Almanacco dei misteri d' Italia
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Servizi ANSA per il 30° anniversario - gli approfondimenti |
MORO/30: I 55 GIORNI PIU' LUNGHI DELLA REPUBBLICA/ ANSA
LETTERE, COMUNICATI VERI E FALSI, IL COVO DI VIA GRADOLI
(ANSA) - ROMA, 1 MAR - Cronologia dei fatti principali dei
55 giorni del rapimento Moro:
- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse
entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo avere
bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo
Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta (due carabinieri e tre
poliziotti) e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo
rivendicano l'azione con una telefonata all'ANSA. Cgil, Cisl e
Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo
Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la
fiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene
la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'. Funerali
degli uomini della scorta.
- 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br
rivendica la responsabilita' politica del rapimento.
- 21 marzo: il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 23 marzo: il Pci approva la linea della fermezza.
- 25 marzo: le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
- 29 marzo: arriva il 'Comunicato n.3' con la lettera al
ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi
''sotto un dominio pieno e incontrollato'' e accenna alla
possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica,
ma i brigatisti scrivono che ''nulla deve essere nascosto al
popolo''. Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie
e a Nicola Rana.
- 30 marzo - La direzione Dc approva la linea della fermezza.
- 2 aprile: A Zappolino (Bologna) si svolgerebbe la seduta
spiritica dalla quale esce l'indicazione 'Gradoli'.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n.4', con una lettera al
segretario della Dc Benigno Zaccagnini. ''Moralmente - scrive
Moro - sei tu ad essere al mio posto''.
- 6 aprile: Le Br consegnano alla moglie di Moro una lettera
in cui il presidente DC la invita a fare pressioni contro la
linea della fermezza. Le forze dell'ordine controllano l'intero
paesino di Gradoli, nella zona di Bolsena.
- 7 aprile: Il Giorno pubblica una lettera di Eleonora Moro
al marito. La famiglia tiene un linea autonoma, rispetto alla
''fermezza'' del governo.
- 10 aprile: Le Br recapitano il 'Comunicato n.5' e una lettera
di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo
popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
- 18 aprile: Grazie a un' infiltrazione d'acqua, è scoperto il
covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono
pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato
n.7' che annuncia l'esecuzione di Moro il cui corpo sarebbe nel
Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, è
però oggetto di verifiche. Per giorni il corpo di Moro sara'
cercato, con grande schieramento di forze, in un lago di
montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da
mesi.
- 20 aprile: Moro è vivo. Le Br lasciano il vero 'Comunicato
n.7' insieme a una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.
Zaccagnini riceve un'altra lettera di Moro.
- 21 aprile: la direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: messaggio di Paolo VI agli ''Uomini delle Brigate
rosse'' perche' liberino Moro ''senza condizioni''.
- 24 aprile: il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di
Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio.
Zaccagnini riceve un'altra lettera di Moro, che chiede funerali
senza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono
recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini,
Dell'Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora. Moro
scrive che lo scambio è la sola via di uscita.
- 30 aprile: Un brigatista (sembra Moretti) telefona a casa
Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, ''immediato e
chiarificatore'' puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si
potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il no alle trattative. Il
'Comunicato n. 9' annuncia: ''Concludiamo la battaglia
cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza''. Lettera di Moro
alla moglie: ''Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche
esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di
esecuzione''.
- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi
di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima
delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli
di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove
sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla
trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel
garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come
''prigione del popolo''. (ANSA).
FF
01-MAR-08 17:02 NNNN
MORO/30: LA LUNGA MARCIA VERSO LA VERITA'/ ANSA
LA VERITA' GIUDIZIARIA SEMBRA RAGGIUNTA, MA I DUBBI RESTANO
(ANSA) - ROMA, 1 MAR - La storia del caso Moro e' fatta anche
di una lunga serie di scoperte e rivelazioni (alcune vere o
probabili, altre meno) avvenute dopo la tragica conclusione
della vicenda. Ecco alcune delle principali:
- 19 mag 1978: a Roma, in via Foa', scoperta una tipografia, di
Enrico Triaca, usata dalle Br durante il sequestro. Alcune
apparecchiature erano appartenute ai servizi segreti.
- 1 ott 1978: irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa nel
covo di via Monte Nevoso, a Milano. Arrestati 9 terroristi, tra
cui Azzolini e Bonisoli. Trovato il memoriale Moro.
- 27 ott 1978: resa pubblica la telefonata di un br alla moglie
di Moro, attribuita prima a Toni Negri e poi a Moretti.
- febbraio 1979: 'L'Espresso' pubblica rivelazioni provenienti
da Ernesto Viglione, giornalista di Radio Montecarlo. Secondo un
sedicente brigatista, le Br e il caso Moro sarebbero state molto
diversi dalla versione ufficiale. Poi il caso sembra sgonfiarsi
in un tentativo di truffa, ma in appello Viglione e' assolto.
- 17 mar 1979: Raffaele Fiore e' arrestato a Torino.
- 20 mar 1979: ucciso a Roma Mino Pecorelli. Su Op aveva fatto
diversi 'scoop' e rivelazioni sul caso Moro e ne aveva promessi
altri. Sembra fosse in attesa di altre carte.
- marzo 1979: 'Metropoli', rivista dell' Autonomia, pubblica
un fumetto che ricostruisce il rapimento e il processo. Un anno
dopo, ad aprile, 'Metropoli' tornera' sulla vicenda con
l'ambiguo ''Oroscopone'' della maga Ester, che allude
ad un russo nel ruolo del 'grande vecchio'.
- 30 mag 1979: arrestati a Roma Valerio Morucci e Adriana
Faranda, usciti dalle Br dopo il caso Moro. Erano a casa della
figlia di Giorgio Conforto, che sara' nel 'dossier Mitrokhin'.
Nel 1984 raccontano la loro versione dei fatti in un memoriale.
- 24 set 1979: ferito alla testa e arrestato a Roma Gallinari,
a lungo ritenuto l' esecutore materiale dell' uccisione di Moro.
- 2 feb 1980: resa nota l' esistenza dei piani Victor, in caso
di rilascio di Moro vivo e Mike, in caso di sua morte. Scalpore
anche se ne aveva gia' parlato un libro nel 1979.
- marzo 1980: il primo grande pentito delle Br, Patrizio Peci,
comincia a parlare. A febbraio 1982, lo fa anche Savasta.
- 19 mag 1980: arrestato Bruno Seghetti.
- 27 mag 1980: arrestata Anna Laura Braghetti.
- 4 apr 1981: arrestato a Milano Mario Moretti.
- 10 giu 1981: la commissione Moro si occupa della seduta
spiritica del 2 aprile 1978 a Bologna, presente anche Romano
Prodi, durante la quale e' emerso il nome 'Gradoli'.
- 1 feb 1982: il ministro dell'Interno Rognoni annuncia la
scoperta della prigione del popolo, un appartamento della
Braghetti, in via Montalcini.
- 3 set 1982: ucciso a Palermo il gen. Dalla Chiesa.
- 24 mar 1984: rapina miliardaria alla Brink's Securmark. Gli
autori, tra cui Toni Chichiarelli, lasciano materiale con chiare
allusioni al caso Moro.
- 28 set 1984: ucciso a Roma Toni Chichiarelli.
- gennaio 1985: individuati in Rita Algranati e Alessio
Casimirri due dei tre latitanti coinvolti, di cui Morucci non ha
fatto i nomi. Il terzo sara' ritenuto Alvaro Loiacono.
- 19 giu 1985: ad Ostia, e' arrestata Barbara Balzerani.
- 5 mar 1988 - Andreotti afferma che il Vaticano era pronto a
pagare un fortissimo riscatto per la liberazione di Moro e che
era riuscito a stabilire un contatto con qualcuno dei rapitori.
- 8 giu 1988: in Svizzera e' arrestato Loiacono, diventato
cittadino elvetico grazie alla madre.
- 9 ott 1990: nei lavori di ristrutturazione in via Monte
Nevoso, da un'intercapedine escono documenti non trovati nel
1978 e una versione piu' ampia del memoriale. Polemica tra Craxi
e Andreotti sulle 'manine' e le 'manone'.
- 9 giu 1991: Cossiga parla di un' operazione dei Comsubin,
finora sconosciuta.
- 13 ott 1993: arrestato Germano Maccari, accusato di essere il
quarto carceriere di Moro. Lo stesso giorno esce la notizia che
un pentito ha detto che Antonio Nirta, killer della 'ndrangheta,
sarebbe stato presente in via Fani.
- 25 ott 1993: resa nota un' intervista rilasciata in estate in
cui Mario Moretti si assume la responsabilita' di aver ucciso
Moro.
- 8 giu 1994: arrestato Raimondo Etro, che avrebbe svolto un
ruolo di armiere.
- maggio 1998: trapela la notizia che molti appartamenti di via
Gradoli appartenevano a società legte al Sisde.
- 29 mag 1999: trapela la notizia che il pianista russo Igor
Markevitch sarebbe l' 'anfitrione' fiorentino delle Br.
- febbraio 2000: la Commissione stragi acquisisce dalla Digos
di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di
Gladio al ritrovamento delle carte di via Monte Nevoso del 1990.
- 2 giu 2000: arrestato in Corsica Loiacono. La Francia pero'
neghera' l' estradizione.
- 14 nov 2000: dalle indagini di Brescia sulla strage di piazza
della Loggia emerge una struttura segreta, chiamata 'Noto
servizio', che attraverso qualche suo uomo, potrebbe avere avuto
un ruolo anche nel caso Moro. Nel 2003 esce che il nome della
struttura sarebbe stata ''L'Anello''.
- 25 ago 2001: Maccari muore d'infarto nel carcere di Rebibbia.
- 5 set 2001: Lanfranco Pace dice che e' stato Maccari ad
uccidere Moro mentre Moretti era in preda a una crisi di panico
e Gallinari piangeva. La presunta rivelazione ha tutta l' aria
di voler alleggerire la posizione di Moretti, addossando ad un
morto la responsabilita' dell' uccisione di Moro.
- 11 dic 2003: un libro sul caso Tobagi sostiene che le carte
trovate in via Monte Nevoso furono portate via per essere
fotocopiate e poi riportate sul luogo ma ''assottigliate''.
- 14 gen 2004: arrestata Rita Algranati, la vedetta che segnalò
l'arrivo di Moro e della scorta in Via Fani. (ANSA).
