Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2004: gennaio

 
9 gennaio 2004 - ANCORA IL LIBRO DI BISCIONE
ANSA:
BISCIONE, ISTITUZIONI PIU' IMPORTANTI VITTORIA CENTROSINISTRA
(NOTIZIARIO LIBRI)
(ANSA) - ROMA, 9 GEN - FRANCESCO M.BISCIONE:'IL SOMMERSO DELLA REPUBBLICA' (BOLLATI BORINGHIERI; PP. 171; EURO 13) - "Il quadro istituzionale e' piu' importante di una vittoria del centro-sinistra". Francesco M.Biscione lancia una miccia accesa nella parte sinistra del campo politico.
In realta' e' un invito a tutto lo schieramento a lavorare all' individuazione di regole che costruiscano una cornice in cui agisca il bipolarismo e si svolga l' alternanza.
"Nel centrodestra - spiega Biscione - anche Berlusconi e' un'anomalia perche' e' portatore di una carica anti-istituzionale che non appartiene ne' alla tradizione cattolica ne' a quella di An, specie dopo quanto e' avvenuto a Gerusalemme". In altre parole "l'anomalia di Berlusconi andrebbe risolta nel piu' breve tempo possibile e con il contributo degli elettori del centrodestra".
Il saggio affonda le radici nel lavoro di un altro storico, Franco De Felice, 'Doppia lealta' e doppio Stato', e in 'Segreto di Stato' dell'ex presidente della Commissione Stragi Vittorio Pellegrino. 'Il sommerso della Repubblica' vuole essere un ulteriore contributo alla comprensione dei tanti misteri italiani. Non per gusto investigativo quanto per la necessita' di spiegare storiograficamente gli avvenimenti nell' ambizione-speranza di un loro superamento. Il sommerso e' proprio quel coacervo di forze che hanno agito per decenni nell'oscurita' e che si riconoscono nell'opposizione all' antifascismo sui cui valori poggia invece la Repubblica Italiana, nell' anticomunismo piu' miope, nell'intolleranza diffusa alla democrazia, alle regole, alla legalita'. Biscione scopre insomma un paese culturalmente molto piu' di destra di quanto esso pensi di essere, prescindendo dagli esiti elettorali. Un paese in cui spicca la figura coraggiosa e di statista di Aldo Moro.
Con queste finalita' hanno operato (in tempi diversi, non fianco a fianco) da Tambroni in poi, l' estremismo neofascista figlio del livore dei repubblichini sconfitti ed esponenti della Resistenza. Servizi segreti, forze militari e carabinieri deviati completano il cast di coloro che diedero vita con la strage di piazza Fontana nel 1969 alla strategia della tensione e poi allo stragismo. Tutti elementi questi che, associati anche a sfrenate ambizioni personali, troveranno qualche anno dopo nella Loggia P2 il luogo di sublimazione, coinvolgendo anche Cosa Nostra e Banda della Magliana. Eppure, proprio la P2 produsse quello che per Biscione e' "uno dei documenti politici italiani piu' suggestivi del Novecento", meritevole di una "disamina analitica", "non privo di finezza giuridica" che "disegna il progetto di superamento della democrazia dei partiti nel momento di piu' ampio confronto tra Dc e Pci". Si riferisce al 'Piano di rinascita democratica' che Licio Gelli e il Gran Maestro Lino Salvini sottoposero all'allora Capo dello Stato Giovanni Leone nella versione piu' rozza e dittatoriale di 'Schema di massima per un risanamento generale del Paese'. Il Piano almeno per quanto riguarda il controllo dell'intelligence trovo' una diffusa applicazione.
Dall'interminabile elenco di assassini, bombe, attentati, e dal catalogo dei Giuseppe Aloia, Giuseppe Santovito, Vito Miceli, Guido Giannettini, Stefano Delle Chiaie, Umberto Federico D'Amato, Biscione estrapola il rapimento Moro, oggetto di un precedente libro con attenzione al ruolo di Israele e Unione Sovietica, e due episodi fondamentali del 1980, la strage alla stazione di Bologna e il disastro di Ustica, forse "collegati da una vicenda internazionale mai chiarita".
E il ruolo degli Stati Uniti? "C'e' una letteratura dietrologica che attribuisce agli Stati Uniti tutta la responsabilita', ma non e' cosi', le carogne sono italiane, gli strateghi la manovalanza della strategia della tensione sono italiani, la P2 e' tutta italiana; tuttavia gli Usa ci abbiano messo lo zampino in modo piu' o meno palese".
Biscione, lei fa anche riferimento a Craxi, "probabilmente il maggior esponente politico degli anni Ottanta" ed a Berlusconi, "combattente tenace, fantasione e capace di imparare dagli errori", personaggi non proprio amati dalla sinistra. "Beh, e' stato Berlusconi che ha creato il bipolarismo unificando uno dei due poli e costringendo le altre forze politiche a fare altrettanto; e poi e' riuscito a riportare la vittoria elettorale nel 2001. Berlusconi e' comunque la gemma di un lungo processo di cui non e' stato ancora trovato l' antidoto".
Il fatto di auspicare "piu' che la vittoria elettorale del centrosinistra" una ridefinizione "interna del centrodestra che ne valorizzi le correnti piu' coerenti con la tradizione istituzionale del paese", non rappresenta certo il passo indietro di uno storico di sinistra. "Ritengo piu' importante - spiega l'autore - la definizione di un quadro istituzionale corretto e rigoroso rispetto ad una vittoria del centrosinisra. Poi... vinca il migliore".

14 gennaio 2004 - ALGRANATI E FALESSI ARRESTATI AL CAIRO
ANSA:
TERRORISMO: ALGRANATI E FALESSI CATTURATI AL CAIRO
Rita Algranati e Maurizio Falessi sono stati catturati all' aeroporto del Cairo. L' operazione e' stata condotta dagli investigatori romani con la collaborazione dei servizi di sicurezza italiana e della polizia egiziana.
I due latitanti avevano documenti falsi e non hanno opposto resistenza quando gli agenti di polizia egiziani li hanno bloccati in aeroporto.
Le indagini della Digos di Roma e dei servizi di sicurezza era cominciata alcuni mesi fa con pedinamenti, intercettazioni telefoniche, lavoro sui tabulati delle chiamate fatte e ricevute da parenti e amici dei due latitanti.
Algranati e Falessi sono stati localizzati in Egitto e da allora gli investigatori li hanno tenuti costantemente sotto controllo. Quando si e' avuta la sensazione che i due stessero per trasferirsi altrove, gli investigatori italiani hanno chiesto la collaborazione della polizia di frontiera del Cairo che ha fermato i due nello scalo aereo.

TERRORISMO:ALGRANATI E FALESSI VOLEVANO LASCIARE NORD AFRICA
Erano pronti a lasciare il paese del nord Africa dove hanno vissuto, sembra l'Algeria, i due brigatisti arrestati la scorsa notte all'aeroporto del Cairo dagli uomini della Digos romana in collaborazione con Ucigos e uomini del Sisde.
Gli investigatori romani hanno spiegato che alla loro cattura, "oltre ad un enorme lavoro di intelligence della polizia italiana con il servizio interno civile si e' arrivati anche grazie ad uno scambio di informazioni tra i servizi italiani e quelli del nord Africa che hanno consentito alle forze di polizia di mettere in atto i giusti dispositivi investigativi".
Algranati e Falessi subito dopo il fermo sono stati espulsi e consegnati alle autorita' italiane e una volta arrivati all' aeroporto romano di Ciampino sono stati formalmente arrestati con la notifica dei provvedimenti a loro carico.

TERRORISMO: CATTURATI DA POLIZIA BR ALGRANATI E FALESSI
I brigatisti Rita Algranati e Maurizio Falessi sono stati catturati dalla polizia di Roma. I due sono in Questura negli uffici della Digos.
Rita Algranati, coinvolta nella vicenda Moro, e' la moglie di Alessio Casimirri, uno dei latitanti storici dell' eversione, rifugiato in Nicaragua, ritenuto uno dei sequestratori dello statista democristiano.
Maurizio Falessi, considerato uno dei militanti delle Ucc e accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata, comincio' nel Cococen (Comitato comunista Centocelle), una struttura da cui nacque il Movimento Politico Resistenza Offensiva (Mpro) considerato "struttura di lancio verso le Br". Nel Cococen furono attivi anche Antonio Savasta, Germano Maccari e Bruno Seghetti.

TERRORISMO: DA SINERGIA SISDE-POLIZIA SCACCO A BR
RAFFORZATA COLLABORAZIONE OPERATIVA PER SEGUIRE TRACCE LATITANTI
E' stata un' operazione lunga e complessa, che ha coinvolto Digos di Roma, Ucigos e Sisde, quella che ha portato alla cattura di due latitanti storici delle Br, Rita Algranati e Maurizio Falessi. Ed il ministro dell' Interno ha voluto personalmente ringraziare per il successo dell' indagine proprio il capo della polizia, Gianni De Gennaro ed il direttore del Sisde, Mario Mori.
Questa "magistrale operazione", secondo Pisanu, e' stata possibile "grazie all' intensificazione, da me stesso promossa, della collaborazione tra servizi di informazione e forze dell' ordine, oltre che al miglioramento del sistema delle relazioni internazionali". E tra polizia e servizio di intelligence civile c' e' stato un interscambio continuo di informazioni (frutto di pedinamenti, intercettazioni telefoniche, controlli su amici e parenti) che ha portato all' individuazione dei due latitanti, da tempo in Algeria. Un compito non facile visti i tanti anni di latitanza e le conseguenti difficolta' a stabilire con certezza l' identita' dei due. A cio' ha lavorato in particolare la sezione terrorismo del Sisde, in gergo chiamata 'ter', che, insieme all' Ucigos, si e' avvalsa anche della collaborazione dei servizi segreti e della polizia di Paesi nordafricani per ricostruire gli spostamenti di Algranati e Falessi. Un' indagine molto articolata che ha richiesto mesi di lavoro su diversi fronti.
Oltre a pretendere una piu' stretta collaborazione tra intelligence e forze di polizia, Pisanu da piu' di un anno ha dato maggiore impulso alla sezione terrorismo del Sisde che, in aggiunta al lavoro sul fronte interno dell' eversione, segue con attenzione anche le mosse dei tanti latitanti che vivono all' estero, e ha preteso una piu' stretta collaborazione tra intelligence e forze di polizia.
"Polizia, Carabinieri e servizi di informazione, su mia precisa richiesta - ha detto il ministro lo scorso 8 gennaio alla commissione Affari costituzionali della Camera - stanno collaborando attivamente anche col proposito di strutturare una capacita' operativa interforze destinata a durare nel tempo. Peraltro - ha aggiunto - autorevoli voci della maggioranza e dell' opposizione parlamentare hanno apertamente sostenuto che, nell' auspicata riforma dei servizi, si debba dare forte impulso al sistema integrato di sicurezza, facendo in modo che l' intelligence, pur nella netta distinzione tra Sismi e Sisde, affianchi sempre piu' da vicino l' azione di prevenzione e repressione delle forze di polizia. Penso che in questa direzione si debba procedere alacremente".
L' esigenza di una collaborazione piu' stretta e' stata sottolineata qualche settimana fa anche dal direttore del Sisde. Mori ha parlato di "efficacia dei nuovi modelli di cooperazione con le forze di polizia, concretamente sperimentati negli ultimi mesi sia per importanti manifestazioni di piazza, dove forte era il rischio di incidenti, che sul versante della lotta al terrorismo ed alla criminalita' organizzata. In tale occasione, la tradizionale collaborazione 'cartacea' ha lasciato il posto ad un piu' proficuo colloquio diretto con gli operatori di polizia 'sul campo', spesso in contemporanea con lo sviluppo delle situazioni". In questo quadro, ha aggiunto, "manca tuttavia una cornice in grado reggerne il peso. Per i servizi questa cornice e' la riforma della legge istitutiva, l' unica in grado di ufficializzare il passaggio da un' intelligence 'culturale/esplicativa' dei rischi ad un' intelligence capace invece di difendere dai rischi, con una partecipazione diretta al momento di individuazione e disinnesco delle situazioni di pericolo, senza farraginosi passaggi di consegne fra chi ricerca e chi agisce". Dall' operazione che ha portato alla cattura di Algranati e Falessi arriva il segnale che questa collaborazione non piu' formale, ma sostanziale e pienamente operativa, comincia a dare risultati.

