Almanacco dei misteri d'Italia - caso Moro, notizie del 2002

3 gennaio 2002 - SCARCERATO EX FIANCHEGGIATORE BR RENATO LONGO 
Il tribunale del riesame di Torino ordina la scarcerazione di Renato Longo, ex fiancheggiatore delle Brigate Rosse arrestato nel gennaio del 2001 dalla squadra mobile di Asti per traffico di droga. Longo sarebbe malato di "sindrome depressiva reattiva alla carcerazione" e quindi deve essere messo agli arresti domiciliari. Secondo il perito che lo ha visitato, Longo, che e' anche un attivista del partito radicale, "e' convinto di subire una detenzione ingiusta" (per quello che riguarda il "trattamento carcerario") cui reagisce "con rabbia e rivendicativita'", e presenta, oltre a un disturbo di personalita', un "disturbo di adattamento con umore depresso". Dal giorno del suo arresto Longo ha perso 22 chili (attualmente ne pesa 54, ed e' alto 1,74 mt). Il perito ha dunque parlato di "incompatibilita' relativa". L' indagato andra' a stabilirsi in una frazione di Asti, in casa di una parente. Arrestato una prima volta a 19 anni, Longo aveva conosciuto in carcere militanti delle Brigate Rosse: dapprima si avvicino' all' organizzazione, poi comincio' a collaborare con gli investigatori, contribuendo alla cattura di esponenti come Mario Moretti ed Enrico Fenzi. Ad Asti e' tornato nel 1989. 

10 gennaio 2002 - LA STAMPA SU PALAZZO GIUSTINIANI 
"La Stampa" 
A Palazzo Giustiniani tra i fantasmi della Dc Nel `73 fu teatro della "grande intesa" tra Moro, Fanfani, dorotei e sinistra dello Scudocrociato che sancì la fine del governo Andreotti Negli Anni di piombo fu collegato con un tunnel a Palazzo Madama 
ROMA IL giorno prima era stato il turno di Palazzo Chigi, dove il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, abbandonando momentaneamente Montecitorio, si era recato in riservato colloquio con il vicepremier Gianfranco Fini. Ieri è stata la volta di Palazzo Giustiniani, la sontuosa dépendance senatoriale, dove il premier Silvio Berlusconi si è intrattenuto in decisivi conciliaboli con il presidente della Camera Casini e il padrone di casa, il presidente del Senato Marcello Pera. Le geometrie politiche della Seconda Repubblica recuperano solennemente i luoghi istituzionali più classici e le cornici architettoniche più consuete. Se l´avvento di una nuova classe politica rinata sulle macerie della Prima Repubblica aveva trovato sedi anomale che marcavano anche visivamente e simbolicamente la discontinuità con il passato, a cominciare dalla residenza romana di Berlusconi a via del Plebiscito, ora l´ostentato ritorno nei palazzi tradizionali del potere annunciano la riconciliazione con il sapore antico della normalità, con le liturgie più collaudate, con la toponomastica della stabilità. Anche perché Palazzo Giustiniani, che proprio di recente è rientrato in possesso della fastosa collezione artistica appartenuta alla nobile casata romana, in primis le tele di Caravaggio, non è soltanto una solenne sede istituzionale ma conserva nelle sue sale e nelle sue segrete stanze il ricordo di accordi riservati, patti siglati nell´ombra, incontri lontano dai riflettori. Nel giugno del `73, per dire, "l´accordo di Palazzo Giustiniani" prese a designare un patto frutto di un incontro che divenne ben presto l´archetipo della congiura di marca scudocrociata, il capolavoro del colpo di palazzo di matrice democristiana: quello che vide riuniti Aldo Moro, i maggiorenti del doroteismo e gli esponenti di spicco della sinistra Dc invitati dall´allora presidente del Senato Amintore Fanfani per sbarrare la strada al governo di centro-destra presieduto da Giulio Andreotti, riaprire i canali di comunicazione con i socialisti di De Martino per dare nuova linfa al centro-sinistra e esautorare dalla segreteria democristiana Arnaldo Forlani, di lì a poco sostituito dallo stesso Fanfani, lanciato in velocità verso la storica disfatta del referendum sul divorzio del 1974. Gli annali della politologia primo-repubblicana celebreranno "l´accordo di palazzo Giustiniani" come la quintessenza dell´intrigo perfetto. Come a confermare la fama di luogo prediletto dei disegni segreti guadagnata da un palazzo che infatti aveva ospitato, offrendole persino la denominazione, la loggia massonica del Gran Oriente, detto appunto "di Palazzo Giustiniani". Ospitalità alla massoneria che peraltro verrà revocata da Giovanni Spadolini sulla scia delle polemiche seguite alla tempesta della P2. Lo stesso Spadolini che, da presidente del Senato di lungo corso, si identificherà senza riserve con gli oltre tremila quadri di un luogo che sarà per lui residenza, appartamento, studio, biblioteca, inaugurando un rapporto di simbiosi con gli ambienti del Palazzo Giustiniani mai compiutamente raggiunto da nessun altro eccellente inquilino di quella dimora. Luogo di frenetiche consultazioni quando nel 1985 l´allora presidente del Senato Francesco Cossiga incassava gli innumerevoli sì che lo avrebbero portato al Quirinale con verdetto quasi unanime alla prima seduta delle Camere riunite. Luogo di altissima densità simbolica, perché fu proprio nelle sale di Palazzo Giustiniani che venne promulgata la Costituzione italiana e che, all´indomani della caduta della monarchia, ospitarono la residenza del presidente della Repubblica Enrico De Nicola, prima che la più alta carica dello Stato venisse trasferita al Quirinale. Luogo che conobbe la gioia di Giulio Andreotti, nel cui studio di senatore a vita l´illustre imputato venne a sapere dell´assoluzione dal terribile processo palermitano. Luogo che venne immerso nelle tragedie degli anni di piombo, quando proprio nello studio del presidente del Senato Fanfani venne, alla vigilia dell´assassinio di Moro, inutilmente illustrato il contenuto del documento cosiddetto "Curcio-Guiso" la cui accettazione avrebbe potuto, secondo gli estensori, salvare la vita dello statista democristiano nelle mani dei terroristi delle Brigate rosse. E quando, addirittura, venne scavato un tunnel sotterraneo con pavimento di sanpietrini per collegare Palazzo Giustiniani con il dirimpettaio Palazzo Madama a rischio sicurezza. Ecco perché il ritorno della politica a Palazzo Giustiniani, con i colloqui riservati tra le massime autorità delle Camere e del governo, rappresenta simbolicamente il riannodarsi dei fili di una storia che sembrava irrimediabilmente spezzata con la fine dei riti, dei volti e del linguaggio della Prima Repubblica. Luogo emblematico di appuntamenti istituzionali e intrighi raffinati, di memorie segrete e di grandi ambizioni. Non per niente è proprio a Palazzo Giustiniani che vengono ospitate figure illustri come i presidenti della Repubblica che hanno terminato il loro mandato e i senatori a vita che impersonano le glorie della patria. Nel cuore della Roma politica, come ai vecchi tempi. 

20 gennaio 2002 - MORTO DON VIRGILIO LEVI, EX DIRETTORE OSSERVATORE ROMANO 
Muore a Roma per un infarto don Virgilio Levi, 73 anni, sacerdote, giornalista, vicedirettore dell' Osservatore Romano sotto Paolo VI e nei primi anni di pontificato di Giovanni Paolo II. Da quell'incarico diede le dimissioni bruscamente il 25 giugno 1983 dopo aver scritto un articolo su Lech Walesa, affermando che il leader di Solidarnosc era "uscito definitivamente di scena" dopo un incontro con papa Wojtyla. Nato a Chiavenna il 23 giugno 1929, era stato ordinato sacerdote nel 1952 ed avava lavorato come viceparroco in un quartiere operaio di Como e poi come assistente ecclesiastico provinciale della Fuci, delle Acli, della Coldiretti, degli scout. Nel 1958, dopo un dottorato in scienze politiche all' Universita' Cattolica di Milano, era stato docente di diritto internazionale e di diritto coloniale all'Universita' di Cagliari. Il primo gennaio del 1967, Paolo VI lo aveva nominato segretario di redazione dell'Osservatore Romano, e nell'aprile del 1972 era diventato vicedirettore del giornale. Dopo le dimissioni nel 1983, don Levi aveva continuato a svolgere la professione di giornalista  collaborando con il 'Giornale', 'Oggi', 'Epoca', 'The Times', 'The Chicago Tribune', 'Le Soir'. Il primo maggio del 1985 era stato nominato condirettore dell'agenzia di stampa Adn-Kronos. Ma la nomina era durata solo un giorno perche' il 2 maggio aveva rinunciato a causa "delle perplessita' espresse da una parte della redazione e dal Partito socialista italiano". Ha scritto numerosi libri di carattere teologico e storico. Era commendatore (1973) e grande ufficiale al merito della Repubblica italiana (1979), commendatore dell'ordine della Regina Isabella la Cattolica (1975) e dell'ordine nazionale al merito della Repubblica francese (1978); era infine cappellano magistrale dell'Ordine di Malta (1979). 

21 gennaio 2002 - "LA STAMPA" SU MORTE DON VIRGILIO LEVI 
CITTÀ DEL VATICANO 
È morto ieri notte, stroncato da un infarto, monsignor Virgilio Levi, un personaggio di notevole importanza nel pontificato di Paolo VI, e nei primi anni del regno di Papa Wojtyla. Malato di cuore, fino all'anno scorso aveva ricoperto l´incarico di Direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma. In precedenza era stato a lungo vice-direttore dell´Osservatore Romano. Nato a Chiavenna nel 1929, monsignor Levi era attualmente rettore della Chiesa del Pantheon. Nella sua lunga carriera ecclesiastica, monsignor Virgilio Levi, persona molto nota nell'ambiente ecclesiastico romano, si trovò al centro dell´interesse dei cronisti in due momenti. Il primo ebbe luogo durante il sequestro di Aldo Moro, nel 1978. Lo statista democristiano gli scrisse una lettera, mai recapitata, che fece molto discutere. Aldo Moro, che in quel momento era prigioniero delle Brigate Rosse, chiedeva conto al sacerdote delle ragioni di una certa linea "dura" tenuta da parte del quotidiano d'Oltretevere che preludeva al sacrificio di vite innocenti, purché si evitasse di cadere nel ricatto dei terroristi. Era il momento in cui il mondo politico in Italia si lacerava sul dilemma: trattare, o non trattare. "Io non posso certo dire nulla in un caso che mi riguarda - scriveva Moro a Levi - ma sono purtroppo sicuro che il prevalere di una regola di durezza, accada quel che accada, malgrado l'ottimismo di tanti, porterebbe nel nostro Paese, già così provato, giorni di estrema durezza e carichi d'incognite". Erano anche i giorni in cui Paolo VI scriveva alle Brigate Rosse, chiedendo che si risparmiasse la vita del leader democristano, suo caro amico. Il secondo momento di grande notorietà fu legato al viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nel 1983, quando il paese era ancora sotto il regime militare del generale Jaruzelski, e Lech Walesa agli arresti in un luogo segreto. Il Pontefice lo incontrò lontano dagli occhi di tutti, poco prima del ritorno in Italia. Subito dopo il rientro a Roma, sull´Osservatore Romano uscì in prima pagina un editoriale, intitolato: "Onore al sacrificio". Il "sacrificio" era quello di Lech Walesa, disposto a uscire di scena, secondo l´articolo, dopo l´incontro con Giovanni Paolo II, per evitare conseguenze più gravi alla Polonia e alla Chiesa. Fu "dimissionato" seduta stante. "Era una mia riflessione personale e non rispecchiava l'opinione del giornale" spiegò, lealmente. Non rivelò mai se questa fosse la verità, o se - come molti credono, ragionevolmente - avesse consultato i piani alti dei Palazzi Pontifici, forse la Segreteria di Stato, la cui politica verso l´Est non sempre coincideva con quella di Giovanni Paolo II. 
Marco Tosatti 

1 febbraio 2002 - SEN. BERSANI RICORDA ANGELO SALIZZONI 
"Il Resto del Carlino" 
Bersani: "L'uomo di fiducia di Moro" 
Roma, metà anni '60, le 2 di notte. A Montecitorio si è appena concluso un estenuante dibattito parlamentare: uscendo c'è chi attraversa piazza Colonna, passa sotto le finestre di Palazzo Chigi e guarda su. Vede una sola luce accesa: viene dall'ufficio di Angelo Salizzoni, sottosegretario al presidente del Consiglio Aldo Moro. 
Quante volte ha vissuto questa scena Giovanni Bersani, senatore, che oggi ricorda l'amico Angelo a dieci anni dalla sua scomparsa: "Era un uomo instancabile. A lui Moro assegnava le pratiche più delicate". 
Deputato alla Costituente, ben cinque volte sottosegretario in trent'anni di vita parlamentare, vicesegretario della Democrazia cristiana tra il '59 e il '63, ma soprattutto uomo di fiducia di Moro, Salizzoni fondò nel '44 la Dc dell'Emilia Romagna. 
Con lui c'erano gli altri tre moschettieri della prima generazione scudocrociata bolognese, quella che guiderà il partito per quasi trent'anni nella città chiave del confronto-scontro con il Pci: Giovanni Elkann, Raimondo Manzini e, appunto, Bersani. 
Senatore Bersani, quando conobbe Angelo Salizzoni? 
"All'inizio degli anni '30. Io ero un ragazzino, lui già un uomo fatto, un dirigente di spicco dell'Azione cattolica. Di lui ricordo da un lato la grande umanità, la capacità di stare vicino alla gente; dall'altro, la capacità di avvertire sempre l'aspetto politico dei problemi e di lavorare per trovare una soluzione. Questo lo portava ad andare anche oltre le diversità più rigide. E per questo gli avversari lo rispettavano". 
Già, gli avversari: voi eravate la Dc bolognese negli anni dell'egemonia 'rossa'. Cosa significò? 
"Bologna era il laboratorio dove i comunisti volevano mettere alla prova il loro modello di società. E con noi lo scontro fu durissimo". 
Poi venne il '56, e la sfida tra Dozza e Giuseppe Dossetti... 
"E iniziò un altro periodo. Si creò una realtà politica particolare, di cui Salizzoni fu dei principali esponenti: con la tangenziale, l'aeroporto e la fiera, che erano idee nostre, si creò una situazione di collaborazione al di là delle differenze". 
Di quali esperienze politiche Salizzoni andava più fiero? 
"Sicuramente della partecipazione alla Costituente, che l'ha marcato molto anche sotto il profilo spirituale, poi della collaborazione con Aldo Moro. A lui, instancabile lavoratore, Moro assegnava le questioni più delicate. E Angelo, pur rimanendo nell'ombra, ha sempre trovato la soluzione". 
Crede che la politica moderna abbia ereditato qualcosa da figure come quella di Angelo Salizzoni? 
"Nella società civile, qualcosa di diverso dalla società partitica, credo che il livello di testimonianza e il ricordo siano molto più vivi di quanto si possa pensare". 

