Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004: marzo |
5 marzo 2004 - IN LIBERTA' CONDIZIONALE BR ROCCO MICALETTO
ANSA:
TERRORISMO: IN LIBERTA' CONDIZIONALE BR ROCCO MICALETTO
E' uscito stamani per l' ultima volta dal carcere di Marassi l' ex brigatista rosso Rocco Micaletto, che ha beneficiato della liberazione condizionale prevista per i detenuti che si ravvedano. L' ordinanza, depositata ieri dal presidente del tribunale di sorveglianza Lino Monteverede, come ha anticipato stamani il Secolo XIX, e' divenuta oggi esecutiva.
Micaletto, condannato a tre ergastoli ed ex componente della direzione strategica delle Br, godeva gia' da alcuni anni della semiliberta'. Usciva al mattino per lavorare nella cooperativa sociale Villa Perla service e per prestare opera di volontariato nella comunita' di San Benedetto al porto di don Andrea Gallo e rientrava alla sera. Da oggi non dovra' piu' tornare dietro le sbarre.
Riservato e schivo, Micaletto ha affidato al suo avvocato, Fabio Taddei, il compito di esprimere la sua soddisfazione. "Non solo per la positiva soluzione del suo caso - sottolinea il legale - ma anche perche' e' stato attuato il principio costituzionale sul carattere rieducativo della pena". Rocco Micaletto sara' in liberta' vigilata per i prossimi cinque anni e sara' sottoposto ad una serie di prescrizioni che saranno successivamente fissate dal tribunale. L'ex brigatista, che ora ha 58 anni, ha una compagna e probabilmente andra' a vivere da lei.
Micaletto, arrestato nel 1980 a Torino dai carabinieri del generale Dalla Chiesa, ha scontato 24 anni di carcere. La legge prevede che la liberta' condizionale possa essere concessa dolo dopo che si siano scontati almeno 26 anni. Grazie alla sua condotta irreprensibile in carcere, pero', l' ex terrorista ha beneficiato di uno sconto di circa duemila giorni di pena. "E' come se avesse scontato 29 anni - spiega l' avv. Taddei - e pertanto ha potuto ottenere subito la liberta' condizionale".
"E' molto contento del lavoro svolto in carcere - prosegue il legale - ed il tribunale ha riconosciuto che Micaletto e' radicalmente cambiato".
Rocco Micaletto gia' questa mattina si e' presentato negli uffici del tribunale di sorveglianza per svolgere gli adempimenti burocratici e per conoscere le prescrizioni decise dai giudici per la liberta' vigilata.
"Sono molto soddisfatto di questa decisione - ha detto Micaletto al suo difensore, avv. Fabio Taddei - non solo per me, ma per le motivazioni dell' ordinanza, che potranno valere anche nei confronti di altri detenuti. Sono stati infatti applicati principi costituzionali in cui credo, primo fra tutti il carattere rieducativo della pena".
Nell' ordinanza infatti e' stato evidenziato che
"nell'istituto della liberazione condizionale, per la sua ormai
realizzata costituzionalizzazione, la logica rieducativa prevale
sulla logica punitiva"
Micaletto, che per il suo carattere riservato preferisce raccontare le sue emozioni tramite il difensore, desidera ora reinserirsi completamente e a tutti gli effetti nella societa', cosa che ha gia' iniziato a fare dal 1998, quando ottenne il regime di semiliberta'.
In questi anni intanto, in regime di semiliberta', si e' dedicato al volontariato presso la Comunita' di San Benedetto di Don Andrea Gallo, e lavora presso la Cooperativa Villa Perla Service, all' interno della quale "ha operato e continua ad operare - e' scritto nell' ordinanza - con serieta' e professionalita', dimostrando correttezza e disponibilita' sia con i colleghi e con gli ospiti dell' istituto".TERRORISMO: MICALETTO, DAL SEQUESTRO MORO ALLA LIBERTA'
ERA NELLA DIREZIONE STRATEGICA CHE REALIZZO' IL RAPIMENTO
Era nella direzione strategica delle Br che nel '78 progetto' e realizzo' il sequestro Moro. Venne catturato a Torino all'inizio del 1980, ma la sua latitanza inizio' molto prima, nel '74, quando la magistratura spicco' contro di lui il primo mandato di cattura, che riguardava il sequestro del giudice genovese Mario Sossi. Oggi Rocco Micaletto, a 58 anni torna in liberta', dopo 24 anni di carcere.
Nato a Taviano, nel leccese, nel '46, Micaletto si trasferi', ancora ragazzo, a Torino, dove lavoro' alla 'Fiat-Rivalta'. Fu li' che divenne rappresentante sindacale della Cisl, dalla quale fu pero' espulso nel '73 "per incapacita' e mancanza di serieta' verso l'organizzazione e i suoi aderenti". Gli investigatori iniziarono a sospettare sin dall'inizio degli anni '70 che Micaletto appartenesse alle "Brigate Rosse". Un sospetto divenuto realta' nel '74 quando venne colpito da diversi mandati di cattura e inizio' la sua latitanza.
Micaletto divenne uno dei capi della colonna genovese delle br ed entro' poi a far parte della direzione strategica, che decreto' il rapimento e la morte dello statista Aldo Moro. Assieme a lui, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli.
Micaletto, negli anni, e' stato condannato con sentenze definitive per numerosi omicidi (tra i quali, quelli del sindacalista Guido Rossa, dei carabinieri Vittorio Battaglini e Mario Tosa e dell'appuntato Antonino Casu), varie rapine e sequestri di persona, come quelli del dirigente dell'Ansaldo Vincenzo Casabona e dell'industriale Piero Costa.
Il 24 gennaio del 1983, e' stato condannato dalla Corte di Assise di Roma (con una sentenza confermata in appello e in cassazione) per il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro. E' stato poi coinvolto anche nell' inchiesta Moro-Quater, che si e' conclusa per lui con sentenza di proscioglimento a conclusione dell'istruttoria formale.TERRORISMO: MICALETTO LIBERO; FIGLIO BERARDI, SONO SCONVOLTO
IL PADRE, VICECOMANDANTE DIGOS, FU UCCISO A TORINO NEL 1978
"Mi vergogno, vorrei cambiare Stato perche' l' Italia e' un Paese assurdo; sono sconvolto nell' apprendere della liberazione di Rocco Micaletto, uno degli esecutori materiali dell' omicidio di mio padre, il maresciallo Rosario Berardi, ucciso in un agguato dalle Br la mattina del 10 marzo del '78 a Torino, quando era vicecomandante della Digos". Lo afferma il figlio del maresciallo Berardi, Salvatore, che oggi ha 49 anni e vive a Cerignola (Foggia).
"Lui fece parte dell' agguato di quella mattina - dice - insieme con Patrizio Peci, Vincenzo Acella, Cristoforo Piancone e Nadia Ponti, tutti ritenuti esecutori materiali dell' omicidio e condannati per questo. Oggi, per vari motivi, sono quasi tutti fuori dal carcere mentre i familiari delle vittime del terrorismo sono bistrattati dalle istituzioni".
"Mi vergogno di essere cittadino d' Italia e di vivere in Italia - prosegue lo sfogo di Salvatore Berardi -. Non capisco quello che sta accadendo. I mass media danno voce a questa gentaglia, a questi criminali e nessuno chiede a noi cosa pensiamo, come vivono i famigliari delle vittime del terrorismo. Qualcuno sa che c'e' gente la cui vita e' stata sconvolta da attentati terroristici, che sta elemosinando lavoro o che paga le cure e le medicine per curare le 'gambizzazioni' o le ferite subite in attentati?".
"La liberazione di un criminale, di un mascalzone, va in prima pagina - continua Salvatore Berardi -. I figli, le mogli, i genitori, delle vittime del terrorismo vengono chiamati in televisione solo per far commuovere. Assistiamo inermi ad un vero e proprio scempio della giustizia. Ho bisogno di sfogare la mia rabbia davanti all' opinione pubblica: Micaletto ha rovinato la mia famiglia, e oggi, magari, lo devo incontrare per strada mentre passeggia indisturbato. Questa e' una mancanza di rispetto per la gente e, soprattutto, verso i morti".
"Quello che sta avvenendo e' scandaloso. Vorrei dire all' opinione pubblica - conclude Berardi - quanto e' doloroso vedere libero l' assassino di un proprio familiare. Vorrei far capire a tutti, anche alle nostre care Istituzioni, come vivono invece i famigliari delle vittime, la cui vita e' stata irrimediabilmente cambiata dagli eventi provocati da questi criminali".6 marzo 2004 - MICALETTO LIBERO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
LA SENTENZA
Libero dopo 20 anni il br Micaletto "Sono cambiato"
GENOVA - Il "soldato sconfitto" e mai pentito, a 58 anni ricomincia da una casa da ristrutturare, un lavoro vissuto come missione al servizio dei più deboli, e il volontariato in una cooperativa libraria a fianco di Don Andrea Gallo. Rocco Micaletto, uno dei membri della direzione strategica delle Brigate Rosse, condannato per il sequestro e l´uccisione di Aldo Moro e per molti altri episodi di sangue, ieri mattina è uscito dal carcere di Marassi per l´ultima volta. Il tribunale di sorveglianza di Genova gli ha concesso la libertà vigilata. "Credo che sia molto più importante dimostrare con i fatti il mio cambiamento piuttosto che con le parole. Non mi costa nulla dire che sono pentito. Io oggi sono un´altra persona, non ho più antagonismo, il vero dissociato sono io... ho messo da parte il mio passato di brigatista... dall´83 non mi sono più riconosciuto in quella organizzazione. Le mie responsabilità me le sono prese, forse qualcosa di più". Quello che Micaletto non disse nei maxi processi degli anni 80, e neppure in qualche libro o intervista confessione, lo ha spiegato ai membri della commissione che dovevano valutare il suo ravvedimento. Alla fine era un uomo "stanco" scrivono i giudici, che ritengono il suo cambiamento reale.L´IDENTIKIT Così lo cercavano in città gli uomini di Dalla Chiesa
Solo un identikit, un po´ approssimato con quel particolare della narice allargata. Di Rocco Micaletto questa era stata, per il periodo che va dal 1975 fino alla sua cattura del 1980, l´unica immagine ricostruita dalle forze dell´ordine che lo inseguivano tra Genova, Torino e , infine Roma, dopo avrebbe partecipato al sequestro di Aldo Moro. I carabinieri del generale Dalla Chiesa e la polizia dell´ Antiterrorismo a Genova, diretto da Antonio Esposito, davano una caccia senza quartiere al capo colonna. Ma la difficoltà era proprio quella di dargli un volto. Centinaia di allarmi e di segnalazione per quela faccia sconosciuta. Un giorno addirittura Piazza De Ferrari circondata e blindata, perché Rocco era stato indicato sotto i portici dell´Accademia.IL RACCONTO
Era diverso da Dura e dalla generazione successiva delle Br con cui condivise il sequestro Moro
L´incubo degli anni di piombo e la caccia alla Primula rossa
Contribuì a organizzare l´agguato a Coco e diresse il blitz contro Vincenzo Casabona
Era un´ombra imprendibile l´uomo che ebbe un ruolo nel sequestro di Sossi
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
FRANCO MANZITTI
La caccia a Rocco Micaletto, il capo colonna delle Br, era diventata un incubo in quella città dove Fulvio Cerofolini, l´ex ferroviere socialista, amico di Pertini stava per diventare sindaco per 10 anni, dove "regnava" il ministro dell´Interno Paolo Emilio Taviani, dove il cardinale-principe Giuseppe Siri esercitava la sua grande influenza spirituale e temporale, su una Chiesa a sua immagine e somiglianza, ergendosi su dinastie di armatori, di imprenditori, di boiardi di Stato che gli baciavano l´anello compunti e schierati in quella Genova politicamente muro contro muro: il Pci al 42 per cento, la Dc e il Psi alleati nel centro sinistra....C´erano marescialli dei carabinieri, come il mitico Giuseppe Laganaro del Nucleo di Polizia Giudiziaria, che avrebbero perso mesi ed anni a inseguire l´ombra di Rocco Micaletto nei recessi più nascosti di quella Genova grigia e preoccupata: nelle grandi fabbriche Iri, nel porto dove la stella a cinque punte compariva misteriosamente sui muri, dietro gli slogan ambigui "né con lo Stato, né con le Br", nelle periferie dove avevano lasciato il segno i "Tupamaros della Val Bisagno" della XXII Ottobre. Micaletto era un´ombra imprendibile, l´uomo che aveva partecipato a organizzare il sequesto di Sossi e poi l´agguato a Coco, ma che aveva anche diretto il sequestro del capo personale dell´Ansaldo Vincenzo Casabona, 12 ore in mano ai terroristi e quello di Piero Costa, 81 giorni in mano alle Br, sentinella la nonnina Caterina Picasso, nel covo di via Zella. Imprendibile, senza volto, membro della direzione strategica e del Comitato Esecutivo, Micaletto sarebbe caduto nelle mani dei carabinieri di Dalla Chiesa solo nel 1980, insieme a Patrizio Peci. Dopo di lui la colonna genovese sarebbe stata comandata da uno ancora più misterioso, Riccardo Dura, di cui si conobbe il nome solo da morto, a faccia in giù in quell´appartamento di via Fracchia come lo hanno svelato le foto scoop del "Corriere Mercantile" un mese fa.
Micaletto era diverso da Dura e dalla generazione successiva delle Br, quella con cui condivise il sequestro Moro, ma che era più sanguinaria, meno "politica", più disarticolata rispetto ai movimenti di classe. Oggi, ventisette anni dopo, dei quali ventitrè trascorsi in carcere, Rocco Micaletto è libero, ha pagato il fio che gli ha imposto lo Stato nemico, abita in un quartiere borghese di una città nella quale si nascondeva braccato come il pericolo pubblico numero uno. A quasi sessanta anni può pensare di dare un altro senso alla sua vita. Giustizia è fatta, anche per la Primula rossa.Al terzo tentativo ha ottenuto la libertà vigilata. Ha 58 anni, ma ne dimostra dieci di più, la lunga permanenza in carcere lo ha segnato
"Io, libero ma sempre sconfitto"
Dalla lotta armata a Albaro, la nuova vita dell´ex Br Micaletto
"Credo sia molto più importante dimostrare il mio cambiamento con i fatti che con le parole. Con le Brigate rosse chiusi nell´83"
VINCENZO CURIA
MARCO PREVE
capelli completamente bianchi, i lineamenti tirati, ha cinquattotto anni ma ne dimostra dieci di più. Ha gli occhi vivaci, si guarda attorno in continuazione, tradisce la paura di commettere errori. Ventiquattro anni trascorsi in carcere e le condanne a tre ergastoli a lui inflitti a Torino, Roma e Genova hanno lasciato segni profondi. Non ha dimenticato che bisogna rispondere sempre "sissignore".
