Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2006

9 gennaio 2006 - AGCA: FRAGALA’ (AN), AGI’ PER CONTO DEI SOVIETICI

(ANSA) - ROMA, 9 gen - “La Commissione Mitrokhin ha oramai le prove: il giorno dell’ attentato al papa Antonov era in piazza San Pietro, Agca’ agi’ per conto dei sovietici”: lo afferma il deputato di An, Enzo Fragala’, capogruppo in commissione Mitrcokhin.

“La liberazione di Ali’ Agca, ex-agente del Kgb infiltrato nei Lupi Grigi - dice Fragala’ - giunge proprio nel momento in cui la Commissione sta ultimando i suoi lavori che hanno portato a raccogliere tutte le prove sulla catena di comando e complicita’ che utilizzo’ il killer turco per attentare alla vita del Pontefice. Una catena di comando che faceva capo non tanto al Kgb quanto, piuttosto, al Gru, il Servizio segreto militare sovietico, cosi’ come accertato anche dal giudice francese Jean Luis Bruguiere. In questo senso gli accertamenti di Bruguiere e quelli della Commissione Mitrokhin convergono nella stessa direzione”.

Il parlamentare afferna: “Agca’, i documenti raccolti dalla Commissione in questo senso non lasciano piu’ spazio a dubbi, fu addestrato dal  colonnello del Kgb Vladimir Kuzichkin, viceconsole dell’ambasciata sovietica a Teheran ed il cui nome compare nella scheda n. 83 del dossier Mitrokhin intestata a Sergei Sokolov, il falso borsista che seguiva Aldo Moro prima del sequestro. Sokolov, peraltro, fu il successore di Kuzichkin nella catena di comando a Roma e ne occupo’ lo stesso appartamento tanto che il Sismi li segnalo’ come facenti parte della stessa rete. Non solo: Agca’ fu ospite a Sofia dell’ albergo di Stato Vitosha nei tre mesi precedenti l’attentato e li’, dove ricevette tutte le informazioni e l’addestramento, incontro’ anche il generale Terziev, capo di Antonov che poi egli stesso chiamera’ in causa. Poco prima dell’attentato Agca’, nel suo girovagare in tutta Europa rimase tre giorni a Palermo in una pensione che si trovava nei pressi della sede dell’ Associazione Italia-Urss e della redazione del quotidiano comunista L’Ora”.

Secondo Fragala’,, “ce n’ e’ abbastanza per dire che vi furono pesanti depistaggi dei quali qualcuno dovra’ rispondere e che furono anche fatte scelte politiche di una gravita’ assoluta come quella di consentire che Agca’ venisse minacciato direttamente nella sua cella da sedicenti giudici bulgari grazie all’ ammissione di una rogatoria per diffamazione e calunnia.  Una cosa tanto abnorme quanto folle quella di permettere a due agenti dei Servizi segreti bulgari  perche’ tali erano, secondo i servizi segreti italiani, Jordan Ormankov e Stefan Petkov di introdursi nella cella di Agca che, da quel momento, smise di collaborare e ritratto’ completamente le sue ammissioni”.

 

17 febbraio 2006 - ‘FORZA ITALIA!’, DOPO 28 ANNI TORNA IL FILM DI FAENZA

FU RITIRATO DOPO IL RAPIMENTO MORO, ORA LO PUBBLICA RIZZOLI

(ANSA) - ROMA, 17 feb - Sono passati 28 anni: era il 1978 quando Roberto Faenza firmo’ un film di montaggio, ‘Forza Italia!’ dedicato alla storia d’Italia del dopoguerra, in particolare dal primo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti nel 1947 al congresso del partito nel 1976. Nelle sale duro’ due mesi ma oggi sara’ possibile vederlo: il dvd del film insieme a un libro viene pubblicato da Rizzoli nella nuova collana ‘24/7’ (24 ore 7 giorni su 7).

Alla creazione di ‘Forza Italia!’ collaborarono anche Marco Bocca, Marco Tullio Giordana e i giornalisti Carlo Rossella e Antonio Padellaro. Attraverso spezzoni scartati da cinegiornali o telegiornali ufficiali - cosi’ Rizzoli presenta l’opera - Faenza costrui’ il ritratto di un gruppo dirigente e della sua degenerazione, con effetti comici e grotteschi. In soli due mesi il film fu visto da 250 mila spettatori, ma la sera stessa del rapimento di Aldo Moro gli esercenti lo ritirarono dalle sale perche’ considerato inopportuno.

Oggi - si legge nella presentazione - in un periodo in cui il dibattito sulla satira e sulla censura e’ di estrema attualita’, dopo molti anni di invisibilita’ Forza Italia! torna in versione integrale in dvd. Il libro che accompagna il film offre una introduzione di Gian Antonio Stella, una presentazione del critico cinematografico Paolo Mereghetti e le testimonianze del regista e di alcuni coautori sulle traversie produttive e sulla fortuna critica dell’opera.

In copertina lo scudocrociato attraversato dalla scritta ‘Forza Italia!’, e un sottotitolo: “Il ritratto piu’ divertente, spietato e censurato della prima Repubblica”.  (ANSA).

 

MITROKHIN: GUZZANTI, SPERO DI AVERE NOVITA’ A GIORNI

PM ROMA MI FACCIA LA GRAZIA DI INVIARMI RICHIESTA ARCHIVIAZIONE

(ANSA) - BARI, 17 FEB - Il presidente della commissione d’indagine sul dossier Mitrokhin, Paolo Guzzanti, spera di ricevere “tra due settimane, o anche prima, notizie che riguardano la politica italiana rispetto al dossier Mitrokhin”.  “Siccome ho informazioni che sono in attesa di conferma - ha detto Guzzanti - sarebbe scorretto parlarne prima”.

Guzzanti lo ha detto a Bari a margine del convegno promosso dal coordinamento provinciale di Forza Italia dal titolo ‘Il dossier Mitrokhin, ovvero l’ombra del Kgb sulla politica italiana’, al quale partecipano anche il sottosegretario agli Affari esteri Alfredo Mantica, e l’on.Gabriella Carlucci.

Tornando sulla richiesta di archiviazione del ‘dossier Cordova’ avanzata dalla Procura di Roma e relativa al comportamento degli ex presidenti del Consiglio Prodi, D’Alema e Dini, e dei direttori del servizio segreto militare, generale Siracusa e ammiraglio Battelli, Guzzanti ha definito “abbastanza ovvia” la decisione del pm inquirente Franco Ionta perche’ lo stesso magistrato, tre anni prima, “sulla stessa materia” aveva gia’ chiesto l’archiviazione.

Nonostante cio’, il senatore forzista ritiene “del tutto accessoria” la richiesta di archiviazione della Procura di Roma “perche’ e’ il Tribunale dei ministri che deve decidere”. “Io - ha ribadito - ho annunciato che presentero’ una memoria per oppormi quando la Procura di Roma mi fara’ la grazia di farmi conoscere i motivi della richiesta di archiviazione dell’esposto-denuncia presentato, che sotto il profilo giuridico e’ micidiale perche’ sono elencati per filo e per segno comportamenti che costituiscono ipotesi di reato, quindi voglio capire perche’ la Procura di Roma li considera inefficaci”.

