Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2005 |
11 gennaio 2005 - "LA PEGGIO GIOVENTU'" DI MORUCCI
"RomaOne"
"La peggio gioventù" che minacciò la Repubblica
Nostro servizio - L'ex brigatista atipico che sequestrò Moro, il dissociato per eccellenza. Morucci prende la penna e racconta le Br. Condannando le contraddizioni del terrorismo e della politica: "Ma oggi è tutto diverso..."
"La peggio gioventù" (Rizzoli, pp. 356, 17 euro)
Ulisse Spinnato Vega
"Quando i principi iniziano a camminare sulle gambe dell'ideologia allora conducono alla violenza cieca. Se si usa l'ideologia per realizzare il proprio ideale ed essere felici, in qualche modo si finisce inevitabilmente per far del male agli altri". Valerio Morucci vuole parlare ai giovani di oggi, proprio a quelli che si dice siano orfani delle ideologie, quelli che sanno del '68, delle Br e di Moro solo dai libri, dai film o dalle canzoni. E ha deciso di scrivere, di cuocere i suoi ricordi nel brodo della letteratura. Una sfida accettata non senza iniziali remore da parte dell'ex brigatista poi dissociato, membro della colonna romana che sequestrò lo statista pugliese a via Fani e "postino" delle Brigate rosse durante i 55 giorni di prigionia del presidente Dc.
Morucci alla fine ha deciso di rievocare su carta le emozioni e le situazioni di quegli anni, "ma ho accettato soltanto perché l'editore non mi ha chiesto 'sudore, sangue e polvere da sparo' - spiega - Mi ha chiesto una rielaborazione che arrivasse fino ad oggi. E soprattutto perché ho ottenuto di inserire nel libro i miei racconti. Volevo utilizzare il medium della letteratura, non volevo fare una semplice analisi o memoria autobiografica di quel periodo". Il risultato di quest'ambizione è "La peggio gioventù" (Rizzoli, pp. 356, euro 17.00), una lettura coinvolgente e coinvolta della storia del brigatismo rosso "anche se io parto addirittura dallo sbarco americano in Italia e dalle ragioni culturali che hanno portato all'esplosione del '68", dice Morucci. Una sorta di autobiografia alquanto carica di pathos, in cui si intrecciano momenti di vita quotidiana e tentativi di dar conto delle proprie responsabilità personali ("perché non voglio si pensi che secondo me i singoli possono far scudo alle proprie colpe con le ragioni della Storia"). Ma che contiene anche giudizi pesanti su brigatisti come Mario Moretti o Alberto Franceschini, sulla politica e sui partiti alle prese con il sequestro Moro, nonché sugli stessi vertici delle Brigate rosse, le cui decisioni Morucci finì per avversare in modo netto.
Morucci non era un "organico", non faceva parte del panorama culturale da cui provenivano i brigatisti tipo Moretti. Era molto meno stalinista, era uomo da "Potere operaio". "E sono entrato nelle Br solo perché erano falliti tutti gli altri tentativi", dice alla presentazione del libro nello storico liceo romano "Giulio Cesare". Non a caso divenne poi una sorta di apostata, dichiarandosi insieme ad Adriana Faranda contrario all'omicidio di Moro, contrario alla svolta decisa nel "processo" brigatista alla Dc che fu in qualche modo l'inizio della fine per il terrorismo rosso di quell'epoca. Arrestato nel 1979, Morucci ebbe diverse condanne all'ergastolo, ridotte a trent'anni in appello e poi a ventidue e mezzo per l'applicazione della legge sulla dissociazione. Ottenne quindi la semilibertà e la libertà condizionale, finendo di scontare la sua pena nel 1994.
All'ex brigatista interessa mettere in evidenza le contraddizioni del terrorismo di sinistra: "La scelta di uccidere Moro era ineluttabile per le Br. Io mi scagliai contro, ci furono liti furiose al nostro interno, soprattutto a partire dalla visibilità che Moretti decise di dare alla lettera privata di Moro a Cossiga. Ma quello era lo sbocco cui l'ideologia brigatista portava. E poi, parliamoci chiaro, allora la violenza per una parte politica era il vero motore della Storia. E in fondo è così, anche oggi è così. Quindi era un dato ineluttabile nel nostro panorama di riferimento". Secondo l'ex brigatista "la violenza era negli slogan e nelle parole già del '68. Ma da violenza esibita e gridata diventò violenza agita nel momento in cui morì Giangiacomo Feltrinelli. Ho provato a dirlo nel mio libro: per me quello è un punto di svolta". Qui arriva uno dei primi nodi che Morucci vuole sciogliere: "Il problema sta nel passaggio dalla 'violenza epica' delle parole che esprimono un ideale alla violenza pratica che contraddice quello stesso ideale. Tutto l'epos in noi si perdeva quando si trattava di prendere le armi e sparare a qualcuno".
Il "postino" non si nasconde dietro a un dito: "Il '68 è stato un movimento di massa nato in modo spontaneo. E' come una pentola che è esplosa senza nessun 'regista', senza nessun impulso individuale o di gruppi circoscritti. Il problema è che, fatto tutto quel casino, bisognava decidere come proseguire, cosa cercare, cosa volere. Era una spinta sociale senza configurazione politica. A quel punto il movimento ha iniziato a utilizzare quegli stessi strumenti culturali e politici propri del mondo che esso stesso attaccava, sconfessava e contestava". Morucci lo definisce "il mondo dei blocchi, lo scenario della contrapposizione tra filo-occidentali e filo-sovietici. Uno scenario guidato da una politica che come oggi - sottolinea l'ex br - è tutt'altro rispetto all'etica. Allora imperavano i partiti 'del sacrificio': quelli che avevano portato l'Italia fuori dalla guerra e avevano impostato sul sacrificio la ricostruzione e la rinascita. Quelli che sull'altare della repubblica volevano sacrificare anche Moro. Questo era il retaggio del '68, il blocco contro cui i giovani insorsero, uno scenario che permeava tutto di sé, basti pensare al processo Pasolini o alle critiche di Andreotti ai film del neorealismo. I giovani volevano spazio e identità in un contesto che non dava loro nulla, che non li riconosceva nemmeno. Solo ora i giovani sono soggetti. Anzi, adesso sono addirittura mercato".
Questo scenario è il "padre" del '68 e delle Brigate rosse per Morucci. Lui nega che esistano matrici oscure o "grandi vecchi" dietro la lotta armata. Chiacchierando con RomaOne.it nega che Moretti potesse essere un infiltrato o che fosse addirittura al libro paga della Cia. Dissente da Franceschini, che invece spesso avalla tesi dietrologiche, e rifiuta l'idea di una colonna romana delle Br eteroguidata, pilotata dall'esterno e dunque strumentalizzata da misteriose forze italiane o internazionali. "Tutto nasce dalla scelta di una generazione, solo ed esclusivamente di quella generazione di ragazzi. Sicuramente c'erano le infiltrazioni - spiega - Ma servivano per sgominarci, non per guidarci. 'Frate Mitra', ad esempio, avrebbe potuto fare carriera in seno alle Br, ma a un tratto è servito a far arrestare Curcio e Franceschini. Era difficile infiltrare e pilotare un'organizzazione come la nostra. Eravamo pochi e politicamente ben consapevoli". Sarà, ma intanto restano ombre: perché proprio Moretti non è mai finito in una retata? E perché l'obiettivo massimo dei terroristi è stato Moro e non per esempio Andreotti?
Per Morucci quella era la peggio gioventù. Gioventù che secondo Antonello Venditti - ex alunno del "Giulio Cesare", presente accanto al "postino" di fronte agli studenti dello storico liceo romano - "non era invero peggio o meglio delle altre. E il libro di Valerio non vuole stabilire cosa è bene e cosa è male. Quella era una generazione cui anche io appartengo, che ha fatto scelte ed errori. Una generazione che comunque ha vissuto". Il libro però è fondamentalmente una condanna delle Br che, secondo Morucci, "opposero a quella politica tutt'altro che etica un'altra maledetta idea politica altrettanto cieca e non-etica. Le nostre condizioni durante il sequestro Moro erano irricevibili. Lo capì e lo disse anche Papa Montini. Non potevamo pensare che lo Stato accettasse di darcela vinta. Era demenziale. Che dovevano fare? Dire: 'Bene, noi andiamo tutti a casa, avete vinto'? Io e Adriana sperammo fino all'ultimo che qualcuno ci desse una mano e aprisse uno spiraglio per la liberazione di Moro, sperammo nel Psi: non a caso incontrammo più volte Lanfranco Pace, malgrado il divieto esplicito di Moretti e dell'organizzazione. La più grande vittoria - sentenzia l'ex terrorista - le Br l'avevano ottenuta già a via Fani. Lo Stato a quel punto era già disgregato".
E' chiaro che da vivo Moro poteva essere molto più utile ai brigatisti: il carico di cose che sapeva ed a quel punto era capace di dire, sarebbe stato in grado di mandare gambe all'aria la Dc e tutto il sistema politico. "Uccidendolo, invece, abbiamo dato al sistema il pretesto per compattarsi - riflette Morucci - e per sopravvivere qualche anno in più. Tutto crollò comunque come un castello di carte negli anni '80-'90, ma intanto, allora, concedemmo al potere politico di sopravvivere a se stesso, di ritardare il proprio declino irreversibile". Ciononostante il brigatista dissociato racconta che "Cossiga si è sdoganato recentemente dalle omertà di parrocchia ammettendo due cose: che non eravamo semplici criminali come si sosteneva allora, ma dei veri rivoluzionari; e soprattutto che era stata approntata una clinica per il Moro eventualmente liberato, un luogo in cui sarebbe potuto guarire dal suo stress. Insomma, si capisce che Moro era politicamente bruciato in ogni caso. La Dc avrebbe fatto in modo di neutralizzarne la pericolosa figura politica".
Nel passaggio dal '68 alla lotta armata dei '70 c'è un corto circuito. E Venditti prova a individuarlo nel rapporto e nel coinvolgimento della classe operaia. Morucci se la prende invece con l'ideologia in sé e tornando all'attualità spiega: "Oggi non ci sono più le condizioni per una terrorismo come quello lì. Le nuove Br sono solo un prolungamento delle vecchie. Sono fatte da terroristi che c'erano già allora, anche se erano collaterali. Adesso però il movimentismo può sfociare in una contrapposizione che sia meno ideologica e meno politica. Quindi più concreta ed etica. Questo è un fatto positivo. E nel quale io ripongo tanta speranza".12 gennaio 2005 - "LA PEGGIO GIOVENTU'" DI MORUCCI
"Il Messaggero"
L'ex brigatista ha incontrato ieri gli studenti del liceo Giulio Cesare insieme con Venditti Morucci, ricordi di piombo
di ALDO DE LUCA
Valerio Morucci va nell'ex liceo "nero" Giulio Cesare, dove ancora però sui muri leggi frasette come questa: "Rossi, occhio che finisce male". C'è andato ieri per incontrare gli studenti, con lui c'era l'amico, il "compagno" Antonello Venditti che a questa scuola, la sua scuola, ha dedicato anche una famosa canzone. Lo spunto è stato il libro dell'ex brigatista: "La peggio gioventù. Una vita nella lotta armata". L'incontro è stato voluto dalla preside Chiara D'Alessandro: "Sono onorata di avere qui Morucci. Il suo libro, per il pathos che contiene, è un insegnamento profondo", ha detto presentandolo alla platea. "Un libro scritto con la speranza che si possa arrivare finalmente a un giudizio sugli anni di piombo capace di chiudere una lunga stagione di morte", è il succo della fatica dell'ex bierre in libertà dal 1994 (dopo più condanne all'ergastolo ridotte a trent'anni in appello e poi a 22 e mezzo per la legge sulla dissociazione). Morucci è uno di quelli che parteciparono all'agguato di via Fani, al sequestro di Moro. Ma è anche quello che insieme con la sua compagna Adriana Faranda, si battè fortemente perchè fosse salvata la vita al capo della Democrazia Cristiana. Non erano tanti gli studenti presenti, neppure un centinaio: sintomo forse della disaffezione per la politica e per l'ideologia delle nuove generazioni. Però quelli che sono venuti erano curiosi e attenti a quel che si diceva, anche se degli anni di piombo, loro, classe 1988, non sapevano nulla o quasi. Stimolato da Venditti, Morucci ha parlato di tante cose. Anche di se stesso: "Sopravvivo, tutti si sopravvive, io con un carico in più...". Oggi c'è un leader della sinistra che ti piace? "No. Non ho alcuna speranza, sono disperato...". E poi una confessione, che così chiara non aveva mai fatto: "Io con le Brigate Rosse non c'entravo niente. Ci sono finito perchè erano falliti tutti gli altri tentativi, c'erano rimasti solo loro, erano forti...". Uno studente chiede: ieri i giovani avevano passioni, ideali, oggi mi pare di no. Perchè? "Noi abbiamo avuto la fortuna irripetibile di poter fare quello che volevamo fare quando si poteva fare, e ci abbiamo caricato dentro tutti i nostri ideali: ma per fare la rivoluzione l'unica ideologia a disposizione era quella marxista. Oggi manca il cemento aggregante dell'ideologia, ma il fermento c'è...", risponde Morucci. Che poi ci tiene a dare il colpo di grazia alla violenza politica: "La violenza come strategia politica è sepolta, morta. Oggi mancano i presupposti, i riferimenti. Escludo un ritorno alla armata". E inoltre: "I nostri slogan erano violentissimi, facevano parte del patrimonio storico della Rivoluzione... ma quando dagli ideali passi alla realtà, quando la violenza devi praticarla allora cambia tutto. Quando c'era da decidere di andare a sparare a qualcuno, allora scoppia la contraddizione con gli ideali..."."Il Corriere della sera"
Al Giulio Cesare l'ex terrorista presenta insieme al cantautore il suo libro "La peggio gioventù"
Morucci e Venditti, dialogo sulle Brigate rosse
Ha un figlio di 5 anni e tutti i pomeriggi li passa con lui. "Mi faccio bastare mezzo stipendio, mia moglie ne porta a casa un altro. Così sopravviviamo". Valerio Morucci parla di sé, con fatica, e del suo libro "La peggio gioventù" (edizioni Rizzoli), con entusiasmo. Lo fa con il tormento di chi ha militato nelle Brigate rosse, ha impugnato armi e ucciso, è passato attraverso la dissociazione, la semilibertà e la libertà condizionale. Da anni ha finito di scontare la pena e ora ha scritto il suo racconto di "una vita nella lotta armata": "per rivolgermi soprattutto ai giovani - dice - per aiutarli a capire". Impresa che non è per tutti facile nell'aula magna del Giulio Cesare, liceo con prevalenza storica della destra: "ma oggi quasi nessuno di noi, e siamo 1.500, si occupa di politica" dice Isabella, 15 anni, V ginnasio. E infatti ci sono meno di cento persone ad ascoltare Morucci, ma soprattutto a vedere Antonello Venditti, per sua ammissione "compagno di strada, ma fino a un certo punto" di Morucci. Dice Venditti: "Siamo della stessa generazione, abbiamo gli stessi padri politici, frequentato gli stessi luoghi, ascoltato identiche canzoni. Poi, forse, ho avuto più fortuna di lui".
