giornalista Mino Pecorelli. Mangia, ricorda d' aver detto a Varisco che secondo la sua amica in un appartamento del palazzo di via Gradoli si sentiva frequentemente durante il giorno il rumore provocato dall' uso di una macchina da scrivere e che c' era un via a vai di gente. "Quando effettivamente venne scoperto il covo - ricorda Mangia - Varisco, al quale avevo confermato che la mia era stata soltanto una battuta, mi disse: 'Guarda un po', se ti avessi dato retta, sarei stato io a fare la scoperta di quel covo brigatista'". 
  • 15 dicembre - A Cascina, il pm Mario Profeta, al termine della requisitoria tenuta a conclusione dell' udienza del processo contro Licio Gelli, chiede per l' ex capo della P2 una condanna a un anno e otto mesi per perche' indusse una testimone, la sua ex segretaria Nara Lazzerini, a ritrattare la propria deposizione durante l' inchiesta sulla strage di Bologna. Raffaele Giorgetti, avvocato difensore di Gelli, ha concluso la sua arringa con una richiesta di assoluzione del proprio assistito per "insussistenza del fatto". I fatti al centro del processo risalgono alla fine del '93, quando, secondo il pm, Gelli chiese a Nara Lazzerini di ritrattare la propria deposizione nella quale si evidenziavano i rapporti tra Gelli e Stefano delle Chiaie, la presenza di Gelli a Palermo e una misteriosa valigia piena di denaro all' interno dell' Excelsior, dichiarazioni che erano culminate in una frase che Gelli avrebbe detto la mattina dopo il sequestro Moro. Secondo la donna, Gelli avrebbe detto: "il piu' e' fatto". L' avvocato Giorgetti ha definito la teste "fantasiosa". La sentenza e' prevista per la prossima settimana. 
  • 23 dicembre - Il quotidiano "L' Indipendente" pubblica un' intervista con Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, dal titolo "Sul caso Moro sorprese in agguato" sugli sviluppi dell' inchiesta della Commissione sul caso Moro. 
  • 27 dicembre - Il quotidiano "La Nazione" pubblica un articolo da l titolo "Servizi Br: cosi' fu assassinato Moro" in cui si sostiene che "una pistola in dotazione agli 007 fu utilizzata per uccidere il presidente della Dc". 

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