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2 settembre 2004 - LIBRI: EX AMBASCIATORE USA GARDNER E GLI ANNI DI PIOMBO
ANSA:
LIBRI: EX AMBASCIATORE USA GARDNER E GLI ANNI DI PIOMBO
(di Stefano Fratini)
Nel periodo successivo al rapimento Moro, gli Stati Uniti hanno avuto, in accordo con il governo italiano, un infiltrato nelle Brigate rosse. La rivelazione emerge, tra le righe, dalle pagine del nuovo libro dell' ex ambasciatore Richard Gardner "Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall' ambasciatore americano a Roma, 1977-1981", edito da Mondadori nella collana 'Le Scie'.
In piu' di 400 pagine, Gardner racconta la sua esperienza di rappresentante dell' amministrazione del presidente democratico Jimmy Carter in un'Italia difficile, alle prese con escalation del terrorismo, crisi economica e, soprattutto, con il problema politico della grande crescita del Pci alle politiche del 1976, che aveva portato al 'governo della non sfiducia' e che ora spingeva verso l' ingresso dei comunisti nella maggioranza.
Gardner, che nel 1956 aveva sposato Danielle Luzzatto, nata in Veneto e fuggita dall' Italia con la famiglia nel '39, dopo le leggi razziali, aveva un legame particolare con l' Italia. Un legame espresso il giorno del suo arrivo, il 21 marzo 1977, quando, per evitare le domande dei giornalisti ricorre, al posto di un burocratico 'no comment', ad una frase veneta imparata dalla nonna della moglie:"prima di parlar, tasi".
Il suo problema principale e' quello dell' atteggiamento nei confronti del Pci, che Moro, nel suo Memoriale dal 'carcere del popolo', definisce di "non interferenza e non indifferenza".
Il 2 febbraio 1978, nell' ultimo dei quattro incontri avuti con lui, Gardner scrive che Moro "riteneva che fosse necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri".
Un mese e mezzo dopo, Moro e' rapito dalle Br. Per caso, il giorno del rapimento, Gardner si trova in Puglia, la regione di Moro. La posizione americana e' quella di non intervenire. Sia per Washington che per gli esperti dell' ambasciata infatti, le Br sono un fenomeno italiano e i legami con l'Est e con il terrorismo internazionale sono di importanza secondaria.
Nel Memoriale, Moro ricorda tre incontri con Gardner, definito "un personaggio sdrammatizzante che non ha mai alzato il tono del suo dire anche nelle questioni di politica italiana".
Il terrorismo passa poi in secondo piano, nel 1979, di fronte alla crisi degli euromissili, della quale Gardner racconta tutti i retroscena e il complicato lavoro diplomatico.
Molto meno spazio trova nel libro la strage di Ustica (1980). In una sola pagina, Gardner dice di non ricordare assolutamente di aver "creato un gruppo investigativo, in risposta ad una specifica richiesta dell'Aviazione militare italiana", come affermato invece da un ufficiale dell' ambasciata.
Ci sono invece alcuni sassolini, che Gardner si toglie dalle scarpe nei confronti di personaggi che allora gravitavano intorno all'ambasciata, come Michael Ledeen, 'esperto' di problemi italiani, che lavoro' con il Sismi e Francesco Pazienza per coinvolgere Carter nello scandalo Billygate (rapporti del fratello del presidente, Billy, con la Libia) e come Duane 'Dewey' Clarridge, capo dell' ufficio romano della Cia.
A fine febbraio 1981 Gardner conclude il suo mandato, subito prima dello scoppio dello scandalo P2. Ronald Reagan, il nuovo presidente, repubblicano, mandera' al suo posto Maxwell Rabb.
Ma dall' esperienza passata emerge anche il presente, con un Gardner profetico che nella primavera 1978 incontra un giovane Romano Prodi, in predicato per entrare nel governo Andreotti, e gli dice:"ho la sensazione che un giorno o l' altro lei diventera' primo ministro". E con giudizi e precise descrizioni di protagonisti vecchi e nuovi della politica italiana compreso "un certo Berlusconi" che aveva chiesto di intervistarlo nel 1977 "per la sua piccola stazione televisiva con sede nel complesso residenziale di Milano Due".3 settembre 2004 - LIBRO EX AMBASCIATORE USA GARDNER SU ANNI DI PIOMBO
"Il Corriere della sera"
Italia ' 77, allarme rosso Il Pci è vicino al potere
Bisognava arrestare la marcia di Berlinguer La svolta decisiva con il voto sugli euromissili Italia ' 77, allarme rosso Il Pci è vicino al potere
RICOSTRUZIONI. Un saggio dell' ex ambasciatore Usa Gardner sulla crisi di allora
Franchi Paolo
RICOSTRUZIONI Un saggio dell' ex ambasciatore Usa Gardner sulla crisi di allora Italia ' 77, allarme rosso Il Pci è vicino al potere All' intellettuale liberal Richard Gardner, ambasciatore americano a Roma tra il ' 77 e l' 81, toccò il compito difficilissimo di gestire i rapporti tra gli Stati Uniti e l' Italia in uno dei passaggi più impervi della nostra storia. Dei suoi (controversi) anni romani, Gardner dà adesso conto in un libro edito da Mondadori, Mission: Italy, scritto con mano lieve ma denso di ricordi, di ricostruzioni dall' interno, e anche di giudizi sui protagonisti dell' epoca che spesso non coincidono con quelli correnti. Per il suo collega d' università alla Columbia e vecchio amico Zbigniew Brzezinski, consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, l' Italia, come ricorda Arrigo Levi nella sua prefazione, rappresentava almeno potenzialmente "il problema politico più grave" degli Stati Uniti in Europa. E Gardner, condivideva il giudizio. Inflazione, crisi economica e finanziaria, terrorismo dilagante, corruzione, sfiducia sempre più diffusa verso i tradizionali partiti di governo: ce n' era abbastanza per valutare a rischio grave la democrazia italiana. E, soprattutto, ce n' era abbastanza per convincere anche molti amici sinceri degli Stati Uniti (valga per tutti il nome di Ugo La Malfa) che per sfuggire al disastro l' unica via possibile fosse il diretto coinvolgimento del Pci in un governo di emergenza. Il 21 marzo del ' 77, quando Gardner sbarcò a Fiumicino con la bella moglie italiana Danielle ("la mia co-ambasciatrice") e i figli Nina e Tony, l' atteggiamento in materia degli Stati Uniti di Carter, il presidente dei diritti umani e della "non interferenza", non era poi tanto chiaro. Pochi giorni prima, a Washington, lo stesso Gardner aveva contribuito a definirlo, collaborando da vicino alla stesura di un memorandum presidenziale in materia: niente interferenze, sospensione dei finanziamenti a partiti e gruppi anticomunisti, ma anche rifiuto di ogni iniziativa che potesse far pensare a un' America "accomodante" verso il Pci, perché toccava ai comunisti dimostrarsi capaci di riconciliare se stessi con i valori e gli obiettivi dell' Occidente. Ma, al momento del suo arrivo, se ne sapeva poco o nulla. E anche dopo, tutti questi intendimenti a lungo risultarono ai più sicuramente nobili, ma anche assai vaghi. Cosicché, almeno nei primi tempi della sua missione italiana, a destra Gardner parve pericolosamente filocomunista. E a sinistra ci si convinse, o si sperò, che la nuova amministrazione e il nuovo ambasciatore tenessero, verso il Pci, un atteggiamento più o meno analogo a quello, assai favorevole, che gli Stati Uniti di Kennedy avevano riservato ai socialisti agli albori del centrosinistra. Si trattava, però, di timori e di speranze in larga misura infondate, che lo stesso Gardner, come puntigliosamente ricostruisce nel suo libro, cercò in ogni modo, e sin dall' inizio, di dissipare. I finanziamenti alle forze anticomuniste effettivamente cessarono: e in Mission: Italy c' è l' interessante (e gustosa) testimonianza del no opposto dall' ambasciatore a una richiesta di Bettino Craxi. Ma, per il resto, Gardner fece tutto quanto era nelle sue possibilità per frenare la marcia di avvicinamento di Enrico Berlinguer. A Roma, cercando di convincere gli interlocutori (a cominciare da Andreotti, La Malfa, e, per un certo periodo, Fanfani) per un motivo o per l' altro più disponibili all' intesa con i comunisti, che invece a lui, come a Craxi e a Cossiga, sembravano impegnati in una marcia del gambero rispetto alle coraggiose aperture atlantiche degli anni precedenti, e per nulla intenzionati a socialdemocratizzarsi. E a Washington, fino a farsi parte diligente nel preparare la celebre dichiarazione sull' eurocomunismo del 12 gennaio del ' 78, che ufficializzò la contrarietà americana alla partecipazione dei partiti comunisti europei al governo, mentre in Italia eravamo nel vivo di una crisi che aveva per fulcro proprio questo problema. In realtà, l' 11 gennaio, nelle stesse ore in cui a Washington si limava una dichiarazione destinata a suscitare, non solo in Italia, acri polemiche, la direzione democristiana chiudeva di fatto la questione, stabilendo che i comunisti sarebbero potuti entrare nella maggioranza, non nel governo. A giudizio di Gardner, e contro una diffusissima vulgata, questa era, anche nella prospettiva strategica, la posizione di Moro, convinto che il "trucco" per uscire dall' impasse consistesse appunto nel "logorare" il Pci. E' ciò che in effetti avvenne, e in tempi più rapidi del previsto: dopo il rapimento e l' assassinio del presidente della Dc, che era in ogni caso il suo vero interlocutore, il Pci si sganciò dalla maggioranza, aprendo la via a elezioni anticipate (1979) che segnarono per la prima volta un suo secco arretramento, e chiusero per sempre la prospettiva del compromesso storico. Gardner aveva di che essere soddisfatto. Certo, dovette ancora misurarsi con passaggi assai complessi, e forse decisivi anche sul piano storico, come quello che portò, grazie soprattutto a Cossiga e a Craxi, al sofferto (e inizialmente insperato) sì italiano all' installazione degli euromissili. Ma la fase più difficile della sua missione italiana l' aveva già superata. Il libro di Richard Gardner, "Mission: Italy", Mondadori, pagine 444, euro 19"Ma Moro teneva i comunisti sulla corda per logorarli"
L' intervista
Carioti Antonio
l' Intervista "L' alleanza tra Italia e Stati Uniti va oltre le contingenze politiche. Che vinca Bush o Kerry, che prevalga la Casa delle Libertà o il centrosinistra alle prossime elezioni italiane, sono convinto che i rapporti rimarranno buoni". Richard Gardner apprezza l' appoggio che Berlusconi sta dando agli americani in Iraq, ma ricorda anche il sostegno che D' Alema assicurò a Clinton nella crisi del Kosovo: "Credo che politici come Prodi, Fassino, Amato ed Enrico Letta, se dovessero tornare al governo, accetterebbero di operare per garantire un futuro stabile all' Iraq, che non può essere abbandonato a se stesso". Forse il suo ottimismo deriva dall' aver vissuto da ambasciatore momenti difficili, quando l' avanzata del Pci faceva temere un distacco dell' Italia dalla Nato. "Nel 1977 - ricorda - eravamo molto preoccupati, perché, pur apprezzando i passi avanti di Berlinguer, consideravamo insufficiente l' evoluzione dei comunisti italiani e ritenevamo che un loro ingresso nel governo avrebbe avuto conseguenze molto negative". Lo pensa ancora? "Sì. Con il Pci al governo non sarebbe stato possibile installare in Italia gli euromissili per controbilanciare la minaccia nucleare sovietica. Come ha ammesso Gorbaciov, quella scelta fu decisiva per indurre l' Urss a imboccare la via delle riforme, che poi portarono alla caduta del Muro. E' un grande merito di leader come Cossiga e Craxi essersi schierati a favore dell' installazione dei missili Cruise". Credevate che la leadership democristiana dell' epoca fosse troppo debole verso i comunisti? "Capivamo che, di fronte alla crisi economica e al terrorismo, uomini come Andreotti, Ugo La Malfa e persino Fanfani ritenessero inevitabile un coinvolgimento del Pci nelle decisioni più impopolari. Ma eravamo convinti che il compromesso storico non avrebbe risolto i problemi, anche perché Berlinguer restava incerto tra le aperture all' Occidente e la vecchia linea dura". Come giudica la strategia seguita da Aldo Moro? "Ho avuto con Moro diversi incontri e mi legava a lui un rapporto di stima reciproca, come conferma anche il memoriale che scrisse mentre era prigioniero delle Br. Non è vero che volesse portare il Pci al governo: pensava invece che i comunisti, tenuti a metà del guado, avrebbero finito per logorarsi e indebolirsi. I risultati elettorali del 1979, con la prima pesante sconfitta del Pci, gli diedero ragione, anche se purtroppo Moro era già morto". Di Andreotti che opinione si è fatto? "E' un uomo molto abile, un giocatore di scacchi perfettamente a suo agio nelle complesse alchimie della politica italiana. Mi lasciarono perplesso la sua posizione ambigua sugli euromissili e la sua linea filopalestinese". Secondo lei perché in Italia è crollato il vecchio sistema dei partiti? "Hanno operato diversi fattori. Gli sprechi e la corruzione hanno gettato discredito sui politici, proprio mentre il progetto della moneta unica europea richiedeva misure economiche molto severe. E la fine del blocco sovietico ha indebolito fatalmente le forze che si erano sempre presentate come baluardo rispetto alla minaccia comunista". Antonio Carioti "Ero arrivato a Roma con un atteggiamento aperto sulla possibilità che Berlinguer conducesse il Pci verso una socialdemocrazia occidentale. Ma poi anche La Malfa mi disse di aver perso ogni illusione. Io ero giunto alle stesse conclusioni". "Aldo Moro mi disse che i democristiani e i comunisti si trovavano in una posizione "scomoda" e che ci sarebbero voluti due anni prima di arrivare a una chiarificazione. Escluse però la possibilità che la Dc accettasse un' alleanza politica con il Pci". "Nel 1976 Craxi ebbe il coraggio e l' abilità di porre fine alla subordinazione del suo partito al Pci. La sua colpa più grave è stata accettare il confortevole abbraccio della Dc, dimenticando l' imperativo di trasformare l' Italia". Un diplomatico esperto Richard N. Gardner è attualmente avvocato dello studio legale Morgan Lewis e insegna Diritto e organizzazioni internazionali presso la Columbia University di New York. Responsabile del dipartimento di Stato per i rapporti con l' Onu dal 1961 al 1965, è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal 1977 al 1981, durante l' amministrazione Carter, e in Spagna dal 1993 al 1997, sotto la presidenza Clinton. Tra i suoi libri tradotti in Italia: Politica economica e ordine internazionale (1978), Parliamoci chiaro (1981), Negoziare per la sopravvivenza. Quattro priorità dopo Rio (1992).4 settembre 2004 - RAITRE: 'LA NOSTRA ESTATE' INTERVISTA LA FIGLIA DI ALDO MORO
ANSA:
RAITRE: 'LA NOSTRA ESTATE' INTERVISTA LA FIGLIA DI ALDO MORO
Raccontare un nonno mai conosciuto, perche' ucciso dalle Br. E' nato per questo 'Un uomo cosi", il libro di Agnese Moro, figlia dello statista democristiano. La rubrica del Tg3 'La nostra estate', in onda domani alle 12.35 su Raitre, intervista la figlia di Moro che ha scritto il libro per dare ai suoi figli un'immagine diversa del nonno, non legata solo al suo rapimento.6 settembre 2004 - CASO MORO: LETTERA A DAGOSPIA
"Dagospia"
Caro Dago, abuso della tua disponibilità per rispondere a OneKenoby.