Guzzanti ha poi affermato che chi nel centrosinistra definisce la commissione d’inchiesta Mitrokhin una “clava” ha “la coda di paglia” e ha rivendicato il lavoro fatto dalla commissione che - ha detto - “ha trovato la verita’ sull’attentato al Papa; se non la verita’ perlomeno ha trovato molti dubbi ragionevoli sulla strage di Bologna e la Procura ha riaperto il caso; ha riaperto il caso Moro con novita’ importanti; ha risolto la questione se le Br fossero o no etero-dirette in connessione con altre agenzie internazionali tra cui il Kgb e il Gru sovietico. Insomma c’e’ materiale per poter riscrivere la storia d’Italia”. (ANSA).

 

1 marzo 2006 - MITROKHIN: RELAZIONE GUZZANTI, L’ITALIA NON VOLLE SAPERE

NOMI COPERTI DA CRIPTONIMO, MA ERANO TUTTI BEN CONOSCIUTI

(ANSA) - ROMA, 1 mar - Vassily Mitrokhin, l’archivista del Kgb fuggito in Occidente dopo anni di lavoro presso gli archivi del servizio segreto sovietico con un’ingente documentazione, era perfettamente a conoscenza dei nomi di tutti gli italiani che compaiono, a diverso titolo, nel dossier Impedian (di fatto l’insieme delle sue carte).

Paolo Guzzanti, presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul dossier, presenta la bozza di relazione finale, al termine dei lavori parlamentari e traccia questa analisi nella premessa del suo voluminoso dossier che affronta temi che vanno dal contesto politico-storico del dopoguerra ai piani di invasione del Patto di Varsavia, al caso Moro, per finire con l’ attentato al Papa e la strage di Bologna.

Il fatto che alcuni italiani risultino nel libro del professor Andrew e poi nella documentazione inviata alla commissione parlamentare di inchiesta, afferma il senatore di Fi, e’ una scelta di fatto concordata tra inglesi e italiani, su richiesta di questi ultimi, per evitare imbarazzi e ripercussioni politiche e/o giudiziarie. Il Sismi ha inoltre scelto, piu’ volte, di non incontrare l’archivista del Kgb proprio per non “essere costretto a prendere nota proprio di cio’ che con tanta fatica e rischio era riuscito ad evitare”.

   A premessa della sua relazione, pero’, il senatore di Forza

Italia pone una novita’ frutto di un lavoro di analisi e di ricostruzione dell’attuale Sismi: Mitrokhin conosceva tutte le identita’ degli italiani e solo in alcuni casi si scelse di “coprire” quei nomi con uno pseudonimo o con il “nome di battaglia” e copertura. Il professor Andrew, che ha curato il libro sulla base della documentazione dell’archivista, chiarisce - illustra il documento classificato del Sismi frutto di un lungo lavoro di ricerca e di analisi svolto in Inghilterra - che in alcuni casi le persone sono state “indicate con il solo nome in codice per non creare problemi giudiziari nei procedimenti in corso”.

La scelta, per ben tre volte, di non incontrare Mitrokhin da parte del Sismi assume la “sua connotazione di misura attiva contro il rischio di dover protocollare informazioni accuratamente evitate ed occultate”.

   Quindi - nota Guzzanti rifacendosi a questa recente analisi del Sismi - Mitrokhin non era una “fotocopia umana”, ma la “fonte unica dell’interpretazione dei segni e della ricostruzione delle informazioni mancanti”.  “Avere impedito l’incontro con lui costituisce la prova della attivita’ volonta’ di occultare e rendere inevitabile anche cio’ che di malavoglia il Sismi dovette acconciarsi a ricevere, senza qui insistere sul piu’ che ragionevole sospetto di una ulteriore massa di informazioni di Mitrokhin sull’Italia furono accuratamente scremate, separate, fatte sparire”.

“Ne’ puo’ dunque sorprendere - scrive Guzzanti - che oggi il servizio segreto del Regno Unito non possa andare oltre i chiarimenti burocratici forniti, essendo ovvio che se furono offerte garanzie e presi accordi, tali garanzie e tali accordi non possono essere oggi traditi”.

Questa quindi la spiegazione che Guzzanti da’ delle 58 schede “senza identita””, se non quella del criptonimo, sulle 261 arrivate da Londra. Con un ulteriore dubbio: che l’Italia fosse stata avvertita ben prima del 1995 - data di arrivo delle prime schede - dello svilupparsi della questione. “Alla luce degli accertamenti svolti e dei fatti emersi sono da considerarsi inspiegabili, irrituali e dannose le decisioni assunte dai massimi funzionari del Sismi e avallate dal direttore del servizio in merito al definitivo ‘congelamento’ della pratica Impedian per quasi un anno”.

“I fatti descritti - scrive Guzzanti - dicono che i comportamenti omissivi del servizio, avallati, se non addirittura determinati, dall’ autorita’ politica, hanno compromesso la possibilita’ di accertare le responsabilita’ di chi ha operato per esercitare lo spionaggio in Italia a favore dell’ Unione Sovietica”.

 

1 marzo 2006 - MITROKHIN: SALVATORE SECHI, RELAZIONE E’ GRANDE IMPOSTURA

DA COMMISSIONE NESSUN CONTRIBUTO, GUZZANTI SI DIMETTA

(ANSA) - ROMA, 1 MAR - La relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin presieduta da Paolo Guzzanti “rischia di passare alla storia come una grande impostura”. A lanciare l’accusa e’ Salvatore Sechi, ordinario di Storia contemporanea presso l’Universita’ di Bologna e consulente della maggioranza di governo, intervenuto dopo la presentazione di una bozza delle conclusioni dell’organo parlamentare.

“La relazione del presidente Guzzanti - sostiene Sechi - e’ costruita su sabbia e paglia. Non arreca alcun contributo al chiarimento di alcune grandi questioni del dopoguerra”, come lo spionaggio sovietico, l’apparato militare del Pci o l’assassinio di Aldo Moro”.

Secondo il docente, “Guzzanti dovrebbe trarne le conseguenze, dando le dimissioni da un organo che non ha saputo stimolare e dirigere”. (ANSA).

 

8 marzo 2006 - MITROKHIN:GUZZANTI A’DOMENICALE’,NOVITA’ DA RELAZIONE FINALE

 (ANSA) - ROMA, 8 mar - Alla vigilia del voto in parlamento sulla relazione finale della commissione Mitrokhin, previsto per il 15 marzo, il “Domenicale” (settimanale di cultura diretto da Angelo Crespi ed edito dalla societa’ presieduta da Marcello Dell’Utri) sabato prossimo pubblichera’ un’intervista a Paolo Guzzanti, presidente della Commissione, di cui ha diffuso oggi un’anticipazione.