Questo il Rocco Micaletto incontrato ieri al tribunale di Sorveglianza. Il "soldato sconfitto" e mai pentito, ricomincia da una casa da ristrutturare nel cuore della borghese Albaro - che insormontabile contraddizione sarebbe stata 25 anni fa - , e poi un lavoro vissuto come missione al servizio dei più deboli, e infine il volontariato con Don Gallo. Rocco Micaletto, uno dei membri della direzione strategica delle Brigate Rosse, condannato per il sequestro e l´uccisione di Aldo Moro e per molti altri episodi di sangue, ieri mattina è uscito dal carcere di Marassi per l´ultima volta. Al terzo tentativo il tribunale di sorveglianza di Genova gli ha concesso la libertà vigilata che impone solo alcune prescrizioni come l´obbligo di firma e quello di residenza. Il volto tirato, i modi cortesi chiede di essere ignorato, "non ho niente da dichiarare", e aggiunge solo che quello che aveva da dire sta negli atti dell´ordinanza.
"Credo che sia molto più importante dimostrare con i fatti il mio cambiamento piuttosto che con le parole. Non mi costa nulla dire che sono pentito. Io oggi sono un´altra persona, non ho più antagonismo, il vero dissociato sono io... ho messo da parte il mio passato di brigatista... dall´83 non mi sono più riconosciuto in quella organizzazione". Quello che Micaletto non disse nei maxi processi degli anni Ottanta, e neppure in qualche libro o intervista confessione, lo ha spiegato ai membri della commissione che dovevano valutare il suo ravvedimento. Alla fine era un uomo "stanco" scrivono i giudici, che ritengono il suo percorso, il suo cambiamento reale, sincero e sofferto. "Sono stato brigatista ma oggi non lo sono più: le mie responsabilità me le sono prese, forse qualcosa di più".
"Ha operato e continua ad operare - è scritto nell´ordinanza firmata da Lino Monteverde, presidente del Tribunale del Riesame - con serietà e professionalità, dimostrando correttezza e disponibilità sia con i colleghi e con gli ospiti dell´istituto. I riscontri più entusiastici del suo operato sono sempre arrivati da quelle persone con le invalidità psichiche o fisiche più gravi". Micaletto continuerà a lavorare a Villa Perla, a Pegli, una struttura che accoglie gli ex malati psichiatrici ed è attiva nell´assistenza agli anziani.
Quando arrestarono la Lioce e si tornò a parlare di brigatisti disse a Don Gallo: "La storia della Br è finita con una sconfitta. C´è stata una guerra e abbiamo perso".
L´ex combattente andrà ad abitare in uno degli angoli più tranquilli di Albaro, dove abita da sempre Rosa, amica e compagna dagli anni di piombo. Il grande e antico alloggio è sottosopra, i nuovi sanitari nell´ingresso, i muri imbiancati. Scene di rassicurante caos domestico. Ma in queste ore, e Micaletto, che non cercò mai scorciatoie giuridiche (pentimenti ma neppure richieste di perdono ai famigliari delle vittime) per alleggerire la sua situazione, probabilmente se lo aspettava, il passato ritorna. Da Bari, Salvatore Berardi figlio di Rosario, il maresciallo ucciso in un agguato dalle Br la mattina del 10 marzo del ?78 a Torino, accusa: "Mi vergogno, vorrei cambiare Stato perché l´Italia è un Paese assurdo. Micaletto ha rovinato la mia famiglia, e oggi, magari, lo devo incontrare per strada mentre passeggia indisturbato".9 marzo 2004 - LA LATITANZA DI CASIMIRRI
"La Padania"
Latitanze col silenzio-assenso della sinistra
Mai fatte pressioni sul Nicaragua per riavere il brigatista Casimirri in cambio degli aiuti economici La sinistra e alcuni magistrati, soltanto a liberazione avvenuta, finalmente parlano e chiedono che la Francia conceda l'estradizione di Cesare Battisti. Hanno avuto più di un mese da quando l'ex terrorista, capo del Pac, condannato a due ergastoli, fu arrestato a Parigi. E lo fanno adesso che Battisti, forte dell'appoggio dei gauchistes e anche di una parte della sinistra italiana, sta organizzando la sua difesa e il modo per sottrarsi al carcere. Lo stesso copione si è celebrato in tanti altri casi e soprattutto con Alessio Casimirri.
L'ex appartenente alle Brigate Rosse che in Italia deve scontare sei ergastoli, ottenuta in maniera irregolare la cittadinanza nicaraguense - proclamò fra l'altro di non avere carichi penali pendenti in altri Paesi - ha potuto godere fino a oggi di un quasi silenzio-assenso dei governi italiani. Il centrosinistra, addirittura, ha aiutato con fondi della cooperazione il Nicaragua senza mai chiedere nulla in cambio e condonò quasi 36 miliardi di lire di debiti, senza condizione alcuna ai tempi in cui alla Farnesina sedeva Lamberto Dini che conosce molto bene il Paese centroamericano.
Due ex ministri della Giustizia, Oliverio Diliberto e Piero Fassino, non fecero nulla per tentare di riportare in Italia il superlatitante terrorista. E ciò mentre il governo francese, di sinistra, con le maniere forti si fece consegnare nel '97 i suoi latitanti - di fatto furono rapiti - senza clamore e proteste.
D'altronde lo stesso Casimirri lo conferma e rivela: "Soltanto oggi il governo italiano di destra si ricorda che sono latitante in Nicaragua". Nel '96, quando c'era ancora pendente il giudizio della Corte suprema del Nicaragua sulla estradabilità di Casimirri, il nostro governo non intervenne per chiederne l'estradizione in cambio del programma agricolo per il rilancio del settore caseario, quasi integralmente finanziato da noi. Un programma indispensabile per rendere il paese autosufficiente nell'approvvigionamento del latte. E non a caso, eravamo alla vigilia dello sbarco di Parmalat in Nicaragua.
Solo pochi giorni fa, Alessio Casimirri, l'ex militante delle Brigate rosse condannato per l'uccisione di Aldo Moro per il quale l'Italia ha avanzato richiesta di estradizione alle autorità di Managua, ha detto di sentirsi protetto dalla nazionalità nicaraguense, riconosciutagli nel 1988,
Giunto in Nicaragua nel 1983 durante la rivoluzione sandinista, ha ottenuto la nazionalità nicaraguense cinque anni più tardi. Proprietario di un ristorante, vive a Managua con la seconda moglie e i tre figli.11 marzo 2004 - MORO: PIPERNO, IN QUEL PERIODO INIZIO' CRISI PRIMA REPUBBLICA
ANSA:
MORO: PIPERNO, IN QUEL PERIODO INIZIO' CRISI PRIMA REPUBBLICA
"E' con la vicenda Moro che esplode la crisi della Prima Repubblica perche' viene al pettine l'incapacita' del ceto politico italiano di far fronte a queste nuove forme ampie, di massa, giovanili e di contestazione". Lo ha detto l'ex leader di Potere Operaio, Franco Piperno.
"Negli anni settanta - ha aggiunto - ci furono episodi di violenza e di morte anche in Francia e Canada e furono sempre provocate, in qualche maniera, da movimenti che non sono gli stessi tra loro ma sono analoghi. Solo l'Italia pero' ha trascinato questa storia senza fine. E solo in Italia si verificano casi come quelli di Toni Negri che, dopo aver vissuto e insegnato a Parigi per quindici anni, torna in Italia ed a settant'anni gli fanno fare cinque anni di carcere".
"Allora l'unico modo per chiudere questa pagina - ha concluso - sarebbe l'amnistia oppure riaprire i processi".11 marzo 2004 - MANGANELLI RICORDA UOMINI SCORTA MORO
ANSA:
SICUREZZA: MANGANELLI RICORDA UOMINI SCORTA MORO
A CASOLA DI NAPOLI PER CERIMONIA IN RICORDO AGENTE IOZZINO
Il sacrificio degli uomini della scorta di Aldo Moro, a 26 anni dalla tragica sparatoria di via Fani e' stato ricordato oggi dal vice capo della Polizia, Antonio Manganelli, intervenuto a Casola di Napoli alla cerimonia commemorativa dell'agente Raffaele Iozzino, il giovane poliziotto che prima di essere ucciso riusci' a rispondere al fuoco dei brigatisti.
Nel corso della cerimonia sono stati premiati gli studenti vincitori del concorso grafico pittorico intitolato a Iozzino che si sono confrontati sul tema del terrorismo e della violenza.
Ricordando le parole pronunciate recentemente dal ministro dell'Interno, Pisanu, il prefetto Manganelli ha affermato che "la sicurezza e' un bene comune che tutti insieme dobbiamo contribuire a produrre: forze di polizia, istituzioni dello Stato, autonomie locali, associazioni di volontariato, forze sane della societa'".TERRORISMO: MANGANELLI, UN DELIRIO FUORI DELLA STORIA
"Il terrorismo e' nient'altro che un delirio fuori dalla storia". Ad affermarlo e' stato il vice capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli oggi a Casola di Napoli dove ha partecipato alla cerimonia in ricordo dell'agente Raffaele Iozzino, ucciso dalle brigate rosse con gli altri uomini della scorta di Aldo Moro.
"Lo Stato e' forte - ha affermato Manganelli - la collettivita' e' compatta nel respingere mafia e terrorismo. Le Istituzioni sono solide e guardano con fiducia al futuro. Il Paese e' sano".
Il Vice Capo della Polizia ha poi sostenuto come per "emarginare la malapianta del terrorismo" e in risposta ai "soprusi e all'arroganza della criminalita'" sia importante sostenere "il valore della legalita' tra i giovani". Cosi' come e' necessaria "la forza della memoria, l'importanza di mantenere vivo il ricordo di quanti hanno dato la vita per difendere lo Stato dalle aggressioni delle organizzazioni eversive e terroristiche".
Manganelli ha inoltre sottolineato come la sicurezza dei cittadini costituisca "la priorita' delle priorita'", contribuendo in maniera decisiva "alla vivibilita' e quindi alla qualità della vita". Per questo il Prefetto ha assicurato l'impegno incessante delle forze di polizia per consentire a ciascun cittadino "di fruire delle garanzie di liberta' che in uno Stato democratico sono un suo diritto".
A questo proposito il vice capo della Polizia ha ricordato che proprio in questi giorni cade il primo anniversario della morte del Sovrintendente della Polizia, Emanuele Petri, che gli italiani ricordano con affetto e gratitudine e che le Istituzioni hanno onorato sgominando le nuove Brigate Rosse per la costruzione del Partito Combattente.11 marzo 2004 - 'ENIGMA' CHIUDE CICLO CON ALDO MORO
ANSA:
TV: 'ENIGMA' CHIUDE CICLO CON ALDO MORO E SI CONSOLIDA
4 SPECIALI DA APRILE, GIA' IN PALINSESTO PER FINE OTTOBRE
Con una puntata dedicata a Aldo Moro, raccontato attraverso le 80 lettere scritte durante la prigionia, in occasione dell'anniversario del rapimento il 16 marzo del '78, si conclude domani, la seconda edizione di 'Enigma', il programma di Raitre dedicato ai grandi misteri della storia, condotto da Andrea Vianello.
Questo ciclo in dieci appuntamenti consolida, attestandosi su una media del 9% di share, il successo di pubblico e critica raccolto nella serie passata.
"Abbiamo mantenuto - spiega Vianello - la media del 9-10%. Siamo contenti. Poi ci saranno quattro speciali, il primo in aprile, e siamo gia' in palinsesto per l'autunno prossimo a partire da fine ottobre. 'Enigma' sta diventando un marchio in cui la rete crede".
Quest'anno il programma ha dato piu' spazio all'attualita', l'obiettivo e' "riuscire - dice il conduttore - a trasformare 'Enigma' in un format che si possa adattare a questioni di tutti i tipi. Nasciamo con i misteri della storia ma i perche' ci sono anche su altri fatti dalla crisi di governo alla vita su Marte". Secondo Vianello al pubblico "piace la grande cura con cui prepariamo la puntata: grande ricostruzione degli avvenimenti, attenzione ai filmati, scelta degli ospiti giusti. E' un bell'impegno che ci da' molta soddisfazione".
Ospiti dell'ultima puntata domani saranno: Vladimiro Satta, documentarista del Senato, il saggista Francesco Maria Biscione, consulente della Commissione Stragi, i politici dell'epoca Claudio Signorile e in collegamento da Rimini, Ciriaco De Mita, il giudice Rosario Priore, che ha curato tutte le inchieste sul caso Moro e il vaticanista Gianni Gennari che proporra' un'inedita tesi su alcuni passi delle lettere di Moro.
"Il caso Moro - sottolinea Vianello - e' uno dei piu' grandi misteri e una ferita della nostra Repubblica. Abbiamo scelto come chiave di seguire il filo delle lettere che lo statista scriveva dalla prigionia. Sono struggenti dal punto di vista personale e umano, durissime per quanto riguarda la politica. Sono state ritrovate nel corso degli anni e quelle conosciute sono 80, ma forse lui ne ha scritte molte altre. Mettendole tutte insieme, quelle alla famiglia, alla Dc, agli amici, si puo' tratteggiare un ritratto per raccontare quei 55 giorni di sequestro ancora oggi avvolti nel mistero".
