9
gennaio - In un'intervista al "Corriere della sera", il senatore
a vita Francesco Cossiga ripercorre tra l'altro le tappe che hanno
portato alla caduta del governo Prodi e osserva di aver convinto D'Alema
ad andare a Palazzo Chigi. "Fu la mia scelta" e confida che in quella decisione
ha contato anche una ragione "personalissima". "La confidai - dice Cossiga
- solo a D'Alema e a Violante: io che non avevo saputo difendere la liberta'
di
Moro e non avevo saputo salvargli la vita, realizzavo il suo
disegno politico".
17 gennaio
- Il vicesegretario dell' Associazione nazionale funzionari di polizia,
Giuseppe
Bisogno replica al sen. Francesco Cossiga che il giorno precedente
ha fatto un parallelo tra l'Ovra fascista e la
Dia e afferma
che:"non sono piu' tollerabili la gratuite contumelie del senatore Francesco
Cossiga". "Prima di offendere coloro che, alla Dia come in altri uffici,
lavorano con onesta' e imparzialita' - aggiunge Bisogno - il senatore Cossiga
dovrebbe compiere un esame di coscienza, senza dimenticare quell' oscuro
periodo della storia del nostro Paese, nel quale ha trovato la morte lo
statista
Aldo Moro".
20 gennaio
- E' stata fissata per il 24 marzo, all' Aquila, l' udienza
per la rideterminazione della pena per Germano Maccari, condannato a 26
anni per concorso nel sequestro e nell' omicidio di Aldo Moro e della sua
scorta. La decisione di effettuare un nuovo ricalcolo (il secondo) della
pena era stata presa nello scorso novembre dalla V sezione penale della
Cassazione. La Cassazione aveva accolto il ricorso presentato da Maccari
adducendo come motivo il fatto che l' eccesivo ammontare della pena fu
dovuto ai vari inasprimenti delle leggi antiterrorismo succedutesi nel
tempo. E' la seconda volta che Maccari - agli arresti domiciliari - ottiene
dalla Suprema Corte un ricalcolo con conseguente dilazione dall' entrata
in carcere, subordinata alla esecutivita' della condanna. Infatti gia'
nel maggio 1998 i supremi giudici avevano ravvisato un difetto - in eccesso
- nella pena a 30 anni di carcere a Maccari pronunciata dalla Corte di
Assise di Appello di Roma. Cosi' gli anni di carcere furono ricalcolati
in 26. Secondo la Cassazione per Maccari potrebbe esserci ancora qualche
sconto e il riesame della sua pena sara' condotto dai magistrati abruzzesi
in quanto, trattandosi del secondo rinvio, la competenza da Roma e' passata
all' Aquila.
20 gennaio
- Franco Piperno, docente di fisica all' Universita' della Calabria,
racconta che Bettino Craxi "era convinto che le Brigate Rosse fossero
comandate dall' estero, dall' Est, da Praga. Una specie di ossessione".
Piperno ebbe una decina di incontri con Claudio Signorile durante
il rapimento Moro ma incontro' direttamente Craxi una sola volta, nell'
estate del 1978. "Non ricordo - dice Piperno - se fosse luglio o agosto.
Tramite il sen.Landolfi Craxi aveva chiesto di vedermi. E l' incontro
ci fu nel suo ufficio nella direzione socialista, una specie di bunker,
blindatissimo, con porte che si aprivano e chiudevano e rischiavi di restarci
in mezzo. Avra' avuto le sue buone ragioni. Craxi voleva vedermi per sapere
cosa pensassi delle Br e sui loro rapporti con l' Est. Sembrava convinto
di quanto presumibilmente gli aveva detto il generale Dalla Chiesa e non
si dava ragione di quanto cercavo di dirgli. Magari era convinto in buona
fede, come tanti italiani a quei tempi. Pochi nel '78 si ponevano, infatti,
il problema delle ragioni intrinseche, tutte italiane, di quella tragedia.
Io cercavo di esporgli le mie tesi sull' origine dei brigatisti e di quel
movimento ma lui rispondeva che io conoscevo i colonnelli ma che i generali,
invece, stavano altrove, all' Est, a Praga. Per Craxi, insomma, il cuore
vero delle Brigate Rosse non stava in Italia ed era convinto che l' ambiente
da cui le Br provenivano fosse quello dei fuoriusciti dal Pci verso i paesi
orientali. Da questo punto di vista devo dire che non ci fu una vera e
propria conversazione ma due modi diversi di vedere il fenomeno". Quell'
incontro, durato circa un' ora, nell' estate del 1978 fu il primo e l'
ultimo tra Craxi e Piperno. "Ebbi l' impressione - aggiunge - di un uomo
talmente preso dalla lotta politica da essere accecato nei giudizi. Ne
riportai un' impressione negativa, che poi, devo dire, nel corso degli
anni ho avuto modo di ridimensionare. Del resto, anche alcuni dirigenti
del Pci pensavano che le Br fossero eterodirette, ovviamente non da Praga
ma dalla Cia".
21 gennaio
- In un'intervista alla Stampa, Franco Piperno aggiunge che nei
55 giorni del sequestro Moro, non incontrò soltanto il vicesegretario
del Psi Claudio Signorile, che si muoveva su mandato di Bettino
Craxi. "Io ho visto anche qualche esponente del Pci - rivela ora l'ex
leader di Potere operaio e dell'Autonomia -, ma non è il caso di
parlarne. Se vorranno lo faranno loro" e precisa che "i dirigenti che ho
incontrato io, con i quali i rapporti risalivano ad antiche frequentazioni,
evidentemente non erano tra i più chiusi. Si discuteva di una possibile
via d'uscita...". Piperno ricorda anche l'incontro con Craxi. "Mi fece
sapere - racconta Piperno - che voleva incontrarmi attraverso un amico
comune, il senatore
Landolfi. Era estate, poche settimane dopo l'omicidio,
e io andai a trovarlo nel suo ufficio di via del Corso, una specie di bunker
al quale si accedeva attraverso molte porte blindate". Craxi voleva discutere
del fenomeno brigatista, ma a detta di Piperno aveva già delle idee
ben precise: "Parlammo circa un'ora. Lui era convinto dell'eterodirezione
da parte di qualcuno che stava nei Paesi dell'Est, era fissato con Praga.
All'epoca pensavo fosse una strategia per rovesciare ogni responsabilità
sul Pci e sul blocco sovietico, poi mi resi conto che era in buona fede,
e che a convincerlo di questa idea per me abbastanza assurda era stato
il generale Dalla Chiesa. Anche l'esito negativo della nostra trattativa
l'aveva rafforzato nella sua convinzione. "Lei conoscerà qualche
colonnello brigatista, ma sopra ci sono i generali", mi disse". La strada
individuata da Piperno e Signorile in alcuni incontri avvenuti a Roma,
"a casa di una persona che preferisco non nominare per non coinvolgerla
in questa vicenda infinita", fu quella di un discorso di Fanfani
"che doveva mostrare l'apertura non dello Stato ma della Dc a qualche iniziativa
che non offendesse la legalità; poi le Br avrebbero intavolato eventuali
trattative con mezzi propri". Ma le cose andarono diversamente: "Anziché
Fanfani - ricorda Piperno - parlò un suo uomo, Bartolomei,
ma fece un discorso talmente ellittico che io stesso, sentendolo la sera
al telegiornale, faticai a capire il messaggio. Figuriamoci le Br...".
Due giorni dopo Moro venne assassinato, e il nuovo appuntamento già
fissato tra Piperno e Signorile saltò. Da allora ci fu silenzio,
fino all'incontro con Craxi: "Provai a spiegargli che l'errore fu nel discorso
di Bartolomei, ma lui rimase fermo sulle sue idee. Sui motivi che lo spinsero
a tentare la trattativa ho sempre pensato che ci fosse anche il calcolo
politico di affermare un proprio ruolo autonomo dalla Dc e dal Pci, oltre
all'intenzione di caratterizzare quel periodo drammatico con una risposta
che non fosse quella sorda, anonima e burocratica di Berlinguer e Zaccagnini.
E credo che si sentisse erede di un'antica tradizione socialista umanitaria.
L'insolito asse creatosi tra Craxi e Fanfani dava una certa credibilità
alla nostra iniziativa agli occhi delle Br, così come la disponibilità
dell'allora presidente della Repubblica, Leone; che ci fosse me
lo disse Signorile". Le Br, dunque, sapevano bene chi erano i "mandanti"
di Franco Piperno, e a spiegare al leader autonomo perché non se
ne fece nulla fu il regista dell'"operazione Moro" in persona, Mario
Moretti, in un incontro segreto "più o meno nello stesso periodo
in cui vidi Craxi. Moretti - racconta Piperno - mi disse che il messaggio
di Ba rtolomei era inesistente, che la Dc non aveva fatto alcun gesto e
che per loro la situazione si stava facendo pesante anche dal punto di
vista logistico. La mia convinzione è che il gruppo dirigente delle
Br temesse una conclusione simile a quella del sequestro Sossi, una sorta
di commedia all'italiana, e così hanno scelto la tragedia. Io non
so se davvero Aldo Moro si sarebbe salvato, ma che quell'epilogo si potesse
almeno rinviare sì, ne sono ancora convinto".
21 gennaio
- A Tunisi, per i funerali di Bettino Craxi, Francesco Cossiga dichiara:"Sono
qui anche come collega di lotta politica, pur avendo fatto parte di due
partiti diversi, perche' come ministro dell' Interno fui appoggiato da
lui anche contro il terrorismo, deve essere quindi ridimensionato lo scontro
sul caso Moro. Mai penso' Bettino Craxi di chiedere l' abdicazione
dello Stato".
21 gennaio
- In un' audizione
in commissione stragi, Germano Maccari lancia un appello per chiudere
una epoca. "Lo Stato - dice Maccari - si liberi del potere di incarcerare
in nome della verita' storica". Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione,
gli replica ricordando di aver sottoscritto in passato iniziative per l'indulto
ma di aver da tempo mutato opinione:"L'indulto ci puo' essere solo se lo
Stato e' forte e se c'e' l'intenzione di fare i conti fino in fondo con
se' stesso". Maccari ha confermato che le domande rivolte a Moro erano
scritte e cio' - secondo Pellegrino - deve spingere a chiariere quali menti,
quali intellettuali le abbiano preparate dato che riflettono concezioni
al di fuori della mentalita' brigatista". Un accenno di Maccari anche alla
missione, successiva al suo arresto, del Sisde in Nicaragua per incontrare
Alessio
Casimirri che indico' come il 'quarto uomo' di via Montalcini non Maccari
ma Giovanni Morbioli."Fu un aiuto insperato e inaspettato". Pellegrino
sostiene anche che l'audizione dell'ex leader di Autonomia operaia
Franco
Piperno sul caso Moro "e' diventata urgente. L'audizione di Maccari
ha offerto alla riflessione della Commissione stragi alcuni utili contributi
che vengono in qualche modo ad incastrarsi con le novita' assai piu' importanti
che il professor Piperno ha ritenuto di rivelare in un'intervista a 'La
Stampa'. In questa intervista - prosegue Pellegrino - Piperno getta una
luce nuova sugli ultimi drammatici giorni del sequestro Moro quando, se
non sbaglio per la prima volta, riconosce di aver incontrato Moretti e
di aver discusso con lui della inidoneita' del discorso di Bartolomei ad
aprire uno spiraglio che potesse condurre alla liberazione di Moro. Nell'audizione
di oggi di Maccari - dice ancora Pellegrino - quando non avevo ancora letto
l'intervista di Piperno avevo comunque rilevato l'inutilita' sostanziale
di indagini chiuse all'interno del mondo brigatista e l'avviso che nuova
luce si sarebbe potuta ottenere solo indagando sul ruolo che nella vicenda
ebbero intellettuali contigui alle Br come Piperno nel loro rapporto, da
un lato, con i carcerieri di Moro, dall'altro, con il mondo politico italiano.
E non e' escluso, piu' o meno coscientemente, anche con apparati della
istituzioni italiane ed estere. Penso che Piperno debba dare importanti
chiarimenti in proposito".
26 gennaio
- Il nuovo settimanale "7giorni7", nel suo primo numero pubblica due documenti
che "provano i legami internazionali delle Brigate rosse e sono stati secretati
per 20 anni". Il primo documento e' un fonogramma inviato dai servizi segreti
egiziani al ministero degli Affari esteri italiano il 4 maggio 1978, nei
giorni del sequestro Moro, in cui si affermava che Carlos addestrava
terroristi italiani e tedeschi in una base in Libia. Il secondo documento
e' un fonogramma del 25 maggio 1978 inviato sempre alla Farnesina dai servizi
segreti inglesi in cui si diceva che la Germania orientale era stata incaricata
dai servizi russi di sovrintendere ad operazioni destabilizzanti in Italia
e in Europa, servendosi in particolare della base di Karlovy Vary in Cecoslovacchia.
I due documenti - sostiene il settimanale - sono stati inviati alla commissione
Stragi il 21 dicembre scorso. Nuove conferme - secondo il settimanale -
anche per i "collegamenti tra Giuliana Conforto e ambienti terroristici
venezuelani nei quali ebbe modo di conoscere Douglas Bravo, gran
maestro del terrorista Carlos".
27 gennaio
- Il capitano dei servizi segreti Antonio La Bruna, 72 anni, muore
nell' ospedale di Bracciano. Ufficiale dei carabinieri, fu coinvolto tra
l' altro nel caso Pecorelli, nella vicenda della Loggia P2 e nel processo
per la strage di Piazza Fontana. Era stato ricoverato il 26 nel reparto
di cardiologia, ma e' stato colto da un infarto nella notte. Con l'aiuto
di alcuni giornalisti, La Bruna stava scrivendo un libro di memorie dal
titolo provvisorio "Agli ordini dello Stato. Lo 007 piu' discusso racconta
la sua verita"'. Il volume avrebbe svelato i retroscena delle attivita'
anticomuniste alla fine degli anni Sessanta, le missioni svolte all'estero,
le azioni svolte in aiuto di Gheddafi, i retroscena politici di piazza
Fontana e del golpe Borghese, l'azione svolta in Italia dai servizi stranieri,
a partire da quello americano e dal Mossad israeliano.
1 febbraio
- La versione ufficiale della vicenda del covo Br di via Montenevoso
non convince la commissione stragi che ha fatto stilare due elaborati che
- a quanto si apprende - avrebbero posto in luce la "non veridicita"' dei
rapporti inviati dall'Arma dei carabinieri alla autorita' giudiziaria milanese
e fiorentina per spiegare come si arrivo' al covo Br dove vennero trovate
le carte di Aldo Moro, nell'ottobre del 1978. Su questa vicenda oggi l'ufficio
di presidenza ha quindi deciso di ascoltare il Comandante generale dell'Arma
dei Carabinieri e il ministro della Difesa, Sergio Mattarella. La commissione
inviera' quanto prima i due elaborati, uno riguradante la vicenda del covo
Br, e l'altro riguardante Elfino Mortati, che fece alcune dichiarazioni,
poi ritrattate, sulle basi nel ghetto e su altri aspetti finora "sconosciuti"
della vicenda Moro, a Mattarella e all'Arma. Tra le carte della questura
di Firenze e' stato ritrovato da Silvio Bonfigli, consulente della
Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e il terrorismo, un dispaccio
che potrebbe far rivedere la versione ufficiale delle modalita' con cui
si arrivo' alla scoperta della base Br di Via Montenevoso, nell'ottobre
del '78, all'interno della quale furono trovati il memoriale e le lettere
di Aldo Moro. Il documento ritrovato, assieme ad altri, forma oggetto di
una relazione. Il dispaccio e' datato 4 ottobre 1978 e afferma:"Ad ore
9,50 primo ottobre ultimo scorso militari arma Carabinieri a seguito notizie
confidenziali localizzavano base operativa Brigate Rosse ubicata in questa
Via Pallanza numero 6 (...) proseguo stessa operazione arma Cc localizzava
altre due basi operative Brigate Rosse queste vie Montenevoso numero 8
ed Olivari numero 9 (...)". La versione ufficiale, sia pure con alcune
differenze, fa partire da Firenze la segnalazione che avrebbe poi portato
ad individuare il covo milanese. Ora una attenta analisi, condotta su documenti
giudiziari e non, sottolinea che i Carabinieri gia' il 3 agosto 1978 arrivarono
in via Montenevoso "addirittura effettuando un controllo di alcuni stabili
siti in quella via". A Firenze, grazie ad un borsello perduto, si riusci'
ad "agganciare" Lauro Azzolini e, tramite lui, si arrivo' alla base
di Milano. Ora il rapporto sottolinea che non vi e' alcuna formale trasmissione
dai Carabinieri di Firenze a quelli di Milano del mazzo di chiavi rinvenute
nel borsello e riferiti allo stabile di via Montenevoso, ma soprattutto
gli atti sembrano dimostrare che l'individuazione del covo milanese fu
raggiunta con modalita' e tempi ben diversi da quelli descritti. L'attenzione
del ricercatore si e' appuntata sulle attivita' investigative del brigadiere
Ferdinando
Negroni, all'epoca in servizio presso la sezione anticrimine dei Carabinieri
di Firenze, e nel collocare questa sua attivita' investigativa (ufficialmente
datata settembre) ai primissimi giorni del mese di agosto '78. Il documento
nota che l'intervento del primo ottobre '78 e' di pochi giorni successivo
al trasferimento nel covo brigatista del fondamentale materiale documentale
relativo ai verbali dattiloscritti degli interrogatori resi da Aldo Moro
durante la sua prigionia".
