Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2004: giugno

1 giugno 2004 - "CHE COSA SONO LE BR" DI FASANELLA E FRANCESCHINI
"Dagospia"
CHE COSA SONO LE BR/5 - DOPO LA MORTE DI FELTRINELLI, UN INSOSPETTABILE EX DIRIGENTE DC NE PRESE IL POSTO COME CONSIGLIORI E RESPONSABILE DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI DELLE BRIGATE ROSSE. IL SUO NOME È CORRADO CORGHI...
Dopo la morte di Feltrinelli, un insospettabile ex dirigente della Dc e dell'Azione cattolica (nonché tra i fondatori della Gladio bianca, subito dopo la guerra) ne prese il posto come consigliori e responsabile dei rapporti internazionali delle Brigate rosse. Il suo nome è Corrado Corghi, oggi ha 80 anni e vive a Reggio Emilia. E' un'altra delle rivelazioni di Alberto Franceschini nell'intervista concessa a Giovanni Fasanella (Che cosa sono le Br, Bur-Rizzoli).
Ecco, tratti dal libro, alcuni brani su Corghi.
(...)
Ma che personaggio era Corghi, che cosa rappresentava per voi?
Tra i fondatori dell'Azione cattolica, nei primi anni Sessanta era stato il segretario regionale della Dc. Poi aveva rotto con il suo partito ed era uno degli animatori dei cattolici del dissenso. Era stato amico personale di Che Guevara, Fidel Castro e Carlos Marighella. Si immagini quindi che cosa poteva significare, per noi che ci nutrivamo di quei miti, frequentare uno come Corghi. Era molto ben introdotto in Vaticano, di cui era addirittura l'ambasciatore itinerante in Sud America. E criticava il Pci da sinistra.
Da sinistra?
Si, diceva che non era un partito rivoluzionario, perché non voleva un cambiamento radicale della società. Ci spiegava che, nella cultura europea di sinistra, "giustizialismo" era una brutta parola, mentre tra i guerriglieri latino-americani il giustizialismo costituiva un valore positivo, perché tutte le azioni dei guerriglieri erano atti di giustizia.
Vuole spiegare meglio qual era la natura dei rapporti tra il gruppo dell'"appartamento" e Corghi?
Sul piano culturale, per noi rappresentava un indispensabile punto di riferimento. Quando succedeva qualcosa e volevamo capire, andavamo a casa sua. Discutevamo e gli chiedevamo consigli. Persona disponibilissima.
Sapeva che cosa stavate progettando?
Credo proprio di si. Era assolutamente chiaro che, per noi, L'America latina era una sorta di laboratorio da cui prendere cose da importare in Europa.
E in quale misura le sue lezioni e i suoi consigli influenzarono le vostre scelte?
Il suo contributo fu importante: spostò i nostri riferimenti verso la rivoluzione latino-americana. Da buon cattolico, diceva che la lotta armata non poteva essere una cosa troppo politica o ideologica. Doveva legarsi ai problemi della gente e doveva essere concepita come una serie di atti di giustizia: il recupero in chiave europea del giustizialismo, questo era il tema sul quale lui insisteva. La lotta armata, insomma, avrebbe avuto un senso se fosse servita a raggiungere obiettivi immediati e concreti, "leggibili" dalla gente come atti di giustizia.
Nel dna delle Brigate rosse ci sono dunque anche dei geni di una certa cultura cattolica?
Sicuramente. Nel nucleo originario delle Br c'è una componente comunista, ma anche una cattolica. Corghi ci fece intravedere un punto di debolezza della tradizione comunista: l'eccesso di ideologismo. La sinistra marxista punta sulla politica e sulla propaganda, ci spiegava, mentre la rivoluzione dev'essere qualcosa che cambia le condizioni della gente nel presente. Ci ha aperto una serie di finestre: noi eravamo molto irretiti dall'ideologia e dalla politica, lui ci aiutò a spostare l'attenzione sul sociale.
(...)
Durante il caso Moro quel ruolo (intermediario nella trattativa con le Br, ndr) venne svolto con ogni probabilità dal direttore d'orchestra di origine russa Igor Markevic. La sua biografia e i suoi mille legami internazionali gli permettevano di aprire un po' tutte le porte, a Occidente e a Oriente, e di apparire affidabile persino agli occhi dei brigatisti. Il vostro intermediario (durante il sequestro Sossi, ndr) chi era?
Corrado Corghi, quell'intellettuale raffinato, amico personale di Fidel Castro e di Che Guevara, con relazioni in tutto il continente latino-americano e molto ben introdotto in Vaticano, di cui abbiamo già parlato. Dopo la morte di Feltrinelli, in qualche modo era rimasto l'unico nostro punto di riferimento per le relazioni internazionali. Tra l'altro, aveva anche acquisito una certa esperienza sul campo: sempre per conto del Vaticano, aveva trattato la liberazione di Regis Debray, quando lo scrittore francese venne arrestato in Bolivia. Di Corrado, allora, noi sapevamo già tutto questo, compresa la sua storia di ex dirigente democristiano e dell'Azione cattolica. L'aspetto della sua biografia che invece non conoscevamo ancora era il suo rapporto con la Gladio bianca: ne era stato uno dei fondatori in Emilia, con Ermanno Gorrieri. Questo l'ho saputo soltanto dopo la caduta del Muro di Berlino.

1 giugno 2004 - LETTERA A DAGOSPIA SU LIBRO DI MAGOSSO E ARLATI
"Dagospia"
Caro Dago, il libro di Magosso e Arlati, "Le carte di Moro, perché Tobagi", è un vero scoop. La ricostruzione delle indagini sul covo di via Monte Nevoso è meglio di un thriller. La documentazione delle omissioni compiute nel caso Tobagi, letteralmente mandato a morire, amara e da meditare. Ma perché il pm Spataro non si decide a parlare di Caterina Rosenzweig?
Tino Oldani

3 giugno 2004 - POLEMICA SPATARO-GALLI
ANSA:
TERRORISMO: BR; SPATARO SMONTA IL NUOVO LIBRO DI GALLI
LO STORICO, PARLA DI UN LIBRO CHE NON HO MAI SCRITTO
La storia della Brigate Rosse continua a dividere. E tanto.
La riprova a Milano, con la presentazione del libro di Giorgio Galli, 'Piombo Rosso' (Baldini e Castoldi, 479 pag. 16,80 euro), sottoposto a un fuoco di fila di critiche da Armando Spataro, capo del pool antiterrorismo milanese, tra i magistrati piu' esperti nella lotta all'eversione. Galli ha spiegato la "filosofia" dell'opera che racconta la nascita del movimento armato fino agli ultimi mesi del 2003, con la cattura di Nadia Desdemona Lioce: le Br nascono "dalle condizioni italiane e dalla storia della sinistra italiana"; avevano migliaia di combattenti e 10-15 mila fiancheggiatori; erano un "fenomeno sociale rilevante". Altrimenti non si spiega il ruolo avuto dai servizi segreti: un "problema" per la democrazia rappresentativa, che dovrebbe essere una "casa di vetro", mentre i servizi, per loro natura, "non possono agire come in una casa di vetro". Contraddizione di cui prendere atto, per evitare di sconfinare nella dietrologia.
Spataro apprezza la fatica ma del libro e del metodo non salva quasi nulla. Il magistrato, che segui' l'inchiesta sull'omicidio del giornalista Walter Tobagi, attacca sin dalla premessa: "Mi sento addolorato che sua figlia possa oggi pensare che la morte del padre sia avvolta dal mistero, da chissa' quali strategie e contrattazioni". La morte di Tobagi, afferma, e con la sua quella di altre vittime, "e' connessa solo e soltanto a quello che rappresentavano per la democrazia in questo Paese". E Spataro non manca di sottolineare come la prefazione di un'altra pubblicazione sulla morte di Tobagi, a cui ha collaborato anche la figlia del giornalista, sia stata scritta appunto da Galli. Tornando a 'Piombo Rosso il magistrato non manca di sottolineare come "non una sola volta sia citato un atto giudiziario". "Non ho certo la pretesa che i giudici facciano la storia - commenta -, ma nel libro non e' citato un solo atto giudiziario e quando si affrontano fenomeni criminali gli atti giudiziari dovrebbero essere vagliati". Ci sono, invece dichiarazioni "estemporanee di una folla di sedicenti consulenti e avvocati" e di un ufficiale "incorso in vicende penali gravissime", con l'aggiunta di "troppe autocitazioni", mentre le parole degli stessi terroristi "sono abbandonate quando non in linea con il pensiero dell'autore".
Spataro e' impietoso anche con la Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, che "sembra avere utilizzato la stessa tecnica" per sostenere "tesi strampalate". Tra queste quella per cui la prigione di Moro sarebbe stata nel Ghetto ebraico e non in via Montalcini, la sparizione dei documenti nel covo milanese di via Montenevoso e la sua scoperta, la figura del pianista Igor Markevitch "anello di congiunzione tra le Br e tutti i servizi segreti" perche' sposato con una contessa Caetani "e siccome la macchina con il cadavere di Moro e' stata lasciata in via Caetani...". "Possibile che tanti magistrati, come Caselli, Vigna, Calogero, Pomarici e il povero Galli non si siano mai accorti di essere stati degli utili idioti?", e' la domanda retorica di Spataro.
Galli non ci sta che "sia presentato un libro diverso da quello che ho scritto" e che la sua opera sia illustrata come "un'accozzaglia di elucubrazioni". Respinge con veemenza le accuse al mittente: "Molti episodi di cui lei ha parlato non ci sono nel libro e molti magistrati sono citati; e cito anche suoi colleghi che sono orientati ad avallare questa tesi, se avanzo dei dubbi, lo faccio perche' sono stati avanzati da piu' di un magistrato". ""Non ho mai scritto di complotti a proposito dell'omicidio di Walter Tobagi, forse la figlia ritiene che non siano state utilizzate informazioni che sono state date". E ribadisce: "Non possiamo pensare a queste vicende con la logica della democrazia come casa di vetro...".