Non ho dubbi sul fatto che tu creda che le ricostruzioni della mattina dell'uccisione di Moro continuano a non essere credibili. Posso concordare parzialmente con te.
"Appare per es. veramente poco credibile la figura di un Super-Moretti, [.]con una freddezza fuori dal normale comunica al prigioniero che verrà liberato, poi gli spara a sangue freddo [.] poi sale sulla Renault rossa e porta il cadavere dello statista (anzi, non era ancora cadavere perché le perizie dicono che Moro non morì subito) attraversando una Roma blindata fino a Via Caetani, poi non contento va a scrivere il comunicato conclusivo del rapimento."
Prima precisazione. Moro non era morto, clinicamente parlando, ma sfido chiunque a ritenere che, dopo aver colpito al cuore con 11 colpi una persona immobile ed averla lasciata in una macchina, si possa pensare che non sia morta e dopo un po' si alzi e si faccia una passeggiata.
Seconda precisazione: ti ricordo che dopo l'esecuzione non vi fu alcun comunicato. Il 9 era stato diffuso il 6 maggio.
Terza precisazione: figura di super-moretti? Ma quando mai! Ritieni da "eroi" sparare a freddo ad una persona dopo averla vista per 55 giorni? Non dimenticare che le BR erano in guerra (almeno secondo loro) e che chi è pervaso da certi ideali riesce ad astrarre la persona dalla sua funzione. Ritengo ci sia di peggio nell'animo umano che sparare a freddo ad un uomo: ad esempio le torture in Iraq, l'aver squagliato nell'acido un bambino, lo stesso eccidio di via Fani. Non credo Moretti abbia avuto bisogno di più coraggio di quanto ne abbiano dimostrato i vari Gallinari, Morucci ecc. a Via Fani o la Braghetti nell'ammazzare Bachelet. Per non arrivare alle recenti tragedie di D'Antona e Biagi.
"[.]Maccari in audizione ammise di non sapere assolutamente come spiegarsi la presenza dei fazzoletti di marca Paloma messi a tamponare le ferite di Moro. Insomma, come si fa a credergli? La storia raccontata dai brigatisti serve probabilmente a coprire il vero luogo dell'esecuzione... sarebbe per esempio un bel colpo -se viene riaperto il caso- dare un nome a quel 'passo carrabile' al centro di Roma (come lo chiamò Pecorelli). "
Penso che eventuali discordanze tra le varie versioni siano dovute a personaggi non individuati. Anzi ne sono certo. Non ritengo credibile che Moro sia stato ucciso fuori via Montalcini, addirittura in macchina. Qualcuno ha detto che già di per se era rischioso attraversare Roma con due macchine e Moro nel bagagliaio. Se le BR fossero state fermate avrebbero restituito Moro vivo e hai idea di quale sconfitta sarebbe stata per l'organizzazione?
Sul fatto che a Moro in un primo momento fosse stata promessa la liberazione (da parte delle BR) io non ho dubbi. Ma di sicuro (lo conferma l'appunto che lasciò con le istruzioni su cosa fare dopo la sua morte e sul fatto di dover avvertire Tritto, indicazione fornita dallo stesso Moro) sapeva che tale decisione era cambiata. E la sera dell'8 maggio gli fu detto che la mattina dopo si sarebbe andati via.
Poiché Moro ha dimostrato nel carcere di sapere che non c'era più scampo (scrivendo quegli appunti) come e possibile che pensasse di uscire da li non per essere ammazzato ma spostato di prigione? Qualcuno ha fatto cambiare idea alle BR e chi ha alzato la posta in gioco non lo so. Credo che il mistero sia tutto qui. Da un punto di vista politico (seguendo la logica dei brigatisti) l'uccisione di Moro era l'unica decisione possibile per come si erano sviluppate le cose. Lo conferma Moretti, lo conferma Curcio, lo conferma lo stesso Satta con un'analisi molto accurata degli scenari. Forse le BR avevano trovato una strada alternativa che rappresentasse un risultato minimo per l'organizzazione? Mah, non lo sapremo mai, a meno che non si decide a parlare Moretti.
Sto approfondendo in questi giorni proprio il lavoro di Pieczenik. Non c'e' dubbio che egli venne in Italia non per salvare Moro ma per evitare che la DC cedesse e che consegnasse l'elettorato in mano al PCI (erano imminenti le elezioni), a far si che si tutelassero gli interessi americani e a preparare comunque la morte politica di Moro. E, se mi permetti, è proprio là che occorre cercare, scavare più a fondo. Ma come fare se tutti i verbali delle riunioni dei vari comitati (tranne quelli del 10 e 14 aprile) sono andati persi dagli archivi del Viminale? Li hanno rubati le BR? O qualcuno che ha manipolato le BR per far si che la situazione evolvesse in una certa direzione?
Malcom8 settembre 2004 - MORTO L'EX MINISTRO DANTE SCHIETROMA
ANSA:
MORTO L'EX MINISTRO DANTE SCHIETROMA
E' morto la notte scorsa a Frosinone Dante Schietroma, gia' ministro e senatore del Psdi. Aveva 88 anni. Schietroma e' stato per tanti anni leader ciociaro dei socialdemocratici arrivando a ricoprire l'incarico di ministro dell'Agricoltura. Prima di diventare senatore, era stato anche sindaco di Frosinone. Il figlio Gianfranco e' membro del Consiglio superiore della magistratura.SCHIETROMA: IL CORDOGLIO DELLO SDI
FUNERALI DOMANI ALLE 16 NELLA CATTEDRALE DI FROSINONE
I socialisti democratici italiani ricordano con affetto e commozione Dante Schietroma, scomparso ieri sera all'eta' di 87 anni. In un telegramma di cordoglio alla famiglia, il presidente dello Sdi, Enrico Boselli, ha sottolineato "la stima e l'amicizia di cui era circondato per le sue qualita' umane e per il suo indiscusso valore di esponente di spicco della socialdemocrazia italiana".
Senatore della Repubblica per sei legislature consecutive, dal 1963 al 1987, e' stato per dieci volte al governo: prima come sottosegretario all'Agricoltura; poi all'Industria; quindi, per altri cinque governi di coalizione, al Tesoro. Infine, m ministro per la Funzione Pubblica, nei due governi Spadolini e nel successivo governo Fanfani, tra l'81 e l'83.
Schietroma e' stato anche presidente al Senato delle commissioni Giustizia, Agricoltura e Difesa, della Giunta per le Autorizzazioni a procedere e della commissione parlamentare di inchiesta sulla 'Strage di Via Fani' sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. Piu' volte presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico al Senato.
Prima di diventare senatore, e' stato consigliere comunale di Frosinone, ininterrottamente dal 1956 al 1995; assessore; vice sindaco; sindaco di Frosinone tra l'88 e l'89. Componente del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti dall'8 luglio 1988 per un periodo di sei anni.
Dante Schietroma e' il padre di Gian Franco, attualmente membro laico del Consilio Superiore della Magistratura. I funerali avranno luogo domani alle 16 a Frosinone, nella Cattedrale di Santa Maria.9 settembre 2004 - INTERVISTA A ERRI DE LUCA
"Sette" del Corriere della sera
di Claudio Sabelli Fioretti
ERRI DE LUCA
Perche' non dico chi ha ucciso Calabresi
"Perche' c'e' ancora il pericolo di mandare qualcuno in galera. Si potra' parlare di quegli anni quando non ci saranno piu' prigionieri". Lo scrittore-alpinista ex Lotta Continua si arrampica per i sentieri del suo passato rivoluzionario senza fare sconti a nessuno. A cominciare da se stesso. E per lui sono tutti uguali:"Io non faccio differenza fra Liguori e Deaglio".
Rivoluzionario. Operaio. Muratore. Scrittore. Alpinista. Io sono "numeroso", ha detto una volta Erri De Luca, 54 anni, oggi semplicemente autore di libri di successo e arrampicatore di difficili vie dolomitiche. Cominciamo da rivoluzionario. Quando, come, perché? Dice: "Ero di Lotta Continua e Lotta Continua era un movimento rivoluzionario. Era un movimento che credeva nelle possibilità rivoluzionarie dell'Italia anni Settanta e che agiva di conseguenza".
Lotta Continua si sciolse nel 1976. Tu andasti a fare l'operaio. Altri cominciarono la loro carriera. Chi nei giornali, chi nell'industria, chi nelle televisioni.
"No, il grande blocco di quelle decine di migliaia che eravamo è rimasto lì, inapplicabile alla vita civile, inutilizzabile per i poteri. Inservibile. Tanti anni di antagonismo ci avevano reso intrattabili e inassimilabili. Molti si sono demoliti con le droghe, altri sono entrati nelle formazioni armate. Ma la gran parte sono rimasti lì, nei mestieri che facevano, insegnanti, operai".
Marcenaro, Rinaldi, Liguori, Lerner, Capuozzo, Briglia, Pietrostefani, Sofri, Ravera, Deaglio "operai"?
"Alcuni sono riusciti a entrare in un circuito di visibilità e di rappresentanza. Ma sono quelli che numericamente, nelle analisi organolettiche, vengono chiamati "tracce". Zero virgola zero zero zero zero uno".
E la grande parte, il nove virgola nove nove nove nove?
"Sono rimasti lì dove erano, senza fare né carriera né fortuna. Desaparecidos, politicamente assenti. Quelli che sono al potere oggi sono quelli che erano latitanti ai tempi di Lotta Continua. Disertori".
Tracce, dici tu. Ma tracce molto visibili.
"Tracce fastidiosamente visibili".
E sono andati dovunque. A destra, a sinistra?
"Io non faccio tanta differenza tra il dovunque di Liguori e quello di Deaglio".
La scelta di Deaglio sembra più coerente.
"Per me non fa differenza se uno va con i socialisti e l'altro con i democristiani".
Tu hai continuato ad avere rapporti con quelli di Lotta Continua?
"Ho rapporti con un mucchio di compagni che vengono da lì e che nessuno conosce. Più a lungo di questi militi ignoti ho avuto rapporti con Ovidio Bompressi. Siamo stati amici per la pelle".
Le tue origini sono borghesi o proletarie?
"Un misto. La mia era una famiglia borghese impoverita dalla guerra. Abitavamo in un quartiere popolare di Napoli. Un'infanzia da bambino povero col fastidio di essere comunque un privilegiato, uno che a sei anni andava a scuola invece che a lavorare, che non andava scalzo, che in classe non era rasato a zero per via dei pidocchi, che parlava italiano e non napoletano".
Amori napoletani?
"Nessuno. Napoli mi ha dato altri sentimenti, le collere, le vergogne, lo schifo, le commozioni. Sentimenti fondanti, di quelli che ti attrezzano il sistema nervoso".
Ad un certo punto hai mollato tutto.
"Me ne sono andato a 17 anni, come un evaso, non sapevo niente di quello che c'era fuori, non sapevo che esisteva una generazione che si stava muovendo, ci sono finito dentro per cooptazione perché era lì, era in mezzo alle strade".
Cos'è che ti soffocava a Napoli?
"La scuola, la città, la presenza degli americani, tutte le persone che incontravo mi volevano vendere qualche cosa in napolamericano, non ne potevo più".
Hai lasciato Napoli e?
"Sono andato a Roma. Facevo il fattorino, il fotografo, vivevo in una camera ammobiliata. Cominciavano le prime manifestazioni, le prime battaglie di strada, le prime questure, le prime amicizie".
Come avvenne l'incontro con Lotta Continua?
"Eravamo un gruppetto spontaneo. Una cinquantina di agitatori, agitati, agitanti. Andavamo ad occupare case sfitte, portavamo l'elettricità nelle case, lottavamo contro l'Enel. Ci chiamavamo Gruppo Agitazione Operai Studenti, Gaos. Ad un certo punto decidemmo che ci piaceva Lotta Continua e dicemmo: siamo noi Lotta Continua a Roma. Venne Mauro Rostagno e ci disse: va bene, siete Lotta Continua".
Chi c'era con voi?
"Ricordo Paolo Ramundo e Mimmo Cecchini che poi è il marito di Stella, la sorella di Adriano Sofri".
C'era anche Paolo Liguori.
"Straccio. Era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare, era un capo naturale. Era ambizioso e Lotta Continua lo mortificò. Venne Pietrostefani a Roma e lo sbatté a fare il militante davanti all'Alfa Sud di Secondigliano".
Pietrostefani che tipo era?
"Il peggiore di tutti. Come persona e come atti. Non mi è mai piaciuto e gliel'ho sempre detto in faccia. Ha sfruttato la sua posizione di potere dentro Lotta Continua in modo borghese".
Tu diventasti capo del servizio d'ordine di Lotta Continua di Roma, un servizio ai limiti della legalità?
"No, no. Un servizio completamente dentro all'illegalità. Lotta Continua era tutta illegale, l'illegalità era la pratica diffusa".
Spiegati meglio.
"Proteggere dei latitanti era illegale, scontrarsi con le forze dell'ordine era illegale, fabbricare delle bottiglie incendiarie era illegale".
Quante molotov hai fatto?
"Eravamo una bella fabbrica in piena produzione".
Con la connivenza dei benzinai?
"I benzinai erano tutti amici nostri. E noi eravamo dei clienti robusti".
Giravate armati?
"Tutta la nostra attività era una attività armata".
Tipo pistole?
"Noi le avevamo sì: facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il '75 è diventata pratica comune".
Tutti armati?
"No, quelli autorizzati, solo quelli autorizzati".
Perché molti di Lotta Continua raccontano il loro passato cancellando tutto questo?
"Si dissociano, dalla loro storia, dall'evidenza. E io li perseguito ricordandogli i dettagli".