Guzzanti traccia un consuntivo annunciando molte  novita’:

inseguendo le trame dell’Urss in Italia c’e’ di che riscrivere - sostiene - buona parte della storia recente, dalla strage di Bologna all’attentato a Giovanni Paolo II e al rapimento di Aldo Moro. In piu’ Paolo Guzzanti continua la sua polemica a distanza con Romano Prodi sulla famosa seduta spiritica in cui affioro’ il nome di Gradoli.

Nell’ intervista Guzzanti ricorda l’esposto-denuncia del dicembre 2005, “redatto, partendo dalla mia relazione, dal procuratore Agostino Cordova e contenente numerose ipotesi di reato che io stesso ho poi avviato al tribunale dei ministri attraverso la procura di Roma il 20 dicembre dello scorso anno”. “La relazione parla - spiega Guzzanti - di ‘non irreale ipotesi di una pianificata sterilizzazione del dossier Mitrokhin””. Inoltre - aggiunge Guzzanti - da poche settimane ho avuto il risultato finale dell’ottimo lavoro che ha condotto il Sismi di oggi, diretto da Nicolo’ Pollari, in cui si spiega benissimo quanto accaduto: il dossier Mitrokhin era gia’ pronto fin dal 1992, quello che arriva nel 1995 a Roma come dossier Impedian e’ soltanto un gruppo di scartine selezionate all’origine”.

“Abbiamo raccolto in Ungheria le prove che le Brigate Rosse - afferma ancora Guzzanti - erano integrate in un sistema militare e terroristico sovietico che comprendeva il gruppo Carlos, praticamente una sezione della Stasi della Germania orientale, e al cui vertice stava il Kgb. Da qui possiamo dedurre, senza eccedere in fantasia, che anche nel rapimento Moro potevano entrare i servizi segreti russi”.

Guzzanti poi afferma di avere notato con stupore lo scarso interesse dei media italiani per il lavoro della commissione Mitrokhin: “questo - dice - contrasta col fatto che solo annunciando la mia relazione finale, negli ultimi giorni sono stato intervistato da Cnn, Fox, Sky internazionale, Bbc, e poi in Francia da Le Figaro e Le Monde, Antenne 2. Mi hanno chiamato giornali danesi, svedesi, bulgari, polacchi”.

Ma la relazione finale cosa aggiunge insomma alla relazione di medio termine? “Molte cose, risponde Guzzanti: innanzitutto la prova provata della manipolazione all’origine del dossier Impedian e dei ritardi delle inchieste. Poi il capitolo riguardo il Papa, che comincia con le seguenti parole: ‘la commissione ha raggiunto la prova al di la’ di ogni ragionevole dubbio che dietro l’attentato al Papa c’era l’Unione Sovietica’. Nuovi strumenti d’indagine sulle foto dell’epoca dimostrano infatti che sul luogo dell’attentato c’era Sergej Antonov. Il che significa che le dichiarazioni di Ali Agca prima di fingersi pazzo funzionano perfettamente. Anche il procuratore francese Jean-Luis Bruguie’re, magistrato antiterrorismo d’Europa, mi ha confermato - si legge sempre nell’anticipazione del Domanicale - che la decisione di assassinare Giovanni Paolo II era stata presa dal servizio militare sovietico GRU. Quindi c’e’ un capitolo dedicato alla preparazione da parte del blocco sovietico di una guerra d’aggressione contro l’Europa occidentale, che poi, per fortuna, non avvenne. Infine alcune novita’ sul caso Moro e sulla strage di Bologna, per la quale abbiamo trovato elementi nuovi che hanno spinto i magistrati a riaprire un file del processo”.(ANSA)

 

15 marzo 2006 - MITROKHIN:COMMISSIONE CHIUDE SENZA VOTO; UNIONE, VERGOGNA

MANCA NUMERO LEGALE SU RELAZIONE; GUZZANTI, ME L’ASPETTAVO...

(di Paolo Cucchiarelli)

(ANSA) - ROMA, 15 mar - Chiude senza un voto sulla relazione presentata dal presidente Paolo Guzzanti (Fi) la commissione di inchiesta sul dossier Mitrokhin che aveva l’incarico di far luce sulla querelle nata dalla fuga dell’ex archivista del Kgb con un ricco dossier sull’attivita’ del servizio sovietico in Occidente. Uno ‘stallo’ frutto della mancanza del numero legale: due voti in meno del quorum di 21 necessari per approvare il documento finale. L’organismo parlamentare d’inchiesta chiude cosi’ i battenti in un clima di forti polemiche e contestazioni che fa dire all’Unione che mai si era raggiunto un livello cosi’ basso nel Parlamento italiano.

In apertura di seduta, era stato il senatore a vita Giulio Andreotti a proporre di non passare al voto ma di rinviare tutto ad una eventuale nuova commissione che approfondisca nella prossima legislatura quanto di utile (ma non concluso) si e’ accumulato negli archivi di San Macuto. Ma la proposta aveva ricevuto un sostanziale no da parte di Forza Italia e, quando al sette volte presidente del Consiglio si e’ fatto notare che non vi erano dei precedenti, Andreotti ha risposto con una delle sue fulminanti battute: “Anche la morte non ha precedenti prima che accada”.

Il dibattito si e’ protratto perche’ la maggioranza cercava di raggiungere il quorum utile. Constatato che cio’ non era possibile, si e’ arrivati al dunque con la verifica della mancanza del numero legale e quindi la chiusura dei lavori.  Subito dopo si e’ riunito l’ufficio di presidenza che ha deciso di creare l’ufficio stralcio per gestire la pubblicazione dei documenti dell’archivio della commissione.

“Me l’aspettavo - ha detto Paolo Guzzanti - perche’ quando si vota dopo la presentazione delle liste elettorali e’ chiaro che la questione risente dei malumori di chi non e’ stato ricandidato”. Guzzanti, che scrivera’ un libro sui lavori della commissione, ha anche annunciato che si fara’ promotore, se sara’ rieletto, di una iniziativa di legge per ricostituire la ‘Mitrokhin’.

L’opposizione, che proprio oggi ha presentato, “in zona Cesarini”, il suo documento finale, ha bollato in modo durissimo la guida, il metodo e il merito dei lavori della commissione d’inchiesta. “E’ uno dei punti piu’ bassi raggiunti dal Parlamento italiano”, si legge nel documento dell’Unione.  La commissione “non ha apportato verita’ ma ha aumentato la confusione; non ha definito gli ambiti di conoscenza ma ha insinuato; non ha ricercato con spirito libero e scevro da pregiudizi ma ha riempito di pregiudizi e strumentalita’ ogni suo passo. Essa ha posto al livello del piu’ irresponsabile giornale scandalistico una Commissione del nostro Parlamento, ferendone cosi’ il prestigio”.

Guzzanti e’ definito dal centrosinistra il “perno della strategia dell’infondatezza”. Duramente criticata e’ la sua scelta di presentare una denuncia nei confronti dei vertici dei governi e dei servizi segreti che hanno gestito il dossier Mitrokhin, denuncia che il presidente ha tratto dall’elaborato del giudice Cordova, consulente della commissione. Forti critiche anche per i diversi filoni di indagine - dall’attentato al Papa al caso Moro, dalla strage di Bologna alla strategia del Kgb in Italia - che hanno seguito “esigenze occasionali e varie opportunita’, difficilmente conciliabili con la ricerca della verita””. (ANSA).