Morucci parla di "etica contrapposta alla politica", dice di apprezzare Cecchi Paone "quando sostiene che la Casa delle libertà è diventata la casa dei divieti", afferma con sicurezza che "un'altra stagione di lotta armata è improponibile, alle ideologie non crede più nessuno". Gli studenti ascoltano, partecipano per quel che possono, anche se pochi sanno cosa è successo a piazza Fontana e sono più numerosi quelli che fotografano Venditti con il cellulare. Poi Francesco, 17 anni, II liceo, parla di "sfiducia nel futuro". "La avevo anch'io - dice Morucci - e la fatica di oggi è nel cercare di ritrovare me stesso quando ripenso ad allora e mi chiedo: "Come hai potuto? Dove avevi lasciato la testa?""."La Repubblica"
LA POLEMICA
Al liceo romano Giulio Cesare. Il cantautore: senza violenza, scelte diverse
Venditti discute con Morucci "Potevo essere anch´io br"
L´ex brigatista: sbagliammo e alimentammo il sistema
GABRIELE ISMAN
ROMA - L´ex brigatista Valerio Morucci e il cantautore Antonello Venditti: due testimoni degli anni Settanta a confronto, ieri davanti agli studenti di un liceo romano storico, il Giulio Cesare. Tre ore di dibattito, dal ?68 al sequestro Moro, a Biagi e D´Antona, fino a Sofri e Battisti, partendo da "La peggio gioventù" il libro di Morucci recentemente pubblicato da Rizzoli. Da una parte il cantautore - "Su quegli anni ho scritto tante canzoni, da "Compagno di scuola" a "Qui", da "Modena" a "Giulio Cesare" - e dall´altra l´ex Br con i suoi tormenti. "La nostra storia - dice Venditti - è comune fino al 1977, poi le scelte sono state diverse". Morucci parte da più lontano: "La rivoluzione del 1968 arrivò inattesa in un Paese culturalmente e socialmente bloccato, dove per i giovani non esisteva nulla. Poi il movimento si cercò un´ideologia che non aveva, e scelse il marxismo leninismo e da lì la violenza. Fu un errore gravissimo, il male assoluto, ma allora non lo sapevamo. Io stesso con le Br non c´entravo nulla". E Venditti rincara: "Se non ci fosse stata la scelta di violenza e quei ragazzi soltanto con la loro ideologia fossero riusciti a cambiare davvero qualcosa, forse sarei stato brigatista anche io".
Inevitabile parlare del sequestro di Aldo Moro che, secondo Morucci, "era nel Dna delle Brigate rosse fin dalla loro nascita, anche se io e Adriana (Faranda, ndr) ci opponemmo a quell´epilogo in tutti i modi. Con quella vicenda abbiamo dato nuova linfa alla politica che combattevamo. Quel sistema era destinato comunque a cadere, ma noi lo alimentammo". Dalle Br di via Fani a quelle di D´Antona e Biagi, "pezzi del vecchio che torna nel nuovo, e non il contrario" per Morucci, e poi Cesare Battisti ("doveva essere graziato dieci anni fa") e Adriano Sofri. "Frammenti di una discussione, quella sugli anni Settanta, che questo Paese non vuole affrontare. E di quella guerra civile strisciante, noi Br fummo soltanto un tassello: firmammo il 5 per cento degli atti terroristici e mille brigatisti furono inquisiti su un totale di seimila persone del periodo". Morucci non assolve nessuno: "Io ho pagato, e le responsabilità penali sono altra cosa rispetto al bilancio di quindici anni di Storia che non viene affrontato. Nessuno si ricorda di Paolo Maurizio Ferrari, in carcere dal 1974 per trent´anni senza aver mai compiuto reati di sangue". I ragazzi - una cinquantina - ascoltano attenti. Poi un cronista chiede: "Sapete cos´è la strage di piazza Fontana?". E loro, candidi: "No". "Ma questi ragazzi sono comunque meno liberi di noi, che pure non fummo la meglio gioventù" conclude Venditti.12 gennaio 2005 - MORO: ACCAME SCRIVE A CIAMPI SU PREALLARME 'ALTRA GLADIO'
ANSA:
MORO: ACCAME SCRIVE A CIAMPI SU PREALLARME 'ALTRA GLADIO'
LETTERA PREAFFRANCA A ENZO BIANCO PER RISPOSTA A MESSAGGI
Falco Accame, gia' parlamentare socialista ed esperti di questioni militari nonche' studioso della vicenda Moro e presidente di un'associazione che tutela i familiari delle vittime militari cadute in servizio, scrive nuovamente al presidente della Repubblica per la vicenda del preallarme, 14 giorni prima di via Fani, che riguardo' la gladio-militare che venne attivata per arrivare alla "liberazione di Moro" che ancora doveva essere rapito.
Accame ha scritto una lettera a Carlo Azeglio Ciampi e un'altra al presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti Enzo Bianco, preaffrancando una busta per la risposta visto il silenzio avuto per precedenti sollecitazioni tutte sostenute documentalmente.
Dopo aver scritto con analoghe modalita' anche ai presidenti di Camera e Senato e al presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti, Accame solleva la questione dei due "gladiatori militari", Antonino Arconte e Pierfrancesco Cangedda. Il primo venne inviato in Libano il 2 marzo 1978 chiamato dalla sua residenza in Sardegna attraverso la Capitaneria di Oristano dal ComSubim di La Spezia con una cartolina di mobilitazione, presumibilmente in base ad un preavviso di un possibile attentato. Della struttura militare legata alla Gladio, ha parlato anche, confermandone l'esistenza, l'ammiraglio Fulvio Martini, per lunghi anni direttore del Sismi.
La notizia del possibile rapimento di Moro "era dunque giunto a qualche apparato dello Stato. Se fosse stato emanato un allarme che avesse interessato anche gli agenti di scorta, forse si sarebbe salvato l'on. Moro. Forse sarebbe stato rapito e qualcuno delle Br sarebbe stato individuato". Pier Francesco Cangeda, che operava in Cecoslovacchia per osservare l'addestramento delle Br, afferma di aver saputo del covo delle Br a via Gradoli da una fonte della Stasi, il servizio segreto della Germania dell'Est, e di aver trasmesso a Roma questa notizia precisando che "il covo si trovava in Gradoli-strasse".
"Invece - scrive Accame - le indagini tennero conto delle segnalazioni di un tavolo spiritico a tre gambe a Bologna e le ricerche vennero indirizzate verso il paese di Gradoli nel Lazio. Si tratta, ovviamente, se verificati, di fatti gravissimi su cui di recente e' intervenuto il magistrato Otello Lupacchini nel suo libro dedicato alla banda della Magliana".
Accame sollecita Enzo Bianco ad indagare sulla esistenza di "un apparato segreto (forse ancora in atto) che ha operato all'estero anche armato (sul modello Cia) ma non conosciuto dai capi dello Stato italiano che per la Costituzione sono a capo delle forze armate del nostro paese".
Nella lettera inviata a Ciampi e per conoscenza ai familiari delle vittime di via Fani e al ministro della Giustizia, Accame segnala che i due gladiatori affermano di appartenere a una struttura diversa da quella conosciuta perche' resa nota in parlamento e composta da 622 civili: una Gladio che poteva contare anche su agenti armati operanti all'estero e che ad esempio hanno partecipato al defenestramento del presidente Burghiba in Tunisia.
L'ex presidente della commissione Difesa della Camera ricorda che i due sono stati interrogato dai Ros dei carabinieri nel novembre del 2002 ma su quella deposizione "e' calato il silenzio".
"Io credo, signor presidente - scrive Accame - che i familiari di via Fani abbiano il preciso diritto di sapere la verita' in vicende indicate". E cita una recente interrogazione del senatore Giulio Andreotti che sollecita l'accertamento della verita' o l'incriminazione dei due per falsa testimonianza:
"Nel caso che i suddetti gladiatori' affermino il falso ritengo debbano rispondere di fronte alla giustizia di cio' che hanno dichiarato altrimenti si deve chiarire il tutto, fino in fondo. Fino ad oggi - conclude - non sono stati nemmeno esaminati i documenti a riscontro custoditi presso un notaio in Sardegna".17 gennaio 2005 - PSEUDO-RIVELAZIONI SU UNA "GLADIO MILITARE"
"L'Unione sarda"
Il grande segreto del codice Cosmos: assassinare tutti i big della sinistra
Le esplosive rivelazioni di un ex appartentente a "Gladio militare"
Enrico Berlinguer tra le vittime designate (e tenute sotto sorveglianza)
Un colpo di pistola dietro l'orecchio. Così avrebbe dovuto morire Enrico Berlinguer, segretario del più importante Partito comunista dell'Europa occidentale. Obiettivo sensibile e sorvegliato speciale dei servizi segreti Usa-Nato, sino a tre quattro anni prima che un ictus se lo portasse via qualche giorno dopo un comizio elettorale a Padova nel 1984. C'era anche lui nel lungo elenco della nomenclatura di sinistra, 186 nomi da spegnere, da eliminare perché troppo pericolosi per gli interessi degli Stati Uniti nel mondo. Tra questi, Armando Cossutta, Luciano Lama, Lucio Magri, Mario Capanna e Rossana Rossanda. Erano gli anni bui, molto bui, della Guerra Fredda. Quando Usa e Urss giocavano sullo scacchiere mediterraneo sistemando le loro pedine un po' dovunque e controllandosi a vicenda. In questo scenario da spy story (e non è sicuramente una novità), l'Italia ha avuto un ruolo di grande importanza. E non solo per la sua particolare posizione geografica. Ha fornito uomini e strategie, ma anche aree della penisola, tuttora a uso e consumo degli alleati americani. Sino a non molto tempo fa, queste zone (che non troverete in nessuna mappa ufficiale) venivano utilizzate anche dalla cosiddetta "Gladio Militare", niente a che vedere con quella civile, la famosa "Stay Behind", composta dai famosi 622 patrioti, più che altro dei crocerossini male in arnese e del tutto incapaci di far fronte a un'eventuale avanzata dell'armata sovietica. La "Gladio Militare codice Cosmos" era davvero tutt'altra cosa. "Eravamo dei soppressori speciali, quanto meno studiavamo per esserlo", precisa Fantasmino, nome di battaglia di uno dei 3250 gladiatori assoldati direttamente dalla Nato tramite l'Esercito. "Operavamo nella massima segretezza, studiando metodi e sistemi di guerra convenzionale e non convenzionale". Nessuno, tranne i vertici europei della Nato, era a conoscenza dell'organizzazione. Che pure esisteva, eccome se esisteva: 18 centri d'ascolto in tutta l'Italia, operazioni Sigint ed Echelon con Nsa, Nro e Cia. Con lo scopo di fare da supporto agli Alleati in caso di invasione da parte di truppe del Patto di Varsavia. "Il punto debole della Nato era l'Italia meridionale", racconta Fantasmino "in particolare la Calabria. Era qui che si temeva potessero sbarcare le colonne corazzate dell'esercito sovietico con 36 mila uomini al seguito, 300 carri armati, 480 mezzi per il trasporto di truppe motorizzate, artiglieria, 12 elicotteri e poca logistica per alimentarsi. Avrebbero fatto razzia durante il tragitto verso Napoli e Taranto. Lo scopo dei sovietici, dalle nostre informative, era quello di creare una spina nel fianco Nato, dividere le forze e impegnare i caccia delle portaerei americane di stanza nel Mediterraneo". Perché questa ipotesi? "Semplice, era il territorio con il più basso indice di popolazione e più facilmente raggiungibile partendo da paesi amici come Libia ed Egitto. Per cui, dopo l'eventuale contrasto militare, che secondo stime Nato sarebbe durato non più di 25 giorni, avremmo dovuto impiegare anche armi tattiche nucleari da 2, 5 e 10 kiloton per un totale di 500 kiloton, passando a uno stato di Defcon 1. Non potendo sfollare la popolazione civile, nonostante alcune misure preventive, dovevamo causare il minor danno possibile. Che potevano essere, per capirci, centomila morti". E lei lo chiama minor danno possibile? "Sì, sarebbe servito per intimorire i sovietici. La Calabria e il nord est della penisola sarebbero diventate il teatro per la cosiddetta guerra Nbc (acronimo che sta per nucleare, biologico e chimico, ndr). L'impiego di armi atomiche sarebbe poi avvenuto in Germania. Dovevamo far capire che se eravamo capaci di tanto nel nostro territorio chissà cosa avremmo fatto in casa loro. È chiamata guerra psicologica". Per fortuna, non c'è stata alcuna invasione. "Certo, è stato meglio così. Ma noi si era pronti a tutto. Ad avvelenare l'acqua, i cibi, a fare ogni cosa per disturbare e ritardare l'avanzata nemica. A Napoli e a Taranto non sarebbero mai arrivati. Il nostro compito era di debilitarli e sfiancarli con azioni di guerriglia, noi eravamo la migliore e unica forza speciale per la guerra non convenzionale". Quali erano invece gli altri compiti. "Diciamo che tutto ciò che noi facevamo aveva un solo obiettivo: combattere il Patto di Varsavia, il comunismo e i comunisti, naturalmente in caso di conflitto. Ci avevano addestrato e specializzato per intervenire su questo terreno. Abbiamo partecipato (faceva parte del progetto) all'eliminazione di decine di infiltrati di Kgb, Gru e Stasi (i servizi segreti militari dell'Urss e della Germania Est). Avevamo anche funzioni di lavanderia, termine che nel nostro gergo significava uccidere chi aveva posizioni di contrasto e dissenso nei confronti della Nato". Quindi il Pci e il suo vertice. "In caso di attacco sovietico, l'intera nomenclatura di sinistra, con in testa Berlinguer e Lama dovevano saltare. Un lungo elenco di personalità da spegnere era nelle mani delle Blue Light, un nucleo di 150 militari statunitensi, super addestrati e assolutamente privi di qualsiasi scrupolo". Si spieghi. "Vede, questi signori studiavano e si preparavano con noi, nelle basi logistiche di Miano, vicino Napoli, e Verona. Da loro avevamo appreso le tecniche per sopprimere, infiltrare e quant'altro. Erano, come dire, dei dormienti. Seguivano passo per passo i vertici comunisti, stando bene attenti a restare lontani dalle forze dell'ordine. Il loro fine era la destabilizzazione del Paese per ricondurlo a posizioni più filoamericane magari spostando l'elettorato con una serie di operazioni sporche da addebitare alle Brigate rosse. In realtà, si muovevano parallelamente alle Br ma erano molto più letali". Un esempio. "Il caso Moro, giusto per citarne uno. Nessuno di noi ha mai creduto alle Brigate Rosse. Non erano all'altezza di mettere in atto un'operazione militare di tale livello. Più verosimile che alcuni snipers Blue Light (cecchini, ndr) abbiano ucciso gli autisti e i carabinieri seduti di fianco nelle due auto sparando con armi ad altissima precisione da almeno tre quattrocento metri di distanza. Erano capaci, come noi d'altronde, di colpire il bersaglio anche a ottocento metri. Quindi, hanno lasciato il campo al commando brigatista. Vorrei porre un quesito: perché non è mai stata resa nota la perizia balistica sulle armi usate in via Fani? Chi avrebbe dovuto dirlo non lo ha mai detto". Secondo lei? "Era meglio che non si sapesse. Le Blue Light dovevano continuare ad agire nell'ombra e l'Italia non poteva mettere in discussione nulla con la Nato. Far credere che le Brigate rosse avessero progettato, organizzato e messo in atto il sequestro e l'omicidio del leader politico, era più semplice e conveniente. Per tutti".Retroscena, accordi e obiettivi dell'incontro tra un cronista e l'agente segreto nella redazione del nostro giornale a Olbia La storia d'Italia nelle pagine del diario di Fantasmino