Che cosa succede quando li perseguiti ricordandogli i dettagli?
"Gli guasto qualche momento di digestione. Poi gli passa, gli passa".
Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?
"Come tutti".
Non sto parlando di molotov.
"Come tutti, come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Le azioni di quell'epoca erano a nome e a titolo collettivo. Non è che ci fossero militanti innocenti ed esecutori colpevoli. Non c'erano dirigenti ignari e dirigenti mandanti. Per questo ho scritto che molte persone sono in prigione o in esilio a scontare anche per me. E finché per qualcuno c'è uno strascico penale io non sono in pace con quel passato".
Un colpo di spugna su cose così pesanti? Ci sono stati dei morti.
"Da tutte le parti ci sono stati dei morti".
Ma alcuni non volevano combattere: se ne stavano pacifici a vivere la loro vita.
"Anche le vittime delle stragi se ne stavano pacifici a vivere la loro vita. E quelli che li hanno ammazzati sono tranquilli al posto loro. Da una parte impunità e dall'altra punizioni?"
Quando Lotta Continua, al congresso di Rimini, fu sciolta, tu eri d'accordo?
"No, per me era una diserzione".
Lo scioglimento di Lotta Continua ha frenato o favorito il passaggio di molti alla lotta armata?
"Molti mi chiedevano il da farsi. Nel mio piccolo, avendo avuto la responsabilità di alcune centinaia di militanti del servizio d'ordine di Lotta Continua di Roma, la mia scelta di non ficcarmi dentro una banda armata ha risparmiato delle conseguenze penali e penose a molti compagni".
E le armi che fine hanno fatto?
"Che io sappia quelli che le detenevano le hanno passate ai gruppi combattenti. Se chiudi un giornale passi la tipografia a quelli che vogliono farne un altro. Le armi le passi a quelli che vogliono sparare".
Dove le avevate rimediate le armi?
"E che domande? La mia risposta sarebbe da collaboratore di giustizia".
Le avevate comprate? Le avevate rubate?
"Lotta Continua non comprava niente, non faceva acquisti".
C'è qualche slogan di cui ti sei pentito?
"Avevo un rapporto un po' delicato con le parole, per me le parole avevano un peso, un significato e dovevano trasformarsi in atti, per cui tutti gli slogan esagerati io li tacevo, non li pronunciavo".
Alle assemblee parlavi?
"All'inizio ero un introverso. Poi ho imparato. Quella era una scuola che insegnava a parlare ai muti. Comunque non mi piacevano gli interventi lunghi. Quando avevo detto il necessario mi fermavo".
Anche adesso non sei un grande parlatore. Ma quando parli le polemiche sono automatiche.
"Non piace ai reduci che io dica che Lotta Continua era un organismo rivoluzionario. O che dica: "Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi"".
Tu avresti potuto uccidere Calabresi?
"Ma certamente. Quando dico noi, includo anche me".
Sei stato fortunato.
"Magari non ero a Milano, non ero nel gruppo delle persone che hanno realizzato quell'attentato".
L'ultima che hai detto è: "Vi diremo la verità quando ci restituirete i corpi di Sofri e di Bompressi".
"No. Quella è stata un'utile semplificazione tanto per fare un po' di casino come è abituata a fare, attraverso i titoli, la tua professione".
Dacci l'interpretazione autentica.
"Si potrà parlare di quegli anni quando non ci saranno più prigionieri. Quando saremo tutti liberi potremmo sapere la verità su Calabresi".
Fai capire che sai chi ha ucciso Calabresi.
"Io questa frase non l'ho pronunciata. Se lo avessi voluto dire lo avrei detto".
Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?
"Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo".
C'è il pericolo di mandare qualcuno in galera?
"Anche: ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale".
Sapere chi ha ammazzato Calabresi è importante.
"Questo Stato lo ha già stabilito una volta per tutte. Chi è il mandante, chi l'esecutore. Lo Stato sta già a posto per Calabresi, come per Moro, ma quello che si vuole sapere, ed è una curiosità sana, è qualcosa di più sulle motivazioni, su quello cui la verità giudiziaria non può attingere: la verità storica, una verità che racconti le ragioni dei vinti".
Tutti vogliono fuori Sofri.
"Non è vero affatto. Alla gran parte degli italiani non gliene frega niente".
Anche Sofri se l'è presa con te.
"Non sono in buoni rapporti con Sofri, da molto tempo, dai tempi della Bosnia. Lui era favorevole ai bombardamenti. Ma io non voglio polemizzare con lui".
Vincino ha scritto che non hai mai fatto un giorno di galera dei tanti che avresti meritato.
"Ha ragione. Noi tutti eravamo meritevoli di molti giorni di galera. Lui compreso".
Per chi voti?
"Non voto. Finché ci sono dei prigionieri e degli esiliati in giro, per i reati politici del 1900, io non voto".
Molta gente non vota.
"Perché vede troppa omogeneità. Rutelli vale Berlusconi. Anzi, vale di meno".
Chi è che ti piace a destra?
"Nessuno".
E a sinistra?
"A sinistra c'è un caso misterioso, l'affare Cofferati. Un incidente di percorso che rimane oscuro a noi italiani. Non si capisce cosa sia successo tranne il fatto che uno invece di diventare capo della sinistra di opposizione è diventato sindaco di Bologna".
Il '68 è stato una sconfitta per il Paese?
"L'Italia aveva bisogno di quella febbre e di quella gioventù rivoluzionaria per innescare la sua democrazia. Poi siamo andati al macero, ma in fabbrica, nelle carceri e nelle caserme abbiamo contribuito a conquistare cose importanti".
Avresti potuto scegliere la lotta armata?
"Avrei potuto, sì, ma guarda che noi non facevamo una lotta disarmata. La lotta armata, rispetto a quello che facevamo noi, era diversa solo perché gli altri facevano di quella attività l'unica forma di espressione politica. Per noi quello era semplicemente un accessorio maledetto della grande lotta politica pubblica".
Tu hai scritto a Bompressi una lettera che pubblicò Micromega. E dicevi: "Tu sei estraneo, ma non innocente".
"Nessuno di noi era innocente. Siamo tutti corresponsabili di quello che è successo in quegli anni".
Ma molti si autoassolvono. Dicono: bisogna considerare il contesto.
"Sono contrario alla giustificazione del contesto. È come se quello che ho fatto me lo avessero fatto fare gli altri. No, quello che ho fatto l'ho fatto in piena consapevolezza e senza nessun trascinamento".
Tu hai mai fatto una rapina?
"Sono stato accusato di averle fatte. Non so quante me ne ha attribuite Marino".
Più di quelle che hai fatto?
"Dai Claudio!".14 settembre 2004 - LIBRO GARDNER SU ANNI DI PIOMBO
"La Stampa"
LO "ZOO" DELLA POLITICA ITALIANA NEI RICORDI DEL DIPLOMATICO RICHARD GARDNER, RAPPRESENTANTE DEGLI USA FRA IL 1977 E IL 1981
Filippo Ceccarelli
"Hic sunt leones" scrivevano gli antichi sulle mappe per indicare luoghi selvaggi e pericolosi. Ed è del tutto plausibile che nel marzo del 1977, quando la nuova amministrazione di Jimmy Carter nominò Richard N. Gardner ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Roma fosse precisamente uno di quei luoghi, una delle sedi diplomatiche dove si sarebbe cominciata a giocare la partita terminale della Guerra Fredda.
Neanche a farlo apposta, a Roma la residenza dell'ambasciatore è vicina al giardino zoologico. Così vicina, racconta Gardner nelle sue interessanti e anche divertite memorie (Mission: Italy, Mondadori, 444 pagine, 19 euro) che di notte da Villa Taverna era possibile sentire il ruggito dei leoni, appunto.
Non solo, ma proseguendo con l'emblematico cortocircuito animalesco che allora condizionava quell'Italia messa a repentaglio dalla crisi economica e dall'avanzata del Partito comunista, ecco, poco prima che l'ambasciatore repubblicano John Volpe tornasse in patria, sul muro di cinta della residenza venne fatta ritrovare, macabro e minaccioso avvertimento, la carcassa di una volpe. Con una sigaretta in bocca, specifica Gardner, che giustamente coltiva il gusto dei particolari.
Quanti ce ne sono nel suo libro. Il Presidente Cossiga che in visita a Washington non sa resistere alla tentazione (che già affliggeva il suo conterraneo Antonio Segni) di sollecitare con il Segretario di Stato Cyrus Vance l'abbattimento di certe barriere doganali che impedivano al pecorino sardo di varcare l'oceano. O Ingrao, neo presidente comunista a Montecitorio, che riceve il nuovo ambasciatore come se fosse "un marziano", ma nel gelo politico-protocollare a un certo punto divampano e scoppiano delle lampade, bùm, confusione, panico.
Sono gli anni di piombo e in quell'Italia irrequieta si gioca l'ordine mondiale. In via Veneto, là dove un tempo fiorivano gli horti sallustiani, Gardner arriva con la più seria e avveduta attitudine del professore liberal, l'entusiasmo tutto carteriano per i diritti umani, ma soprattutto con il sussidio della moglie Danielle, "mio co-ambasciatore e preziosa collaboratrice", cui è dedicato il volume.
È con lei, di famiglia veneziana, che sagoma e confeziona lo stile anche culturale e mondano della sua mission. È dalla famiglia di lei che il diplomatico impara, fin dall'aeroporto, appena sceso dall'aereo, a cavarsela dribblando la richiesta di un commento con una astuta sentenza nella lingua del Goldoni: "Prima de parlar, tasi".
Bene, oggi con questo libro Richard "Dick" Gardner ha parlato. E colpisce la varietà degli eventi, degli appuntamenti, delle esperienze che maturano, fermentano e si mescolano nel frullatore capitolino, tra il 1977 e il 1981, tra i palazzi del potere o in giro per l'Italia: dalle disposizioni impartite nei giorni dell'affare Moro al resoconto di un'animata discussione salottiera con Inge Feltrinelli (e poi con Luciana Castellina, incontrata a sorpresa nel più lussuoso albergo di Positano).
Dalla questione dei visti un tempo negati ad artisti iscritti al Pci al risoluto intervento per bloccare la cessione da parte degli italiani di un laboratorio nucleare all'Iraq (come anche di certi elicotteri all'Iran) passando per il presago incontro con due giovani che faranno strada: un costruttore milanese con il pallino della televisione privata, "un certo Berlusconi", e un ministro-manager di Reggio Emilia appena licenziato dal governo, ma di cui Gardner indovina che diventerà presidente del Consiglio, Romano Prodi.
Rivelazioni, poche. In senso stretto, forse soltanto quella che gli americani, d'accordo con il governo italiano, riuscirono a infiltrare un loro agente nelle Br dopo il caso Moro. In senso lato, si possono conoscere le disposizioni che gli Usa avrebbero messo in atto nel caso il Pci fosse riuscito a entrare al governo: e tutto sommato colpisce la cautela cui erano ispirate.
Al terrorismo di destra non si accenna quasi. Su Ustica, lo stretto indispensabile. Mentre Licio Gelli, che pure in quegli anni si vantava di essere di casa in via Veneto, non una sola volta è nominato.
In compenso Gardner offre al lettore curioso uno straordinario repertorio di giudizi, frutto del più meticoloso studio della fauna politica italiana. Descrizioni tanto più piacevoli da leggersi quanto più improntate a irriverente realismo. Giovanni Leone: "Un uomo privo di qualsiasi fascino, non più alto di un metro e 50, con occhiali che poggiavano su un naso piuttosto grosso".
Andreotti, quindi, "gran maestro degli scacchi", dall'"aspetto ingobbito, da barbagianni, e le orecchie aguzze che facevano la gioia dei vignettisti". Ecco Fanfani, con il quale "una conversazione finiva per trasformarsi in una conferenza".
E l'"enigma" Moro: "Benché estremamente colto e dotato di un'intelligenza penetrante - nota l'ambasciatore - parlava spesso con uno stile incredibilmente ambiguo". Ma forse non poteva che esserlo, il povero Moro, più di ogni altro alle prese con il dramma geopolitico italiano.
In fondo, Cossiga è l'unico, fra i dc, che esce bene dal racconto di Gardner, e proprio perché parlando chiaro e muovendosi in modo lineare anche a livello internazionale risulta abile a sbrogliare l'incandescente matassa degli euromissili.
Gli altri potenti dello scudo crociato, il manovriero Fanfani (sempre pronto a presentarsi come "garante" del Pci presso gli americani), l'agitatissimo Piccoli (di cui si racconta una tragica visita a Washington con finto incontro con il Segretario di Stato), ma soprattutto l'infido Andreotti (per due volte l'ambasciatore lo prende di petto sostenendo che non dice la verità) vengono descritti dal messo dell'amministrazione Usa come politici mossi sostanzialmente dalle loro inconfessabili ambizioni.
Per cui cercano di aggirare l'ambasciatore, provano a coinvolgerlo nei loro giochi sottilissimi, cambiano idea di continuo, ora accomodanti, ora intransigenti, un giorno tentano di scavalcare il veto contro i comunisti, un altro denunciano a Gardner che i loro rivali hanno quel piano...
La questione comunista è dominante. A tratti sfiora l'ossessione. Fin dall'inizio l'ambasciatore deve vedersela con aspettative sballate, distorsioni di pronunciamenti americani, illusioni, equivoci. Buona parte del mondo politico è convinto che prima o poi toccherà proprio a lui di aprire al Pci, mentre Gardner in realtà è solo in attesa di una direttiva ufficiale che fissi il più deciso diniego all'ingresso dei comunisti nel governo lungo la linea invero acrobatica della non-indifferenza e non-interferenza.
Di qui, probabilmente, il lavorio senza requie degli italiani attorno a via Veneto, le loro speranze, le loro paure, i tentativi anche disperati di forzare non solo la gabbia della Guerra Fredda, ma anche il freddo e perfino signorile anticomunismo dell'ambasciatore.
Ed ecco dunque l'incessante zig zag fanfaniano, la brusca asprezza di Donat Cattin, le generose bizze di Pertini che fa una scenata a Vance (mentre un'altra ne risparmia a Gardner Antonio Maccanico con un "calcetto" sotto il tavolo). Ecco Ugo La Malfa che, rassegnato nel suo sconforto, sostiene la necessità di imbarcare il Pci, ma se questo non dovesse rispettare le regole "avremmo potuto mettere in azione i carri armati".
Ed ecco invece con quale benevola malizia Andreotti commenta una lunga tirata contro le Botteghe Oscure: "Beh, non pretenderà mica che smettano di fare i comunisti, vero?".