Il primo speciale andra' in onda il 23 aprile, sempre in prima serata su Raitre, per l'anniversario della Liberazione. "Lo faremo - spiega Vianello - sotto il marchio 'Grande storia tricolore' patrocinato dal Presidente della Repubblica. In realta' sara' centrato sul '44, l'anno della Resistenza, della guerra civile".12 marzo 2004 - ENIGMA SU CASO MORO
"La Repubblica"
Oggi su RaiTre chiude il programma condotto da Andrea Vianello che prepara gli speciali
Vianello: "Il mio ultimo Enigma è il rapimento di Aldo Moro"
"Per celebrare il 25 aprile ci occuperemo della Resistenza. Ad ottobre il nuovo ciclo"
Con una puntata dedicata a Aldo Moro, raccontato attraverso le 80 lettere scritte durante la prigionia, in occasione dell´anniversario del rapimento il 16 marzo del ?78, si conclude stasera su RaiTre alle 21 la seconda edizione di Enigma, il programma condotto da Andrea Vianello. Un ciclo di dieci puntate molto apprezzate da pubblico e critica. "Abbiamo mantenuto la media del 9-10% di share" spiega Vianello "e ne siamo orgogliosi. Enigma è un programma giovane nato su un format inventato da noi, con Francesco Cirafici, Stefano Rizzelli, e Pasquale D´Alessandro, capo del progetto storia, abbiamo lavorato con passione. Il rapporto col pubblico è strettissimo: abbiamo ricevuto lettere da chi ha vissuto grandi eventi storici, persone che avevano voglia di raccontano la loro vita, ma anche tante e-mail dai giovani". Il ciclo di Enigma chiude ma ci saranno quattro speciali, il primo andrà in onda il 23 aprile per l´anniversario della Liberazione. "Lo faremo - spiega Vianello - sotto il marchio "Grande storia tricolore" patrocinato dal Presidente della Repubblica. In realtà sarà centrato sul ?44, l´anno della Resistenza, della guerra civile. Enigma sta diventando un marchio in cui la rete crede; l´obiettivo è riuscire a trasformare il programma in un format da adattare a questioni di tutti i tipi. Nasciamo con i misteri della storia ma i perché si possono applicare anche su altri fatti: dalla crisi di governo alla vita su Marte".
Ospiti di stasera, per parlare del caso Moro, Vladimiro Satta, documentarista del Senato, il saggista Francesco Maria Biscione, consulente della Commissione Stragi, i politici dell´epoca Claudio Signorile e in collegamento da Rimini, Ciriaco De Mita, il giudice Rosario Priore, che ha curato le inchieste sul caso Moro, il vaticanista Gianni Gennari e Romolo Pietrobelli, amico di Aldo Moro. Non ci sono i figli. "Avevamo invitato Giovanni e Agnese" chiarisce Vianello, "ma non se la sono sentita di rivivere per due ore la tragedia del padre. Il caso Moro è una ferita della nostra Repubblica. Abbiamo scelto di seguire il filo delle lettere che lo statista scriveva dalla prigionia. Sono struggenti dal punto di vista personale e umano, durissime per quanto riguarda la politica". (s.f.)12 marzo 2004 - MORO: ARLATI, CARTE MONTE NEVOSO FURONO 'ASSOTTIGLIATE'
ANSA:
MORO: ARLATI, CARTE MONTE NEVOSO FURONO 'ASSOTTIGLIATE'
INTERVISTA AL CAPITANO CHE GUIDO' OPERAZIONE MONTE NEVOSO
"La mia impressione fu che il volume di quelle carte si fosse assottigliato". Roberto Arlati, uno dei principali collaboratori di Dalla Chiesa, l'ex capitano dei carabinieri che guido' l'irruzione nel covo Br di via Monte Nevoso il 1 ottobre '78, conferma che le carte di Moro furono "sfoltite". Trovate verso le 11 furono prelevate dal capitano Bonaventura che le riconsegno' alle 17 dopo averle fotocopiate. Arlati verbalizzo' quelle carte solo l'indomani. Intervistato da "La storia siamo noi" Arlati, a 26 anni dal rapimento di Aldo Moro, conferma nel corso di una trasmissione che sara' mandata in onda lunedi' prossimo quanto gia' anticipato in un volume scritto con il giornalista Renzo Magosso. Tra l'altro Arlati intervistato per la prima volta racconta come venne ritrovato il borsello di Lauro Azzolini, a Firenze, su un autobus, che permise di arrivare al covo Br. "Quella mattina - ricorda Arlati nell'intervista ricostruendo l'irruzione - era una domenica. Ci appostammo per fare irruzione". "Ricordo che i brigatisti ci implorarono di non ucciderli. In quell'appartamento c'era di tutto, armi, libri e cartelle con fogli dappertutto, anche in bagno". Arlati afferma anche di non aver potuto contare quelle carte "ne' prima ne' dopo che Bonaventura me le riporto'. Fu soltanto una impressione fugace. Anche se poi, il ritrovamento di altre carte a via Monte Nevoso, dieci anni dopo, dietro il pannello di un termosifone, e la pubblicazione nell'ottobre del '78 di alcune lettere mi confermo' il sospetto che forse mancassero alcune pagine". Il colonnello Bonaventura e' stato ritrovato morto nel novembre del 2002 nel suo appartamento di Roma alla vigilia della audizione davanti alla Commissione Mitrokhin.13 marzo 2004 - NICARAGUA: CASIMIRRI
"El Nuevo Diario"
Casimirri llevará su caso a la CIDH
-MELVIN MARTÍNEZ ÁREAS-
Alessio Casimirri anunció en una conferencia ante estudiantes de Derecho de la UNAN-Managua, que llevará el caso de su extradición ante la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH), acusando al sistema judicial de Italia.
En mi caso, me juzgaron violando los derechos más elementales. El juicio en Italia viola la Constitución. Viola al menos veinte artículos del Código Penal de Italia y las convenciones internacionales suscritas por Italia, dijo Casimirri.
Un reo no puede dar testimonio contra otro reo, menos cuando es encausado en la misma causa. Se violó el debido proceso.
Violación total de mis derechos
"Hay una violación total de mis derechos. Voy a llevar mi caso ante la CIDH, pero no lo he hecho porque los costos económicos son altísimos. Es bueno que el mundo conozca de las violaciones que se cometen en mi contra", enfatizó.
Casimirri en su intervención hizo un análisis del porqué su caso ha regresado al tapete de la opinión pública. La primera razón para Casimirri es el escándalo Parmalat que ha surgido en los últimos meses. "El embajador recibe órdenes de allá para acá y mi nombre se utilizó para tratar de tapar ese escándalo", dijo.
"Han dicho tantas cosas, pero sólo de la boca para afuera. A la hora de presentar pruebas no las presentan. Tengo mi cédula y mi pasaporte, y he votado cuatro veces en Nicaragua", indicó.
A continuación, Casimirri dijo sentirse preocupado, "pero no conozco la palabra miedo". La situación en la que se encuentra lo mantiene intranquilo. "Ya estoy cansado, yo trabajo y uno cae en la zozobra por tantas cosas que se te presentan".14 marzo 2004 - FOLLINI E MORO: LETTERA A GIORNALE BRESCIA
"Il Giornale di Brescia"
INVITO ALL'ON. FOLLINI
Lasci stare Moro
Quanto leggo sul Giornale circa le affermazioni che su Aldo Moro e la sua politica ha fatto lunedì 8 marzo al Sancarlino l'on. Follini mi suscita un senso di disagio che non riesco a non esternare: che ha avuto a che fare (anche per l'età) l'on. Follini con Moro e la sua tragedia per potersi permettere di affermare, a ventisei anni di distanza, e senza naturalmente, neppure accennare al "come", che relativamente al sequestro dello statista "bisognava trattare?". Soprattutto, ora che ha a che fare con Moro e la politica da lui sempre perseguita, l'on. Follini alleato di Lega e An e supporto del berlusconismo? Non è meglio che l'on. Follini continui a cercare di salvarsi l'anima parlando bene (qualche volta) e razzolando male (sempre), lasciando stare Moro e la sua politica?
ANGELO SALVI14 marzo 2004 - DOCUMENTI USA SU CIA, KGB E CASO MORO
ADN KRONOS
L'Urss dietro le accuse alla Cia di un coinvolgimento nel caso Moro?
Documenti declassificati, Stati Uniti irritati con Mosca
300 pagine di corrispondenza tra l'allora ambasciatore americano, Richard Gardner, e il Dipartimento di Stato Usa
Roma, 14 mar - (Adnkronos) - L''irritazione' per il tentativo dei sovietici di soffiare sul fuoco di ''un presunto coinvolgimento degli Stati Uniti'' nel sequestro Moro, che scateno' una dura protesta americana nei confronti di Mosca. I dubbi sul perche' le Br ''abbiano aspettato tre giorni per sconfessare il comunicato del 18 aprile'' del lago della Duchessa. La scoperta che un ''certo Ivan Socharov'' dell'ambasciata sovietica a Roma era stato incaricato di ''svelare'' il coinvolgimento degli Usa nell'omicidio di Moro e poi premiato con una promozione all'ufficio stampa del ministero degli Esteri. E ancora: la rivelazione di una 'fonte' di ambiente istituzionale, secondo la quale, ''in due occasioni la polizia era stata in grado di catturare i rapitori di Moro e liberare quest'ultimo, ma era stata bloccata da alte gerarchie governative''. Sono i contenuti di alcune delle informazioni declassificate dal Dipartimento di Stato americano sul caso Moro.
I documenti riguardano, in particolare, la corrispondenza inviata in quel periodo dall'allora ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner, al Dipartimento di Stato Usa. In circa 300 pagine sono contenute inoltre analisi e comunicazioni da parte dei consolati americani in Italia, dalle sedi diplomatiche dell'Est, come Mosca, Bucarest, Varsavia e Berlino est.
Gardner, che nel marzo '78 e' a Roma, segue con grande attenzione gli sviluppi della vicenda: il sequestro, la estenuante attesa di una soluzione, le posizioni politiche assunte dai partiti, Dc e Pci in testa. Puntualmente, invia dispacci negli Stati Uniti, aggiornando i vertici di Washington su quanto accade nella Capitale sconvolta dal sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, sulle proposte del Psi per la liberazione dell'ostaggio, sul 'fermo rifiuto' opposto dal partito di maggioranza e dal Pci a qualsiasi richiesta da parte delle Brigate Rosse.
Gardner si mostra ''particolarmente seccato dal comportamento sovietico in Italia in questo periodo delicato. Per questo motivo -scrive in un dispaccio per la Casa Bianca- raccomando che questo problema venga portato all'attenzione dei sovietici e che si evidenzi la gravita' che attribuiamo a questa loro attivita''.
L'ambasciatore americano fa riferimento, in quel messaggio, al testo dell'articolo della 'Literaturnaya Gazeta' diffuso in Italia dalla Novosti nel settembre '78. Un articolo in cui, sottolinea il diplomatico, ''si rispolverano le gia' note asserzioni secondo le quali il governo degli Stati Uniti avrebbe perpetrato la soppressione di Moro perche' egli aveva stipulato l'accordo con il quale, proprio il giorno del rapimento, il Pci entrava ufficialmente nella maggioranza parlamentare di governo''.
''L'interesse della Novosti nel propagare la fandonia che Moro sia stato vittima di un intrigo della Cia -annota Gardner- potrebbe anche indicare che dietro questa ondata di articoli sulla stampa di sinistra ci sia la mano di Mosca, ma puo' anche darsi che le cose stiano diversamente''.
In un dispaccio dalla sede diplomatica americana di Mosca si legge: ''E' difficile giudicare da qui in che misura i sovietici forniscano alla stampa italiana amica informazioni sul presunto coinvolgimento americano. Un certo Ivan Socharov (o un nome assai simile) dell'ambasciata sovietica a Roma (o forse con funzioni di collegamento tra l'ambasciata e la Novosti di Roma) e' stato incaricato recentemente di 'svelare' il coinvolgimento degli Stati Uniti nell'omicidio di Moro''.
''Socharov -continua la fonte- e' stato recentemente destinato da Roma a Mosca ed e' stato premiato per il suo lavoro sul caso Moro con una promozione all'ufficio stampa del ministero degli Esteri. Pare che sia sul punto di partire''.
In un'analisi dell'ufficio intelligence e ricerche del Dipartimento di Stato sul tema 'Propaganda sovietica' si legge: ''Il rapimento e l'esecuzione del leader democristiano Aldo Moro hanno puntato le luci sul dilemma che il radicalismo in Europa occidentale pone all'Unione Sovietica. Fin quando i 'bersagli' sono stati i capitalisti e i quadri del funzionariato, Mosca poteva permettersi di ignorare le Brigate Rosse italiane come un fatto strettamente interno al Paese. La statura di Moro, pero', e' tale, che l'Unione Sovietica deve ora interessarsi al problema, in particolare in vista delle accuse secondo le quali dietro l'estremismo si nasconde una mano sovietica''.
Alla fine di settembre '78, il direttore dell'ufficio affari sovietici dell'ambasciata, presenta un documento informale al consigliere dell'ambasciata sovietica Kamenev, in cui esprime la protesta per la distribuzione da parte della 'Novosti' in Italia dell'articolo della 'Literaturnaya Gazeta' in cui si sostiene il coinvolgimento degli Usa nell'uccisione di Moro.
''Possiamo solo reagire con profonda indignazione alla pubblicazione e distribuzione di tale irresponsabile materiale -scrive il diplomatico- che contiene asserzioni del tutto infondate e provocatoriamente lesive. Ci aspettiamo che il governo sovietico adotti misure volte ad impedire la ripetizione di tali atti da parte della 'Novosti' o di qualsiasi altro organo ufficiale sovietico''.
In un altro dispaccio dell'ottobre '78 il responsabile del consolato di Trieste, Shinn, scrive: ''un membro dell'ambiente istituzionale ricordava che diversi mesi fa il nuovo questore di Trieste (gia' questore di Perugia) gli disse di aver appreso che in due occasioni la polizia era stata in grado di catturare i rapitori di Moro e liberare quest'ultimo, ma era stata bloccata da alte gerarchie governative''. Pare che il questore abbia riferito questa storia con un tono di ''notevole agitazione''.
''La mia fonte -prosegue il testo del dispaccio- ha detto di non avere modo di accertarsi della veridicita' delle accuse rivolte dal questore, ma si e' reso conto dell'ombra di corruzione politica generata da tale accusa, soprattutto se espressa da un funzionario di alto grado delle forze dell'ordine, e che essa non poteva essere liquidata sbrigativamente''.
