Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2004: febbraio

1 febbraio 2004 - MORO E TOBAGI: IL LIBRO DI ARLATI E MAGOSSO
"Il Gazzettino"
LE CARTE DI MORO, PERCHÉ TOBAGI
di R. Arlati e R. Magosso
(Franco Angeli, 12 euro)
(pa. fra.) Un nuovo libro sul caso Moro, 26 anni dopo ancora uno dei grandi misteri della storia della Repubblica italiana? Sì, ma stavolta a scriverlo, con la collaborazione di un giornalista esperto di fatti di terrorismo, è il protagonista di uno degli episodi cruciali della vicenda: la sparizione dal covo di via Montenevoso a Milano delle carte che contenevano le rivelazioni più scottanti dello statista dc durante i 55 giorni del suo sequestro. Arlati è l'ufficiale dei carabinieri che organizzò il blitz in via Montenevoso. E nel libro racconta per la prima volta la sua verità: chi portò via gli scritti, i nomi, gli intrecci e i retroscena. Fino ad arrivare a spiegare come e perché fu deciso di non impedire l'assassinio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi nel 1980.

1 febbraio 2004 - "UN UOMO COSI'" DI AGNESE MORO
"Il Giornale di Brescia"
Incontro con la figlia Agnese e Martinazzoli
ALDO MORO, IL CORAGGIO DELLA PAZIENZA
Tonino Zana
Venerdì sera, la Sala dei Disciplini di Castenedolo conteneva cinquecento persone, sedute in sala, al primo piano, in piedi, rasenti al muro. Erano venute ad ascoltare la vita di Aldo Moro secondo le testimonianze della figlia Agnese - raccolte nel libro "Un uomo così" - e secondo le riflessioni di un moroteo post mortem: "Ho conosciuto più Moro da morto che da vivo", ha detto Mino Martinazzoli, autore, di nuovo, di una riflessione molto applaudita, quasi una conversazione dai toni pacati e dalla sostanza ferma. Dall'emozione trattenuta a fatica, quando il bravo attore, Sergio Mascherpa, ha recitato molti passi del libro. Liberava, a quel punto, un pianto sommesso, Agnese Moro e nella Sala dei Disciplini saliva il silenzio del tempo. Il clima della serata è stato animato dalle domande curate, appassionatamente estese del giornalista Beppe del Colle. Dunque, chi era Moro, nel privato? Moro non era pessimista, non evitava la realtà, non alzava la voce ed apparteneva, "... come mia madre, a una categoria di persone allenate a forgiarsi, a non lasciarsi uguali dalla nascita... Non ho mai visto mio padre arrabbiarsi con noi... Tranne quella volta che litigai con Maria Fida...". Martinazzoli offre alla figlia di Moro la linea di coerenza del padre, l'unicità del suo pensiero, dalla giovinezza ai giorni della tortura, l'immane tensione alla duttilità, alla pazienza, alla curiosità per gli altri. Moro guardava al fondo delle cose, credeva alla Provvidenza, sapendo, secondo l'insegnamento manzoniano, che essa non si manifesta per le "esigenze tecniche" dell'uomo, non è una fata. "Moro - ha aggiunto Martinazzoli - sapeva cos'era la vita, che il male esisteva e andava combattuto, veniva vinto e riappariva. Sapeva che la storia è tragica, apparteneva ad una generazione che aveva assunto la politica come un compito da assolvere e una fatica da vivere". Un punto fermo sulla figura di Moro, secondo Martinazzoli, l'ha colto un giurista spagnolo, durante una commemorazione, usando la proposizione deposta su Miguel De Unamuno: "Moro è stato, né più né meno, che un uomo". In fondo, ciò che viene ripreso nello straordinario titolo del libro della figlia: "Un uomo così". Agnese Moro (nella foto qui sopra) non evita le domande sul sequestro, lamenta il timore che suo padre venga ricordato più come un uomo sequestrato che libero e che il suo pensiero venga tenuto in disparte per lasciare il posto ai film e ai libri dei sequestratori, in una sorte di violenta contraddizione per cui il carnefice prevale sulla vittima, pretendendo di scrivere la storia, di apparire e di spiegare. "Non c'è una logica di verità in quello che è stato raccontato sul sequestro - ci dirà due ore prima del convegno, in un' intervista al nostro giornale -. Non posso accettare che dei brigatisti rossi siano in grado di produrre un volume di fuoco, colpendo con una precisione impressionante cinque uomini della scorta...". Alla domanda che le verrà posta, più tardi, sull'ipotesi circolata al tempo, di un sacerdote che sarebbe entrato nella prigione del padre e lo avrebbe confessato, Agnese Moro risponde che le piace pensare che suo padre, un fervente cattolico, possa essere stato raggiunto dalla comunione con Cristo, prima di morire, ma fatica a credere che possa essere vero. Agnese Moro scrive e ripete di una inquietudine del padre molti mesi prima del rapimento. Al polso sinistro porta un vecchio orologio di Aldo Moro, uno Zenith, guadagnato alla conquista della laurea. "Mio padre sapeva o sentiva di essere nel mirino. Temeva per noi, non per lui. Aveva condotto una vita pericolosa, Aldo Moro. Non dimenticatelo. In politica estera, in politica interna...". Accenna a Kissinger, al petrolio, alla politica filo araba, all'apertura verso il mondo dei giovani. Le domandiamo del padre candidato naturale a diventare presidente della Repubblica, se non fosse stato rapito ed assassinato: in casa, parlavate di questa eventualità? Agnese Moro per metà è sua madre e per l' altra metà è suo padre. Di entrambi possiede la leggera riservatezza delle persone del Sud quando appartengono alla tipologia introversa, manifestando un'attenzione particolare, una diffidenza in trasparenza. Evita il rapporto tra sequestro e presidenza della R epubblica e risponde così: "Quando cadeva un G overno, noi a casa brindavamo, eravamo felici. Finalmente papà torna a casa... E quando venne fuori la questione del Quirinale, nessuno di noi pensò veramente che potesse accadere tanto eravamo contrari di finire sul colle, lontano dalla nostra casa...". Lontano dal mondo di una famiglia che percorreva i sentieri del mare della piccola borghesia fuori porta, le colline popolari di Torrita. "La nostra vecchia casa in via Libia, nel quartiere africano. Dove tutto era insieme e si incontrava al mattino...". Appena aprivi la porta.

2 febbraio 2004 - MARIA FIDA MORO: MARAZZITA ANDRA' AVANTI CON MIA DELEGA
ANSA:
MORO: MARIA FIDA, MARAZZITA ANDRA' AVANTI CON MIA DELEGA
ATTO DOVUTO VERSO LA VERITA'
Maria Fida Moro, al contrario del resto della sua famiglia, insiste perche' le indagini sulla vicenda dell' omicidio del presidente della Dc vengano riaperte con l'inchiesta che sta svolgendo ormai da diverso tempo l'avv. Nino Marazzita.
La riconferma dell'iniziativa, che dovrebbe concretizzarsi a breve con la presentazione ufficiale di una documentazione per riaprire l'inchiesta, viene dopo la lettera che compare sull'ultimo numero dell' "Espresso" a firma della signora Eleonora e dei figli Anna Maria, Maria Agnese e Giovanni. Prendendo spunto da un breve articolo intitolato "L'ombra di Mitrokhin" la famiglia Moro, tranne Maria Fida, afferma che l'avv. Marazzita ha rilasciato "con estrema leggerezza dichiarazioni alla stampa che ci coinvolgono. Desideriamo al proposito precisare di non avere nulla a che fare con le sue iniziative, di non avergli conferito alcun mandato in merito e di non avere la minima intenzione di farlo". Maria Fida Moro conferma l'iniziativa definendola un "atto dovuto verso la verita' e verso la memoria di mio padre".
Nino Marazzita, interpellato, ricorda di aver lavorato da molto tempo su input di Eleonora e Maria Fida Moro. "Ho ricevuto l'incarico di raccogliere il materiale utile a promuovere la richiesta di riapertura con le relative deleghe. Ho sperato che queste indagini potessero riaprirsi in armonia con la signora Eleonora e con il resto dell'intera famiglia. Io ho semplicemente fatto alcune precisazioni che sono di molto al di sotto di quello che si potrebbe dire. Non vi e' stata nessuna avventatezza ma solo una piccola precisazione".
Maria Fida Moro ha quindi confermato la sua delega per la riapertura delle indagini per l'omicidio Moro. Nino Marazzita si e' lamentato perche' "tutti parlano di questa vicenda un po' troppo. Io mi sono impegnato ad agire con massima discrezione su una indagine cosi' delicata e rilevante. Io andro' avanti nella mia raccolta di documentazione".

2 febbraio 2004 - CASIMIRRI, NON C'ENTRO CON SEQUESTRO MORO
ANSA:
TERRORISMO: CASIMIRRI, NON C'ENTRO CON SEQUESTRO MORO
L'ex brigatista Alessio Casimirri ha rotto in Nicaragua il silenzio in cui si era rifugiato da tempo ed ha negato di essere stato implicato nel sequestro di Aldo Moro nel marzo 1978.
In una intervista che pubblica oggi il quotidiano 'El nuevo diario' di Managua Casimirri, 53 anni, ha detto di aver fatto parte delle Brigate Rosse perche' "come cittadino avevo una ideologia", assicurando pero' di "non essere mai stato" implicato nell'operazione contro il leader democristiano.
In Italia Casimirri e' stato condannato in contumacia a sei ergastoli al termine del processo Moro-ter e per i suoi collegamenti con vari casi di terrorismo. Presso la Corte suprema di giustizia nicaraguense esiste una richiesta di estradizione presentata dal governo italiano.
Al giornale l'ex brigatista ha ripetuto che il 14 marzo 1978, giorno del sequestro di Moro in via Fani, stava "dando lezioni di educazione fisica in una scuola". "Come tutti gli altri - ha aggiunto - ho appreso del sequestro e degli sviluppi di esso dai mezzi di comunicazione".
Ma per la magistratura italiano 'Camillo', come era conosciuto dai suoi compagni, era presente in via Fani e fu uno degli uomini che impugno' una pistola al momento del sequestro.
Casimirri ha definito "pagliacciate" i processi realizzati in Italia contro di lui che, ha assicurato, si sono basati su accuse rivoltegli da suoi ex compagni 'pentiti'. "Questo genere di prove - ha ancora detto - la' hanno valore".
"Inoltre - ha ricordato - mi accusano anche di fatti compiuti nel 1979, quando io avevo abbandonato le Br per divergenze ideologiche" con gli altri militanti.
"Negli anni '80 - ha aggiunto - ho vissuto tranquillamente in questo paese. Ho preso la cittadinanza nel 1988, ed ho cominciato ad avere problemi negli anni '90, tanto che ho dovuto far ricorso alla Corte suprema che ha emesso una sentenza a mio favore. Ora - ha avvertito - temo le iniziative che puo' prendere l'attuale governo ai miei danni".
Due settimane fa l'ambasciatore d'Italia a Managua, Maurizio Fratini, ha rivelato che il presidente del Nicaragua, Enrique Bolanos, ha promesso che il suo governo "fara' tutto il possibile per assicurare alla giustizia italiana" Casimirri.
Fratini ha pero' sottolineato che l'ex brigatista "gode ancora della protezione del Fronte sandinista di liberazione nazionale e del suo leader storico, l' ex presidente Daniel Ortega".
'El nuevo diario' illustra l'intervista con materiale fotografico inedito in cui si vede Casimirri bambino in Vaticano, dove suo nonno e suo padre furono impiegati con i papi Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.
In Nicaragua Casimirri e' proprietario di un ristorante - La Cueva del Buzo (la grotta del palombaro), appena fuori Managua, ed e' sposato con una cittadina nicaraguense che gli ha dato due figli.

