Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2004: aprile

1 aprile 2004 - CASO MORO: LETTERA CLEMENTI AL CORRIERE
"Il Corriere della sera"
CASO MORO Quelle ricostruzioni
Caro Mieli, vorrei aggiungere alcune considerazioni al dibattito che si sta aprendo sulla sua pagina in seguito alla messa in onda della trasmissione "Enigma" dedicata al rapimento e all'uccisione dell'on. Moro. Mi occupo della questione da storico e non posso, quindi, essere considerato un "revisionista" che si oppone ai "dietrologi", come Giovanni Moro sembra affermare nella sua missiva. Gli storici che per primi studiano questa vicenda tentano di ricostruirla potendo partire solo da documentazione certa. Per questo, e solo per questo, ho specificato nell'introduzione del saggio "La pazzia di Aldo Moro", di essere costretto a ignorare quanto scritto da molti che mi hanno preceduto, perché appare senza riscontro alcuno, ovvero non verificabile in alcun documento.
Ho dovuto constatare, nel corso degli anni, che molti preferiscono i "misteri" alle ricostruzioni storiche; non ne comprendo il motivo, ma ne prendo atto, con dispiacere; dovrebbero, però, essere proprio coloro che non da storici si sono occupati del "caso Moro" a spiegare i loro libri, così come i giornalisti che hanno "gridato" al mistero, a spiegare perché, infine, tale non era. Le notizie sui "misteri", infatti, si sono sempre esaurite in "parole in libertà", così come i film che dovevano finalmente "svelare gli ultimi misteri".
Per concludere, mi sembra storicamente accertato che i partiti di governo nel 1978 non vollero trattare la liberazione dell'on. Moro per motivazioni politiche; e mi sembra che in seguito (tranne rare eccezioni, es. il sen. Andreotti) non si siano assunti questa responsabilità di fronte al Paese, e ciò può, in parte, aiutare a spiegare il proliferare delle dietrologie.
Non mi sembra accertato, altresì, che lo Stato non operò con ogni mezzo a disposizione per giungere alla scoperta della prigione brigatista (si presero in considerazione anche le sedute spiritiche!), e dunque non è possibile affermare che ci fu dolo da parte delle istituzioni. Si può, in alcuni casi, parlare di disorganizzazione, o incompetenza. E queste, mi pare, sono anche le tesi sostenute dal dott. Satta.
Marco Clementi

4 aprile 2004 - MUORE EX SOTTOSEGRETARIO NICOLA LETTIERI
"Il Mattino"
Morto l'ex sottosegretario Lettieri
È morto ieri a Roma, per un male incurabile, Nicola Lettieri, esponente di spicco della Democrazia cristiana campana e nazionale. Aveva 81 anni. Fu nominato sottosegretario all'Interno durante il quarto e il quinto governo Andreotti (marzo 1978-agosto 1979). Guidò il Comitato di crisi del Viminale durante i 55 giorni del sequestro Moro. Venne ancora nominato sottosegretario all'Interno nel primo governo Cossiga (agosto 1979-aprile 1980).
Lettieri, nato a Rofrano in provincia di Salerno il 23 marzo 1923, era laureato in scienze agrarie. Eletto nel collegio di Benevento, fu parlamentare dalla quarta all'ottava legislatura.

Addio a Lettieri, leader nel segno di Moro
Nicola Lettieri, il sottosegretario all'Interno dei giorni del caso Moro, si è spento ieri nella sua abitazione romana sulla Cassia ad ottantuno anni. Originario di Rofrano, figlio di un impiegato postale e componente di una famiglia con nove figli, si laureò in Agraria all'università di Portici e divenne funzionario della Cassa per il Mezzogiorno, prima di approdare alla lunga stagione dell'impegno politico. Lascia la moglie, Maria Santa, e quattro figli, Francesca, Gaetano, Anna Claudia, Antonella. Il male che lo minava da alcune settimane, ieri lo ha vinto. Si è spento nella sua casa romana, l'ex parlamentare democristiano Nicola Lettieri. Esponente politico di primo piano della Dc, Lettieri aveva ottantuno anni portati con vivida lucidità anche negli anni del suo abbandono della politica attiva vissuti con la partecipazione attenta alle vicende del Partito Popolare Italiano. Fu parlamentare per lunghi anni dal '63 al 1976, non rieletto nel 1983. Sottosegretario all'Interno nei giorni del caso Moro, presiedette il comitato operativo del Viminale per le indagini sul sequestro del leader dc.
Esponente della corrente morotea nella Democrazia Cristiana, Nicola Lettieri fu candidato alla Camera nella circoscrizione Salerno-Benevento-Avellino nel '58 ma non fu eletto. Solo nel '63 fu eletto ma dovette intervenire l'allora segretario nazionale Aldo Moro per poter garantire l'ingresso in lista osteggiato dal comitato provinciale salernitano che sulla vicenda si spaccò. Parlamentare molto attento alle problematiche dello sviluppo delle aree degradate - furono sue le più importanti leggi per le infrastrutture nel Mezzogiorno - spese molte energie per la sua terra di origine il Cilento e farla uscire da un ancestrale isolamento. Negli anni Sessanta, infatti, portò l'allora ministro del Mezzogiorno Pastore (segretario generale della Cassa per il Mezzogiorno era Vincenzo Scotti) nelle terre cilentane dove mancavano le più essenziali infrastrutture come luce, acqua, strade. Successivamente allargò il suo raggio di azione politica a tutta la circoscrizione elettorale, con particolare attenzione all'agro nocerino sarnese per i problemi dell'industria agroalimentare oltre che, più in generale, sui problemi della scuola (seguì attentamente la nascita e l'evoluzione del primo e più rappresentativo sindacato nazionale della scuola, il Sasmi, diretto dal suo amico Nino Gallotta che poi sarebbe diventato negli anni Snals). Più volte componte del consiglio nazionale della Dc, Nicola Lettieri partecipò al progetto di rinnovamento della Dc con l'elezione a segretario di Benigno Zaccagnini, spesso suo ospite a Positano oltre che in prima fila ad una manifestazione di popolo a Salerno - sfilarono migliaia di persone - come risposta democratica all'aggressione di militanti dc con l'incendio delle bandiere da parte di sedicenti estremisti di destra. Molto attento alle giovani generazioni, Nicola Lettieri fondò anche un giornale alla fine degli anni Settanta che raggruppò numerosi intellettuali salernitani e molti giovani dell'allora movimento giovanile dc guidato da Marco Follini.
a.m.

IL PERSONAGGIO
ANTONIO MANZO
Una delle immagini di Nicola Lettieri che resterà scolpita nella memoria degli italiani è quella dell'uomo che, arrivato nei pressi della Renault rossa in via Caetani, si rese subito conto che nel bagagliaio dell'auto c'era il cadavere di Aldo Moro. E mise la mano sulla fronte, tirandola fino alla nuca come gesto estremo di disperazione.
Perfino quando era al potere appariva, in ogni luogo e in ogni ruolo, un poco in esilio, un poco da un'altra parte. E Nicola Lettieri non appariva solo così, per un grado di civetteria intellettuale che a volte lo faceva presentare distaccato e altezzoso. Era così, per l'esercizio della legittima difesa che il timido compie sempre, soprattutto quando, dietro la falsa indole della superbia, nasconde una solidissima e grande corteccia di umanità. Era un uomo buono, Nicola Lettieri. Era un politico puro, con la profonda preparazione professionale da sempre garantita alla sua carriera pubblica.
Nicola Lettieri era un cristiano tormentato dall'ansia di liberazione e sempre consapevole che la sua missione di politico sarebbe sempre finita laddove cominciava il rispetto sacro per l'uomo. Di lui, ultimo dei morotei nati dalla scuola politica di Carlo Petrone, si scriverà ancora. E non solo per il profilo della sua tormentata esperienza di governo, nella notte della Repubblica del caso Moro, lui sottosegretario del ministro Cossiga oltre che amico personale del leader dc vittima delle Br. Probabilmente si studierà il suo percorso politico, anche per capire il segreto dell'uomo che "passava" sempre con i suoi discorsi ma non vinceva mai con i larghi numeri del condottiero di maggioranza. O meglio, di come sia rimasto sulla scena della Dc salernitana per tanti, lunghi anni da capo di una minoranza colta, ma a tratti perfino sprovveduta rispetto alle dinamiche del potere degli anni democristiani governati da Vincenzo Scarlato e Bernardo D'Arezzo. Pur consapevole, e immaginarsi se non lo fosse proprio lui, che la fervida incrinatura e ricercata sapienza dei suoi discorsi avrebbe conquistato solo la passione dei cuori ma mai troppo la irruenza del potere. Parlamentare per decenni, non è stato mai fuori dal circuito di potere democristiano nel Salernitano, a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta.
Lettieri arrivava dagli ultimi insegnamenti che Carlo Petrone potè garantire ai cattolici popolari salernitani, prima che fosse costretto a lasciare il campo alla supremazia di Carmine De Martino. E in quel gruppo di Petrone, il "cattolico intransigente del Mezzogiorno" come lo descrisse Diomede Ivone, Nicola Lettieri si formò insieme a Bruno Ravera, Alfonso Romano, Marino De Luca, Enzo Apolito, Nino Gallotta con la guida spirituale dell'indimenticato don Guido Terranova.
Lettieri, arrivò a Moro attraverso l'imprimatur dell' autorevolezza di Alfonso Tesauro, dopo aver anche conosciuto Giovanni Gronchi. E nella stagione morotea conobbe il potere ma anche le amarezze della difesa con quel gruppo di amici come Michele Pinto, lo stesso Ravera, divenuto sindaco negli anni dell'incontro tra la Dc e il Pci, Diodato Carbone, Carlo Apolito. La sua più fortunata stagione politica coincise con un incidente: nel pieno della campagna elettorale del 1976 - segretario del partito il moroteo Benigno Zaccagnini - Nicola Lettieri cadde nella piazza di Teggiano. Rimase immobile a letto, in quei giorni. Ma da Roma, testimone di amicizia, venne Aldo Moro a fargli campagna elettorale con due indimenticabili interventi a Vallo della Lucania e a Battipaglia. Lettieri fu rieletto e poi divenne sottosegretario all'Interno, mai a pensare che avrebbe dovuto gestire, tre anni dopo, i cinquantacinque giorni del sequestro Moro alla guida del comitato operativo del Viminale, tra le polemiche, le inefficienze degli apparati allora impreparati oltre che minati dalla presenza di "militanti" dell'allora P2 di Gelli. Proprio nel comitato che presiedeva Lettieri, naturalmente all'insaputa degli stessi esponenti politici del ministero. Epoca di misteri, gli stessi di quali Lettieri preferiva parlare poco. Con la ventura delle venture di aver sofferto per la morte del suo leader, nell'impotenza di quei giorni drammatici e l'ironia beffarda, come un lampo che tagliava la sua anima. Forse, la traccia più vera della sua vita. Perché di qua, sfiorisce anche l'ultimo addio.

4 aprile 2004 - LIBRO "GLADIO ROSSA" DI ROCCO TURI
"La Gazzetta del sud"
"GLADIO ROSSA" DI ROCCO TURI
Una catena di complotti e delitti dal dopoguerra al caso Moro
Gualtiero Canzoni
"Gladio Rossa - Una catena di complotti e delitti, dal dopoguerra al caso Moro" è il titolo del nuovo libro di Rocco Turi, (Gli specchi Marsilio, pp. 280, euro 14,50 ca.). Il caso Moro è stato sempre ricostruito sulle tracce della relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare, istituita ad hoc, che attribuirebbe a sofisticate menti occidentali le maggiori responsabilità del sequestro politico più eclatante del dopoguerra. Il libro di Rocco Turi contesta le tesi del filone "politicamente corretto" sul rapimento dello statista democristiano e porta alla ribalta, per la prima volta, capitoli oscuri della storia segreta del comunismo e del Pci, che la stampa italiana ha definito "cose vecchie e ridicole" ma non ha mai pubblicato; ricostruisce uno scenario politico nuovo nel quale sarebbe maturato il sequestro, esponendo un rigoroso argomento tabù: l'azione di partigiani deviati che nel dopoguerra fuggirono e poi ritornarono o rimasero in rapporto con la Cecoslovacchia e sarebbero stati anche i padri del terrorismo brigatista italiano e parte attiva o defilata del rapimento di Aldo Moro. Gladio Rossa affronta anche argomenti legati all'azione dei servizi segreti internazionali in Italia, all'inerzia dei servizi deviati italiani, alla protezione di ben note spie italiane al servizio del controspionaggio dei paesi dell'Est, alla protezione incrociata di uomini e personaggi, protagonisti nel rapimento del Presidente della Democrazia cristiana. Rocco Turi, sociologo e giornalista. È tra gli studiosi più attenti ai temi della devianza politica e della criminalità organizzata. Ha svolto ricerche e inchieste in molti paesi europei ed extraeuropei. Il suo volume Villaggi Europei: studi per la riqualificazione degli insediamenti marginali è stato pubblicato in italiano e ungherese. Insegna Sociologia della devianza all'Università di Cassino.

