Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2001
10 gennaio - ANSA: Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, ha presentato ai suoi colleghi un documento riassuntivo delle analisi sviluppate nel suo recente libro "Segreto di stato". Secondo Pellegrino, quella che e' stata ritenuta finora l'ultima parte del "memoriale Moro', cioe' le pagine in cui il presidente della Dc ringrazia le Br per la sua prossima liberazione e prende degli impegni politici (tra cui il passaggio al gruppo misto) potrebbe essere un documento a se' stante rispetto al resto della documentazione ed essere stato scritto in un luogo diverso da quella che e' ritenuta ufficialmente l'unica 'prigione del popolo" in via Montalcini a Roma. Pellegrino citando le dichiarazioni di Mario Moretti e di Germano Maccari che hanno escluso che il prigioniero sia stato informato della decisione di eseguire la condanna, ricorda che agli atti della commissione risultano autografi di Moro che riferiscono di un 'inatteso annuncio' della esecuzione dopo giorni di 'cauto ottimismo', accompagnato dalla promessa che gli esecutori avrebbero consentito il ritrovamento del corpo e di 'alcuni ricordi'. Alla luce di questa contraddizione tra documenti di Moro e dichiarazioni dei brigatisti, Pellegrino avanza la possibilita' che quello finora considerato come l'ultimo brano del memoriale, costituito come e' noto dalle risposte di Moro alle domande scritte di Mario Moretti, sia invece un documento separato, in cui Moro assumeva impegni precisi sul suo comportamento futuro, in vista di una sua possibile prossima liberazione per decisione autonoma delle Br. "Un documento - per Pellegrino - che, riguardato in quest'ottica, contiene elementi lessicali e sintattici, tali da fondare l'ipotesi che sia stato scritto in un luogo diverso da via Montalcini". Pellegrino ripropone la sua idea di un ruolo centrale svolto da Giovanni Senzani nelle Br gia' nella vicenda Moro e non soltanto nel periodo successivo e conferma la sua idea che la base fiorentina nella quale fu decisa la morte di Moro sia da identificare in un appartamento che era nelle disponibilita' dell'architetto Gian Paolo Barbi, componente del comitato rivoluzionario toscano. Elementi non chiariti rimangono intorno alle carte di Moro dato che non sono state ritrovate copie del memoriale in altre basi Br se non in quella di via Monte Nevoso. Nei suoi "appunti" proposti alla commissione come personale contributo in vista di una possibile relazione condivisa, il senatore dei Ds propone un "mutamento di metodo nella indagine giudiziaria", e cioe' superare la logica della "parcellizzazione tra procure diverse" per affrontare, secondo l'intuizione che fu di Leonardo Sciascia, l'affaire moro nella sua interezza. "Opportuno appare in altri termini - scrive - una indagine che si estenda anche agli ambiti delle decisioni politiche e delle conseguenti attivita' degli apparati e, quanto a queste ultime, le riconsideri nel complessivo scenario nazionale". Da approfondire e scandagliare e' quella vasta area di contiguita' alle Br "emersa nel corso delle audizioni di Germano Maccari di Franco Piperno e di Claudio Signorile che ha da ultimo osservato come le domande scritte furono il frutto di una "elaborazione collettiva" cui concorsero o "intelligenze e culture" certamente esterne al vertice brigatista per come sino ad oggi e' stato ricostruito. "L'individuata area di contiguita' risulta tuttora protetta dal silenzio dei brigatisti, dichiaratamente motivato - aggiunge - con la volonta' di non far emergere responsabilita' individuali fino ad ora rimaste inaccertate. Ma anche, rilevarlo e' dovuto, da reticenze istituzionali". Per Pellegrino, l' Italia non ha vissuto il solo riflesso interno della guerra fredda e, per spiegare l'origine e le cause delle stragi che l'hanno insanguinata, si deve tener conto anche della "doppia politica estera" condotta dal nostro Paese nel Mediterraneo. Anche Paolo Emilio Taviani ha recentemente affermato che le ragioni ultime dello stragismo devono rinvenirsi nella "doppiezza della politica estera italiana". Questo nuovo approccio, frutto degli elementi emersi negli ultimi anni, permette di "rimodulare" due categorie di analisi utilizzate in passato da studiosi e politici per descrivere il 'caso Italia'.  Pellegrino cita anche a riscontro le recenti affermazioni dell'ex ministro socialista Rino Formica  che ha descritto il maturare, gia' negli anni Cinquanta, di una "specialissima politica estera italiana" con questa inusitata miscela: " un terzo di tipo finlandese neutralista, un terzo di tendenze ecumenica-vaticana e un terzo stile mercato arabo (fare affari con tutti)".

10 Gennaio - "La Stampa" scrive che Renato Longo, 44 anni, di Asti, e’ stato arrestato per traffico di stupefacenti ed e’ in carcere a Reggio Emilia. Nato ad Asti. Negli Anni '70 il nome di Renato Longo cominciò ad apparire sulle cronache. Finì in cella per la prima volta nel '75 perchè sorpreso con marijuana alla  frontiera di Ventimiglia. Nel luglio 1980 fu coinvolto in una tentata rapina ai danni di un orefice astigiano. Riconosciuto, riuscì a fuggire. Venne poi arrestato e in carcere entrò in contatto con esponenti dell'estremismo rivoluzionario. Cominciò così un periodo, a partire dall'81, in cui Longo divenne fiancheggiatore delle Brigate Rosse, ma c'è chi lo definì "infiltrato". Collaborò infatti all'arresto dei capi brigatisti Mario Moretti ed Enrico Fenzi, ma in seguito fu ancora coinvolto in indagini su attività di carattere terroristico. Dall'accusa di banda armata sarebbe poi stato assolto. In tutto, in quel periodo, ha scontato nove anni di carcere. Negli Anni '90, dopo aver preso pubblicamente le distanze dal passato burrascoso Longo decise di impegnarsi nell'attività politica locale rappresentando il movimento radicale. Nel '94 fu candidato come sindaco per la lista Referendari, ottenendo 1300 voti (2,7 %). In quell'occasione la lista Pannella gli rifiutò, tra le polemiche, l'uso del simbolo. Longo fu candidato per la Lista pannella alle Regionali del '95 e ritentò l'avventura elettorale nel 1999 puntando alla presidenza della Provincia, sostenuto dalle liste "Antiproibizionista" e "Artigiani e commercianti"; in quell'occasione ottenne 3.185 voti. La vicenda elettorale lo
 portò nuovamente nei guai a causa di irregolarità riscontrate nella raccolta di firme a sostegno della lista. Longo finì agli arresti domiciliari; nell' inchiesta fu coinvolto anche il notaio Luigi Cattaneo. Adesso e’ stato fermato al casello dell'autostrada, a Reggio Emilia. La sua vettura, dopo una prima verifica (che ha  dato esito negativo), è stata portata in questura, a Reggio. Qui è stata letteralmente  smontata, pezzo per pezzo: alla fine è saltata fuori la droga. Circa 6 chili tra marijuana e hashish (pare di provenienza olandese). Era nascosta nel serbatoio dell'auto, suddidivisa in una ventina di panetti a tenuta stagna. Un ingombro che, limitando la capienza del serbatoio, aveva costretto Longo a frequenti fermate ai distributori di carburante, in autostrada, cosa che ha insospettito gli agenti che seguivano.

11 gennaio - L' Ansa scrive che Fausto Co', senatore di Prc, ha presentato una interrogazione prendendo spunto da una informativa dei carabinieri del 28 aprile 1978, in pieno sequestro Moro, che riferiva di un incontro avuto a meta' novembre dell'anno precedente da Prospero Gallinari con un pregiudicato per arrivare ad un "eclatante sequestro di persona a sfondo politico". "La nota dell'arma dei carabinieri - afferma Co' in una interrogazione rivolta al ministro dell'Interno e della Difesa - segnala che il pregiudicato non accolse la proposta perche' non la riteneva economicamente conveniente. Gallinari in quella occasione era accompagnato da un giovane tedesco che venne identificato come il terrorista Siegmund Hoppe, ricercato anche nel suo paese". Gallinari, fuggito all'inizio del 1977 dal carcere di Alessandria, fu poi, secondo i risultati dei processi, uno dei carcerieri di Aldo Modo. Il senatore di Prc chiede ora ai ministri se intendano approfondire l'accertamento delle ragioni per le quali non si attuo' all'epoca "una efficace azione preventiva per scongiurare il rapimento dell'on. Moro, pure in presenza di una puntale segnalazione relativa ad un eclatante sequestro di persona". Il senatore chiede di ricercare anche eventuali responsabilita' per accertare "l'inerzia dimostrata sul terreno operativo".

11 gennaio - Esce in edicola "La notte della Repubblica", che contiene una videocassetta con la prima parte dei servizi sulla "tragedia di Moro" dalla trasmissione di Sergio Zavoli e un libretto "55 giorni di piombo", a cura di Annalisa Spezie, che contiene le lettre dal carcere di Moro e i ricordi di Francesco Cossiga, Claudio Martelli, Eugenio Scalfari e Agnese Moro.

18 gennaio - ANSA: Davanti alla seconda Corte di assise di Roma comincia il processo, che costituisce un' appendice dei Moro-ter e Moro-quater, sull’ attivita’ delle Br-Pcc fino alla fine degli anni ottanta. Tra gli imputati ci sono anche alcuni irreperibili i cui nomi sono comparsi nell' ambito dell' inchiesta sull' omicidio di Massimo D' Antona come Simonetta Giorgeri, Carla Vendetti, Nicola Bortone e Marcello Tammaro Dell' Omo. I loro nomi, e quelli di altre persone, furono indicati - in relazione alla ricostituzione delle nuove Br - nell' ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Alessandro Geri, il giovane tuttora sospettato di essere stato il telefonista che annuncio' la rivendicazione dell'omicidio D' Antona. Nel capo di imputazione si afferma che gli imputati hanno fatto parte di un' organizzazione "volta alla commissione di delitti contro la personalita' dello stato come dimostrato dagli attentati in danno del professor Ezio Tarantelli, dell' ex sindaco di Firenze Lando Conti, del senatore Roberto Ruffilli e dalla rapina con omicidi compiuta in via Prati di Papa". Il processo,. Gli altri imputati, che a seconda delle posizioni, devono rispondere di associazione sovversiva e banda armata, sono Gino Giunti, Emilio Getuli, Carla Baiano, Rocco Buccarello, Gabriele Vecchiatini, Maddalena Conti, Aldo Romaro, Alessandro Lomazzi e l' armeno Kaled Hassan Thamere Birawi. La maggior parte degli imputati e' gia' stata giudicata per singoli episodi attribuiti alle Brigate rosse, ma non per le accuse di associazione sovversiva e di banda armata, reati commessi tra il Lazio, la Toscana e l' Emilia Romagna fino al giugno del 1989. Cosi' il giudice istruttore Otello Lupacchini, il 30 marzo dello scorso anno, ha emesso un' ordinanza di rinvio perche' fossero giudicati anche per quei reati. L' udienza di oggi e' stata caratterizzata dalla richiesta di ammissione al giudizio abbreviato da parte di alcuni imputati. Il collegio di giudici presieduto da Renato Mario D' Andria, dopo aver dichiarato la contumacia degli imputati con l' eccezione di Getuli, l' unico ad essere presente in aula, ha rinviato il processo, previo accordo con il pm Franco Ionta (lo stesso che indaga per l' agguato a D' Antona) e con le parti, al 20 febbraio prossimo.