10 febbraio
-
In commissione stragi, audizione
di Silvano Girotto, noto come "Frate Mitra", alla cui collaborazione
con i carabinieri viene attribuita la cattura di
Renato Curcio e
Alberto
Franceschini nel 1974. Nato nel 1939 nei dintorni di Torino e con un
romanzesco passato, almeno a quanto risulta da un libro biografico su di
lui uscito nel 1973 (riformatorio a 14 anni, poi Legione straniera, rapinatore
in Piemonte, 5 anni di carcere, infine novizio francescano, quindi missionario
e guerrigliero in Cile e Bolivia), dal Cile Girotto torna in Italia con
una fama di guerrigliero, rafforzata dal libro e da un servizio del settimanale
di destra 'Candido'. Lotta Continua lo corteggia, ma frate Mitra e' interessato
alle Brigate rosse. Grazie ad Enrico Levati riesce ad entrare in
contatto con Curcio, che incontra due volte. Un terzo incontro e' fissato
per l' 8 settembre 1974 a Pinerolo. Curcio va all' appuntamento insieme
a Franceschini e la trappola scatta.
Mario Moretti, messo in allarme
da Levati che era stato avvertito per telefono che l'appuntamento poteva
essere una trappola, non riesce ad avvisarli in tempo. Su questo mancato
avviso Curcio indaghera' poi, concludendo che a Moretti erano da attribuire
solo "sbadataggine e smemoratezza". Curcio ha raccontato poi che al momento
dell'arresto aveva con se' un elenco di nomi di politici, diplomatici,
militari, magistrati, ufficiali di polizia e carabinieri, trovato in un'incursione
negli uffici di Edgardo Sogno, di cui, secondo lui, non si trovera' piu'
traccia. Un comunicato delle Br addita come traditore Girotto, che risponde
con un ironico comunicato:"E cosi' signori delle Br, mentre strombazzavate
ai quattro venti il vostro folle tentativo di attacco al cuore dello Stato,
siete stati colpiti voi". Dopo gli arresti, Moretti, che stava per essere
estromesso dal Comitato esecutivo per le divergenze nella gestione del
rapimento Sossi, ne diventa invece il leader. Considerato dalle Brigate
rosse al servizio del Sid, Girotto ha sempre affermato di aver agito per
motivi di coscienza. Nel 1992 Girotto scrive a Curcio che riteneva suo
dovere contribuire a sconfiggere cio' che in Italia le Br rappresentavano.
Lo strano personaggio ricompare a fine maggio 1999 con un' intervista al
'Sole delle Alpi' e una lettera alla Stampa. Nell' intervista, frate Mitra
dice tra l'altro:"Se solo lo avessero voluto Moretti non sarebbe mai diventato
una primula rossa ne' l'artefice del sequestro Moro e della strage di via
Fani. Ma il punto e' che non vollero" e solleva qualche dubbio sui tempi
dell' operazione e sul perche' i carabinieri del gen. Dalla Chiesa abbiano
avuto fretta di prendere Curcio senza attendere di poter catturare tutti
i capi dell Br.
23 febbraio
- Audizione
in commissione stragi di Vincenzo Cappelletti, ex presidente dell'Enciclopedia
Treccani ed ex presidente del Comitato scientifico costituito da Francesco
Cossiga dopo il sequestro Moro. Vincenzo Cappelletti dice di non essere
mai stato ascoltato da alcun magistrato e ha riferito che nel comitato
scientifico, composto da esperti scelti dallo stesso Cappelletti, "vi erano
personaggi aderenti alla P2 e vicini alla Cia". Cappelletti ha anche espresso
giudizi negativi su Moro, sostenendo che il suo comportamento e' stato
del tutto inadeguato ad uno statista, e ha poi descritto come "assolutamente
inefficace" l'azione investigativa durante il sequestro. "Il prof. Vincenzo
Cappelletti - ha dichiarato il presidente della commissione Pellegrino
- ci ha spiegato che al ministero dell'Interno, durante la prigionia di
Aldo Moro, c'era un vuoto di informazione assoluto". Pellegrino ha aggiunto
che inviera' alla Procura di Roma il verbale dell'audizione di Vincenzo
Cappelletti, perche' "E' davvero singolare che dopo tanti anni di inchieste
parlamentari e di giudizi il professor Cappelletti ci ha detto che era
la prima volta che veniva ascoltato sulla vicenda di Aldo Moro. Inviero'
alla procura non solo l'audizione di Cappelletti, ma anche quella di Maccari.
C'e' infatti tra di loro un punto di coincidenza nel confermare che intorno
alle Br esistesse un'area di contiguita' intellettuale che fu, per mia
ipotesi, il luogo in cui concretamente si svolse, ma non ebbe successo,
una trattativa volta alla liberazione dell'ostaggio. Probabilmente furono
piu' trattative che si elisero pero' a vicenda determinando il tragico
epilogo. L'audizione di Cappelletti - prosegue Pellegrino - ci ha fornito
utili basi di lavoro. Innanzitutto il professore ha chiarito il suo ruolo
nell'organizzazione di un gruppo di esperti che furono da lui in gran parte
individuati per incarico del ministro dell'Interno cui ci ha detto di essere
legato da antica e profonda amicizia. A differenza di quanto ci era stato
riferito dal professor Silvestri - dice ancora Pellegrino - Cappelletti
ci ha spiegato che non si tratto' di consulenze isolate, ma di un gruppo
che lavoro' collegialmente con l'assistenza del prefetto Squillante
che
verbalizzava i contenuti delle riunioni. Cappelletti ci ha anche assicurato
che fara' ricerche nel suo archivio personale per fornirci altra documentazione".
L'on. Walter Bielli (Ds) commenta che "Vincenzo Cappelletti non
e' il personaggio di secondo piano che sembra. Anzi. E' il primo che e'
stato contattato da Francesco Cossiga per costituire il comitato di esperti
durante il sequestro Moro. Sa molto di piu' di quello che ci ha detto e
credo proprio che i magistrati debbano interrogarlo. Condivido la decisione
di Pellegrino di trasmettere il verbale della sua audizione alla procura.
Cappelletti e' l'ultimo che ha visto Moro vivo. Era infatti da lui, nel
suo studio, il 15 marzo". Cappelletti, ha raccontato ancora Bielli, "ha
detto poi di essere legato ad alcune associazioni come la Lega Mondiale
anticomunista e l'associazione per l'unificazione per lo spirito cristiano
mondiale. Ci ha spiegato che e' stato lui ad aver contattato Ferracuti.
E non viceversa. Ma la cosa davvero sorprendente - ha concluso - e' stato
il suo giudizio morale su Moro. Ha dichiarato apertamente che 'doveva accettare
di essere sacrificato' senza fare troppe storie". In realta' il prof. Cappelletti
non ha risposto se non in modo evasivo e ripetendo banalita' alle domande
della commissione stragi. Sembrava quasi che li prendesse in giro.
1 marzo
- "Il Messaggero" pubblica un'intervista
al terrorista internazionaleCarlos. Secondo "Carlos", di cui recentemente
la Commissione stragi ha chiesto la disponibilità a un interrogatorio,
le Br sono ancora in fase «operativa». Carlos afferma che all'epoca
del sequestro Moro i terroristi avevano progettato il sequestro di tre
persone, ma poi ne rapirono soltanto una, ossia lo statista Dc. Sempre
secondo Carlos, a Milano si tentò una riunione tra «rivoluzionari
stranieri» per cercare una trattativa con uomini dello Stato, ma
ci fu un blitz della polizia che aveva già identificato questi terroristi,
i quali sfuggirono per un soffio alla cattura. Carlos dice di non credere
all'ipotesi che le Br avessero suggeritori stranieri e dice che, all’aeroporto
di Beirut, un jet "Executive" dei servizi di sicurezza italiani rimase
in attesa a lungo, aspettando un contatto con le Br attraverso gente estranea
alla resistenza palestinese. "C’erano - dice Carlos - patrioti anti-Nato,
inclusi alcuni generali, che erano partiti per aspettare il rilascio dei
prigionieri e per salvare la vita a Moro e l’indipendenza dell’Italia.
Invece questi patrioti, inclusi alcuni generali, sono stati dimessi e costretti
ad andare in pensione".
14 marzo
- “Di cosa si occupa la commissione Stragi? Quali sono i suoi teoremi?
Perche' da mesi indaga sul generale Dalla Chiesa? Chi sono i suoi consulenti?
Perche' due grandi quotidiani hanno rifiutato la lettera testimonianza
dei magistrati Ferdinando Pomarici e Armando Spataro?”. Nando dalla Chiesa,
deputato del gruppo dei Verdi e figlio del generale ucciso a Palermo, annuncia
cosi’ che terra’ una conferenza stampa sulle “deviazioni della Commissione
Stragi” il 16 marzo, anniversario del rapimento di Aldo Moro. Interverra'
anche Armando Spataro, gia' sostituto procuratore a Milano e ora membro
del Csm. A Radio Radicale, Giovanni Pellegrino, presidente della commissione
Stragi, dice:“Trovo legittimo che Nando Dalla Chiesa ponga queste domande.
Sono pero' dispiaciuto e amareggiato dal modo con cui le pone. Sembra quasi
voler attribuire a me e alla commissione che presiedo la volonta' di mettere
in dubbio la cristallinita' della figura del generale Dalla Chiesa. Ho
gia' detto che vorrei che il generale Dalla Chiesa fosse in vita e che
lo Stato potesse avere un servitore come lui, perche' penso che con ogni
probabilita' gli assassini di D'Antona sarebbero gia' stati assicurati
alla giustizia. Questo dimostra quanta stima io abbia del ruolo che Dalla
Chiesa ha svolto nel contrasto alle Br, al terrorismo di sinistra e alla
mafia. Tutto questo non ci esime dal dovere istituzionale di continuare
a investigare sul caso Moro ne' dal cercare di capire chi fossero, per
esempio, gli informatori di Dalla Chiesa, che gli consentirono, subito
dopo la tragica conclusione del sequestro Moro, di raggiungere il covo
di via Monte Nevoso. Far questo non significa fare torto alla memoria del
generale. Anche per questo spero che questa polemica, per me senza senso,
possa cessare”. Pellegrino polemizza anche con Spataro e dice:“Vorrei solo
sapere se questa intensa attivita' che il magistrato Armando Spataro sta
svolgendo sia compatibile, e in che limite, con il suo essere componente
del Csm”. Pellegrino replica direttamente al magistrato dopo le polemiche
sulla “dinamica” del blitz di Monte Nevoso e a commento del fatto che “prima
Spataro accetta di essere ascoltato da questa commissione e poi decide
di partecipare anche alla conferenza stampa organizzata per la prossima
settimana da Nando Dalla Chiesa”.
14 marzo
– In un’ audizione
in commissione stragi, il giornalista dell’ Espresso Mario Scialoja dice:“Le
mie fonti erano Piperno, Scalzone e gli avvocati Giannino Guiso ed Edoardo
Di Giovanni”. Scialoja, che ha dichiarato di non ricordare con esattezza
quale delle fonti gli avesse dato di volta in volta le notizie necessarie
a scrivere i suoi articoli, come per esempio quello sul memoriale di via
Monte Nevoso, ha poi spiegato di non sapere all'epoca che Piperno e Scalzone
erano interni alle Br. “E' chiaro che poi loro avevano delle fonti o comunque
dei canali interni alle Br, ma certo non venivano a dire a me di chi si
trattava. Io facevo delle domande, loro si prendevano del tempo per darmi
una risposta e poi dopo ottenevo l'informazione. Su questo davvero non
so che altro dire”. Il giornalista ha aggiunto di sapere che Scalzone e
Piperno avevano contatti con Valerio Morucci e Adriana Faranda. Tra i vari
“punti oscuri” del caso Moro di cui si e' parlato nel corso dell' audizione,
Scialoja ha citato anche il caso di don Mennini. “E' davvero andato don
Mennini – si e' chiesto Scialoja - nella prigione del popolo? Non ci sono
prove certe del fatto, ma e' logico presumerlo. Nella sceneggiatura del
film su Aldo Moro, alla quale collaborarono anche Morucci e Faranda, si
racconta della visita del prete ad Aldo Moro. Poi pero' lui e' scomparso
nell'Africa Australe e non se n'e' saputo piu' nulla...”. Circostanza questa,
pero', smentita subito dal senatore Pellegrino: “Don Mennini ora e' a Roma,
ma si rifiuta di essere ascoltato da questa commissione”. Scialoja ha poi
elencato le “grandi bufale” che sono state raccontate in questi 20 anni
sulle Br: “Oltre alla vicenda del Grande Vecchio - ha puntualizzato - tra
le grandi bufale ci metterei anche la vicenda della Cecoslovacchia”. E
spiega, infatti, di non credere alla versione emersa da piu' parti di brigatisti
addestrati nell'Est: “Curcio mi spiego' in una sua intervista che tutto
nacque dal fatto che Feltrinelli era riuscito a far espatriare in Cecoslovacchia
un gappista, credo di ricordare che fosse Viel. Da questo episodio poi
la realta' credo si sia davvero dilatata...”.
16 marzo
– Nell’annunciata conferenza stampa, Nando Dalla Chiesa dice che “La commissione
Stragi e' diventata ormai il gingillo personale del presidente Giovanni
Pellegrino...”. E ancora: “tutto quello che non rientra nelle loro tesi
precostituite, a cui danno valore di prova, viene rimosso...”. Nando Dalla
Chiesa non usa mezzi termini per attaccare la commissione Stragi che, a
suo dire, sta tentando di delegittimare la figura di suo padre il generale
Carlo Alberto Dalla Chiesa. “Pensate - spiega Dalla Chiesa - lo hanno persino
paragonato a chi cerco' di coprire la strage di Peteano. A chi insomma
copri' chi aveva ucciso i propri uomini” e “lo hanno fatto anche passare,
lui che era acerrimo nemico dei terroristi, per uno che stava sia con lo
Stato, sia con le Br. Chiedero' direttamente al presidente della Repubblica
di tutelare il buon nome di mio padre. E per far questo sto cercando di
dar vita ad un gruppo di parlamentari che venga con me in delegazione al
Quirinale. Si e' creato ormai un conflitto istituzionale difficilmente
sanabile...”. Ma l'offensiva di Dalla Chiesa contro la commissione Stragi
non finisce qui: “Sono andato anche dal presidente della Camera Luciano
Violante e ho scritto al presidente del Senato, Nicola Mancino. Da loro
ho ricevuto parole ben diverse da quelle pronunciate in commissione all'indirizzo
di mio padre. Sto cercando poi di dar vita a questo gruppo di parlamentari
e ho gia' ricevuto molte adesioni”. “La commissione Stragi - osserva -
istiga i magistrati che ascolta, e per capirlo basta leggere i verbali
delle recenti audizioni di Ferdinando
Pomarici e di Armando
Spataro, a mettere in dubbio l'operato dell'Arma. Non ha dubbi o avanza
ipotesi, da' solo giudizi...Si vede che non vuole arrivare alla verita'
e infatti prospetta punizioni per i magistrati che invece raccontano i
fatti..”. Armando Spataro, sostituto procuratore a Milano e ora componente
del Csm, dopo essersi commosso sino alle lacrime alla lettura di quanto
dichiarato da alcuni componenti della commissione nei suoi confronti (“ha
la coda di paglia”,”forse non vuole che si indaghi ancora sul caso Moro...”,
“questa sua intensa attivita' e' compatibile con suo ruolo al Csm?”) racconta
“come andarono veramente le cose” sul covo di via Monte Nevoso (“una pagina
fulgida”) e critica la relazione del consulente Bonfigli nella quale si
afferma invece che i Carabinieri “falsificarono la realta’”. Spataro, all'epoca
sostituto procuratore a Milano, racconta quindi come si arrivo' a scoprire
il covo di via Monte Nevoso e spiega che alcune cose, come ad esempio i
nomi di chi permise il ritrovamento e l' identificazione di alcuni Br,
non vennero inserite nel verbale (“ma l'autorita' giudiziaria ne era a
conoscenza”) solo per motivi di sicurezza (“quelle persone avevano paura..”).