3 giugno 2004 - CASO MORO: PARLA FREATO
"Il Giornale di Brescia"
Sereno Freato, già segretario particolare dello statista assassinato dalle Br, rompe il suo lungo silenzio
Il mio Moro, sgradito e segreto
"Aveva molti nemici. Prima di morire mi affidò la sua famiglia"
Giambattista Groli con il dott. Sereno Freato, durante la nostra intervista
Il cadavere di Aldo Moro al momento del ritrovamento
dal nostro inviato Tonino Zana
CAMISANO VICENTINO
"Ho passato più tempo accanto a Moro che a mia moglie. In fondo, un politico, dovrebbe essere scapolo...". Come un prete, un giornalista, aggiunge, conversando sui "mestieri totali". L'uomo che sostiene di aver passato più tempo accanto ad Aldo Moro che alla sua famiglia - "è un punto negativo, nonostante tutto il bene che ho voluto a Moro..." -, è il dott. Sereno Freato, segretario particolare dello statista democristiano, sequestrato e assassinato dalle Brigate Rosse (16 marzo - 9 maggio 1978) dopo 55 giorni di segregazione. Sereno Freato non ha mai rilasciato interviste. Si è deciso a farlo per una di quelle circostanze fortuite e intrecciate che portano a dire "sì", in un determinato momento, dopo che hai detto "no" per anni, a tutti i giornali e le tv italiane e straniere. "Soltanto una volta - precisa - molti anni fa, ho concesso un'intervista alla Bbc sul rapporto tra la Cia e i partiti democratici in Italia... È la vita. Sono diventato segretario di Moro quasi per caso. Per caso accadono tante cose. Per pura casualità nasce questa intervista". Siamo nella casa di Sereno Freato, a Camisano Vicentino, pochi chilometri da Vicenza. Con noi c'è il sindaco di Castenedolo, Giambattista Groli, moroteo al punto di conoscere a memoria passi interi degli scritti di Moro. Allo stesso modo in cui, tanti studenti di allora, imparavano la Divina Commedia. Sereno Freato è stato un personaggio cercato ed evitato. Un personaggio scomodo, segretario particolare significa pensare a tutto, alle virtù e ai vizi della vita, della vita politica, alle necessità e alle idealità di un partito, di una corrente, di un leader. Segretario particolare significa pregare e sporcarsi le mani. Molte anime "candide" della Dc lo hanno considerato un'anima "nera". Siamo stati a casa sua quasi sei ore. Siamo entrati con una luce piena - "questi vetri e il verde che vedete oltre, mi donano una luce mediterranea, ricordano Roma..." - e siamo usciti con lo scuro. Abbiamo visto ed ascoltato le parole, le memorie e le riflessioni dichiarate al chiaro e quelle dette tra il bianco e il nero, la luce e l'ombra. Abbiamo vissuto con Sereno Freato, allo stesso modo in cui la vedova di Moro, quasi ogni giorno, lo sente, nelle ore di ogni stagione. "La signora Eleonora insiste perché io scriva un libro su Aldo Moro. Me lo dice sempre. Ma io - ironizza - dovrò essere l'uomo di un solo libro?". Sereno Freato, classe 1928, un pezzo d'uomo, impercettibilmente curvo - "del 1928 come il mio amico Cossiga, come Topolino" - sei figli, un'impresa di pannelli particolari per l'edilizia, aziende in Cina e a Malta. "È bello a Malta - commenta -. Trovi tanti uomini in chiesa e ascolti ancora il Tantum Ergo in latino...". Sei ore di conversazione finiscono strettissime in un'intervista. Ciò che conta è il clima della storia, il vento che vi è passato sopra. Oltre, tocca ad altri. - Dott. Freato, ciò che porta a Moro, immediatamente e fors'anche ingiustamente, è la tragedia del sangue. Il sequestro, l'assassinio. Non trovò mai, in quei giorni, il punto dello snodo, l'inizio, il principio della liberazione? "Il punto credo che lo scoprimmo qualche giorno dopo il 16 marzo, il giorno dell'agguato e del rapimento in via Fani. Carlo Caracciolo de La Repubblica mi chiamò e mi disse che in base ad un'indagine della redazione milanese era stata individuata la copia del giornale che Moro aveva in mano nella prima fotografia, ormai storica, sempre lugubre. Ebbene si era riusciti a stringere il cerchio, e a risalire al luogo in cui era stata venduta quella copia. Si trattava di un giornale venduto in abbonamento nella provincia di Pavia. Una delle 5mila e 400 copie in abbonamento di La Repubblica a Pavia. In abbonamento, capisce? Mi pare che da lì si sarebbe potuto aprire un grande squarcio sui sequestratori. Non se ne fece nulla". - Dott. Freato, con quali altri tentativi, a suo parere, ci si è avvicinati o ci si sarebbe potuti avvicinare alla prigione di Moro? "Dopo numerose consultazioni, contattai l'avv. Payot, l'avvocato delle Baader Meynhoff, le Brigate Rosse tedesche. Gli chiesi un interessamento. Mi disse che sarebbe andato in una zona tra il Piemonte e la Lombardia, dove, disse, avrebbe incontrato esponenti delle Brigate Rosse, forse alcuni degli stessi sequestratori. Sono sempre stato convinto che il sequestro Moro sia stato gestito al Nord. Donat Cattin mi parlava di un ufficio a Milano con la moquette... Non seppi più niente. Così, qualche giorno dopo, telefonai all'avv. Payot. Era spaventato, lo raggiunsi in Svizzera. Mi disse che la polizia italiana, che il ministro Cossiga aveva fermato l'operazione. Francesco, alcuni giorni dopo, mi portò una scatola di sigari cubani e mi confermò che "...il mio Payot era sistemato". Evidentemente riteneva controproducente quella strada...". - La via del riscatto, dott. Freato, la via del denaro, non avrebbe potuto sbloccare la trattativa? "Credo di no. I petrolieri avevano messo a disposizione una decina di miliardi. Ma non era questo il problema...". - Scusi, dott. Freato, a proposito di petrolieri. Lei subì un processo per lo scandalo petroli a Torino nei primi anni Ottanta... "Venni arrestato, mi feci 15 mesi di prigione in cinque prigioni diverse, niente arresti domiciliari. Fui assolto in primo, secondo e terzo grado. Questa è la storia. A Cuneo, carcere di massima sicurezza, chiesi, il 9 maggio, mi pare, del 1983, di pregare con i Brigatisti, Curcio e compagnia bella. Il direttore del carcere mi disse chiaramente che mi avrebbero ammazzato, se avessi continuato con quella proposta...". - Scusi ancora, dott. Freato, sempre sul sequestro, altri tentativi... "Ho il rimorso di non aver fatto abbastanza. Mi ricordo tutto. La signora Noretta che voleva vedere Berlinguer, lui che nicchiava e poi ci andò. La signora Moro era preoccupata, voleva dirgli che la prossima volta sarebbe accaduto a lui quanto era accaduto al marito. Mi ricordo, ancora, di aver sentito per la prima volta il nome di Berlusconi, proprio in quei giorni...". - Come, Berlusconi? "Ad un certo momento, qualcuno consigliò di contattare il presidente della Jugoslavia, il leader della Libia, Gheddafi. Serviva un aereo privato. Lo imprestò un certo Berlusconi. Volai dal presidente Tito con l'aereo di Berlusconi...". - Che idea si è fatta, complessivamente, di quei giorni? "Fatico a credere che le Brigate Rosse abbiano fatto tutto da sole. Ci sono delle divise azzurre in via Fani. Varrebbe la pena analizzare meglio quella presenza... Moro aveva molti nemici, Kissinger e sua moglie lo disprezzavano, questo si sa. La politica filo araba di Moro era sgradita...". - E quel giovane Sokolov, finto studente, in realtà agente del Kgb, reparto sequestri, come esce dalle schede Mitrokhin, lei lo ha conosciuto? "Conoscevo tutti i 15, 20 studenti di Moro. Lui li adorava e se li portava a colazione. Pagava lui e io gli dicevo: presidente, veniamo qui con questi 15 giovani e non riusciamo a parlare ai nostri figli, alle nostre famiglie... Moro aveva segnalato la presenza di Sokolov, gli appariva ambigua, come altre presenze intorno a lui...". - Finalmente il Moro privato... "Ricordi infiniti. Moro che tremava in volo..., che dormiva con la luce accesa..., che sognava di costruire una biblioteca al piano terra e sotto una piscina, nella sua casa di Torrita Tiberina... Moro che odiava stringere le mani delle persone ed aveva sempre una bottiglia di alcol pronta in auto per disinfettarsi... Moro che spariva due mesi, malato di una male strano... Moro che nuotava benissimo con un costume nero, ridicolo, da primo Novecento... Moro che carburava intorno a mezzanotte e teneva tutti sotto con un'energia incredibile, senza cibo né acqua perché avrebbe dovuto comunicarsi, digiuno, a messa prima...". - Infine, tra le tantissime cose ancora da dire, una, che è un simbolo della sua presenza. "Venite - dice a me e al sindaco Groli - venite...". Ci accompagna in uno studio da 5mila libri, va alla scrivania, apre il cassetto e toglie una mezza biro in metallo. "Me l'ha restituita la signora Eleonora. Era tra gli oggetti trovati addosso a Moro, dopo la consegna del suo corpo. Era una penna che gli avevo regalato...". Con quella penna, su cui Sereno Freato ha inciso la sigla, A. M., Moro ha scritto le lettere dalla prigione delle Brigate Rosse. "Me ne ha scritto tre... Due le ho avute dopo la sua morte". In una di quelle lettere Moro gli affidava la famiglia, "totalmente". In nome di un'antica amicizia. In nome di quella che nell'ultima lettera a Freato, Moro definisce la "...sua grande bontà...".