4 aprile 2004 - DANILA TINELLI: NESSUNO RICORDA FAUSTO E IAIO
"Il Corriere della sera"
LA MAMMA
"Ricordiamo tutti, Fausto e Iaio è come se non fossero mai esistiti"
Danila Tinelli: non mi pare che oggi ci sia la voglia di non dimenticare
"È giusto ricordare questi ragazzi, tutti quanti. Altrimenti, è come se non fossero mai esistiti". Danila è la mamma di Fausto Tinelli, ucciso a diciannove anni insieme all'amico Lorenzo "Iaio" Iannucci. L'inchiesta è stata archiviata nel 2000, 22 anni dopo quel tragico 18 marzo 1978: i tre esponenti della destra estrema accusati del duplice omicidio sono stati assolti per insufficienza di prove. Uno di loro, oggi, è l'animatore della radio-simbolo degli ultras della Roma. Non la disturba che l'aula sia intitolata a un "avversario" politico di Fausto?
"E che importa, destra e sinistra? Non doveva succedere a nessuno. A dei ragazzi, poi... L'unica cosa, è che non vedo tanta attenzione per Fausto e per Iaio".
L'assessore Frassinetti ha detto che dedicherà loro un'aula del liceo Allende.
"Davvero? Non lo sapevo. Ne sarei felice, l'ho chiesto tante volte. Io avrei voluto che fosse intitolato a Fausto il suo liceo, l'Hayeck. Mi han sempre detto che non si poteva".
Le istituzioni hanno avuto qualche altra attenzione?
"Nessuna. Ho sentito vicini soltanto Nando Dalla Chiesa e Giuliano Pisapia".
Ma ora il clima è cambiato.
"Il clima è cambiato rispetto a quegli anni. Ma non mi pare che ci sia voglia di ricordare davvero. Peggio ancora, non c'è voglia di sapere".
Parla dell'archiviazione dell'inchiesta su Fausto e Iaio?
"Certo. È stata una cosa dei servizi segreti, legata a Aldo Moro. Noi abitavamo in via Montenevoso, davanti all'appartamento delle Br. Nello stesso nostro palazzo c'erano i servizi. Tante cose non sono spiegate, tante cose la gente non sa. È come se questi ragazzi non fossero esistiti".
Ma riaprire adesso quella vicenda servirebbe a qualcosa?
"Sì. Io non riesco a trovare la pace. Non per me, per per loro due. Erano due ragazzi puliti. Io lo sapevo bene, ma me l'ha detto anche il giudice Salvini ed è stato importante".
Chi dice che non lo fossero?
"Sono stati infangati. Si è parlato di loro come se fossero dei violenti. Loro che odiavano la violenza. Ma per qualcuno il fatto che frequentassero il Leoncavallo bastava a farne dei... chissà che. Senza sapere".
Lei aveva paura per l'attività politica di suo figlio?
"Tanta. Sempre. Soprattutto quando si annunciavano le manifestazioni. Mi era venuta quando era stato ucciso Giannino Zibecchi. Io lavoravo là vicino. Quando ho saputo la notizia mi sono gelata. E non mi è passata più".
Secondo lei, perché hanno colpito suo figlio?
"Non lo so. Ma tutto era stato preparato. Per questo prego ogni giorno che succeda qualcosa che faccia riaprire l'inchiesta".
Fausto parlava mai delle violenze politiche?
"Due ore prima di essere ucciso, Fausto stava guardando in televisione i funerali della scorta di Moro. Mi ha detto: ma come si possono uccidere così delle persone? Poco dopo, è toccato a lui".
Marco Cremonesi

4 aprile 2004 - CASO MORO: LETTERA AL CORRIERE
"Il Corriere della sera"
VEDOVA DI ALDO MORO Quella dichiarazione
Caro Mieli, le scrivo in relazione al dibattito da lei riaperto sul caso Moro a seguito delle lettere di Belci, Bodrato, Satta e del figlio dello statista, Giovanni. Ovviamente non sono uno storico, però penso di avere una discreta memoria. Ricordo di aver visto, un secolo fa, ad "Un giorno in pretura", la dichiarazione della signora Moro che, sotto giuramento, riferì di aver chiesto a Cossiga se c'era una Via Gradoli a Roma. Quando il giudice chiese la risposta ricevuta, Eleonora Moro disse che le era stato risposto che dallo stradario di Roma non risultava nessuna via Gradoli. Ricordo male? Se no: dolo, superficialità o incompetenza? Oppure altro?
Filippo Massimi

5 aprile 2004 - MITROKHIN: PRODI SU GRADOLI E SEDUTA SPIRITICA
ANSA:
MITROKHIN: E ALLA FINE SI PARLA ANCHE DI MORO E DI GRADOLI
GUZZANTI, INCREDIBILE CHE CREDA NEL 'PIATTINO'
Enzo Fragala', di An, ripropone , in commissione Mitrokhin, la questione della seduta spiritica a Zappolino, nella campagna Bolognese, dove all'inizio di aprile del 1978 Romano Prodi e altri professori bolognesi ebbero una indicazione dal 'piattino' che riguardava Gradoli, poi interpretata come la citta' nel viterbese e non come la via romana nella quale c'era la principale base delle Br nella capitale durante il sequestro Moro.
L'esponente di An ha chiesto a Prodi, nel corso della sua audizione in commissione Mitrokhin, di rivelare quale fosse la sua fonte. "Lei ha una occasione storica: dica finalmente quale fu la fonte che venne celata dietro l'attivita' di un 'piattino' che spostandosi su un tavolo nel corso di una seduta spiritica avrebbe indicato il nome di Gradoli", ha detto. Prodi ha risposto affermando che la seduta che avvenne con le modalita' piu' volte illustrate dai partecipanti sia in sede giudiziaria sia davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta. "E' andata cosi' come e' stata raccontata. Non ho nulla da aggiungere. Rinvio ai verbali di quelle audizioni".
Ma Fragala' ha insistito e facendo leva su una inchiesta pubblicata nell'ottobre del '99 dal settimanale 'Avvenimenti' ha ipotizzato che fonte di quella indicazione fosse il Kgb che l'aveva saputa da Morucci e Faranda, che si opponevano all'ala "militarista" delle Br guidata da Mario Moretti. "Prodi non ha saputo spiegare - ha detto successivamente Fragala' - come quelle indicazioni vennero raccolte. Ne' ha saputo dire perche', ad esempio, la seduta spiritica non si interruppe quando il 'piattino' arrivo' a costruire il nome di Grado che e' una localita' ben identificabile e conosciuta. Il problema e' che probabilmente la fonte di quella notizia era il Kgb. Veniva da Giorgio Conforto, padre di Giuliana Conforto che poi ospitera' a casa sua i due latitanti Morucci e Faranda e verra' scagionata da qualsiasi accusa nonostante a casa sua fosse stata trovata la mitraglietta che aveva ucciso Moro. Probabilmente si voleva coprire questa fonte. Tanto che alla fine la Conforto non venne condannata".
Anche Paolo Guzzanti commenta il breve accenno alla vicenda Moro. "Trovo incredibile, pazzesco, che si possa candidare alla guida del paese e che guidi ancora la Comissione europea un uomo che fa professione dichiarata di occultismo e spiritismo. Un uomo che fa mettere agli atti di una commissione parlamentare che il roteare di un piattino, nel corso di una seduta spiritica, abbia indicato il luogo della possibile detenzione di Aldo Moro".

6 aprile 2004 - MITROKHIN, PRODI E VIA GRADOLI: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
Alla Mitrokhin torna il silenzio da seduta spiritica
di Ruggiero Capone
Per la memoria storico-politica italiana è parso proprio di prendere la macchina del tempo e, grazie all'audizione di Prodi in Mitrokhin, fare un balzo indietro. Un tornare alla fine degli anni '70, a quella seduta spiritica svoltasi proprio i primi d'Aprile nella casa emiliana del professor Alberto Clò (economista). All'origine delle infruttuose ricerche compiute dalle forze dell'ordine in località Gradoli in provincia di Viterbo: lì avrebbe dovuto trovarsi la prigione dell'onorevole Moro secondo l'indicazione mediatica riferita da Romano Prodi il 4 Aprile ad un collaboratore di Benigno Zaccagnini, il dott Umberto Cavina. Da quest'ultimo girata telefonicamente a Luigi Zanda Loi, addetto stampa in servizio presso il ministero dell'Interno, il quale a sua volta fissò le informazioni in un appunto manoscritto e lo consegnò all'allora capo della polizia (Parlato).
Un'omonimia tra il piccolo comune laziale e la via di Roma nella quale, il 18 Aprile, fu individuato il covo delle Br. Omonimia, casualità, o Prodi già dal lontano 1978 sapeva dei connubi tra Kgb ed eversione comunista in Italia? "Trovo pazzesco che si possa candidare alla guida del paese, e che guidi ancora la Commissione europea, un uomo che fa mettere agli atti di una commissione parlamentare che il roteare di un piattino, nel corso di una seduta spiritica, abbia indicato il luogo della detenzione di Aldo Moro: a questo punto, propongo di riesumare Cagliostro", con queste parole Paolo Guzzanti ha stigmatizzato l'audizione di Romano Prodi che, dopo oltre un ventennio, ha nuovamente inscenato davanti ad una commissione parlamentare (che questa volta indaga sullo spionaggio russo in Italia durante la guerra fredda) la stessa parte da smemorato che interpretò quando, interrogato sul caso Moro, disse d'aver appreso certi particolari da aneddoti scaturiti da una seduta spiritica. Prodi s'è dimostrato evasivo come e più di vent'anni fa.
Ma, a parte la vicenda Moro, l'audizione di ieri è avvenuta per far emergere i protagonisti principali d'eventuali imboscamenti del dossier Mitrokhin durante i governi ulivisti: quindi un'indagine della Commissione sullo stesso Prodi, il suo ministro della Difesa (Beniamino Andretta), il suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Enrico Micheli), e il generale Siracusa (all'epoca direttore del Sismi). Prodi ha iniziato il suo racconto dal 2 ottobre del '96, giorno in cui il generale Siracusa incontrò il ministro Andreatta per riferirgli di essere in possesso di informazioni ancora non suffragate da elementi di prova, circa l'attività spionistica svolta dal Kgb in Italia.
"L'incontro del 2 ottobre è dunque l'occasione durante la quale il Sismi informò per la prima volta il mio governo - ha spiegato Prodi - della vicenda allora nota sotto il nome di Impedian". Ma Prodi e Siracusa hanno dato versioni diverse sul contenuto di quel colloquio. Secondo il generale Siracusa si parlò esclusivamente del dossier Impedian, quello che poi si sarebbe poi chiamato dossier Mitrokhin. Prodi, invece, ricorda che quell'incontro ebbe come oggetto l'imminente avvicendamento ai vertici del Sismi: il generale Siracusa diventò infatti capo dell'Arma dei carabinieri e al suo posto, al Sismi, andò l'ammiraglio Battelli.
In sintesi, le quattro ore d'interrogatorio del presidente Prodi sono valse solo ad enumerare gli episodi in cui si è detto ignaro dell'esistenza del dossier Mitrokhin. Ma la maestria di Prodi ha toccato vette inusitate indicando Beniamino Andreatta (i coma da anni) come memoria storica della vicenda. "Quanto poi all'onorevole Andreatta - ha proseguito Prodi - egli mi ricordò di un colloquio, nel corso del quale anche egli mi aveva fatto cenno ad una lista di presunte spie sovietiche, ricevuta dalla Gran Bretagna, naturalmente senza alcun riferimento al nome Mitrokhin".
E Prodi, con volto ligneo, ha quindi ricordato, a riprova della sua ignoranza in materia Kgb, l'intervista di Andreatta, rilasciata al Corriere della Sera, in cui l'ex ministro spiegava ad perché Prodi fosse all'oscuro di tutto. "Non sono rimasto soddisfatto dall'audizione del presidente Prodi - ha detto Fabrizio Cicchitto (Forza Italia) - delle due l'una: o Prodi non ricorda nulla oppure il generale Siracusa non gli raccontò nulla del dossier in cui si parlava di spionaggio sovietico".

"La Padania"
L'ex presidente del Consiglio davanti alla commissione Mitrokhin
Incredibile Prodi: continua a parlare di sedute spiritiche
ROMA - "Trovo pazzesco che si possa candidare alla guida del Paese, e che guidi ancora la Commissione europea, un uomo che fa mettere agli atti di una commissione parlamentare che il roteare di un piattino, nel corso di una seduta spiritica, abbia indicato il luogo della detenzione di Aldo Moro. A questo punto, propongo di riesumare Cagliostro". È questo, in sintesi, il giudizio espresso al Velino dal presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, sull'atteggiamento tenuto ieri da Romano Prodi nei confronti delle domande poste dagli esponenti della commissione stessa, atteggiamento che da più parti è stato definito evasivo.
Nella fattispecie, l'episodio ricordato da Prodi è emerso in seguito a una domanda, fatta dall'esponente di An Enzo Fragalà, sul presunto ruolo avuto dal Kgb nel depistare le indagini nel corso del sequestro dello statista democristiano assassinato dalle Br, ipotesi rigettata in pieno dall'ex presidente del Consiglio. Ma la parte principale dell'audizione ha riguardato l'ormai famoso incontro tra Prodi e i vertici dei servizi segreti (i generali del Sismi Sergio Siracusa e Gianfranco Battelli) durante il quale, secondo questi ultimi, Prodi si sarebbe rifiutato di firmare un documento in cui si parlava del dossier Impedian e di personalità politiche italiane pagate da Mosca, dossier che assunse in seguito il nome di Mitrokhin.
Prodi ha infatti ripetuto ossessivamente che i due non gli chiesero di firmare alcunché e che, nonostante tutti (compreso l'allora ministro della Difesa Beniamino Andreatta) avessero convenuto che non vi erano elementi sufficienti per informare l'autorità giudiziaria, lui raccomandò di procedere con le indagini. A supporto di questa tesi, il presidente della Commissione Ue ha presentato una memoria, che il deputato di Forza Italia Michele Saponara, membro della commissione, ha definito "abilissima e difensiva, poiché ha tenuto conto di quanto emerso finora durante i lavori della commissione".
Prodi ha sostenuto che il generale Siracusa e il ministro Andreatta avevano fatto "l'esame della situazione" in maniera molto approfondita e che "a me venne consegnato il referto, che all'epoca non vi erano elementi per inviare tutto all'autorità giudiziaria, però si sarebbe proseguito per vedere se se ne potevano trovare in futuro". Fu, quello, l'unico momento in cui l'ex capo del governo ebbe notizia dell'inchiesta avviata dagli inglesi sull'allora dossier Impedian, nome che copriva quello che si sarebbe rivelato successivamente come il dossier Mitrokhin, dal nome dell'archivista del Kgb, transfuga all'Ovest, che consegnò agli inglesi una vasta documentazione riguardante la rete spionistica russa in Occidente, Italia compresa.
"Il generale Siracusa mi parlò di un'indagine in corso e mi chiese di continuare a indagare. E io gli dissi procedete, andate avanti: che altro volete che facessi?". In sostanza Prodi, che ha iniziato leggendo una dettagliata memoria che ricostruisce il modo in cui il governo, e lui personalmente, fu informato, afferma di aver incoraggiato la richiesta del Sismi di approfondire le notizie fino ad allora ricevute dal servizio inglese. Elemento centrale è che all'epoca quella documentazione era rubricata sotto il nome di "dossier Impedian" e che comunque lui ebbe da Siracusa, il 30 ottobre 1996, un'informazione generica nell'ambito di un colloquio che avrebbe toccato anche altri elementi, fra cui la possibile destinazione del generale, che era stato sostituito il 18 ottobre alla guida del Sismi.
L'altro filone di domande poste da Fragalà nel corso della lunga audizione, durata dalle 11.30 alle 15, hanno riguardato i rapporti tra Nomisma, di cui Prodi è stato presidente del comitato scientifico, e l'Urss. Il presidente della commissione europea ha tenuto a precisare che il ruolo di presidente di comitato scientifico non implica responsabilità nella conduzione dell'istituto e che le consulenze fatte per l'istituto di studi economici Plekanov di Mosca verso la fine dell'esperienza sovietica, sono state improntate alla massima trasparenza e hanno costituito "un vanto per l'Italia". Quando poi gli è stato domandato se avesse mai avuto sentore di collusioni col Kgb, Prodi ha risposto: "Non si sa mai...".
Per quanto riguarda la prosecuzione dei lavori della commissione, oggi si terrà un ufficio di presidenza, da quale uscirà il calendario delle audizioni del dopo-Pasqua. Guzzanti ha detto che l'audizione di Prodi nella sua qualità di ex presidente del Consiglio non avrà "code ulteriori": pertanto la seduta chiude di fatto il ciclo di accertamenti sulla gestione del dossier Mitrokhin da parte del Sismi e delle autorità di governo.