''A parte la rivelazione sensazionale, che e' passata per quel che vale, anche se forse fasulla, non e' comunque buon segno -commenta il responsabile del consolato- della misura in cui anche le accuse piu' sensazionali riguardanti la gestione del caso Moro da parte del governo vengono prese in considerazione negli ambienti di vertice italiani''.
Grazia Di Donna15 marzo 2004 - MARIA FIDA MORO ANNUNCIA LIBRO E RICHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
"Dagospia"
MORO PER SEMPRE
"LO STATO HA CONCORSO ALL'ASSASSINIO DI ALDO MORO"
MARIA FIDA MORO VA ALL'ATTACCO, CON UN LIBRO E UNA DENUNCIA
IN ESCLUSIVA, LE PAGINE CONTRO IL "COMITATO DI CRISI" (FONTE MITROKHIN)
Maria Fida Moro va all'attacco. Nei primi giorni di maggio scivolerà nelle librerie "La nebulosa Moro", edito da Selene di Milano, un volume che raccoglie 36 pezzi di altrettanti giornalisti (da Andrea Purgatori a Flavia Amabile), che hanno ricevuto il compito da Maria Fida di ricostruire a mo' di bignami il caso Moro. Il volume sarà presentato la mattina di domenica 9 maggio nella sala dell'Archivio di Stato all'Eur. La figlia dello statista assassinato dalle Brigate Rosse pensava di fare cosa buona e giusta donando le royalty della vendita del volume alla causa del Telefono Azzurro. Che, sorpresa, ha rifiutato: Telefono Azzurro non vuole avere nulla a che fare con la più sanguinosa tragedia dello Stato italiano della seconda metà del Novecento.
La prova provata che la morte di Moro sia ancora un macigno in caduta libera arriva dalla seconda mossa di Maria Fida. Oggi ha firmato infatti la richiesta di riaprire il processo Moro. Domani il suo avvocato di fiducia, Nino Marazzita presenterà a piazzale Clodio l'istanza di riapertura delle indagini sulla strage di via Fani. Dagospia è riuscito ad ottenere in esclusiva uno stralcio importantissimo dell'istanza, che prende di mira il famigerato "Comitato di Crisi" (è in fondo all'articolo).
Ma è tutta l'istanza di Marazzita-Moro che gronda di rivelazioni e fatti sconcertanti. Anche perché gran parte del materiale proviene dalle carte secretate della Commissione Mitrokhin. Una "bomba" da cui si evince che il sequestro e l'uccisione di Moro erano state ampiamente previste e annunciate. I rappresentanti delle Istituzioni erano a conoscenza di ciò che stava per accadere. "E non aver fatto di tutto per interrompere un evento funesto - osserva Marazzita - contribuisce a produrlo, per un principio generale del Codice Penale. "Sostanzialmente, conclude l'avvocato, le responsabilità politiche coincidono con le responsabilità penali". Dunque, "lo Stato ha concorso all'omicidio Moro".
Il capitolo dell'istanza che mettiamo in rete ha come bersaglio il Comitato di Crisi. Un commissione affollata di piduisti, spie Cia e Kgb e agenti dei Servizi segreti che avrebbe dovuto lavorare come supporto per le forze dell'ordine, suggerire strategie su come salvare Moro, ma che finisce - secondo Marazzita e Maria Fida - per "costringere" le BR ad uccidere Moro. Quindi l'istanza chiede al Procuratore della Repubblica di incriminare quei componenti del Comitato che hanno contribuito alla determinazione dei brigatisti di uccidere lo statista.All'Illustrissimo
Signor Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma
Istanza di riapertura delle indagini sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull'omicidio di Aldo Moro ex art. 414 c.p.p.
Premessa
Il comitato di crisi del Ministero dell'Interno .
Sarà utile per capire in quale scenario storico si inserì la vicenda Moro compiere l'analisi del comitato di crisi istituito presso il Ministero dell'Interno dal Ministro Francesco Cossiga e capire quale sua stato il ruolo dei servizi segreti italiani di quel tempo, infiltrati dalla Loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli. Occorre ricordare che Gelli aveva manifestato più volte l' interesse a neutralizzare il progetto politico di Moro che andava sotto il nome di " compromesso storico ". Esso consisteva nel dialogo tra cattolici e comunisti. I capi dei servizi segreti svolsero un ruolo centrale nel "comitato di crisi ". E' bene capire quale sia stata la composizione di quell'organismo e in particolare se oltre ai servizi italiani affiliati alla P2 e nemici di Moro, fossero presenti agenti dei servizi segreti dell'Est e dell'Occidente.
Il comitato ebbe un ruolo centrale nel caso Moro, decidendo tutte le iniziative politiche e militari assunte nei 55 giorni di prigionia. Ma non era solo nel comitato di crisi che i seguaci di Gelli svolsero un ruolo rilevante. Nella cerchia di coloro che, ai vertici delle istituzioni, diressero, coordinarono, indirizzarono e seguirono le indagini sul sequestro Moro, ben 57 persone erano iscritte alla loggia massonica P2.
Il "comitato di crisi" ebbe tra i suoi componenti Giulio Grassini, capo del Sisde, (tessera numero 1620), Giuseppe Santovito, capo del Sismi, (tessera numero 1630) Walter Pelosi, capo del Cesis, il generale Raffaele Giudice, Comandante generale della Guardia di Finanza ( tessera 535 ), il generale Donato Lo Prete ( tessera n 1600) , l'ammiraglio Giuseppe Torrisi , capo di Stato Maggiore della Marina ( tessera 631 Roma ), il colonnello Giuseppe Siracusano ( tessera n 1607) , il prefetto Mario Semprini ( tessera 1637) , il professor Franco Ferracuti, (tessera n 2137) agente della CIA e consulente personale del senatore Francesco Cossiga, il colonnello Pietro Musumeci dell'arma dei Carabinieri, vice capo del Sismi e piduista , ed il dr Stefano Silvestri, dello IAI, Istituto Affari Internazionali.
Non affiliato alla loggia segreta era il Prefetto Gaetano Napolitano, capo del Cesis, l'organo di coordinamento tra servizi segreti. Il Prefetto Napolitano, con atto di grande coraggio, decise di dimettersi per non essere coinvolto in loschi intrighi sulla pelle di Aldo Moro. E fu sostituito da Walter Pelosi ( tessera 754 Roma ).
Il professor Ferracuti docente di criminologia all'Università di Roma, ed esponente della CIA, fu colui che avallò l'idea completamente falsa che Moro fosse un uomo fuori di sé, non più responsabile delle cose che scriveva dalla prigionia. Aldo Moro reagì alla manovra che era il preludio della sua liquidazione da parte del potere. Ed in una lettera del 7 aprile 1978 scrisse " sono intatto ed in perfetta lucidità". E aggiunse " E' vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subito alcuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono , si dice , un altro ed ai miei argomenti neppure si risponde". ( p 2 e 12 documento XXIII sulla documentazione rinvenuta il 9 ottobre 1990 in via Monte Nevoso a Milano )
Ferracuti fu l'autore del piano Victor, che prevedeva l'internamento di Moro ed il suo isolamento, se liberato dalle Brigate Rosse. La sua influenza fu enorme.
Un ruolo importante ebbe Stefano Silvestri , vice Presidente dello IAI. Il colonnello dei Carabinieri Domenico Faraone, capo del controspionaggio competente per i paesi del patto di Varsavia, identificò nel Silvestri colui che, con il nome in codice Nino, nel dossier Mitrokhin era un contatto confidenziale della residentura del KGB a Roma ( vedi rapporto impedian n 14 del dossier Mitrokhin e resoconti stenografici della Commissione Mitrokhin dell'11 e 12 febbraio 2003) . Il Silvestri era in contatto con Luigi Scricciolo, responsabile delle relazioni internazionali della UIL, che era a sua volta in contatto per ragioni di spionaggio con i servizi bulgari e con una spia del KGB con il nome in codice Frank. ( Dichiarazione di L Scricciolo al GI Imposimato volume 58 docum XXIII commissione Moro, dossier Mitrokhin rapporto Impedian n 218, resoconto stenografico commissione Mitrokhin del 11 febbraio 2003 p32 ) .
Il comitato aveva, dunque, nelle sue fila un agente della CIA , un presunto contatto del KGB ed affiliati alla P2, tutti ostili a Moro ed alla sua politica di superamento della logica dei blocchi contrapposti varata a Yalta.
La relazione di Stefano Silvestri.
Il professor Silvestri fece una relazione su come reagire al sequestro Moro,- mai pervenuta ai giudici del caso Moro perché secretata per quindici anni-, delineando la linea d'attacco alle BR. Egli disse che bisognava tendere alla "perdita di valore dell'ostaggio" . Il Governo doveva dimostrare di non avere alcun interesse a Moro ed alla sua vita. Il Silvestri si soffermò in particolare su quella che chiamò "la strategia del carciofo" perseguita dalle BR . Spiegò che le BR intendevano sfrondare ad una ad una le "foglie del nemico ( lo Stato italiano nda) lavorandolo ai fianchi , indebolendone la volontà, evitando a lungo il confronto diretto, mutando fronti e tattiche, sino a che esso non sia costretto a mettere a nudo il suo cuore , rinunciando a tutte le sue difese".
Per questa offensiva Silvestri vedeva una situazione drammatica dello Stato che si stava arrendendo. Ciò giustificava- per Silvestri- la proposta incentrata sulla riduzione del valore ostaggio. Dopo avere messo in evidenza che le BR cercavano di dividere il fronte degli oppositori DC, il Silvestri proseguì affermando : " Il rischio maggiore per gli avversari delle BR è quello di assecondare questa strategia lasciando sempre ad esse il vantaggio di attaccare " foglia dopo foglia" ed il vantaggio psicologico di raggiungere il fatto compiuto ". A questo punto Silvestri propose una strategia di risposta che era quella del blocco di ogni iniziativa diretta a " perdere tempo" per trovare la prigione.
Ecco cosa disse il Silvestri al Ministro dell'Interno Cossiga:
" La strategia fin qui seguita contro le BR sembra ispirarsi a due principi:
1)esercitare una pressione generica , ma possibilmente crescente, sul complesso della società italiana, nella speranza di isolare o comunque intralciare le operazioni delle BR ( obiettivo massimo: la scoperta del covo )
2) ricercare canali di contatto diretto o indiretto con le BR per iniziare un " dialogo " ( e quindi iniziare la dinamica di un negoziato ).
Questa duplice strategia cerca di assicurare quattro obiettivi: la salvaguardia dello Stato e dell'ordine pubblico, la protezione della società civile, la solidarietà politica e la vita dell'onorevole Moro. Tuttavia essa è anche una strategia con elementi contraddittori che potrebbe subire l'iniziativa di una strategia del carciofo ."
"Il problema- prosegue Silvestri- è nel doppio desiderio di combattere le BR e di evitare il peggio: il secondo obiettivo finisce col lasciare al nemico l'iniziativa ed accettare il "fatto compiuto". Una tale strategia lascia le BR completamente libere di scegliere la loro risposta e di graduare i loro interventi : i più duri e destabilizzanti fin quando la pressione non divenga insopportabile , .. e poi più accomodanti e negoziali ; costringendo il governo a trattare in condizioni di impopolarità ( o forse facendo anche in modo di ridicolizzare qualche esponente ) quando nella società vi sia già fermento e insoddisfazione.
" Ad un esame più attento risulta che tutti i " vantaggi" delle BR vengono attivati da un solo elemento, un solo punto di forza ideale, che permette loro di sfruttare la situazione : il possesso di Aldo Moro ed il suo valore ostaggio. Tutto il resto è accessorio. Sino ad ora infatti sembra che la perdita di Aldo Moro si sia dimostrata sufficiente per impedire al governo l'uso pieno dei suoi punti di forza. Se questo è il punto di forza allora obiettivo della strategia diviene: riconquista del punto di forza ( liberazione di Moro ), o, in via subordinata, riduzione del suo valore ostaggio".
Il Silvestri liquida subito la prima ipotesi ritenendola impraticabile.
Dopo avere affermato che "la strategia tesa alla riconquista di Moro difficilmente può essere utilizzata perché le BR hanno sinora mostrato di avere capacità sufficienti per sfuggire alla cattura", Silvestri sostiene che ciò non significa abbandonare la ricerca del covo o tralasciare ipotesi di contatto diretto con le BR, ma avere la consapevolezza che " queste sono vie secondarie, di reazione alle iniziative delle BR, che non consentono al governo una effettiva ripresa dell'iniziativa". E qui viene fuori la strategia che deve spingere le BR ad eliminare l'ostaggio. " Se non si può puntare tutto sulla liberazione dell'ostaggio, senza subire l'iniziativa avversaria, allora rimane la possibilità di diminuire il valore dell'ostaggio. Questa è una strategia difficile e crudele. Difficile, perché può dare l'impressione di cedere in qualche modo al ricatto dei terroristi, e crudele perché si espone alla escalation della violenza: contro l'ostaggio o con nuovi colpi di forza". Di queste due ipotesi, Silvestri opta per la seconda, rilevando che le BR avevano messo in atto pressioni psicologiche e materiali, che rendevano vulnerabile Moro, "certamente cosciente del grave valore politico che potrebbero avere sue ammissioni anche false o anche estorte con la forza." " Ma questa non è una lotta che egli possa compiere da solo".
A questo punto Silvestri passa alla proposta concreta parlando di " via offensiva e difensiva". " La via offensiva implicherebbe il tentativo di forzare la mano alle BR, costringendole, per ragioni di forza maggiore, ad abbandonare la loro attuale strategia. Per raggiungere un tale obiettivo si potrebbe ideare azioni di vario tipo , contro i brigatisti in carcere o contro i simpatizzanti, obbligando le BR a reazioni estreme ( esempio : il tragico sviluppo del caso Schleyer legato alla precedente azione di Mogadiscio, e ai suicidi in carcere ). Ciò potrebbe portare alla morte dell'ostaggio o potrebbe costringere i brigatisti a nuovi colpi di mano terroristici. In ambedue i casi essi sarebbero costretti a non sfruttare la strategia del carciofo , bensì ad abbandonarla , per tornare allo scontro diretto. E in tale scontro il governo potrebbe mobilitare senza più alcuna remora le sue forze superiori. "..