"El Nuevo Diario"
"Fui Brigada Roja, pero no participé en muerte de Moro"
* Familia ligada a los papas, y se creó entre jardines del Vaticano y Capilla Sixtina
* Condenado en ausencia a varias cadenas perpetuas, descalifica todos los cargos que le hacen
* La ley lo protege aquí, pero teme un "operativo contra su familia"
-Joaquín Tórrez A.-
La vida perseguida de Alessio Casimirri
Del Vaticano a las Brigadas Rojas y a Nicaragua
* Se nacionalizó nicaragüense en 1988. Las leyes lo protegen, pero teme que lo deporten "porque el gobierno de Nicaragua es entreguista"
* Siempre ha evitado hablar porque teme que manipulen su caso. Accedió a entrevista con EL NUEVO DIARIO pese a que diarios italianos le han ofrecido miles de dólares por su historia.
* Una vida poco conocida: desde niño jugó en el Vaticano porque su padre fue portavoz papal durante 30 años. La amistad más notable: el papa Pablo VI
Alessio Casimirri Labella sabe lo que es pasar de la gloria al patíbulo. Vive en Nicaragua desde hace 21 años, pero de ellos, según él, sólo los primeros diez fueron de felicidad. "Los últimos once han sido de persecuciones sin razón porque me acusan de muchas cosas que no he hecho", dice.
Casimirri es un ex italiano que se hizo nicaragüense en 1988, y es perseguido desde entonces por el gobierno italiano, para que responda por delitos cometidos por el grupo guerrillero al que perteneció a finales de los años 70: las Brigadas Rojas, las acusadas de haber secuestrado y asesinado al político italiano Aldo Moro, a inicios de 1978. Moro, entonces de 62 años, era presidente del Partido Demócrata Cristiano italiano.
Según las crónicas de la época, el 16 de marzo de 1978, pasadas las nueve de la mañana, 19 miembros de las Brigadas Rojas, en Vía Fani, Roma, asaltaron la caravana en la que iba el político. Moro fue secuestrado en el asalto en el que, además, murieron cinco de sus guardaespaldas.
Aquí iniciaron 55 días de cautiverio que sacudieron Italia, y que diarios influyentes de ese país llaman "los 55 días más trágicos en la historia de la república". Los "brigadistas" exigían la liberación de 13 militantes detenidos.
En el caso intervino el mismo papa Paulo VI, pero fue inútil.
La tragedia se completó el nueve de mayo, cuando Moro fue asesinado y su cuerpo encontrado en el baúl de un carro en el centro de Roma. A raíz de esto se tejieron miles de conjeturas, una de ellas, que las "Brigate Rosse", disueltas años después, actuaron confabuladas con la mafia.
Muerto Moro, "cantaron" los miembros de ese grupo que habían sido detenidos de previo. Involucraron a muchos de ellos y fue así que en enero de 1983, más de veinte fueron condenados a cadena perpetua. Casimirri fue condenado en ausencia a cadena perpetua en 1989. Pero 26 años después de los hechos, desde su casa ubicada al sur de Managua, Casimirri asegura que no participó en el secuestro y asesinato de Aldo Moro.
"FUI BRIGADA ROJA"
Casimirri es un hombre escurridizo. Cuando se le toca su vida de 20 años antes, lleva todo al molino de su vida en Nicaragua. "Es que yo no soy italiano, soy nicaragüense, mi familia es de aquí y sólo me interesa este país", dice con un inconfundible acento mitad español, mitad italiano.
Desde 1983 vive en Nicaragua, adonde llegó en abril de ese año en un vuelo de la línea rusa Aeroflot, vía Italia, París, Moscú. Pero insiste: "Llegué de forma legal". La aclaración es porque, según él, más de una vez lo han acusado de haber entrado al país, ilegal, protegido por el gobierno del FSLN y con el nombre falso Guido di Giambatistta.
"Yo me nacionalicé como Alessio Casimirri en 1988", asegura. La nacionalidad la tiene también porque se casó con una nica, Raquel García Jarquín, con quien tiene ya tres hijos, uno de 19 años, una hija de 16 y el último de cinco y medio --que tiene Síndrome de Down--, adoptado en el centro para niños desamparados, El Pajarito Azul.
Actualmente tiene un restaurante de mariscos, llamado La Cueva del Buzo. Está en el kilómetro 12 de la carretera Managua-El Crucero, y todo lo que cocinan él lo extrae del mar. No en vano es un experto submarinista, con una hoja de vida llena de cursos y entrenamientos para amantes de esa profesión.
Con todo lo normal que parece su vida, ante las autoridades no se quita el estigma de haber sido un "Brigada Roja". El no lo niega: "Fui de las brigadas, pero es que ser de las brigadas era como pertenecer al FSLN; como todo ciudadano yo tenía mi ideología", dice. Y como para despejar acusaciones sigue: "Pero nunca estuve en el atentado contra Aldo Moro".
"Ese día yo estaba dando clases en una escuela de Educación Física, a personas con algún tipo de discapacidad; como todo el mundo, me di cuenta del secuestro hasta que pasó", dice.
Pero, para el gobierno italiano, Casimirri --al que llamaban "Camilo"-- sí estuvo en el atentado a Moro. Era miembro de la "columna romana" de la brigada, y uno que "empuñó una de las pistolas con que se ejecutó el secuestro". En esta acción, dicen en Italia, también participó Rita Algranatti, "Marzia", ex mujer de Casimirri y capturada hace dos semanas en Egipto.
Por el caso Moro y otros atribuidos a las Brigadas Rojas, a Casimirri lo condenaron a once cadenas perpetuas, 24 años y tres de aislamiento diurno. A su favor, Casimirri asegura que esas condenas tienen la profundidad y el peso de una hojuela; "porque nunca demostraron que estuve ahí; todo lo deducen de testimonios de personas que declararon como 'arrepentidos'". Ésta es una figura permitida en la ley italiana, en la que se basan muchas denuncias criminales contra terceras personas.
En el juicio que le hicieron en ausencia, en 1989, declaró un reo-colaborador de apellido Morucci, viejo "brigadista". Tras varias preguntas sobre el operativo en el caso Moro, le preguntan: "¿Estaba Casimirri en el comando?" "No puedo contestar", fue la respuesta.
Para las autoridades, Morucci sabía que Casimirri estuvo, pero no lo precisa.
Dedujeron que participó y lo condenaron a seis cadenas perpetuas. A Casimirri estas pruebas le parecen "una payasada". Según el expediente, muchos testimonios fueron de ex brigadistas, uno de ellos de apellido Savasta, a quien le dan mucho peso porque fue uno de los que hizo posible la reconstrucción de los operativos de la brigada en toda Italia.
Hay algo que pesa a favor de Casimirri: cuando se cometieron muchos de los asaltos, él ya no era de las brigadas (ni su entonces esposa Algranati); las habían dejado en 1979 por "diferencias políticas".
¿POR QUÉ SALIÓ DE ITALIA?
"Algranatti, Alvaro Loiacono y yo decidimos salir porque vimos que a inicios de los 80 el aire estaba muy enrarecido", dice Casimirri. Tomaron varios rumbos: Algranatti partió a Argelia, Loiacono a Suiza y yo a Nicaragua; pero no me vine por algo específico, sino porque quería estar en el trópico, cerca del mar y conocer a una mujer morena. Aquí conocí la revolución, la época más bella que he visto en Nicaragua", dice Casimirri.
Eso fue en 1983. A partir de ahí, asegura, se dedicó a trabajar en lo que sabía: la pesca y el entrenamiento de buzos de la Cruz Roja y del entonces Instituto de la Pesca, Inpesca. Sus problemas llegaron en 1993, cuando el jefe de Gobernación de esos años, Alfredo Mendieta, le quiso quitar sus papeles y lo acusó de ilegal. Para deportarlo. Esos juicios le costaron muchos días de desvelo y hasta el cierre de un restaurante que tuvo: "Mágica Roma".
Años después, la Corte Suprema de Justicia falló a favor de Casimirri, igual que lo han hecho connotados juristas que, al comentar su caso, han dicho que, se debe proteger a Casimirri "porque es nicaragüense".
Aunque no llega a la paranoia, Casimirri asegura que no se siente tranquilo.
Las leyes le protegen, pero teme que el gobierno de Nicaragua, al que cataloga de "entreguista", lo quiera deportar para quedar bien con Italia.
Desde que en Egipto capturaron a su ex mujer, Algranatti, su situación se ha complicado. Más de una vez ha visto merodear por su restaurante a personas sospechosas, y eso, según él, le hace temer por sus hijos y su esposa. "No sería raro que monten un operativo y hagan un golpe de mano", dice.
Según él, hay muchos cabos sueltos en su caso. Uno es porque lo quieren deportar a él, mientras, de acuerdo con reportes de diarios italianos como La República del día 14 de enero, la mayoría de ex brigadistas rojos están libres en Italia. "Y porque se aprovechan de que este país es pobre y me quieren deportar a mí, mientras en Suiza, a Loiacono también lo protegen los suizos".
La razón de fondo, asegura, es que en Italia quieren tapar las quiebras de empresas como la Parmalat, reviviendo los casos de las Brigadas Rojas. "Y creo que van a seguir reviviéndolos porque detrás de la Parmalat vienen más empresas".
SU VIDA VATICANA
Hay quienes añoran conocer el Vaticano. Y darían su fortuna por entrar a la Capilla Sixtina. Pues eso que muchos sueñan, Casimirri lo vivió desde chiquito, pues su madre, María Ermanzia Labella, aún viva, es ciudadana vaticana, y su papá, Lucciano Casimirri, fue portavoz del Vaticano durante 30 años. Desde 1947 al 77. Esa es la estampa desconocida de Casimirri.
Un viaje a su árbol genealógico lo lleva inmediatamente a su abuelo materno Tomasso Labella, viejo soldado italiano en la I Guerra Mundial, y Secretario del Vaticano desde 1907 hasta 1957. Luego quedó como Secretario Emérito.
Casimirri tiene en su casa verdaderas piezas de colección, como una postal del papa Pío IX a su abuelo ("Cuídese; estamos rezando por usted"), le dice el Papa en una.
"Uhh, yo jugaba fútbol en los jardines del Vaticano y en la Capilla Sixtina; una vez, me detuvo el papa Juan XXIII cuando yo andaba corriendo con mi hermana Luisa y otro niño hijo del jefe de la Guardia Vaticana; nos dijo que hiciéramos menos bulla", dice Casimirri con la tranquilidad de quien masca chicle. De hecho, tiene más de una foto de esa época y hasta una que es reliquia: su primera comunión con sus hermanos Tomasso y Silvia. La misa la celebró el papa Pablo VI.
Sus padres, Lucciano y María Ermanzia, fueron casados por el papa Pablo VI cuando éste aún era el Obispo Giovanni Battista Montini. Su papá, Luciano, fue portavoz de los papas Pío XII, Juan XXIII y Pablo VI.
Más aún, fue militar en la II Guerra Mundial: sirvió con la legión italiana en la isla de Cefalonia, Grecia; y fue protagonista de un hecho de rebeldía de los italianos contra los alemanes, luego llevado al cine con la película "La Mandolina del Capitán Corelli", estelarizada por el actor Nicholas Cage y la española Penélope Cruz.
"No sé cómo se dieron cuenta de esa historia, pero mi padre fue el que dio vida a esa película; incluso, sé que la señora de la que se enamoró mi padre en Cefalonia, vive en Argentina y se llama Nadda. Eso me lo dijo mi madre", afirma Casimirri.
Casimirri es un caso de esas vidas extremas. Del Vaticano pasó a las Brigadas Rojas y de ahí a Nicaragua, donde lleva una vida familiar, como un comerciante más, buceando y produciendo documentales sobre la fauna marina nicaragüense.
¿Las Brigadas Rojas? "Eso quedó atrás; fui parte, pero no como creen en Italia donde, por eso, han perseguido a mi hermana y a mi madre. Ahora sólo me importa Nicaragua". Su vida, dice, da para dos entregas al mejor estilo de Hollywood.

Una foto-reliquia. El nino alto es Alessio Casimirri cuando dio su primera comunion con sus hermanos Tommaso y Silvia. Le acompanan sus padres, abuelos y el papa Pablo VI.

Nota dell' Almanacco dei Misteri d'Italia: Non pubblichiamo mai le foto, sia per problemi di diritti d'autore, sia per non appesantire il caricamento delle pagine. Stavolta pero' facciamo una piccola eccezione. Inoltre segnaliamo che il 23 aprile 1998 l' Espresso aveva pubblicato un' intervista di Maurizio Valentini a Casimirri. Nell' intervista, Casimirri, alla domanda se era in via Fani, risponde:"Gli atti processuali dicono di si'. Ma io non lo confermo, perche' ritengo che i cinque processi fatti sul caso Moro siano stati profondamente viziati da un uso spregiudicato dei pentiti, teso soltanto a confermare delle verita' precostituite". Casimirri dice anche di essere uscito dalle Br nel 1980 "per un profondo dissenso con la linea sanguinaria, con l'incomprensibile omicidio di Vittorio Bachelet". Alla domanda su quale fu il suo ruolo nella prigionia di Moro, Casimirri risponde:"Nessuno, perche' dieci giorni dopo via Fani fui congelato" "Vuol dire - insiste Valentini - che le Br non si fidavano piu' di lei ?". "No. -risponde ancora Casimirri - Semplicemente, incappai subito nei carabinieri. Dopo il rapimento, cominciarono indagini su tutti gli uomini conosciuti dell' Autonomia. Io ero tra quelli, e cosi' i miei genitori ricevettero la visita delle forze dell' ordine. Nel frattempo non soltanto ero uscito dall' Autonomia, con grande sollievo dei miei genitori, ma ero andato a vivere per conto mio: lasciata via Germanico, dove abitavano i miei, avevo preso casa a La Storta, a nord di Roma. Mio padre, non immaginando nemmeno per idea i termini delle mie scelte, guido' i carabinieri al mio nuovo indirizzo. Ci fu una perquisizione, con un breve interrogatorio. Non trovarono nulla e mi lasciarono libero. Ma per le Br ero temporaneamente bruciato. E quindi ci fu il congelamento".

3 febbraio 2004 - D'ALEMA IN COMMISSIONE MITROKHIN
ANSA:
MORO: D'ALEMA,HAVEL RITENEVA SUO DOSSIER DI SCARSO INTERESSE
LO HA DETTO DAVANTI ALLA COMMISSIONE MITROKIN
L'11 marzo del '99 l'allora presidente della Slovacchia (Nota dell' Almanacco dei misteri d'Italia: Havel era presidente della Repubblica Ceca e non della Slovacchia) Vaclav Havel confermo' a Massimo D'Alema di aver consegnato nel settembre del 1990, durante il suo viaggio in Italia, un carteggio che doveva riguardare i servizi segreti dell'est e il terrorismo. Un cosidetto "dossier' di cui molto si e' parlato nell'ambito della vicenda dell'omicidio di Aldo Moro perche' quelle carte, secondo alcune fonti, conterrebbero dei riferimenti o elementi riguardanti l'interessamento dell'est alle Br e all'omicidio Moro.
D'Alema ha detto che Havel attribuiva a quelle carte "scarse interesse", giudizio che nasceva dal fatto che l'allora presidente slovacco non ricordava il contenuto di quel carteggio ne' a chi lo avesse direttamente consegnato. Incalzato, per chiarire se quella di Havel era una dichiarazione esplicita o se D'Alema avesse desunto questo giudizio da una piu' ampia conversazione, il presidente dei Ds ha detto che Havel non ricordava di cosa si trattasse e che questo lo portava a pensare che potesse essersi trattato di cose di scarsa importanza. D'Alema ha da principio contestato che questa domanda rientrasse tra i "compiti della commissione", ma poi ha confermato il succo del discorso fattogli da Havel.