4 febbraio 2002 - LIBRO "LO STATO INVISIBILE" DI GIANNI CIPRIANI 
"La Repubblica" 
LA POLEMICA Lo sostiene un saggio di Cipriani. Replica l'europarlamentare. "Io no, però in quegli anni..." Spionaggio, l'ultima rivelazione "Anche Martelli era uno 007" "Mai svolto quelle attività ma le notizie che leggo vengono dal nostro ambiente..." Sarebbe stato "Marte", fonte riservata del Sid Dal '72 al '78 avrebbe fornito 564 informative GIOVANNI MARIA BELLU 
ROMA - Claudio Martelli, seduto a un tavolo del bar Canova, legge, anzi scruta, un fascicoletto di quattro pagine col timbro del servizio segreto militare. E' un'informativa riservata, datata 6 maggio 1972, dove si parla della morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e dei rapporti tra il Partito comunista italiano e quello cecoslovacco. In alto, sotto la parola "Segreto", si legge il nome in codice dell'informatore: "Marte". E' perplesso, curioso, e un po' preoccupato il parlamentare europeo, l'ex ministro della Giustizia, l'ex vicepresidente del Consiglio, l'ex braccio destro di Bettino Craxi: ha appena saputo che in un saggio che da domani sarà in tutte le librerie si sostiene che "Marte", fonte riservata del Sid, era proprio lui: Claudio Martelli. E che per ben sei anni, dal 1972 al 1978, avrebbe collaborato con i nostri 007 fino a produrre 564 informative. Un record per quantità ma anche per qualità: è la prima volta che un politico italiano di alto livello viene indicato come informatore. 
Il libro, edito dalla "Sperling & Kupfer" s'intitola "Lo Stato invisibile", storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi". L'autore, Gianni Cipriani, dedica al "caso Martelli" otto delle 539 pagine nelle quali - informatore dopo informatore, fonte dopo fonte - ricostruisce la rete occulta che dal dopoguerra ha tenuto sotto controllo l'Italia. Un lavoro che per buona parte si basa sui materiali acquisiti negli archivi dei Servizi durante le indagini giudiziarie sulle stragi. E' questo anche il caso dell'informativa che ora Martelli legge e rilegge sotto il sole di piazza del Popolo. L'unica attualmente disponibile: le altre 563, dopo essere transitate a Milano negli uffici dei giudici Antonio Lombardi e Guido Salvini, tornarono degli archivi del Sismi (erede del vecchio Sid) dove tuttora si trovano. I magistrati, infatti, le restituirono subito dopo aver constatato che non contenevano notizie utili alle loro inchieste sull'estremismo di destra. 
"Mi riconosco nelle linee generali di quello che c'è scritto qua - dice Martelli - ma non in una serie di dettagli: si parla di dirigenti del Pci, come Di Giulio, di cui io allora non sapevo nulla. Facevo l'assistente universitario ed ero un dirigente del Partito socialista milanese. No, non sono io. Però...". Però? "Esisteva una fonte Craxi?", domanda. "Craxi?". "Sì - dice - perché se esistesse una fonte autonoma e diversa da questa e individuabile in Craxi, ci sarebbe la certezza che questo 'Marte' non è lui". Ma come, Martelli sospetta che il suo padre politico abbia fatto l'informatore dei Servizi? No, il senso della domanda è del tutto diverso. Dice: "Io non ho mai svolto un'attività di questo genere, ma le notizie che leggo qua vengono di certo dal nostro ambiente. Nelle notazioni sui rapporti tra Pc italiano e ceco riconosco quel che diceva Jiri Pelikan (uno dei protagonisti della primavera di Praga, eletto europarlamentare del Psi per iniziativa di Craxi, ndr) e che veniva pubblicato sulla sua rivista. Ma in questa storia - chiede - c'entra qualcosa Allegra?". 
Antonino Allegra è un personaggio chiave della Milano degli anni della strage di piazza Fontana. Capo dell'ufficio politico della questura, e dunque superiore gerarchico del commissario Calabresi, aveva anche stretti rapporti con Bettino Craxi. Bene, Allegra, uomo del ministero dell'Interno, non può aver avuto alcuna relazione con la fonte "Marte", dipendente dal servizio segreto militare. Ma la domanda di Martelli chiarisce quanto era complessa, in quegli anni, la posizione del Partito socialista milanese e della ancora minoritaria corrente autonomista di Craxi. In Italia le stragi, i timori di golpe, la memoria ancora vicina del 'tintinnar di sciabole' denunciato nel 1964 da Pietro Nenni. Sul piano internazionale, la solidarietà verso i dissidenti dei paesi dell'Est. Insomma, era possibile avere sul fronte interno posizioni molto critiche verso i Servizi (Craxi, si legge in un'altra nota di "Marte", fu tra primi a avvertirne la presenza nella strategia della tensione) e contemporaneamente un rapporto di collaborazione per la politica internazionale. "Marte", infatti, era essenzialmente un analista di problemi esteri. Dice ancora Martelli: "Forse, se potessi leggere gli altri documenti, arriverei a capire come sono nati. Ma questa non è farina del mio sacco. Se fosse così, non avrei difficoltà a rivendicarlo. Anche se, certo, non sarebbe bello passare per informatore". "Marte" - era una prassi abbastanza consueta per tutelare la segretezza - dopo qualche anno cambiò nome (e divenne "Uranio"). Ma l'informatore, secondo Cipriani, fu sempre uno solo: Claudio Martelli. Nel negarlo, il diretto interessato avanza una ipotesi alternativa: che "Marte" fosse un "alias collettivo". Che cioè qualcuno, ben inserito nel Psi milanese, attribuisse a un unico soggetto notizie provenienti da persone diverse e le riversasse al Sid. In tal caso, a loro insaputa, Craxi, Martelli, Pelikan e altri sarebbero stati delle fonti informative. Ipotesi ammessa anche nel libro. "Questo - dice l'ex vicepresidente del Consiglio - non posso escluderlo. Ma comunque resterebbe un problema: chi raccoglieva le notizie per poi passarle al Sid? Insomma, "Marte" non sono io ma era uno di noi". 

Anche l' Ansa pubblica una serie di servizi sul libro di Cipriani: 
SERVIZI SEGRETI: FORSE MARTELLI DIETRO INFORMATORE 'MARTE' 
IN UN LIBRO, IL DELFINO DEL PSI ALLE DIPENDENZE DI MALETTI 
Un personaggio speciale, un informatore di notevole spessore culturale, in grado non solo di riferire vicende e retroscena della vita politica socialista, milanese e nazionale ma anche di comprendere alcuni meccanismi della politica interna e internazionale. Questo e' stato, negli anni Settanta, per sei anni, la fonte 'Marte' per il Sid, un informatore alle dirette dipendenze del generale Maletti, dietro cui - secondo Gianni Cipriani - si nascondeva Claudio Martelli. Ma lo stesso Martelli, secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano La repubblica, nega di aver svolto una tale attivita'. Nel suo libro "Storia dello spionaggio in Italia", 538 pagine di analisi delle informative dei confidenti dei servizi segreti italiani negli ultimi cinquanta anni, Cipriani afferma che 'Marte' e' l'abbreviazione di Martelli, un nome in codice che verra' cambiato in 'Uranio' dopo un anno di collaborazione perche' "non offriva le garanzie di riservatezza necessarie per coprire l'identita' di una fonte di cosi' alto 
livello". Il nome di 'Marte-Uranio' emerge per la prima volta, secondo Cipriani, nel corso delle indagini sulla strage alla questura di Milano. In quel caso l'informatore avrebbe prodotto una nota per riferire le impressioni di Bettino Craxi sull'attentato. L'informatore del Sid, il 29 marzo 1973, racconta che il futuro segretario del Psi e' convinto che dietro il falso anarchico Bertoli ci sia la Cia e che l'attentato fallito a Rumor voleva provocare una crisi istituzionale funzionale ad una successiva stretta autoritaria. In un altro lungo rapporto, scritto il giorno precedente alle elezioni politiche del 7 maggio 1972, 'Marte' affronta il rapporto Pci-Feltrinelli e piu' in generale i metodi di penetrazione dell'Unione Sovietica nell'Europa occidentale e in particolare in Italia. Tra le ipotesi che Cipriani tratteggia per spiegare il perche' una "persona di elevate qualita' intellettive, destinata a una brillante carriera politica" si sia trasformata in confidente del Sid c'e' quella dell'inconsapevolezza di Martelli le cui informazioni venivano girate ai Servizi da una terza persona, ma anche quella di un 'delfino' che lavora contro il Psi o una parte di esso. 

SERVIZI SEGRETI: MARTELLI, QUERELO IL GIORNALISTA CIPRIANI 
DOPO LE ACCUSE DI ESSERE STATO UNA 'FONTE' DEL SISMI 
Claudio Martelli annuncia una querela penale e civile per diffamazione aggravata da un fatto determinato nei confronti di Gianni Cipriani e della sua agenzia internet per quanto affermato nel volume "lo stato invisibile" e cioe' che l'ex vicepresidente del consiglio sia stato per diverso tempo un informatore dei nostri servizi segreti militari. "Con sperimentata tecnica il noto giornalista Cipriani e la sua agenzia mescolano a plateali menzogne notizie arcinote per rendere le prime almeno verosimili. Mi limito - dice Martelli - a rettificare le menzogne: non ho mai avuto rapporti di alcun genere con nessun servizio di informazione almeno fino a quando sono stato eletto deputato nel 1979. Nell'esercizio del mio mandato parlamentare, e dal 1989 in quello di vicepresidente del consiglio, ho incontrato quasi tutti i capi dei servizi che si sono succeduti. Non ho mai conosciuto nel corso della mia vita il generale Maletti, non ho mai svolto alcun compito di informatore ne' di analista di politica estera, ne' di alcun altro genere per conto dei servizi di alto spionaggio italiani in nessuna epoca della mia esperienza politica. Pertanto ho deciso di dare mandato all'avv. Benedetto, del Foro di Roma, di querelare Cipriani affinche' si possa chiarire tutta la vicenda in Tribunale oltre che in parlamento quando il ministro dell'interno verra' a rispondere alle interrogazioni parlamentari sul caso". 

SERVIZI SEGRETI: CIPRIANI, DECIDERA' IL TRIBUNALE 
4 febbraio 2002 - "Il mio e' un lavoro che si basa su documenti e conseguenziali  ipotesi; non 'e' la prima volta che i giudizi storici saranno  in tribunale vedremo se la mia ricostruzione e' infondata o diffamatoria". Gianni Cipriani, il giornalista autore del volume "Lo stato invisibile" risponde cosi' a Claudio Martelli che annuncia nei suoi confronti, una querela civile e penale. "Il tribunale puo' essere la sede per verificare la fondatezza delle ipotesi e se la mia ricostruzione e' cosi' diffamatoria come sostiene Martelli". 

SERVIZI SEGRETI:NEL '79 INFILTRATO POLIZIA SVELA QUELLO CC 
MA ANCHE LE SAM COLPITE GRAZIE AL TRAVESTITO 'MARCELLA' 
E' successo di tutto ma proprio di tutto durante gli "anni di piombo" : anche che un infiltrato dei carabinieri in gruppi contigui alle Br venisse arrestato come conseguenza della "soffiata" di un infiltrato della Polizia. Oppure che una delle piu' temute sigle del neofascismo milanese, le Sam (Squadre d'Azione Mussolini) venissero sgominate con l'appoggio di uno dei primi travestiti della "piazza" milanese: 'Marcella'. O che uno dei principali giornalisti giudiziari milanesi passasse per anni notizie su magistrati e colleghi al Sid, o che una medaglia d'argento della Resistenza, esponente di primo piano del Pci, per decenni riferisse a Umberto Federico D'Amato delle polemiche interne ed anche dei pettegolezzi privati della nomenklatura comunista. Oppure che si fosse al contempo informatori del Sid, il servizio segreto militare ante-Sismi, e del Mossad, come il medico Bevilacqua, o che  un informatore del servizio, dopo aver informato diligentemente sull'universo "rivoluzionario" passasse a ferimenti o uccisioni. C'e' un po' di tutto, perche' tutto e' successo nel libro "Lo Stato invisibile" che il giornalista  Gianni Cipriani ha realizzato per la Sperling & Kupfer Editori. Il libro utilizza e sistematizza, con un ampio lavoro su fonti minori, la grande mole di informative emerse dagli archivi dei servizi segreti italiani nel corso di importanti inchieste come quella del giudice Salvini su piazza Fontana, del giudice Lombardi su Bertoli o quella del giudice Mastelloni su 'Argo 16'. Un tentativo riuscito, dopo altri libri dedicati all'argomento, di "leggere" in maniera unitaria  il ruolo dell'informatore e quello dell'agente nelle complesse vicende italiane. 
 Ecco, spigolando tra le pagine, alcune delle storie piu' 
rappresentative di quel 'tutto e' successo': 
- Informatore Polizia contro informatore Cc. 
1979: Paolo Santini, informatore del colonnello Cornacchia dei carabinieri, infiltrato  in uno dei gruppi minori che ruotano ed hanno diretti contatti con le Br viene arrestato. Insieme a lui viene arrestato Marino Pallotto. Il colonnello rientra dalle vacanze per spiegare al magistrato Imposimato che quello e' un suo informatore. Poco dopo Santini scompare e Cornacchia spieghera' che il suo uomo, al pari di altri informatori dei Cc, era attivo anche durante il sequestro Moro. Pallotto, ingiustamente sospettato di essere la 'talpa' si uccide. Il risvolto paradassole della mai chiarita vicenda e' che a far arrestare l'infiltrato dei Cc e' un infiltrato della Polizia che riferiva direttamente alla Digos e che aveva  nel 'mirino' proprio Pallotto. 
- La 'Fonte Tallone' d'Achille. 
Fin al maggio del 1970 agisce sulla piazza milanese una "ottima fonte", 'Tallone', un giornalista milanese che lavora sulla giudiziaria soprattutto con il compito di 'controllare' e riferire sui magistrati considerati vicini alla sinistra. Dietro il nome di "Fonte Tallone" si nasconde - rivela ora Cipriani - Achille Maria Righini, giornalista di 'Avvenire' e poi della Rai a Milano. Righini per almeno 7 anni ha informato i servizi su quanto si muoveva a sinistra a Milano. Sue sono importanti note sulla nascita del libro inchiesta 'La Strage di Stato', cult della controinformazione di sinistra.  Due i suoi obiettivi principali: il giudice Ciro De Vincenzo, che si dimettera' dalla magistratura dopo essere stato denunciato (e scagionato) come filobrigatista e Marco Ligini, l'uomo che coordino l'equipe che realizzo "La strage di Stato", e Ibio Paolucci, cronista 'principe' delle pagine giudiziarie de l'Unita'. A ipotizzare gia' a suo tempo questa attivita' di informatore di Righini fu l'allora inviato del telegiornale Giancarlo Santalmassi. 
- Le Sam sgominate da 'Marcella' 
Dopo la strage di Brescia fugge Giancarlo Esposti, esponente di primo piano delle Sam, alleate del Mar (Movimento di azione Rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli, ex partigiano 'bianco' alleato con i gruppi piu' oltranzisti della destra milanese. Esposti sara' ucciso a Pian del Rascino, vicino Rieti mentre altri due camerati verranno arrestati con modalita' e retroscena mai scandagliati e su cui per annni si e' questionato. Mar e Sam per vennero appoggiati da alcuni Cc della Pastrengo, gli stessi che ispirarono lo stupro a Franca Rame. Nel giro c'era anche Biagio Pitarresi - informatore dell'Arma a occasionalmente della polizia- e Angelo Angeli,'camerata-rivale' di Esposti. Sia Angeli sia Esposti pero', al di la' delle dichiarazioni di principio, avevano un  comune interesse: la frequentazione di travestiti e soprattutto di Marcella che permise di colpire il gruppo diventando uno dei principali informatori del servizio. 
- La medaglia d'argento al servizio del Viminale 
Marisa Masu, "Rosa" nella resistenza romana, medaglia d'argento e poi dirigente nazionale della Fgci diretta da Berlinguer. La Masu ha ricoperto importanti incarichi anche fuori il partito e da ultimo ha aderito a Prc ma per decenni a collaborato con il Viminale con il nome in codice "Stanislao". Le sue informative hanno una caratteristica: sono improntate al "piu' basso pettegolezzo" e intonate ad uno stile scandalistico. Obiettivo principale di "Stanislao" era la famiglia Amendola. La fonte riferiva spesso direttamente a Umberto Federico D'Amato, per anni mente palesa ed occulta dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale. 

