Caso MORO: 
novita' 2000 


9 gennaio - In un'intervista al "Corriere della sera", il senatore a vita Francesco Cossiga ripercorre tra l'altro le tappe che hanno portato alla caduta del governo Prodi e osserva di aver convinto D'Alema ad andare a Palazzo Chigi. "Fu la mia scelta" e confida che in quella decisione ha contato anche una ragione "personalissima". "La confidai - dice Cossiga - solo a D'Alema e a Violante: io che non avevo saputo difendere la liberta' di Moro e non avevo saputo salvargli la vita, realizzavo il suo disegno politico".

17 gennaio - Il vicesegretario dell' Associazione nazionale funzionari di polizia, Giuseppe Bisogno replica al sen. Francesco Cossiga che il giorno precedente ha fatto un parallelo tra l'Ovra fascista e la Dia e afferma che:"non sono piu' tollerabili la gratuite contumelie del senatore Francesco Cossiga". "Prima di offendere coloro che, alla Dia come in altri uffici, lavorano con onesta' e imparzialita' - aggiunge Bisogno - il senatore Cossiga dovrebbe compiere un esame di coscienza, senza dimenticare quell' oscuro periodo della storia del nostro Paese, nel quale ha trovato la morte lo statista Aldo Moro".

20 gennaio - E' stata fissata per il 24 marzo, all' Aquila, l' udienza per la rideterminazione della pena per Germano Maccari, condannato a 26 anni per concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. La decisione di effettuare un nuovo ricalcolo (il secondo) della pena era stata presa nello scorso novembre dalla V sezione penale della Cassazione. La Cassazione aveva accolto il ricorso presentato da Maccari adducendo come motivo il fatto che l' eccesivo ammontare della pena fu dovuto ai vari inasprimenti delle leggi antiterrorismo succedutesi nel tempo. E' la seconda volta che Maccari - agli arresti domiciliari - ottiene dalla Suprema Corte un ricalcolo con conseguente dilazione dall' entrata in carcere, subordinata alla esecutivita' della condanna. Infatti gia' nel maggio 1998 i supremi giudici avevano ravvisato un difetto - in eccesso - nella pena a 30 anni di carcere a Maccari pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Roma. Cosi' gli anni di carcere furono ricalcolati in 26. Secondo la Cassazione per Maccari potrebbe esserci ancora qualche sconto e il riesame della sua pena sara' condotto dai magistrati abruzzesi in quanto, trattandosi del secondo rinvio, la competenza da Roma e' passata all' Aquila.

20 gennaio - Franco Piperno, docente di fisica all' Universita' della Calabria, racconta che Bettino Craxi "era convinto che le Brigate Rosse fossero comandate dall' estero, dall' Est, da Praga. Una specie di ossessione". Piperno ebbe una decina di incontri con Claudio Signorile durante il rapimento Moro ma incontro' direttamente Craxi una sola volta, nell' estate del 1978. "Non ricordo - dice Piperno - se fosse luglio o agosto. Tramite il sen.Landolfi Craxi aveva chiesto di vedermi. E l' incontro ci fu nel suo ufficio nella direzione socialista, una specie di bunker, blindatissimo, con porte che si aprivano e chiudevano e rischiavi di restarci in mezzo. Avra' avuto le sue buone ragioni. Craxi voleva vedermi per sapere cosa pensassi delle Br e sui loro rapporti con l' Est. Sembrava convinto di quanto presumibilmente gli aveva detto il generale Dalla Chiesa e non si dava ragione di quanto cercavo di dirgli. Magari era convinto in buona fede, come tanti italiani a quei tempi. Pochi nel '78 si ponevano, infatti, il problema delle ragioni intrinseche, tutte italiane, di quella tragedia. Io cercavo di esporgli le mie tesi sull' origine dei brigatisti e di quel movimento ma lui rispondeva che io conoscevo i colonnelli ma che i generali, invece, stavano altrove, all' Est, a Praga. Per Craxi, insomma, il cuore vero delle Brigate Rosse non stava in Italia ed era convinto che l' ambiente da cui le Br provenivano fosse quello dei fuoriusciti dal Pci verso i paesi orientali. Da questo punto di vista devo dire che non ci fu una vera e propria conversazione ma due modi diversi di vedere il fenomeno". Quell' incontro, durato circa un' ora, nell' estate del 1978 fu il primo e l' ultimo tra Craxi e Piperno. "Ebbi l' impressione - aggiunge - di un uomo talmente preso dalla lotta politica da essere accecato nei giudizi. Ne riportai un' impressione negativa, che poi, devo dire, nel corso degli anni ho avuto modo di ridimensionare. Del resto, anche alcuni dirigenti del Pci pensavano che le Br fossero eterodirette, ovviamente non da Praga ma dalla Cia". 

21 gennaio - In un'intervista alla Stampa, Franco Piperno aggiunge che nei 55 giorni del sequestro Moro, non incontrò soltanto il vicesegretario del Psi Claudio Signorile, che si muoveva su mandato di Bettino Craxi. "Io ho visto anche qualche esponente del Pci - rivela ora l'ex leader di Potere operaio e dell'Autonomia -, ma non è il caso di parlarne. Se vorranno lo faranno loro" e precisa che "i dirigenti che ho incontrato io, con i quali i rapporti risalivano ad antiche frequentazioni, evidentemente non erano tra i più chiusi. Si discuteva di una possibile via d'uscita...". Piperno ricorda anche l'incontro con Craxi. "Mi fece sapere - racconta Piperno - che voleva incontrarmi attraverso un amico comune, il senatore Landolfi. Era estate, poche settimane dopo l'omicidio, e io andai a trovarlo nel suo ufficio di via del Corso, una specie di bunker al quale si accedeva attraverso molte porte blindate". Craxi voleva discutere del fenomeno brigatista, ma a detta di Piperno aveva già delle idee ben precise: "Parlammo circa un'ora. Lui era convinto dell'eterodirezione da parte di qualcuno che stava nei Paesi dell'Est, era fissato con Praga. All'epoca pensavo fosse una strategia per rovesciare ogni responsabilità sul Pci e sul blocco sovietico, poi mi resi conto che era in buona fede, e che a convincerlo di questa idea per me abbastanza assurda era stato il generale Dalla Chiesa. Anche l'esito negativo della nostra trattativa l'aveva rafforzato nella sua convinzione. "Lei conoscerà qualche colonnello brigatista, ma sopra ci sono i generali", mi disse". La strada individuata da Piperno e Signorile in alcuni incontri avvenuti a Roma, "a casa di una persona che preferisco non nominare per non coinvolgerla in questa vicenda infinita", fu quella di un discorso di Fanfani "che doveva mostrare l'apertura non dello Stato ma della Dc a qualche iniziativa che non offendesse la legalità; poi le Br avrebbero intavolato eventuali trattative con mezzi propri". Ma le cose andarono diversamente: "Anziché Fanfani - ricorda Piperno - parlò un suo uomo, Bartolomei, ma fece un discorso talmente ellittico che io stesso, sentendolo la sera al telegiornale, faticai a capire il messaggio. Figuriamoci le Br...". Due giorni dopo Moro venne assassinato, e il nuovo appuntamento già fissato tra Piperno e Signorile saltò. Da allora ci fu silenzio, fino all'incontro con Craxi: "Provai a spiegargli che l'errore fu nel discorso di Bartolomei, ma lui rimase fermo sulle sue idee. Sui motivi che lo spinsero a tentare la trattativa ho sempre pensato che ci fosse anche il calcolo politico di affermare un proprio ruolo autonomo dalla Dc e dal Pci, oltre all'intenzione di caratterizzare quel periodo drammatico con una risposta che non fosse quella sorda, anonima e burocratica di Berlinguer e Zaccagnini. E credo che si sentisse erede di un'antica tradizione socialista umanitaria. L'insolito asse creatosi tra Craxi e Fanfani dava una certa credibilità alla nostra iniziativa agli occhi delle Br, così come la disponibilità dell'allora presidente della Repubblica, Leone; che ci fosse me lo disse Signorile". Le Br, dunque, sapevano bene chi erano i "mandanti" di Franco Piperno, e a spiegare al leader autonomo perché non se ne fece nulla fu il regista dell'"operazione Moro" in persona, Mario Moretti, in un incontro segreto "più o meno nello stesso periodo in cui vidi Craxi. Moretti - racconta Piperno - mi disse che il messaggio di Ba rtolomei era inesistente, che la Dc non aveva fatto alcun gesto e che per loro la situazione si stava facendo pesante anche dal punto di vista logistico. La mia convinzione è che il gruppo dirigente delle Br temesse una conclusione simile a quella del sequestro Sossi, una sorta di commedia all'italiana, e così hanno scelto la tragedia. Io non so se davvero Aldo Moro si sarebbe salvato, ma che quell'epilogo si potesse almeno rinviare sì, ne sono ancora convinto". 

21 gennaio - A Tunisi, per i funerali di Bettino Craxi, Francesco Cossiga dichiara:"Sono qui anche come collega di lotta politica, pur avendo fatto parte di due partiti diversi, perche' come ministro dell' Interno fui appoggiato da lui anche contro il terrorismo, deve essere quindi ridimensionato lo scontro sul caso Moro. Mai penso' Bettino Craxi di chiedere l' abdicazione dello Stato". 

21 gennaio - In un' audizione in commissione stragi, Germano Maccari lancia un appello per chiudere una epoca. "Lo Stato - dice Maccari - si liberi del potere di incarcerare in nome della verita' storica". Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione, gli replica ricordando di aver sottoscritto in passato iniziative per l'indulto ma di aver da tempo mutato opinione:"L'indulto ci puo' essere solo se lo Stato e' forte e se c'e' l'intenzione di fare i conti fino in fondo con se' stesso". Maccari ha confermato che le domande rivolte a Moro erano scritte e cio' - secondo Pellegrino - deve spingere a chiariere quali menti, quali intellettuali le abbiano preparate dato che riflettono concezioni al di fuori della mentalita' brigatista". Un accenno di Maccari anche alla missione, successiva al suo arresto, del Sisde in Nicaragua per incontrare Alessio Casimirri che indico' come il 'quarto uomo' di via Montalcini non Maccari ma Giovanni Morbioli."Fu un aiuto insperato e inaspettato". Pellegrino sostiene anche che l'audizione dell'ex leader di Autonomia operaia Franco Piperno sul caso Moro "e' diventata urgente. L'audizione di Maccari ha offerto alla riflessione della Commissione stragi alcuni utili contributi che vengono in qualche modo ad incastrarsi con le novita' assai piu' importanti che il professor Piperno ha ritenuto di rivelare in un'intervista a 'La Stampa'. In questa intervista - prosegue Pellegrino - Piperno getta una luce nuova sugli ultimi drammatici giorni del sequestro Moro quando, se non sbaglio per la prima volta, riconosce di aver incontrato Moretti e di aver discusso con lui della inidoneita' del discorso di Bartolomei ad aprire uno spiraglio che potesse condurre alla liberazione di Moro. Nell'audizione di oggi di Maccari - dice ancora Pellegrino - quando non avevo ancora letto l'intervista di Piperno avevo comunque rilevato l'inutilita' sostanziale di indagini chiuse all'interno del mondo brigatista e l'avviso che nuova luce si sarebbe potuta ottenere solo indagando sul ruolo che nella vicenda ebbero intellettuali contigui alle Br come Piperno nel loro rapporto, da un lato, con i carcerieri di Moro, dall'altro, con il mondo politico italiano. E non e' escluso, piu' o meno coscientemente, anche con apparati della istituzioni italiane ed estere. Penso che Piperno debba dare importanti chiarimenti in proposito". 

26 gennaio - Il nuovo settimanale "7giorni7", nel suo primo numero pubblica due documenti che "provano i legami internazionali delle Brigate rosse e sono stati secretati per 20 anni". Il primo documento e' un fonogramma inviato dai servizi segreti egiziani al ministero degli Affari esteri italiano il 4 maggio 1978, nei giorni del sequestro Moro, in cui si affermava che Carlos addestrava terroristi italiani e tedeschi in una base in Libia. Il secondo documento e' un fonogramma del 25 maggio 1978 inviato sempre alla Farnesina dai servizi segreti inglesi in cui si diceva che la Germania orientale era stata incaricata dai servizi russi di sovrintendere ad operazioni destabilizzanti in Italia e in Europa, servendosi in particolare della base di Karlovy Vary in Cecoslovacchia. I due documenti - sostiene il settimanale - sono stati inviati alla commissione Stragi il 21 dicembre scorso. Nuove conferme - secondo il settimanale - anche per i "collegamenti tra Giuliana Conforto e ambienti terroristici venezuelani nei quali ebbe modo di conoscere Douglas Bravo, gran maestro del terrorista Carlos". 

27 gennaio - Il capitano dei servizi segreti Antonio La Bruna, 72 anni, muore nell' ospedale di Bracciano. Ufficiale dei carabinieri, fu coinvolto tra l' altro nel caso Pecorelli, nella vicenda della Loggia P2 e nel processo per la strage di Piazza Fontana. Era stato ricoverato il 26 nel reparto di cardiologia, ma e' stato colto da un infarto nella notte. Con l'aiuto di alcuni giornalisti, La Bruna stava scrivendo un libro di memorie dal titolo provvisorio "Agli ordini dello Stato. Lo 007 piu' discusso racconta la sua verita"'. Il volume avrebbe svelato i retroscena delle attivita' anticomuniste alla fine degli anni Sessanta, le missioni svolte all'estero, le azioni svolte in aiuto di Gheddafi, i retroscena politici di piazza Fontana e del golpe Borghese, l'azione svolta in Italia dai servizi stranieri, a partire da quello americano e dal Mossad israeliano. 

1 febbraio - La versione ufficiale della vicenda del covo Br di via Montenevoso non convince la commissione stragi che ha fatto stilare due elaborati che - a quanto si apprende - avrebbero posto in luce la "non veridicita"' dei rapporti inviati dall'Arma dei carabinieri alla autorita' giudiziaria milanese e fiorentina per spiegare come si arrivo' al covo Br dove vennero trovate le carte di Aldo Moro, nell'ottobre del 1978. Su questa vicenda oggi l'ufficio di presidenza ha quindi deciso di ascoltare il Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e il ministro della Difesa, Sergio Mattarella. La commissione inviera' quanto prima i due elaborati, uno riguradante la vicenda del covo Br, e l'altro riguardante Elfino Mortati, che fece alcune dichiarazioni, poi ritrattate, sulle basi nel ghetto e su altri aspetti finora "sconosciuti" della vicenda Moro, a Mattarella e all'Arma. Tra le carte della questura di Firenze e' stato ritrovato da Silvio Bonfigli, consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e il terrorismo, un dispaccio che potrebbe far rivedere la versione ufficiale delle modalita' con cui si arrivo' alla scoperta della base Br di Via Montenevoso, nell'ottobre del '78, all'interno della quale furono trovati il memoriale e le lettere di Aldo Moro. Il documento ritrovato, assieme ad altri, forma oggetto di una relazione. Il dispaccio e' datato 4 ottobre 1978 e afferma:"Ad ore 9,50 primo ottobre ultimo scorso militari arma Carabinieri a seguito notizie confidenziali localizzavano base operativa Brigate Rosse ubicata in questa Via Pallanza numero 6 (...) proseguo stessa operazione arma Cc localizzava altre due basi operative Brigate Rosse queste vie Montenevoso numero 8 ed Olivari numero 9 (...)". La versione ufficiale, sia pure con alcune differenze, fa partire da Firenze la segnalazione che avrebbe poi portato ad individuare il covo milanese. Ora una attenta analisi, condotta su documenti giudiziari e non, sottolinea che i Carabinieri gia' il 3 agosto 1978 arrivarono in via Montenevoso "addirittura effettuando un controllo di alcuni stabili siti in quella via". A Firenze, grazie ad un borsello perduto, si riusci' ad "agganciare" Lauro Azzolini e, tramite lui, si arrivo' alla base di Milano. Ora il rapporto sottolinea che non vi e' alcuna formale trasmissione dai Carabinieri di Firenze a quelli di Milano del mazzo di chiavi rinvenute nel borsello e riferiti allo stabile di via Montenevoso, ma soprattutto gli atti sembrano dimostrare che l'individuazione del covo milanese fu raggiunta con modalita' e tempi ben diversi da quelli descritti. L'attenzione del ricercatore si e' appuntata sulle attivita' investigative del brigadiere Ferdinando Negroni, all'epoca in servizio presso la sezione anticrimine dei Carabinieri di Firenze, e nel collocare questa sua attivita' investigativa (ufficialmente datata settembre) ai primissimi giorni del mese di agosto '78. Il documento nota che l'intervento del primo ottobre '78 e' di pochi giorni successivo al trasferimento nel covo brigatista del fondamentale materiale documentale relativo ai verbali dattiloscritti degli interrogatori resi da Aldo Moro durante la sua prigionia".