21 gennaio – Il quotidiano “La Stampa” scrive:
“C’ e’ un interrogativo che matura naturale durante e alla fine della lettura del bel libro di Felice La Rocca ( L’eredità perduta. Aldo Moro e la crisi italiana , edizioni Rubbettino, con prefazione di Orazio Barrese): come può saltare in mente, e che senso ha in una stagione segnata dalla suprema semplificazione e addirittura dallo svilimento della politica, metter mano ad una indagine sul leader che incarna da sempre - intendiamo dal dopoguerra ad oggi - l’idea stessa della complessità e perfino dell’astrusità di certo agire politico? Che senso ha, insomma, nell’era dei Bossi e dei Di Pietro, dei Berlusconi e dei Rutelli (e di un galoppante anticomunismo di rito rno) riaccendere un riflettore sulla figura e la politica di Aldo Moro? Felice La Rocca spiegherebbe che la risposta a questi interrogativi è esplicita sin dal titolo del suo libro: e cioé che è stato e resta un danno - oggi lo si vede bene - l’aver smarrito l’eredità culturale e politica di Aldo Moro. È una risposta certamente accettabile, perché concreta e vera. Ma è difficile sfuggire ad una sensazione: e cioé che la spinta decisiva per metter mano ad un lavoro così attento e stimolante, a Felice La Rocca - editorialista e analista politico di sicuro spessore - sia arrivata da altrove. Se riusciamo a intenderci, diremmo dalla passione - perfino dalla nostalgia - verso una politica intesa come strumento di soluzione dei conflitti e non, piuttosto, come palcoscenico di risse, approssimazioni e (non di rado) degenerazioni. Il Moro di Felice La Rocca è - dichiaratamente e perfino provocatoriamente - un Moro «di sinistra». È il leader democristiano che già nei durissimi anni 40-50 vagheggia di «immettere, completando il Risorgimento, le masse popolari nello Stato». È l’esponente cattolico capace di scontri aperti con le gerarchie vaticane (col Cardinale Siri, in particolare, rammaricato - in una occasione - di non aver preso addirittura a calci lo statista democristiano). E l’alleato fedele impegnato, però, in un rischioso bra ccio di ferro con gli Stati Uniti in ragione della sua politica di apertura verso il Pci di Enrico Berlinguer (e la moglie Eleonora mise a verbale le «raccomandazioni» di cui il marito fu oggetto da parte di un autorevole membro dell’amministrazione americana: «deve smettere di perseguire il suo piano di portare tutte le forze del Paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare quella cosa o lei la pagherà cara»). Il libro di Felice La Rocca - segnato da una scrittura agevole e piana, ricco di aneddoti e di episodi in parte inediti - è insomma, contemporaneamente, omaggio a un uomo e all’arte della politica. Non è un giallo sull’assassinio Moro - pur se in controluce se ne ipotizzano i moventi - né un saggio politologico dagli incerti destini. È uno spicchio di storia d’Italia raccontato da un grande giornalista. Per questo, potrebbe essere letto perfino nelle scuole. Revisionismi, censure e commissioni, naturalmente, permettendo”.
“Questo libro – scrive anche “La Stampa” - registra e coordina una serie di fatti e d’idee che evidenziano lo stretto rapporto esistente in Aldo Moro fra strategia e azione politica, i limiti di una classe dirigente scarsamente dotata di senso civico e non sorretta da una solida tradizione, il senso di una crisi che ha le sue origini lontane nella storia del Paese: nel secolare ritardo che si è avuto nella formazione dello Stato nazionale, nel carattere elitario del Risorgimento, nelle politiche di connubio che hanno impedito il fisiol ogico alternarsi delle forze politiche, nel trasformismo, nella crisi di fine Ottocento, nel ventennio fascista, nella catastrofe militare del 1943, nei ricorrenti tentativi di svolte reazionarie. La strategia di Aldo Moro si propone di risolvere, in tempi inevitabilmente lunghi e irti di ostacoli, il problema storico della democrazia italiana assicurando allo Stato la piena partecipazione delle masse che ne sono state «per lungo tempo escluse»: la rottura dell’unità antifascista, decisa nel 1947 da Alcide De Gasperi, imporrà un lungo rinvio. Ma nel 1959 il giovane parlamentare pugliese rilancerà il suo progetto. Eletto segretario della Dc, eviterà le scorciatoie. Dirà di no allo «sfondamento a sinistra» tentato, con poca fortuna, da Amintore Fanfani nel 1958. Riprenderà, nei tempi e nei modi via via possibili, il dialogo con i partiti dell’estrema sinistra. Punterà al superamento dei contrasti di fondo che riflettono all’interno del Paese la divisione del mondo in due blocchi contrapposti: l’uno legato alla concezione liberaldemocratica dell’Occidente e agli Stati Uniti, l’altro agli ideali della Rivoluzione d’Ottobre e all’Unione Sovietica. Compito immane, anche perché non ci sono solo gli ostacoli di natura internazionale che si frappongono alla piena legittimazione del Pci. C’è la Dc «reale» che è profondamente diversa dalla Dc alla quale Moro, con la sua strategia e le sue politiche, dà una immagine prestigiosa. Nel sottofondo operano i dorotei: Antonio Segni che al Quirinale si comporta come un capo corrente e nel 1964 ricorre al generale Giovanni De Lorenzo per bloccare il centro sinistra e dare vita a un «governo del presidente»; Mariano Rumor che spreca gli anni della sua segreteria in ripetu te operazioni dirette a emarginare Moro e a conquistare sempre nuove quote di potere; Emilio Colombo che litiga con Rumor perché vuole partecipare alla spartizione del «bottino»; Giulio Andreotti che «si muove agevolmente con i colleghi della Cia» e può andare a destra e a sinistra, forte di un inossidabile empirismo senza princìpi. A questa Dc guardano con simpatia i vescovi italiani che, salvo poche eccezioni, considerano Moro un eretico e si battono, sotto la guida del cardinale Siri, per impedire l’incontro fra cattolici e socialisti. Nell’ombra trama Licio Gelli, il gran maestro della P2 che riesce ad arruolare nella sua loggia magistrati, diplomatici, dirigenti di società pubbliche e private, funzionari della pubblica amministrazione, parlamentari, ministri, segretari e dirigenti di partito, giornalisti e direttori di giornali, alti gradi dell’esercito, della guardia di finanza, della marina, dell’aeronautica, dei carabinieri e dei servizi segreti. Completano il quadro gli interventi della Cia, le min acce del segretario di Stato americano Henry Kissinger e, con la sola eccezione di John F. Kennedy, le ripetute prese di posizione dei presidenti degli Stati Uniti per impedire la partecipazione delle sinistre al governo. Nonostante l’opera di questa «grande coalizione» che ostacolerà in tutti i modi il rinnovamento dello Stato, Moro, «spingendo e frenando», evitando rotture che avrebbero potuto riportare indietro la situazione, usando l’arma della persuasione, facendo leva sulle spinte della società civile, avvalendosi della collaborazione di Pietro Nenni e della disponibilità di Enrico Berlinguer, riuscirà a portare avanti il suo disegno politico fino all’inserimento del Pci nella maggioranza parlamentare. Forse altri pas si avanti sarebbero stati fatti se le Brigate rosse, assassinando lo statista Dc, non avessero dato una mano a quanti, in Italia e nel mondo, avversavano la politica di solidarietà nazionale. Morto Moro, amici ed avversari lasciano cadere il suo insegnamento sul modo di governare una democrazia difficile. Passano gli anni. Cambiano molte cose. Ma il barometro della politica italiana continua a segnare maltempo. Il 24 dicembre 1999, commentando la risicata fiducia ottenuta alla Camera dal secondo governo D’Alema, La Stampa di Torino rileva che tra «l’abilità da tutti riconosciuta a Massimo D’Alema e il deprimente svolgimento di questa crisi lampo, c’è uno scarto troppo netto per non porsi almeno un interrogativo: è il premier reinsediato che... ha sbagliato ogni mossa (approdando a un governo già zoppicante) oppure è il sistema politico dell’Italia di fine secolo che permette solo governi così? La risposta non è facile, ma l’interrogativo è legittimo. Perché se, da una parte, sono da considerare certamente un errore gli str appi progressivi attraverso i quali il premier è tornato in sella... dall’altra non si può non annotare come i due governi più forti degli ultimi anni (quello Berlusconi e quello Prodi: forti, se non altro, perché scelti direttamente dagli elettori) siano caduti per gli stessi «tradimenti» e gli stessi cambi di guardia che ieri hanno favorito la nascita del secondo governo D’Alema. Poco abili tutti, insomma (Berlusconi, prima, Prodi e D’Alema poi) o incoerente e non più tollerabile il sistema politico da governare?». Successive esperienze avalleranno queste considerazioni. L’Italia brancola ancora nel buio. Una rilettura di Moro aiuta a capire perché”.

23 gennaio – L’ edizione toscana della “Repubblica” scrive:
“Da circa sei mesi il professor Giovanni Senzani, già ideologo delle Brigate Rosse, lavora due mattine alla settimana nei locali di un ufficio della Regione, il Centro di documentazione «Cultura della legalità democratica». Giovanni Senzani, che ha 61 anni, ne ha trascorsi 17 in carcere e da due è in semilibertà, collabora ad un progetto che prende il nome di «Informacarcere». Si tratta di uno dei tre progetti del Centro di documentazione. Gli altri due sono «Educazione alla legalità» e «Osservatorio sui conflitti nel mondo». L’obiettivo del centro — che dispone di una cospicua bancadati su mafie, stragi, massoneria deviata, servizi segreti, terrorismo — è quello di creare un circuito di scambio «fra tutti coloro che sono impegnati nella promozione di una cultura di legalità democratica e di convivenza civile, nella lotta alla criminalità e ad ogni forma di illegalità». Il progetto «Informacarcere» è nato nell’ottobre ‘98, in base ad una convenzione fra la Regione e l’associazione di volontari Pantagruel, che da vent’anni si occupa di carceri. Da circa sei mesi Senzani collabora con Pantagruel e lavora alla bancadati di «Informacarcere», nel Centro «Cultura della legalità democratica». Al momento si occupa di un progetto sul teatro in carcere. Per questa attività la Regione versa dei contributi a Pantagruel, che, attraverso l’amministrazione carceraria, li consegna a Senzani. «Non c’è niente di segreto», precisa Giuliano Capecchi, presidente di Pantagruel: «Questa attività è stata autorizzata dal magistrato di sorveglianza, il dottor Sandro Margara. Giovanni Senzani mi sembra una persona molto valida e io sono felice di averlo come collaboratore. E non dobbiamo dimenticare che ha scontato 17 anni di carcere, che ha accettato le leggi dello Stato e che si sta reinserendo nella
società». Laureato in giurisprudenza, specializzato in criminologia, esperto di problemi carcerari, negli anni ‘70 Senzani insegnava all’università di Firenze ed era consulente del ministero della giustizia. Contemporaneamente era uno dei componenti della direzione strategica delle Brigate Rosse, e inquirente dei «tribunali del popolo» che interrogavano e giudicavano i sequestrati delle Br. Tribunali che non praticavano la «legalità democratica», dato che non ammettevano diritto di difesa né di appello e pronunciavano sentenze di morte. Condannato all’ergastolo per l’omicidio di Roberto Peci, fratello di Patrizio, il primo pentito Br, Senzani è stato coinvolto anche nei sequestri del giudice Giovanni D’Urso e del consigliere regionale Dc Ciro Cirillo. In qualità di leader del comitato rivoluzionario toscano delle Br è stato condannato anche per due attentati, del 15 e 16 novembre ’78, quando saltarono in aria le auto del direttore sanitario del carcere delle Murate e di uno dei progettisti del carcere di Sollicciano. Il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, sospetta che sia stato uno dei cervelli, forse il più raffinato, del sequestro Moro, e che fosse lui, nella base fiorentina in cui si riuniva la direzione strategica delle Br, a preparare le domande che venivano rivolte allo statista democristiano. Senzani non è ritenuto un irriducibile. Ha chiesto ed ottenuto la semilibertà e così facendo ha riconosciuto lo Stato. Ma dei suoi segreti resta custode geloso”.

23 gennaio - ANSA: La Corte di Cassazione conferma la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il generale dei carabinieri Francesco Delfino per truffa aggravata nell' ambito del sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini. I giudici hanno impiegato circa quattro ore per prendere questa decisione che ha accolto le richieste del procuratore generale Antonio Mura, che aveva chiesto la conferma della condanna emessa dalla Corte di appello di Brescia. Giuseppe Soffiantini e' stato presente alla lettura del verdetto ed e', poi, ripartito per Brescia dopo la lettura del dispositivo. “Sono contento di questa decisione dei giudici - ha detto l' imprenditore - e del resto ho sempre avuto fiducia nella magistratura e negli inquirenti”. Nella loro arringa, gli avvocati difensori del gen.Delfino, Alessandro Gamberini e Raniero della Valle, avevano cercato di smontare la configurazione giuridica dell' accusa di truffa pluriaggravata e truffa aggravata formulata a carico del loro assistito. Ma i loro sforzi sono risultati vani. Delfino, comunque, come ha sottolineato uno dei legali, non rischia di dover tornare in carcere in quanto la sua condanna - avendo l' alto ufficiale gia' scontato alcuni mesi di carcere preventivo - e' inferiore ai tre anni e, quindi, puo' usufruire delle misure alternative alla detenzione. Rimane comunque aperto il problema della restituzione del miliardo che il generale ha sottratto ai familiari del rapito: dell' intera somma, a Soffiantini sono state restituite solo 100mila lire.

25 gennaio – Sta per uscire un nuovo libro dell’ ex senatore del Pci Sergio Flamigni, dedicato questa volta alla figura del senatore a vita Francesco Cossiga ed edito dalla Kaos. S’ intitola "I fantasmi del passato" e ha come sottotitolo "carriera politica di Francesco Cossiga". L'indice promette capitoli come "Con il rosario in mano", "Manovre e intrighi", "Il cardinale degli omissis", "La strage infinita", "Segreti, soffiate e bugie", "Contro i giudici, per i massoni", "Il gladiatore", "Frenesie autoritarie", "Il fantasma di Moro (e molti altri)". Nel libro Flamigni sostiene che l'ex presidente della Repubblica ha la chiave per risolvere il "giallo di via Gradoli". E' la vicenda della seduta spiritica, organizzata da un gruppo di professori bolognesi (tra i quali anche Romano Prodi), durante la quale il piattino cominciò a danzare fino a formare la parola "Gradoli". A quel punto scattò una delle più dissennate operazioni di intelligence, ma il termine è un po' forte, della storia del dopoguerra: plotoni di carabinieri e poliziotti passarono al setaccio il paesino di Gradoli e nessuno pensò di andare nella via Gradoli, a Roma. Il covo delle Br, naturalmente, era là. Il mistero non sta nella cantonata presa dagli investigatori, in fondo una delle tante del caso Moro, ma nel come abbia fatto quel nome a saltare fuori. Esclusa la spiegazione spiritistica, l'ipotesi più accreditata è che la notizia, raccolta negli ambienti dell' Autonomia operaia bolognese, fosse giunta alle orecchie di qualcuno che, per coprire la fonte, ebbe la bella idea di sostituire l'informatore con un piattino. Flamigni nel suo libro racconta di aver trovato la registrazione integrale di una intervista concessa da Cossiga alla fine del 1993 a una tv tedesca sul tema dei cosiddetti  'Piano Victor' e 'Piano Mike' da attuarsi nel caso di liberazione di Moro o di morte di Moro. In quel contesto Cossiga fece anche un riferimento a Gradoli: "Adesso lo posso  dire: se non e' degenerata la situazione a Bologna - scrive Flamigni citando le parole di Cossiga - e' perche' sotto la mia responsabilita' noi abbiamo infiltrato l' Autonomia di Bologna".  Subito dopo, Flamigni riporta una frasetta detta da Andreotti durante un'audizione alla commissione stragi: "Per me a dare quella notizia di Gradoli è stato qualcuno dell'Autonomia operaia bolognese. Si sarebbe potuta rivelare la fonte, ma non lo si fece probabilmente per non inguaiare qualcuno... chiedetelo a Cossiga". "Gli ambienti dell' Autonomia - scrive Flamigni - erano stati infiltrati profondamente dal Viminale guidato da Cossiga, non solo a Bologna ma anche a Roma. E un' emittente dell' Autonomia romana, 'Radio citta' futura', la mattina del 16 marzo '78 aveva annunciato il sequestro di Moro pochi minuti prima che avvenisse la strage di Via Fani".

25 gennaio – ANSA: Il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, dopo le polemiche sollevate per l' impiego di Giovanni Senzani, attraverso una convenzione con l' associazione di volontariato Pantagruel, al centro di documentazione "Cultura della legalita' democratica", dichiara: "Le caratteristiche del lavoro che Senzani svolge presso gli uffici della Regione sono di tale ordinarieta' e trasparenza da togliere ogni preoccupazione riguardo alla designazione della sua persona". "Per questo tipo di attivita' - ha spiegato Martini - va bene Senzani come chiunque altro. Il progetto, che funziona anche grazie al consenso espresso dalla magistratura, va nella direzione di una modernizzazione della politica carceraria e proprio per questo non puo' non essere visto da tutti con favore. Del resto, - ha proseguito Martini - esperienze come questa hanno il grande merito di reinserire nella societa' civile persone che stanno pagando per i reati da loro commessi, qualunque sia il motivo della loro condanna e che hanno dimostrato pero' di rispettare le regole della convivenza civile e democratica".