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01-MAR-08 17:08 NNNN
MORO/30: 25 ANNI MORTE MARKEVITCH, ERA GRANDE VECCHIO?/ ANSA
ANCORA APERTI DUBBI SU UN EVENTUALE RUOLO DEL MUSICISTA UCRAINO
(ANSA) - ROMA, 6 MAR - (di Stefano Fratini)
Il 7 marzo 1983 (25 anni fa) l'ANSA dava questa breve
notizia:''Igor Markevitch, compositore e direttore d'orchestra,
e' morto oggi a Antibes all'eta' di 71 anni in seguito a un
attacco cardiaco. Markevitch, che ha composto numerose cantate
tra cui ''Lorenzo il magnifico'' e musica per balletto (Rebus,
Icaro ecc.) era rientrato affaticato la settimana scorsa da una
tournée in Giappone, Urss e Spagna. Di origine russa, Markevitch
aveva composto la sua prima opera nel 1929 per Diaghilev, 'Un
concerto per piano'' che aveva suonato al Covent Garden di
Londra. Da allora si era dedicato interamente alla musica, sia
come compositore che come direttore d'orchestra, lavorando molto
anche in Italia (al Maggio fiorentino del 1944 al 1946 e
all'Accademia Santa Cecilia a Roma dal 1973). Sposato in prime
nozze con Kira Nijinski, figlia del grande ballerino russo,
Markevitch si era risposato nel 1964 con l' italiana Topazia
Caetani''. A queste poche righe si puo' aggiungere che
Markevitch era stato, durante la guerra, in contatto con la
Resistenza, che aveva contribuito alla trattativa con i tedeschi
per salvare Firenze dalla distruzione e che era cognato
dell'inglese Hubert Howard (che aveva sposato una cugina di
Topazia). Howard era l'ufficiale dell'intelligence inglese che
per primo entrò a Firenze liberata dall'occupazione nazista e
che affidò a Markevitch l'incarico di occuparsi dei programmi
musicali della radio Firenze libera.
Nessuno però, allora, avrebbe potuto collegare questa notizia
al 'caso Moro', avvenuto cinque anni prima. Dovranno passare
ancora 16 anni prima che, il 29 maggio 1999, l'ANSA dia un'altra
notizia:''Igor Markevitch, pianista di fama internazionale,
sposato con Topazia Caetani, potrebbe essere l''anfitrione'
delle Br, cioe' l'uomo che ospito' a Firenze nei 55 giorni del
rapimento Moro il Comitato esecutivo dei terroristi. Su questa
ipotesi e' aperta un'inchiesta da parte della procura di Brescia
e condotta dal reparto eversione Ros. L'ipotesi e' stata
indirettamente confermata dal presidente della commissione
parlamentare di inchiesta sulle Stragi Giovanni Pellegrino''. E
nelle carte di Brescia compare anche un certo Jordan Vesselinov,
un bulgaro che potrebbe aver avuto un ruolo centrale nel
finanziamento dei gruppi estremisti di destra, massone coperto,
e consuocero di Igor Markevitch. Colpo di scena!
Da tempo si parlava di un cosiddetto ''anfitrione' che
avrebbe ospitato a Firenze le riunioni della direzione Br. Vi
aveva accennato Valerio Morucci (giugno 1997) in un'audizione in
Commissione stragi. Il giudice Priore aveva definito ''conte
rosso'' questo personaggio. Il presidente della commissione
stragi, Giovanni Pellegrino, commenta che ''Se la moglie di
Markevitch, Topazia Caetani, e' una duchessa, il falso
comunicato n.7 delle Br diventa un messaggio di cui si comincia
a decrittare il codice''. Per Oleg Caetani, anche lui musicista
e figlio di Markevitch e di Topazia Caetani, morta nel 1991, e'
''un'altra di quelle raffinate bufale di qualche brigatista
rosso''.
Anche se c'è lo strano particolare che Markevitch era sposato
con una Caetani, una famiglia che possiede palazzi nella via
omonima, proprio nella quale fu lasciato il cadavere di Moro, le
reazioni sono di incredulita'. Cossiga e Andreotti, per una
volta d'accordo, dicono di non aver mai sentito quel nome. Tra i
Br, l'unico a parlare e' Lauro Azzolini:''Sono illazioni di
anziani che devono giustificare il loro ruolo e lo stipendio''.
L'avv. Pino De Gori, legale della Dc nei vari processi Moro,
commenta che l' ipotetico ''conte rosso'' di cui gli avrebbe
parlato Edoardo Di Giovanni, legale storico delle Br, non
sarebbe Markevitch.
Si scoprirà però che il nome del musicista era gia' entrato
nell'inchiesta sul rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. In un
rapporto del 1980, che e' agli atti della commissione Moro, il
Sismi scriveva:''Il 14 ottobre 1978 fonte del servizio segnalava
che un certo Igor, della famiglia dei duchi Caetani, avrebbe
avuto un ruolo di primo piano nell' organizzazione delle Br,
che, in particolare, avrebbe condotto tutti gli interrogatori di
Moro, della cui esecuzione sarebbero stati autori materiali
certi 'Anna' e 'Franco'''. La persona veniva identificata
proprio come Igor Markevitch. Il Sismi annotava pero' che ''da
accertamenti svolti, anche con l' intervento dei servizi
collegati, non emergevano, peraltro, elementi di conferma della
notizia''.
Nel libro ''Segreto di Stato'', Pellegrino scrive che
Markevitch è ''un personaggio interessantissimo, intrinsecamente
doppio. Un uomo con cui i servizi degli opposti schieramenti
avrebbero potuto benissimo entrare in contatto per utilizzarne
il passato resistenziale come bigliettino da visita da mostrare
nelle Br. E d' altra parte, e' un intellettuale raffinatissimo e
abbastanza snob da apparire 'misterioso' ai brigatisti''. Il
musicista ucraino (e non russo, è nato infatti a Kiev nel 1912)
diventa anche il protagonista di un libro di Giovanni Fasanella,
''Il misterioso intermediario'', titolo che cita una frase usata
dalle stesse Brigate rosse, che durante il rapimento, nel
comunicato numero 4, denunciano ''i tentativi del regime di far
credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative
segrete, misteriosi intermediari''.
Recentemente, lo storico russo Ilia Levin ha ironicamente
definito 'esotica' l'ipotesi di Markevitch 'Grande Vecchio'. Ma,
in un'intervista del novembre 2007, l'ex presidente Cossiga ha
detto:''Igor Markevitch, il musicista, ospitò probabilmente
nella sua casa di Firenze la riunione in cui fu decisa la morte
di Moro. La casa di sua moglie in via Caetani rappresentò per i
brigatisti solo un punto di riferimento, un luogo conosciuto
dove lasciare la Renault rossa, tra Botteghe Oscure e piazza del
Gesù''.
FF
06-MAR-08 17:48 NNNN
MORO/30: MARKEVITCH E LE IPOTESI SUL 'GRANDE VECCHIO'/ ANSA
NE PARLANO CRAXI, DALLA CHIESA, SCALFARO E MOLTI ALTRI
(ANSA) - ROMA, 6 MAR - L'ipotesi che dietro le principali
campagne del terrorismo, e quindi anche dietro il rapimento
Moro, ci fosse una ''mente'' che dirigeva le operazioni e'
sempre esistita. Un' ipotesi simile era nel 1979 alla base del
cosiddetto ''teorema Calogero'', l' inchiesta del giudice
padovano sull' Automonia operaia, che porto' all'incriminazione
di Toni Negri.
Nell' aprile del 1980, il giornalista della ''Repubblica''
Guido Passalacqua scriveva:''C'e' qualcuno piu' in alto, una,
due, tre persone che decide le campagne del terrorismo. Qualcuno
che conta molto di piu' della direzione strategica delle Br''.
Secondo Passalacqua, che verra' gambizzato meno di un mese
dopo,''l' unico collegamento con gli operativi era costituito da
Mario Moretti''.
Nello stesso mese la rivista dell'Autonomia Operaia,
''Metropoli'', in un articolo ambiguo dal titolo
''L'Oroscopone'', mette in bocca ad una sedicente cartomante, la
Maga Ester, una lettura dei tarocchi dalla quale esce tra
l'altro che il 'Grande Capo' delle Br era un russo, un 'Gran
Signore', che apparteneva alle 'carte vecchie' e che alla fine
si rivelo' il 'Gran Nemico' della organizzazione terroristica.
Un accenno a Markevitch ?
L'ipotesi di una mente che manovra il terrorismo viene
rilanciata pochi giorni dopo da Bettino Craxi che dice:''quando
si parla del 'grande vecchio' bisognerebbe riandare indietro con
la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a
far politica con noi... e che poi, improvvisamente sono
scomparsi''. Molti vedono nel personaggio descritto da Craxi il
ritratto di Corrado Simioni, ex militante socialista e poi
fondatore a Parigi della discussa scuola di lingue ''Hyperion'',
considerata un punto di collegamento tra gruppi del terrorismo
internazionale e legata a servizi segreti. Simioni, con Duccio
Berio e Vanni Mulinaris era stato il fondatore del Superclan,
una struttura con il mito della segretezza, staccatasi dal
nucleo originario delle Br. Di esso avevano fatto parte Moretti
e Gallinari, due dei principali protagonisti del caso Moro.
Craxi smentira' di aver voluto riferirsi ad una persona e dira'
che con l' espressione intendeva accennare a una qualche
''centrale estera del terrorismo''.
Sull' onda delle dichiarazioni di Craxi, il settimanale ''L'
Europeo'' scrive che l' espressione ''The big old man'' era
stata coniata un paio di anni prima dall' 'esperto' americano
Steve Pieczenik che aveva detto a Cossiga che il terrorismo era
autoctono, ma che bisognava cercare l' anello di congiunzione
tra il mondo terrorista e l' esterno, ''il capo occulto,
onnipotente ed italiano delle Br''.
In un' intervista televisiva del 1981, anche il gen. Dalla
Chiesa aveva detto, rispondendo ad una domanda sul 'grande
vecchio', ''potrebbe anche esistere, pero' io con le conoscenze
che ho acquisito non sono in condizione di farmene oggi un'
immagine''.
Nel 1991, Flaminio Piccoli parla di un ''vip del culturame''
che sarebbe stato presente agli interrogatori di Moro. Lo stesso
giorno l' ex senatore Sergio Flamigni dice che l' esistenza del
quarto uomo gli fu confermata dal brigatista Lauro Azzolini che
disse:''Si tratta di un uomo di cultura che ha vissuto la
vicenda con grande travaglio. Lui e' riuscito a restarne fuori
ed e' per questo che io non ne faro' mai il nome anche se lo
conosco''.
Nel maggio 1998, l'allora presidente Scalfaro si chiede:''Ma
le intelligenze criminose che scelsero, mirarono e centrarono il
bersaglio, in quel momento politico essenziale, sono comprese in
quei processi?'', parole in cui non è difficile leggere un
accenno all'esistenza di qualche ''mente'' che manovrava i
manovali del terrorismo.
Il 29 maggio 1999, infine, tra le ombre del caso Moro emerge
il nome del musicista Igor Markevitch, nato in Ucraina,
diventato cittadino italiano nel 1948 e morto ad Antibes il 7
marzo 1983, all' eta' di 71 anni. Secondo un' ipotesi sarebbe
stato lui l'''anfitrione'' delle riunioni fiorentine del
comitato esecutivo delle Br.
Nel 2000 poi, il presidente della commissione stragi,
Giovanni Pellegrino, dice che il 'grande vecchio' non era per
forza una sola persona ma tante che ''ruotarono'' in una area di
contiguita' delle Br.
Non si puo' fare a meno di ricordare, infine, il settimanale
satirico ''Il Male'', specializzato tra l'altro nella produzione
di false prime pagine di giornali, che nel 1979 pubblico' una
volta una falsa copia di quotidiano con un grande titolo che
annunciava che era Ugo Tognazzi il capo delle Brigate rosse. Era
stato lo stesso attore a prestarsi a partecipare al falso
'scoop', accettando di essere fotografato ammanettato da finti
poliziotti.