 

16 marzo 2006 - MORO, CASINI DEPONE CORONA IN VIA FANI

PRESIDENTE CAMERA COMMEMORA STRAGE SCORTA E RAPIMENTO STATISTA

(ANSA) - ROMA, 16 MAR - Il Presidente della Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini, accompagnato dal Segretario Generale della Camera, si e’ recato questa mattina in Via Fani ed ha deposto una corona di alloro presso la lapide che ricorda il rapimento di Aldo Moro e la strage della sua scorta avvenuti il 16 marzo 1978. Lo rende noto un comunicato dell’ufficio stampa del presidente della Camera.(ANSA).

 

MORO: FASSINO, ITALIA IN DEBITO VERSO DI LUI E LA SUA SCORTA

MONITO A NON ABBASSIAMO GUARDIA CONTRO IL TERRORISMO

(ANSA) - ROMA, 16 MAR - “Il trascorrere degli anni non fa venire meno il debito di riconoscenza che l’Italia deve a Aldo Moro e agli uomini della sua scorta nell’anniversario della strage di Via Fani e del suo rapimento”. Con queste parole comincia il messaggio che il Segretario nazionale dei Ds Piero Fassino ha inviato ai familiari di Aldo Moro nel 28ø anniversario della strage di Via Fani.

“Il loro sacrificio - aggiunge Fassino - ci ammonisce a non dimenticare mai quanto sia costato difendere la democrazia e la Repubblica da chi la voleva travolgere e ci sollecita a non abbassare mai la guardia nel contrastare il terrorismo, la violenza e ogni forma di intimidazione”.

“Con questi sentimenti di amicizia - conclude il Segretario dei Ds - vi sono vicino nel dolore e nel ricordo di Aldo Moro”.(ANSA).

 

MORO: OLIVERIO (DL), FU PRECURSORE PROCESSO RIFORMISTA

(ANSA) - CATANZARO, 16 MAR - “Il 16 marzo del 1978, con il sequestro e la successiva uccisione di Aldo Moro, il Paese perse uno degli uomini piu’ illuminati della nostra storia politica”.  Lo ha detto Nicodemo Oliverio, capolista della Margherita nella lista dell’Ulivo in Calabria, intervenendo all’ assemblea provinciale dei Dl tenutasi a Crotone.

“Alla luce dell’ evoluzione che ha avuto la politica italiana in questi ultimi anni, mi riferisco al congiungimento nell’ Ulivo delle forze centriste, moderate e cattoliche con quelle proveniente da aree e cultura socialiste - aggiunge Oliverio - si puo’ dire con certezza che fu proprio Moro a essere il precursore di questa svolta. E se oggi ci accingiamo a vivere una pagina importante della nostra Repubblica, avviandoci verso un processo ancor piu’ riformista con la creazione di una casa comune dei democratici, e’ quanto mai opportuno che le nuove leve che si affacciano alla politica, abbiano ben scolpito nelle loro menti, il ricordo indelebile di Aldo Moro. Un uomo mite e coraggioso, un autentico martire dello Stato, uno che ai giorni d’ oggi avrebbe dato un contributo serio al nuovo Governo e alla nostra amata Italia. In via Mario Fani i brigatisti uccisero dei veri eroi: i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi e i tre poliziotti dell’auto di scorta, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi”. (ANSA).

 

MORO: SANZA, A 28 ANNI VIA FANI RESTA IMPRESSA NELLA MEMORIA

TUTTI NOI ABBIAMO UN DEBITO DI RICONOSCENZA

(ANSA) - ROMA, 16 MAR - “A 28 anni dall’agguato di via Fani resta impressa nella memoria di quanti apprezzarono e seguirono l’insegnamento di Aldo Moro il ricordo di una stagione difficile ma di maturazione della democrazia in questo Paese”. Cosi’ Angelo Sanza, esponente di Forza Italia, ha ricordato il rapimento di Aldo Moro.

“Quest’oggi - aggiunge - davanti alla lapide che ricorda il martirio degli uomini della sua scorta e’ bene non dimenticare che tutti noi abbiamo un debito di riconoscenza e dobbiamo farne tesoro”.(ANSA).

 

16 marzo 2006 - SFIDA TV: CICCHITTO, PRODI NON HA NESSUNA CREDIBILITA’

(ANSA) - ROMA, 16 mar - “Tutto puo’ fare Prodi tranne che atteggiarsi a statista”. Cosi’ il vice coordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, in una nota nella quale attacca il candidato premier del centrosinistra.

“Visto che cerca di dare lezioni e vuole anche fare lo spiritoso sul recente dibattito in tv -afferma- non possiamo fare a meno di domandarci quale credibilita’ possa avere un personaggio che ha avuto l’improntitudine di evocare l’uso del piattino durante una vicenda cosi’ drammatica e seria come il sequestro di Aldo Moro. Il fatto -conclude Cicchitto- che oggi sia leader di uno schieramento politico chi ha avuto un comportamento cosi’ incredibile dimostra in quale difficolta’ si trova l’Italia”. (ANSA).

 

17 marzo 2006 - TERRORISMO: ‘BR, CHI LE DIRIGEVA?’, DOSSIER SU LE MONDE 2

(ANSA) - PARIGI, 17 MAR - Le Monde 2, il supplemento settimanale del quotidiano Le Monde, dedica alcuni servizi alle Brigate Rosse. “Brigate Rosse: chi le dirigeva?” e’ il titolo del dossier, che indaga sugli ‘anni di piombo’.

Le Monde apre con un’intervista ad Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle BR, intitolata ‘i servizi segreti italiani ci hanno usati’. Gli altri pezzi portanti del dossier riguardano la situazione socio-politica dell’Italia negli anni ‘60 e ‘70 (‘l’Italia sotto tensione’), il rapimento di Aldo Moro (‘di un rosso sospetto’) e le zone d’ombra del processo (‘chi approfitta del crimine?’). Il dossier si chiude con un’inchiesta sugli ex-militanti delle Brigate Rosse rifugiati in Francia.

A margine Le Monde 2 propone cronologie degli eventi, ritratti delle principali figure della lotta armata (Renato Curcio, Margherita Cagol, Mario Moretti, Giangiacomo Feltrinelli) ed estratti delle lettere che Aldo Moro scrisse durante i 55 giorni della sua detenzione prima di essere ucciso.  (ANSA).

 

19 marzo 2006 - BIAGI: STEFANIA CRAXI, HA PAGATO CON LA VITA COME MIO PADRE

ENTRAMBI HANNO ‘PECCATO’ DI RIFORMISMO

(ANSA) - BOLOGNA, 19 MAR - Marco Biagi come Bettino Craxi, due riformisti che hanno pagato con la vita le loro idee. E’ il parallelo che ha fatto Stefania Craxi, in un convegno a Bologna organizzato dalla Giovine Italia e da amici di Biagi come Giuliano Cazzola e Alessandra Servidori e tenuto nella sede del Centro Socialista Bolognese.