3 febbraio 2004 - MARIA FIDA MORO INSISTE PER RIAPERTURA INCHIESTA
"La Stampa"
E MARIA FIDA RESTO' SOLA
Flavia Amabile
Il caso Moro si deve riaprire, l'istanza verrà presentata con tutta probabilità la prossima settimana. In calce alla richiesta una sola firma, quella di Maria Fida Moro, primogenita dello statista ucciso dalle Br. E' la conclusione di una tormentata e più volte annunciata decisione, con la differenza che nel corso di questi mesi la vedova di Aldo Moro ha cambiato idea e preferito non unirsi all'iniziativa. I motivi? Del tutto personali, legati alle resistenze degli altri tre figli, Anna, Agnese e Giovanni. Per il resto, anche la signora Eleonora, come Maria Fida, è ben convinta dell'esistenza dei presupposti per riaprire il caso.
Lo conferma l'avvocato Nino Marazzita, che con estrema pazienza sta seguendo la vicenda dalla scorsa primavera e a giugno aveva anche avuto la procura dalla vedova per occuparsi della questione. "Tempo fa - racconta - ho avuto incarico da Eleonora e da Maria Fida di proporre la revisione del caso. Ho traccheggiato un po' perchè la vedova ha difficoltà a conciliare la posizione di Maria Fida con quella degli altri fratelli, ma anche la vedova, assicuro, è convinta che la pista del Kgb sia quella da perseguire".
Mesi di lavoro trascorsi a mediare fra i componenti della famiglia, fra scadenze per la presentazione dell'istanza sempre rinviate fino alla fine della scorsa settimana, quando un articolo che sarà pubblicato nel prossimo numero de L'Espresso, invece di riaprire il caso riapre le eterne divisioni fra i figli. L'articolo riporta dichiarazioni dell'avvocato Marazzita sulla riapertura del caso proprio a partire dalla pista del Kgb. Tanto basta per far partire una lettera di Anna, Agnese e Giovanni Moro, alla quale si unisce anche la madre Eleonora, per prendere le distanze dall'avvocato: "Desideriamo precisare di non aver nulla a che fare con le sue iniziative, di non avergli conferito alcun mandato in merito e di non avere la minima intenzione di farlo", scrivono.
Marazzita è da anni l'avvocato della signora Eleonora e di Maria Fida, conosce molto bene le difficoltà dei rapporti all'interno della famiglia, si limita a confermare le sue dichiarazioni e a continuare a lavorare, sorretto da Maria Fida che non intende fare marcia indietro. "Ognuno è libero di pensare ciò che gli pare e di agire di conseguenza - afferma - sono talmente tante le iniziative a favore di papà che in questi anni ho portato avanti da sola che non mi spaventa nè mi meraviglia espormi ancora una volta. Certo, sarebbe stato tutto più bello e semplice se la famiglia fosse stata unita, in mancanza svolgo il mio ruolo di primogenita e vessillifero della memoria".
La prossima settimana, dunque, l'istanza sarà presentata alla procura di Roma. All'interno sono contenute solo le contraddizioni confermate da elementi di prova certi, seguendo la pista del Kgb già indicata dal giudice Imposimato: il ruolo svolto da Sergjei Sokolov, che per due mesi seguì le lezioni di Moro all'università: tempo dopo si scoprì che si trattava di un agente del Kgb. Oppure la presenza di troppe armi Skorpion nella dotazione delle Br; la scoperta durante le perquisizioni della chiave di un appartamento di Praga; il ruolo dell'Hyperion, istituto di lingue parigino fondato da persone legate ai capi brigatisti; il ruolo di Giorgio Conforto, agente del Kgb e padre di Giuliana, nella cui abitazione furono arrestati Morucci e Faranda, due del commando.

4 febbraio 2004 - MARIA FIDA MORO A DAGOSPIA SU FRATTURA CON FAMIGLIA
"Dagospia"
MORO PER SEMPRE - UNA LETTERA A DAGOSPIA DI MARIA FIDA: "MI RIESCE UN PO' DIFFICILE RICONOSCERMI IN QUESTA VERSIONE DI FAMIGLIA NON INTERESSATA AD UNA RICHIESTA DI RIAPERTURA DELLE INDAGINI SUL CASO MORO..."
MARIA FIDA MORO SCRIVE A DAGOSPIA
Dopo mesi di tira e molla,dopo vari sì, ni e no la mia famiglia (anche se mi riesce un po' difficile riconoscermi in questa versione di famiglia, perché non corrisponde più molto a quella che era e che ricordo con nostalgia) ha optato per un no definitivo. Non è interessata ad una richiesta di riapertura delle indagini sul caso Moro.
Invece io sì, sono molto interessata a che questo avvenga. Inoltre non mi sembra giusto vanificare le indagini e le ricerche di Ferdinando Imposimato e di Nino Marazzita (li cito in ordine alfabetico) che hanno speso tempo e si sono prodigati con pazienza e perseveranza alla ricerca di un'ulteriore porzione di verità. Ritengo - e lo dico con forza - che questa richiesta di riapertura delle indagini sia un atto dovuto e sottolineo dovuto nei confronti della verità astratta e soprattutto nei riguardi della memoria di mio padre Aldo Moro.
Mi spiace solo, pur nel rispetto della libertà altrui, che questo tendere alla verità non sia condiviso da altri che pure portano lo stesso cognome. Considero questa richiesta un gesto di affetto verso un uomo buono, giusto, innocente, mite ed amico (per dirla con Paolo VI) tradito ed abbandonato da tanti, da troppi che, senza vergogna, gli hanno voltato le spalle. La sua morte solitaria penderà ancora a lungo su questo paese facile all'oblio.
Ho dichiarato più volte di essere disposta a perdonare, ma mai a dimenticare. Perché dimenticare vuol dire negare l'affetto, metterlo da parte. Accada quel che accada io non voglio essere annoverata tra coloro che hanno distolto lo sguardo. E' ben presente in me la lunghissima agonia dei 55 giorni e non sarò io a fare finta di niente mentre si apre uno spiraglio -fosse anche minuscolo - verso una luce chiarificatrice.
Anche se non si dovesse approdare a niente -e non sarà così - varrebbe comunque la pena di tentare, perché "ogni sincero tentare" (diceva non so quale Papa) è "sacro".
La mia firma su questa richiesta sarà come un piccolo fiore di carta donato a mio padre e solo a lui. Un minuscolo niente testimone d'amore.
Maria Fida Moro

4 febbraio 2004 - MARAZZITA CHIEDE DI RIAPRIRE IL CASO MORO
"L' Opinione"
Marazzita chiede di riaprire il caso Moro
di Aldo Torchiaro
L'avvocato Marazzita, legale di Eleonora Moro, chiederà ufficialmente la riapertura del caso. Entro dieci giorni presenterà alla procura della Repubblica di Roma, nelle mani del titolare dell'inchiesta, Ionta, una lista di documenti di cui è entrato in possesso ultimamente, e che cambieranno, a suo dire, il corso delle indagini. Aldo Moro non sarebbe stato ucciso nella prigione di via Montalcini e poi trasportato a bordo di una R4 in via Caetani. "Le cose non sono andate come ci hanno raccontato", spiega a L'opinione. La versione dei brigatisti lascia aperti troppi dubbi.
La prima cosa che chiede è che venga "riesaminata da un medico legale l'autopsia del presidente della Dc. Da quei dati - spiega, escludendo una riesumazione della salma - si potrà stabilire l'ora esatta della morte". Secondo i legali, i presupposti per la riapertura del caso sono tre: i dubbi sul luogo dell'uccisione, la incoerenza del percorso dei brigatisti con la R4, ma soprattutto il coinvolgimento del Kgb, il cui ruolo non può essere sottovalutato. Nuovi elementi sarebbero emersi dalle carte acquisite dal legale dalla commissione Mitrokhin e dalla Procura della capitale, riguardanti per larga parte la vicenda del falso borsista sovietico Sergei Sokolov, allora 25enne, che "seguiva" Moro in ogni sua mossa. Sarebbero relativi anche ad ulteriori particolari sul ruolo del Kgb nel sequestro.
"La presentazione di un nuovo fascicolo potrebbe riaprire il caso Moro e l'accertamento della verità potrebbe portare anche conseguenze politiche", ha detto l'avvocato Marazzita, incaricato, già dalla primavera scorsa, dalla vedova dello statista democristiano di verificare la possibilità di avviare un nuovo procedimento. "Ci sono elementi nuovi che andrebbero valutati -prosegue il penalista - e derivano da una rilettura degli atti processuali. La procura di Roma ha fatto un buon lavoro, non è arrivata agli stessi risultati perché depistata".
Tuttavia, il sostituto procuratore generale della Corte d'Appello, Antonio Marini, ex pm dei processi Moro, si è schernito nei mesi scorsi da tutte le accuse: "Noi abbiamo fatto tanto, ma allora non venne fuori niente". Secondo il giudice, "la prigione di Moro fu certamente in via Montalcini. E la Renault uscì da quel garage il 9 maggio, perché la professoressa vide l'auto in tv lo stesso giorno. Se fosse andata dal magistrato invece che dall'avvocato amico del marito, avremmo scoperto quel covo ancora caldo. La prigione, infatti, è stata smontata qualche mese dopo". La commissione Mitrokhin è, secondo Marazzita, uno scrigno denso di sorprese.
"E' un posto strano. Sono pieni di carte importanti ed è come se non se ne accorgessero. I documenti mantenuti segreti sono quelli più inutili. Viceversa, quelli desegretati sono davvero pieni di nomi e di circostanze da investigare". Chiediamo al legale qualche esempio. "Tra dieci giorni ne farò al magistrato inquirente, perché da alcuni dei documenti di cui sono in possesso risulta con evidenza il ruolo di agenti del Kgb". Il disegno politico? "Fermare a tutti i costi il compromesso storico, eliminandone l'uomo-chiave". Strano che oggi si sappia tutto a proposito dell'agente sovietico, Sokolov, mentre al tempo le numerose denunce dello staff di Moro, che ne aveva segnalato la persistente presenza all'università, vennero ignorate. "Il professor Tritto aveva allertato il sottosegretario Lettieri, al ministero degli interni. Ma nulla fu fatto...".
Aldo Torchiaro

4 febbraio 2004 - CASO MORO: IL FILM DI BELLOCCHIO IN FRANCIA
"Liberation"
A l'affiche A travers l'assassinat d'Aldo Moro par les Brigades rouges en 1978, Marco Bellocchio livre une réflexion sur l'engagement politique en général.
Arrivederci utopie
Par Didier PERON
L'actualité du film provient de ce qu'il tente de donner un visage à la figure figée du "terroriste". Buongiorno, notte
de Marco Bellocchio, avec Maya Sansa,
Luigi Lo Cascio, Piergiorgio Bellocchio,
Roberto Herlitzka... 1 h 45.
l est difficile de ne pas rapprocher le film de Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, de celui de Bernardo Bertolucci, the Dreamers, tous deux présentés au festival de Venise en septembre et qui ont suscité de nombreux commentaires passionnés dans la presse transalpine. Bertolucci, né à Parme en 1940, Bellocchio, né à Piacenza en 1939, sont de la même génération, celle du "nouveau cinéma", passés par l'ultragauche, et ils ont choisi de revenir en même temps sur cette période décisive de radicalisation politique et d'utopie révolutionnaire de leurs années 70.
Il s'agit dans les deux films de huis clos, mais ce qui chez Bertolucci resurgissait sous la forme d'un trio sexuel de jeunes bourgeois livrés
aux dérèglements de tous leurs sens, se fixe chez Bellocchio en tableau clinique de la violence puritaine des brigadistes rouges. 1968-1978, d'un film à l'autre, dix ans ont passé et avec eux les espoirs de fraternité et d'abolition de l'injustice de classe. La partouze a tourné vinaigre et, avec elle, la croyance dans le brassage social et les lendemains qui chantent. La jouissance n'est plus à l'ordre du jour, laissant libre voie, d'un côté, à la restauration petite-bourgeoise et, de l'autre, aux ultimes déchaînements meurtriers d'une fraction de porte-parole d'un marxisme devenu communisme mystique et désespéré.
Action d'éclat. Dans ces années-là, les brigadistes se faisaient embaucher dans les usines et tiraient au revolver dans les jambes des contremaîtres. Le soulèvement populaire qui devait conduire à la dictature du prolétariat se faisant attendre, il fallait réveiller les masses par une action d'éclat. Aldo Moro, président de la Démocratie chrétienne, l'acrobate qui, par un grand écart dialectique époustouflant, allait parvenir à chevaucher ensemble la droite et les communistes, fut l'"homme de la situation". Les Brigades rouges, trois hommes, une femme, l'enlevèrent et lui réglèrent son compte après 55 jours de séquestration et une parodie de procès.
Buongiorno, notte n'est pas qu'une simple évocation romancée d'un épisode crucial des années de plomb en Italie. Il prend appui sur cet événement pour livrer une réflexion plus large sur l'engagement politique, les liens entre l'idéologie et l'inconscient, les affres de l'aliénation (sociale ou mentale, étroitement mêlées) et le désir de libération. L'actualité du film provient de ce qu'il tente de donner un visage à la figure figée, désormais quasi générique, du "terroriste", à restituer de la violence des groupes radicalisés non ses seuls effets bien connus (enlèvements, assassinats, attentats) mais la complexité de leur cause, l'étouffante étroitesse névrotique de leur genèse, cette soif de "justice" qui se conclut crescendo par l'irrévocable recours à de nouveaux crimes. On pense à la phrase de Conrad dans l'Agent secret sur "les sinistres pulsions qui se tapissent (..) dans toutes les nobles utopies de la juste colère, de la pitié et de la révolte".
"Plus que la religion, c'est la mentalité religieuse qui bloque tout mouvement, tout progrès", déclarait Bellocchio en 2002 à la sortie de son précédent film, le Sourire de ma mère. Cette "mentalité religieuse" apparaît dans de nombreuses séquences de Buongiorno, parce que Moro est croyant, mais aussi car les terroristes sont animés par une foi aveugle. Cette foi a son credo, son horizon universel ("Le maximum de l'humanité, c'est l'annulation de la réalité subjective", tonne Mariano, l'intellectuel exalté du groupe) et ses "martyrs" de la cause rouge : tous se disent prêts à mourir pour leurs opinions. Bellocchio intercale dans le récit des images d'archives en noir et blanc ­ fête de propagande soviétique, résistants fusillés par les fascistes, visages de femmes en pleurs...
Air irrespirable. Le personnage de Chiara, inspirée des souvenirs d'Anna Laura Braghetti, la brigadiste réelle, croise en elle le plus d'éléments contradictoires. C'est une vierge effarouchée, traumatisée par la mort de son père, résistant contre les fascistes et tué par eux, une jeune fille trop émotive qui est en train de devenir folle. Entre la dépravation morale des terroristes, obsédés par la nécessité du sacrifice, et la procession des images blafardes que vomit un poste de télévision allumé en permanence, passe en circuit fermé l'air irrespirable d'une société sans imagination ni générosité. Même si le contexte a changé, il n'est pas sûr que ce rappel d'un passé proche ne fonctionne aussi comme un état des lieux particulièrement sévère, et donc sain.