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06-MAR-08 18:07 NNNN
MORO/30: CARTE, NOMI E FOTO CHE APPAIONO E SCOMPAIONO /ANSA
GLI STRANI ELENCHI A CUI SI ACCENNA MA POI NON SE NE PARLA PIU'
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - In una vicenda che ha visto veggenti,
''grandi vecchi'' e sedute spiritiche, non può mancare, tra
l'enorme mole di sospetti e ipotesi piu' o meno dietrologiche,
la comparsa e scomparsa di accenni a liste che sembrano rinviare
a quello che alcuni hanno chiamato lo ''Stato parallelo''.
- CARTE CHE APPAIONO E SCOMPAIONO: l' 8 maggio 1978 (il giorno
prima dell' uccisione di Moro) un quotidiano parla, in prima
pagina, di elenchi trovati nel covo di via Gradoli. Gli elenchi
sarebbero due: uno con nomi di politici, militari, industriali e
funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti locali Dc, a
livello regionale, provinciale e comunale. Ci sono anche alcuni
nomi del primo elenco: Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro,
Michele Principe, Publio Fiori. Del secondo elenco e' citato
solo Gerolamo Mechelli, la cui presenza viene pero' smentita
dalla Digos, che cosi' conferma implicitamente l' esistenza
degli elenchi. Il giorno dopo, mentre tutti i giornali si
occupano della vicenda, vengono fatti i nomi anche di Gustavo
Selva e dell' on. Giacomo Sedati (Dc). Naturalmente si pensa ad
una schedatura di potenziali vittime di attentati, ipotesi
rafforzata dal fatto che Mechelli e Fiori erano stati gia'
feriti dalle Br. Nel 1978 erano sconosciuti gli elenchi della P2
(trovati nel 1981), ma ora si puo' notare che, a parte Sedati, i
nomi di altre cinque persone erano (a torto o a ragione) nelle
liste della P2. Di questi elenchi non si e' piu' parlato.
Un altro appunto spunta ad ottobre 1993. Ancora il Corriere
della sera scrive che il gen. Francesco Delfino venne inviato
nel 1978 ad Ankara come capo settore del Sismi, per allontanarlo
dall'Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse
di via Monte Nevoso sarebbe stato infatti trovato un documento
con i nomi di Delfino, del colonnello Antonio Varisco (che fu
poi ucciso dalle Br) e del capitano Antonio Cornacchia (anche il
suo nome era negli elenchi di Gelli). Agli atti pero' questo
appunto non risulta. Un informazione errata del giornalista ?
Di nuovo, nel febbraio 2001, due consulenti della Commissione
stragi acquisiscono dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano
legare un nuovo elenco di Gladio alla vicenda del ritrovamento
delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso. I due faldoni
della Digos, classificati in passato con 'segretissimo' recano
le intestazioni: 'A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso
- Rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio' e 'Sequestro Moro
- Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio''. Il secondo
faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del
Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio i
cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che
recano l'intestazione ''MOROELENCO''. Anche il primo faldone
contiene un elenco intestato pero' 'MORONOMI' e riguardante
persone che per logiche e incombenze diverse si erano occupate
del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Da un
primo esame, segnalano i due consulenti, 'sembra che diversi
nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della
questura non figurino nel noto elenco dei 622'. Anche di questo
non si e' piu' parlato.
TEX WILLER, MAFIOSI E LEGIONARI - Secondo le ricostruzioni,
la quasi totalita' dei colpi letali sparati in via Fani fu opera
di un unico membro del commando, che sparo' ben 49 dei 91 colpi
totali, uccidendo tutti i membri della scorta (e almeno il
maresciallo Leonardi era tutt'altro che uno sprovveduto,
tiratore scelto e apprezzato addestratore dei paracadutisti
incursori) senza neanche ferire Moro. Forse era lo stesso uomo
di cui alcuni testimoni dicono di aver sentito urlare frasi non
in italiano. Sembra che nessun brigatista del commando, neanche
Morucci e Casimirri (i più addestrati da questo punto di vista),
avesse una tale 'professionalità'. Uno dei testimoni, esperto di
armi, disse che ''era senza dubbio un uomo particolarmente
addestrato''. E nel suo romanzo-inchiesta ''La borsa del
presidente'', Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br,
fa dire al suo protagonista:''Tex Willer non era uno dei nostri.
Tex Willer era un esperto, un professionista,di quelli che in
Italia li conti sulle dita di una mano. Uno cosi', non ce lo
saremmo mai potuti permettere''. Sulla sua identita' si sono
fatte diverse ipotesi. Nel cosiddetto 'volantone' diffuso dal
ministero dell' Interno subito dopo la strage di via Fani con le
foto di 20 sospetti di partecipazione all' azione terrorista, c'
e' anche Giustino De Vuono, calabrese, rapinatore ed ex
volontario della Legione straniera, politicizzato in carcere.
Anche Pecorelli, in una delle sue sibilline note, scrive:''Non
diremo che il legionario si chiamava 'De' e il macellaio
Maurizio''. Poi il Sismi affermava che De Vuono certamente non
era in Italia nel periodo della strage (in commissione stragi,
il col. Bonaventura ha sostenuto invece che era in carcere a
Sciacca) e l' ex legionario viene prosciolto in istruttoria. Ad
ottobre 1993 invece, lo stesso giorno dell' arresto di Germano
Maccari (il 'quarto uomo' di via Montalcini), esce la notizia
che Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia calabrese,
ha raccontato ai giudici che tra i brigatisti in azione in via
Fani ci sarebbe stato un boss della 'ndrangheta, Antonio Nirta,
detto ''due nasi'' (dalle due canne della doppietta). Nirta,
attraverso i suoi contatti con il gen. Delfino e i servizi
segreti, sarebbe stato infiltrato nelle Brigate Rosse e sarebbe
stato presente al sequestro dell' on. Moro. Della presenza di un
calabrese in via Fani si era parlato gia' in una telefonata tra
l' on. Cazora e Sereno Freato, collaboratore di Moro. Nella
telefonata, Cazora dice che esponenti della 'ndrangheta gli
avevano chiesto di recuperare fotografie scattate in via Fani,
in cui comparirebbe un personaggio a loro noto. Alcune foto
erano state scattate in effetti in via Fani, subito dopo la
strage, da un testimone che le aveva consegnate al giudice
Infelisi. Quelle foto però finirono stranamente smarrite'.
(ANSA).
FF
14-MAR-08 16:21 NNNN
MORO/30: DOMANDE SENZA RISPOSTA, RISPOSTE SENZA DOMANDE/ANSA
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - (di Stefano Fratini)
Nel caso Moro ci sono molte domande che non hanno trovato
risposta, nonostante i molti processi e le molte commissioni
parlamentari che si sono occupati della vicenda. Alcune forse
sono esagerazioni dietrologiche, ma altre hanno una loro logica.
Eccone alcune:
Chi erano i due che hanno sparato dalla moto Honda, uno dei
quali assomigliava moltissimo ad Eduardo De Filippo? Chi era
il brigatista del commando che ha sparato piu' della meta' dei
colpi?
Chi era il brigatista del commando che, secondo diversi
testimoni, ha urlato ordini in una lingua straniera (o in un
dialetto)?
Che faceva il col. Guglielmi, del Sismi, istruttore di
Gladio, in via Fani alle 9 di mattina, perche' doveva andare a
pranzo da un amico?
Che fine hanno fatto le due borse di Moro portate via dai
terroristi e i documenti in esse contenuti?
E' verosimile che, solo per un caso secondo i Br, il giorno
dell'agguato coincida con quello della presentazione alle Camere
del governo appoggiato dal Pci ?
Chi e perche' ha fatto scoprire l' appartamento di via
Gradoli attraverso il trucchetto dell' acqua lasciata aperta?
Perche' e' stato immediatamente accreditato come 'autentico'
il comunicato del lago della Duchessa, che era palesemente falso
per forma, stile e contenuto?
Che rapporto c'è tra la scoperta del covo di via Gradoli e il
falso comunicato del Lago della Duchessa, che avvengono nello
stesso momento ?
Perchè la notizia della scoperta di via Gradoli è stata data
con grande risalto mentre la logica investigativa suggeriva un
appostamento in attesa del rientro degli inquilini ?
Chi ha suggerito ai professori bolognesi la pista 'Gradoli',
dal momento che nessuna persona di buon senso puo' realmente
credere alla versione della seduta spiritica?
Da dove venivano e che fine hanno fatto gli elenchi di
politici, militari, industriali e funzionari pubblici trovati in
via Gradoli, dei quali sono usciti solo 6 nomi, cinque dei quali
erano negli elenchi della P2, scoperti solo tre anni dopo?
Come si spiegano le incongruenze temporali tra l' ora in cui,
secondo i terroristi, sarebbe avvenuta l' 'esecuzione', l' ora
presunta della morte di Moro e l' ora in cui le Br avrebbero
parcheggiato la R4 in via Caetani?
Perche' la scelta di via Caetani, distante dal luogo presunto
dell'uccisione e in una zona particolarmente presidiata?
Perche' non e' stata fatta chiarezza sul trasporto dei
documenti fuori da via Monte Nevoso (il memoriale o altre carte,
magari di Moro ?) prima dell' arrivo del magistrato?
Che cosa contenevano i faldoni acquisiti nel 2001 da
consulenti della Commissione stragi che sembrano legare un
elenco di Gladio e al covo di via Monte Nevoso?
In che modo sono legate al caso Moro e ai suoi documenti le
uccisioni di Varisco, Dalla Chiesa, Pecorelli, Chichiarelli,
Galvaligi?
Perche' le Br prima annunciano che ''nulla deve essere
nascosto al popolo'' e poi tengono per se' le risposte di Moro,
sostenendo che ''non ci sono clamorose rivelazioni da fare''?
Perche' nessuna chiarezza e' stata fatta sulle operazione
preparate e poi non eseguite per liberare Moro?
Perche', nella versione del memoriale trovata in via Monte
Nevoso nel 1990, Moro scrive:''io desidero dare atto che alla
generosita' delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza
della vita e la restituzione della libertà''?
Che rapporto hanno con il caso Moro gli oscuri segnali
ripetutamente lasciati da Chichiarelli nel borsello ''smarrito''
e nella rapina alla Brink's Securmark?
Quale era il covo fiorentino dove si riuniva la direzione
strategica delle Br? E chi era l'anfitrione di cui si e' parlato
come di un ''conte rosso''?
Il tentativo di trattativa del Psi riusci' realmente ad avere
contatti con due del gruppo Br che gestiva il rapimento. Perche'
non si e' pensato di pedinarli?
Che fine hanno fatto i verbali delle riunioni dei ''comitati
di crisi'' al ministero dell'Interno?
E' vero quello che ha detto Nara Lazzerini, ex segretaria di
Gelli, che ha detto che subito dopo il rapimento avrebbe sentito
il capo della P2 conversare con due persone, una delle quali
disse:''Il piu' e' fatto, adesso aspettiamo le reazioni''?
E' vero che Nino Arconte, che dice di essere stato in Gladio,
fu mandato a Beirut, prima del rapimento, a portare un messaggio
che chiedeva di attivarsi per la liberazione di Moro? Se gli
stessi brigatisti dicono che la Renault rossa fu lavata bene
prima del suo uso finale, come si spiegano le tracce trovate su
di essa (bitume, sabbia tipica del litorale laziale poco a nord
di Fiumicino, tracce di terreno vulcanico, residui vegetali
tipici di zone vicine al mare)?
Come mai l'Hyperion, misteriosa scuola di lingue parigina,
aveva aperto una sede a Roma poco prima del rapimento Moro per
poi chiuderla poco dopo la sua conclusione ?