Ecco infine Craxi che riceve l'ambasciatore sotto un poster di Allende, ma poi finisce per bussare a quattrini. E insiste: "Non c'è bisogno di dare i soldi direttamente a me; possono essere dati a una delle nostre riviste, come Critica sociale".
Si tratta di retroscena quasi sempre illuminanti nelle loro complesse traiettorie. Grosso modo, i dc cercano di lavorarsi Gardner suggerendogli di chiudere al Pci, ma con l'obiettivo reale di aprire, prima o poi; così come, in modo abbastanza simmetrico, almeno in una prima fase il Psi craxiano fa finta di sostenere una linea di apertura, scommettendo in verità sull'imminente chiusura.
In qualche caso - ad esempio quando la Cia in previsione di una visita di Carter pretende di compiere una "bonifica" di eventuali microspie dal Quirinale; o quando l'ambasciatore, senza che Pertini lo sappia, si permette di chiedere che non venga invitato Berlinguer - il racconto è tale da suscitare nel lettore italiano, anche filo-occidentale, un certo imbarazzo e magari pure la speranza di un qualche dubbio interpretativo.
La piacevolezza letteraria della testimonianza, come nota anche Arrigo Levi nella prefazione, è fuor di dubbio, senza nulla togliere al suo valore storico-documentario. Il punto è che di quegli anni, di quella storia drammatica, di quel gioco intricato, è lo stesso Gardner a riconoscere di essere stato parte in causa, anzi "uno dei principali protagonisti".
E tuttavia dire "protagonista" è forse ancora dire poco. O non dire tutto, perché egli veramente fu qualcosa di più. Un elegante dominatore, un messo brillantemente imperiale, un signore educato ma inflessibile nelle cui mani le vicende del secolo scorso avevano deposto armi, poteri e responsabilità a loro modo determinanti.
E se certo la storia gli ha dato ragione, è anche vero che più si allunga nel tempo, più si purifica, più si contempla da lontano e più in fondo si capisce.14 settembre 2004 - PRESENTAZIONE LIBRO GARDNER SU ANNI DI PIOMBO
ANSA:
COSSIGA, NEL '76 VOLEVANO SOSPENDERE ITALIA DALLA NATO
Nel 1976, in occasione del vertice di Portorico che vide il ministro degli esteri Aldo Moro escluso dal tavolo dei grandi c'era chi stava preparando una clamorosa decisione: la sospensione della presenza italiana, politici e ufficiali, da tutti gli organi interni dell'Alleanza atlantica. Per "fonte certa" la rivelazione e' venuta stasera da Francesco Cossiga che e' intervenuto alla presentazione del volume dell'ex ambasciatore Usa in Italia Richard Gardner. "So per certo che Helmut Schmidt pensava di avanzare questa proposta che prevedeva l'esclusione dei politici italiani e dei militari italiani dalle strutture Nato. 'Noi i comunisti li abbiamo alle porte - ha detto Cossiga ricordando le parole che avrebbe pronunciato Schmidt - e non lontani come voi italiani'".MORO: GARDNER, SPERO CHE FINISCA FAVOLA SU COINVOLGIMENTO USA
COSSIGA, MA COLLABORATORI DI MORO NON LA PENSANO COSI'
"Spero che con questo libro venga definitivamente sconfitta, messa in archivio, la 'favola' che c'erano la Cia o comunque gli Usa dietro la morte di Aldo Moro". Richard Gardner, ambasciatore americano a Roma tra il 1977 e il 1981 chiude cosi', ricordando anche l'attivita' svolta durante la presidenza da Jimmy Carter la presentazione del suo volume di memorie "Missione Italy. Gli anni di piombo raccontati dall'ambasciatore americano a Roma". Edito da Mondadori e presentato oggi nella sala del mappamondo di Montecitorio da Enrico Levi, Giorgio Napolitano, Giuliano Amato e Francesco Cossiga. "Una favola che vede dietro la morte di Moro un complotto per il suo omicidio e il fatto di non avere fatto tutto il necessario per liberarlo", ha aggiunto Gardner interrotto pero' da Francesco Cossiga. "Guardi che questo non vale per tutti i Dc. Agli atti di una commissione di inchiesta parlamentare italiana ci sono - ha detto Cossiga - le dichiarazioni dei piu' stretti collaboratori di Moro (Corrado Guerzoni in particolare, ndr) che indicano in Helmut Schmidt ed Henry Kissinger i mandanti politici dell'omicidio del presidente della Dc. Quindi non e' una cosa che ha convinto tutti, c'e' chi ancora la pensa diversamente".15 settembre 2004 - LIBRO GARDNER SU ANNI DI PIOMBO
"Avanti !"
L'EX AMBASCIATORE USA A ROMA DEDICA UN LIBRO AL GRANDE STATISTA DEMOCRISTIANO Caso Moro ancora d'attualità
"Mission: Italy" è il titolo del libro scritto per Mondadori da Richard N. Gardner, ambasciatore Usa a Roma negli anni di piombo, dal 1977 al 1981. Ieri sera il libro è stato presentato nella Sala del Mappamondo di Montecitorio da Giuliano Amato, Francesco Cossiga, Arrigo Levi e Giorgio Napolitano. Anch'essi testimoni di quegli anni terribili in cui si consumò la tragedia del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro. A Moro Gardner dedica alcune pagine del suo libro che stanno facendo discutere e riflettere. Soprattutto quelle riferite ai progetti politici dello statista scomparso. Gardner scrive: "In Italia il ricordo del terrorismo e dell'instabilità politica che caratterizzò la fine degli anni Settanta è ancora molto viva. Ma, sfortunatamente, lo sono anche un certo numero di veri e propri miti, come l'idea che Aldo Moro volesse realizzare il compromesso storico, facendo entrare nel governo il Partito comunista accanto alla Democrazia cristiana, e che perciò gli Stati Uniti abbiano complottato per il suo rapimento e il suo assassinio, o almeno che non abbiano fatto tutto ciò che avrebbero potuto per salvarlo". Gardner è molto circostanziato nei resoconti che fornisce dei colloqui avuti con Moro sull'argomento. E dall'inizio dei loro contatti gli sembra convincente lo schema attorno al quale Moro fa ruotare la sua iniziativa politica, tesa - racconta Gardner - a "logorare" il Pci. A differenza di Amintore Fanfani - che si era dichiarato favorevole in un'intervista poi congelata a un governo di emergenza con la partecipazione diretta del Pci - Moro escludeva la presenza di ministri delle Botteghe Oscure nell'esecutivo guidato da Giulio Andreotti che sarebbe stato definito di "solidarietà nazionale". Il 2 febbraio del 1978 - e fu l'ultimo dei loro incontri - Moro spiegò a Gardner che "ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria". Nel frattempo, sarebbe ricorso a "un trucco", tenendo il Pci "in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri". E così sarebbe stato. Quel governo - che il Pci votò senza avere propri ministri - ottenne la fiducia il giorno stesso in cui Moro fu rapito. L'analisi di Gardner - che mette in crisi tutti i luoghi comuni su Moro sostenitore di una versione del compromesso storico che prevedeva un governo in condominio tra Dc e Pci - coincide con i ricordi di Mino Martinazzoli che aveva un rapporto speciale con Moro grazie alla comune amicizia con Franco Salvi, il politico democristiano che era stato più vicino. Racconta al Velino Martinazzoli: "I primi giorni di gennaio del 1978 incontrai Moro nella piccola casa che aveva acquistato a Bellamonte, sopra Cavalese. Rimasi stupito nel vedere che l'accesso era chiuso da una sbarra e che dietro c'erano uomini armati con mitra. Non mi rendevo ancora conto del pericolo che stava maturando. Moro introdusse il problema di come superare la fase del governo fondato sulle astensioni, ormai logora, spiegando che non era possibile affrontare una spaccatura radicale del Paese e che andava individuato un giusto punto di equilibrio con il Partito comunista, evitando il ricorso alle elezioni". Alla mia obiezione: "E se Berlinguer dovesse chiedere la partecipazione diretta del Pci al governo'", Moro replicò: "In quel caso le elezioni sarebbero inevitabili". Ma Moro era ormai consapevole che Berlinguer avrebbe accettato le condizioni che gli erano state prospettate, puntualizza Martinazzoli. Convinto che Moro puntasse a una legittimazione del Pci che rendesse possibile la democrazia dell'alternanza. Garantita dalla sua ascesa al Quirinale.25 settembre 2004 - LE MEMORIE DELL'EX AMBASCIATORE USA GARDNER
"Il Gazzettino"
LE MEMORIE DI GARDNER Martedì 28 all'Ateneo Veneto l'ambasciatore americano a Roma negli anni di piombo presenta il suo libro "Litigai con Fanfani, voleva i comunisti al Governo" "Nel '77 ebbi un incontro tempestoso con lui, considerato uomo di destra". "Craxi ebbe coraggio a ospitare i missili" Venezia
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La prima frase di Richard N. Gardner, appena sbarcato all'aeroporto di Roma il 21 marzo 1977, nella sua veste di nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, e assediato dai giornalisti che volevano subito una sua presa di posizione sul compromesso storico, fu in dialetto veneto: "prima de parlar, tasi"
Una frase che gli aveva insegnato la suocera Resy Luzzatto, sposata a Bruno, un economista che, nel dopoguerra si occupò del piano Marshall, discendenti da una facoltosa famiglia ebraica, costretta ad emigrare in USA in seguito alle leggi razziali.
A Venezia è nata anche la moglie Danielle: donna di grande cultura e fascino, svolse un ruolo decisivo negli anni in cui Gardner fu ambasciatore a Roma.
Gardner, oggi, rievoca questa sua esperienza nel libro "Mission: Italy. gli anni di piombo raccontati dall'ambasciatore americano a Roma. 1977-1981" , appena edito dalla Mondadori e che verrà presentato, martedì 28 settembre, alle 17.30, all'Ateneo Veneto.
Il suo è un contributo importante per ripercorrere quegli anni caratterizzati dal terrorismo delle Brigate Rosse, dall'assassinio dell'onorevole Aldo Moro, dalla questione politica dell'ingresso al governo del Pci, dalle installazioni, in territorio italiano, degli euromissili.
Ma è un libro scritto anche con grande senso dell'umorismo, come nelle pagine in cui rievoca la sua prima visita ufficiale a Venezia, il 2 settembre del 1997, in occasione della Regata storica o quella del giugno del 1980, in occasione del G7 a Venezia, con il presidente Carter e l'ambasciatore Gardner a cena alla locanda Montin e con la figlia dodicenne di Carter che proprio non voleva saperne del suo "accompagnatore ufficiale", il ragazzo Niccolò Marcello.
La sua non fu certo una missione di tutto riposo, nonostante l'Italia fosse considerata dall'opinione pubblica americana un paese "in cui ci si diverte". Un'opinione "da turisti", l'Italia tutta sole, arte e mangiar bene, che è ancora prevalente e che non riconosce il ruolo determinante del nostro paese in politica estera.
Ad esempio, afferma Gardner , ancora oggi è sottovalutato il fatto che l'Italia, consentendo nel 1979, l'installazione degli euromissili sul suo territorio, in risposta agli SS20, schierati dall'Unione Sovietica, diede un contributo essenziale alla fine della guerra fredda e alla vittoria dell'occidente.
"È stato una cosa eccezionale - afferma Gardner- un atto di coraggio di Craxi (allora segretario del partito socialista) e di Cossiga, (Presidente del Consiglio) che deve essere riconosciuto".
Ma, tornando alla frase in dialetto: qual era il motivo di tanta prudenza?
"Una dichiarazione ufficiale sui comunisti al potere non poteva essere fatta da me, ma dal governo: purtroppo la dichiarazione che avevamo concordato il 14 marzo 1977, fu bloccata dai Francesi perché in Francia, in marzo, c'erano le elezioni, e i comunisti erano alleati del governo di Mitterrand".
Il principio a cui vi ispiravate era quello della "non interferenza, non indifferenza".
"Il presidente Carter, come già avevano fatto i suoi predecessori, ribadì l'auspicio che il PCI non entrasse al governo, ma iniziò un nuovo corso, impegnandosi a non interferire nelle libere scelte del popolo italiano e a non ricorrere a iniziative che in passato avevano provocato grande risentimento, ad esempio il finanziamento del generale Miceli. Con il presidente Carter prima che venissi in Italia, avevo concordato di non interferire nella politica italiana e di non finanziare più nessun leader, nessun partito. Il presidente Carter autorizzò anche la nostra ambasciata ad aprire un dialogo con alcuni esponenti del PCI, ad esempio ho avuto vari e segreti incontri con il mio amico Giorgio Napolitano, naturalmente non in ambasciata, ma in "case sicure". Non con Berlinguer, sarebbe stato troppo pericoloso per entrambi. Inoltre il nostro atteggiamento verso il PCI era pragmatico: sarebbe cambiato se il partito avesse mutato la propria ideologia e le proprie politiche, riconoscendo che Berlinguer, secondo il giudizio di molti potesse portare il suo partito alla democrazia. Purtroppo, però, durante la mia permanenza a Roma, Berlinguer e altri dirigenti del Pci continuarono ad affermare la loro lealtà al marxismo leninismo, sostenendo anche la politica dei sovietici".
Oggi la situazione è cambiata?
"È un gran vantaggio, oggi, per l'Italia che ex fascisti ed ex comunisti partecipino alla vita politica e non possiamo negare loro questo diritto perché i loro partiti si sono evoluti e trasformati. Fini è uno statista, ma la stessa considerazione vale anche per i miei amici Veltroni e Fassino e per D'Alema, che ha ben operato come primo ministro e che appoggiò la guerra nel Kossovo. Mio genero, il marito di mia figlia Nina , l'ambasciatore Francesco Olivieri, è stato consigliere politico sia di D'Alema che di Amato".
Passiamo al delitto Moro: lei dice che Carter fu molto deluso dal fatto che alcuni leader del Pci, compreso Berlinguer avessero insinuato che dietro le BR e l'assassinio di Aldo Moro ci fosse la CIA o la NATO (nel libro è riportata una dichiarazione di Aldo Moro, quando era prigioniero delle BR, sui suoi rapporti con Gardner).
"È una bugia terribile. Ho riportato nel libro il brano del memoriale di Aldo Moro, per dimostrare che non c'era conflitto con la sua politica. Nei quattro incontri che ho avuto con lui, Moro è stato molto chiaro nel dire che non voleva fare un'alleanza con i comunisti. L'unica cosa che poteva concedere era la loro entrata nella maggioranza politica,senza incarichi ministeriali. In questo modo, un po' dentro, un po' fuori, intendeva logorarli, come avvenne, infatti, nel 1978, con il calo dei consensi del PCI".
Chi voleva allora il compromesso storico?