“Craxi ha peccato di riformismo e ha pagato con la vita, come altri riformisti - ha detto la figlia del leader socialista - Come Biagi, Buozzi, Tobagi, D’Antona, Tarantelli”. Un riformismo - ha aggiunto - non amato da una sinistra “violenta nel suo linguaggio oltraggioso e intimidatorio verso gli avversari. L’intervista di Lucia Annunziata al presidente del Consiglio - ha detto ancora - mi e’ sembrata piuttosto l’ interrogatorio di Aldo Moro nel covo delle Br”.

Stefania Craxi ha criticato il centrosinistra sulla legge 30.  “Biagi e la sua legge dividono ancora. Una divisione interna alla sinistra, in cui Prodi ha promesso a Bertinotti l’ abolizione o lo snaturamento della legge, con i Ds che stanno opportunisticamente a guardare senza aprire bocca”. E ha criticato anche il Comune di Bologna e il sindaco Sergio Cofferati, che hanno commemorato ieri e non oggi l’anniversario della morte. “Mentre a Roma al ministero del Lavoro si inaugura una statua a Marco Biagi, il Comune di Bologna abolisce il premio a lui intitolato, istituito dall’allora sindaco Giorgio Guazzaloca. Inoltre - ha aggiunto - circolano penose giustificazioni sul riserbo tenuto dalla famiglia, che ha rifiutato di partecipare alla cerimonia del Comune presieduta dal sindaco Cofferati, che all’epoca dovette difendersi dall’ accusa di essere di quell’assassinio il mandante morale” (l’ amministrazione comunale aveva spiegato di volere anticipare la commemorazione al 18 per lasciare il 19 al ricordo privato della famiglia, ndr). “La sinistra dopo avere aggredito Biagi verbalmente da vivo, fino a provocarne la morte, oggi vuole ucciderne il lavoro”, ha concluso Stefania Craxi che ha ribadito l’impegno proprio e della Giovane Italia a difendere la legge 30. (ANSA).

 

19 marzo 2006 - CONFINDUSTRIA: UDEUR, BERLUSCONI SI RILEGGA ALDO MORO

BORGOMEO, CDL NON SA COS’E’ LA SOLIDARIETA’ NAZIONALE

(ANSA) - ROMA, 19 mar - “Berlusconi e Casini si rileggano Aldo Moro. Il senso della solidarieta’ nazionale, dell’interesse generale, per loro sono valori di una cultura a loro sconosciuta”. E’ quanto sostiene Francesco Borromeo responsabile economico dell’ Udeur che ritiene “inevitabile che per chi, come il Presidente del Consiglio, e’ cresciuto alla scuola della guerra fredda e della loggia P2 fosse impossibile concepire la ricerca della convergenza degli interessi tra il sindacato e gli imprenditori”.

“Da Aldo Moro in poi - osserva l’ esponenete dell’ Udeur - c’e’ stato insegnato che nei momenti di crisi profonda del Paese solo la collaborazione, la concertazione, la ricerca di unita’ di posizioni e la strategia dell’inclusione politica, affinche’ tutti possano partecipare, rappresentano l’unica strada per uscire da una crisi che prima che economica e’ culturale e sociale.

“Industriali e sindacati - conclude - non solo possono ma devono dialogare e lavorare assieme” e “bene ha fatto Prodi che ha mandato un segnale di coesione tra le forzi sociali”.  (ANSA).

 

31 marzo 2006 - BERLUSCONI A PRODI,ASPETTIAMO DA 28 ANNI SUA VERITA’ SU MORO

 COME AFFIDARE GOVERNO A CHI FA SEDUTE SPIRITICHE?

(ANSA) - BARI, 31 MAR - “Il signor Prodi 28 anni fa ci disse che aveva avuto indicazioni sulla prigione di Aldo Moro in una seduta spiritica: sono 28 anni che attendiamo di conoscere la sua fonte, si decida a svelarla o ci dica se ha mentito”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, parlando questa sera in piazza a Bari.

“Mi chiedo - ha aggiunto ironico - se si possa rimanere nella menzogna per 28 anni e se si possa affidare il governo ad una persona che si siedera’ attorno ad un tavolino a tre gambe con un piattino e chiamera’ l’aldila’ per chiedere la soluzione dei problemi”.(ANSA).

 

BERLUSCONI, PRODI PARTECIPA A SEDUTE SPIRITICHE, NON GOVERNI

(ANSA) - ROMA, 31 MAR - Silvio Berlusconi torna sul caso Moro per attaccare Romano Prodi: “O mente o ha partecipato ad una seduta spiritica”, ma in entrambi i casi “non puo’ essere candidato alla guida del paese”. Lo ha affermato Silvio Berlusconi parlando a ‘Matrix’.

“Il signor Prodi - ha aggiunto Berlusconi - 28 anni fa asseri’ di avere avuto informazioni sul luogo della detenzione di Aldo Moro nel corso di una seduta spiritica”.

“I casi sono due - ha aggiunto - o mente e un uomo che mente non puo’ candidarsi alla guida del Paese, oppure non mente e allora ha partecipato a una seduta spiritica”. E in quest’ultimo caso, ha proseguito il premier, “lascio riflettere gli italiani se possano affidare il Paese a chi quando ha delle prove da risolvere si affida a un tavolino a tre gambe, a un piattino e chiede aiuto agli spiriti dell’ al di la””.

“Quale credibilita’ puo’ avere una persona di questo tipo?”, si e’ chiesto. “E non parlo di un cittadino qualunque, ma di qualcuno che potrebbe sedere tra i grandi del mondo”, ha aggiunto, ribadendo: “o ha mentito, o ha partecipato a una seduta spiritica”, ma in entrambi i casi non e’ credibile”.  (ANSA).

 

ELEZIONI: CRAXI, PREMIER SBAGLIA A SPECULARE SU MORTE MORO

ANCORA UNA VOLTA BERLUSCONI MAL CONSIGLIATO

(ANSA) - ROMA, 31 MAR - “Credo non sia giusto speculare su una tragedia nazionale per fini elettorali: sono ben altri i misteri che circondano la vicenda del rapimento e dell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro”. Cosi’ Bobo Craxi, segretario nazionale del Partito dei Socialisti.

“Ancora una volta - conclude - Berlusconi e’ stato mal consigliato”.

(ANSA).