6 aprile 2004 - FUGA DI LOLLO AIUTATA DA MORUCCI E PACE ?
"Il Tempo"
La fuga di Lollo favorita da Morucci e Pace
L'ex Br racconta tutto in un libro.
Al vaglio la figura di uno slavo che li accompagno' all'estero
L'avvocato Randazzo, legale della famiglia Mattei, chiede l'audizione di chi aiuto' i colpevoli della strage di Primavalle
di MAURIZIO PICCIRILLI
ROMA - Valerio Morucci, Lanfranco Pace e Franco Piperno saranno chiamati a chiarire le modalita' della fuga degli autori della strage di Primavalle. Questa la richiesta fatta dall'avvocato Luciano Randazzo, legale della famiglia Mattei i cui due figli, Virgilio e Stefano morirono nel rogo del loro appartamento. Il legale ha presentato una memoria difensiva al sostituto procuratore Maria Monteleone titolare dell'inchiesta sulla fuga di Achille Lollo.Il leader di Potere Operaio fu condannato con Clavo e Grillo a 18 anni di reclusione per quegli omicidi e ora e' ricomparso in Brasile dove si era iscritto alle liste degli elettori dei Comites, gli italiani all'estero. Ma viene chiesta soprattutto l'audizione di uno jugoslavo, Jaroslaw Novak,personaggio inquietante nello scenario degli Anni di piombo.
I nuovi documenti presentati dall'avvocato Randazzo accendono nuovi riflettori su quell'episodio di 31 anni fa. Verita' che emergono da testimonianze degli stessi protagonisti: Valerio Morucci, Lanfranco Pace e un certo Jeroslaw Novak. Ed e' proprio lui a fornire i mezzi necessari alla fuga di Lollo e Grillo. Non solo li accompagno' nel viaggio verso la Svezia.
Un racconto dettagliato raccolto da Aldo Grassi autore di un libro inchiesta su Potere Operaio dal titolo "La generazione degli anni perduti". In particolare Novak ricorda l'incontro avvenuto nei pressi di Firenze tra Valerio Morucci e Marino Clavo quando questi era latitante proprio dopo la condanna per il rogo di Primavalle. L'episodio a'¨ riferito dallo stesso Morucci nel suo libro "Ritratto di un terrorista da giovane", nel quale riferisce di essersi recato all'appuntamento armato di una pistola con silenziatore. Motivo del colloquio: "chiarimenti sulla storia di Primavalle".
Grillo, Clavo e Lollo erano "quelli dell'arancia meccanica" cosi' li descrivano i compagni di Potop percha'¨ disposti a menar le mani e pronti a spedizioni punitive.
Ma veniamo alla figura di Novak. "Certamente e' il personaggio piu' interessante che puo' chiarire piu' cose", sostiene l'avvocato Randazzo. Novak e Morucci furono inviati da Lanfranco Pace, all'epoca capo di Potere Operaio a chiarire con i latitanti "fazionisti" cosa era accaduto a Primavalle. Morucci parla con Clavo con una Walther Pkk con silenziatore poggiata accanto. La versione non convince ma i "compagni andavano aiutati" cosi' e' "Jaro" come lo chiama Pace a risolvere il problema di farli espatriare. "Non eravamo riusciti a trovare un passaporto falso eppure i livelli di contiguita' con un certo tipo di illegalita' borgatara erano forti - e' la testimonianza di Novak nel libro di Aldo Grandi - Usammo quello di un nostro compagno di Roma...Grillo parti' da Roma diretto a Milano, in treno con un vagone letto insieme a una compagna. Io salii sull'ultimo aereo e li precedetti a Milano dove andai a prenderli alla stazione. Arrivammo a Linate e la' ci imbarcammo su un volo per Stoccolma che faceva scalo a Copenaghen".
"Dal libro su Potere Operaio si evince che i tre accusati dell'omicidio dei fratelli Mattei - spiega l'avvocato Randazzo - erano invisi alla leadership di Potop. Eppure furono aiutati. Morucci ebbe l'ordine dell'inchiesta interna da Lanfranco Pace. Quindi Potere Operaio sapeva tutto. E loro stessi diedero vita alla campagna di depistaggio".

6 aprile 2004 - ROMANZI SUGLI ANNI DI PIOMBO
"Il Mattino"
Storie di piombo
Generoso Picone
Certo, c'è Cesare Battisti che la Francia coccola e difende dall'ergastolo inflittogli in Italia, l'ex leader dei Proletari Armati per il Comunismo a cui il supplemento letterario di "Liberation" dedica tre pagine titolando alla Stendhal "Du rouge au noir", l'autore che pubblica nella collana di polizieschi più famosa al mondo, la "Série Noire" di Gallimard, in catalogo con Marcel Proust e Georges Simenon. Lui, di quegli anni di piombo, dei Settanta, è stato un fragoroso protagonista e probabilmente soltanto nel suo caso può valere almeno parte di quanto "Libé" con azzardo enfatico scrive, e cioè "come una generazione ha continuato la lotta armata passando dalla rivoluzione alla fiction". Messa così, sembrerebbe più roba da intervento dei corpi speciali.
Invece, Battisti a parte, per una di quelle concomitanze editoriali che spesso rivelano attenzioni e sensibilità profonde nella coscienza collettiva, questo è un periodo in cui i narratori italiani con maggiore intensità fanno i conti con l'esperienza del terrorismo. Tanto da suscitare la sensazione che la memoria degli anni Settanta stia pressocché dominando l'immaginario letterario: succede ad autori diversi per anagrafe e percorso letterario, lontani anche per appartenenza pur sfumata a un territorio politico, comunque accomunati da una sorta di condiviso bisogno di scavare, approfondire, capire quanto sia accaduto in un periodo assolutamente straordinario e drammatico della storia nazionale e magari marginalmente della propria biografia. Luca Doninelli - quarantottenne - ha pubblicato Tornavamo dal mare (Garzanti, pagg. 185, euro 13,50) dove narra di due donne, Ester e Irene, madre e figlia, e di una autentica guerra civile, del terrorista Fly, di animi sbandati, della ricerca di un padre. Paolo Spinato - 44 anni - con Amici e nemici (Fazi, pagg. 224, euro 14,40) ha invece chiuso la trilogia aperta con Cuore rovesciato e proseguita con Di qua e di là dal cielo consegnando l'ultimo stadio della crescita di Telonius ai giorni del sequestro di Aldo Moro che vede coinvolto il suo amico Seba, brigatista ferito nell'assalto in via Fani e poi rapito da un terrorista nero lì presente e a sua volta reclutato dai servizi segreti. Gian Maria Villalta - 45 anni - in Tuo figlio (Mondadori, pagg. 270, euro 17) mette in scena il complesso rapporto tra Riccardo quarantenne e Sebastiano quindicenne: il primo è il figlio abbandonato di un terrorista accudito dalla famiglia di un ex partigiano, il secondo ha perso i genitori in un incidente stradale e orfano viene affidato proprio a Riccardo; insieme ricercheranno conflittualmente una risposta ai loro perché. Antonella Tavassi La Greca - 53 anni, napoletana trapiantata a Roma - narra ne La guerra di Nora (Marsilio, pagg. 231, euro 14) la storia di una donna che torna a Roma dopo 15 anni da quel giorno in cui uccise un magistrato "nemico del popolo" e il fidanzato Luca fu arrestato, ha deciso di riannodare i fili della sua esistenza e ritrova la gemella Tosca, l'altra parte di sé, diversa.
Nei giorni del fatidico 1977 - per altro raccontati anche nella terza parte de L'artista di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, pagg. 239, euro 15) - è ambientata la vicenda di Attila e Franz, i due amici de Il paese delle meraviglie di Giuseppe Culicchia (Garzanti, pagg. 327, euro 14), che a quell'epoca era dodicenne (Romagnoli diciasettenne): uno di famiglia squinternata e segnato da profonda solitudine, l'altro ricco e istintivamente nazifascista, legati in un rapporto che travalica le ideologie comunque presenti nello loro forme estreme e cruente, che investe l'amore, le ragazze, i sentimenti, la giovinezza. E alle donne e alle moto pensa Euralio, protagonista di Avene selvatiche (Marsilio, pagg. 272, euro 15), il primo romanzo di Alessandro Preiser, pseudonimo di un cinquantenne milanese nei primi anni '70 sovversivo della destra extraparlamentare e ancora detenuto per relativi reati. Euralio casualmente si ritrova sanbabilino e diventa un piccolo grande eroe fino a quando la situazione sfugge di mano e arriva l'omicidio a sfondo politico.
Metafora di un percorso che si potrà apparentare a Io non scordo di Gabriele Marconi (il 30 aprile uscirà per Fazi, pagg. 160, euro 13,50) definito da Pietrangelo Buttafuoco "uno splendido action-movie in forma di romanzo sui ribelli della generazione del '78", scritto da un ex militante del gruppo di estrema destra Terza Posizione che oggi è vicedirettore della rivista "Area". Pubblicato semiclandestinamente da Settimo Sigillo alcuni anni fa, culto nel circuito underground, Io non scordo narra di un latitante di destra scappato a Londra agli inizi degli anni '80 diventando un punk. Quando torna a Roma, inseguito dalla polizia nella metropolitana, sbuca in una stanza misteriosa che contiene l'archivio dei servizi deviati italiani dal dopoguerra a oggi. Si mette in contatto con i camerati di un tempo e insieme decidono di scoprire la verità su movimenti, attentati e stragi, quella alla stazione di Bologna innanzitutto. E a Bologna anni '70 lavorerà il commissario Sarti Antonio, creatura di Loriano Macchiavelli, nel prossimo Le piste dell'attentato (sarà pubblicato a giugno da Einaudi, pagg. 160, euro 9). Utile aggiungere che Macchiavelli e Massimo Carlotto (altro apprezzatissimo scrittore noir, dai complessi trascorsi in Lotta Continua, ha appena fatto uscire L'oscura immensità della morte, (e/o, pagg. 177, euro 12) sono tra i pochi autori italiani apprezzati da Cesare Battisti?
Insomma, tutti a inseguire la verità, che in fondo rimane compito della letteratura, lasciando a giornalisti e storici la ricomposizione della realtà. Ma appare anche assolutamente evidente che gli ultimi venti-trent'anni del Novecento hanno rappresentato il frangente sbandato e accidentato per una complicata formazione alla vita, dove le istanze individuali più che mai si sono intessute con vicende di peso incombente e ancora irrisolte. Misteri, segreti, pulsione al Nulla, processo autodistruttivo di una generazione, viaggio al termine di una lunga notte: ma anche - a constatare i puntuali riferimenti agli anni '70 che fanno i più giovani narratori i cuoi testi concorrono all'antologia La qualità dell'aria (minimun fax, pagg. 364, euro 13) - la necessità di raccontare il proprio tempo con la consapevolezza di avere alle spalle un periodo di avvenimenti innegabilmente memorabili, tremendi e plumbei, epperò non rimuovibili come poteva legittimamente capitare agli scrittori d'inizio anni '80, da quei giorni appena usciti a respirare. Un periodo che diventa fonte di immaginario narrativo. Negli annali della letteratura, tutto sommato, è già successo.