TERRORISMO:FINITA AL CAIRO LA LATITANZA DI 2 BR STORICI
ALGRANATI E FALESSI PRESI DALLA POLIZIA,'E' STATA UNA TRAPPOLA'
(di Luciano Fioramonti).
Il risultato di un lavoro di intelligence durato mesi con pedinamenti e intercettazioni, l' hanno definito gli investigatori della polizia di Roma. Una "trappola frutto di un accordo sottobanco tra il governo algerino e Berlusconi", secondo i due ex brigatisti. Sono le chiavi di lettura dell' arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi, lei tra i sequestratori di Aldo Moro e personaggio di spicco delle vecchie Br, lui militante delle Unita' Comuniste Combattenti.
La loro cattura all' aeroporto del Cairo, in Egitto, ha messo fine a una lunga latitanza, a riprova che le indagini dell' antiterrorismo italiano non sono concentrate solo sull' attualita' ma abbracciano l' intero percorso storico dell' eversione. Un lavoro, quello della polizia e dei servizi di sicurezza, del quale si sono complimentati, oltre a molti politici, lo stesso presidente della Repubblica Ciampi e il ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu. Quest' ultimo, tra l' altro, ha detto: "Chi, ancora oggi, pensa di intraprendere la via della violenza politica, sappia che prima o poi verra' raggiunto dalla forza paziente dello Stato e della Legge".
Rita Algranati, 46 anni compiuti appena due giorni fa, deve scontare l' ergastolo inflitto dai giudici del processo Moro ter e aveva fatto perdere le tracce dalla fine degli anni settanta. Nome di battaglia Marzia, e' stata protagonista, quando aveva poco piu' di 20 anni, della stagione piu' intensa e violenta delle Br. E' stata accusata anche degli omicidi del giudice Riccardo Palma, responsabile dell' edilizia carceraria (febbraio 1978); del consigliere provinciale di Roma della Dc Italo Schettini (1979); del tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco (13 luglio 1979) e dell' assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia a Roma (3 maggio 1979), dove vennero uccisi due agenti di polizia. Ex moglie di Alessio Casimirri, l'unico dei rapitori di Moro tuttora latitante (e' rifugiato da tempo a Managua, in Nicaragua), viveva da anni in Algeria con Maurizio Falessi. Lui, 50 anni il prossimo 11 settembre, era latitante dal 1979. Militante delle Unita' Comuniste Combattenti (Ucc), formazione attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, deve scontare in via definitiva una condanna a 11 anni e due mesi. Mosse i primi passi nel Cococe (Comitato comunista Centocelle), con nomi famosi degli anni di piombo: Antonio Savasta, Germano Maccari, Bruno Seghetti e Norma Andriani. Dal Cococe nacque il Movimento Politico Resistenza Offensiva (Mpro) considerato "struttura di lancio verso le Br".
I due sono stati bloccati dalla polizia di frontiera egiziana all' aeroporto della capitale. L' uomo e la donna avevano documenti falsi e una somma di denaro. Non hanno reagito ne' si sono dichiarati prigionieri politici. La Algranati ha confermato la propria vera identita'. Gli investigatori della Digos di Roma, insieme con i servizi di sicurezza, li tenevano sotto controllo da mesi dopo pedinamenti, intercettazioni telefoniche, lavoro sui tabulati delle chiamate fatte e ricevute da parenti e amici dei due latitanti. "Sono stati localizzati in Egitto - e' stato spiegato - quando si e' avuta la sensazione che stessero per trasferirsi altrove, e' stata chiesta la collaborazione della polizia egiziana che li ha fermati la notte scorsa nello scalo aereo".
Tramite il loro avvocato, Caterina Calia, che li ha incontrati negli uffici della Questura di Roma prima che venissero portati nel carcere di Rebibbia, i due arrestati hanno dato una versione ben diversa dei fatti: "Siamo stati deportati dall' Algeria in virtu' di un accordo sottobanco con Berlusconi. Non c' era alcuna richiesta di estradizione. Vivevamo da moltissimi anni in Algeria e le autorita' erano perfettamente a conoscenza di chi fossimo. Siamo stati prelevati nella nostra abitazione e ci hanno dato documenti di identita' e biglietti aerei con destinazione Cairo, Beirut e Addis Abeba, con l' intimazione di lasciare il paese, e garantendoci che non avremmo corso pericoli. Invece, siamo stati imbarcati su un' aereo per il Cairo dove abbiamo trovato 20 poliziotti che ci hanno lasciato per quattro-cinque ore in una stanza in attesa dell' arrivo della polizia italiana".
Soddisfatto "per l' operazione condotta dalle forze dell' ordine italiane" ma critico e' Maurizio Puddu, presidente dell' associazione nazionale vittime del terrorismo. "Ci congratuliamo con il ministro Pisanu - ha detto - ma al tempo stesso ci chiediamo: perche' qualcuno ha coperto fino ad oggi la latitanza di terroristi del calibro della Algranati nonostante i tanti processi che hanno portato alla sua condanna?".
Anche se e' stato escluso un legame tra i recenti sviluppi delle indagini sugli omicidi D'Antona e Biagi, i magistrati del pool antiterrorismo di Roma valuteranno se ascoltare Rita Algranati e Maurizio Falessi in relazione alle inchieste sull' attivita' recente delle Nuove Br.
Nonostante il divario generazionale con i presunti brigatisti finiti in manette alla fine dello scorso ottobre, Rita Algranati e Maurizio Falessi hanno mostrato, almeno nell' atteggiamento seguito alla cattura, un elemento che li accomuna. Lasciando la la questura di Roma, sono saliti imperturbabili a bordo delle auto della polizia. Lei vestita molto comunemente con pantaloni a quadri e dolcevita beige, ed un giaccone marrone, un taglio di capelli molto corto, non ha fatto nulla per nascondere il viso o sottrarsi ai flash dei fotografi. La stessa calma ostentata anche dal suo compagno.

TERRORISMO: I DUE BR NON SI SONO DICHIARATI PRIGIONIERI
SONO STATI ARRESTATI LA NOTTE SCORSA AL CAIRO
I due brigatisti non si sono dichiarati prigionieri politici.
L' arresto e' avvenuto la notte scorsa al Cairo. I due, oltre ai documenti falsi, avevano una somma di denaro. Rita Algranati e Maurizio Falessi, pur in possesso di falsi documenti hanno subito dichiarato le loro generalita' alla polizia italiana, che ha agito in collaborazione con i colleghi del Sisde e con la polizia di frontiera egiziana.

TERRORISMO: NESSUN COLLEGAMENTO CON ULTIME INCHIESTE BR
Non c'e' alcun elemento, al momento, che possa collegare i due brigatisti arrestati alle ultime attivita' delle Brigate rosse e al ritrovamento del covo in via Montecuccoli a Roma. Lo ha detto il dirigente della Digos, Franco Gabrielli, nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare i particolari dell'arresto.

TERRORISMO: VECCHIE E NUOVE BR NELLA RETE DELLA POLIZIA
(di Annalisa Sturiale).
Un nome di battaglia, 'Marzia', ha fatto tornare di colpo sulla scena la vecchia guardia delle Brigate Rosse. Quelle Brigate Rosse a cui appartenevano anche Rita Algranati e Maurizio Falessi, arrestati la scorsa notte dalla Digos romana e dal Sisde, e che per molti erano solo vecchi ricordi, nomi scritti su fascicoli processuali o su provvedimenti della magistratura.
E invece, proprio mentre si tiranno le somme sulle nuove Br e sui recenti successi della polizia che - dopo la cattura di Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo scorso - ha stroncato vertici e strutture attuali, scoprendo tra l' altro l' archivio storico delle Br, ecco che dal passato tornano i volti dei due brigatisti, latitanti da oltre vent'anni, a cui gli esperti dell' antiterrorismo non hanno mai smesso di dare la caccia. Proprio come fu nel '93, quando a 15 anni dal sequestro e dall' uccisione di Moro, fu catturato Germano Maccari. Era lui il misterioso "quarto uomo" di cui si era sempre parlato. Quello che per gli investigatori era il fantomatico ingegner Altobelli, l' inquilino di via Montalcini che si faceva passare per il marito di Laura Braghetti.
A lui, dissero gli investigatori della Digos romana, non si arrivo' con una indicazione di pentiti ma attraverso la rilettura di tutta la storia della Br. Analizzando nomi e nomi sulla base degli atti processuali del caso Moro. Una analisi che porto' a studiare anche un vecchio documento dal titolo "Norme di sicurezza e stile di lavoro", una sorta di tracciato in cui erano elencate tutte le tecniche per gestire un sequestro. Un documento, raccontarono poi i poliziotti il giorno dell'arresto di Maccari, servito per "calarsi nei panni dei brigatisti di allora per capire come si comportassero".
Poi seguirono anni di silenzio. Un silenzio interrotto dagli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, l'uno consulente del ministro Bassolino l'altro del ministro Maroni, uccisi a distanza di poco meno di tre anni l'uno dall'altro. Il primo rimase vittima delle Brigate Rosse il 20 maggio del '99 a Roma mentre il secondo fu ucciso a Bologna mentre tornava a casa il 19 marzo del 2002. Due omicidi che rimettono in moto gli esperti dell' antiterrorismo e tracciano le linee della nuova offensiva alle nuove Br.
E' del 24 ottobre scorso, con i sei arresti disposti dalla procura di Roma, la vera grande svolta delle indagini sull' omicidio Massimo D' Antona. A quegli arresti gli investigatori sono arrivati grazie alla cattura di Nadia Desdemona Lioce, il 2 marzo, nella sparatoria sul treno Roma-Firenze, nella quale morirono il brigatista Mario Galesi e il sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Lioce, considerata uno dei personaggi di primo piano delle nuove Br, aveva con se' documenti e un palmare che ha rappresentato la chiave per arrivare ai segreti dell' organizzazione. A finire in manette, quel giorni di ottobre, sono Paolo Broccatelli, Laura Proietti, Marco Mezzasalma, Cinzia Banelli, Roberto Morandi e Alessandro Costa. Anche l'inchiesta sull'omicidio Biagi, condotta dalla procura di Bologna, porta all'emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare: accusati di aver partecipato all' assassinio del giuslavorista con ruoli diversi sono Nadia Desdemona Lioce, Simone Boccaccini, Cinzia Banelli e Roberto Morandi.
Secondo gli inquirenti anche Mario Galesi, il Br morto nella sparatoria sul treno Roma- Firenze, prese parte all' omicidio. Inoltre sul registro degli indagati per l' omicidio Biagi e' finito anche il nome di Marco Mezzasalma. A casa di Mezzasalma, ritenuto il responsabile del settore logistico delle nuove Br, gli uomini della Digos di Roma avevano trovato e sequestrato una mappa della citta' di Bologna dell' azienda trasporti, e un abbonamento 'city pass' per i bus del capoluogo emiliano. Poi lo scorso 20 dicembre il colpo decisivo. Tutto il materiale delle nuove Br viene trovato nel covo di via Montecuccoli a Roma, armi, esplosivo, divise, volantini e ancora vecchi e nuovi documenti. Nulla che li possa collegare alle vecchie Br se non il fatto che gli esperti dell'antiterrorismo non si sono dati tregua fino a quando non hanno avuto la percezione di aver inflitto un colpo decisivo alle nuove leve del terrorismo.

TERRORISMO: ALGRANATI, FIGURA STORICA DI RILIEVO NELLE BR
Rita Algranati, 46 anni compiuti proprio due giorni fa, il 12 gennaio, e' stata condannata all'ergastolo nel processo Moro Ter ed e' considerata una figura storica di primo piano delle Br.
Tra i fatti piu' importanti di cui e' accusata, gli omicidi del giudice Riccardo Palma, responsabile dell'edilizia carceraria (febbraio 1978); del consigliere provinciale di Roma della Dc Italo Schettini (1979); del generale Antonio Varisco (13 luglio 1979) e dell'assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia, a Roma (3 maggio 1979), nella quale vennero uccisi due agenti di polizia.

TERRORISMO: RITA ALGRANATI, LA 'MARZIA' DEL SEQUESTRO MORO
LA DONNA ERA LATITANTE DAL 1981
Nome di battaglia Marzia. Era conosciuta cosi' Rita Algranati nel corso della stagione piu' intensa e violenta delle Brigate rosse, quando lei era poco piu' che ventenne.
Rita Algranati e il marito Alessio Casimirri si erano resi "irreperibili" dal 1981 trovando rifugio a Managua, in Nicaragua, dove la donna e' rimasta fino agli inizi degli anni '90. Poi, hanno ricostruito gli investigatori della Digos e del Sisde, si e' trasferita insieme al suo attuale compagno Silvano Falessi in vari paesi mediorientali.
Algranati e' colpita da un ordine di esecuzione datato 2 dicembre '93 dalla procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma, e firmato dal sostituto procuratore generale, Luigi Ciampoli, con una pena all'ergastolo ed isolamento diurno per un anno. Il provvedimento restrittivo, scaturito dalla sentenza passata in giudicato del processo penale cosiddetto Moro-ter, e' stato emesso per i reati di concorso in banda armata, concorso in associazione sovversiva, concorso in lesioni aggravate, furto aggravato, concorso in omicidio aggravato, concorso in ricettazione aggravata, concorso in pubblica istigazione e apologia.
Di un ruolo di Rita Algranati nell' agguato di via Fani si comincio' a parlare apertamente dal 1984. In quell'anno Adriana Faranda comincio' a parlare, assistita dal suo avvocato Tommaso Mancini, alla vigilia del processo Moro d' appello, ma preciso' che intendeva assolvere il compito di una chiarificazione "senza nominare militanti dell' organizzazione delle Br". Ma al nome della Algranati (e del marito Alessio Casimirri) si arriva abbastanza presto. Il ruolo della Algranati e' stato confermato anche da Valerio Morucci. Anche lui all' inizio non ne fa il nome, che ammettera' piu' tardi in un' intervista.
La Faranda ricostruira' poi: "Le unita' del commando erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con la via Trionfale per segnalare l' arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128. Casimirri e Loiacono erano di copertura sulla parte alta di via Fani, la Balzerani, invece, era di copertura nella parte bassa all'incrocio con via Stresa, Morucci, Gallinari, Bonisoli e Fiore stavano sul marciapiede di fronte al fioraio: loro erano il gruppo di fuoco. Poi c'era Seghetti in via Stresa, nella 132 che doveva servire a portare via l'ostaggio".
Senza nominarla, Mario Moretti, il leader delle Br nel periodo del rapimento Moro, in un libro-intervista pubblicato nel 1994, dice: "Occorre che un compagno mi segnali che il convoglio sta arrivando con qualche attimo di anticipo prima che svolti per via Fani. La ragazza, appunto. Deve fare solo questo, poi salire su una Vespa e andarsene. E' giovane, carina, non ha che da star ferma all' incrocio con un mazzo di fiori in mano. I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano e' nel ruolo, non da' nell' occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni: ci puo' stare anche un' ora, non si meraviglia nessuno. Eravamo abili nell' osservare queste cose. La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro".

TERRORISMO: RITA ALGRANATI, IL LEGAME CON ALESSIO CASIMIRRI
I DUE RIFUGIATI IN NICARAGUA FINCHE' E' DURATA LA LORO RELAZIONE
E' Valerio Morucci a fare intendere, (anche se da dissociato rifiuta di fare direttamente i nomi) che Rita Algranati potesse essere presente in via Fani il giorno del sequestro Moro. Morucci aveva aggiunto che la Algranati aveva solo il ruolo di segnalare l'arrivo di Moro e fare da staffetta ai killer.
Ai tempi del sequestro Moro, Casimirri e Algranati, anche se incensurati, erano regolari delle BR con i nomi di battaglia "Camillo" e "Marzia" e gestivano un'armeria nel quartiere Gianicolense, a poca distanza dalla tipografia dell' organizzazione, in via Pio Foa'. Entrambi erano considerati esperti tiratori e frequentatori dei campi di allenamento.
Condannata all'ergastolo dal Moro ter nell'88, anche la Algranati era in Nicaragua quando Casimirri era latitante in quel paese, dove faceva il ristoratore (aveva aperto il locale "Magica Roma"nel centro di Managua) e vi resta finche' dura il suo matrimonio (Casimirri poi si e' risposato con una nicaraguense dalla quale ha avuto due figli): successivamente sembra si fosse trasferita in Africa, forse in Algeria dove viveva in liberta'.
All' inizio del 1998, combinando l'attivita' di ristoratore e quella di sub, "Camillo" apri' anche un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub), sulla costa. Il nome di Casimirri e' tornato sui giornali italiani perche' Raimondo Etro racconto' che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci.
La procura milanese voleva interrogarlo ma il Nicaragua ha respinto le richieste di rogatoria. Il governo italiano presento' una richiesta di estradizione di Casimirri nel 1992, durante il governo di Violeta Chamorro (1990-1996), la quale tento' invano di revocare la cittadinanza nicaraguense a Casimirri. L'ex brigatista ha visto, pero', riconosciuti i propri diritti di cittadino nicaraguense da un tribunale di Managua e la Corte suprema di giustizia del Nicaragua ratifico' la sua naturalizzazione e rigetto' la richiesta di estradizione. presentata dall'Italia.