10 febbraio - In commissione stragi, audizione di Silvano Girotto, noto come "Frate Mitra", alla cui collaborazione con i carabinieri viene attribuita la cattura di Renato Curcio e Alberto Franceschini nel 1974. Nato nel 1939 nei dintorni di Torino e con un romanzesco passato, almeno a quanto risulta da un libro biografico su di lui uscito nel 1973 (riformatorio a 14 anni, poi Legione straniera, rapinatore in Piemonte, 5 anni di carcere, infine novizio francescano, quindi missionario e guerrigliero in Cile e Bolivia), dal Cile Girotto torna in Italia con una fama di guerrigliero, rafforzata dal libro e da un servizio del settimanale di destra 'Candido'. Lotta Continua lo corteggia, ma frate Mitra e' interessato alle Brigate rosse. Grazie ad Enrico Levati riesce ad entrare in contatto con Curcio, che incontra due volte. Un terzo incontro e' fissato per l' 8 settembre 1974 a Pinerolo. Curcio va all' appuntamento insieme a Franceschini e la trappola scatta. Mario Moretti, messo in allarme da Levati che era stato avvertito per telefono che l'appuntamento poteva essere una trappola, non riesce ad avvisarli in tempo. Su questo mancato avviso Curcio indaghera' poi, concludendo che a Moretti erano da attribuire solo "sbadataggine e smemoratezza". Curcio ha raccontato poi che al momento dell'arresto aveva con se' un elenco di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e carabinieri, trovato in un'incursione negli uffici di Edgardo Sogno, di cui, secondo lui, non si trovera' piu' traccia. Un comunicato delle Br addita come traditore Girotto, che risponde con un ironico comunicato:"E cosi' signori delle Br, mentre strombazzavate ai quattro venti il vostro folle tentativo di attacco al cuore dello Stato, siete stati colpiti voi". Dopo gli arresti, Moretti, che stava per essere estromesso dal Comitato esecutivo per le divergenze nella gestione del rapimento Sossi, ne diventa invece il leader. Considerato dalle Brigate rosse al servizio del Sid, Girotto ha sempre affermato di aver agito per motivi di coscienza. Nel 1992 Girotto scrive a Curcio che riteneva suo dovere contribuire a sconfiggere cio' che in Italia le Br rappresentavano. Lo strano personaggio ricompare a fine maggio 1999 con un' intervista al 'Sole delle Alpi' e una lettera alla Stampa. Nell' intervista, frate Mitra dice tra l'altro:"Se solo lo avessero voluto Moretti non sarebbe mai diventato una primula rossa ne' l'artefice del sequestro Moro e della strage di via Fani. Ma il punto e' che non vollero" e solleva qualche dubbio sui tempi dell' operazione e sul perche' i carabinieri del gen. Dalla Chiesa abbiano avuto fretta di prendere Curcio senza attendere di poter catturare tutti i capi dell Br. 

23 febbraio - Audizione in commissione stragi di Vincenzo Cappelletti, ex presidente dell'Enciclopedia Treccani ed ex presidente del Comitato scientifico costituito da Francesco Cossiga dopo il sequestro Moro. Vincenzo Cappelletti dice di non essere mai stato ascoltato da alcun magistrato e ha riferito che nel comitato scientifico, composto da esperti scelti dallo stesso Cappelletti, "vi erano personaggi aderenti alla P2 e vicini alla Cia". Cappelletti ha anche espresso giudizi negativi su Moro, sostenendo che il suo comportamento e' stato del tutto inadeguato ad uno statista, e ha poi descritto come "assolutamente inefficace" l'azione investigativa durante il sequestro. "Il prof. Vincenzo Cappelletti - ha dichiarato il presidente della commissione Pellegrino - ci ha spiegato che al ministero dell'Interno, durante la prigionia di Aldo Moro, c'era un vuoto di informazione assoluto". Pellegrino ha aggiunto che inviera' alla Procura di Roma il verbale dell'audizione di Vincenzo Cappelletti, perche' "E' davvero singolare che dopo tanti anni di inchieste parlamentari e di giudizi il professor Cappelletti ci ha detto che era la prima volta che veniva ascoltato sulla vicenda di Aldo Moro. Inviero' alla procura non solo l'audizione di Cappelletti, ma anche quella di Maccari. C'e' infatti tra di loro un punto di coincidenza nel confermare che intorno alle Br esistesse un'area di contiguita' intellettuale che fu, per mia ipotesi, il luogo in cui concretamente si svolse, ma non ebbe successo, una trattativa volta alla liberazione dell'ostaggio. Probabilmente furono piu' trattative che si elisero pero' a vicenda determinando il tragico epilogo. L'audizione di Cappelletti - prosegue Pellegrino - ci ha fornito utili basi di lavoro. Innanzitutto il professore ha chiarito il suo ruolo nell'organizzazione di un gruppo di esperti che furono da lui in gran parte individuati per incarico del ministro dell'Interno cui ci ha detto di essere legato da antica e profonda amicizia. A differenza di quanto ci era stato riferito dal professor Silvestri - dice ancora Pellegrino - Cappelletti ci ha spiegato che non si tratto' di consulenze isolate, ma di un gruppo che lavoro' collegialmente con l'assistenza del prefetto Squillante che verbalizzava i contenuti delle riunioni. Cappelletti ci ha anche assicurato che fara' ricerche nel suo archivio personale per fornirci altra documentazione". L'on. Walter Bielli (Ds) commenta che "Vincenzo Cappelletti non e' il personaggio di secondo piano che sembra. Anzi. E' il primo che e' stato contattato da Francesco Cossiga per costituire il comitato di esperti durante il sequestro Moro. Sa molto di piu' di quello che ci ha detto e credo proprio che i magistrati debbano interrogarlo. Condivido la decisione di Pellegrino di trasmettere il verbale della sua audizione alla procura. Cappelletti e' l'ultimo che ha visto Moro vivo. Era infatti da lui, nel suo studio, il 15 marzo". Cappelletti, ha raccontato ancora Bielli, "ha detto poi di essere legato ad alcune associazioni come la Lega Mondiale anticomunista e l'associazione per l'unificazione per lo spirito cristiano mondiale. Ci ha spiegato che e' stato lui ad aver contattato Ferracuti. E non viceversa. Ma la cosa davvero sorprendente - ha concluso - e' stato il suo giudizio morale su Moro. Ha dichiarato apertamente che 'doveva accettare di essere sacrificato' senza fare troppe storie". In realta' il prof. Cappelletti non ha risposto se non in modo evasivo e ripetendo banalita' alle domande della commissione stragi. Sembrava quasi che li prendesse in giro.

1 marzo - "Il Messaggero" pubblica un'intervista al terrorista internazionaleCarlos. Secondo "Carlos", di cui recentemente la Commissione stragi ha chiesto la disponibilità a un interrogatorio, le Br sono ancora in fase «operativa». Carlos afferma che all'epoca del sequestro Moro i terroristi avevano progettato il sequestro di tre persone, ma poi ne rapirono soltanto una, ossia lo statista Dc. Sempre secondo Carlos, a Milano si tentò una riunione tra «rivoluzionari stranieri» per cercare una trattativa con uomini dello Stato, ma ci fu un blitz della polizia che aveva già identificato questi terroristi, i quali sfuggirono per un soffio alla cattura. Carlos dice di non credere all'ipotesi che le Br avessero suggeritori stranieri e dice che, all’aeroporto di Beirut, un jet "Executive" dei servizi di sicurezza italiani rimase in attesa a lungo, aspettando un contatto con le Br attraverso gente estranea alla resistenza palestinese. "C’erano - dice Carlos - patrioti anti-Nato, inclusi alcuni generali, che erano partiti per aspettare il rilascio dei prigionieri e per salvare la vita a Moro e l’indipendenza dell’Italia. Invece questi patrioti, inclusi alcuni generali, sono stati dimessi e costretti ad andare in pensione".

14 marzo - “Di cosa si occupa la commissione Stragi? Quali sono i suoi teoremi? Perche' da mesi indaga sul generale Dalla Chiesa? Chi sono i suoi consulenti? Perche' due grandi quotidiani hanno rifiutato la lettera testimonianza dei magistrati Ferdinando Pomarici e Armando Spataro?”. Nando dalla Chiesa, deputato del gruppo dei Verdi e figlio del generale ucciso a Palermo, annuncia cosi’ che terra’ una conferenza stampa sulle “deviazioni della Commissione Stragi” il 16 marzo, anniversario del rapimento di Aldo Moro. Interverra' anche Armando Spataro, gia' sostituto procuratore a Milano e ora membro del Csm. A Radio Radicale, Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi, dice:“Trovo legittimo che Nando Dalla Chiesa ponga queste domande. Sono pero' dispiaciuto e amareggiato dal modo con cui le pone. Sembra quasi voler attribuire a me e alla commissione che presiedo la volonta' di mettere in dubbio la cristallinita' della figura del generale Dalla Chiesa. Ho gia' detto che vorrei che il generale Dalla Chiesa fosse in vita e che lo Stato potesse avere un servitore come lui, perche' penso che con ogni probabilita' gli assassini di D'Antona sarebbero gia' stati assicurati alla giustizia. Questo dimostra quanta stima io abbia del ruolo che Dalla Chiesa ha svolto nel contrasto alle Br, al terrorismo di sinistra e alla mafia. Tutto questo non ci esime dal dovere istituzionale di continuare a investigare sul caso Moro ne' dal cercare di capire chi fossero, per esempio, gli informatori di Dalla Chiesa, che gli consentirono, subito dopo la tragica conclusione del sequestro Moro, di raggiungere il covo di via Monte Nevoso. Far questo non significa fare torto alla memoria del generale. Anche per questo spero che questa polemica, per me senza senso, possa cessare”. Pellegrino polemizza anche con Spataro e dice:“Vorrei solo sapere se questa intensa attivita' che il magistrato Armando Spataro sta svolgendo sia compatibile, e in che limite, con il suo essere componente del Csm”. Pellegrino replica direttamente al magistrato dopo le polemiche sulla “dinamica” del blitz di Monte Nevoso e a commento del fatto che “prima Spataro accetta di essere ascoltato da questa commissione e poi decide di partecipare anche alla conferenza stampa organizzata per la prossima settimana da Nando Dalla Chiesa”.

14 marzo – In un’ audizione in commissione stragi, il giornalista dell’ Espresso Mario Scialoja dice:“Le mie fonti erano Piperno, Scalzone e gli avvocati Giannino Guiso ed Edoardo Di Giovanni”. Scialoja, che ha dichiarato di non ricordare con esattezza quale delle fonti gli avesse dato di volta in volta le notizie necessarie a scrivere i suoi articoli, come per esempio quello sul memoriale di via Monte Nevoso, ha poi spiegato di non sapere all'epoca che Piperno e Scalzone erano interni alle Br. “E' chiaro che poi loro avevano delle fonti o comunque dei canali interni alle Br, ma certo non venivano a dire a me di chi si trattava. Io facevo delle domande, loro si prendevano del tempo per darmi una risposta e poi dopo ottenevo l'informazione. Su questo davvero non so che altro dire”. Il giornalista ha aggiunto di sapere che Scalzone e Piperno avevano contatti con Valerio Morucci e Adriana Faranda. Tra i vari “punti oscuri” del caso Moro di cui si e' parlato nel corso dell' audizione, Scialoja ha citato anche il caso di don Mennini. “E' davvero andato don Mennini – si e' chiesto Scialoja - nella prigione del popolo? Non ci sono prove certe del fatto, ma e' logico presumerlo. Nella sceneggiatura del film su Aldo Moro, alla quale collaborarono anche Morucci e Faranda, si racconta della visita del prete ad Aldo Moro. Poi pero' lui e' scomparso nell'Africa Australe e non se n'e' saputo piu' nulla...”. Circostanza questa, pero', smentita subito dal senatore Pellegrino: “Don Mennini ora e' a Roma, ma si rifiuta di essere ascoltato da questa commissione”. Scialoja ha poi elencato le “grandi bufale” che sono state raccontate in questi 20 anni sulle Br: “Oltre alla vicenda del Grande Vecchio - ha puntualizzato - tra le grandi bufale ci metterei anche la vicenda della Cecoslovacchia”. E spiega, infatti, di non credere alla versione emersa da piu' parti di brigatisti addestrati nell'Est: “Curcio mi spiego' in una sua intervista che tutto nacque dal fatto che Feltrinelli era riuscito a far espatriare in Cecoslovacchia un gappista, credo di ricordare che fosse Viel. Da questo episodio poi la realta' credo si sia davvero dilatata...”. 