3 giugno 2004 - ERRI DE LUCA: GRAZIA A SOFRI E BOMPRESSI PER SAPERE VERITA'
"Il Corriere della sera"
L'intervento di Erri De Luca
"Sofri e Bompressi liberi e si saprà la verità sull'omicidio Calabresi"
MILANO - "Intendevo semplicemente dire e ritengo di aver detto che la liberazione di Sofri e Bompressi è la condizione necessaria, magari non sufficiente ma certamente necessaria, per sapere finalmente tutta la verità sull'omicidio Calabresi". Così Erri De Luca, il giorno dopo. Ed è una spiegazione che lo scrittore argomenta volentieri dopo che martedì sera, intervenendo alla presentazione del libro di Aldo Cazzullo su Il caso Sofri , aveva espresso un concetto che da molti presenti era stato sintetizzato così: "Prima liberate Sofri e Bompressi, poi diremo la verità". Naturale che la prima domanda rivoltagli all'indomani sia stata: diremo chi? "Beh - sorride lui - la sintesi è stata forse un po' eccessiva... Io non lo so, evidentenmente, chi conosce la verità. Ma so che per raggiungere la verità su una storia bisogna che tutti i suoi personaggi stiano sullo stesso piano, alla pari: e quindi liberi. Liberi anche di parlare, a quel punto, senza il bisogno di difendersi o difendere qualcuno". Vuol dire che gli stessi Sofri o Bompressi, secondo De Luca, una volta liberi potrebbero raccontare qualcosa che in tutti questi anni hanno taciuto? "Loro e altri, perché no. La loro libertà è la premessa perché si apra finalmente un dibattito senza reticenze". Ma non c'è stato, il dibattito, anche prima che Sofri andasse in carcere? "Certo, ma sempre un dibattito squilibrato. La reticenza è un diritto, quando ci si deve difendere in un processo. E l'unica verità che è stata raggiunta, finora, è appunto quella giudiziaria: sufficiente per lo Stato, ma approssimata per difetto rispetto alla realtà". Per questo, conclude De Luca, la parola che potrebbe dire Ciampi è decisiva: "Perché la concessione della grazia, e quindi la liberazione di Sofri e Bompressi, sarebbe non soltanto un atto di conciliazione, la sottoscrizione di una tregua civile, ma un modo per far sì che sul caso Calabresi cessino finalmente di parlare esclusivamente le sentenze. Attraverso la grazia, Ciampi può gettare finalmente una premessa nuova in direzione della verità".
P. F.

"Dagospia"
CLAMOROSO. E' passata sotto silenzio, rinchiusa in un boxino a pagina 18 del Corriere della Sera di ieri, ma probabilmente era la notizia che meritava le prime pagine di tutti i giornali. Erri De Luca, nel corso della presentazione del libro di Aldo Cazzullo su Adriano Sofri, ha affermato: "Liberate Sofri e Bompressi, poi vi diremo la verità". Ma quelli di Lotta Continua sono definitivamente impazziti? Erri De Luca e i suoi amici dicessero la verità che conoscono sull'omicidio Calabresi, tutta e subito.

3 giugno 2004 - LETTERA SU LIBRO MAGOSSO E ARLATI
"Dagospia"
Caro Dago, nel libro di Magosso e Arlati sul covo Br di via Monte Nevoso a Milano e sull'uccisione di Tobagi, c'è una cosa che non mi convince (ce ne sono diverse, ma soprattutto questa): è splendida la descrizione del lungo appostamento per spiare tutte le mosse degli abitanti del covo, ma come mai ci si accorge della golosa Mantovani con il vassoietto di paste, vengono quasi radiografate ai raggi X le buste della spesa dei terroristi, ma nessuno si accorge minimamente dell'arrivo del voluminoso malloppo delle carte riguardanti il sequestro Moro?
Nembokid

7 giugno 2004 - MORO E TOBAGI: MAGOSSO REPLICA A NEMBOKID
"Dagospia"
Caro Dagospia, ho letto il rilievo che mi viene fatto da un lettore a firma Nembo Kid. Si domanda come mai i carabinieri che fotografavano tutto, non riuscirono a fotografare l'ingresso, nel covo di via Monte Nevoso, del malloppo con le carte di Moro. Rispondo volentieri: la realtà è che le carte di Moro erano già in via Monte Nevoso ben prima che i carabinieri del capitano Roberto Arlati individuassero il covo delle Br.
È proprio questo il punto: le Br lo organizzarono nei primi mesi del '78. Vi portarono le carte di Moro già nel giugno '78. In duplice copia. Una copia la nascosero dietro un pannello di cartongesso (venne ritrovata nel 1990 e scatenò infinite polemiche). L'altra venne messa a disposizione per lo studio e la analisi che cominciò a fare Nadia Mantovani quando arrivò in via Monte Nevoso. Cioè dopo l'allontanamento dal soggiorno obbligato a Sustinente.
Attenzione alle date: sparì a luglio. Molto prima che gli uomini di Arlati cominciassero a tenere sotto controllo il covo. Vi si infilò e rimase tappata all'interno per quasi due mesi. Le fu fatale, per l'individuazione, la sua golosità. Cioè le paste acquistate una domenica mattina di fine settembre. Tutto qui. Anzi, c'è dell'altro: le carte che stava analizzando erano quasi 500. Le carte protocollate nei processi Moro erano quasi 200 di meno. Quelle mancanti le aveva alleggerite il capitano Umberto Bonaventura. Ma nemmeno lui poteva sapere che non era riuscito a pieno nel suo lavoro. Qualcuno, all'interno delle Br, aveva già pensato di fare una prima scrematura...
Renzo Magosso

10 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: REPLICA NEMBOKID A MAGOSSO
"Dagospia"
Caro Dago, non voglio annoiare con queste repliche, per cui valuta tu se pubblicare o meno. Volevo comunque dire a Magosso che la sua ricostruzione non sembra fare una grinza. La mia impressione (e non solo mia) era invece (e rimane) che l'obiettivo principale della lunga osservazione del covo di via Monte Nevoso non fossero i brigatisti, ma le carte di Moro e che l'intervento conclusivo sia avvenuto quando si è avuta la certezza che le carte erano arrivate. Nella tua versione resta comunque qualcosa che mi sembra non quadrare. Tu dici che i brigatisti avevano due copie delle carte. Una copia è finita dietro il famoso tramezzo scoperto nel 1990, l'altra è stata trovata nel 1978 e "scremata". In questo caso si sarebbe fatto molto rumore per nulla. Nella versione del 1990 c'è sì qualcosa di più imbarazzante, ma non in maniera da giustificare un simile intervento. Vogliamo cercare qualche traccia di qualcosa che forse c'era e poi non c'è più? Che cosa contenevano i faldoni acquisiti nel febbraio 2001 da due consulenti della commissione stragi, classificati "segretissimo" e intestati "A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso - Rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio" e "Sequestro Moro - Elenchi appartenenti organizzazione Gladio"?
Da dove spunta un documento, di cui parla nel 1993 il Corriere della sera, che sarebbe stato trovato in via Monte Nevoso e che conterrebbe nomi di ufficiali dei carabinieri (si parla di Varisco, Delfino e Cornacchia)? Che cos'erano gli elenchi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici dei quali ancora il Corriere della sera (il giorno prima dell' uccisione di Moro) scrisse che erano stati trovati in via Gradoli, tenendo presente che cinque dei sei nomi pubblicati erano anche negli elenchi della P2 (scoperti solo tre anni dopo e sconosciuti allora) ? E chissà se una copia era finita anche in via Monte Nevoso?
Tutte tracce che portano ad elenchi di Gladio, P2, apparati riservati, che erano ancora segreti e la pubblicazione dei quali avrebbe creato un vero terremoto. Altro che poche righe nel memoriale.
Nembokid