TERRORISMO: MAURIZIO FALESSI, ERA LATITANTE DAL 1979
Maurizio Falessi, 50 anni, era latitante dal 1979.
Falessi nasce politicamente nel 1972 nel quartiere romano di Centocelle, alla periferia della citta'. Milita nel movimento della sinistra extraparlamentare Potere Operaio, fino allo scioglimento, avvenuto nel '73. L' anno successivo, sempre nello stesso quartiere, si costitui' il Collettivo Comunista Centocelle (Cococe) che eredito' anche i locali della vecchia formazione politica. Tra i principali promotori del Cococe vi furono anche personaggi di spicco finiti poi nelle Brigate Rosse come Bruno Seghetti, Antonio Savasta, Norma Adriani e Germano Maccari.
Maurizio Falessi si e' reso irreperibile subito dopo la scoperta del covo delle Unita' Comuniste Combattenti, a Pian di Vescovio, in provincia di Rieti, il 28 luglio del '79. Falessi e' colpito da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Repubblica il 9 ottobre 1989 e deve espiare una pena di 11 anni e due mesi per i reati di costituzione ed organizzazione di associazione sovversiva e banda armata denominata Ucc, tentato omicidio, concorso in detenzione e porto illegale di armi da sparo, concorso in furto aggravato, concorso in vari episodi di sequestro, e altro.

TERRORISMO: FALESSI, ESPONENTE UNITA' COMUNISTI COMBATTENTI
CONDANNATO IN VIA DEFINITA A 11 ANNI E DUE MESI
Maurizio Falessi, 50 anni il prossimo 11 settembre, e' stato condannato in via definita a 11 anni e due mesi per aver militato nelle Unita' Comunisti Combattenti, prima divisione della direzione strategica delle Br, attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni 80.
Falessi e' stato accusato di partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata, rapina tentato omicidio, concorso in sequestro di persona, concorso in porto e detenzione di armi.
Il 23 novembre 1982 i giudici della corte di appello di Roma lo condannarono a 23 anni nel processo a 31 persone coinvolte nell' attivita delle Ucc. Al capo dell' organizzazione, Guglielmo Guglielmi, detto 'Comancho' vennero inflitti 30 anni.

TERRORISMO: ARRESTO BR; I 55 GIORNI DEL SEQUESTRO MORO
(ANSA) - ROMA, 14 GEN - L' arresto dei due Br Rita Algranati e Maurizio Falessi fa tornare in scena il sequestro e l' uccisione di Aldo Moro. Proprio la Algranati e' infatti sospettata di aver avuto il ruolo di vedetta nell' agguato di via Fani. Ecco una cronologia dei fatti principali dei 55 giorni del rapimento Moro:
- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la fiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: Arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'.
- 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br rivendica la responsabilita' politica del rapimento.
- 21 marzo: Il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 25 marzo: Le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
- 29 marzo: Arriva il "comunicato n. 3" con la lettera al ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi "sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi" e accenna alla possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrivono di averla resa nota perche' "nulla deve essere nascosto al popolo". Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n. 4', con una lettera al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.
- 7 aprile: Il "Giorno" pubblica una lettera di Eleonora Moro al marito. La famiglia tiene un linea del tutto autonoma rispetto alla "fermezza" del governo.
- 10 aprile: Le Br recapitano il 'comunicato n.5' e una lettera di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
- - 18 aprile: Grazie ad un' infiltrazione d' acqua, polizia e carabinieri scoprono il covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato n.7' in cui si annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro e l' abbandono del corpo nel Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, e' ritenuto autentico e per giorni il corpo di Moro sara' cercato, con un grande schieramento di forze, in un lago di montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da mesi.
- - 20 aprile: Le Br fanno trovare il vero 'Comunicato n.7', a cui e' allegata una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.
- - 21 aprile: La direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: Messaggio di Paolo VI agli "Uomini delle Brigate rosse" perche' liberino Moro "senza condizioni".
- 24 aprile: Il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio.
Zaccagnini riceve un' altra lettera di Moro, che chiede funerali senza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini, Dell' Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.
- 30 aprile: Moretti telefona a casa Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, "immediato e chiarificatore" puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il 'no alle trattative'. Il 'Comunicato n. 9' annuncia:"Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". Lettera di Moro alla moglie:"Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione".
- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come "prigione del popolo".

TERRORISMO: ARRESTO BR; MORO, 25 ANNI DI COLPI DI SCENA
La storia del caso Moro, tornata in scena con l' arresto dei due Br Rita Algranati e Maurizio Falessi, e' fatta anche di una lunga serie di scoperte e rivelazioni (alcune vere o probabili, altre meno) avvenute dopo la tragica conclusione della vicenda. Ecco alcune delle principali:
- 19 mag 1978: a Roma, in via Foa', scoperta una tipografia, di Enrico Triaca, usata dalle Br durante il sequestro. Alcune apparecchiature erano appartenute ai servizi segreti.
- 1 ott 1978: irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa nel covo di via Monte Nevoso, a Milano. Arrestati 9 terroristi, tra cui Azzolini e Bonisoli. Trovato il memoriale Moro.
- 27 ott 1978: resa pubblica la telefonata di un br alla moglie di Moro, attribuita prima a Toni Negri e poi a Moretti.
- febbraio 1979: 'L'Espresso' pubblica rivelazioni provenienti da Ernesto Viglione, giornalista di Radio Montecarlo. Secondo un sedicente brigatista, le Br e il caso Moro sarebbero state molto diversi dalla versione ufficiale. Poi il caso sembra sgonfiarsi in un tentativo di truffa, ma in appello Viglione e' assolto.
- 17 mar 1979: Raffaele Fiore e' arrestato a Torino.
- 20 mar 1979: ucciso a Roma Mino Pecorelli. Su Op aveva fatto diversi 'scoop' e rivelazioni sul caso Moro e ne aveva promessi altri.
- marzo 1979: 'Metropoli', rivista dell' Autonomia, pubblica un fumetto che ricostruisce il rapimento e il processo. Un anno dopo, ad aprile, 'Metropoli' tornera' sulla vicenda con l' ambiguo "Oroscopone" della maga Ester, che allude ad un russo nel ruolo del 'grande vecchio'.
- 30 mag 1979: arrestati a Roma Valerio Morucci e Adriana Faranda, usciti dalle Br dopo il caso Moro. Erano a casa della figlia di Giorgio Conforto, il cui nome comparira' nel 'dossier Mitrokhin'. Nel 1984 raccontano la loro versione dei fatti in un memoriale.
- 24 set 1979: ferito alla testa e arrestato a Roma Gallinari, a lungo ritenuto l' esecutore materiale dell' uccisione di Moro.
- 2 feb 1980: resa nota l' esistenza dei piani Victor, in caso di rilascio di Moro vivo e Mike, in caso di sua morte. Scalpore anche se ne aveva gia' parlato un libro nel 1979.
- marzo 1980: Patrizio Peci comincia a parlare. A febbraio 1982, lo fa anche Savasta.
- 19 mag 1980: arrestato Bruno Seghetti.
- 27 mag 1980: arrestata Anna Laura Braghetti.
- 4 apr 1981: arrestato a Milano Mario Moretti.
- 10 giu 1981: la commissione 32703mMoro si occupa della seduta spiritica del 2 aprile 1978 a Bologna, presente anche Romano Prodi, durante la quale e' emerso il nome 'Gradoli'.
- 1 feb 1982: il ministro dell' Interno Rognoni annuncia la scoperta della prigione del popolo, un appartamento della Braghetti, in via Montalcini.
- 3 set 1982: ucciso a Palermo il gen. Dalla Chiesa.
- 24 mar 1984: rapina alla Brink's. Gli autori, tra cui Toni Chichiarelli, lasciano materiale collegato con il caso Moro.
- 28 set 1984: ucciso a Roma Toni Chichiarelli.
- gennaio 1985: individuati in Rita Algranati e Alessio Casimirri due dei tre latitanti coinvolti, di cui Morucci non ha fatto i nomi. Il terzo sara' ritenuto Alvaro Loiacono.
- 19 giu 1985: ad Ostia, e' arrestata Barbara Balzerani.
- 8 giu 1988: in Svizzera e' arrestato Alvaro Loiacono, diventato cittadino elvetico grazie alla madre.
- 9 ott 1990: Nei lavori di ristrutturazione in via Monte Nevoso, da un'intercapedine escono documenti non trovati nel 1978 e una versione piu' ampia del memoriale. Polemica tra Craxi e Andreotti sulle 'manine' e le 'manone'.
- 9 giu 1991: Cossiga parla di un' operazione dei Comsubin, finora sconosciuta.
- 13 ott 1993: arrestato Germano Maccari, accusato di essere il quarto carceriere di Moro. Lo stesso giorno esce la notizia che un pentito ha detto che Antonio Nirta, killer della 'ndrangheta, sarebbe stato presente in via Fani.
- 25 ott 1993: resa nota un' intervista rilasciata in estate in cui Mario Moretti si assume la responsabilita' di aver ucciso Moro.
- 8 giu 1994: arrestato Raimondo Etro, che avrebbe svolto un ruolo di armiere.
- 29 mag 1999: trapela la notizia che il pianista russo Igor Markevitch sarebbe l' 'anfitrione' fiorentino delle Br.
- febbraio 2000: la Commissione stragi acquisisce dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi diversi da quelli conosciuti, al ritrovamento delle carte di via Monte Nevoso del 1990.
- 2 giu 2000: arrestato in Corsica Alvaro Loiacono. La Francia pero' neghera' l' estradizione.
- 25 ago 2001: Maccari muore d'infarto nel carcere di Rebibbia.
- 5 set 2001: Lanfranco Pace dice che e' stato Maccari ad uccidere Moro mentre Moretti era in preda a una crisi di panico e Gallinari piangeva. Ma la presunta rivelazione, fatta poco dopo la morte di Maccari, ha tutta l' aria di voler alleggerire la posizione di Moretti, addossando ad un morto la responsabilita' dell' uccisione di Moro.

TERRORISMO: DOVE SONO I BR DEL CASO MORO
Dopo l' arresto di Rita Algranati, il suo ex marito Alessio Casimirri, che si e' risposato in Nicaragua, resta l' unico del commando di via Fani che non sia mai stato catturato. Ecco la situazione dei terroristi protagonisti del caso Moro:
* MAI ARRESTATI IN ITALIA.
ALESSIO CASIMIRRI non e' mai stato arrestato e attualmente vive in Nicaragua, dove gestisce un ristorante. RITA ALGRANATI, ex moglie di Casimirri, finora era stata latitante all' estero e viveva in Algeria. ALVARO LOIACONO ha scontato nove anni in Svizzera, paese di cui ha ottenuto la cittadinanza e che non ha mai concesso l' estradizione, prima di ottenere la liberta'. Arrestato di nuovo in Corsica, a giugno 2001, dalla polizia francese, Loiacono e' stato poi rimesso in liberta' dopo che la Francia ha negato all' Italia l' estradizione.
* I QUATTRO DI VIA MONTALCINI.
GERMANO MACCARI, il "quarto uomo", e' morto il 26 agosto 2001 nel carcere di Rebibbia, dove era entrato a novembre del 2000, dopo che la Cassazione aveva reso definitiva la sua condanna a 23 anni. MARIO MORETTI, mente dell' operazione e, sembra, killer di Moro, condannato a sei ergastoli, e' in regime di lavoro esterno nel carcere di Opera (Milano). Ha lavorato a Lombardia Informatica. ANNA LAURA BRAGHETTI, ha ottenuto la liberta' condizionale e lavora all'Arci di Roma. PROSPERO GALLINARI e' fuori dal carcere a causa delle sue condizioni di salute (ha tre by-pass). Vive a Reggio Emilia.
* GLI ALTRI MEMBRI DEL COMMANDO.
BRUNO SEGHETTI, condannato all' ergastolo, aveva avuto la semiliberta', che gli e' stata pero' revocata nell' ottobre del 2001, ed e' quindi tornato nel carcere di Rebibbia. FRANCO BONISOLI e' stato il primo, tra i br legati al caso Moro, ad ottenere il permesso di lavorare fuori dal carcere. Ora e' libero e dirige una societa' di consulenza nel settore ecologico. Pochi giorni fa ha rivolto un appello alle nuove leve dell' eversione, invitandoli a lasciare il terrorismo e a dedicarsi al volontariato. BARBARA BALZERANI e' in regime di lavoro all' esterno dal carcere di Rebibbia, dove sconta una condanna all' ergastolo, e lavora in una cooperativa che si occupa di informatica. RAFFAELE FIORE, all' ergastolo al carcere di Opera, e' ammesso anche lui al lavoro esterno e lavora a progetti di reinserimento socio-lavorativo. VALERIO MORUCCI e' in liberta', fa il consulente informatico e scrive libri e racconti. ROCCO MICALETTO di giorno lavora al servizio librario di una comunita' genovese e la sera rientra nel carcere di Marassi.
* GLI ALTRI.
ADRIANA FARANDA, che non ha fatto parte del commando di via Fani, ma ha svolto, nei 55 giorni del sequestro, un ruolo di supporto logistico, e' in liberta' e fa la fotografa. RAIMONDO ETRO, l' armiere che sembra essere stato escluso all' ultimo momento dall' agguato di via Fani e ha una condanna a 20 anni e mezzo, e' agli arresti domiciliari. LAURO AZZOLINI, che non ha partecipato direttamente al sequestro Moro, ma faceva parte della direzione strategica che si riuniva per gestire il rapimento, e' libero e si occupa della raccolta differenziata di materiale informatico.