29 gennaio – La newsletter del sito Misteriditalia scrive tra l’ altro:
“Il Velino, quotidiano diretto da Lino Jannuzzi spedito per email, ha pubblicato di recente questo articolo sul memoriale Moro trovato, in due riprese (1978 e 1990), nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano. L'articolo è molto curioso, riporta alla luce i dubbi del sen. Pellegrino, presidente della commissione stragi sul covo di via Montenevoso e fa presagire sviluppi imminenti su una questione quanto mai scottante, un vero angolo buio nei meandri del Caso Moro. Ve lo proponiamo integralmente:
"Chi censurò i memoriali di Moro? La domanda ricorre in maniera ciclica, investigatori, storici e politici sono sempre più convinti che ci sia stata una "manina" a correggere, eliminare, ridurre quel testo famoso, frutto della trascrizione degli interrogatori brigatisti al prigioniero illustre. Di sicuro c'è che la magistratura non ha mai smesso di indagare. Un filone riguarda un vecchio articolo apparso sul settimanale L'Europeo, nell'immediatezza del primo ritrovamento del memoriale nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano. Il periodico accennava ad alcuni contenuti scottanti (ancora non se ne conosceva il testo integrale) e vi inseriva questa presunta rivelazione dello statista democristiano: il governo tedesco si era mosso ufficiosamente per ottenere che Kappler venisse liberato, magari chiudendo un occhio e favorendone la fuga. Quando si conobbe il testo del primo memoriale, questo particolare riguardante Kappler non c'era. E non apparve neppure nella versione numero due quando, dieci anni dopo, spuntò un memoriale più completo, nascosto dentro una parete del covo. Sembra che la magistratura milanese si stia cautamente muovendo per capirne di più. Innanzitutto per accertare se è vera la storia del passo tedesco per favorire la liberazione di Kappler; poi per scoprire chi poté raccontare questo particolare all'Europeo; infine - ed è il passaggio più delicato - per sapere se davvero Moro accennò al fatto e individuare chi si preoccupò (a livello istituzionale) di far scomparire questa vicenda dal testo "ufficiale". Che ci siano state manomissioni è sicuro, almeno secondo Sergio Flamigni che, nel sesto libro pubblicato su Moro, ricorda in proposito un particolare illuminante. Francesco Cossiga ha scritto che Moro nel memoriale parlava a un certo punto dell'Irlanda, dicendo che proprio Cossiga gli aveva raccontato di villaggi costruiti per addestrare i soldati inglesi destinati a mantenere l'ordine pubblico. Il fatto è che in nessuno dei testi rintracciati in via Montenevoso c'è questo accenno all'Irlanda. Insomma: Cossiga ha letto qualcosa che poi è stata fatta scomparire dalle versioni ufficiali? Come la storia dell'evasione pilotata di Kappler?".”

1 febbraio - "La Repubblica" di Firenze scrive che il presidente della giunta regionale toscana Martini, rispondendo all' interrogazione presentata dal Polo, primo firmatario il capogruppo di Forza Italia Bartolozzi, ha detto che "Senzani collabora con un'associazione convenzionata con la Regione in qualità di detenuto in semilibertà. Il suo nome non ci è stato comunicato, è stato il giudice di sorveglianza a stabilire che aveva i requisiti per svolgere un'attività di raccolta di documenti e libri sulla realtà del carcere. Tanto mi basta"e conclude: "Mi chiedono quali provvedimenti prenderò: alla scadenza del progetto il 31 maggio prossimo sarà opportuno fare una verifica del lavoro svolto e sulla sua validità per deciderne i futuri sviluppi". Pare di capire che non ce ne saranno, conclude Repubblica.

15 febbraio – Il senatore a vita Francesco Cossiga presenta a Verona il suo libro "La Passione e la politica". "Io ho concorso ad uccidere – ha detto tra l’ altro Cossiga - o a lasciar uccidere Moro quando scelsi di non trattare con le Br e lo accetto come mia responsabilita', a differenza di molte anime candide della Dc". “E’ stata la mia ossessione per molto tempo - spiega - e non potevo certo superarla rimanendo ministro dell'interno. Se al consiglio nazionale della Dc si fosse deciso di trattare io mi sarei dimesso prima, avevo la lettera di dimissioni in tasca. Trattare sarebbe stato la fine della democrazia nel nostro Paese, la rottura di un equilibrio costruito faticosamente. L'obiettivo delle Br era far saltare il compromesso storico, senza il compromesso storico non ci sarebbero state le Br". Cossiga dice di aver pagato "tutto sommato un prezzo non alto" per la morte di Moro, ma ricorda che "Zaccagnini, che era malato di cuore, e' crepato quando la vedova di Moro l'ha messo alla porta. A me invece di essere stato messo alla porta non me n'e' fregato nulla".

19 febbraio - ANSA: Due consulenti della Commissione stragi hanno acquisito dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi che sembrano diversi da quelli finora conosciuti, e la vicenda  del ritrovamento delle carte di Aldo  Moro in via Monte Nevoso, il 9 ottobre del 1990. I due faldoni della Digos, classificati in passato con "segretissimo" recano le intestazioni: "A-4. Sequestro Moro-Covo di via Monte Nevoso-Rinvenimento del 9 ottobre 1990-Carteggio" e "Sequestro Moro-Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio". La titolazione del secondo faldone e' "sorprendente" , affermano i due consulenti Gerardo Padulo e Libero Mancuso, perche' "nessuno aveva mai accostato, alle carte di Moro, gli elenchi dei gladiatori". Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio  i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato pero' 'MORONOMI' e riguardante persone che  per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Nel secondo faldone c'e' la richiesta di stilare dei "cartellini" per tutti i nominativi, comprese le date di nascita presenti nel fascicolo "Sequestro Moro-Via Monte Nevoso- Elenchi". L'originale del fascicolo, classificato "segretissimo", venne conservato in cassaforte. Ci sono poi una serie di elenchi con indicazioni diverse di segretezza, l'ultimo del 1991, che riportano elenchi di aderenti a Gladio. Da un primo esame degli elenchi, segnalano i due consulenti nel documento inviato in commissione, "sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622". Attualmente e' in corso un processo nel quale si ipotizza che gli aderenti a Gladio possano essere stati 860 e 1909 i nominativi complessivamente sequestrati a Forte Braschi nel 1991. Le note manoscritte sul registro di protocollo "appaiono redatte contestualmente con la medesima penna e successivamente alle date di riferimento". I due consulenti rinviano ad un piu' approfondito esame degli elenchi ma se dovesse essere confermata la prima impressione non ci sarebbe che da ritenere che in occasione della diffusione dell'elenco degli aderenti a Gladio "vi sarebbero state opportune scremature presso il Sismi prima e dopo l'acquisizione di notizie richieste a Ucigos, Gdf a Carabinieri e che dunque le richieste avanzate a tali Autorita' di Polizia erano dirette ad impedire che figurassero nominativi privi di quelle caratteristiche  tranquillizzanti gia' riferiti dal Sismi". I consulenti avanzano due ipotesi su questa commistione di temi tra Gladio e le carte di Moro ritrovate nel 1990. Un  "passaggio", quello individuato, per provvedere a ripulire le liste prima di inviarle al giudice; un modo per avere una sorta di giustificazione nel non averle mai inviate al giudici. "Altra ipotesi, ben piu' inquietante, si potrebbe formulare se - affermano -  quelle intestazioni di fascicoli cosi' delicati da meritare 'segretissimo', corrispondessero al vero, se cioe' si trattasse di elenchi acquisiti in occasione del secondo sequestro delle carte di Moro in via Monte Nevoso. In proposito non si sono rinvenuti ulteriori atti che in qualche modo riconducano a tale ipotesi."
Strane carte e strani elenchi hanno gia' fatto capolino nel caso Moro in diverse circostanze: Il 14 marzo 2000, in un' audizione in commissione stragi, il giornalista Mario Scialoja viene sentito su un articolo pubblicato il 15 ottobre 1978 sull' "Espresso" con il titolo "Libro bianco sul caso Moro". Nell' articolo Scialoja scrive tra l' altro che in via Monte Nevoso "sono state trovate piu' cose di quante gli inquirenti e la stampa abbiano detto" e "e' stata anche trovata la fotocopia di un accordo di cooperazione internazionale tra i servizi segreti italiani e quelli degli altri paesi NATO". Nell' audizione, rispondendo ad una domanda, Scialoja dice che in uno  dei processi sul rapimento del Presidente della Dc aveva gia' detto"che Moro aveva ricevuto, durante il suo sequestro, dei documenti, perche' durante gli interrogatori delle Brigate rosse aveva parlato di certi argomenti. Aveva ricevuto dei documenti che aveva indicato ai suoi collaboratori assistenti e che aveva nel suo studio privato di via Savoia. Su sua indicazione, questi documenti erano stati consegnati alle Brigate rosse". Le stesse cose, Scialoja le aveva in effetti scritte in un articolo del febbraio 1980, pubblicato su "L'Espresso" e intitolato "Cinque segreti intorno al caso Moro":"Qualche tempo dopo un altro episodio venne a confermare che tra le Brigate rosse e la famiglia e gli amici di Moro esisteva un canale che sfuggiva ai controlli. Mediante una serie di messaggi che riuscirono ad aggirare la rete di sorveglianza, Moro fece pervenire ai suoi intimi la richiesta di alcuni documenti riservati contenuti nella sua biblioteca che aveva sede in via Savoia 88 a Roma e da consegnare ad un emissario delle Brigate rosse. Alcuni fascicoli furono effettivamente consegnati ed arrivarono ai brigatisti, ma il fatto si seppe e ne fu informato Cossiga. Il quale si arrabbio' molto e fece sapere che se un altro episodio di quel genere fosse accaduto il Governo avrebbe preso misure severe. In che consistano i documenti di Moro consegnati alle Brigate rosse non si sa. Si sa pero' che quando il Ministro dell'interno espose il problema ad uno staff ristretto di suoi collaboratori e gli fu chiesto se l'importanza dei documenti era tale da costringere il Governo a cambiare strategia, egli rispose di no. Una certa importanza pero' quei documenti la dovevano avere, tant'e' che gli specialisti furono subito incaricati di fare una analisi sul potere destabilizzante di un eventuale loro uso illegittimo". Nel 1982, al processo Moro, l' ex direttore dell' Espresso Livio Zanetti disse che sarebbe stato "qualcuno dello staff di tecnici predisposti all' epoca dal Viminale" a rivelare a Scialoja le informazioni su via Savoia. L' 8 maggio 1978, alla vigilia dell' uccisione di Moro, un quotidiano aveva scritto che a via Gradoli sarebbero stati trovati due elenchi: uno contenente nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti regionali della Dc. Del primo elenco si fanno i nomi di Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe e Publio Fiori. Il giorno escono anche i nomi di Gustavo Selva e Giacomo Sedati e le notizie vengono riprese da tutta la stampa. Il 9 pero' Moro viene ucciso e quindi le rivelazioni si interrompono. Il 31 ottobre 1990, i magistrati Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, che indagavano sul secondo ritrovamento di via Monte Nevoso a Milano, ascoltano il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli che in un' intervista riportata dal settimanale "L' Espresso", a proposito dell' irruzione dei carabinieri in via Monte Nevoso nel 1978, aveva sostenuto che nel covo era stato trovato "un archivio con ingente materiale di natura militare di massima segretezza". Nel libro "Anni di Piombo", il gen. Morelli aveva scritto che tra le altre cose, in via Monte Nevoso, fu trovata una "schedatura di uomini politici, di dirigenti politici, di uomini di partito, di ufficiali dei carabinieri, di magistrati, di esponenti sindacali". Il 15 ottobre 1993, il giorno dopo l' arresto di Germano Maccari e la pubblicazioni delle dichiarazioni di un pentito calabrese sulla presenza in via Fani di un killer della 'ndrangheta, un giornale scrive che il gen. Francesco Delfino "dal 1978 venne inviato dall' allora ministro Francesco Cossiga ad Ankara come capo settore del Sismi, per essere allontanato dall' Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso era stato infatti trovato un documento con i nomi di tre vittime designate: insieme col colonnello Antonio Varisco e il capitano Cornacchia, c' era anche lui". Anche di questi nomi non si troverebbe pero' traccia negli atti.
Per Walter Bielli, capogruppo Ds in Commissione stragi, "E' comunque un episodio inquietante pero' puo' trovare una spiegazione qualora il senatore Andreotti fornisse ulteriori informazioni che ci potrebbero venire anche dal colonnello Fasano, che della questione pare essersene interessato". "In ogni caso da una prima sommaria analisi dei documenti si capisce che l'elenco dei gladiatori fissato in 622 risulta essere diverso. Il che ha un suo significato non trascurabile. Forse si son voluti coprire dei nomi e anche la 'pericolosita" di Gladio. La dicitura 'sequestro  Moro covo di via Monte Nevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990- Carteggio' e  quella sugli elenchi degli appartenenti a Gladio fa ipotizzare una possibilita': quella che i brigatisti potrebbero essere venuti in possesso dell'elenco dei gladiatori quindi con un effetto straordinario per quanto riguarda  la conoscenza di organizzazioni segrete paramilitari in questo paese. A questo punto chi sa parli per evitare illazioni, fraintendimenti ma in ogni caso per spiegare atti e fatti che non hanno trovato una spiegazione logica e seria". Bielli nota che il 6 e 7 novembre 1990 si chiede esplicitamente di fare una indagine sui nomi. L'8 Androtti si reca alla Camera. C'e' da chiedersi - conclude - se c'e' una connessione tra queste tre date". An invece, con Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, attacca il documento che da' conto dei due faldoni della Digos recentemente acquisiti: "prendiamo atto, con enorme preoccupazione, di questi giochini, che una certa componente della sinistra - dicono - sta mettendo in atto, in vista dell'imminente campagna elettorale. Per rispetto della verita' e a dispetto della menzogna chiediamo formalmente che il contenuto di questa relazione venga immmediatamente sottoposta a rigorosissima attivita' di verifica da parte dell'autorita' giudiziaria e, nel caso, qualora, come siamo certi, le notizie contenute non trovino nessun riscontro con la realta', venga promossa immediatamente l'obbligatoria azione penale da parte del pm per tutti i reati ravvisabili". "In questi fascicoli - proseguono i due parlamentari di An - non esiste alcun collegamento tra gli elenchi della Gladio e il secondo ritrovamento delle carte di Moro nel covo di Milano, in via Monte Nevoso".

20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.

20 febbraio - ANSA: Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una  matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".

20 febbraio - L' Ansa scrive che la procura di Roma ha aperto un fascicolo per verificare se sia fondata l' ipotesi di un legame tra un nuovo elenco di appartenenti a Gladio e la vicenda del ritrovamento delle dossier Moro in via Monte Nevoso, come sembrerebbe emergere dopo l' acquisizione di due faldoni di documenti da parte dei consulenti della Commissione stragi. Il fascicolo, intestato "atti relativi a", e' stato aperto dai pm Franco Ionta e Giovanni Salvi, gia' titolari dei procedimenti sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro nonche' sulla struttura cosiddetta 'Stay Behind". I magistrati hanno gia' ricevuto dalla Commissione i faldoni, classificati in passato con "segretissimo", recanti le intestazioni "A-4. Sequestro Moro - covo di via Montenevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990 - carteggio" e "sequestro Moro - elenchi appartenenti organizzazione Gladio". I magistrati dovranno accertare se l' eventuale legame sia frutto anche di una casualita' dovuta alla 'coincidenza' dei tempi in cui si sono verificati i fatti.