Les "années de plomb" abordées de front
L'Italie confrontée à un épisode dramatique et polémique de son histoire.
Par Marc SEMO
"Marco Bellocchio a compris de nous des choses que nous-mêmes n'avions pas comprises." Adriana Faranda, ex-militante des Brigades rouges
'épaisseur dramatique du film de Bellocchio sur le face-à-face de 55 jours entre Aldo Moro et ses ravisseurs des Brigades rouges tient à l'attention portée aux détails. La cache aménagée derrière la bibliothèque d'un appartement romain, via Montalcini, pour devenir "la prison du peuple". Le respectueux "Monsieur le Président" avec lequel tous s'adressent au leader de la Démocratie chrétienne. La sortie de la caisse où Moro est enfermé après l'enlèvement via Fani et le massacre de ses cinq policiers d'escorte le 16 mars 1978. "Vous avez compris qui nous sommes ?" "Oui, j'ai compris", répond l'homme politique, maître d'oeuvre d'une alliance avec le Parti communiste (PCI) d'Enrico Berlinguer.
Les détails, ce sont aussi les cagoules que les "juges" enlèvent pour montrer le sérieux de la "condamnation à mort" prononcée à l'issue du "procès prolétarien" de "l'un des principaux responsables de ces trente ans d'immonde régime démocrate-chrétien". Le 9 mai, le corps d'Aldo Moro est retrouvé via Caetani, en plein centre de Rome, à mi-chemin entre le siège de la DC et celui du PCI, les deux partis qui ont campé sur la ligne de la fermeté, refusant toute négociation ­ échange de prisonniers ou même libération "humanitaire" d'un détenu malade ­, estimant que cela aurait signifié une "reconnaissance politique" du terrorisme.
Un livre témoignage bouleversant (1), celui d'Anna Laura Braghetti, cantinière du commando, a nourri le scénario. Cette ex-militante de la colonne romaine des BR, condamnée à perpétuité et bénéficiant aujourd'hui d'un régime de semi-liberté, a largement inspiré la figure de Chiara, la jeune terroriste tourmentée. "J'ai trouvé là des points de départ pour des scènes qui ensuite ont été amplement modifiées", a expliqué Bellocchio.
Evidente pour un Italien, l'affaire Moro ne l'est pas à l'extérieur de la péninsule. Le méticuleux petit moustachu qui mène les interrogatoires ou le grand barbu fort en gueule, piliers du commando, peuvent paraître aux yeux du spectateur étranger de pures machines idéologiques. Pour un Italien, Mario Moretti, un des chefs des BR, et Prospero Gallinari, sont des personnages historiques familiers.
Début de la fin. Les geôliers de Moro espéraient que leur action encouragerait un soulèvement des masses. Il y eut certes d'immenses manifestations, mais à l'appel du PCI et des syndicats pour dénoncer "ces brigades soi-disant rouges". Seuls quelques rares intellectuels, dont Rossana Rossanda, sans ambiguïté dans leur condamnation du recours aux armes, eurent le courage d'appeler la gauche à feuilleter "l'album de famille" pour comprendre les racines de ce "terrorisme rouge", qui, à la différence de celui de la Rote Armee Fraktion allemande, eut le soutien de jeunes "prolos" en colère ou de militants vivant dans le mythe de la guerre des partisans trahie par le parti après la libération.
Apogée du défi terroriste, cette "attaque au coeur de l'Etat impérialiste des multinationales", selon la terminologie brigadiste, marqua aussi le début de la fin d'une lutte armée de plus en plus isolée. Beaucoup avaient rêvé d'un procès de l'Etat démocrate-chrétien pour faire la lumière sur sa corruption et ses complots. Mais ces terroristes s'arrogeant le droit de vie et de mort sur un otage désarmé paraissaient plus horribles que tout. En outre, les ravisseurs de Moro n'ont obtenu aucune révélation. Sur le plan "politique", leur échec fut total car les autorités et les dirigeants de la DC sont restés inflexibles malgré les dizaines de lettres écrites par l'otage à ses amis des partis ou aux principaux responsables des institutions. "Est-il possible que vous soyez tous d'accord pour vouloir ma mort au nom d'une prétendue raison d'Etat ?" s'indigne Aldo Moro dans l'un de ses derniers messages.
C'est la tragédie d'un homme dont la culture a toujours été celle du compromis. Seul son ami le pape Paul VI lança un appel "aux hommes des Brigades rouges" leur demandant "à genoux" de libérer l'otage mais "sans condition". Une impasse. Les BR décidèrent "d'exécuter la condamnation" estimant que leur crédibilité était en jeu. Anna Laura Braghetti applique la ligne bien que bouleversée: "Jamais nous n'aurions imaginé à quel point nous serions laminés par la nécessité de tenir sous contrôle des émotions élémentaires", écrira l'ex-terroriste. "Bellocchio a compris de nous des choses que nous-mêmes n'avions pas comprises", a souligné Adriana Faranda, l'une des seules parmi les BR à s'élever contre l'exécution.
Tabou levé. C'est un quasi-tabou cinématographique qui a volé en éclats. Les deux films consacrés à ce drame, Il Caso Moro (1986) de Giuseppe Ferrara et Piazza delle cinque lune (2003) de Renzo Martinelli, se concentraient sur les aspects encore mystérieux de l'affaire, prétendant dénoncer "le complot" mené selon le premier par une partie dévoyée de l'Etat, et selon le second par la CIA.
La thèse du complot est un point de vue plus facile à accepter par une opinion qui jamais n'a pu admettre que l'un des grands politiciens de l'après-guerre ait perdu la vie à cause de jeunes fanatiques ou de l'intransigeance d'un Etat italien impuissant et de partis déstabilisés. Depuis la sortie du film, les discussions ont surtout porté sur le bien fondé du choix de l'intransigeance face aux revendications des BR. Le temps a fait son oeuvre. L'Italie arrive désormais à regarder en face le moment le plus dramatique de ses "années de plomb".
(1) Le Prisonnier, d'Anna Laura Braghetti, avec Paola Tavella, 201 pp., 1999, Denoël.

Marco Bellocchio raconte l'affaire Moro, sa signification hier et aujourd'hui :
"Cet acte a changé le visage de l'Italie"
Par Catherine POIRIER Agnès
Entre la mise en scène de Rigoletto pour l'opéra de Piacenza, sa ville natale, et un projet de film avec Sergio Castellito sur le rôle de l'Eglise, Marco Bellocchio revient sur l'affaire Moro, son déroulement, son "adaptation" au cinéma et sa signification dans l'Italie d'aujourd'hui.
En 1978, quand Aldo Moro est kidnappé, vous avez 39 ans : comment avez-vous réagi ?
Avec une stupeur totale. A cette époque, je ne faisais déjà plus de politique activiste. Mon militantisme a été très bref et s'est limité à l'année 1969. J'avais adhéré à l'union des marxistes-léninistes de tendance maoïste. Nous pensions alors que la révolution maoïste allait se répandre dans toute l'Europe, puis dans le monde entier. En Italie, nous attendions donc l'établissement d'une république socialiste... Après 1969, j'ai continué à avoir des sympathies de gauche, mais j'avais arrêté tout militantisme actif. En 1978, au moment de l'enlèvement de Moro, je cherchais d'autres voies, je m'intéressais par exemple à l'"analyse collective" théorisée par Massimo Fagioli. Le premier acte de la tragédie, l'enlèvement sanglant d'Aldo Moro, je l'ai vécu dans le plus grand accablement et sans la complaisance ni la satisfaction de bon ton qui régnaient alors dans les milieux d'extrême gauche.
Pouvez-vous décrire cette stupeur ?
Les brigadistes plus forts que l'Etat, on n'avait jamais vu ça. Cela dit, dans les rangs de la gauche, l'exaltation des premiers jours a évolué : 55 jours, c'est long. De nombreux intellectuels de gauche ont commencé à lancer des pétitions et des appels à la libération du président. Moro devait être à tout prix épargné. Je partageais cet avis. La stupéfaction générale, et la mienne en particulier, a atteint des sommets à la nouvelle de sa mort. Nous nous réveillions et découvrions que nous n'avions, en fait, jamais rien compris à la politique. L'expérience de notre génération était qu'on peut toujours parvenir à un compromis. Jamais nous n'aurions pensé que les brigadistes ne respecteraient pas la dignité de la vie humaine. Après l'exécution de Moro, le débat politique devint intense en Italie, bouillonnant. Le verbe se portait très haut. Ce fut le début d'une époque tourmentée. Et l'assassinat de Moro sonnait la fin de la Démocratie chrétienne, au pouvoir depuis l'après-guerre, car tout à coup sa nature même de conciliateur national, de modérateur volait en éclats. L'idée que les démocrates chrétiens aient pu sacrifier la vie de Moro, leur compagnon, leur chef, était vraiment choquante. Pour les Italiens, Moro était comme un père, un membre de la famille. Pour les Français, c'est un lointain cousin. Je suis curieux de voir comment le public français va accueillir le film.
Vous montrez un Aldo Moro humaniste, touchant...
Je ne l'ai jamais rencontré. Je ne connaissais que sa personne publique. Il ne m'était pas d'une sympathie particulière, c'était un politicien chrétien, c'est tout. Cependant, la lecture des lettres qu'il a écrites à ses collègues et à sa famille lors de sa séquestration m'a donné l'occasion d'approcher l'homme de près. Ses convictions politiques, humanistes et religieuses lui donnaient une force morale qui impose le respect. Evidemment, j'ai mis dans ce personnage, vingt-cinq ans après les faits, beaucoup de ce que je suis aujourd'hui, de mon père aussi. Mon propos n'est pas d'être fidèle à tout prix au modèle. J'élabore un personnage qui a existé, en lui ajoutant mes pensées personnelles. Quand Shakespeare utilisait un personnage historique, il s'y mettait également... Mon film est d'abord une oeuvre de fiction, nécessairement infidèle. La jeune génération qui n'a pas vécu les événements le voit d'ailleurs surtout comme un conte, une histoire cruelle.
Chiara, le personnage de la jeune terroriste (joué par Maya Sansa), est imaginaire...
Il me fallait un personnage qui réagisse contre cette folie, qui symbolise cette tragédie inexorable mais aussi le conflit propre à la rhétorique brigadiste. Chiara est une enfant de la gauche, une fille de partisans antifascistes ayant combattu Mussolini. Elle seule pouvait montrer la fêlure originelle des brigadistes. Ceux-ci considéraient que la guerre de libération durant la Deuxième guerre mondiale, celle des partisans, aurait dû aboutir à l'établissement d'une république socialiste en Italie. Les brigadistes se sentaient trahis par ce processus qui ne se serait jamais achevé. Ils étaient persuadés qu'ils continuaient la lutte de leurs pères partisans. Evidemment, ces derniers étaient contre les brigadistes, auxquels ils ne reconnaissaient aucune légitimité...
Votre film donne l'impression que la Démocratie chrétienne s'est arrangée de la mort de Moro, comme si les Brigades rouges avaient fait le sale travail à sa place...
Ce ne sont que des suppositions. Deux films italiens traitant du même sujet, la Piazza delle cinque lune de Renzo Martinelli et Il Caso Moro de Giuseppe Ferrara, soutiennent des points de vue différents : la responsabilité de la CIA ou celle de Pie XII et des francs-maçons. Mon opinion, qui n'a aucune valeur historique, se concentre sur l'impuissance absolue des partis politiques et de l'Etat. Ils en vinrent même à utiliser des mages et des voyants pour retrouver Aldo Moro ! Aujourd'hui encore, nous ne connaissons pas la vérité. Les brigadistes n'ont pas tout dit.
L'exécution de Moro sonne-t-elle la fin de l'innocence italienne ?
Je ne sais pas si l'Italie a jamais été innocente ! Cependant, il n'y a pas de doute : la cruauté de cet acte, ressentie profondément par toute la nation, a changé le visage de l'Italie. Après Aldo Moro, plus rien n'était pareil.

5 febbraio 2004 - CASO MORO: SULL'INTERVISTA DI CASIMIRRI
"L' Opinione"
Casimirri si difende su Moro e tratta la resa
di Elisa Borghi
Coperto dai servizi segreti, protetto dai giudici, amico dell'esercito, temuto dai connazionali del Nicaragua: ecco chi è Alessio Casimirri, storico latitante, primula rossa del terrorismo italiano. Condannato a sei ergastoli per aver preso parte al sequestro Moro, da oltre venti anni sfugge alla giustizia italiana nascondendosi in Nicaragua, dove gode della protezione del Fronte sandinista di liberazione nazionale e del suo leader storico: l'ex presidente Daniel Ortega. Tre giorni fa il super latitante ha però deciso di farsi vivo, di rompere il silenzio in cui si trincerava da anni per dichiarare, a "El nuevo diario", quotidiano nicaraguese, di non essere mai stato implicato nel sequestro dello statista democristiano.
"Il 14 marzo 1978 - ha detto - davo lezioni di educazione fisica in una scuola. E come tutti gli altri - ha aggiunto - ho appreso del sequestro e degli sviluppi di esso dai mezzi di comunicazione". Non è un caso che l'ex Br abbia deciso di parlare proprio adesso: probabilmente teme, infatti, che il paese che lo ospita segua l'esempio dell'Algeria, che senza espulsione e senza alcun atto formale alla metà di gennaio, attraverso l'Egitto, ha consegnato alla giustizia italiana Rita Algranati. Prima moglie di Casimirri, già condannata all'ergastolo nel processo Moro-Ter, anche la Algranati è considerata una figura di primo piano delle Br: assieme al marito faceva infatti parte del 'Fronte della controguerriglia', un nucleo che identificava gli obiettivi e organizzava gli attentati delle Br.
Ed è inoltre accusata degli omicidi del giudice Riccardo Palma (1978), del consigliere provinciale di Roma della Dc Schettini (1979), del generale Varisco (1979) e dell'assalto alla sede della Dc in cui vennero uccisi due agenti di polizia (1979). Oltre all'arresto della ex-moglie, a spingere Casimirri a rilasciare dichiarazioni sono anche le crescenti pressioni diplomatiche esercitate dall'Italia sul Nicaragua: due settimane fa Maurizio Fratini, ambasciatore d'Italia a Managua, ha reso noto che il presidente Bolanos ha promesso di fare "tutto il possibile" per consegnare Casimirri alla giustizia. Per la magistratura italiana estradare e interrogare "Camillo" (così era conosciuto dai compagni) è fondamentale per varie ragioni.
Innanzitutto, perché è il solo - dei 13 brigatisti condannati per il sequestro Moro - a non avere mai scontato un solo giorno di carcere, poi perché potrebbe rivelare chi erano i due uomini presenti in via Fani su una moto e di cui nessuno ha mai voluto rivelare i nomi, forse perché troppo imbarazzanti. Casimirri potrebbe inoltre spiegare le ragioni per cui a esser scelto fu proprio Moro e non solo lui, visto che il brigatista è stato condannato in contumacia per altri cinque omicidi.
I giuristi del Nicaragua in tutta risposta alla dichiarazione del loro della Repubblica lo hanno diffidato a non avviare nessuna iniziativa per aprire la procedura di estradizione. Per loro: "non c'è nessun motivo per cui un cittadino nicaraguese debba essere estradato in un altro paese, visto che fra i due paesi non esiste neppure un trattato in tal senso". Già negli anni '80 il tentativo di interrogare le mani su Casimirri fallì per la mancanza di collaborazione da parte del paese che lo ospita. Si spera che la storia non si ripeta.