 

2 aprile 2006 - CICCHITTO,PRODI CON SEDUTA SPIRITICA ASSUNSE RESPONSABILITA’

MOLTI S’INTERROGANO ANCORA SU QUALE FU FONTE REALE DI ‘GRADOLI’

(ANSA) - ROMA, 2 apr - “Anche dagli atti parlamentari risulta che Prodi, un personaggio che e’ stato presidente dell’Iri, presidente del Consiglio e che oggi e’ il candidato premier del centrosinistra, fece una seduta spiritica per sapere dov’era stato nascosto Moro dai suoi sequestratori. Da questa seduta spiritica usci’ miracolosamente il nome di Gradoli, solo che una via fu scambiata per un paese: un disguido che diede ai terroristi del tempo prezioso. Prodi si assunse cosi’ delle enormi responsabilita’. Adesso ha addirittura la faccia di bronzo di vantarsi di un episodio fra i piu’ oscuri”. E’ quanto afferma il vice coordinatore di FI Fabrizio Cicchitto riferendosi alla vicenda delle sedute spiritiche durante il rapimento di Aldo Moro.

“Infatti - rileva Cicchitto - molti ancora si interrogano su quale fu la fonte reale dalla quale fu rivelato quel nome. Anche perche’ alle sedute spiritiche non credono certo ne’ le persone serie, ne’ gli uomini razionali, ne’ coloro che nutrono un’effettiva fede religiosa”.(ANSA).

 

PRODI A BERLUSCONI,SEDUTA SPIRITICA? LEGGA ATTI PARLAMENTARI

ABBIAMO RIFERITO CON PULIZIA E CHIAREZZA A TRE COMMISSIONI

(ANSA) - ROMA, 2 apr - “Sulla seduta spiritica abbiamo riferito con pulizia e chiarezza a tre commissioni parlamentari in una delle quali era membro anche il vice ministro Baldassarri. Se Berlusconi vuole sapere qualcosa, vada a leggersi gli atti e chieda a Baldassarri”. Lo dice il leader dell’Unione Romano Prodi, alla trasmissione ‘In mezz’ora”, rispondendo al presidente del Consiglio che piu’ volte lo ha tirato in ballo per la vicenda della seduta spiritica che si e’ tenuta durante il rapimento di Aldo Moro.

“Allora ci trovavamo in una situazione di pericolo molto forte - aggiunge Prodi - Non avevo mai partecipato a nulla del genere prima, ma su tutto ho riferito alle commissioni”.  (ANSA).

 

 

3 aprile 2006 - MORO: ACCAME, NESSUNO VUOL PARLARE DI GLADIO-VIA GRADOLI

CANGEDDA, CHE RACCOLSE INDICAZIONE, COSTRETTO ALL’ ESILIO

(ANSA) - ROMA, 3 apr - Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, fa sapere che l’ ex gladiatore Pier Francesco Cangedda si e’ dovuto trasferire all’ estero a causa delle ripetute intimidazioni ricevute negli ultimi mesi.  Cangedda aveva tra l’ altro operato nella rete di Gladio all’ estero e raccolto l’ indicazione, durante il rapimento Moro, che segnalava la rilevanza della base sita in via Gradoli (Gradoli strasse). Cangedda, ricorda Accame, che ha posto piu’ volte la questione al Copaco e alla commissione Mitrokhin, aveva raccolto questa indicazione dalla Stasi, che gli fece sapere che vi era un covo delle br nella via di Roma. In Italia, come si sa, questa notizia pervenne anche attraverso una ‘voce’ che usci’ da una seduta spiritica tenutasi a Bologna, ma dalla quale era sparita la precisazione che si trattava di via Gradoli e quindi le ricerche furono cosi’ svolte nel paese laziale di Gradoli.  “Sulla questione sono state presentate numerose interrogazioni parlamentari, tutte senza risposta. Molte le richieste avanzate al presidente della Mitrokhin, affinche’ ascoltasse Cangedda, e a quello del Copaco, ma senza alcun risultato. Evidentemente c’ e’ un tabu’ che lo impedisce. Essendo apparso piu’ volte il nome di Cangedda sui giornali, gli e’ stata bruciata per quattro volte la macchina e non gli e’ stata assicurata alcuna protezione. Cosi’ pochi giorni fa ha dovuto chiedere asilo politico in un paese europeo e il cambio del nome. Forse era questo il risultato che qualcuno voleva ottenere”. Accame torna a porre e a chiedere che questa questione, del ruolo della Gladio e dell’ indicazione su via Gradoli venuta dalla Stasi venga affrontata. (ANSA).

 

BALDASSARRI, SEDUTA SPIRITICA? PIATTINO SI MUOVEVA DA SOLO..

VICEMINISTRO RICORDA AL ‘RIFORMISTA’ POMERIGGIO ‘78 CON PRODI

(ANSA) - ROMA, 3 APR - Chiamato in causa da Romano Prodi sulla seduta spiritica in cui emerse l’indicazione del covo delle Br di via Gradoli, durante il rapimento di Aldo Moro, il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri (An) racconta i fatti in un’intervista che il ‘Riformista’ pubblichera’ domani.

“Per essere precisi, era un piattino da caffe’, un piattino da caffe’ rovesciato - spiega Baldassarri - Era una scampagnata organizzata da Alberto Clo’ a Zappolino, una localita’ fuori Bologna. Eravamo tutti colleghi del dipartimento di Scienze economiche dell’Universita’ di Bologna. Ricordo benissimo che arrivai nel pomeriggio perche’ a pranzo avevo degli ospiti. Per cui dissi che li avrei raggiunti per la merenda”.

Nonostante gli anni trascorsi, Baldassarri ricorda bene il momento del suo arrivo. “Arrivai che erano piu’ o meno le 16. E li vidi attorno a un tavolo che giocavano con questo piattino.  Non sapevo cosa fosse, non avevo mai visto fare una cosa del genere - dice il viceministro - Li’ per li’ pensai che si fossero messi d’accordo per farmi uno scherzo. Soprattutto per il tema del gioco, visto che all’epoca Aldo Moro era ancora nelle mani dei suoi sequestratori”.

E il piattino? Eppur si muoveva... “Per quello che ho visto io - dice Baldassarri - il piattino si muoveva senza che nessuno lo spingesse. ‘Dov’e’ il trucco?’, chiesi agli altri che stavano seduti. Io, che ero in piedi visto che il tavolo era piccolo e non c’entravamo tutti, mi misi a guardare sopra e sotto. Ma niente. Ripeto: da quello che vidi, il piattino si muoveva da solo”.

“Vennero fuori le parole ‘Gradoli’ e ‘Bolsena’ - aggiunge l’esponente di An - Apparentemente nessuna incongruenza, visto che Grandoli e’ un paesino sul lago di Bolsena. La cosa fini’ li’, perche’ dalla cucina avvisarono che erano pronte le salsicce e i bambini avevano fame. Quindi, la merenda, il vero motivo per cui ero andato a Zappolino. Credo che il giorno dopo Prodi avverti’ qualcuno a Roma e la polizia ando’ al paesino di Gradoli mettendolo sottosopra”.

Quando poi si scopri’ il covo Br, che in realta’ stava in via Gradoli a Roma, “rimanemmo un po’ impressionati, visto che il piattino aveva indicato anche i numeri 0 e 6, il prefisso di Roma. Non potevo nemmeno immaginare che Gradoli fosse il nome di una via di Roma. Nel ‘78 nemmeno la conoscevo Roma... A chi mi domanda - prosegue Baldassarri - se la seduta fu un escamotage perche’ qualcuno dei presenti dicesse quello che sapeva su Moro senza esporsi, la mia risposta e’ ne’ si’ ne’ no. Non lo so”.  (ANSA).