14 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: DAGOSPIA
"Dagospia"
caro Dagospia, mi sembra di aver gia' abusato della tua pazienza, ma volevo replicare a Magosso. Se pensi che sia meglio, puoi mandare a lui, privatamente, la mia risposta.
Forse mi sono spiegato male, ma intendevo un'altra cosa. A via Monte Nevoso, secondo il faldone che ho citato, sembra essere legato il ritrovamento di abbondante materiale informativo su Gladio, pero' non c'è traccia di questo nei verbali, come non c'e' traccia dell' elenco di carabinieri che ho pure citato. Come, e qui ci trasferiamo a Roma in via Gradoli, non c'e' traccia dell'elenco di personalita', contenente fotografie, nomi, cognomi e indirizzi, di militari, politici e dirigenti di enti pubblici e aziende.
Certo, potevano essere schedature di potenziali obiettivi di attentati, ma e' strano che 5 dei sei nomi usciti nel 1978 sui giornali fossero di persone che erano anche negli elenchi di Gelli, trovati nel 1981 nella sede della Gio.Le a Castiglion Fibocchi. Non si tratta quindi di frasi di Moro (e qui posso riconoscere che, in certi ambienti, l'esistenza della P2 fosse arcinota gia' nel 1978 e anche prima; anche se resta innegabile l' effetto-bomba avuto sull' opinione pubblica dalla pubblicazione delle liste, nel 1981).
Si tratta invece di veri e propri elenchi (almeno a quanto trapelo' dalle indiscrezioni) e i nomi usciti erano di un ex presidente della Rai, di un ex direttore generale della Rai e dirigente di aziende di telecomunicazione, di un importante dirigente regionale (allora) della Dc, di un famoso giornalista, del presidente di un'importante societa' di costruzioni e impianti parastatale.
Ed e' strano che i nomi escano su un giornale di proprieta' della P2 e diretto da un iscritto alla Loggia. Come e' strano che escano il giorno prima dell'uccisione di Moro e che poi sia proprio l'uccisione di Moro a mettere a tacere lo strascico di rivelazioni che stava filtrando da due giorni. E perche', se queste carte erano in mano alle Brigate rosse, non ne hanno mai parlato, ne' allora, ne' dopo? Tieni presente che anche Curcio e Franceschini furono arrestati quando stavano lavorando sugli elenchi trovati nella sede di Edgardo Sogno e che anche quegli elenchi sparirono. Ma forse tutto questo e' solo stupida dietrologia, come direbbe Vladimiro Satta.
Nembokid

15 giugno 2004 - VIA MONTE NEVOSO: DAGOSPIA
"Dagospia"
Ciao Dago, col tuo permesso vorrei inserirmi nel dibattito in corso sulle carte di Moro per portare il mio piccolo contributo di Jedi. Si perché stranamente la storia delle BR ha sempre subito delle accelerazioni ogni qualvolta i terroristi sono entrati in possesso di segreti o 'strani elenchi'. La prima volta è capitato al nucleo storico (Curcio-Franceschini): erano stati infiltrati e fotografati, poi, incredibilmente (e a stupirsene fu per primo quel Frate Girotto che si era infiltrato nel gruppo terroristico), invece di attendere ed arrestare TUTTI i brigatisti (frate Girotto avrebbe dovuto incontrarli uno per uno per addestrarli alle armi), si anticipò l'operazione, facendo scattare le manette ai polsi dei soli Curcio e Franceschni. Caso vuole (?) che l'arresto scattò proprio quando il duo Curcio-Franceschini stava per pubblicare un volumetto contenente l'intero oranigramma del "Golpe Bianco" organizzato da Edgardo Sogno. Passano quattro anni e nel covo di Via Gradoli 96, dopo l'irruzione dei pompieri e poi della polizia, vengono trovati altri elenchi in mano alle BR. Come ha giustamente scritto Nembokid, nell'elenco c'erano politici, diversi militari, industriali e alti funzionari, probabilmente parte di qualche loggia o struttura segreta, ma il Corriere della Sera può pubblicarne solo un accenno...perché il giorno successivo Moro viene fatto ritrovare cadavere. Moro aveva parlato di tutto quello che sapeva, segreti compresi, proprio come aveva fatto il giudice Sossi (rapito nel '74) quando - come Moro - si sentì 'abbandonato' dallo Stato, e le BR erano di nuovo venute in possesso di segreti scottanti e misteriosi elenchi. La differenza tra i due rapimenti? Sta nel fatto che quello di Moro venne gestito da un leader BR quanto meno 'anomalo' come Moretti, il quale invece di rendere pubbliche le "notizie bomba" che gli aveva rivelato Moro, non le usa per destabilizzare lo Stato ma le baratta per aver salva la vita e, magari, per ottenere una più breve permanenza in carcere. Chi, nel corso degli anni, è venuto in possesso di questi elenchi e segreti? Probabilmente Pecorelli (ucciso), Dalla Chiesa (ucciso) e forse anche il col. Varisco. Ucciso anche lui, naturalmente. Chi ha intercettato gli originali? Purtroppo andrebbe domandato al defunto Umberto Bonaventura, ma probabilmente sono gli stessi che hanno gestito 'veramente' l'operazione Moro.
Onekenoby