16 marzo – Nell’annunciata conferenza stampa, Nando Dalla Chiesa dice che “La commissione Stragi e' diventata ormai il gingillo personale del presidente Giovanni Pellegrino...”. E ancora: “tutto quello che non rientra nelle loro tesi precostituite, a cui danno valore di prova, viene rimosso...”. Nando Dalla Chiesa non usa mezzi termini per attaccare la commissione Stragi che, a suo dire, sta tentando di delegittimare la figura di suo padre il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. “Pensate - spiega Dalla Chiesa - lo hanno persino paragonato a chi cerco' di coprire la strage di Peteano. A chi insomma copri' chi aveva ucciso i propri uomini” e “lo hanno fatto anche passare, lui che era acerrimo nemico dei terroristi, per uno che stava sia con lo Stato, sia con le Br. Chiedero' direttamente al presidente della Repubblica di tutelare il buon nome di mio padre. E per far questo sto cercando di dar vita ad un gruppo di parlamentari che venga con me in delegazione al Quirinale. Si e' creato ormai un conflitto istituzionale difficilmente sanabile...”. Ma l'offensiva di Dalla Chiesa contro la commissione Stragi non finisce qui: “Sono andato anche dal presidente della Camera Luciano Violante e ho scritto al presidente del Senato, Nicola Mancino. Da loro ho ricevuto parole ben diverse da quelle pronunciate in commissione all'indirizzo di mio padre. Sto cercando poi di dar vita a questo gruppo di parlamentari e ho gia' ricevuto molte adesioni”. “La commissione Stragi - osserva - istiga i magistrati che ascolta, e per capirlo basta leggere i verbali delle recenti audizioni di Ferdinando Pomarici e di Armando Spataro, a mettere in dubbio l'operato dell'Arma. Non ha dubbi o avanza ipotesi, da' solo giudizi...Si vede che non vuole arrivare alla verita' e infatti prospetta punizioni per i magistrati che invece raccontano i fatti..”. Armando Spataro, sostituto procuratore a Milano e ora componente del Csm, dopo essersi commosso sino alle lacrime alla lettura di quanto dichiarato da alcuni componenti della commissione nei suoi confronti (“ha la coda di paglia”,”forse non vuole che si indaghi ancora sul caso Moro...”, “questa sua intensa attivita' e' compatibile con suo ruolo al Csm?”) racconta “come andarono veramente le cose” sul covo di via Monte Nevoso (“una pagina fulgida”) e critica la relazione del consulente Bonfigli nella quale si afferma invece che i Carabinieri “falsificarono la realta’”. Spataro, all'epoca sostituto procuratore a Milano, racconta quindi come si arrivo' a scoprire il covo di via Monte Nevoso e spiega che alcune cose, come ad esempio i nomi di chi permise il ritrovamento e l' identificazione di alcuni Br, non vennero inserite nel verbale (“ma l'autorita' giudiziaria ne era a conoscenza”) solo per motivi di sicurezza (“quelle persone avevano paura..”). Non ci fu quindi, sottolinea, “nessun falso” da parte dei Carabinieri “come sostiene invece il Pm Bonfigli nella sua relazione”. “E glielo dissi subito - dice ancora Spataro - quando me ne parlo' che non c'era stato alcun falso. Per questo chiesi di venire ascoltato dalla commissione Stragi: per raccontare come si svolsero i fatti...Sono stato ascoltato, con Pomarici, quattro ore e mezza. E nell'audizione ci sono stati anche passaggi piuttosto tesi, ma non ci hanno fatto deflettere dal nostro intento di raccontare la verita”'. “Si' - interviene Dalla Chiesa - e proprio in questa audizione e' evidente come abbiano tentato di alterare le testimonianze e di mettere da parte le prove che non avvaloravano la loro tesi che e' quella che le Br sono state eterodirette o infiltrate. Che queste infiltrazioni erano gestite da mio padre (gli infiltrati di vertice erano Azzolini e Moretti) e che lui era stato sia con le Br sia con lo Stato. Non so se e' solo per dilettantismo o superficialita' che si fa tutto questo, ma e' inaccettabile...”. Nando Dalla Chiesa dice anche che gran parte dei consulenti della Commissione stragi “non erano luminari, ma solo neo laureati senza alcuna esperienza. O segretari particolari di certi parlamentari...”.Il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino difende l'operato della commissione e respinge tutte le critiche. “Con assoluta serenita' - spiega Pellegrino – nel luglio dell'anno scorso ho depositato documento istruttorio in cui davo atto che alla stregua degli accertamenti che avevamo compiuto nell'ultimo anno noi non eravamo in grado di dare una risposta positiva all'interrogativo che il capo dello Stato ci aveva posto e cioe' se dietro le Br ci fossero altre intelligenze. Ho scritto, assumendone le responsabilita', che anche alla luce dei nostri accertamenti le Br restavano un fenomeno italiano, non apparivano eterodirette e avevano rapito, processato e ucciso Moro secondo una loro logica interna. Esclusa quindi l'ipotesi di un'eterodirezione proponevo un' ipotesi indagativa minore che andava pero' verificata: se, al di la' del rifiuto di ogni trattativa e delle inconsistenti operazioni di parata delle forze dell'ordine, trattative non si fossero intrecciate tendenti sia alla liberazione di Moro, sia al reperimento di cio' che Moro aveva potuto dire alle Br. Da allora la commissione si e' mossa con l'intento di verificare questa ipotesi. La nostra attenzione si e' quindi concentrata su via Monte Nevoso perche' quello e' il luogo in cui, sia pure in copia, la documentazione Moro riaffiora e viene rinvenuta. Le indagini che abbiamo svolto ci hanno consentito di accertare che la verita' giudiziaria su come i CC giungono al covo non era del tutto corrispondente al vero, ma che vi era una parte di attivita' indagativa non ufficializzata. Spataro e Pomarici ci hanno spiegato che vi erano ragioni che indussero la procura di Milano e i CC a tenere nascosta questa parte di verita' per proteggere l'incolumita' di alcuni cittadini. Lo stesso Spataro ci ha invitati a verificare la verita' di questa nuova ricostruzione. E lo stiamo facendo. Per cui non vedo lo scandalo. A meno che Spataro non sia allarmato perche' abbiamo deciso di sentire un magistrato, Tindari Baglione, diverso da quello indicato da lui: Chilazzi. Se Tindari Baglione ci dira' di aver chiesto l' archiviazione sapendo cio' che Spataro sapeva sara' un conto. Se invece ci dira' di essere stato ingannato sara' un altro”. “Su quanto detto da Dalla Chiesa - conclude - vorrei dire solo che della memoria di suo padre ho altissima stima e che lui nel dire che la commissione e' un mio 'gingillo' fa grave torto ai parlamentari del suo gruppo che ne fanno parte”. I parlamentari di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica esprimono solidarieta' a Nando Dalla Chiesa ma si chiedono anche come faccia a conoscere “i curricula” dei consulenti di tale commissione. “Piena stima e solidarieta' all'Arma e al generale Dalla Chiesa - dicono Fragala' e Mantica - ma ci lascia perplessi, per non dire preoccupati, lo sdegnato attacco sferrato da Dalla Chiesa nei confronti di tutti i consulenti di questa Commissione”. “Le allusioni, le accuse e le critiche che hanno sfiorato l'offesa personale - sostengono Fragala' e Mantica - di questa portata e di questa gravita', non hanno precedenti nella storia delle inchieste parlamentari. Ci sentiamo quindi in dovere di intervenire in difesa di tutto il parco consulenti della Commissione trascinato in una sterile strumentale polemica che sembra avere, come solo obiettivo, quello di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da alcuni versanti di indagine mai esplorati sino ad ora. Ci domandiamo se esista un oscuro disegno sullo sfondo di questi gravissimi e ingiustificati attacchi”. Il deputato di An Sergio Cola commenta:“Nando Dalla Chiesa ha ragione quando parla della Commissione stragi come di un 'gingillo personale del senatore Pellegrino'. Gia' il 27 settembre scorso quando ne chiesi le dimissioni ne ero consapevole. Ora ho una ulteriore conferma che rafforza la mia convinzione: non si puo' partecipare alle sedute di questa Commissione delegittimata alla fonte. Pellegrino lavora a tesi, segue un preciso orientamento politico e, purtroppo, lo porta avanti a qualsiasi costo, non tenendo conto neppure delle conclusione di alcuni tribunali, ne' tanto meno della realta' e dei fatti. Gestisce la Commissione con criteri particolaristici e va contro quella che dovrebbe essere la sua funzione di arbitro imparziale”. 

16 marzo - in un'interrogazione al presidente del Consiglio e ai ministri di Interno, Difesa e Giustizia il parlamentare di An Alfredo Mantica chiede se la pistola ritrovata nel borsello dell'ex Br Lauro Azzolini era “di pertinenza dei servizi segreti?” E perche' Azzolini “non venne mai interrogato su questa circostanza?”. Mantica chiede anche “quali misure si intendano adottare per porre fine ai ventennali depistaggi e all'opera costante di occultamento della verita' a proposito delle Br di Via Monte Nevoso”. Per Mantica, ci sono ancora molte cose da chiarire: come, ad esempio, se e' vero che faceva parte “di uno stock di 99 pistole” che vennero poi “dirette in Giordania”. Il senatore chiede se all'epoca era in corso “un intenso traffico illecito di armi su Cipro destinato probabilmente a organizzazioni di sinistra” e, ancora, se e' vero che il rapporto dei CC di Firenze sulla pistola non venne mai trasmesso ai Pm di Milano Pomarici e Spataro. Mantica poi vuole sapere se risulta che la procura e i CC di Firenze, “siano stati costantemente esautorati dalle indagini”.

19 marzo - "La Stampa" pubblica ampi stralci di un diario di Amintore Fanfani nel periodo del caso Moro. Negli appunti che Fanfani annotava su agende sono riportate impressioni, notizie e anche considerazioni di natura politica e personale, un vero e proprio viaggio all' interno del caso Moro visto da dietro le quinte. Tra le informazioni rilevanti l' annotazione che Arnaldo Forlani fosse a favore della trattativa subito dopo il lago della Duchessa e il fatto che la famiglia Moro temeva da anni un gesto violento contro il leader democristiano: "Aldo ed io da anni eravamo preparati a un simile triste evento", annota il 18 marzo. Il periodo che precede l' uccisione di Moro conferma sostanzialmente il ruolo che Fanfani svolse tra la Dc, bloccata nell' intransigenza, e il Psi, che incalzava, principalmente con Claudio Signorile, perche' si arrivasse comunque ad un gesto capace di impedire l' uccisione. Confermata anche la ricostruzione che accreditava l' individuazione di uno o piu' detenuti che, per condizioni giuridiche e personali, potevano ricevere la grazia. Amintore Fanfani - sempre secondo il documento rivelato dalla"Stampa" - stava intervenendo per perorare la svolta della direzione Dc a favore della trattativa quando giunse a piazza del Gesu' la notizia della morte dello statista. Si reco' a casa Moro e, con grande commozione, la famiglia gli comunico' la notizia dei funerali privati senza gli uomini del potere. "Aggiunge - scrive Fanfani riferendo le parole di Eleonora Moro - che, ove provocassero i dc, la famiglia Moro risponderebbe in modo inaspettato". "La Stampa" pubblica anche un commento di Valerio Morucci

20 marzo – Il sen. Giulio Andreotti commenta "Non riesco a capire perche' il diario sia venuto fuori proprio ora; vorrei rileggere bene tutto quanto; una ipotesi posso anche averla ma mi sembrerebbe utile sapere come e' uscito il diario e chi l' ha fatto uscire. Per esempio - osserva solo marginalmente e senza dare troppa importanza - un figlio di Fanfani fa politica; potrebbe avere un qualche interesse, diciamo cosi' pubblicitario...; certo pero' ci vorrebbe la par condicio - continua sorridendo - e bisognerebbe far pubblicare i diari di tutti. Una cosa e' certa: se esce fuori l' intero diario di Fanfani - sottolinea - tutti saremo lietissimi di leggerlo". Ma e' vero, gli viene chiesto, che era lei il primo obiettivo delle Br? "Si', questa e' una cosa che sapevo. Franceschini ha detto che mi hanno anche seguito per strada. A parte invece che mi sembra una valutazione sbagliata quella di dire che se fossi stato io ad essere stato sequestrato la trattativa sarebbe stata piu' facile. Ma chi l' ha detto? - conclude - Non ci credo neppure lontanamente". Ignazio Contu, che dal dicembre 1983 e' stato portavoce di Fanfani, dice:”Fino a quando e' stato pienamente consapevole della realta' che lo circondava e di se' stesso, non mi risulta che Fanfani abbia mai fatto leggere ad alcuno, ne' alla moglie, ne' ai figli ne' ai piu' stretti collaboratori ,le pagine dei diari sui quali fino all'inizio degli anni '80 annotava gli avvenimenti piu' significativi di cui era stato protagonista o testimone. Percio' quando ho appreso, leggendo 'La Stampa' di ieri, che ne avrebbe fatto addirittura fotocopiare da una gentile signora la parte riguardante il sequestro e l'assasinio di Moro, ne sono rimasto, piu' che sorpreso, allibito e ne resto incredulo". Contu, dopo aver detto che in un altro momento parlera' "sulla sorte dei diari, sulle idee al riguardo del suo autore e sulle intese gia' raggiunte circa la destinazione dell'intero archivio di Fanfani" aggiunge: "Per ora mi limito a osservare che la diffusione a pezzi e bocconi di un diario segreto per di piu' senza una appropriata contestualizzazione degli eventi ai quali gli appunti si riferiscono esplicitamente o implicitamente, e' un legittimo scoop giornalistico ma non certamente un buon servizio reso alla memoria di chi lo ha scritto e, in questo caso, agli interessi della storia" 

20 marzo - Finisce al Consiglio superiore della Magistratura il contrasto tra il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, e il componente dell'organo di autogoverno della Magistratura Armando Spataro. A sollevare la questione dinnanzi al Csm e' stato lo stesso Spataro. "Ho investito del caso il comitato di presidenza -  ha detto - inviando il verbale della riunione di giovedi' scorso della Commissione stragi, convocata dopo che Nando Dalla Chiesa aveva annunciato la conferenza stampa con la mia partecipazione; in quella sede Pellegrino e altri componenti si erano chiesti se alcune prese di posizione erano compatibili con il mio ruolo di consigliere del Csm”. “L'invito alla conferenza stampa parlava di deviazioni della Commissione stragi ed io ho posto il problema se l'attivita' di Spataro fosse compatibile con la sua carica – conferma Pellegrino -. E una volta che Spataro ci ha informato della sua iniziativa, mi e' sembrato giusto che il Csm conoscesse nella sua interezza la vicenda, e dunque anche il contenuto della conferenza stampa. Abbiamo allegato anche le agenzie da cui risulta che Spataro non aveva preso le distanze dagli insulti rivolti da Dalla Chiesa alla Commissione. Il tutto perche' si possa valutare se un consigliere del Csm puo' partecipare ad una aggressione verso una commissione di inchiesta che ha gli stessi poteri dell'autorita' giudiziaria".

21 marzo - In commissione stragi audizione del magistrato Tindari Baglione e della giornalista del "Corriere della sera" Maria Antonietta Calabro'. Dall' audizione di Baglione emerge la possibilita' che Giovanni Senzani sia stato usato come consulente durante il rapimento Moro. Ecco alcone delle frasi:

BAGLIONE. L’ideologo era Senzani che faceva il consulente per il caso Moro. 
PARDINI. Chi glielo ha riferito?
BAGLIONE. Non lo ricordo. Comunque all’epoca mi fu detto che il professor Senzani era un esperto di queste vicende. Mi dissero che il professor Senzani era un uomo delle istituzioni e che quindi doveva stare attento. 
PRESIDENTE. A noi risultava che fosse un consulente del Ministero di grazia e giustizia, e più su questioni carcerarie che su problemi riguardanti la vicenda Moro. 
BAGLIONE. Sono piuttosto abbottonato nelle mie dichiarazioni perché il reato di calunnia sapeste come corre! 

e ancora:

FRAGALA’. Dottor Baglione, vorrei innanzi tutto ingraziarla della sua disponibilità e del contributo che sta portando ai nostri lavori. Vorrei ora chiederle una cosa che riguarda una sua affermazione di poco fa. Lei ha dichiarato che Giovanni Senzani ha fatto da consulente per il caso Moro. Voglio sapere da lei che cosa vuol dire con questa affermazione. 
PRESIDENTE. Tenga presente, consigliere, che se lei desidera non affrontare il rischio della calunnia abbiamo la possibilità di passare in seduta segreta. 
BAGLIONE. Di segreto non c’è nulla. Per rispondere all’onorevole Fragalà, con questa affermazione volevo dire che questo ragazzo, tale Bombaci, che era il figlio di un maestro di Carlentini, risiedeva a Tavarnelle Val di Pesa, ma venne arrestato in un appartamento di Borgognissanti. Mi fu detto dalla molto più preparata questura – ufficio DIGOS (quindi non c’è scritto da nessuna parte ma è il mio ricordo)
che questo appartamento era nella disponibilità del professor Senzani, un grosso criminologo che aveva espresso delle ipotesi a livelli molto alti, non mi ricordo se sul luogo di cattura. Non è che sono reticente è che non si tratta di fatti documentali; fu un discorso del tipo: "Lo vogliamo avvisare Senzani di chi si mette in casa?". Io risposi che non avrei avvisato nessuno, perché facevo il magistrato e non il
telefonista. Quindi è in questi termini che il discorso va posto. Alla domanda se eravamo più preparati noi o loro, la mia risposta, con una battuta, potrebbe essere che avevamo gli stessi consulenti, cioè il Senzani. 
FRAGALA’. Ma lei a chi passò questa informazione, al dottor Vigna? 
BAGLIONE. No. La appresi da uno della DIGOS e, per rispetto all’alta carica, non vorrei far nomi. 
FRAGALA’. E lei dopo questa informazione ha mai saputo di attività di consulenza che il professor Senzani aveva svolto per conto della DIGOS? 
BAGLIONE. Mai visto e conosciuto. 