9 aprile 2004 - CASO MORO: L' OMBRA DEL KGB
"Panorama"
CASO MORO, L'OMBRA DEL KGB
Internazionale del terrore - rivelazioni dagli archivi di Mosca
Secondo alcuni documenti fra Br e agenti sovietici esisteva un collegamento. E ora la figlia dello statista vuole fare riaprire le indagini
Giovanni Fasanella
La mano e la mente del Kgb, il potente servizio segreto dell'ex Unione Sovietica, nel sequestro di Aldo Moro? Quasi 20 anni di indagini e sei processi, terminati con decine di condanne all'ergastolo; ma a 26 anni dall'eccidio di via Fani una parte della famiglia ritiene che non tutta la verità sia stata accertata. E chiede che il caso venga riaperto.
Una formale istanza è già stata presentata alla procura romana dall'avvocato Nino Marazzita, a nome di Maria Fida, figlia dello statista democristiano. In un primo momento, anche la vedova di Moro, Eleonora, aveva avallato l'iniziativa legale. Ma poi ha preferito farsi da parte, in seguito ai contrasti insorti con gli altri figli, Giovanni e Agnese, contrari all'iniziativa di Maria Fida.
L'ipotesi investigativa alla base della richiesta, e cioè il coinvolgimento dei servizi segreti dell'Est, è suffragata da una valanga di nuovi elementi emersi soltanto dopo la caduta del Muro di Berlino, perciò ignoti ai magistrati che si occuparono delle prime inchieste, Rosario Priore e Ferdinando Imposimato. Si tratta di materiale di diversa provenienza, soprattutto archivio Mitrokhin, attività di intelligence italiana e indagini della magistratura francese. E proprio Imposimato, su incarico di Maria Fida Moro e dell'avvocato Marazzita, si è preoccupato nei mesi scorsi di rovistare nelle pagine di migliaia di documenti per raccogliere ogni elemento utile alla riapertura delle indagini.
Il primo elemento di novità riguarda Valerio Morucci, leader della colonna romana delle Brigate rosse e uno degli organizzatori del sequestro Moro, insieme a Mario Moretti. Secondo documenti inviati in Italia dalla magistratura francese, era membro di una vera e propria internazionale del terrore diretta da Ilich Ramirez Sanchez, il famigerato terrorista venezuelano meglio noto alle cronache con il nome di battaglia "Carlos". L'organizzazione si chiamava Separat ed era una sorta di braccio operativo della strategia terroristica del Kgb e dei servizi segreti a esso collegati, in primo luogo la Stasi della Germania Est e l'Stb della Cecoslovacchia.
Morucci, come si ricorderà, venne arrestato con la sua compagna Adriana Faranda nel maggio 1979, in un appartamento di viale Giulio Cesare, a Roma. Aveva con sé la mitraglietta di fabbricazione cecoslovacca Skorpion con la quale un anno prima, la mattina del 9 maggio 1938, era stato assassinato Moro. E l'appartamento in cui venne sorpreso dalla polizia era di proprietà dell'astrofisica Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto. Questi, stando al dossier Mitrokhin, pubblicato molti anni dopo, all'epoca dell'operazione Moro era uno degli agenti del Kgb più importanti in Europa: capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia.
Ma un ruolo ancora più importante lo avrebbe svolto un capitano del Kgb, Sergej Fédorovich Sokolov, inviato in Italia alla vigilia del sequestro, nel novembre del 1977. Sokolov cominciò a frequentare le lezioni di Moro all'università. E, tra una lezione e l'altra, si informava sulle abitudini del suo professore, sui suoi spostamenti, sui luoghi frequentati abitualmente, sulla consistenza della sua scorta, sui suoi viaggi all'estero.
Non appena si diffuse la notizia dell'agguato in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, Franco Tritto, uno degli assistenti di Moro, si ricordò di quello strano studente russo e avvertì l'allora sottosegretario all'Interno, Nicola Lettieri.
Ai giudici che indagavano sul sequestro i servizi Italiani negarono ogni notizia su Sokolov. Una scarna informativa fu inviata loro dal Sismi soltanto qualche anno dopo. E con gravi omissioni. Non si accennava minimamente, infatti, al ruolo di Sokolov nel Kgb e si postdatava all'81-82 il periodo della sua presenza a Roma, "come corrispondente della Tass". Lo studente curioso delle abitudini di Moro era invece il capo della V sezione del Kgb, specializzata in sequestri e omicidi.
Perché i servizi italiani tennero quel comportamento è un altro degli interrogativi a cui Maria Fida Moro sollecita una risposta da parte della magistratura. Lettieri, scomparso di recente, presiedeva uno strano comitato di crisi istituito al Viminale da Francesco Cossiga, allora titolare all'Interno. Ufficialmente, quel comitato doveva elaborare le strategie per risolvere il sequestro. In realtà, come si è appurato molto tempo dopo, funzionò solo da cordone sanitario attorno al ministro, per impedirgli qualsiasi movimento. Comprese eventuali iniziative per salvare la vita del presidente democristiano, prigioniero delle Br.
Il sospetto di Maria Fida Moro, del suo avvocato e del suo consulente, Imposimato, è che quel comitato abbia interagito con i brigatisti rossi per indurli a uccidere l'ostaggio. Un esito gradito tanto ai sovietici, ispiratori e organizzatori del sequestro, quanto ai settori più oltranzisti degli apparati d'intelligence americani. Ad avvalorare il sospetto sono innanzitutto alcuni dei personaggi che facevano parte di quel comitato: due agenti Cia, l'esperto americano di antiterrorismo Stephen Pieczenik e lo psichiatra Franco Ferracuti, e quello che secondo il dossier Mitrokhin sarebbe stato un collaboratore del Kgb col nome in codice "Nino" e che corrisponderebbe a un noto analista di strategie internazionali.
Un altro punto di particolare Interesse dei lavoro svolto da Imposimato riguarda, infine, la dialettica interna del Pci all'epoca del caso Moro. Un aspetto mai indagato e che potrebbe riservare molte sorprese. Secondo l'ex giudice, ci fu una violentissima resa dei conti tra i berlingueriani e l'ala fedele a Mosca. I primi, attraverso l'ufficio diretto da Ugo Pecchioli, collaborarono con i nuclei antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e con i servizi segreti, fornendo ogni sorta di informazioni sulle Br. Compreso il nome del musicista di origine russa Igor Markevic, l'artista legato al Kgb che durante i 55 giorni del sequestro potrebbe aver ospitato nella sua casa fiorentina l'esecutivo delle Br. A soffiare il suo nome all'orecchio del controspionaggio italiano sarebbe stato proprio Pecchioli. I filosovietici, invece, avrebbero offerto assistenza ai brigatisti. Facendo anche espatriare all'estero due di loro: Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri.

14 aprile 2004 - CASO MORO: REPLICA A FASANELLA SU RUOLO KGB
"Dagospia"
Caro Dagospia, ho letto l'articolo di Fasanella su Panorama. Non vorrei polemizzare con un' autorita' come Imposimato, ma un povero supereroe, risaputamente filoamericano oltretutto, non puo' fare a meno di notare che l'Italia del 1978 non era la Cecoslovacchia, ne' la Bulgaria, che eravamo al di qua della Cortina di ferro, che il Kgb, l'Stb e gli altri servizi comunisti non avevano certo carta bianca. Se il Kgb era cosi' pesantemente coinvolto nel rapimento Moro i servizi occidentali (americani, inglesi, francesi, tedeschi, israeliani, eccetera) sarebbero immediatamente intervenuti. Se puo' essere sostenibile che non siano intervenuti perche' la scomparsa di Moro era interesse di tutti, e' poco credibile che, ad affare concluso, non abbiano usato l'intrusione sovietica come arma di propaganda (come nel caso dell' attentato al Papa, vedi Claire Sterling et similia). Se non lo hanno fatto perche' la morte di Moro era concordata tra Est ed Ovest, ecco che, essendo noi ad Ovest, e' il peso dell' Ovest che torna in primo piano e quello dell'Est scompare sullo sfondo. Almeno cosi' la vediamo noi immigrati da Krypton.
Nembokid

15 aprile 2004 - ARCHIVI USA: NEL 1973/74 GLI USA TEMEVANO PCI AL GOVENO
"Il Corriere della sera"
Il centrosinistra targato Rumor
Il quarto governo guidato da Mariano Rumor, subentrato ad Andreotti nel luglio 1973, vide il ritorno del centrosinistra, con una coalizione tra Dc, Psi, Psdi e Pri. Ne facevano parte personalità di rilievo: Paolo Emilio Taviani all'Interno, Aldo Moro agli Esteri, Ugo La Malfa al Tesoro, Antonio Giolitti al Bilancio. Proprio uno scontro tra Giolitti e La Malfa, sulle condizioni poste dal Fondo monetario internazionale per un prestito all'Italia, provocò le dimissioni del ministro repubblicano e la caduta del governo, nel marzo 1974.

Nel 1973-74 la Casa Bianca temeva i comunisti nel governo
WASHINGTON - E' il 16 aprile del 1973. Alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca, il presidente Richard Nixon legge il memorandum secret/sensitive di Henry Kissinger sul suo incontro con Giulio Andreotti, presidente del Consiglio italiano, il giorno dopo. "Andreotti è di gran lunga preferibile ai suoi predecessori di centrosinistra - scrive il consigliere -. Il suo governo centrista è minato dai suoi rivali nella Dc, ma si sta dimostrando più solido del previsto: dura da dieci mesi, una bella prova per gli standard italiani". Kissinger non esclude che Andreotti cada dopo il Congresso della Dc a giugno e gli subentri Mariano Rumor con un governo di centrosinistra (come avverrà), ma ne tesse gli elogi: "E' l'erede di De Gasperi, è schierato con la Nato e con gli Usa, definisce "impensabile" la neutralità dell'Italia, si tiene in stretto contatto con il Vaticano. A 54 anni è uno dei più longevi e dei migliori politici italiani e guiderà altri governi". Il consigliere ricorda a Nixon che l'incontro deve rafforzare Andreotti "sul piano dell'immagine". Lo stesso fa il segretario di Stato William Rogers: "Il premier ha bisogno di una simbolica benedizione della formula del centrodestra. Noi dobbiamo rassicurarlo che continuiamo a guardare alla Dc per un'Italia stabile e leale".
Altri documenti declassificati dagli Archivi nazionali a Washington spiegano il perché del sostegno incondizionato dell'amministrazione repubblicana ad Andreotti e al suo mentore, il presidente della Repubblica Giovanni Leone: i nixoniani temono da un lato il compromesso storico e dall'altro un golpe militare in Italia. I timori del colpo di Stato non sono vivi come dieci anni prima, ma lo diverranno nel maggio del 1974, al momento della strage di Brescia, quando Kissinger ammonirà Nixon che "il Pci potrebbe entrare in un governo di coalizione di sei partiti" e aggiungerà: "Certi membri delle forze armate italiane sono probabilmente allarmati dal potenziale aumento d'influenza dei comunisti, ma per ora non paiono avere piani concreti d'azione. Ciò potrebbe però cambiare se il Pci sembrasse in procinto di ottenere un ruolo governativo importante".
Saranno Andreotti e la Cia a placare temporaneamente le ansie della Casa Bianca: il premier italiano insisterà che l'ascesa comunista al potere verrà bloccata e il servizio segreto americano svelerà che l'Urss è contraria. Ma questo fantasma e quello del golpe continueranno a perseguitare Washington.
Trent'anni dopo, è difficile capire come l'Italia possa avere ossessionato gli Stati Uniti in un biennio tumultuoso quale il 1973-74, che li vede alle prese con problemi più gravi e urgenti. Nel 1973, l'America firma a Parigi l'armistizio con il Vietnam del Nord; Nixon è coinvolto nello scandalo Watergate - lo spionaggio nei confronti degli avversari democratici - che lo costringerà a dimettersi nell'agosto 1974; il suo vice Spiro Agnew è costretto a lasciare e viene sostituito da Gerald Ford; in Medio Oriente scoppia la guerra dello Yom Kippur tra gli arabi e gli israeliani. Eppure l'attenzione americana per l'Italia è incessante. Nel giugno del 1973, la Cia lamenta che il Pri abbia ritirato il suo appoggio ad Andreotti, provocandone la caduta. Kissinger incolpa anche Amintore Fanfani e Aldo Moro in un appunto destinato a Nixon: "Per riaffermare la sua leadership nella Dc, Fanfani si è alleato al vecchio rivale Moro, che gli ha imposto il rilancio del centrosinistra". Nixon, un uomo gelido, invia allora una lettera calorosa ad Andreotti: "Assieme, abbiamo grandemente contribuito al dialogo tra l'America e l'Europa". Il nuovo ambasciatore Usa a Roma, John Volpe, un italo-americano innamorato del suo Paese d'origine, cerca di rimediare invitando Leone a Washington, ma la visita avrà luogo un anno dopo, durante la presidenza Ford.
Il governo Rumor fa del suo meglio per dissipare le paure americane e sul momento ci riesce, grazie anche al ruolo di ponte tra gli Stati Uniti e la Comunità europea addossatosi da Moro come ministro degli Esteri: lo stesso Kissinger ammette che "Moro è un uomo di una certa statura e può aiutarci". Ma pochi mesi più tardi è di nuovo allarme. Il 28 febbraio del 1974, il dipartimento di Stato comunica che "il ministro del Tesoro Ugo La Malfa si è dimesso, lasciando anche la segreteria del Pri". I repubblicani escono dal governo, che sopravvive egualmente, ma per Nixon è un altro brutto segno.
Il 6 maggio Kissinger segnala che il referendum sul divorzio del 12 successivo potrebbe causare un terremoto nella politica italiana: "Il leader comunista Berlinguer spinge il compromesso storico, un'alleanza Pci-Dc, ma Fanfani si oppone. Anche se i comunisti vincessero, non dovrebbero andare al governo. Ma tutto è possibile". Lo è a un punto tale che, al successo divorzista nel referendum con il 59 per cento dei No, Volpe conferma sia il pericolo di un golpe militare sia la possibilità di un governo di coalizione con i comunisti: "L'Italia ha problemi drammatici di legalità e di ordine, la situazione economica è critica e le prossime elezioni regionali in Sardegna sono un rischio per la Dc". A fine maggio 1974, Volpe invia due telegrammi alla Casa Bianca. Uno dice che l'Italia "potrebbe essere più avanti di quanto pensiamo sulla strada del compromesso storico", l'altro che "non ci sono ulteriori informazioni su un piano di golpe della destra, ma estremisti potrebbero servirsi della parata militare della festa della Repubblica per qualche iniziativa". Fortunatamente, la prima settimana di giugno passa senza incidenti, per cui Andreotti e la Cia - uno all'insaputa dell'altra e viceversa - buttano acqua sul fuoco.
Il rapporto della Cia è illuminante: "Il Cremlino ha accusato il Pci di avventurismo nella sua corsa al potere richiamandolo alla cautela e premendo perché resti all'opposizione - afferma il servizio segreto Usa -. Nella crisi politica ed economica di questa primavera, Breznev ha reso chiaro a Enrico Berlinguer che l'Urss vuole buoni rapporti con l'Europa e ciò comporta un'Italia stabile". Secondo la Cia, i sovietici si sono addirittura pronunciati contro la battaglia in difesa del divorzio, definendola "una scommessa scriteriata perché ha contrapposto i comunisti italiani ai borghesi cattolici di cui c'è bisogno: il Pci non deve suscitare disagio in Occidente perché può danneggiare le prospettive di distensione internazionale".
Nixon cade ad agosto, ma Kissinger resta come segretario di Stato. Il 17 settembre 1974, alla vigilia della visita di Leone a Ford, un rapporto della Cia conferma che permangono seri interrogativi sul nostro Paese. Questa volta riguardano la Dc: "Parecchi democristiani pensano che il partito rischi di perdere la sua posizione dominante nella politica italiana".
Secondo l'intelligence Usa, "Fanfani ha sbagliato a fare del voto per il divorzio un voto per i comunisti. Molti leader della Dc sono vecchi e il partito ha fama di essere inefficiente e corrotto. La sua sinistra preme per le riforme e per un ringiovanimento dei vertici, con il consenso di nuove figure eminenti, come il ministro dell'Industria De Mita". La protesta all'interno della Dc è diretta soprattutto contro Fanfani, prosegue la Cia, ritenuto responsabile del declino, "ma sinora non ha dato frutti perché Andreotti e Moro non vi hanno preso parte". Stando al servizio segreto americano, sono invece in ascesa i socialisti e i comunisti: "I primi faranno sentire sempre più il loro peso nel centrosinistra. I secondi tenteranno di condizionare gradualmente i partiti al governo e gli italiani ad accettarli come una forza politica legittima, adatta a prendere il potere".
(5 - Continua / Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13, il 17 e il 27 marzo e il 2 aprile)