SERVIZI SEGRETI: BIELLI, RENDERE PUBBLICO FASCICOLO 'MARTE' 
UN LIBRO IDENTIFICA LA FONTE DEL SISMI IN CLAUDIO MARTELLI 
Walter Bielli, esponente dei Ds, chiede che sia reso pubblico il fascicolo "Marte" intestato a uno degli informatori del servizio segreto militare, il Sismi, e che un libro appena uscito ("Lo Stato invisibile", di Gianni Cipriani) identifica in Claudio Martelli. "Le imbarazzate smentite - afferma il deputato riferendosi a quanto compare stamane su 'La Repubblica' - rivelano in ogni caso una situazione assai nebulosa e gettano altre ombre sulla storia di quel periodo. Attraverso un' interrogazione parlamentare chiedero' al governo di fornite tutte le informazioni perche' non abbiano ad avere spazio le illazioni ma, contestualmente, si conosca il massimo di verita'. Forse - aggiunge ancora - chi ha proposta la commissione Mitrokhin farebbe bene ad acquisire anche il fascicolo integrale con le 564 informative prodotto dalla fonte 'Marte-Uranio'. Continuo a pensare - conclude - che il libro di Cipriani e' la dimostrazione documentata e palese della presenza in Italia di un sistema perverso, intrigato e pericoloso fatto di spie e di informatori". 

SERVIZI SEGRETI: FRAGALA', I DS VOGLIONO COPRIRE MITROKHIN 
Enzo Fragala', di An, non crede all' importanza del fascisolo 'Marte', di cui Walter Bielli dei Ds chiede la pubblicazione, e all'ipotesi contenuta in un libro del giornalista Gianni Cipriani, secondo cui Claudio Martelli sarebbe stato un informatore del Sid. "I Ds - secondo Fragala' - cercano di intorbidire le acque accreditando la tesi della reciprocita'. Per cui se esisteva una rete di intelligence a sinistra non era al servizio di Mosca, come il dossier Mitrokhin ha ampiamente dimostrato, o per uso attivo, ma solo per difendersi da quella interna, deviata e stragista". 
"L'ipotesi che Claudio Martelli fosse una spia del Sid non ci sconvolge", prosegue Fragala', per il quale questo in ogni caso "non cambia il diverso significato del dossier Mitrokhin che e' solo un estratto della rete mondiale di spie al servizio di Mosca". "La sinistra, dopo aver minimizzato e urlato alla 'bufala' - prosegue Fragala' - resasi conto che le verifiche ordinate dai Ros da poco terminate hanno dato riscontri inconfutabili, tenta ora con le prodezze lessicali di Cipriani e Bielli di accreditare, alla vigilia della commissione Mitrokhin, un contro-dossier che dovrebbe, nell'immaginario malato dei proponenti, controinformare e attutire l'impatto mediatico del Mitrokhin". 

SERVIZI SEGRETI: IL PCI PRESTO' INFILTRATO A DALLA CHIESA 
OPERAZIONE 'OLOCAUSTO' COORDINATA DA PECCHIOLI NEL '78 
Il nome in codice non e' tra i piu' invitanti per una operazione dei servizi segreti: Olocausto. Un sacrificio che un quadro 'coperto' del Pci fece infiltrandosi in un gruppo contiguo alle Br  nel quadro di una intesa tra Ugo Pecchioli, ministro  dell'interno "ombra"  e il generale Dalla Chiesa. Un episodio che Pecchioli non inseri' nel suo libro di memorie (Segreti e verita') per ragioni di prudenza e per non esporre la fonte a eventuali rischi. Oggi il volume di Gianni Cipriani "Lo Stato invisibile", appena uscito, rivela qualche particolare in piu' dell'episodio a cui aveva accennato in una intervista l'ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino. Fu il vertice del partito a dare il "via libera" alla collaborazione del militante comunista con Dalla Chiesa. Prima di questo il Pci ottenne l'assicurazione che il loro uomo non avrebbe dovuto in alcun caso commettere reati di una certa gravita' e, nel caso, partecipare o lasciare che si portassero a compimento azioni armate, soprattutto omicidi e gambizzazioni. Fu Pecchioli a curare l'operazione e una volta ottenute le assicurazioni, l'iscritto si infiltro' nel gruppo clandestino, riferendo puntualmente ogni informazione al generale Dalla Chiesa o a uno dei suoi stretti collaboratori. Nulla di piu' nel libro sulla vicenda che Pecchioli non svelo' nonostante - nota Cipriani- le dure polemiche dell'epoca  nei suoi confronti sulla "Gladio Rossa". Ma questa operazione avvenuta " intorno al '78" non e' l'unica gestita dal Pci con un collegamento con Dalla Chiesa. In altre circostanze, su iniziativa della "vigilanza", cioe' dell'apparato di sicurezza del partito, quadri "coperti" si sono inseriti nell'Autonomia operaia organizzata e in altri gruppi radicali della sinistra exstraparlamentare . "Si tratto' spesso di iniziative autonome della direzione del Pci - scrive il giornalista nel libro edito da Sperling & Kupfer - volte soprattutto ad avere notizie che consentissero di prevenire incidenti di piazza in occasione delle manifestazioni. L'iniziativa era pensata anche a tutela delle sezioni, delle federazioni e dei dirigenti del partito. Solo in alcuni casi, come aveva ricordato Pecchioli nel suo libro, le notizie fatte arrivare dalle fonti del Pci furono girate alle forze di polizia e, in particolare, al generale Dalla Chiesa". 

SERVIZI SEGRETI: MALETTI, DI MARTELLI NON SO NULLA 
A gestire le fonti erano direttamente i centri di controspionaggio. Il responsabile del servizio non ne conosceva direttamente la loro identita'. Cosi' Gian Adelio Maletti responsabile dell'ufficio D del Sid risponde al giornalista  che lo raggiunge telefonicamente a Johannesburg per chiedergli se ha mai sentito parlare di una collaborazione di Claudio Martelli con i servizi segreti militari. "Non so se esistesse una fonte 'Marte', non lo potrei dire. Non sapevo che Martelli fosse un informatore. Sinceramente non ne so nulla". 

SERVIZI SEGRETI: PILLITTERI, MARTELLI 007? NON LO SO 
"Francamente non lo so se Martelli fu un informatore dei servizi segreti. Qualche cosa si disse ma certo non emerse nulla per provare che ci furono contatti". Cosi' Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano e cognato di Bettino Craxi, ha commentato la notizia relativa a una presunta attivita' di informatore da parte di Claudio Martelli. "Per dare un giudizio - ha aggiunto Pillitteri – sarebbe necessario leggere le carte. Io, tra l'altro, in quel periodo ero iscritto al Psdi". 

7 febbraio 2002 - COSSIGA RIABILITA TONI NEGRI 
"Sette", settimanale del CORRIERE DELLA SERA 
Giustizia difficile; parla Francesco Cossiga. 
Le "deviazioni" dei giudici ? Toni Negri la prima vittima. 
L'ex presidente della Repubblica riabilita il leader dell'Autonomia, suo avversario negli anni settanta. E dice che gli eccessi di Mani Pulite hanno origine nella lotta al terrorismo rosso. 
Presidente, si ricorda quando sui muri scrivevano Cossiga boia? 
"Kossiga boia, Kossiga con la kappa. E qualche volta mettevano pure le "s" runiche, tanto per darmi del nazista. Certo che mi ricordo, pensi che quella scritta la vidi persino a Berlino". 
Erano gli anni in cui Cossiga era il ministro dell'Interno e quindi - per l'estrema sinistra - il simbolo della repressione. Mentre il simbolo - o almeno, uno dei simboli - della rivoluzione era il professor Toni Negri, leader intellettuale dell'Autonomia, finito in galera con l'accusa di essere l'ideologo del terrorismo rosso, poi fuggito in Francia, quindi tornato in Italia per scontare in cella cio' che gli restava da scontare. Molte cose sono cambiate, e adesso siamo venuti qui, a casa di Cossiga, per commentare con lui 'Impero', il libro che Toni Negri ha scritto a quattro mani ("SI', a quattro mani: ma diciotto dita sono di Negri, e solo due di quell'altro") con lo studioso americano Michael Hardt. Molte cose sono cambiate. Tanto che Cossiga non esita a indicare l'ex nemico Toni Negri come una vittima. Vittima degli anni Settanta, ma soprattutto di un certo modo di intendere la magistratura: "nei confronti di Toni Negri fu condotta un' azione giudiziaria che ricorda mutatis mutandis, Mani Pulite. I classici teoremi dei magistrati di sinistra". 
Sta dicendo che Negri era innocente? Che il suo arresto fu un'ingiustizia? 
"Si', assolutamente: fu un'ingiustizia. Al massimo, Negri si sarebbe meritato una piccola condanna per aver incitato qualche studente a dare un po' di bastonate. Ma siamo sul piano della rissa, non del terrorismo. Mi creda: Negri ha pagato un prezzo sproporzionato alle sue responsabilita'. E' una vittima del giacobinismo giustizialista". 
Che cosa penso' quando le dissero che Negri era il telefonista del caso Moro? 
"Mi misi a ridere". 
Non neghera' che fu, perlomeno, un cattivo maestro. L'autore di libri che istigavano alla lotta armata. 
"Io quei libri li lessi, naturalmente, perche' ero ministro dell'Interno e volevo rendermi conto di cosa c'era dietro l'Autonomia e il terrorismo. Certo: Negri e' un uomo con un pensiero al quale non e' estranea la violenza, come non e' estranea al pensiero di tutti i rivoluzionari e di tutti i marxisti. Quindi, si puo' anche dire che, tenendo conto dell'epoca, fu un cattivo maestro. Ma cattivo maestro lo scriva tra virgolette, perché allora erano molto piu' cattivi maestri i facitori di slogan del Pci e dei sindacati". 
Non sta esagerando? 
"Senta un po': se Andreotti e' stato davvero quello che e' stato accusato dalla Sinistra di essere stato, e se e' vero tutto quello che la sinistra ha detto sullo stragismo di Stato, mi dica lei se non era giusto stare dalla parte della Brigate rosse". 
Lei crede che le stragi di Stato siano una balla colossale? 
"Che alcuni uomini dello Stato abbiano collaborato in alcune stragi, puo' essere. Ma che le stragi siano di Stato, come si diceva allora, e' un'affermazione irresponsabile messa in giro dal Pci e dai sindacati. Che, ripeto, erano molto piu' pericolosi di Toni Negri. Erano specialisti nella falsificazione semantica". 
Falsificazione semantica? 
"E' una tecnica tipica dei comunisti. II maestro fu Stalin, che riuscI' a far passare il concetto che non si puo' essere al tempo stesso antifascisti e anticomunisti. Questo modo di pensare resiste ancora oggi. Resiste persino nel mondo democratico-cristiano". 
Anche tra i democristiani? Questa sembra grossa. 
"Ma e' vera. Sa chi pensa in quel modo stalinista, per esempio? Se lo dico, lui si arrabbia moltissimo". 
Allora non lo dica. 
"E invece glielo dico: e' Ciriaco De Mita. Secondo lui non c'e' democrazia se non accanto ai comunisti. Intendiamoci: Lui i comunisti li detesta, e detesta pure i Ds. Ma siccome e' antiberlusconiano, e siccome Berlusconi e' anticomunista, allora De Mita pensa che non si possa essere antiberlusconiani e anticomunisti". 
Lei non ha mai ragionato cosI', da stalinista? 
"Certo che si'. Non ho nessuna paura a dirglielo: io, Kossiga con la kappa, sono stato stalinista quando chiamai terrorismo cio' che invece avrei dovuto chiamare eversione". 
C'e' molta differenza? 
" Moltissima. Il terrorismo e' una tecnica di lotta al servizio della rivoluzione, cioe' dell'eversione. Chiamare soltanto terroristi i brigatisti rossi degli anni Settanta fu una falsificazione semantica come scrivere Kossiga con la doppia esse dei nazisti. Allora, per coerenza, avremmo dovuto chiamare terrorista anche la guerra partigiana". 
La guerra partigiana? 
"Perche', quello di via Rasella non fu un attentato terroristico? L'assassinio di Gentile non fu un agguato terroristico simile a quelli delle Br? I partigiani usarono il terrorismo come strumento di liberazione. E i brigatisti lo hanno usato come strumento per fare una rivoluzione marxista-leninista. Chiamandoli soltanto terroristi abbiamo negato loro ogni valenza morale. Mi raccomando: anche questo "morale" lo metta tra virgolette". 
Quando ha rivisto le sue posizioni sui brigatisti? E su Negri? 
"Io e Negri abbiamo fatto la pace - e dico pace anche se io non mi sono mai sentito in guerra con lui - gia' dalla meta' degli anni Ottanta, quando lui mi scrisse da Parigi chiedendomi di essergli amico, cosa che mando' in bestia Rossana Rossanda. Poi, nel '97, sono andato a trovarlo in carcere, ed e' stato un incontro commovente. Non ci vedevamo da quando, io giovane e lui giovanissimo, frequentavamo l'Azione cattolica. Qualche tempo dopo quell'incontro in carcere, l'ho rivisto in un bar davanti a Santa Maria in Trastevere. Ci abbracciammo, e la gente si scandalizzo'". 
Che cosa pensa di "Impero" ? 
"Negri me ne mando' una copia con dedica quando usci' in America. Hanno scritto che e' la teoria degli antiglobal, ma non e' vero. Intanto Neri riconosce alla globalizzazione dei meriti, soprattutto quello di avere portato al superamento degli Stati nazionali. E poi, a differenza degli antiglobal, Negri non crede che gli Stati Uniti siano il centro dell'impero, e nel suo testo non c'e' traccia di pauperismo. Direi che Negri vede nel movimento antiglobal una specie di movimento comunista a-scientifico, cioe' non hegeliano-marxista-leninista, che secondo lui servira' ad abbattere l'attuale impero, fatto dalle relazioni economiche internazionali. Dopo di che, questo comunismo utopico dovra' inverarsi in un nuovo comunismo scientifico". 
E' un libro "pericoloso" come quelli degli anni Settanta? 
"Ancora meno pericoloso di quelli. Ne ho inviata una copia al giudice Garzon, che a Porto AIegre ha detto che la classica divisione dei poteri va cambiata: non piu' legislativo, esecutivo e giudiziario ma giudiziario, politico ed economico. Gli ho mandato una lettera d'accompagnamento: caro Garzon, seguo da lontano la sua fantasiosa e spaziale imitazione del Pool di Mani Pulite italiano; siccome ho visto che ora e' diventato un antiglobal, e siccome mi dicono che lei e' intelligente ma un po' carente di cultura politica, impari qualcosa da questo libro del mio amico-avversario Toni Negri". 
Lei difende Negri, ha amici nell'Eta... Ha un debole per gli "eversori"? 
"Luigi Manconi dice che ho un rapporto irrisolto con l'uso della violenza come strumento di lotta politica, e che per questo ho un rapporto di amore-odio con i terroristi. Non credo che sia vero, pero' le confesso che quando vedo il film Mission, con i gesuiti che impugnano le armi, mi commuovo. Piango. Credo che faccia parte del mio cattolicesimo: ogni tanto affiora in me l'eresia del temporalismo, della giustizia "qui e ora"". 
Faccia un'altra cosa "cattolica". Un mea culpa sugli anni di piombo. 
"Con le leggi speciali abbiamo trasformato i giudici da soggetti super partes a soggetti che lottano contro qualcosa. Abbiamo fatto leggi leniniste, anzi giacobine. Per questo mi sento un po' responsabile delle deviazioni attuali della magistratura". 
Michele Brambilla 

7 febbraio 2002 - 'L'ESPRESSO', CRAXI TENTO' DI RIMUOVERE BERLINGUER 
Il settimanale "l'Espresso" aggiunge nuove rivelazioni sul duello che oppose Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. In particolare, da alcune lettere ancora inedite di Tonino Tato' che il settimanale ha potuto consultare negli archivi dell'Istituto Gramsci, risulta che esisteva un disegno di Craxi per rimuovere Berlinguer dal ruolo di segretario del Pci. A dare l'allarme nel settembre del 1981 sarebbe stato Bruno Visentini. Da un'altra lettera risulta che Berlinguer e Tonino Tato' ne erano comunque gia' al corrente. L'episodio getta una luce nuova sulla richiesta di accordo che solo pochi mesi prima Craxi aveva offerto a Berlinguer, con la mediazione di Carlo Caracciolo e di Eugenio Scalfari. E spiega meglio la durezza dello scontro tra i due leader della sinistra. Inoltre, da un lungo appunto di Tato' del 14 maggio 1984, allegato ai verbali della direzione comunista e su cui Berlinguer aveva scritto di suo pugno la parola 'riservato', si viene a sapere, attraverso le parole dell'allora segretario generale del Quirinale, Antonio Maccanico, che Craxi come presidente del Consiglio aveva i giorni contati e che erano in corso prove di nuovi scenari politici. Pertini infatti era infuriato e indignato sia perche' Bettino si era schierato con il ministro piduista, Pietro Longo, sia perche', evocando una lettera di Moro prigioniero delle Br, aveva messo in atto un ricatto in piena regola, un avvertimento politico di tipo mafioso alla Dc. Lavorava contro Craxi anche Ciriaco De Mita che puntava a un suo graduale sgonfiamento, lasciandogli commettere tutti gli errori che stava commettendo. In piu' Craxi aveva suscitato le ire di Ronald Reagan per aver lanciato da Lisbona una iniziativa estemporanea sugli euro missili. Insomma, se Berlinguer non fosse stato colto poco dopo da malore sul palco di Padova, quasi certamente la politica italiana avrebbe avuto un altro corso. 