Non ci fu quindi, sottolinea, “nessun falso” da parte dei Carabinieri “come
sostiene invece il Pm Bonfigli nella sua relazione”. “E glielo dissi subito
- dice ancora Spataro - quando me ne parlo' che non c'era stato alcun falso.
Per questo chiesi di venire ascoltato dalla commissione Stragi: per raccontare
come si svolsero i fatti...Sono stato ascoltato, con Pomarici, quattro
ore e mezza. E nell'audizione ci sono stati anche passaggi piuttosto tesi,
ma non ci hanno fatto deflettere dal nostro intento di raccontare la verita”'.
“Si' - interviene Dalla Chiesa - e proprio in questa audizione e' evidente
come abbiano tentato di alterare le testimonianze e di mettere da parte
le prove che non avvaloravano la loro tesi che e' quella che le Br sono
state eterodirette o infiltrate. Che queste infiltrazioni erano gestite
da mio padre (gli infiltrati di vertice erano Azzolini e Moretti) e che
lui era stato sia con le Br sia con lo Stato. Non so se e' solo per dilettantismo
o superficialita' che si fa tutto questo, ma e' inaccettabile...”. Nando
Dalla Chiesa dice anche che gran parte dei consulenti della Commissione
stragi “non erano luminari, ma solo neo laureati senza alcuna esperienza.
O segretari particolari di certi parlamentari...”.Il presidente della Commissione
stragi Giovanni Pellegrino difende l'operato della commissione e respinge
tutte le critiche. “Con assoluta serenita' - spiega Pellegrino – nel luglio
dell'anno scorso ho depositato documento istruttorio in cui davo atto che
alla stregua degli accertamenti che avevamo compiuto nell'ultimo anno noi
non eravamo in grado di dare una risposta positiva all'interrogativo che
il capo dello Stato ci aveva posto e cioe' se dietro le Br ci fossero altre
intelligenze. Ho scritto, assumendone le responsabilita', che anche alla
luce dei nostri accertamenti le Br restavano un fenomeno italiano, non
apparivano eterodirette e avevano rapito, processato e ucciso Moro secondo
una loro logica interna. Esclusa quindi l'ipotesi di un'eterodirezione
proponevo un' ipotesi indagativa minore che andava pero' verificata: se,
al di la' del rifiuto di ogni trattativa e delle inconsistenti operazioni
di parata delle forze dell'ordine, trattative non si fossero intrecciate
tendenti sia alla liberazione di Moro, sia al reperimento di cio' che Moro
aveva potuto dire alle Br. Da allora la commissione si e' mossa con l'intento
di verificare questa ipotesi. La nostra attenzione si e' quindi concentrata
su via Monte Nevoso perche' quello e' il luogo in cui, sia pure in copia,
la documentazione Moro riaffiora e viene rinvenuta. Le indagini che abbiamo
svolto ci hanno consentito di accertare che la verita' giudiziaria su come
i CC giungono al covo non era del tutto corrispondente al vero, ma che
vi era una parte di attivita' indagativa non ufficializzata. Spataro e
Pomarici ci hanno spiegato che vi erano ragioni che indussero la procura
di Milano e i CC a tenere nascosta questa parte di verita' per proteggere
l'incolumita' di alcuni cittadini. Lo stesso Spataro ci ha invitati a verificare
la verita' di questa nuova ricostruzione. E lo stiamo facendo. Per cui
non vedo lo scandalo. A meno che Spataro non sia allarmato perche' abbiamo
deciso di sentire un magistrato, Tindari Baglione, diverso da quello indicato
da lui: Chilazzi. Se Tindari Baglione ci dira' di aver chiesto l' archiviazione
sapendo cio' che Spataro sapeva sara' un conto. Se invece ci dira' di essere
stato ingannato sara' un altro”. “Su quanto detto da Dalla Chiesa - conclude
- vorrei dire solo che della memoria di suo padre ho altissima stima e
che lui nel dire che la commissione e' un mio 'gingillo' fa grave torto
ai parlamentari del suo gruppo che ne fanno parte”. I parlamentari di An
Enzo Fragala' e Alfredo Mantica esprimono solidarieta' a Nando Dalla Chiesa
ma si chiedono anche come faccia a conoscere “i curricula” dei consulenti
di tale commissione. “Piena stima e solidarieta' all'Arma e al generale
Dalla Chiesa - dicono Fragala' e Mantica - ma ci lascia perplessi, per
non dire preoccupati, lo sdegnato attacco sferrato da Dalla Chiesa nei
confronti di tutti i consulenti di questa Commissione”. “Le allusioni,
le accuse e le critiche che hanno sfiorato l'offesa personale - sostengono
Fragala' e Mantica - di questa portata e di questa gravita', non hanno
precedenti nella storia delle inchieste parlamentari. Ci sentiamo quindi
in dovere di intervenire in difesa di tutto il parco consulenti della Commissione
trascinato in una sterile strumentale polemica che sembra avere, come solo
obiettivo, quello di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da
alcuni versanti di indagine mai esplorati sino ad ora. Ci domandiamo se
esista un oscuro disegno sullo sfondo di questi gravissimi e ingiustificati
attacchi”. Il deputato di An Sergio Cola commenta:“Nando Dalla Chiesa ha
ragione quando parla della Commissione stragi come di un 'gingillo personale
del senatore Pellegrino'. Gia' il 27 settembre scorso quando ne chiesi
le dimissioni ne ero consapevole. Ora ho una ulteriore conferma che rafforza
la mia convinzione: non si puo' partecipare alle sedute di questa Commissione
delegittimata alla fonte. Pellegrino lavora a tesi, segue un preciso orientamento
politico e, purtroppo, lo porta avanti a qualsiasi costo, non tenendo conto
neppure delle conclusione di alcuni tribunali, ne' tanto meno della realta'
e dei fatti. Gestisce la Commissione con criteri particolaristici e va
contro quella che dovrebbe essere la sua funzione di arbitro imparziale”.
16 marzo
- in un'interrogazione al presidente del Consiglio e ai ministri di Interno,
Difesa e Giustizia il parlamentare di An Alfredo Mantica chiede se la pistola
ritrovata nel borsello dell'ex Br Lauro Azzolini era “di pertinenza dei
servizi segreti?” E perche' Azzolini “non venne mai interrogato su questa
circostanza?”. Mantica chiede anche “quali misure si intendano adottare
per porre fine ai ventennali depistaggi e all'opera costante di occultamento
della verita' a proposito delle Br di Via Monte Nevoso”. Per Mantica, ci
sono ancora molte cose da chiarire: come, ad esempio, se e' vero che faceva
parte “di uno stock di 99 pistole” che vennero poi “dirette in Giordania”.
Il senatore chiede se all'epoca era in corso “un intenso traffico illecito
di armi su Cipro destinato probabilmente a organizzazioni di sinistra”
e, ancora, se e' vero che il rapporto dei CC di Firenze sulla pistola non
venne mai trasmesso ai Pm di Milano Pomarici e Spataro. Mantica poi vuole
sapere se risulta che la procura e i CC di Firenze, “siano stati costantemente
esautorati dalle indagini”.
19 marzo
- "La
Stampa" pubblica ampi stralci di un diario
di Amintore Fanfani nel periodo del caso Moro. Negli appunti che Fanfani
annotava su agende sono riportate impressioni, notizie e anche considerazioni
di natura politica e personale, un vero e proprio viaggio all' interno
del caso Moro visto da dietro le quinte. Tra le informazioni rilevanti
l' annotazione che Arnaldo Forlani fosse a favore della trattativa subito
dopo il lago della Duchessa e il fatto che la famiglia Moro temeva da anni
un gesto violento contro il leader democristiano: "Aldo ed io da anni eravamo
preparati a un simile triste evento", annota il 18 marzo. Il periodo che
precede l' uccisione di Moro conferma sostanzialmente il ruolo che Fanfani
svolse tra la Dc, bloccata nell' intransigenza, e il Psi, che incalzava,
principalmente con Claudio Signorile, perche' si arrivasse comunque ad
un gesto capace di impedire l' uccisione. Confermata anche la ricostruzione
che accreditava l' individuazione di uno o piu' detenuti che, per condizioni
giuridiche e personali, potevano ricevere la grazia. Amintore Fanfani -
sempre secondo il documento rivelato dalla"Stampa" - stava intervenendo
per perorare la svolta della direzione Dc a favore della trattativa quando
giunse a piazza del Gesu' la notizia della morte dello statista. Si reco'
a casa Moro e, con grande commozione, la famiglia gli comunico' la notizia
dei funerali privati senza gli uomini del potere. "Aggiunge - scrive Fanfani
riferendo le parole di Eleonora Moro - che, ove provocassero i dc, la famiglia
Moro risponderebbe in modo inaspettato". "La Stampa" pubblica anche un
commento
di Valerio Morucci.
20 marzo
– Il sen. Giulio Andreotti commenta "Non riesco a capire perche' il diario
sia venuto fuori proprio ora; vorrei rileggere bene tutto quanto; una ipotesi
posso anche averla ma mi sembrerebbe utile sapere come e' uscito il diario
e chi l' ha fatto uscire. Per esempio - osserva solo marginalmente e senza
dare troppa importanza - un figlio di Fanfani fa politica; potrebbe avere
un qualche interesse, diciamo cosi' pubblicitario...; certo pero' ci vorrebbe
la par condicio - continua sorridendo - e bisognerebbe far pubblicare i
diari di tutti. Una cosa e' certa: se esce fuori l' intero diario di Fanfani
- sottolinea - tutti saremo lietissimi di leggerlo". Ma e' vero, gli viene
chiesto, che era lei il primo obiettivo delle Br? "Si', questa e' una cosa
che sapevo. Franceschini ha detto che mi hanno anche seguito per strada.
A parte invece che mi sembra una valutazione sbagliata quella di dire che
se fossi stato io ad essere stato sequestrato la trattativa sarebbe stata
piu' facile. Ma chi l' ha detto? - conclude - Non ci credo neppure lontanamente".
Ignazio Contu, che dal dicembre 1983 e' stato portavoce di Fanfani, dice:”Fino
a quando e' stato pienamente consapevole della realta' che lo circondava
e di se' stesso, non mi risulta che Fanfani abbia mai fatto leggere ad
alcuno, ne' alla moglie, ne' ai figli ne' ai piu' stretti collaboratori
,le pagine dei diari sui quali fino all'inizio degli anni '80 annotava
gli avvenimenti piu' significativi di cui era stato protagonista o testimone.
Percio' quando ho appreso, leggendo 'La Stampa' di ieri, che ne avrebbe
fatto addirittura fotocopiare da una gentile signora la parte riguardante
il sequestro e l'assasinio di Moro, ne sono rimasto, piu' che sorpreso,
allibito e ne resto incredulo". Contu, dopo aver detto che in un altro
momento parlera' "sulla sorte dei diari, sulle idee al riguardo del suo
autore e sulle intese gia' raggiunte circa la destinazione dell'intero
archivio di Fanfani" aggiunge: "Per ora mi limito a osservare che la diffusione
a pezzi e bocconi di un diario segreto per di piu' senza una appropriata
contestualizzazione degli eventi ai quali gli appunti si riferiscono esplicitamente
o implicitamente, e' un legittimo scoop giornalistico ma non certamente
un buon servizio reso alla memoria di chi lo ha scritto e, in questo caso,
agli interessi della storia"
20 marzo
- Finisce al Consiglio superiore della Magistratura il contrasto tra il
presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, e il componente
dell'organo di autogoverno della Magistratura Armando Spataro. A sollevare
la questione dinnanzi al Csm e' stato lo stesso Spataro. "Ho investito
del caso il comitato di presidenza - ha detto - inviando il verbale
della riunione di giovedi' scorso della Commissione stragi, convocata dopo
che Nando Dalla Chiesa aveva annunciato la conferenza stampa con la mia
partecipazione; in quella sede Pellegrino e altri componenti si erano chiesti
se alcune prese di posizione erano compatibili con il mio ruolo di consigliere
del Csm”. “L'invito alla conferenza stampa parlava di deviazioni della
Commissione stragi ed io ho posto il problema se l'attivita' di Spataro
fosse compatibile con la sua carica – conferma Pellegrino -. E una volta
che Spataro ci ha informato della sua iniziativa, mi e' sembrato giusto
che il Csm conoscesse nella sua interezza la vicenda, e dunque anche il
contenuto della conferenza stampa. Abbiamo allegato anche le agenzie da
cui risulta che Spataro non aveva preso le distanze dagli insulti rivolti
da Dalla Chiesa alla Commissione. Il tutto perche' si possa valutare se
un consigliere del Csm puo' partecipare ad una aggressione verso una commissione
di inchiesta che ha gli stessi poteri dell'autorita' giudiziaria".
21 marzo
- In commissione stragi audizione
del magistrato Tindari Baglione e della giornalista del "Corriere della
sera" Maria Antonietta Calabro'. Dall' audizione di Baglione emerge la
possibilita' che Giovanni Senzani sia stato usato come consulente durante
il rapimento Moro. Ecco alcone delle frasi:
BAGLIONE. L’ideologo
era Senzani che faceva il consulente per il caso Moro.
PARDINI. Chi
glielo ha riferito?
BAGLIONE.
Non lo ricordo. Comunque all’epoca mi fu detto che il professor Senzani
era un esperto di queste vicende. Mi dissero che il professor Senzani era
un uomo delle istituzioni e che quindi doveva stare attento.
PRESIDENTE.
A noi risultava che fosse un consulente del Ministero di grazia e giustizia,
e più su questioni carcerarie che su problemi riguardanti la vicenda
Moro.
BAGLIONE.
Sono piuttosto abbottonato nelle mie dichiarazioni perché il reato
di calunnia sapeste come corre!
e ancora:
FRAGALA’. Dottor
Baglione, vorrei innanzi tutto ingraziarla della sua disponibilità
e del contributo che sta portando ai nostri lavori. Vorrei ora chiederle
una cosa che riguarda una sua affermazione di poco fa. Lei ha dichiarato
che Giovanni Senzani ha fatto da consulente per il caso Moro. Voglio sapere
da lei che cosa vuol dire con questa affermazione.
PRESIDENTE.
Tenga presente, consigliere, che se lei desidera non affrontare il rischio
della calunnia abbiamo la possibilità di passare in seduta segreta.
BAGLIONE.
Di segreto non c’è nulla. Per rispondere all’onorevole Fragalà,
con questa affermazione volevo dire che questo ragazzo, tale Bombaci, che
era il figlio di un maestro di Carlentini, risiedeva a Tavarnelle Val di
Pesa, ma venne arrestato in un appartamento di Borgognissanti. Mi fu detto
dalla molto più preparata questura – ufficio DIGOS (quindi non c’è
scritto da nessuna parte ma è il mio ricordo)
che questo
appartamento era nella disponibilità del professor Senzani, un grosso
criminologo che aveva espresso delle ipotesi a livelli molto alti, non
mi ricordo se sul luogo di cattura. Non è che sono reticente è
che non si tratta di fatti documentali; fu un discorso del tipo: "Lo vogliamo
avvisare Senzani di chi si mette in casa?". Io risposi che non avrei avvisato
nessuno, perché facevo il magistrato e non il
telefonista.