15 giugno 2004 - STORIA DELLE BR: MALCOM SU DAGOSPIA
Non c'è che dire! Il libro di Franceschini (con Fasanella a fare da "palo") rappresenta un mirabolico doppio salto mortale con avvitamento carpiato sulla strada della contraddizione.
Non è un caso la contemporanea uscita del nuovo tomo di Famigni su Mario Moretti. Praticamente l'avvallo scientifico-cronistico delle tesi di Franceschini.
E non è un caso che lo scorso anno questa pista fosse già stata coltivata dai fondatori del Club 3F (Fasanella, Flamigni, Franceschini): Fasanella con il fantasioso libro sulla direzione d'orchestra russa del sequestro Moro, Flamigni con la consulenza per la sceneggiatura del film "Piazza delle cinque lune" e Franceschini con una serie di dichiarazioni ed interviste che, a dire la verità, in pochi avevano ritenuto credibili.
Adesso sono tutti usciti allo scoperto.
Franceschini in un'abile ricostruzione dei fatti riesce a miscelare una serie impressionante di supposizioni che arriverebbero a dimostrare che:
- Corrado Simioni avrebbe agito per conto di una centrale internazionale che mirava a controllare ed egemonizzare la lotta armata in Italia. Anche senza dirlo apertamente è del tutto evidente che Simioni sia ritenuto una spia (americana? russa?)
- Simioni era arrivato a Franceschini assieme a Curcio (dall'esperienza di Trento) e i due si dividevano i compiti: Simioni l'organizzatore e personaggio meno pubblico, Curcio ideologo politico e PR.
-Moretti, che si avvicina alle nascenti br, se ne allontanerà assieme allo stesso Simioni per ritornare dopo un paio di anni. Se Simioni viene presentato come possibile spia, Moretti viene dato per certa spia.
Flamigni, invece, è tutto concentrato sulla demolizione di due aspetti:
- Nessuno dei fondatori del movimento rivoluzionario (ed in particolar modo Moretti e Curcio) si può ritenere di estrazione di sinistra ma addirittura troverebbero le loro radici nella destra più spietatamente anticomunista. Quindi le br non farebbero parte del cosiddetto "album di famiglia" del PCI.
- Moretti sarebbe senza ombra di dubbio un uomo dei servizi sia per le sue abitudini domiciliari sia per il suo percorso all'interno delle br costellato di misteri.
Vogliamo provare a tirare le conclusioni di quest'accoppiata?
- Attraverso l'utilizzo di strumenti semplici della logica se ne dedurrebbe che Renato Curcio è un uomo di destra che ha prestato servizio come spia a favore di non precisati interessi internazionali. L'altra ipotesi, molto meno verosimile, sarebbe di ritenerlo un imbecille che non è in grado di decidere per se stesso e che non sa distinguere un cocomero da un limone.
- Le br non sarebbero un fenomeno nato dal contesto di anni difficili nei quali alcuni ragazzi che la sera avevano difficoltà a mettere insieme i soldi per la pizza hanno pensato che fosse venuto il momento di cambiare il mondo attraverso una svolta rivoluzionaria ma uno strumento che servizi stranieri avrebbero creato per impedire il "pericolo comunista".
- Al loro inizio, cioè quando sarebbero state fondate, visto che né Simioni né Moretti avrebbero partecipato alla prima genesi, le br erano un fenomeno autentico. E questa autenticità si sarebbe mantenuta solo fino all'8 settembre 1974 (arresto di Curcio e Franceschini). Allora esisterebbero le br pure e quelle truccate?
Dalle deduzioni fin qui svolte proviamo a dare delle risposte a domande importanti.
1. Le br sono un fenomeno italiano? A meno di comprendere lo stesso Franceschini tra le molteplici spie che si avvicendano nelle narrazioni la risposta è affermativa. Perché allora si ritiene artefatto il titolo del libro di Moretti e Rossanda?
2. Le br sono un fenomeno che proviene dalla sinistra italiana? A meno che lo stesso Franceschini non sia un fascista cammuffato anche questa risposta non può che essere affermativa. Il fatto che Curcio possa avere dei trascorsi cattolici in famiglia non vuol dire che la sua formazione non possa essere considerata di sinistra. Lo stesso Moretti viene considerato un uomo proveniente da una famiglia tutt'altro che di sinistra. Se applichiamo il principio dell'ereditarietà dovremmo allora affermare che Marco Donat Cattin era un simpatico burlone e la sua militanza in PL solo un passatempo. Alcune testimonianze riportate da Flamigni descrivono Moretti come un personaggio dal comportamento anticomunista (nel suo periodo di lavoro alla Sit Siemens). Tutti i br erano anticomunisti, intendendo con questo che erano contrari alla linea del PCI e del sindacato.
3. Quello che affermano i br sono informazioni affidabili? Moretti viene indicato come narratore di bugie a tutto campo, e tutte le versioni sul sequestro Moro degli altri br coinvolti sarebbero versioni di comodo perché non coinciderebbero. I br che hanno parlato non lo hanno fatto per chiarire responsabilità penali ma per ben altri motivi. Loro hanno sempre dichiarato di essere disposti a discutere ma non in una sede giudiziaria (i tribunali giudicano responsabilità personali) ma in un confronto politico. Le loro dichiarazioni in sede giudiziaria servono a bilanciare le loro responsabilità e la tutela dei nomi di altri partecipanti che non sono stati mai individuati. Del resto lo stesso Franceschini in relazione al sequestro Gancia non ha voluto svelare, nel suo libro, l'identità del br che assieme alla Cagol custodiva il prigioniero. Poiché in un articolo dell'Espresso di molti anni fa lo stesso Gancia, in un'intervista, dichiarò che quel br adesso è libero di presenziare in molte conferenze è forse da ritenersi tale personaggio un esponente dell'Intellighenzia? Allora anche la Cagol e lo stesso Franceschini sarebbero dei manipolati? Se vuole un minimo di credibilità penso dovrebbe comportarsi diversamente dagli altri. O no?
4. Quanto è credibile Flamigni? Tante le inesattezze che Flamigni ha scritto nella nuova edizione de "La tela del ragno" nella quale vi sono gravi leggerezze sul tamponamento che non sarebbe mai avvenuto (basta andare alla motorizzazione di Roma per vedere ancora i segni della botta sulla macchina di Moro), sul numero di armi che avrebbero sparato (una se l'è inventata lo stesso Flamigni perché l'Ing. Calza ha dimostrato che quella che sembrava essere una nuova arma in realtà era una delle precedenti caricata male che dopo il primo colpo si è inceppata), sulla testimonianza di una presente che, secondo Flamigni, avrebbe dichiarato di non aver assistito ad alcun tamponamento ma che invece sui verbali del processo è dichiarato il contrario, sulla fantomatica presenza sulla destra della strada di un misterioso killer che avrebbe sparato su Leonardi (misterioso perché si dichiarerebbe che costui sarebbe addirittura dal Leonardi conosciuto e che per questo egli non avrebbe reagito al tentativo di uccisione) quando l'ing. Marini presente all'incrocio ha sempre dichiarato che dalla 128 sono scesi due individui e quindi i colpi provenienti dal lato destro sarebbero così giustificabili.
Conclusione:
Se si vuole dimostrare che le br abbiano subito infiltrazioni e tentativi di manipolazione da parte di servizi segreti nazionali ed esteri che ne possano aver condizionato l'evoluzione degli eventi (cosa che è molto credibile in quanto sarebbe stupido pensare che un manipolo di ragazzi riesca a controllare ambienti sociali compiendo azioni gravi per la collettività senza che quanto di più alto vi sia nell'intelligenze dello Stato non fosse neanche in grado di individuarli e tenerli sotto controllo) la strada del negare tutto e attribuire le colpe agli americani o ai russi (noi eravamo un popolo di bravi ragazzi, ed il PCI è stato un martire) non è certo la migliore.
Qualcuno la chiama dietrologia. Preferisco non dargli etichette. Dico solo che è sbagliata e non aiuta a fare chiarezza su quei fenomeni. Serve solo per essere strumentalizzata da chi ha l'interesse a non chiudere il conto con quegli anni.
Malcom