16 febbraio 2002 - INTERVISTA ALL' EDITORE DELLA "KAOS" 
"Il Nuovo" 
Ruggiero: la mia Kaos dal catalogo cattivo 
Tredici anni, vissuti a Milano per raccontare l'Italia in modo controcorrente. Nei libri dell'editore, il delitto Moro, la Loggia P2, le trame vaticane e l'onnipresente Sgarbi. 
di Ketty Areddia 
I MILLENARI, TALPA VATICANA PER LA KAOS 
KAOS, UN CATALOGO CONTROCORRENTE 
MILANO - Una stanzetta arredata con il minimo indispensabile: due scrivanie, due computer, una luce fioca che fa atmosfera e, davanti a un plico fitto di fogli e frasi, una dei quattro dipendenti della Kaos edizioni corregge le bozze: "Eh, dobbiamo fare anche questo". Accanto, la scrivania del titolare di una delle case editrici più chiacchierate e controcorrente d'Italia, che ha sede a Milano da 13 anni. 
Lorenzo Ruggiero, ci accoglie con un sorriso tranquillo, di uno che sa il fatto suo e non teme domande. 
Il catalogo "cattivo" della Kaos edizioni conta già 85 titoli, che svelano e interpretano molti misteri italiani: dal delitto Moro, alla Loggia P2, dalle trame vaticane alla "epopea piduista di Silvio Berlusconi". Cosa vi ha spinti nel 1989 a dar vita a un'iniziativa editoriale così "scomoda", coraggiosa? 
Per la verità "coraggio" non è un termine che ci attiene, io e i miei colleghi sentiamo di fare un lavoro normale, di informazione. Cominciammo in anni di grande vitalità, di forti fermenti culturali. Un periodo felice, con la nascita della Manifesto libri. Ci sembrava che mancasse una realtà editoriale come la nostra e così ci siamo imbarcati in questa avventura. 
Al lavoro solo in quattro, siete stati capaci di creare piccole bufere. Come può una piccola realtà editoriale dar fastidio a uomini politici come Silvio Berlusconi, a poteri "intoccabili" come lo stato Vaticano... 
Siamo in democrazia, e democrazia significa la possibilità di esprimere il proprio pensiero critico senza per questo finire in fondo al mare, come avveniva in Argentina ai tempi della dittatura. Noi cerchiamo di pubblicare un altro punto di vista, altre analisi, ma non in maniera manichea, predeterminata. 
Fatto sta che la maggior parte dei volumi da voi pubblicati attaccano il centrodestra. 
No, non siamo schierati da nessuna parte. E' vero: abbiamo pubblicato più autori di sinistra e, se devo proprio scegliere, scelgo di votare Rutelli e non Berlusconi. Ma dal nostro catalogo non abbiamo escluso a priori autori di destra. L'importante è che abbiano un'idea da proporre. 
Sulla base di quali criteri scegliete se un testo è pubblicabile, se è credibile? 
Quando ci propongono un'idea, innanzitutto ci chiediamo se vorremmo leggere quelle cose, se si tratta di argomenti innovativi. In secondo luogo chiediamo massima serietà ai nostri scrittori. Ce ne sono alcuni che godono di massima autorità, come Sergio Flamigni (La tela del ragno, sul delitto Moro), ex senatore ed ex partigiano, Giorgio Galli (La storia del Pci e Gli anni di piombo), politologo, Mario Guarino (I mercanti del Vaticano) e Giovanni Ruggeri (Berlusconi, gli affari del presidente), giornalisti, Ernesto Rossi, commentatore de Il Mondo. Una piccola struttura come la nostra sarebbe stata annullata, se ci fossero state fantasie nei nostri libri. 
Nonostante le dovute cautele non siete rimasti immuni da querele, avete molti nemici. E' vero che il vostro contratto di edizione prevede il pagamento a carico dell'autore di eventuali condanne per querela? 
No, l'unica clausola che chiediamo di firmare ai nostri autori ci tutela da eventuale plagio. Non ci spaventano le ritorsioni sotto forma di querela, anche perché in verità non siamo protagonisti di troppe vicende legali. Abbiamo ricevuto pochissime querele. Una da Sgarbi, che ha querelato addirittura l'esistenza del catalogo, (per la pubblicazione di Sgarbi con truffa, prodezze e sconcezze di Vittorio Sgarbi, a cura di Alessandro Roveri). Eppure in quel caso ci riferivamo a una sentenza passata in giudicato. Dell'Utri, per esempio ha presentato una richiesta danni per la pubblicazione di un atto della Procura di Palermo con cui si chiedeva il rinvio a giudizio (1996). In Trame atlantiche (di Flamigni), che svela i misteri della loggia P2, c'è una lista di nomi che fa tremare i polsi, ma non abbiamo avuto vicissitudini legali. 
E gli avvocati di Berlusconi si sono fatti avanti contro la Kaos? 
Lo stile aziendale di Berlusconi predilige il silenzio. "Meglio se ne parla meglio è". Per cui per anni c'è stata una condanna silenziosa degli autori, ma mai vicende legali clamorose. Maurizio Costanzo, per esempio, per una biografia piuttosto dura che lo vedeva protagonista, ha preso il telefono e ha parlato a quattro direttori, chiedendo di non parlare del libro. 
Il libro che vi accingete a pubblicare? 
A metà mese dovrebbe uscire un saggio di Giorgio Galli, con un titolo didascalico L'impero americano e la crisi della democrazia, una lettura della guerra e dei fatti dell'11 settembre. Galli in sostanza non crede affatto che gli eventi degli ultimi mesi si siano svolti così come ce li hanno raccontati, ma che sotto c'è una crisi della democrazia rappresentativa: non si sa con quali voti è stato eletto Bush. Galli, come altri analisti americani, sostiene che è impossibile che l'intelligence americana sia stata presa di sorpresa. Hanno detto: "Mancavano infiltrati di lingua araba". E il Mossad israeliano non si era accorto di niente?

19 febbraio 2002 - POESIE SU MORO PRIGIONIERO DELLE BR
"Il Messaggero"
I tragici giorni di Moro nei versi di Mele
Quanto s'è scritto sul caso Moro. Eppure ventiquattro anni dopo scopriamo che in quei due tragici mesi del '78 si raggrumano ancora tante cose non dette. Accanto ai misteri irrisolti, ai retroscena politici ancora offuscati da troppi silenzi, c'è il dolore dell'uomo mai abbastanza sondato. A riportarla sulla scena la vertigine di quella esperienza è un prezioso, denso libello in versi di Rino Mele, saggista e poeta salernitano.
Mele, che pure ha studiato ogni dettaglio, ogni documento di quella storia, non ha nuove teorie da proporre, nuove responsabilità da additare. Nuovo è però il suo angolo di osservazione, il commosso, lucido pudore con cui si cala nel personaggio. Nelle membra più che nella testa o nel cuore. Partecipa alla sua sofferenza, restituendo a Moro il suo corpo. Condividendone la costrizione, cercando di intercettarne lo sguardo, a volte persino il respiro: l'aria soffocante che gli moltiplica impotenza ed affanno, l'incubo di quelle casse in cui lo sballottano da un nascondiglio all'altro, la scomoda, ristretta nudità della cella dove scrive il memoriale, ultima ribellione della sua intelligenza, il baule della Renault rossa dove si accuccia per l'esecuzione come in un ventre materno. Un presagio di bara. Costretto a vivere e rivivere più volte lo stesso appuntamento sempre più ravvicinato con l'ambigua assenza della morte. Un vuoto che solo la vera poesia può sondare.

25 febbraio 2002 - OMICIDIO DALLA CHIESA: PM CHIEDE ERGASTOLO PER BOSS MADONIA E GALATOLO
ANSA:
A quasi vent'anni dall' omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell' agente di scorta Domenico Russo, il pm Nico Gozzo ha chiesto la condanna all'ergastolo per i boss Nino Madonia e Vincenzo Galatolo, detenuti, giudicati con il rito abbreviato e ritenuti killer dell'agguato di via Carini. Il nuovo troncone di indagini e' nato dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che si sono accusati di aver partecipato all'eccidio, per i quali sono stati chiesti 15 anni. Con il rito ordinario e' tuttora in corso il processo ad altri due capimafia accusati dell'omicidio Dalla Chiesa, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, anch'essi detenuti. "Carlo  Alberto Dalla Chiesa e' stato catapultato in 'terra di Sicilia' nelle  condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volonta' statuale di porre fine al fenomeno mafioso, quindi Cosa Nostra ha ritenuto di poterlo colpire impunemente perche' impersonava soltanto se' stesso e non  gia', come avrebbe dovuto essere, l' autorita' dello Stato". E' uno dei brani della requisitoria del pm Nico Gozzo, pubblica accusa al processo per l' omicidio del generale Dalla Chiesa. "Dalla Chiesa - ha aggiunto il pm che esaminando i risultati di una complessa consulenza ha ricostruito in aula la dinamica dell' eccidio - era perfettamente consapevole di essere stato destinato in Sicilia nelle peggiori condizioni per potere assolvere il compito affidatogli, ma cio' non lo aveva indotto a tirarsi indietro". Il generale, dunque, secondo il pm, era consapevole delle difficolta' che avrebbe incontrato e " sapeva benissimo che, per rimuovere le cause profonde del potere mafioso, occorreva recidere i legami fra la mafia ed alcuni membri di partiti politici che in Palermo convivevano con l' espressione peggiore del suo attivismo mafioso". Nel corso della sua lunga requisitoria il magistrato ha poi citato brani del diario in cui dalla Chiesa in un colloquio immaginario con la moglie, morta, esprimeva tutti i dubbi e le pereplessita' sull' incarico affidatogli. "La morte del generale - ha concluso Gozzo - venne deliberata dai vertici di Cosa nostra nel corso di una riunione. Tutte le famiglie misero a disposizione del commando le armi".

8 marzo 2002 - PPI: CONGRESSO IN PIEDI AL RICORDO DI ALDO MORO
Al congresso del Ppi, quando il segretario Pierluigi Castagnetti ricorda Aldo Moro, i delegati si alzano applaudendo. Caloroso applauso anche per la figlia dello statista ucciso dalla Br, Maria Fida, presente in sala in prima fila. Alla fine del suo intervento, Castagnetti cita anche una frase di Aldo Moro: "Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell'avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori e ai tiranni; e' degli innovatori attenti, seri, senza retorica".

10 marzo 2002 - PELLEGRINO: LA BOMBA ? E' STATO UN CANE SCIOLTO
"La Repubblica" edizione di Bari
Giovanni Pellegrino parla di Berlusconi, stragi e girotondi
"La bomba? È stato un cane sciolto"
IGNAZIO MINERVA
"La guerra fredda si è trasferita in Italia. Nel mondo si è conclusa con la fine degli anni Ottanta: da noi nasce intorno alla metà degli anni Novanta e dura tuttora. Per responsabilità principale di Berlusconi che nel '94 ha riattivato nel corpo profondo del paese la rabbia contro il fantasma del comunismo: chi non è con lui è un comunista che mangia i bambini. Naturalmente tutto questo attiva un meccanismo di azionereazione: anche la sinistra con un'enfasi eccessiva si ritrova a parlare di "regime" e di "crisi della democrazia". E' la singolarità del clima politico italiano descritta dal senatore Giovanni Pellegrino, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi nella dodicesima e tredicesima legislatura, che sarà a Bari domani alle 17.30 nell'aula magna dell'Università per prender parte al dibattito su "Segreto di stato o segreti di San Macuto", con il senatore Vincenzo Manca, il rettore Giovanni Girone e Gianfranco Liberati, docente di Storia del diritto italiano nella facoltà di Giurisprudenza.
Lei illustrerà le tesi contenute nel libro Segreto di stato?
La commissione stragi ha fatto un grosso lavoro di scavo nel passato della Repubblica. Da questa esperienza è nato prima il mio libro e a pochi mesi di distanza "I segreti di San Macuto", quasi una risposta da parte di Manca. Sono due letture di un lavoro collettivo dal quale discende pure il volume di Gianni Cipriani "Lo stato invisibile". Penso che per un po' tutti coloro che si occuperanno di quel periodo non potranno prescindere dall'opera della commissione.
Quel passato può servire per interpretare i nuovi fenomeni?
Quelle categorie applicate oggi non ci permettono di capire il terrorismo e le patologie del presente. La storia invisibile del paese, per usare il termine di Cipriani, si analizza attraverso il filtro della storia visibile: ciò che avveniva sotterraneamente era il frutto della situazione palese, viziata da un'anomalia che non si è ancora risolta. Siamo l'unico paese al mondo in cui le accuse di fascismo e comunismo rimbalzano nella quotidianità dell'arena politica. La demonizzazione dell'avversario è un'abitudine diffusa: D'Alema e Casini sono estremamente impopolari all'interno dei loro schieramenti perché agiscono in controtendenza.
Lei definisce il terrorismo 'endemico'.
Il terrorismo attuale è il frutto della diseguaglianza del mondo. Un mondo diseguale produce il terrorismo internazionale; una società con grosse sacche di esclusione produce quello interno. Un fenomeno che si propone sia in termini globali, come per l'11 settembre, che in seno alle singole comunità nazionali: è il caso della bomba al Viminale.
Perché esclude che quell'ordigno sia, come dire, 'fatto in casa'?
Gli apparati hanno acquisito una certa autonomia rispetto al colore politico. Dal '94 a oggi tutte le forze parlamentari hanno conosciuto la situazione della maggioranza e dell'opposizione: questo rende più difficile che i corpi istituzionali vengano asserviti all'interesse di chi è al governo. Inoltre vediamo spesso vertici di apparati nominati da un governo che continuano con l'altro. L'ipotesi più probabile, invece, è quella di un 'cane sciolto': una risposta alla frase imprudente di Scajola che disse di aver autorizzato le forze dell'ordine a sparare sui dimostranti al G8.
Sulla copertina del suo libro due mani aprono una finestra sull'immagine di Moro. Un simbolo della centralità della vicenda?
A mio avviso l'intero periodo storico si riassume e si drammatizza nei quarantacinque giorni del sequestro Moro e gli aspetti politici del caso sono una chiave di lettura molto utile. Tutte le contraddizioni dell'Italia del dopoguerra si avviluppano l'una all'altra fino all'esito tragico. In quell'occasione, poi, la commissione ha fatto maggiori passi avanti rispetto agli accertamenti dei magistrati.
Due parole sul girotondo.
Anche il girotondo tutto sommato è figlio di questo clima: Berlusconi è riuscito a far risorgere il giustizialismo. Il collegamento tra la bomba e il Palavobis significa non capire chi l'ha messa e non volerlo scoprire: fa parte di un modo di parlare a vuoto, di strumentalizzare tutto contro ogni razionalità. Nella passata legislatura avevo un buon rapporto con Castelli che faceva parte della commissione stragi: lui si è detto dispiaciuto del fatto che io abbia parlato di 'depistaggio'. Gli ho scritto una lettera in cui dico che oggettivamente seguire queste piste non porta alla verità. In quanto alla manifestazione, sono favorevole. Purché sia un punto da cui ripartire e non si finisca, mano nella mano, nella 'politica del girotondo'.