Fantasmino si presenta nella redazione di Olbia una mattina di novembre verso mezzogiorno. E' un ex magro, cinquantenne (grosso modo), ben vestito ma senza esagerare. L'aria da agente segreto non ce l'ha nemmeno se lo dichiara il notaio. Proprio questa è la sua forza. Insospettabile. Questo signore, aplomb da parastatale in pensione, annoiato quanto basta per scappare dalla televisione, si presenta negli uffici de L'Unione Sarda con un quadernetto elegante, scrittura fitta fitta e vagamente femminile, ordinata, le i con i puntini ben centrati, le o con col ricciolino in alto. Si presenta (per modo di dire) con questo documento: che cortesemente consegna e con altrettanta cortesia aspetta un'opinione. Intanto fa sapere che non intende cedere gratis il memoriale. Però si vede che é più arrabbiato che interessato, che i soldi non sono affatto il suo obiettivo principale. Offre referenze: è disposto a lasciare in prestito il quadernetto e aspettare che il giornale faccia tutte le verifiche del caso. Quella che sta presentando é una piccola storia dell'Italia contemporanea, diversa da quelle che siamo abituati a leggere. Anziché alzare il prezzo presentandosi come un sicario dello Stato, preferisce raccontare una vita trentennale da travet dello spionaggio. Una sorta di postelegrafonico con l'hobby dei fatti altrui. E mica fatti da niente: parla di omicidi politici, di bombe e di attentati come Cassano discetterebbe (sia pure con qualche difficoltà) di sport. Non recita la parte sfuggente di chi sa e non può dire di più, del poveretto schiantato da segreti terribili. Dicesse che vende aspirapolveri, non si farebbe fatica a credergli. Sa bene che il cosiddetto fattore umano (per dirla con un suo collega famoso, Graham Greene) é determinante per sembrare credibile. Lui, invece, niente. Affida la sua credibilità e le sue credenziali a documenti che intende mostrare solo e soltanto se la trattativa (pecuniarmente parlando) va avanti. Nel frattempo prosegue a parlare della vita da spione, dei pericoli corsi dalla democrazia italiana, degli assassini americani (Blue light) che circolavano liberamente in Italia, del pericolo rosso che turbava i suoi giorni e i suoi sogni. Man mano che spiega si fa prendere dalla foga e rivela perché vuol svuotare il sacco con un giornale: ce l'ha, a morte, con chi ha infangato Gladio, con l'ex deputato Falco Accame e con tutte "le ignobili bugie raccontate in questi anni". Al dunque, fine delle trattativa: Fantasmino cede gratuitamente "in nome della verità" il suo quadernetto, pretende tuttavia il controllo preventivo del testo da pubblicare. In cambio rivela la sua vera identità. Abbiamo verificato, non ha raccontato bugie, è stato davvero un servitore (segreto) dello Stato per lunghissimi anni. Ascoltarlo, senza pretendere di fare storiografia, è decisamente istruttivo. E inquietante. Anche se quella che svela non dovesse essere tutta la verità, nient'altro che la verità.La guerra sporca dei Corpi speciali L'addestramento, gli allarmi notturni e le simulazioni
Qualcuno, sbagliando, l'ha definita una configurazione diversa dalla "Gladio civile" ma con strutture abbastanza simili. In realtà la Gladio militare non aveva niente a che vedere con "Stay behind". Innanzitutto per la selezione degli uomini, di solito giovani in forza all'Esercito (sia di leva che in carriera) e non civili con uno spiccato senso della patria e, nella quasi totalità, incapaci solo di maneggiare un'arma. I gladiatori militari erano davvero speciali. Venivano addestrati da istruttori dei migliori reparti dell'Esercito americano che li sottoponevano a veri e propri corsi di sopravvivenza prima ancora di passare alle tecniche e alle strategie di guerra e guerriglia, comprese quelle sporche. All'inizio, durante la fase della selezione, c'erano insegnanti che parlavano alle reclute di Nato e Patto di Varsavia. Raccontavano dei 26 mila carri armati schierati contro l'Europa che ne disponeva di appena 5200. "Si lavorava 17 ore al giorno per più di sette mesi. Ci svuotavano", ricorda Fantasmino. Ciò che contava era l'aspetto psicologico, quello fisico veniva assicurato con continue corse e camminate, abbondanti colazioni e percorsi di guerra. E poi, nel centro di Miano, vicino Napoli, esercitazioni di tiro al poligono, lezioni su come fabbricare molotov o altri ordigni esplosivi. Da non tralasciare i filmati sugli esperimenti nucleari a Los Alamos negli Stati Uniti e i loro effetti sugli animali. "C'era sempre qualcuno che vomitava, che non riusciva a reggere. Ogni tanto mi chiedo dove abbia trovato la forza di resistere". A letto si andava alle 22. Ma il riposo durava poco. Quasi tutte le notti si simulavano allarmi, quindi di nuovo in piedi a indossare la mimetica, prendere le armi e saltare su qualche camion per raggiungere l'obiettivo. Molti non finivano il corso. "Nei primi due-tre mesi crollava il 60 per cento del gruppo. Gli anziani ? dice Fantasmino ? si tenevano in piedi con amfetamine e calmanti". Non esistevano domeniche né feste comandate che a Miano, anzi, servivano per discutere di strategie. E amplificare, se possibile, il sentimento anti-comunista. "Non era odio il nostro, ma loro erano contro la Nato e contro l'Occidente e noi, semplicemente, non potevamo permetterlo. Così ci era stato detto e per questo eravamo pronti a tutto". E in tutti i sensi. Nello studio delle risposte a un'eventuale invasione rossa, erano state approntate tre fasi. La prima prevedeva una guerra convenzionale per 25-28 giorni su tre fronti, Calabria e confini di Austria e Iugoslavia (quelli su sui si ipotizzava un attacco). Con la seconda ci sarebbe stato spazio per l'uso di armi tattiche e nucleari grazie alle quali Gladio militare avrebbe dovuto prendere il controllo dell'intera Calabria. La fase finale riguardava invece l'utilizzo di ordigni atomici in Germania, Grecia, Turchia e uno negli Urali per bloccare le telecomunicazioni. Tutto questo senza che i vertici militari e politici nazionali ne sapessero nulla. Per anni. Solo la Nato, a Bruxelles, sapeva tutto. Per il resto, i gladiatori dovevano scomparire, vivere nell'anonimato più assoluto. Fantasmini.Strategie
Per ragioni di strategia, la Gladio militare non ha tenuto in alcuna considerazione la Sardegna. Nonostante la presenza della base americana di Santo Stefano (La Maddalena), la base interforze di Quirra e l'aeroporto di Decimomannu, non è mai stata ritenuta importante sul fronte della difesa da un eventuale attacco sovietico. Non era, insomma, un obiettivo.18 gennaio 2005 - "GLADIO MILITARE": DAI GIORNALI
"L'Unione sarda"
Le verità svelate della Gladio militare Curzi: "Spiati sì ma non sapevo che potevamo essere uccisi"
Armando Cossutta non commenta. Anzi, il suo no comment alle dichiarazioni di Fantasmino, nome in codice di un ex agente della Gladio militare, lo affida al portavoce Gianni Montesano. Silenzio anche da parte di Rossana Rossanda (al lavoro ma introvabile), Piero Fassino (impegnato in una riunione della Gad), Fausto Bertinotti (sta tenendo un comizio). Davvero un peccato, visto che 185 leader della sinistra erano pedinati e controllati in ogni loro movimento. Addirittura, stando al racconto del gladiatore, all'attuale presidente dei Comunisti italiani venivano ispezionati i bagagli (naturalmente, a sua insaputa) al rientro dai suoi viaggi moscoviti. Sarebbe stato uno dei primi ad essere spento, ucciso con un colpo di pistola alla testa, meglio, dietro l'orecchio. La firma del gruppo super segreto denominato Codice Cosmos. Per Cossutta e tutti gli altri che non parlano, c'è Falco Accame, ammiraglio in pensione, ex parlamentare socialista, che nel racconto di Fantasmino trova un'altra parte di verità sui tanti misteri del Paese. "L'esistenza di un patto firmato dai responsabili dei servizi segreti americani e italiani nel lontano 1952 era nota, anche se molti hanno pensato dopo d ignorarla. Era stato chiamato de magnitude, per indicare che la sinistra andava smagnetizzata dal contesto politico". Un particolare importante che giustifica la costituzione della Gladio militare e i suoi obiettivi primari: impedire ai comunisti di prendere il potere. "Quello che sappiamo ? commenta ? è solo la punta dell'iceberg. Ma continua a sorprendermi e indignarmi l'atteggiamento delle istituzioni. Si comportano come i mafiosi, mantenendo il massimo dell'omertà". In che senso? "Dopo le rivelazioni di Arconte, un altro gladiatore, sul sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, ho scritto a tutti. Al presidente della commissioni stragi, e a chi lo ha preceduto, al ministro dell'Interno e ai suoi predecessori, ai presidenti di Camera e Senato, a Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Massimo D'Alema. Beh, lo sa che non ho avuto alcuna risposta? È incredibile. Sui fatti più gravi della storia repubblicana ci son sempre state propinate piccole parti di verità". La ragione per Falco Accame è una sola. "È una questione di scheletri nell'armadio, ce li ha la destra come la sinistra, non mi stupisco più. Di recente ho anche scritto al presidente Ciampi, almeno da lui spero che arrivi una risposta". E chissà che non sia la volta buona. Anche perché Accame pare sia rimasto il solo a voler andare a fondo sull'attività segreta dei gladiatori e sul mistero che li ha circondati per decenni. Per Sandro Curzi, la vera storia d'Italia si scriverà "nel momento in cui cadranno le coperture sui vari episodi che hanno segnato il corso della nostra Repubblica". Ma lei lo sapeva che dagli anni Sessanta in Italia circolava liberamente una banda di assassini addestrata e pronta a far fuori i comunisti in caso di invasione sovietica? "No. Questa mi giunge nuova ma non mi sorprende. Che fossimo controllati e pedinati lo sapevamo benissimo. Infatti avevamo preso le nostre precauzioni, per quello che poteva servire". Non si sentiva comunque in pericolo di vita? "Assolutamente no. Eravamo a conoscenza delle schedature, dei rapporti di polizia sul conto dei compagni, del fatto che eravamo spiati ma che potessero arrivare anche a farci fuori no". A distanza di così tanto tempo cosa le viene da pensare? "Mi chiedo chi ha coperto queste cose. Peraltro mi risulta che sino a qualche anno fa alcuni di questi gladiatori erano ancora operativi. Bisognerebbe sapere chi li ha coperti, solo allora si potrà riscrivere la recente storia italiana. Ma, per via dei miei 75 anni, non credo che io riesca un giorno leggerla". Non è particolarmente ottimista l'ex direttore di Liberazione, e non gli si può neanche dar torto. L'avvocato Carlo Taormina, che aveva definito la Gladio civile "una realtà politica che ha comunque svolto una funzione positiva grazie al confronto con le istituzioni", della Gladio militare non conosce l'esistenza. "Non ho mai saputo nulla di una organizzazione segreta che agisse nell'ombra per conseguire certi obiettivi. Di sicuro ? precisa ? non avrei usato gli stessi termini nei loro confronti, ci mancherebbe altro. No, questa dei gladiatori che erano pronti a uccidere i vertici comunisti non la conoscevo davvero". In verità erano in pochi a saperlo. Qualcuno alla Nato, unico organismo riconosciuto, un piccolo entourage della stessa Gladio militare e i capi Blue Light (150 uomini delle forze speciali Usa operanti in Italia con compiti di destabilizzazione). Fantasmino voleva togliersi qualche sassolino dalla scarpa. A farlo uscire allo scoperto, sarebbero state le iniziative di Falco Accame che puntavano ad accusare lui e i suoi compagni di ogni misfatto accaduto nell'Italia degli Anni di piombo. Per ora, le sue parole hanno ottenuto l'effetto esattamente opposto. Accame ha apprezzato la sua sortita dicendosi disposto a incontrarlo. Dopo Arconte e Franz, Fantasmino è un altro tassello nel puzzle dei misteri italiani. Vito Fioril'ex agente segreto "Mi occupavo di pianificare"
"Non ho mai ammazzato nessuno. Il mio lavoro consisteva nel pianificare le operazioni, da un punto di vista pratico ero abbastanza mediocre. Ma ero bravo a studiare strategie". Comprese le evacuazioni dai territori coinvolti in una guerra tattico-nucleare. Fantasmino, istruttore della Gladio militare, è un uomo deluso. "Per anni, io e gli altri eravamo convinti di rendere un grande servizio al Paese. Di tanto in tanto, lo ammetto, ero assalito dai dubbi. Soprattutto quando assistevo a quelle proiezioni sugli esperimenti atomici a Los Alamos. Ma dove son finito? Me lo ripetevo spesso senza darmi una risposta convincente per farmi smettere. Poi, a metà degli anni Settanta, sono riuscito a staccarmi. Nel senso che non avevo più obblighi di presentarmi nei centri di Miano e Verona. Però venivo chiamato spesso perché ero a conoscenza di troppe cose ed ero in grado di studiare piani per le nostre attività che si svolgevano prevalentemente all'estero. Il fatto è che quando stai in un certo ambiente non può mollare tutto e cambiare vita". Adesso Fantasmino un cambio di rotta l'ha fatto. Ha rotto il patto del silenzio, il giuramento di tutti i gladiatori. E ha deciso di parlare, di raccontare gli scenari studiati per contrastare un'invasione dell'armata rossa in terra italiana e per eliminare quanti non vedevano di buon occhio l'espandersi dell'impero americano. I comunisti innanzitutto. (v. f.)19 gennaio 2005 - MORO, LO SPIRITO DI PRODI ERA UNA SPIA DEL KGB ?