TERRORISMO: MORO; CASIMIRRI, L' UNICO ANCORA LATITANTE
L'EX MARITO DI RITA ALGRANATI VIVE ORA IN NICARAGUA
Dopo l' arresto della ex moglie, Rita Algranati, Alessio Casimirri, 50 anni, e' l'unico componente del commando Br che rapi' Moro in via Fani che non e' mai stato arrestato ed e' sempre rimasto latitante e vive in Nicaragua. La Algranati, che in via Fani svolse solo un ruolo di vedetta sarebbe stata segnalata tempo fa in Algeria da un rapporto dell' Ucigos.
Per la partecipazione al rapimento Moro e ad altri attentati terroristici, Casimirri e' stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter.
Figlio di un funzionario della sala stampa della Citta' del Vaticano, prima di entrare in latitanza, Casimirri ha militato in Potere Operaio e poi nel servizio d' ordine del gruppo di "Autonomia operaia" di via dei Volsci. Con la Algranati gestiva un' armeria vicino piazza San Giovanni di Dio, a cui sembro' alludere Patrizio Peci quando accenno' alla prima prigione di Moro. Con il nome di battaglia di 'Camillo', Casimirri ha poi svolto un ruolo importante nella colonna romana delle Brigate rosse.
Alessio Casimirri vive attualmente in Nicaragua, dove si e' rifugiato nel 1983, dopo un periodo trascorso in Libia e a Cuba. Diplomato dell' Isef ed esperto sommozzatore, si e' dedicato per alcuni anni alla pesca e alle ricerche subacquee (sembra abbia fatto anche l'istruttore degli incursori dell' esercito sandinista) e ha poi aperto il ristorante italiano "Magica Roma" nel centro di Managua. Nel 1988, Casimirri ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense grazie all' aiuto di personalita' sandiniste e al matrimonio con una ragazza del luogo, Raquel Garcia, contratto nel 1986 sotto il falso nome di Guido Di Giambattista e senza aver divorziato dalla Algranati.
La cittadinanza gli e' poi stata revocata nel 1993, perche' ottenuta con una frode. Per questo motivo, "Camillo" e' dovuto tornare alla latitanza per un certo periodo.
Nel 1993 si e' parlato di Casimirri come del confidente che aveva reso possibile l' arresto di Germano Maccari. La Digos e la famiglia del latitante hanno smentito pero' la cosa ed il fratello Tommaso ha raccontato che i servizi segreti italiani avevano contatto Alessio ed avevano cercato di convincerlo, anche con minacce e ricatti, a collaborare. Il governo italiano ha sollecitato ripetutamente, ma senza successo, l'estradizione di Casimirri.
All' inizio del 1998, combinando l'attivita' di ristoratore e quella di sub, 'Camillo', che dalla moglie nicaraguense ha avuto due figli, apre un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub), sulla costa, in cui serve il pesce che cattura nelle acque del Pacifico e che, pare, cucini benissimo. Sempre nel '98 il suo nome torna sui giornali italiani quando Raimondo Etro racconta che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci. La procura milanese vuole interrogarlo ma il Nicaragua respinge le richieste di rogatoria. Poi "L' Unita"' scrive che, secondo una ipotesi del giudice Antonio Marini, Casimirri, prima del sequestro Moro, fu "agganciato" dall' allora capitano Francesco Delfino e "passato" al Sismi del quale sarebbe da allora in poi stato utilizzato.

TERRORISMO: AVV. DE GORI, INDAGARE SU 'AIUTI' AD ALGRANATI
Pino De Gori, avvocato della Dc nei cinque processi Moro chiede che si vada fino in fondo nelle eventuali "coperture ed aiuti" che hanno permesso a Rita Algranati, il cui ruolo nella vicenda Moro e' emerso da molto tempo, di vagare indisturbata tra molti paesi in tutto il mondo.
De Gori ricorda di aver "ricevuto due querele per aver sulla base di notizie assolutamente certe, avanzato delle ipotesi sugli aiuti dati da un partito della sinistra e da un ben preciso esponente ad Alessio Casimirri e a sua moglie, Rita Algranati, nel fuggire dall'Italia. Credo che sia giunto il momento, finalmente, di non avere tabu' o reticenze di alcun tipo. Si deve scandagliare fino in fondo chi, come, con quali mezzi e grazie a quali aiuti ha permesso una cosi' lunga e inspiegabile latitanza che per il marito, Alessio Casimirri, si protrae tuttora. Ma si sa che Alessio Casimirri ha scritto a suo tempo una sorta di memoriale. Una assicurazione sulla vita e sulla sua permanenza all'estero".

TERRORISMO:FAMILIARI VITTIME,PERCHE' QUALCUNO LI HA COPERTI?
L'ASSOCIAZIONE SODDISFATTA PER GLI ARRESTI,MEGLIO TARDI CHE MAI
"Meglio tardi che mai". E' quasi un sospiro di sollievo quello espresso dal presidente dell' associazione nazionale vittime del terrorismo, Maurizio Puddu, alla notizia dell'arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi.
"Siamo soddisfatti - afferma Puddu - per l'operazione condotta dalle forze dell'ordine italiane e ci congratuliamo con il ministro Pisanu ma al tempo stesso ci chiediamo: perche' qualcuno ha coperto fino ad oggi la latitanza di terroristi del calibro della Algranati nonostante i tanti processi che hanno portato alla sua condanna?".
Il presidente dell'associazione nazionale vittime del terrorismo si augura che alla luce degli arresti "sia giunto il momento per ristabilire l'esatta verita' sul caso Moro e si possa dare risposta ai familiari che attendono giustizia e verita'".

TERRORISMO:SCHETTINI,MIO ZIO UCCISO SOTTO OCCHI DELLE FIGLIE
NIPOTE CONSIGLIERE DC,TERRORISMO FINCHE' BR SONO PROTETTI
Era il 29 marzo del '79 quando l' avvocato e consigliere provinciale Dc Italo Schettini "fu ucciso a bruciapelo con un colpo al collo e uno alla fronte quasi sotto gli occhi delle figlie che aspettavano in automobile il padre per essere accompagnate a scuola". A 25 anni dall' omicidio da parte del commando brigatista, di cui, secondo l' accusa faceva parte anche Rita Algranati, il nipote Claudio Schettini non dimentica la crudelta' di quell'esecuzione.
La notizia dell'arresto al Cairo della compagna Marzia e del suo compagno Falessi coglie di sorpresa il famigliare dell' avvocato, che venne ucciso all'uscita dal suo studio in via Ticino 6. "Era ora - afferma Schettini - che queste persone finissero in carcere. Il fatto e' che finche' c'e' gente e governi, come la Francia, che proteggono i brigatisti ed impediscono l'estradizione, ci sara' sempre il terrorismo".
Quel mattino, ricorda il nipote, Schettini era passato dall' ufficio prima di accompagnare le figlie a scuola. "Mentre lui era nello studio - racconta Claudio Schettini - i terroristi immobilizzarono l'autista e all'uscita lo freddarono con due colpi". Poco tempo prima dell'omicidio, continua il familiare del consigliere Dc, Italo Schettini aveva deciso di non avere piu' la scorta. "Era rimasto sconvolto - dice il nipote - dopo l'uccisione del giudice Calvosa, ammazzato insieme alla scorta. 'Se mi vogliono uccidere, e' inutile che ammazzino anche gente innocente' ci aveva detto annunciandoci la decisione di non avere piu' agenti di scorta".
Trasferitosi sin da giovane da Castrovillari (Cosenza), Schettini si era costruito un piccolo impero come imprenditore edile proprio in quel quartiere, Centocelle, dove era attivo il Cococe, il comitato comunista Centocelle, nel quale militavano Maurizio Falessi, Germano Maccari e Antonio Savasta.
"Mio zio - ricorda Claudio Schettini - aveva fatto la sua fortuna comprando e affittando appartamenti a Centocelle. Gli montarono una campagna stampa contro definendolo 'Jack lo sfrattatore' perche', in un' epoca in cui lo slogan era 'la proprieta' e' un diritto', lui riusciva a mandare via con una certa velocita' chi non pagava l'affitto. Si era creato un piccolo impero proprio per la sua grandissima capacita' imprenditoriale ... Non sapeva purtroppo che le Br venivano tutte da Centocelle".

15 gennaio 2004 - ARRESTO ALGRANATI E FALESSI: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
Aveva vent'anni, in via Fani con i fiori
Algranati era la "staffetta" dei br che uccisero la scorta del presidente Dc. Falessi, ex di Potop, era latitante dal `79
Ergastolo per Moro La donna arrestata al Cairo era sposata con Casimirri, oggi ristoratore a Managua. E' l'ultimo latitante del commando del 16 marzo `78
A. MAN.
In via Fani, la mattina del 16 marzo del `78, Rita Algranati aveva vent'anni. Alla strage della scorta e al rapimento di Aldo Moro partecipò come staffetta, con i fiori in mano. Doveva salire su una vespa e andarsene per indicare ai suoi compagni il passaggio delle auto del presidente della Dc. "E' giovane, carina, non ha che da star ferma all'incrocio con un mazzo di fiori in mano - raccontò Mario Moretti nel libro intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca, Brigate rosse-Una storia italiana (1994) - I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano è nel ruolo, non dà nell'occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni. (...) La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro". Moretti non fece il nome di Algranati, nemmeno in quell'unica testimonianza. Ma quando uscì il libro di Rossanda, Algranati era latitante da un pezzo e sulle spalle aveva già l'ergastolo: fu condannata nell'88 al processo Moro ter, la sentenza è definitiva dal '93. Come gli altri militanti della colonna romana delle Br era ricercata anche per altri sanguinosi episodi, come gli omicidi gli omicidi del giudice Riccardo Palma (1978) e l'assalto alla sede della Dc in piazza Nicosia a Roma (1979, due poliziotti uccisi). Il ruolo di Algranati come decima componente del commando di via Fani, che i brigatisti si ostinavano a chiudere a nove, era venuto fuori nell'84 quando Adiana Faranda, dissociata, cominciò a parlare.
Algranati dovrà scontarlo adesso, quell'ergastolo. Ora che via Fani è lontanissima. Ora che è lontanissimo anche il legame con Alessio Casimirri, il suo ex marito, e la fuga dei due. Tanti anni in Nicaragua. Algranati è scappata ventiquattro anni fa, da latitante all'estero ha trascorso più di metà della sua vita. E ora sconterà l'ergastolo mentre i suoi compagni di un tempo sono ormai liberi (se pentiti o dissociati) o almeno hanno avuto accesso al lavoro esterno e alla semilibertà. Perfino Moretti, che a 31 anni interrogava Aldo Moro nella "prigione del popolo" di via Montalcini.
"All'inizio del 1980 - raccontano i militanti della vecchia colonna romana - Algranati e Casimirri ci dissero di voler lasciare l'organizzazione e il paese". Erano già latitanti, avevano lasciato il negozio di articoli sportivi che gestivano nel quartiere di Monteverde: soprattutto articoli da pesca perché Alessio è un grande sub e anche in Nicaragua ha vissuto di pesca e cucina. Con Algranati si sono lasciati da tempo, la donna arrestata al Cairo ha detto di aver trascorso molti anni in Algeria. Casimirri invece è rimasto in Nicaragua, ha avuto qualche guaio quando i sandinisti hanno perso il potere ma poi è tornato a fare una vita tranquilla, da cittadino nicaraguense. A questo punto è l'ultimo br latitante tra quelli di via Fani. E ogni tanto alla sua famiglia - il padre era un funzionario vaticano - tocca rispondere a chi fa di Alessio un collaboratore dei servizi segreti, smentite per quel che conta anche dalla polizia. Ora i dietrologi potrebbero esercitarsi su Algranati, chiamandola a rispondere dei presunti misteri del rapimento Moro. Uno è quello della misteriosa Honda rossa in via Fani sulla quale potevano esserci altri due br mai identificati.
Maurizio Falessi, l'altro latitante storico arrestato al Cairo da Sisde e antiterrorismo, non ha mai fatto parte delle Brigate rosse. Venne condannato per appartenenza alle Unità comuniste combattenti, una formazione armata attiva nella seconda metà degli anni settanta, nota tra l'altro per il sequestro di un macellaio romano. Non hanno mai rivendicato omicidi ma solo ferimenti e irruzioni armate in uffici pubblici e privati. Molti di loro confluirono in Prima linea. E Falessi è latitante dal `79, dalla scoperta del "covo" delle Ucc in provincia di Rieti. Nessuno sa cosa abbia fatto dopo, a parte l'ultimo periodo in Algeria. Prima dell'esperienza armata aveva militato in Potere operaio fino allo scioglimento, nel `73, poi nel Collettivo comunista di Centocelle insieme a diversi futuri brigatisti tra cui il pentito Antonio Savasta e Germano Maccari, il famosissimo ingegner Altobelli che partecipò al sequestro Moro. Individuato nell'86, è morto a Rebibbia nel 2001.

"La Padania"
Sono 160 i terroristi (rossi e neri) a piede libero. Molti br sono rifugiati in Francia, che continua a negarne l'estradizione
Ancora lunga la lista dei latitanti
L'arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi allunga la lista dei terroristi latitanti assicurati alla giustizia negli ultimi anni. Nicola Bortone era stato arresto in Svizzera l'11 marzo del 2002, poi è stata la volta di Paolo Persichetti (condannato nell'87 per l'omicidio del generale Licio Giorgieri), quindi è arrivata la sparatoria sul treno Roma-Arezzo del 2 marzo scorso, che ha portato alla cattura di Desdemona Lioce e alla morte di Mario Falessi. Il 24 ottobre è stata la volta degli arresti nelle file delle nuove Br, accusate di aver commesso gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi. Restano però ancora circa 160 i latitanti per reati di terrorismo in tutto il mondo. Tra loro, 140 sono legati al terrorismo di sinistra e gli altri appartengono all'eversione "nera". Tra i latitanti di sinistra, circa 40 sono stati condannati per fatti di sangue, mentre 10 sono i terroristi di destra nelle stesse condizioni. Nella lista dei ricercati ci sono ancora Simonetta Giorgieri, moglie di Bortone, Carla Vendetti, Tammaro Dell'Omo e Guido Minnone, che sarebbero tra i fondatori delle nuove Brigate rosse. In Francia sarebbero rifugiati Sergio Tornaghi, condannato all'ergastolo e legato alla colonna milanese Br Walter Alasia, e Roberta Cappelli, della colonna romana. Parigi è diventata la meta dei componenti delle Brigate rosse dopo che l'ex presidente Francois Mitterand aveva promesso che nessuno sarebbe mai stato estradato, qualunque fosse stata la decisione dei tribunali francesi. Dagli anni Ottanta la Francia ha negato l'estradizione a più di cinquanta ex terroristi italiani nonostante la sentenze favorevole dei tribunali nazionali. Il principio applicato dai transalpini è stato fino ad ora quello della protezione dei rifugiati per reati politici
Per questo motivo la Francia è il paese che ha accolto il maggior numero di terroristi: sono almeno un centinaio i terroristi rossi nella capitale francese, il più famoso è Oreste Scalzone, l'ex leader di Potere Operaio, che ha dichiarato -per protestare contro la cattura di Persichetti- di essere disposto a ritirare la propria opposizione all'estradizione. La colonia italiana sotto la Torre Eiffel ha anche creato l'associazione "XXI Secolo", che conta circa ottanta ricercati per fatti di terrorismo legati agli anni di piombo. Solo Toni Negri, l'ex leader di Autonomia Operaia, dopo un lungo soggiorno parigino, rientrò in Italia nel 1996 per scontare il suo residuo di pena. Anche il terrorismo nero ha spesso trovato rifugio all'estero. Il caso più eclatante è quello di Delfo Zorzi, in Giappone da circa vent'anni dove ha un'importante attività commerciale e ritenuto uno dei responsabili della strage di Piazza Fontana. Massimo Morsello (scomparso nel marzo 2001) e Roberto Fiore, ex esponenti di primo piano dei Nar, hanno passato alcuni anni in Gran Bretagna dove avevano creato un vero e proprio impero finanziario.