12 marzo 2002 - UNO BIANCA: FAMILIARI VITTIME, NO A PERMESSI A KILLER
ANSA:
“Io credo nella giustizia, ma se dovessi vedere fuori da carcere uno dei killer con un permesso premio allora mi verrebbero molti dubbi su come funziona”. A commentare cosi' la notizia dei possibili permessi che dall' autunno prossimo potrebbero chiedere i banditi della “banda della Uno bianca”, che insanguino' tra la fine degli anni '80 e l' inizio dei '90 l' Emilia-Romagna e le Marche, e' Rosanna Zecchi, presidente dell' associazione familiari, vedova di Primo, ucciso a Bologna dalla banda perche' stava annotando il numero di targa di un' auto che stava fuggendo da una sanguinosa rapina della gang. Per ora una richiesta di permesso per motivi familiari e' stata presentata da Pietro Gugliotta, condannato a 20 anni, che non deve rispondere di omicidi. Da novembre tutti i killer della Uno - la banda era composta quasi per intero da poliziotti - avranno la possibilita' di presentare domanda di permesso premio. Sembra che Marino Occhipinti, condannato all' ergastolo per l' omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, stia preparando la documentazione per chiedere il permesso. In ogni modo tutte le richieste dovranno essere vagliate dal giudice di sorveglianza. La domanda di Gugliotta - come ha confermato il suo difensore, avv.Stefania Mannino - e' stata presentata mesi fa. Il giudice sta raccogliendo la documentazione necessaria per dare una risposta. “Comunque non credo che un giudice di sorveglianza possa dare un permesso a persone che hanno l' ergastolo per delitti cosi' gravi - aggiunge Rosanna Zecchi -. E anche nel caso di Gugliotta 20 anni sono tanti, non puo' pretendere di andare fuori dopo otto anni. Non si puo' scherzare, si parla di gente che ha fatto 24 morti e piu' di 100 feriti. So che tutti gli associati sono sul sentiero di guerra”. E anche Gennaro Mitilini, padre del carabiniere Mauro assassinato al Pilastro il 4 gennaio 91 insieme a due colleghi, spiega che “noi familiari non possiamo accettare che criminali di una ferocia inaudita possano beneficiare di sconti di pena. Se passa questo principio teso a liberare dei soggetti che hanno partecipato all' uccisione di ben 24 persone significa che  in Italia con pochi anni di reclusione si ha la licenza di uccidere”. “Questi criminali non scontano nemmeno un numero di anni pari a quello di quante persone hanno colpito – aggiunge Mitilini -  e si dimentica che l' inchiesta sulla banda della Uno bianca e' ancora avvolta da grandi misteri. Non si conoscono ancora i mandanti. Per non parlare del fatto che i componenti della banda erano poliziotti: la loro figura ex istituzionale dovrebbe rappresentare una aggravante. La loro liberta' rappresenterebbe uno schiaffo alla memoria delle vittime. I killer farebbero meglio a dire tutto cio' che sanno, continuando quel discorso fatto da uno di loro all' atto dell' arresto: 'voi non sapete cosa c' e' dietro la Uno bianca, il caso Moro...'”.

13 marzo 2002 – DIBATTITO SUL LIBRO DEL FRATELLO DI MORO
"Il Corriere della sera" edizione romana
"Storia di un delitto annunciato" raccontata dal fratello di Moro
"Storia di un delitto annunciato (Le ombre del caso Moro)" è il titolo del libro e della conferenza che Alfredo Carlo Moro, magistrato, fratello del presidente Aldo Moro, sequestrato e ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, tiene oggi per i "Mercoledì della Cattolica". Moro ripercorrerà i fatti di quel tragico avvenimento della storia politica italiana, analizzando ciò che è emerso nei vari processi penali e nelle molte inchieste parlamentari sul caso Moro. Molti gli interrogativi senza risposta. Faranno da traccia gli scritti di Moro dalla "prigione", interpretando l'azione censoria e manipolatoria dei sequestratori.

14 marzo 2002 - MORO: ANDREOTTI,FONDAMENTALE NON ESSERE SCESI A PATTI CON BR
Il senatore a vita Giulio Andreotti, intervenendo al convegno "Nel ricordo della scorta di Moro: i caduti di ieri e di oggi nelle istituzioni", organizzato dall' Unione nazionale mutilati per servizio (Unms) dice che "Se per salvare uno di noi fossimo scesi a patti con le Brigate Rosse, avremmo avuto un' involuzione grave". "In quel periodo - spiega Andreotti - il Pci abbandono' responsabilmente l' opposizione per trovare una linea d' intesa con il Governo, mentre c' era qualcuno troppo zelante che non credeva che potessimo salvarci dall' Unione Sovietica con metodi democratici".

22 marzo 2002 - DROGA: CHIESTA CONDANNA A 16 ANNI PER EX BR RENATO LONGO
ANSA:
Prima fiancheggiatore delle Brigate Rosse, poi confidente della polizia, infine spacciatore di hashish: per l' astigiano Renato Longo, che contribui' alla cattura di esponenti brigatisti del calibro di Fenzi e Moretti, oggi sono stati chiesti, a Torino, 16 anni di carcere per droga. L' uomo e' accusato dal pm Andrea Padalino di essere il coordinatore di una piccola banda che importava lo stupefacente dall' Olanda. Arrestato una prima volta nel 1972, a 19 anni, Longo si politicizzo' dopo aver conosciuto in carcere alcuni militanti dell' organizzazione; passato a collaborare con le forze dell' ordine, forni' loro - ha raccontato lui stesso al pm - informazioni preziose, ma quando passo' la stagione del terrorismo si ritrovo' «allo sbando, in quanto non era stato riconosciuto alcun valore alla mia collaborazione». Tornato nel 1989 ad Asti, dove e' piuttosto conosciuto per come anti-proibizionista e attivista del partito radicale (si era anche candidato alle ultime elezioni regionali) Longo venne fermato dalla squadra mobile nel gennaio del 2001. Da tre mesi si trova agli arresti domiciliari in casa di una parente: per il tribunale del riesame le sue condizioni psico-fisiche (soffre di «sindrome depressiva» - si legge nell' ordinanza - perche' e' convinto di «subire una carcerazione ingiusta») non erano piu' compatibili con il carcere. Il pm Padalino ha chiesto il ripristino della custodia cautelare in un penitenziario.

25 marzo 2002 - MORO: ACCAME, GLADIATORI CERCARONO CONTATTARE TERRORISTI M.O.
ANSA:
Un presunto «gladiatore» italiano - ma appartenente ad una «Stay behind» diversa da quella finora conosciuta - sarebbe stato incaricato dal governo dell'epoca di cercare contatti con terroristi mediorientali per ottenere informazioni utili ai fini della liberazione di Aldo Moro. Lo sostiene l'ex presidente della Commisisone Difesa della Camera, Falco Accame, che esibisce un documento datato 2 marzo 1978, intestato «Ministero della Difesa» e con oggetto l' autorizzazione ministeriale a un non meglio precisato agente «G-219» ad ottenere «informazioni di terzo grado e piu', se utili alla condotta di operazioni di ricerca e contatto con gruppi del terrorismo medio orientale al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'on. Aldo Moro». «Le relazioni tra le nostre Br e il terrorismo in Medio Oriente - sottolinea Accame - sono note da tempo. Pochissimo nota, invece, l'attivita' dei nostri agenti segreti armati all'estero, componenti la cosiddetta 'Gladio delle Centurie', costituita da alcune centinaia di militari con poteri di intervento fuori dai confini nazionali, che peraltro ha operato in Maghreb per la destituzione del presidente Burghiba». Con riferimento al documento del 2 marzo '78, l'ex presidente della Commissione Difesa spiega di averlo gia' inviato alla procura militare di Roma, che nei mesi scorsi aveva aperto un fascicolo sulla «Gladio delle centurie». Il documento - sostiene Accame - dovrebbe essere pubblicato prossimamente negli Usa, a corredo di un libro scritto da Antonino Arconte, un ex volontario della Marina, presunto 'gladiatore'. Proprio Arconte sarebbe stato incaricato di consegnare il documento con l'autorizzazione a cercare contatti con i terroristi mediorientali.

27 marzo 2002 - USCITO IN LIBRERIA "IL DELITTO INFINITO" SUL CASO MORO
E' uscito il libreria il nuovo libro "Il delitto infinito" di Silvio Bonfigli e Jacopo Sce,, edito da Kaos. Bonfigli e Sce sono due consulenti della commissione stragi che nel libro raccontano e analizzano tutte le nuove piste emerse durante il loro lavoro: la moto Honda dei presunti Peppo e Peppa presente in via Fani, il ruolo di Mario Moretti, il covo con box di via Gradoli, il prof. Cappelletti, l' ufficio del Sisde in via Caetani, il musicista russo Markevitch, l' avvocati di estrema sinistra collegato al ministero dell' Interno, la rete di fiancheggiatori nel ghetto ebraico romano, l' Oroscopone e la maga Ester su Metropoli, i dubbi su via Monte Nevoso.

4 aprile 2002 - MORTO IMBALSAMATORE SIGNORACCI
"Il Corriere della sera"
Era capostipite della famiglia di preparatori mortuari. Il direttore di Medicina legale: "Roma gli è grata"
Addio a Renato Signoracci, l'uomo che imbalsamò i Papi
Sul suo tavolo, in quel grigio edificio della "morgue" al piazzale del Verano, sono arrivati migliaia di cadaveri (40 mila, dice il figlio Massimo), a volte corpi irriconoscibili, offesi da colpi mortali, crivellati di pallottole, difficili da rimettere insieme. Morti da "morgue". Ma tutti sapevano che lì c'erano i Signoracci, i "preparatori dei morti", una famiglia di tecnici da obitorio che da oltre cent'anni si preoccupa di rendere l'ultimo atto di pietà ai defunti: ricomporli nonostante ferite e insulti vari. Lui, Renato, era l'ultimo dei grandi fratelli Signoracci, la terza generazione composta da Alfredo morto cinque anni fa e da Cesare scomparso tre anni fa. Ora è morto anche lui all'età di 78 anni, lasciando dietro di sé un figlio (Massimo), un paio di nipoti (Cesare ed Angelo), altri due bisnipoti (Arnaldo e Daniele). Muore Renato e il professor Paolo Arbarello, direttore dell'Istituto di medicina legale della Sapienza, dice commosso: "Roma deve molto a uno come lui e alla sua famiglia. Per anni i Signoracci, lavorando fianco a fianco con noi medici legali, hanno ridato forme familiari e accettabili alla morte, sempre violenta, a volte devastatrice. Ora spero solo che il Comune voglia riaprire il concorso per preparatori mortuari, un concorso che non si fa più da vent'anni".
I Signoracci. Difficile distinguere un fratello dall'altro. Molto spesso si scambiavano di ruolo, tra Alfredo, Cesare e Renato: chi stava in obitorio, chi incontrava i parenti e chi scriveva scartoffie. Ma tutti e tre erano pronti ad affrontare le imprese più difficili, come quando monsignor Noè li aveva convocati in Vaticano per imbalsamare Giovanni XXIII (il loro "capolavoro") e poi, con tecniche più leggere, anche Paolo VI e Giovanni Paolo I. I loro segreti, a base di formalina, risalivano ai capostipiti Giovanni e Cesare, che avevano avviato la "morgue" sull'Isola Tiberina, il posto in cui il giovane Renato aveva imparato a nuotare e ad esibirsi in acqua prima di mettersi a ricomporre morti.
Con lui la "morgue" si era trasferita prima in via dell'Università e poi, dal '68, sul piazzale del Verano. Da lì le sue sapienti mani avevano "trattato" i corpi del Gobbo del Quarticciolo e di Wilma Montesi, i morti del Comet precipitato al Terminillo e quelli di Villa Gordiani. Renato si era fatto una fama con casi celebri di cronaca come Annarella Bracci e Antonietta Longo, Wilma Montesi e poi la strage dei Casati Stampa, con la testa del conte maciullata da una fucilata, ma anche Luciano Re Cecconi fulminato da un gioielliere durante una rapina simulata per scherzo. Tra le sue mani sono passati re Faruk, Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro e ancor prima la sua scorta orribilmente mitragliata, le vittime del terrorismo, Vittorio Occorsio, Simonetta Cesaroni, Romolo Valli, Ettore Manni, Alfredino Rampi che il nipote Cesare era andato a raccogliere in fondo a quel maledetto pozzo un mese dopo la sciagurata diretta televisiva. A Renato non difettavano le battute. Anche crudeli. Una volta preparandosi ad affrontare il corpo di uno soprannominato er Mollica aveva detto: "Me sembra proprio un pezzo de pane".
Paolo Brogi

6 aprile 2002 - TERRORISMO: COSSIGA CRITICA ANDREOTTI
"Il Corriere della sera"
L'ex capo dello Stato: Andreotti sbaglia, non si paragonino i martiri cristiani ai fanatici
Cossiga: "Terrorismo giustificato? Così si assolvono le Br"
ROMA - "Ma così avremmo potuto salvare Aldo Moro", dice a un certo punto l'ex ministro dell'Interno che riprende il sopravvento sulle altre parti della sua identità politica, su quelle di ex presidente della Repubblica, di ex capo del governo e su quella di senatore a vita. Seduto su una poltrona di casa, Francesco Cossiga pronuncia queste parole mentre alle sue spalle si trova una fotografia del presidente della Dc prima che fosse ucciso dalle Brigate rosse. Una foto appoggiata da tanto tempo sulla libreria, vicino a una di Margaret Thatcher. "A Francesco Cossiga con vivissima riconoscenza e grande cordialità", scrisse a mano Moro, in basso, ignorando che per la "fermezza" contraria alla trattativa con i suoi rapitori il fotografato ci avrebbe rimesso la vita e al destinatario della dedica sarebbero diventati bianchi tutti i capelli. Quella pagina dolorosa riaffiora, e si impone nella conversazione che era cominciata parlando di Medio Oriente. Giulio Andreotti sostiene che se avesse vissuto cinquant'anni in un campo di rifugiati, come i palestinesi, avrebbe compiuto pure lui "atti estremi". Ha definito moralmente inaccettabile mettere sullo stesso piano "la povera ragazza che si immola" e "il miliardario Bin Laden". La pensa così anche lei?
Prima di rispondere alla domanda Cossiga ha ripercorso per oltre mezz'ora la storia della Terra Santa e ricordato la propria amicizia con i palestinesi. Poi arriva questa risposta, diretta all'altro senatore a vita proveniente dalla Dc che nel 1978 era presidente del Consiglio mentre lui dirigeva il Viminale: "Con la pratica del suicidio offensivo c'è stato un attacco a obiettivi civili israeliani: bimbi, giovani, donne, vecchi. La storia e la religione dovrebbero impedirci di paragonare ai martiri cristiani il fanatismo doloroso di una bambina sedicenne. I terroristi praticano il terrorismo per una giusta causa? Ma se dovessimo giustificare il terrorismo per la sua causa lo sa dove arriveremmo?".
Dica lei, che era ministro dell'Interno ai tempi della solidarietà nazionale.
"E allora perché Andreotti, Berlinguer, Ugo La Malfa e io abbiamo sostenuto la linea della fermezza, e abbiamo oggettivamente concorso all'assassinio di Moro, quando se avessimo riconosciuto, magari come errore, però come errore in buona fede, le ragioni delle Br avremmo potuto trattare con esse? Ma così avremmo potuto salvare Moro. Se la magistratura...".
Se la magistratura, senatore?
"Se la magistratura di un Paese democratico, qual è di certo l'Italia, ha incriminato Andreotti come sostenitore della mafia e mandante di omicidio fino a insistere nell'appello contro le assoluzioni, se ha arrestato un ministro come Antonio Gava definendolo colluso con la camorra, e se è vero che dietro le stragi di Bologna, Brescia e Piazza Fontana c'è la mano dei servizi segreti, quindi dei governi, siamo sicuri che non fosse giustificato il terrorismo delle Br?".
La tesi sulla ragazza non aiuta, secondo lei, a capire la situazione nella quale puntare a una tregua tra Israele e palestinesi?
"Per avere una tregua occorre non discettare di guerra giusta né di terrorismo ingiusto, né di guerra ingiusta né di terrorismo ingiustificabile. Il conflitto palestino-israeliano va affrontato in termini laici. Altrimenti è irrisolvibile, e nel dirlo faccio violenza alle mie convinzioni religiose. Bisogna porre fine allo scontro e basta. Solo una forza militare di interposizione, altro che osservatori disarmati, lo può fare".
Una forza formata da chi?
"Anzitutto dagli americani".
Maurizio Caprara

16 aprile 2002 - STRAGE BRESCIA: INTERROGATO GENERALE GEN. FRANCESCO DELFINO
ANSA:
Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, e' stato interrogato a Brescia nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia. L'atto istruttorio e' avvenuto ieri. Delfino, che e' iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di concorso in strage, e' stato interrogato per circa tre ore negli uffici decentrati della Procura. Da quanto si e' appreso l'alto ufficiale, che ai tempi della strage (il 28 maggio 1974) era comandante del nucleo operativo di Brescia e che svolse le indagini nel corso della prima inchiesta, aveva da tempo chiesto di essere sentito. Delfino e' stato interrogato la prima volta un mese e mezzo fa. Quello di ieri rappresenterebbe il completamento del precedente interrogatorio. E' stato interrogato da Roberto di Martino, il pm che con il collega Francesco Piantoni e' titolare dell'inchiesta ancora aperta sulla strage che provoco' in piazza della Loggia otto morti e piu' di cento feriti durante una manifestazione sindacale contro l'escalation del terrorismo.