Quindi è in questi termini che il discorso va posto. Alla domanda
se eravamo più preparati noi o loro, la mia risposta, con una battuta,
potrebbe essere che avevamo gli stessi consulenti, cioè il Senzani.
FRAGALA’.
Ma lei a chi passò questa informazione, al dottor Vigna?
BAGLIONE.
No. La appresi da uno della DIGOS e, per rispetto all’alta carica, non
vorrei far nomi.
FRAGALA’.
E lei dopo questa informazione ha mai saputo di attività di consulenza
che il professor Senzani aveva svolto per conto della DIGOS?
BAGLIONE.
Mai visto e conosciuto.
La Calabro'
riferisce tra l'altro una testimonianza del collaboratore di Dalla Chiesa
Nicolo' Bozzo, che, sentito nel 1981 dai giudici Colombo e Turone, parlo'
di una doppia linea di comando all'interno della divisione Pastrengo dei
carabinieri e che la linea di ufficiali di provenienza "toscana" (allusione
alla P2), tra cui il col. Mazzei, organizzo' una cosiddetta "Operazione
Monte Nevoso bis". Bozzo parlo' anche di un SuperC, versione del SuperSismi
all'interno dell' Arma dei carabinieri. La Calabro' sembra anche pensare
che il borsello potrebbe non essere di Azzolini, che se lo attribuirebbe
per coprire qualcun altro.
21 marzo
- I parlamentari Alessandro Pardini e Walter Bielli (Ds) affermano che
"La commissione Stragi, prima criticata per la sua 'presunta latitanza',
poi per la sua funzione, e' oggi al centro di polemiche sconcertanti. Proprio
quando si stanno acquisendo nuove informazioni, quando l'attivita' di documentazione
rivela fatti e accadimenti utili a disvelare l'alone di mistero che ancora
oggi segna passaggi drammatici della storia del nostro paese, sul terrorismo,
sulle stragi e sul rapimento e l'omicidio Moro, si intensificano dichiarazioni,
prese di posizione, comunicati, allo scopo di sminuire o mettere
in discussione il prezioso lavoro fatto dalla commissione Stragi". Bielli
e Pardini citano l'intervista
rilasciata alla Calabro' da Lauro Azzolini al "Corriere della Sera",
nella quale l'ex brigatista rosso "nulla dice circa gli originali delle
carte di Moro, ne' di come furono occultate le copie poi trovate a rate
dagli inquirenti. Forse sarebbe preferibile che Azzolini, anziche' rilasciare
interviste oscure e vaghe, venisse a parlare in commissione Stragi di quanto
sa".
21 marzo
– Giorgio Fanfani dichiara:"Anche io sono rimasto allibito dalla pubblicazione
di alcuni stralci dei diari di mio padre". Per il figlio di Fanfani "sembra
inverosimile" che il padre "li abbia fatti leggere e addirittura fotocopiare
da chicchessia. Il suo riserbo e la sua arcinota prudenza mi portano ad
escludere che la Minervino possa essere stata da lui autorizzata a divulgare
il contenuto di parti di diario che asserisce di aver consultato e riprodotto,
con il consenso di mio padre. Io comunque non ho mai letto e neppure sfogliato
quelle sue agende segrete, che conservava rinchiuse in un apposito armadio,
di cui possedeva l'unica chiave nello studio di Via Platone. Dopo l'incendio
di quella casa Mariapia mi disse di aver fatto mettere in salvo i diari
e di custodirli in attesa di donarli alla 'Fondazione Amintore Fanfani'
che alcuni amici e collaboratori di mio padre hanno intenzione di far nascere.
Per quanto riguarda la sgradevole allusione dell'on.Andreotti, se e' vero
che ha pronunciato le parole attribuitegli dalla stampa, all'ipotesi che,
dietro la divulgazione degli appunti sul caso Moro, potrebbe esserci il
mio zampino, per motivi di pubblicita' elettorale, mi auguro che egli abbia
voluto scherzare. Aggiungo che, se non e' uno scherzo, si tratta di una
calunnia molto grave; se lo e', e' di pessimo gusto".
22 marzo
- Il capogruppo dei Verdi in Commissione Stragi, Athos de Luca, dichiara
che bisognerebbe convocare ufficialmente gli ex brigatisti Lauro Azzolini,
Barbara Balzarani, Franco Bonisoli e Mario Moretti e disporre l'accompagnamento
coatto in caso di un loro rifiuto. "Gli ex brigatisti - ha detto De Luca
- siano essi pentiti, non pentiti o dissociati, hanno il dovere di dire
tutto quello che sanno oppure devono assumersi ufficialmente la responsabilita'
di avvalersi della facolta' di non rispondere. In tal caso si dovra' tenere
conto di un simile atteggiamento di non collaborazione: non dimentichiamoci
che alcuni tra loro, che dicono di aver chiuso con il passato, godono per
questo dei benefici previsti dalla legge. Finora la Commissione non si
e' mai avvalsa del potere di arrestare in aula testimoni reticenti o di
disporre l'accompagnamento coatto, ma ha di fatto tutti i poteri della
magistratura ed e' ora che li usi". L'on. Enzo Fragala' (An) replica al
sen. Athos de Luca :"Il senatore De Luca dovrebbe convenire con noi che
la Commisione stragi, proprio perche' ha gli stessi poteri dell'autorita'
giudiziaria, non puo' convocare coattivamente gli ex brigatisti per il
semplice motivo che nemmeno la magistratura puo' farlo, se si tratta di
imputati che hanno diritto a non presenziare e a non parlare. Consideriamo
inoltre senza senso anche il 'ricatto' sui benefici di legge, dal momento
che non servirebbe a far 'parlare' gli ex terroristi che non hanno ancora
detto tutto. L'unico modo e' avere il coraggio di rilanciare l'indulto
per gli ex terroristi. Solo applicando il principio della proporzionalita'
della pena, chi non ha ancora detto tutto sull'affare Moro e sulle altre
'pagine strappate' della storia italiana, per timore delle conseguenze
giudiziarie, potra' farlo. Per combattere il terrorismo, vecchio e nuovo,
occorre che lo Stato dimostri di non avere paura a superare quel passato,
figlio della peggiore ideologia del secolo scorso".
22 marzo
- In una lettera indirizzata al direttore del quotidiano "La Stampa" Marcello
Sorgi, Maria Pia Fanfani, la vedova di Amintore Fanfani, scrive:"I diari
di Fanfani, di cui sono la sola erede, non sono mai usciti dalle mie mani,
tanto meno dalle mani del figlio Giorgio, e saranno da me donati ad un'istituenda
Fondazione 'Amintore Fanfani' affinche', nei modi e nei tempi ritenuti
opportuni, siano messi a disposizione di quanti abbiano interesse a conoscerli".
Mariapia Fanfani dice di aver appreso con ritardo delle polemiche trovandosi
in viaggio a Berlino e ricorda l' "antichissima amicizia" che la lega a
Fiorella Minervino. Quando la giornalista le chiese di poter "rendere pubbliche
le pagine del diario che aveva ricevuto direttamente da Amintore", a quattro
mesi dalla scomparsa del marito e nel ventiduesimo anniversario del rapimento
di Moro, "le risposi – scrive Mariapia Fanfani - che era ovviamente libera
di farlo". Quindi, Mariapia precisa che "i diari sono stati mostrati da
Amintore, direttamente a Fiorella, durante le frequenti visite, sia a Palazzo
Giustiniani, dove abbiamo vissuto a lungo, che in via Platone, dove frequentemente
passavamo alcuni week end per consentire a lui di dipingere, suonare il
piano, ascoltare musica e stare tranquillamente insieme con persone amiche".
24 marzo
- La Corte d' Assise d' Appello dell' Aquila ridetermina in 23 anni la
pena per Germano Maccari (che era stato condannato a 26 anni) dopo la decisione
della V sezione penale della Cassazione di effettuare un ricalcolo della
pena. Secondo la Cassazione per Maccari poteva esserci ancora qualche sconto
relativo al fatto che allo stesso era stato applicato un aumento di pena
di quattro anni, relativo alla continuazione del reato; aumento di pena
che oggi e' stato rideterminato in un solo anno con la conseguente riduzione
della condanna totale da 26 a 23 anni.
24 marzo
- Giorgio Fanfani, figlio di Amintore Fanfani dichiara:"Replico ad Andreotti,
che con parole piene di sarcasmo ha ipotizzato che io potessi essere l'
unico a trarre vantaggio politico da questa vicenda. Cio' e' tecnicamente
impossibile perche' l' unico erede dei diari e' Maria Pia Fanfani. Personalmente
non ho mai letto ne' conosciuto i diari di mio padre. Ho appreso dai giornali
che Maria Pia era a conoscenza del fatto che la signora Minervino aveva
fotocopiato qualche pagina dei diari di mio padre. Cosa che mi fa particolare
meraviglia perche' per quanto ho conosciuto mio padre e la sua riservatezza
escludo che lui abbia permesso a qualcuno di fotocopiare pagine dei suoi
diari".
28 marzo
- In polemica con il segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti, il senatore
a vita Francesco Cossiga dice:"Fa bene il giovane Castagnetti a ricordarmi
le mie responsabilita'. Me le sono sempre assunte ed ho pagato per esse.
Me le sono assunte davanti al tribunale dei ministri quando mi feci carico
di Gladio, voluta a suo tempo da Moro e Taviani e di cui mi occupai per
incarico del primo; e l'ho pagata con un'autentica persecuzione da parte
dei comunisti. Me la sono assunta quando riuscii a far schierare, con l'aiuto
di Zaccagnini, Craxi, Spadolini e Malagodi, l'Italia accanto alla Germania
nel riarmo nucleare e per risposta i comunisti mi trascinarono nel caso
Donat Cattin. Me le assunsi per il caso Moro dimettendomi, sia perche'
lo sentivo un dovere morale sia per cercare di non fare naufragare il progetto
politico di Moro e Andreotti della solidarieta' nazionale".
29 marzo - Il presidente della commissione
Stragi Giovanni Pellegrino, al termine della riunione della commissione,
dice:"Nell'ufficio di presidenza di oggi abbiamo esaminato varie soluzioni
per interrogare l'ex terrorista Carlos. Ma nessuna decisione e' stata presa.
Siccome Carlos e' detenuto all'estero, in Francia, stiamo valutando se
chiedere la rogatoria o farlo interrogare direttamente dal magistrato francese.
Vedremo. La discussione e' stata rinviata". La commissione Stragi ha deciso
invece di convocare il presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, sul caso
Ustica. "Abbiamo deciso di convocare il presidente del Consiglio - spiega
Pellegrino - per segnalargli una serie di passi diplomatici che il Governo
italiano potrebbe fare per ottenere dai paesi alleati quegli aiuti e quelle
informazioni che non sono stati dati nel corso della lunga inchiesta sul
caso Ustica. Chiederemo, insomma, al Governo di sapere un po' di piu' dagli
alleati su quanto avvenne quella notte nei cieli di Ustica".
31 marzo - In un' intervista al quotidiano
"Il Tempo" il terrorista internazionale Ilich Ramirez Sanchez, noto come
Carlos, dice:"Ho soggiornato in Italia quando ero giovane, negli anni Settanta".
Sul sequestro Moro, Carlos dice:"Per quello che ne so, si e' trattato di
un'operazione gestita totalmente dalle Br". A proposito della bomba alla
stazione di Bologna, scoppiata il 2 agosto 1980, l'ex terrorista nega di
essersi trovato nel capoluogo emiliano intorno a quel giorno, e specifica:
"Non sono mai stato a Bologna negli anni Ottanta". Sul disastro di
Ustica, infine,si dice convinto che "e' stato provocato da un missile aria-aria
della Nato". Alfredo Mantica (An) commenta cosi' l'intervista a Carlos:"Ora
abbiamo la prova che si stanno muovendo forze oscure per ostacolare o peggio
impedire alla commissione Stragi di sentire Carlos, soprattutto in merito
alla strage di Bologna del 2 agosto 1980". "E' gravissimo - aggiunge Mantica
- che proprio mentre la commissione, su iniziativa dell' opposizione, stava
avviando le procedure per intraprendere questa missione a Parigi, qualcuno
abbia fatto sapiente opera di propalazione di determinati nomi, fatti e
particolari, da tempo oggetto di delicatissimi riscontri da parte dei nostri
consulenti. Questo, ripeto, non e' altro che la riprova dell' esistenza,
anche e soprattutto all' interno del nostro organismo d'inchiesta, di una
inquietante volonta' negativa che punta a far fallire questo delicato lavoro.
Un lavoro che, nelle ultime settimane, ha portato a risultati straordinari,
specie per quanto riguarda i retroscena e la meccanica alla base della
strage di Bologna. Di queste interferenze, di questi preoccupanti tentativi
di deviazione e ingerenza, deve rispondere la presidenza della commissione.
Pellegrino prenda provvedimenti".
2 aprile - Negli Stati Uniti, muore Tommaso
Buscetta, il primo grande pentito di mafia. Sul caso Moro Buscetta racconto'
di aver avuto due richieste di "interessamento" per cercare di contattare
le Brigate Rosse e cercare di salvare la vita di Moro. Il 16 novembre 1992,
di fronte ai commissari dell' Antimafia, Tommaso Buscetta racconto' che
durante la sua permanenza nel carcere di Cuneo, fu contattato dal pregiudicato
milanese Ugo Bossi, a nome del boss Francis Turatello, e da Salvatore Inzerillo
e Stefano Bontade, per cercare di arrivare ad un contatto con i carcerieri
di Moro. In particolare, l'interessamento della mafia sarebbe dovuto, secondo
quanto testimoniato dallo stesso Buscetta al processo Pecorelli, ad un
fatto "umanitario", mentre secondo Francesco Marino Manoia avvenne su sollecitazione
di influenti esponenti Dc. Per cercare il contatto Buscetta chiese di essere
trasferito nel carcere di Torino, dove allora si trovava l'intero nucleo
storico delle Brigate Rosse per il primo grande processo contro le Br.
Invece, don Masino fu prima portato a Milano e poi a Napoli e il tentativo
falli' perche', come disse l'esponente mafioso Pippo Calo', "uomini politici
di primo piano nel partito di Moro non lo vogliono libero".
4 aprile - L' on. Nando Dalla Chiesa, figlio
del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, incontra l'ex presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro e, dopo l'incontro, dice di essere sempre piu' convinto
che il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino stia perseguendo
una sua precisa pista per indagare sul caso Moro, una pista "preconcetta"
che "tenta di avvalorare con ipotesi che poi vengono puntualmente smentite
dai fatti". "Pellegrino nei giorni scorsi - racconta Dalla Chiesa - aveva
detto che era stato Scalfaro, allora Presidente della Repubblica, a 'incitarlo
a indagare sui generali che erano al di sopra dei colonnelli' (ma quali
generali poi? Quelli dei Servizi o di cos'altro?). Ebbene ho chiesto a
Scalfaro di incontrarlo per chiedergli se davvero aveva mai detto questa
cosa. Lui, ovviamente, ha smentito di averla detta anche in veste ufficiale.
E in piu' ha confermato tutta la sua stima nei confronti di mio padre.
E ha precisato che se mai il presidente della commissione avesse avuto
un dubbio in questo senso lo avrebbe anche potuto consultare. A questo
punto non mi resta che pensare quello che ho precisato giorni fa in una
conferenza stampa e cioe' che Pellegrino sta indagando sulla vicenda Moro
in modo preconcetto con tesi preconfezionate...".
5 aprile - L'Ufficio di presidenza della
Commissione stragi ha deliberato di avviare una missione a Parigi per ascoltare,
in rogatoria internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, noto come Carlos, che
ha gia' fornito la disponibilita', tramite il suo legale, a rispondere
alle domande. I parlamentari di An Enzo Fragala' e Alfredo Mantica oltre
a Marco Taradash del gruppo misto annunciano questa decisione con "grande
soddisfazione" in quanto si potra' avere, secondo loro, "finalmente, la
possibilita' di chiarire i maggiori aspetti dei casi piu' importanti riguardanti
il coinvolgimento italiano nell'ambito degli scenari del terrorismo internazionale".