16 aprile 2004 - AGNESE MORO PRESENTA IL SUO LIBRO
"Il Giornale di Brescia"
Questa sera al CinemaTeatro di Provaglio d'Iseo il libro della figlia dello statista Dc
Moro visto dalla figlia Agnese
PROVAGLIO D'ISEO
La serata di oggi, alle 21 al cinema Teatro Pax di Provaglio d'Iseo, è organizzata dalla Parrocchia. Al centro il libro di Agnese Moro, la figlia dello statista democristiano, rapito e assassinato dalle Brigate Rosse (16 marzo - 9 maggio 1978). Ricordate? In via Fani, un commando delle Brigate Rosse assassinò i cinque uomini della scorta (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi), prelevò Moro, lo imprigionò per 55 giorni in un appartamento di via Montalcini a Roma, quindi, la mattina del 9 maggio lo uccise nel bagagliaio di una Renault rossa, in un garage. Il libro che verrà presentato questa sera, alle 21, al cinema Teatro Pax di Provaglio d'Iseo, è un libro di sentimenti interiori, traccia il profilo e i comportamenti di un Moro domestico. Nel libro di Agnese Moro, scritto e intitolato, magnificamente, "Un uomo così", esce la figura di una padre "normale", immerso nella lettura onnivora dei giornali, di notte, a casa, tra tre sigarette piatte al giorno, (marca Turmac) una risata sul corsivo di Fortebraccio, l'apprensione per il gas - "mi raccomando, chiudetelo bene" -. Poi, la ninna nanna di un sessantenne innamorato delle mura di casa, di una spiaggia da vivere prima in giacca e cravatta, quindi, dopo una lenta acclimatazione, in bermuda abbondanti, invariabilmente bleu. Un Moro che si porta in giro per le capitali del mondo la sua "politichina", la sua Agnesina, ne ascolta le riflessioni, e ne tiene conto, l'ha vicina nelle lunghe passeggiate notturne, tra statisti e burocrazie. E si addormenta accanto a lei, mano nella mano. Dunque, stasera, alle 21, al Cinema Teatro Pax di Provaglio d'Iseo, Agnese Moro, l'on. Emilio Del Bono e Tonino Zana parleranno del libro scritto dalla figlia del presidente della Dc. Il libro, si diceva, è profondamente un testo lirico, acutamente rivolto all'esplorazione di "un uomo così". È il libro della figlia al padre. Ma è anche un testo ricco di profonde riflessioni politiche, legate al pensiero di Aldo Moro, alla sua tragedia. C'è, in esso, una delicata, inesaudita sete di verità. Scrive Agnese Moro nell'introduzione: "Molte circostanze del suo rapimento e della sua morte sono ancora da chiarire. Il governo di allora fu decisamente tiepido. Nulla di serio fu fatto per salvarlo. Fu schernito e disprezzato e, in sostanza abbandonato...". Più avanti, riferendo dell'emozione del padre, alla notizia della strage di piazza Fontana, Agnese Moro scrive: "Anni dopo mi dirà che, a suo parere, nelle stragi si verifica una coincidenza di interessi tra servizi segreti diversi, con una sorta di tacito accordo tra chi fa e chi lascia fare". In "Un uomo così" c'è il Moro che stacca fichi nella feriale Torrita Tiberina e dalla conversazione alla modesta tavola di quella casa prenota una tomba, la Pasqua che precede il suo martirio. Il Moro che esige la scorta per i suo cari e non bada alla propria. Il Moro che canticchia, si fa un uovo al tegamino, sbuccia l'arancio in modo speciale, si assopisce in aereo accanto alla sua Agnese ed è ritratto da Oreste Leonardi. Ancora, il Moro in vacanza sul lago di Garda nel 1957, il Moro che porta da Parigi l'orso pelouche più bello per Agnese, sfidando il pelouche del primo amichetto della figlia. Ma c'è, pure, il Moro struggente delle tre lettere dalla prigione, al nipotino Luca, ad Agnese e alla moglie Eleonora; il Moro dei silenzi e del rinnovamento alla fine del Sessanta, che guarda "ai tempi nuovi che si annunciano", s'inquieta al travaglio di una società che forza le sponde e avvista, da lontano, l'ombra dei suoi carnefici. (t. z.)

16 aprile 2004 - CASO MORO: VIA GRADOLI, PRODI E LA SEDUTA SPIRITICA
"La Padania"
The Prodi's comedy comic, ossia la storia semiseria di via Gradoli
piero scorti
Primo tempo - Ambientazione: Primavera '78. Moro è rinchiuso nella "prigione del popolo" delle Brigate Rosse.
Prodi sta partecipando a una seduta spiritica in quel di Bologna. Circostanza confermata martedì della settimana scorsa deponendo, come "persona informata dei fatti", alla Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhhin (è scritto su tutti i giornali... anche "la Repubblica" ).
A un certo punto il tavolino comincia a tremare e qualcosa si muove. Chi è, anzi chi sono? Semplice, elementare Watson: gli spiriti inquieti di don Sturzo e La Pira.
La tensione fra gli astanti sale a livelli galattici: il piattino (metallico, piccolo ma dalla forma di un disco volante) si muove verso foglietti di carta igienica con le lettere dell'alfabeto. E, alla fine, viene fuori una scritta: "Gradoli".
Prodi trattiene il respiro, va quasi in apnea irreversibile ma poi, come fulminato sulla via di Damasco (dove, con ogni probabilità lo aspetta il suo amico profeta Maometto), ha una formidabile intuizione: è il posto dove i brigatisti tengono rinchiuso Moro. In tempo reale passa la "notizia", la cui "fonte", per lui, era fuori discussione, a tutte le forze dell'ordine, ai servizi segreti e all'Esercito della salvezza islamica.
Tutti si danno un gran daffare. Ma prendono una sonora cantonata: invece di andare a cercare Moro in via Gradoli a Roma (dove Moro era stato effettivamente rinchiuso: si è scoperto grazie alla complicità di un rubinetto che perdeva), vanno su "per le montagne", sugli appennini, in un paesino dal nome omonimo: Gradoli. C'è un lago e un comunicato delle Br falso (ma chi l'avrà mai scritto? Gli spiriti di don Sturzo e La Pira? Il mistero è fitto...) dice che Moro è sul fondo. Il lago "della duchessa" è ghiacciato. Rompono il ghiaccio ma, di Moro, nemmeno l'ombra.
Secondo tempo. Ambientazione: un'austera aula del parlamento.
Prodi sta deponendo alla Commissione d'inchiesta Mitrokhin e, tra un'infinità di "non so", "nessuno me l'ha detto", "non ricordo", "non c'ero e se c'ero dormivo", una cosa dice di ricordarsela, sia pure obtorto collo: il capo del Sismi, gen. Siracusa, che aveva nominato lui, gli chiede un "colloquio urgente e riservato". Prodi, democraticamente, lo riceve o lo ascolta e Siracusa, dice Prodi, gli avrebbe parlato vagamente di un'indagine in corso. Prodi, sempre democraticamente, dice al capo del Sismi: "Vada avanti".
VOCE FUORI CAMPO
Attenzione, o spettatori! In casa del figlio del "referente" italiano del Kgb (sempre su tutti i giornali) vengono arrestati Morucci e la Faranda.
EPILOGO
Ma la parola "Gradoli", a Prodi, chi gliel'ha suggerita: gli spiriti di don Sturzo e di La Pira o qualcuno d'altro? Non c'è problema. Quelli della maggioranza nella Commissione Mitrokhin si sono messi in mente di riascoltare Prodi come "testimone" e messo a confronto con il generale Siracusa. Dettaglio: se Prodi non cambia musica, ovvero lascia stare i santi e dice la verità, può essere incriminato, con invio degli atti alla magistratura, per reticenza e falsa testimonianza. Si ricorda agli spettatori anche che una Commissione parlamentare d'inchiesta ha gli stessi poteri d'indagine della magistratura.

19 aprile 2004 - CASO MORO: LETTERA A PAOLO MIELI
"Il Corriere della sera"
CASO MORO Il discorso sui misteri
Caro Mieli, riprendo il discorso sui misteri del caso Moro, ma gli articoli sulle "carte segrete" di Washington, che il Corriere sta pubblicando, mi spingono a insistere su taluni problemi, non secondari.
Se infatti tra il 1969 e il 1974, come risulta da questi documenti, il governo Usa era tanto preoccupato che i comunisti potessero arrivare al governo in Italia, mentre allora questo rischio era ancora lontano, quanto più lo saranno stati pochi anni dopo, quando Moro formò il governo del "compromesso storico"? Questo rischio infatti era diventato più vicino, tanto che in un'assemblea del gruppo democristiano della Camera a cui partecipavo come deputato, svoltosi nel 1978, tre mesi prima che Moro venisse preso, nel mio intervento dichiarai tra l'altro che se si fosse formato un governo col Pci io avrei votato contro.
Sta di fatto che il governo non volle trattare. Anche se, invece dei quindici prigionieri di cui le Br avevano chiesto all'inizio la liberazione in cambio di Moro, alla fine "ne bastava uno", come mi rispose Franco Bonisoli (uno dei custodi delle "carte") il 2 aprile 1992, quando, al termine della presentazione del libro di Sergio Zavoli "La notte della Repubblica" alla Villa Reale di Milano, gli chiesi se veramente l'avrebbero liberato in cambio di brigatisti prigionieri.
Antonio Marzotto Caotorta

19 aprile 2004 - MARIA FIDA MORO: MIO PADRE DOVEVA SALIRE SULL' ITALICUS
"Adn Kronos"
Aldo Moro il 4 agosto del 1974 sarebbe dovuto partire con il treno Italicus per raggiungere la famiglia che si trovava in vacanza, sali' sul treno e ne discese subito, richiamato per firmare delle carte. Sulla vettura numero 5 di quel treno, l'espresso Roma-Brennero, esplose una bomba che provoco' 12 morti e una cinquantina di feriti. E' quanto racconta, in sintesi, la figlia Maria Fida Moro, anticipandolo all'ADNKRONOS, nel libro di prossima pubblicazione 'La Nebulosa - del caso Moro', senza dare alcuna interpretazione dell'episodio. ''E' contro la mia volonta' ed il mio sentire che prendo la parola invocando lo stato di necessita' -ha dichiarato Maria Fida- all'ultima riga del libro, che ho curato e sta per uscire, 'La Nebulosa - del caso Moro', ho citato un episodio tanto vero quanto non suffragabile, mio padre sali' e scese immediatamente dall'Italicus. Fino all'ultimo ero in forse se inserirlo nel volume perche' ero certa che sarebbe stato strumentalizzato, ma non non prima che 'La nebulosa' fosse in libreria''. La figlia di Aldo Moro affronta poi la questione della richiesta di riapertura delle indagini sul rapimento e l'uccisione di suo padre e afferma: ''Visto che devo sempre confrontarmi con persone che mi attribuiscono parole e pensieri e non pubblicano nemmeno le relative rettifiche ho deciso di tirarmi indietro'', dicendosi ''pur convintissima che la richiesta di riapertura dellle indagini fosse un atto dovuto alla memoria di mio padre riconosco che i miei fratelli, contrari all'iniziativa, avevano ragione ed io, favorevole, torto. D'ora in avanti sara' da considerarsi autentico solo quanto scritto di mio pugno e firmato da me e quanto e' posibile udire dalla mia viva voce''.