"Il Corriere della sera"
"Uno dei soliti sospetti".
Silvano Falessi: lavorai per un'agenzia vicina al Sisde
"Uno dei soliti sospetti". Per se stesso usa questa definizione. Per l'atto finale della storia di suo fratello Maurizio, che adesso sta inondando i telegiornali della sera, sceglie parole di rabbia che gli incrinano la voce chioccia: "La verità è semplice. E' stato venduto ai servizi segreti dal presidente Bouteflicka, che così ha deciso di cancellare la storia del suo Paese e sputare su un milione e mezzo di morti". "Venduti", lo dice spesso. Silvano Falessi, 37 anni compiuti da qualche giorno, è fratello del terrorista arrestato all'aeroporto del Cairo insieme alla sua compagna Rita Algranati. Lui, un conto di undici anni e due mesi in sospeso con la giustizia italiana. Lei, un ergastolo per una serie di omicidi "politici" e il sospetto di aver partecipato al sequestro Moro. In comune, la militanza nei gruppi eversivi e una vita ormai tranquilla ad Algeri. "Sento vaneggiare di successo investigativo... tutte cretinate. E' stato un mercimonio. Il governo algerino sapeva da tempo chi erano mio fratello e la sua compagna, sapeva dove stavano" prosegue Falessi. E ancora: "Anni fa "Il Giornale" aveva scritto in un articolo dove stavano. Altro che rifugio segreto. Ma non erano mai stati catturati, perché avevano sempre trovato governanti coerenti". Alla domanda se avesse mai incontrato suo fratello in latitanza, risponde con una risata amara: "Veda un po' lei. E' tutto documentato, perché io viaggio sempre con i miei documenti personali. Con il mio centro sociale ho partecipato più volte a manifestazioni in Algeria. Nel 2001 sono stato al Festival mondiale della gioventù, l'ambasciatore italiano di allora ha in tasca il mio biglietto da visita".
Anche quello di Silvano Falessi non è un nome sconosciuto all'Antiterrorismo. Tre perquisizioni in tre anni, tutte collegate al delitto D'Antona. L'ultima, il giorno degli arresti dei presunti assassini del giuslavorista ucciso il 20 maggio 1999. Gli investigatori avevano il sospetto che facesse parte del "cerchio intermedio", ovvero dei fiancheggiatori delle Brigate rosse. A parole, lui risolve la questione in scioltezza: "Non hanno mai trovato nulla. Potrei anche dire che sono oggetto di una persecuzione e, se sono qui a parlare con lei, è una persecuzione ingiusta, anche se mi rendo conto che gli speculatori di professione in questa circostanza leggeranno un "anello di congiunzione" tra vecchie e nuove Br...".
Il centro sociale di Falessi si chiama Cip, centro di iniziativa popolare del quartiere Alessandrino. Ed è molto, ma molto discusso negli ambienti del movimento antagonista. Proprio per via dei servizi segreti. Pochi giorni prima del corteo no global all'Eur (scontri con la polizia che hanno portato agli arresti di tre giorni fa), Indymedia, una delle voci del movimento, "scomunicò" Europposizione. Un cartello di centri sociali ai margini della galassia no global che raccoglie anarchici e marxisti. Recentemente è stato tirato in ballo - senza troppa convinzione - da qualche rapporto investigativo sui pacchi bomba. Il motivo della "scomunica"? La presenza al suo interno del Cip di Roma, accusato senza mezzi termini di essere una "dependance" dei servizi segreti. Vecchia storia, legata allo scandalo dei fondi neri del Sisde. Il Cip venne fondato agli inizi degli anni Novanta da Alberto Luzzi, 36 anni, figlio della "zarina" Matilde Martucci, all'epoca segretaria del direttore del Sisde Riccardo Malpica. Il mestiere di Luzzi, secondo la relazione del 1995 del comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza era abbastanza chiaro: dipendente del Sisde. Uno "spione", insomma. E il Cip finì in mezzo a quella bufera, anche perché molti dei suoi frequentatori lavoravano nelle due agenzie di viaggio aperte con i soldi del Sisde da due suoi funzionari. Una "macchia" che gli è rimasta addosso, anche a distanza di dieci anni.
Falessi non ha nessun problema a dire di aver lavorato in una di quelle agenzie ("Facevo il fattorino") ed è abituato a convivere con i sospetti degli altri: "Se l'equazione che se ne è tratta in questi anni è semplice, ovvero che anch'io sono uno spione, almeno oggi è stata risolta: l'arresto di mio fratello dimostra che io certamente non potevo collaborare con quelle "guardie schifose"". Per lui è una magra consolazione, dice: "Mi viene da piangere. Mio fratello e la mia famiglia, siamo persone per bene. E lui è stato tradito dai suoi amici algerini e comprato dagli "sbirri" italiani. Altro che brillante operazione...".
Marco Imarisio

"Il Corriere della sera"
Gli omicidi e la fuga per amore Morucci: era solo una dei tanti
ROMA - "Un ritratto di Rita Algranati? No, meglio lasciarla senza volto, a rappresentare il prototipo del militante brigatista degli anni Settanta, uno dei tanti", dice Valerio Morucci, che con l'ex-terrorista ha condiviso l'esperienza delle Br a Roma tra il '77 e il '79, un quarto di secolo fa. Compreso il sequestro di Aldo Moro, in via Mario Fani, la mattina del 16 marzo 1978. "Posso farne adesso il nome perché è già condannata all'ergastolo - rivelò lo stesso Morucci in un'intervista del '93 -; Rita Algranati era stata inserita all'ultimo momento per segnalare, dall'imbocco di via Fani, l'arrivo dell'auto di Moro. Rimase distante e si allontanò per i fatti suoi. Durante i 55 giorni del sequestro non ha avuto alcun ruolo". Tornò ad essere un "senza volto", allora come oggi, anche se un viso e una storia Rita Algranati ce l'ha, oggi come allora. Ha compiuto 46 anni l'altro ieri, il giorno in cui l'hanno arrestata dopo 27 di latitanza, più di metà della vita. Ventisette anni in cui è fuggita dal triennio di piombo più duro della parabola del terrorismo italiano, quando si sparava in strada quasi ogni giorno. Rita divenne "Marzia" e con quel nome di battaglia partecipò (a parte il sequestro Moro) ad agguati che gli sono valsi condanne a svariati ergastoli: dall'assassinio del giudice Palma a quello del consigliere provinciale democristiano Italo Schettini, dall'assalto alla sede della Dc romana che costò la vita a due poliziotti all'omicidio del tenente colonnello Antonio Varisco.
Nessun ruolo di spicco nelle Br sbarcate a Roma per portare l'attacco al "cuore dello Stato", ma "una militante con le decisioni e le debolezze dei ventenni", ricorda un altro capo br dell'epoca. Alla lotta armata era arrivata attraverso il compagno che poi divenne suo marito, Alessio Casimirri, pure lui nel commando di via Fani. "Erano molto innamorati - dice ancora l'ex-brigatista - e forse quando se ne andarono dall'organizzazione lo fecero proprio per non separarsi".
Era l'inizio dell'80, e il vertice brigatista aveva deciso che Casimirri doveva trasferirsi a Napoli, per guidare la colonna campana; lei invece sarebbe rimasta a Roma; da clandestini quali erano, significava interrompere i rapporti. In un incontro con i compagni della direzione la coppia fece sapere che voleva uscire dal gruppo: "Non ci sono più prospettive - dissero più o meno -, la strategia messa in campo non offre possibilità di successo, e quindi ce ne andiamo". Motivi politici, dunque, almeno ufficialmente, nonostante l'impressione dei compagni su retroscena sentimentali che in ogni caso non cambiavano la decisione e la realtà. La coppia spiegò anche che aveva trovato una via di fuga verso il Nicaragua, dove la rivoluzione sandinista aveva trionfato da pochi mesi.
Marzia tornò così ad essere Rita. Non più una militante br ma una ragazza di 22 anni alla macchia, magari costretta a cambiare ancora identità ma non più in nome della lotta armata. Col passare del tempo, nel Paese centro-americano il legame tra Algranati e Casimirri si spezzò e la vita della donna s'è incrociata con quella di un altro fuggiasco della tentata rivoluzione italiana, Maurizio Falessi, classe 1954, passato dalle pistole alla fuga ma senza transitare nelle Br. Dopo la militanza in Potere operaio, nei bellicosi anni Settanta Falessi frequentò il Comitato comunista di Centocelle. Quando si sciolse alcuni entrarono nelle Br mentre lui aderì alle Unità comuniste combattenti, responsabili di assalti e ferimenti vari, nonché del sequestro di un commerciante di carni preso in ostaggio per la distribuzione gratuita di bistecche al popolo; l'impresa fallì perché il macellaio, abbandonato in un palazzo disabitato, riuscì a liberarsi e se ne andò con le proprie gambe dalla improvvisata prigione.
Per i cento inquisiti per le attività delle Ucc c'era pure Falessi, condannato a undici anni di galera che ha cominciato a scontare appena l'altro giorno. La sua fuga infatti risale al 1979, e negli ultimi anni s'è intrecciata con quella di Rita Algranati fino all'Algeria e all'arresto. Storie diverse e uguali a un tempo, che nulla hanno a che vedere - per ammissione degli stessi investigatori, e fino a prova contraria - col nuovo brigatismo. O forse sì, ma in un altro senso, come pensa Morucci: "Se quelle vicende fossero state chiuse non solo per una via giudiziaria, che in questo caso arriva a conclusione dopo 25 anni, ma anche con una riflessione collettiva e una soluzione politica, le nuove Br non avrebbero avuto nulla a cui attaccarsi, e oggi avremmo qualche morto in meno".
Giovanni Bianconi

"Liberta'"
"Marzia", fuggita in Africa con un bagaglio di misteri
ROMA La conoscevano come "Marzia", aveva 22 anni ma il suo ruolo nel sequestro di Aldo Moro fu tutt'altro che di secondo piano. Oggi ha 46 anni. Allora era la vedetta, la ragazza dell'aria pulita che, dall'angolo di via Mario Fani, doveva avvertire i complici del passaggio imminente dello statista e della sua scorta. Rita Algranati era nel commando: lo hanno confermato Valerio Morucci e Adriana Faranda, dopo che la donna era stata già assolta per quel reato. In base alla legge non poteva essere più processata per il delitto Moro, ma è stata comunque condannata all'ergastolo per gli omicidi dei magistrati Tartaglione e Palma, del carabiniere Varisco, del parlamentare Schettini, degli agenti Mea e Ollonu. Fra i complici, da Moro in poi, c'era Alessio Casimirri, l'ultimo latitante delle Brigate Rosse che uccisero Aldo Moro, per un certo periodo suo marito. Lui è in Nicaragua, lei l'hanno cercata là per molto tempo. Invece "Marzia" era in Africa, insieme con Maurizio Falessi, oggi 50 anni. Falessi era latitante dal 1979 e alla lotta armata aveva aderito attraverso le Ucc, le unità comuniste combattenti. Veniva da Potere Operaio e aveva militato nel Cococe, il collettivo comunista di Centocelle, dividendo la pratica politica e l'opzione del terrorismo con Bruno Seghetti, Antonio Savasta, Norma Adriani e Germano Maccari, l'ingegner Altobelli del sequesto Moro, morto in carcere, per un attacco cardiaco, qualche anno fa. Le condanne comminate a Falessi e il suo ruolo nel terrorismo sono inferiori rispetto ai pesi sulle spalle di Rita Algranati, sua attuale compagna. L'uomo deve espiare una pena di 11 anni e due mesi per costituzione e organizzazione di associazione sovversiva e banda armata, tentato omicidio, concorso in sequestri e vari reati minori. Il rientro in Italia dei due terroristi apre grandi aspettative, magari soltanto per ristabilire, a distanza di tanti anni, verità storiche. L'ex pubblico ministero di Roma Antonio Marini spiega perché la Algranati riuscì a farla franca per il delitto Moro ("Quando sapemmo del suo coinvolgimento, era passata in giudicato la sentenza di assoluzione per insufficienza di prove"). Oggi che esiste la certezza della presenza della compagna "Marzia" in via Fani il magistrato chiederebbe ancora una volta se in via Fani era presente una motocicletta Honda con a bordo un uomo e una donna. La circostanza non fu mai chiarita e rappresenta ancora un mistero. In più la Algranati potrebbe spiegare quante persone componevano il commando brigatista". Un'informazione tutt'altro che oziosa con i misteri ancora aperti e con si sospetti di regie occulte dietro a molti passaggi critici del sequestro Moro. l.v.

ANSA:
TERRORISMO: BR; FASCICOLO PROCURA SU DOCUMENTI FALSI
Dopo la cattura di Rita Algranati e Maurizio Falessi, la procura di Roma ha aperto un fascicolo relativo ai documenti di identita' falsi trovati ai due Br. Gli accertamenti sono stati affidati ai pubblici ministeri Pietro Saliotti ed Erminio Amelio.
Algranati e Falessi erano in possesso ciascuno di tre documenti di identita' falsi, con generalita' italiane, ed una somma di denaro di circa settemila-ottomila euro. I magistrati romani vogliono accertare la provenienza di entrambi (anche se i due ex Br hanno gia' comunicato di averli avuti dalle autorita' algerine), in che modo si sono finanziati durante la latitanza e il tipo di coperture di cui hanno beneficiato. Per questo, a breve, Algranati e Falessi saranno interrogati nel carcere di Rebibbia.
Gli inquirenti, inoltre, intendono accertare se i due ex terroristi abbiano avuto un qualche legame con le nuove Brigate rosse, anche se allo stato non risultano indicazioni di questo tipo.