Sara' probabilmente una delegazione della Commissione a recarsi in Francia
per incontrare Carlos, in presenza di magistrati francesi che gli rivolgeranno
le domande precedentemente concordate. Alfredo Mantica, senatore di An,
ha spiegato i diversi problemi che ora la commissione dovra' affrontare
prima di arrivare al faccia a faccia con Carlos. Tramite l'ufficio preposto
alle rogatorie internazionali del ministero di Grazia e Giustizia sara'
avviata la pratica e messe nero su bianco le domande - si parte da un elenco
di circa 130 che dovranno pero' essere ridotte - per arrivare poi all'elenco
ufficiale delle questioni che dovrebbero riguardare il terrorismo italiano
e le br, la strage di Bologna e la vicenda Moro, temi sui quali la commissione
- ha sottolineato Mantica - sa esserci una disponibilita' di massima da
parte di Carlos. La commissione avanzera' anche la richiesta di avere gli
incartamenti dei cinque procedimenti che hanno riguardato il terrorista
venezuelano e tutto quanto potra' essere utile a preparare l'incontro che
dovrebbe svolgersi a Parigi. E' prevista una complessa procedura con la
traduzione in francese della domanda che viene dalla commissione e poi
la risposta di Carlos, probabilmente in inglese, con successiva traduzione
prima in francese e poi in italiano. Considerato per decenni la 'Primula
rossa' del terrorismo internazionale, la lunga e dorata latitanza di Ilich
Ramirez Sanchez si e' interrotta il giorno prima di ferragosto del 1994
in Sudan. Dopo l'arresto Carlos e' stato subito consegnato alla Francia.
Sembra che i servizi di tutto il mondo avessero di lui solo una vecchissima
fotografia. Nato il 12 ottobre 1949 a Caracas (Venezuela), figlio di un
avvocato comunista che lo chiama Ilich in onore di Lenin, Carlos avrebbe
firmato il suo primo attentato nel 1973 a Londra, sparando contro il direttore
di un grande magazzino. In quell' occasione il colpo fu deviato dalla dentiera
dell'uomo. Carlos, alto e corpulento, noto come "lo sciacallo", e' ritenuto
l'autore o l'ispiratore di vari sanguinosi attentati in Europa perpetrati
negli anni '70 e '80, i piu' importanti dei quali sono il sequestro, avvenuto
a Vienna nel 1975, di 70 persone tra cui 11 ministri del petrolio dei paesi
dell' Opec, concluso con tre morti; un attentato, nel 1982, contro il treno
Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi il sindaco di Parigi Jacques
Chirac, cinque morti. Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica
internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti
palestinesi e con i tedeschi della Raf (Magdalena Kopp e' stata la sua
compagna per quasi 15 anni). Oltre al terrorismo, Carlos ha coltivato anche
la sua romantica immagine di dandy vecchia maniera, collezionista di belle
donne, gran bevitore, fumatore di sigari di grande qualita' e nottambulo
impenitente. Il 24 dicembre 1997 Carlos e' condannato all'ergastolo dalla
Corte d'Assise di Parigi per il triplice omicidio della Rue Toullier del
27 giugno 1975. Alla lettura della sentenza, Carlos ha alzato il pugno
chiuso gridando: "Viva la rivoluzione". Il 23 giugno 1999 la Cassazione
ha respinto il ricorso presentato da Ilich Ramirez Sanchez e la condanna
al carcere a vita e' cosi' diventata definitiva. In seguito la Francia
ha respinto la richiesta di estradizione presentata dall' Austria per il
sequestro dei ministri dei paesi Opec (Vienna 1975). Il primo marzo di
quest'anno Carlos, dal carcere parigino della Sante', ha rilasciato un'
intervista al 'Messaggero' in cui ha parlato del caso Moro, di Ustica e
della strage di Bologna e ha detto anche di ritenere probabile una nuova
azione delle Brigate rosse. Nuova intervista, questa volta al 'Tempo',
il 31 marzo. I temi sono di nuovo il caso Moro, Ustica, la strage di Bologna.
5 aprile - Giovanni Pellegrino, presidente
della commissione stragi, ribatte alle polemiche di Nando Dalla Chiesa
sul modo in cui la commissione Stragi sta indagando sul caso Moro. "Ieri
- dichiara Pellegrino - Dalla Chiesa mi ha addebitato la responsabilita'
di avere attribuito ad Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica,
frasi che lo stesso non avrebbe pronunciato nell'incontro avuto al Quirinale
con una delegazione della commissione Stragi il 19 giugno 1998. L'addebito
riguarderebbe l'attribuzione al capo dello Stato del dubbio se 'al di sopra
dei 'colonnelli' responsabili del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro
ci possano essere stati dei 'generali' non ancora identificati'. L'incontro
con Scalfaro non fu verbalizzato, ma il ricordo della frase pronunciata
da lui in quell'occasione e' fermo nella mia memoria e in quella di colleghi
che vi parteciparono. Aggiungo che il ricordo fu affidato a numerose dichiarazioni
alla stampa rese subito dopo l'incontro dai partecipanti. E rilevo che
la frase che Dalla Chiesa mi addebita di aver falsamente attribuito
al capo dello Stato e' riportata esattamente nell'interrogazione numero
2-01237 rivolta dall'on. Fragala' al presidente del Consiglio e alla quale
rispose Walter Veltroni".
3 maggio – In commissione stragi, audizione
di Lanfranco Pace, uno dei leader dell’ Autonomia operaia, con una breve
esperienza nelle Brigate rosse, e membro del collettivo di redazione della
rivista dell’Autonomia “Metropoli”. La commissione chiede a Pace informazioni
su un articolo contenuto nel secondo numero del periodico e intitolato
“L’Oroscopone”, in cui una certa “Maga Ester”, leggendo le carte, parla
del caso Moro e di vicende ad esso collegate. Da Pace e' venuta una totale
sminuizione dell'articolo che pure apriva, con collocazione pari a quella
del famoso fumetto che rivelo' il ruolo giocato dall'Autonomia nelle ultime
trattative prima della uccisione di Moro. Nell’ articolo la maga Ester
parla di un Russo, un 'Gran Signore', che apparteneva alle 'carte vecchie'
e che alla fine si rivelo' il 'Gran Nemico' della organizzazione terroristica.
Non e' la trama di uno sgangherato giallo ma l'ammonimento - avvertimento
che l'Autonomia Operaia lancia nell'aprile del 1980 sulle colonne della
sua rivista proprio mentre tutti i leader del movimento erano in galera
da un anno per l'inchiesta sul 7 Aprile. Del fumetto si e' parlato molto;
di questo articolo mai tranne che in un libro di Giuseppe Zupo e Vincenzo
Marini Recchia ('Operazione Moro') ma con una omissione che acquista oggi
particolare rilevanza: quella della nazionalita' del capo Br (“La omettemmo
- ha detto- Zupo perche' non capimmo allora quel messaggio”). Infatti l'identikit
del 'Grande Capo' Br disegnato dall'articolo, 'giocato' su una immaginaria
seduta di una cartomante che cerca di capire quale sara' il destino dei
'grandi capi' dell'Autonomia che sono in carcere, richiama per alcuni aspetti
quello del direttore di orchestra Igor Markevitch, su cui la procura romana
sta indagando nell'ambito della inchiesta Moro-6. L'articolo mira a lanciare
un ben preciso ed esplicito messaggio: i 'capi' dell'Autonomia , che non
sono i 'veri capi', debbono uscire dal carcere entro due anni oppure si
dovra' affrontare il capitolo del “Gran Signore'-'Grande Capo' che alla
fine si rivela il 'Gran Nemico' delle Br. Il 'Grande Capo', 'l'accusatore',
che ha a che fare con la lettera 'C.' (nella prima informativa Sismi dell'ottobre
1978, Igor viene identificato come Igor Caetani e solo successivamente
con Markevitch) e con “l'estero” sembra essere stato anche l'oggetto
di una confidenza fatta da uno dei tre 'grandi capi' mentre si trovavano
in prigione.Tutto l'articolo e' costruito sulla allusione al ruolo di 'Gran
Nemico' che avrebbe avuto, da ultimo, il 'Grande Capo' delle Br nella vicenda
Moro almeno secondo l'interpretazione che viene dall'Autonomia Operaia.
Insomma un insieme di messaggi che sta interessando la Commissione
stragi in attesa di rivolgere, il 17 maggio, la stessa domanda a
Piperno. Parlando ancora dei tre 'capi' Metropoli scrive:”Vogliamo sapere
qualcosa sul 'Gran Signore', sul nemico vero e potente, lei ci assicura
che non si sapra' mai nulla”. Del 'Grande Capo' si scrive che “e' legato
ad una organizzazione, ci sara' sempre un buon esito per lui, rimarra'
sempre senza nome”. “Legge le ultime carte, chiediamo cosa succedera' domani:
'Altre perquisizioni, altri arresti, altri nomi sempre piu' polpettone,
e piu' polpette fanno piu' puliti escono”. “Ma se e' vero che tra due anni
sara' tutto finito come accadra'? 'Usciranno scaglionati. Scalzone ha la
carta della Speranza, forse e' primo, Piperno quella della Grossa Consolazione,
anche per lui va bene solo un po' dopo. E gli altri, niente, niente tutto
finisce in Morte, tutti arrivano a casa e la mia data e' sempre due anni
a partire da oggi”'. “E' assodato - si afferma nella prima sentenza Moro
- che Faranda e Morucci durante i 55 giorni mantennero costanti collegamenti
con i 'grandi capi', passando anzi ad essi tutta una congerie di notizie
'segrete' che in parte vennero pubblicate”. Morucci parla per primo dell'Anfitrione
Br in commissione. L'inchiesta dei Ros, nata nell'ambito della strage di
Brescia, ipotizza che questo Anfitrione possa essere Markevitch. Il russo
'Gran Signore' 'Gran Capo' e' la stessa persona? C'e' un rapporto tra questo
articolo e la liberazione dei 'capi' dell'Autonomia? L' ipotesi che dietro
le principali campagne del terrorismo ci fosse una “mente” che dirigeva
le operazioni e' sempre esistita. Un' ipotesi simile era alla base del
cosiddetto “teorema Calogero”, l' inchiesta del giudice padovano sull'
Automonia operaia, che porto' all'incriminazione di Toni Negri. Nell' aprile
1980 (lo stesso mese del numero di Metropoli) il giornalista di Repubblica
Guido Passalacqua scriveva:”c' e' qualcuno piu' in alto, una, due, tre
persone che decide le campagne del terrorismo. Qualcuno che conta molto
di piu' della direzione strategica delle Br”. Secondo Passalacqua, gambizzato
meno di un mese dopo, l' unico collegamento con gli operativi era costituito
da Mario Moretti. L' ipotesi e' rilanciata poco dopo da Bettino Craxi:”quando
si parla del 'grande vecchio' bisognerebbe riandare indietro con la memoria,
pensare a quei personaggi che avevano cominciato a far politica con noi
e che poi improvvisamente sono scomparsi”. Molti vedono nel personaggio
descritto da Craxi il ritratto di Corrado Simioni, ex militante socialista
e poi fondatore a Parigi della discussa scuola di lingue Hyperion, considerata
un punto di collegamento tra gruppi del terrorismo internazionale e legata
a servizi segreti. Simioni, con Vanni Mulinaris e Duccio Berio era stato
il fondatore del Superclan, una struttura con il mito della segretezza,
staccatasi dal nucleo originario delle Br. Di esso avevano fatto parte
Moretti e Gallinari, due dei principali protagonisti del caso Moro. Sull'
onda delle dichiarazioni di Craxi, il settimanale “L' Europeo” scrive che
l' espressione “The big old man” era stata coniata un paio di anni prima
da Steve Pieczenik, l' 'esperto' americano che aveva detto a Cossiga
che il terrorimo era autoctono, ma che andava cercato l' anello di congiunzione
tra il mondo terrorista e l' esterno, “il capo occulto, onnipotente ed
italiano delle Br”. Nel 1991, Flaminio Piccoli parla di un “vip del culturame”
che sarebbe stato presente agli interrogatori di Moro. Lo stesso giorno
l' ex senatore Sergio Flamigni dice che l' esistenza del quarto uomo gli
fu confermata dal brigatista Lauro Azzolini che disse:”Si tratta di un
uomo di cultura che ha vissuto la vicenda con grande travaglio. Lui e'
riusciuto a restarne fuori ed e' per questo che io non ne faro' mai il
nome anche se lo conosco”. Infine, nel maggio 1998, l'allora presidente
Scalfaro si chiede:”Ma le intelligenze criminose che scelsero, mirarono
e centrarono il bersaglio, in quel momento politico essenziale, sono comprese
in quei processi?”. Il 29 maggio 1999, tra le ombre del caso Moro emerge
il nome del musicista Igor Markevitch, nato in Russia, diventato cittadino
italiano nel 1948 e morto ad Antibes il 7 marzo 1983, all' eta' di 71 anni.
Secondo un' ipotesi investigativa uscita dall'inchiesta sulla strage di
Brescia, Markevitch sarebbe stato l”anfitrione' che avrebbe ospitato a
Firenze le riunioni della direzione Br, di cui si parlava da tempo, e che
il giudice Priore aveva definito “conte rosso”. Per il presidente della
commissione stragi Giovanni Pellegrino si tratta di “un' ipotesi indagativa
molto seria” e aggiunge:“Se la moglie di Markevitch, Topazia Caetani, e'
una duchessa, il falso comunicato n.7 delle Br diventa un messaggio di
cui si comincia a decrittare il codice”. Per Oleg Caetani, anche lui musicista
e figlio di Markevitch e di Topazia Caetani, morta nel 1991, e' “un' altra
di quelle raffinate bufale di qualche brigatista rosso”. Il nome di Markevitch
era comparso in un rapporto Sismi nel 1980. L'inchiesta su Markevitch e'
nata all'interno della inchiesta sulla strage di Brescia e' ha portato
ad un rapporto di oltre 100 pagine inviato alla Procura di Roma che
sta conducendo la sesta inchiesta sull'omicidio del Presidente della Dc.
Da quando il rapporto e' giunto a Roma ci sono stati solo alcuni interrogatori
: Nulla e' trapelato sui contenuti del rapporto che sarebbe nato
dalle indicazioni, confermate, di un pentito.
4 maggio – Il settimanale “L’Espresso"
pubblica i verbali
di alcune riunione dei dirigenti del Pci, durante il caso Moro. Dai verbali
non esce nulla che non fosse in buona parte conosciuto, e cioe’ un atteggiamento
di chiusura verso ogni forma di trattative, che si spinge fino ad una deliberata
svalutazione di tutte le affermazioni di Moro.
6 maggio - Emanuele Macaluso, ex senatore
del Pci, dopo la pubblicazione da parte dell'Espresso dei verbali della
direzione del Pci sul caso Moro, ribadisce che quella della fermezza fu
una scelta giusta. A Milano per ricordare Luciano Lama, Macaluso ha spiegato:
“La linea della fermezza andava nella direzione del garantismo, principio
del quale sono sempre stato portatore. Affermava cioe' che la legge e'
uguale per tutti e che lo Stato deve essere forte, se e' in grado di esserlo,
nei confronti di tutti, anche nei confronti di Moro che era in quelle condizioni”.
“Certo che se parti dello Stato sono andate a trattare con l'ausilio della
camorra la liberazione di Cirillo - ha aggiunto Macaluso - capisco che
la gente si chieda perche' ad Aldo Moro e' stata fatta fare quella fine”.
9 maggio - Il presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi e la moglie Franca ricordano l' anniversario dell’
uccisione di Aldo Moro con una messa, celebrata nella cappella del Quirinale,
con la presenza della famiglia Moro, compresa la vedova Eleonora, dell’
ex presidente Oscar Luigi Scalfaro e del segretario generale della presidenza
della Repubblica Gaetano Gifuni. Una corona di fiori del presidente della
Repubblica e' deposta in Via Caetani ed un cuscino di fiori sulla tomba
a Torrita Tiberina
11 maggio - La puntata de “La Storia d’Italia
di Indro Montanelli”, programma a cura di Mario Cervi con Alain Elkann
su Telemontecarlo, e’ interamente dedicata al sequestro e all'uccisione
di Aldo Moro.