Che ruolo ha avuto la fantomatica organizzazione chiamata
''Anello'' nelle presunte trattative per liberare Moro pagando
un riscatto e chi erano i brigatisti con i quali erano in corso
le trattative? (ANSA).
FF
14-MAR-08 16:23 NNNN
MORO/30: GLOSSARIO PER ORIENTARSI NEI MISTERI DEL CASO/ ANSA
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - Breve glossario per il caso Moro:
- ALDO MORO - Presidente della Dc, 61 anni, viene rapito il 16
marzo 1978. Era stato il tessitore della lunga marcia di
avvicinamento del Pci all'area della maggioranza di governo.
Sara' ucciso il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia.
- LA SCORTA - Cinque uomini, tutti uccisi in via Fani: Oreste
Leonardi, il capo, sottufficiale dei carabinieri, ex istruttore
della Scuola sabotatori paracadutisti di Viterbo (non uno
sprovveduto), Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri,
Raffaele Jozzino e Giulio Rivera, poliziotti e Francesco Zizzi,
vice brigadiere di polizia, che muore in ospedale poco dopo.
- IL COMMANDO - Il commando di via Fani sarebbe stato composto
da 9 persone: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci,
Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Raffaele
Fiore, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, piu' Rita Algranati
come vedetta. Bloccata l'auto di Moro con un tamponamento, i br
uccidono la scorta e portano via Moro. In tutto sono sparati 91
colpi, 49 dei quali da una sola persona. Sono tutti liberi (in
semiliberta', al lavoro esterno, latitanti), tranne Algranati.
- VIA FANI - La strada, nel quartiere Monte Mario, dove il 16
aprile 1978 avvenne il tragico agguato.
- VIA GRADOLI - Stradina sulla via Cassia dove il 18 aprile fu
scoperto, in modo che lascia ancora dubbi, il covo dove vivevano
Moretti (il capo delle Br) e la Balzerani. Perquisita (ma non il
covo) pochi giorni dopo il rapimento. Il nome Gradoli era uscito
in una 'seduta spiritica', presente anche Romano Prodi.
- VIA MONTALCINI - Via del Portuense dove, in un appartamento
comprato da Anna Laura Braghetti, Moro sarebbe stato tenuto
prigioniero per tutti i 55 giorni. Oltre alla Braghetti, i
carcerieri erano Germano Maccari, che risultava convivente della
Braghetti, Gallinari e il ricercatissimo Mario Moretti, che
andava e veniva per interrogare Moro. Nel garage, Moro sarebbe
stato ucciso da Moretti, ma Pace aveva parlato di Maccari e per
molto si era detto Gallinari) nel bagagliaio della R4 rossa.
- VIA CAETANI - Via al centro di Roma, vicina alle ex sedi di
Pci e Dc e al ghetto ebraico, dove fu lasciato il corpo di Moro.
- VIA MONTE NEVOSO - Strada milanese dove l'1 ottobre 1978 i
carabinieri di Dalla Chiesa scoprono un covo che contiene molto
materiale, tra cui una versione del 'Memoriale' e lettere ancora
non note. Il 9 ottobre 1990, dietro un pannello, sono trovati
una versione piu' ampia del Memoriale, i testamenti di Moro,
altre lettere. Al covo, dove sono arrestati Bonisoli, Azzolini e
Nadia Mantovani, si sarebbe arrivati grazie a un borsello perso
da Azzolini a Firenze. Nella stessa strada abitava Fausto
Tinelli, ucciso con Lorenzo Iannucci (noti come 'Fausto e Iaio')
il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro.
- I COMUNICATI - I comunicati, scritti tutti con la stessa
macchina a testina Ibm, sono 9 (il primo il 18 marzo, l'ultimo
il 5 maggio). C'e' poi il falso comunicato numero 7, trovato il
18 aprile (contemporaneamente alla scoperta di via Gradoli).
Annunciava il corpo di Moro nel lago della Duchessa ed era
palesemente falso, ma fu accreditato come vero. Sembra scritto
da Toni Chichiarelli, falsario in contatto con la banda della
Magliana, che sarebbe l'autore anche di un ulteriore falso
comunicato in codice cifrato, firmato cellula Roma sud.
- LE LETTERE - Nei 55 giorni, Moro scrisse moltissime lettere,
sicuramente piu' di 80, e diverse versioni del testamento. Solo
28 lettere furono recapitate dai 'postini' delle Br (ruolo di
solito attribuito a Morucci e Adriana Faranda). Le altre furono
trovate a via Monte Nevoso nel '78 e nel '90. Le piu' importanti
sono quelle a Cossiga, a Taviani, a Zaccagnini e al Papa.
- IL MEMORIALE - Trovato in via Monte Nevoso in due tempi (nel
1978 e nel 1990), e' il testo scritto da Moro per rispondere
all' interrogatorio delle Br. Nessuna delle due versioni sembra
contenere rivelazioni particolarmente imbarazzanti.
- LE TELEFONATE - La telefonate piu' importanti sono quella di
Moretti il 30 aprile a casa Moro, per chiedere un intervento
immediato di Zaccagnini, e quella di Morucci, il 9 maggio, per
segnalare che il cadavere di Moro era in via Caetani.
- IL GRANDE VECCHIO - Definizione data all'ipotesi che il
terrorismo fosse diretto da una 'mente' esterna. Ne parlo' anche
il segretario del Psi Bettino Craxi. Recentemente c'e' stato un
tentativo di collegarla al musicista ucraino Igor Markevich.
- P2 - Ai vertici dei servizi erano uomini della P2, tranne
Napoletano, segretario del Cesis, che fu spinto alle dimissioni
a sequestro in corso e sostituito da un altro uomo della P2.
- FERMEZZA E TRATTATIVA - 'Partito della fermezza' e 'Partito
della trattativa' definiscono gli atteggiamenti politici durante
il rapimento. Per la 'fermezza' furono quasi tutti i partiti
(soprattutto il Pci), per la 'trattativa' i socialisti, i
radicali e singoli esponenti di altri partiti.
- LE COMMISSIONI PARLAMENTARI - Sul caso Moro ha lavorato una
apposita commissione (1979-1983), ma se ne sono occupate anche
la commissione P2 e le varie commissioni stragi.
- I PROCESSI - Sono 4 i processi principali del caso Moro. Il
primo, che unificava i Moro-uno e Moro-bis, si e' concluso in
Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985, il Moro-ter si e'
concluso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater a maggio
1997 con la condanna definitiva all' ergastolo per Lojacono, il
Moro-quinquies si e' concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000)
con le condanne di Raimondo Etro e Germano Maccari.
- COMPROMESSO STORICO - Nel '73 il segretario Pci Berlinguer,
riflettendo sul colpo di stato in Cile, proponeva un'alleanza
temporanea tra i partiti popolari per arrivare ad una democrazia
compiuta in cui tutti fossero legittimati a governare. Dopo un
'governo della non sfiducia' ebbe una misera attuazione nel
governo Andreotti (monocolore Dc votato da quasi tutti i partiti
che ottenne la fiducia proprio il giorno del rapimento). (ANSA).
FF
14-MAR-08 16:20 NNNN
MORO/30: INFILTRATI SI', INFILTRATI NO /ANSA
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - Si e' parlato spesso di infiltrati
delle forze dell'ordine tra i terroristi, all'epoca del caso
Moro, ma non si e' riusciti a chiarire i dubbi. E' certo che, se
c'erano, non hanno avuto successo. A meno di riprendere una tesi
dell'ex presidente della commissione Stragi Pellegrino, quella
del 'doppio ostaggio' (Moro e le carte) e di ammettere che il
problema più urgente non fosse quello di salvare Moro, ma di
recuperare carte pericolose.
Agli atti delle commissioni Moro e P2 c'e' un appunto di
Marcello Coppetti, ex giornalista dell' Ansa morto pochi anni
fa. Coppetti, esperto di servizi segreti, aveva scritto che,
durante un incontro a villa Wanda, Licio Gelli disse a lui e a
Umberto Nobili, ufficiale del Sios aeronautica, che ''il caso
Moro non e' finito: Dalla Chiesa aveva un infiltrato, un
carabiniere giovanissimo, nelle Brigate rosse. Cosi' sapeva che
le Br che avevano sequestrato Moro avevano anche materiale
compromettente di Moro... Dalla Chiesa ando' da Andreotti e gli
disse che il materiale poteva essere recuperato se gli dava
carta bianca. Siccome Andreotti temeva le carte di Moro (le
valige scomparse ?) nomino' Dalla Chiesa. Costui recupero' cio'
che doveva. Cosi' il memoriale Moro e' incompleto. Anche quello
in mano alla magistratura perche' e' segreto di Stato''.
Di Patrizio Peci, il primo importante terrorista pentito, si
e' spesso avanzato il sospetto che fosse un infiltrato fin dall'
inizio della sua militanza, facendo leva sul fatto che Peci era
stato in passato un sottufficiale dell' Arma dei carabinieri.
L' ex questore Arrigo Molinari (ucciso nel 2005 e che era
nelle liste P2) ha detto in commissione stragi che a settembre
1978 la questura di Genova aveva inviato al ministro dell'
Interno Rognoni un rapporto per segnalare elementi e riscontri
che facevano ritenere Giovanni Senzani un infiltrato all'
interno delle Br.
Anche di uno degli uomini del commando di via Fani, Alessio
Casimirri, l' unico mai catturato che ora gestisce un ristorante
in Nicaragua, si e' parlato come di un infiltrato. Nell' aprile
1998 un quotidiano riporto' una dichiarazione attribuita al pm
Antonio Marini, secondo cui, dopo un fermo casuale di Casimirri,
il gen. Delfino si sarebbe reso conto che si trattava di un
brigatista e ''riusci' a sapere che stava organizzando non un
comune sequestro ma il rapimento del presidente della Dc e
allora lo passo' al Sismi. Il Sismi gli avrebbe fatto fare
l'operazione, lo avrebbe avuto come infiltrato, avrebbe saputo
tutto quel che voleva sapere su via Fani e sulla prigione di
Moro e poi lo avrebbe fatto fuggire all'estero''.
Nel 1979 Paolo Santini, informatore del colonnello dei
carabinieri Cornacchia (anche Cornacchia era nelle liste di
Gelli), infiltrato in uno dei gruppi minori con diretti contatti
con le Br, operativo al tempo del sequestro Moro, sarebbe stato
arrestato perche' denunciato a sua volta da un altro infiltrato
che lavorava per la Digos. Ma sospetti ci sono stati addirittura
sul capo supremo delle Br del dopo-Curcio, Mario Moretti, che
gli altri membri del Comitato esecutivo sottoposero, a sua
insaputa, ad un' inchiesta interna. E lo stesso Moretti fu
arrestato, anni dopo, grazie all' infiltrato Renato Longo.
Ernesto Viglione, giornalista che abita in via Fani e che per
questa vicenda sara' condannato a 3 anni e 6 mesi in primo grado
e poi assolto in appello, dira' di essere entrato in contatto
con il terrorista dissidente 'Francesco', che gli aveva proposto
addirittura un'intervista con Moro nel 'carcere del popolo'. Era
maggio e Moro fu ucciso prima che Viglione potesse verificare le
proposte di 'Francesco', un uomo dal forte accento lucano o
calabrese. Il contatto prosegui'. 'Francesco' sosteneva che il
rapimento Moro era stato organizzato da un gruppo guidato da
alti prelati ed esponenti politici e in via Fani, mascherati da
brigatisti, c'erano due sottufficiali e un ufficiale dei
carabinieri. Nel vertice delle Br ci sarebbe stato anche un
importante magistrato. La strage della scorta era avvenuta
perche' i ''carabinieri'' temevano che Leonardi li riconoscesse.