L'aspetto più inquietante e rilevante di questa storia è che questo documento segreto - mai consegnato ai giudici del caso Moro- venne trovato nel 1979 nel covo brigatista di viale Giulio Cesare 44 a Roma in cui si trovavano due dei responsabili del sequestro Moro Valerio Morucci e Adriana Faranda nonché Giorgio Conforto agente del KGB.
Diventa di estremo interesse, di conseguenza, stabilire attraverso quali modalità questo documento sia stato sottratto ai giudici e per quale motivo. Basterà valutare, tra l'altro, il resoconto della Commissione Parlamentare Mitrokhin dell'11/2/2003 per percorrere una traccia investigativa abbastanza agevole per l'accertamento di questa circostanza.
La relazione del prof Franco Ferracuti
In sintonia con l'analisi del dr Silvestri si pose quella del prof Ferracuti, uomo della CIA, il quale esordì dicendo, contro la verità testimoniata da esponenti delle BR , da Aldo Moro e da documenti , che " la vittima faceva uso abbastanza generoso di farmaci". E' quindi probabile che abbia continuato a prendere farmaci, senza poterne controllare la natura e le dosi. E' anche possibile che determinati farmaci gli siano stati somministrati al di fuori della sua consapevolezza. " Dopo la tesi falsa del " drogato" , Ferracuti passava a dire che " dalle analisi grafologiche si evidenziavano fini tremori , attribuibili possibilmente alla somministrazione di farmaci del gruppo dell'aloperidolo ( Rede Dotti 1974). Esattamente il contrario di ciò che aveva scritto Moro e ritenuto la Commissione di inchiesta sulla strage di via Fani- "
Tali farmaci , -sentenziava Ferracuti,- la cui somministrazione è dosabile con estrema facilità, possono diminuire notevolmente la resistenza psichica della vittima, pur accentuandone la reazione depressiva. Essi potrebbero spiegare la stereotipia e la perseverazione contenutistica presente nei messaggi 3 e 5, l'errato rilievo cronologico del messaggio 5, nonché alcune delle evidenti discrasie presenti in vari punti. Ove i farmaci siano stati usati, la loro somministrazione dovrebbe essere stata discontinua, dato il loro effetto di accumulo e data la variabilità contenutistica ed emozionale presente nei messaggi".
Anna Maria Braghetti, che fu la carceriera di Moro per 55 giorni, escluse la somministrazione di qualunque farmaco a Moro e la pratica di qualunque tortura fisica o psichica. Il giudice Mario Sossi, rapito dai NAP ( nuclei armati proletari ) disse che le BR non drogano i prigionieri, non li torturano e non estorcono i messaggi. (p 87 "Il prigioniero" di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella , universale economica Feltrinelli ) ). La stessa commissione sulla strage di via Fani riconobbe che " A scrivere era certamente Moro: suo era lo stile suoi erano i passaggi facilmente riconoscibili degli scritti Da alcuni cenni di Savasta e da allusioni di Morucci si desume che Moro fu un prigioniero coraggioso, tutt'altro che disposto a cedere passivamente alle richieste dei sequestratori"
Ferracuti ammise 15 anni dopo (1993) davanti all'FBI :"Aldo Moro era politicamente morto fin dal giorno della sua prima lettera dalla prigionia. E dal punto di vista del governo è stato meglio che " l'incidente di Moro sia finito come è finito" ( Tesi di master Università degli Studi La Sapienza-facoltà di criminologia- di Fiorenza Pascazio anno 2002-2003)
Quel comitato aveva nelle sue fila un agente della CIA , un contatto del KGB ed affiliati alla P2, tutti ostili a Moro. Il comitato operò senza lasciare alcun verbale.
Le possibili strategie furono elaborate da alcuni esperti di terrorismo che formularono delle possibili risposte alle iniziative delle BR.15 marzo 2004 - MORO: DOMANI SARA' PRESENTATA ISTANZA RIAPERTURA INDAGINI
ANSA:
MORO: DOMANI SARA' PRESENTATA ISTANZA RIAPERTURA INDAGINI
Domattina Nino Marazzita, avvocato di Maria Fida Moro, la maggiore delle figlie dell'ex presidente della Democrazia Cristiana, presentera' l'istanza della riapertura delle indagini a 26 anni di distanza dal tragico agguato di via Mario Fani. "E' un atto dovuto verso la verita', verso mio padre e anche verso mio figlio che ha perso il nonno e un punto di riferimento importante. Noi insistiamo per volere la verita' e chi sa sappia che continueremo a farlo. Se dovesse succederci qualcosa la ragione sara' questa nostra ricerca della verita'".MORO: 78 PAGINE PER CHIEDERE RIAPERTURA L'INCHIESTA
ISTANZA FIGLIA STATISTA SARA' DEPOSITATA DOMANI DA AVV.MARAZZITA
Settantotto pagine piene di fatti, indicazioni, documenti, in gran parte provenienti dall'archivio della commissione parlamentare di inchiesta sull'archivio Mitrokhin: e' il documento con il quale Nino Marazzita, a nome di Maria Fida Moro, chiede la riapertura delle indagini a 26 anni dal rapimento di Aldo Moro. Domani mattina Marazzita depositera' in tribunale la richiesta, ma l'avvocato indica alcuni elementi contenuti nel dossier. In particolare due capitoli piu' delicati: il primo nel quale Marazzita, dopo aver ricordato diversi fatti e citato documenti, chiede l'incriminazione di quanti avendo avuto notizia dell'imminente sequestro di Aldo Moro, non sono intervenuti per impedirlo. "C'e' una precisa norma giuridica che prevede chi non impedisce un reato, conoscendolo in anticipo, ne e' comunque responsabile. Non ci sono state comunicazioni a coloro che dovevano impedire questo avvenimento pur essendo la notizia a conoscenza di diverse realta' e strutture".
Altro capitolo rilevante e' quello del comitato di crisi che segui' l'attivita' delle varie strutture dello Stato nei 54 giorni. "Li dentro - dice l'avvocato - vi erano rappresentanti della P2 agenti della Cia, del KGB. Chiedo che siano individuati coloro che hanno operato in modo che le Br alla fine fossero costrette ad uccidere l'ostaggio. Bisogna capire chi nel comitato si comporto' in modo tale da determinare l'uccisione del presidente della Dc". Questo e' l'ultimo capitolo del dossier. Altri capitoli riguardano il ghetto e la prigione ("non in via Montalcini").
Ma Marazzita richiama un'esigenza di riservatezza per gli alti temi dato che altri documenti citati provengono sull'archivio della commissione Mitrokhin e vi sono stati dati con un vincolo di riservatezza e ai soli fini di giustizia. Marazzita presentera' il documento a nome di Maria Fida Moro, la piu' grande dei figli di Aldo Moro.MORO: 26 ANNI DOPO QUEL 16 MARZO, IN MEMORIA STRAGE
L'AGGUATO DI VIA FANI, PUNTA ICEBERG TERRORISMO IN ITALIA
(di Gianni Morini)
Ventisei anni dopo, l'eccidio di Via Fani, quell' "attacco al cuore dello Stato", che colpi' le istituzioni e segno' il momento piu' alto della strategia eversiva delle Brigate Rosse, merita una pausa ed una riflessione. Non fosse altro perche', come la storia ci insegna, dalla memoria di ieri, di quelli che furono definiti i 55 giorni piu' lunghi e difficili della storia della prima Repubblica, si puo' provare a dare un senso ed un perche' all' insensatezza ed agli interrogativi che lasciano le terribili stragi di oggi.
Il rapimento del presidente della Dc Aldo Moro e l' uccisione dei cinque uomini della sua scorta furono portati a termine, con fredda determinazione, la mattina del 16 marzo 1978: poco dopo le 9 un commando di terroristi, almeno una decina secondo quanto stabilirono successivamente le indagini, entro' in azione al passaggio della Fiat 132 blu e del corteo di auto che stava accompagnando lo statista verso Montecitorio. Quel giorno Moro avrebbe dovuto brindare alla formazione del primo Governo nella storia politica italiana con l'appoggio, seppur esterno, dell' allora Pci di Enrico Berlinguer. Il 16 marzo, insomma, era una data comunque destinata a restare negli annali. Ed ,infatti, nonostante l'orrore, nella stessa serata della strage e del sequestro, Camera e Senato concessero la fiducia con voto unanime di quasi tutti i partiti al governo monocolore Dc di Giulio Andreotti, un governo di 'unita' nazionale' o di 'compromesso storico', come lo si defini' allora,, chiamato a far fronte ad un' emergenza esplosiva e, inevitabilmente. destinato anche a spaccarsi attorno alle polemiche sul comportamento da tenere nei confronti dei rapitori di Moro.
Le auto del Presidente della Dc e della scorta furono costrette a rallentare all' incrocio tra via Fani e via Stresa, nel quartiere Monte Mario, da un'utilitaria che si mise di traverso ed, ancor prima che gli agenti si rendessero conto di quanto stava per accadere, un vero inferno di fuoco si abbatte' sulle due auto, seminando morte. Ha destato sempre sconcerto la precisione 'chirurgica' della 'geometrica potenza di fuoco' scatenata dai brigatisti: le raffiche di proiettili dei kalashnikov, 91 colpi complessivi, non lasciarono scampo agli uomini della scorta, ma neppure un solo colpo sfioro', nell' auto blu, il presidente democristiano, che venne tirato fuori dalla vettura e trascinato via. Del gruppo di fuoco dell' azione terroristica piu' audace e piu' violenta fino ad allora compiuta in Italia, fecero parte nove terroristi: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Bruno Seghetti, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, piu' Rita Algranati nel ruolo di vedetta. Da tempo, ormai, nessuno di loro e' piu' in carcere. Tutti sono in semiliberta' o al lavoro esterno.
Da quel lontano 16 marzo partirono giorni, settimane, mesi di incredibili colpi di scena, di certezze svanite, di speranze affossate, di appelli e rivendicazioni, di deliranti 'comunicati' del 'Tribunale del Popolo', ma soprattutto di furibonde liti e polemiche tra 'falchi' e 'colombe'. Si puo' dire che ancor oggi, oltre un quarto di secolo dopo quei giorni, non si sono del tutto spente le frizioni tra inattaccabili assertori della linea della 'fermezza', decisi a non concedere alcunche' ai terroristi, ed il partito trasversale di chi, invece, tento' o avrebbe tentato qualsiasi strada per salvare lo statista da una fine annunciata. Vinse comunque il no alle trattative ed il 9 maggio, a conclusione del 'processo' nel covo di via Montalcini, gli aguzzini di Moro eseguirono senza pieta' la loro 'sentenza' inappellabile: il corpo crivellato di colpi di Aldo Moro venne fatto trovare nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani, nel pieno centro di Roma, a due passi dalle sedi della Dc e del Pci. Come la Spagna di oggi, l' Italia non era piu' la stessa.MORO: 26 ANNI FA IL SEQUESTRO, GLOSSARIO
Breve glossario per il caso Moro:
- ALDO MORO - Presidente della Dc, 61 anni, viene rapito il 16 marzo 1978. Era stato il tessitore della lunga marcia di avvicinamento del Pci all'area della maggioranza di governo. Sara' ucciso il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia.
- LA SCORTA - Composta da 5 uomini, tutti uccisi in via Fani:
Oreste Leonardi, il capo, sottufficiale dei carabinieri ed ex istruttore della Scuola sabotatori paracadutisti di Viterbo, Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, Raffaele Jozzino e Giulio Rivera, poliziotti e Francesco Zizzi, vice brigadiere di polizia, che muore in ospedale poco dopo.
- IL COMMANDO - In via Fani, il gruppo di fuoco sarebbe stato composto da 9 persone: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Bruno Seghetti, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, piu' Rita Algranati nel ruolo di vedetta. Bloccata l' auto di Moro con un tamponamento, i br uccidono la scorta e portano via Moro. In tutto sono sparati 91 colpi, 49 dei quali da una sola persona. Da anni sono tutti liberi, in semiliberta' o al lavoro esterno.
- VIA FANI - La strada, nel quartiere Monte Mario, dove il 16 aprile 1978 avvenne il tragico agguato.
- VIA GRADOLI - Stradina sulla via Cassia dove il 18 aprile fu scoperto, in modo che lascia ancora dubbi, il covo dove vivevano Moretti (il capo delle Br) e la Balzerani. Perquisita (ma non il covo) pochi giorni dopo il rapimento. Il nome Gradoli poi torna fuori in una 'seduta spiritica', presente anche Romano Prodi.
- VIA MONTALCINI - Strada nel quartiere Portuense dove, in un appartamento comprato da Anna Laura Braghetti, sarebbe stato tenuto prigioniero Moro per tutti i 55 giorni. I carcerieri, oltre alla Braghetti, erano Germano Maccari, che risultava il convivente della Braghetti, Gallinari e il ricercatissimo Mario Moretti, che andava e veniva per interrogare Moro. Nel garage, Moro sarebbe stato ucciso (da Moretti o da Maccari, ma per molto si era detto da Gallinari) nel bagagliaio della R4 rossa.
- VIA CAETANI - Via al centro di Roma, vicina alle ex sedi di Pci e Dc e al ghetto ebraico, dove fu lasciato il corpo di Moro.
- VIA MONTE NEVOSO - Strada milanese dove l'1 ottobre 1978 i carabinieri di Dalla Chiesa scoprono un covo che contiene molto materiale, tra cui una versione del 'Memoriale' e lettere ancora non note. Il 9 ottobre 1990, dietro un pannello, sono trovati una versione piu' ampia del Memoriale, i testamenti di Moro, altre lettere. Al covo, dove sono arrestati Bonisoli, Azzolini e Nadia Mantovani, si sarebbe arrivati grazie a un borsello perso da Azzolini a Firenze. Dalla Chiesa avrebbe ritardato l' azione per attendere l' arrivo delle carte. Nella stessa strada abitava Fausto Tinelli, ucciso con Lorenzo Iannucci (noti come 'Fausto e Iaio') il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro.