 

4 aprile 2006 - BERLUSCONI: CICCHITTO,PRODI? A PRENDERLO SUL SERIO EVERSIVO

NON E’ LUI CHE DECIDE CHI HA DIRITTO A RAPPRESENTANZA POLITICA

(ANSA) - ROMA, 4 APR - La frase di Prodi “che nega rappresentanza al presidente del Consiglio legittimamente in carica e’ inusitata: a prenderla sul serio sarebbe addirittura eversiva”: lo afferma Fabrizio Cicchitto vice coordinatore di Forza Italia.

“Siamo di fronte ad una meschina operazione diversiva di carattere linguistico da parte di Prodi per non affrontare i problemi programmatici. Comunque, anche su questo terreno Prodi non e’ in grado di dare nessuna lezione. Infatti sono famosi i suoi exploit sul terreno dell’intemperanza verbale”, aggiunge Cicchitto.

“Prima di accusare il centro-destra di delinquenza politica

* prosegue - Prodi aveva anche definito i giovani di Forza Italia come dei ‘mercenari’. Non puo’ dare lezioni di galateo ne’ parlare di disprezzo e di arroganza un personaggio per il quale l’insulto all’avversario politico fa parte del suo lessico familiare. Tantomeno puo’ improvvisarsi statista l’uomo del ‘piattino’. Un uomo politico che in una vicenda cosi’ drammatica come il caso Moro e’ ricorso alle sedute spiritiche per coprire ben altro - prosegue Cicchitto - e’ privo di ogni credibilita’ ed e’ squalificato come uomo di stato e di governo. Certamente non e’ Prodi che puo’ decidere chi ha o meno diritto di rappresentanza politica, ma il voto degli italiani”.(ANSA).

 

5 aprile 2006 - MORO: GUZZANTI, PRODI EBBE NOME ‘GRADOLI’ DA AGENTE KGB

DUE EX AGENTI CHE VIVONO NEGLI USA PRONTI A TESTIMONIARE

(ANSA) - ROMA, 5 apr - “Durante il rapimento Moro, Romano Prodi ebbe la disinformazione su via Gradoli dall’ufficiale del Kgb Felix Konopikhin, lo stesso che sotto il falso nome del diligente studente Serguej Sokolov seguiva i corsi di Aldo Moro fino alla mattina del rapimento”. E’ quanto afferma Paolo Guzzanti, gia’ presidente della commissione Mitrokhin.

“Non e’ mai esistito quindi alcun ‘bravo giovanotto dell’autonomia operaia da proteggere’ (la legge permette senza sedute spiritiche di non rivelare la fonte) - aggiunge il senatore di Forza Italia, facendo riferimento a dichiarazioni dell’epoca - ma invece un ufficiale del Kgb: questo e’ quanto affermano due ufficiali ex sovietici che vivono rifugiati in Francia e negli Usa i cui nomi mi sono noti e che si sono detti pronti a testimoniare”.

La commissione Mitrokhin, presieduta da Guzzanti, ha concluso il suo lavoro poche settimane fa. Nella relazione finale, che non e’ stata approvata per mancanza del numero legale, non si fa cenno della vicenda di un qualche collegamento tra Prodi e il Kgb ora sollevata da Guzzanti.

   Altri due ex ufficiali del Kgb, afferma ancora Guzzanti, indicano una connessione fra Romano Prodi e il Kgb risalente alla meta’ degli anni Settanta, cioe’ qualche anno prima del rapimento Moro.

“L’insieme di queste informazioni spiega la messinscena del piattino e degli spiriti - aggiunge il senatore di Fi - cosi’ come apre interrogativi devastanti sul consenso apertamente espresso da Prodi ai golpisti suoi amici contro Gorbaciov, come dichiarato il 21 agosto 1991 al Corriere della Sera, quando la societa’ Nomisma era in joint venture con l’istituto Plehanov, sezione economica del Kgb. E infine spiega - secondo Guzzanti - l’incredibile comportamento del Sismi sotto la gestione Prodi, quando il dossier Mitrokhin originale fu sbianchettato alla fonte e quello residuo messo sotto chiave in violazione di ogni norma e legge, vedi denuncia al Tribunale dei ministri. Il Sismi di Prodi - sottolinea - impedi’ che si intervistasse Vasilij Mitrokhin che aveva la chiave di tutte le notizie criptate secondo un sistema che solo lui conosceva”.

“Dal momento che la questione dei legami fra Prodi e il Kgb e’ ora agli atti del Parlamento europeo - aggiunge Guzzanti, facendo riferimento alle interrogazioni di un eurodeputato britannico euroscettico e di due di An - e che sono sopraggiunti ulteriori testimonianze sulle pericolose relazioni fra Prodi e il Kgb, ritengo mio dovere spiegare che secondo le testimonianze a me note il Kgb seleziono’ un gruppo di intellettuali non comunisti europei, fra cui Prodi, con l’intenzione di svilupparne prestigiose carriere e poterli usare come agenti di influenza”.

“La prima testimonianza in questo senso - dice Guzzanti - e’ quella dell’ex colonnello sovietico Alexander Litvinenko, ora cittadino britannico, che ha raccolto le notizie nel servizio segreto prima sovietico e poi russo, prima di rifugiarsi a Londra. La seconda e’ di Oleg Gordiewski, il piu’ noto transfuga del Kgb, oggi ufficiale in pensione del servizio segreto britannico, il quale, pur non disponendo di informazioni dirette, udi’ i suoi colleghi del Kgb che operavano con lui in Scandinavia, dire: Prodi e’ ‘our man’, uomo nostro”.

“Le altre due testimonianze provengono da ufficiali russi rifugiati in Occidente (uno negli Stati Uniti e uno in Francia) di cui - afferma Guzzanti - non intendo fare il nome per ovvi motivi di sicurezza, entrambi pronti a ripetere quanto sanno alle autorita’ italiane”.

“L’inspiegabile reticenza di Prodi a rivelare la fonte che gli suggeri’ la seduta spiritica per trasmettere una micidiale disinformazione sul covo di via Gradoli - prosegue il senatore azzurro - dipenderebbe dunque dal fatto (dichiarano i due ex ufficiali Kgb disposti a testimoniare) che la fonte dell’informazione e della disinformazione (Gradoli paese in luogo di via Gradoli in Roma) era il falso studente Sergueij Sokolov, che aveva pedinato a lungo e insospettito Aldo Moro e la cui vera identita’ e’ Felix Konopikhin (o Konopkhin, secondo traslitterazione nell’alfabeto latino), oggi 52enne congedato che vive a Mosca. Costui, secondo gli agenti rifugiati, ebbe anche il compito di depistare gli emissari della famiglia Moro con false informazioni”.