Sempre secondo lui, i brigatisti non avevano intenzione di
uccidere Moro, e il presidente della DC era stato vittima di una
congiura che si sarebbe servita delle Br come copertura.
Viglione informo' Cervone, Piccoli e Scalfaro e ne parlo anche
con i generali Ferrara e Dalla Chiesa. 'Francesco' promise anche
di far catturare il vertice delle Br in una riunione a Salice
Terme, ma anche di cio' non si fece nulla. Risulto' poi che la
fonte era Pasquale Frezza, uno strano personaggio con precedenti
penali che riusci' ad ottenere anche una somma di denaro dall'
on. Egidio Carenini (Dc) il cui nome era nelle liste P2. Sembra
pero' che per un certo tempo Viglione abbia pensato che la sua
fonte fosse Giustino De Vuono e che Frezza abbia sostenuto poi
di aver accettato la parte per coprire l' identita' del vero
brigatista. Anche Pecorelli, su OP, scrisse di 'carabinieri' tra
virgolette:''Moro, secondo le trattative, doveva uscire vivo dal
covo al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?
I 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era
vivo e lasciarlo andare via con la macchina rossa. Poi qualcuno
avrebbe giocato al rialzo, perche' si voleva comunque l'
anticomunista Moro morto e le Br avrebbero ucciso il presidente
della Dc in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che
un'operazione del genere comporta''. Pecorelli scrisse anche che
''I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le
Brigate rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno
nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del
sequestro Moro.....Curcio e Franceschini in questa fase debbono
fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile
copertura agli occhi delle masse italiane. In cambio otterranno
trattamenti di favore. Quando la pacificazione nazionale sara'
un fatto compiuto e una grande amnistia verra' a tutto lavare e
tutto obliare''. (ANSA).
FF
14-MAR-08 16:25 NNNN
MORO/30: QUATTRO PROCESSI PER LA VERITA' GIUDIZIARIA/ ANSA
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - I grandi processi per il caso Moro
sono quattro anche se si è arrivati al Moro-quinquies. Infatti
il primo e il secondo procedimento furono unificati in un unico
processo:
- MORO UNO E MORO BIS - Il 24 gennaio 1983 i giudici della 1/a
Corte d'Assise (presidente Severino Santiapichi) emettono la
sentenza del processo per la strage di via Fani e il rapimento e
l'uccisione di Aldo Moro. Il processo unifica i procedimenti
Moro-uno e Moro-bis. La sentenza condanna all' ergastolo 32
persone: Renato Arreni, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani,
Franco Bonisoli, Anna Laura Braghetti, Giulio Cacciotti,
Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Vincenzo Guagliardo,
Maurizio Iannelli, Natalia Ligas, Alvaro Loiacono, Mario
Moretti, Rocco Micaletto, Luca Nicolotti, Mara Nanni, Cristoforo
Piancone, Alessandro Padula, Remo Pancelli, Francesco Piccioni,
Nadia Ponti, Salvatore Ricciardi, Bruno Seghetti, Pietro Vanzi,
Gian Antonio Zanetti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Carla
Maria Brioschi, Enzo Bella, Gabriella Mariani, Antonio Marini e
Caterina Piunti. Il 14 marzo 1985 la Corte d' Assise d'appello
conferma 22 condanne all' ergastolo. Ridotta la pena per Natalia
Ligas, Mara Nanni, Gian Antonio Zanetti, Valerio Morucci,
Adriana Faranda, Carla Maria Brioschi, Enzo Bella, Gabriella
Mariani, Antonio Marini e Caterina Piunti. Il 14 novembre 1985
la Cassazione conferma quasi intergralmente la sentenza, tranne
per le posizioni di 17 imputati minori per i quali si chiede la
rideterminazione della pena.
- MORO TER - Il 12 ottobre 1988: si conclude con 153 condanne
(26 ergastoli e 1.800 anni complessivi di detenzione) e 20
assoluzioni il processo denominato ''Moro ter'', riguardante le
azioni delle Br a Roma tra il 1977 e il 1982. La 2/a Corte d'
Assise (presidente Sergio Sorichilli condanna all' ergastolo
Susanna Berardi, Barbara Balzerani, Vittorio Antonini, Roberta
Cappelli, Marcello Capuano, Renato Di Sabbato, Vincenzo
Guagliardo, Maurizio Iannelli, Cecilia Massara, Paola Maturi,
Franco Messina, Luigi Novelli, Sandra Padula, Remo Pancelli,
Stefano Petrella, Nadia Ponti, Giovanni Senzani, Paolo Sivieri,
Pietro Vanzi, Enrico Villimburgo, i latitanti Rita Algranati e
Alessio Casimirri e gli imputati in liberta' per decorrenza dei
termini di detenzione Eugenio Pio Ghignoni, Carlo Giommi,
Alessandro Pera e Marina Petrella. Il 6 marzo 1992 la terza
Corte d' Assise d' appello conferma la condanna all' ergastolo
per 20 imputati del processo 'Moro-ter' Pena ridotta per
Alessandro Pera, Eugenio Ghignoni, Paola Maturi e Franco Messina
e ad altri due imputati. Il 10 maggio 1993 una sentenza della
prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidente
Arnaldo Valente) conferma le condanne emesse in appello per gli
imputati del Moro-ter. Annullata, con rinvio ad altra sezione
penale della corte d' appello di Roma, solo la sentenza nei
riguardi di Eugenio Ghignoni, condannato in appello a 15 anni.
- MORO QUATER - L'1 dicembre 1994 il processo ''Moro quater'',
che si occupa di alcuni risvolti del caso non risolti dai
processi precedenti e di alcuni episodi stralciati dal Moro-ter,
si conclude con una sentenza della prima Corte di Assise
(presidente Severino Santiapichi) che condanna all' ergastolo
Alvaro Loiacono, in carcere in Svizzera per altre vicende,
riconosciuto colpevole di concorso nel rapimento e nell'
uccisione dell' ex presidente della Dc Aldo Moro e di altri
omicidi. Il 3 giugno 1996 la sentenza è confermata dai giudici
della Corte di Assise di appello di Roma e, il 14 maggio 1997,
dalla Cassazione.
- MORO QUINQUIES - Il 16 luglio 1996 i giudici della seconda
Corte d'Assise emettono la sentenza del processo Moro-quinquies
e condannano all' ergastolo Germano Maccari per concorso nel
sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro e nell'eccidio della
scorta e Raimondo Etro a 24 anni e sei mesi. Il 19 giugno 1997,
in appello, la pena per Maccari è ridotta a 30 anni. La
Cassazione disporrà un nuovo processo e il 28 ottobre 1998 la
nuova sentenza d'appello condanna Maccari a 26 anni ed Etro a 20
anni e 6 mesi. La condanna per Etro diventa definitiva nel 1999,
mentre Maccari sarà di nuovo processato in appello e la sua pena
ridotta a 23 anni.
FF
14-MAR-08 16:29 NNNN
MORO/30: QUEL GIORNO IN VIA FANI /ANSA
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - 16 marzo 1978, ore 9,02: una Fiat 132
con a bordo il presidente della Dc Aldo Moro e il maresciallo
dei carabinieri Oreste Leonardi, guidata dall'appuntato Domenico
Ricci, percorre via Mario Fani, seguita dall'Alfetta con i tre
agenti della scorta, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco
Zizzi. Le due vetture sono partite, come quasi ogni mattina,
dall'abitazione di Moro, in via del Forte Trionfale, e, seguendo
il percorso abituale verso il centro, hanno raggiunto via Fani.
In via Fani, davanti al bar Olivetti (chiuso per il riposo
settimanale), pochi metri prima dell' incrocio con via Stresa,
una Fiat 128 con targa diplomatica frena bruscamente e viene
tamponata dalle auto dei Moro, che restano bloccate.
In tre minuti, un ''commando'' di brigatisti formato, almeno
'ufficialmente', da nove persone (più una decima con funzioni
solo di vedetta), vestiti con divise da aviatori civili, uccide
gli uomini della scorta e sequestra il presidente della Dc. Solo
Jozzino, ferito, riesce a sparare qualche colpo, inutilmente,
prima di essere finito.
I terroristi hanno sparato in tutto 91 colpi, 49 dei quali ad
opera di un unico killer, che usava un'arma mai ritrovata. Un
testimone esperto di tiro definirà quel brigatista ''un tiratore
scelto'' che sparava come ''Tex Willer''.
Il commando era formato da Valerio Morucci, Franco Bonisoli,
Prospero Gallinari e Raffaele Fiore (il cosiddetto 'gruppo di
fuoco'), Mario Moretti e Bruno Seghetti (alla guida di due
auto), Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri
(nel ruolo di 'cancelletti'), più Rita Algranati che, più
distante, doveva segnalare agitando un mazzo di fiori l'arrivo
del corteo di auto con Moro a bordo. Molti testimoni hanno però
parlato della presenza di due persone su una moto Honda. In più,
nella ricostruzione ufficiale non quadra il fatto che tutti i
terroristi avrebbero sparato da un solo lato, mentre una perizia
(e alcune testimonianze) sembrerebbero dimostrare che uno dei
killer era sul lato opposto.
Moro stava andando alla Camera, dove Andreotti avrebbe
presentato il suo nuovo Governo, il primo con l'appoggio del
Pci, nato proprio dal paziente e faticoso lavoro di Moro.
All'angolo dell'agguato c'era di solito il furgone di un
fioraio, ma quel giorno era rimasto a casa perchè aveva trovato
il suo mezzo con tutte le ruote squarciate.
Da un balcone, un testimone, carrozziere, scatta diverse
foto. La moglie, giornalista dell'Asca, consegna il rollino al
giudice Infelisi.
Alle 9,24 polizia e carabinieri dispongono posti di blocco
sulle strade in uscita dalla citta', mentre in via Fani sono
arrivati i responsabili dell' ordine pubblico ed Eleonora Moro.
Lo statista, secondo la ricostruzione in seguito fatta da
Morucci, con una ''132'' scortata da altre due vetture ha
raggiunto Monte Mario. Il presidente della Dc viene trasferito
su un furgoncino e con questo viene portato in un parcheggio
sotterraneo in via dei Colli Portuensi e qui trasbordato su un'
auto ''blu'' che lo porta nella ''prigione'' di via Montalcini.
Alle 10:10 arriva all'ANSA la prima telefonata di
rivendicazione delle Br. Nella giornata viene proclamato lo
sciopero generale e centinaia di migliaia di persone manifestano
a Roma e in tutte le piu' grandi citta', mentre si susseguono i
vertici a Palazzo Chigi, in questura, al Viminale. grandi
citta', mentre si susseguono i vertici a Palazzo Chigi, in
questura, al Viminale.
Il caos è aumentato dal fatto che i telefoni della zona,
proprio in quel momento, rimangono muti. Un malfunzionamento
dovuto, secondo la Sip, al sovraccarico delle linee. (ANSA).