5 febbraio 2004 - UN ROMANZO AMBIENTATO AI TEMPI DEL CASO MOSO
"Il Mattino"
IL ROMANZO DI SPINATO AMBIENTATO AI TEMPI DEL SEQUESTRO MORO
Amici e nemici negli anni di piombo
Maria Vittoria Vittori
È appena uscito un romanzo di notevole intensità che parte da lontano, Amici e nemici di Giampaolo Spinato (Fazi, pp. 220, euro 14,50), disseminato di quei piccoli e grandi traumi che hanno segnato la nostra storia individuale e collettiva. Parte da un gruppo di ragazzi nati in un paese lombardo in cui si mescolano dialetti d'ogni parte d'Italia, cresciuti a pane e pallone, a "Carosello" e figurine Panini, educati dai preti e ammorbati dalla diossina. Erano i protagonisti di Il cuore rovesciato (1999) e Di qua e di là dal cielo (2001) e ora li ritroviamo, nell'anno di grazia (e di piombo) 1978, a vent'anni o poco più, divisi tra amici e nemici. Tra chi ha compiuto scelte estreme e politicamente opposte, come Seba, ovvero il comandante brigatista Leto e "l'angelo bastardo", eversore neofascista, tra chi è ciellino come Marco e chi, come Telonius, nutre confuse simpatie rivoluzionarie. In primo piano la grande tragedia del sequestro Moro. "Pensavo da tanto a quel momento nevralgico della storia italiana. Ricordo bene che quando è uscito Il cuore rovesciato - racconta l'autore. Sapevo già come sarebbe iniziato questo romanzo. È frutto di una lunga sedimentazione interna".
Una storia politica, ma anche etica e psicologica, imperniata sul sottilissimo confine tra l'amico e il nemico: "Credo di aver scritto una tragedia più che un romanzo, che porta in sé l'esplorazione del mito, lacerazioni non attraversate, uno scontro generazionale rimosso, una sofferenza indicibile. Il teatro per me è all'origine di ogni rappresentazione: vuol dire mettere una serie di polarità in conflitto su un palcoscenico". Gli eventi vengono raccontati da una pluralità di voci: la voce burocratica del Palazzo, maestra nell'ammantare di fredda ipocrisia le più efferate macchinazioni; la voce smarrita e incredibilmente forte del Presidente sequestrato; la voce del Comandante Leto, che da una condizione di prigionia paradossalmente analoga a quella del Presidente, ripercorre l'itinerario che lo ha condotto ad una scelta estrema; la voce dell'"angelo bastardo" che gli rivela, con spietata lucidità, che loro due, in fondo, sono uguali.
Ma è proprio vero che sono uguali? "Io credo di sì. Li rende uguali l'esser precipitati, con tutte le possibili motivazioni ma non giustificazioni, in una condizione che li rende ostaggi di quel male che volevano combattere".
Funge da contrappunto alle voci soliste il coro di Telonius e dei suoi amici, voci di diciottenni che vogliono continuare a sognare, anche in un mondo così livido: "In questi ragazzi ho messo molto dello smarrimento personale e collettivo di quel periodo. Come se avessimo concepito, dentro di noi, la fine della storia. La mia è una generazione che ha subito tutte le trasformazioni epocali: dalla Tv all'informatica e, soprattutto, il passaggio di sponda dei fratelli maggiori. Una generazione piagata dalla droga, dall'Aids, che ha pagato tantissimo ed è stata ammutolita dai tanti rivolgimenti. Se c'è uno spazio residuo di sogno, io credo che si possa trovare in uno sguardo sul mondo che cerca di stare nelle cose. Accettando i conflitti, provando a cogliere le potenzialità trasformative della rabbia".

6 febbraio 2004 - PALAZZO RIVALDI E IL TERRORISMO
"Dagospia"
Si parla delle Brigate Rosse, oggi su "Repubblica", all'interno di un articolo - pubblicato nelle pagine romane - firmato da Francesca Giuliani e dedicato a Palazzo Rivaldi, edificio storico abbandonato da decenni e
situato in via dei Fori Imperiali. In fondo al pezzo intitolato "Palazzo Rivaldi, gioiello conteso", una strana frase evoca i misteri degli anni Settanta, parlando della storia dell'immobile: "si dice che vi sia in ceppi
un sequestrato delle Brigate Rosse". Poi la Giuliani passa ad altro. Ezio Mauro dovrebbe - a questo punto - offrire un lungo articolo per spiegare la nota criptica, perché un attento lettore deve essere informato di numerose cose. "Si dice": chi lo dice, e perché? In quale anno sarebbe stato utilizzato il palazzo come "prigione del popolo"? A Roma il sequestro delle Brigate Rosse che tutti ricordano è solo uno: e così è facile pensare ad Aldo Moro, visto che via dei Fori Imperiali è strategicamente importantissima, e dista poche centinaia di metri da via Caetani, luogo nel quale è stato ritrovato il corpo dello statista democristiano. Urge approfondita spiegazione della frase...

7 febbraio 2004 - BR AIUTATI DA PCI E KGB ?
"La Padania"
Gli strani misteri dei Br aiutati dal Pci e dal Kgb
Dopo gli arresti al Cairo di Rita Algranati e di Massimo Falessi, la prima condanna per l'assassinio di Aldo Moro, sono almeno due i brigatisti rossi ancora latitanti e condannati per l'omicidio dello statista italiano: Alessio Casimirri, che vive in Nicaragua, e Alvaro Loiacono, che è in Svizzera.
Una lunga inchiesta di "Parlamento In" - il settimanale tv diretto da Piero Vigorelli in onda stasera su Rete 4 alle ore 22,50 - documenta che Casimirri e Loiacono, agli inizi degli anni 80, sono espatriati in più occasioni in interviste a giornali italiani e stranieri. L'inchiesta documenta altresì che nel '93 per Casimirri e nel 2000 per Loiacono, l'Italia era ad un passo dalla loro cattura. Ma tutto è saltato per via di fughe di notizie. Gli interlocutori politici della puntata di "Parlamento In" che raccontano questa vicenda sono il sen. Giovanni Pellegrino (Ds), ex presidente della Commissione Stragi, e l'on. Enzo Fragalà, An, ex componente della stessa commissione. Intanto si apprende che gli agenti dell'antiterrorismo hanno fermato mercoledì a Parigi una donna italiana, tale Ivana Polesenan, nell'ambito della commissione rogatoria guidata dal giudice Gilbert Thiel sui presunti legami tra rifugiati italiani e le Br-Pcc. L'arresto è avvenuto nell'abitazione della donna a Saint-Denis, alla periferia di Parigi. Potrebbe trattarsi, secondo fonti informate, di una ex compagna di Giuseppe Maj, arrestato con Giuseppe Czeppel a fine giugno del 2002, nel corso delle indagini sui nuovi filoni della "eversione rossa" e sull'assassinio di Marco Biagi.

7 febbraio 2004 - PIANO SOLO: GUERZONI, VOLEVANO DISFARSI DI MORO
"Il Corriere della sera"
L'INTERVENTO Corrado Guerzoni rilegge gli eventi legati al presunto golpe
Luglio '64: il Piano era disfarsi di Moro
Il collaboratore dello statista e i punti oscuri: la lettera di Colombo, la riunione da Morlino, il ruolo di De Lorenzo
Prendo spunto da quanto ha scritto Paolo Franchi nella sua rubrica "La nostra storia" del 30 gennaio per qualche precisazione sugli eventi del luglio 1964. Ho letto, ad esempio, che la lettera "riservata" del ministro del Tesoro Colombo a Moro fu pubblicata "a sorpresa". Ma a sorpresa di chi? Certo, non di Moro che, avendo preferito sulle prime ignorarla, sapeva benissimo di offrire così il pretesto per la sua pubblicazione. Quella lettera rientrava nella campagna promossa dall'asse Colombo-Carli-Segni, il cui scopo era di escludere i socialisti dal governo o di costringerli ad accettare un notevole ridimensionamento delle loro ambizioni. Quando scoppiò la crisi di governo, una parte dei democristiani (con l'ammiccamento di altri) pensò che fosse la volta buona per disfarsi di Moro. Il presidente del consiglio, d'altronde, era già stato allontanato a gennaio dalla segreteria del partito. Vengo all'incontro in casa Morlino tra Moro, Rumor, Zaccagnini, Gava e il generale De Lorenzo. Fu Moro, dopo un colloquio con il presidente della Repubblica Segni, a indire la riunione. Segni gli aveva manifestato ansietà per la situazione politica, economica e dell'ordine pubblico, della quale il generale De Lorenzo gli aveva, a suo dire, delineato un quadro a tinte fosche: considerava pressoché improponibile la ripresa della collaborazione con il Psi, e non escludeva affatto lo scioglimento delle Camere e l'indizione di elezioni politiche da parte di un monocolore dc o da un governo guidato da una personalità come Merzagora. Moro motivò invece l'inderogabile necessità politica di proseguire quella collaborazione. Di fronte alle ripetute insistenze di Segni, si dichiarò disponibile a verificare di persona. Di qui la riunione in casa Morlino, alla quale, non come partecipante, ma come consultato, fu a un certo punto ammesso De Lorenzo, accompagnato fino all'uscio dal comandante Cossetto, persona di assoluta fiducia di Segni. Il generale fece chiaramente comprendere che si muoveva per corrispondere alla profonda preoccupazione del Quirinale. Fu sentito poi il capo della polizia Vicari che confermò, come De Lorenzo, la possibilità di mantenere l'ordine in qualsiasi circostanza. Ma, in disparte e sottovoce, disse a Moro: "Lei, comunque, farebbe meglio a rinunciare all'incarico di formare il nuovo governo".
Segni fu poi rassicurato da Moro, che si dichiarò ben consapevole della delicatezza del momento, e tuttavia in grado di affrontarla con la corresponsabilità avvertita dei socialisti. Ciò fu possibile dopo un incontro tra Moro e Nenni, che non fu rozzamente improntato al ricatto del "tintinnar di sciabole". I due uomini politici, che si stimavano profondamente, affrontarono con realismo la situazione, guardando ai riflessi interni e internazionali delle loro determinazioni; e decisero di continuare la collaborazione, convinti che era finita, se mai c'era stata, l'età delle illusioni, e che non con sfide e ricatti, ma con pazienza e fatica, si sarebbero potute tenere insieme le forze politiche, a loro volta unite, per quanto possibile, al proprio interno.
Se poi ci fosse o non ci fosse stato un tentativo di complotto, nel senso etimologico e tecnico del termine, e quale significato e portata si dovesse attribuire al Piano Solo, ideato e definito in un contesto procedurale sicuramente illegale, è questione dello storico. Comunque, non ebbe influenza alcuna nell'origine, nell'andamento e nella soluzione della crisi, il cui epicentro fu e resta la lettera di Colombo. Compito del testimone, per la parte di sua diretta conoscenza, è precisare che Moro avvertì le difficoltà e i rischi, valutò le tensioni e i possibili sconfinamenti dalla legalità democratica, e li comunicò senza reticenze a Nenni. Del resto Moro non disistimava De Lorenzo, come non disistimò più tardi il generale Miceli, nel presupposto che un leader democratico che voglia preservare l'integrità della Repubblica e l'incolumità dei cittadini guarda ai servizi concreti resi in momenti drammatici della vita dello Stato, al di là dell'opinabilità delle biografie individuali.
Corrado Guerzoni

8 febbraio 2004 - GUZZANTI: LE BR ERANO IL BRACCIO ARMATO DEL KGB
"Il Giornale di Brescia"
Guzzanti: "Le Br erano il braccio armato del Kgb e dei servizi segreti cecoslovacchi"
IL SEQUESTRO MORO E GLI 007 DELL'EST COMUNISTA
BRESCIA - In pochi giorni sono passati da Brescia, Agnese Moro, figlia dello statista democristiano assassinato dalle Brigate Rosse e il sen. Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin che indaga sul dossier delle spie italiane al soldo dell'Urss. Non si sono incontrati, li abbiamo messi di fronte, idealmente, l' una all'altro, comparando le riflessioni e le conoscenze sull 'affaire Moro, con un'intervista finale al parlamentare. Senatore Guzzanti, Agnese Moro ci ha dichiarato di non credere, per un 'analisi logica, all'assalto sanguinario del 16 marzo 1978, in via Fani in cui vennero assassinati 5 agenti della scorta e Moro, illeso, venne portato via. Le Brigate Rosse non sarebbero state in grado di colpire in modo così professionale. "C'era uno del commando, che non parlava né francese, né inglese né spagnolo. Forse parlava una lingua slava. Del resto ci sono persone mai identificate, quel giorno. Sono note le coperture del Kgb nei confronti dei brigatisti arrestati recentemente in Algeria e anche nei confronti di Casimirri, ora ristoratore in Nicaragua, il quale partecipò, quella mattina, al sequestro di Aldo Moro". Come si comportò il Pci, allora, senatore Guzzanti? "Giorgio Amendola, dirigente del Pci, sapeva che le Brigate Rosse erano dirette dai servizi segreti della Cecoslovacchia e andò, ingenuamente, a protestare all'ambasciata di quel Paese. La vedova di Enrico Berlinguer, a sua volta, ha ammesso che suo marito sfuggì ad un attentato a Sofia, durante una visita ufficiale. Berlinguer seppe che il famoso zampino sovietico nel sequestro Moro altro non corrispondeva se non al fatto che le Br erano il braccio armato dei servizi cecoslovacchi e del Kgb, per controllare e provocare il Partito comunista italiano. Anche D'Alema, sentito alcuni giorni fa alla commissione Mitrokhin ha riconosciuto che Cacciapuoti, dirigente della Commissione centrale di Controllo del Pci, fu inviato da Berlinguer in Cecoslavacchia per chiedere la chiusura delle attività dei servizi cecoslovacchi e sovietici attraverso le Brigate Rosse". Senatore Guzzanti, si parlò della pista Cia, durante il sequestro Moro... "Fu una delle più superbe operazioni di disinformazione. I documenti del collega Molinari della Stampa, poi, dimostrano che la Cia, (presidenza Carter) ai tempi del sequestro Moro era a favore del compromesso storico, e tramite l'operazione denominata Spora, il Kgb costruì l 'allusione prima e quindi infiltrò l'idea che Moro fosse stato sequestrato per un contrasto con Kissinger. Sono le menzogne mostruose del Kgb, della menzogna eretta a sistema, della criminalità organizzata del sistema sovietico. Non dimentichiamo che il direttorio del Kgb, che si occupava in Italia di mafia, era la stessa organizzazione della mafia russa". Senatore Guzzanti, cosa ci può dire del comunista Conforto, trovato nelle schede delle spie Mitrokhin? "Conforto appare chiaramente in una scheda Mitrokhin e fu un comunista seguace dell'ala dura di Pietro Secchia. Sua figlia Giuliana ospitò nella sua casa, i brigatisti Morucci e Faranda, al tempo del sequestro Moro. Nella stessa casa fu trovato il mitra Skorpion con cui fu assassinato Aldo Moro. Conforto, il padre, barattò la libertà della figlia consegnando Morucci e la Faranda alla polizia italiana. Mi piacerebbe sapere cosa sarebbe successo in Italia se il mitra con cui fu assassinato Aldo Moro fosse stato trovato nella casa di un agente della Cia..." Tonino Zana