"Il Giornale"
Moro, lo spirito di Prodi era una spia del Kgb
La relazione del giudice Mastelloni:"Conforto, 007 al soldo di Mosca, dietro il nome di Gradoli"
Per il Pm potrebbe essere lui il suggeritore della seduta spiritica
L'agente segreto fu insignito con la Croce rossa del Cremlino
Gianmarco Chiocci
Claudia Passa
da Roma
Lo spiritello di Romano Prodi era una spia del Kgb? Parrebbe proprio di sì. Giorgio Conforto, talpa di Mosca, sarebbe la misteriosa fonte che in pieno sequestro Moro avrebbe suggerito l'indicazione di "Gradoli" per rintracciare la "prigione del popolo" in cui le Br tenevano prigioniero il presidente De. Potrebbe esserci, infatti, lui dietro l'improbabile seduta spiritica a cui partecipò il Professore. Lui dietro la "soffiata" a 48 ore dall'agguato in via Fani allorché la polizia bussò proprio a quella porta di via Gradoli 96/11 senza insistere più di tanto. La "verità" su Moro, il Kgb e i covi del partito armato con annessi spiritelli improbabili, ce la racconta in una relazione il giudice Carlo
Mastelloni, consulente della commissione Mitrokhin.
Per far quadrare il suo ragionamento, Mastelloni parte dal capo-rete dei servizi segreti
sovietici in Italia, padre di Giuliana, nella cui abitazione di viale Giulio Cesare a Roma vennero arrestati i brigatisti del sequestro, Valerio Morucci e Adriana Faranda, trovati in possesso del mitra che uccise Moro. La spia Giorgio Conforto, unico italiano insignito a Mosca con la stella rossa al valore, nome in codice "Bario" (scheda 142 del rapporto Impedian) si trovava nell'abitazione della figlia al momento del blitz delle forze dell'ordine. "Una presenza singolare", per Cossiga che ha attribuito proprio a Conforto ("con una telefonata all'ex capo della polizia Masone") la paternità della "soffiata" per prendere i due "trattativisti" delle Br.
Per arrivare al bluff del "pendolino" o della "soffiata", Mastelloni sviluppa il pensiero di
Cossiga soffermandosi sui misteri dell'appartamento-covo alla cui porta la polizia bussò
per la prima volta il 18 marzo 1978. Il successivo accostamento al nome "Gradoli" - continua Mastelloni - si ha "con l'infinito affaire del pendolino del 2 aprile che potrebbe costituire una seconda notizia sul covo". Il riferimento del giudice va ovviamente alla discussa seduta spiritica a Zappolino di Bologna del 2 aprile 1978 alla quale parteciparono Romano Prodi e altri professori universitari che avrebbero deciso di evocare gli spiriti di Don Sturzo e Giorgio La Pira per scovare la prigione del leader Dc. Le ricerche poi puntarono sul paesino di "Gradoli", nella Tuscia, anziché in "via Gradoli" a Roma dove qualche giorno dopo i pompieri, per una "provvida" infiltrazione d'acqua, scoprirono il covo Br. Quante stranezze. Prima la "soffiata" alla polizia che bussa alla porta giusta e se ne va perché nessuno apre. Poi la strampalata storia della seduta spiritica, col piattino che, lettera dopo lettera, rimbalza e scrive "G-r-a-d-o-l-i". Poi la doccia lasciata
incredibilmente aperta da impeccabili terroristi. Che c'è dietro? Per Mastelloni c'è lo zampino dell'"agente Dario" e la coincidenza che vede la figlia Giuliana (quella che ospitava i brigatisti del sequestro nel suo appartamento) figurare in rapporti con tal Luciana Bozzi, proprietaria assieme al marito, Giancarlo Ferrero, di un altro appartamento frequentato da terroristi rossi: il covo di via Gradoli. In un vecchio fascicolo Mastelloni ha rintracciato questo appunto confidenziale di un tenente dei carabinieri: "Un amico mi ha riferito che Giuliana Conforto, quando lavorava al Cnen, si faceva accompagnare in via Gradoli dove aveva un appartamento con il marito ingegnere del Cnen". Appartamento in via Gradoli? Secondo Mastelloni "è logicamente pressoché inequivocabile che si tratti proprio della casa della Bozzi", ovvero del covo-Br. Anche la nota dell'allora vice-questore Ansoino Andreassi porta acqua al mulino di Mastelloni: da più "fonti confidenziali" - è scritto - "si è appreso che la Bozzi (mai inquisita, ndr) conoscerebbe molto bene la Conforto, con cui aveva frequentato nel '69 il centro ricerche nucleari della Casaccia". Per la cronaca, entrambe erano in contatto con Franco Piperno, leader di Potere Operaio. A proposito dell'appartamento di via Gradoli, affittato al sedicente "ingegner Borghi" (alias Mario Moretti, capo Br) il giudice specifica che "l'unica persona che poteva arrivare alla Bozzi per l'affitto della casa a Moretti, o a Morucci, quindi alle Br, era Giuliana Conforto".
A questo punto il mistero resta quello di chi a più riprese e in circostanze mai chiarite segnalò il nome di Gradoli. "Chi aveva abitato - si domanda Mastelloni - quella casa prima del signor Borghi? E chi può aver fornito la prima informazione subito dopo il sequestro? Giorgio Conforto? Rivelatosi informatore provvidenziale nel maggio 79 (per l'arresto di Morucci e Faranda, ndr), potrebbe essere stato l'autore ignoto dell'ulteriore pregressa segnalazione nella sua qualità di diligente quanto esperto funzionario del Kgb indirizzandola verso il percorso di rito che terminava al Ministero dell'Interno". E ancora."Se per gli elementi romani di PotOp non ci voleva un grande sforzo per conoscere il covo di via Gradoli, non molto di più ci voleva da parte di un ottimo agente segreto a quelli collegato".L'ipotesi è giudicata "plausibile"; e altrettanto plausibile - secondo la Commissione d'inchiesta - che le diverse indicazioni sul covo Br siano provenute da una stessa fonte, ovvero Conforto. Una "fonte" che andava assolutamente coperta,1 anche al costo di "pagare un prezzo altissimo in termini di immagine", una fonte da coprire con una seduta spiritica?La versione del leader della Gad
"Il gioco del piattino in quel giorno di pioggia"
Se al posto del Professore fra medium incalliti e neofiti dello spiritismo ci fosse stato Silvio Berlusconi, chissà quanta ironia, quante inchieste, quali e quante campagne stampa vi sarebbero state. E invece no. Prodi ha sempre insistito nel raccontare d'aver appreso il nome di "Gradoli" durante un'affollata seduta parapsicologica e nessuno ha indagato a fondo. L'ultima volta che ne ha parlato ha fornito questa versione: "In un giorno di pioggia, in campagna, si faceva il cosiddetto gioco del piattino, termine che poco conosco perché era fa prima volta che vedevo cose del genere". Erano i giorni in cui l'Italia era col fiato sospeso, All'inizio, dall'aldilà, uscirono i paesi di Bolsen e Viterbo. Dopodichè toccò a Gradoli, e Prodi capì che era la svolta. "Nessuno ci ha badato. Poi in un atlante, abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Chiedemmo se qualcuno ne sapeva qualcosa, poi ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare rìdicolo, come mi sento in questo momento, dì riferire la cosa". E ancora. "A turno parteciparono un po' tutti. C'erano cinque bambini, era una cosa buffa. Non crediamo all'atmosfera degli spiriti e che ci fosse un medium. Io vi dico che tutti, anche io ho messo il dito sul piattino. All'inizio guardavo con curiosità (...). All'inizio ero in disparte con i bambini, dopo il gioco mi ha incuriosito. Sono uscite tante cose che ora...non ricordo. Non ho mai creduto a queste cose, sarà stato un caso". Un gioco. Il Caso. Le coincidenze. Sarà. Ma Prodi non si cura di raccontare in giro l'avventura soprannaturale con professori e bambini: "il giorno dopo avevamo il consiglio di facoltà e raccontammo a tutti la cosa". Ma come .funzionava lo spettrale diversivo? "Semplice - spiega Prodi - vi erano le lettere su un foglio, si mettevano in fila e si scrivevano, il piattino indicava sì o no. Le domande, erano: dov'è? perché? Moro è vivo o morto? (...). L'interlocutore all'inizio era ignoto, qualcuno disse; interroghiamo La Pira o don Sturzo. Considerata ora la cosa forse si drammatizza al punto che poi ho riferito per l'aspetto irrazionale della cosa, ma dovete pensare che ìl tutto è avvenuto in campagna, i bimbi andavano e venivano (...). Alla fine è uscito fuori il nome, e se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli. E per ragionevolezza l'ho riferito".
GMC-CPas20 gennaio 2005 - "GLADIO MILITARE": DAI GIORNALI
"L'Arena"
Le rivelazioni in un memoriale consegnato al quotidiano "L'Unione Sarda": " Lì ci insegnavano a diventare dei soppressori speciali"
"A Verona il bunker dei Gladiatori"
Uno dei "pianificatori" svela: "Addestrati per eliminare Lama e Berlinguer"
di Giancarlo Beltrame
Verona di nuovo al centro di intrighi spionistici e di trame occulte. Pagine del passato che riemergono dalla pubblicazione sull' Unione Sarda di una serie di servizi firmati da Vito Fiori, con esplosive rivelazioni su una organizzazione segreta, una "Gladio Militare", ben diversa, più numerosa e meglio addestrata e dotata di armi e strutture logistiche, dalla "Stay Behind" che venne svelata all'inizio degli anni '90 e dei cui 622 membri facevano parte anche alcuni veronesi.
Conosciuta, si fa per dire, con il nome in codice "Cosmos", questa megacentrale spionistica faceva capo direttamente alla Nato, che proprio a Verona aveva uno dei centri nevralgici con il comando Ftase, e operava all'insaputa dei vertici militari e politici italiani. Tra i suoi compiti c'erano anche le operazioni "sporche", che per essere potenzialmente efficaci dovevano essere studiate nei minimi particolari. Una di queste, ad esempio - stando alle rivelazioni dell'agente "Fantasmino", che ha consegnato un memoriale all' Unione Sarda -, era denominata "Demagnetize", ossia "smagnetizzazione". Un modo ironicamente macabro per indicare l'eliminazione fisica di 186 dirigenti politici e sindacali della sinistra, dal segretario del partito comunista italiano Enrico Berlinguer al segretario della Cgil Luciano Lama, dal leader del Movimento studentesco Mario Capanna all'attuale parlamentare dei Comunisti italiani Armando Cossutta, fino agli scissionisti del Manifesto Lucio Magri e Rossana Rossanda. Un colpo di pistola dietro l'orecchio e, in caso di necessità, ossia di invasione sovietica dell'Italia, Berlinguer sarebbe stato "smagnetizzato". Intanto, tanto lui che gli altri leader della sinistra, erano tenuti costantemente sotto controllo con intercettazioni, pedinamenti e persino perquisizioni dei loro bagagli al rientro dai viaggi a Mosca o nell'ex impero sovietico.
Ma cosa c'entra Verona in questi scenari da spy-story e fantapolitica da Guerra Fredda? Stando al racconto di "Fantasmino" uno dei centri di addestramento, anzi, il più importante, si trovava proprio nella nostra provincia, in mega bunker sotterraneo ampio migliaia di metri quadrati, in cui gli "agenti segreti" venivano addestrati a tutto, dal colpire un bersaglio a centinaia di metri di distanza all'eliminazione a mani nude, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali alla mimetizzazione nella vita di tutti i giorni.
"Eravamo dei soppressori speciali, quanto meno studiavamo per esserlo", ha raccontato a Fiori il gladiatore "Fantasmino". "Operavamo nella massima segretezza, studiando metodi e sistemi di guerra convenzionale e non convenzionale".
L'organizzazione aveva a disposizione 18 centri d'ascolto in tutta Italia, ed effettuava operazioni Sigint ed Echelon con Nsa, Nro e Cia, ossia i servizi segreti americani, per contrastare l'invasione dell'Italia da parte di truppe del Patto di Varsavia.
E se essa fosse avvenuta, sarebbe stato utilizzato ogni mezzo per fermarla, compreso l'uso di armi atomiche e chimico-biologiche, la cosiddetta guerra Nbc (acronimo che sta per nucleare, biologico e chimico, ndr) , da usare prioritariamente nel Nord Est e in Calabria, individuate come le due aree da dove sarebbe partito l'attacco dei rossi. Se pensiamo che il Patto di Varsavia, dal canto suo, aveva ipotizzato di colpire con una bomba atomica Verona, considerata la testa del sistema difensivo della Nato in Italia, c'è da dire che non ci sarebbe stato di che stare allegri dalle nostre parti nel caso la Guerra Fredda fosse diventata calda.