FF-CZ
14-MAR-08 16:19 NNNN
MORO/30: SONO SOLO DUE I LATITANTI UFFICIALI/ ANSA
CASIMIRRI IN NICARAGUA, LOIACONO IN SVIZZERA, MA MANCA QUALCUNO?
(ANSA) - ROMA, 14 MAR - Dopo l'arresto di Rita Algranati,
avvenuto nel 2004 in Egitto, restano ancora latitanti due dei
brigatisti condannati per il caso Moro: Alessio Casimirri e
Alvaro Lojacono. Questo almeno secondo la ricostruzione
'ufficiale', perchè secondo altre ci sono altri protagonisti
della vicenda che ancora non sono usciti allo scoperto.
CASIMIRRI - Il 'nicaraguense' Alessio Casimirri e' l'unico
componente del commando Br che rapi' Moro in via Fani che non e'
mai stato arrestato ed e' sempre rimasto latitante. La sua ex
moglie, Rita Algranati, che viveva in Algeria, è stata invece
arrestata in Egitto nel gennaio 2004 ed estradata in Italia,
dopo oltre 25 anni di latitanza. Per la partecipazione al
rapimento Moro e ad altre azioni terroristiche, Casimirri e'
stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter. Nato nel
1951, figlio di un ex direttore della sala stampa vaticana,
Casimirri è entrato nelle Br (con il nome di battaglia di
''Camillo'') dopo una militanza in Potere Operaio e nel servizio
d'ordine dell'Autonomia operaia di via dei Volsci. Con la
Algranati gestiva un' armeria vicino piazza San Giovanni di Dio.
Casimirri si rifugia in Nicaragua negli anni Ottanta. Diplomato
Isef ed esperto sommozzatore, si e' dedicato per anni alla pesca
e alle ricerche subacquee e ha poi aperto, con Manlio Grillo
(uno dei responsabili del ''rogo di Primavalle''), il ristorante
italiano ''Magica Roma'' nel centro di Managua. Nel 1988 ha
ottenuto la cittadinanza del Nicaragua grazie al matrimonio con
Raquel Garcia Jarquin, dalla quale ha due figli. Nel 1998,
combinando l'attività di sub e quella di ristoratore, 'Camillo'
apre un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub),
sulla costa, non lontano da Managua, in cui serve il pesce che
cattura nelle acque del Pacifico e che, pare, cucini benissimo.
L'Italia ha più volte chiesto la consegna di Casimirri, ma tra
Italia e Nicaragua non c'è un trattato per le estradizioni e la
Costituzione nicaraguense vieta di consegnare un cittadino ad un
altro paese, soprattutto se le sentenza ha implicazioni
politiche. Nel 2004, in un'intervista al 'Nuevo Diario',
Casimirri ha negato di aver partecipato all'agguato di via Fani,
dicendo che il giorno del sequestro stava ''dando lezioni di
educazione fisica in una scuola''.
LOJACONO - Lo ''svizzero'' Alvaro Lojacono, 54 anni, ha una
condanna all'ergastolo nel processo Moro-quater per il sequestro
e l'omicidio di Aldo Moro. Lojacono era entrato nella colonna
romana delle Br dopo una militanza nei gruppi dell'estrema
sinistra romana. Nel 1975 era stato coinvolto nell'uccisione, a
Roma, dello studente greco di destra Mikis Mantakas e per questo
episodio e' stato condannato a 16 anni. Secondo la ricostruzione
giudiziaria, Lojacono faceva parte del commando delle Br che
agi' in via Fani. Dei membri di quel commando, Lojacono, con
Casimirri e la Algranati, e' stato coinvolto nelle vicende
giudiziarie del caso Moro solo in un secondo tempo. Dopo un
periodo in Algeria e, forse, in Brasile, Lojacono si rifugia nel
Canton Ticino, dove viveva la madre, Ornella Baragiola,
cittadina svizzera, e dove ottiene la cittadinanza svizzera,
prendendo il cognome della madre. La Svizzera non ha mai
concesso l' estradizione, ma lo ha arrestato nel 1988 per una
condanna a 17 anni per l'uccisione del giudice Tartaglione. Dopo
nove anni di detenzione, Loiacono ha ottenuto la semiliberta'
per seguire corsi di giornalismo e nell'ottobre 1999 e' tornato
in liberta'. Lojacono è arrestato di nuovo il 2 giugno 2000
dalla polizia francese su richiesta italiana, sulla spiaggia
dell'Ile Rousse, in Corsica. La Francia però non concede
l'estradizione e l'ex terrorista torna libero e in Svizzera.
E I DUE SULLA MOTO ? - Secondo diversi testimoni, in via Fani
erano presenti anche due persone a bordo di una moto Honda di
grossa cilindrata, piazzata a controllare l' incrocio tra via
Fani e via Stresa. La presenza di questa moto e' stata sempre
esclusa da tutti i brigatisti, ma Etro ha detto che Casimirri
gli avrebbe parlato dei ''due cretini'' della moto, mentre
Adriana Faranda ha parlato della possibilita' che militanti non
regolari, saputo dell'azione, abbiano voluto essere presenti. La
presenza della Honda in via Fani e' stata sostenuta soprattutto
dal testimone Alessandro Marini che ha detto che uno dei due a
bordo sparo' con un piccolo mitra verso di lui, colpendo il
parabrezza del suo ciclomotore. Subito dopo l'arma si inceppo' e
cadde il caricatore. Il testimone riferisce anche che uno dei
due somigliava moltissimo all'attore Eduardo De Filippo. Una
ricostruzione sostiene che i due fossero ''Peppe'' e ''Peppa'',
nomi di battaglia usati negli anni settanta da due militanti del
Comitato proletario zona nord. Pino De Gori, avvocato della Dc
in tutti i processi del caso Moro, dichiarò che i due sulla moto
erano del Mossad, venuti ad 'assistere' al rapimento su una moto
che si piazzo' alle spalle della Fiat 130 del Presidente Dc.
(ANSA).
FF
14-MAR-08 16:22 NNNN
MORO/30: HYPERION, SCUOLA DI LINGUE 'CHIACCHIERATA'/ ANSA
FONDATA NEL 1976 A PARIGI DAI PROFUGHI DEL 'SUPERCLAN'
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 20 MAR - Entrata più volte nelle inchieste sul
terrorismo e, soprattutto, protagonista di molte ipotesi
dietrologiche, l'Hyperion (che all'inizio si chiamava Agorà) era
una scuola di lingue fondata nel 1976 a Parigi da un gruppetto
di 'emigranti' italiani, provenienti dalle file dell'estremismo
extraparlamentare di sinistra. Il leader del gruppo, di cui
facevano parte anche Duccio Berio e Vanni Mulinaris, era Corrado
Simioni. L'Hyperion entra nel mirino della magistratura italiana
già nel 1979, nell'inchiesta del giudice Calogero sui presunti
collegamenti tra Autonomia operaia e il terrorismo. L'inchiesta
Calogero sarà smontata anche grazie ad una pressante campagna di
stampa contro il cosiddetto ''teorema Calogero'' o ''7 aprile''
(la data dell'inizio dell'inchiesta). Nel frattempo, gli
accertamenti condotti in modo riservato in Francia vengono
''bruciati'' dalla pubblicazione, su un giornale italiano, di un
articolo dal titolo ''Secondo i servizi segreti era a Parigi il
quartier generale delle Brigate rosse''.
Nell'aprile 1980, quando Bettino Craxi disse:''quando si
parla del 'grande vecchio' bisognerebbe riandare indietro con la
memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a far
politica con noi... e che poi, improvvisamente sono scomparsi'',
molti vedono nel personaggio descritto il ritratto di Simioni,
ex militante socialista della corrente autonomista, poi
fondatore di una struttura con il mito della segretezza,
staccatasi dal nucleo originario delle Br, chiamata ironicamente
''Superclan'' (abbreviazione di 'superclandestini') dal gruppo
di Curcio. Uno dei nomi usati dalla struttura era ''la Ditta''.
Qualcuno li chiamava anche ''le zie rosse''. Di questo Superclan
avevano fatto parte Moretti e Gallinari, due dei principali
protagonisti del caso Moro, e Corrado Alunni, uno dei leader di
Prima Linea. Nelle iniziative del Superclan, Simioni aveva
cercato di coinvolgere anche Mara Cagol, la moglie di Renato
Curcio. Uno dei fondatori delle Br, Alberto Franceschini, ha
detto ripetutamente di ritenere Simioni un agente della Cia e
raccontato che lui lo chiamava l'''Ingles'', come il falso
rivoluzionario interpretato da Marlon Brando nel film
''Queimada'' di Gillo Pontecorvo.
L'Hyperion, presieduto da Francois Tuscher, nipote dell'Abbé
Pierre e sposata con Innocente Salvoni, altro ''emigrante''
italiano, era ritenuto da molti una sorta di camera di
compensazione del terrorismo internazionale.
Un'inchiesta francese ha scagionato l'Hyperion da queste
accuse. L'inchiesta italiana del giudice Priore, con l'ipotesi
di aver costituito in Francia una banda armata operante su
territorio estero, fini' per confluire in quella veneziana del
giudice Mastelloni, che aveva inquisito Simioni, Mulinaris e
Berio per reati piu' gravi, tra cui un traffico di armi con le
Brigate rosse e l'Olp. Tra gli imputati figuravano anche Abu
Ayad, capo dei servizi di sicurezza di Al Fatah e alti ufficiali
dei servizi segreti italiani, tra cui i generali Nino Lugaresi,
Pasquale Notarnicola e Giulio Grassini. Il processo veneziano si
concluse nel 1990 con un'assoluzione generale.
La settimana scorsa, Nicolo' Bozzo, generale dei carabinieri
ed ex collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa, intervistato
per il Giornale radio RAI da Alessandro Forlani nell'ambito di
una serie di speciali nel trentennale del delitto Moro, ha detto
che ''Quando Craxi disse che il grande vecchio delle Br poteva
essere Corrado Simioni, Dalla Chiesa diede l'incarico a me e
all'allora capitano Ganzer di svolgere un'indagine, i cui
risultati ho poi comunicato alla magistratura. La mia
impressione fu che Hyperion fosse in quegli anni una stanza di
compensazione tra servizi segreti di diversi paesi e diversi
blocchi''. Anche se, secondo lui, ''Il grande vecchio non era
Simioni; Simioni era ad un livello molto piu' basso: il grande
vecchio era qualcuno, che stava da qualche parte, probabilmente
oltre oceano, da dove dava indicazioni su come gestire
situazioni di crisi''. Alla domanda su eventuali notizie di
reato trovate nei confronti di Hyperion, Bozzo risponde che a
quel livello, non si puo' trovare niente. ''Quando si entra nel
campo delle rogatorie - dice Bozzo - e dall'altra parte o non ti
informano o ti dicono che non sanno niente''. ''Moretti - ha
aggiunto Bozzo - conosceva Simioni, era il suo allievo
prediletto, e Simioni lavorava per Hyperion; dietro questa
struttura c'e' un segreto, che forse un giorno sara' svelato''.
La scuola di lingue parigina, che aveva ampie disponibilità
finanziarie, aveva tra l'altro aperto due sedi a Roma poco prima
del rapimento di Aldo Moro e le aveva poi chiuse poco dopo la
conclusione di quella vicenda.