8 febbraio 2004 - LE MONDE SU FILM BELLOCCHIO
"Le Monde"
L'italie face aux années de plomb
Le film de Marco Bellocchio n'en est qu'un signe : l'ombre d'Aldo Moro et des Brigades rouges hante toujours les consciences. Mais le temps est peut-être venu de regarder la vérité en face.
A lumière du film devient plus éthérée, c'est la lumière des petits matins, celle des rêves aussi. Il fait froid. Il relève le col de son pardessus et, mains dans les poches, part d'un bon pas dans Rome endormie, le pas de quelqu'un qui vient de retrouver sa liberté.
Les spectateurs, fascinés, regardent s'éloigner sur l'écran cet acteur si ressemblant qui a réussi à reproduire jusqu'au sourire triste et un peu ironique que toute l'Italie connaît : le sourire de la dernière photo d'Aldo Moro. La photo saisissante, sous la grande étoile jaune, symbole des Brigades rouges (BR), du président de la Démocratie chrétienne, l'un des plus importants personnages de l'Etat italien, otage durant cinquante-cinq jours des BR, avant d'être finalement "exécuté" le 9 mai 1978.
Cette scène onirique dans laquelle Aldo Moro se sauve, du moins dans le rêve de l'un de ses geôliers, est l'un des moments les plus poignants du dernier film intimiste de Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, qui, se basant en partie sur Le Prisonnier, le livre de Laura Braghetti, une ancienne "brigadiste" impliquée dans l'enlèvement, a choisi d'évoquer à sa façon le drame humain de Moro et sa lente agonie dans la "prison du peuple".
Il a pourtant suffi de cette petite entorse artistique du cinéaste avec l'Histoire pour que surgissent mille polémiques. Comme si, au moment où réapparaissent des groupuscules anarchistes et terroristes, dont certains ont repris à leur compte le vieux sigle des Brigades rouges, l'Italie, traumatisée, se rendait compte qu'elle n'a jamais réussi à tourner sereinement la page des "années de plomb" - entre 1970 et la fin des années 1980. Et, contrainte de regarder vers le passé, ne supporte pas que l'on y touche. Un passé lourd à porter, il est vrai.
Grèves massives, utopies révolutionnaires sanglantes des Brigades rouges en lointain écho des attentats d'extrême droite, jeux dangereux du pouvoir avec la Mafia et les services secrets sur fond d'affrontement idéologique entre l'Est et l'Ouest : l'enlèvement de Moro en plein Rome, où son escorte fut massacrée, le 16 mars 1978, au moment crucial où sa politique du "compromis historique" devait faire participer au pouvoir le Parti communiste, avait été le point d'orgue de cette époque troublée. L'Etat, bien qu'impuissant à retrouver l'otage, avait refusé toute négociation et les BR avaient mené à terme une exécution qui paraissait bien inutile. Les Italiens, eux, n'ont jamais tout à fait compris le pourquoi de ces deux logiques et les intérêts occultes, apparemment en jeu.
"On m'a beaucoup critiqué pour cette scène où Moro est libéré, explique, un peu embarrassé, Marco Bellocchio, mais elle exprime mon sentiment, ce que j'aimerais qui soit vrai aujourd'hui. Je m'oppose à l'Histoire. Mon film ne cherche pas à expliquer, c'est une libre interprétation qui montre la perverse normalité de gens capables de tuer quelqu'un à froid au nom d'une idée, ce qui aboutit à leur déshumanisation totale. Cette affaire Moro, qui est la tragédie suprême de tant de vicissitudes italiennes, a laissé une blessure dans nos esprits. Le remords est là et ne part pas."
Vingt-cinq ans après, la plupart des brigadistes, après de lourdes peines, écrivent des livres ou se réhabilitent dans des centres sociaux ; le mur de Berlin a fini par tomber, même en Italie ; les communistes sont devenus des Démocrates de gauche et la Deuxième République s'est imposée sur les ruines de cette anomalie italienne qu'était la vieille Démocratie chrétienne, cette "baleine blanche" qui occupait presque tout l'espace politique.
Alors, est-ce enfin le moment d'opérer une relecture de ces années ? On pourrait le croire. Au printemps 2003, pour l'anniversaire de la mort de Moro, un florilège de nouveaux livres est sorti ; il y a eu des pièces de théâtre, des soirées musicales, des lectures publiques. Sept sites Internet traitent en permanence ce thème. Sur l'un d'eux, un jeune internaute a écrit : "La vérité sur ces journées atroces est un devoir envers tous les Italiens." A Rome, un sondage auprès d'élèves du secondaire montrera qu'à leurs yeux la tragédie d'Aldo Moro est "l'événement le plus important du XXe siècle en Italie, après la seconde guerre mondiale". Quant au cinéma, coup sur coup sont sortis des films qui traitent du passé et qui ont eu un succès inattendu.
L'Italie s'est penchée avec nostalgie sur sa jeunesse, avec la saga familiale édulcorée Nos meilleures années, de Marco Tullio Giordana, à l'origine une série télévisée suivie par 8 millions de téléspectateurs ; de même, elle a suivi avec indulgence les adolescents frondeurs de Mai 68, dépeints dans The Dreamers, de Bernardo Bertolucci. Quant à aller vraiment au fond des "années de plomb" et de l'affaire Moro, un autre cinéaste l'a tenté, Renzo Martinelli. Son film Piazza delle Cinque Lune, allusion à un lieu symbolique de la politique romaine, est sorti dans un silence hostile. Et, pourtant, il était question d'Histoire. Trop même, car, confie Renzo Martinelli : "J'ai fait tout un travail d'enquête, reconstituant même en studio l'attentat contre l'escorte de Moro. Les brigadistes interrogés en prison ont menti." Et d'énumérer toutes les anomalies dénoncées par son film : il y avait d'autres tireurs que ceux reconnus par les BR ; la prison de Moro n'a sans doute pas été unique et, surtout, la Stasi allemande, la CIA et le Mossad ont été impliqués.
Mais pourquoi le film a-t-il été si ignoré ? "Parce que j'ai mis les pieds dans le plat. On veut nous faire avaler la version officielle, à savoir les BR ont agi seules, l'Etat a fait ce qu'il devait faire. C'est-à-dire : "Rentrez chez vous, il n'y a rien à voir !" Mais nous, les cinéastes, avons le devoir de briser l'omerta et le politiquement correct imposé par la classe dirigeante."
Un point de vue partagé par Alberto Franceschini. Cet homme énergique qui, avec son pull à crémaillère, ressemble à quelque prêtre ouvrier, même si, après dix-huit ans de prison, il a tourné la page, est, après tout, une autorité en matière de Brigades rouges : c'est lui qui les a fondées à la fin des années 1960 avec ses amis Renato Curcio et Mara Cagol. Pour l'heure, il peste contre la circulation qui l'a fait arriver en retard au siège de l'organisation sociale qu'il dirige en banlieue, mais l'argument lui plaît : "Il faut bien comprendre que si certains veulent savoir - moi le premier, qui étais déjà en prison au moment de cette affaire Moro, qui a sonné le glas des BR -, beaucoup préféreraient écrire le mot "fin" sur tout cela. Notamment à droite et dans la presse du régime, car il reste des points obscurs qui mettraient beaucoup de gens dans l'embarras. Les magistrats, eux, se sentent trahis par les services secrets, qui ne leur ont pas tout dit, et mes ex-compagnons brigadistes se taisent pour sauver le "mythe" des BR, mouvement révolutionnaire indépendant. Evidemment, si, comme il m'arrive de le penser, les BR ont bien enlevé Moro, mais commanditées par certains services secrets qui ont assumé une partie de la "gestion" du séquestre, le mythe s'effondre."
Pour Alberto Franceschini, la vérité, c'est qu'Aldo Moro, avec sa politique d'ouverture au PCI, aurait gêné les subtils équilibres de Yalta en Italie. De plus, les révélations de l'otage, faites par écrit aux BR, durant sa captivité, et qui seront retrouvées en deux fois, à plusieurs années de distance, de façon rocambolesque, auraient signé sa perte : "Moro, conclut-il, c'est l'équivalent italien de l'affaire Kennedy. Il y a eu cinq procès, chacun a résolu quelques détails, mais posé plus de questions encore."
"Président, n'est-il pas temps de tout dire ?" Dans son salon cossu encombré de dossiers et de photos, dont une d'Aldo Moro, dont la dédicace prend une tonalité grinçante pour qui la regarde aujourd'hui ("Avec toute ma reconnaissance et grande cordialité"), celui qui fut justement le ministre de l'intérieur chargé des recherches, au moment de l'enlèvement, l'ex-président de la République Francesco Cossiga, lève les yeux au ciel : "Dire quoi ? Que, pendant des années, je me réveillais la nuit en me disant que je l'avais tué en maintenant le front de la fermeté face aux Brigades rouges ? Que cela a été le pire traumatisme de ma vie ?" Et il montre ses mains marquées de taches apparues, dit-il, tout d'un coup à cette époque, ainsi que ses cheveux blancs. Alors, d'un geste, il balaye la question : "A quoi bon ces échafaudages permanents de gens qui voient la main américaine, celle de Thatcher, de Giscard, de Dieu sait qui ? Les Brigades rouges ont tué Moro. C'est assez terrible comme cela, mais c'est tout."
La réponse ne contente pas Giovanni Moro, fils de l'homme politique assassiné. Avec cette réserve courtoise qui évoque son père, ce sociologue, qui dirige une fondation pour l'action civique, ne s'est pas résigné : "L'establishment résiste encore. Au début, il y avait même de l'hostilité envers nous, la famille, qui avions boycotté les funérailles officielles, mais c'est très net, petit à petit la société civile veut faire les comptes avec le passé. Les jeunes ont besoin de savoir dans quel pays ils vivent, pourquoi, entre le terrorisme "noir" et le "rouge", l'Italie a le triste record mondial de tueries sans explications ?"
Sur l'"affaire" proprement dite, Giovanni Moro note juste qu'"aucune enquête n'a pu expliquer pourquoi l'Etat n'a ni négocié ni recherché activement -son- père". Ce qu'il déplore, ce sont aussi les occasions perdues : "A la fin de la Première République, chacun aurait pu assumer ses responsabilités, quelles qu'elles soient. Même en Afrique du Sud, ils ont su créer une commission pour la réconciliation nationale ! Mais non. Quand Berlusconi est arrivé au pouvoir, en 1994, c'était une autre occasion, mais, avec sa rhétorique sur les communistes, qui pourtant n'existent plus, il a recréé artificiellement le climat d'affrontement idéologique droite-gauche : la vérité historique, "bloquée", continue à servir d'arme politique entre adversaires."
Un "blocage" particulièrement ressenti à gauche. Exception faite de la journaliste Rossana Rossanda, qui n'avait pas eu peur de reconnaître que les Brigades rouges, même en mal, faisaient partie de "l'album de famille", la gauche italienne rejette toujours ces cousins embarrassants. "Il faut comprendre, dit simplement Valentino Parlato, qui fut directeur d'Il Manifesto, le journal de la gauche intellectuelle. A l'époque, le PC allait entrer au gouvernement, il voulait se montrer "étatiste", légaliste, se démarquer des BR, nées dans l'utopie révolutionnaire des grands mouvements sociaux, dont il réprouvait la violence. Le résultat, c'est qu'aujourd'hui les BR, qui se sentaient "l'avant-garde" de la gauche communiste, se sentent "trahies", et que la gauche, elle, a rétrogradé, devenant plus frileuse."
Et maintenant ? L'avocat d'Eleonora Moro, la veuve, annonce qu'il demandera sous peu la réouverture du dossier. Il y aurait de nouveaux indices, la piste de "l'Est" cette fois... Las d'attendre cette vérité finale qui ne vient pas, deux très jeunes cinéastes, Mazzino Montinari et Federico Greco, préparent, eux aussi, un long documentaire apolitique, dans lequel, disent-ils, "sans rien démontrer, nous ferons parler tout le monde. Y compris, ce qui était impensable, les brigadistes qui ne sont pas repentis, ceux qui ont trinqué dans les usines à la mort de Moro et tous ceux qui ne cadrent pas dans le révisionnisme ambiant. L'Italie est assez adulte pour regarder la vérité en face". Dans ce film, il y aura Geraldina Colotti, une brigadiste de la deuxième génération qui a survécu à une fusillade et qui achève, en semi-liberté, une longue peine de prison. Geraldina n'est pas repentie : "Nous avons payé pour nos erreurs, concède-t-elle,mais qu'on ne nous enlève pas notre dignité : nous avions un projet politique et une grande assise sociale. Il faut raconter cela aussi aux jeunes Italiens."
Alors, Geraldina a pris la plume et écrit un livre pour les adolescents, Le Secret, une histoire familiale émouvante marquée par le terrorisme. Tout y est, sauf la propagande. Le livre est devenu un succès de librairie. Un matin, dans son bureau sous haute protection, à Rome, le chef de la Digos, l'office chargé des enquêtes antiterroristes, nous confiera : "Mon fils de 13 ans m'a posé des questions sur les Brigades rouges. Je lui ai offert le livre de Geraldina Colotti, c'est ce que j'ai trouvé de mieux pour comprendre..."
Marie-Claude Decamps