"L'allora capo del Senato, Amintore Fanfani, pur considerato un uomo di destra: di fronte alla crisi economica, al terrorismo delle Brigate Rosse, Fanfani si era fatta la convinzione che bisognava coinvolgere nel governo i comunisti in un governo di emergenza e che lui avrebbe potuto fornire le garanzie necessarie per la democrazia. Ho avuto con il senatore Fanfani, in casa sua, un incontro tempestoso il 18 dicembre del 1977".
Per quanto riguarda le Brigate Rosse?
"È un fenomeno interno italiano, come ha dichiarato ad esempio Franceschini, uno dei loro capi. Questa era anche la convinzione dei servizi segreti americani".
Nel libro lei cita anche il suo primo incontro con Berlusconi, allora del tutto sconosciuto, a cui concesse un'intervista, in occasione della sua visita a Milano nel maggio del 1977. Mi pare che ne abbia tratto un'impressione positiva.
"Sono molto lieto di aver concesso questa intervista. Il nostro console generale di Milano era perplesso: concedere un'intervista a Berlusconi, un nome mai sentito nominare? La sua televisione a Milano 2 era una piccola televisione locale. Come ambasciatore di un paese dove la televisione è libera ho cercato di incoraggiare un'alternativa alla RAI , che era troppo politicizzata".
Una previsione per le elezioni americane?
"Ovvio, voterò Kerry, che non ha il carisma di Clinton, ma è intelligente e ha una visione internazionale dei problemi, ha soggiornato spesso in Francia e Italia. Quanto ai risultati, si sa che il 45\% degli elettori sono repubblicani e il 45\% democratici, molto dipenderà dalla capacità di mobilitare le rispettive basi, anche se, in tempo di guerra, la tendenza è quella di affidarsi al presidente in carica. Però l'esito sarà incerto fino all'ultimo: decisivi saranno quattro-cinque stati, come l'Ohio, la Florida e il Michigan".
Lidia Panzeri29 settembre 2004 - MORO: FRAGALA', NUOVA INCHIESTA AVVIATA GRAZIE A MITROKHIN
ANSA:
MORO: FRAGALA', NUOVA INCHIESTA AVVIATA GRAZIE A MITROKHIN
"La riapertura delle indagini sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro e l'avvio di alcune rogatorie in Germania e Ungheria assunte dal pm romano Franco Ionta su richiesta dell'avvocato Nino Marazzita si basano ed utilizzano þ rivela il parlamentare di An, Enzo Fragala', capogruppo in Commissione Mitrokhin - le risultanze dell'inchiesta della Commissione parlamentare sul dossier Mitrokhin che ha acceso un faro su uno dei buchi neri della Repubblica: chi addestro', finanzio' ed eterodiresse il terrorismo rosso in Italia e quali rapporti vi furono tra le Brigate rosse del sequestro Moro ed il Kgb".
"L'archivio Mitrokhin, le carte dei servizi segreti cecoslovacchi, la rete spionistica della Stasi, il processo del giudice francese Bruguiere contro il terrorista rosso Carlos þ sottolinea il parlamentare di An - hanno disvelato in maniera documentale e inconfutabile come lþopera di condizionamento della vita politica italiana sviluppata dal Kgb, attraverso la sua residentura di Roma, alimento' per oltre un ventennio la scia rossa di sangue, degli omicidi eccellenti, delle stragi, del tentativo, per poco non riuscito, di destabilizzare il nostro Paese e consegnarlo all'imperialismo sovietico". "Grazie ai 260 report ricopiati meticolosamente dal colonnello Mitrokhin e passati all'Occidente - conclude il deputato di Alleanza Nazionale - sono state ricostruite pagine strappate della recente storia dþItalia a dimostrazione del fatto che il dossier non e' un reperto di archeologia spionistica e neppure il parto di un romanziere fantasioso, come cerca puerilmente di sostenere la sinistra.Le rogatorie giudiziarie ordinate dal Pm Ionta da una parte e la rogatoria internazionale che la Commissione Mitrokhin effettuera' nei prossimi giorni a Parigi sono il sintomo piu' significativo della grande importanza ed attualita' del materiale Mitrokhin".3 ottobre 2004 - BANELLI, CARTE DELITTO MORO DA VECCHIE A NUOVE BR
ANSA:
TERRORISMO: BANELLI, CARTE DELITTO MORO DA VECCHIE A NUOVE BR
GALESI RICEVETTE DOCUMENTI DA BR CONOSCIUTO COME 'SILVIO'
Mario Galesi ebbe in custodia da un vecchio brigatista, chiamato 'Silvio', alcuni documenti relativi al rapimento di Aldo Moro da "conservare" nell'archivio delle nuove Br. E' quanto ha detto ieri, tra l'altro, Cinzia Banelli, durante l'interrogatorio in videconferenza, nell'aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma. Dalle dichiarazioni della Banelli emergerebbe un filo di continuita', forse non operativo e magari soltanto ideologico, mai interrotto tra vecchie e nuove Br, che ora e' al vaglio dei magistrati del pool antiterrorismo della procura di Roma.
Cinzia Banelli, durante il controesame fatto dall'avvocato Walter Biscotti, legale della vedova del sovrintendente della Polfer, Emanuele Petri, ucciso il 2 marzo del 2003 sul treno Arezzo-Roma durante il conflitto a fuoco con Mario Galesi, ha parlato, tra le altre cose, dei rapporti tra i vecchi irriducibili delle Br-Pcc e le nuove Br in particolare dell' 'osmosi' e ricerca di legittimazione politica dei gruppi facenti capo ai Nuclei comunisti combattenti nei quali milito' la stessa Banelli prima dell'arruolamento nelle Br.
Cinzia Banelli, in particolare, ha spiegato che nel luglio del 2000 - Mario Galesi si incontro' con un vecchio brigatista, chiamato col nome di battaglia 'Silvio', dal quale ebbe in custodia alcuni documenti relativi al sequestro Moro. Documenti pubblici, ha spiegato Banelli che ha aggiunto di non conoscere l'identita' dello stesso Silvio.
"La circostanza e' quantomeno inquietante - osserva l'avvocato Biscotti - d'accordo, si tratta di documentazione magari non inedita. Ma resta l'interrogativo del perche' le cosiddette nuove Br abbiano avuto in custodia materiale dai terroristi delle vecchie leve".
Cinzia Banelli, anche se ha specificato ieri durante l'interrogatorio, che i tentativi di "riarruolamento" di ex Br usciti dal carcere - "individuati con attivita' di pedinamento e contropedinamento" - non avevano sortito alcun risultato, ha parlato della 'legittimazione' fatta dai militanti storici detenuti nelle carceri della strategia delle nuove Br in particolare riferita agli omicidi Biagi e D'Antona.3 ottobre 2004 - G71 E IL CASO MORO
"Oggi 7", magazine di "America Oggi"
L'INTERVENTO / G71 E IL CASO MORO / Cari italiani d'America, come mai non mi hanno ancora "fucilato?"
di Antonino Arconte (G71)
Com'è finita la vicenda della "fucilazione di G-71" auspicata dal Senatore Giulio Andreotti con la sua Interrogazione al Ministro della Difesa Antonio Martino, zeppa di errori e che arrivava ad addebitare a G-71 dichiarazioni che non aveva mai fatto tantomeno scritto sul suo memoriale, L'Ultima Missione?
I lettori di "America Oggi" dovrebbero ricordare bene tutta la vicenda, iniziata a maggio 2002, allorché il Senatore Andreotti, dopo aver visto i documenti pubblicati in allegato all'Ultima Missione e sul settimanale "Famiglia Cristiana", e i quotidiani "Nuova Sardegna" e "America Oggi", presentava l'interrogazione a risposta scritta al Ministro della Difesa, lasciandosi andare a dichiarazioni minacciose quanto pubbliche: "Se è vero, fucilateli! Altrimenti deve intervenire la magistratura ..." . In seguito a questo, sentendomi seriamente in pericolo, proposi alle testate che si erano occupati del mio caso ed alla Rai 3, di far eseguire una perizia scientifica sugli stessi, che avvalorasse le autentiche già effettuate da due notai della Repubblica Italiana e già depositate dall'Ammiraglio Accame in un suo Esposto alla Procura Militare di Roma nel marzo 2002. il 14 Novembre dello stesso anno, il Senatore Andreotti fu condannato, a Perugia, a 24 anni di reclusione, quale mandante dell'omicidio Pecorelli, il Direttore del settimanale OP, "fucilato" da un sicario rimasto ignoto, il quale, poco prima di morire, aveva affermato, (secondo l'accusa) di essere in attesa di ricevere carte segrete riguardanti il caso Moro che avrebbe pubblicato sul prossimo numero di OP. Queste, sembra che gliele avesse promesse il Gen. Dalla Chiesa, anch'egli deceduto a Palermo, "fucilato" dalla mafia con la consorte. Questa notizia del Novembre 2002 mi convinse ancor più di essere in pericolo, anche se in seguito fu annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. A Marzo 2003, la RAI pubblicò in una trasmissione di Rai 3 i risultati della perizia scientifica che accertarono la compatibilità dei documenti con le date ivi riportate e con il particolare tipo di carta e inchiostri utilizzati dal Ministero della Difesa in quegli anni (1978). La stessa cosa fecero i quotidiani e i Settimanali che si occuparono di seguire il caso, compresa "America Oggi". Due mesi dopo, il 9 Maggio 2003, Il Ministro Martino rispose all'interrogazione di Andreotti con la nota del Sismi che ricalcava le "imprecisioni" di Andreotti ed accusando la falsità dei documenti che peraltro aveva visto solo sul CD allegato al libro e non negli originali o autenticati da notaio, come avevano fatto i periti, i giornalisti, gli stessi notai e la procura militare di Roma. Infatti il Sismi dichiarava che i documenti erano evidentemente ottenuti con sistemi di lettura ottica e con questa modificati ...naturalmente questo era vero, perché il CD era stampato con sistemi a lettura ottica dalla ditta che li ha fabbricati, pronti per la distribuzione. "L'accurata inchiesta" del Sismi, però, non si era preoccupata di cercare gli originali o copia autentica in estratto notarile degli stessi prima di fare queste affermazioni. Naturalmente risposi a tono al Ministro, anche citandolo in giudizio davanti alla Corte dei Conti, insieme alla presidenza del Consiglio, dove avevo depositato copie autenticate di tutta la citata documentazione e la certificazione recentemente ottenuta dall'amministrazione militare che confermava quanto dichiaravo nell'Ultima Missione ed alla Corte Europea dove avevo già vinto, con le stesse documentazioni, quattro ricorsi contro lo Stato Italiano.
Questo giornale, anche online, ebbe il coraggio professionale di pubblicare la mia replica di smentita al ministro della Difesa che in Italia solo "la Nuova Sardegna" pubblicò. Su "America Oggi", inoltre, Stefano Vaccara testimoniò anche il fatto che nel mio libro e in nessuna intervista da voi pubblicata, A. Arconte non diceva le cose che il senatore Andreotti ed il Sismi affermavano di aver letto ne L'Ultima Missione e nel sito Internet, cioè che dietro le BR che sequestrarono Moro ci fossero i servizi segreti Italiani e la CIA ...!?
A marzo 2004, il Sen. Andreotti ha fatto una recensione al libro di Maria Fida Moro, "la Nebulosa del caso Moro", che nelle prime 15 pagine riporta una intervista a G-71 di Maria L. Veca. Il sen. Andreotti dichiarava in proposito nella sua rubrica sul tempo di Roma: "...I documenti di Arconte sono stati dichiarati falsi dal Ministro Martino, queste cose bisogna dirle, altrimenti sembra che questa sia una Repubblica di delinquenti, e non è così!" Subito dopo, Andreotti presentò un ulteriore interrogazione con la quale chiedeva al Ministro: "Vista la dichiarata falsità dei documenti di A. Arconte, che misure si fossero assunte, anche processuali". Nel successivo 10 Settembre '04, a rispondere non è il Ministro Martino, ma la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a firma On. Giovanardi, il quale dichiara che: effettuati gli "accurati accertamenti", il Sismi, ai sensi dell'art. 9 della L. 801/77 ha segnalato le dichiarate falsità alla Procura Militare di Roma ed alla Procura Penale di Roma, le quali hanno avviato indagini sul sig. Arconte e sulla formazione di false attestazioni documentali.
Ora, accertato anche che non ho ricevuto alcun avviso di garanzia e che sono passati ormai due anni dai fatti, 18 mesi dalla risposta Ministeriale; che nemmeno sono state chieste dai PM proroghe ai termini delle inchieste preliminari senza che mi sia stato comunicato alcunché; che tutti i termini sono quindi scaduti senza che sia stata considerata l'opportunità di "fucilarmi" o di ottenere un intervento della magistratura sulla dichiarata falsità documentale; considerato che la magistratura è entrata in possesso da tempo delle certificazioni autentiche, anche recentemente prodotte dalle amministrazioni Militari e visti gli articoli 396, 405, 406, 407 e 415 C.p.p. i quali, a pena di nullità, attestano i termini della durata delle indagini preliminari in mesi sei, prorogabili su richiesta del PM di altri sei, ovviamente informandone ufficialmente anche l'indagato, il quale non ha ricevuto alcun avviso o richiesta di proroga dei termini e nemmeno è stato sentito sui fatti della dichiarata (dal Sismi) falsità, se ne deduce che, tali documentazioni ...non sono false!
Su tutti questi ulteriori fatti ho presentato, già da tempo, dettagliati e documentati esposti (...con documentazione autentica!) a varie Procure d'Italia competenti a svolgere le richieste indagini. Non mancherò di tenervi informati, visto l'interesse che dimostrate verso la vera storia di Gladio e d'Italia.5 ottobre 2004 - EX BR BONISOLI, MAI COLLEGAMENTI CON MAFIA
ANSA:
TERRORISMO: EX BR BONISOLI, MAI COLLEGAMENTI CON MAFIA
DEPOSIZIONE A PALERMO SU OMICIDIO AGENTE PENITENZIARIO
"Le brigate rosse non ebbero mai alcun collegamento con i boss di Cosa nostra". Lo afferma l'ex terrorista delle br, Franco Bonisoli, condannato per la strage di via Fani, deponendo questa sera a Palermo nel processo per l'omicidio del brigadiere della polizia penitenziaria Antonino Burrafato, assassinato a Termini Imerese il 29 giugno 1982.
"Durante il periodo trascorso in carcere - afferma Bonisoli - abbiamo avuto contatti forzati con detenuti, ma non abbiamo mai avuto collegamenti con Cosa nostra, e con i boss mafiosi non abbiamo mai fatto alcun accordo".