La Calabro' riferisce tra l'altro una testimonianza del collaboratore di Dalla Chiesa Nicolo' Bozzo, che, sentito nel 1981 dai giudici Colombo e Turone, parlo' di una doppia linea di comando all'interno della divisione Pastrengo dei carabinieri e che la linea di ufficiali di provenienza "toscana" (allusione alla P2), tra cui il col. Mazzei, organizzo' una cosiddetta "Operazione Monte Nevoso bis". Bozzo parlo' anche di un SuperC, versione del SuperSismi all'interno dell' Arma dei carabinieri. La Calabro' sembra anche pensare che il borsello potrebbe non essere di Azzolini, che se lo attribuirebbe per coprire qualcun altro.

21 marzo - I parlamentari Alessandro Pardini e Walter Bielli (Ds) affermano che "La commissione Stragi, prima criticata per la sua 'presunta latitanza', poi per la sua funzione, e' oggi al centro di polemiche sconcertanti. Proprio quando si stanno acquisendo nuove informazioni, quando l'attivita' di documentazione rivela fatti e accadimenti utili a disvelare l'alone di mistero che ancora oggi segna passaggi drammatici della storia del nostro paese, sul terrorismo, sulle stragi e sul rapimento e l'omicidio Moro, si intensificano dichiarazioni, prese di posizione, comunicati, allo scopo di sminuire o  mettere in discussione il prezioso lavoro fatto dalla commissione Stragi". Bielli e Pardini citano l'intervista rilasciata alla Calabro' da Lauro Azzolini al "Corriere della Sera", nella quale l'ex brigatista rosso "nulla dice circa gli originali delle carte di Moro, ne' di come furono occultate le copie poi trovate a rate dagli inquirenti. Forse sarebbe preferibile che Azzolini, anziche' rilasciare interviste oscure e vaghe, venisse a parlare in commissione Stragi di quanto sa".

21 marzo – Giorgio Fanfani dichiara:"Anche io sono rimasto allibito dalla pubblicazione di alcuni stralci dei diari di mio padre". Per il figlio di Fanfani "sembra inverosimile" che il padre "li abbia fatti leggere e addirittura fotocopiare da chicchessia. Il suo riserbo e la sua arcinota prudenza mi portano ad escludere che la Minervino possa essere stata da lui autorizzata a divulgare il contenuto di parti di diario che asserisce di aver consultato e riprodotto, con il consenso di mio padre. Io comunque non ho mai letto e neppure sfogliato quelle sue agende segrete, che conservava rinchiuse in un apposito armadio, di cui possedeva l'unica chiave nello studio di Via Platone. Dopo l'incendio di quella casa Mariapia mi disse di aver fatto mettere in salvo i diari e di custodirli in attesa di donarli alla 'Fondazione Amintore Fanfani' che alcuni amici e collaboratori di mio padre hanno intenzione di far nascere. Per quanto riguarda la sgradevole allusione dell'on.Andreotti, se e' vero che ha pronunciato le parole attribuitegli dalla stampa, all'ipotesi che, dietro la divulgazione degli appunti sul caso Moro, potrebbe esserci il mio zampino, per motivi di pubblicita' elettorale, mi auguro che egli abbia voluto scherzare. Aggiungo che, se non e' uno scherzo, si tratta di una calunnia molto grave; se lo e', e' di pessimo gusto".

22 marzo - Il capogruppo dei Verdi in Commissione Stragi, Athos de Luca, dichiara che bisognerebbe convocare ufficialmente gli ex brigatisti Lauro Azzolini, Barbara Balzarani, Franco Bonisoli e Mario Moretti e disporre l'accompagnamento coatto in caso di un loro rifiuto. "Gli ex brigatisti - ha detto De Luca - siano essi pentiti, non pentiti o dissociati, hanno il dovere di dire tutto quello che sanno oppure devono assumersi ufficialmente la responsabilita' di avvalersi della facolta' di non rispondere. In tal caso si dovra' tenere conto di un simile atteggiamento di non collaborazione: non dimentichiamoci che alcuni tra loro, che dicono di aver chiuso con il passato, godono per questo dei benefici previsti dalla legge. Finora la Commissione non si e' mai avvalsa del potere di arrestare in aula testimoni reticenti o di disporre l'accompagnamento coatto, ma ha di fatto tutti i poteri della magistratura ed e' ora che li usi". L'on. Enzo Fragala' (An) replica al sen. Athos de Luca :"Il senatore De Luca dovrebbe convenire con noi che la Commisione stragi, proprio perche' ha gli stessi poteri dell'autorita' giudiziaria, non puo' convocare coattivamente gli ex brigatisti per il semplice motivo che nemmeno la magistratura puo' farlo, se si tratta di imputati che hanno diritto a non presenziare e a non parlare. Consideriamo inoltre senza senso anche il 'ricatto' sui benefici di legge, dal momento che non servirebbe a far 'parlare' gli ex terroristi che non hanno ancora detto tutto. L'unico modo e' avere il coraggio di rilanciare l'indulto per gli ex terroristi. Solo applicando il principio della proporzionalita' della pena, chi non ha ancora detto tutto sull'affare Moro e sulle altre 'pagine strappate' della storia italiana, per timore delle conseguenze giudiziarie, potra' farlo. Per combattere il terrorismo, vecchio e nuovo, occorre che lo Stato dimostri di non avere paura a superare quel passato, figlio della peggiore ideologia del secolo scorso".

22 marzo - In una lettera indirizzata al direttore del quotidiano "La Stampa" Marcello Sorgi, Maria Pia Fanfani, la vedova di Amintore Fanfani, scrive:"I diari di Fanfani, di cui sono la sola erede, non sono mai usciti dalle mie mani, tanto meno dalle mani del figlio Giorgio, e saranno da me donati ad un'istituenda Fondazione 'Amintore Fanfani' affinche', nei modi e nei tempi ritenuti opportuni, siano messi a disposizione di quanti abbiano interesse a conoscerli". Mariapia Fanfani dice di aver appreso con ritardo delle polemiche trovandosi in viaggio a Berlino e ricorda l' "antichissima amicizia" che la lega a Fiorella Minervino. Quando la giornalista le chiese di poter "rendere pubbliche le pagine del diario che aveva ricevuto direttamente da Amintore", a quattro mesi dalla scomparsa del marito e nel ventiduesimo anniversario del rapimento di Moro, "le risposi – scrive Mariapia Fanfani - che era ovviamente libera di farlo". Quindi, Mariapia precisa che "i diari sono stati mostrati da Amintore, direttamente a Fiorella, durante le frequenti visite, sia a Palazzo Giustiniani, dove abbiamo vissuto a lungo, che in via Platone, dove frequentemente passavamo alcuni week end per consentire a lui di dipingere, suonare il piano, ascoltare musica e stare tranquillamente insieme con persone amiche". 

24 marzo - La Corte d' Assise d' Appello dell' Aquila ridetermina in 23 anni la pena per Germano Maccari (che era stato condannato a 26 anni) dopo la decisione della V sezione penale della Cassazione di effettuare un ricalcolo della pena. Secondo la Cassazione per Maccari poteva esserci ancora qualche sconto relativo al fatto che allo stesso era stato applicato un aumento di pena di quattro anni, relativo alla continuazione del reato; aumento di pena che oggi e' stato rideterminato in un solo anno con la conseguente riduzione della condanna totale da 26 a 23 anni.

24 marzo - Giorgio Fanfani, figlio di Amintore Fanfani dichiara:"Replico ad Andreotti, che con parole piene di sarcasmo ha ipotizzato che io potessi essere l' unico a trarre vantaggio politico da questa vicenda. Cio' e' tecnicamente impossibile perche' l' unico erede dei diari e' Maria Pia Fanfani. Personalmente non ho mai letto ne' conosciuto i diari di mio padre. Ho appreso dai giornali che Maria Pia era a conoscenza del fatto che la signora Minervino aveva fotocopiato qualche pagina dei diari di mio padre. Cosa che mi fa particolare meraviglia perche' per quanto ho conosciuto mio padre e la sua riservatezza escludo che lui abbia permesso a qualcuno di fotocopiare pagine dei suoi diari".

28 marzo - In polemica con il segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti, il senatore a vita Francesco Cossiga dice:"Fa bene il giovane Castagnetti a ricordarmi le mie responsabilita'. Me le sono sempre assunte ed ho pagato per esse. Me le sono assunte davanti al tribunale dei ministri quando mi feci carico di Gladio, voluta a suo tempo da Moro e Taviani e di cui mi occupai per incarico del primo; e l'ho pagata con un'autentica persecuzione da parte dei comunisti. Me la sono assunta quando riuscii a far schierare, con l'aiuto di Zaccagnini, Craxi, Spadolini e Malagodi, l'Italia accanto alla Germania nel riarmo nucleare e per risposta i comunisti mi trascinarono nel caso Donat Cattin. Me le assunsi per il caso Moro dimettendomi, sia perche' lo sentivo un dovere morale sia per cercare di non fare naufragare il progetto politico di Moro e Andreotti della solidarieta' nazionale".

29 marzo - Il presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, al termine della riunione della commissione, dice:"Nell'ufficio di presidenza di oggi abbiamo esaminato varie soluzioni per interrogare l'ex terrorista Carlos. Ma nessuna decisione e' stata presa. Siccome Carlos e' detenuto all'estero, in Francia, stiamo valutando se chiedere la rogatoria o farlo interrogare direttamente dal magistrato francese. Vedremo. La discussione e' stata rinviata". La commissione Stragi ha deciso invece di convocare il presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, sul caso Ustica. "Abbiamo deciso di convocare il presidente del Consiglio - spiega Pellegrino - per segnalargli una serie di passi diplomatici che il Governo italiano potrebbe fare per ottenere dai paesi alleati quegli aiuti e quelle informazioni che non sono stati dati nel corso della lunga inchiesta sul caso Ustica. Chiederemo, insomma, al Governo di sapere un po' di piu' dagli alleati su quanto avvenne quella notte nei cieli di Ustica". 

31 marzo - In un' intervista al quotidiano "Il Tempo" il terrorista internazionale Ilich Ramirez Sanchez, noto come Carlos, dice:"Ho soggiornato in Italia quando ero giovane, negli anni Settanta". Sul sequestro Moro, Carlos dice:"Per quello che ne so, si e' trattato di un'operazione gestita totalmente dalle Br". A proposito della bomba alla stazione di Bologna, scoppiata il 2 agosto 1980, l'ex terrorista nega di essersi trovato nel capoluogo emiliano intorno a quel giorno, e specifica: "Non sono mai stato a Bologna  negli anni Ottanta". Sul disastro di Ustica, infine,si dice convinto che "e' stato provocato da un missile aria-aria della Nato". Alfredo Mantica (An) commenta cosi' l'intervista a Carlos:"Ora abbiamo la prova che si stanno muovendo forze oscure per ostacolare o peggio impedire alla commissione Stragi di sentire Carlos, soprattutto in merito alla strage di Bologna del 2 agosto 1980". "E' gravissimo - aggiunge Mantica - che proprio mentre la commissione, su iniziativa dell' opposizione, stava avviando le procedure per intraprendere questa missione a Parigi, qualcuno abbia fatto sapiente opera di propalazione di determinati nomi, fatti e particolari, da tempo oggetto di delicatissimi riscontri da parte dei nostri consulenti. Questo, ripeto, non e' altro che la riprova dell' esistenza, anche e soprattutto all' interno del nostro organismo d'inchiesta, di una inquietante volonta' negativa che punta a far fallire questo delicato lavoro. Un lavoro che, nelle ultime settimane, ha portato a risultati straordinari, specie per quanto riguarda i retroscena e la meccanica alla base della strage di Bologna. Di queste interferenze, di questi preoccupanti tentativi di deviazione e ingerenza, deve rispondere la presidenza della commissione. Pellegrino prenda provvedimenti". 

2 aprile - Negli Stati Uniti, muore Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia. Sul caso Moro Buscetta racconto' di aver avuto due richieste di "interessamento" per cercare di contattare le Brigate Rosse e cercare di salvare la vita di Moro. Il 16 novembre 1992, di fronte ai commissari dell' Antimafia, Tommaso Buscetta racconto' che durante la sua permanenza nel carcere di Cuneo, fu contattato dal pregiudicato milanese Ugo Bossi, a nome del boss Francis Turatello, e da Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade, per cercare di arrivare ad un contatto con i carcerieri di Moro. In particolare, l'interessamento della mafia sarebbe dovuto, secondo quanto testimoniato dallo stesso Buscetta al processo Pecorelli, ad un fatto "umanitario", mentre secondo Francesco Marino Manoia avvenne su sollecitazione di influenti esponenti Dc. Per cercare il contatto Buscetta chiese di essere trasferito nel carcere di Torino, dove allora si trovava l'intero nucleo storico delle Brigate Rosse per il primo grande processo contro le Br. Invece, don Masino fu prima portato a Milano e poi a Napoli e il tentativo falli' perche', come disse l'esponente mafioso Pippo Calo', "uomini politici di primo piano nel partito di Moro non lo vogliono libero". 

4 aprile - L' on. Nando Dalla Chiesa, figlio del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, incontra l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e, dopo l'incontro, dice di essere sempre piu' convinto che il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino stia perseguendo una sua precisa pista per indagare sul caso Moro, una pista "preconcetta" che "tenta di avvalorare con ipotesi che poi vengono puntualmente smentite dai fatti". "Pellegrino nei giorni scorsi - racconta Dalla Chiesa - aveva detto che era stato Scalfaro, allora Presidente della Repubblica, a 'incitarlo a indagare sui generali che erano al di sopra dei colonnelli' (ma quali generali poi? Quelli dei Servizi o di cos'altro?). Ebbene ho chiesto a Scalfaro di incontrarlo per chiedergli se davvero aveva mai detto questa cosa. Lui, ovviamente, ha smentito di averla detta anche in veste ufficiale. E in piu' ha confermato tutta la sua stima nei confronti di mio padre. E ha precisato che se mai il presidente della commissione avesse avuto un dubbio in questo senso lo avrebbe anche potuto consultare. A questo punto non mi resta che pensare quello che ho precisato giorni fa in una conferenza stampa e cioe' che Pellegrino sta indagando sulla vicenda Moro in modo preconcetto con tesi preconfezionate...".