21 febbraio - ANSA: E' presentata in Parlamento una relazione di An, firmata da Enzo Fragala' e Alfredo Mantica e redatta dal consulente Giam Paolo Pellizzaro sulla dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia che ha tra i protagonisti centrali proprio l'editore Giangiacomo Feltrinelli, capo gappista, figura che si incrocia con molte realta': dal Kgb a Carlos, ai servizi segreti dell'Est, ai nascenti gruppi dell'eversione di sinistra tra cui le Brigate Rosse. La relazione e' uno studio ragionato e coerente sui collegamenti fra le organizzazioni terroristiche internazionali. Il documento era gia' stato depositato in Commissione insieme a molti altri elaborati ma e' stato aggiornato per l'arrivo a San Macuto di un ponderoso dossier su Feltrinelli. Tra l'altro si cita un rapporto elaborato dal Centro di controspionaggio del Sismi di Berna, risalente al 1982, secondo il quale nei campi di Cecoslovacchia dal '48 al '78, sarebbero passati circa 600 cittadini italiani. Dalle osservazioni e dai rilievi effettuati, sono state confermate le attivita' di supporto e addestramento degli apparati cechi (sottoposti alla supervisione degli istruttori sovietici del Kgb e Gru) nel campo dell'addestramento paramilitare a cellule di tedeschi, italiani, francesi, irlandesi, palestinesi, cileni, boliviani, cubani, venezuelani, argentini ed afgani (per questi ultimi, circa 1000, sarebbero stati esercitati alla guerriglia per il loro successivo utilizzo contro le sacche di resistenza formatesi in seguito all'invasione dell'Afganistan da parte dell'Urss). "Feltrinelli - ricostruisce la relazione - rappresenta un personaggio la cui statura, in termini di operosita', potenza, efficienza, influenza e pericolosita' per le istituzioni democratiche, corre di pari passo a quell'incredibile e schiacciante vulgata che lo ha descritto come una sorta di minus habens, un rivoluzionario mancato o incompiuto, un dandy decadente senza spina dorsale, un outsider maniaco-depressivo. Un fallito, insomma". Feltrinelli, invece e' stato "uno dei generali del terrorismo mondiale, un personaggio di altissimo livello che ha impresso il decisivo e forse definitivo impulso al progetto di integrazione (soprattutto al livello di vertici), dei vari movimenti e organizzazioni eversive internazionali. Il ruolo di Feltrinelli e' stato quello di ministro plenipotenziario, emissario ed ambasciatore del neonato comparto eversivo mondiale". An chiede che le molte relazioni finali presentate dai vari gruppi in Commissione stragi vengano discusse quanto prima altrimenti , se non verra' meno "un certo ostruzionismo", il gruppo si rivolgera' ai Presidenti di Senato e Camera. "Qualora il presidente Pellegrino non dovesse accogliere la nostra richiesta - ha spiegato l'esponente di An Enzo Fragala' - chiederemo ai presidenti d intervenire per sollecitare il Presidente della Commissione a tener fede ai suoi doveri istituzionali". E comunque - ha aggiunto - "riteniamo che nella prossima legislatura vada recuperata la Commissione Mitrokhin, gia' approvata da un ramo del Parlamento , che dovra' ereditare tutto l'archivio della Commissione per  approfondire l'intera questione e per proseguire un lavoro non certo esaurito in questi anni". Fragala' ha parlato di responsabilita' della maggioranza a non voler concludere il lavoro della Commissione con la discussione e la messa in votazione delle relazioni, "passaggi che danno conto dell'attivita' svolta in dieci anni di esistenza di questo organismo parlamentare d'inchiesta". Sul perche' cio' rischia di accadere  Fragala' ha una  idea: "faccio un cattivo pensiero: la maggioranza non e' certa di tenere sulle relazioni depositate, e teme che quelle della Casa delle Liberta' possano avere l'approvazione maggioritaria. E per la prima volta la Commissione Stragi si rivelerebbe un boomerang per la coalizione di governo".

22 febbraio - ANSA: Vincenzo Manca, vicepresidente della commissione Stragi rende noti alcuni accertamenti fatti rispetto ai documenti che "legavano" in qualche modo la vicenda Moro con le liste di Gladio: Per Manca non vi e' nessun riscontro concreto che i fascicoli della Digos acquisiti dalla commissione stragi possano far riferimento a nuovi elenchi della Gladio. "Tutte le indagini parlamentari e giudiziarie dal 1990 ad oggi - ha detto il vicepresidente della Commissione stragi - hanno univocamente acclarato che i presidenti del consiglio dei ministri, i ministri della difesa ed i capi di stato maggiore della difesa, pur ampiamente a conoscenza della esistenza-finalita'-forza della Gladio, non hanno mai avuto la disponibilita' degli elenchi del personale. Cio' porta a dedurre - ha sottolineato - che non poteva averli neanche l'on. Moro".

28 febbraio – ANSA: Il magistrato Silvio Bonfigli, consulente della Commissione stragi, deposita una relazione sulla figura del musicista russo Igor Markevitch. Una fonte definita dal Sismi particolarmente attendibile indico', durante il sequestro Moro, Markevitch come colui che aveva interrogato Aldo Moro, svolgendo all' interno delle Br un ruolo preminente. La fonte era legata al servizio segreto israeliano, il Mossad. Gli accertamenti sulla vicenda Moro, con gli agenti dei servizi segreti che si recarono anche a Palazzo Caetani, hanno trovato riscontri documentali e testimonianze dirette. Gli accertamenti sono stati condotti, da luglio 2000, dal maggiore Massimo Giraudo, del Ros. L'inchiesta era stata disposta su richiesta del sen.Alfredo Mantica (An) e del presidente Giovanni Pellegrino (Ds). Le 72 pagine della relazione spiegano come la notizia e' nata. Non ci sono elementi per confermare un ruolo diretto di Markevitch nella vicenda, tuttavia incroci documentali, riscontri fattuali e investigativi delineano un quadro del tutto diverso della vicenda Moro. Nella relazione si da' conto anche dei riscontri fatti sulla prima informativa trovata tra le carte del Sismi, e datata dicembre 1978, che indicavano alcuni elementi a riscontro della notizia su Markevitch. Questi riscontri sono stati tutti positivi cosi' come e' stata confermata la presenza di basi che potevano essere utilizzate dalle Brigate Rosse nella zona del ghetto di Roma. La fonte che avrebbe indicato al capocentro del controspionaggio di Roma il ruolo di Markevitch e' Fattorini, un capitano dei servizi segreti poi deceduto, legato ad esponenti del mondo dell' intelligence israeliano. Sull' ipotesi che Markevitch potesse aver svolto il ruolo di 'grande vecchio', la relazione dice che “Rimane nel campo delle suggestioni, piu' che in quello degli indizi, anche dopo le indagini delegate dal presidente della commissione parlamentare. Diversa potra' risultare un'analisi storica di questi fatti. Cio' non toglie peraltro che le indagini da ultimo effettuate abbiano portato alla luce una serie di fatti e circostanze che, seppure definite di carattere 'satellitare' e 'ancillare' rispetto alla vicenda principale, finiscono con l'avere una sicura rilevanza nella ricostruzione complessiva del clima di quegli anni e di alcuni suoi protagonisti; fatti e circostanze che anche a proposito della figura di Markevitch aprono scenari a dir poco inquietanti, sul ruolo avuto da alcune strutture e alcuni soggetti durante la vicenda Moro”. L'elemento rilevante accertato dalla vera e propria indagine condotta dalla commissione Stragi, la prima della sua storia con poteri d'inchiesta, riguardano appunto la fonte che diede l'indicazione su Markevitch e il riscontro che gli accertamenti scattarono durante il sequestro Moro, e cioe' mentre il presidente della Dc era ancora nelle mani delle Br. Questa circostanza, “di eccezionale importanza storico investigativa, risulta pacificamente da tre deposizioni testimoniali acquisite in questi mesi, che provengono direttamente dagli agenti dei servizi che le fecero”. Questi accertamenti condotti da uomini dei servizi, “dovettero verosimilmente essere accompagnati da una contestuale attivita' di documentazione. Nessuna traccia di questa documentazione e' mai stata rinvenuta o comunque consegnata dal Sismi alla magistratura, alle forze di Polizia o alle commissioni parlamentari d'inchiesta”. Fu una commissione interna del Sismi a notare, dovendo verificare gli atti da passare alla commissione d'inchiesta sul caso Moro, che sulla vicenda Markevitch nulla era stato comunicato al ministero dell' Interno ne' alla magistratura. La fonte, “molto attendibile”, diede una serie di riscontri che riguardavano elementi che riguardavano singole persone, legate al ghetto, o indirizzi, sempre presenti in quella zona di Roma. “Sappiamo - afferma la relazione - che lo stesso Markevitch, pur essendo di nascita russa, non ha mai nascosto la sua predilezione per la 'causa di Israele'. Notori i suoi frequenti viaggi in terra israeliana, notori i suoi rapporti e 'accreditamenti' con importanti personaggi israeliani”. “Una formidabile conferma al dato indiziario della probabile origine o comunque del contesto israeliano nel quale si muove la fonte del Cogliandro lo si e' avuto recentemente - si legge ancora nella relazione - dall' interrogatorio dello stesso generale, il 6 febbraio di quest' anno. Altri riscontri sono stati fatti su un articolo (“L'oroscopone”), pubblicato sulla rivista di Autonomia operaia 'Metropoli' nell' aprile 1980, che indicava 'il Grande Capo' delle Br, il suo 'accusatore' in un russo”. “Non e' chi non veda - afferma la relazione - le analogie tra la figura del 'grande capo' russo e quella del musicista Markevitch, sposato con la duchessa Topazia Caetani”. La presenza di basi Br nel ghetto ripropone anche la questione della possibile uccisione di Aldo Moro nella medesima zona, come ipotizzato da fonti diverse. La fonte che indicava Markevitch cito' a riscontro anche riferimenti a Laura Di Nola e a suo marito Raffaele De Cosa. Laura Di Nola nel luglio 1979 era in rapporto organico con la rete di intelligence legata a Simon Wiesenthal. La Di Nola era di origini ebraiche e il padre aveva la disponibilita' di un ufficio di rappresentanza in piazza Paganica. Era lei ad essere indicata dalla fonte come colei che abitava la base di via S.Elena n.8, a due passi da piazza Argentina, rinviando anche ad un indirizzo di Trevignano, sul lago di Bracciano. I riscontri effettuati su questi elementi sono stati tutti confermati nella loro veridicita'. La fonte che per prima parla di Markevitch, in un appunto scritto nel dicembre 1978, cita tra l'altro il nome dell' attrice Anna Bonaiuto, che interrogata ha smentito qualsiasi proprio coinvolgimento. La relazione si sofferma poi su quanto scritto tempo fa dal generale dei Carabinieri Francesco Delfino, che parlava del 'Grande Vecchio' nel suo volume “La verita' di un generale scomodo”. Le “criptiche considerazioni” di Delfino “si attagliano perfettamente alla figura di Markevitch”, scrive il magistrato Silvio Bonfigli. Infatti, i riferimenti di Delfino delineano un quadro che allude a Usa, Urss e Israele. “Certamente Markevitch poteva riassumere in se' caratteristiche tali da renderlo gradito e affidabile a queste tre potenze cui allude il generale”. Da ultimo la relazione riprende le conclusioni della perizia eseguita sui reperti e su Aldo Moro (la macchina, i vestiti e lo stesso cadavere) per ricordare che rimane tuttora inspiegabile la presenza di sabbia sul cadavere di Moro, sugli indumenti e sulla macchina, cosi' come altrettanto inspiegabile, e ormai dimenticata dai processi e dalla pubblicistica, e' la presenza di strutture “filamentose” che si riferiscono a tessuti, sia sulle scarpe, che sui pantaloni e nella macchina che trasporto' il cadavere del presidente della Dc nel suo ultimo viaggio verso via Michelangelo Caetani. L'on. Enzo Fragala' e il sen. Alfredo Mantica, esponenti di An in commissione Stragi, commentano con grande interesse il rapporto del magistrato Silvio Bonfigli su Igor Markevitch. “Finalmente ci sono conferme dell' ingerenza dei servizi segreti israeliani nell' ambito del terrorismo internazionale. Fu il Mossad a passare al Sismi il nome di Igor Markevitch quale 'Grande Vecchio' delle Br”. In particolare, Fragala' e Mantica sottolineano due notizie contenute nel rapporto: che la fonte era legata al Mossad e che la notizia venne a conoscenza del Sismi durante il rapimento Moro. “Questo e' un dato inquietante che rischia di ribaltare ogni ricostruzione sulla tragica vicenda della quale fu protagonista il presidente della Dc. Simili attivita' di ingerenza di matrice israeliana negli affari interni del nostro Paese si inquadrano perfettamente - affermano i due parlamentari in una dichiarazione congiunta - con le logiche della politica estera dell' epoca. In quest' ottica Aldo Moro, proprio per il suo ruolo di garante della causa palestinese e degli interessi del mondo arabo, se fosse uscito vivo dalla 'prigione del popolo', avrebbe rischiato di scardinare gli equilibri geopolitici nello scacchiere del Mediterraneo e soprattutto nell' incandescente area mediorientale. Tutto cio' si ricollega all' altra vasta opera di disinformazione messa in atto dopo l'esecuzione dello statista Dc dai servizi segreti sovietici, i quali fornirono direttamente a Benigno Zaccagnini, attraverso un suo stretto collaboratore, una falsa ricostruzione del sequestro che attribuiva alla Cia e quindi al governo statunitense, nella persona del segretario di Stato Kissinger, la responsabilita' morale e politica dell' omicidio”. Il nome di Igor Markevitch, direttore d' orchestra di fama internazionale, nato a Kiev nel 1913 e naturalizzato italiano nel secondo dopoguerra, sposato in seconde nozze con Topazia Caetani, viene collegato al caso Moro il 29 maggio 1999. A Brescia una pista nata all'interno della inchiesta sulla strage ipotizza che il musicista di origine russa potrebbe essere stato “l'anfitrione” delle Br, cioe' l'uomo che ospito' a Firenze nei 55 giorni del rapimento Moro il Comitato esecutivo dei terroristi. Di questo personaggio aveva parlato, attribuendogli grande importanza, Valerio Morucci nel giugno del 1997 davanti la Commissione stragi. L' ipotesi e' indirettamente confermata dal presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino che parla di “un' ipotesi indagativa molto seria”. L' inchiesta  avrebbe portato ad un rapporto di oltre 100 pagine inviato alla Procura di Roma che sta conducendo la sesta inchiesta sull' omicidio del Presidente della Dc. Le prime reazioni sono di incredulita'. Cossiga e Andreotti, per una volta d'accordo, dicono di non aver mai sentito quel nome. Il figlio  del direttore d' orchestra, Oleg, parla di 'bufala'. Dei Br, l' unico a parlare e' Lauro Azzolini:”Sono tutte illazioni di anziani che devono giustificare il loro ruolo e lo stipendio”. Nei giorni successivi anche Valerio Morucci dice di non saperne nulla e l' avv. Pino De Gori, legale della Dc nei vari processi Moro, commenta che l' ipotetico “conte rosso” di cui gli avrebbe parlato Edoardo Di Giovanni, legale storico delle Br, non sarebbe da individuare in Markevitch. In realta' il nome del musicista Markevitch, morto nel 1983, era gia' entrato nell' inchiesta sul rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. In un rapporto che e' agli atti della commissione Moro, il Sismi scriveva:”Il 14 ottobre 1978 fonte del servizio segnalava che un certo Igor, della famiglia dei duchi Caetani, avrebbe avuto un ruolo di primo piano nell' organizzazione delle Br, che, in particolare, avrebbe condotto tutti gli interrogatori di Moro, della cui esecuzione sarebbero stati autori materiali certi 'Anna' e 'Franco”'. La persona veniva identificata proprio come Igor Markevitch. Il Sismi annotava pero' che “da accertamenti svolti, anche con l' intervento dei servizi collegati, non emergevano, peraltro, elementi di conferma della notizia”. Nel recente libro “Segreto di Stato”, Giovanni Pellegrino scrive che Markevitch e' “un personaggio interessantissimo, intrinsecamente doppio. Un uomo con cui i servizi degli opposti schieramenti avrebbero potuto benissimo entrare in contatto per utilizzarne il passato resistenziale come bigliettino da visita da mostrare nelle Br. E d' altra parte, e' un intellettuale raffinatissimo e abbastanza snob da apparire 'misterioso' ai brigatisti”.