Franco Bonisoli e' stato il primo, tra i br legati al caso Moro, ad ottenere il permesso di lavorare fuori dal carcere. Da due anni e' libero, perche' ha usufruito dei benefici sulla legge della dissociazione. Nei mesi scorsi ha rivolto un appello alle nuove leve dell'eversione, invitandoli a lasciare il terrorismo e a dedicarsi al volontariato.
L'ex brigatista rosso e' stato citato in aula perche' il suo nome compariva sotto il testo di un comunicato affidato nel luglio dell'82 ai giudici della corte d'assise che lo stavano giudicando per la strage di via Fani, in cui "commentavano" l'omicidio Burrafato.
Secondo una nota dell'allora maggiore dei carabinieri Mario Mori, del comando provinciale del Lazio, era stato lo stesso Bonisoli a leggere in aula il testo della lettera. "Non ricordo questo particolare - afferma Bonisoli - e non ricordo nemmeno di averlo scritto".
"Il testo - spiega l'ex terrorista - non e' una rivendicazione, ma un modo per dare voce a delitti commessi da chicchessia contro lo Stato. In questa lettera c'era la nostra adesione ideologica. Aver assassinato un uomo che portava la divisa era un atto contro lo Stato e allora noi aderivamo a quanto era stato fatto. Solo dopo mi sono reso conto degli errori e, inoltre, che la responsabilita' e' personale".
Per l'omicidio di Burrafato sono imputati i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Pietro Senapa, Giuseppe Lucchese ed Antonino Marchese. Secondo l'accusa Burrafato sarebbe stato eliminato su ordine di Bagarella. Il boss corleonese, detenuto nel carcere di Termini Imerese in cui il brigadiere prestava servizio, si era visto negare dalla vittima il permesso ad un colloquio con i familiari.
Per questo omicidio e' stato gia' condannato a 10 anni di reclusione, in appello, il collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza che si era auto accusato di aver partecipato al delitto. La posizione del pentito era stata stralciata dall'inchiesta principale. Era stato proprio Cucuzza ad ammettere di avere accompagnato a Termini Imerese gli esecutori del delitto, Pino Greco ed Antonino Marchese. I sicari aprirono il fuoco in piazza Sant'Antonio, a un centinaio di metri dall'istituto di pena.
L'omicidio venne rivendicato qualche ora dopo con una telefonata anonima al centralino del Giornale di Sicilia:
"Abbiamo giustiziato Burrafato, boia dell'Asinara", e alcuni mesi dopo dai terroristi durante l'udienza per la strage di via Fani. Ma la pista terroristica venne presto accantonata. Dopo una prima archiviazione l'inchiesta venne riaperta grazie alle rivelazioni di Cucuzza.6 ottobre 2004 - ITALIA CHIEDERA' A SVIZZERA DI FAR GIUDICARE BR LOJACONO
ADN KRONOS:
CASO MORO: ITALIA CHIEDERA' A SVIZZERA DI FAR GIUDICARE BR LOJACONO
Roma intende chiedere a Berna di far giudicare in Svizzera Alvaro Baragiola per il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro: lo ha dichiarato oggi in un'intervista alla Radio Svizzera di lingua italiana (RSI) il ministro italiano della giustizia Roberto Castelli. Egli ha aggiunto che ne discuter? prossimamente con l'omologo elvetico Christoph Blocher nel corso di una visita di lavoro a Berna.6 ottobre 2004 - UNA GRAFOLOGA E IL CASO MORO
"L'Eco di Bergamo"
"Così ho studiato Moro prigioniero delle Br"
I misteri della grafìa secondo Evi Crotti, che ha analizzato gli scritti "dal carcere" dello statista
La grafologa Evi Crotti nel suo studio di Milano
"La grafia, la scrittura personale, è un qualcosa di immutabile, come un'impronta digitale che ti segue per tutta la vita. Quando scriviamo un appunto, la bozza di un tema, un semplice scarabocchio, inconsapevolmente parliamo di noi stessi. Nella grafia è impressa simbolicamente la nostra personalità". A parlare dell'indissolubilità che intercorre tra grafia e psiche è Edvige Crotti, psicopedagogista e apprezzata grafologa originaria di Bonate Sotto e da anni residente a Milano dove dirige la scuola di grafologia all'istituto "Gonzaga".
Edvige Crotti, che tiene anche rubriche di analisi della scrittura su diverse riviste femminili, non ha dubbi in proposito: "L'analisi della grafia è un test di personalità veramente formidabile. Una radiografia della psiche. Ci mostra il tipo di intelligenza che possediamo, se assimilativa, creativa o logica. Può dare una ragione alla nostra timidezza. Ci pone di fronte ai nostri limiti che vanno accettati come un motore della crescita e mette in luce le nostre potenziali attitudini. Nella grafia è possibile leggere l'icerberg nascosto di ognuno di noi". Se elenchiamo i suoi successi professionali scopriamo ben 14 anni di consulenza psicopedagogica all'Istituto scolastico "Leone XIII" dei padri Gesuiti di Milano. "Un'esperienza stupenda - ricorda - che mi ha fornito un vastissimo materiale per le mie ricerche sull'età evolutiva. Aiutavo i bambini che presentavano dei disagi nella crescita". Il continuo rapportarsi al mondo dell'infanzia la convince a eliminare dal suo nome l'ostico accostamento di consonanti. Così Edvige Crotti si contrae in Evi Crotti. Nome "addolcito" con il quale ha firmato numerose pubblicazioni in collaborazione con il marito Alberto Magni. Tra le più conosciute spicca un libro dal titolo "Come interpretare gli scarabocchi-La lingua segreta dei bambini", volume prezioso che offre a insegnanti e genitori l'opportunità di imparare ad ascoltare e comprendere quelle necessità del bambino che non vengono ancora espresse a parole, ma che pure lasciano un'impronta netta nei disegni, nei colori scelti, negli scarabocchi.
Nel 1978 si occupa del sequestro di Aldo Moro su richiesta dell'allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga. Si trattava di confrontare due lettere del leader democristiano (una scritta prima del rapimento e l'altra durante i 52 giorni di prigionia) e capire se fossero opera della stessa mano. La perizia di Evi Crotti l'ha confermato: erano entrambe lettere di Moro. "Ho analizzato per conto dell'Europeo di Feltri - continua Evi Crotti - altre 400 lettere dello statista della Dc ritrovate nel 1991 in via Monte Nevoso a Milano". Qualche anno dopo ha tra le mani una versione del "Mein Kampf" di Adolf Hitler ritrovata da una signora polacca in una soffitta. Dopo un'attenta valutazione assicura che la grafia del volume veniva dalla mano del Fuhrer. In collaborazione con il vaticanista Andrea Tornielli, Evi Crotti si è addentrata anche nell'analisi scrupolosa delle grafie dei pontefici del ventesimo secolo da Leone XIII all'attuale Giovanni Paolo II. Di Papa Giovanni XXIII dice: "La sua era una scrittura scorrevole, piuttosto ritmata con forme curve dalle quale emergeva una profonda sensibilità. Nella sua scrittura affiora una generosità intelligente, l'amore dell'uomo, lo slancio dell'innovazione e il legame forte alla tradizione. Era dotato di un incrollabile senso di responsabilità".
E per coloro che intendono approfondire la grafologia dal 25 ottobre, al centro "San Giorgio" di Bergamo, apre i battenti un corso triennale post diploma e post laurea organizzato dalla Scuola di grafologia di Evi Crotti, aperta per la prima volta a Milano nel 1975. Lezioni tutti i sabati fino alla fine di maggio (il costo di frequenza si attesta sui 1.050 euro all'anno, iscrizioni allo 035/254646). Sempre la scuola di Evi Crotti organizza da venerdì 29 ottobre dieci incontri a cadenza settimanale nella biblioteca di Treviolo (costo, 80 euro). Info: 035/694266.
Bruno Silini10 ottobre 2004 - LE MEMORIE DELL' EX AMBASCIATORE USA GARDNER
"Il Sole 24 ore"
Claudio Gatti
L'ex ambasciatore americano Richard Gardner ha appena pubblicato le sue memorie sugli anni tra il 1977 e il 1981 da lui passati a Roma per conto dell'amministrazione Carter. Oltre 450 pagine per spiegare come riusci' a impedire al Pci di entrare al governo in un momento in cui persino la Confindustria sembrava vederne l'opportunita'. Ma soprattutto per sostenere che cosi' facendo avrebbe dato un contributo decisivo al crollo del comunismo.
Quelle di Gardner non sono solo memorie di parte. Sono anche memorie tronche. L'ex ambasciatore non cita infatti il piccolo grande segreto dell'ambasciata Usa in Italia di quegli anni. Si chiamava Operazione Devil Star, e fu la piu' riuscita operazione di spionaggio mai condotta contro il partito comunista italiano. Fu soprattutto la piu' straordinaria fonte di informazioni a cui l'ambasciata Usa a Roma pote' attingere per sapere che cosa faceva, diceva e addirittura pensava Enrico Berlinguer.
La rivelazione piu' significativa di questa operazione - la risoluta ostilita' di Berlinguer nei confronti di Mosca - fa pensare che l'inflessibile opposizione dell'ambasciata Usa all'ingresso del Pci al governo abbia contribuito a rallentare di anni un processo evolutivo che Berlinguer sembrava pronto ad accelerare. In altre parole, la svolta della Bolognina sarebbe forse potuta avvenire svariati anni prima della caduta del Muro.
Ferragosto a Roma e' il giorno migliore per una visita non programmata in un museo. O in un appartamento. E' infatti il giorno preferito dei ladri. Per questo motivo 35 anni fa', nel 1979, le primissime ore del mattino di Ferragosto furono scelte dai quattro uomini scesi da una macchina parcheggiata nelle vicinanze di Via del Corso.
Con speciali faretti a luce infrarossa montati sulla fronte e microtrasmittenti all'orecchio, due di loro presero posizione alle due estremita' di Via dell'Umilta'. Gli altri due, armati di una borsa con attrezzi, si avvicinarono al portone del numero 46. Impiegarono pochi secondi a forzare la serratura del portoncino. C'era un piccolo ascensore, ma preferirono fare a piedi le tre rampe di scale. La serratura della porta dell'appartamento fu altrettanto facile da aprire. Avendo gia' studiato la pianta dell'appartamento, sapevano esattamente dove andare. Uno di loro estrasse un pezzo di legno dalla borsa. Sembrava un tipico pezzo di supporto aggiunto sotto la base di una credenza per rafforzarla. Con una variante: conteneva un microfono, una batteria e un trasmettitore.
Come in tutte le operazioni delle Cia in Italia, le prime due lettere del suo nome in codice erano "D-E", le lettere che a Langley indicavano il nostro paese. Operation Devil Star era stata avviata all'inizio del 1976, ma a giugno del 1979 era stata improvvisamente interrotta per un inconveniente: il bersaglio aveva deciso di traslocare.
"Quando si seppe del trasloco ci fu un momento di panico," ricorda una persona allora coinvolta nell'operazione che identificheremo col nome di Fred. "Era stata fino ad allora la piu' fruttuosa "penetrazione" di un partito comunista fuori dell'Unione Sovietica e della Cina."
"Non fu cosa da poco," conferma un secondo funzionario della Cia che chiameremo Artie.
Era anche una delle operazioni piu' segrete dell'epoca. Sapeva solo chi doveva sapere. Per questo e' rimasta segreta per cosi' a lungo.
"Anche all'interno della station della Cia a Roma non tutti sapevano," aggiunge un terzo funzionario che chiameremo Peter.
Da quando era diventato segretario generale del Pci, nel 1972, Enrico Berlinguer, aveva suscitato l'interesse della Cia, che gli aveva affibiato il nome in codice di DEvil Squid - calamaro diabolico.
Nel corso degli anni Berlinguer aveva guidato il partito lungo un percorso di maggiore autonomia da Mosca diventando il simbolo del cosiddetto euro-comunismo, formula che permetteva al partito di mantenere un piede nella staffa "comunista" e l'altro in quella della democrazia parlamentare.
Ma se Berlinguer era disposto a dimostrare la sua fedelta' ai valori democratici occidentali, non c'era dubbio che il partito mantenesse una componente intenzionata a rimanere legata a Mosca. Insomma, non era affatto chiaro se il Pci fosse veramente disposto a mantenere l'Italia legata all'Alleanza Atlantica. In caso di uno showdown con Mosca con chi si sarebbe schierato Enrico Berlinguer?
Con la sua personalita' introversa e la sua notoria discrezione, il segretario del Pci era un enigma per molti. Per questo "decifrare Berlinguer" divenne una delle priorita' della Cia in Italia.
"Berlinguer era un uomo molto guardingo," ricorda Giglia Tedesco, ex senatrice comunista e vice-presidente del Senato, amica personale del segretario comunista.
Ma non era solo una questione di carattere. Berlinguer sapeva di essere sotto il costante controllo dei servizi segreti italiani. Per questo evitava di parlare di questioni delicate al telefono. O persino nel suo ufficio e a casa.
"Berlinguer si fidava di pochissime persone... forse una sola," aggiunge Tedesco. Quella persona era suo marito, Tonino Tato', capo dell'ufficio stampa e segretario di Berlinguer. Oltre che suo piu' stretto collaboratore.
Dal 1967, Tato' e Tedesco vivevano in un piccolo appartamento su Via de' Nari, a poche centinaia di metri da Palazzo Madama. Erano 62 metri quadri al terzo piano della depandance di un palazzo nobile. Forse perche' cosi' piccolo e accogliente, o forse perche' lo considerava fuori della portata dei "radar" dei servizi, comunque sia, dopo le regionali del 1975, Berlinguer comincio' a usarlo per i suoi incontri piu' riservati. Oltre che per passarci molte serate con Tato' e Tedesco
Agli inizi del 1976, Hugh Montgomery, chief of station della Cia a Roma, ebbe un'idea che avrebbe potuto permettergli di avere accesso al cuore del leader del Pci: mettere delle cimici nell'appartamento di Tato'.
"Installammo almeno due microfoni. Uno nella cucina e un altro in un mobile del salotto," dice Fred. "Fu un'operazione definita in gergo "unilaterale". Nel senso che non avvisammo ne' tantomeno coinvolgemmo i servizi italiani."
Ma i microfoni da soli non bastavano. Occorreva anche trovare un Listening Post - la stazione d'ascolto. Venne scelto l'appartamento di una signora americana che aveva un contratto con la station come traduttrice, Madame S. L'ubicazione del suo appartamento era perfetta: a Piazza del Biscione, a un centinaio di metri da via de' Nari. All'ultimo piano, il che aiutava la ricezione.