5 aprile - L'Ufficio di presidenza della Commissione stragi ha deliberato di avviare una missione a Parigi per ascoltare, in rogatoria internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, noto come Carlos, che ha gia' fornito la disponibilita', tramite il suo legale, a rispondere alle domande. I parlamentari di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica oltre a Marco Taradash del gruppo misto annunciano questa decisione con "grande soddisfazione" in quanto si potra' avere, secondo loro, "finalmente, la possibilita' di chiarire i maggiori aspetti dei casi piu' importanti riguardanti il coinvolgimento italiano nell'ambito degli scenari del terrorismo internazionale". Sara' probabilmente una delegazione della Commissione a recarsi in Francia per incontrare Carlos, in presenza di magistrati francesi che gli rivolgeranno le domande precedentemente concordate. Alfredo Mantica, senatore di An, ha spiegato i diversi problemi che ora la commissione dovra' affrontare prima di arrivare al faccia a faccia con Carlos. Tramite l'ufficio preposto alle rogatorie internazionali del ministero di Grazia e Giustizia sara' avviata la pratica e messe nero su bianco le domande - si parte da un elenco di circa 130 che dovranno pero' essere ridotte - per arrivare poi all'elenco ufficiale delle questioni che dovrebbero riguardare il terrorismo italiano e le br, la strage di Bologna e la vicenda Moro, temi sui quali la commissione - ha sottolineato Mantica - sa esserci una disponibilita' di massima da parte di Carlos. La commissione avanzera' anche la richiesta di avere gli incartamenti dei cinque procedimenti che hanno riguardato il terrorista venezuelano e tutto quanto potra' essere utile a preparare l'incontro che dovrebbe svolgersi a Parigi. E' prevista una complessa procedura con la traduzione in francese della domanda che viene dalla commissione e poi la risposta di Carlos, probabilmente in inglese, con successiva traduzione prima in francese e poi in italiano. Considerato per decenni la 'Primula rossa' del terrorismo internazionale, la lunga e dorata latitanza di Ilich Ramirez Sanchez si e' interrotta il giorno prima di ferragosto del 1994 in Sudan. Dopo l'arresto Carlos e' stato subito consegnato alla Francia. Sembra che i servizi di tutto il mondo avessero di lui solo una vecchissima fotografia. Nato il 12 ottobre 1949 a Caracas (Venezuela), figlio di un avvocato comunista che lo chiama Ilich in onore di Lenin, Carlos avrebbe firmato il suo primo attentato nel 1973 a Londra, sparando contro il direttore di un grande magazzino. In quell' occasione il colpo fu deviato dalla dentiera dell'uomo. Carlos, alto e corpulento, noto come "lo sciacallo", e' ritenuto l'autore o l'ispiratore di vari sanguinosi attentati in Europa perpetrati negli anni '70 e '80, i piu' importanti dei quali sono il sequestro, avvenuto a Vienna nel 1975, di 70 persone tra cui 11 ministri del petrolio dei paesi dell' Opec, concluso con tre morti; un attentato, nel 1982, contro il treno Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi il sindaco di Parigi Jacques Chirac, cinque morti. Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti palestinesi e con i tedeschi della Raf (Magdalena Kopp e' stata la sua compagna per quasi 15 anni). Oltre al terrorismo, Carlos ha coltivato anche la sua romantica immagine di dandy vecchia maniera, collezionista di belle donne, gran bevitore, fumatore di sigari di grande qualita' e nottambulo impenitente. Il 24 dicembre 1997 Carlos e' condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Parigi per il triplice omicidio della Rue Toullier del 27 giugno 1975. Alla lettura della sentenza, Carlos ha alzato il pugno chiuso gridando: "Viva la rivoluzione". Il 23 giugno 1999 la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Ilich Ramirez Sanchez e la condanna al carcere a vita e' cosi' diventata definitiva. In seguito la Francia ha respinto la richiesta di estradizione presentata dall' Austria per il sequestro dei ministri dei paesi Opec (Vienna 1975). Il primo marzo di quest'anno Carlos, dal carcere parigino della Sante', ha rilasciato un' intervista al 'Messaggero' in cui ha parlato del caso Moro, di Ustica e della strage di Bologna e ha detto anche di ritenere probabile una nuova azione delle Brigate rosse. Nuova intervista, questa volta al 'Tempo', il 31 marzo. I temi sono di nuovo il caso Moro, Ustica, la strage di Bologna. 

5 aprile - Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, ribatte alle polemiche di Nando Dalla Chiesa sul modo in cui la commissione Stragi sta indagando sul caso Moro. "Ieri - dichiara Pellegrino - Dalla Chiesa mi ha addebitato la responsabilita' di avere attribuito ad Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, frasi che lo stesso non avrebbe pronunciato nell'incontro avuto al Quirinale con una delegazione della commissione Stragi il 19 giugno 1998. L'addebito riguarderebbe l'attribuzione al capo dello Stato del dubbio se 'al di sopra dei 'colonnelli' responsabili del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro ci possano essere stati dei 'generali' non ancora identificati'. L'incontro con Scalfaro non fu verbalizzato, ma il ricordo della frase pronunciata da lui in quell'occasione e' fermo nella mia memoria e in quella di colleghi che vi parteciparono. Aggiungo che il ricordo fu affidato a numerose dichiarazioni alla stampa rese subito dopo l'incontro dai partecipanti. E rilevo che la frase che Dalla  Chiesa mi addebita di aver falsamente attribuito al capo dello Stato e' riportata esattamente nell'interrogazione numero 2-01237 rivolta dall'on. Fragala' al presidente del Consiglio e alla quale rispose Walter Veltroni".

3 maggio – In commissione stragi, audizione di Lanfranco Pace, uno dei leader dell’ Autonomia operaia, con una breve esperienza nelle Brigate rosse, e membro del collettivo di redazione della rivista dell’Autonomia “Metropoli”. La commissione chiede a Pace informazioni su un articolo contenuto nel secondo numero del periodico e intitolato “L’Oroscopone”, in cui una certa “Maga Ester”, leggendo le carte, parla del caso Moro e di vicende ad esso collegate. Da Pace e' venuta una totale sminuizione dell'articolo che pure apriva, con collocazione pari a quella del famoso fumetto che rivelo' il ruolo giocato dall'Autonomia nelle ultime trattative prima della uccisione di Moro. Nell’ articolo la maga Ester parla di un Russo, un 'Gran Signore', che apparteneva alle 'carte vecchie' e che alla fine si rivelo' il 'Gran Nemico' della organizzazione terroristica. Non e' la trama di uno sgangherato giallo ma l'ammonimento - avvertimento che l'Autonomia Operaia lancia nell'aprile del 1980 sulle colonne della sua rivista proprio mentre tutti i leader del movimento erano in galera da un anno per l'inchiesta sul 7 Aprile. Del fumetto si e' parlato molto; di questo articolo mai tranne che in un libro di Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia ('Operazione Moro') ma con una omissione che acquista oggi particolare rilevanza: quella della nazionalita' del capo Br (“La omettemmo - ha detto- Zupo perche' non capimmo allora quel messaggio”). Infatti l'identikit del 'Grande Capo' Br disegnato dall'articolo, 'giocato' su una immaginaria seduta di una cartomante che cerca di capire quale sara' il destino dei 'grandi capi' dell'Autonomia che sono in carcere, richiama per alcuni aspetti  quello del direttore di orchestra Igor Markevitch, su cui la procura romana sta indagando nell'ambito della inchiesta Moro-6. L'articolo mira a lanciare un ben preciso ed esplicito messaggio: i 'capi' dell'Autonomia , che non sono i 'veri capi', debbono uscire dal carcere entro due anni oppure si dovra' affrontare il capitolo del “Gran Signore'-'Grande Capo' che alla fine si rivela il 'Gran Nemico' delle Br.  Il 'Grande Capo', 'l'accusatore', che ha a che fare con la lettera 'C.' (nella prima informativa Sismi dell'ottobre 1978, Igor viene identificato come Igor Caetani e solo successivamente con Markevitch) e con “l'estero” sembra essere stato anche l'oggetto  di una confidenza fatta da uno dei tre 'grandi capi' mentre si trovavano in prigione.Tutto l'articolo e' costruito sulla allusione al ruolo di 'Gran Nemico' che avrebbe avuto, da ultimo, il 'Grande Capo' delle Br nella vicenda Moro almeno secondo l'interpretazione che viene dall'Autonomia Operaia. Insomma un insieme  di messaggi che sta interessando la Commissione stragi in attesa di rivolgere, il 17 maggio, la stessa domanda a  Piperno. Parlando ancora dei tre 'capi' Metropoli scrive:”Vogliamo sapere qualcosa sul 'Gran Signore', sul nemico vero e potente, lei ci assicura che non si sapra' mai nulla”. Del 'Grande Capo' si scrive che “e' legato ad una organizzazione, ci sara' sempre un buon esito per lui, rimarra' sempre senza nome”. “Legge le ultime carte, chiediamo cosa succedera' domani: 'Altre perquisizioni, altri arresti, altri nomi sempre piu' polpettone, e piu' polpette fanno piu' puliti escono”. “Ma se e' vero che tra due anni sara' tutto finito come accadra'? 'Usciranno scaglionati. Scalzone ha la carta della Speranza, forse e' primo, Piperno quella della Grossa Consolazione, anche per lui va bene solo un po' dopo. E gli altri, niente, niente tutto finisce in Morte, tutti arrivano a casa e la mia data e' sempre due anni a partire da oggi”'. “E' assodato - si afferma nella prima sentenza Moro - che Faranda e Morucci durante i 55 giorni mantennero costanti collegamenti con i 'grandi capi', passando anzi ad essi tutta una congerie di notizie 'segrete' che in parte vennero pubblicate”. Morucci parla per primo dell'Anfitrione Br in commissione. L'inchiesta dei Ros, nata nell'ambito della strage di Brescia, ipotizza che questo Anfitrione possa essere Markevitch. Il russo 'Gran Signore' 'Gran Capo' e' la stessa persona? C'e' un rapporto tra questo articolo e la liberazione dei 'capi' dell'Autonomia? L' ipotesi che dietro le principali campagne del terrorismo ci fosse una “mente” che dirigeva le operazioni e' sempre esistita. Un' ipotesi simile era alla base del cosiddetto “teorema Calogero”, l' inchiesta del giudice padovano sull' Automonia operaia, che porto' all'incriminazione di Toni Negri. Nell' aprile 1980 (lo stesso mese del numero di Metropoli) il giornalista di Repubblica Guido Passalacqua scriveva:”c' e' qualcuno piu' in alto, una, due, tre persone che decide le campagne del terrorismo. Qualcuno che conta molto di piu' della direzione strategica delle Br”. Secondo Passalacqua, gambizzato meno di un mese dopo, l' unico collegamento con gli operativi era costituito da Mario Moretti. L' ipotesi e' rilanciata poco dopo da Bettino Craxi:”quando si parla del 'grande vecchio' bisognerebbe riandare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a far politica con noi e che poi improvvisamente sono scomparsi”. Molti vedono nel personaggio descritto da Craxi il ritratto di Corrado Simioni, ex militante socialista e poi fondatore a Parigi della discussa scuola di lingue Hyperion, considerata un punto di collegamento tra gruppi del terrorismo internazionale e legata a servizi segreti. Simioni, con Vanni Mulinaris e Duccio Berio era stato il fondatore del Superclan, una struttura con il mito della segretezza, staccatasi dal nucleo originario delle Br. Di esso avevano fatto parte Moretti e Gallinari, due dei principali protagonisti del caso Moro. Sull' onda delle dichiarazioni di Craxi, il settimanale “L' Europeo” scrive che l' espressione “The big old man” era stata coniata un paio di anni prima da Steve Pieczenik, l' 'esperto' americano  che aveva detto a Cossiga che il terrorimo era autoctono, ma che andava cercato l' anello di congiunzione tra il mondo terrorista e l' esterno, “il capo occulto, onnipotente ed italiano delle Br”. Nel 1991, Flaminio Piccoli parla di un “vip del culturame” che sarebbe stato presente agli interrogatori di Moro. Lo stesso giorno l' ex senatore Sergio Flamigni dice che l' esistenza del quarto uomo gli fu confermata dal brigatista Lauro Azzolini che disse:”Si tratta di un uomo di cultura che ha vissuto la vicenda con grande travaglio. Lui e' riusciuto a restarne fuori ed e' per questo che io non ne faro' mai il nome anche se lo conosco”. Infine, nel maggio 1998, l'allora presidente Scalfaro si chiede:”Ma le intelligenze criminose che scelsero, mirarono e centrarono il bersaglio, in quel momento politico essenziale, sono comprese in quei processi?”. Il 29 maggio 1999, tra le ombre del caso Moro emerge il nome del musicista Igor Markevitch, nato in Russia, diventato cittadino italiano nel 1948 e morto ad Antibes il 7 marzo 1983, all' eta' di 71 anni. Secondo un' ipotesi investigativa uscita dall'inchiesta sulla strage di Brescia, Markevitch sarebbe stato l”anfitrione' che avrebbe ospitato a Firenze le riunioni della direzione Br, di cui si parlava da tempo, e che il giudice Priore aveva definito “conte rosso”. Per il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino si tratta di “un' ipotesi indagativa molto seria” e aggiunge:“Se la moglie di Markevitch, Topazia Caetani, e' una duchessa, il falso comunicato n.7 delle Br diventa un messaggio di cui si comincia a decrittare il codice”. Per Oleg Caetani, anche lui musicista e figlio di Markevitch e di Topazia Caetani, morta nel 1991, e' “un' altra di quelle raffinate bufale di qualche brigatista rosso”. Il nome di Markevitch era comparso in un rapporto Sismi nel 1980. L'inchiesta su Markevitch e' nata all'interno della inchiesta sulla strage di Brescia e' ha portato ad un rapporto di oltre 100 pagine inviato alla Procura di Roma che  sta conducendo la sesta inchiesta sull'omicidio del Presidente della Dc. Da quando il rapporto e' giunto a Roma ci sono stati solo alcuni interrogatori : Nulla e' trapelato sui contenuti del rapporto che  sarebbe nato dalle indicazioni, confermate, di un pentito.

4 maggio – Il settimanale “L’Espresso" pubblica i verbali di alcune riunione dei dirigenti del Pci, durante il caso Moro. Dai verbali non esce nulla che non fosse in buona parte conosciuto, e cioe’ un atteggiamento di chiusura verso ogni forma di trattative, che si spinge fino ad una deliberata svalutazione di tutte le affermazioni di Moro. 

6 maggio - Emanuele Macaluso, ex senatore del Pci, dopo la pubblicazione da parte dell'Espresso dei verbali della direzione del Pci sul caso Moro, ribadisce che quella della fermezza fu una scelta giusta. A Milano per ricordare Luciano Lama, Macaluso ha spiegato: “La linea della fermezza andava nella direzione del garantismo, principio del quale sono sempre stato portatore. Affermava cioe' che la legge e' uguale per tutti e che lo Stato deve essere forte, se e' in grado di esserlo, nei confronti di tutti, anche nei confronti di Moro che era in quelle condizioni”. “Certo che se parti dello Stato sono andate a trattare con l'ausilio della camorra la liberazione di Cirillo - ha aggiunto Macaluso - capisco che la gente si chieda perche' ad Aldo Moro e' stata fatta fare quella fine”. 

9 maggio - Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e la moglie Franca ricordano l' anniversario dell’ uccisione di Aldo Moro con una messa, celebrata nella cappella del Quirinale, con la presenza della famiglia Moro, compresa la vedova Eleonora, dell’ ex presidente Oscar Luigi Scalfaro e del segretario generale della presidenza della Repubblica Gaetano Gifuni. Una corona di fiori del presidente della Repubblica e' deposta in Via Caetani ed un cuscino di fiori sulla tomba a Torrita Tiberina

11 maggio - La puntata de “La Storia d’Italia di Indro Montanelli”, programma a cura di Mario Cervi con Alain Elkann su Telemontecarlo, e’ interamente dedicata al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro. 