1 marzo – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista all’ ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del Sismi a Maria Antonietta Calabro’:
“Questa sera il pm Giovanni Salvi sarà ascoltato in seduta segreta dalla Commissione stragi sui possibili collegamenti tra il caso Gladio e il sequestro Moro e sugli ultimi sviluppi delle indagini della Procura di Roma sull'assassinio dello statista dc. Mentre una relazione del giudice Bonfigli, depositata ieri, mette nuovamente in luce il ruolo del direttore d'orchestra russo Igor Markevitch. L'ex direttore del Servizio segreto militare, ammiraglio Fulvio Martini, rivela al Corriere un episodio assolutamente inedito di quei terribili 55 giorni. E fornisce per la prima volta una testimonianza diretta di un possibile legame tra Gladio e il caso Moro. Durante il sequestro dello statista, Martini, incaricato dal governo di stabilire se Moro era a conoscenza di segreti vitali per la sicurezza dello Stato, si accorse che nella cassaforte del ministro della Difesa non c'era un documento riguardante Gladio. E' possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di Palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle Brigate rosse come possibile "merce di scambio" con lo statista prigioniero? Sono quelle carte "l'altro ostaggio" ipotizzato dal presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono di recuperare mentre era in corso la trattativa per la salvezza del presidente della Dc? Ammiraglio, ci spieghi come andò.
"In pratica ero il numero due del Sismi, diretto dal generale Santovito, ed ero anche caporeparto operativo per l'estero. Era l'aprile del 1978, durante il sequestro di Aldo Moro, ero stato incaricato dal governo di fare un'inchiesta per cercare di capire se Moro, sotto interrogatorio da parte delle Brigate Rosse, potesse essere in grado di svelare segreti di Stato relativi alla politica estera o alla sicurezza militare. Ebbi un'assicurazione scritta dalla Farnesina e dal ministero della Difesa che Moro non era a conoscenza di grandi segreti e quindi, anche se avesse parlato, non avrebbe potuto portare gravi danni. Nel corso di questa stessa inchiesta (siamo nella primavera del '78) mi dissero che Moro non era mai stato "indottrinato" sull'esistenza di Stay Behind (che era uno degli argomenti specifici che io dovevo appurare), cioè che non era stato mai informato ufficialmente della presenza in Italia della struttura segreta della Nato".
E allora come mai nel memoriale di Moro c'è un'indicazione abbastanza precisa su Gladio?
"Quando, nell'autunno '90, furono ritrovate le carte del covo di via Monte Nevoso, il pm di Roma Franco Ionta mi fece vedere una delle carte di Moro trovate a Milano in cui accennava ad un'organizzazione segreta della Nato che avrebbe potuto essere identificata con Stay Behind, e mi chiese se, secondo me, Moro si riferiva alla Gladio. Risposi che probabilmente poteva essere così, perché, forse, ne era stato informato da qualcuno del suo partito".
Il ministro della Difesa dell'epoca, Attilio Ruffini, sapeva di Stay Behind?
"Certamente. Ma quando feci l'indagine, nel '78, riscontrai che il documento di passaggio delle consegne tra lui e il suo precedessore, il ministro Lattanzio, in relazione all'organizzazione Gladio non era nella sua cassaforte".
E cosa avvenne allora?
"In una riunione al Viminale, presente il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, e altri 6-7 testimoni, riferii quello che risultava sulle conoscenze di Moro e consegnai le dichiarazioni del segretario generale della Farnesina, Malfatti, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Viglione. Feci anche notare a Ruffini che nella sua cassaforte mancava il documento di passaggio di consegne sulla Gladio. Era un particolare che non era irrilevante, ma che non c'entrava niente con gli accertamenti in relazione a Moro".
Forse questa valutazione poteva valere all'epoca, ma non dopo le scoperte di Monte Nevoso. Come doveva essere questo documento? Un foglio, venticinque fogli?
"Non lo so perché non l'ho visto. So solo che doveva trattare l'argomento Stay Behind".
Lei pochi mesi dopo quell'episodio, in agosto, lasciò il Sismi.
"Sì, avevo avuto quello scontro con il ministro e poi c'erano stati altri episodi che mi indussero a cambiare aria. Giurai a me stesso che non avrei più rimesso piede nel Servizio. Non fu così perché venni nominato direttore del Sismi nell'84, ma andarmene allora fu una scelta saggia: mi mise al riparo da un certo numero di problemi che di lì a poco coinvolsero il servizio".”

1 marzo – ANSA: L’ ufficio di presidenza della commissione stragi ascolta i magistrati Ionta e Palma sullo sviluppo delle inchieste giudiziarie su Gladio, Brigate rosse e dossier Mitrokhin. Il dottor Ionta e' rimasto - ha detto Pellegrino - “molto perplesso per quanto dichiarato dal generale Cogliandro. Infatti - ha aggiunto Pellegrino - Cogliandro ha sempre detto il contrario di quanto ha ora rivelato agli investigatori che hanno condotto l'indagine. Ionta era infatti finora convinto che tutta la vicenda nascesse esclusivamente da un articolo del mensile per soli uomini 'Penthouse' (dello scrittore italo-americano Pietro Di Donato, intitolato 'Cristo in plastica') che nel novembre-dicembre del 1978 pubblico' una sorta di diario della prigionia di Moro avente come protagonista un personaggio che successivamente ipotizzera' essere proprio Igor Markevitch. Ionta comunque ha confermato l'idea che la prigione di Moro sia solo ed esclusivamente quella di via Montalcini mentre si e' mostrato molto interessato a capire fino in fondo quale e' stato il ruolo svolto da Firenze e dalle base li' presenti nel corso dei 55 giorni del rapimento del presidente della Dc.

2 marzo – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista del gen. Paolo Inzerilli, ex capo di Gladio, a Maria Antonietta Calabro’:
“Il capo di Gladio: è vero, le carte sparirono durante il sequestro Moro
La Commissione stragi indaga per capire se i documenti finirono nelle mani delle Br
ROMA - "C'erano tutti i segreti della struttura supersegreta della Nato, Stay Behind, nel documento top-secret (di ben quindici pagine) che avrebbe dovuto essere custodito nella cassaforte del ministro della Difesa" e che invece nell'aprile del '78, durante il sequestro Moro, era sparito, secondo quanto ha rivelato ieri al Corriere l'ammiraglio Fulvio Martini. Si trattava infatti "dell'informativa completa su Gladio messa a punto da me, allora capo della Gladio, che, misteriosamente scomparsa, misteriosamente ricomparve nell'80", cioè a due anni dal caso Moro. Lo sostiene l'ex capo della Gladio, generale Paolo Inzerilli. "Ricordo - afferma ancora Inzerilli - che andai nell'ufficio del ministro della Difesa, Attilio Ruffini, il 16 dicembre del '77, con due testimoni, uno era il capo del Sid ammiraglio Casardi, illustrando un documento di quindici pagine, che conteneva segreti di enorme importanza, allora a conoscenza di pochi eletti, corredandolo anche con una serie di diapositive in cui spiegavo nel dettaglio lo schieramento dell'intera struttura antinvasione della Nato. Per quanto riguarda il suo predecessore, Lattanzio, feci la stessa cosa con lui nell'ottobre '76 lasciando in consegna l'importante documentazione". Secondo Inzerilli, il documento sparì quasi certamente durante il sequestro Moro. "Mi ricordo infatti che protestai con il successore di Casardi alla guida del nuovo Sismi, generale Santovito, perché quel documento che doveva essere riconsegnato dopo il cambio di ministro non "rientrava"". Fu Martini che constatò accidentalmente, nell'aprile '78 che quel documento nella cassaforte non c'era più. Martini stava conducendo un'indagine in cui doveva accertare che tipo di segreti fossero stati eventualmente a conoscenza di Moro, e vide che nella cassaforte "mancavano le consegne del ministro Lattanzio a Ruffini". Per questo motivo Martini ebbe un durissimo scontro con Ruffini (presenti tra gli altri il ministro dell'Interno Cossiga). Lo scontro fu talmente violento che Martini si sentì male e si accasciò per terra. L'interrogativo che si pone la Commissione stragi è se sia possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle Br e siano "l'altro ostaggio", ipotizzato dal presidente Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono di recuperare. Anche su questi temi ieri sera la Commissione ha ascoltato i pm romani Giovanni Salvi e Franco Ionta. In agenda anche domande sulla Gladio Rossa che secondo la consulenza richiesta da Vincenzo Manca di An era "una struttura offensiva". La vicenda del documento scomparso era già stata portata a conoscenza del Comitato di controllo sui servizi nel 1992. Nell'appendice alla Relazione del presidente Gitti, è stata pubblicata l' informativa con le notazioni di pugno di Inzerilli. "Le carte tornarono al mio ufficio il 16 luglio '80 - ricorda Inzerilli - accompagnate da un biglietto firmato dall'aiutante del ministro della Difesa, ammiraglio Staglianò. Dunque, non si erano perse. Che cosa ne sia stato però, non saprei dirlo".”

2 marzo - ANSA: La relazione sul musicista Igor Markevitch stilata dal magistrato Silvio Bonfigli al termine di una vera e propria inchiesta condotta dalla Commissione Stragi sulla figura del presunto “anfitrione” delle Br e' stata trasmessa alla Procura di Roma per ogni valutazione del caso. Il documento, con diversi allegati, illustra dettagliatamente lo sviluppo delle indagini svolte dal luglio 2000 al febbraio di quest'anno. Il presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, sottolinea che almeno tre sono i punti qualificanti del documento: gli accertamenti su Markevitch  sono stati richiesti dal Sismi quando Moro era ancora vivo, “non certamente alla vigilia della morte e cio' depone contro una opera di intossicazione. L'altro elemento importante e' che la fonte della notizia che indica Markevitch come un uomo importante nelle Br e' collegata al servizio segreto israeliano. L'ultimo elemento rilevante riguarda la presenza di numerose basi nel ghetto ebraico, fatto questo che ripropone il problema di dove sia stato ucciso il presidente della Dc”.
 