"Noi si era pronti a tutto", ha rivelato il gladiatore sardo, "ad avvelenare l'acqua, i cibi, a fare ogni cosa per disturbare e ritardare l'avanzata nemica. Il nostro compito era di debilitarli e sfiancarli con azioni di guerriglia, noi eravamo la migliore e unica forza speciale per la guerra non convenzionale".
Ma i compiti della Cosmos non si fermavano qui. "Diciamo che tutto ciò che noi facevamo aveva un solo obiettivo: combattere il Patto di Varsavia, il comunismo e i comunisti, naturalmente in caso di conflitto", sostiene l'agente segreto che ha deciso di parlare. "Ci avevano addestrato e specializzato per intervenire su questo terreno. Abbiamo partecipato (faceva parte del progetto) all'eliminazione di decine di infiltrati di Kgb, Gru e Stasi (i servizi segreti militari dell'Urss e della Germania Est). Avevamo anche funzioni di "lavanderia", termine che nel nostro gergo significava uccidere chi aveva posizioni di contrasto e dissenso nei confronti della Nato", rivela ancora, riferendosi a un gruppo di agenti speciali, i "Blue Light", luce blu, che monitoravano costantemente il Pci e il suo vertice. "In caso di attacco sovietico, l'intera nomenclatura di sinistra, con in testa Berlinguer e Lama dovevano saltare. Un lungo elenco di personalità da spegnere era nelle mani dei "Blue Light", un nucleo di 150 militari statunitensi, super addestrati e assolutamente privi di qualsiasi scrupolo, che studiavano e si preparavano con noi, nelle basi logistiche di Miano, vicino Napoli, e Verona. Da loro avevamo appreso le tecniche per sopprimere, infiltrare e quant'altro. Erano, come dire, dei dormienti. Seguivano passo per passo i vertici comunisti, stando bene attenti a restare lontani dalle forze dell'ordine. Il loro fine era la destabilizzazione del Paese per ricondurlo a posizioni più filoamericane magari spostando l'elettorato con una serie di operazioni sporche da addebitare alle Brigate rosse. In realtà, si muovevano parallelamente alle Br ma erano molto più letali".
Ma per lo stesso obiettivo operavano anche con la strategia della tensione sul fronte opposto del terrorismo, quello di estrema destra. E il pensiero corre inquieto ai processi milanesi che negli anni scorsi avevano cercato di dimostrare il coinvolgimento di agenti segreti americani di stanza a Verona nelle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia da parte di Ordine Nuovo. Se così fosse, ci si troverebbe di fronte a una medesima testa che cinicamente muoveva i propri burattini ora a destra ora a sinistra a seconda delle convenienze del momento. Il tutto sulla pelle dell'Italia e degli italiani.- La novità
"I cecchini Blue Lights operarono in via Fani"
Tra le rivelazioni di "Fantasmino", una riguarda il caso Moro. "Nessuno di noi ha mai creduto alle Brigate Rosse. Non erano all'altezza di mettere in atto un'operazione militare di tale livello. Più verosimile che alcuni snipers "Blue Light"", (cecchini del tipo di quelli che il gladiatore afferma di aver incontrato a Verona, ndr), "abbiano ucciso gli autisti e i carabinieri seduti di fianco nelle due auto sparando con armi ad altissima precisione da almeno tre-quattrocento metri di distanza. Erano capaci, come noi d'altronde, di colpire il bersaglio anche a ottocento metri. Quindi, hanno lasciato il campo al commando brigatista. Vorrei porre un quesito: perché non è mai stata resa nota la perizia balistica sulle armi usate in via Fani? Chi avrebbe dovuto dirlo non lo ha mai detto. Era meglio che non si sapesse. Le "Blue Light" dovevano continuare ad agire nell'ombra e l'Italia non poteva mettere in discussione nulla con la Nato. Far credere che le Brigate rosse avessero progettato, organizzato e messo in atto il sequestro e l'omicidio del leader politico, era più semplice e conveniente. Per tutti".- L'adepto della "Stay Behind"
"Di questi non so niente Noi servivamo la Patria"
"Gladio? Pensavo fosse una cosa morta e sepolta". La risposta di Giuseppe Canestrari, uno dei 622 gladiatori di "Stay Behind", è secca. "E di questa Cosmos, questa Gladio Militare, non so proprio assolutamente nulla. Tutto ciò che avevo da dire sull'organizzazione di cui facevo parte, d'altronde, l'ho già detto a suo tempo". L'architetto Canestrari adesso ha sessant'anni, ma nell'inverno tra il 1990 e il 1991 si trovò nel bel mezzo della bufera scatenata dalle rivelazioni su una struttura clandestina, una rete pronta a opporsi all'invasione comunista. Un ruolo che rivendicò con orgoglio, "ho servito la Patria", in un'intervista all' Arena l'8 gennaio 1991. Il giorno prima, all'esterno del cimitero di Arbizzano, era stato recuperato il contenuto di uno dei "Nasco", i depositi segreti di armi e munizioni a disposizione delle cellule Gladio.
Gli altri veronesi dell'elenco ufficiale di "Stay Behind", erano Guglielmo Avesani di Verona, Ferdinando Bacilieri di Verona, Luciano Cestaro di Villafranca, Gabriele De Santi di Verona, Gianfranco Gainelli di Bolca e Giampietro Mistrorigo di Verona. Ma all'epoca era comparso un altro elenco con molti più nomi.- Interrogativi senza risposta
"Cos'è la Gladio delle Centurie?"
Da alcuni anni l'ex parlamentare Falco Accame chiede chiarimenti
Dell'esistenza di una "Gladio Militare", definita la "Gladio delle Centurie", che operava all'estero con compiti interventistici (addestramento forze guerrigliere di liberazione) simili a quelli della Cia, ha parlato spesso Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa. "Mentre la Gladio civile (quella dei cosiddetti 622)", sostiene Accame, "è venuta alla luce dopo 50 anni e ora viene riabilitata, nulla è emerso circa la "Gladio Militare"". Accame, già parlamentare socialista ed espert o di questioni militari , nonch é studioso della vicenda Moro e presidente di un'associazione che tutela i familiari delle vittime militari cadute in servizio, ha scritto nei giorni scorsi al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti Enzo Bianco , per la vicenda del preallarme, 14 giorni prima di via Fani, che riguardò la " Gladio Militare " che venne attivata per arrivare alla "liberazione di Moro" che ancora doveva essere rapito. Un preallarme attivato attraverso un giro internazionale di "gladiatori", alcuni dei quali fecero poi una misteriosa fine.
Accame solleva la questione a partire dalle rivelazioni di due "gladiatori militari", Antonino Arconte e Pierfrancesco Can ceddu, detto "Franz" . Della struttura militare legata alla Gladio, ha parlato anche, confermandone l'esistenza, l'ammiraglio Fulvio Martini, per lunghi anni direttore del Sismi. Accame sollecita Bianco a indagare sulla esistenza di "un apparato segreto (forse ancora in atto) che ha operato all'estero anche armato (sul modello Cia) ma non conosciuto dai capi dello Stato italiano che per la Costituzione sono a capo delle forze armate del nostro Paese".
Nella lettera inviata a Ciampi e per conoscenza ai familiari delle vittime di via Fani e al ministro della Giustizia, Accame segnala che i due gladiatori affermano di appartenere a una struttura diversa da quella conosciuta perch é resa nota in parlamento e composta da 622 civili: una Gladio che poteva contare anche su agenti armati operanti all'estero , anche per l'addestramento di formazioni di guerriglieri, e che ad esempio hanno partecipato al defenestramento del presidente Burghiba in Tunisia .20 gennaio 2005 - CIPRIANI: QUANDO LA VERITÀ È COME UN'ESCA
"Reporter associati"
Quando la verità è come un'esca...
di Gianni Cipriani
Da quando mi occupo di terrorismo e servizi segreti, mi è stato proposto di pubblicare i documenti segreti della Marina sulla strage di Ustica; le carte riservate sulle Gladio, civili, militari, miste, femminili che avrebbero agito al servizio delle più svariate centrali occulte; l'ordine di acquisto dell'esplosivo utilizzato per compiere la strage di Bologna; l'ordine scritto su come organizzare il depistaggio per quell'attentato; i documenti riservati su traffici di armi e materiali nucleari nei quali erano invischiati sempre "alte personalità" o grandi potenze. Gli anni di professione sono tanti e sono sicuro di aver dimenticato molti altri episodi simili. Poco male, perché in ogni caso - sempre, quindi - questi documenti, memoriali, rivelazioni a gettone si sono rivelate patacche.
Alcune rozze, altre un po' più raffinate. Ma sempre e comunque false. Detto in altri termini, la mia personale statistica mi ha portato a diffidare dei divulgatori di verità sensazionali, soprattutto quando agiscono come venditori porta a porta, alla caccia forsennata del primo acquirente. E questo perché non solo - generalmente - chi è mosso dalla sete di verità e giustizia in primo luogo si rivolge alla magistratura piuttosto che bussare cassa, ma perché i bocconi troppo "ghiotti" sono il più delle volte esche, dal momento che la realtà è spesso più articolata e mal si presta a letture tutte bianche o tutte nere, tagliate con l'accetta.
Nella recente e drammatica storia del nostro paese ci sono state troppe verità "di sinistra" (apparentemente) che in realtà nascondevano operazioni di tutt'altro colore; molte denunce dei segreti o depistaggi di Stato che in realtà servivano a depistare e a creare un diversivo rispetto ad altri e più seri problemi.
Senza considerare un particolare non secondario e piuttosto fastidioso per chi, nonostante tutto, cerca ancora di fare ricerche serie e dare una lettura ed una interpretazione storica ai cosiddetti "misteri d'Italia", andando oltre la vuota demagogia degli slogan. Tanto più i divulgatori dei sensazionali retroscena-patacca, portatori di verità indimostrate e indimostrabili, continueranno a trovare udienza, tanto più la vera ricerca storica ne risulterà delegittimata.
Perché chi solleva dubbi ragionevoli si vedrà - come si è visto - accomunare alle fantasie dei venditori di dossier. Una manna per chi, davvero, non vuole che sui "misteri" si vada fino in fondo. Ecco perché è sempre meglio non lasciarsi incantare dalle sirene che ci allettano con parole d'ordine troppo scontate, che rappresentano solamente un pretesto per attirarci e portarci su una strada fasulla.
C'è chi protegge i segreti di Stato denunciando il segreto di Stato; c'è chi cerca di arrotondare pensione o stipendio vendendo per verità il proprio rancore, la propria smania di protagonismo, la proprie personali fantasie.
La strada della ricerca e dell'inchiesta, invece, è quasi sempre in salita. Frutto di un impegno quotidiano, spesso faticoso e irto di difficoltà. In questo mondo buio dei misteri, chi cerca di fare luce deve ricordarsi, però, che troppa luce abbaglia.
E chi rimane abbagliato finisce con il non vedere più nulla. E il più delle volte va a sbattere.20 gennaio 2005 - BR; CASSAZIONE, NON SICURO RAVVEDIMENTO MICALETTO
ANSA:
TERRORISMO: BR; CASSAZIONE, NON SICURO RAVVEDIMENTO MICALETTO
DEVE ORA DECIDERE TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI GENOVA
"Carente e contraddittorio" e' stato definito dalla Cassazione il requisito del sicuro ravvedimento dell'ex brigatista rosso Rocco Micaletto. E' per questo motivo che i giudici della Corte di Cassazione hanno annullato il 10 dicembre scorso l'ordinanza di liberta' condizionale, concessa a Micaletto il 18 febbraio dal Tribunale di sorveglianza di Genova. Gli atti sono stati quindi rinviati ai giudici genovesi perche' facciano una nuova valutazione.
Nella sentenza, depositata in questi giorni, viene spiegato che anche dai rilievi del tribunale di Sorveglianza sulla relazione del servizio sociale non si puo' desumere che il processo di rieducazione di Micaletto sia del tutto esaurito.
"Si tratta di un eccesso di scrupolo da parte della Cassazione, in quanto non ha recepito alcun rilievo avanzato nel ricorso presentato contro la liberta' condizionale dal procuratore generale di Genova", commenta l'avv. Fabio Taddei del Foro di Genova, difensore insieme a Mirko Mazzali del Foro di Milano dell'ex brigatista.
"In pratica i giudici - sottolinea - rilevano solo che appare contraddittoria una frase del tribunale di sorveglianza". "Ove il percorso di risocializzazione del soggetto (iniziato con i permessi premio e poi proseguito con la semiliberta') - scriveva il tribunale di sorveglianza - si bloccasse a questo punto, quando il soggetto stesso si trova, per cosi' dire, a meta' del guado, si potrebbe in qualche modo mettere seriamente in pericolo i progressi realizzati nella fase del trattamento. Appare cosi' giustificata la preoccupazione in proposito precedentemente espressa sul rischio di interruzione di quel percorso".
Per i giudici di Cassazione percio' "il tribunale di sorveglianza di Genova dovra' stabilire, nella nuova deliberazione, alla luce di tutti gli elementi di giudizio disponibili, se nei confronti di Micaletto possa o non riconoscersi l'esistenza del requisito del sicuro ravvedimento".
Micaletto, condannato a tre ergastoli per la partecipazione ad alcuni omicidi delle Brigate Rosse, rischia percio' di tornare in carcere in regime di semiliberta' .
L'ex brigatista era stato arrestato nel 1980 a Torino dai carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e ha scontato 24 anni di carcere. La legge prevede che la liberta' condizionale possa essere concessa solo dopo che si siano scontati almeno 26 anni. Grazie alla sua buona condotta in carcere, pero', l'ex brigatista ha beneficiato di uno sconto di circa duemila giorni di pena.21 gennaio 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI, ESISTE UN ALTRO DOSSIER E LO TROVEREMO
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI, ESISTE UN ALTRO DOSSIER E LO TROVEREMO
POTREBBE FAR LUCE SU CASO MORO.INCHIESTA FINO A FINE LEGISLATURA
"Credo, e ho mille indizi per dirlo, che esista un altro dossier Mitrokhin, quello vero, precedente a quello su cui abbiamo lavorato e che potrebbe fare luce sull' omicidio Moro": lo ha affermato, oggi a Torino, il presidente della Commissione parlamentare, Paolo Guzzanti.