17 maggio - Piu' di cento deputati hanno firmato una lettera, indirizzata al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, di Nando Dalla Chiesa in seguito all' iniziativa assunta dalla commissione Stragi di indagare sui “presunti rapporti tra il generale e alcuni vertici delle Br, cosi' come risulta da articoli di stampa e dagli stessi verbali della Commissione”. Nella lettera si sottolinea come sia “dovere delle istituzioni” custodire la memoria del generale-prefetto. E, pur senza chiedere al presidente interventi sul libero esercizio dell' attivita' parlamentare, ci si rivolge pero' alla sua autorita' perche' il clima culturale del Paese sia tale che ogni ricostruzione storica ritenuta necessaria a fini istituzionali sia contraddistinta “da quegli atteggiamenti di prudenza e serieta' di metodo e di rispetto morale che vanno garantiti piu' che mai verso chi ha concluso nel sangue la propria attivita' al servizio della legge e della democrazia”. La lettera e' firmata da deputati di tutti i gruppi. Tra gli altri Alfredo Biondi, Nerio Nesi, Gianni Mattioli, Franco Monaco, Mauro Paissan, Giovanni Crema, Franco Giordano, Rosa Russo Jervolino, Massimo Scalia, Roberto Maroni e Giorgio La Malfa.

18 maggio - In commissione stragi, audizione del prof. Franco Piperno.

23 maggio - In un' audizione in commissione stragi, il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, che guido' l'operazione in via Monte Nevoso, dice che alcuni documenti furono portati fuori dal covo delle Br prima che li vedesse il magistrato, fotocopiati e inviati al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e poi riportati nell'appartamento. Dopodiche' venne redatto il verbale. Bonaventura giustifica cosi' la procedura seguita:"Eravamo in tanti in quel covo. Vi assicuro che non e' stato tolto nulla di quello che c'era. Dopo averli fotocopiati sono stati riportati nell'appartamento tutti i documenti. Nulla e' stato alterato. Ve lo assicuro". "Se io fossi stato al posto del magistrato - ha commentato il presidente della commissione Giovanni Pellegrino - mi sarei imbestialito. Non e' possibile che si spostino dei documenti di quell'importanza senza che il magistrato ne sappia nulla. Portandoli addirittura fuori del covo. E' inaudito". "Il racconto di questa sera - osserva un altro componente della Commissione, Walter Bielli - e' un'assoluta novita'. I magistrati non hanno mai parlato di questa circostanza. In questo modo crescono i dubbi sulla vicenda di via Monte Nevoso". Grande esperto di antiterrorismo il nome del colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura e' legato non solo e non tanto a quella operazione, ma forse soprattutto alle indagini sull'omicidio del commissario Calabresi. Fu proprio Bonaventura, infatti, all'epoca comandante del reparto antiterrorismo dei carabinieri di Milano - ed oggi capo divisione del Sismi, il Servizio segreto militare - a raccogliere le confidenze del pentito Leonardo Marino, a partire dal luglio del 1988. Bonaventura ha incontrato Marino tre volte, a Sarzana e poi a Milano. Tutti incontri notturni, perche' l'ufficiale dei carabinieri era in quei giorni molto impegnato proprio sul versante Br: solo da pochi giorni, infatti, era stato scoperto a Milano il deposito di armi di via Dogali. Marino - ha detto piu' volte l'ufficiale dell'Arma, che nella sua lunga carriera si e' occupato di diversi 'misteri' italiani, tra cui la strage di Peteano - si era sempre limitato a parlare "di gravi fatti accaduti a Torino e Milano" venti anni prima e della necessita' di "liberare la sua coscienza", mentre solo in un secondo momento con il magistrato parlo' di Calabresi, tirando in ballo Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Bonaventura - parlando dei suoi colloqui con il pentito - ha ricordato che questi  furono "molto sofferti, perche' a volte stava fermo un quarto d'ora a piangere con la testa tra le mani". Proprio per questo il compito dell'investigatore era in quella fase paritcolarmente delicato: "dovevamo sopratuttto convincerlo a superare la sua ritrosia", ha ricordato.    Una confessione, quella di Marino, che come e' noto e' stata sempre duramente contestata dagli imputati, con critiche che hanno riguardato gli stessi inquirenti, in alcuni casi accusati di aver indotto Marino a confessare il delitto e a calunniare degli innocenti. Del colonnello Bonaventura molti suoi colleghi sottolineano le grandi doti investigative e la notevole esperienza, soprattutto per quanto riguarda il terrorismo rosso. Non a caso il giovane ufficiale che per primo ebbe a che fare con Marino, si rivolse subito a Bonaventura - "un ufficiale che ha sempre trattato materie scabrose, insomma eversione", sono parole sue - per sapere se conoscesse quel pentito. 

23 maggio - Tornano sotto i riflettori i cosiddetti 'misteri' del caso Moro (misteri sempre definiti inesistenti dai brigatisti rossi coinvolti nella vicenda): effetto diretto delle dichiarazioni fatte ieri sera dal colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura in commissione stragi.  Per la prima volta l'ufficiale dei carabinieri che guido' l' operazione in via Monte Nevoso, ha ammesso che alcune carte furono portate via prima che arrivasse il magistrato e rimesse a posto dopo essere state fotocopiate. E proprio sulla conoscenza e l'uso delle carte di Moro si erano innescate intense polemiche, nate subito dopo l'operazione. Gia' il 6 ottobre 1978, Giorgio Bocca scriveva:"Le carte di Moro sono state esaminate da personalita' politiche e militari, prima che dai magistrati". Agli atti della commissione Moro c'e' un appunto, scritto dal giornalista Marcello Coppetti dopo un incontro con Licio Gelli e un ufficiale del Sios Aeronautica il 2 dicembre '78. Gelli avrebbe detto che "Il caso Moro non e' finito. Dalla Chiesa aveva un infiltrato - un carabiniere giovanissimo - nelle Brigate rosse. Cosi' sapeva che le Br che avevano sequestrato Moro avevano anche materiale compromettente" e conclude: "Siccome Andreotti temeva le carte di Moro nomino' Dalla Chiesa. Costui recupero' cio' che doveva. Cosi' il memoriale Moro e' incompleto. Anche quello in mano alla magistratura, perche' e' segreto di Stato". Qualche anno dopo, il gen. Ambrogio Viviani, ex capo del controspionaggio militare il cui nome era nelle liste della P2, disse che "se agenti dei servizi segreti avessero sottratto documenti attinenti alla sicurezza dello Stato, non avrebbero fatto altro che compiere il loro dovere". La questione spunto' anche nelle dichiarazioni di Tommaso Buscetta sugli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del giornalista Mino Pecorelli, che sarebbero stati uccisi perche' a conoscenza di segreti riguardanti la vicenda Moro. Accuse riportate nei processi contro Andreotti e dalle quali il senatore a vita e' stato assolto. Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, avrebbe confermato un incontro con il generale, avvenuto nella notte dopo la scoperta del covo per la consegna di alcuni documenti. La suocera di Dalla Chiesa pero' ha raccontato una confidenza che le avrebbe fatto la figlia dicendo:"Le carte sul sequestro Moro? Emanuela mi disse che 'col cucco' il generale gliele ha portate tutte ad Andreotti". Lo stesso generale Dalla Chiesa, in un' audizione in commissione Moro nel 1982 parlo' degli originali manoscritti non trovati dicendo:"Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo" e "voi non verrete a capo dei misteri di questo Paese se non concentrate la vostra attenzione sull' attivita' dei servizi segreti". Una  scia di sangue lega, in un unico destino, molti protagonisti della vicenda  ventennale delle carte di Aldo Moro provenienti 'prigione del popolo' delle Br: il gen. Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre 1982, il gen. Galvaligi, ucciso il 31 dicembre 1980, Mino Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979, il col. Varisco, ucciso il 13 luglio 1979, che guido' la perquisizione in via Gradoli, il falsario Antonio Chichiarelli, ucciso il 28 settembre 1984. E molti degli elementi oggetto ancora oggi di polemica sono legati a via Monte Nevoso. La versione ufficiale vuole che il 1 ottobre 1978, quando i carabinieri fecero irruzione  nel covo milanese, trovarono anche 49 pagine dattiloscritte con la trascrizione delle risposte di Moro. Subito cominciarono pero' le polemiche sull' incompletezza dell'incartamento, elemento questo confermato dal ritrovamento, nell'ottobre 1990, di altre carte nascoste dietro un pannello della base Br che conteneva le fotocopia dei manoscritti di Moro in una versione piu' ampia del 'Memoriale' del 1978.  Il ritrovamento  del '90 provoco' la polemica tra Craxi e Andreotti sulle 'manine' e sulle 'manone'. Anche questa versione sarebbe pero' incompleta secondo alcune fonti e un'analisi filologica del testo di Moro. Il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli scrive che in via Monte Nevoso fu trovato "un consistente manoscritto, con molte notazioni, sul processo dei brigatisti al parlamentare pugliese". Anche il gen. Enrico Galvaligi, ex collaboratore del gen.Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1986 disse ad alcuni giornalisti che nel covo erano stati trovati i manoscritti originali degli interrogatori di Moro. Secondo la versione dei brigatisti invece le carte di Moro furono bruciate da Prospero Gallinari durante una riunione a Moiano. L'operazione di via Monte Nevoso presenta altri aspetti poco chiari; dalla scoperta, avvenuta ufficialmente grazie ad un borsello perso da Azzolini a Firenze, ai tempi dell'irruzione, pronta da tempo ma ritardata perche' qualcuno all'interno dei carabinieri (Dalla Chiesa secondo la maggior parte delle versioni, contestate) attendeva l'arrivo nel covo di documenti importanti. Tutta la prima fase dell'operazione si svolse poi in assoluto silenzio-radio e il magistrato Pomarici arrivo' sul posto ore dopo perche' dovette andare prima in via Pallanza, dove era stato scoperto un altro covo in cui era avvenuta una sparatoria tra un terrorista e i carabinieri. Dalla Chiesa era a Torino e sarebbe arrivato sul posto nel pomeriggio. Il suo collaboratore Nicolo' Bozzo ha detto di averlo visto, verso le 20, nella caserma di via Moscova, mentre stava "fotocopiando il memoriale Moro". In una recente audizione in commissione stragi la giornalista Maria Antonietta Calabro' ha riferito di una dichiarazione di Bozzo che attribuirebbe ad un' ala "toscana" dei carabinieri la 'ricezione' degli originali. 

24 maggio - Il senatore Giulio Andreotti commenta la testimonianza decondo la quale il memoriale Moro rinvenuto nel covo di via Monte Nevoso sarebbe stato portato fuori e fotocopiato prima di essere consegnato ai magistrati e dice:"Questa storia non l'ho mai sentita e non ci credo nemmeno". "Non capisco - ha detto il senatore a vita - perche' il gen. Dalla Chiesa avrebbe dovuto mentire. Ormai e' appurato, e lo ha fatto anche la motivazione della sentenza di Palermo, che non era vero che il generale avesse delle carte che voleva poi utilizzare". Andreotti ha pure sottolineato che "il problema della difformita' tra le due versioni del memoriale e' stato superato". Insomma non capisco a cosa serva tutto cio'. Oltretutto - ha concluso - non era emerso nulla del genere in tutti questi anni". 

24 maggio - Nando dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e deputato dei Verdi, si dice sorpreso per le dichiarazioni fatte in commissione Stragi da uno dei piu' stretti collaboratori di suo padre, il colonnello Umberto Bonaventura. "Cado dalle nuvole. Per anni il colonnello Bonaventura mi ha detto esattamente il contrario...'. E racconta di aver chiesto personalmente all'ufficiale dell' Arma se ci fossero state delle irregolarita' nell'operazione di Via Monte Nevoso ricevendo sempre risposta negativa. "Aspetto di leggere lo stenografico della sua audizione - dichiara Nando Dalla Chiesa - ma se ha detto davvero quelle cose non so piu' cosa pensare. Io stesso gli chiesi negli anni '80, dopo l' omicidio di mio padre, se vi fossero state irregolarita' nell' operazione di Via Monte Nevoso facendo esplicito riferimento alle illazioni che circolavano sulla vicenda, alle ipotesi del senatore Flamigni. Gli spiegai quanto fosse delicato per me essere assolutamente certo della versione data da carabinieri e magistrati. Gli chiesi proprio se fosse stato portato via qualche documento all'insaputa dei magistrati e lui mi rassicuro' su questo piu' volte". "E ora invece dice queste cose. Davvero - osserva - non so cosa pensare. Non voglio entrare in polemica con lui. Lavoro' con mio padre e lo ricordo con stima. Ma non mi spiego perche' ora dica questo...". "E comunque - prosegue - ci sono tre testimoni: Bozzo, Pomarici e Spataro che sono concordi sulla lealta' con la quale venne condotta l' operazione di Via Monte Nevoso. Uno solo, Bonaventura, parla di scorrettezze procedurali. Lo stesso che nell'82-83, cinque anni dopo il fatto e non 22 come ora, smenti' tutto questo". "In ogni caso - sottolinea Nando Dalla Chiesa - se questi documenti sono stati fotocopiati e portati via prima che ne venisse a conoscenza il magistrato e' solo perche' l'autorita' politica lo aveva richiesto...". "Sarebbe poi importante - osserva il deputato - saperne di piu' sulle modalita' in cui tutto questo si svolse e cioe' capire, ad esempio, dopo quanto tempo venne informato Pomarici. Se in tre ore di tempo, come dicono, sarebbe stato davvero possibile fotocopiare tutto quel materiale, con le tecnologie di allora. E come mio padre riusci' a ricevere la documentazione visto che si trovava a Torino e il fax non esisteva... Insomma attendo di conoscere tutti i particolari". "Un conto comunque - conclude - e' parlare di fotocopiare dei documenti che si consideravano importanti e un conto e' ipotizzare, come sembra si sia fatto in commissione, che questi siano stati manomessi. E' questa un'ipotesi piuttosto grave. Ma prima di lanciarsi in ipotesi fantasiose sarebbe meglio accertare i fatti una volta per tutte..". Nando Dalla Chiesa critica anche la commissione stragi:"Bene. Ci sono riusciti. Anche oggi sono sulle prime pagine di tutti i giornali. Il loro obiettivo lo hanno perseguito. Ma ora basta. Ci sono cento deputati che hanno firmato un documento per chiedere a Ciampi di tutelare l'immagine del generale Dalla Chiesa. Spero che vengano ascoltati. Bene. Sono riusciti a trovare una contraddizione. L'hanno cercata tanto...ora saranno contenti - aggiunge Dalla Chiesa -. Quello che mi domando e' che cosa si vuole dimostrare con questo". "Se, come sento dire, Pomarici arrivo' solo tre ore dopo l'irruzione - osserva ancora - mi chiedo che cosa che cosa si sarebbe potuto fare in questo breve tempo. Avrebbero selezionato i documenti? E poi li avrebbero addirittura nascosti? Continuando cosi' non si arrivera' davvero a nulla se non ad attaccare ancora la figura di mio padre...E' assurdo continuare dopo 22 anni a fare le pulci in questo modo". 