3 marzo – Il “Corriere della sera” pubblica un altro articolo di Maria Antonietta Calabro’ sulla audizione in seduta segreta dei giudici Giovanni Salvi e Franco Ionta in commissione stragi:
“ROMA - Secondo alcuni protagonisti degli anni di piombo, durante il sequestro Moro, le Brigate Rosse sarebbero entrate in possesso di un documento in cui veniva descritto un piano supersegreto di Polizia e Carabinieri. Se ne parlò già nella sentenza del primo processo per l'omicidio dello statista dc. La circostanza è stata ricordata dai pubblici ministeri di Roma Giovanni Salvi e Franco Ionta, nel corso dell'audizione segreta davanti alla Commissione Stragi di giovedì sera, quando il presidente Giovanni Pellegrino ha chiesto loro una valutazione in merito alle affermazioni dell'ammiraglio Fulvio Martini sul fatto che "le consegne del ministro Lattanzio al ministro Ruffini sulla Gladio" fossero sparite dalla cassaforte del ministro della Difesa durante il rapimento. Quelle carte - che ricomparvero dopo due anni, nell'80, ha dichiarato il capo della Gladio, Paolo Inzerilli - erano ben quindici fogli e contenevano tutte le informazioni essenziali sulla struttura Nato Stay Behind in Italia. Le dichiarazioni dei brigatisti, insomma, potrebbero trovare riscontro nelle ultime rivelazioni. Ionta e Salvi hanno invece smentito la ricostruzione fatta da due consulenti della Commissione in relazione alla possibilità del ritrovamento di un nuovo elenco della Gladio nel covo milanese di Via Monte Nevoso. Hanno affermato di essere a conoscenza dei faldoni ritrovati presso la Digos di Roma già da molti anni. Mentre l'accostamento fatto nell'atto dell'archiviazione dei faldoni tra Gladio e Moro sarebbe stato dovuto solo al fatto che la scoperta di via Monte Nevoso nel 1990 è stata più o meno contemporanea con il disvelamento della Gladio. Quanto alla relazione messa a punto dal professor Gianni Donno sulla Gladio rossa del Pci tra il '45 e il 67, che è stata inviata ieri alla Procura di Roma, Pellegrino ha detto che si tratta di documenti con valenza storica e non penale, perché i fatti, eventualmente, sono coperti da prescrizione. "Nessuna meraviglia, né allora né oggi", questo il commento invece di Francesco Cossiga. Cossiga ricorda che sull'esistenza, organizzazione e scopi della struttura militare clandestina del Pci fu "indottrinato" sia come sottosegretario alla Difesa sia, successivamente, al momento della sua nomina al Viminale.”
Sull’ audizione di Ionta e Salvi invece “La Repubblica” scrive:
“ROMA - La procura di Roma indaga sul ruolo del criminologo Giovanni Senzani nel sequestro Moro. L'hanno fatto sapere giovedì sera i sostituti procuratori Franco Ionta e Giovanni Salvi in un incontro con l'ufficio di presidenza della commissione stragi. Si tratta ancora di accertamenti preliminari, che hanno lo scopo di ricostruire il momento in cui Senzani cominciò ad aver un ruolo dirigente all'interno delle Brigate rosse: dopo il 1979 (come emerge anche dalla sentenza del processo Moroter) o a partire dal 1977 (come invece ha ipotizzato la magistratura di Firenze)? Il sequestro-omicidio di Aldo Moro avvenne tra i mesi di marzo e di maggio del 1978: è dunque chiaro perché è importante ricostruire il momento in cui Senzani divenne un capo brigatista. La questione è stata posta proprio dalla commissione stragi durante l'indagine su uno dei tanti misteri del caso Moro: l'esistenza di 'intelligenze', mai individuate, che coordinarono l'interrogatorio dello statista. Una serie di dichiarazioni fatte nel tempo da ex leader delle Br (tra i quali Mario Moretti) hanno convinto Giovanni Pellegrino, presidente dell'organismo parlamentare, che il sequestro era gestito a Firenze. Sul punto la commissione stragi, negli ultimi due anni, ha condotto una indagine molto approfondita. In una relazione del luglio scorso, Pellegrino ha anche indicato il luogo dove probabilmente l'esecutivo brigatista si riuniva: la casa di un architetto fiorentino. A porre il dubbio sulla presenza di 'altre intelligenze' era stato due anni fa, durante un incontro con la commissione stragi, l'allora capo dello Stato, Scalfaro. Sostenuto da quell'autorevole input, l'organismo parlamentare ha ripreso in esame tutti gli aspetti della vicenda che hanno fatto pensare a insospettabili coperture. Fino a ipotizzare che le Br avessero un covo, mai individuato, nel centro di Roma, in una zona non distante dalla via Caetani, dove fu fatto trovare il cadavere dello statista. Ma a questo ipotesi, nell'incontro di giovedì, i sostituti Ionta  e Salvi hanno detto di credere poco. Così come si sono  mostrati scettici sul ruolo di Igor Markevitch, il celebre  musicista che lo scorso anno fu indicato come una delle  possibili 'intelligenze' rimaste sconosciute. Diverso il caso di Senzani: l'ipotesi è considerata valida, e l'indagine è in pieno svolgimento. L'individuazione delle persone che gestirono politicamente l'interrogatorio è considerata ormai l'unica strada per chiarire quello che è ritenuto il mistero dei misteri: perché le Br non fecero alcun uso degli interrogatori di Aldo Moro? Il dubbio di Pellegrino è che, nella fase finale del sequestro, si fosse aperta una trattativa, non sulla vita dell'ostaggio ma sul recupero, da parte delle Stato, delle notizie che Moro aveva fornito ai terroristi.”
Il quotidiano napoletano “Il Mattino” invece si interessa soprattutto della parte che riguarda il Dosiier Mitrokhin:
“A Londra l'inchiesta sulle attività segrete del Kgb in Occidente, rivelate da Vasilij Mitrokhin, hanno già portato alla condanna a dieci anni di reclusione di due personaggi i cui nomi erano comparsi nel famoso archivio. In Italia le indagini sulle 237 presunte spie ancora non si sono concluse. I Pm Giovanni Salvi e Franco Ionta ascoltati in Commissione Stragi hanno spiegato, rispondendo a una domanda posta dal deputato di Alleanza Nazionale Enzo Fragalà, che fino ad oggi hanno interrogato circa 200 persone e che le indagini a giorni si concluderanno. Fragalà ha chiesto se mai si riuscirà a sapere se queste 237 persone citate da Mitrokhin abbiano effettivamente tradito il nostro Paese. Secondo quanto riferito da Ionta e Salvi lo scoglio che fino a oggi non sono riusciti a superare riguarda Mitrokhin. Londra, infatti, si è finora categoricamente rifiutata di rispondere alle rogatorie proposte dai magistrati romani, relative alla possibilità di poter interrogare Mitrokhin al fine di avere precise informazioni sulle schede divulgate nel '99. Un passaggio importante, indispensabile ai fini dell'inchiesta, ma ancora mancante. Non è escluso - è questo che auspica Enzo Fragalà - che possano essere interessati i ministeri competenti, ovvero quello di Grazia e Giustizia e degli Esteri, per cercare di sbloccare la situazione e proseguire l'inchiesta.”

3 marzo - "Il Messaggero" chiede l’ opinione del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino a proposito della relazione Donno sulla Gladio rossa:
“ROMA - Senatore Pellegrino, la nuova relazione sulla Gladio Rossa si intitola "Alle origini del terrorismo in Italia". E' d'accordo con questa tesi?
"Il titolo è pessimo. La relazione di Gianni Donno è un documento che si può discutere. Ma il titolo è assolutamente non condivisibile".
Esclude che i più esagitati della Gladio Rossa siano confluiti nelle Brigate rosse?
"Sappiamo tutti che nella fase iniziale delle Br, l'ideale di riprendere una resistenza tradita faceva parte di quella cultura. Ma tutto questo, con l'apparato di sicurezza del Pci non c'entra. Anzi, a mio avviso quello stesso apparato che adesso viene chiamato Gladio Rossa, entrò in campo per contrastare le Br".
In che modo?
"Ritengo che alcuni degli informatori infiltrati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nelle Br erano persone che gli vennero "date" dal Pci e provenienti da questo apparato di sicurezza. Credo che su questo ci fosse un accordo preciso tra Dalla Chiesa e Pecchioli, che era il ministro dell'Interno-ombra del Pci".
Le risulta con certezza?
"Mi viene da informazioni che però non sono riuscito a riversare in Commissione Stragi".
Torniamo alla relazione sulla struttura militare del Pci. Lei ritiene che non sconfinò mai nell'illegalità?
"In quel periodo si fronteggiavano due illegalità. In effetti questa struttura militare del Pci nasce come una struttura insurrezionale, in previsione di una ripresa della lotta civile o per creare una presenza dietro le nostre linee in caso di invasione da parte dei paesi del Patto di Varsavia. Però abbastanza presto si trasformò in una struttura difensiva pensata nella logica mai abbandonata di una possibile dichiarazione fuorilegge del Pci. Insomma, tutto va contestualizzato".
Fino a quando operò la cosiddetta Gladio Rossa?
"La rottura completa tra Pci e struttura militare è nel '68. Quando nasce un ribellismo nelle piazze, allora il Pci fa la sua chiusura nettissima. Tanto addirittura da contestare, con una certa ipocrisia, formazioni nascenti come le Brigate rosse e Prima Linea. Insomma, con il '68 la scelta "parlamentare" del Pci diventa non solo una scelta ideala, ma anche operativa, con attività di contrasto alle Brigate Rosse. Non dimentichiamoci di Guido Rossa, ucciso dai brigatisti. E ricordiamo anche che quando le Br si sono ricostituite e hanno ripreso a uccidere, è caduto un diessino, Massimo D'Antona".

5 marzo – L’ agenzia Ansa scrive:
“Patrizio Peci, il primo grande pentito delle Br, arrestato il 19 febbraio 1980 a Torino, aveva nella sua disponibilita' alcuni scritti autografi di Aldo Moro provenienti dalla “prigione del popolo” e almeno uno dei dossier che il presidente della Dc portava nella borsa la mattina del rapimento, il 16 marzo 1978, in Via Fani. Peci e' stato ascoltato nelle scorse settimane nell' ambito dell' inchiesta condotta dalla commissione Stragi sulla figura del musicista Igor Markevitch dagli uomini del Ros per far luce su questa apparente novita' che e' tuttavia riportata nella prima sentenza del processo Moro ma che mai era stata evidenziata essendo pacifico che carte di Moro erano state trovate  dagli uomini di Dalla Chiesa solo nella base di Milano, di Via Monte Nevoso, nell' ottobre del 1978, e dietro un pannello dello stesso covo, accidentalmente, nel 1990. Il superpentito, che oggi si e' ricostruito una vita, e' stato sentito perche' fu il primo a parlare di Firenze come il luogo da cui si “dirigeva” il sequestro Moro dato che il comitato esecutivo delle Br si riuniva “in una villa appena fuori Firenze”. Nell' aprile del 1980 i giornali, citando fonti ufficiali, attribuivano a Peci dichiarazioni sulla esistenza di un vertice occulto delle Br, composto di pochi uomini, 1-2, che guidavano le campagne delle Br. Unico tramite tra la struttura militare e quella “pensante” era Mario Moretti. Patrizio Peci e' stato ascoltato in una localita' imprecisata dell' Italia e ha respinto qualsiasi addebito contestatogli, compreso il riferimento presente nella prima sentenza e riguardante non meglio precisate carte scritte da Moro e dossier provenienti dalla sua borsa, la stessa che il presidente della Dc chiedeva, in una lettera mai arrivata ai destinatari, se fosse stata recuperata. La stessa borsa dalla quale - e' stato ricordato da tanti testimoni della vicenda - il presidente della Dc non si separava mai. A pagina 350 della prima sentenza Moro, dopo aver descritto tutta la carriera di Peci nelle Br, la sua attivita' e le modalita' del suo pentimento si scrive: “al termine della intera 'operazione' in possesso dei brigatisti di Torino erano rimasti alcuni documenti scritti nel periodo del sequestro dall' on. Moro, nonche' materiale rinvenuto nelle borse trafugate in Via Fani, tra cui un programma sull' ordine pubblico e sul coordinamento tra polizia e carabinieri, custodito in copia probabilmente da Di Carlo Salvatore nell' appartamento di Via Sansovino 255, dove lo stesso Peci aveva trovato ospitalita' allorche' era stato costretto ad abbandonare l' alloggio di Corso Lecce e quello di Nichelino”. L' inserimento di Peci nelle indagini su Markevitch poggia proprio sul primo riferimento a Firenze come luogo decisionale del rapimento e sulle indicazioni del luogo, appena fuori la citta', compatibile con quanto si e' detto e scritto sul famosodirettore di orchestra di origine russa. La questione Peci non e' citata nella relazione finale stilata nei giorni scorsi dal magistrato Silvio Bonfigli sulla base della vasta indagine condotta da luglio 2000 a febbraio. Nell' aprile 1980, mentre Peci parla di Firenze e del 'Grande Vecchio' (smentendone l' esistenza), Bettino Craxi lo evoca intervenendo in aula alla Camera. Mentre sulla rivista di Autonomia Operaia “Metropoli” si parla di un russo che comandava le Br, legato alla lettera 'C.', e che aveva con se' le carte e il memoriale. Nel volume autobiografico “Io, l' infame”, Peci afferma di aver avuto delle carte di Moro ma sostiene di averle bruciate trattenendo un solo documento. “A noi della colonna di Torino furono dati da conservare alcuni documenti di Moro, perche' avevamo una base sicura a Biella. C' era un programma sull' ordine pubblico e sul coordinamento carabinieri-pubblica sicurezza che conservammo. Bruciammo invece alcune pagine autografe scritte da Moro durante la prigionia, perche' non avevano alcuna importanza politica; una specie di testamento nel quale regalava alcuni piccoli oggetti: una penna alla nipotina, ecc. Ripensandoci fu brutto bruciarli. Avremmo potuto essere meno brutali e mandarli alla famiglia”. Questa novita' ha spinto il presidente della commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, a chiudere nei mesi scorsi la polemica scoppiata circa un anno fa con alcuni magistrati milanesi sulla questione carte di Monte Nevoso e ritrovamenti in altri covi Br. Il 22 maggio dello scorso anno il col.Umberto Bonaventura, collaboratore del gen. Dalla Chiesa, disse a San Macuto che i documenti rinvenuti a Via Monte Nevoso furono portati fuori dal covo prima che li vedesse il magistrato Ferdinando Pomarici. Furono fotocopiati e inviati a Dalla Chiesa e poi riportati nell' appartamento. Dopo di che venne redatto il verbale. Questa novita' nella dinamica della gestione delle carte ritrovate nel covo innesco' una forte polemica. Pomarici disse che nessuno avrebbe avuto interesse a “manipolare la documentazione Moro perche' trattandosi di copie l' originale sarebbe potuto saltare fuori e c' erano altre copie trovate in possesso delle colonne di Br di Roma, Napoli e Torino”. Pellegrino pero' smenti' il fatto dopo un riscontro che si giovo' anche del parere della Procura di Roma. “Agli atti - disse - non e' mai risultato un ritrovamento del genere”. La scorsa settimana, ascoltando i magistrati Ionta e Palma nel corso di una riunione dell'ufficio di Presidenza, Pellegrino e' tornato sulla questione dando conto dei riscontri fatti e delle novita' accertate. La questione carte-Peci potrebbe riaprire, su base concreta, la vecchia querelle sui tempi reali dell' arresto del superpentito e sulla sua reale “identita”' e ruolo svolto negli eventuali mesi che intercorsero tra il presunto primo arresto e il secondo. Si parlo' di lui, infatti, come di un “carabiniere infiltrato” facendo leva sul fatto che Peci era stato in passato un sottufficiale dell' Arma."

5 marzo - ANSA: Falco Accame, ex presidente della commissione Giustizia della Camera e presidente dell'Anavafaf, afferma che bisogna indagare sulla “Gladio delle centurie” per fare luce sulla vicenda Moro. Accame ricorda che della questione si sta occupando la procura militare di Roma e, per certi aspetti dell'attivita' inerente al Caso Moro anche la procura della Repubblica. “Sorprende che conoscendo pur da un anno la questione ne' il Copaco ne' la Commissione stragi abbiano voluto fornire alcuna notizia su indagini eventualmente compiute. Questa Gladio operante all'estero ha avuto contatti con gruppi terroristici, come stanno ad indicare le rivelazioni venute da un ex appartenente sulla possibile localita' della prigione di Moro. La segretezza che ha circondato questa Gladio e' dimostrata anche dalle brevi comunicazioni che il presidente Craxi invio' a suo tempo ad un gladiatore sardo, che aveva operato nel Maghreb invitandolo esplicitamente a tacere sulla sua attivita'. Ma il caso Moro e quanto segnalato recentemente dall'ammiraglio Martini sulla sparizione di un dossier su Gladio durante il rapimento Moro riapre in modo ineludibile l'esigenza di capire in cosa consisteva la Gladio militare e armata, finora coperta da una cortina di silenzio”.