"L' inchiesta - ha detto - continuera' fino a fine legislatura. Adesso ci dedicheremo a trovare il plico mancante del vero dossier Mitrokhin per avere la verita' sul caso Moro"."Lo scandalo Mitrokhin - ha aggiunto Guzzanti che sull' argomento ha partecipato a un dibattito nella sede di Forza Italia - ha due facce: uno e' lo scandalo in se', l' altro e' il silenzio stampa che e' stato imposto. La gente pensa che la commissione non esista piu' da tempo, che abbia terminato i lavori. Invece a dicembre e' stata soltanto approvata, dopo una battaglia parlamentare violentissima, la mia relazione di medio termine che chiude la prima parte di investigazione in cui si mettono inoppugnabilmente in lista tutte le violazioni della legge, dei regolamenti da parte del Sismi negli anni '95-'99 sotto i governi Dini, Prodi e D'Alema".
Guzzanti ha spiegato che l' inchiesta che parte adesso ha un altro obiettivo: trovare il nuovo dossier "della cui esistenza si hanno tracce nella relazione al parlamento inglese della commissione inglese che ha lavorato sullo scandalo Mitrokhin. Gli inglesi, prima del '95, mandarono in giro per il mondo, a diversi Paesi, un totale di 300 mila schede. Noi finora abbiano lavorato su 261 schede interattive che, pero', erano la parte finale, un' appendice minima di un corpo molto piu' grosso". L' impegno della commissione d' inchiesta e' di trovare la parte mancante. Secondo Guzzanti, il nuovo plico di documenti si trova in Inghilterra e gli inglesi - ha aggiunto - sono molto restii a darlo. "Ma prometto - ha concluso fiducioso - che il Parlamento della Repubblica italiana avra' le risposte alle domande che cercava sulla piu' spericolata operazione militare mai vista sul suolo della Repubblica qual e' stato il rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro".21 gennaio 2005 - "AVANTI !" SU PRODI
"Avanti!"
RETROSCENA DELL'ASCESA DEL PROFESSORE Il Kgb, lo spiritismo e la carriera di Prodi 21/01/2005 Il sospetto del magistrato Carlo Mastelloni che dietro la soffiata a Romano Prodi sul covo di via Gradoli ci sia stato Giorgio Conforto, l'uomo del Pci che nel dossier Mitrokhin viene indicato come uno dei più autorevoli referenti in Italia del Kgb, potrebbe riaprire vecchie polemiche. Ma, soprattutto, se le indagini di Mastelloni andranno avanti, potrebbero consentire di capire perché, dal momento successivo al sequestro e uccisione del presidente della Dc Aldo Moro e dei carabinieri della scorta, cominciò una folgorante carriera politica e governativa per il Professore bolognese. Fu chiamato al governo, inaspettatamente, da Giulio Andreotti che gli affidò uno dei ministeri più importanti, quello dell'Industria. Andreotti, 19 anni dopo, in merito alla seduta spiritica su Gradoli - ispirata a dire di Prodi da La Pira e Don Sturzo - ebbe a riferire alla commissione Stragi: "Non ho mai creduto alla questione dello spiritismo, probabilmente è qualcuno di Autonomia operaia di Bologna che ha dato questa notizia". Dopo la prima esperienza al governo, la scalata al potere del Professore fu senza soste, protetto da Beniamino Andreatta, ma anche dall'ex ministro Giuseppe Medici e dai nuovi rapporti molto stretti che era riuscito ad avviare con l'Unione sovietica grazie al suo nuovo incarico di presidente dell'Iri. Con il Pci Prodi ebbe buoni rapporti tanto che perfino un attento ed esperto investigatore come Luciano Violante (nell'81 componente per il Pci della commissione sul caso Moro, presieduta dal deputato Dante Schietroma) si accontentò della sua ricostruzione di una ingenua e casuale seduta spiritica. Anche Bettino Craxi non credeva allo spiritismo di Prodi e qualche anno prima di morire scrisse: "In realtà questi spiriti santi erano ambienti legati strettamente all'organizzazione terroristica e da questi ambienti trapelarono a più riprese notizie e indicazioni. Io lo seppi anni dopo, ma non credo di essere io solo a saperlo". Ma di questo non soltanto Prodi non parlò nel '78 in pieno sequestro Moro e nell'81 davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta, ma si è sempre rifiutato di farlo anche in occasioni successive.28 gennaio 2005 - LIBRO MORUCCI: LETTERA A DAGOSPIA
"Dagospia"
Nel recente libro "La peggio gioventù", Valerio Morucci scrive: "Venire a sapere che c'erano altre forze che si muovevano 'dietro', che portavano avanti un proprio disegno che aveva fini più radicali di quelli ufficiali e, di conseguenza, usava mezzi più radicali, avrebbe fatto saltare il quadro. Avrebbe portato alla conclusione che c'erano due nemici. Che non sarebbe poi stato così grave, se non fosse stato che il secondo, quello 'dietro' - per quanto in alcuni punti intrecciato, anche se più con alcuni industriali che coi politici - giocava una partita diversa. A che punto sarebbero arrivate le BR? A dover riconoscere che, sì, la Dc era il nemico ma forse non l'unico? E che ne facevano di Moro? Visto che gli americani erano altri? Visto che il gap della doppia fedeltà, quella di governo e quella atlantica, dei nostri servizi, e di tutto l'apparato a quelli legato, li portava ad operare anche all'insaputa dei governi in carica? Troppo complicato. Lo Stato era troppo complicato. Saltava tutto."
Sarebbe interessante avere dall'ex brigatista qualche precisazione in più, dal momento che i diversi accenni al 'dietro' fanno pensare a "Stay behind", ma quell'inciso "intrecciato, anche se più con alcuni industriali che coi politici" sembra indirizzare verso qualcos'altro.
Nembokid3 febbraio 2005 - ROGO PRIMAVALLE: MORUCCI, COPRIMMO GLI ASSASSINI
"Il Giornale"
PARLA MORUCCI
"Così coprimmo gli assassini di Primavalle"
PIERANGELO MAURIZIO
Forse è l'unico che ha cercato a suo modo di illuminare alcuni tasselli degli anni del nostro terrorismo sistemandoli sotto la luce della storia. Non a caso il suo ultimo libro, La peggio gioventù, è già arrivato alla terza ristampa in pochi mesi. Valerio Morucci, prima di intraprendere il percorso che lo portò ad essere uno degli sterminatori della scorta di Aldo Moro e il postino delle Br durante il sequestro, è stato il responsabile di Lavoro illegale, la struttura occulta di Potere operaio. All' epoca del rogo di Primavalle in cui morirono i due figli del segretario della sezione dell'Msi, Virgilio e Stefano (22 e 8 anni), fu incaricato di svolgere la "controinchiesta" interna per accertare come erano andate le cose. In questa intervista per la prima volta racconta nei dettagli gli interrogatori dei responsabili del delitto. Di come i vertici di Potere operaio pur conoscendo la verità preferirono avallare la pista della "faida interna tra fascisti"; le complicità dentro i giornali. E altri retroscena di quegli anni.
Quando comincia la controinchiesta interna?
"Succede il fatto. Chiediamo se i tre sospettati c'entrano qualcosa al responsabile della squadra (ndr, di Potere operaio) a Primavalle e lui ci dice no...".
E poi?
"Poi i tre vengono incriminati. Li convochiamo in un appartamento a Roma. Eravamo io, Franco Piperno, Lanfranco Pace. Dall'altra parte c'erano Manlio Grillo e Marino Clavo, Achille Lollo mi pare fosse già stato arrestato...".
Cosa rispondono?
"Negano di nuovo ogni coinvolgimento. Data la totale follia, l'aberrazione di quello che è successo, siamo portati a credergli. Anche se io ho subito alcuni dubbi conoscendoli come tre senza cervello...".
E cosa fa?
"Dico a Franco (ndr, Piperno): "Lasciami solo con loro". E lui: "Non possiamo usare oggi mezzi che .non useremmo nella società di domani". Insoma mi mette un freno morale. Io volevo solo spaventarli.. "
Quindi?
"Clavo e,Grillo vengono messi al sicuro. Clavo va a Firenze: all'epoca non era un problema trovare ospitalità. E Potere operaio imposta la linea difensiva sull'innocenza dei tre. Linea sposata da tutto il movimento. Da qui viene fuori l'ipotesi che il rogo sia stato il frutto di una guerra fra missini".
Il problema è che anche i cosiddetti "giornali borghesi" sposano questa teoria.
"Le faccio un esempio. Quando attaccammo l'autoparco della polizìa a Roma il Messaggero pubblicò un articolo quasi elogiativo. Un'atmosfera demenziale, ma era l'atmosfera di quegli anni. Se ti prendevano, i magistrati ti mettevano fuori, perché alcuni reati - anche gravi come blocchi stradali, violenze in piazza - socialmente non erano più considerati come tali. Questo bisogna avere il coraggio di ammetterlo, altrimenti si ragiona con il senno di poi".
Andiamo avanti.
"Emergono le prime discrepanze, da Primavalle filtrano le prime stramberie, altre cose strane che avevano fatto i tre...".
L'alibi di Clavo risulta falso?
"Sì- glielo aveva fornito Diana Perrone, la figlia dell'editore del Messaggero, almeno così ho letto. Prendo un altro militante di Lavoro illegale e andiamo a
Firenze da Clavo".
Perché?
"Perché devo sapere. Sono un operativo e ho l'occhio alla misura di ciò che si fa. All'epoca molte azioni non vennero fatte perchè potevano avere conseguenze incontrollabili".
E cosa succede?
"Mi siedo davanti a Clavo. Prendo la pistola, avvito il silenziatore e la poso accanto a me. E dico: "Allora, dimmi". E lui senza pensarci un attimo confessa: "Siamo stati noi"".
Le dice altro?
"Che i fascisti a Primavalle rompevano le scatole: quello che si chiamava "antifascismo militante"...Ma che non volevano uccidere, che non avevano calcolato. E io m'incazzai ancora di più: "Come fate a non calcolare che se si da fuoco a una casa qualcuno può morire?". Il fatto che avessero ucciso due persone senza volerlo, per me era un'aggravante. Dimostrava la totale sconsideratezza".
Ma davanti a lei aveva uno che credeva di essere un "giustiziere proletario" o che cominciava a capire?
"Tutte e due le cose. Ad un certo punto, mi sembra di ricordare, scoppiò anche a piangere. Come sfogo personale: perché comunque hai ucciso...".
Lei informò i vertici di Potere operaio: Piperno, Scalzone, eccetera?
"Immediatamente. Ma la macchina innocentista era talmente avanti che fermarla avrebbe fatto danni peggiori".
Preferirono far finta di niente?
"Sì, ma appunto perché dirlo, a quel punto, che erano stati tre dei nostri sarebbe stato peggio che averlo detto subito. Ti sputtanavi completamente e mettevi nei guai anche gli altri, le altre organizzazioni del movimento, che avrebbero presentato il conto".
C'è un libro di quel periodo, edito da Savelli, "Primavalle, inferno a porte chiuse", in cui si sostiene che gli assassini andavano cercati nel "verminaio" della sezione Giarabub dell'Msi di Primavalle. Circola ancora su alcuni siti "antagonisti" di Internet...
"Ma con quello noi non c'entravamo nulla...".
Sulla copertina c'è scritto: Potere operaio.
"Francamente non me lo ricordo".
La campagna innoncentista alimentata durante il processo ad Achille Lollo (prima che fuggisse) cullò un'altra leva di aspiranti terroristi. Alvaro Lojacono, che ritroveremo accanto a lei a via Fani, viene arrestato per la prima volta per una scazzottata durante quel processo.
"Le occasioni di scontro erano talmente tante che le cose non sarebbero cambiate granché".
Lojacono ha ucciso Miki Mantakas, un altro giovane di destra, e anche lui non ha mai pagato per quel delitto.
"Che anno era: il '75? Sì, avvenne durante gli incidenti a una delle udienze del processo Lollo. Comunque, il rogo di Primavalle fu una cosa tragica. E anche un paradosso".
Un paradosso?
"Questo atto rimane unico, pur nel panorama di quegli anni. Il paradosso è che a compierlo sono tre militanti di Potop che nell'arcipelago rivoluzionario è l'organizzazione meno antifascista. Potere operaio era abbastanza elitario: i nostri obiettivi non erano i fascisti; ma lo Stato e il capitalismo. Negli altri gruppi le azioni contro i fascisti erano pianificate e avevano un controllo centralizzato. Invece da noi non avendo i militanti indicazioni precise è potuto accadere che facessero di testa loro. Su questa tragedia Potere operaio si scioglie".
Perché?
"Perché i nostri militanti sapevano. Perché pensare di fare la rivoluzione e trovarsi in mezzo a una storia di ragazzini bruciati provoca uno sconquasso. Poi ci sono quelli come Toni Negri che utilizzarono la vicenda per rompere e avviare l'esperienza dell'Autonomia".
Anche Toni Negri- secondo Nouvel Observateur uno dei più importanti filosofi viventi - dunque sapeva?
"Certo, era nella segreteria nazionale di Potop".
Secondo lei chi ha protetto Lollo, Clavo e Grillo in questi trent'anni di latitanza?
"Hanno trovato asilo presso amici e compagni".
Come spiegherebbe questa vicenda alla madre dei fratelli Matici?
"Quello che le è stato fatto non è sanabile in alcun modo. Dare un "respiro storico a questi fatti è l'unica cosa che può lenire il dolore".
L'amnistia per gli anni di piombo: perché lo Stato dovrebbe concederla?
"La cosa importante è ragionare. Questo non rida la vita a nessuno, ma può almeno sanare la ferita collettiva. Altrimenti queste cose tornano continuamente. Sono passati 32 anni e siamo qui alle prese con il rogo di Primavalle e non sappiamo dove collocarlo. Ogni fatto preso singolarmente è un atto drammatico, inserito nel contesto di quegli anni diventa un lutto elaborabile. Anni di scontro violentissimo. Tra chi sognava una rivoluzione comunista e chi sognava un ritorno al fascismo, uno scontro basato su due ideologie, comunismo e fascismo, che non avevano più nulla a che a fare con la realtà...".
L'onorevole Luciano Violante, dei Ds, è tra i primi quando si parla di amnistia a erigere un muro di no.
"Perché l'amnistia si porterebbe dietro un dibattito che riaprirebbe le pagine della storia di quegli anni, nelle quali anche le forze politiche non farebbero una gran bella figura".
Lojacono, uno dei sequestratori di Aldo Moro, come racconta lui stesso, è fuggito all'estero grazie a complicità interne a Botteghe Oscure. Lei nel suo libro dice che i processi sul rapimento Moro sono stati inquinati dal Pci che ha infilato i propri avvocati come difensori delle parti civili, cioè dei familiari delle vittime: perché?