24 maggio - Il colonnello dei Carabinieri Umberto Bonaventura nel corso della sua audizione di ieri sera in commissione stragi ha offerto, per il senatore dei Verdi Athos De Luca, "due importanti spunti di riflessione: il modo in cui si arrivo' all'arresto di Curcio e Franceschini e il ricorso alla prassi del pedinamento per individuare i terroristi. "Il colonnello Bonaventura -dichiara De Luca - ha sottolineato piu' volte la sua contrarieta' rispetto alle modalita' e ai tempi dell'operazione che nel settembre 1974 porto' all'arresto di Curcio e Franceschini confermando cosi' le perplessita' avanzate dalla commissione stragi". De Luca ricorda come in un rapporto dell'ottobre 1979 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa scriveva che l'utilizzo degli infiltrati nelle Br "in particolare al vertice" cominciava a dare i suoi frutti. Gia' nel '74, dice De Luca, uomini di Dalla Chiesa "avevano condotto una brillante operazione utilizzando l'infiltrato Silvano Girotto, conosciuto come 'Frate Mitra' per arrestare i due Br. La commissione si e' sempre chiesta come mai non si sia atteso qualche settimana per sgominare cosi' l'intera organizzazione". "Moretti - dice ancora il senatore - fu preavvertito dell'operazione e non si presento' all'incontro con Girotto. Curcio e Franceschini, invece, caddero nella trappola e Moretti divenne cosi' il capo delle Br. Il mistero - continua De Luca - si infittisce dal momento che Girotto, strettamente controllato dagli uomini del capitano Pignero, che fotografavano ogni suo spostamento, ha dichiarato in commissione di avere incontrato Curcio, Franceschini e Moretti. Ma agli atti del verbale di arresto non risultano foto di Girotto con Moretti. Mentre ce ne sono di Girotto con Curcio e Franceschini". "In tal modo - prosegue il parlamentare - Moretti ha potuto, piu' o meno indisturbato, organizzare le Br, prendere l'appartamento di via Gradoli e portare a termine il delitto Moro". Discorso a parte meritano i pedinamenti. "Durante il sequestro Moro - osserva De Luca - tramite Piperno fu imbastita una sorta di trattativa che sfocio' in numerosi incontri di Lanfranco Pace con Morucci e Faranda che poi facevano pervenire i messaggi a Moretti. Ci hanno detto pero' che a nessuno venne in mente di pedinare Pace o Piperno". "Bonaventura invece - conclude - ci ha detto ieri sera che non solo la prassi dei pedinamenti era normale nella lotta al terrorismo. Ma che lui stesso la applico' ad un esponente di Potere operaio, proprio a Roma, arrivando poi a numerosi arresti. Curiosamente questo metodo non fu applicato al caso Moro per risolvere il quale molti collaboratori di Dalla Chiesa vennero inviati a Roma durante i 55 giorni, senza essere utilizzati. Nessun rilievo quindi all'operato di Dalla Chiesa. Semmai va indagato il contesto politico". Per De Luca "La rivelazione del colonnello Bonaventura, secondo la quale i documenti di Via Montenevoso vennero portati fuori dal covo, su richiesta di Dalla Chiesa, senza essere verbalizzati e senza che il magistrato ne sapesse nulla, quindi fotocopiati e riportati nell'appartamento, apre indubbiamente nuovi scenari. E' una novita' sulla quale dovremmo sentire anche altre persone. Sulla quale sarebbe necessario indagare ancora. Alla luce di quanto affermato ieri da Bonaventura diventa legittimo chiedersi se poi vennero riportati tutti i documenti che erano stati tolti senza che venisse redatto alcun verbale". 

24 maggio - Il componente della commissione Stragi Enzo Fragala' (An) si dice "quanto meno sorpreso" per la novita' emersa dall'audizione di Bonaventura:"E' incredibile - commenta Fragala' - La circostanza rivelata dal colonnello Bonaventura secondo la quale i documenti di via Montenevoso furono prelevati senza che il magistrato ne sapesse nulla e senza che venisse fatto alcun verbale, e poi riportati di nuovo dentro al covo, e' una cosa davvero incredibile". "Si tratta ovviamente - aggiunge - di una procedura non solo irrituale, ma del tutto illegittima. Il codice di procedura penale vieta infatti cose come questa. Se fosse vera questa circostanza, e noi faremo di tutto per accertare se Bonaventura ieri ha detto la verita', andrebbero in crisi tutti i vari rapporti istituzionali, da quelli investigativi a quelli giudiziari, che si erano creati all'epoca attorno alla vicenda di Aldo Moro. Ora con ogni probabilita' - osserva Fragala' - dovremo riascoltare, alla luce di queste dichiarazioni, tutti i magistrati coinvolti in questa vicenda, da Spataro a Pomarici".

24 maggio - Il sen. Alfredo Mantica (An), componente della commissione Stragi, invita l'Arma dei carabinieri a "uscire dal silenzio" perche' "Troppe sono le contraddizioni che emergono dalle testimonianze in commissione Stragi degli ufficiali dei carabinieri ascoltati nell'ambito delle vicende del terrorismo. Ci sono state testimonianze, come quella di ieri sera del colonnello Bonaventura, ma prima ancora quelle di Bozzo e Delfino che fanno venire il dubbio che l'Arma abbia nei suoi archivi documenti che ufficialmente sono da considerare come distrutti. A questo punto o l'Arma racconta quello che ha fatto oppure  il governo ci  deve dire che quello e' ancora un segreto di Stato. Vi e' anche un'altra alternativa: che l'Arma esca dal segreto e dica cio' che sa sulla questione della lotta al terrorismo, delle Br, del caso Moro. Cio' e' ancora piu' valido se si tiene conto che, a 22 anni dai fatti, e' venuta meno anche l'esigenza di tutelare infiltrati o altro".

24 maggio - Il procuratore antimafia di Milano, Ferdinando Pomarici, che allora segui' le indagini, commenta:"Ho letto sui giornali le dichiarazioni del col. Umberto Bonaventura. Lo conosco molto bene e sono sicuro che ha detto la verita"'. "Giunsi - racconta - in tempi rapidissimi dopo essere stato chiamato. Trovai le carte in un posto alla vista di tutti". Perche' crede - gli viene chiesto - che non ci furono manipolazioni? "Quei documenti - spiega - non erano che la copia fatta con carta carbone di un originale che non e' stato mai trovato. Proprio per questo nessuno avrebbe avuto interesse a manometterli, sapendo che prima o poi l' originale sarebbe potuto saltare fuori. E poi c'erano altre copie trovate in possesso delle colonne Br di Roma, Napoli e Torino. Una manipolazione sarebbe stata evidente. Bisogna poi vedere se e come quegli atti siano stati usati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa". "Gli ufficiali della Pg - spiega - hanno un duplice ruolo: l'obbligo di informare il magistrato e la necessita' di riferire ai propri superiori. Per questo io sono per una Polizia giudiziaria che dipenda solo dall' Autorita' giudiziaria. Quando sono in corso indagini importanti, volete che la polizia giudiziaria, ad esempio la Squadra Mobile, non riferisca al Questore e quindi al ministro? Se non lo facessero potrebbero avere dei guai con i superiori. Se invece dipendessero dal Pm, avrebbero le spalle coperte senza il timore di essere trasferiti o di non essere promossi. Quindi, che non vengano a fare gli scandalizzati, la realta' e' questa". "Tutto cio' - spiega ancora Pomarici - dipende dalle scelte del Parlamento che ha voluto mantenere al potere politico il controllo della polizia giudiziaria. Credo di avere ancora un testo che nel '78 era allo studio del Parlamento e nel quale si diceva che i Pm avrebbero avuto troppo potere se la polizia giudiziaria fosse stata alle loro dipendenze. Forse - conclude - temevano che i magistrati avrebbero potuto fare un colpo di Stato invece di esercitare l'azione penale?". Il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino commenta invece cosi' le dichiarazioni di Pomarici:"Quella di Pomarici e' una deduzione logica, di cui non resterebbe che prendere atto, se non avesse un difetto: non solo gli originali delle carte Moro non sono stati mai ritrovati, ma da accertamenti che la Commissione ha eseguito di recente, anche cooperando con la procura della Repubblica di Roma, e' risultato che nessun'altra copia delle carte Moro e' stata mai ritrovata in possesso delle Br, nei loro covi o in altri luoghi. Se a Pomarici risultasse il contrario gli sarei grato di informazioni piu' precise"."Altrimenti - prosegue Pellegrino - mi auguro che Pomarici voglia convenire sul fatto che si e' in presenza di un dato allo stato inspiegabile, ma che meriterebbe di essere spiegato, poiche' e' certo che i manoscritti di Aldo Moro furono copiati da un ignoto dattiloscrittore a Firenze (perche' tanto ha riferito alla commissione Valerio Morucci) e furono diffusi nei rami dell'organizzazione brigatista (come riferito alla commissione dallo stesso dott. Pomarici e risultante da altre fonti)". Pellegrino invita quindi Ferdinando Pomarici "se sa qualcosa in piu"' a comunicarlo. Per Pellegrino, le dichiarazioni di Bonaventura sono "una novita' di notevole rilievo...Nessuno, che io sappia, aveva mai confermato questa circostanza. Chi dice che ormai sulla vicenda Moro si sa tutto evidentemente si sbaglia...". "Le dichiarazioni di Bonaventura - aggiunge Pellegrino - aprono nuovi spiragli su una circostanza piuttosto strana; mai chiarita: quella del perche' non vennero mai rintracciati gli originali del memoriale e perche' copie di questo non vennero mai rinvenute in nessun altro covo quando invece ci era stato detto dagli stessi Br che copie ne erano state fatte". "E' importante notare - prosegue - che sulla vicenda Moro e in particolare su Via Monte Nevoso continuano a emergere fatti interessanti che potrebbero aprire nuovi scenari". "Quello che non capisco invece - osserva - e' perche' si continui ad essere reticenti su fatti documentati dallo stesso Dalla Chiesa come quello che c'erano infiltrati nelle Br. Perche' Bonaventura, dopo tanti anni, continua a negarlo?". 

2 giugno - Alvaro Loiacono, condannato all'ergastolo per la partecipazione al rapimento e uccisione di Aldo Moro, e' arrestato in Corsica, a l'Ile Rousse, dove si trovava a prendere il sole con la sua compagna svizzera, una ragazza di 26 anni. Loiacono e la ragazza, secondo il commissario, erano giunti ieri pomeriggio dal canton Ticino e si erano recati direttamente nella villetta della madre di Loiacono, che gli agenti hanno  sorvegliato per tutta la  notte. In mattinata la coppia e' uscita per andare in spiaggia. Loiacono ha fatto appena in tempo a  mettersi il costume che tre agenti, circondati da un' altra decina gli sono piombati addosso, lo hanno immobilizzato, gettandolo sulla sabbia, per poterlo ammanettare. La ragazza e' stata rilasciata, mentre Loiacono veniva portato via. Nel pomeriggio Alvaro Loiacono e' incarcerato a Borgo, sotto procedura estradizionale. Il procuratore di Bastia Patrick Beau ha detto che i tempi saranno lunghi. L'Italia ha 40  giorni di tempo per inviare tutti i documenti su cui si basa la  domanda di estradizione. Da qualche mese gli investigatori della Digos di Milano e dell'Ucigos di Roma aspettavano una mossa di Alvaro Loiacono, dopo l'individuazione della casa di Ile Rousse, in uso alla madre del terrorista, Ornella Baragiola, che aveva legalmente acquistato un appartamento nella  Rue Paoli a l'Ile Rousse, dove la donna  era gia' stata piu'  volte e dove il figlio avrebbe dovuto recarsi dal Canton Ticino per un soggiorno in questo lungo week-end francese dell'Ascensione. Infatti, giovedi' sera Alvaro e la sua compagnia arrivano  nell'alloggio di rue Paoli: lui viaggia sotto l' identita' di Alvaro Baragiola, cittadino svizzero. Da Nizza a Bastia i due viaggiano, con auto  al seguito, su un traghetto della Corsica Ferries. Acquisita la certezza del suo arrivo, la polizia di Bastia, in contatto  con la polizia italiana e il procuratore Beau, decide di fare scattare l' arresto dopo una notte di discreta sorveglianza. Per intervenire, gli agenti aspettano che Loiacono si sdrai sulla spiaggia a prendere il sole, in costume da bagno, accanto alla sua compagna. Tre poliziotti gli sono addosso, gli mettono un sacco in testa, la bloccano sulla sabbia: il terrorista, che non nasconde la sorpresa al commissario Dominique Abenanti, non oppone resistenza. Con se', Loiacono non ha armi, ne' in spiaggia, ne' nei bagagli in casa. La sua compagna, che appare sotto choc, risulta estranea a tutto. Sotto scorta, l'ex brigatista viene portato a Bastia, presentato al procuratore a palazzo di giustizia e poi, dopo la notifica dei mandati di cattura, incarcerato nella prigione di Borgo. Alvaro Loiacono, nato nel 1954, ha sulle  spalle una condanna all' ergastolo nel processo Moro-quater, per  il sequestro e l' omicidio di Aldo Moro, diventata definitiva il  14 maggio del 1997. Loiacono era entrato nella colonna romana delle Brigate rosse dopo una lunga militanza nei gruppi dell' estrema sinistra romana, che lo aveva visto coinvolto, tra l' altro, nella vicenda dell' uccisione, avvenuta a Roma nel 1975, dello studente greco di destra Mikis Mantakas. Loiacono, che a 14 anni era stato fermato per gli scontri di valle Giulia ed e' stato uno dei  sospetti per il rogo di Primavalle, e' stato condannato a 16 anni, con sentenza definitiva, per l' uccisione di Mantakas. Loiacono aveva partecipato al sequestro Moro, facendo parte del commando delle Br che agi' in via Fani. Dei membri di quel commando, Loiacono, con Casimirri e la Algranati, e' uno dei brigatisti entrati nelle vicende giudiziarie del caso Moro solo in un secondo tempo, coinvolti da Valerio Morucci.Uscito dalle Br al tempo dell' uscita di Morucci e Faranda, nel 1980 Loiacono aveva lasciato l'Italia ed era stato segnalato in Algeria e in Brasile. In seguito Loiacono si era rifugiato  nel Canton Ticino, dove viveva la madre Ornella Baragiola, cittadina elvetica, e nel 1986 ha ottenuto la cittadinanza svizzera, prendendo il cognome della madre. La Svizzera non ha mai concesso l' estradizione, ma lo ha arrestato nel 1988 a Lugano, per una condanna a 17 anni per l'uccisione del giudice Tartaglione. Dopo nove anni di detenzione, Loiacono ha ottenuto la semiliberta' nel 1997 per seguire corsi di giornalismo (aveva gia' lavorato alla radio della Svizzera italiana) e nell'ottobre 1999 e' tornato in liberta'. 

2 giugno – Antonio Marini, pubblica accusa durante il processo Moro quater che porto' alla condanna di Alvaro Loiacono e all'individuazione di due brigatisti sfuggiti fino a quel momento alla cattura, Germano Maccari e Raimondo Etro, commenta"Finalmente. E' stata una bella operazione, l'arresto di Loiacono e' allo stesso tempo un atto di giustizia e un atto di verita’". "E' un atto di giustizia perche' finalmente Loiacono - continua Marini - puo' scontare la pena che gli e' stata inflitta, sempre che venga concessa l' estradizione dalla Francia, estradizione che non fu possibile invece ottenere dalla Svizzera. E' un atto di verita' perche' puo' dare un contributo ancora a chiarire la vicenda dell' agguato di via Fani. Si potrebbe arrivare a capire chi erano gli altri componenti del commando, in particolare i due uomini a bordo della moto Honda mai identificati pur essendo stata accertata la circostanza della loro presenza sul posto. Loiacono inoltre potrebbe dire qualcosa su via Montalcini, sui documenti, sugli originali degli interrogatori di Moro che non furono mai trovati. Questa cattura e' molto importante - conclude Marini - perche' proprio lui faceva parte dell' entourage di Morucci e Faranda insieme ad Alessio Casimirri e Germano Maccari. Si spera adesso che anche Casimirri venga preso poiche' non ha mai scontato neppure un giorno di carcere nonostante i gravi delitti di cui si e' macchiato". 