TERRORISMO:BR; ALGRANATI E FALESSI IN ALGERIA ALMENO DAL '98
Rita Algranati e Maurizio Falessi erano in Algeria da almeno cinque anni. Gli investigatori italiani erano riusciti a localizzarli nel paese nordafricano nel 1998. Ultimamente i due vivevano nei pressi della capitale e non risulta che avessero una occupazione.
Alla loro individuazione la Digos di Roma sarebbe giunta anche seguendo gli spostamenti dall'Italia di "soggetti", non soltanto parenti, che sono andati a trovarli. Da allora, sono entrati in scena i servizi di sicurezza italiani che hanno avviato i contatti con quelli algerini, un lungo lavoro di "intelligence", colloqui e scambio di informazioni concluso ieri con l'arresto.
Non e' chiaro, per il momento, come Algranati e Falessi siano giunti in Algeria e su quali appoggi abbiano contato. I due erano insieme in Nicaragua dopo la fine del rapporto tra la donna e il marito Alessio Casimirri, l'ultimo grande latitante del gruppo storico delle Br.
Chi, ieri, ha visto i due arrestati negli uffici della Questura li ha descritti "coerenti e dignitosi": lei indisponente e poco interessata al dialogo, lui piu' 'dialettico' anche se risoluto e distaccato. Entrambi si sono, pero', mostrati risentiti con le autorita' algerine.
Ieri, tramite il loro avvocato, avevano definito il loro arresto una "deportazione in virtu' di un accordo sottobanco" tra il governo italiano e quello algerino, spiegando di essere stati convinti a lasciare in tutta fretta il paese e di aver ricevuto dagli algerini biglietti aerei con i quali avrebbero potuto raggiungere senza problemi Addis Abeba facendo scalo prima al Cairo e poi a Beirut.
In realta', si e' trattato di uno stratagemma per farli uscire dal paese evitando la strada, lunga e piena di problemi, della richiesta di estradizione: al Cairo sono stati fermati per i loro documenti di identita' falsi e, con un provvedimento di espulsione, consegnati agli investigatori italiani che erano andati a prenderli.

TERRORISMO:IL PADRE DI ALGRANATI,NON POTEVA CHE FINIRE COSI'
LA SUA NON E' L'UNICA VITA SPEZZATA DI QUESTA ATROCE VICENDA
"Non poteva che finire cosi"'. Poche parole, quasi sussurrate, da Giuseppe Algranati, il padre della brigatista arrestata al Cairo dopo oltre vent'anni di latitanza, da ieri nel carcere romano di Rebibbia.
L'angoscia e il dolore per una "figlia persa molto indietro nel tempo" sono palpabili. E' lui stesso, anziano e malato, a dire che tutta la famiglia e' piegata da un dolore senza limiti. Soprattutto perche' Rita o "Marzia, come la chiamano oggi sui giornali" per loro era come morta. Vent'anni di silenzio che ieri sono piombati, insieme al telegiornale, come una scossa elettrica nell'appartamento della famiglia, nella periferia ovest della capitale.
Vedetta di via Fani? Il padre di Rita Algranati sospira e ammette di "non aver mai capito nulla, di non aver mai sospettato nulla". Per la famiglia Algranati, Rita, all'epoca una bella ragazza di 19 anni, "era solo una studentessa del liceo Virgilio - sospira l'uomo -. Credevo di conoscere i suoi amici, poi ho saputo dei brigatisti, del marito". Quel marito, Alessio Casimirri, che le fece muovere i primi passi nella lotta armata.
Il padre della terrorista, non vuole pensare, non vuole soffermarsi sulle accuse, sugli omicidi per la quale la figlia e' stata condannata, sul peso sopportato dai suoi familiari. Si limita a dire che quella di Rita, "purtroppo, non e' l'unica vita spezzata in questa atroce vicenda".

TERRORISMO: O.ROMANO, UN FENOMENO CHE COVA SOTTO LA CENERE
Il terrorismo delle Br in Italia e' un "fenomeno eversivo che cova sotto la cenere", come dimostra l'arresto, ieri in Egitto, dei due brigatisti implicati nel delitto Moro. Lo afferma l'Osservatore romano, rilevando come sia "preoccupante" il legame tra nuovi e vecchi brigatisti.
"La brillante operazione che ha portato all'arresto dei brigatisti rossi Rita Algranati e Maurizio Falessi - scrive il giornale vaticano - e' di quelle che danno lustro alle forze dell'ordine e ai servizi di intelligence. In manette sono infatti finiti due latitanti storici delle Br, due personaggi che sembrano essere anelli di una ricongiunzione, quanto meno ideale, tra le vecchie e le nuove Brigate rosse".
"Non solo. Questi arresti - prosegue l'Osservatore romano - sembrano anche una conferma ad una nostra convinzione, che non e' venuta mai meno: che le Br non erano state definitivamente sconfitte e che vi fosse un legame tra i terribili fatti di sangue degli anni '70 e quelli piu' recenti. L'assassinio di Roberto Ruffilli nel 1988 e tutta una serie di episodi eversivi, piu' o meno eclatanti, avvenuti in questi anni sono la testimonianza di un fenomeno eversivo che ha continuato a covare sotto la cenere per poi riesplodere clamorosamente con gli omicidi di Massimo D'Antona e di Marco Biagi". "L'arresto della Algranati, poi, - prosegue il giornale - mostra come di fatto il capitolo dell'omicidio di Aldo Moro sia tutt'altro che concluso. Ci dice anche che dopo 25 anni resistono le radici di quel nucleo storico di terroristi che insanguinarono il Paese. Ci dice che dietro la nuova generazione di brigatisti ci sono ancora figure di riferimento, alcune persino in liberta'. Quanto questo legame sia forte e diretto e' ancora da stabilire, ma certo esiste ed e' preoccupante".

"Il Messaggero"
L'INTERVISTA Il pm Marini: "I due arrestati in Egitto forse collegati all'estremismo islamico"
ROMA "La Algranati è stata la mia più grande frustrazione. Era presente in via Fani il 16 marzo 1978, invece è stata assolta. Ma, a questo punto, può dire chi erano i due Br a bordo della moto Honda che ebbero un ruolo chiave nell'agguato e non sono identificati". Così il Pm Antonio Marini è convinto che gli arresti possano aprire uno squarcio sui fatti di via Fani. Esperto di indagini sul terrorismo, ha seguito i maggiori processi sul sequestro e l'omicidio del presidente della Dc.
Che cosa potrebbe dire la Algranati che già non è noto?
" Può illuminarci su Casimirri, il suo ex marito, condannato per via Fani ma latitante da anni in Nicaragua. Sono ancora tanti i buchi neri sul sequestro perchè i pentiti e i dissociati delle Br non hanno detto tutta la verità. Per esempio Morucci non parlò del ruolo della Algranati in via Fani, anche tacendone il nome. Se l'avessimo saputo non sarebbe stata assolta per il sequestro di Moro nel processo 'ter', e questo è stato l'aspetto più frustrante".
Questi sono fatti vecchi. Ma Algranati e Falessi possono dire qualcosa di più attuale?
" Certamente. Che ci facevano i due in Algeria? Come vivevano? Quali collegamenti mantenevano con l'Italia e con i terroristi che operano in altri paesi europei? Non credo potessero andare in giro senza contatti con altri latitanti. Inoltre, non escluderei che abbiano collegamenti con l'estremismo islamico".
Non le pare un'ipotesi azzardata?
" No. Abbiamo già registrato in altre inchieste lo scambio di armi o appoggi logistici tra organizzazioni straniere e le Brigate rosse. Come si sa l'Italia è terreno di appoggi logistici per l'estremismo islamico e dunque non è azzardato ipotizzare un legame attuale. Quanto alla pericolosità delle Br, bene fa la polizia a tenere alta la guardia. Il pericolo è elevatissimo. Con un proclama in un recente processo hanno fatto propaganda per il Fronte combattente antimperialista. Minacciano di creare un'organizzazione internazionale e le minacce Br non vanno sottovalutate".
M.Cof.

"Il Messaggero"
"Vidi quella donna dietro di me poi fui colpito da una raffica di mitra"
ROMA - "No, non festeggio. Ma mi hanno chiamato in tanti, come se fossero contenti per me". Vincenzo Ammirata, ispettore capo di Ps, è l'unico sopravvissuto dell'assalto delle Br alla Dc in piazza Nicosia a Roma, il 3 maggio del '79. Era sulla macchina della Questura che arrivò per prima, scese da solo, da un palazzo gli urlarono "Stanno uscendo, stanno uscendo" e subito dopo si scatenò un inferno di fuoco su di lui, e sui suoi colleghi Antonio Mea e Pierino Ollanu. Ammirata fu l'unico a salvarsi, nonostante una raffica di mitra sparata da una donna bionda. Bionda come era Rita Algranati 25 anni fa. Nel commando c'era anche Natalia Ligas, che non ha mai ammesso di aver sparato quella raffica.
Come andò, ispettore?
"Quel giorno è stata una guerra, i brigatisti spararono seicento colpi, fecero esplodere delle cariche esplosive. Io tenevo sotto tiro l'uscita e quelli schizzarono fuori facendosi scudo con il personale della Democrazia Cristiana. Non mi potevo mettere a sparare su quelle persone".
Invece loro spararono a lei?
"Avevo due br davanti, c'era un conflitto a fuoco. All'improvviso, con la coda dell'occhio, vidi quella donna dietro di me. Occhialoni, cappello calato sulla faccia, impermeabile color nocciola, capelli biondi e lunghi. Fu un attimo. Sparò una raffica da sinistra a destra, mi rimasero in corpo nove colpi. E altri due arrivarono dai terroristi che erano davanti a me".
Era Rita Algranati?
"Non potrei metterci la mano sul fuoco, forse assomigliava alle foto che vidi dopo".
Oggi il ricordo sarà stato più forte .
"Ogni qualvolta veniva catturato qualcuno, in tutti questi anni, il ricordo mi è sempre tornato alla mente. E' una cosa che rimane indelebile nella vita. Oggi, semmai, dico a voce alta: Brava la Polizia ".
M.Mart.

"La Stampa"
LEI AVEVA CONDIVISO, TRA L'ALTRO, LA GESTIONE DI UN'ARMERIA
Dal Nicaragua all'Angola Ventisei anni da latitante
La "compagna Marzia" fuggì con il marito, poi riattraversò l'oceano per arrivare a Luanda e infine ad Algeri, dove sarebbe stata venduta
ROMA L'ALGERIA. L'Angola. E il Nicaragua. Dove arrivò assieme all'ex marito Alessio Casimirri da Parigi, via Mosca. E' stata lunghissima e frastagliata la latitanza di Rita Algranati. Scomparvero da Roma, i due, nomi di battaglia "Marzia" e "Camillo", quando abbandonarono le Brigate Rosse. Lui la spiegò così: "Per un profondo dissenso con l'incomprensibile omicidio di Vittorio Bachelet". Altri precisarono: dopo l'arresto di Gallinari, nel settembre '79, la colonna romana si stava riorganizzando; i due dovevano dividersi e preferirono il privato alla politica. Pur di non separarsi, cioè, moglie e marito, che condividevano la militanza nel partito armato e la gestione di un'armeria dalle parti di piazza San Giovanni di Dio, preferirono uscire dalle Br. E fuggirono all'estero. Privilegiarono la loro storia d'amore. Che a un certo punto, però, finì brutalmente. Come tante storie d'amore. In Nicaragua Casimirri si fidanzò con una bella ragazza, Rachel, che gli ha dato due figli. L'Algranati ci rimase malissimo. "Non mi sono potuto sposare con Rachel - ha raccontato l'ex terrorista in un'intervista che concesse all'Espresso nel 1998 - perché la mia ex moglie non mi ha mai concesso il divorzio". Disse anche di più, Casimirri: "Non ci vediamo da sedici anni e non so nemmeno dove sia". Sembrava proprio, il rifiuto del divorzio, la ripicca di una moglie tradita. Ma le parole di Casimirri non vanno mai prese per oro colato. In altre dichiarazioni, del 2000, faceva espressamente riferimento all'Algeria come del Paese più probabile dove viveva la ex moglie. Indicazione preziosa che il più grande enciclopedista del caso Moro, Vladimiro Satta, non s'è fatto sfuggire. E si ritrova nelle note del suo libro "Odissea nel caso Moro" (Edup 2003). Né sfuggì, naturalmente, ai nostri servizi segreti. Alla fine degli anni Ottanta, insomma, la coppia in fuga scoppia. Le vite si separano. Rita Algranati si lega a un altro esule italiano, Maurizio Falessi, anche lui romano, di Centocelle, finito a Managua dopo essere stato segnalato a Madrid.
Tra il '90 e il '91 cominciano a girare il mondo per rotte pressoché obbligate - quelle della solidarietà internazionalista, come direbbero loro nel vecchio gergo marxista - portandosi dietro il fardello triste di ex terroristi. Inseguiti entrambi dai rimorsi e dalle condanne pesantissime della giustizia italiana. Con l'incubo che la fuga possa interrompersi in ogni momento. Lasciato il Nicaragua, la successiva tappa è l'Angola. Il Paese africano è appena uscito da una devastante guerra civile: non si scontrano solo i sostenitori marxisti di Dos Santos (Mpla) contro quelli occidentali di Savimbi (Unita), ma anche i rispettivi sponsor, ossia cubani e sudafricani. C'è comunque un governo che guarda a Mosca. E due ex terroristi italiani, con una vicenda di "guerriglia marxista" alle spalle, sono comunque bene accetti. Non è dato sapere quanti anni vivessero in Angola. Tra l'aprile e il maggio 1991, però, dopo che i cinquantamila soldati cubani sono tornati nella loro isola, e sono stati rimpiazzati da osservatori dell'Onu, e l'Mpla ha ripudiato il marxismo a favore di un vago "modello socialdemocratico", forse il clima politico cambia. E occorre trovare nuove sponde. Algranati e Falessi vagano per diversi Paesi mediorientali. Approdano infine nell'Algeria, altra tappa classica del network terzomondista comunista. Lì conducono una vita molto appartata. Pochissime spese. Ogni tanto qualche contatto con i familiari a Roma e con pochi amici fidati. Eppure l'Algeria, squassata anch'essa da una guerra civile, non è più quella dell'Fln e della rivolta antifrancese. Viene in primo piano la questione del fondamentalismo islamico. I governi militari si sono avvicinati progressivamente all'Occidente. Al punto che ieri, parlando con l'avvocato Caterina Calia, i due fuggiaschi si sono sfogati così: "Gli algerini ci hanno venduti". E spiega il legale: "Algranati e Falessi erano comunisti e come tali erano stati accolti, tantissimi anni fa, da quel governo. Adesso, sottolineano loro, sono stati traditi e venduti in cambio di non so cosa".
E in Italia sono molti a interrogarsi, adesso, se questa lunga latitanza per Paesi esotici sia stata tutta casuale o invece non abbia usufruito di coperture. Enzo Fragalà, capogruppo di An alla Commissione Mitrokhin, è l'unico a parlare esplicitamente di una rete del Kgb.