Sul tetto del palazzo i tecnici della Cia installarono un'antenna ricevente, collegata a uno speciale registratore che Madame S teneva chiuso dentro una scrivania. Ogni mattina prendeva le cassette - comuni cassette da registratore - e le portava negli uffici della Cia nell'ambasciata di Via Veneto. Li' c'era un'altra contrattista, Madame N, che aveva il compito di ascoltare i nastri e trascrivere il loro contenuto in italiano. I testi venivano poi dati a Madame S che li traduceva e passava a un funzionario della sezione "affari interni" della stazione che selezionava i brani piu' interessanti da trasmettere al chief of station e al funzionario che preparava i rapporti per il quartier generale di Langley.
Dopo le politiche del giugno 1976, da cui il Pci era uscito con il 34,4%, nacque il governo delle astensioni.
"Il patto che porto' al governo della non-sfiducia venne siglato tra me e Berlinguer proprio a casa di Tato'," ricorda Giulio Andreotti. "Berlinguer si impegnava a votare a favore di un documento che riconosceva nel Patto Atlantico e nella Cee i punti di riferimento della politica estera italiana. In cambio l'impegno era di arrivare, seppur a tappe, a togliere l'estraneita' oggettiva del Pci dal governo. I tempi erano da definire, ma la logica era di portarlo a essere una componente del governo."
Ma col passare dei mesi, la pressione affinche' il ruolo del Pci venisse riconosciuto formalmente con una qualche poltrona ministeriale continuo' a crescere. A Washington, l'amministrazione Carter era agitatissima. "Dopo essermi consultato con Gardner, il 14 marzo 1977 scrissi al presidente che una svolta a sinistra in Italia era potenzialmente il nostro piu' grave problema politico in Europa," ricorda l'allora consigliere alla Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski nel suo libro di memorie.
Dopo settimane di intensi negoziati emerse una nuova formula. Quella del cosiddetto accordo programmatico. Il Pci avrebbe da allora fatto un altro, seppur piccolo passo in avanti. Ma era chiaro che anche questa appariva come un rimedio temporaneo. Tutto lasciava pensare il passo successivo sarebbe stato quello di creare una coalizione governativa con membri del Pci oppure della Sinistra Indipendente. Ovviamente c'era anche chi si opponeva. Sia a sinistra che a destra.
I negoziati erano continui. Accordi venivano fatti e disfatti dietro le quinte e in modo segreto. Moro, Andreotti e Fanfani avevano contatti diretti con Berlinguer e negoziavano senza necessariamente informarsi a vicenda. In poche parole, nessuno sapeva veramente quello che i leader democristiani erano disposti a concedere al Pci. O quello che Berlinguer pretendeva per mantenere il suo supporto. Con un'unica eccezione: la stazione della Cia a Via Veneto.
Su pressione dell'ambasciatore Gardner, il 12 gennaio 1978, il Dipartimento di Stato decise di uscire allo scoperto emettendo un comunicato senza mezzi termini: "Non siamo favorevoli alla partecipazione dei comunisti al governo. Al contrario vorremmo che l'influenza dei comunisti in tutti i paesi dell'Europa occidentale diminuisse."
Quattro giorni dopo Andreotti offri' le proprie dimissioni ottenendo immediatamente il mandato per trovare una nuova formula. Nonostante il monito americano, tutto lasciava pensare che il passo successivo sarebbe stato quello di includere nel nuovo governo membri o "amici" del Pci.
"Nel febbraio del 1978 il Pci stava per entrare al governo," ricorda Giglia Tedesco.
Il 3 febbraio, Tato' comunico' a Berlinguer il contenuto di una sua conversazione con il segretario di Andreotti, Franco Evangelisti: "A Toni', e' fatta, voi entrate nella maggioranza."
Cinque settimane dopo Andreotti si presento' invece al Quirinale con un elenco di nomi praticamente identico a quello del monocolore precedente.
"Fummo molto scioccati. Era una virata di bordo inaspettata," ricorda Tedesco.
Andreotti oggi nega che sia stato un intervento americano a bloccare una nuova fase del percorso che avrebbe dovuto portare il Pci al governo. "Nel nostro partito i tempi non erano ancora maturi," dice.
Moro temeva una spaccatura della Dc ed e' quindi possibile che con Andreotti abbia deciso di tenere a bada gli oppositori interni a suon di poltrone ministeriali. Ma non si puo' escludere che siano invece stati gli americani a "convincerlo".
5 giorni dopo, il 16 marzo 1978, Moro venne rapito dalle Brigate Rosse e in un clima di emergenza nazionale il Pci decise di dare comunque il proprio sostegno al nuovo monocolore di Andreotti.
La primavera successiva, nel 1979, fu la volta della Cia a essere sorpresa: dopo 12 anni a Via de' Nari, Tato' aveva deciso di cambiar casa.
Il problema piu' immediato riguardava uno dei microfoni. Approfittando del trasloco, Tato' e Tedesco avevano deciso di mandare i loro mobili piu' vecchi da un restauratore. La Cia doveva rimuovere il blocco di legno. Ma non era agosto.
E il centro della citta' brulicava di romani e di turisti. Si opto' per un piano alternativo: il giorno in cui la credenza sarebbe dovuta essere portata dal restauratore posizionarono la loro stazione d'ascolto mobile - un furgone Fiat bianco con apparecchiature elettroniche di ogni genere - nei pressi di Via de' Nari. Seguirono poi il camion del restauratore fino al suo negozio a Montesacro.
Quella notte un team di specialisti entro' dentro e rimosse il blocco di legno.
Riuscire a trovare una nuova stazione d'ascolto fu molto piu' complicato. Il parlamento italiano aveva appena approvato la legge sull'equo canone e da un giorno all'altro nessuno affittava piu' nulla. Alla fine una soluzione si trovo' grazie a un funzionario appena trasferito a Roma da Parigi. Era il figlio di una primadonna della mondanita' internazionale, con connections in tutto il mondo. Incluso l'aristocrazia romana. Piu' che un appartamento fu trovata un'intera ala all'ultimo piano di uno dei piu' prestigiosi palazzi romani, Palazzo Odescalchi.
Ma c'era un problema aggiuntivo: Madam S non aveva il profilo socio-economico tipico dell'inquilino di un indirizzo del genere. La soluzione arrivo' col trasferimento a Roma di Mister P.
Cinquantenne, ancora scapolo ma amante delle belle donne, Mister P era un vero bon vivant. E grazie al suo hobby, aveva anche una copertura perfetta: l'antiquario.
Sebbene Mister P fosse da anni un dipendente a tempo pieno della Cia, la sua passione non era lo spionaggio bensi' i mobili antichi, o ancor piu' i tappeti orientali. Era una scelta perfetta per Palazzo Odescalchi. E quell'appartamento, con il suo prestigiosissimo indirizzo, era perfetto per lui. Il suo enorme salone venne prontamente convertito in showroom per tappeti orientali.
Nelle elezioni del giugno 1979, il Pci perse 4 punti di percentuale, punito da un elettorato che non lo percepiva ne' all'opposizione ne' al governo. Ma governare senza il Pci rimaneva difficile.
A Washington Brzezinski continuava a pensare che occorresse mantenere il veto. A Roma Richard Gardner era d'accordo, convinto com'era che il cavallo su cui puntare fosse il Psi di Bettino Craxi.
L' ironia e' che a ritenere che l'ingresso del Pci al governo non fosse affatto uno spauracchio era proprio quell'organismo che per tre decenni aveva combattuto i comunisti con ogni mezzo e modo: la Cia.
In ambasciata molti pensavano che la Agency fosse divenuta inspiegabilmente soft nei confronti dei comunisti. Ma non sapevano che la Agency aveva un orecchio elettronico a casa di Tato' e poteva quindi sentire quello che Berlinguer diceva al suo piu' fidato collaboratore nell'intimita' del suo appartamento.
"In privato Berlinguer era durissimo - feroce - contro l'ala pro-sovietica," conferma Tedesco. "Lui era... diciamo la parola: anti-sovietico."
"Certamente Berlinguer era anti-sovietico," conferma Andreotti. "Aveva abbastanza intuito quello che era veramente l'Urss, anche se nella propaganda i comunisti dovevano continuare a dirne tutto il bene possibile. Quando gli feci notare questa contraddizione mi rispose che non poteva fare una lotta su due fronti. Doveva prima pensare all'Unione Sovietica. Perche' loro gli davano preoccupazioni serie."
"Grazie all'operazione Devil Star ci rendemmo conto che il Pci non aveva affatto buoni rapporti con Mosca. Anche se il Dipartimento di Stato e l'ambasciatore in particolare non volevano sentirselo dire," aggiunge Peter.
Il nuovo chief of Station, Duane Clarridge era, come il suo predecessore, un anti-comunista convinto. Ma piu' pragmatico. E grazie al continuo flusso di informazioni provenienti dall'appartamento di Tato' si convinse che Berlinguer non era affatto un burattino nelle mani di Mosca.
Nell'autunno del 1980, Clarridge ideo' un piano che gli avrebbe offerto una doppia opportunita': dare maggiore governabilita' all'Italia e umiliare i sovietici. Lo battezzo' Operazione Soluzione Finale (del problema comunista) e consisteva in tre fasi, ognuna della quale aveva una serie di ostacoli politici che il Pci doveva superare in un graduale processo che sarebbe terminato da parte comunista con il definitivo abbandono di ogni legame con Mosca e da parte americana con il riconoscimento della legittimita' delle aspirazioni governative del Pci.
Nel novembre 1980, Clarridge invio' la sua proposta al quartier generale. Il passo successivo fu quello di presentarlo in ambasciata. Ma Gardner non apprezzo' affatto l'iniziativa. Convoco' Clarridge per colazione e gli comunico' che il piano non avrebbe mai e poi mai avuto il suo sostegno. Ne' tantomeno quello di Ronald Reagan, che aveva appena vinto le elezioni in America. Insomma, sarebbe rimasta lettera morta. E cosi' fu.
Nel 1984, Enrico Berlinguer fu stroncato da un infarto durante un comizio a Padova e la Cia decise di concludere Operation Devil Star. Otto anni dopo mori' anche Tato'.
Il 21 ottobre 1998 un erede di Berlinguer, Massimo D'Alema, presto' giuramento come primo ministro. Pochi mesi dopo, quando l'amministrazione Clinton decise di andare in guerra in Kossovo, il governo D'Alema apri' le basi del nostro paese ai bombardieri della Nato che attaccavano le forze dell'ex leader comunista Slobodan Milosevic.
Per molti negli Usa fu una piacevole sorpresa. Per chi era al corrente di Devil Star fu solo la conferma definitiva di quello che avevano sentito due decenni prima nell'appartamento di Tato'.15 ottobre 2004 - LA STORIA DIVENTA UN FESTIVAL, TRA ISLAM E EX BR
ANSA:
LA STORIA DIVENTA UN FESTIVAL, TRA ISLAM E EX BR
La storia contemporanea diventa un festival: e' 'Varchi', il festival che si terra' per tre giorni da domani a Grottaferrata e Marino (Roma). La storia sara' sotto i riflettori: si parlera' di Islam e democrazia; magistrati ed ex brigatisti si confronteranno sul caso Moro, e sara' presentato un sito web tutto dedicato ad Alcide De Gasperi.
Si comincera' domani pomeriggio con 'Delitto Moro: un caso ancora aperto', che vedrà a confronto l'ex-terrorista Adriana Faranda e il magistrato Rosario Priore, accanto a Piero Corsini, Giovanni Fasanella, Agostino Giovagnoli e Giuseppe Vacca. Sempre a Grottaferrata, domani sera è invece in programma l'incontro con il giudice Stefano Dambruoso, autore del volume 'Milano Bagdad' (Mondadori), che parlerà di lotta al terrorismo internazionale. 'Momenti di Storia italiana' vedrà in primo piano De Gasperi e la democrazia italiana in cammino, con Piero Craveri, Roberto Gualtieri e Giovanni Sabbatucci. Lo statista trentino sarà anche protagonista di www.degasperi.net, il portale web realizzato dall'Istituto Luigi Sturzo, che verrà presentato in anteprima sabato. In programma anche un'intervista pubblica di Giovanni Fasanella ad Alberto Franceschini, fondatore con Renato Curcio delle Brigate Rosse. Mentre di Islam e democrazia si parlera' con Khaled Fouad Allam, Renzo Guolo, Tariq Ramadan e Nina zu Furstenberg. Una sezione e' poi dedicata al cinema con una mini rassegna di film d'animazione che parlano di realta' contemporanea.
Il Festival si avvale della collaborazione di importanti istituti e riviste di settore, quali la Fondazione Gramsci, l'Istituto Sturzo, la Società Italiana delle Storiche e la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, accanto ad Aspenia, Limes, Millenovecento, Reset, Ventunesimo Secolo.21 ottobre 2004 - MITROKHIN: DA LUNEDI' MISSIONE A PARIGI PER CARTE CARLOS
ANSA:
MITROKHIN: DA LUNEDI' MISSIONE A PARIGI PER CARTE CARLOS
Missione di una delegazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin a Parigi, da lunedi' prossimo, per acquisire nuova documentazione su Carlos 'Lo sciacallo', il noto terrorista internazionale detenuto a Parigi. Dopo un primo invio di documenti la Commissione ha ritenuto di dover andare nella capitale francese per avere delucidazioni e nuovi documenti raccolti dalla magistratura francese nell'ambito della vasta documentazione riguardante l'attivita' terroristica svolta da Carlos sull'intero scacchiere internazionale. Al centro delle richieste, in particolare, i contatti di Carlos con i servizi dell'Est, Stasi e Kgb in particolare. "Noi - dice Paolo Guzzanti, presidente della Commissione - abbiamo molti indizi ed elementi che conducono ad indicarci che Carlos fu tra gli altri legato al Kgb e a diverse entita' medio orientali. Ci interessa sapere un po' di piu' fra i legami tra Carlos e le Brigate Rosse anche perche' qua e la' spuntano nomi, riferimenti, alcune tracce che portano fino ad oggi. Senza nessuna enfasi - dice ancora Guzzanti - senza lanciarci in avanti stiamo cercando di capire cosa lega Carlos alla rete internazionale dell'Est e alla sua attivita' ma sappiamo anche che lui non ha interesse a parlarci e quindi andremo a parlare con i magistrati. Cosa lega Carlos al caso Moro? Cosa lo lega alle Br? Perche' Carlos fu una pedina di quella guerra per bande scatenata nel 1980 nei confronti dei dissidenti libici?". Della delegazione faranno parte il presidente, i due vice presidenti e un rappresentante della maggioranza, Enzo Fragala', e dell'opposizione, Walter Bielli, oltre ad alcuni consulenti.MITROKHIN: DATO, GUZZANTI NON FACCIA IPOTESI GIORNALISTICHE
SE HA QUALCOSA DA RIVELARE LO FACCIA IN PARLAMENTO O DAL GIUDICE
"Quelle che avanza il presidente Guzzanti sono mere ipotesi giornalistiche: non basate certamente sulle carte che sono presenti nella commissione e che sono a disposizione di tutti. Quindi se il presidente Guzzanti ha qualcosa da rivelare lo faccia in aula, in commissione, o davanti ad un giudice. Ma non scriva articoli facendoli passare per notizie". Cinzia Dato (Margherita) componente della commissione Mitrokhin critica le ultime dichiarazioni del presidente Guzzanti che ha parlato di un danno arrecato alla nostra intelligence, anche per quel che riguarda gli approfondimenti delle piste relative al terrorismo come conseguenza del non approfondimento del dossier Mitrokhin.