26 giugno 2004 - LIBRO FRANCESCHINI-FASANELLA: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
Le stucchevoli memorie del brigatista rosso Alberto Franceschini
di Davide Giacalone
Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, sostiene, adesso, di avere detto tutto, e di averlo fatto in "Che cosa sono le Br", un libro intervista realizzato con Giovanni Fasanella, che raccoglie anche una postfazione di Rosario Priore. La prima sensazione è di un certo fastidio, perché Franceschini non è alla sua prima prova editoriale e, quando si è tanto sbagliato, nella vita, si dovrebbe avere la cortesia di non fare dei propri ripensamenti una specie di serial. Queste memorie a singhiozzo sono un po' stucchevoli.
Ma la stagione della violenza politica e del terrorismo ha così profondamente segnato le nostre vite, ha così sfregiato la storia nazionale, da meritare la pazienza dell'ascolto. In questo caso Franceschini qualcosa in più ce la dà, benché a me non paia che si possa parlare di pagine chiare e sincere. Interessanti, però, questo sì. La storia delle Brigate Rosse sorte da una costola della sinistra comunista (il celeberrimo "album di famiglia", di cui parlò Rossana Rossanda), nate da uomini e donne che avevano militato nel Pci, ma che volevano andare oltre, ancora impastati di mitologia partigiana, l'abbiamo già sentita raccontare un sacco di volte.
Ce l'ha raccontata lo stesso Franceschini, ce la raccontarono i Curcio, i Moretti, le Braghetti, i Morucci, le Faranda. Ho sempre pensato che questa versione dei fatti è tanto vera quanto incompleta ed insoddisfacente. Se così fossero veramente andate le cose, di quei quattro cretini con il mitra ci saremmo liberati in fretta. Di quella setta d'imbecilli, che credevano nella rivoluzione comunista in Italia, non sarebbe rimasta neanche l'ombra, se non avessero potuto disporre di soldi, appoggi e coperture di diverso livello. E qui il Franceschini di oggi dice qualcosa in più.
Dice che i rapporti internazionali delle Br primordiali erano dati in gestione a Giangiacomo Feltrinelli, il quale aveva più di un legame con Cuba e con i servizi segreti dei paesi comunisti. Insomma, quel Feltrinelli non era il figlio di famiglia ricca che preso da crisi di nullafacenza s'era innamorato di un ideale e, colpito da rincoglionimento cronico si aggirava in anfibi per Milano, era anche un agente attivo, fiancheggiato da personaggi di cui non si è mai indagata l'identità.
E qui vorrei aprire una parentesi: il nostro è un Paese senza memoria, al punto che, riaperta la vecchia Galleria Colonna, a Roma, e dedicatala ad Alberto Sordi, vi si trova una libreria Feltrinelli nei cui sotterranei era possibile ammirare le foto del tritolizzato Giangiacomo; si dirà che l'amore della moglie e del figlio non possono essere discussi, ma a me pare che se qualcuno apre un locale ove si ricordano le gesta del pedofilo belga, con annesse foto che lo ritraggono insieme alle bambine che tanto amava, in barba ad ogni rispetto dell'eventuale commozione familiare, quella roba lì la smontano in un batter d'occhi.
Chiusa parentesi. Comunque, appunto, il Feltrinelli salta in aria assieme all'esplosivo con il quale voleva far saltare i tralicci della luce. Malattia professionale, in un certo senso. Ma il suo posto non resta vuoto, ci dice Franceschini, viene occupato da Corrado Simioni. Questo Simioni pare sia un essere superiore: parla correntemente il latino, studia per anni filosofia e teologia, in tedesco, ed ha la fissazione di dominare dall'esterno, da dietro le quinte, il giuoco sanguinario del terrorismo politico. Secondo Franceschini il Simioni ci riesce, facendo fuori lui stesso e Curcio e mettendo al loro posto Moretti.
Il rapimento di Moro, dunque, viene pianificato e gestito da cotale mente, e realizzato per il tramite del braccio Moretti. E la mente se ne risiede a Parigi, prestando la sua attività all'Hyperion. Il che starebbe a significare che Bettino Craxi vide giusto, tanto più che conosceva Simioni, che era stato socialista a Milano. E fin qui, ci siamo. Dove il racconto di Franceschini zoppica è nel far lo gnorri circa i veri contatti internazionali di Simioni. Divaga, va dal Mossad al Kgb, lascia intravedere la Cia. Costruisce, quindi, un tessuto che non sta in piedi. Cosicché, alla fine, si ha l'impressione che sia l'ennesima ricostruzione tesa a lanciare messaggi trasversali in un mondo che ancora esiste.
Già, perché i Curcio, i Moretti e compagnia mortifera cantante, sono ancora qui. In compenso Franceschini ci comunica che nessuno di loro ci ha ancora detto tutto e questo, in un Paese ove la giustizia funzionasse, sarebbe un ottimo motivo per non lasciar loro la libera vista del sole. Franceschini dovrebbe sforzarsi di ricordare meglio da dove venivano i soldi di cui le BR poterono disporre. E' vero che loro facevano le rapine, ma non è credibile che accumulassero più dei Vallanzasca o dei Maniero. Invece si sforza ancora di sembrare un puro, un non corruttibile, magari in errore, ma in buona fede. Tesi, questa, che è quasi più ridicola che incredibile.
Ma il libro è interessante, lo dicevo, apre qualche squarcio nel quale è utile gettare l'occhio. Come quando parla di Malagugini e di De Vincenzo. Il primo era il responsabile affari dello Stato per il Pci, nonché uomo che mantenne contatti e comunicazioni con i militanti delle BR. La qual cosa mi ricorda la durezza antibrigatista di un uomo serio come Giorgio Amendola, a sua volta terrorizzato dal fatto che si scoprissero i comuni referenti internazionali del Pci e delle BR. E quei referenti erano tutti legati al comunismo sovietico, alla sanguinaria dittatura che finanziava le attività lecite del Pci e quelle illecite dei terroristi.
Perché non si prova a far qualche passo in avanti in questa direzione? E chi è Di Vincenzo? E', o era, un magistrato, lavorava, o lavora, presso la procura di Milano e, a detta di Franceschini, si limitava a fare lo stretto indispensabile guardandosi bene dal rompere le uova nel paniere brigatista. Allo stesso Di Vincenzo il pci Malagugini vorrebbe indirizzare i brigatisti affinché la resa non sia per loro onerosa. Insomma, un magistrato legato alla strategia politica del Pci. Questo secondo le parole di Franceschini.
Ora, confesso la mia ignoranza, non so che fine abbia fatto questo Di Vincenzo: è vivo od è morto? Se è morto bisogna che qualcuno ne tuteli la memoria, ma se è vivo, magari ancora in magistratura, magari arrivato in Cassazione, cosa si aspetta a stabilire se Franceschini è un pazzo calunniatore o, al contrario, vestiva la toga della giustizia borghese un fiancheggiatore dei terroristi? E perché non ho letto questa banale ed ovvia considerazione da nessun'altra parte?

26 giugno 2004 - LIBRO GIORGIO GALLI: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
Quando un istant book è frettoloso
di Dimitri Buffa
he senso ha, da parte di uno stimato politologo e acuto analista degli anni '70 in Italia come indubbiamente può essere considerato Giorgio Galli, avere scritto un libro con pretese enciclopediche quale "Piombo Rosso-La storia completa del partito armato dal 1970 a oggi" (editore Baldini, Castoldi e Dalai) basandosi però essenzialmente su notizie raccolte da libri redatti da altri? Compresi i terroristi delle Br, che possono vantare una pubblicistica ancora più imponente del cumulo di assassini perpetrati nella loro breve ma intensa carriera di brigatisti?
Ma essersi avvalso della consulenza per citazione di ex terroristi sarebbe ancora niente rispetto ad altra imperdonabile scorciatoia usata per riempire le quasi 470 pagine di questo dizionario abbastanza completo dell'eversione di sinistra in Italia: tutta la struttura portante della ricostruzione dei "misteri"si basa infatti sui libri del noto dietrologo Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e poi prima membro e poi consulente di quella Commissione Stragi che della teoria del doppio stato fece per anni la propria ragione ontologica.
Così per via Gradoli, così per il ruolo dell'istituto di lingue Hyperion nella gestione finale del sequestro di Aldo Moro, così anche per il ruolo che si dà per scontato dei servizi segreti italiani nell'allevarsi la serpe in seno brigatista per oltre un decennio a scopi di stabilizzazione interna. Ora, d'accordo che anche Galli è passato (come chi scrive d'altronde) per la mitica Commissione stragi di Giovanni Pellegrino negli anni 1994 e 1995, possibile però che un così serio studioso se ne sia fatto suggestionare fino a questo punto?
La parte più interessante del libro di Galli peraltro è quella che ricostruisce l'ambiente di ostilità interna al Corriere della sera in cui forse maturò la decisione di uccidere Walter Tobagi. Ma si tratta di quattro pagine in tutto e sono un pò pochine per giustificare il prezzo (euro 16,80) di un libro che sarebbe anche utile come dizionario di consultazione giornalistica se non incappasse nella seguente serie di errori: a pagina 38 da per concluso con un'assoluzione il processo per il rogo di Primavalle in cui morirono i due fratelli Mattei mentre è universalemnete nota la condanna a 18 anni di Achille Lollo, tornato anche recentemente alla ribalta dopo avere chiesto di potere votare alle europee all'ambasciata italiana di Rio de Janeiro dove si è rifugiato da anni; a pagina 65 chiama l'ex redattore di Controinformazione e in seguito seguace di Toni Negri nell'Autonomia Franco Tommei con il nome di Fausto; a pagina 81 dà per scontato che l'ex industriale Carlo Saronio sarebbe stato rapito da Fioroni e Casirati con il suo consenso per estorcere soldi alla famiglia molto ricca; a pagina 99 addirittura da per "ucciso dalla polizia" e non dai fascisti l'estremista Walter Rossi a Roma nel 1977; a pagina 112 ascrive a merito del Pci la vittoria del referendum sul divorzio del 1974 sottacendo il ruolo dei radicali che notoriamente dovettero combattere con la nomenklatura berlingueriana prima di convincerla ad accettare la sfida dei cattolici che promossero il quesito abrogativo della legge Fortuna-Baslini.
Trattandosi di uno storico di rango di cui nessuno mette in dubbio l'autorevolezza, stupisce che il libro di Galli possa essere definito una sorta di "istant book a tirare via", ma tant'è. E il duro giudizio, ove necessario, può essere confermato da qualunque lettore che si dia pena di enumerare l'incredibile serie di refusi che testimoniano anche il fatto che alla Baldini, Castoldi e Dalai devono avere penuria di buoni correttori di bozze. Paradossalmente le parti più interessanti del libro sono quelle che raccontano gli episodi terroristici (e il contesto politico in cui si svolgevano) più lontani nel tempo. Cioè quelli dell'epoca che precedette la morte dell'editore terrorista Giangiacomo Feltrinelli.
Anche se appare ossessivo e un pò giustificatorio inquadrare episodi eterogenei nell'ambito delle trasformazioni politiche e sociali che sconvolsero l'Italia dopo il 1968, Galli cita aneddoti abbastanza divertenti come quello dell'acronimo coniato per il Psiup dopo la disfatta elettorale del 7 maggio 1972: "partito scomparso in un pomeriggio". Divertenti anche le scelte con cui Galli saccheggia i libri degli altri, principalmente quello di Mario Moretti (la famosa intervista in ginocchio di Carla Mosca e Rossana Rossanda intitolata "Br, una storia italiana", anche esso edito da Baldini e Castoldi ma prima dell'avvento di Dalai). Una per tutte sta a pagina 16 di "Piombo rosso".
E' Moretti che parla del proprio posto di lavoro: "un compagno cui chiesero che cosa produceva (il congiuntivo questo sconosciuto, ndr) la Sit Siemens rispose: telefoni e brigatisti, in eguale proporzione.". In conclusione è un libro che vale anche la pena di comprare da parte di un giornalista anziano come chi scrive perché può tornare utile ricordare la data esatta dell'arresto di Maria Pia Vianale dei Nap piuttosto che quella della liberazione dell'industriale Gancia dalle grinfie dei brigatisti (nell'occasione morì come è noto in una sparatoria Mara Cagol, la prima compagna di Renata Curcio).
Però non si può dare tutto per Vangelo visto che non mancano inesattezze e errori francamente incredibili in un libro di un così noto storico italiano della lotta armata. E magari qualche collega più giovane del sottoscritto potrebbe non avere i mezzi né la memoria per evitare di fare a propria volta qualche errore prendendo per oro colato ogni dettaglio contenuto nel libro. Che con una sana revisione prima della seconda edizione potrà riuscire a raggiungere gli obbiettivi mancati con la prima.