17 aprile 2002 - GLADIO: I VERTICI  SAPEVANO DEL RAPIMENTO MORO PRIMA CHE ACCADESSE ?
"La Nuova Sardegna"
I vertici di Gladio sapevano che Moro
sarebbe stato rapito dai brigatisti
Un documento proverebbe che Stay Behind, due settimane prima dell'agguato di via Fani, aveva attivato i suoi agenti in Medio Oriente per trovare un contatto con i terroristi rossi italiani
di Piero Mannironi
ROMA. Nuovi fantasmi emergono da quell'abisso oscuro che è il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro. Dopo 24 anni, la tragedia umana e politica del presidente della Democrazia cristiana resta infatti una capitolo ancora dolorosamente aperto nella storia del nostro Paese. L'ultima clamorosa novità è che qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le Brigate Rosse volevano rapire Moro.
Ma nessuno impedì il sanguinoso agguato di via Fani. La notizia, per dire la verità, è emersa qualche anno fa dall'oceano del web, in un sito costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie, che aveva compiti operativi oltre confine: trecento uomini superaddestrati, che si muovevano all'interno delle strategie della Nato.
Arconte, sardo di Cabras, raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul sito http://www.geocities.com/Pentagon/4031. Arruolatosi nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per entrare nei corpi speciali dell'Esercito. Passò poi al Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della marineria mercantile.
Intervistato dalla Nuova nel novembre del 2000, Arconte disse: "Ho deciso di parlare, di raccontare chi sono veramente e cosa ho fatto per il mio Paese e per la democrazia, perché mi sento in pericolo. Molti, troppi, di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti e chi è stato perfino "suicidato". La verità è che ci vogliono cancellare, vogliono cancellare la nostra storia e fare in modo che di noi non resti più la memoria".
E proprio in quella lunga intervista, l'agente G.71 parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse Arconte: "Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d'Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c'era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c'era l'ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le Br, con l'obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro".
E qui, ecco il mistero: il documento è del 2 marzo '78 e viene consegnato a Beirut il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato.
Arconte non conosce i retroscena. "Per me è un mistero. Io dovevo solo effettuare la consegna. D'altra parte, il mio lavoro era quello di fare da istruttore militare. Addestravo "ribelli" e profughi in zone calde. Soprattutto in Africa".
Dopo le rivelazioni di G.71, la procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta, della quale, però, non si sa nulla.
Proprio in queste settimane, Arconte ha finito di scrivere un libro, pubblicato su internet da una casa editrice americana, al quale si può accedere attraverso il sito, costruito dall'agento segreto di Stay Behind.
E, rispetto alle cose già raccontate, la novità è che nell'e-book viene pubblicato il documento (che doveva essere distrutto immediatamente) proveniente dal ministero della Difesa e che Arconte consegnò al gladiatore G.219. All'operazione avrebbe dovuto sovrintendere il gladiatore G.216. Il primo è il colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, che venne trovato impiccato nella sua abitazione romana nel 1995. Una morte molto strana, archiviata come suicidio, ma che non ha mai convinto i familiari dello 007. G.216, invece, è il colonnello Stefano Giovannone, capocentro dei servizi segreti militari italiani in Medio Oriente. Giovannone, conosciuto tra le "barbe finte" come "Stefano D'Arabia" o come "Il Maestro", era, guarda caso, un uomo fidatissimo di Aldo Moro, del quale condivideva la linea filopalestinese. E dalla prigione delle Br Moro chiese l'aiuto di Giovannone. Scrivendo a Flaminio Piccoli (allora presidente dei deputati Dc), infatti, aveva chiesto di far "intervenire il colonnello Giovannone, che Cossiga stima". Nella missiva indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Erminio Pennacchini aveva poi scritto: "Vorrei che comunque Giovannone fosse su piazza".
E qualcosa Giovannone fece. Ma i risultati, purtroppo, arrivarono troppo tardi. Quattro giorni prima dell'uccisione di Moro, infatti, il leader palestinese Yasser Arfat dichiarò alle agenzie: "A nome del popolo e dei rivoluzionari palestinesi, e a nome mio personale, chiedo insistentemente ai rapitori di Aldo Moro di liberarlo perchè siano salvaguardate l'unità del popolo italiano, la democrazia in Italia, e perché la sua detenzione non possa essere utilizzata dai nemici della libertà, della pace e dell'umanità".
Sulla vicenda è intervenuto ieri l'ex presidente della commissione Difesa della Camera, Falco Accame. "Moro e la scorta si potevano salvare, ci sono nuovi documenti che mettono sotto una nuova luce la questione del rapimento del presidente della Dc - ha detto -. Perchè, viene da chiedersi, la X divisione non avvertì l'onorevole Moro e le forze dell'ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta? Una domanda quasi incredibile, surreale, da non credere, se non emergesse da un documento a "distruzione immediata" che però non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge come da un profondo abisso".
Dell'esistenza del documento, è stato informato il procuratore militare di Roma Intelisano.

18 aprile 2002 – TERROSISMO: POLEMICA TRA JOVANOTTI E VALERIO MORUCCI
"Il Mattino"
POLEMICA A DISTANZA CON MORUCCI
Jovanotti in tour con un inno anti-terrorismo
Andrea Spinelli
Ancona. Tra gli anni di piombo e il Medio Oriente, tra la stella a cinque punte brigatista e quella a sei cuspidi israeliana, lo spettacolo con cui Jovanotti (nella foto qui sotto) ha debuttato ieri al Palarossini di Ancona attraversa questi nostri anni inquieti mettendo a nudo ferite non rimarginate dal tempo. Valerio Morucci protesta col rapper e l'accusa di "cattivo gusto" per l'utilizzo dal palco della telefonata al professor Franco Tritto in cui annunciava l'abbandono del corpo di Aldo Moro in via Caetani, ma davanti alla recrudescenza della minaccia terroristica paventata dall'omicidio Biagi Lorenzo non vuole tacere e recupera a distanza di otto anni "Mario" in cui raccontava il suo primo confronto con la follia eversiva delle P38 attraverso le parole del padre, Mario Cherubini: "Il terrorismo", spiega, "è la peggior cosa che possa succedere a una democrazia. E per me tutto il terrorismo per me ha una continuità, perchè si riconosce nell' idea che si possa sparare a qualcuno e credere che in questo modo si possa ottenere un risultato politico".
"Mario" diventa così un inno contro la follia terrorista, quella che uccise Moro come quella che ha ucciso Biagi: Jovanotti la canta da solo al centro del palco, con due lame di luce bianca che gli tagliano il viso e il piano di Giovanni Allevi per sottofondo. Dopo la voce di Morucci arriva quella di Pertini, il presidente partigiano, che sottolinea che "il terrorismo non si combatte solo col coraggio e le forze dell'ordine, ma facendo più giusta la società italiana". Insomma Lorenzo dice qualcosa di sinistra, ma lancia anche un messaggio di unità in un'Italia sin troppo divisa. Una maniera anche questa per "resistere, resistere, resistere".
E dagli archivi Rai lo spettacolo atteso sabato al Palamaggiò di Caserta lo show attinge pure i versi declamati da Neruda, le riflessioni sulla forza mediatica della tv di Pasolini, l'inno all'amore di Papa Giovanni XXIII. "Ho registrato su un cd una ventina di documenti che utilizzerò di volta in volta a seconda delle canzoni e degli umori della serata", spiega Jovanotti che, introducendo "La vita vale" recita pure Shakespeare concludendo il suo excursus nell' "Amleto".
Attraversando in diagonale funky e dance, rock e bossa, pure la musica affastella citazioni, che vanno dalla "Oye como va" di Tito Puente all'"Inno alla gioia" di Beethoven, dalla "Bollicine" di Vasco a "We are a family"" delle Sisters Sledge o a "Get up stand up" di Bob Marley. Il tutto con la forza propulsiva di una band sovralimentata in cui, oltre a veterani come il bassista Saturnino e il batterista Pier Foschi, svettano nuovi arrivati come Riccardo Onori alla chitarra, Stefano Cecere alle tastiere e Giovanni Allevi al pianoforte. E poi una sezione di fiati, tre coriste inglesi, le percussioni bahiane di Peu Meurray e Boghan Costa (suggeriti a Lorenzo da Carlinhos Brown) e quelle cubane di Ernesttico Guzman completano il quadro.
Di tutto di più, dal rock strapaesano e nostalgico di Celentano alla musica d'insieme di George Russel o di Carla Bley, con qualche incertezza, qualche momento ancora da rodare, una coppia di ballerini che valzereggia durante "Ti sposerò" e sette pannelli luminosi che compongono nomi e simboli, dando vita nel finale ad un abbacinante muro di luce: i 140 milioni di costo dello spettacolo si vedono tutti.
 

19 aprile 2002 - QUANDO MANCINI NASCOSE PIPERNO
"L' Espresso"
RITRATTI / IL LATO SEGRETO DEL LEADER SOCIALISTA
Quando Mancini nascose Piperno
Negli anni Settanta ospitò il ricercato. Che dopo la sua morte lo ha celebrato in pubblico
di Stefania Rossini
Provate a immaginare un leader politico di grande prestigio, parlamentare in carica da trent'anni, più volte ministro e segretario di partito, che apre di notte il portone di casa a uno dei ricercati più famosi del momento. Immaginate il sollievo del ricercato, indicato sulle prime pagine dei giornali come uno degli assassini di Aldo Moro, mentre trova rifugio in quell'elegante e sicuro appartamento romano. Ma considerate anche la fermezza dell'ospite, incurante delle conseguenze che la scoperta del suo gesto potrebbe procurargli. I due, che prima di quella notte del 1979 si conoscevano appena, sono l'onorevole Giacomo Mancini e il fisico Franco Piperno, che sta passando il momento più brutto della sua storia di rivoltoso.
Vent'anni più tardi, ai funerali del vecchio leader celebrati mercoledì scorso nella piazza comunale di Cosenza, è stato proprio l'ex rivoluzionario, da tempo assessore alla polizia municipale, a tenere una delle orazioni funebri più commosse in onore dell'amico sindaco.
Svelare oggi uno degli episodi minori della coerente vita di garantista di Giacomo Mancini, non aggiunge molto alla straordinaria biografia di uno spirito libero. Ma colma una lacuna stranamente presente in tutte le commemorazioni di questi giorni, e dà una lente in più per rileggere il suo impegno di socialista in tempi in cui schierarsi fuori dal coro non era poi così facile. Quello che più tardi D'Alema avrebbe chiamato "patriarca della democrazia" fu infatti persino incriminato per associazione sovversiva e banda armata: troppo amico dei nuovi movimenti, troppo incuriosito dalle diversità che crescevano nell'alveo della sinistra. Il primo ad alzare il dito verso di lui era stato Ugo Pecchioli (che Mancini chiamava con divertimento "il nostro Beria", dal nome del capo della polizia politica sovietica) con un famoso editoriale su "l'Unità" dal titolo "Domande al compagno Mancini".
L'accusato rispose da par suo. A Pecchioli ricordò che la sinistra muore se non sa distinguere tra condanna dei gesti e comprensione dei movimenti; ai giudici romani impose orgogliosamente la sua qualifica di ex ministro della Sanità e dei Lavori pubblici. Pretese di essere giudicato dalla Commissione inquirente che, imbarazzatissima, lo prosciolse con rapidità dal ridicolo addebito di essere il grande vecchio del terrorismo.
Intanto aveva continuato ad aiutare di tasca propria i fuoriusciti, facendo ogni tanto arrivare a Parigi qualche centinaio di migliaia di lire, mentre riceveva in casa sua alcuni di quelli che erano rimasti in Italia. Li invitava ogni tanto a colazione per farsi spiegare meglio, per capire come fosse potuto accadere che una generazione così appassionata avesse bruciato il proprio futuro politico. Essere ascoltati da Giacomo Mancini, con il rispetto laico per l'esperienza altrui, essere addirittura chiamati a dare consigli e interpretazioni sul mondo che cambiava, restituiva a quei rivoltosi sconfitti la dignità della propria storia.
Mancini fu davvero il grande vecchio degli anni Settanta. Per il rispetto che lo circondò e per l'affetto che quei ragazzi, ormai anche loro invecchiati, hanno continuato a portargli.