- I COMUNICATI - I comunicati ufficiali, battuti tutti con la stessa macchina a testina Ibm, sono 9 (il primo il 18 marzo, l' ultimo il 5 maggio). C'e' stato poi il falso comunicato numero 7, trovato il 18 aprile (contemporaneamente alla scoperta di via Gradoli). Annunciava il corpo di Moro nel lago della Duchessa ed era palesemente falso, ma fu accreditato come vero. Fu scritto sembra da Toni Chichiarelli, falsario in contatto con la banda della Magliana, che sarebbe l' autore anche di un ulteriore falso comunicato in codice cifrato, firmato cellula Roma sud.
- LE LETTERE - Nei 55 giorni, Moro scrisse moltissime lettere, sicuramente piu' di 80, e diverse versioni del testamento. Solo 28 lettere furono recapitate dai 'postini' delle Br (ruolo di solito attribuito a Morucci e Adriana Faranda). Le altre furono trovate a via Monte Nevoso nel '78 e nel '90. Le piu' importanti sono quelle a Cossiga, a Taviani, a Zaccagnini e al Papa.
- IL MEMORIALE - Trovato in via Monte Nevoso in due tempi (nel 1978 e nel 1990), e' il testo scritto da Moro per rispondere all' interrogatorio delle Br. Nessuna delle due versioni sembra contenere rivelazioni particolarmente imbarazzanti.
- LE TELEFONATE - La telefonate piu' importanti sono quella di Moretti il 30 aprile a casa Moro, per chiedere un intervento immediato di Zaccagnini, e quella di Morucci, il 9 maggio, per segnalare che il cadavere di Moro era in via Caetani.
- IL GRANDE VECCHIO - Definizione data all'ipotesi che il terrorismo fosse diretto da una 'mente' esterna. Ne parlo' anche il segretario del Psi Bettino Craxi. Recentemente c' e' stato un tentativo di collegarla al musicista russo Igor Markevich.
- P2 - Ai vertici dei servizi erano uomini della P2, tranne Napoletano, segretario del Cesis, che fu spinto alle dimissioni a sequestro in corso e sostituito da un altro uomo della P2.
- FERMEZZA E TRATTATIVA - Con 'Partito della fermezza' e 'Partito della trattativa' vengono definiti gli atteggiamenti dei partiti durante il rapimento. Per la 'fermezza' furono quasi tutti i partiti (soprattutto il Pci), per la 'trattativa' i socialisti, i radicali e singoli esponenti di altri partiti.
- LE COMMISSIONI PARLAMENTARI - Sul caso Moro ha lavorato una apposita commissione (1979-1983), ma se ne sono occupate anche la commissione P2 e le varie commissioni stragi.
- I PROCESSI - Sono 4 i processi principali del caso Moro. Il primo, che unificava i Moro-uno e Moro-bis, si e' concluso in Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985, il Moro-ter si e' concluso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater a maggio 1997 con la condanna definitiva all' ergastolo per Lojacono, il Moro-quinquies si e' concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000) con le condanne di Raimondo Etro e Germano Maccari.
- COMPROMESSO STORICO - Nel '73 il segretario Pci Berlinguer, riflettendo sul colpo di stato in Cile, proponeva un' alleanza temporanea tra i partiti popolari per arrivare ad una democrazia compiuta in cui tutti fossero legittimati a governare. Dopo un 'governo della non sfiducia' ebbe una misera attuazione nel governo Andreotti (monocolore Dc votato da quasi tutti i partiti che ottenne la fiducia proprio il giorno del rapimento). Il caso Moro fu fondamentale per affossare l' esperimento.MORO: I 55 GIORNI PIU' LUNGHI DELLA REPUBBLICA
Cronologia dei fatti principali dei 55 giorni del rapimento Moro:
- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la fiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: Arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'.
- 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br rivendica la responsabilita' politica del rapimento.
- 21 marzo: Il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 25 marzo: Le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
- 29 marzo: Arriva il "comunicato n. 3" con la lettera al ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi "sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi" e accenna alla possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrivono di averla resa nota perche' "nulla deve essere nascosto al popolo". Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n. 4', con una lettera al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.
- 7 aprile: Il "Giorno" pubblica una lettera di Eleonora Moro al marito. La famiglia tiene un linea del tutto autonoma rispetto alla "fermezza" del governo.
- 10 aprile: Le Br recapitano il 'comunicato n.5' e una lettera di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
- 18 aprile: Grazie ad un' infiltrazione d' acqua, polizia e carabinieri scoprono il covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato n.7' in cui si annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro e l' abbandono del corpo nel Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, e' ritenuto autentico e per giorni il corpo di Moro sara' cercato, con un grande schieramento di forze, in un lago di montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da mesi.
- 20 aprile: Le Br fanno trovare il vero 'Comunicato n.7', a cui e' allegata una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.
- 21 aprile: La direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: Messaggio di Paolo VI agli "Uomini delle Brigate rosse" perche' liberino Moro "senza condizioni".
- 24 aprile: Il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio. Zaccagnini riceve un' altra lettera di Moro, che chiede funerali senza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini, Dell' Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.
- 30 aprile: Moretti telefona a casa Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, "immediato e chiarificatore" puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il 'no alle trattative'. Il 'Comunicato n. 9' annuncia:"Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". Lettera di Moro alla moglie:"Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione".
- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come "prigione del popolo".MORO: LIBRI, FILM E PROGRAMMI TV A 26 ANNI RAPIMENTO
A ventisei anni dal rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, ecco alcuni dei piu' recenti film, libri e programmi televisivi dedicati allo statista.
LIBRI: GIAMPAOLO SPINATO, 'AMICI NEMICI'(FAZI). Il sequestro Moro e gli anni di piombo in un romanzo che mescola finzione narrativa e veri documenti sui fatti di quegli anni. Il libro di Giampaolo Spinato, 44 anni, Selezione Premio Campiello nel '99 con 'Il cuore rovesciato', e' un diario scritto in presa diretta che ci fa vedere anche come vivevano i "ragazzi" di allora e punta su coincidenze e parallelismi. Nella sua ricostruzione l'autore parte dal sequestro dello statista della Dc e da quello di uno degli appartenenti al gruppo di fuoco che ha partecipato al rapimento: tale Sebastiano (nome di battaglia: Leto), fatto prigioniero da un misterioso personaggio appartenente all'eversione di destra. AGNESE MORO, 'UN UOMO COSI' (RIZZOLI):
La figlia di Moro, Agnese, racconta il papa' amatissimo e perduto per mano delle Br. Il sequestro e l'omicidio del segretario della Dc sono solo un'eco lontana in questo libro scritto solo con la sintassi degli affetti. GUSTAVO SELVA E EUGENIO MARCUCCI, 'ALDO MORO. QUEI TERRIBILI 55 GIORNI' (RUBBETTINO), CON LA PREFAZIONE DI SIMONA COLARIZZI. Ormai un classico, il libro e' la cronaca dei terribili 55 giorni del sequestro , fino al tragico epilogo del 9 maggio 1978. Completa il volume una ricca documentazione con il testo integrale del memoriale di Moro e tutte le lettere scritte dal leader Dc. FILM: 'BUONGIORNO NOTTE' di MARCO BELLOCCHIO con Luigi Lo Cascio, Maya Sansa, Giovanni Calcagno. L'emozionante rilettura della piu' grande e oscura tragedia dell'Italia contemporanea, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro ad opera delle Br. Un film coraggioso in puro stile Bellocchio, applauditissimo alla alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e per un soffio mancato Leone tra tante polemiche. 'PIAZZA DELLE CINQUE LUNE' DI RENZO MARTINELLI. Nel cast Donald Sutherland, Stefania Rocca e Giancarlo Giannini. Liberamente ispirato al libro 'La tela del ragno' di Sergio Flamigni, Martinelli tessendo insieme brandelli di storia e finzione mescola immagini della fiction con quelle autentiche di Moro nella prigione, sotto la bandiera rossa con la stella a cinque punte, poi il suo corpo nel portabagagli della Renault. E alla fine del film la voce del nipote, Luca. Molto atteso, il film e' stato fra i tonfi piu' clamorosi dei film del 2003. TV: nella puntata di oggi de 'LA STORIA SIAMO NOI' di Rai Educational, in onda su Raitre alle 8.05, Roberto Arlati, uno dei principali collaboratori di Dalla Chiesa, l'ex capitano dei carabinieri che guido' l'irruzione nel covo Br di Via Monte Nevoso il 1 ottobre '78, conferma che le carte di Moro furono 'sfoltite'. Arlati racconta anche come venne ritrovato il borsello di Lauro Azzolini, a Firenze, su un autobus, che permise di arrivare al covo Br. 'ENIGMA', il programma sui grandi misteri della storia, condotto da Andrea Vianello su Raitre, ha concluso la seconda edizione il 12 marzo con una puntata dedicata a Aldo Moro raccontato attraverso le 80 lettere scritte durante i giorni del sequestro. Mettendole tutte insieme, da quelle alla famiglia, alla Dc, agli amici, viene fuori un ritratto per raccontare quei 55 giorni ancora avvolti nel mistero.16 marzo 2004 - LEGALE MARIA FIDA MORO DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
ANSA:
MORO: LEGALE FAMIGLIA DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
L' avvocato di Maria Fida Moro, Nino Marazzita, ha presentato oggi alla Procura della Repubblica di Roma una istanza per chiedere la riapertura del fascicolo sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro e della sua scorta.MORO: AVV.MARAZZITA, BR COSTRETTE DA P2, KGB E CIA A UCCIDERLO
"Una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia, il cui scopo era bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". Sono queste per l' avvocato della famiglia Moro, Nino Marazzita, i responsabili indiretti e le ragioni per cui fu ammazzato lo statista.
Secondo il legale, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Marazzita ha sostenuto che nuovi elementi, tali da motivare la riapertura dell' inchiesta, sono contenuti nel cosiddetto dossier Mitrokhin. L' intero incartamento e' stato allegato in copia all' istanza. Si tratta di "un primo livello - ha spiegato il legale - poi forniro' documentazione per salire ad un livello piu' alto".
Dallo studio del dossier con le varie audizioni - le piu' significative quelle di esponenti del Sismi, tra cui il capo Fulvio Martini, e del magistrato Rosario Priore - il legale ha detto di aver trovato la conferma ad una ipotesi formulata negli anni e da piu' parti, secondo la quale ad uccidere Moro sia stato un insieme di interessi nazionali ed internazionali contrari alla sua intenzione di formare un governo di centro-sinistra.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l' evento". In altre parole l' avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l' allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L' istanza del legale e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell' uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, ed altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell' omicidio - ha specificato Marazzita - ed il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l' operato".
Il ruolo del Kgb sarebbe stato quello di "supportare questo scopo nella fase iniziale della vicenda, poi subentrera' anche la Cia, con un ruolo piu' importante. Gli israeliani - ha concluso Marazzita - ebbero invece un ruolo marginale, di supporto, cercarono di aiutare le Br ma poi queste presero le distanze da loro".MORO: LEGALE FAMIGLIA, UNA COMBINE TRA P2, KGB E CIA
CHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
L'avvocato Nino Marazzita, legale della famiglia Moro, ha scelto una data simbolica, quella del 26/o anniversario del sequestro e dell'uccisione della scorta, per far riesplodere il caso Moro. Lo ha fatto depositando alla Procura di Roma una istanza allegata a una ponderosa documentazione (il dossier Mitrokhin) in cui chiede la riapertura delle indagini.
Alla Procura di Roma non ci sono fascicoli aperti sul caso Moro. Secondo il legale proprio dal dossier sarebbero emersi nuovi elementi nella responsabilita' della vicenda, che confermerebbero uno scenario, sempre ipotizzato, quello di "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia". Lo scopo era "bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". In altre parole, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell'omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l'evento". In altre parole l'avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l'allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L'istanza e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell'uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, e altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell'omicidio - ha specificato Marazzita - e il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l'operato".16 marzo 2004 - MORO: COMMEMORAZIONI IN VIA FANI
ANSA:
MORO: COSSIGA IN VIA FANI IN FORMA STRETTAMENTE PRIVATA
Oggi pomeriggio il presidente Francesco Cossiga si e' recato, in forma strettamente privata, in via Mario Fani per ricordare, con un semplice omaggio di fiori e una fervida preghiera, il triste e doloroso avvenimento di 26 anni fa quando venne rapito l'on. Aldo Moro e vennero barbaramente uccisi gli uomini della sua scorta.MORO: DS IN VIA FANI PER ANNIVERSARIO RAPIMENTO
Il presidente del Gruppo Ds al Senato, Gavino Angius, in rappresentanza del partito si e' recato questa mattina in Via Fani, in occasione della commemorazione del rapimento di Aldo Moro e l'uccisione della sua scorta, avvenuti il 16 marzo 1978 ad opera delle Brigate rosse. Alla commemorazione erano presenti anche rappresentanti del governo, del Parlamento, della citta' di Roma, i vertici delle forze dell'ordine.MORO: PARISI IN VIA FANI PER 26/MO ANNIVERSARIO RAPIMENTO
"OGGI COME ALLORA DIFENDEREMO DEMOCRAZIA DA ATTENTATI"
Una delegazione della Margherita si e' recata questa mattina in Via Fani per commemorare il rapimento di Aldo Moro e l'uccisione della sua scorta avvenuti 26 anni fa.