ANSA:
TERRORISMO: LEGALE ALGRANATI, STRANI QUEI BIGLIETTI
Rita Algranati e Maurizio Falessi avevano un alto numero di biglietti aerei, una decina, per un congruo valore economico, emessi da un'agenzia di viaggio romana. Lo ha detto l'avvocato Flavio Rossi Albertini, uno dei due legali che assistono i due brigatisti ricordando che, "nella vicenda Malpica e della zarina, il Sisde gestiva proprio due agenzie di viaggi". Strani, dunque, secondo il legale, quei biglietti.
Il riferimento del legale, che oggi ha incontrato in carcere la Algranati, si riferisce all'accordo sottobanco tra "governi gestito dai servizi segreti" che sarebbe stato alla base del loro arresto. "Siamo vittime di un accordo che ha violato tutte le prassi internazionali" ha ribadito questa mattina la brigatista nel breve incontro che ha avuto questa mattina con Rossi Albertini. La Algranati, secondo quanto ha riferito l'avvocato, e' tornata a parlare di "deportazione in Italia", di un arresto avvenuto "senza seguire le procedure internazionali per l'estradizione di un latitante". Secondo il legale, l'intera manovra sarebbe stata possibile perche' e' in corso una guerra intestina del Fronte di Liberazione Algerina in vista delle prossime elezioni, che si terranno ad aprile. In questa cornice politica "in Algeria si voleva far credere che i due brigatisti avessero lasciato il paese in base ad una loro volonta' - ha spiegato ancora il legale - anche perche' i politici locali tendono ad accreditarsi come liberi da ogni influenza di altri paesi".
Le modalita' dell'operazione conclusasi con gli arresti sara' oggetto di una riflessione del collegio difensivo anche se i margini di azione non potranno essere piu' incisivi di una denuncia politica.
Nessuna notizia di eventuali interrogatori e' stata comunicata da parte della Procura di Roma. Non essendo, secondo quanto risulta, iscritti in qualita' di indagati in alcun fascicolo, non ci sono scadenze per gli interrogatori.

ANSA:
TERRORISMO: BR; IONTA, TROVARE MODO DI RIMPATRIARE CASIMIRRI
"In questi anni il lavoro sul caso Moro non si e' mai fermato. Fra i tentativi ulteriori che ora si dovranno fare c'e' quello di trovare il modo di far tornare in Italia Alessio Casimirri". Lo afferma il capo del pool antiterrorismo di Roma Franco Ionta, magistrato da tempo impegnato nella lotta alle Brigate Rosse, all'indomani della cattura di Rita Algranati, che di Casimirri e' stata la moglie, e di Maurizio Falessi.
"L' attivita' della procura di Roma sul sequestro e l'omicidio dello statista democristiano - aggiunge - e' sempre stata in movimento come dimostrato dall'identificazione di Germano Maccari (ottobre '93, ndr) come quarto uomo della 'prigione' di via Montalcini. L'arresto della Algranati, anche se lei non e' mai stata condannata per la vicenda Moro, e' un ulteriore tassello per la sua ragionevole presenza in via Fani. Il suo arresto e' importante non solo perche' si potrebbe avere un'eventuale, ulteriore, voce sul caso Moro, ma anche perche' questa e' l'ennesima dimostrazione che il lavoro dell'antiterrorismo e' proseguito bene sia nei confronti delle nuove Brigate Rosse sia nei confronti di coloro che ne hanno fatto parte in passato".
Per Ionta l'operazione conclusasi ieri e', inoltre, importante "perche' frutto di una collaborazione a livello internazionale". Su possibili collegamenti tra Algranati e Falessi e le Nuove Br, Ionta afferma che "il procedimento aperto oggi, quello per il possesso dei documenti di identita' falsi, provera' anche a verificare cio' e a ricostruire quantomeno gli spostamenti che i due hanno avuto in questi lunghi anni di latitanza".

ANSA:
TERRORISMO: IL COVO UCC DI VESCOVIO E IL CASO MORO
Se il legame di Rita Algranati, la Br arrestata ieri al Cairo, con il caso Moro e' evidente, anche per Maurizio Falessi, anche lui bloccato in Egitto, c'e' una vicenda che, in qualche modo, riconduce al sequestro del presidente Dc. Falessi infatti faceva parte delle Ucc, le Unita' combattenti comuniste. Le indagini su questo gruppo eversivo presero vigore dopo la scoperta, avvenuta il 21 luglio 1979, del covo di Vescovio, nel reatino. Al covo, in un casolare isolato, arrivarono i carabinieri del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, impegnati nelle indagini sull' omicidio del col. Varisco, ucciso il 13 luglio. Una delle auto adoperate per l' agguato a Varisco fu lasciata in via Ulpiano, vicino al vecchio palazzo di giustizia. Gli investigatori setacciarono la zona e la loro attenzione fu attratta da un negozio di indumenti usati in via Calamatta, chiuso da alcuni giorni. Forzata la saracinesca, accertarono che titolare della bottega era Ina Maria Pecchia. Non fu difficile risalire al casolare che la donna aveva a Vescovio. Li', in quello che sembrava essere stato il quartier generale delle Ucc, fu scoperta, oltre ad un ben fornito arsenale, una stanza insonorizzata, sia pure con sistemi rudimentali. Immediatamente fu fatta l' ipotesi che il covo di Vescovio potesse essere stato usato per il rapimento Moro. In seguito pero' le indagini scoprirono che la stanza era stata preparata per gestire un altro rapimento, che pero' era fallito. Inoltre, poiche' il capo delle Ucc, il latitante Guglielmo Guglielmi, detto 'Comancho' (che ora sembra che faccia il medico in Nicaragua), aveva una potente barca a vela, fu fatta anche l' ipotesi che Moro potesse essere stato custodito su questa barca, ma anche quest' ipotesi si rivelo' insussistente. Delle Ucc faceva parte anche Paolo Lapponi, marito separato della figlia dell' ex segretario socialista Giacomo Mancini. Furono invece accertati saldi rapporti delle Ucc con la malavita comune, soprattutto con la "n'drangheta" calabrese.
Sempre nel 1979 pero', il sostituto procuratore di Rieti Giovanni Canzio racconto' che, seguendo una segnalazione durante il rapimento Moro, comincio' a far perquisire decine di casolari in campagna. "Arrivammo a trecento metri dal covo scoperto il mese scorso a Vescovio - disse Canzio in un' intervista - ma fummo costretti ad interrompere: era il 18 aprile, arrivo' il comunicato delle Br che indicava nel lago della Duchessa il corpo di Aldo Moro.
Nel 1991, il deputato Dc Benito Cazora, sentito dal giudice Luigi De Ficchy, racconto' di aver saputo da un uomo della n'drangheta, Rocco Varone, che Moro era stato tenuto prigioniero a Vescovio, e che sarebbe stato spostato a Roma, nella zona della Magliana, proprio in occasione del depistaggio del falso comunicato del lago della Duchessa.

16 gennaio 2004 - ARRESTO ALGRANATI E FALESSI: DAI GIORNALI
"L'Unita'"
La "compagna" Marzia e le verità nascoste del caso Moro
ROMA L'arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi, fantasmi della storia italiana che ritornano: il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro e i misteri che ancora circondano quei cinquantacinque giorni che fecero tremare l'Italia. Ferdinando Imposimato da magistrato ha indagato sulle Brigate Rosse e sul sequestro dello statista Dc. Ha pochi dubbi: "Sono arresti importanti, sopratutto quello della Algranati che si sbaglia a giudicare un personaggio di serie B. Se parlerà, ma ho i miei dubbi, molte zone d'ombra del sequestro Moro potranno essere finalmente illuminate".
Dottor Imposimato, lei parla di arresti importanti, ci aiuti a capire. Chi è Rita Algranati, la compagna "Marzia" arrestata l'altra notte al Cairo?
"La Algranati e Alessio Casimirri sono stati due dei protagonisti di importanti azioni delle Br, dalla preparazione del sequestro Moro alla strage di via Nicosia, solo per citare alcuni episodi. Quando dico che non bisogna considerare la Algranati un personaggio di serie B, voglio dire che ci troviamo di fronte ad una persona molto scaltra. Le faccio un esempio: fino al processo Moro-ter noi non siamo mai riusciti ad identificarli, ne conoscevamo i nomi di battaglia, ma le vere identità no".
Di quali misteri, tra i tanti che ancora ci sono attorno alla nascita e all'evoluzione delle Br, Rita Algranati, alias compagna Marzia, potrebbe parlare?
"Di uno, tanto per iniziare: il covo di Firenze, la famosa base dove durante il sequestro Moro si sono riuniti i componenti del comitato esecutivo per decidere la linea politica da tenere. Questa base esiste sicuramente, ne hanno parlato diversi brigatisti, ma non è stata mai scoperta. Sarebbe interessante sapere da chi era frequentata, anche per capire il ruolo del musicista Igor Markevitch, il cosiddetto "anfitrione" delle Br. Un altro mistero fa riferimento alla base del Ghetto di Roma, dove fu portato un membro del comitato regionale delle Br che si chiamava Elfino Mortati. Durante il sequestro venne ospitato in questa base. Cominciò a collaborare e noi lo portammo in giro per il ghetto alla ricerca del covo, ma lui non fu in grado di indicarcelo perché lo avevano portato incappucciato".
Perché è importante questa base del Ghetto?
"Perché potrebbe essere stato il luogo in cui Moro è stato detenuto poco prima di essere ucciso e portato in via Caetani. Quando il presidente della Dc è arrivato nella stradina a pochi passi tra via delle Botteghe Oscure (sede del Pci) e Piazza del Gesù (sede della Dc), era quasi dissanguato, quindi specialisti ed investigatori hanno tratto la conclusione che fosse stato portato vivo alla base del Ghetto, ucciso e portato in via Caetani".
Con questi arresti è possibili stilare l'elenco definito del commando che partecipò al sequestro di Moro e all'uccisione della sua scorta, o ci sono altri uomini dal volto coperto?
"Noi sentimmo il professor Alessandro Marini che parlò dell'uomo sulla Honda che scappò subito dopo l'azione sparando addirittura e infrangendo il vetro della moto di Marini: questo personaggio misterioso non è stato mai identificato. C'è poi il famoso colonnello Guglielmi che passò da quelle parti. Misteri...".
Che la Algranati potrebbe chiarire?
"Certo, potrebbe dirci se l'uomo sulla Honda era un brigatista oppure apparteneva a qualche altra entità. Ma io credo che i due arrestati non abbiano alcuna voglia di fare rivelazioni. Ne sono sicuro: si chiuderanno in se stessi, la Algranati, ad esempio, al momento dell'arresto non ha voluto rivendicare neppure l'appartenenza alla Br e questo mi colpisce. Lei potrebbe chiarire chi l'ha aiutata, nei primi momenti della latitanza, a raggiungere il Nicaragua. Si parla di servizi segreti, alcuni dicono che sarebbe passata dalla Francia dove c'era questa struttura dell'Hyperion. Il Br Galati mi disse che questa struttura era una sorta di stanza di compensazione dove agivano servizi di paesi antagonisti: Usa e Urss, Cia e Kgb insieme".
La Algranati è una latitante di lungo corso, almeno 23 anni. Come è stato possibile?
"Una latitanza così lunga ha bisogno di protezioni eccellenti, di servizi segreti che si muovono e ti coprono, l'unica cosa che escludo è che le vecchie Br avessero rapporti col terrorismo islamico. Con gruppi della resistenza palestinese in quegli anni sì".
Algranati ci porta a Casimirri, un imprendibile che da anni vive alla luce del sole a Managua...
"Casimirri è una sorta di intoccabile. Gode di grandi protezioni ed è un uomo che conserva importanti segreti delle Br e del sequestro Moro".

"Il Corriere della sera"
Operazione al Cairo, il legale degli arrestati: avevano strani biglietti d'aereo di una agenzia romana
Br fermati, indagine sui contatti in Italia
Accertamenti a Roma sui passaporti di Falessi e Algranati. Falsificati anche con un timbro diplomatico
ROMA - Rita Algranati e Maurizio Falessi avevano incontri continui con parenti e amici in Algeria. Personaggi di cui gli investigatori conoscono i nomi e che adesso, dopo l'arresto dei due latitanti al Cairo, rischiano grosso. Se non sono punibili i familiari, i magistrati possono invece mettere sotto inchiesta per favoreggiamento gli altri: sono tre romani di cui si sta valutando la posizione, soprattutto dopo il ritrovamento nelle tasche della brigatista - condannata all'ergastolo per una serie di omicidi e coinvolta nel sequestro di Aldo Moro - di 8.000 tra euro e dollari. Una somma molto elevata per chi vive in clandestinità, senza un lavoro ufficiale. A meno che, come è successo per altri terroristi rifugiati all'estero, anche la coppia non abbia "integrato" il denaro ricevuto dal nostro Paese con lezioni d'italiano. Il capo del pool antiterrorismo, Franco Ionta, e i pm Pietro Saviotti ed Erminio Amelio hanno aperto un'indagine sui documenti falsi esibiti dalla Algranati e da Falessi ai poliziotti egiziani. Passaporti, carte d'identità e patenti quasi perfetti. Uno con il bollo a secco della nostra ambasciata in Germania, anch'esso contraffatto. I magistrati vogliono accertare chi glieli abbia consegnati nel Paese africano in cui risiedevano da almeno 4 anni, ma puntano anche a farsi svelare dalla donna i punti oscuri del rapimento Moro. La Algranati era in via Fani quando il commando delle Br ammazzò la scorta e portò via il presidente dc e sicuramente conosce l'identità dei due terroristi che erano su una moto, finora mai individuati. L'interrogatorio, però, difficilmente avverrà nei prossimi giorni: gli inquirenti vogliono prima leggere il rapporto dei funzionari della Digos che si sono occupati della vicenda, Franco Gabrielli e Lamberto Giannini. Intanto l'avvocato Flavio Rossi Albertini ha incontrato la donna e Falessi in carcere: "Sono convinti di essere vittime di un accordo sottobanco tra governi gestito dai servizi segreti che ha violato tutte le norme internazionali. Avevano un alto numero di biglietti aerei emessi da un'agenzia romana. E ricordo che nella vicenda Malpica e della zarina, il Sisde gestiva proprio due agenzie di viaggi".
Flavio Haver

"Il Corriere della sera"
risponde Paolo Mieli
A proposito di terroristi ospitati in Nicaragua e Algeria
Gli articoli sul Corriere di Flavio Haver e Marco Imarisio riferiscono che i due brigatisti rossi catturati in Egitto, Rita Algranati e Maurizio Falessi, avevano trovato rifugio per oltre vent'anni in Nicaragua, Angola, Algeria; e che l'ex marito della Algranati, Alessio Casimirri, prima di essere ospitato in Nicaragua, era stato a Cuba e in Libia. Si tratta di terroristi attivi già dai tempi del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro (1978) e a nessuno possono sfuggire le caratteristiche che accomunano i Paesi "ospitanti": tutti, all'epoca dell'Urss, gravitavano nell'orbita sovietica. A me sembra che - pur senza usare l'argomento per gettare ombre sulla sinistra italiana - questo "caso" meriterebbe qualche considerazione. Salvatore Nisi
Milano