21 aprile 2002 - "AMERICA OGGI" SU ARCONTE
OGGI7 - Magazine Supplemento della Domenica di America Oggi
G71: L'ULTIMA MISSIONE PER LA VERITA'
Nino Arconte, il gladiatore "dimenticato" dallo Stato italiano parla del documento segreto del Ministero della Difesa che nel marzo del '78 lui portò a Beirut e in cui faceva riferimento al rapimento di ALdo Moro alcuni giorni prima che avvenisse...
di Stefano Vaccara
G71? E che cos'è? Che vuol dire questa sigla? Eppure qualcuno di voi lettori dovrebbe ricordare questo codice segreto di risconoscimento militare, dato che siete stati voi i primi a leggere, il 26 luglio del 1998,  la storia del gladiatore Nino Arconte, appartenente alla "Seconda Centuria Lupi" della Gladio italiana e che negli anni Settanta e Ottanta era arruolato nelle forze segrete della Nato "Stay Behind" con appunto il nome in codice di G71 VO 155 M (Gladiatore, anno addestramento 1971, Marina Militare, Volontario numero 155).
Già quando quattro anni fa dedicammo la copertina e altre quattro pagine del magazine di America Oggi alla storia di G71, eravamo certi di avere pubblicato un servizio "bomba". Le dichiarazioni di Arconte erano talmente forti che eravamo sicuri che avrebbero provocato molto rumore. Invece allora nessun politico fiatò, nessun giornale italiano riprese una riga.
G71 lo avevamo incontrato nel '98 in un afoso pomeriggio estivo a Manhattan. Ci aveva raccontato, mostrandoci decine di documenti, quello che aveva appena finito di dire all'Fbi, cioè la sua storia di appartenente ai servizi militari segreti italiani, un soldato poi "cancellato" dallo Stato italiano. Dopo decine di missioni all'estero, secondo il governo italiano G71 non era mai esistito. Nell'estate del '98 Arconte, sardo, 44 anni, sposato e allora padre di un bambino (due anni fa ha avuto anche una figlia), dopo che negli anni precedenti aveva visto molti dei suoi commilitoni scomparire  in circostanze "strane" ("sono stati suicidati", disse), temeva per la sua incolumità e per quella della sua famiglia. Era venuto quindi negli Stati Uniti per chiedere asilo politico e consegnare dei documenti alle Nazioni Unite. Dopo aver riempito moduli ed avere risposto, durante un interrogatorio, a molte domande delle autorità americane, Arconte aveva deciso che prima di tornare in Italia doveva raccontare la sua storia al giornale italiano in America. "Credo che il mio sito internet e il vostro articolo mi abbiano salvato la vita", ci scrisse poi Arconte con il quale in questi anni abbiamo mantenuto una corrispondenza via email.
Nel '98 Arconte ci disse che l'Italia aveva cancellato i gladiatori come lui "per coprire i suoi misteri". E ne elencò alcuni rivelando la sua verità: la strage di Bologna? Era Gheddafi il responsabile, una vendetta libica anche per la protezione che l'Italia aveva formalmente accordato a Malta (proprio nel giorno che esplose la bomba, il governo stava firmando quell'intesa militare a La Valletta....), l'attentato al Papa era opera della Stasi, e il capo delle guardie vaticane era stato eliminato con il "modulo Kennedy". Poi parlò anche della serie di "finti suicidi", indicando come tali anche quelli, in piena Tangentopoli, di Gabriele Cagliari e Raul Gardini, rivelando che quest'ultimo sarebbe stato un "gladiatore civile" con il quale G71 aveva anche svolto delle missioni.
Poi Arconte in quella lunga intervista toccò la "madre di tutti i misteri" d'Italia, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, descrivendoci un'ombra lunga del Kgb che avrebbe manipolato le Brigate Rosse. Però non andò oltre, G71 non ci descrisse quello che dirà dopo su una sua missione a Beirut e non ci mostrò quel documento segreto del Ministero della Difesa che invece apparirà circa due anni dopo e che finalmente "sveglia" la stampa italiana che comincerà a prestare un po' d'attenzione alla sua vicenda.
Nel '98, mantenendo una buona dose di scetticismo e mettendo in guardia i nostri lettori, pubblicammo la sua storia. Ma dopo quell'articolo ci sembrò molto strano quel silenzio assordante da parte dei media (tutti) italiani, nemmeno un lancio d'agenzia riportò che a New York era uscito un lungo articolo sui "misteri italiani" raccontati da un uomo che affermava di essere un ex gladiatore. Al giornale arrivò solo la telefonata di uno dei "portavoci ufficiali" di Gladio, che ci tenne a smentire Arconte: "Non appartiene a noi".
Poi finalmente, a distanza di due anni da quella intervista, il caso Arconte rompe il muro del silenzio in Italia. Alcuni giornali si occuparono della sua vicenda (La Nuova Sardegna e Il Tempo tra  i primi, poi anche una serie di avvincenti articoli della rivista GQ Italia a firma di Marco Gregoretti).
Nel novembre del 2000 partì una interrogazione parlamentare del senatore Giovanni Russo Spena al governo sulla possibile esistenza di altri gladiatori oltre alla famosa lista di 622 già resa nota da un precedente governo (Andreotti). Le allora risposte evasive del ministro della Difesa Sergio Mattarella non convinsero  né il senatore Russo Spena né (per fortuna) quegli organi di stampa che continuano a fare domande a G71.
Nel dicembre del 2000 esce quindi la storia del documento top secret che Nino Arconte aveva avuto il compito di consegnare a Beirut ad un altro gladiatore. Di quel documento, che dopo essere stato consegnato e letto doveva essere distrutto, invece ne è rimasta una copia in mano di Arconte, ed è una bomba: in quella missiva segreta dei servizi militari del Ministero della Difesa c'erano istruzioni per avviare contatti con le organizzazioni palestinesi in Libano per aiutare le autorità italiane ad aprire contatti con le Brigate Rosse. Ma c'è un particolare che rende quel documento appunto una bomba, la data: 2 marzo 1978, mentre il rapimento di Via Fani avviene il 16 marzo! Secondo quel documento, almeno qualcuno nei servizi militari italiani sapeva in anticipo che Moro sarebbe stato rapito.
"Moro e la scorta si potevano salvare", ci sono "nuovi documenti" che pongono sotto nuova   luce la questione del rapimento del presidente della Dc, ha ribadito questa settimana l'ex ammiraglio Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera. "In un documento (numero di repertorio 122627), autenticato dal notaio Pietro Angozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978, e cioè 14 giorni prima del rapimento dell' on.Moro e dell' uccisione della scorta, la X divisione S.B. (Stay Behind) della direzione del personale del ministero della Marina, a firma del capitano di vascello, capo della divisione  stessa, inviava un agente (G71), appartenente alla Gladio 'Stay Behind' (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M)  a Beirut, per consegnare documenti all' agente G219, ivi dislocato, dipendente dal capocentro G216, cioè il colonnello Stefano Giovannone affinché prendesse contatti con i movimenti  di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione dell' on.Moro".
"Perché, viene da chiedersi, la X divisione non avvertì-  afferma Accame - l'on.Moro e le forze dell' ordine il 2 marzo?  Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta?". "Una domanda quasi incredibile, surreale, da  non credere, se non emergesse da un documento a 'distruzione  immediata' che però non venne distrutto dal latore, e che ora  riemerge come da un profondo abisso." conclude Accame in un lancio di agenzia dell'Ansa.
Ora dell' esistenza di questo documento, Accame ha informato già il procuratore militare della  Repubblica dott.Intelisano. Questo documento che noi pubblichiamo, con molti altri, è ora riportato in un "e-book" di una casa editrice americana digitale, libro scritto appunto dal "gladiatore" G71 che portò il documento a Beirut. Il libro di Arconte è intitolato "L'ultima Missione: G-71 e la verità negata quando tutto è menzogna, dire la verità è un atto...rivoluzionario!". Per chiunque volesse leggerlo, si colleghi con il sito il sito.... dove eventualmente può anche acquistare una copia cartacea della storia delle missioni di G-71.
Ad Arconte abbiamo chiesto, via email, come mai ancora possiede  quel documento che doveva essere distrutto alla sua consegna. Come faceva a conoscerne il contenuto se il documento era sigillato? Per farne una copia lo ha dovuto aprire prima, ha quindi disubbidito agli ordini? E perché non ne parlò nella nostra intervista del '98. Ecco la risposta.
"Intanto trovi tutto a pagina  75 del libro appendice all'Ultima Missione dove sono classificati tutti i documenti e spedirtelo come ebook mi è impossibile. Consegnai al destinatario, indicato in quel documento come G-219, l'intero plico ancora sigillato nella mia cabina a bordo del JumboEmme dove lo avevo condotto dopo l'identificazione (Beirut era in guerra, anche se c'era appena stato un cessate il fuoco si sparava lo stesso) io stavo rimettendo a posto la spalliera del divanetto che avevo modificato per nasconderci documenti e quant'altro ad evitare ispezioni all'arrivo e alla partenza dai porti che toccavavamo e così senza volerlo l'occhio mi finì sulla scrivania dove Ferraro (era lui G-219, un commilitone di Arconte poi morto in circostanze "strane") stava controllando il contenuto, vedevo i soliti passaporti Italiani già compilati e mancanti solo della fotografia ed un ordine su carta intestata della Marina Militare a sfondo filigranato in azzurro, come solo gli ordini di una particolare importanza usavano. Un paio di minuti dopo Ferraro dovette correre al gabinetto (un po' di dissenteria era normale da quelle parti, spesso era l'acqua a provocarla) ed io ne approfittai per provare una cinepresa che avevo acquistato prima di partire (all'epoca erano a rullino) così, per provare lo zoom, misi a fuoco vari punti della cabina, tra cui quelle carte sparse. Non era mia intenzione farlo, anche perchè allora non capivo l'importanza di ciò che avevo letto. Quando Ferraro rientrò in cabina avevo già rimesso tutto nella custodia e molti anni dopo, rivedendo quei documenti ne realizzai l'importanza. Con una scheda grafica Voodoo potei trasferirlo attraverso la pellicola sul PC in formato digitale e quando ne parlai con G-219 che rividi insieme a Tano (un altro gladiatore), dopo i fatti del Lucina (sette sgozzati a Djen Djen in Algeria a cui lui scampò per caso) disse che lui se n'era accorto molto prima di me della stranezza di quegli ordini ed infatti non l'aveva distrutta, ma non voleva unirsi a me in ciò che stavo facendo alla Corte Europea e pubblicamente nei limiti dellle mie possibilità. Pochi mesi dopo disse ad un giornalista del TG3 che aveva strani ordini ricevuti a Beirut e lasciava intendere che voleva renderli pubblici. Ci incontrammo a Olbia verso fine giugno, primi di luglio '95 e  me la consegnò con la promessa che l'avrei custodita e tenuta a suadisposizione. Accettai pensando di riuscire a convincerlo a dire la sua nelle sedi di giustizia. Aspettavo sue notizie quando lessi, un paio di settimane dopo, che si sarebbe suicidato sdraiandosi nel suo bagno a Roma  e impiccandosi alla maniglia della porta del suo bagno! Così quell'ordinanza Ministeriale è rimasta a me che ne ero il destinatario numero 1, nel senso che fungevo, in quell'operazione, da portaordini. Ho avuto l'impressione che G-219 volesse usarla, o forse ci aveva solo pensato, come arma di ricatto verso qualcuno...  Aprendo e leggendone il contenuto, avrei dissubidito agli ordini? Si, ma senza intenzione perchè non l'ho aperto io, ma il destinatario."
Ma Perché ne conservasti una copia? Lo avevi fatto anche con altri documenti segreti che dovevano essere invece distrutti?
"Sono stato solo distratto, altrimenti li avrei salvati tutti. Ma avrei dovuto prevedere che razza di riconoscimento avrei avuto dallo Stato e se ne avessi avuto sentore di quel che si preparava non sarei certo rimasto in servizio a farmi usare come carne da cannone! Mio Padre Augusto, ex Carabiniere a Cavallo li aveva ritrovati tra i miei bagagli ai miei rientri a casa e, come suo solito li archiviava tra le sue carte, ma solo per custodirle diligentemente. Alla sua morte, il 20 agosto 1993, tra le sue vecchie carte ritrovai persino il mio album ricordo della Scuola SAS di Viterbo. Senza quell'album, i lazzaroni avrebbero convinto persino me che mi ero sognato tutto... La stessa cosa dicasi per gli altri ordini a "distruzione immediata" che non distrussi, ma non ci fu alcuna intenzionalita in questo; vivevo anni e situazioni davvero travolgenti e credevo di averli distrutti, quasi sempre col fuoco, a volte buttandoli a mare in navigazione. Fu una sorpresa per me rivederli apparire nelle cartelle di Babbo Augusto. Dio è con me, te lo scritto diverse volte!".
Ma perché, qui a New York, parlando con me del caso Moro nell'estate del '98 non facesti cenno sull'esistenza di quel documento?
"Nemmeno nel sito ho scritto niente di quella storia... Calcolo! Ogni cosa a suo tempo, ne scrissi solo alla Corte Europea nella procedura di ricorso 22873/93, ma perchè erano vincolati al segreto. Mi limitai a scrivere quello che pensavo dell'assassinio Moro e che "secondo me"  fu un Golpe... Facendo anche dei paragoni con quell'altro assassinio politico del Presidente Kennedy, anche lui cattolico liberale, come Moro e Ngò Dhin Dhiem Presidente del Vietnam del Sud: tutti morti nello stesso modo, sempre secondo me!"
A proposito di Brigate Rosse. Cosa pensi del recente "suicidio" di Michele Landi, il tecnico che ha collaborato con le indagini sull'omicidio D'Antona?
"Mi hanno appena fatto un intervista radio di una mezz'ora su quel caso, per ripeterti tutto ci vorrebbe altrettanto. Mi hanno detto che la metteranno anche nel loro sito internet www.radiobase.net. In ogni caso è un "suicidato", non c'è alcun dubbio e quello che mi ha davvero fatto una pessima impressione è che il Ministro Scajola abbia fatto quella dichiarazione pubblica con la quale affermava senza dubbi che si trattava di suicidio. Perchè? Brevemente ti posso dire quello che qualsiasi investigatore, appena meritevole della sufficienza, userebbe per escludere il suicidio: non si drogava, non era depresso, non aveva vizi, aveva una vita sentimentale soddisfacente, molti amici sinceri, nessun problema economico, una buona condizione di salute, era appena rientrato da una nottata in discoteca con gli amici, aveva lasciato la sua moto fuori dal garage perchè dopo poche ore doveva andare all'università e all'improvviso cosa fa? Prende una fune da alpinista blu e rossa, un intero rotolo da 30 metri, lo passa sulle scale che portano alla zona notte  e ne usa un metro e mezzo per impiccarsi...Come per l'ex gladiatore Ferraro, però, è troppo in basso per potersi impiccare ed allora cosa fa? Si inginocchia sul divano del salotto e così si impicca, stando in ginocchio sul divano e così lo trovano. Sul collo però hanno trovato fili di corda bianca e quella usata per impiccarsi non ne ha. Dunque? Suicidio? Ma perchè? Io penso che come per Ferraro, ma anche Gardini e Cagliari ed altri, arrivarono all'improvviso in tre, due lo tennero ed uno passò un laccio intorno al collo stringendolo con forza un paio di minuti. Non serv di più. Poi c'è stata la simulazione del suicidio. Fatto male, come sempre, ma tanto la perfezione in Italia non serve". Ma secondo te, come in passato, ci sarebbe sempre qualcuno altro dietro le BR?
"Gli stessi che c'erano e ci sono dietro tutti i gruppi terroristici, coloro che li finanziano! Non ho dubbi che allora dietro c'era Mosca ed il KGB, ma anche i satelliti di Mosca Mediorientali e NordAfricani e, quelli, non sono scomparsi nel nulla, sono ancora là, più ricchi e potenti che mai!
Sempre nemici della Democrazia. Io lo so chi sono e te li indicai da subito dopo la strage dell'11 settembre, ora ci stanno arrivando tutti, ma sempre troppo tardi... Anche quello che sta avvenendo in Palestina ha lo scopo di fermare il bombardamento dei veri santuari. L'Afghanistan era solo la lepre o lo specchietto per le allodole. Non se ne fanno niente e se lo riprendono quando vogliono."
Sei stato a lungo in Medio Oriente in missioni segrete. Perché i servizi occidentali non sono riusciti a prevedere l'11 settembre? O, come è successo per Moro, qualcuno sapeva già ma ha preferito tacere? E perché?
"Perchè non ci sono più servizi in Occidente, non come dovrebbero essere almeno. Credevo che la cosa riguardasse solo l'Italia a furia di scandali, inchieste e persecuzioni, ma ho visto con sgomento che riguarda anche l'America e non solo. Io lo dissi durante le interviste con l'Fbi a New York che dovevano aspettarsi un attacco senza precedenti, era in preparazione da anni. Ma le  mie rivelazioni e i miei avvertimenti non sono serviti. Trovi tutta la storia nei dettagli sul libro. Per sapere cosa succede occorre stare sulle strade, nei vicoli, nelle Casbah non negli uffici. Servono anche gli impiegati, ma quello del controspionaggio è un lavoro di strada".
*Una
lunga intervista con Nino Arconte che copre altri inquietanti aspetti sui segreti del terrorismo internazionale, potete trovarla nel sito internet della rivista GQ Italia  (www.gqonline.it), in un articolo appena uscito a firma di Marco Gregoretti.