"Anche se la Margherita e' un partito nuovo nato dalla nuova stagione della Repubblica - ha poi dichiarato Arturo Parisi - il nostro non e' un partito senza memoria. Siamo tornati oggi qua a Via Fani, nel luogo del rapimento di Aldo Moro e dell'eccidio degli uomini della sua scorta, per ricordare. Ricordare lo statista che piu' di ogni altro lavoro' per il compimento della prima stagione della nostra democrazia, ricordare i servitori dello Stato che morirono innocenti mentre adempivano il loro dovere, ricordare il terrorismo che insanguino' la nostra storia: per ricordare e per dire che il nostro impegno politico di oggi assume a riferimento la lezione di ieri, per ricordare e per dire che, cosi' come allora il terrorismo fu battuto dalla unita' delle forze democratiche, ogni attentato alla democrazia ci trovera' come allora vigili, forti, e uniti".16 marzo 2004 - MORO: COMMEMORATO A FASANO SOTTUFFICIALE ZIZZI
ANSA:
MORO: COMMEMORATO A FASANO SOTTUFFICIALE ZIZZI
Una cerimonia per commemorare la morte del sottufficiale Franco Zizzi, uno dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro uccisi il 16 marzo 1978, si e' svolta oggi nel cimitero di Fasano, citta' di origine della vittima. La manifestazione, durante la quale sono state deposte corone di alloro, si e' tenuta alla presenza di familiari di Zizzi. Sono intervenuti il prefetto ed il questore di Brindisi, Ferri e Ieva, il sindaco di Fasano, Ammirabile, ed il vescovo, mons.Carparelli.
Successivamente nell' istituto alberghiero cittadino e' stata inaugurata la palestra intitolata a Zizzi.17 marzo 2004 - RICHIESTA RIAPERTURA CASO MORO: DAI GIORNALI
ANSA:
MORO: COSSIGA, ATTACCO MARAZZITA SOLO INDECENTI SPECULAZIONI
Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, attacca duramente l'avvocato Nino Marazzita, che ieri ha presentato una richiesta di riapertura delle indagini sul caso Moro a nome di Maria Fida, la primogenita del presidente della Dc.
Senza citare per nome Marazzita, Cossiga parla delle "recenti farneticanti speculazioni sul caso Moro di un assai modesto legale". "E' doloroso e rivoltante - afferma l'ex Capo dello Stato - che un noto 'paglietta' speculi in maniera indecente, dopo 26 anni, su un evento tragico quale fu il rapimento di Aldo Moro, la sua successiva uccisione, e l'annientamento della sua scorta, evidentemente per risollevare le sorti di una traballante professione".MORO: MARAZZITA, INSULTI CHE SANNO DI CONFESSIONE
"Nessuno l'ha chiamato in causa. Questo attacco di Cossiga ha il sapore di una confessione spontanea". Nino Marazzita, rappresentante legale di Maria Fida Moro, replica cosi' al duro attacco del presidente emerito della Repubblica.
"Sono insulti - dice - che mi lasciano del tutto indifferente. Non replico perche' penso che gli insulti, quando sono usati come un metodo, si ritorcano giustamente contro chi li fa". "Cossiga usa l'insulto come metodo - prosegue Marazzita - quando i temi non gli sono graditi. Sarebbe stato molto piu' interessante se nei 26 anni che sono passati da via Fani avesse cominciato a dire la verita'. Debbo ammettere che come uomo politico lui non e' stato 'modesto', ma e' stato molto divertente".MORO: AL VAGLIO PM IONTA RICHIESTA APERTURA NUOVA INDAGINE
E' da oggi al vaglio del pm Franco Ionta, responsabile del pool antiterrorismo di Roma, la documentazione, tre faldoni (comprendente il dossier Mitrokhin), depositata dall' avvocato Nino Marazzita assieme alla richiesta di apertura di una nuova indagine sul caso Moro.
Per il legale, proprio dal dossier emergono aspetti che potrebbero configurare lo scenario di "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia" il cui scopo sarebbe stato quello di "bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". Questi organismi, secondo l' ipotesi di Marazzita, "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si sarebbero impadroniti dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo".
Il pm Ionta, il quale ha rappresentato l' accusa in alcuni dei processi celebrati sui fatti cominciati con il sequestro dello statista Dc in via Fani e la strage della sua scorta, dovra' ora stabilire se sussistano i presupposti per la apertura di un fascicolo processuale. In particolare, il magistrato, titolare tra l' altro del fascicolo riguardante proprio il dossier Mitrokhin, dovra' accertare se quegli elementi indicati da Marazzita non siano mai stati esaminati in passato e, quindi, costituiscano la novita' necessaria per avviare una nuova inchiesta.MORO:ACCAME, CHI FECE CADERE INDICAZIONE DI GRADOLI STRASSE?
TROPPI TABU' RESISTONO AD UNA SERIA RIFLESSIONE
"Vi sono ancora troppi tabu' che resistono nonostante siano passati 26 anni dal sequestro di Aldo Moro". Falco Accame, ex presidente delal Commissione Difesa, studioso del caso Moro e presidente della Anavafaf, l'associazione che tutela i militari, chiede che questi tabu' siano affrontati. C'era qualcuno che sapeva della imminente strage nelle istituzioni e non ha fatto nulla per evitarla?" E a riscontro Accame cita alcuni elementi: "Perche' dal tavolino a tre gambe di Bologna non emerse la chiave per scoprire il covo e cioe' via Gradoli, ma emerse solo 'Gradoli', deviando cosi' la indagine sul paese e impedendo che si scoprisse una fonte essenziale per individuare la prigione e i carcerieri di Moro?. Eppure da fonti tedesche era emersa la notizia esatta, e cioe' che si trattava di Gradoli Strasse, e non vi erano quindi dubbi su dove andare a guardare".
Accame ricorda gli elementi emersi nel tempo sulla ""Gladio delle centurie" la struttura militare che e' stata tenuta coperta dal 'disvelamento' della gladio dei 622. Un militare di questa gladio venne inviato a Beirut il 5 marzo 1978. Il 16 febbraio era pervenuta ai servizi una soffiata dal carcere di Matera da parte di un detenuto, Salvatore Senatore. Il militare fu convocato a La Spezia da Comsubin (il comando incursori a cui venne affidata anche l'operazione smeraldo i ricerca della prigione di Moro sul litorale laziale) in data 26 febbraio. Il gladiatore fu imbarcato a La Spezia il 5 marzo sulla nave Jumbo M e gli fu affibbiato un messaggio a distruzione immediata in cui si chiedeva che l'Olp intervenisse per la liberazione di Moro. Quel documento era per Stefano Giovannone, capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. L'originale di questo documento e' stato riprodotto nel libro "I misteri del caso Moro" del regista Giuseppe Ferrara, "Forse - osserva Accame - non a caso e' stato fatto completo silenzio su questo libro dove si fa cenno dal ruolo giocato da Comsubin e Maripers sulla intera vicenda". Il secondo tabu' - sostiene Accame - riguarda l'invio di un'agente della gladio delle centurie (nome in codice Franz) in Cecoslovacchia per indagare sull'addestramento delle Br in tale paese, addestramento che risulta dal libro "In cifra" "I giorni del diluvio" scritto dall'allora sottosegretario ai servizi segreti, Francesco Mazzola. "L'agente Franz - come ha piu' volte detto - ebbe notizie da ambiente tedesco circa il covo di 'Gradoli Strasse'. Lo comunico' al capitano La Bruna. Fu pero' fatta cadere strasse e la notizia fu data in modo anonimo attribuendola ad una 'soffiata' del tavolo a tre gambe di Bologna dove si tenne a seduta spiritica che ufficialmente indico' il nome di Gradoli".
"Interrogati dai Ros - segnala Accame - i due gladiatori dovrebbero essere incriminati per falsa testimonianza se hanno detto il falso e processati. Se quanto hanno detto e' vero la rilevanza della notizia da loro fornita e' di enorme interesse. Ma sulla vicenda e' caduto il silenzio piu' rumoroso di quello di un attentato terroristico. I cittadini hanno diritto di sapere se questi due gladiatori hanno mentito o hanno detto il vero. Il silenzio su questa vicenda e' una vera vergogna per la Repubblica.ANSA:
MORO: VOLONTE', FARE CHIAREZZA,A PARTIRE DA SEDUTA SPIRITICA
"Sul caso Moro e' ora di fare chiarezza e di dire la verita'. Avevo 11 anni quando accadde l'eccidio e il rapimento di Aldo Moro e non intendo aspettarne altri 25 per sapere, a partire dal tavolino a 3 gambe, cosa accadde". Lo afferma in una nota il presidente dei deputati dell'Udc Luca Volonte'.
"E' una vergogna - aggiunge Volonte' - che i protagonisti di quella seduta non vadano a fondo di quella circostanza. E' intollerabile che quello e altri misteri legati alla morte di Moro si debbano lasciare in eredita' ai nostri figli"."Il Gazzettino"
MISTERI D'ITALIA
Con una istanza presentata ieri l'avv. Nino Marazzita per conto di Maria Fida Moro ha chiesto la riapertura delle indagini sulla strage di Via Fani nonché sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Secondo la figlia di Moro dalle indagini relative al dossier Mitrokhin e da altre indagini sarebbero emerse nuove prove e nuovi indizi. In particolare sarebbe emerso il collegamento tra uomini delle Br e il servizio segreto di Mosca, e inoltre che il comitato di crisi, massimo organo costituito dal governo d'allora per seguire il rapimento Moro, era costituito di persone quasi tutte iscritte alla loggia massonica "coperta" P2. Uno dei non iscritti alla Loggia P2 si dimise dal comitato per disaccordo con gli altri membri.
Allegando documenti tratti dal dossier Mitrokhin e dalle indagini relative, l'avvocato Marazzita chiede al procuratore della Repubblica di riaprire le indagini "in ordine alla individuazione degli ulteriori concorrenti nei delitti relativi al sequestro e all'omicidio dell'on. Aldo Moro e della sua scorta".
"Le nuove fonti di prova - spiega il legale - sono facilmente rilevabili attraverso la lettura della documentazione prodotta: è processualmente certo-ha aggiunto Marazzita- che due tra i più feroci organizzatori della strage, del sequestro e dell'uccisione del presidente Moro furono arrestati nel maggio '79 a Roma in viale Giulio Cesare, presso il domicilio di Conforto Giuliana. È certo che fino al giorno precedente la strage il presidente Moro era stato seguito da un soggetto di nazionalità russa".
Le indagini sul dossier Mitrokhin hanno permesso di acclarare "ulteriori fonti probatorie su circostanze fino ad oggi sconosciute agli inquirenti e in gran parte dolosamente celate": primo, che "Conforto Giorgio era l'agente "Dario", caporete dei servizi strategici del patto di Varsavia e quindi uomo del Kgb russo. Secondo, che il soggetto che seguiva Moro era Sergej Sokolov, capitano del Kgb russo. Terzo, che Morucci Valerio, Giorgio Bellini, Luigi Santini, Alessandro Girardi erano membri dell'organizzazione 'Separat', gestita dal terrorista Carlos, braccio esecutore della strategia terroristica del Kgb".Un'altra circostanza "merita il doveroso approfondimento": "All'indomani dell'eccidio di via Fani e durante tutto il corso del sequestro fu istituito presso il ministero dell'Interno per volere del ministro Cossiga uno speciale comitato di gestione crisi". I suoi componenti sono quasi tutti risultati iscritti alla loggia massonica P2. "Non affiliato alla loggia segreto era il prefetto Gaetano Napolitano, capo del Cesis, che con grande atto di coraggio decise di dimettersi in quanto non condivideva l'operato del comitato". "Tali elementi - concòude l'avvocato dei Moro - chiudono il cerchio logico della morsa cospirativa nella quale Aldo Moro era chiuso senza più alcuna speranza di sopravvivere"."L'Opinione"
Do you remember Aldo Moro?
di Dimitri Buffa
Ventisei anni fa, un 16 marzo come quello di ieri, solo che era giovedì, l'Italia scoprì di che lacrime grondavano e di che sangue le ideologie post sessantottine e marxistoidi delle Brigate Rosse. Alle 9.05 infatti un commando rapiva Aldo Moro in pieno giorno e in piena Roma e per sequestrarlo uccideva senza pietà i suoi cinque agenti di scorta: evento che poi sarebbe stato ricordato per questo quarto di secolo come la strage di via Fani. Tutti i protagonisti di quel crimine oggi sono liberi. Anche di predicare da cattivi maestri, anche di rivendicare un ruolo nell'attuale movimento no-global. Chi scrive, all'epoca era un ragazzino immaturo che faceva l'ultimo anno del liceo classico al San Giuseppe de Merode di piazza di Spagna. "Immaturo" non solo per la giovane età, ma perché, come quasi tutti gli altri italiani, sentiva come inverosimile un evento drammatico come quello che all'epoca stava vivendo e i 55 giorni che ne seguirono.
L'Italia, pur essendone stata devastata almeno dal 12 dicembre 1969, data della strage di piazza Fontana, di fatto scopriva il terrorismo solo quel maledetto 16 marzo 1978. E ricordo che noi ragazzi ci emozionavamo un casino tra posti di blocco e perquisizioni di abitazioni a blocchi. Ancora rammento gli autobus che stavano in fila sulla via Cassia per farsi ispezionare palmo a palmo da chi cercava anche solo un labile indizio che portasse alla prigione di Moro. A scuola poi "giocavamo alle Brigate Rosse", stilando finti comunicati e quant'altro. La realtà era oltre la nostra immaginazione. Il nostro immaginario era stato assorbito dagli anni di piombo e la matrice marxista dei brigatisti ci sembrava lontana, quasi mitologica.
All'epoca il Pci, cioè l'avo degli attuali Ds, teneva una posizione ben più dura contro il terrorismo di quella che sarebbe stata tenuta dai suoi futuri discendenti. E andava incontro alle critiche di chi gli ricordava che quei rivoluzionari non erano sedicenti brigatisti (come scriveva qualche anno prima del sequestro Moro uno come Giorgio Bocca), bensì rappresentavano la parte rimossa dell'album di famiglia. Per usare lo slogan che coniò la Rossanda. Il Pci di Berlinguer fu durissimo soprattutto contro quei fiancheggiatori e simpatizzanti dell'area dell'autonomia operaia che in fondo stavano alle Br come gli attuali no global stanno ai terrorismi nostrani o di importazione nell'anno di grazia 2004. Erano "l'acqua in cui nuotava il pesce", come si diceva all'epoca.
Oggi che ben altro terrorismo, di matrice nihilista-terzo mondista e pseudo religiosa, ci minaccia, stupisce non poco vedere la mutata e possibilista posizione degli eredi del Pci (e dell'annesso "partito della fermezza" che oltre ogni ragionevolezza rifiutò ogni apertura che potesse sapere di trattativa con i carcerieri di Moro): oggi con Bin Laden non solo si tratta, ma ci si ritira dall'Iraq se i suoi terroristi ce lo ordinano con deliranti comunicati che rivendicano stragi indiscriminate come quelle che una volta venivano etichettate come "fasciste" (piazza Fontana, Bologna, Brescia, Italicus, ecc.).