Caro signor Nisi, giusta notazione: a ogni arresto di (ex o non ex) brigatista spunta qualche dettaglio che lo mette in relazione alla vicenda storica cui lei fa riferimento. Concordo con lei, caro Nisi, sul fatto che, senza voler utilizzare tali ragionamenti per proiettare ombre sull'attuale sinistra, queste circostanze meriterebbero una qualche attenzione. Ma è ancora arduo per il fatto che molte cose riguardanti questo ingombrante passato ancora non sono chiare.
Per esempio? Dopo gli arresti, a fine ottobre, dei brigatisi ritenuti responsabili dell'uccisione di Massimo D'Antona, il segretario della Cgil piemontese, Vincenzo Scudiere, ha annunciato l'espulsione dal sindacato di Valter Ferrarato delegato torinese della Fillea (sindacato edili) nonché militante dei Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo. Quest'ultimo in un'intervista alla Stampa si era dichiarato solidale con le Br. Quel giorno, 2 novembre, le notizie erano due: la prima, che con una iniziativa tempestiva un leader del sindacato di Guglielmo Epifani aveva preso provvedimenti contro un fiancheggiatore (anche se, forse, solo a parole) del terrorismo; la seconda, che quest'uomo dei Carc aveva potuto fino a un istante prima ricoprire una carica nella Cgil senza che nessuno si accorgesse della sua - per così dire - doppia militanza. Curioso.
Ancora. In ottobre fece scalpore un'intervista (a Repubblica ) di Sergio Segio, fondatore di Prima linea, il quale disse che i nuovi terroristi pur essendone una componente ultraminoritaria "sono e coabitano nel movimento e hanno infiltrato il sindacalismo di base". Il manifesto giustamente prese sul serio le dichiarazioni di Segio e pubblicò un articolo di Andrea Colombo che suggeriva ai lettori "un passo in più nei toni e nell'uso delle parole, oltreché nei ragionamenti" contro le nuove Br; Colombo esortava a definire "assassini" quei terroristi, senza ricorrere a perifrasi come si è fatto per decenni. Il manifesto ricevette immediatamente una replica di Marco Di Branco che riproponeva la classica tesi giustificazionista secondo la quale, "pur sbagliando", i brigatisti "hanno messo in gioco se stessi contro politiche "omicide" come e più (sottolineo: come e più, ndr ) delle armi da loro impugnate" ("lettere come questa aiutano assai i molti che mirano a criminalizzare ogni antagonismo", fu il severo commento di Colombo). Ma il caso non si chiuse lì.
A sorpresa, Rossana Rossanda, che venticinque anni fa aveva introdotto nel dibattito il concetto di "album di famiglia", dichiarò a Simonetta Fiori ( Repubblica ) che a lei "tutto questo scioglimento d'anima a cui partecipa anche il manifesto - isoliamo, vigiliamo, diciamo parole miti perché nessuno impugni la pistola - dava semplicemente sui nervi". E accusò la sinistra che partecipava a quella discussione di essere vittima di "un nuovo conformismo che finisce per cedere a un ragionamento ricattatorio: se invochi una radicale rottura dei tirannici meccanismi di produzione mondiale, sei destinato a impugnare una pistola". A me, che pure non considero chi la pensa alla maniera della Rossanda come fatalmente proiettato sulla lotta armata, quel distinguo fatto a ridosso della pubblicazione del coraggioso articolo di Colombo è parso raggelante. Anche se, ai miei occhi, fu ampiamente compensato da1l'iniziativa di Fausto Bertinotti che da quel momento inserì in ogni sua intervista un esplicito invito alla non violenza e alla rinuncia di qualsiasi ammiccamento alla lotta armata. Per fortuna.

"Il Corriere della sera"
VLADIMIRO SATTA
"Può chiarire i dubbi sui due in moto in via Fani"
Concede: "Rita Algranati può dire qualcosa di nuovo sul caso Moro". E subito puntualizza: "Ma non ci sono grandi misteri, solo qualche aspetto secondario ancora da chiarire". Comunque, è una apertura importante. Perché arriva da Vladimiro Satta, autore di "Odissea nel caso Moro" (edizioni Edup), un libro molto documentato, uno degli ultimi della serie infinita che tratta del rapimento e dell'uccisione del leader democristiano.
Documentarista del Senato, incaricato di seguire i lavori della Commissione stragi dal 1989 alla sua chiusura nel 2001, Satta ha messo insieme la montagna di carte alle quali ha avuto accesso e ne ha tirato fuori un testo molto pignolo e tecnico che sfida le tesi dei "complottisti" sul loro stesso terreno: analisi e documenti poco accessibili, e per questo (quasi) sempre al riparo da eventuali contestazioni.
Anche l'arresto di uno degli ultimi latitanti di via Fani per lui è una prova: "Mi sembra l'ennesima conferma: dietro alle Brigate rosse non c'erano le potenze straniere. La Algranati infatti ha vissuto in Paesi che mai - neppure una volta - in questi anni sono stati considerati responsabili di attività "cospiratorie"".
Si aspetta nuove rivelazioni?
"Rita Algranati era in via Fani, su questo non ci sono dubbi. Ma nel sequestro Moro ha avuto un ruolo modesto, di basso profilo. E mi sembra difficile credere a un suo possibile legame con le nuove Br".
Ammesso che parli, potrebbe comunque essere utile per alcune precisazioni.
"Sulla dinamica dell'agguato resta sempre il mistero sull'identità delle due persone che da una motocicletta spararono alla scorta di Moro. Su questo, potrebbe sapere qualcosa".
Non sono dettagli da niente.
"Non cambierebbero comunque il quadro complessivo. Le Brigate rosse hanno fatto tutto da sole, mi sembra che sia provato".
Ma resta qualcosa da chiarire?
"Alcuni aspetti, come l'identità del complice delle Br nel quartiere della Balduina, o il nome di chi abbandonò il furgone usato per il sequestro in fondo al Gianicolo. Ma sono aspetti secondari. Grandi misteri, non ce ne sono più".
Non ce ne sono mai stati?
"No, almeno secondo me. Ma l'aspettativa su quanto potrebbe dire la Algranati dimostra come su questa vicenda ci sia sempre la voglia di scoprire qualcosa in più: un altro uomo da scovare, un nuovo personaggio decisivo".
Invece secondo lei non c'è proprio più niente da sapere sul sequestro Moro.
"Dal punto di vista giudiziario e morale, sarebbe importante sapere chi erano i brigatisti su quella moto. C'erano, ci sono dei testimoni attendibili che riferiscono di averli visti. Non sono mai stati identificati".
Lei è diventato la bestia nera dei "complottisti", ovvero di chi ritiene che dietro al sequestro Moro vi fu una cospirazione internazionale e dei servizi segreti.
"Io non credo che l'arresto della Algranati possa portare elementi nuovi a una o all'altra corrente di pensiero".
Discorso chiuso?
"Penso che tutti gli elementi siano da tempo a disposizione di chi li vuole analizzare. Ma sinceramente credo anche che la disputa abbia soprattutto connotati ideologici, più che "storici". E quindi, ognuno rimarrà della propria idea".
Marco Imarisio

"La Repubblica.it"
Il presidente Bolanos si impegna con l'ambasciatore Fratini
E' l'unico del commando di via Fani ancora latitante
Br, la promessa del Nicaragua
"Consegneremo Casimirri"
Dal 1989 ha ottenuto la cittadinanza, gestisce un ristorante
MANAGUA - Il presidente del Nicaragua, Enrique Bolanos, ha promesso che il suo governo "farà di tutto per assicurare alla giustizia italiana" Alessio Casimirri, l'unico brigatista rosso del commando che rapì Aldo Moro ancora latitante dopo l'arresto in Algeria della sua ex moglie Rita Algranati. Lo ha rivelato all'agenzia di stampa Ansa l'ambasciatore d'Italia a Managua, Maurizio Fratini, il quale ha detto che la pratica per l'estradizione di Casimirri "è stata mal gestita" dalle autorità nicaraguensi.
L'ex brigatista rosso ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense nel 1989 dal governo sandinista, con il quale ha collaborato come istruttore sommozzatore, in seguito alle nozze con la cittadina nicaraguense Raquel Garcia, con la quale ha avuto due figli.
Quest'ultima ha detto all'Ansa che il marito è fuori Managua "per una battuta di pesca" e non ha voluto commentare la notizia dell'arresto di Rita Algranati.
L'ambasciatore Fratini sostiene che Casimirri ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense in maniera "illegittima", in quanto i documenti presentati per la naturalizzazione "erano falsi".
Casimirri giunse a Managua alla fine del 1982 assieme a Rita Algranati e collaborò con il Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln).
Alcuni anni dopo, Casimirri e Algranati si separarono e la donna lasciò il Nicaragua per trovare rifugio in Nordafrica. Casimirri rimase invece a Managua, dove possiede il ristorante di pesce 'La Cueva del Buzo' ('La grotta del palombaro).
La giustizia italiana ha tentato inutilmente di ottenere l'estradizione dell'ex brigatista rosso ma la legge nicaraguense vieta che un proprio cittadino venga deportato in un altro paese per scontare una condanna, specie se inflitta per reati con connotazioni politiche.
"Speriamo che Casimirri, un terrorista per la giustizia italiana, venga presto estradato e possa scontare la sua condanna in Italia", ha detto l'ambasciatore Fratini.

ANSA:
TERRORISMO: MOGLIE CASIMIRRI, NON ABBIAMO NULLA DA DIRE
"Siamo qui, tutti lo sanno, ma non abbiamo nulla da dire". Bastano poche parole a Raquel Garcia, la seconda moglie di Alessio Casimirri, per chiarire che l'unico Br mai arrestato tra quelli che fecero parte del commando che sequestro' il presidente della Dc Aldo Moro, non ha intenzione di parlare con i cronisti.
La donna risponde al telefono della sua casa in Nicaragua dove vive con Casimirri. Con voce sicura ripete che sia lei sia il marito non rilasceranno nessuna intervista, anche se e' stata arrestata Rita Algranati e all'appello manca solo Casimirri, anche se il presidente del Nicaragua Enrique Bolanos ha detto che fara' di tutto per assicurare alla giustizia italiana il brigatista scappato rifugiatosi nell' '82.
"Non abbiamo nulla da dire - ripete - tutti sanno dove siamo e quello che facciamo qui. Noi non rilasceremo alcuna intervista". Ma Alessio c'e'?. "E' fuori, ma tanto non ha intenzione di parlare".

MORO: ANDREOTTI, NUOVE VERITA'? NON C'E' MOLTO DA RICERCARE
BRIGATE ROSSE CERCAVANO DI PUNIRE PCI E DI SOSTITUIRLO
"La verita' sul caso Moro e' stata ricercata, non c'e' ancora molto da trovare". E' il parere del senatore a vita Giulio Andreotti, interpellato a Napoli, sulla lotta al terrorismo e alle Brigate Rosse dopo l'ultimo arresto di Rita Algranati e Maurizio Falessi.
"Nonostante siano passati tanti anni non si e' mai smesso di cercare i terroristi". Su quegli anni "non c'e' molto da ricercare". La verita', per Andreotti, e' che "c'e' stata un'operazione da parte delle Brigate Rosse che volevano punire i comunisti perche' erano usciti dall'opposizione ed avevano appoggiato un governo monocolore della Dc". I brigatisti, secondo Andreotti, "volevano sostituire il Pci come movimento politico. Il riconoscimento delle Br era pero' politicamente oltre che moralmente impossibile".

MORO: ACCAME,ALGRANATI PUO'DIRE SE CI FU PREAVVISO SEQUESTRO
Secondo Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, la brigatista Rita Algranati "forse puo' fornire informazioni su un aspetto della vicenda Moro rimasto praticamente inesplorato, nonostante i cinque processi, e cioe' se vi fu un preavviso dell'attentato giunto ad organi vicini ai Servizi segreti".
"La Algranati - sottolinea Accame - partecipo' con compiti di vedetta avanzata al complesso dispositivo messo in atto per il sequestro Moro e la sua partecipazione e' stata a lungo mantenuta segreta".
Il preavviso di cui parla l'ex presidente della Commissione Difesa "potrebbe essere stato quello - dice lo stesso Accame - giunto dal carcere di Matera circa un mese prima da parte di tale Salvatore Senatore, come si legge nei diari dell'on. Luigi Cipriani". In questi diari, citati da Accame, e' scritto che "il 16 febbraio, dal carcere di Matera, Salvatore Senatore fa arrivare al Sismi una soffiata secondo la quale si stava preparando il rapimento di Aldo Moro".
Per Accame, uno dei "molti punti ancora oscuri" della vicenda "e' certamente quello se vi era stato un preavvertimento a conoscenza anche di organi deviati dei Servizi che renderebbe comprensibile anche la presenza di personaggi sospetti nella zona dell'attentato, che richiese una cosi' accurata predisposizione di uomini e mezzi".
Accame - che e' anche presidente dell'Anavafaf, una associazione che tutela i familiari delle vittime arruolate nelle Forze armate - sottolinea che "i parenti degli agenti che hanno perso la vita a via Fani sono i primi ad avere il diritto a sapere la verita', e cioe' se l'agguato si poteva prevenire, e cosi' naturalmente i familiari dell'on. Moro".

"Il Messaggero"
La "compagna Marzia" lavorava in un'agenzia di stampa politica, con la protezione delle autorità La lunga fuga di Rita Algranati, dalla Russia ad Algeri
ROMA - La compagna Marzia lavorava, o almeno aveva un'impiego di facciata; Maurizio Falessi aspettava a casa. A ventiquattrore dalla cattura in Egitto dei due vecchi protagonisti degli anni di piombo emergono nuovi dettagli inquietanti sulla seconda vita che conducevano tranquillamente nei sobborghi di Algeri, con la protezione del governo e l'"aiuto" dei servizi segreti di quel paese.
I nostri investigatori avrebbero il forte sospetto che Rita Algranati avesse in qualche modo "barattato" la protezione che le veniva accordata con una sorta di collaborazione informativa con le autorità di quel paese. I nostri 007 avevano individuato ad Algeri la redazione di una agenzia di stampa di area (cioè fortemente impegnata politicamente), presso la quale ha lavorato la Algranati fino a poco tempo prima di essere espulsa verso l'Egitto insieme al suo compagno per essere arrestata. E credono che, da quell'osservatorio, la compagna Marzia potesse avere accesso ad una quantità di informazioni delicate sui fermenti degli ambienti extraparlamentari algerini.
Gli investigatori del Si