"Per impedire che diventassero processi all'ideologia comunista, che venissero fuori gli album di famiglia! Tuttora si guarda a quegli anni con le lenti della politica. Tranne pochi coraggiosi. Alemanno a destra. E a sinistra Veltroni è l'unico che ha detto cose chiare sulle foibe. II comunismo è stato capace di scempi tanto quanto il fascismo. Le Brigate rosse erano comuniste. Punto".
Lollo ha fatto sapere che non intende chiedere scusa ai parenti.
"Se a distanza "di 30 anni, al sicuro, non sei capace di esprimere una parola di cordoglio per quello che hai fatto sei una bestia".
E che cosa direbbe a Lollo, Clavo e Grillo se ce li avesse davanti?
"Quello che dissi a Clavo quel giorno: sei una grande testa di...".
Potrebbero ribatterle che anche lei ha ucciso.
"Si, ma non ho arso vivo un bambino di 8 anni. C'è una bella differenza. Noi brigatisti ritenevamo di combattere una guerra e abbiamo sempre applicato le regole di guerra, prima fra tutte quella di non colpire i civili".
Avete ucciso persone inermi, tanti innocenti.
"È aberrante ma per noi erano militanti dello schieramento nemico. E abbiamo rispettato quelle regole. Anche se qualche volta è stato peggio...".
Cioè?
"Per il sequestro Moro scartammo l'opzione di rapire il presidente Dc nella chiesa di Santa Chiara a piazza dei Giochi Delfici, che non prevedeva l'eliminazione degli agenti di scorta, proprio .perché era troppo alto il rischio di coinvolgere civili. E così ci siamo fottuti. E abbiamo segnato la storia del Paese e la fine di Moro. Dopo via Fani non aveva senso rilasciare Moro senza aver ottenuto nulla e con cinque persone uccise nessuna trattativa era possibile.
Con la mente continuo ad andare all'altra soluzione...".
Ci pensa spesso?
"Sì, sempre".
Pierangelo Maurizio13 febbraio 2005 - ROGO PRIMAVALLE: PIPERNO
"La Repubblica"
Parla l´ex leader di Potere operaio dopo l´accusa per il rogo a Roma nel 1973 nel quale morirono i fratelli Mattei
"Su Primavalle ho taciuto ma ne porto il peso morale"
Piperno: la verità l´ho saputa solo un mese dopo
Secondo il legale della famiglia delle vittime è stato lui il mandante del raid insieme a Valerio Morucci e Lanfranco Pace
Il lungo silenzio, poi la riapertura del caso e le nuove polemiche "La destra vuole alimentare un clima da guerra civile"
gli effetti Fu un episodio gravissimo che contribuì allo scioglimento di Potop
gli anni della violenza La famiglia ha diritto ad avere giustizia Allora la violenza era reciproca e c´è stata da una parte e dall´altra
SILVANA MAZZOCCHI
ROMA - Definisce "omissione" la sua scelta di coprire le responsabilità di Potere operaio per la strage di Primavalle. Ripete di aver appreso la verità soltanto un mese dopo, quando Marino Clavo, costretto da Valerio Morucci, ammise i fatti. Ma di non aver mai saputo nulla sul coinvolgimento di Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco nell´attentato che il 16 aprile 1973 costò la vita a Virgilio Mattei e al suo fratellino Stefano. Replica a Giampaolo Mattei che ha definito "sconcertanti" le sue parole su una "destra che vuole alimentare un clima da guerra civile". E precisa che non intendeva certo riferirsi ai famigliari delle vittime "che portano il fardello di un dolore insanabile, bensì a quelle forze politiche che strumentalizzano irresponsabilmente la vicenda". Franco Piperno, 61 anni, insegnante di Fisica alla Sapienza di Roma e all´Università di Cosenza e all´epoca segretario nazionale di Potere Operaio, reputa "assurda" la denuncia del legale della famiglia Mattei che, insieme con Lanfranco Pace e Valerio Morucci, lo vuole mandante della strage. Un´accusa che respinge. "Eravamo convinti dell´innocenza dei compagni, la prova è che li mandammo a dormire a casa e fu così che Achille Lollo venne arrestato", mentre ammette: "Porterò per sempre il peso morale di quanto accaduto trent´anni fa. Un episodio gravissimo che l´anno successivo fu tra le cause principali dello scioglimento di Potere operaio".
Durante la pausa di un convegno al quale partecipa nel suo ruolo di assessore alla comunicazione per il comune di Cosenza, Piperno accetta con qualche riluttanza di ricostruire il filo di quei terribili giorni. "Il passato non finirà mai di pesare sulle nostre coscienze" dice "ma finché non sapremo affrontarlo a livello politico invece che giudiziario, non si riuscirà mai a ricomporre il mosaico". Proviamo con qualche tessera: voi del vertice di Potere operaio sapevate di quell´agguato? Nel fare i nomi di Gaeta, Perrone e Lecco, Achille Lollo ha detto che tutti insieme avevano dato vita a un collettivo, ai margini della sezione. La risposta evoca un tempo che non c´è più e una frammentazione organizzativa oggi incomprensibile. "Io ero il segretario nazionale di Potere operaio, la nostra sede di Primavalle dipendeva da Roma e aveva un suo responsabile. Certo tutti noi eravamo a conoscenza che lì, al nostro interno, esisteva un gruppetto con idee più estremiste. Ma niente di più. In quei giorni gli scontri erano continui e, poco tempo prima, a Primavalle c´era stato un attentato anche alla nostra sezione".
Piperno conferma il ricordo di Lollo che nella sua intervista ha raccontato quando, nella sede nazionale di via del Boschetto, l´intero vertice di Potere operaio "li torchiò per sapere la verità". Dice: "Credemmo alla loro innocenza, interrogammo tutti i compagni di Primavalle, sì anche Gaeta, Perrone e Lecco. Coprirono Lollo e gli altri, insomma sostanzialmente fornirono l´alibi, come poi avrebbero fatto anche con la magistratura. Ma in seguito Gaeta e Perrone fecero marcia indietro".
Mentre nel vertice di Potere operaio i dubbi si moltiplicano, l´inchiesta interna viene affidata a Valerio Morucci. "Pretesi di sapere quale fosse la verità. Insomma a chi e quando Gaeta e Perrone avevano mentito, con la prima o con la seconda versione? Mi assicurarono che la seconda era quella vera e Diana Perrone aggiunse di aver mentito in seguito alle pressioni ricevute da Lollo. Alla fine decidemmo di non sospenderli".
All´epoca Morucci era responsabile del "Lavoro illegale", la struttura occulta di Potere Operaio e aveva avuto più di un sospetto sull´innocenza dei compagni per quel fatto gravissimo. Finché era andato a Firenze dove si nascondeva Marino Clavo e, con la pistola sul tavolo, aveva incassato quel "siamo stati noi", un´ammissione di responsabilità terribile, anche se non proprio spontanea. Conferma Piperno "È vero, Morucci mi riferì quanto era accaduto; che Clavo aveva ceduto, aggiungendo che era stato un incidente e che loro non avevano mai avuto l´intenzione di uccidere. Ricordo che Morucci era fuori di sé; avrebbe voluto intervenire pesantemente, con i suoi metodi. Mi opposi. Non potevamo agire nello stesso modo di quelli che condannavamo".
Nei giorni dell´odio in ambedue gli schieramenti la morale corrente era quella del "fine giustifica i mezzi" e all´epoca tutta la sinistra aveva appoggiato l´innocenza di Potere operaio. A trent´anni di distanza Piperno insiste che "parlare non sarebbe stato proprio possibile. Non c´erano prove e l´ammissione ricevuta in quel modo da Morucci, in quel contesto sarebbe stata ingestibile. E poi che cosa sarebbe accaduto dentro Potere operaio?". Conclude: "Sì, sono colpevole, ma di omissione. Non potevo fare diversamente". Ma tiene a precisare che da allora Potere Operaio non parlò più, in alcun documento, di innocenza dei compagni. E quel libretto edito da Giulio Savelli, "Primavalle, un inferno a porte chiuse", in cui si sostiene la tesi della faida tra missini, che cosa è? "Lo sono andato a ricercare in queste ore", puntualizza "e non c´è scritto Potere operaio. Fu fatto solo per iniziativa di alcuni compagni, altro non ricordo".
Libri o no, il silenzio c´è stato ed è giusto e comprensibile che i famigliari delle vittime vogliano giustizia. "Io non contesto questo diritto, ci mancherebbe. Quando ho parlato di clima da guerra civile intendevo sottolineare quanto accadeva allora. Tutta quella violenza era reciproca e c´è stata da una parte e dall´altra. Certo, quella strage fu per noi un colpo terribile, l´ho detto. E, anche se io non ho mai riferito dentro il gruppo quello che Morucci aveva saputo da Clavo, Potere operaio si sciolse comunque".
Trentadue anni dopo, la strage di Primavalle registra un triste bilancio. Assoluzioni e condanne, fughe, latitanze, impunità, silenzi. E rivelazioni. "In quegli anni la magistratura attribuì alla sinistra e a tutti noi di Potere operaio responsabilità enormi, ci attribuì una serie infinita di delitti, ma non ci indicò mai come i responsabili della morte dei fratelli Mattei. E non è l´unico paradosso. Non è strano che nessuno abbia fatto una piega dinanzi a un´altra affermazione di Lollo, che l´allora pubblico ministero Domenico Sica tentò di tirarci dentro in cambio della libertà provvisoria? Ma io non mi stupisco. Basti pensare che, successivamente alla tragica fine di Aldo Moro nel maggio ?78, raccontai in un´intervista di aver incontrato Mario Moretti proprio qualche settimana dopo. Ebbene in tutti questi anni, nessun magistrato ha sentito il bisogno d´interrogarmi su quell´episodio. Lo fece solo qualche anno fa, per puro caso, il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino".16 febbraio 2005 - NUOVO LIBRO DI MORUCCI
"La Repubblica"
IL LIBRO
Va in libreria "Klagenfurt 3021", nel personaggio di Matteo la parabola del terrorismo
La spy-story di Morucci "Quel passato che non passa"
La vita e la violenza, l´ex br si racconta in un romanzo
L´intreccio fra una vita ridiventata "normale" e un intrigo internazionale
"La narrativa permette di raccontare tutto di sé con la coscienza di essere un altro"
SILVANA MAZZOCCHI
ROMA - Le responsabilità di Potere operaio nel rogo di Primavalle, Valerio Morucci le aveva raccontate già nel suo libro del ?99 "Ritratto di un terrorista da giovane". L´inchiesta interna di trent´anni fa, la confessione di Marino Clavo, la rabbia per quello che era accaduto e la sua irrimediabilità. Adesso, proprio mentre si riaprono i cassetti di quella terribile memoria, per una di quelle coincidenze che stanno lì a provare che quel che è stato non se ne va mai, il nome di Morucci riaffiora dalle cronache proprio mentre va in libreria "Klagenfurt 3021", un romanzo costruito su una spy story che serve solo da pretesto per accompagnare il lavoro di scavo autobiografico già intrapreso dall´ex brigatista con "La peggio gioventù" e ancor prima con "La guerra è finita". Un racconto che parte da sé per allargarsi ai tanti che in quella generazione popolarono l´alba tragica degli anni Settanta e le cronache del terrorismo.
Morucci aveva finito di scrivere "Klagenfurt 3021" già nel ?97, lo aveva proposto a più di un editore e, quando quelli lo avevano rifiutato, senza troppi rimpianti lo aveva messo da parte. Fino all´estate scorsa, quando ha provato a proporlo alla casa editrice Fahrenheit 451 che l´ha messo in produzione. Repubblica ha letto il libro in anteprima: è una storia attualissima nella sua carica simbolica che evoca gli anni bui che non si arriva ad archiviare. Quella di un uomo (Matteo) che non riesce a liberarsi del suo passato violento e che negli anni è cambiato profondamente fino a diventare un´altra persona. O almeno così crede. E invece si ritrova comunque dentro la stessa rete. "La narrativa permette di raccontare tutto di sé", dice Morucci "e, come è giusto che sia, anche la morte e la violenza. Con la coscienza di essere un altro. Ma da ciò che è stato non se ne esce mai e qualcosa ti riacchiappa sempre, come dimostra quel che va accadendo in questi giorni".
"Klagenfurt 3021" racconta proprio del passato che non passa mai e di Matteo (Valerio Morucci) che, quando crede di essere fuori da tutto e di poter vivere una vita normale con un lavoro tranquillo e una compagna al fianco, s´imbatte in un intrigo più grande di lui impastato di spie internazionali e di trafficanti di missili e armi. Resta invischiato nell´intreccio e si ritrova "a vivere ancora proprio quella parte di sé che pensava di aver superato e annullato". Tanto è pressante l´assunto personale che il plot, (seppure molto ben costruito), si rivela solo uno strumento per poter raccontare il brigatista-archetipo: l´estremista degli anni Settanta che scivola dalla ribellione alla lotta armata, seminando morti e feriti, illusioni comprese. E, quando Matteo-Morucci incontra la spia Manetti, quello gli sbatte in faccia le informazioni raccolte sul suo conto, il suo curriculum di brigatista con i sequestri di persona e gli omicidi.
Chiosa Morucci: "Non poteva bastare affidare alla freddezza delle carte quel che è stato. Allora ho voluto raccontare i fatti anche in prima persona, perché non potevo nascondere quello che è realmente accaduto". Fantasmi che tornano sempre insieme alla tentazione di rielaborarli, per liberarsene. Confida nel libro Matteo-Morucci a Giulia, la sua compagna: "Ci sono cose che dico a fatica anche a me stesso. E non parlo di ciò che si sa. Dei morti. Quelli ritornano sempre alla mente. E non faccio molto per cacciare quelle immagini. Ci devo convivere. Ci sono altre storie. Brutti ricordi e sensazioni cui non riesco a dare un ordine".