ANSA:
MORO: MARIA FIDA, MIO PADRE DOVEVA SALIRE SULL' ITALICUS
LA RIVELAZIONE STASERA A SERENISSIMA TV
Aldo Moro doveva viaggiare sull'Italicus - il treno legato alla strage del 4 agosto 1974 - per raggiungere la famiglia in vacanza in Trentino, ma prima che il convoglio partisse fu fatto scendere per firmare delle carte importanti. E' la rivelazione che Maria Fida Moro ha affidato stasera a Serenissima televisione, un'emittente padovana che trasmette in tutto il nord Italia.
"La figlia di Aldo Moro - hanno riferito i due conduttori del Tg, Gianluca Versace e Tommi Ebhardt, che avevano ospite in studio il direttore del 'Gazzettino' Luigi Bacialli - ci ha chiamato in diretta per rivelarci questa circostanza che lei stessa ha definito inedita e che raccontera' anche in un libro di cui e' autrice, 'La nebulosa del caso Moro', la cui presentazione e' prevista a maggio". "Maria Fida - hanno riferito sempre i due conduttori - ci ha raccontato che suo padre aveva detto ai famigliari, che erano gia' partiti per le vacanze in Trentino, che li avrebbe raggiunti il giorno dopo in treno. Quel treno era l'Italicus. Moro, ha raccontato la figlia, sali' in carrozza ma all'ultimo momento fu costretto a scendere per firmare importanti carte di stato. Un episodio - hanno proseguito i conduttori - di cui Moro volle far partecipi solo i familiari, senza rivelarlo a nessun altro.

MORO: LO SCOOP DELLA TV PRIVATA 'SERENISSIMA'
Quello mandato in onda stasera in diretta da Serenissima televisione, con la telefonata di Maria Fida Moro, appare come uno scoop. Uno scoop che anticipa una rivelazione affidata ad un libro scritto dalla stessa figlia di Aldo Moro e che sara' presentato il 9 maggio prossimo.
Ma e' anche uno scoop realizzato grazie agli ottimi rapporti che uno dei due conduttori televisivi, Luca Versace, ha saputo coltivare sia con l'avvocato Nino Marazzita, legale della famiglia Moro, sia con Maria Fida, gia' intervistata telefonicamente da Versace in occasione del ventiseiesimo anniversario del rapimento dello statista.
"L'avvocato Marazzita - ha riferito Versace - era intenzionato a far riaprire l'inchiesta sulla morte di Moro grazie a nuovi elementi e Maria Fida, nonostante i suoi problemi di salute, e' stata l'unica della famiglia a decidere di andare fino in fondo, rivelando dal letto di una clinica anche questa inedita circostanza sull'Italicus. Circostanza che, a mio avviso, getta nuova luce sia sulla strage che sull'intero caso Moro. E' una rivelazione che cambia un pezzo di storia e che dovrebbe indurre la Commissione stragi a riaprire le indagini sul caso Moro".
L'emittente Serenissima tv, di proprieta' di Lucio Garbo, era gia' salita alla ribalta della cronaca per il caso di Adel Smith.

20 aprile 2004 - L' INTERVISTA DI MARIA FIDA MORO A TELE SERENISSIMA
"Il Gazzettino"
Intervista alla figlia Maria Fida
"Aldo Moro era salito sull'Italicus"
Maria Fida Moro ha rivelato ieri un particolare inquietante. Suo padre, il 4 agosto 1974, era salito sul treno Italicus, ma prima di partire venne fatto scendere per firmare delle carte. Poche ore dopo ci fu la strage sull'Appennino. Il vero obiettivo era Aldo Moro?

L'obiettivo della strage dell'Italicus ... L'obiettivo della strage dell'Italicus sarebbe stato Aldo Moro. Un'ipotesi inquietante che, a trent'anni dall'attentato che provocò una strage, viene avanzata dalla figlia dello statista democristiano, Maria Fida Moro. L'annuncio choc è stato dato ieri sera nel corso di una trasmissione di Tele Serenissima, alla quale era presente anche Luigi Bacialli, direttore del Gazzettino. È stata la stessa Maria Fida Moro a telefonare e spiegare al conduttore Gianluca Versace che quel giorno (il 4 agosto del 1974) suo padre era addirittura salito sul treno alla stazione di Roma e stava per partire, quando all'ultimo momento un suo collaboratore gli disse di scendere per firmare alcune carte. Così il treno partì senza di lui. Poche ore dopo, quando l'Italicus percorreva la lunga galleria appenninica di San Benedetto Val di Sambro, una bomba ad orologeria esplose provocando la strage rivendicata da Ordine Nero. Per Moro il destino riservava un'altra morte violenta: il 9 maggio del 1978 venne ucciso dalle Brigate Rosse, dopo un lungo periodo di prigionia.
L'episodio è anche raccontato nel libro "La Nebulosa del caso Moro" che sta per uscire. "Alla fine del libro ho citato un episodio tanto vero quanto non suffragabile, mio padre salì e scese immediatamente dall'Italicus. Fino all'ultimo ero in forse se inserirlo nel volume perché ero certa che sarebbe stato strumentalizzato, ma non prima che "La nebulosa" fosse in libreria".
Maria Fida Moro ha fatto capire di non aver mai rivelato prima questa clamorosa versione sulla strage dell'Italicus, perché sconsigliata da persone a lei vicine. Il collegamento, tra la presunta presenza di Moro e la strage sul treno, non era mai emerso.

La figlia dello statista, Maria Fida, ha rivelato un episodio, finora ignoto, che verrà raccontato in un libro. Spunta un'ipotesi inquietante Moro era salito sul treno "Italicus" "Venne fatto scendere per firmare delle carte" - Dopo poche ore ci fu la strage nella grande galleria appenninica Maria Fida, la figlia del presidente della Dc, lei stessa già parlamentare, da ventisei anni presidia la memoria del papà. E vuole la verità: con l'ex giudice Ferdinando Imposimato e l'avvocato Nino Marazzita chiede la riapertura dell'inchiesta sulla tragedia che ha travolto la sua famiglia.L'abbiamo intervistata.
-Onorevole Maria Fida Moro, perché proprio lei ha chiesto la riapertura delle indagini sul caso Moro?
"Perché non lo faceva nessun altro. Inoltre a me sembrava un atto imprescindibile anzi dovuto nei confronti della me-moria di papà. Aggiungo che già è stata creata confusione gratuita in merito e che nessuno può parlare in mia vece".
-A cosa punta?
"Guardi, questa richiesta non prevede certamente di chiarire tutte le zone d'ombra, ma almeno quelle già documentate. Né l'avvocato Nino Marazzita, né io sposiamo alcuna tesi preconcetta. La verità non è sempre bianca o nera. Alle volte è nascosta essa si nasconde nelle pieghe sfumate. E non sarà una rivista patinata ad affossarla".
- Suo padre uscì di casa di prima mattina. Vi salutaste?
"E' accaduto che io mi sono ripresa al volo, sulla porta dell'ascensore, mio figlio Luca che stava uscendo con lui e per la pena sono stata scorbutica. Ma"
-Ma?
"Vede, io sentivo arrivare una catastrofe. E ne ero sconvolta".
-Aveva l'abitudine di andare a messa ogni mattino presto?
"Indefettibilmente".
-Ci dice com'era stata la sera prima al rapimento? Ricorda l'ultima cosa che vi diceste?
"Papà quel giorno era raffreddatissimo. Me lo ricordo benissimo questo suo particolare. Ma rimane nel mio cuore".
-Suo padre aveva paura di qualcosa nel periodo che precedette Via Fani? Manifestò inquietudini con voi familiari?
"No. Papà non aveva mai paura per sé, temeva sempre per noi".
-E' vero che rimase fortemente impressionato dalle minacciose espressioni di Henry Kissinger sul "compromesso storico" e l'ingresso del Pci al governo? Moro era conscio che stava sfidando gli americani?
"Niente tranne la morte poteva distogliere papà dal perseguire la giustizia che si incarnava nel suo progetto politico ed umano. Glielo voglio dire: Aldo Moro era ben conscio di sfidare il potere".
-La tragedia di suo padre si è tutta consumata all'interno delle Br oppure ha anche altre origini e altri legami?
"Considero la sua una domanda retorica"
-Conosceva gli uomini della scorta? Cosa ricorda di loro?
"Sì, li conoscevo. Erano nostri amici da sempre. Persone gentili che condividevano ore e giorni con noi, con papà. Mi ricordo benissimo che non hanno voluto, pur potendolo, essere trasferiti altrove. Loro non volevano assolutamente che papà fosse lasciato solo a morire".
-Perché nelle lettere suo padre insistette sullo "stato di bisogno" della famiglia? Intendeva il bisogno della sua guida?
"Sì, lui intendeva proprio il bisogno della sua guida. Sapeva benissimo che saremmo stati traditi e abbandonati, calunniati ed oppressi. E lui avrebbe voluto impedirlo. E c'era anche da parte sua la consapevolezza precisa che, in sua assenza, Luca sarebbe stato alla mercé della vita. Sì c'erano tante cose private e dolci".
-Adriano Sofri, di cui si parla molto in questi giorni, nel suo libro "All'ombra di Moro" sogna di fare una sola domanda ai carcerieri del presidente della Dc: "Gli faceste mai sentire della musica?". Suo papà amava la musica?
"Date le circostanze dell'agonia non mi sembra una domanda molto pertinente. Mio padre adorava la musica".
-Stando alle ricostruzioni di molti processi, parrebbe che suo padre avesse scritto, oltre al famoso memoriale, 95 lettere. Di queste in quei 55 giorni solo 35 sono state recapitate. Perché?
"Bisognerebbe chiederlo a chi aveva in "custodia" mio padre".-Secondo lei il contenuto delle lettere, o di alcune di esse, venne concordato tra sua papà e i sequestratori?
"Può darsi".
-A suo parere Aldo Moro diede in modo cifrato l'indicazione di dove era tenuto prigioniero?
"Non credo. Ma non posso escluderlo a priori".
-Che fine hanno fatto i nastri con le registrazioni audio degli "interrogatori nella prigione del popolo"?
"Non lo so. E non mi interessa. Perché mi sembra fuori posto l'aspetto "giallo" del caso Moro".
-Intende?
"Tutte le elucubrazioni sui se".
-Senta, onorevole Moro: quanti padri ha la tragedia di suo padre?
"Troppi".
-Che ruolo ebbe Paolo VI che di suo padre era amico?
"Stando a quello che scrisse papà "fece pochino".
-Andreotti?
"Il democristiano più gentile dopo Aldo Moro".
-Zaccagnini?
"Insieme ad altri si è limitato a piangere: un po' pochino".
-Craxi?
"Gli sono grata per quanto tentò di fare. Mi lascia un po' perplessa il tributo postumo, perché a tutt'oggi è ancora negato a Moro".
-Berlinguer, la sua contrarietà a ogni trattativa?
"Ogni essere umano risponde alla sua coscienza".
-Torniamo a Sofri: cosa ne pensa della sua grazia?
"Come ho detto più volte sono in linea di massima favorevole alla grazia a Sofri".
-Lei ha perdonato i carnefici di suo padre?
"Sì: è storia vecchia".
-Lei è sempre stata favorevole a chiudere gli anni di piombo con un'amnistia? Perché?
"Sono per la pacificazione che è sempre stata bilaterale. L'odio genera odio, la violenza altra violenza, il sangue chiama altro sangue".
-Sciascia aprì il suo pamphlet sull'Affaire Moro con la frase "più terribile di tutte: qualcuno è morto al momento giusto". Chi lo voleva morto, Aldo Moro?
"Potrei forse rispondere che tutti lo volevano morto, ma sarebbe eccessivo. Diciamo coloro che sperano contro la luce".
-Ha visto gli ultimi film dedicati al caso-Moro, quelli di Martinelli e di Bellocchio?
"Sì li ho visti. E tendenzialmente tutti mi danno dolore, alcuni molto più di altri"".
-"La nebulosa del caso Moro" è un libro in uscita, curato da lei: di che si tratta?
"La nebulosa doveva essere una specie di compendio rivolto ai ragazzi del futuro, a coloro che non c'erano nel '78. A coloro che non sanno, perché possano farsi un'idea propria sulla scorta di una trama oggettiva, mai asettica anzi appassionante ed amorevole".
-"Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo" scrive suo padre nella lettera-testamento. La sua fede fu incrinata dalla tragedia vissuta?
"No anzi se non avessi fede non potrei vivere, né sarei sopravvissuta".
-C'è qualcuno - un confessore, si disse - che lo poté incontrare in segreto in quei 55 giorni?
"Magari fosse vero. Speriamo che lo sia".
-Maria Fida Moro: poteva essere salvato suo papà?"Chissà! Forse sì. Poteva essere salvato".
-Se. Se fosse tornato in libertà si sarebbe "vendicato"?
"Nooo! Certo che no!".
-Si è scritto di tutto. Ma c'è qualcosa - un particolare - che lei sa e noi no?
"Miliardi di particolari. I trentuno anni trascorsi accanto a un padre straordinario. Perché, vede, per capire la morte di Aldo Moro sarebbe necessario conoscerne bene la vita".-Luca. Suo figlio, Maria Fida. Il nipotino adorato di Aldo Moro. E scrive suo papà rivolto alla "mia dolcissima Noretta": "Bacia e carezza Fida, Luca (tanto tanto Luca)". La perdita del nonno ha segnato la sua vita?
"L'ha devastata. Luca è la vittima delle vittime. La più innocente di tutte".
-Cosa le manca suo padre?
"La sollecitudine. La gentilezza. La bontà. Il sorriso: mi manca tanto il suo sorriso. Pensi, perfino da morto sembrava sorridere".Gianluca Versace