26 giugno 2004 - MORO: ARCONTE, NON SI VUOL PARLARE DI 'ALTRA GLADIO'
ANSA:
MORO: ARCONTE, NON SI VUOL PARLARE DI 'ALTRA GLADIO'
NUOVA INTERROGAZIONE ANDREOTTI CITA DATI ERRATI
Nuova puntata della querelle tra lo Stato italiano e Nino Arconte, il 'gladiatore' che sta combattendo quella che definisce "l'ultima missione" per far conoscere l'attivita' della 'Gladio militare', la struttura operativa almeno fino al 1986 quando l'ufficio da cui dipendevano i militari impegnati in missioni all'estero di intelligence, vere e proprie attivita' di spionaggio e di messa in sicurezza di personaggi o uomini importanti, venne improvvisamente cancellata.
Arconte ha reso pubblica una impressionante e copiosa documentazione che e' alla base di un libro, di un sito, di un cd-rom, di una serie di iniziative presso la Corte Europea, quella dei diritti dell'uomo, presso la Corte dei Conti e presso diverse procure italiane. Una attivita' che ha trovato diversi riscontri come quello dell'ammiraglio Martini che ha confermato nel suo volume "Nome in codice: Ulisse", il ruolo italiano svolto, tramite appunto i nostri militari all'estero impegnati in una operazione clandestina, per rovesciare Bourghiba.
"Fu Andreotti - dice all'Ansa Nino Arconte - ministro degli Esteri del governo Craxi, a firmare il protocollo di intesa con il governo Bourghiba il 17 ottobre 1985. Craxi sapeva tutto, come si potrebbe credere che Andreotti non sapesse nulla?". Gli 007 italiani si impegnarono per impedire il progetto di intesa tra Tunisia e Libia che prevedeva anche di nazionalizzare i beni e gli investimenti italiani in Tunisia. L'Italia, come confermarono Martini e anche Craxi, si adopero' per far cadere Bourghiba e uno degli uomini di quella operazione fu proprio Arconte.
Ma non sono le uniche missioni. Arconte da' conto di molti suoi colleghi morti caduti in operazioni all'estero: 19 in Vietnam, 7 in Angola, 1 in Tunisia e non sono i soli. Tra la documentazione resa pubblica da Arconte vi sono delle lettere di Craxi autografe (apparentemente del tutto autentiche) che invitano Arconte e altri suoi colleghi a esser prudenti sull'attivita' svolta e soprattutto ad attendere momenti piu' favorevoli per renderla pubblica. Lo scorso anno, il 9 di maggio, ricorrenza dell'omicidio Moro, il ministro Martino smenti' l'autenticita', rispondendo ad una interrogazione di Andreotti, di uno dei molti documenti, forse il piu' clamoroso, resi noti da Arconte e cioe' un ordine affidatogli a mano da consegnare a Beirut. Quell'ordine arrivo' a Arconte il 6 marzo 1978 da La Spezia in busta sigillata.
Il 'gladiatore' doveva partire per il Libano per consegnare un plico giallo contenente, come seppe piu' tardi, 5 passaporti italiani in bianco. Qualche giorno dopo, utilizzando la motonave 'Jumbo M.' arrivo' a Beirut dove consegno' il tutto a quello che, anni dopo, riconobbe essere il colonnello Mario Ferraro dei paracadutisti. La lettera conteneva un sollecito ai nostri servizi in Libano da parte del servizio informazione della Marina Militare ad attivarsi per ottenere dagli estremisti mediorientali la liberazione di Aldo Moro che, in effetti, non era stato ancora rapito. Mancavano circa una decina di giorni al 16 marzo 1978. Quella missione e' inspiegabile per Arconte ma i documenti da lui non distrutti ma conservati in un luogo riservato, sono stati periziati e autenticati da esperti del tribunale.
Arconte non ha una spiegazione di questo fatto. Come mai almeno una parte dei servizi italiani sapesse del prossimo rapimento di Aldo Moro. Ora Giulio Andreotti ha presentato, unitamente al sen. Malabarba (Prc) una nuova interrogazione nel quale si fa riferimento ad un "incarico ricevuto alcuni mesi prima degli assassini di via Fani e della cattura dello stesso Moro". Un dato che, sulla base della documentazione in suo possesso e pubblica, Arconte contesta fermamente.
L'interrogazione fa riferimento al fatto che l'episodio viene riprodotto "senza alcuna riserva nel recente libro di Maria Fida Moro", dedicato all'assassinio del padre. Andreotti e Malabarba chiedono di sapere "quali misure, anche processuali, siano state adottate o si ritenga di dover adottare per stabilire la verita' dei fatti, smuovendo ogni possibile incertezza". Arconte ha diffuso una ampia documentazione per contestare e rintuzzare quella che definisce una "manovra di Andreotti per screditarmi con ogni mezzo, cosi' come del resto fa appena puo' il sen. Francesco Cossiga. Come sanno bene tutti e due le cose che ho reso pubbliche sono tutte vere, provate, documentate e testimoniate da chi e' sopravvissuto".
Arconte tra le molti missioni ricorda l'attivita' svolta all'est, nel pedinare, fotografare e identificare i brigatisti che si andavano a esercitare nei campi in Cecoslovacchia ma anche le missioni in Libia, Libano, il sud-est asiatico. Quando si rivolse a Craxi, l'ex presidente del consiglio lo invito' a "tacere nell'interesse nazionale fino a che non si sia pronti a rendere pubbliche le difficili verita' che potrebbero provocare reazioni illiberali". Arconte ha inviato a diversi soggetti istituzionali, tra cui alcune commissioni di inchiesta, un ampio dossier per spiegare quale fu l'attivita' della 'altra Gladio' e anche per contestare la risposta del ministro Martino dello scorso anno e le "imprecisioni" della nuova interrogazione di Andreotti.
Nella documentazione si parla anche dell'indicazione ricevuta dalla figlia di un generale della Stasi, il servizio segreto della Germania Orientale, che forniva l'indicazione di "Gradoli723m strasse" come di una via legata al rapimento del presidente della Dc.