21 aprile 2002 - INTERVISTA TINA ANSELMI
"La Tribuna di Treviso"
Anselmi difende il sindacato e chiede più rispetto per l'opposizione
Tina resiste ancora
"Il Paese ha preso la strada sbagliata"
Biagi: "Su di lui sono state dette cose sbagliate"
di Giorgio Sbrissa
Sono passati quasi 60 anni. Generazioni sono nate e invecchiate dopo di allora. Eppure il 25 aprile si festeggia ancora la Liberazione. Eppure si celebrano ancora gli eroismi e si onorano i caduti. Eppure la Resistenza, la Repubblica di Salò, i ragazzi delle brigate nere, i partigiani fanno ancora discutere e litigare, mentre il revisionismo storico ormai li pone sullo stesso piano.
"Sì, ma quando, ragazzina di 17 anni, io ho visto impiccare a Bassano i partigiani rastrellati sul Grappa sono diventata partigiana perché ho creduto giusto cambiare le cose, affinché quanto stavo vedendo non si dovesse più ripetere. Loro, i ragazzi della Rsi, avallarono quelle stragi, vi parteciparono per perpetuare il peggio del fascismo e del nazismo. Io arrivo quasi a capire chi era fascista prima dell'8 settembre. Ma non chi lo è stato dopo, perché era chiaro cosa stava succedendo. Già si vedevano i carri bestiame piombati carichi di gente che implorava un po' d'acqua quando i convogli si fermavano. Gente che non tornava più indietro. Si commisero atrocità inaudite e quei ragazzi stavano con chi le commetteva".
Ora qualcuno chiede scusa, com'è successo a Marzabotto.
"Ci andai con Dossetti. Dovrebbe essere un pellegrinaggio obbligatorio per tutti, per capire prima di parlare".
Ma la Resistenza fu o meno una guerra civile, prima contro i fascisti e poi tra partigiani bianchi e rossi?
"Io ho combattuto nel mio piccolo, da staffetta, una guerra di liberazione. Non ho mai avuto la sensazione di una guerra per bande. E non è un caso se a Castelfranco non si sono verificati epidosi che purtroppo si sono visti altrove, anche a Treviso (Cartiera di Mignagola, Brandolini, Valdobbiadene, ndr). Ricordo che Gino Sartor, che era il nostro comandante militare, chiarì subito che l'adesione ai partiti l'avremmo fatta a liberazione avvenuta. E così avvenne".
Per la verità una strage ci fu, a Castello di Godego, dove vennero fucilate 150 persone.
"Un tragico errore. C'era una colonna di sbandati che da Padova fuggiva verso nord. Furono presi a fucilate a S. Anna Morosina. La reazione non poteva che essere automatica. Noi ci comportammo diversamente. Al nemico che fugge ponti d'oro. E poi i tedeschi sarebbero stati imbottigliati in montagna. Anche a Castelfranco ci furono delle vittime negli ultimi giorni di guerra, penso al fratello di Sandro Pasqualetto, a Pomini, al giovane Venezze. La foga e il desiderio di partecipare hanno fatto molte vittime. Ma se qui non ci furono poi feroci rappresaglie ciò avvenne anche perché non volevamo metterci sullo stesso piano dei nostri nemici fascisti e nazisti. Anche per questo non accetto i revisionismi che equiparano partigiani e fascisti".
Lei ha fatto parte della commissione parlamentare sui beni confiscati agli ebrei.
"Non ho mai capito perché Mussolini promulgò le leggi razziali. Hitler perseguiva la sua follia sulla razza ariana, ma noi cosa c'entravamo? E poi nessuno ce l'aveva chiesto. E anche qui, adesso che si parla di ritorni illustri, ci sarebbe da puntualizzare qualcosa. Il re non bloccò quelle leggi, com'era in suo potere. In Bulgaria la monarchia si rifiutò di controfirmare le leggi razziali e non si verificarono le persecuzioni che in Italia ci sono state. L'Italia si è comporatata molto male con il popolo ebraico, credo che almeno le scuse i Savoia dovrebbero scomodarsi a porgerle, oltre a pubblicare interviste che non hanno contribuito a chiarire qual è il giudizio che danno su queste vicende".
Perché è ancora importante?
"Per non perpetuare equivoci. La regina madre non scappò da Londra bombardata, volle rimanere con il suo popolo. I nostri monarchi allora si comportarono molto diversamente".
Cosa stabilì la Commissione da lei presieduta?
"Che anche in Italia gli ebrei vennero spogliati della loro dignità, che è peggio che spogliarli della vita, come scrisse Levi. Ho trovato decreti di confisca di questo tenore: "pantofole da donna con tacchi consumati"; "spazzolino da denti per bambino"; ma anche assicurazioni che non hanno mai pagato il dovuto, sequestri di case e mobili, insomma l'evidente depredamento di tutti i beni oltre al progressivo degradamento di questo popolo".
Lei fu presidente anche della commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2. E' vero che l'affidarono a lei perché non potevano fidarsi di alcun uomo?
"No. Era stato difficile trovare una persona che accettasse l'incarico. Alcuni rifiutarono, altri non avevano un consenso sufficiente per assumerlo. Fu Nilde Jotti a propormelo, rendendomi chiare le difficoltà. Mi ricordo che un giorno Craxi, allora primo ministro, fece una dichiarazione in cui ne chiedeva lo scioglimento, accusandoci di aver sollevato un inutile polverone. Fui convocata da Pertini in Quirinale che, in mia presenza, chiamò i presidenti delle camere, Jotti e Fanfani, chiedendo loro un comunicato di solidarietà e di difesa dell'autonomia della commissione, sostenendo che la commissione era parlamentare e non governativa e avrebbe continuato perciò il suo lavoro fino alla fine. Allora un grande ruolo di sentinella lo svolse la stampa italiana".
E cosa stabilì la commissione?
"Che la loggia era segreta e quindi violava principi costituzionali. Che affiliava politici, imprenditori, giornalisti e militari e ciò comportava la difficoltà per le istituzioni di difendersi, mettendo in discussione la democrazia e lo stato. Oltre a stabilire l'autenticità delle famose liste. Ricordo che il ministro dell'Interno, allora era Oscar Luigi Scalfaro, sposò in pieno le nostre conclusioni".
Si stavano davvero impossessando del potere?
"Indubbiamente la presenza di affiliati alla loggia P2 nelle istituzioni e nei centri di potere rappresentava un pericolo per la democrazia".
Nel nostro Paese pare stia rinascendo il conflitto sociale, assieme al terrorismo. Il cui snodo, ancora una volta è il lavoro. Lei è stata ministro negli anni '70, in pieno clima terroristico.
"Allora c'era anche un'inflazione a due cifre e una crisi occupazionale. La situazione non è paragonabile".
Attorno a Biagi ci sono strumentalizzazioni?
"Non lo so. Ma non si dice tutto su di lui. Biagi non era contro il sindacato e la concertazione. Esistono suoi scritti in cui pone chiaramente alcuni interrogativi. Anche il Libro bianco prevede che siano i tre protagonisti a concordare la riforma del lavoro, negarlo significa non avere cultura del lavoro. Ma è evidente che la disciplina va cambiata perché il lavoro è cambiato insieme al mondo".
Il lavoro è sempre stato oggetto di tensioni. Ma cosa c'è davvero in ballo?
"La globalizzazione dell'economia che va gestita politicamente, lasciarla a se stessa sarebbe un errore denunciato dagli stessi giovani imprenditori. Per questo non si può sparare tutto il giorno contro il sindacato, pretendendo che rinunci ai diritti dei lavoratori senza ottenere niente in cambio. Bisogna discuterne serenamente, senza prendersi a calci negli stinchi. Invece è stata messa in discussione la concertazione concepita dal professor Tarantelli, anche lui assassinato dalle Br. Credo che anche Biagi fosse della stessa idea".
Si riferisce alle allusioni a piazze e pistole?
"Gettare ombre sulla condotta del sindacato, oltre a non corrispondere alla verità storica, è sbagliato. Come lo è irridere a una opposizione che è nel Paese. Ho letto e sentito dichiarazioni infauste e assurde da parte di esponenti del governo. Ricordo quello che fecero Lama e il sindacato per evitare che il terrorismo attecchisse nelle fabbriche e nella società. Non si deve svendere questo patrimonio di lealtà democratica per interesse di parte".
Quando venne rapito Moro lei era al governo.
"Credo di essere stata l'ultima a parlarci".
In che occasione?
"Ero stata informata che il Pci non poteva garantire la fiducia. Ne parlai con lui: "Siamo in pochi a renderci conto che il Paese è sull'orlo del baraatro" mi rispose. La mattina dopo lo rapirono. E ricordo che lo stesso giorno il governo entrò in pieno possesso dei poteri sentendo il Paese alle spalle, potendo così difendere con tutta la sua forza le istituzioni democratiche".
Allora c'erano il movimento studentesco e autonomia operaia, ora i no-global e i black block. Saranno terreno fertile per il terrorismo?
"No, se evitiamo certi errori. Bisogna aiutare i giovani a non cedere alla tentazione della violenza, trovando un terreno culturale e politico che sappia assumere le ragioni vere che ci sono anche nella protesta contro la globalizzazione. Occorre un confronto che non passi attraverso la violenza. Purtroppo non ci si improvvisa politici. Fare politica è faticoso, bisogna girare, essere disponibili, parlare con le persone, capirne le ragioni. Lo stesso Moro faceva impazzire i suoi perché passava le sere in riunioni e incontri estenuanti con i giovani e diceva: "Prima di condannare i giovani per come chiedono il cambiamento, domandiamoci se è giusto il cambiamento". Guai se tradiamo questa generazione, tradirli significa lasciarli soli, non si può chiedergli di stare con noi o contro di noi. Estremizzare anche qui lo scontro significa mandarli allo sbaraglio e perderli. Abbiamo già perso due generazioni (il '68 e il '77, ndr) non sprechiamo anche questa. Loro per fortuna non hanno gli impiccati da guardare per capire qual è la strada sbagliata".

VITA E INCARICHI
Da staffetta a ministro passando per la Dc
Tina Anselmi è nata a Castelfranco Veneto, nel 1927, dove vive. Figlia di un farmacista socialista, studia e si diploma maestra a Bassano. Laureata in Lettere all'Università Cattolica di Milano, insegna per 10 anni nella scuola elementare a Godego. Giovanissima, entra nella Resistenza come staffetta della brigata autonoma "C. Battisti" e del comandante regionale dei Corpi volontari della libertà.
Esponente della Democrazia Cristiana e poi del Ppi, è stata dirigente del sindacato tessile dal 1945 al 1948 e del sindacato dei maestri dal 1948 al 1955. Dal 1958 al 1964 è incaricata nazionale delle Giovani della Dc. Nel Congresso di Monaco del 1967 è eletta membro del Comitato direttivo dell'Unione femminile che raggruppa le donne cristiane e democratiche di 14 paesi. Al Congresso di Stoccolma del 1969 è eletta vice presidente dell'Unione europea femminile, riconfermata al Congresso di Parigi del 1971.
Eletta per la prima volta deputato il 19 maggio 1968, nella circoscrizione di Venezia-Treviso, viene rieletta in numerose legislature. Sottosegretario al Lavoro e Previdenza sociale nel quinto governo Rumor e quarto e quinto governo Moro (1972), è la prima donna in Italia a diventare ministro: Lavoro e Previdenza sociale (1976-1978) e Sanità (1978-1979).
Nel 1981 viene eletta presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2.
E' stata presidente della Commissione sulle Pari opportunità; componente della Commissione Onu sulla condizione femminile e della Commissione governativa di inchiesta sulla Somalia. Ha presieduto la Commissione d'indagine sulle requisizioni dei beni agli ebrei in Italia.

28 aprile 2002 - INTERVISTA CON SILVANO GIROTTO (FRATE MITRA)
"Il Giorno"
Frate Mitra, parla il prete
che si infiltrò nelle Br
E' passato alla storia come frate Mitra. Una leggenda degli anni di piombo. Quel soprannome campeggia sul volume che le edizioni Paoline hanno mandato in libreria: Mi chiamavano frate Mitra, di Silvano Girotto: quasi cinquecento pagine di memorie dell'uomo che fece arrestare i capi storici delle Brigate rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini.
Era il settembre del 1974. Un duro colpo al terrorismo, anche d'immagine, tanto che le Br dovettero diffondere un iroso volantino, ad uso dei fiancheggiatori, in cui facevano il nome di un infiltrato: appunto Silvano Girotto.
Dunque chi era, un eroico cittadino o un doppiogiochista? Girotto, già allora, era piuttosto famoso. Di nuovo la sua biografia venne ripescata e riletta, e di nuovo suscitò sconcerto e sorpresa. Sembrava la biografia di un avventuriero.
Nato a Torino nel 1939, a sedici anni si arruola nella Legione straniera. Diserta, viene ripreso, processato e perdonato perché minorenne. Torna in Italia e finisce nei guai. Sette anni come complice in un maldestro furto, diventato rapina, in una tabaccheria. In carcere alle Nuove riceve la vocazione e decide di farsi frate.
Nel 1963 esce di prigione ed entra in convento. Diventa francescano, padre Leone. Anni di studio e di preghiera e nel 1969 viene ordinato sarcerdote. I giornali si occupano di lui in quello stesso anno, quando col suo saio entra nel carcere delle Nuove in rivolta e convince i detenuti ad arrendersi.
Ma la provincia piemontese gli va stretta. Nel 1970 chiede e ottiene di partire come missionario per la Bolivia. Fa il parroco nei villaggi più miseri e sperduti. Nel 1971, durante l'ennesimo golpe militare, si schiera con i ribelli. Partecipa a scontri armati e resta ferito. Nel 1973 è in Cile. Ferito di nuovo durante il colpo di Stato di Pinochet, si rifugia all'ambasciata italiana di Santiago e viene rimpatriato alla fine dell'anno.
Ridotto allo stato laicale cerca lavoro. Ex frate, ex prete, dottore in teologia trova un posto da elettricista. Si sposa con una compagna degli anni latino-americani.
Nel 1978, durante il processo contro le Br, quando la paura impediva persino la costituzione delle giurie, si presenta a testimoniare. Le cronache sottolineano il suo coraggio.
Oggi Girotto è capotecnico in un'azienda di Torino, abita nel Canavese, ogni mattina si alza alle 6 e sale sul treno dei pendolari. Torna che è sera. Ha 63 anni e due figlie. L'intervista che segue è disarmante, come il suo libro.
di Carlo Donati

Vita grama da operaio
di un dottore in teologia
Signor Girotto, la vicenda delle Br, le ha cambiato la vita?
"Certo. Una campagna di insulti, calunnie, insinuazioni velenose. Riesumarono la mia sbandata giovanile per chiamarmi "ex capo di rapinatori", il mio breve passaggio nella Legione per definirmi "ambiguo avventuriero". Mi dissero spia e traditore. Ero diventato una specie di scimmietta ammaestrata nelle mani di un generale".
Dissero anche che l'aveva fatto per soldi.
"Ma quali soldi. Mi sono dovuto guadagnare il pane duramente ripartendo dalla gavetta. Lavoro ormai da trent'anni, diciotto dei quali nella grande azienda in cui ancora mi trovo. Sono stimato come tecnico e ho fatto anche la mia piccola carriera".
A che cosa le è servito il sapere acquisito con gli studi teologici?
"Penso che un elettricista istruito sia meglio di un elettricista analfabeta".
Le persone con cui lavora che cosa sanno di lei?
"Tutto, anche perché giornali e televisioni hanno detto tutto e anche di più".
E non prova disagio?
"No, perché chi mi conosce confronta la persona reale con quella virtuale proposta da certe rievocazioni e conclude invariabilmente che certi giornalisti dicono fesserie".
Ma quando racconta la sua storia le credono?
"Non si tratta di un romanzo d'avventure. La mia vita non si presta ad essere raccontata durante una cena con gli amici o roba del genere. Le singole vicende, da sole, rimarrebbero incomprensibili. Per questo ho deciso di scrivere tutto dal princip