20 aprile 2004 - MARIA FIDA MORO A DAGOSPIA
"Dagospia"
MORO PER SEMPRE - LETTERA DI MARIA FIDA A DAGOSPIA: "TORNO INDIETRO SUI MIEI PASSI IN ATTESA CHE LA VERIDICITA' EMERGA DA SOLA" - LETTERA DI MARIA FIDA A "PANORAMA" E MAI PUBBLICATA...
Riceviamo e pubblichiamo:
Alla cortese attenzione di Roberto D'Agostino
Carissimo,
per motivi di equita' e di sicurezza in senso lato ti prego di rendere pubblico quanto accluso. E' davvero importante per me. Ti ringrazio e mi scuso per il disturbo arrecato.
Negli ultimi 26 anni non sono mancati i depistaggi, i clamori, le cortine fumogene. Né "La nebulosa del caso Moro" poteva fare eccezione alla regola. Chi gioca contro la verita' ha avuto la fortuna di potersi muovere su due fronti. La notizia della richiesta di riapertura delle indagini sul caso Moro e' gia' stata usata contro di me facendo passare per mia una versione dei fatti aliena (a questo proposito mi permetto di chiedere a Dagospia di ospitare una rettifica che non sono ancora riuscita a far pubblicare).
L'armata russa si ritirava invece di affrontare Napoleone e cosi' faro' anch'io. Tornero' indietro sui miei passi in attesa che non il tremendo inverno russo, ma la veridicita' emerga da sola. Ho la sensazione che restare e battersi sia controproducente e favorisca il nemico. Riassumo quindi il senso della mia posizione, che e' appena cambiata, dichiarando che proprio per restare fedele alla sostanza delle cose deve mutare la forma.
1) Ho citato nel libro "La Nebulosa" un episodio che potrebbe costituire una coincidenza o forse no. Mio padre sali' sull'Italicus dal quale discese quasi subito, perche' richiamato indietro a firmare delle carte. Questa "curiosita'" conclude "la Nebulosa" ed ha una valenza astratta per delineare uno degli scenari di quegli anni e nulla piu'. Non posso portare nessuna prova di quanto affermo (se non che mi e' stato riferito da mia madre) pur trattandosi di un fatto realmente accaduto. Non fare questa segnalazione avrebbe forse significato perderla per sempre.
2) Sempre ribadendo la mia motivazione etica (morale) alla richiesta di riapertura delle indagini - come un gesto inevitabile di affetto nei confronti della memoria di mio padre - convengo pero' che i miei fratelli, contrari a tale iniziativa, avevano ragione, avendo colto lo scoramento e lo sconforto di un'azione avvolgentesi su se stessa come il moto perpetuo di una vite senza fine.
3) Non posso subire tutto da tutti restando da sola, in campo aperto, a fronteggiare il marasma creato da altri. E vorrei che la miriade di estranei che si sono "offesi", a vario titolo, per le mie azioni e reazioni, comprendessero che per me il caso Moro non e' una vicenda giornalistica, ma brandelli di carne insanguinata, schegge di cuore, sussulti di anima sparsi nel cosmo e che io vivo, e mi comporto di conseguenza. Anche se il male ed il dolore sembrano prevalere non prevalgono. MAI. Questa e' la lezione politica ed umana di Aldo Moro
Maria Fida MORO

2 - LA VERITA' E' PRESENTE ED ETERNA.
Comunicazione resa ieri pomeriggio, 19 aprile 2004, alla ADNKronos
E' contro la mia volonta' ed il mio sentire che prendo la parola invocando lo stato di necessita'. All' ultima riga del libro, che ho curato e sta per uscire ("La Nebulosa del caso Moro"), ho citato un episodio tanto vero quanto non suffragabile: mio padre sali' e scese immediatamente dall' Italicus. Fino all' ultimo ero in forse se inserirlo nel volume, perche' ero certo che sarebbe stato strumentalizzato, ma non prima che la Nebulosa fosse in libreria. E visto che devo sempre confrontarmi con persone che mi attribuiscono parole e pensieri e non pubblicano nemmeno le relative rettifiche ho deciso di tirarmi indietro. Pur convintissima che la richiesta di riapertura delle indagini fosse un atto dovuto alla memoria di mio padre riconosco che i miei fratelli, contrari all' iniziativa, avevano ragione ed io, favorevole, avevo torto.
D'ora in avanti sara' da considerarsi autentico solo quanto scritto di mio pugno e firmato da me e quanto e' possibile udire dalla mia viva voce. Un altro episodio riportato nel libro, quello delle 1950 lire in monete si presta ad essere travisato eppure, nei 15 secondi scarsi che mi sono stati concessi in televisione, tempo fa, ne avevo gia' parlato senza che nessuno protestasse.
E' evidente che non posso farcela da sola contro riviste patinate che parlano con voce da sirena. Ma non e' vero che ricerco la verita' "ci volessero pure mille anni". La verita' e' presente ed eterna. Io tento soltanto di impedire che l' oblio cancelli il ricordo di un uomo straordinario, inghiottito da un buco nero, un giovedi' di 26 anni fa e che ha portato via con se' la luce del sole, il mio cuore, la mia vita e tutta la bonta' e la bellezza del mondo. Per sopraffarmi non e' necessario avere dalla propria la forza della ragione e del coraggio, e' piu' che sufficiente non provare vergogna.

3 - LETTERA A "PANORAMA" E NON PUBBLICATA
Alla cortese attenzione del direttore Carlo Rossella
Gentile Signor Direttore
Ai sensi della legge sulla stampa La prego di pubblicare la seguente rettifica inerente l' articolo, apparso su Panorama del 15 aprile 2004 (n. 16) di Giovanni Fasanella, intitolato "Caso Moro, l' ombra del Kgb" a pag. 79 e seguenti che, purtroppo, mi riguarda e nel quale sono citata a sproposito.
1) Il giudice Ferdinando Imposimato svolge da anni autonomamente ricerche sul caso Moro. Non sono io il motore di tali ricerche anche se, in questa fase finale, ne ha condiviso i risultati con noi.
2) Dall' articolo in questione non si evince la motivazione della richiesta di riapertura delle indagini, che sembra essere un'altra. La motivazione reale e' "non prevenire un evento dannoso equivale a provocarlo".
3) Infine mi sono stati attribuiti pensieri non miei. Prima i giornalisti si limitavano ad attribuirmi delle parole, adesso siamo passati addirittura ai pensieri ! Non la penso come voi sembrate ritenere ed avevo pregato di ospitare una mia "battuta" nel pezzo. Quindi i miei pensieri li tengo per me e voi sarete cosi' gentili da non dichiarare quali essi siano, visto che non lo saprete mai.
Con Ossequio
Maria Fida MORO
Roma, 12 aprile 2004

20 aprile 2004 - OSTAGGI IRAQ; MARIA FIDA MORO, BISOGNA SEMPRE TRATTARE
ANSA:
IRAQ: OSTAGGI; MARIA FIDA MORO, BISOGNA SEMPRE TRATTARE
SE NON PREVALE DIRITTO ALLA VITA NASCONO I LAGER E I GULAG
"Bisogna sempre trattare: io credo nella mediazione come ci credeva mio padre". Le parole di Maria Fida Moro, oggi a Napoli negli studi televisivi della Rai per presentare il libro ,"Nebulosa", nel corso di una puntata di Gap, Generazione alla prova, (trasmissione settimanale di Rai Educational), propongono una chiave di lettura univoca, sulle vittime del terrorismo, valide in tempo di guerra e in tempo di pace. "Io non credo nella non trattativa - ha detto commentando la cattura dei quattro ostaggi italiani in Iraq - bisogna sempre trattare: meglio farlo scegliendo i tempi e i modi giusti, invece di essere costretti poi dalle circostanze".
Per la figlia dello statista ucciso dalle Br "si tratta anche in tempo di pace, perche' bisogna far prevalere sempre il diritto alla vita umana: se lo si lascia decadere ci si trova davanti a ingiustizie piu' grandi, come i gulag e i campi di concentramento nazisti. E questo non e' tollerabile".
"Il terrorismo - ha spiegato - nasce da una forma di disagio e di ingiustizia: se non si vuole il terrorismo bisogna che ci sia giustizia nel mondo". E i politici all'altezza non sono comuni: "Un erede di mio padre nella politica italiana di oggi non esiste. Come capacita' di affetto c'e' soltanto mio figlio Luca, che pero' non vuole occuparsi di politica, perche' la trova orribile". Moro invece potrebbe ancora dare una lezione insegnando ai politici di oggi "a trattare con rispetto e passione tutto quello che riguarda l'umanita"".
"Nebulosa" e' un libro scritto per i giovani del futuro, per chi non sa nulla del caso Moro, concepito quasi come un Bignami, spiega, descrivendo un lavoro "difficile e molto accurato, scritto a piu' mani": "33 persone per la precisione, tutti amici e giornalisti. Abbiamo ricontrollato tutto: dalle eta' dei poliziotti ai luoghi, nulla e' stato lasciato al caso". Maria Fida non vuole andare oltre pero', confermando che "Moro si trovo' sul treno Italicus, e scese prima dell'esplosione". E rimanda ogni curiosita' alla lettura: "Se racconto tutto di questo libro prima che esca nessuno lo compra: i diritti d'autore vanno ai bambini africani malati di aids, quindi qualcuno dovra' comprarlo e leggerlo".

21 aprile 2004 - MORO E ITALICUS: PELLEGRINO
"Il Gazzettino"
PELLEGRINO (DS) Moro sull'Italicus? "Verosimile"
Roma NOSTRA REDAZIONE
L'ipotesi di un attentato a Moro nel 1974 "potrebbe essere verosimile". È il giudizio di Giovanni Pellegrino, ex senatore diessino, per due legislature presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia, un'autorità sui misteri degli "anni di piombo". A Pellegrino, dopo anni di indagini e un milione di pagine sull'argomento, "giunge del tutto nuova" la circostanza narrata da Maria Fida Moro, secondo la quale lo statista democristiano era a bordo del treno Italicus il giorno della strage (4 agosto 1974) ma ne uscì per firmare alcune carte. E il treno partì senza di lui, verso un destino di morte.
"Riguardo all'Italicus - dice l'ex senatore - ricordo bene che Almirante, prima della strage, lanciò un allarme su possibili attentati a treni. Di Moro in relazione all'Italicus non ho mai sentito parlare, la cosa mi giunge nuova. Può darsi anche che sia un mio difetto di memoria, ma in nessuna delle relazioni che ho scritto ricordo un accenno a questa circostanza". Tuttavia Moro era un personaggio di eccezionale statura politica, potenziale bersaglio per chiunque avesse voluto destabilizzare il nostro Paese. "Moro - prosegue Pellegrino - è indubbiamente una figura intorno alla quale i vari nodi della strategia della tensione si aggrovigliano. È il passaggio dal primo al secondo governo Moro che attiva le tensioni del "piano Solo" (il "rumor di sciabole" annacquò nel 1964 il primo esperimento di centrosinistra, ndr). Senza voler prendere partito per la tesi sulla natura golpista del "piano Solo", non c'è dubbio che quello fu un momento di tensione istituzionale che ruotava intorno a Moro. Subito dopo la strage di piazza Fontana fu Barca (dirigente del Pci ndr) ad avvertire Moro di tornare in Italia con una qualche prudenza. Moro torna in Italia con qualche prudenza e nei giorni immediatamente successivi incontra Saragat. Ora questa circostanza legherebbe Moro anche alla tensione del 1974. Io per la verità ho sempre visto quelle del 1974 come stragi "reattive", con gruppi della destra e settori delle istituzioni che cercavano di rilanciare il piano eversivo del 1969-70, mentre in realtà il mondo stava cambiando. Mi sembravano colpi di coda".
Il 17 maggio 1973 una bomba a mano fu lanciata nel cortile della questura di Milano in via Fatebenefratelli, mentre si ricordava il primo anniversario dell'uccisione del commissario Calabresi: vi furono 4 morti e 45 feriti. La sentenza del 2000 attribuì la responsabilità ad Ordine nuovo. "Probabilmente - osserva Pellegrino - con la strage di via Fatebenefratelli si è voluto punire Rumor perché non aveva dichiarato la stato di emergenza dopo piazza Fontana. Se fosse vero che Moro doveva essere tra le vittime dell'Italicus, il fatto potrebbe essere interpretato come un tentativo di punire Moro per il suo ruolo di protagonista nella tenuta democratica delle istituzioni dopo piazza Fontana. In questo senso l'ipotesi di un attentato a Moro nel 1974 potrebbe essere verosimile".Assai più scettico l'anziano leader moroteo Luigi Gui. "Di questa vicenda - dice dall'alto dei suoi 89 anni - non ho mai sentito nulla e sarei molto prudente nell'accostare la strage dell'Italicus al caso Moro".
Andrea Bianchi

22 aprile 2004 - FASANELLA REPLICA A MARIA FIDA MORO
"Dagospia"
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dagospia, Maria Fida Moro ha inviato a Panorama una lettera in cui contesta un mio articolo sulla richiesta di riaprire il caso Moro. E senza nemmeno attendere di vederla pubblicata, ha pensato di divulgarla attraverso il tuo sito. Evidentemente non le interessava chiarire, spiegare, correggere: voleva solo creare il pretesto per un piccolo spot. Alle sue accuse, rispondo:
1 - Il giudice Ferdinando Imposimato è stato uno dei consulenti dell'avvocato Nino Marazzita, il legale di Maria Fida Moro, il quale si è servito anche delle sue ricerche per la stesura dell'istanza di riapertura delle indagini. Proprio dallo studio Marazzita ho avuto, oltre a una copia dell'istanza, il dossier di 80 pagine preparato da Imposimato.
2 - Le motivazioni alla base della richiesta rivolta alla Procura della Repubblica di Roma sono elencate nell'istanza, in calce alla quale c'è anche la firma di Maria Fida Moro. E sono le stesse che ho citato nel mio articolo.
3 - Non ho attribuito pensieri di alcun genere a Maria Fida Moro, come possono facilmente verificare i frequentatori del tuo sito, che ha ripreso integralmente il mio articolo.
4 - A me interessavano i fatti, non le battute. Avevo l'istanza firmata da Maria Fida Moro. E questo mi bastava. Con tutto il rispetto che ho per la figlia di Aldo Moro, rivendico il mio diritto di non dipendere dalle labbra altrui.
Grazie per l'ospitalità.
Giovanni Fasanella