6 marzo - ANSA: L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga rimette la querela per diffamazione presentata contro l'ex senatore del Pci Sergio Flamigni per il suo libro "Convergenze parallele. Le Br, i servizi segreti e il delitto Moro". Al processo, che si e' celebrato davanti al giudice Brusa, l' ex Capo dello Stato, dopo oltre tre ore di deposizione, ha presentato una richiesta formale: "Se il senatore Flamigni dichiara che nel suo libro non intendeva dire che con atti omissivi o volontari io ho voluto la morte dell'onorevole Aldo Moro, per me finisce qui la vicenda". L'avvocato Gianfranco Maris ha subito accolto l'invito e ha chiesto al suo assistito di spiegare il significato delle critiche rivolte a Cossiga nel libro. "Non ho mai pensato - ha detto Flamigni - che Cossiga possa aver concorso nella morte di Moro. Le mie sono state critiche politiche sul modo di gestire la vicenda Moro da parte del Viminale e sulla mancanza di tempestivita' nell'accogliere le proposte per fronteggiare il terrorismo". Flamigni, autore di diversi libri sul caso Moro, ha anche aggiunto: "Recentemente, in un'intervista radiofonica, ho anche difeso il senatore Cossiga da un'interpretazione giornalistica secondo la quale appunto l'allora ministro dell'Interno avrebbe potuto volere la morte di Aldo Moro". Con la remissione della querela il processo si e' concluso e i due 'avversari' si sono stretti la mano. Cossiga ha anzi dato tre 'pesanti' buffetti sulla guancia a Flamigni che ha fatto una dedica sul libro incriminato. "Per me - ha detto l'ex presidente della Repubblica - finisce una vicenda molto dolorosa. Sono stato per la linea delle fermezza. Per anni mi sono svegliato la mattina dicendomi che ero responsabile della morte di Moro. Ho pagato per questa morte e sono rimasto segnato, anche se quelle scelte le rifarei tutte". Durante la sua deposizione l'ex presidente della Repubblica ha ripercorso alcuni capitoli dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, compresa l'indicazione di via Gradoli. "Io - ha detto Cossiga - sono stato sentito una ventina di volte dalla Commissione stragi, non capisco perche' l'onorevole Prodi non sia mai stato sentito su questa vicenda". L'indicazione che la prigione di Moro si trovava in via Gradoli era emersa da una seduta spiritica alla quale aveva partecipato anche Romano Prodi. Secondo altre ricostruzioni, invece, l'indicazione sarebbe arrivata dall'Autonomia di Bologna che era stata infiltrata. Nella sua deposizione Cossiga ha anche affermato di non aver mai capito per quale motivo uccisero Moro dopo che questi aveva attaccato la Dc e il Pci". L' ex presidente hichiara anche di errese favorevole all' indulto o all' amnistia per i terroristi:"Abbiamo vinto noi. E per questo che oggi sono favorevole all' indulto o all' amnistia per i terroristi. Dobbiamo chiudere con il passato". Cossiga ha usato un paradosso: "Se Andreotti e' stato considerato il capo della mafia e il mandante dell' omicidio Pecorelli, perche' un ragazzo di sinistra non poteva allora essere spinto a prendere le armi?" Quindi ha aggiunto: "Se e' vero come si diceva che siamo stati governati per 50 anni da ladri, da mafiosi, da omicidi e da mandanti di omicidi, non so se io stesso non mi sarei arruolato nelle Brigate Rosse". L'ex Capo dello Stato ha poi spiegato: "Io, che quei ragazzi li ho criminalizzati, per questo motivo adesso chiedo l' amnistia o l' indulto. Abbiamo vinto, c'e' stata una guerra civile strisciante nel nostro Paese. Ora dobbiamo dire basta con il passato". Cossiga ha ribadito la necessita' di amnistia o indulto: "Il Paese e' stato tragicamente diviso. Una generazione intera e' stata distrutta. Seimila giovani sono finiti in carcere per quei fatti. E' necessario chiudere col passato. Basta. Adesso viene fuori anche la vicenda di Gladio Rossa, ma chi se ne frega. Chiudiamo una volta per sempre con il passato".

6 marzo - L' Ansa scrive che sono circa settanta, tra ex brigatisti rifugiati a Parigi e persone appartenenti all'area eversiva di sinistra in Italia, gli indagati per associazione con finalita' di terrorismo dal Pm milanese Elio Ramondini nell'ambito dell'inchiesta avviata a Milano dopo la fuga del Br Maurizio Ghiringhelli. L' inchiesta vede coinvolto anche un altro brigatista, Alvaro Loiacono, arrestato lo scorso giugno dalla polizia francese. La notizia si e' appresa dopo che il gip milanese Ferrari da Passano ha notificato agli indagati una richiesta di proroga delle indagini presentata da Ramondini. L'inchiesta milanese era partita dopo la fuga dal carcere di Ghiringhelli avvenuta nel dicembre '98. Dalle indagini emersero collegamenti con una serie di personaggi in Svizzera, dove Ghiringhelli si era rifugiato e dove un mese dopo venne di nuovo arrestato, che portarono alla cattura in Corsica di Alvaro Loiacono, ricercato in seguito alla condanna definitiva all'ergastolo per il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro.

8 marzo - ANSA:
Il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino dice che "Le dichiarazioni di Martini sono sincere. Questo lo dico con chiarezza" e rivela per la prima volta la "confidenza privata" che l' ex direttore del Sismi gli fece sulla sparizione nel '78, durante il sequestro Moro, di un documento su Gladio dalla cassaforte del Ministero della Difesa. "Dopo la pubblicazione del mio libro-intervista Martini mi ha voluto incontrare - ha raccontato Pellegrino all' Ansa in margine a un dibattito sul caso Moro nell' ambito di un ciclo di seminari diretto dal giudice Libero Mancuso, consulente della commissione stragi - Andai a casa sua e si scuso' di non aver risposto con sincerita' a una domanda che io gli avevo fatto in Commissione. Io gli avevo domandato se la sua decisione di lasciare il servizio nel 1978 fosse in qualche modo collegata alla vicenda Moro. Lui in commissione mi rispose che erano fatti interni al servizio e che la decisione non aveva rapporti con Moro. Poi mi racconto' spontaneamente l' episodio che ha rivelato i primi di marzo al 'Corriere della Sera'. Io non ne avevo fatto parola prima perche' era una confidenza privata", ha precisato il senatore Pellegrino raccontando per la prima cio' che l' ammiraglio Martini gli confido' in quell' occasione. "Quando Martini va a ritirare dai segretari generali della Farnesina e Palazzo Chigi quella 'cartula' in cui era scritto che Moro non era in possesso di segreti sensibili e la porta a un summit a cui partecipa anche Cossiga, il ministro Ruffini gli dice 'allora noi possiamo stare tranquilli' e lui gli risponde no, proprio lei non puo' stare tranquillo perche' io ho accertato che le consegne di Stay Behind sono sparite dalla sua cassaforte. Ci fu un alterco violentissimo fra Ruffini e Martini e Martini addirittura si senti' male. Siccome Martini era stato 'arronzato' dal ministro disse al capo del servizio Santovito che se il ministro non gli avesse chiesto scusa il giorno dopo avrebbe convocato una conferenza stampa. Il giorno dopo si raggiunse un agreement, il ministro si scuso', ma Martini dovette prendere l'impegno di lasciare il servizio. Questo e' quello che Martini mi ha raccontato e cio' che dice Inzerilli incrocia quello che dice Martini e lo conferma". "C' e' un aspetto della vicenda Moro che non e' ancora pienamente chiarito - dice anche Pellegrino - e che e' coperto da una convergenza di una serie di complicita' nel silenzio: complicita' istituzionali, il silenzio dei brigatisti, in parte anche il silenzio della famiglia". "Il problema non e' cio' che Moro ha detto alle Brigate Rosse - ha detto il senatore Ds a Bologna in margine a un dibattito sul caso Moro - il problema e' cio' che avrebbe potuto dire alle Br e quindi quale puo' essere stato l' atteggiamento degli apparati nazionali ed esteri volti ad acquisire questa documentazione e quindi a trattare non solo la liberazione di Moro, ma la liberazione del 'secondo ostaggio'". Secondo Pellegrino, "possono esserci state piu' trattative che si sono tra loro intercettate. Nel comunicato n.6 - ha ricordato - Moretti parla anche di misteriosi intermediari e certamente per Moretti i misteriosi intermediari non potevano essere il prof. Piperno o Lanfranco Pace. Quindi c' e' tutto un aspetto della vicenda Moro che non e' pienamente chiarito". Parlando delle complicita' nel silenzio, Pellegrino ha chiamato in causa anche la famiglia dello statista: "La famiglia, per esempio, non ci ha mai detto bene come funzionasse questo canale di ritorno, dove potrebbe inserirsi la vicenda della documentazione Gladio che sparisce dalla cassaforte del ministro Ruffini". "Don Mennini non e' voluto venire in Commissione trincerandosi dietro lo status di ministro vaticano - ha proseguito il presidente della Commssione stragi - Ci sono una serie di punti che restano inesplorati. Perche' la signora Moro a un certo punto 'intercetta' persone fidatissime del marito quali Corrado Guerzoni, Rana, Ancora e decide che solo Freato avrebbe dovuto gestire questa vicenda? Evidentemente perche' quella vicenda riguardava aspetti delicati e sensibili che era necessario non venissero conosciuti".

9 marzo - ANSA: Secondo documenti della Cia, risalenti a 20 anni fa, di recente declassificati, presentati all' Universita' di Princeton nel corso di una conferenza sulla Cia e le sue analisi della politica dell'Urss, gli elementi che proverebbero un sostegno dell'Unione sovietica a gruppi terroristi internazionali come Brigate Rosse, Baader-Meinhof e l'Armata rossa giapponese sono "esili e contraddittori". Nel 1981, il National Intelligence Council (Nic, una sorta di mente dei servizi Usa) preparo' con l'apporto della Cia un rapporto intitolato "Sostegno sovietico al terrorismo" in cui e' scritto che Mosca aiutava massicciamente i movimenti di guerriglia che "in tutto il mondo... usavano tecniche terroristiche". "La violenza e' un elemento base della politica sovietica volta a indebolire paesi nemici, destabilizzare regimi ostili e sostenere gli interessi sovietici", dice il documento, che cita gli esempi delle attivita' dello Swapo in Namibia e delle Zapu nell'ex Rhodesia. L'Urss, si afferma, aiuto' anche numerose formazioni palestinesi e i gruppi rivoluzionari nel Salvador, e forni' addestramento a guerriglieri in campi dentro e fuori l' Unione sovietica. Ma nel caso di gruppi "puramente terroristi" (come vengono definite le Br), gli Usa non riuscirono mai a trovare vere prove di una politica di sostegno, "nonostante gli sforzi delle spie americane e di paesi alleati che diedero a questo problema massima attenzione per diversi anni".

9 marzo - ANSA: Al processo ai  presunti esecutori materiali dell' uccisione del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, il figlio del prefetto ucciso, Nando Dalla Chiesa, dice:“Mio padre sollecito' a lungo le  isituzioni affinche' gli concedessero  poteri di coordinamento investigativo in materia di lotta alla mafia”. Ai giudici della seconda sezione della corte d' assise di Palermo, presieduta da Giuseppe Nobile, Dalla Chiesa ha ricordato la lunga esperienza antimafia acquisita dal padre. Per tre volte in Sicilia, la prima negli anni '50, il generale dell' Arma si era occupato di lotta alla criminalita' organizzata. “Proprio per il bagaglio di conoscenze acquisito in materia- ha detto il teste- tra i tanti incarichi che gli vennero offerti decise di accettare quello di prefetto di Palermo”. Dalla Chiesa ha poi ricordato i giudizi confidatigli dal padre su alcuni politici siciliani. “Definiva la corrente andreottiana- ha continuato il testimone- la famiglia politica piu' inquinata dell'isola”. Il processo, che si svolge con il rito abbreviato, e' il primo dei due dibattimenti a carico degli esecutori materiali del delitto. Alla sbarra, Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo e i due collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anselmo. L'altra tranche, celebrata nelle forme ordinarie, comincera' il prossimo 24 aprile.