FF
20-MAR-08 17:23 NNNN
MORO/30: IL MISTERO DELLE CINQUE BORSE /ANSA
APPARSE, SCOMPARSE, RICOMPARSE, RAPITE, BRUCIATE, CONTRATTATE ?
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 21 MAR - Uno dei misteri mai chiariti del caso
Moro è quello delle sue borse.
L'unica cosa che sembra sicura è che Moro portava sempre con
sè diverse borse e che quel giorno le borse erano cinque.
Secondo la moglie Eleonora il marito portava abitualmente con sé
5 borse. La più importante conteneva documenti riservati, in
altre c'erano ritagli di giornale e tesi di laurea, una
conteneva medicinali e oggetti personali. Due borse vengono
ritrovate immediatamente nell'auto. Una terza è visibile per
terra, in via Fani, in una delle fotografie scattate sul luogo
della strage. Forse è la borsa che ricompare misteriosamente,
trovata da un agente di polizia nel bagagliaio dell'auto di
Moro, cinque giorni dopo via Fani.
Due borse le ha prese Valerio Morucci subito dopo la strage
di via Fani. ''Io avevo il compito - ha raccontato - una volta
sparato contro la scorta della 130 di Moro, di prendere le borse
di Moro dall'auto... Mi sono portato presso il 130 di Moro
prelevando due borse del presidente della Democrazia
cristiana''. Non è chiaro con quali criteri abbia scelto due tra
le 5 borse, ma di sicuro hanno preso la più importante. Quale
fine abbiano poi fatto le due borse prelevate da Morucci è
ancora più oscuro. Anna Laura Braghetti, l'intestataria del
covo-prigine di via Montalcini, dice che furono portate lì ma
''Nella prima trovammo alcune tesi di laurea, due paia di
occhiali di ricambio, francobolli, articoli di cancelleria,
poche medicine. Nella seconda pratiche ministeriali, il testo
del progetto di riforma della polizia, lettere di
raccomandazione e di ringraziamento e, particolare che mi colpì
moltissimo, la sceneggiatura di un film''.
Una versione vuole che Prospero Gallinari abbia bruciato
tutto il contenuto delle borse di Moro durante una riunione
nella base di Moiano, in Umbria. In uno dei processi però
Adriana Faranda ha dichiarato di non ricordare che in
quell'occasione Gallinari avesse bruciato carte. In effetti
sembra poco credibile che i terroristi abbiano addirittura
''programmato'' di portar via le borse (o la borsa importante)
dall'auto, ritardando così, anche se di poco, la ritirata da via
Fani, per poi bruciarne il contenuto.
Patrizio Peci, il primo grande pentito delle Br, ha
dichiarato che a un certo punto si ritrova tra le mani documenti
provenienti da una delle due borse rubate in via Fani:''A noi
della colonna di Torino furono dati da conservare alcuni
documenti di Moro, perché avevamo una base sicura a Biella''.
Secondo Corrado Guerzoni, nella borsa più importante Moro
custodiva fra l'altro documenti concernenti lo scandalo
Lockheed. Secondo Giovanni Galloni, nella borsa scomparsa poteva
esserci una documentazione sull'infiltrazione nelle Br dei
Servizi di intelligence americani e israeliani.
Lo stesso Moro, nei suoi scritti dal carcere, si interessa
delle borse. In una lettera alla moglie Noretta scrive
''bisognerebbe cercare di raccogliere 5 borse che erano in
macchina. Niente di politico, ma tutte le attività correnti,
rimaste a giacere nel corso della crisi''. In un'altra lettera
indirizzata a Rana, Moro è più diretto:''Sono state recuperate
delle borse in macchina? O sono sequestrate come corpo di reato?
Si può sbloccare?''.
Nel 1986, in un'interrogazione, il sen. Sergio Flamigni, ex
membro della commissione Moro, chiedeva ''una nuova e piu'
accurata perquisizione nel covo delle Br di via Monte Nevoso''
citando fra l' altro una dichiarazione del gen. Dalla Chiesa,
fatta il 23 febbraio 1982, nella quale si chiedeva ''dove sono
le borse, dove e' la prima copia (perche' noi abbiamo trovato la
battitura soltanto). L'unica copia che e' stata trovata dei
documenti Moro non e' in prima battuta''. E' da notare anche che
il sen.Flamigni, allora e ancora oggi etichettato spesso come
''dietrologo'', chiedeva di fare quello che sarebbe avvenuto per
caso qualche anno dopo, con la scoperta di altri documenti
importanti del caso Moro, durante lavori nell'ex covo milanese
di via Monte Nevoso.
Intanto, l'8 maggio 1978, il giorno prima dell'uccisione di
Moro, un quotidiano aveva scritto in prima pagina che a via
Gradoli erano stati trovati due elenchi: uno di personalita'
militari, esponenti politici, giornalisti, dirigenti di enti
pubblici e di aziende private, l'altro di iscritti alla Dc.
Potevano forse far parte delle carte di Moro scomparse ?
Il contenuto di quella borsa potrebbe rientrare quindi
nell'ipotesi del ''doppio ostaggio'', più volte avanzata dall'ex
presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino.
FF
21-MAR-08 15:18 NNNN
MORO/30: 'LE BORSE DEL PRESIDENTE', DEL BR FRANCESCHINI/ANSA
IN UN ROMANZO, UNO DEI FONDATORI BR ACCENNA AL RUOLO FRANCESE
(ANSA) - ROMA, 21 MAR - All'intervento, nel rapimento Moro,
di strani personaggi provenienti dalla Francia, accenna l'ex Br
Alberto Franceschini, uno dei fondatori dell'organizzazione
terroristica in una ricostruzione romanzata del caso Moro. Il
romanzo e' ''La borsa del presidente'' - ritorno agli anni di
piombo'' di Alberto Franceschini e Anna Samueli, edito da
Ediesse nel 1997. Da una frase (e' passato un anno dall' arresto
di Maccari) si capisce che e' stato scritto o ambientato nel
1994.
Il protagonista e' Amos Riani, un ex terrorista che lavora in
una societa' di informatica. Un giorno viene convocato dal
giovane giudice Giorgio Finzi che gli mostra alcuni reperti
trovati in una borsa del Presidente (Moro) lasciata in un taxi.
La borsa contiene una fotografia Polaroid di un balcone, una
cartolina raffigurante una statua romana, l'''Ares Sinibaldi'',
un invito del teatro ''Agora''' per la rappresentazione ''O
Coelicolae'' dell' 1 giugno 1978. Finzi chiede la collaborazione
di Riani.
Riani va a trovare l' ex sen.Enrico Maraini, appassionato al
caso Moro, che gli da' alcuni suggerimenti, ma che poi sara'
trovato strangolato. Riani comincia allora a seguire le tracce
della statua e, soprattutto, del teatro. Uno dei fondatori del
teatro, vecchia conoscenza di Amos, gli dice che nel gennaio
1978 fu contattato dalla Nouvelle Confrerie de la Passion, una
compagnia teatrale francese che lavorava alla riproposta dei
''misteri'' liturgici medievali. La Ncp affitto' il teatro per
cinque mesi per le prove di uno spettacolo che doveva cominciare
all' inizio di giugno, ma che non ando' mai in porto. Anche il
regista era una vecchia conoscenza di Riani.
Dopo una lunga indagine arriva a Venezia dove trova un'altra
sua vecchia conoscenza, uno dei componenti del nucleo originario
del terrorismo italiano, poi trasferitosi a Parigi. Questi gli
confessa che e' stato il suo gruppo, attraverso un infiltrato, a
guidare la formazione terrorista di Amos, che altrimenti sarebbe
rimasta un gruppetto di estremisti che bruciavano le macchine, e
che la sicurezza del suo gruppo e' garantita dal possesso di
materiale scottante.
In seguito Amos riceve un pacco che gli e' stato mandato da
Maraini prima di essere ucciso e che contiene quello che Maraini
chiamava ''il bestiario'' (le sue schede sui personaggi
coinvolti nel caso). Seguendo le indicazioni di una scheda,
Riani va a trovare un vecchio ufficiale che vive a Fregene. Al
generale, Riani racconta la sua ipotesi: tutti quelli che
avevano interesse a che le cose non cambiassero, sia gli uomini
del potere che i ''rivoluzionari del tanto peggio tanto meglio''
erano d'accordo che il Presidente andava eliminato, ma ucciderlo
ne avrebbe fatto un eroe, mentre un rapimento avrebbe distrutto
la sua credibilita', cosi' l'agguato viene protetto e l'ostaggio
va ai terroristi e la borsa con i documenti importanti ai
servizi. Poi la prigione viene individuata, si avviano
trattative segrete. A questo punto il generale interrompe Riani
e da' la sua versione. Con una metafora gli spiega che hanno
controllato fin dall' inizio il fenomeno del terrorismo
eliminando le persone piu' pericolose. Gli conferma poi che il
progetto politico del Presidente metteva in pericoli gli
equilibri interni ed internazionali, che avevano tentato di
fermarlo con uno scandalo, ma ''lui riusci' ad entrare in
possesso di documenti che non abbandonava mai e che avrebbero
compromesso l' intero sistema politico''. Il generale ebbe
quindi l' incarico di favorire il sequestro e di recuperare i
documenti, poi la scoperta della prigione e le trattative
ingarbugliano tutto. Qualcuno pensa che la liberazione sia gia'
cosa fatta, ma ''c'era anche qualcuno che gia' sapeva cosa
avremmo trovato nella Renault rossa''.
Sono evidenti, nel romanzo, gli accenni di Franceschini (che,
arrestato nel 1974, era gia' in carcere da tempo all'epoca del
caso Moro) ad un pesante ruolo di condizionamento, da parte di
elementi dell'Hyperion, nella gestione del sequestro del
presidente Dc, attraverso un loro elemento nei vertici delle
Brigate rosse.
FF
21-MAR-08 15:18 NNNN
MORO/30: I 'MESSAGGI' DI PECORELLI E IL CASO MORO/ ANSA
IL GIORNALISTA UCCISO UN ANNO ESATTO DOPO IL RAPIMENTO MORO
(ANSA) - ROMA, 7 APR - Aldo Moro viene rapito il 16 marzo
1978. Quasi un atto esatto dopo, il 20 marzo 1979, una persona
rimasta ufficialmente sconosciuta uccide il giornalista Mino
Pecorelli, iscritto alla loggia P2 (dalla quale sembra però che
fosse uscito). Un uomo, Mino Pecorelli, che aveva sempre
dimostrato di ''sapere'' qualcosa di più sul rapimento e
l'uccisione del presidente Dc. Nel numero del suo settimanale
''Op'' pubblicato pochi giorni prima della propria uccisione (e
curiosamente uscito proprio con la data della morte, 20 marzo
1979) Pecorelli, in un articolo intitolato ''Aldo Moro un anno
dopo'', sembrava lanciare messaggi leggibili da poche persone.