3 giugno - In un'intervista al T3, Ornella Baragiola, la madre di Alvaro Loiacono, si chiede "Perche' e' sempre lui che deve pagare tutto, non capisco". "Sono venuti  qua - dice - e poi c' e' stato l' arresto. Siamo troppo sconvolti. E' assurdo, non si fa cosi', e' stato presentato in un modo indegno". All' osservazione che c' era un ordine di cattura a carico del figlio per la partecipazione all' assassinio di Aldo Moro, l' anziana donna ha osservato: "Ma si sa che c'e', beh?, ma perche' c' e'? Stiamo a vedere". Alla ipotesi riportata dalla giornalista che Alvaro Loiacono sia riuscito a lungo a sottrarsi alla cattura perche' protetto dai servizi segreti, Ornella Baragiola ha risposto: "Protezioni? e quali? Semmai sono altri che hanno protezioni".

3 giugno - Il giudice Rosario Priore, in una  intervista a Rds news, dice:"Non ci si potra' nascondere dietro al concetto di delitto politico: siamo di fronte ad un delitto di terrorismo per cui l'estradizione di Alvaro Loiacono non puo' essere negata". "In passato - sottolinea Priore - la Francia concedeva asilo politico, in genere, alle persone che non erano attinte da un concorso diretto e immediato in fatti di sangue. Spesso le richieste dei giudici italiani venivano rigettate perche' venivano contestati dei concorsi morali o indiretti a determinati fatti di sangue". "Ci vuole una partecipazione diretta alla determinazione dell'evento" e, nel caso di Moro, "avere avuto in mano la pistola fumante di via Fani". "Negli ultimi tempi, pero' - ricorda il giudice -, la Francia ha assunto un atteggiamento di collaborazione molto diverso da quello che teneva nei tempi del pieno terrorismo, cioe' negli anni Ottanta. Quindi i tempi potrebbero accorciarsi di molto rispetto alla consuetudine. Pero' i tempi ci vogliono". Parlando di Loiacono, Priore - dopo aver sottolineato che "da parte nostra non e' stato mai possibile interrogarlo direttamente" - ritiene che abbia avuto "una militanza molto intensa, una partecipazione ideologica forte alle ideologie e alle organizzazioni di lotta armata. Quindi e' a pieno titolo - in questo senso erano le prove - nelle Brigate Rosse". 

3 giugno - Ai microfoni delle tv francesi, il procuratore di Bastia Patrick Beau dice che, al termine di una procedura che si annuncia lunga, Alvaro Loiacono dovrebbe essere estradato in Italia. Il procuratore ha confermato che Loiacono e' incarcerato a  Borgo, nei pressi di Bastia, ed e' soggetto a procedura d' estradizione. 

7 giugno – In commissione stragi, audizione del sostituto procuratore di Firenze, Gabriele Chelazzi, che propone una lettura “che deriva dalla personale esperienza nelle indagini” delle vicende legate alla colonna toscana delle Br e i possibili collegamenti con la vicenda Moro e il covo di via Monte Nevoso a Milano e che, in parte, contraddice, nella ricostruzione dei fatti e nelle date di riferimento, precedenti audizioni come quella del magistrato Tindari Baglione del 21 marzo scorso. Un' audizione a conclusione della quale, il presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino afferma che quanto e' stato illustrato da Chelazzi sostiene la sua tesi proposta gia' un anno fa e cioe' che: “Probabilmente molte delle zone di opacita' che intorno alla vicenda Moro persistono possono essere chiarite seguendo un metodo indagativo nuovo. Che tenda ad una rilettura complessiva del gia' noto, e che accentri l'attenzione sulle pagine meno note di un libro che e' gia' scritto”. In particolare secondo Pellegrino sono “due i capitoli che meritano questa lettura piu' attenta: quello che riguarda le carte Moro (Memoriale) e, il secondo, che riguarda l'esperienza toscana delle Br”. “Due capitoli - osserva Pellegrino - che si intrecciano. Per questo - ricorda inoltre - siamo partiti da via Monte Nevoso che e' l'unico luogo in cui le carte Moro riaffiorano e la traccia percorsa a ritroso, che da li muoveva, ci ha puntualmente riportati a Firenze e, quindi, verso una realta' eversiva il cui ruolo nella vicenda Moro e' stato probabilmente fino ad oggi sottovalutato”. E, in questo senso Pellegrino, riflettendo su quanto ascoltato dal magistrato fiorentino ha aggiunto: “penso alla iattanza minimizzatrice della recente intervista a Panorama da Baschieri”. Chelazzi ha proposto ai parlamentari una puntuale rilettura di quanto accaduto, in particolare a cavallo “di una data da considerare spartiacque - il 19 dicembre 1978 - tra un cenno informativo preliminare e uno circostanziale in merito al ritrovamento del borsello” il cui contenuto (documenti e chiavi) ha permesso di arrivare al covo milanese di via Montenevoso. E' il giorno in cui la Digos di Firenze arresta quattro brigatisti: Dante Cianci, Paolo Baschieri, Giampaolo Barbi (ex militanti di Potere operaio) e Salvatore Bombaci, ex militante di Autonomia operaia. Chelazzi e’ convinto che il covo fiorentino nel quale si riuniva il comitato esecutivo delle Br nei giorni del sequestro Moro era quello di via Barbieri, alla periferia di Firenze, scoperto - dopo che era stato abbandonato dai terroristi - nel dicembre del 1978. Poche ore dopo viene perquisito l' appartamento di via Barbieri usato dai brigatisti: e' vuoto, c'e' solo biglietto con scritto “ricordati di spengere il gas”. Pochi giorni dopo il maresciallo Saracini, uno degli uomini del generale Dalla Chiesa, chiede di accedere al borsello trovato nell' estate dello stesso anno su un bus della linea n.2 a Firenze, da tempo depositato ai corpi di reato, e che conteneva una pistola e un mazzo di chiavi. Chiavi gia' risultate compatibili con la porta di via Montenevoso, ma che si dimostreranno assolutamente estranee a quelle di via Barbieri. Agli inquirenti resta l' interrogativo sul ruolo del covo fiorentino trovato “freddo” e che, secondo alcuni degli arrestati, era stato utilizzato per riunioni. Nel 1982 Giovanni Ciucci parla di altri covi fiorentini attivi nel '78, in via Unione Sovietica e in via Pisana, quest' ultimo vuotato e abbandonato dopo gli arresti del dicembre. Ai magistrati romani Valerio Morucci ed altri dicono che, durante il sequestro Moro, Mario Moretti si recava fuori Roma per riunioni del comitato esecutivo, e anche a Firenze. Moretti, nel 1994, afferma che l' esecutivo si riuniva in un appartamento alla periferia di Firenze, si limita a dire, messo a disposizione del comitato toscano delle Br. E' il marzo del 2000 quando Lauro Azzolini, in una intervista, ammette che il borsello smarrito e' suo e di aver usato un autobus per raggiungere la sede della riunione del comitato esecutivo che poi, aggiunge, fu scoperta dagli inquirenti: la linea n.2 ha una fermata a poche decine di metri da via Barbieri. Azzolini aggiunge anche di aver subito informato l' organizzazione di quello smarrimento: un avvertimento che spiegherebbe il perche' dello sgombero dell' appartamento. Azzolini, secondo Chelazzi, e' il primo che mette insieme i quattro elementi: il borsello, il bus, l' appartamento e le riunioni del comitato esecutivo. “Una sintesi inedita”, per il magistrato, nota probabilmente solo ai protagonisti della vicenda e che mette in luce il ruolo dell' appartamento di via Barbieri. Ma che ripropone anche una “centralita”' delle strutture Br in Toscana in quella fase del terrorismo. Il magistrato ha inoltre precisato che a differenza di quanto affermato da Baglione lui si e' occupato di Br fin dal 1977 (a Milano e poi a Firenze) e fino al 1992. “E' una ulteriore conferma della  validita' della proposta di istituire una Procura nazionale antiterrorismo per garantire un buon coordinamento informativo delle indagini e dei diversi percorsi indagativi” ha affermato Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, dopo la richiesta di un parlamentare a  Chelazzi che tendeva a chiarire se il magistrato, viste le  informazioni e la lettura degli eventi proposti nel corso dell' audizione, era stato mai “interpellato” dai magistrati che si occupano di terrorismo e Br. Chelazzi non ha potuto rispondere perche' Pellegrino e' intervenuto spiegando che la domanda non poteva essere posta, salvo mettere in imbarazzo il magistrato, visto che la Commissione aveva bocciato la sua proposta di istituzione della superprocura antiterrorismo: “quella - ha detto - era la strada da perseguire e che avrebbe permesso di far circolare le informazioni”. Secondo Pellegrino, inoltre “se l'audizione di ieri sera fosse avvanuta un anno fa sarebbe stato molto piu' semplice”. A Chelazzi e' stato anche chiesto se fosse a conoscenza della presenza di infiltrati dei carabinieri del gen. Dalla Chiesa, nella vicenda Moro. “Io le indagini le ho fatte tutte con la polizia”, ha risposto. Del fatto che Firenze fu un luogo cruciale della vicenda Moro e' convinto Walter Bielli, capogruppo dei Ds in Commissione Stragi. “Chelazzi - osserva Bielli - sulla base di fatti oggettivi e di sentenze sui brigatisti della colonna toscana, ha chiaramente evidenziato come per il sequestro Moro si fossero 'attivate' non una, ma piu' colonne delle Br, e come abbiano agito in modo coordinato, ognuno con un proprio ruolo. E tra queste un ruolo non secondario e' stato svolto da quella toscana. L'episodio del ritrovamento del borsello di Azzolini, per Chelazzi, non vale solo per la scoperta del covo di via Monte Nevoso, ma anche per i covi di Firenze, ed evidenzia uno stretto rapporto tra Moretti e Balzerani e i Br fiorentini, tanto che i due hanno alloggiato in un appartamento messo loro a disposizione da questi”. Ma su tutto cio' - osserva - “sembra non si sia indagato a sufficienza neppure dopo che si era scoperto che nell'auto Simca 1100 su cui erano stati arrestati i quattro Br della colonna toscana vi erano due contrassegni assicurativi emessi da 'Les Ansurances Nationales', mentre altri contrassegni e certificati di detta compagnia erano stati trovati a bordo della Fiat 128 di Viareggio. Ed altri ancora nella Renault 4 nella quale si rinvenne il cadavere di Aldo Moro”. “Firenze, dunque - osserva Bielli - diventa luogo cruciale della vicenda Moro. Qui si sarebbe riunita la direzione strategica delle Br ed e' da questa citta' e da alcuni dei tanti episodi che hanno caratterizzato questa vicenda che e' stata avanzata l'ipotesi della mente 'strategica' del cosiddetto 'anfitrione' che suggeriva o preparava le domande da sottoporre a Moro nei 55 giorni”. “Altro elemento di novita' emerso nell'audizione - racconta Walter Bielli - e' il ruolo del brigatista Giovanni Senzani, gia' dal '77 organicamente inserito nelle Br. Il che fa presumere che aveva rapporti con la colonna toscana e che abbia potuto svolgere una funzione assai rilevante anche sul caso Moro. Sono questi elementi qualcosa di piu' di una semplice novita”'. Per Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Stragi, “L'audizione Chelazzi in commissione  Stragi apre nuovi scenari che impongono un approfondimento del ruolo di Senzani nel sequestro Moro ed una rilettura delle gerarchie e delle singole responsabilita' e connivenze dei componenti del comitato toscano delle Br”. “Il fatto che Giovanni Senzani - prosegue Fragala' - personalita' dall'alto profilo culturale, possa aver avuto un ruolo di primissimo piano nella gestione del sequestro Moro e' la novita' piu' significativa che la Commissione abbia potuto apprendere in tanti anni di lavori e di ricerche”. “Finalmente - dichiara il deputato - si sgombra il campo da ipotesi non documentate e dai vari tentativi di deviazione che la Commissione ha patito soprattutto negli ultimi tempi”. Il senatore di Forza Italia Vincenzo  Ruggero Manca, vice presidente della commissione Stragi, rileva che Chelazzi “ha avallato la concreta possibilita' di una gerarchia interna, con almeno una personalita' di spicco che egli ha ritenuto compatibile con Giovanni Senzani. Per Manca e' inoltre degno di nota il fatto che Chelazzi abbia escluso che facesse parte delle BR Elfino Mortati, “personaggio del quale si e' recentemente parlato a proposito della possibile presenza di un covo brigastista nella zona del cosiddetto 'ghetto ebraico' di Roma”. 

10 giugno - Il senatore Vincenzo Manca (Fi), vice presidente della commissione Stragi, sollecita la magistratura che indaga sull'omicidio D'Antona e sulla ricostituzione del terrorismo di sinistra ad esaminare quanto riferito dal sostituto procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi durante l'audizione presso la commissione Stragi. Manca sottolinea “l'importanza” delle affermazioni di Chelazzi, non solo per cio' che riguarda “la centralita' del comitato toscano delle Brigate Rosse nella vicenda Moro ed in particolare nella gestione del suo sequestro”, ma soprattutto “per gli spunti investigativi che il magistrato ci ha offerti sul ruolo che persone che vengono da quell'esperienza, compreso lo stesso Giovanni Sensani, potrebbero aver avuto nella riorganizzazione delle Brigate Rosse. Soprattutto - rileva il senatore - nella fase in cui i nuclei comunisti combattenti hanno riassunto la sigla delle Br per compiere l'efferato omicidio D'Antona”. Manca annuncia quindi che si adoperera' affinche il resoconto dell'audizione di Chelazzi “sia al piu' presto messo a disposizione della procura”, e ancicipa che chiedera' di promuovere ulteriori approfondimenti presso la commissione Stragi. Il Presidente della Commissione Stragi sen. Giovanni Pellegrino, a Muro Lucano (Potenza) ad un convegno organizzato dai Ds, avvicinato da giornalisti per commentare le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione, Vincenzo Manca (Fi) sulla ricostituzione di organizzazioni terroristiche di sinistra, ha detto che “e' necessario in questa delicata fase un atteggiamento di maggiore riserbo, certamente piu' utile”. Pellegrino, inoltre, ha riferito di aver dato disposizioni perche' il resoconto dell' audizione in Commissione del sostituto procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi sia trasmesso alla Procura di Roma. Quanto alle affermazioni di Manca, il Presidente della Commissione ha detto che “Manca ha perfettamente ragione ma - ha continuato - e' l' ora del riserbo”.

19 giugno - Il quotidiano conservatore “Le Figaro” scrive che l'estradizione in Italia di Alvaro Loiacono potrebbe infrangere la “benevolenza” francese nei confronti dei “rifugiati” italiani dell'ultra-sinistra, cominciata per volere del defunto ex presidente Francois Mitterrand negli anni Ottanta. Il recente fermo in Corsica di un ex brigatista segna una prima rottura. Anche se atipico, il caso di Alvaro Loiacono potrebbe aprire una breccia nel santuario. Poiche', se la giustizia convalidera' il procedimento di estradizione, Parigi non vi si opporrebbe”. Sempre Le Figaro intervista Paolo Persichetti, che e' condannato a 22 anni in Italia con l'accusa di aver guidato la moto del killer che uccise il generale Giorgieri nel 1987 e risiede in Francia: “Non ci cercano attivamente - spiega Persichetti - ma noi non ci facciamo vedere”.

22 giugno<