MORO: 'FRANZ', SEGNALAI IO GRADOLI, MIA FONTE ERA LA STASI
COMMISSIONE MITROKHIN MI ASCOLTI, HO MOLTO DA DIRE
Pier Francesco Cancedda ha oggi 53 anni: vive in Sardegna e fa il dentista. All'epoca del caso Moro lavorava nella "Gladio militare", la struttura stay behind che operava al di la' delle linee che allora dividevano il mondo tra Est ed Ovest. Ha seguito i brigatisti che si andavano ad esercitare in Cecoslovacchia, ha portato in occidente dissidenti dell'Est, ha compiuto decine di operazioni, molte tuttora non raccontabili.
Insieme ad un altro 'gladiatore', Nino Arconte, si e' impegnato per far riconoscere questa struttura, mai riconosciuta dallo Stato, che era divisa in tre centurie: la prima quella delle 'aquile', composta da aviatori e paracadutisti della Folgore; la seconda dei 'lupi', composta da uomini provenienti dalla Marina e dall'Esercito; la terza centuria, detta delle 'colombe', composta non da militari ma da civili, anche donne, che dovevano fare da supporto per le informazioni.
Uomini che lavoravano sul Danubio, a Istanbul, in Grecia, in Tunisia, in Marocco, in Libia, e che ad esempio si sono impegnati per determinare il cambiamento di regime in Marocco, come confermato autorevolmente dall'ammiraglio Fulvio Martini, per molti anni direttore del Sismi, e poi da Bettino Craxi. Craxi stesso voleva parlare dell'attivita' di questa struttura durante la sua audizione davanti alla commissione Stragi, anni fa. Una audizione che pero' non si svolse mai a causa anche di alcune pressioni italiane ed estere.
Ora 'Franz', questo il nome in codice di Cancedda, rinnova, dopo averlo fatto per iscritto, la sua richiesta di essere ascoltato dalla commissione Mitrokhin. "Penso di poter dire e dimostrare molte cose sulla rete del Kgb in Italia e sui legami tra Br e servizi segreti dell'Est", dice interpellato dall'Ansa. Pensa o sa? "Quello che penso coincide perfettamente con quello che so e posso dimostrarlo".
A supporto delle sue parole, Franz racconta in dettaglio una storia che trova diversi riscontri diretti e indiretti. Il suo capo operativo all'epoca, Antonio La Bruna, circa una settimana dopo il rapimento di Moro ricevette dalla Germania, da Francoforte, una telefonata che gli indicava il nome di Gradoli come possibile luogo collegato alla vicenda Moro. Esplicitamente si parlava di via Gradoli e di un villino con un garage e una antenna ricetrasmittente di cui la fonte gli forniva anche le coordinate di trasmissione. Quella fonte era, dichiaro' poi La Bruna ai magistrati, Benito Puccinelli. Un personaggio su cui non si e' mai voluto approfondire piu' di tanto. Ma chi aveva raccolto "sul campo" quella notizia era nient'altro che "Franz", che racconta all'Ansa questa vicenda.
"Io so soltanto che ho avuto questa informazione da una ragazza di Scwerin, nella ex Germania dell'Est. La ragazza, di nome H.T., era la mia ragazza ed era la figlia di un altissimo ufficiale della Stasi. Subito dopo il rapimento dell'onorevole Moro l'ordine era di cercare assolutamente qualunque informazione che potesse portare alla soluzione della questione. In quei giorni io ero a Praga. Le br si addestravano in Cecoslovacchia; nessun gruppo terroristico puo' reggersi se non viene finanziato e supportato da un potere forte, quindi da uno Stato. L'informazione, due parole in tedesco, 'Gradoli strasse' e' stata da me trasmessa verso il mondo libero verbalmente attraverso un camionista che periodicamente si recava in Germania Federale. Era uno dei sistemi piu' sicuri. Il camionista era un dissidente, avere documenti cosi' riservati non era consigliabile da quelle parti.. Sono certo, perche' lui stesso me lo ha confermato, che l'informazione e' giunta ad Antonio La Bruna che era l'ufficiale che mi aveva reclutato, il mio referente visto che ero un civile. Sapevo che era un uomo del generale Maletti. L'informazione non arrivo', che io sappia, prima di qualche giorno dal rapimento. Io ho seguito, fotografato, identificato i Br che si addestravano in Cecoslovacchia. A Carlowi Wari, o vicino a Brno, o a Litomerice. Non solo Br ma anche della Raf. Quella ragazza era la mia ragazza e mi diede questa informazione perche' sapeva bene chi ero e cosa stavo facendo".
"Franz" ha chiesto, supportato anche da Falco Accame, che si e' interessato lungamente della vicenda, di essere ascoltato dalla commissione Mitrokhin. Anni fa La Bruna mise tutto a verbale davanti ai magistrati e venne piu' volte interrogato. Quella soffiata sul covo Br si perse, al pari di molte altre, nei meandri dello Stato. Comunque Benito Puccinelli era un informatore della "Gladio militare". "Vorrei ben sapere dove sono finiti tutti i nostri rapporti, i documenti che abbiamo rubato da Praga, le molte fotografie che dimostravano i viaggi dei br in Cecoslovacchia. Ho letto che sono stati processati a Roma alcuni alti ufficiali dei servizi segreti per la distruzione, nel 1985-86, di documenti riservati. C'erano forse anche quelli che io e molti altri 'gladiatori' abbiamo riportato dalla Cecoslovacchia? Ricordo solo che quell'anno, il 1986, La Bruna mi disse, quando si accorse che le cose stavano cambiando:
"Sparisci. Dimentica tutto quello che sai e tutto quello che e' successo. Pensa soltanto a salvarti".
Il suo collega Antonino Arconte aggiunge un elemento sulla vicenda Gradoli: in quella via si sarebbe dovuto trovare "Mario Burghe", collegato al sequestro Moro. Quell'indicazione, al pari di altre, potrebbe fare riferimento a Mario Borghi e cosi' "Gradoli strasse" divenne "Gradoli Burghe" e si ando' a cercare la base Br non a Roma, sulla Cassia, ma nel paesino, Burghe, del viterbese.

28 giugno 2004 - CASO MORO: LETTERA A DAGOSPIA
"Dagospia"
Ciao Dago, col tuo permesso vorrei spostare l'attenzione su un altro argomento inerente il rapimento Moro: la prigione del popolo. La versione dei brigatisti è che Moro non si sia mosso mai da via Montalcini. C'è però il fondato sospetto, rafforzato proprio dall'ultimo brano del suo memoriale, che negli ultimissimi giorni non sia stato veramente in quel luogo. La storia raccontata dai brigatisti potrebbe servire in realtà a coprire il vero luogo dell'esecuzione, magari per non mettere nei guai persone che hanno collaborato al trasferimento dell'ostaggio in un luogo diverso.
Ma dove? probabilmente in una via molto vicina a via Caetani, che si trova tra l'allora sede della Dc e del Pci, forse nella zona del ghetto ebraico. È tra l'altro il convincimento di Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, che quelle strade visitarono accuratamente con l'aiuto di un ex brigatista, Elfino Mortati, che ricordava perfettamente di essere stato ospite di un covo in quella zona. Una volta terminata la perlustrazione qualcuno spedì ai due magistrati alcune foto che li ritraevano in giro per il ghetto insieme all'ex Br. C'era dunque chi aveva seguito e fotografato tutti i loro spostamenti.
Ma analizziamo meglio l'aspetto inerente le trattative attivate con le Brigate Rosse durante i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. E' ormai certo che oltre a quelle già note portate avanti dai socialisti (con il tramite dell'Avv. Guiso da una parte e di Lanfranco Pace e di Piperno dall'altra) e dal Vaticano (che, come ha ricordato Andreotti, era pronto a dare alle Br una importante quantità di miliardi in cambio dell'ostaggio), vi furono altre iniziative, o meglio trattative, che dovevano portare alla liberazione dell'ostaggio. La cosa diventa lapalissiana se si analizzano proprio le parole di Aldo Moro nelle lettere che scrive dal carcere (o meglio, dalle carceri..) in cui fu tenuto, parole che contraddicono le versioni che ci hanno raccontato negli anni i brigatisti. Germano Maccari ha raccontato che a Moro fu detto che la mattina della sua uccisione sarebbe stato solamente spostato, trasferito, e che non gli venne fatto capire in alcun modo che lo si stava per uccidere.
La realtà invece è un altra. C'è una lettera di Moro scritta alla moglie Noretta e datata 4 Maggio '78 dove si legge: "Dopo giorni di cauto ottimismo giunge ora inaspettato l'ordine di esecuzione ". Ma c'è di più. C'è addirittura un biglietto, se possibile ancora più drammatico e senza un destinatario, quindi scritto nell'immediatezza dell'esecuzione, dove Aldo Moro scrive: "ormai è fatta, mi hanno promesso che faranno trovare il mio corpo insieme ad alcuni ricordi". Dunque è evidente che lui stesso ha concordato con i carcerieri le sue ultime volontà, ed a conferma di ciò nell'ultima telefonata fatta da Morucci al prof. Tritto si dice "adempiamo alle ultime volontà del presidente..", forzando con decisione la mano all'amico di Moro perché fosse proprio lui, e di persona, ad avvertire la sua famiglia.
La notizia dell'esecuzione gli venne dunque data. Si spiega anche così la struggente lettera dove Aldo Moro saluta e bacia teneramente i suoi familiari, uno ad uno; prova evidente che sapeva di avere le ore contate e prova altrettanto chiara che la versione dei brigatisti è forse corretta..ma non riguarda il giorno della sua uccisione ma è riferita a qualche giorno prima.
C'è infine un altro biglietto, ritenuto erroneamente come parte del Memoriale, e che invece contiene riflessioni personali di Moro, dove lo statista ringrazia le Br e dice " desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato ". Era dunque già libero ed in mano ad altri carcerieri? Oppure era sicuro di essere liberato a breve? O cos'altro? Nella stessa riflessione Moro afferma, rivolgendosi in modo sarcastico ad Andreotti: " Pensi che per poco soltanto rischiava di inaugurare la nuova fase politica lasciando andare a morte lo stratega dell'attenzione al Partito Comunista "; come dire: mi lasciano libero.
Ma Moro si spinge molto più in là quando dice: "non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della DC. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla DC, chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della DC al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui".
A chi scrive quelle cose, e perché? Non le scrive certo alle Br, poiché per assecondare Moretti e soci Moro avrebbe dovuto promettere di far più "chiasso" possibile una volta tornato in Parlamento proprio per destabilizzare lo Stato. Invece promette l'esatto contrario, cioè che non parlerà più.
Dunque scrive ad altri che non dovevano essere dei brigatisti, sicuro com'era di essere liberato. Poi, inaspettatamente, qualcuno cambiò idea. Proprio come scrisse Pecorelli su O.P. il 16.1.1979, nel pezzo intitolato "Vergogna Buffoni!": "Moro invece è stato ucciso in macchina [..] le trattative con le Brigate Rosse ci sono state come con i Fedayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro sempre secondo le trattative doveva uscire vivo dal covo al centro di Roma (?)[..] poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile, perché si voleva comunque l'anticomunista Moro morto".
Onekenoby
 
 
 


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