17 maggio - Piu' di cento deputati hanno
firmato una lettera, indirizzata al presidente della Repubblica, Carlo
Azeglio Ciampi, di Nando Dalla Chiesa in seguito all' iniziativa assunta
dalla commissione Stragi di indagare sui “presunti rapporti tra il generale
e alcuni vertici delle Br, cosi' come risulta da articoli di stampa e dagli
stessi verbali della Commissione”. Nella lettera si sottolinea come sia
“dovere delle istituzioni” custodire la memoria del generale-prefetto.
E, pur senza chiedere al presidente interventi sul libero esercizio dell'
attivita' parlamentare, ci si rivolge pero' alla sua autorita' perche'
il clima culturale del Paese sia tale che ogni ricostruzione storica ritenuta
necessaria a fini istituzionali sia contraddistinta “da quegli atteggiamenti
di prudenza e serieta' di metodo e di rispetto morale che vanno garantiti
piu' che mai verso chi ha concluso nel sangue la propria attivita' al servizio
della legge e della democrazia”. La lettera e' firmata da deputati di tutti
i gruppi. Tra gli altri Alfredo Biondi, Nerio Nesi, Gianni Mattioli, Franco
Monaco, Mauro Paissan, Giovanni Crema, Franco Giordano, Rosa Russo Jervolino,
Massimo Scalia, Roberto Maroni e Giorgio La Malfa.
18 maggio - In commissione stragi, audizione
del prof. Franco Piperno.
23 maggio - In un' audizione
in commissione stragi, il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura,
che guido' l'operazione in via Monte Nevoso, dice che alcuni documenti
furono portati fuori dal covo delle Br prima che li vedesse il magistrato,
fotocopiati e inviati al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e poi riportati
nell'appartamento. Dopodiche' venne redatto il verbale. Bonaventura giustifica
cosi' la procedura seguita:"Eravamo in tanti in quel covo. Vi assicuro
che non e' stato tolto nulla di quello che c'era. Dopo averli fotocopiati
sono stati riportati nell'appartamento tutti i documenti. Nulla e' stato
alterato. Ve lo assicuro". "Se io fossi stato al posto del magistrato -
ha commentato il presidente della commissione Giovanni Pellegrino - mi
sarei imbestialito. Non e' possibile che si spostino dei documenti di quell'importanza
senza che il magistrato ne sappia nulla. Portandoli addirittura fuori del
covo. E' inaudito". "Il racconto di questa sera - osserva un altro componente
della Commissione, Walter Bielli - e' un'assoluta novita'. I magistrati
non hanno mai parlato di questa circostanza. In questo modo crescono i
dubbi sulla vicenda di via Monte Nevoso". Grande esperto di antiterrorismo
il nome del colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura e' legato non
solo e non tanto a quella operazione, ma forse soprattutto alle indagini
sull'omicidio del commissario Calabresi. Fu proprio Bonaventura, infatti,
all'epoca comandante del reparto antiterrorismo dei carabinieri di Milano
- ed oggi capo divisione del Sismi, il Servizio segreto militare - a raccogliere
le confidenze del pentito Leonardo Marino, a partire dal luglio del 1988.
Bonaventura ha incontrato Marino tre volte, a Sarzana e poi a Milano. Tutti
incontri notturni, perche' l'ufficiale dei carabinieri era in quei giorni
molto impegnato proprio sul versante Br: solo da pochi giorni, infatti,
era stato scoperto a Milano il deposito di armi di via Dogali. Marino -
ha detto piu' volte l'ufficiale dell'Arma, che nella sua lunga carriera
si e' occupato di diversi 'misteri' italiani, tra cui la strage di Peteano
- si era sempre limitato a parlare "di gravi fatti accaduti a Torino e
Milano" venti anni prima e della necessita' di "liberare la sua coscienza",
mentre solo in un secondo momento con il magistrato parlo' di Calabresi,
tirando in ballo Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Bonaventura - parlando
dei suoi colloqui con il pentito - ha ricordato che questi furono
"molto sofferti, perche' a volte stava fermo un quarto d'ora a piangere
con la testa tra le mani". Proprio per questo il compito dell'investigatore
era in quella fase paritcolarmente delicato: "dovevamo sopratuttto convincerlo
a superare la sua ritrosia", ha ricordato. Una confessione,
quella di Marino, che come e' noto e' stata sempre duramente contestata
dagli imputati, con critiche che hanno riguardato gli stessi inquirenti,
in alcuni casi accusati di aver indotto Marino a confessare il delitto
e a calunniare degli innocenti. Del colonnello Bonaventura molti suoi colleghi
sottolineano le grandi doti investigative e la notevole esperienza, soprattutto
per quanto riguarda il terrorismo rosso. Non a caso il giovane ufficiale
che per primo ebbe a che fare con Marino, si rivolse subito a Bonaventura
- "un ufficiale che ha sempre trattato materie scabrose, insomma eversione",
sono parole sue - per sapere se conoscesse quel pentito.
23 maggio - Tornano sotto i riflettori
i cosiddetti 'misteri' del caso Moro (misteri sempre definiti inesistenti
dai brigatisti rossi coinvolti nella vicenda): effetto diretto delle dichiarazioni
fatte ieri sera dal colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura in commissione
stragi. Per la prima volta l'ufficiale dei carabinieri che guido'
l' operazione in via Monte Nevoso, ha ammesso che alcune carte furono portate
via prima che arrivasse il magistrato e rimesse a posto dopo essere state
fotocopiate. E proprio sulla conoscenza e l'uso delle carte di Moro si
erano innescate intense polemiche, nate subito dopo l'operazione. Gia'
il 6 ottobre 1978, Giorgio Bocca scriveva:"Le carte di Moro sono state
esaminate da personalita' politiche e militari, prima che dai magistrati".
Agli atti della commissione Moro c'e' un appunto, scritto dal giornalista
Marcello Coppetti dopo un incontro con Licio Gelli e un ufficiale del Sios
Aeronautica il 2 dicembre '78. Gelli avrebbe detto che "Il caso Moro non
e' finito. Dalla Chiesa aveva un infiltrato - un carabiniere giovanissimo
- nelle Brigate rosse. Cosi' sapeva che le Br che avevano sequestrato Moro
avevano anche materiale compromettente" e conclude: "Siccome Andreotti
temeva le carte di Moro nomino' Dalla Chiesa. Costui recupero' cio' che
doveva. Cosi' il memoriale Moro e' incompleto. Anche quello in mano alla
magistratura, perche' e' segreto di Stato". Qualche anno dopo, il gen.
Ambrogio Viviani, ex capo del controspionaggio militare il cui nome era
nelle liste della P2, disse che "se agenti dei servizi segreti avessero
sottratto documenti attinenti alla sicurezza dello Stato, non avrebbero
fatto altro che compiere il loro dovere". La questione spunto' anche nelle
dichiarazioni di Tommaso Buscetta sugli omicidi del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa e del giornalista Mino Pecorelli, che sarebbero stati uccisi
perche' a conoscenza di segreti riguardanti la vicenda Moro. Accuse riportate
nei processi contro Andreotti e dalle quali il senatore a vita e' stato
assolto. Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, avrebbe confermato
un incontro con il generale, avvenuto nella notte dopo la scoperta del
covo per la consegna di alcuni documenti. La suocera di Dalla Chiesa pero'
ha raccontato una confidenza che le avrebbe fatto la figlia dicendo:"Le
carte sul sequestro Moro? Emanuela mi disse che 'col cucco' il generale
gliele ha portate tutte ad Andreotti". Lo stesso generale Dalla Chiesa,
in un' audizione in commissione Moro nel 1982 parlo' degli originali manoscritti
non trovati dicendo:"Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito
tutto questo" e "voi non verrete a capo dei misteri di questo Paese se
non concentrate la vostra attenzione sull' attivita' dei servizi segreti".
Una scia di sangue lega, in un unico destino, molti protagonisti
della vicenda ventennale delle carte di Aldo Moro provenienti 'prigione
del popolo' delle Br: il gen. Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre
1982, il gen. Galvaligi, ucciso il 31 dicembre 1980, Mino Pecorelli, ucciso
il 20 marzo 1979, il col. Varisco, ucciso il 13 luglio 1979, che guido'
la perquisizione in via Gradoli, il falsario Antonio Chichiarelli, ucciso
il 28 settembre 1984. E molti degli elementi oggetto ancora oggi di polemica
sono legati a via Monte Nevoso. La versione ufficiale vuole che il 1 ottobre
1978, quando i carabinieri fecero irruzione nel covo milanese, trovarono
anche 49 pagine dattiloscritte con la trascrizione delle risposte di Moro.
Subito cominciarono pero' le polemiche sull' incompletezza dell'incartamento,
elemento questo confermato dal ritrovamento, nell'ottobre 1990, di altre
carte nascoste dietro un pannello della base Br che conteneva le fotocopia
dei manoscritti di Moro in una versione piu' ampia del 'Memoriale' del
1978. Il ritrovamento del '90 provoco' la polemica tra Craxi
e Andreotti sulle 'manine' e sulle 'manone'. Anche questa versione sarebbe
pero' incompleta secondo alcune fonti e un'analisi filologica del testo
di Moro. Il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli scrive che in via
Monte Nevoso fu trovato "un consistente manoscritto, con molte notazioni,
sul processo dei brigatisti al parlamentare pugliese". Anche il gen. Enrico
Galvaligi, ex collaboratore del gen.Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1986
disse ad alcuni giornalisti che nel covo erano stati trovati i manoscritti
originali degli interrogatori di Moro. Secondo la versione dei brigatisti
invece le carte di Moro furono bruciate da Prospero Gallinari durante una
riunione a Moiano. L'operazione di via Monte Nevoso presenta altri aspetti
poco chiari; dalla scoperta, avvenuta ufficialmente grazie ad un borsello
perso da Azzolini a Firenze, ai tempi dell'irruzione, pronta da tempo ma
ritardata perche' qualcuno all'interno dei carabinieri (Dalla Chiesa secondo
la maggior parte delle versioni, contestate) attendeva l'arrivo nel covo
di documenti importanti. Tutta la prima fase dell'operazione si svolse
poi in assoluto silenzio-radio e il magistrato Pomarici arrivo' sul posto
ore dopo perche' dovette andare prima in via Pallanza, dove era stato scoperto
un altro covo in cui era avvenuta una sparatoria tra un terrorista e i
carabinieri. Dalla Chiesa era a Torino e sarebbe arrivato sul posto nel
pomeriggio. Il suo collaboratore Nicolo' Bozzo ha detto di averlo visto,
verso le 20, nella caserma di via Moscova, mentre stava "fotocopiando il
memoriale Moro". In una recente audizione in commissione stragi la giornalista
Maria Antonietta Calabro' ha riferito di una dichiarazione di Bozzo che
attribuirebbe ad un' ala "toscana" dei carabinieri la 'ricezione' degli
originali.
24 maggio - Il senatore Giulio Andreotti
commenta la testimonianza decondo la quale il memoriale Moro rinvenuto
nel covo di via Monte Nevoso sarebbe stato portato fuori e fotocopiato
prima di essere consegnato ai magistrati e dice:"Questa storia non l'ho
mai sentita e non ci credo nemmeno". "Non capisco - ha detto il senatore
a vita - perche' il gen. Dalla Chiesa avrebbe dovuto mentire. Ormai e'
appurato, e lo ha fatto anche la motivazione della sentenza di Palermo,
che non era vero che il generale avesse delle carte che voleva poi utilizzare".
Andreotti ha pure sottolineato che "il problema della difformita' tra le
due versioni del memoriale e' stato superato". Insomma non capisco a cosa
serva tutto cio'. Oltretutto - ha concluso - non era emerso nulla del genere
in tutti questi anni".
24 maggio - Nando dalla Chiesa, figlio
del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e deputato dei Verdi, si dice sorpreso
per le dichiarazioni fatte in commissione Stragi da uno dei piu' stretti
collaboratori di suo padre, il colonnello Umberto Bonaventura. "Cado dalle
nuvole. Per anni il colonnello Bonaventura mi ha detto esattamente il contrario...'.
E racconta di aver chiesto personalmente all'ufficiale dell' Arma se ci
fossero state delle irregolarita' nell'operazione di Via Monte Nevoso ricevendo
sempre risposta negativa. "Aspetto di leggere lo stenografico della sua
audizione - dichiara Nando Dalla Chiesa - ma se ha detto davvero quelle
cose non so piu' cosa pensare. Io stesso gli chiesi negli anni '80, dopo
l' omicidio di mio padre, se vi fossero state irregolarita' nell' operazione
di Via Monte Nevoso facendo esplicito riferimento alle illazioni che circolavano
sulla vicenda, alle ipotesi del senatore Flamigni. Gli spiegai quanto fosse
delicato per me essere assolutamente certo della versione data da carabinieri
e magistrati. Gli chiesi proprio se fosse stato portato via qualche documento
all'insaputa dei magistrati e lui mi rassicuro' su questo piu' volte".
"E ora invece dice queste cose. Davvero - osserva - non so cosa pensare.
Non voglio entrare in polemica con lui. Lavoro' con mio padre e lo ricordo
con stima. Ma non mi spiego perche' ora dica questo...". "E comunque -
prosegue - ci sono tre testimoni: Bozzo, Pomarici e Spataro che sono concordi
sulla lealta' con la quale venne condotta l' operazione di Via Monte Nevoso.
Uno solo, Bonaventura, parla di scorrettezze procedurali. Lo stesso che
nell'82-83, cinque anni dopo il fatto e non 22 come ora, smenti' tutto
questo". "In ogni caso - sottolinea Nando Dalla Chiesa - se questi documenti
sono stati fotocopiati e portati via prima che ne venisse a conoscenza
il magistrato e' solo perche' l'autorita' politica lo aveva richiesto...".
"Sarebbe poi importante - osserva il deputato - saperne di piu' sulle modalita'
in cui tutto questo si svolse e cioe' capire, ad esempio, dopo quanto tempo
venne informato Pomarici. Se in tre ore di tempo, come dicono, sarebbe
stato davvero possibile fotocopiare tutto quel materiale, con le tecnologie
di allora. E come mio padre riusci' a ricevere la documentazione visto
che si trovava a Torino e il fax non esisteva... Insomma attendo di conoscere
tutti i particolari". "Un conto comunque - conclude - e' parlare di fotocopiare
dei documenti che si consideravano importanti e un conto e' ipotizzare,
come sembra si sia fatto in commissione, che questi siano stati manomessi.
E' questa un'ipotesi piuttosto grave. Ma prima di lanciarsi in ipotesi
fantasiose sarebbe meglio accertare i fatti una volta per tutte..". Nando
Dalla Chiesa critica anche la commissione stragi:"Bene. Ci sono riusciti.
Anche oggi sono sulle prime pagine di tutti i giornali. Il loro obiettivo
lo hanno perseguito. Ma ora basta. Ci sono cento deputati che hanno firmato
un documento per chiedere a Ciampi di tutelare l'immagine del generale
Dalla Chiesa. Spero che vengano ascoltati. Bene. Sono riusciti a trovare
una contraddizione. L'hanno cercata tanto...ora saranno contenti - aggiunge
Dalla Chiesa -. Quello che mi domando e' che cosa si vuole dimostrare con
questo". "Se, come sento dire, Pomarici arrivo' solo tre ore dopo l'irruzione
- osserva ancora - mi chiedo che cosa che cosa si sarebbe potuto fare in
questo breve tempo. Avrebbero selezionato i documenti? E poi li avrebbero
addirittura nascosti? Continuando cosi' non si arrivera' davvero a nulla
se non ad attaccare ancora la figura di mio padre...E' assurdo continuare
dopo 22 anni a fare le pulci in questo modo".