Nel capitolo intitolato ''Chi è stato interrogato nel
'palazzo''' scriveva:''Il dopo Moro è costellato di morti e di
attentati che soltanto per caso o per l'imperizia degli
operatori non hanno provocato altri morti (in via Fani agirono
specialisti, altrove la manovalanza del terrorismo) e la catena
ha rivelato in ogni suo anello l'esistenza di connivenze
all'interno della struttura dello Stato, nel cuore dello
Stato''. Parole e allusioni che forse gli costano la vita. Forse
per toglierlo di mezzo entrano di nuovo in azione gli
''specialisti''. Ma sono molti gli articoli in cui, con il suo
linguaggio sempre sul filo dell'allusione e del messaggio
cifrato, parlava di ''segreti'' legati al caso Moro. Eccone
alcuni:
''Dice: ma il ministro non ne sapeva niente, la Digos non ha
scoperto nulla. I servizi poi... Si ribatte: il ministro di
polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto
prigioniero; dalle parti del ghetto... (ebraico). Dice: il corpo
era ancora caldo... perché un generale dei Carabinieri era
andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza.
Dice: perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non
poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e
qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di
Cristo in Paradiso?''.
''Aldo Moro che pensava di essere liberato dalle Brigate
Rosse, e che temeva di rimanere ferito in un conflitto a fuoco
tra i 'carabinieri' e i suoi carcerieri, come ha pubblicato
Panorama in un articolo non firmato, notizia che avrebbe attinto
dai documenti sequestrati nel covo del brigatista (?) Alunni,
notizia che viceversa nel memoriale diffuso dal Ministero degli
Interni non risulta. Ma torneremo a parlare di questo argomento,
del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro visto
in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che
ha ospitato le macchine servite all'operazione, del prete
contattato dalle Brigate Rosse, della intempestiva lettera di
Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative
intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo''.
''Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe
stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato
ucciso era insieme ad altri notabili Dc a piazza del Gesù in
attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro
invece è stato ucciso. In macchina.A questo punto vogliamo fare
anche noi un po' di fantapolitica. Le trattative con le Brigate
Rosse ci sarebbero state. Come per i fedayn. Qualcuno però non
ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva
uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato?
Presso un santuario?), i 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto
riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina
rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra
inaccettabile perché si voleva comunque l'anticomunista Moro
morto, e le Br avrebbero ucciso il Presidente della Democrazia
Cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che
una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo,
perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che
il legionario si chiama 'De' e il macellaio Maurizio''.
''Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo
anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli
schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché
si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c'era nel destino di
Moro perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel
muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi''.
''l'agguato di via Fani porta il segno di un lucido
superpotere. La cattura di Moro, rappresenta una delle più
grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un
Paese industriale, integrato nel sistema occidentale.
L'obiettivo primario è senz'altro quello di allontanare il
Partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si
accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo
del Paese. þ un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è
comune interesse delle due superpotenze mondiali''.
''I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con
le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno
nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del
sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri
politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano,
rappresenta un espediente per tener calmi i brigatisti di Torino
e per scongiurare le loro tempestive confessioni, dichiarazioni
sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste''.
''Accanto alle schede segnaletiche di alcuni ''nemici del
popolo' da sparare al più presto, c'erano: la ricostruzione del
sequestro di Moro, secondo il punto di vista della Direzione
Strategica dei brigatisti; considerazioni autocritiche
sull'operazione militare di via Fani e sulla gestione degli
sviluppi; il memoriale scritto da Moro durante i 54 giorni di
prigionia; gli schemi di lettere che Moro non fece in tempo a
scrivere; i testi di 6 lettere complete, anch'esse non inviate
al destinatario; alcuni nastri magnetici con la viva voce del
presidente Moro''.
FF
07-APR-08 14:32 NNNN
MORO/30: TONI CHICHIARELLI, UNO STRANO FALSARIO/ ANSA
L'UOMO DEI MESSAGGI MISTERIOSI, AUTORE DEL FALSO COMUNICATO
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 17 APR - La versione ufficiale sul caso Moro,
ormai dominante, vuole che tutto sia ormai chiaro e che i
presunti 'misteri' non siano altro che fantasie di 'dietrologi'.
Uno dei personaggi chiave di questa 'fantasie' si chiama Antonio
Chichiarelli, detto 'Toni'.
IL PERSONAGGIO - Chichiarelli è stato ucciso sotto casa il 27
settembre 1984 da qualcuno che non è mai stato trovato. Nel 1990
l'inchiesta sull'omicidio è stata archiviata senza colpevoli.
Toni era un falsario (molto abile, anche nei falsi d'arte) e
rapinatore romano legato alla banda della Magliana. Secondo i
racconti di alcuni personaggi a lui vicini, sarebbe stato lui
l'autore del falso comunicato numero 7. Chichiarelli sarebbe
anche l'autore di un altro stranissimo comunicato, scritto in
codice, fatto trovare pochi giorni dopo l'uccisione di Moro e
firmato Brigate rosse-cellula Roma sud.
IL BORSELLO SMARRITO - Il 14 aprile 1979, poche settimane dopo
l'uccisione di Pecorelli, è sempre Chichiarelli che fa trovare
un borsello contenente oggetti legati alla vicenda Moro. Il
borsello, apparentemente smarrito su un taxi, viene consegnato
al colonnello Antonio Cornacchia, comandante del reparto
operativo dei carabinieri di Roma (e iscritto alla P2), grazie a
due giovani americani. Al suo interno ci sono una pistola
Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; nove
pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante
Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un
pacchetto di fazzoletti di carta marca Paloma; una cartina
autostradale della zona comprendente il lago della Duchessa; una
bustina con tre pillole bianche; alcuni fogli dell'elenco
telefonico ai Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; un
falso volantino brigatista; un pezzo del biglietto del traghetto
Messina-Villa San Giovanni; quattro fotocopie di schede
dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello della
polizia, una delle quali riguardante l'omicidio di Pecorelli
(con annotazioni riguardo materiale recuperato e alcune cifre
relative a parti mancanti). Le schede risultano scritte con la
stessa testina Ibm usata per il falso comunicato numero 7.
Alcune allusioni non sono di facile comprensione, ma altre sono
chiare: i proiettili, sparati da due armi diverse, con i
quali Moro è stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati
scritti i comunicati; i nove comunicati emessi delle Br; le due
fotografie di Moro scattate dai brigatisti; il comunicato del
lago della Duchessa; i medicinali di Moro; i fazzoletti di carta
con cui sono state tamponate le ferite dopo l'esecuzione. La
scheda su Pecorelli allude alla connessione dell'uccisione del
giornalista con il caso Moro e a documenti scomparsi.
LA MAXI-RAPINA - Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1984,
Chichiarelli compie una rapina da 35 miliardi di lire alla
Brink's Securmark, considerata dagli inquirenti come una sorta
di ricompensa per il presunto ruolo di intermediazione svolto
dalla banda nella vicenda Moro. Prima di andarsene, i banditi
scattano alcune foto Polaroid a un vigilante con al collo un
cartone su cui hanno disegnato la stella 5 punte. Sul posto
lasciano una granata Energa (del tipo usato durante l'agguato
mortale al colonnello Varisco), sette chiavi, sette piccole
catene e sette proiettili calibro 7,62 Nato. Due giorni dopo,
una telefonata al quotidiano Il Messaggero annuncia che in un
cestino in Piazza Gioacchino Belli (lo stesso posto del falso
comunicato numero 7) c'è una rivendicazione. Ci sono anche
ricevute della Brink's, tre proiettili calibro 7,62 Nato, due
pezzi di foto Polaroid a colori con uno striscione delle BR con
la stella a 5 punte, gli originali delle schede (tra cui quella
su Pecorelli) lasciate in fotocopia nel borsello.
Nel comunicato di rivendicazione è scritto tra l'altro che ''i
vari arresti indiscriminati, la 'scoperta' di covi (Via
Ferentano) non sono altro che sottili messinscene per creare
allarmismi''. þ strano il riferimento alla scoperta del covo, la
cui notizia era stata data dalle agenzie la sera del 23 marzo.
In Via Ferentano c'erano, oltre ad armi, esplosivi e tutto il
resto del corredo brigatista, ben 1.479 schede su esponenti del
mondo politico, imprenditoriale, militare.
LE RIVELAZIONI - Nel giugno 1988 un settimanale pubblica le
dichiarazioni di un amico di Chichiarelli che dichiara di aver
visto nelle mani di Chichiarelli una Polaroid con la quale il
falsario gli disse di aver fotografato Aldo Moro durante la sua
prigionia, aggiungendo di aver conservato un paio di fotografie.
''Toni mi ha detto - dice ancora il personaggio nell'intervista
- che è stato militante delle Br e che in quella organizzazione
ha svolto un ruolo importante''. (ANSA).
FF
17-APR-08 15:41 NNNN
MORO/30: VIA GRADOLI, SCOPERTA DI UN COVO ANNUNCIATO/ ANSA
LA BASE DELLE BR ROMANE SEGNALATA ANCHE DALLO SPIRITO DI LA PIRA
(di Stefano Fratini)
(ANSA) - ROMA, 17 APR - La scoperta del covo di via Gradoli è
il primo successo degli investigatori dall'inizio del caso Moro,
o meglio, lo sarebbe se quella giornata del 18 aprile non
celasse ancora molti, troppi, misteri irrisolti:
VIA GRADOLI - E' una stradina stretta sulla Cassia. Il covo
era stato preso in affitto alla fine del 1975 da Mario Moretti,
che si qualifica come ing. Mario Borghi. I primi inquilini Br di
via Gradoli sono Lauro Azzolini e Carla Brioschi, poi Valerio
Morucci e Adriana Faranda, Infine Mario Moretti e Barbara
Balzerani. Lo strano è che decine di appartamenti di quel
palazzo erano intestati a società vicine al Sisde. Inoltre, più
o meno di fronte, abitava un sottufficiale del Sismi, coetaneo e
compaesano di Moretti.
LA PERDITA D'ACQUA - La scoperta dell'appartamentino dove
abitavano Mario Moretti (la 'primula rossa' delle Br) e Barbara
Balzerani avviene per caso, per una perdita d'acqua. L'inquilina
dell'appartamento del piano di sotto chiama l'amministratore che
fa intervenire l'idraulico e, visto che questi non riesce ad
entrare nell'appartamento dov'era la perdita, i pompieri. I
vigili del fuoco si accorgono immediatamente che si tratta di
una base di terroristi e chiamano la polizia. Si accorgono anche
che la perdita d'acqua non è casuale ma provocata dalla doccia
lasciata aperta e direzionata, perché appoggiata su una scopa
all'interno della vasca, verso il muro.
IL MANUALE DEL PERFETTO BRIGATISTA - Il 'covo' è pieno di
tutte le cose che ci si aspetta di trovare in un covo di
terroristi: armi, documenti falsi e materiale per falsificarli,
divise varie, documenti, ricetrasmittenti e molto altro. Tutto
lasciato nel più completo disordine, contro ogni regola di
comportamento di qualsiasi 'manuale del bravo terrorista', che
consiglia un ordine perfetto per resistere a perquisizioni
superficiali.
IL MANUALE DEL PERFETTO INVESTIGATORE - Anche gli
investigatori violano pesantemente la regola che consiglia, una
volta scoperto un covo, di appostarsi e attendere in silenzio il
ritorno degli abitanti. Invece arrivano auto, moto, sirene e la
scoperta viene strombazzata ai media (la Balzerani dirà di aver
saputo dal Tg la notizia che il suo rifugio era stato scoperto).
LA PRIMA PERQUISIZIONE - Due giorni dopo la strage di via Fani
la polizia era arrivata a perquisire il palazzo ma, trovata la
porta chiusa, se ne era andata, nonostante una ragazza egiziana
che abitava lì, amica del commissario Elio Coppa (iscritto alla<