Incubi, insieme a realtà mista a finzione. Matteo si tuffa nell´intrigo spionistico, ricorda e racconta. Un agguato mortale contro un giornalista, "mai avvenuto, ma che sarebbe potuto accadere come tanti altri". Un sequestro di persona che c´è stato davvero, quello di un armatore a Genova (Piero Costa?), la vita trascorsa in clandestinità che lascia abitudini e tic. I giorni trascorsi a pedinare, osservare. Per colpire. Matteo descrive le radici della sua curiosità, la tendenza al rischio e alla sfida che lo spinge a entrare nella spy story e a rituffarsi nelle trame che credeva di aver dimenticato. E rimette in gioco la sua esperienza. Scrive: "Lui che in passato aveva meticolosamente scrutato la città, strade, palazzi, angoli remoti, e gli uomini che l´attraversavano, facce, vestiti, auto, movimenti. Alla ricerca di segni, indizi, rivelazioni".
E finalmente l´arresto. Quando arriva, nella primavera del 1979, Matteo è già uscito dalle Brigate rosse. Lo rintracciano insieme alla sua compagna dell´epoca Gabriella (Adriana Faranda) e lui si ritrova "attonito ma sollevato", senza più dubbi e fughe, senza doversi più nascondere. Ed ecco comparire tra le spie internazionali e gli intrighi, ancora pezzi di realtà. Gli amici di prima, la complicità che non muore mai, la solidarietà che quando si cementa in carcere dura nel tempo. Tanti episodi, fino alla resa dei conti trascinata dalla finzione. Quando la spia-Manetti, quasi l´alter ego di Matteo, un uomo che come lui ha consumato tutto il male del mondo per scoprire alla fine la vacuità dei suoi obbiettivi, rimanda al personaggio che incarna "il male assoluto", un misterioso austriaco senza nome che risponde al recapito "Klagenfurt 3021", per approdare a un finale a sorpresa. Almeno per quel che riguarda la spy story, se non per l´intreccio privato.
Alla fine del libro Matteo consegna alla sua amica Cristina la conclusione. "Tutta questa storia a qualcosa è servita, oltre a farmi arrivare fino a qui. Dopo l´arresto è come se avessi ibernato tutto, ma qualcosa sotto covava. Da una parte era come fosse finito un incubo, dall´altra c´era questa rabbia nascosta. Non so bene di che. Forse rabbia per la sconfitta. Per il fatto che mi avevano fermato loro e non mi ero fermato da me. Come per qualcosa di incompiuto..... Ora l´ho consumata, ho chiuso i conti". Quei conti che nella realtà sono invece ancora aperti.17 febbraio 2005 - LETTERA A DAGOSPIA SU PECORELLI E TONI NEGRI
"Dagospia"
Qualcuno è in grado di spiegare ad un povero supereroe che cosa voleva dire il povero Carmine Pecorelli, detto "Mino" quando, nel settembre 1975, sulla sua agenzia OP (la rivista non era ancora nata) scriveva: "Sarà presto girato dai giovani cineasti del Centro sperimentale di Roma un film interamente dedicato alla vita dell'economista J.M.Keynes", aggiungendo che nel film non ci sarebbero stati attori professionisti.
"S'è piuttosto preferito prendere a prestito dal mondo dell'imprenditorialità, della cultura e della politica, dove tuttavia s'è ritenuto esistere una larga disponibilità di personale fotogenico e spontaneamente portato alla nuova recitazione. Protagonisti di questo film saranno infatti il prof. Antonio Negri, titolare della cattedra di Scienze Politiche dell'Università di Padova, e il sindacalista 'autonomo' don Vito Scalia, profondo conoscitore del mondo e dei bisogni operai.
Qualche maligno, venuto a conoscenza del passato 'rivoluzionario' del prof. Negri, ha messo in dubbio la realizzazione della pellicola, giungendo a suggerire al regista di non girare mai scene dove i due personaggi siano chiamati a recitare insieme. Viceversa, l'ufficio stampa della produzione ha tenuto a precisare che tra i due attori corrono ottimi rapporti.
D'altronde sia Scalia che Negri - è stato detto - erano da tempo perfettamente a conoscenza delle esigenze del copione ed hanno accettato fin nelle sfumature i dettagli della sceneggiatura".
Nembokid17 febbraio 2005 - CASIMIRRI: CASTELLI CHIEDE CHE SCONTI PENA ALL'ESTERO
ANSA:
CASIMIRRI: CASTELLI CHIEDE CHE SCONTI PENA ALL'ESTERO
EX BR CONDANNATO A ERGASTOLO PER DELITTO MORO E' IN NICARAGUA
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli - secondo quanto si e' appreso - ha chiesto, attraverso canali diplomatici, che Alessio Casimirri sconti in Nicaragua la pena all'ergastolo che gli e' stata inflitta per il rapimento e il delitto Moro.
Casimirri, l'ultimo Br mai arrestato del commando che rapi' Moro, e' latitante in Nicaragua dal 1983. Lo scorso maggio la Corte Suprema di Managua aveva rifiutato la sua estradizione in Italia perche' Casimirri risulta cittadino nicaraguense dal 1988.
Gia' a gennaio del 2004 il governo Berlusconi, di fronte alla disponibilita' espressa dal presidente del Nicaragua, Enrique Bolonas, di fare del tutto per assicurare alla giustizia italiana Casimirri, aveva deciso di muoversi ai massimi livelli per ottenere l'estradizione del brigatista rosso. Ma la richiesta si e' scontrata con un margine di azione limitato dal diritto internazionale: tra Italia e Nicaragua non esiste infatti un accordo che regoli l' estradizione, percio' a decidere (rifiutando la richiesta) sono state le autorita' locali in base all'ordinamento interno.
In piu' Casimirri risulta cittadino nicaraguense a tutti gli effetti: dopo aver vissuto per almeno cinque anni sotto falso nome nel paese centroamericano, ha ottenuto la cittadinanza nel 1988 grazie alla collaborazione con il regime sandinista di allora. Ora, a 50 anni, 'Camillo' (questo il suo nome di battaglia) ha una moglie nicaraguense e due figli, fa il ristoratore e la 'Cueva del Buzo' ('la grotta del Sub') a San Juan Del Sur, e' un rinomato locale di buona cucina di pesce.
La richiesta del ministro Castelli appare quindi un'ultima mossa per fare in modo che il brigatista rosso quantomeno sconti la pena in Nicaragua. Per la partecipazione e il rapimento Moro e per altri attentati terroristici Casimirri e' stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter.
I riflettori su 'Camillo' si sono nuovamente accesi lo scorso gennaio, dopo la cattura al Cairo di Maurizio Falessi e Rita Algranati, ex moglie di Casimirri, l'ultimo Br del commando di via Fani ancora latitante.CASIMIRRI: CASTELLI, MAI SMESSO DI CERCARE LATITANTI
"Non abbiamo mai smesso di cercare di garantire la giustizia. Per noi tutti i latitanti sono, in primis, da riportare nel nostro Paese". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, spiegando il senso della sua richiesta, attraverso vie diplomatiche, di far scontare in Nicaragua la pena ad Alessio Casimirri, condannato all'ergastolo per il caso Moro.
"In alcuni casi ci scontriamo con ostacoli insormontabili - ha detto - lo abbiamo visto con Lollo in Brasile, in passato con Zorzi in Giappone, poi assolto e con Casimirri, caso eclatante, perche' la legislazione, in questo caso il Nicaragua, non consente l'estradizione".
Per questo motivo, e per fare in modo che la giustizia abbia il suo corso, il ministro, ha motivato la richiesta che Casimirri "sconti la pena laggiu'. Adesso vedremo. Questi paesi sono sovrani sul loro territorio con le loro legislazioni. E' un dato insuperabile".
Castelli ha comunque ribadito: "ci sforziamo tutti i giorni di assicurare alla giustizia tutti i condannati che in qualche modo sono latitanti".CASIMIRRI: FRAGALA' (AN), CHI LO FECE ESPATRIARE VIA MOSCA?
SENZA COPERTURE, POTREBBE APRIRE ALBUM DI FAMIGLIA BRIGATISTA
"Chi fece espatriare Alessio Casimirri via Mosca con un aereo dell'Aeroflot?": la domanda e' del deputato di An Enzo Fragala', capogruppo Commissione Mitrokhin, secondo il quale l' iniziativa di Castelli di chiedere che sconti in Nicaragua la sua pena "fara' tornare la memoria a chi invoca amnistia senza condizioni".
Secondo Fragala', "Casimirri, che aveva, nei primi anni '90, dato segnali ai nostri Servizi di intelligence di potersi rendere disponibile a rivelare i buchi neri della strage di via Fani, del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro e dell' eterodirezione delle Brigate Rosse, potrebbe, ove privato delle coperture e delle protezioni che ne hanno fino ad ora garantito l' impunita', aprire l'album della famiglia brigatista e far tornare la memoria ai tanti che invocano un'amnistia senza condizioni al solo scopo di impedire l'accertamento della verita' di quegli anni.
La richiesta del Guardasigilli, dice il deputato di An, "sara' la cartina al tornasole per individuare le complicita' e le connivenze che hanno consentito a Casimirri l'espatrio clandestino dall'Italia, il trasferimento con un aereo dell' Aeroflot, prima a Mosca e poi a Managua, e, infine, il suo inserimento nell'organigramma sandinista che ha, per tanti anni, governato quel Paese. Adesso, il Nicaragua che tenta di inserirsi nel contesto internazionale dovra' dar conto al governo italiano delle protezioni garantite per oltre vent' anni ad un latitante condannato all'ergastolo per gravissimi delitti di terrorismo".CASIMIRRI: L'UNICO DI VIA FANI MAI FERMATO
Alessio Casimirri, per il quale il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha chiesto che sconti in Nicaragua, dove vive da circa 25 anni, la pena all'ergastolo che gli e' stata inflitta per il rapimento e il delitto Moro, e' l'unico componente del commando Br che rapi' Moro in via Fani che non e' mai stato arrestato ed e' sempre rimasto latitante. Nel gennaio dell'anno scorso è stata arrestata in Egitto, ed estradata in Italia, la ex moglie di Casimirri, Rita Algranati, che viveva in in Algeria.
Per la partecipazione al rapimento Moro e ad altre azioni terroristiche, Casimirri e' stato condannato a sei ergastoli nel processo Moro-ter. All'inizio di maggio dell'anno scorso, il quotidiano nicaraguense "El Nuevo Diario" ha reso però nota una sentenza della Corte Suprema di Managua che confermava la cittadinanza nicaraguense dell'ex brigatista, negando praticamente l' estradizione chiesta dall'Italia. Tra Italia e Nicaragua infatti non c'è un trattato per le estradizioni e la Costituzione nicaraguense vieta di consegnare un proprio cittadino ad un altro paese, soprattutto se le sentenza ha implicazioni politiche.
Figlio di un ex direttore della sala stampa vaticana, prima di entrare in latitanza, Casimirri, che oggi ha 53 anni, ha militato in Potere Operaio e poi nel servizio d' ordine del gruppo di "Autonomia operaia" di via dei Volsci. Con la Algranati gestiva un' armeria vicino piazza San Giovanni di Dio, a cui sembro' alludere Patrizio Peci quando accenno' alla prima prigione di Moro. Con il nome di battaglia di 'Camillo', Casimirri ha poi svolto un ruolo importante nella colonna romana delle Brigate rosse.
Alessio Casimirri vive attualmente in Nicaragua, dove si e' rifugiato negli anni Ottanta, dopo, sembra, un periodo trascorso in Libia e a Cuba. Diplomato Isef ed esperto sommozzatore, si e' dedicato per anni alla pesca e alle ricerche subacquee (sembra abbia fatto anche l'istruttore degli incursori dell' esercito sandinista) e ha poi aperto, con Manlio Grillo, uno dei responsabili del "rogo di Primavalle", il ristorante italiano "Magica Roma" nel centro di Managua. Nel 1988, Casimirri ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense grazie anche al matrimonio con una ragazza del luogo. Casimirri e la moglie, Raquel Garcia Jarquin, hanno un figlio di 20 anni e una figlia di 17, ma hanno anche adottato un bambino down, che ha sei anni.
Nel 1993 si e' parlato di Casimirri come del confidente che aveva reso possibile l' arresto di Germano Maccari. La Digos e la famiglia del latitante hanno smentito pero' la cosa ed il fratello Tommaso ha raccontato che i servizi segreti italiani avevano contatto Alessio ed avevano cercato di convincerlo, anche con minacce e ricatti, a collaborare.
All' inizio del 1998, combinando l'attivita' di ristoratore e quella di sub, 'Camillo' apre un altro ristorante, la 'Cueva del Buzo' (La tana del sub), sulla costa, non lontano da Managua, in cui serve il pesce che cattura nelle acque del Pacifico e che, pare, cucini benissimo.
Sempre nel 1998 il suo nome torna sui giornali italiani quando Raimondo Etro racconta che Casimirri gli avrebbe riferito che ad uccidere il commissario Calabresi sarebbe stato Valerio Morucci. La procura milanese vuole interrogarlo ma il Nicaragua respinge le richieste di rogatoria. Poi "L' Unita"" scrive che, secondo una ipotesi del giudice Antonio Marini, Casimirri, prima del sequestro Moro, fu "agganciato" dall' allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino e "passato" al Sismi del quale sarebbe da allora in poi stato utilizzato.
Un anno fa, in un'intervista rilasciata al 'Nuevo Diario' a febbraio, Casimirri ha addirittura negato di aver partecipato all'agguato di via Fani, sostenendo che il giorno del sequestro Moro stava "dando lezioni di educazione fisica in una scuola".TERRORISMO: CIRCA 200 LATITANTI ITALIANI ALL' ESTERO
FRANCIA META PREFERITA, MA ANCHE SUD E CENTRO AMERICA, GIAPPONE
Sono circa 200 i terroristi italiani (170 di sinistra, il resto di destra) latitanti all' estero. Persone che si sentiranno meno sicure, dopo che oggi il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha annunciato una "linea di rigore" per "riportarli nel nostro Paese". Domani in Consiglio dei ministri portera' un disegno di legge in proposito.
Ferite aperte, quelle degli anni di piombo, che periodicamente tornano a sanguinare, come si e' visto nei giorni scorsi, con il ritorno alla ribalta dei protagonisti del rogo di Primavalle, Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo, tutti di Potere operaio. Ma e' ancora fresco il caso di Cesare Battisti, il leader dei Pac (Proletari armati per il comunismo), che ha fatto perdere le proprie tracce l' anno scorso, quando si avvicinava la possibilita' di un' estradizione dalla Francia.
Proprio la Francia, tra il 1978 ed il 1982, divento' meta di una vera e propria migrazione: 4-500 esponenti della composita galassia eversiva italiana (alla fine degl