23 aprile 2004 - MARIA FIDA MORO SU LIBRO "NEBULOSA DEL CASO MORO"
"Il Venerdi'" di Repubblica
E NEL MISTERO MORO SPUNTA L'ITALICUS
1974, la famiglia va in vacanza. Lui deve raggiungerla con il treno della strage.
Ma cambia programma... Lo svela in un libro, Maria Fida. Che sulla
morte del padre ha ancora tanti dubbi. E chiede nuove indagini.
(di Antonella Barina)
Il caso Moro non finisce, non passa. Non puo' finire, ne' passare perche' non e' risolto". Parole di Maria Fida Moro, primogenita dello statista sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse 26 anni fa. Che pone una domanda dura allo Stato: "Fino a quando seguiterai a lasciarci senza risposta? Voglio che qualcuno ci dica, mi dica, dica agli italiani, in modo diretto e franco, che non ci sono piu' incongruenze e buchi neri nel caso Moro".
Maria Fida parla attraverso le pagine di un libro a piu' mani che ha appena finito di curare (oltre a scriverne alcuni capitoli): La nebulosa del caso Moro, in uscita il 6 maggio. Che sara' presentato il 9 (anniversario della morte di Aldo Moro all'Archivio centrale dello Stato da Giulio Andreotti, Gianni Letta e Marco Follini. Ed ecco che alcuni dubbi - e molti fatti - di una delle vicende piu' drammatiche dell'Italia dei misteri si ripresentano in fila.
Dagli avvertimenti trascurati prima della strage di via Fani alle incongruenze di certe indagini condotte nel tempo. Dalla sparizione di preziosi documenti alle troppe testimonianze contraddittorie fino al ruolo mai chiarito di tanti personaggi.
Ma anche un episodio inedito, inquietante, che Maria Fida racconta quasi di sfuggita allafine dell'ultimo capitolo: "Un'estate noi, i Moro, siamo partiti in macchina per le vacanze estive e siamo andati a Bellamonte in Trentino. Papa' doveva raggiungerci in treno e in effetti e' salito su un treno dal quale e' sceso qualche istante dopo perche' era stato richiamato indietro, per firmare delle carte. Cosi' anche lui ha finito per venire in macchina. II treno era l'Italicus". Una combinazione? Una mossa programmata? Maria Fida non ha una risposta.
Anche se tutto il caso Moro qui e' riproposto dal punto di vista suo e di alcune persone che le sono vicine. Lei lo dice chiaramente: "Sono 33 autori scelti tra gli amici e gli amici degli amici, per riappropriarci di una vicenda personale della quale siamo stati per troppo tempo espropriati".
Si tratta di giornalisti, soprattutto. Ma non solo: ci sono due lunghi interventi di Ferdinando Imposimato, gia' giudice istruttore del caso Moro, che negli anni ha continuato le sue ricerche, imbattendosi in fatti sempre piu' sospetti e convincendosi che il caso vada riaperto. Ci sono oggi i presupposti per farlo? Qualche giorno fa Nino Marazzita, avvocato di Maria Fida, ha presentato un'istanza formale alla Procura di Roma perche' si riavviino le indagini. Ora attende la risposta della magistratura. E spiega "non sono bastati 25 anni di inchieste e sei processi, con sentenze ormai definitive, per ricostruire i tragici eventi avvenuti tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978: deve essersi introdotto un diabolico meccanismo di depistaggio che ha portato i magistrati a sviluppare le indagini in direzioni sbagliate".
Sul caso Moro e' stato scritto tutto e il contrario di tutto. Chi sostiene che le Br hanno agito da sole. " chi dice che avevano alle spalle i Servizi italiani, chi la Cia, chi li Kgb... Secondo lei?
"Penso che nessuna di queste ipotesi sia esaustiva. Che una sola cosa e' certa: non si sa come siano andate realmente le cose. Troppe incongruenze fanno pensare che le risposte date finora sono inadeguate. Per questo il libro. Per questo la richiesta di riaprire il caso".
Eppure l'ipotesi investigativa alla base della vostra richiesta si basa anche su circostanze molto specifiche che proverebbero il coinvolgimento diretto del Kgb nella vicenda.
"Abbiamo chiesto la riapertura delle indagini in base alle nuove fonti di prova in nostro possesso. Ma questa e' solo una piccola parte della "nebulosa del caso Moro": solo quella di cui avevamo prove documentate. E sottolineo che abbiamo reso pubblica solo una piccola parte dei documenti presentati in procura (altri hanno il vincolo della riservatezza). In futuro quindi' ci saranno molti nuovi settori di indagine da portare avanti. In questa fase non affermerei' mai che "a rapire e uccidere mio padre e' stato il Kgb". Ne' qualunque altro specifico potere occulto. Perche' qualsiasi certezza e' prematura. Vorrei che si arrivasse alla verita' a 360 gradi. Anche se ci volessero mille anni per ottenerla. In fondo la verita' definitiva e' fatta di piccole verita' che si scoprono di volta in volta. Si arrivera' a dimostrare il ruolo del Kgb? Bene, lo si metta agli atti e si continui a cercare altre certezze".
Altro settore d'indagine: l'azione del comitato di crisi istituito dagli Interni per gestire i 55 giorni del sequestro. Avrebbe avuto affiliati alla P2, agenti della Cia e del Kgb. E perfino chi avrebbe agito in modo da costringere le Br a uccidere l'ostaggio.
"Noi chiediamo che vengano perseguiti tutti coloro che, avendo il potere di intervenire, non lo hanno fatto. Sia a dramma in corso. Sia preventivamente, per evitare una tragedia annunciata: si e' scoperto che alcuni sapevano in anticipo del rapimento".
I fatti inquietanti raccontati nel libro sono numerosi. Ma ci sono anche episodi "strani" che ben pochi sanno. Come il rischio che suo padre morisse sull'Italicus. O il fatto che nelle tasche del vestito che indossava quando fu ucciso ci fossero 1950 lire.
"Io mi sono subito chiesta: che ci fanno delle monete in tasca a papa'? Lui detestava il denaro, lo considerava sporco e lo teneva sempre lontano da se', chiuso in una delle sue famose borse. Non poteva averlo in tasca al momento del sequestro. E se qualcuno glielo avesse consegnato perche' potesse telefonare una volta libero?".
Lei racconta anche di un ladro che entro' in casa e rubo' gli effetti personali di suo padre...
"Altro episodio misterioso. Si trattava di piccoli oggetti restituiti dai brigatisti insieme al corpo di papa': occhiali da vista, da sole, penna, orologio, catenina, patente, tessera parlamentare... Mamma li aveva messi nel cassettino nascosto di un mobile antico che era in camera sua. Il 13 novembre del '78 un ladro si intrufolo' in casa, arrampicandosi lungo le grondaie, i rampicanti, i balconi. Percorse il corridoio, raggiunse la stanza dei miei genitori, trovo' subito il cassetto e rubo' quegli effetti personali, tralasciando pero' una busta con un milione di lire. E pensare che quel giorno in casa eravamo almeno una decina: nessuno lo incrocio'. Cosi' lui prese l'ascensore e usci' dal portone principale: insospettito, un poliziotto di guardia gli sparo', mancandolo. Venne la scientifica: nessuno e' mai riuscito a spiegare il perche' di quel furto. Ma tutto il caso Moro e' ancora pieno di fatti inspiegabili. Non ho il dovere di riaprirlo?.
ANTONELLA BARINA

26 aprile 2004 -MARIA FIDA MORO A FASANELLA
"Dagospia"
Caro Roberto, ti mando questa nota che considero conclusiva in merito alla "diatriba" sull'articolo di Fasanella.
I fatti sono: ognuno può dire quello che gli pare sempre nel rispetto del segreto professionale e della riservatezza delle indagini. I giornalisti possono decidere di non sentire i diretti interessati ad una vicenda, ma non possono attribuire a questi ultimi dichiarazioni rilasciate da altri. È vero che la richiesta di riapertura delle indagini sul caso Moro l'ho firmata io, ma le dichiarazioni, riportate nell'articolo di Fasanella, non sono le mie, anche perché nell'istanza ho chiesto alla Magistratura di indagare su fatti specifici e determinati senza manifestare il mio pensiero sulla globalità del caso Moro. Pertanto esprimo formale diffida a che vengano pubblicati atti e/o dichiarazioni come provenienti da me senza mia specifica, personale e preventiva autorizzazione
Maria Fida Moro

27 aprile 2004 - "ALDO MORO, MIO PADRE" DI AGNESE MORO
"Il Corriere della sera"
IL LIBRO
"Aldo Moro, mio padre"
E' dedicato al padre ucciso dalle Br 25 anni fa il volume "Un uomo così" (Rizzoli), che viene presentato domani al Collegio Nuovo di Pavia (via Abbiategrasso 404, ore 21). Un centinaio di pagine di ricordi della figlia Agnese per ritrarre Aldo Moro nei suoi panni non ufficiali né pubblici: un album di famiglia. Qualche viaggio, i giornali, le preoccupazioni del partito. E tre lettere scritte dalla prigionia e mai recapitate: sono state ritrovate in fotocopia nel covo delle Brigate Rosse a più di dieci anni dalla morte. Le pagine di Agnese Moro sono un invito a superare alcuni vincoli ideologici, per rendere giustizia a un uomo, nella convinzione di poter fornire al lettore una chiave in più in più per approfondire la figura pubblica di Moro . (Cri. Co.)

27 aprile 2004 - FASANELLA A MARIA FIDA MORO
"Dagospia"
Caro Dagospia, Maria Fida Moro continua a sostenere che le avrei attribuito dichiarazioni non sue. Il fatto è che non ho attribuito niente a nessuno, come chiunque può verificare leggendo il mio articolo pubblicato su Panorama e ripreso integralmente dal tuo sito.
A questo punto, il mio sospetto diventa certezza: ci sono problemi tra Maria Fida Moro, il suo legale Nino Marazzita e Ferdinando Imposimato. Per cortesia, potrei rimanerne fuori? Grazie.
Giovanni Fasanella

28 aprile 2004 - COSSIGA SU OSTAGGI IRAQ E MORO
"Il Corriere della sera"
"Contro i terroristi sacrificammo Moro. Siamo ancora uno Stato?"
ROMA - " Ora la situazione è grave e le decisioni sono non facili e possono essere dolorose e tragiche. Ci ricordiamo ancora che siamo una Nazione e uno Stato? Ci ricordiamo ancora che per battere il terrorismo interno noi democratico-cristiani, comunisti, repubblicani e liberali abbiamo sacrificato Aldo Moro alla Ragione di Stato e non ci siamo arresi e ci siamo anche lasciati comprensibilmente "maledire"?". Francesco Cossiga evoca una vicenda che lo ha straziato per parlare degli ostaggi prigionieri delle Falangi Verdi. Ma lo stesso Cossiga riconosce che tra i due fatti non c'è alcuna affinità. Perché?
"In questo caso - spiega il senatore a vita - ci sono due punti di vista differenti. Uno: dare prevalenza ai valori umanitari della vita individuale, delle persone. Due: dare prevalenza al prestigio dello Stato e alle esigenze della lotta contro il terrorismo che certo viene fiaccata dalla trattativa".
In un caso si privilegia la trattativa, nell'altro la ragione di Stato che la nega...
"Serve, in realtà, un compromesso onorevole in conformità alle leggi e convenzioni di guerra, che prevedono anche lo scambio di prigionieri. Altrimenti si deve avere il coraggio, avuto da Aldo Moro, di fregarsene della legge e di fare scappare con un aereo dei servizi alcuni terroristi palestinesi che volevano attentare a un aereo israeliano. In alternativa si può anche concedere la grazia a chi è già condannato in via definitiva, adottando magari l'istituto del cosiddetto blanket pardon , la grazia coperta, con la quale si può dare la grazia a prescindere da una sentenza ancorché non definitiva".
Lei, senatore, sembra pessimista sull'esito di questa vicenda?
"Non sono ottimista. Perché io ritengo che gli ostaggi siano stati catturati da un gruppo che però poi li ha ceduti ad ambienti politici. Ecco io penso che forse si è sbagliato a ritenere che fossero ambienti sciiti e ciò che è stato chiaramente smentito dal leader sciita minoritario, più violento, che ha fatto addirittura un appello in favore della loro liberazione. C'è invece da pensare che i tre nostri connazionali siano in mano a un gruppo sunnita legato alle disciolte forze di Saddam Hussein. Ora la speranza è che, con il cambiamento di rotta degli americani che stanno recuperando gli ex quadri militari e di polizia del passato regime anche in funzione antisciita e antiraniana, ci si possa servire di queste frange. E non è neppure escluso che i sequestratori abbiano rapporti con ambienti italiani antimperialisti. Aggiungo che è lecito pensare che, in cambio di appoggi futuri nella loro guerra contro l'imperialismo americano e britannico in Europa, questi gruppi sunniti facciano il piacere ai loro amici italiani di dare uno schiaffo a Berlusconi consegnando gli ostaggi a no global pacifisti, laici o religiosi, notoriamente nemici del centrodestra e di Berlusconi e fautori della causa islamica".
E' una sua opinione o c'è qualcosa di più?
"E' una mia opinione".
Qualcuno ha anche proposto di fare una manifestazione. Lei che cosa ne pensa?
"I no global alla Agnoletto, i Bertinotti, i Diliberto potrebbero mettersi d'accordo con il ministero dell'Interno che li dovrebbe bastonare - ma non molto per rendere la cosa credibile - per fare una manifestazione contro Berlusconi e a favore di Al Qaeda".
Ma questa è una proposta paradossale?
"Non tanto paradossale. Se fossimo in Inghilterra l'Intelligence service l'avrebbe già fatto. Il governo si sarebbe messo già d'accordo: "Voi fate una grande dimostrazione di piazza, rompete qualche vetrina, insultate Berlusconi, gridate viva Al Qaeda, vi pigliate qualche botta, ma leggera". Chissà che questa - io la definisco la "soluzione Pulcinella" - non serva a liberare gli ostaggi".
Una "soluzione Pulcinella" organizzata dal ministero dell'Interno...
"Certo. Ci consentirebbe di avere indietro gli ostaggi e di salvare la faccia. Teniamo presente che Al Qaeda disprezzava profondamente Saddam Hussein. E i sequestratori devono, consegnando gli ostaggi, ricavarne un vantaggio politico minimo, altrimenti perdono la faccia con Al Qaeda che dice loro: "Noi sì che siamo bravi, noi abbiamo ammazzato mille americani, abbiamo assassinato duecento spagnoli e fatto fuggire i soldati spagnoli. E voi? Che cosa siete capaci di fare"?".
Lorenzo Fuccaro
 
 


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