10 febbraio 2004 - MORTO SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE NINO ABBATE
ANSA:
GIUSTIZIA: MORTO SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE NINO ABBATE
Il sostituto procuratore generale in Cassazione Nino Abbate e' morto la notte scorsa, colto da un infarto.
L'alto magistrato era candidato a capo della Procura di Roma.
Nino Abbate, 66 anni, sostituto procuratore generale presso la Cassazione ed ex presidente dell' Anm, era uno dei candidati per guidare la procura della Repubblica di Roma.
Proprio all' inizio di febbraio la nomina del nuovo procuratore della capitale aveva provocato una spaccatura nel Csm. Dopo aver tentato per ore di trovare una soluzione unitaria, la Commissione sugli incarichi direttivi aveva licenziato una proposta con due nomi, rimettendo di fatto la scelta al plenum. La maggioranza dei voti (quattro) era andata ad Abbate, sostenuto da Unicost, Magistratura Indipendente e dai laici della Cdl. Due, invece, i consensi per Giovanni Ferrara, presidente della sezione gip al tribunale di Roma, espressi dai consiglieri di magistratura democratica e del Movimento per la Giustizia.
Al centro del contendere, la questione anzianita': secondo i togati di sinistra andava privilegiato Ferrara, che in passato e' stato a capo dell'Ispettorato del ministero della Giustizia, proprio perche' ha una maggiore anzianita' rispetto al suo concorrente, oltre a poter vantare una piu' ampia esperienza nel settore requirente. Un ragionamento a cui la maggioranza aveva replicato sottolineando la qualita' dei processi di cui si era occupato Abbate (tra gli altri quelli sull'omicidio di Aldo Moro e sull' attentato al Papa) e le sue doti umane e professionali.
Nino Abbate ha firmato di recente il provvedimento con il quale la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione ha disposto che il procedimento a carico dei poliziotti indagati in relazione ai fatti del G8 del luglio 2001 resti di competenza della procura di Genova.

12 febbraio 2004 - ARRESTATO ELFINO MORTATI
"Il Gazzettino"
TREVISO Elfino Mortati preso a Caerano San Marco per un ordine proveniente da Reggio Calabria: l'accusa è di traffico d'armi Ex terrorista rosso arrestato per mafia L'uomo respinge ogni addebito. "Non ho mai ucciso nessuno e ho pagato interamente il mio conto" Treviso
NOSTRA REDAZIONE
L'accusa è pesantissima: avere trafficato armi da guerra ed esplosivi per agevolare l'attività di una cosca mafiosa. A risponderne è un ex terrorista rosso, il trevigiano Elfino Mortati, 45 anni non ancora compiuti, arrestato nella tarda mattinata di ieri nell'abitazione della madre, a Caerano San Marco, dove da qualche tempo lo stesso Mortati aveva deciso di trasferirsi per rifarsi una vita e dedicarsi, in virtù di tre lauree, all'insegnamento, dopo la lunghissima parentesi toscana durata quasi trent'anni, quasi tutti trascorsi in carcere a Prato.
Il provvedimento restrittivo è stato eseguito dalla Squadra Mobile di Treviso, su delega del Tribunale di Reggio Calabria, il cui gip, Kate Tassone, aveva accolto le richieste della Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo calabrese che dalla scorsa primavera indagava su un presunto traffico di armi destinato ad una delle cosche mafiose reggine.
L'accusa che viene mossa all'ex terrorista è quella di avere illegalmente detenuto e portato in luogo pubblico armi da guerra di fabbricazione israeliana, bombe a mano, detonatori, esplosivo ed altro materiale con l'aggravante di avere agevolato le attività della cosca di Reggio Calabria che farebbe capo a Paolo Sergi, a sua volta arrestato unitamente a Franco Biagini, 44enne pistoiese, che aveva condiviso la stessa sezione della casa circondariale di Prato che Mortati aveva definitivamente lasciato lo scorso aprile, una volta finita di scontare la condanna a 26 anni per l'omicidio di un notaio, Gianfranco Spighi, ammazzato con un colpo di pistola nel suo studio di Prato da un commando di "Lotta armata per il comunismo": era il 10 febbraio 1978. Un omicidio maturato durante un fallito "esproprio proletario" che gli inquirenti addebitarono senza dubbio al trevigiano, arrestato cinque mesi dopo, a Pavia.
Sarebbe dunque una conoscenza maturata durante la permanenza nella casa circondariale di Prato, ad avere riportato in carcere l'ex terrorista trevigiano che, ieri, avrebbe immediatamente respinto ogni addebito (il suo coinvolgimento emergerebbe dalle conversazioni tra gli altri due), rimanendo incredulo alle accuse che gli venivano contestate, ma dimostrandosi al tempo stesso disponibile verso gli agenti che gli notificavano il provvedimento della Dda reggina. Disponibile anche quando si è trattato di non rinnegare il passato, ribadendo di non avere mai ucciso nessuno: "Ma ho pagato interamente il conto...".
Giancarlo D'Agostino

"Aiutava la mafia con armi da guerra ed esplosivo" È l'accusa che ha portato all'arresto di Elfino Mortati, 44 anni, catturato dalla squadra mobile in casa della madre La Squadra Mobile lo ha trovato a casa della madre, in via Bon 2 a Caerano San Marco: per arrestarlo. Elfino Mortati, 44 anni nativo di Montebelluna, da nemmeno uno era tornato definitivamente libero, dopo avere scontato 24 dei 26 anni di carcere che gli erano stati inflitti per l'uccisione di un notaio avvenuta a Prato, durante un fallito "esproprio proletario". Era il 10 febbraio 1978: anni di piombo. Che Mortati aveva iniziato a vivere legandosi agli ambienti dell'Autonomia e della "Lotta armata per il Comunismo", e terminati alla stazione ferroviaria di Pavia, cinque mesi dopo l'omicidio del notaio Gianfranco Spighi. Un ex terrorista, anche se non vi è straccio di sentenza che lo definisca tale, visto che la Corte di Assise di Torino lo ha scagionato dall'avere fatto parte di un associazione per delinquere con scopi eversivi.
Un passato pagato completamente. Ma che, probabilmente, ha pesato in chi, oggi, ritiene Elfino Mortati un pericoloso trafficante di armi. Perché è, in sintesi, questa l'accusa della Dda di Reggio Calabria, che ieri lo ha riportato in carcere, questa volta quello di Santa Bona. Accusa pesantissima, visto che il 44enne trevigiano avrebbe "illegalmente detenuto, portato in luogo pubblico armi da guerra di fabbricazione israeliana, bombe a mano, detonatori, esplosivo ad alto potenziale, con l'aggravante di aver agevolato le attività illecite della cosca mafiosa di Reggio Calabria che farebbe capo a Sergi Paolo", quest'ultimo a sua volta destinatario dello stesso provvedimento di custodia cautelare, unitamente ad un pistoiese, il 44enne Franco Biagini, già compagno di cella dello stesso Mortati. Una "convivenza" che avrebbe pesato moltissimo sulle motivazioni della richiesta di arresto. Perché Mortati, una volta letta l'ordinanza, sarebbe rimasto interdetto, perché avrebbe riferito di ricordarsi a malapena di Biagini. Il quale, a sua volta, avrebbe avuto legami con Paolo Sergi: di illeciti affari, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia reggina, come l'approvvigionamento di armi, che gli inquirenti ritengono avessero come referente proprio il trevigiano dal passato di terrorista. Tutto da dimostrare. Ma il gip Kate Tassone è rimasta convinta dalle motivazioni formulate dai pubblici ministeri della Dda, ordinando l'esecuzione dei tre arresti.
Elfino Mortati, nella breve permanenza negli uffici della Squadra Mobile, avrebbe dimostrato contengo, seppure ancora incredulo alle accuse che lo vorrebbero trafficante di armi, senza tuttavia rinnegare le proprie ideologie, ma sottolineando anche di non avere mai ucciso nessuno.
Giancarlo D'Agostino

"Il Gazzettino"
CHI È È una storia tinta di rosso e di giallo, quella di Elfino Mortati.
Rossa come il sangue versato il 10 febbraio 1978 dal notaio Gianfranco Spighi, ucciso con un colpo di pistola, nel suo studio di Prato, durante un "incidente tecnico", come venne scritto in un volantino fatto ritrovare all'indomani, di un'azione dimostrativa in quanto lo stesso notaio avrebbe gestito tutte le cambiali relative all'acquisto di auto Fiat.
Rossa come la colonna brigatista toscana alla quale Mortati sarebbe stato ideologicamente vicino, coinvolto nelle attività di "Lotta armata per il comunismo". Tanto vicino al punto da essere aiutato, nelle breve latitanza seguita al delitto (che Mortati ha sempre negato, anche ieri, di avere compiuto), da due presunti appartenenti alla Br. Almeno così era stato indotto a credere quando "Anna", conosciuta a Roma, gli fece capire di conoscere molte cose sul sequestro Moro: "Mi disse che era a Roma (e i tempi confermavano la tesi, ndr) e che non sarebbe mai stato scoperto perché era in un rifugio di massima sicurezza".
Così, la storia di Mortati si tinge di giallo: quello delle rivelazioni rese nell'estate del '78 subito dopo l'arresto per l'omicidio del notaio. Rivelazioni raccolte dall'allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato in merito alla presenza, nel ghetto di Roma, di uno dei covi utilizzati per nascondere lo statista e di cui nessuno aveva mai saputo l'esistenza. Ma la collaborazione fu subito interrotta da una fuga di notizie apparse sulla "Nazione" che scoraggiarono Mortati a parlare. Almeno è ciò che è sempre stato detto anche in sede di commissioni parlamentari.
Ad Elfino Mortati non resta che attendere la fine della condanna a 26 anni, scontata nella casa circondariale di Prato. La vita carceraria gli consente di ottenere tre lauree: una in Storia, una in Letteratura ed una in Pedagogia. Non è un caso che, durante la detenzione ottiene la semilibertà che gli consente anche di fare l'insegnante in una scuola media della città toscana, dove pure si sposa (con chi diventerà anche assessore comunale), e dove ha modo di farsi apprezzare per la sua attività legata al sociale. Al punto da essere ospite di un convegno della diocesi di Livorno, avente per tema: "Cercare ed essere cercati: la ricerca nella vita". Che, per Mortati, oggi appare quasi un paradosso.
G. D'A.

IL SUO PASSATO Tre lauree dopo gli anni di piombo (gd'a) È il 20 aprile dello scorso anno. Elfino Mortati lascia il carcere di Prato, chiudendosi definitivamente alle spalle un passato politico che definire turbolento sarbbe riduttivo, alla luce dei 26 anni inflittigli per la morte di un notaio. Ci era finito, in carcere, il 2 luglio 1978, cinque mesi dopo l'assassinio di Gianfranco Spighi, ucciso durante un esproprio proletario a causa di un "incidente tecnico", così come fu definito quell'assalto in un volantino di "Lotta armata per il Comunismo". Mortati, dunque, chiude l'attività di terrorista, seppure giovanissimo, legato alle colonne toscane delle Brigate Rosse, tanto che Ferdinando Imposimato, il giudice istruttore che indagò sull'assassinio di Aldo Moro, lo ha definito: "membro regionale delle Br". Le cui ideologie, l'allora giovanissimo terrorista non ebbe difficoltà a ribadire nemmeno in occasione del processo per la morte del notaio dove non esitò a dimostrare durezza, evocando un documento-programma, indicando nel "partito armato l'unica alternativa per il movimento rivoluzionario". Senza contare le nemmeno tanto velate minacce alla corte: "Presidente, c'è già chi pensa a te...". Con il risultato di incassare 26 anni. Era la primavera del 1980. In quello stesso processo, Mortati rivelò alcuni aspetti della sua breve latitanza che erano stati oggetto di enorme interesse da parte degli inquirenti che cercavano di svelare i segreti del sequestro Moro. Perché, subito dopo l'arresto avvenuto a Pavia, lo stesso Mortati raccontò che durante la latitanza, tra il febbraio e il giugno del 1978 (il periodo clou del sequestro, era stato ospite, a Roma, di una base logisitca delle Br, in via dei Bresciani, pernottando anche in altri due appartamenti "coperti" situati nella zona del ghetto. Tanto che lo stesso Imposimato ed il collega Priore decisero di caricare Mortati su una camionetta dei carabinieri a cercare quei covi. Senza risultato. Ma l'ispezione fu immortalata, da una macchina fotografica dei servizi segreti. Tanto perché se ne sentisse il bisogno, in una vicenda in cui i depistaggi erano all'ordine del giorno.
Mortati, dunque, paga il suo conto, fatti salvi due anni depennati per buona condotta, ed altri otto in regime di semilibertà che gli consentono anche di insegnare, in virtù di tre lauree (in Storia, letteratura e Pedagonia) nel frattempo conseguite. Ha una brutta parentesi, durante la semilibertà, sei anni fa quando viene arrestato per una vicenda di droga dalla quasle uscirà pulito. Mortati, aveva conquistato la fiducia di tutti, anche della diocesi di Livorno, che nel 1993 lo aveva invitato ad una "tre giorni" a parlare di problematiche giovanili, con l'allora allenatore della Fiorentina, Claudio Ranieri. Tema: "Cercare di essere cercati: la ricerca della vita". Quasi la parafrasi di quanto avvenuto ieri.