24 maggio - Il colonnello dei Carabinieri
Umberto Bonaventura nel corso della sua audizione di ieri sera in commissione
stragi ha offerto, per il senatore dei Verdi Athos De Luca, "due importanti
spunti di riflessione: il modo in cui si arrivo' all'arresto di Curcio
e Franceschini e il ricorso alla prassi del pedinamento per individuare
i terroristi. "Il colonnello Bonaventura -dichiara De Luca - ha sottolineato
piu' volte la sua contrarieta' rispetto alle modalita' e ai tempi dell'operazione
che nel settembre 1974 porto' all'arresto di Curcio e Franceschini confermando
cosi' le perplessita' avanzate dalla commissione stragi". De Luca ricorda
come in un rapporto dell'ottobre 1979 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
scriveva che l'utilizzo degli infiltrati nelle Br "in particolare al vertice"
cominciava a dare i suoi frutti. Gia' nel '74, dice De Luca, uomini di
Dalla Chiesa "avevano condotto una brillante operazione utilizzando l'infiltrato
Silvano Girotto, conosciuto come 'Frate Mitra' per arrestare i due Br.
La commissione si e' sempre chiesta come mai non si sia atteso qualche
settimana per sgominare cosi' l'intera organizzazione". "Moretti - dice
ancora il senatore - fu preavvertito dell'operazione e non si presento'
all'incontro con Girotto. Curcio e Franceschini, invece, caddero nella
trappola e Moretti divenne cosi' il capo delle Br. Il mistero - continua
De Luca - si infittisce dal momento che Girotto, strettamente controllato
dagli uomini del capitano Pignero, che fotografavano ogni suo spostamento,
ha dichiarato in commissione di avere incontrato Curcio, Franceschini e
Moretti. Ma agli atti del verbale di arresto non risultano foto di Girotto
con Moretti. Mentre ce ne sono di Girotto con Curcio e Franceschini". "In
tal modo - prosegue il parlamentare - Moretti ha potuto, piu' o meno indisturbato,
organizzare le Br, prendere l'appartamento di via Gradoli e portare a termine
il delitto Moro". Discorso a parte meritano i pedinamenti. "Durante il
sequestro Moro - osserva De Luca - tramite Piperno fu imbastita una sorta
di trattativa che sfocio' in numerosi incontri di Lanfranco Pace con Morucci
e Faranda che poi facevano pervenire i messaggi a Moretti. Ci hanno detto
pero' che a nessuno venne in mente di pedinare Pace o Piperno". "Bonaventura
invece - conclude - ci ha detto ieri sera che non solo la prassi dei pedinamenti
era normale nella lotta al terrorismo. Ma che lui stesso la applico' ad
un esponente di Potere operaio, proprio a Roma, arrivando poi a numerosi
arresti. Curiosamente questo metodo non fu applicato al caso Moro per risolvere
il quale molti collaboratori di Dalla Chiesa vennero inviati a Roma durante
i 55 giorni, senza essere utilizzati. Nessun rilievo quindi all'operato
di Dalla Chiesa. Semmai va indagato il contesto politico". Per De Luca
"La rivelazione del colonnello Bonaventura, secondo la quale i documenti
di Via Montenevoso vennero portati fuori dal covo, su richiesta di Dalla
Chiesa, senza essere verbalizzati e senza che il magistrato ne sapesse
nulla, quindi fotocopiati e riportati nell'appartamento, apre indubbiamente
nuovi scenari. E' una novita' sulla quale dovremmo sentire anche altre
persone. Sulla quale sarebbe necessario indagare ancora. Alla luce di quanto
affermato ieri da Bonaventura diventa legittimo chiedersi se poi vennero
riportati tutti i documenti che erano stati tolti senza che venisse redatto
alcun verbale".
24 maggio - Il componente della commissione
Stragi Enzo Fragala' (An) si dice "quanto meno sorpreso" per la novita'
emersa dall'audizione di Bonaventura:"E' incredibile - commenta Fragala'
- La circostanza rivelata dal colonnello Bonaventura secondo la quale i
documenti di via Montenevoso furono prelevati senza che il magistrato ne
sapesse nulla e senza che venisse fatto alcun verbale, e poi riportati
di nuovo dentro al covo, e' una cosa davvero incredibile". "Si tratta ovviamente
- aggiunge - di una procedura non solo irrituale, ma del tutto illegittima.
Il codice di procedura penale vieta infatti cose come questa. Se fosse
vera questa circostanza, e noi faremo di tutto per accertare se Bonaventura
ieri ha detto la verita', andrebbero in crisi tutti i vari rapporti istituzionali,
da quelli investigativi a quelli giudiziari, che si erano creati all'epoca
attorno alla vicenda di Aldo Moro. Ora con ogni probabilita' - osserva
Fragala' - dovremo riascoltare, alla luce di queste dichiarazioni, tutti
i magistrati coinvolti in questa vicenda, da Spataro a Pomarici".
24 maggio - Il sen. Alfredo Mantica (An),
componente della commissione Stragi, invita l'Arma dei carabinieri a "uscire
dal silenzio" perche' "Troppe sono le contraddizioni che emergono dalle
testimonianze in commissione Stragi degli ufficiali dei carabinieri ascoltati
nell'ambito delle vicende del terrorismo. Ci sono state testimonianze,
come quella di ieri sera del colonnello Bonaventura, ma prima ancora quelle
di Bozzo e Delfino che fanno venire il dubbio che l'Arma abbia nei suoi
archivi documenti che ufficialmente sono da considerare come distrutti.
A questo punto o l'Arma racconta quello che ha fatto oppure il governo
ci deve dire che quello e' ancora un segreto di Stato. Vi e' anche
un'altra alternativa: che l'Arma esca dal segreto e dica cio' che sa sulla
questione della lotta al terrorismo, delle Br, del caso Moro. Cio' e' ancora
piu' valido se si tiene conto che, a 22 anni dai fatti, e' venuta meno
anche l'esigenza di tutelare infiltrati o altro".
24 maggio - Il procuratore antimafia di
Milano, Ferdinando Pomarici, che allora segui' le indagini, commenta:"Ho
letto sui giornali le dichiarazioni del col. Umberto Bonaventura. Lo conosco
molto bene e sono sicuro che ha detto la verita"'. "Giunsi - racconta -
in tempi rapidissimi dopo essere stato chiamato. Trovai le carte in un
posto alla vista di tutti". Perche' crede - gli viene chiesto - che non
ci furono manipolazioni? "Quei documenti - spiega - non erano che la copia
fatta con carta carbone di un originale che non e' stato mai trovato. Proprio
per questo nessuno avrebbe avuto interesse a manometterli, sapendo che
prima o poi l' originale sarebbe potuto saltare fuori. E poi c'erano altre
copie trovate in possesso delle colonne Br di Roma, Napoli e Torino. Una
manipolazione sarebbe stata evidente. Bisogna poi vedere se e come quegli
atti siano stati usati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa". "Gli ufficiali
della Pg - spiega - hanno un duplice ruolo: l'obbligo di informare il magistrato
e la necessita' di riferire ai propri superiori. Per questo io sono per
una Polizia giudiziaria che dipenda solo dall' Autorita' giudiziaria. Quando
sono in corso indagini importanti, volete che la polizia giudiziaria, ad
esempio la Squadra Mobile, non riferisca al Questore e quindi al ministro?
Se non lo facessero potrebbero avere dei guai con i superiori. Se invece
dipendessero dal Pm, avrebbero le spalle coperte senza il timore di essere
trasferiti o di non essere promossi. Quindi, che non vengano a fare gli
scandalizzati, la realta' e' questa". "Tutto cio' - spiega ancora Pomarici
- dipende dalle scelte del Parlamento che ha voluto mantenere al potere
politico il controllo della polizia giudiziaria. Credo di avere ancora
un testo che nel '78 era allo studio del Parlamento e nel quale si diceva
che i Pm avrebbero avuto troppo potere se la polizia giudiziaria fosse
stata alle loro dipendenze. Forse - conclude - temevano che i magistrati
avrebbero potuto fare un colpo di Stato invece di esercitare l'azione penale?".
Il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino commenta invece
cosi' le dichiarazioni di Pomarici:"Quella di Pomarici e' una deduzione
logica, di cui non resterebbe che prendere atto, se non avesse un difetto:
non solo gli originali delle carte Moro non sono stati mai ritrovati, ma
da accertamenti che la Commissione ha eseguito di recente, anche cooperando
con la procura della Repubblica di Roma, e' risultato che nessun'altra
copia delle carte Moro e' stata mai ritrovata in possesso delle Br, nei
loro covi o in altri luoghi. Se a Pomarici risultasse il contrario gli
sarei grato di informazioni piu' precise"."Altrimenti - prosegue Pellegrino
- mi auguro che Pomarici voglia convenire sul fatto che si e' in presenza
di un dato allo stato inspiegabile, ma che meriterebbe di essere spiegato,
poiche' e' certo che i manoscritti di Aldo Moro furono copiati da un ignoto
dattiloscrittore a Firenze (perche' tanto ha riferito alla commissione
Valerio Morucci) e furono diffusi nei rami dell'organizzazione brigatista
(come riferito alla commissione dallo stesso dott. Pomarici e risultante
da altre fonti)". Pellegrino invita quindi Ferdinando Pomarici "se sa qualcosa
in piu"' a comunicarlo. Per Pellegrino, le dichiarazioni di Bonaventura
sono "una novita' di notevole rilievo...Nessuno, che io sappia, aveva mai
confermato questa circostanza. Chi dice che ormai sulla vicenda Moro si
sa tutto evidentemente si sbaglia...". "Le dichiarazioni di Bonaventura
- aggiunge Pellegrino - aprono nuovi spiragli su una circostanza piuttosto
strana; mai chiarita: quella del perche' non vennero mai rintracciati gli
originali del memoriale e perche' copie di questo non vennero mai rinvenute
in nessun altro covo quando invece ci era stato detto dagli stessi Br che
copie ne erano state fatte". "E' importante notare - prosegue - che sulla
vicenda Moro e in particolare su Via Monte Nevoso continuano a emergere
fatti interessanti che potrebbero aprire nuovi scenari". "Quello che non
capisco invece - osserva - e' perche' si continui ad essere reticenti su
fatti documentati dallo stesso Dalla Chiesa come quello che c'erano infiltrati
nelle Br. Perche' Bonaventura, dopo tanti anni, continua a negarlo?".
2 giugno - Alvaro Loiacono, condannato
all'ergastolo per la partecipazione al rapimento e uccisione di Aldo Moro,
e' arrestato in Corsica, a l'Ile Rousse, dove si trovava a prendere il
sole con la sua compagna svizzera, una ragazza di 26 anni. Loiacono e la
ragazza, secondo il commissario, erano giunti ieri pomeriggio dal canton
Ticino e si erano recati direttamente nella villetta della madre di Loiacono,
che gli agenti hanno sorvegliato per tutta la notte. In mattinata
la coppia e' uscita per andare in spiaggia. Loiacono ha fatto appena in
tempo a mettersi il costume che tre agenti, circondati da un' altra
decina gli sono piombati addosso, lo hanno immobilizzato, gettandolo sulla
sabbia, per poterlo ammanettare. La ragazza e' stata rilasciata, mentre
Loiacono veniva portato via. Nel pomeriggio Alvaro Loiacono e' incarcerato
a Borgo, sotto procedura estradizionale. Il procuratore di Bastia Patrick
Beau ha detto che i tempi saranno lunghi. L'Italia ha 40 giorni di
tempo per inviare tutti i documenti su cui si basa la domanda di
estradizione. Da qualche mese gli investigatori della Digos di Milano e
dell'Ucigos di Roma aspettavano una mossa di Alvaro Loiacono, dopo l'individuazione
della casa di Ile Rousse, in uso alla madre del terrorista, Ornella Baragiola,
che aveva legalmente acquistato un appartamento nella Rue Paoli a
l'Ile Rousse, dove la donna era gia' stata piu' volte e dove
il figlio avrebbe dovuto recarsi dal Canton Ticino per un soggiorno in
questo lungo week-end francese dell'Ascensione. Infatti, giovedi' sera
Alvaro e la sua compagnia arrivano nell'alloggio di rue Paoli: lui
viaggia sotto l' identita' di Alvaro Baragiola, cittadino svizzero. Da
Nizza a Bastia i due viaggiano, con auto al seguito, su un traghetto
della Corsica Ferries. Acquisita la certezza del suo arrivo, la polizia
di Bastia, in contatto con la polizia italiana e il procuratore Beau,
decide di fare scattare l' arresto dopo una notte di discreta sorveglianza.
Per intervenire, gli agenti aspettano che Loiacono si sdrai sulla spiaggia
a prendere il sole, in costume da bagno, accanto alla sua compagna. Tre
poliziotti gli sono addosso, gli mettono un sacco in testa, la bloccano
sulla sabbia: il terrorista, che non nasconde la sorpresa al commissario
Dominique Abenanti, non oppone resistenza. Con se', Loiacono non ha armi,
ne' in spiaggia, ne' nei bagagli in casa. La sua compagna, che appare sotto
choc, risulta estranea a tutto. Sotto scorta, l'ex brigatista viene portato
a Bastia, presentato al procuratore a palazzo di giustizia e poi, dopo
la notifica dei mandati di cattura, incarcerato nella prigione di Borgo.
Alvaro Loiacono, nato nel 1954, ha sulle spalle una condanna all'
ergastolo nel processo Moro-quater, per il sequestro e l' omicidio
di Aldo Moro, diventata definitiva il 14 maggio del 1997. Loiacono
era entrato nella colonna romana delle Brigate rosse dopo una lunga militanza
nei gruppi dell' estrema sinistra romana, che lo aveva visto coinvolto,
tra l' altro, nella vicenda dell' uccisione, avvenuta a Roma nel 1975,
dello studente greco di destra Mikis Mantakas. Loiacono, che a 14 anni
era stato fermato per gli scontri di valle Giulia ed e' stato uno dei
sospetti per il rogo di Primavalle, e' stato condannato a 16 anni, con
sentenza definitiva, per l' uccisione di Mantakas. Loiacono aveva partecipato
al sequestro Moro, facendo parte del commando delle Br che agi' in via
Fani. Dei membri di quel commando, Loiacono, con Casimirri e la Algranati,
e' uno dei brigatisti entrati nelle vicende giudiziarie del caso Moro solo
in un secondo tempo, coinvolti da Valerio Morucci.Uscito dalle Br al tempo
dell' uscita di Morucci e Faranda, nel 1980 Loiacono aveva lasciato l'Italia
ed era stato segnalato in Algeria e in Brasile. In seguito Loiacono si
era rifugiato nel Canton Ticino, dove viveva la madre Ornella Baragiola,
cittadina elvetica, e nel 1986 ha ottenuto la cittadinanza svizzera, prendendo
il cognome della madre. La Svizzera non ha mai concesso l' estradizione,
ma lo ha arrestato nel 1988 a Lugano, per una condanna a 17 anni per l'uccisione
del giudice Tartaglione. Dopo nove anni di detenzione, Loiacono ha ottenuto
la semiliberta' nel 1997 per seguire corsi di giornalismo (aveva gia' lavorato
alla radio della Svizzera italiana) e nell'ottobre 1999 e' tornato in liberta'.
2 giugno – Antonio Marini, pubblica accusa
durante il processo Moro quater che porto' alla condanna di Alvaro Loiacono
e all'individuazione di due brigatisti sfuggiti fino a quel momento alla
cattura, Germano Maccari e Raimondo Etro, commenta"Finalmente. E' stata
una bella operazione, l'arresto di Loiacono e' allo stesso tempo un atto
di giustizia e un atto di verita’". "E' un atto di giustizia perche' finalmente
Loiacono - continua Marini - puo' scontare la pena che gli e' stata inflitta,
sempre che venga concessa l' estradizione dalla Francia, estradizione che
non fu possibile invece ottenere dalla Svizzera. E' un atto di verita'
perche' puo' dare un contributo ancora a chiarire la vicenda dell' agguato
di via Fani. Si potrebbe arrivare a capire chi erano gli altri componenti
del commando, in particolare i due uomini a bordo della moto Honda mai
identificati pur essendo stata accertata la circostanza della loro presenza
sul posto. Loiacono inoltre potrebbe dire qualcosa su via Montalcini, sui
documenti, sugli originali degli interrogatori di Moro che non furono mai
trovati. Questa cattura e' molto importante - conclude Marini - perche'
proprio lui faceva parte dell' entourage di Morucci e Faranda insieme ad
Alessio Casimirri e Germano Maccari. Si spera adesso che anche Casimirri
venga preso poiche' non ha mai scontato neppure un giorno di carcere nonostante
i gravi delitti di cui si e' macchiato".