9 marzo – “Il setiimanale “Diario” pubblica un articolo di Gianni Barbacetto sulla doppia vita di Roberto Dotti:
Un ex bierre racconta. Di un "compagno" della prima ora. E di un anticomunista e golpista. Scoperta: sono la stessa persona
di Gianni Barbacetto
“Milano Chi è Roberto Dotti? Che cosa faceva a Milano nei primi anni Settanta? E come mai oggi può far riscrivere un capitolo della storia delle Brigate rosse? Per rispondere a queste domande è necessario raccontare una vicenda intricata in cui i Martini cocktail si shakerano con i cocktail Molotov e il rosso di mischia con il nero.  Nel 1970 Roberto Dotti era il direttore della Terrazza Martini di Milano, il bar all'ultimo piano del grattacielo di piazza Diaz da cui è possibile sorseggiare un ottimo Dry Martini guardando in faccia i santi e i grifoni delle guglie del Duomo. Luogo di incontri, appuntamenti, presentazioni, convegni e conferenze stampa. Anche negli anni Settanta, che stavano diventando anni di piombo. Dotti veniva da Torino, dove era impiegato della Martini & Rossi che lo mandò, appunto, a Milano, a dirigere la più prestigiosa delle Terrazze del gruppo. Ma Dotti aveva una lunga storia alle spalle. Comunista, nel dopoguerra era diventato capo dell'ufficio quadri del Pci torinese.La polizia lo sospettò di essere l'autore di un omicidio: quello di Erio Codecà - dirigente Fiat e uomo-simbolo della repressione antioperaia di Valletta - ucciso dai partigiani comunisti. Appena sentì il fiato della Questura sul collo, Dotti cambiò aria: fuggì nella Cecoslovacchia rossa. Tornò quando le acque si erano calmate.Poi, alle soglie degli anni Settanta, Dotti sembrava un altro uomo: fu assunto dalla Martini & Rossi e, elegante nel suo doppiopetto scuro, riceveva con stile impeccabile i più importanti tra gli ospiti della Terrazza Martini. Ma qui è d'obbligo registrare il primo colpo di scena. Lo racconta oggi a Diario Alberto Franceschini, che nei primi anni Settanta era impegnato in prima persona nei gruppi politici da cui nasceranno le Brigate rosse.
ATTO PRIMO: DOTTI, AMICO DELLE BRIGATE ROSSE. Erano anni di grandi lotte sociali e di forti movimenti. A Milano c'era anche Sinistra proletaria, c'era il Collettivo politico metropolitano: i gruppi più estremi, dove si apre il dibattito sull'opportunità di passare alla lotta armata. I personaggi più in vista si chiamavano Renato Curcio, Mara Cagol.C'era anche Corrado Simioni, con un suo gruppo di fedelissimi. Poi le loro strade si divideranno: Curcio fonderà le Brigate rosse; Simioni e il suo gruppo, invece, saranno chiamati il Superclan, poi ripareranno a Parigi, dove daranno vita alla scuola Hyperion. "Ma quando eravamo ancora un gruppo indistinto", ricorda Franceschini, "Simioni ci disse che a Milano c'era una persona di sua assoluta fiducia su cui potevamo contare per le cose importanti, per i soldi, per le questioni logistiche. Un compagno che aveva combattuto la guerra partigiana, che era diventato un dirigente del Pci, che poi era entrato in conflitto con la linea rinunciataria di Togliatti e se n'era andato per qualche anno in Cecoslovacchia. Quell'uomo era Roberto Dotti". È Mara Cagol a tenere i rapporti con Simioni ed è a lei che il leader del Superclan consiglia di incontrare Dotti. Mara lo incontrò, effettivamente, più d'una volta. Poi i rapporti tra i futuri brigatisti e il Superclan (con cui militò, per qualche tempo, anche Mario Moretti, prima di tornare con il gruppo di Curcio) si deteriorarono e si interruppero anche i contatti tra Mara Cagol e Dotti. Le Br iniziarono la lotta armata. Ma a questo punto accade il secondo colpo di scena.
ATTO SECONDO: MA CHE STRANO, QUESTO DOTTI... Nel 1974 le Brigate rosse compiono la loro prima azione clamorosa: sequestrano il giudice Mario Sossi. Lo consideranoil gesto di punta della loro campagna contro il "progetto neogollista", contro la voglia di Repubblica presidenziale che sentono serpeggiare nel Paese. Nel quadro di questa loro campagna, durante il sequestro Sossi compiono due incursioni armate, nelle sedi di due organismi che ritengono centrali strategiche del "progetto neogollista": a Torino, il Centro Sturzo; a Milano, il Comitato di resistenza democratica. Quest'ultimo, in via Guicciardini, è l'ufficio milanese di Edgardo Sogno, che effettivamente stava lavorando per la Repubblica presidenziale, anzi stava organizzando un colpo di Stato che avrebbe dovuto scattare nell'agosto del 1974. I brigatisti che il 2 maggio di quell'anno assaltano la sede di Sogno non sanno che i progetti di golpe erano così avanzati. Portano via tutti i documenti che trovano negli uffici, tra cui i materiali di un convegno sulla "riforma dello Stato" tenuto a Firenze e un elenco di duemila nomi di amici e sostenitori di Sogno. Ma, tra tante carte, è un piccolo ritaglio - rivela oggi Franceschini - che incuriosisce più d'ogni altra cosa Mara Cagol e i brigatisti: un innocuo necrologio, firmato da Sogno, in occasione della morte di un certo Roberto Dotti. Roberto Dotti? Ma non si chiamava Roberto Dotti il "compagno", "uscito da sinistra dal Pci", che nel 1970 Simioni aveva consigliato come punto di riferimento per le cose importanti a Mara Cagol? "Ne parlammo stupiti, Mara e io", racconta Franceschini. "Non sapevamo che cosa pensare. Del resto ci sembrava impossibile che Sogno avesse firmato un necrologio per il compagno comunista che ci era stato presentato da Simioni". Comunque, Franceschini un atto per togliersi ogni dubbio lo compie: di notte si reca nel cimitero milanese dove è sepolto Dotti, scavalca il muro di cinta, individua la tomba del "compagno" e scalza la fotografia di ceramica incastonata nel marmo. Poi la porta a Mara, che Dotti lo aveva visto di persona: è lui? è la stessa persona incontrata qualche anno prima a Milano con Corrado Simioni? Mara non scioglie il dubbio: non riesce a sovrapporre con certezza quella foto marroncina e il ricordo della faccia di Dotti. Ma questo non è certamente il problema più importante che i brigatisti hanno: Franceschini viene arrestato di lì a poco, nel settembre del 1974. Mara Cagol il 5 giugno 1975 muore in uno scontro a fuoco con i carabinieri alla cascina Spiotta, nei pressi di Acqui Terme. Di quella foto rubata al cimitero rimane solo una traccia nelle carte processuali firmate da un magistrato torinese, uno stupìto Gian Carlo Caselli: "Assai singolare la presenza, tra il materiale asportato al Comitato di resistenza democratica", e poi rinvenuto nel covo brigatista di Robbiano di Mediglia, "di una fotografia di Dotti Roberto tolta dalla tomba di lui". La storia delle Brigate rosse continua, fino alla loro sconfitta militare e politica.Quel piccolo dubbio è dimenticato, sepolto da tanti altri grandi dubbi e problemi. Bisogna aspettare più di 25 anni per assistere al terzo colpo di scena di questa storia.
ATTO TERZO: DOTTI, L'ANTICOMUNISTA. Alberto Franceschini ha un sobbalzo, mentre legge il testamento di Edgardo Sogno raccolto da Aldo Cazzullo (Testamento di un anticomunista, Mondadori), uscito qualche mese fa. Pagina 101: "A Praga era finito Roberto Dotti, capo dell'ufficio quadri del Pci torinese, sospettato dalla polizia per l'assassinio del dirigente Fiat Erio Codecà, ucciso da partigiani comunisti che disapprovavano la politica moderata di Togliatti (...).Quando tornò dalla Cecoslovacchia, Dotti era un uomo bruciato per il partito.E cominciò a collaborare a Pace e libertà". Dunque l'uomo di fiducia di Simioni era lo stesso del necrologio di Sogno: anzi, Roberto Dotti aveva cominciato a lavorare per l'organizzazione anticomunista di Sogno, Pace e libertà (finanziata con i fondi riservati dei servizi segreti, degli americani e della Fiat), già nella seconda parte degli anni Cinquanta, sostituendo Luigi Cavallo dopo che questi aveva litigato con Sogno. Pagina 110 del Testamento di Sogno: "Di Dotti mi parlò Pietro Rachetto, socialista, partigiano in Val di Susa, dirigente di Pace e libertà a Torino. Rachetto aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga.Al suo ritorno in Italia, me lo indicò come sostituto di Cavallo.Dotti lavorò con me fino alla chiusura di Pace e libertà, nel 1958.Poi gli trovai una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti (...).Quando tornai dalla Birmania per fare politica, nel 1970, Dotti lavorava alla Martini & Rossi - era il direttore della Terrazza Martini di Milano - e guadagnava un milione al mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la metà". Ad Alberto Franceschini ora il dubbio su Dotti è passato. Dopo la lettura del libro di Sogno e Cazzullo glien'è cresciuto dentro un altro: da che parte stava Corrado Simioni? e gli apparati dello Stato, gli uomini della guerra segreta contro il comunismo, come hanno assistito alla nascita delle Brigate rosse?”

10 marzo 2001 – “La Nuova Sardegna” pubblica un servizio di Piero Mannironi che intervista "Doctor Franz", un agente segreto addestrato a Poglina e infiltrato oltre la "cortina di ferro" durante la guerra fredda:
“ROMA. L'appuntamento è in una piccola trattoria di Trastevere. Affollata, rumorosa e gonfia di odori. Al telefono l'agente di Gladio Franz aveva detto: «Lei si sieda al terzo tavolino a destra, entrando. Mi riconoscerà subito: io indosserò un abito blu e una camicia bianca». Il tempo scorre. Il cellulare squilla di nuovo: «La prego di scusarmi, arriverò con qualche minuto di ritardo». La sensazione, forte, è quella di essere osservati. Come se qualcuno stesse facendo una prudente verifica. In fondo, non ci sarebbe nulla di strano. Farebbe parte del gioco. E' infatti del tutto naturale che l'ex agente segreto di Gladio, nome in codice Franz, l'uomo che spiava le Brigate Rosse quando si addestravano oltre la cortina di ferro, adotti tutte le cautele per non scoprirsi. E d'altra parte, al telefono Franz era stato esplicito: «D'accordo, parlerò, ma non posso espormi. Sa, devo tutelare la mia famiglia: mia moglie, miei figli. Loro non c'entrano nulla con questa storia e non devono correre alcun rischio». Dopo mezz'ora, squilla di nuovo il cellulare: «Sono qui, la vedo». Ma nella saletta fumosa nulla è cambiato. Poi, eccolo, fuori dalla porta a vetri: un uomo sulla cinquantina, in abito blu e camicia bianca che fa un piccolo cenno di saluto con la mano. Ancora qualche minuto ed entra nel locale camminando lentamente. Si siede al tavolo e sorride cortese: «Buonasera, sono Franz». La stretta di mano è vigorosa. Il ghiaccio si scioglie subito perché l'ex gladiatore è un conversatore piacevole e affabile e riesce a dissolvere in pochi minuti il naturale imbarazzo. «Faccio il dentista - dice -. Ho uno studio qui a Roma e uno in Germania. Ne avevo uno anche in Sardegna, ma qualche tempo fa ho deciso di chiuderlo. Ora conduco una vita normale e ho una famiglia normale. A mia moglie ho detto qualcosa del mio passato, ma non tutto. Ed è naturale che lei abbia un po' di paura. In quel lavoro, ciò che hai fatto ti insegue per sempre. Miei figli no, non sanno nulla. Loro potranno scegliere di fare quello che vogliono del loro futuro. Tutto, ma non la spia». «Perché? - continua - Ma perché sono deluso e amareggiato. Noi abbiamo fatto il nostro dovere, rischiato la pelle e bruciato una stagione della nostra vita. Non ci aspettavamo certo un grazie, ma neppure di essere liquidati così brutalmente, azzerati. E poi perfino calunniati. Come dice il mio amico Nino Arconte, l'agente G.71: "Quando una guerra finisce gli eserciti si sciolgono e i soldati tornano a casa". Per noi, invece, non c'è stato neppure l'oblio. Alcuni sono stati infatti pesantemente intimiditi, altri sono morti in incidenti a dir poco sospetti e altri ancora sono finiti in camposanto, vittime di improbabili suicidi». «Sulla nostra storia - continua Franz -, o meglio sulla storia di Gladio, è stato detto e scritto di tutto. Io, ovviamente, non potevo conoscere la struttura, perché si articolava in gerarchie che erano protette da soglie di riservatezza. Come, ovviamente, non conoscevo la vera identità di coloro che appartenevano al servizio, ma solo i loro nomi in codice. Ma sicuramente la mia storia personale non ha niente a che fare con quanto è stato scritto negli ultimi anni. Trovo semplicemente ridicolo, per esempio, che tutto debba essere ridotto a quella lista di 622 nomi diffusa da Andreotti nel 1990. Suvvia, ci sono bugie anche troppo grossolone! Dov'è, per esempio, il mio nome? Non c'è. E poi dicono che nella Gladio non c'erano militari... Ma come si fa a dire queste cose? Io ero un civile, è vero, ma lavoravo con i militari. A chi crede che consegnassi i documenti e le fotografie sugli addestramenti della Br nei campi di Carlovy Vary e di Brno? E le fotografie delle strutture militari libiche nella Sirte, poi bombardate dagli americani, a chi crede le abbia consegnate? E quel signor Fabrizio Antonelli, che compare nella fatidica lista dei 622 gladiatori, non è forse il generale Antonelli che fu, dal 1970 al 1973, il comandante della scuola allievi sottufficiali di Viterbo?». «Non ho deciso di parlare - continua Franz - per rivendicare una pensione dallo Stato. Grazie a Dio non ne ho bisogno, faccio il dentista e vivo tranquillamente. Lo faccio perché è arrivato il momento di raccontare certe verità che tardano a emergere. E' proprio per questo che, nei giorni scorsi, ho risposto ai carabinieri del Ros mandati dal sostituto procuratore di Roma Franco Ionta, il magistrato che indaga sul "caso Moro"».”
Sullo stesso giornale comincia, articolata in due puntate, la storia raccontata da Franz:
“ROMA. Franz non è un nome inventato ora, uno pseudonimo per nascondere la mia vera identità ai giornalisti. Era proprio il mio nome in codice nella struttura Gladio. Perché sono entrato nel servizio segreto? Per tanti motivi. Un po' per caso, un po' per risolvere una situazione economica familiare non facile e poi perché credevo in quello che facevo. Se devo essere sincero, anche un po' per amore. Ero e sono convinto che fosse una scelta giusta. In quegli anni si combatteva infatti una guerra e io ho fatto la mia parte. Chiamiamola come volete: guerra fredda, guerra a bassa intensità o guerra non ortodossa. Ma era una guerra vera, con due eserciti che si combattevano silenziosamente. E carpire un segreto al nemico era una battaglia vinta, come era una vittoria l'arginare o destrutturare certe strategie occulte che miravano ad allargare la zona d'influenza dei paesi comunisti. Morti? Sì ci sono stati anche molti morti. Come in tutte le guerre. Voglio tornare alle origini della mia scelta. Mi sembra però necessaria una premessa. Dunque, sono nato in un paese del Sassarese ed ero il primogenito in una famiglia numerosa. Mio padre faceva il commerciante. Morì quando avevo solo 17 anni. Quando se ne andò, io lo tenevo tra le mie braccia e nel nostro ultimo sguardo ci fu un'intesa senza parole. Dovevo assumermi le sue responsabilità, sostituirlo e aiutare mia madre e miei fratelli. Finito il liceo scientifico, mi iscrissi a Medicina. Il mio sogno era fare il dentista. All'università ero quello che viene comunemente definito uno "studente modello", tutto 28 e 30. Ma dovevo anche lavorare per mantenere me stesso e aiutare la mia famiglia. Così periodicamente mi imbarcavo. Era dura, molto dura, ma riuscivo a portare a casa quel milione e duecentomila lire che, nei primi anni Settanta, era una cifra. Mi avanzava anche quanto bastava per soddisfare una mia innata passione: viaggiare. Fu in uno di questi viaggi che finii a Praga, in Cecoslovacchia. Un paese bellissimo, gente straordinaria, civile. E poi, il costo della vita era bassissimo. Andavo all'ambasciata ceka, a Roma, in via dei Colli della Farnesina e chiedevo il visto turistico: venti giorni che amavo vivere alla grande. Mi piaceva andare nei migliori ristoranti, invitare sconosciuti e lasciare mance che equivalevano a un mese dei loro stipendi. Guasconate? Certo. Ma era come una sorta di rivalsa: provare la sensazione di essere ricco proprio io che vivevo una situazione di grande difficioltà. E lì, in uno di questi viaggi, accadde qualcosa che poi influenzò le mie scelte future: conobbi una ragazza tedesca. Ci innamorammo. Lo so, può sembrare la premessa di una spy-story hollywoodiana, ma è la verità. Solo più tardi scoprii che era la figlia di un colonnello della Stasi, il servizio segreto della Ddr. Bene, da quel giorno cercai di tornare sempre più spesso a Praga per vederla. Lei mi scriveva interminabili lettere d'amore, nelle quali mi diceva che avrebbe voluto scappare in Italia e vivere con me. Così, ogni due mesi, io mi presentavo all'ambasciata cecoslovacca per chiedere il visto. Poi, una volta a Praga, riuscivo a prolungare la mia permanenza, allungando qualche banconota sottobanco. Fu allora che venni avvicinato. Accadde qui a Roma. Erano in due. Si presentarono e mi invitarono in un bar per scambiare qualche parola. Uno di loro era il capitano Antonio Labruna, responsabile del Nucleo Operativo Diretto (Nod) del Sid, il servizio segreto militare; l'altro, un ufficiale dei carabinieri del quale non ricordo il nome. Sapevano tutto di me, proprio tutto: chi ero, chi frequentavo, dove vivevo e cosa facevo per mantenermi agli studi e per campare. Mi proposero di lavorare per il servizio segreto militare. Il mio compito sarebbe stato quello di aiutare dissidenti dell'est a fuggire in occidente, procurare documenti riservati e seguire i movimenti dei brigatisti rossi che andavano ad addestrarsi in Cecoslovacchia. Lo stipendio era mica male per quei tempi: un milione al mese. Per anni sono andato a ritirarlo nella sede dell'Ufficio X, in via XX settembre 8. Poi mi