"Guzzanti e' pregato - ancora una volta - di essere chiaro. In quella maniera non si puo' esprimere un uomo che ha un ruolo istituzionale. Sono solo ipotesi che non poggiano su nulla. Sono articoli e non notizie". Cinzia Dato ricorda a Guzzanti anche che e' agli atti della commissione un documento del Copaco inglese che affermava che non vi erano elementi che riguardassero nel dossier la sicurezza nazionale se non in due-tre casi che noi non conosciamo. La stessa magistratura inglese, nel '98 non ha deciso di agire in alcun senso dopo avere verificato le notizie contenute nel dossier. Evidentemente gli italiani sono piu' zelanti degli inglesi".MITROKHIN:D'ALEMA,SPAZZATURA,UNA SORTA DI TRIBUNALE POLITICO
DILIBERTO, UNA COLOSSALE MONTATURA
Alla presentazione del libro autobiografico di Armando Cossutta, "Una storia comunista', e' stato inevitabile parlare anche del dossier Mitrokhin su cui il centrodestra ha istituito una commissione di indagine guidata da Paolo Guzzanti. Oliviero Diliberto e Massimo D'Alema hanno stigmatizzato l'attivita' della commissione che ha discusso del caso Cossutta che era segnalato come il personaggio politico che prendeva i soldi da Mosca ai tempi del Pcus.
Il primo a parlarne e' stato il segretario dell'Pdci che ha parlato di una "colossale montatura per screditare Cossutta e i governi del centrosinistra con una commissione, presieduta da una stravagante personalita' come Guzzanti, che oltre a gettare fango ha portato avanti la tesi stravagante che tre governi, Dini, Prodi e D'Alema sarebbero stati tenuti ostaggio per non far uscire il nome di Cossutta".
"A parte che c'e' un falso storico - osserva Diliberto - perche' noi eravamo all'opposizione con il governo Dini non avevamo tutto questo potere per condizionare".
Dal canto suo, D'Alema dice di "non avere alcuna difficolta' a definire la commissione Mitrokhin come spazzatura. Siamo passati tutti - osserva - davanti a quella sorta di tribunale politico che e' testimonianza della scarsa cultura democratica della destra".
"Bisogna impegnarci - conclude il presidente dei Ds - a comportarci in modo diverso quando andremo al potere da come loro hanno trattato la sinistra e la storia italiana".MITROKHIN: CICCHITTO A D'ALEMA,COMMISSIONE NON E' SPAZZATURA
"Purtroppo per D'Alema la Commissione Mitrokhin non e' spazzatura, ma e' basata su precisi elementi obiettivi fondati su una serie infinita di riscontri": lo afferma Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia.
"E' un elemento obiettivo - aggiunge il parlamentare - che il direttore del Sismi dell'epoca violo' la legge 801 non informando i ministri della Difesa Corcione e Scognamiglio. E' un dato obiettivo che non fu fatta alcuna indagine seria. E' un dato obiettivo che Pecchioli e Cossutta misero in piedi un apparato di ricetrasmittenti e di addestramento per attivita' paramilitari di intesa con il KGB e i servizi bulgari. E' un dato obiettivo che il KGB intervenne piu' volte pesantemente nella vita politica italiana finanziando la scissione del PSI e infiltrando in questo partito numerose spie. E' un dato obiettivo che Morucci e Faranda furono arrestati a casa della figlia di Conforto, una delle principali spie del KGB. E' un dato obiettivo che fu lasciata cadere per tre volte dal Direttore del SISMI dell'epoca, generale Siracusa, l'offerta inglese del 1996 di far incontrare Mitrokhin con gli uomini del SISMI che seguivano la vicenda".MITROKHIN: CHI E' CARLOS 'LO SCIACALLO'
Considerato per decenni la 'Primula rossa' del terrorismo internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, dello 'Carlos', conosciuto anche come 'lo sciacallo" e' stato arrestato in Sudan il giorno prima di ferragosto del 1994 in Sudan. Dopo l'arresto e' subito consegnato alla Francia. Sembra che i servizi di tutto il mondo avessero di lui solo una vecchissima fotografia.
Nato il 12 ottobre 1949 a Caracas (Venezuela), figlio di un avvocato comunista che lo chiama Ilich in onore di Lenin, Carlos avrebbe firmato il suo primo attentato nel 1973 a Londra, sparando contro il direttore di un grande magazzino. In quell' occasione il colpo fu deviato dalla dentiera dell'uomo.
Carlos, alto e corpulento, e' ritenuto l'autore o l'ispiratore di vari sanguinosi attentati in Europa perpetrati negli anni '70 e '80, i piu' importanti dei quali sono il sequestro, avvenuto a Vienna nel 1975, di 70 persone tra cui 11 ministri del petrolio dei paesi dell' Opec, concluso con tre morti; un attentato, nel 1982, contro il treno Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi il sindaco di Parigi Jacques Chirac, cinque morti.
Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti palestinesi e con i tedeschi della Raf (Magdalena Kopp e' stata la sua compagna per quasi 15 anni).
Oltre al terrorismo, Carlos ha coltivato anche la sua romantica immagine di dandy vecchia maniera, collezionista di belle donne, gran bevitore, fumatore di sigari di grande qualita' e nottambulo impenitente. Anche dopo il suo arresto ha avuto una love-story con la sua avvocatessa, Isabelle Coutant-Peyre.
Il 24 dicembre 1997 Carlos e' condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Parigi per il triplice omicidio della Rue Toullier del 27 giugno 1975. Alla lettura della sentenza, Carlos ha alzato il pugno chiuso gridando: "Viva la rivoluzione". Il 23 giugno 1999 la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Ilich Ramirez Sanchez e la condanna al carcere a vita e' cosi' diventata definitiva. In seguito la Francia ha respinto la richiesta di estradizione presentata dall' Austria per il sequestro dei ministri dei paesi Opec (Vienna 1975).
Nel marzo del 2000, dal carcere parigino della Sante', Carlos ha rilasciato due interviste a quotidiani italiani, in cui ha parlato del caso Moro, di Ustica e della strage di Bologna e ha detto anche di ritenere probabile una nuova azione delle Brigate rosse. Ora la commissione Mitrokhin si rechera' da lunedi a Parigi per acquisire carte sul terrorista in riferimento ai suoi rapporti con la 'rete' dei servizi dell'Est.22 ottobre 2004 - MITROKHIN: DAI GIORNALI
"L'Opinione"
Fragalà: "Cossutta si sente messo con le spalle al muro"
di Ruggiero Capone
Enzo Fragalà è il deputato che da anni si occupa d'eversione comunista in Italia, oggi è capogruppo di An, commissione Mitrokhin, e nelle passate legislature è stato membro della commissione Stragi. L'opinione lo ha intervistato per spiegare la posizione di Armando Cossutta dei Comunisti italiani, e per fare luce sui vecchi legami delle Br con il Kgb.
Perché Cossutta ha presentato un suo libro con D'Alema, e nel testo solo tre pagine sono dedicate al Kgb?
Cossutta si sente messo con le spalle al muro. Quindi tenta d'affermare, all'interno della sinistra neo comunista, la propria rispettabilità: uno dei mezzi è la pubblicazione d'un libro negazionista. Ma c'è un qualcosa di roboante che inchioda Cossutta, cioè il silenzio assordante di Bertinotti: il leader di Rifondazione comunista non ha detto una parola in difesa di Cossutta (leader dei Comunisti italiani). Bertinotti sta dimostrando la sua coerenza. Bertinotti non è mai stato nel Pci e soprattutto non è mai stato una spia, quindi non se l'è sentita d'intervenire a favore di Cossutta. E poi una cosa è l'adesione all'idea comunista, altro è fare la spia a favore d'un paese nemico che condizionava la nostra vita politica: basta ricordare che il Kgb era implicato nel sequestro Moro, il tentato omicidio del Papa, poi ha depredato i nostri segreti industriali e militari, e soprattutto attentava alla nostra sicurezza.
Cosa ha dimostrato Mitrokhin?
Che Armando Cossutta non solo sarebbe stato un collettore di soldi per il Pci (secondo quanto si legge nel rapporto) ma anche una fonte confidenziale di Mosca. Era un agente operativo, cioè il massimo nella scala gerarchica del Kgb. L'informativa 132 etichetta Armando Cossutta come "contatto confidenziale della residentura del Kgb di Roma". Tra i documenti forniti dall'archivista Mitrokhin c'è il resoconto di un incontro che il leader dei Comunisti italiani ebbe la notte del 12 dicembre 1975 con l'ambasciatore sovietico in Italia, Nikita Ryzhov. Da quelle relazioni un cosa appare certa: Cossutta era contrariato dall'atteggiamento dei vertici del Pci in quel periodo, ed erano i tempi della svolta di Berlinguer. Alla voce finanziamenti sovietici al Pci, risulta, appunto, che Cossutta era un collettore di soldi (in compagnia di altri dirigenti: da Longo a Cappelloni) per il partito.
Perché Berlinguer chiuse con Mosca ed odiava il Kgb?
Quando Berlinguer scampò l'attentato in Bulgaria non volle più mettere piede in alcun paese del "Patto di Varsavia", e soprattutto si raffreddò con i comunisti che intrattenevano rapporti confidenziali sovietici.
Angeletti della Uil ha confermato le sue teorie sulle Br?
Angeletti conferma che a sinistra c'è la certezza sul fatto che le quinte colonne delle Br sono annidate nel ministero del Lavoro ed in alti apparati dello stato. Dico che Bassolino potrebbe sapere qualcosa su questa gente. E' fuori dubbio che esista un altro Senzani di turno, che ha segnalato prima D'Antona e Biagi, poi Letta, Catalini e Salvatori. Ci sono pupari insospettabili, nascosti nelle istituzioni e nei sindacati, che trasformano le parole in piombo, l'odio ideologico in sangue.
Fino a che punto il sistema brigatista ha inquinato i vertici dello stato?
L'eccezionale attività di indagine svolta dalle forze dell'ordine sui "file" delle Brigate Rosse, finalmente decrittati grazie al pentimento di Cinzia Banelli, riporta alla luce l'inquietante interrogativo che la demagogia di sinistra ha sempre tentato di occultare. Fin da quando ero componente della storica commissione stragi m'interrogavo su chi potesse fornire ai terroristi rossi le indicazioni strategiche e gli obiettivi da colpire, soprattutto chi indirizzasse la mano omicida verso personaggi la cui rilevanza istituzionale è assolutamente sconosciuta a tutti. Non si può ignorare la scoperta dei nomi dei tre obiettivi delle Br: Enrico Letta, Mario Catalini e Gianni Salvatori. Tutti nei "file" informatici dell'organizzazione terrorista. Il terribile sospetto è che alcune quinte colonne, sin dai tempi delle prime imprese negli anni '70 del brigatismo rosso, si siano annidate nei gangli delle istituzioni, di partiti e sindacato. Oggi sono ancora vivi e vegeti. Il Senzani di turno, che ha individuato e indicato come bersagli del terrorismo brigatista prima Massimo D'Antona, poi Marco Biagi e adesso (sappiamo dalle indagini) anche Enrico Letta, Marco Catalini e Gianni Salvadori, è certamente nascosto in un nodo istituzionale, e legato ad apparato sindacale, dove è in grado di far conoscere alle Brigate Rosse, vecchie o nuove che siano, il nemico da abbattere.
A chi pensa?
Ad un innominabile grande vecchio delle Br, ad un "salotto buono intellettuale" su cui è vietato indagare. La verità atroce, soprattutto per le vittime, è che esistono questi pupari insospettabili che, con la scusa della lotta sindacale o della contrapposizione politica, forniscono alla manovalanza armata i bersagli per far diventare piombo le parole e sangue l'odio ideologico.ANSA:
MITROKHIN: FRAGALA', NON E' ARCHEOLOGIA SPIONISTICA, C'E' MORO
"Non e' archeologica spionistica. Nel dossier Mitrokhin ci sono nomi, dati, riferimenti che operano all'interno della storia recente, ad esempio il sequestro di Aldo Moro". Enzo Fragala', capogruppo di An nella commissione Mitrokhin, ricorda i due elementi scaturiti dal dossier Impedian-Mitrokhin che riguardano i 55 giorni del rapimento del presidente della Dc cioe' la presenza vicino a Moro, prima del 16 di marzo del '78, di un presunto borsista poi rivelatosi un agente del Kgb, Sergei Sokolov, che abbandono' l'Italia subito dopo il rapimento, e il fatto che Valerio Morucci ed Adriana Faranda, fuoriusciti dalle Br, vennero arrestati, nel maggio del '79 in viale Giulio Cesare, nella casa di Giuliana Conforto, figlia del "capo rete" del Kgb in Italia, Giorgio Conforto.
Fragala' e' intervenuto alla trasmissione "Radio anch'io" in contraddittorio con Cinzia Dato ed ha respinto una per una le osservazioni della senatrice della Margherita. Fragala' ha ricordato l'anomalo comportamento del Sismi: tutti i paesi occidentali hanno fatto, su quelle liste, su quei nomi, attivita' di controspionaggio e di identificazione, tranne l'Italia, che per quattro anni ha tenuto in un cassetto, ed almeno in un caso sbianchettato, la lista per non dare fastidio al manovratore. L'unica vera attivita' di riscontro e' stata quella che ha visto i Ros, sulla base delle schede e delle informazioni raccolte dall'archivista del Kgb, rintracciare i depositi dove erano sotterrate radio ricetrasmittenti, nel circondario di Roma, che potevano collegarsi direttamente con la sede del Kgb a Mosca.MITROKHIN: FRAGALA', DA CARTE CARLOS POTREMO SAPERE MOLTO
Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Mitrokhin, partecipera' da lunedi' prossimo alla missione che l'organismo di inchiesta fara' a Parigi per raccogliere elementi e documenti riguardanti il terrorista internaz