A Caerano San Marco sono in pochi a parlare. Qui Elfo Mortati non ha vissuto a lungo, anzi soltanto recentemente è tornato in paese per raggiungere la mamma Anna Maria, che abita in un appartamento dell'Ater, in via Bon, decidendo di fissarvi la propria residenza, con la nuova compagna. "Ricordo - dice un ex dipendente della SanRemo - che aveva anche una sorella che lavorava con noi che non vedo da tempo e che spesso mi parlava di suo fratello che già allora circa una trentina di anni fa aveva dei problemi da risolvere. Non ho però mai sentito dire che fosse un brigatista, piuttosto credo che fosse molto vicino a Lotta continua".
Una cosa sicura è che Elfo, da tutti ricordato come "Elfino", a Caerano, aveva deciso di ristabilirsi nel Montebellunese, proprio a Caerano San Marco, trasferendo la residenza da Torino, a cercare un lavoro, sempre come insegnante, dopo gli otto anni dedicati a svolgere lo stesso compito in una scuola media di Prato. Dal municipio non trapela nulla e lo stesso sindaco Guido Campagnolo dell'uomo ha soltanto ricordi molto vaghi e si limita a ribadire che a Caerano si recava di rado in quanto aveva la sua residenza in Toscana. Più dettagliate sono invece le testimonianze di un caeranese che intende mantenere l'anonimato. "Posso solo dire - ribadisce - che la persona in questione i suoi debiti li aveva pagati (ben 26 anni di carcere). In questi anni infatti si era dedicato allo studio e per quanto io sappia penso che sia riuscito ad ottenere tre lauree, tra queste una in Pedagogia". Oltre a quelle in Letteratura e Storia. Tuttavia quasi tutti stentano a credere che Elfo Mortati possa essere coinvolto in un'altra brutta storia di malavita, soprattutto collegata alla mafia come dicono le accuse in base alla quale ieri mattina la polizia è giunta a prelevare l'uomo.
Luciano Beltramini

ANSA:
MAFIA: EX TERRORISTA TREVIGIANO ARRESTATO PER TRAFFICO ARMI
Un ex terrorista di Prima Linea, Elfino Mortati, di 44 anni di Montebelluna (Treviso), e' stato arrestato per disposizione della magistratura di Reggio Calabria perche' accusato di essere coinvolto in un traffico d'armi ed esplosivo a favore di una cosca mafiosa.
L'arresto, come riferiscono alcuni quotidiani, e' avvenuto a Caerano San Marco, dove abita la madre dell'uomo. Mortati aveva scontato una condanna a 16 anni di reclusione per l'omicidio del notaio Gianfranco Spighi, avvenuto nel 1978 a Prato (Firenze).

MAFIA: EX TERRORISTA ARRESTATO, CHI E' MORTATI
La storia pubblica di Elfino Mortati comincia il 10 febbraio 1978 quando, durante quello che doveva essere un "esproprio di cambiali di proletari" uccide il notaio pratese Gianfranco Spighi. L'azione e' rivendicata dal gruppo "Lotta armata per il comunismo þ Dante Di Nanni".
Mortati, nato a Montebelluna (Treviso), aveva solo 18 anni ed era il leader pratese dell'Autonomia operaia. Dopo l'uccisione del notaio, Mortati si rifugia a Roma, poi va al Nord ed e' arrestato a Pavia ai primi di luglio del 1978. Subito dopo l'arresto Mortati dice di far parte del comitato toscano delle Brigate rosse e comincia a parlare. Racconta di essersi rifugiato a Roma dal febbraio al giugno 1978, durante il sequestro del presidente Dc, e di essere stato ospitato in via dei Bresciani in un appartamento che sarebbe stato, secondo lui, un covo delle Brigate rosse. Mortati disse di avere passato qualche notte anche in un paio di altre case, nella zona del ghetto ebraico. L'11 luglio 1978 un giornale pubblica un articolo che attribuisce a Mortati un ruolo rilevante nel delitto Moro.
La fuga di notizie ha come conseguenza l'irrigidimento del giovane terrorista che rifiuta di dare altre indicazioni. Mortati aveva anche riferito che "Anna disse che l'onorevole Moro era prigioniero a Roma e che non sarebbe mai stata trovata la sua prigione, perche' era in un luogo di massima sicurezza". Mortati guido' anche i giudici Priore e Imposimato alla ricerca degli appartamenti, soprattutto in via Sant'Elena. Mortati avrebbe conosciuto anche altri terroristi: 'Mario', che avrebbe identificato in Valerio Morucci, 'Anna', 'Massimo', 'Cristiano', 'Isabella'. Le informazioni date da Mortati sul caso Moro sono state studiate anche dalla commisione stragi e sono analizzate in una relazione depositata a gennaio del 2000 dal magistrato Libero Mancuso, consulente della commissione. L'ex giudice Imposimato ha detto: "io e Priore abbiamo sempre sospettato, ma ne eravamo quasi certi, che l'appartamento di cui aveva parlato Mortati fosse la base di appoggio di Aldo Moro nel tragitto da Via Montalcini a Via Caetani" e ha aggiunto:"Quando andammo, insieme a Priore, nel ghetto per ritrovarlo fummo fotografati e scrissero sulle nostre indagini un articolo su 'La Nazione' a firma Guido Paglia".
Per l'uccisione del notaio Spighi, Mortati e' stato condannato a 30 anni di carcere. A settembre del 1979 partecipa ad un tentativo di evasione dal carcere delle Murate di Firenze e viene condannato ad altri 4 anni. Un'altra condanna a 7 mesi si aggiunge per un altro episodio nel carcere di Bad'e Carros.
In carcere Mortati si laurea in storia del cristianesimo e nel 1989 usufruisce di un permesso e partecipa al sinodo della Chiesa fiorentina. Poi ottiene la semiliberta', che gli viene revocata nel 1996 per una denuncia di falsita' in atti: aveva utilizzato una ricetta medica falsificata per farsi consegnare uno psicofarmaco. Tornato in semiliberta', nel 1998 viene arrestato di nuovo nell'ambito di un'inchiesta su un traffico internazionale di droga.

13 febbraio 2004 - ARRESTO MORTATI: DAI GIORNALI
"Il Gazzettino"
Elfino Mortati resta in cella, secondo la magistratura era il custode delle armi delle cosche. La sorella: "Ha già pagato, lasciateci in pace" L'ex terrorista cercava un lavoro Era andato dal sindaco e dal parroco di Caerano per trovare un impiego ed evitare il ritorno in carcere Caerano San Marco
Elfino Mortati, l'ex terrorista arrestato l'altro giorno con l'accusa di connivenza con le cosche mafiose, resta in carcere a Santa Bona. Secondo il gip di Reggio Calabria sarebbe il custode delle armi che poi servivano alle organizzazioni malavitose.
Intanto a Caerano San Marco emergono delle novità sulla recente vita di Elfino. Lui, la moglie e la madre si stavano disperatamente dando da fare per trovare un lavoro. Mortati aveva bisogno di lavorare per poter trovare un domicilio, altrimenti sarebbe stato costretto a tornare in carcere per un vecchio residuo di pena. Al sindaco Campagnolo e all'assessore Cimmino aveva fatto una buona impressione. Lo stesso al parroco don Domenico. A tutti era sembrato un uomo pentito e desideroso di cambiare vita e di rimettersi in carreggiata. Ma poi le cose hanno preso una piega diversa ed ora si è in attesa di ulteriori sviluppi su questa delicata vicenda, che ha sorpreso un po' tutti a Caerano, dove Mortati era praticamente un illustre sconosciuto.
BELTRAMINI

Un assessore e il parroco di Caerano parlano dell'ex terrorista arrestato con una pesante accusa "Un lavoro per evitare il carcere" La sorella: "Mio fratello ha pagato tanto e già più del dovuto, ora lasciateci in pace" Caerano San Marco
"Lasciateci in pace, avete già scritto a sufficienza". Contattata telefonicamente dopo alcuni tentativi andati a vuoto fatti presso l'abitazione di via Bon 2/19, la sorella di Elfino Mortati si barrica dietro al più assoluto silenzio. "Non insistete, mio fratello ha già pagato tanto e più del dovuto, senza nessuna colpa". Poi la donna lascia cadere la cornetta. Per tutti a Caerano San Marco Elfino Mortati arrestato giovedì mattina nell'abitazione della madre è un illustre sconosciuto. Nemmeno A.B. 60 anni circa che abita a non più di una decina di metri dall'appartamento di via Bon ha un'idea su chi possa essere l'arrestato. "E' vero che siamo in tante famiglie - dice il pensionato, ma qui ci conosciamo un pò tutti. Di questo Elfino non ho mai saputo niente, nè tantomeno ero a conoscenza che abitasse in uno di questi appartamenti". Chi invece ha conosciuto il Mortati è l'assessore allo sport e alle associazioni Giuseppe Cimmino. "Proprio mercoledì, nel mio negozio è arrivata la madre, una donna che conosco da tempo. Mi ha chiesto se c'erano notizie per quanto concerne la richiesta di lavoro che una quindicina di giorni suo figlio aveva presentato al sottoscritto e al sindaco in un incontro avuto in Municipio. In quell'occasione l'uomo mi aveva colpito positivamente. Di cultura sopra la media, parlava in maniera pacata, molto educato e sincero aveva ribadito la sua necessità assoluta di trovare un posto di lavoro fisso e sicuro. Ogni lavoro gli andava bene, anche quello più umile. Quando ieri mattina ho letto "Il Gazzettino" sono letteralmente caduto dalle nuvole. Per la madre, Elfino di quella triste vicenda che lo aveva portato a scontare 24 anni di carcere era solo una vittima. Aveva pagato colpe non sue forse dovute alla gioventù". E che Elfino cercasse lavoro e che fosse intenzionato a stabilirsi per sempre a Caerano San Marco lo conferma anche il parroco Don Domenico, che dell'arresto dell'uomo ieri pomeriggio ancora non era a conoscenza. "Ricordo che è venuto a trovarmi non più di una quindicina di giorni fa con la moglie - spiega il parroco. Mi ha fatto un'ottima impressione. Mi ha raccontato tutta la sua storia, degli anni di carcere, senza però addentrarsi nei particolari. Da quanto ho capito mi aveva riferito che per avere gli arresti domiciliari, aveva assoluta necessità di trovare un posto di lavoro, entro pochi giorni, altrimenti sarebbe stato costretto a ritornare in carcere. Doveva scontare a quanto pare un residuo di pena, e voleva farlo proprio a Caerano San Marco. Era dalla madre, vedova da alcuni anni, ma il suo appartamento non era in grado di ospitare la coppia. Mi è sembrato un uomo pentito degli sbagli commessi, sincero, e intenzionato a cambiare vita una volta per sempre. Un uomo pieno di entusiasmo, pronto a ripartire da zero con la moglie". Voci in paese dicono anche che Elfino abbia per alcuni giorni lavorato come muratore in un'impresa edile del posto. Esperienza questa conclusasi presto. Sono però voci di cittadini che di lui sanno poco o niente, anche perchè a quanto pare l'uomo faceva vita molto ritirata e non vedeva nessuno, tranne i familiari.Luciano Beltramini

IL RETROSCENA (ma.sc)Incastrato da un'intercettazione telefonica. Una lunga "chiacchierata" in cui sarebbe stato ripetuto più volte il suo nome come persona "fidata" per l'acquisto di grossi quantitativi di armi. Sarà interrogato probabilmente sabato a Treviso, Elfino Mortati 44anni, l'ex terrorista rosso arrestato dalla squadra mobile mercoledì a Caerano San Marco, mentre si trovava a casa della madre. Un interrogatorio che servirà a chiarire con precisione il ruolo di Mortati all'interno delle cosche calabresi, a spiegare quelle presunte conoscenze con elementi di spicco della criminalità calabrese, e soprattutto a svelare i motivi che avrebbero spinto un altro arrestato, il 44enne Franco Biagini a fare il suo nome durante alcune telefonate intercettate dalla polizia. Sarebbe infatti proprio un'intercettazione telefonica effettuata sulla linea di Biagini il fulcro essenziale delle accuse contro Mortati. Secondo il Gip del Tribunale di Reggio Calabria, Kate Tassone, che ha accolto il castello accusatorio preparato dalla Dda reggina, Mortati avrebbe agevolato le attività illecite della cosca mafiosa di Reggio Calabria "capitanata" da Paolo Sergi, raggiunto in carcere da un provvedimento restrittivo, e direttamente collegata al gruppo capeggiato dal boss del narcotraffico Santo Maesano, fornendo armi da guerra, bombe a mano, detonatori ed esplosivi. Biagini durante alcune telefonate con un esponente delle cosche, a quanto pare Sergi, avrebbe fatto il nome di Mortati come persona fidata per il recupero di armi. Una persona non lontana dal giro, ancora dentro gli ingranaggi, capace di recuperare le armi richieste. Proprio per questa ragione avrebbe garantito per lui con le cosche. La trattativa, iniziata telefonicamente, a quanto pare, non andò mai in porto. Secondo il Gip, Mortati sarebbe stato il custode delle armi da fornire alla cosca, Biagini si sarebbe occupato di venderle, l'acquirente sarebbe stato Sergi. Tre personaggi solo apparentemente separati, Franco Biagini, infatti, era stato compagno di cella di Mortati, proprio durante questa "convivenza" all'interno di una cella sarebbe nata l'amicizia tra i due. Amicizia che con gli arresti di mercoledì si è trasformata in un macigno piombato sulla testa di Mortati. Il 44enne, osservando la motivazione dell'ordinanza, sarebbe rimasto senza parole, diecendo di non ricordarsi di Biagini. Avrebbe solo confermato a chiare lettere le sue ideologie, sottolineando di non aver mai ucciso nessuno.

13 febbraio 2004 - SUCCESSO A PARIGI PER "BUONGIORNO NOTTE"
"La Repubblica"
IL CASO
A Parigi "Buongiorno, notte" riempie le sale: nei titoli le date del caso Moro. Critica entusiasta
La Francia applaude Bellocchio e riflette sugli anni di piombo
LAURA PUTTI
PARIGI - La stampa francese si è scatenata su Buongiorno, notte. Il film di Bellocchio - a oggi quasi sedicimila spettatori nei dieci cinema parigini nei quali da mercoledì scorso è proiettato - è qui particolarmente sentito: il suo autore è oggetto di devozione (nessuno dimentica Lou Castel nei "Pugni in tasca", e "L´ora di religione" è rientrato nel discusso tema della "laicité") e la Francia di Mitterrand ha dato asilo a non pochi protagonisti degli anni di piombo, da Scalzone a Toni Negri. Il dibattito sulle vicende italiane di quegli anni l´aveva iniziato mesi fa "La meglio gioventù", anch´esso approdato (in due parti, come da noi) nei cinema di Parigi tradizionalmente riservati ai film di grande qualità. Senza contare che Maya Sansa, attrice si