Oggi si marcia per la pace insieme a quell'area del movimento antagonista che "tifa" non solo per le nuove Br di Nadia Desdemona Lioce (la brigatista "palmare"), ma anche per tutti quei terroristi che in Iraq o altrove ammazzano americani o israeliani o italiani o spagnoli. Il 20 marzo Fassino, dopo avere rifiutato la manifestazione unitaria proposta dal Polo, andrà probabilmente alla marcia dei Casarini, dei Caruso e degli Agnoletto, tra bandiere americane bruciate e cori di "uno-dieci-mille Nassirya", mentre il suo omologo spagnolo, "Bambi" Zapatero, fa già sapere che intende cedere al ricatto terrorista e ritirare la simbolica presenza spagnola in Iraq.
Se Lama veniva cacciato dall'università di Roma nel 1977 dagli amici dei terroristi, i Fassino, i Cobas, la sinistra Ds, i Verdi, i Comunisti unitari e i rifondaroli post moderni faranno a gara per ottenere la benedizione dei no-global, in gran parte definibili come gli odierni simpatizzanti del terrorismo islamico e non. Perché tutto ciò? Forse perché se certe ideologie come quella liberale con il tempo invecchiano come il buon vino, certe altre, come il marxismo, hanno invece preso decisamente d'aceto.17 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON E L'ITALIA
"Il Corriere della sera"
ARCHIVI USA
Nixon: il mio tormento si chiama Italia
Nuove rivelazioni dai documenti di Washington appena declassificati. Tra il 1969 e il 1970 il nostro Paese era "osservato speciale"
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
WASHINGTON - "La competizione tra Fanfani e Moro per la Presidenza della Repubblica è un cancro continuo per la Dc. Nessuno dei due può essere eletto presidente senza i voti comunisti. Fanfani e Moro sono ossessionati, pensano sempre che effetto avranno le loro azioni sul Pci se ne otterranno l'appoggio per le loro ambizioni presidenziali. Ma potrebbe emergere un outsider, Pertini". Una pausa. "Se indicessimo le elezioni, ne uscirebbe un Parlamento più centrista, ma il Pci lo sa e non vuole che siano anticipate. Per questo si comporta bene, tanto è vero che il suo segretario Longo ha condannato l'espulsione di Dubcek dal Pc cecoslovacco. Sta utilizzando i socialisti come il suo cavallo di Troia nelle amministrazioni locali".
E' il 9 luglio del '70, sei mesi dopo l'autunno caldo, e il leader dc Mariano Rumor, appena dimessosi da premier dopo il governo dei 100 giorni, il suo terzo, si sfoga con l'ambasciatore americano a Roma Graham Martin. E' convinto che alle elezioni regionali del mese precedente ci sia stato un complotto Pci-Psi, uno storno forzato di voti dal Psiup ai socialisti per formare amministrazioni "rosse" come in Umbria e in Toscana e per fargli la fronda a Roma. Sbotta: "Mi sono dimesso per traumatizzarli e indurli alla ragione!".
Lo sfogo di Rumor figura nel dossier Nixon sull'Italia declassificato dagli Archivi nazionali a Washington, e segna una svolta nella politica dell'amministrazione Usa verso il nostro Paese. La Casa Bianca, che ha puntato non sui due "cavalli di razza" Fanfani e Moro ma su Rumor, si è accorta che in Italia è incominciato un periodo di grave instabilità politica. I suoi carteggi testimoniano del timore che il Pci assuma il potere, del sospetto che il Psi ne sia complice, e della furia per le beghe fra i leader della Dc. Ai primi di agosto l'ambasciata a Roma arriva a ipotizzare una "soluzione non costituzionale" della crisi: Martin adombra "un flirt di Fanfani con i sovietici per installare un regime "forte" in Italia", in vista della sua conquista della Presidenza, e si riserva di affrontarlo al ritorno della sua visita a Mosca.
L'ipotesi è sbagliata, di lì a pochi giorni nascerà il governo di centrosinistra di Colombo. Ma per Washington il nostro Paese è diventato "il ventre molle dell'Europa, e mette in gioco il futuro della democrazia nell'intero continente". Il "tormento italiano" di Nixon è incominciato un anno prima, nel luglio del '69, alla caduta del "Rumor 1°". In quella data un dispaccio del Dipartimento di Stato cita Toni Bisaglia, ritenuto un uomo di fiducia: "Se fosse utile, non avremmo obiezioni a che lo avvicinaste per influire sulla formazione del governo" scrive all'ambasciata. Il disagio aumenta quando quello stesso mese Rumor forma un monocolore con Moro agli Esteri al posto di Nenni. Un rapporto dice che il governo potrebbe cadere "a causa dei torbidi operai e studenteschi". Nell'ottobre '69 "le convulsioni italiane" sono tali da indurre il ministro dei Trasporti John Volpe, un italoamericano amico di Nixon, a prendere le redini della diplomazia. Volpe, che diverrà ambasciatore a Roma, si reca da Saragat. Il presidente italiano avverte che Nixon deve proteggere non solo l'Italia "ma tutta l'Europa, se no l'Urss tenterà di fagocitarla come Praga", e paragona la Superpotenza all'impero romano "arbitro dell'equilibrio e la pace mondiali". Volpe chiede a Nixon di invitare Rumor e Saragat a Washington per un chiarimento.
Il segretario di Stato William Rogers e il consigliere della sicurezza della Casa Bianca Henry Kissinger non sono d'accordo sull'invito. Rogers vuole il chiarimento subito. Segnala a Kissinger di avere ricevuto una lettera "dell'avvocato Paolo Pisano, che dice di rappresentare l'editore Vittorio Vaccari e Rumor, secondo cui, se non interverremo, a Roma andrà al governo un Fronte popolare coi comunisti". Stando a Pisano, "Moro è pronto all'intesa con il Pci" (il compromesso storico, non ancora noto come tale) "che è facilitata dall'abbandono da parte del Vaticano della sua politica anticomunista". Kissinger preferisce aspettare, vuole prima un'indagine dei servizi segreti sull'Italia e la Santa sede.
Sceglie il gennaio del '70 per la visita di Rumor, e il luglio successivo per quella di Saragat. E sollecita poi Nixon a formare una Commissione d'inchiesta "sulle implicazioni per gli Usa di un ingresso comunista al governo a Roma".
"C'è qualche pericolo che in due o tre anni il Pci salga al potere, sarebbe prudente esaminare la emergenza, non possiamo lasciarci cogliere impreparati". Il capo della commissione sarà Elliott Richardson, un fido di Nixon: l'esito dell'inchiesta è tuttora segreto, il dossier non è mai stato declassificato.
Dall'ottobre '69 in poi, mentre il nuovo ambasciatore Graham Martin, un falco nominato per fare ordine nel caos italiano, giunge a Roma, gli eventi precipitano. L'autunno caldo accentua le difficoltà di Rumor, le bombe del 12 dicembre alla Banca dell'Agricoltura di Milano e alla Banca del Lavoro di Roma seminano il panico tra gli italiani. Un telegramma dell'ambasciata americana al Dipartimento di Stato parla di "centinaia di arresti tra i maoisti, gli anarchici, gli estremisti di sinistra" senza cenni alla strategia della tensione della estrema destra. "Gli effetti politici potrebbero essere severi" ammonisce. Rumor annulla la visita a Washington a gennaio, e in un appunto a Nixon del 16 dicembre Kissinger commenta: "Se venisse, al ritorno a Roma si troverebbe in una situazione più difficile". A differenza di Martin, Kissinger non esclude che le bombe arrivino da destra: "La polizia italiana sta arrestando anche neo fascisti con trascorsi terroristici". A gennaio e febbraio del '70, né Rumor né Moro né Fanfani riescono a formare un governo, l'Italia è alla deriva.
Rumor riesce nell'impresa a marzo, e la Casa Bianca non prende misure, decide di aspettare. Il 22 giugno del '70, quando Fanfani si reca all'Onu, Kissinger organizza una sua visita alla Casa Bianca per l'atteso chiarimento. Notifica a Nixon che Fanfani vuole apparire "un leader meritevole dell'attenzione americana, cosa che è nel nostro interesse perché è un uomo influente".
Il presidente Usa sa come trattarlo. Ricorda che "la nostra ex ambasciatrice a Roma Booth Luce lo considerava il miglior politico italiano" e Fanfani ribatte che lo chiamava "il leader per i giorni di pioggia". Il "cavallo di razza" rassicura l'ospite. Quella tra il luglio '69 e il marzo '70 è stata una fase tra le più delicate della storia d'Italia, ma la situazione è molto migliorata. Le ultime elezioni hanno rafforzato la Dc, il Psi, il Psu e il Pri a danno della destra e fermato l'avanzata del Pci, del Psiup e dei maoisti. Si può guardare al futuro con ottimismo. Ottimismo infondato perché due settimane dopo scoppierà la tempesta, Rumor rassegnerà le dimissioni, e Fanfani finirà sulla lista dei sospetti.NATO E DINTORNI
I cavalli di razza che non piacevano alla Casa Bianca
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON - Il dossier degli Archivi nazionali conferma che Moro non è gradito all'amministrazione repubblicana di Nixon tanto quanto lo fu a quella democratica di Johnson. Il 9 ottobre del '69, in pieno autunno caldo, l'ex premier italiano, in quel momento ministro degli Esteri, va alla Casa Bianca. Kissinger ha notificato a Nixon che Moro "è interessato al simbolismo, non alla sostanza dell'incontro, per una questione di prestigio personale e come riconoscimento del ruolo della Dc in Italia". E' un'allusione, come quella a Fanfani otto mesi dopo, alla sua corsa alla presidenza della Repubblica italiana. Kissinger ha anche ricordato a Nixon che in passato ha visto Moro due volte.
Il presidente americano fa del suo meglio. Dice a Moro che l'America ritiene l'Italia "un alleato importante", e giudica lui Moro, Saragat e Rumor "politici realistici, il tipo di leader di cui il mondo ha bisogno". Moro è cauto, non si riscalda ai complimenti come farà Fanfani. Non si sbottona sul Pci né sul Psi, ribadisce solo l'"amicizia e solidarietà italiane" agli Usa, e illustra la crisi a Roma: "I problemi sono complessi, il Paese è in transizione, ma il monocolore di Rumor intende rilanciare il centrosinistra, i cui partiti sono tutti per la Nato". Esprime infine il suo apprezzamento per il passaggio dal confronto al negoziato nella politica estera Usa.
E. C.17 marzo 2004 - IL "LIBRO NERO DELLA PRIMA REPUBBLICA" DI RITA DI GIOVACCHINO
"Il Manifesto"
Le strade d'Italia che portano a Capaci
Per Fazi Editore, "Il libro nero della prima Repubblica" di Rita Di Giovacchino
FRANCESCO NERI
Perché il 20 marzo 1979 è stato ucciso a Roma, in via Tacito, il giornalista Mino Pecorelli, direttore di Op, in procinto di pubblicare ampi stralci della parte sconosciuta del Memoriale Moro? Perché nel 1980 lo Stato scese a patti con le Br e pagò un riscatto per la liberazione dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, rinnegando la linea della fermezza che solo due anni prima aveva adottato per il sequestro di Aldo Moro? Chi è veramente il senatore Giulio Andreotti, uno dei pochi politici italiani uscito indenne dal terremoto che ha distrutto la prima repubblica? Sono solo alcune domande a cui cerca di rispondere Il libro nero della prima repubblica (Fazi editore, pag. 443, 18 euro). L'autrice, Rita Di Giovacchino, da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il Messaggero. Ha seguito quasi tutte le grandi tragedie italiane: dal caso Moro alla morte di Falcone e Borsellino. Con questo volume, uscito solo qualche mese fa e già alla seconda ristampa, la giornalista tenta di ricostruire l'intreccio dei poteri, visibili e invisibili, che hanno caratterizzato e condizionato decenni di vita politica nazionale.
Il libro è articolato in cinque parti: un prologo, tre capitoli, un epilogo. "Il mio criterio - dice Di Giovacchino - sarà quello di raccontare i fatti".
La prima parte del volume è dedicata agli anni del golpe Borghese: la notte dell' 8 dicembre 1970 alcune migliaia di uomini guidate dal principe Junio Valerio Borghese occuparono il Viminale per ritirarsi poche ore dopo. Sono anche gli anni di Gelli e della P2. Quelli di Sindona che morirà il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè al cianuro, proprio come Gaspare Pisciotta nel `54. Sono gli anni di Gladio, un'organizzazione segretissima di cui facevano parte tre componenti operative: il Superservizio, sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione, identificato con l'ufficio R del Sid e poi del Sismi; i reparti militari Stay Behind regolari; la rete parallela, costituita da civili o ex militari, in cui erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.
La seconda descrive il delitto Moro: l'agguato di via Fani, il carcere del popolo, il Memoriale. Rita Di Giovacchino riporta molti documenti di quei tragici fatti e, commentando alcune lettere del leader democristiano, scrive: "È proprio la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo".
La terza parte è relativa all'agenzia del crimine: la banda della Magliana, il patto intercorso tra questa, Cosa Nostra e ambienti dell'eversione di destra "cominciato - come si legge nel volume - con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine e dei malavitosi agli attentati".
Nell'epilogo, sul tramonto della prima repubblica, Rita Di Giovacchino riporta alla memoria del lettore quel 23 maggio 1992 quando, sull'autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, all'altezza di Capaci, 500 chili di tritolo dilaniarono il giudice Falcone, la moglie e cinque agenti di scorta. E poi il 19 luglio quando, solo 57 giorni dopo, stessa sorte sarebbe toccata al giudice Borsellino in via D'Amelio.18 marzo 2004 - GIOVANNI FERRARA NUOVO PROCURATORE ROMA
ANSA:
GIUSTIZIA: A FERRARA LA GUIDA DELLA PROCURA DI ROMA
DECISIONE UNANIME DEL CSM;IL NUOVO CAPO E' STATO PM DEL MORO-TER<