3 giugno - In un'intervista al T3, Ornella
Baragiola, la madre di Alvaro Loiacono, si chiede "Perche' e' sempre lui
che deve pagare tutto, non capisco". "Sono venuti qua - dice - e
poi c' e' stato l' arresto. Siamo troppo sconvolti. E' assurdo, non si
fa cosi', e' stato presentato in un modo indegno". All' osservazione che
c' era un ordine di cattura a carico del figlio per la partecipazione all'
assassinio di Aldo Moro, l' anziana donna ha osservato: "Ma si sa che c'e',
beh?, ma perche' c' e'? Stiamo a vedere". Alla ipotesi riportata dalla
giornalista che Alvaro Loiacono sia riuscito a lungo a sottrarsi alla cattura
perche' protetto dai servizi segreti, Ornella Baragiola ha risposto: "Protezioni?
e quali? Semmai sono altri che hanno protezioni".
3 giugno - Il giudice Rosario Priore, in
una intervista a Rds news, dice:"Non ci si potra' nascondere dietro
al concetto di delitto politico: siamo di fronte ad un delitto di terrorismo
per cui l'estradizione di Alvaro Loiacono non puo' essere negata". "In
passato - sottolinea Priore - la Francia concedeva asilo politico, in genere,
alle persone che non erano attinte da un concorso diretto e immediato in
fatti di sangue. Spesso le richieste dei giudici italiani venivano rigettate
perche' venivano contestati dei concorsi morali o indiretti a determinati
fatti di sangue". "Ci vuole una partecipazione diretta alla determinazione
dell'evento" e, nel caso di Moro, "avere avuto in mano la pistola fumante
di via Fani". "Negli ultimi tempi, pero' - ricorda il giudice -, la Francia
ha assunto un atteggiamento di collaborazione molto diverso da quello che
teneva nei tempi del pieno terrorismo, cioe' negli anni Ottanta. Quindi
i tempi potrebbero accorciarsi di molto rispetto alla consuetudine. Pero'
i tempi ci vogliono". Parlando di Loiacono, Priore - dopo aver sottolineato
che "da parte nostra non e' stato mai possibile interrogarlo direttamente"
- ritiene che abbia avuto "una militanza molto intensa, una partecipazione
ideologica forte alle ideologie e alle organizzazioni di lotta armata.
Quindi e' a pieno titolo - in questo senso erano le prove - nelle Brigate
Rosse".
3 giugno - Ai microfoni delle tv francesi,
il procuratore di Bastia Patrick Beau dice che, al termine di una procedura
che si annuncia lunga, Alvaro Loiacono dovrebbe essere estradato in Italia.
Il procuratore ha confermato che Loiacono e' incarcerato a Borgo,
nei pressi di Bastia, ed e' soggetto a procedura d' estradizione.
7 giugno – In commissione stragi, audizione
del sostituto procuratore di Firenze, Gabriele Chelazzi, che propone una
lettura “che deriva dalla personale esperienza nelle indagini” delle vicende
legate alla colonna toscana delle Br e i possibili collegamenti con la
vicenda Moro e il covo di via Monte Nevoso a Milano e che, in parte, contraddice,
nella ricostruzione dei fatti e nelle date di riferimento, precedenti audizioni
come quella del magistrato Tindari Baglione del 21 marzo scorso. Un' audizione
a conclusione della quale, il presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino
afferma che quanto e' stato illustrato da Chelazzi sostiene la sua tesi
proposta gia' un anno fa e cioe' che: “Probabilmente molte delle zone di
opacita' che intorno alla vicenda Moro persistono possono essere chiarite
seguendo un metodo indagativo nuovo. Che tenda ad una rilettura complessiva
del gia' noto, e che accentri l'attenzione sulle pagine meno note di un
libro che e' gia' scritto”. In particolare secondo Pellegrino sono “due
i capitoli che meritano questa lettura piu' attenta: quello che riguarda
le carte Moro (Memoriale) e, il secondo, che riguarda l'esperienza toscana
delle Br”. “Due capitoli - osserva Pellegrino - che si intrecciano. Per
questo - ricorda inoltre - siamo partiti da via Monte Nevoso che e' l'unico
luogo in cui le carte Moro riaffiorano e la traccia percorsa a ritroso,
che da li muoveva, ci ha puntualmente riportati a Firenze e, quindi, verso
una realta' eversiva il cui ruolo nella vicenda Moro e' stato probabilmente
fino ad oggi sottovalutato”. E, in questo senso Pellegrino, riflettendo
su quanto ascoltato dal magistrato fiorentino ha aggiunto: “penso alla
iattanza minimizzatrice della recente intervista
a Panorama da Baschieri”. Chelazzi ha proposto ai parlamentari una puntuale
rilettura di quanto accaduto, in particolare a cavallo “di una data da
considerare spartiacque - il 19 dicembre 1978 - tra un cenno informativo
preliminare e uno circostanziale in merito al ritrovamento del borsello”
il cui contenuto (documenti e chiavi) ha permesso di arrivare al covo milanese
di via Montenevoso. E' il giorno in cui la Digos di Firenze arresta quattro
brigatisti: Dante Cianci, Paolo Baschieri, Giampaolo Barbi (ex militanti
di Potere operaio) e Salvatore Bombaci, ex militante di Autonomia operaia.
Chelazzi e’ convinto che il covo fiorentino nel quale si riuniva il comitato
esecutivo delle Br nei giorni del sequestro Moro era quello di via Barbieri,
alla periferia di Firenze, scoperto - dopo che era stato abbandonato dai
terroristi - nel dicembre del 1978. Poche ore dopo viene perquisito l'
appartamento di via Barbieri usato dai brigatisti: e' vuoto, c'e' solo
biglietto con scritto “ricordati di spengere il gas”. Pochi giorni dopo
il maresciallo Saracini, uno degli uomini del generale Dalla Chiesa, chiede
di accedere al borsello trovato nell' estate dello stesso anno su un bus
della linea n.2 a Firenze, da tempo depositato ai corpi di reato, e che
conteneva una pistola e un mazzo di chiavi. Chiavi gia' risultate compatibili
con la porta di via Montenevoso, ma che si dimostreranno assolutamente
estranee a quelle di via Barbieri. Agli inquirenti resta l' interrogativo
sul ruolo del covo fiorentino trovato “freddo” e che, secondo alcuni degli
arrestati, era stato utilizzato per riunioni. Nel 1982 Giovanni Ciucci
parla di altri covi fiorentini attivi nel '78, in via Unione Sovietica
e in via Pisana, quest' ultimo vuotato e abbandonato dopo gli arresti del
dicembre. Ai magistrati romani Valerio Morucci ed altri dicono che, durante
il sequestro Moro, Mario Moretti si recava fuori Roma per riunioni del
comitato esecutivo, e anche a Firenze. Moretti, nel 1994, afferma che l'
esecutivo si riuniva in un appartamento alla periferia di Firenze, si limita
a dire, messo a disposizione del comitato toscano delle Br. E' il marzo
del 2000 quando Lauro Azzolini, in una intervista, ammette che il borsello
smarrito e' suo e di aver usato un autobus per raggiungere la sede della
riunione del comitato esecutivo che poi, aggiunge, fu scoperta dagli inquirenti:
la linea n.2 ha una fermata a poche decine di metri da via Barbieri. Azzolini
aggiunge anche di aver subito informato l' organizzazione di quello smarrimento:
un avvertimento che spiegherebbe il perche' dello sgombero dell' appartamento.
Azzolini, secondo Chelazzi, e' il primo che mette insieme i quattro elementi:
il borsello, il bus, l' appartamento e le riunioni del comitato esecutivo.
“Una sintesi inedita”, per il magistrato, nota probabilmente solo ai protagonisti
della vicenda e che mette in luce il ruolo dell' appartamento di via Barbieri.
Ma che ripropone anche una “centralita”' delle strutture Br in Toscana
in quella fase del terrorismo. Il magistrato ha inoltre precisato che a
differenza di quanto affermato da Baglione lui si e' occupato di Br fin
dal 1977 (a Milano e poi a Firenze) e fino al 1992. “E' una ulteriore conferma
della validita' della proposta di istituire una Procura nazionale
antiterrorismo per garantire un buon coordinamento informativo delle indagini
e dei diversi percorsi indagativi” ha affermato Giovanni Pellegrino, presidente
della Commissione stragi, dopo la richiesta di un parlamentare a
Chelazzi che tendeva a chiarire se il magistrato, viste le informazioni
e la lettura degli eventi proposti nel corso dell' audizione, era stato
mai “interpellato” dai magistrati che si occupano di terrorismo e Br. Chelazzi
non ha potuto rispondere perche' Pellegrino e' intervenuto spiegando che
la domanda non poteva essere posta, salvo mettere in imbarazzo il magistrato,
visto che la Commissione aveva bocciato la sua proposta di istituzione
della superprocura antiterrorismo: “quella - ha detto - era la strada da
perseguire e che avrebbe permesso di far circolare le informazioni”. Secondo
Pellegrino, inoltre “se l'audizione di ieri sera fosse avvanuta un anno
fa sarebbe stato molto piu' semplice”. A Chelazzi e' stato anche chiesto
se fosse a conoscenza della presenza di infiltrati dei carabinieri del
gen. Dalla Chiesa, nella vicenda Moro. “Io le indagini le ho fatte tutte
con la polizia”, ha risposto. Del fatto che Firenze fu un luogo cruciale
della vicenda Moro e' convinto Walter Bielli, capogruppo dei Ds in Commissione
Stragi. “Chelazzi - osserva Bielli - sulla base di fatti oggettivi e di
sentenze sui brigatisti della colonna toscana, ha chiaramente evidenziato
come per il sequestro Moro si fossero 'attivate' non una, ma piu' colonne
delle Br, e come abbiano agito in modo coordinato, ognuno con un proprio
ruolo. E tra queste un ruolo non secondario e' stato svolto da quella toscana.
L'episodio del ritrovamento del borsello di Azzolini, per Chelazzi, non
vale solo per la scoperta del covo di via Monte Nevoso, ma anche per i
covi di Firenze, ed evidenzia uno stretto rapporto tra Moretti e Balzerani
e i Br fiorentini, tanto che i due hanno alloggiato in un appartamento
messo loro a disposizione da questi”. Ma su tutto cio' - osserva - “sembra
non si sia indagato a sufficienza neppure dopo che si era scoperto che
nell'auto Simca 1100 su cui erano stati arrestati i quattro Br della colonna
toscana vi erano due contrassegni assicurativi emessi da 'Les Ansurances
Nationales', mentre altri contrassegni e certificati di detta compagnia
erano stati trovati a bordo della Fiat 128 di Viareggio. Ed altri ancora
nella Renault 4 nella quale si rinvenne il cadavere di Aldo Moro”. “Firenze,
dunque - osserva Bielli - diventa luogo cruciale della vicenda Moro. Qui
si sarebbe riunita la direzione strategica delle Br ed e' da questa citta'
e da alcuni dei tanti episodi che hanno caratterizzato questa vicenda che
e' stata avanzata l'ipotesi della mente 'strategica' del cosiddetto 'anfitrione'
che suggeriva o preparava le domande da sottoporre a Moro nei 55 giorni”.
“Altro elemento di novita' emerso nell'audizione - racconta Walter Bielli
- e' il ruolo del brigatista Giovanni Senzani, gia' dal '77 organicamente
inserito nelle Br. Il che fa presumere che aveva rapporti con la colonna
toscana e che abbia potuto svolgere una funzione assai rilevante anche
sul caso Moro. Sono questi elementi qualcosa di piu' di una semplice novita”'.
Per Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Stragi, “L'audizione
Chelazzi in commissione Stragi apre nuovi scenari che impongono un
approfondimento del ruolo di Senzani nel sequestro Moro ed una rilettura
delle gerarchie e delle singole responsabilita' e connivenze dei componenti
del comitato toscano delle Br”. “Il fatto che Giovanni Senzani - prosegue
Fragala' - personalita' dall'alto profilo culturale, possa aver avuto un
ruolo di primissimo piano nella gestione del sequestro Moro e' la novita'
piu' significativa che la Commissione abbia potuto apprendere in tanti
anni di lavori e di ricerche”. “Finalmente - dichiara il deputato - si
sgombra il campo da ipotesi non documentate e dai vari tentativi di deviazione
che la Commissione ha patito soprattutto negli ultimi tempi”. Il senatore
di Forza Italia Vincenzo Ruggero Manca, vice presidente della commissione
Stragi, rileva che Chelazzi “ha avallato la concreta possibilita' di una
gerarchia interna, con almeno una personalita' di spicco che egli ha ritenuto
compatibile con Giovanni Senzani. Per Manca e' inoltre degno di nota il
fatto che Chelazzi abbia escluso che facesse parte delle BR Elfino Mortati,
“personaggio del quale si e' recentemente parlato a proposito della possibile
presenza di un covo brigastista nella zona del cosiddetto 'ghetto ebraico'
di Roma”.
10 giugno - Il senatore Vincenzo Manca
(Fi), vice presidente della commissione Stragi, sollecita la magistratura
che indaga sull'omicidio D'Antona e sulla ricostituzione del terrorismo
di sinistra ad esaminare quanto riferito dal sostituto procuratore di Firenze
Gabriele Chelazzi durante l'audizione presso la commissione Stragi. Manca
sottolinea “l'importanza” delle affermazioni di Chelazzi, non solo per
cio' che riguarda “la centralita' del comitato toscano delle Brigate Rosse
nella vicenda Moro ed in particolare nella gestione del suo sequestro”,
ma soprattutto “per gli spunti investigativi che il magistrato ci ha offerti
sul ruolo che persone che vengono da quell'esperienza, compreso lo stesso
Giovanni Sensani, potrebbero aver avuto nella riorganizzazione delle Brigate
Rosse. Soprattutto - rileva il senatore - nella fase in cui i nuclei comunisti
combattenti hanno riassunto la sigla delle Br per compiere l'efferato omicidio
D'Antona”. Manca annuncia quindi che si adoperera' affinche il resoconto
dell'audizione di Chelazzi “sia al piu' presto messo a disposizione della
procura”, e ancicipa che chiedera' di promuovere ulteriori approfondimenti
presso la commissione Stragi. Il Presidente della Commissione Stragi sen.
Giovanni Pellegrino, a Muro Lucano (Potenza) ad un convegno organizzato
dai Ds, avvicinato da giornalisti per commentare le dichiarazioni del vicepresidente
della Commissione, Vincenzo Manca (Fi) sulla ricostituzione di organizzazioni
terroristiche di sinistra, ha detto che “e' necessario in questa delicata
fase un atteggiamento di maggiore riserbo, certamente piu' utile”. Pellegrino,
inoltre, ha riferito di aver dato disposizioni perche' il resoconto dell'
audizione in Commissione del sostituto procuratore di Firenze Gabriele
Chelazzi sia trasmesso alla Procura di Roma. Quanto alle affermazioni di
Manca, il Presidente della Commissione ha detto che “Manca ha perfettamente
ragione ma - ha continuato - e' l' ora del riserbo”.
19 giugno - Il quotidiano conservatore
“Le Figaro” scrive che l'estradizione in Italia di Alvaro Loiacono potrebbe
infrangere la “benevolenza” francese nei confronti dei “rifugiati” italiani
dell'ultra-sinistra, cominciata per volere del defunto ex presidente Francois
Mitterrand negli anni Ottanta. Il recente fermo in Corsica di un ex brigatista
segna una prima rottura. Anche se atipico, il caso di Alvaro Loiacono potrebbe
aprire una breccia nel santuario. Poiche', se la giustizia convalidera'
il procedimento di estradizione, Parigi non vi si opporrebbe”. Sempre Le
Figaro intervista Paolo Persichetti, che e' condannato a 22 anni in Italia
con l'accusa di aver guidato la moto del killer che uccise il generale
Giorgieri nel 1987 e risiede in Francia: “Non ci cercano attivamente -
spiega Persichetti - ma noi non ci facciamo vedere”.
22 giugno<