“La maggior parte di queste notizie - dice ancora Guzzanti - e’ contenuta in una relazione a firma del Consigliere Agostino Cordova e del professor Mario Scaramella, giacente per mia scelta all’ufficio protocollo della commissione Mitrokhin in attesa di riscontri diretti. Tali riscontri ora esistono e sono costituiti dalla disponibilita’ dei due ufficiali residenti in Usa e Francia a testimoniare”.(ANSA).

 

11 aprile 2006 - MORO: SOTTRATTI DOCUMENTI RISERVATI STUDIO AVVOCATO DELLA DC

(ANSA) - ROMA, 11 apr - Ennesimo furto con scasso nell’ ufficio di Pino De Gori, avvocato della Dc in tutti e cinque i processi per il caso Moro, e che si e’ interessato di molti altri casi delicati. Infatti, sono stati sottratti dallo studio, oltre a una pistola regolarmente denunciata, fascicoli, documenti e carte riguardanti la vicenda Moro, alcuni aspetti tuttora riservati del terrorismo italiano, carte che riguardano Ali’ Agca e soprattutto un dossier che recentemente Pino De Gori aveva inviato alla Procura di Bologna, e che riguardava la strage del 2 agosto 1980.

I ladri sono entrati dal bagno, rompendo un’inferriata, e sono poi penetrati nello studio, dove hanno rovistato con tutta calma, sottraendo carte e mettendo a soqquadro l’archivio.

“Tra l’altro sono stati asportati documenti estremamente riservati, che riguardavano aspetti tuttora non chiariti e non emersi della vicenda Moro” ha detto Pino De Gori, ricordando che in passato piu’ volte c’erano stati furti per sottrarre carte. La stessa cassaforte dello studio era stata aperta con la lancia termica per sottrarre carte. (ANSA).

 

12 aprile 2006 - LIBRO DEL GIORNO: ARPAIA E IL ROMANZO DEGLI ANNI ‘70

STORIA E BILANCIO DI ILLUSIONI E GUASTI DI UNA GENERAZIONE

(ANSA) - ROMA, 12 apr -(di Paolo Petroni)-  BRUNO ARPAIA, ‘IL PASSATO DAVANTI A NOI’ (GUANDA, pp. 510 - 17.00 euro).  Ferzan Ozpetek sta lavorando a un film che ride e piange sull’Italia di oggi, perche’ non e’ piu’ - dice - quella vitale di quando arrivo’ a Roma, negli anni ‘70, con la gente che voleva essere protagonista e reclamava il  diritto a far sentire la propria voce. E’ l’Italia di cui parla e che ricorda, vista dal sud, Bruno Arpaia in questo suo romanzo: un racconto che pare restituirne l’emozione, la sfida, il bisogno di non temere di sporcarsi le mani di allora: gli stessi sentimenti che spingono l’autore a addentrarsi oggi in questa storia.

Certo quelli che sente la necessita’ di raccontare sono ‘gli anni di piombo’, degli scontri di piazza, delle P38, degli autonomi, delle Br e dell’assassinio di Aldo Moro, della reazione aspra dello Stato, ma con la sua ottica di un paesino abbandonato a se stesso in provincia di Napoli, sono anche anni in cui la camorra prospera, la malavita organizzata sembra farla da padrona, mentre la vita continua anche con i suoi aspetti normali, i giri tutti pigiati in una Dyane, il biliardo, la scappata nella swinging London a caccia di ragazze, l’estate del colera.

Il momento di svolta nella vita dei suoi personaggi e’ un 11 settembre, quello del 1973 quando viene abbattuta la democrazia cilena e assassinato Salvator Allende che difende il palazzo della Moneda dagli attacchi degli uomini di Pinochet. Alberto Malinconico e Laura, Armida, Angelo, che si spingera’ piu’ in la’ degli altri, vivono la loro giovinezza, dopo quegli avvenimenti, con il crescere della speranza che qualcosa si potesse cambiare e il crescere del loro impegno, tra riunioni, discussioni, sinistra extraparlamentare, anarchici e fascisti, parallelo al crescere della repressione piu’ dura, ma senza dimenticare di essere giovani e avere anche voglia di distrarsi, finche’ il tempo sara’ trascorso senza che veramente siano cambiate le cose.

Insomma, Arapaia costruisce una saga corale, generazionale, per cercare di ripensare e rimettersi davanti alla realta’ di quei giorni quasi come uno storico, ma non coi ricordi di chi li visse al centro dei fatti piu’ eclatanti, a Roma, Milano o Bologna, ma con quelli dell’Italia di periferia e diseredata, in cui comunque e a maggior ragione ebbe presa il sogno di un mondo diverso con la colonna sonora delle canzoni di Bob Dylan, ma anche di Giuccini e il resto.

E allora ecco le illusioni e le prese di coscienza, le gioie e le tristezze di un gruppo di coetanei, i loro svaghi, assieme a una ricostruzione per certi versi puntuale  e storica degli anni ‘70, con la sua valanga anche di fatti e parole che rischia di soffocare la vitalita’ dei protagonisti, l’invenzione piu’ narrativa sul filo dei ricordi del crescere di un gruppo di coetanei.

Eppure e’ nel non rinunciare quasi a nulla della cronaca di Arpaia che sta la forza del suo libro, convinto che “le uniche storie che vale la pena di raccontare sono quelle che non si possono raccontare”, come recita un’epigrafe a firma di Javier Cercas, preceduta da una di Scott Turow: “Forse e’ inutile tentar di spiegare le passioni di un’epoca a un’altra”, e seguita da una di Seneca che ricorda: “Brevissima e piena di angosce e’ la vita di chi dimentica il passato, trascura il presente e ha paura del futuro”. Una eterogeneita’ di autori che ben si adatta all’epoca che e’ al centro del racconto, alla sua rottura di argini e confini culturali, ma alla sua fedelta’ a un impegno che, in fondo, e’ sostanzialmente esistenziale, prima umano che ideologico, e quindi lascera’ dei semi in chi la visse e ne rimase scottato, comunque oggi la possa rileggere e rivedere.

E questo e’ allora un libro vitale ma malinconico, come inevitabilmente tutti quelli in cui si narra dello sfuggire della giovinezza, della fine delle speranze. Una testimonianza, per non dimenticare, per cercare di riflettere sull’oggi, dopo l’ultima pagina: “Insomma, avete perso. Eppure non e’ chiaro chi abbia vinto davvero la partita. Perche’ non siete stati solo giovani spaesati alla ricerca di un’identita’. Anche questo e’ sicuro: trovaste la politica e ci scivolaste dentro, ognuno per i suoi rigagnoli. Peccato che vi ritrovaste sottomano soltanto ferrivecchi come la dittatura del proletariato, e i mezzi, come sempre, hanno distorto i fini..... Pero’ quell’aria di fraternita’, di collettivo, vi si stampo’ sul corpo come una cicatrice, come un lungo, un lunghissimo rimpianto che e’ stato il filo rosso delle vostre vite”.   (ANSA).

 

26 aprile 2006 - LIBRO DEL GIORNO: GALLINARI, STORIA DI UN’ALTRA ITALIA

(ANSA) - ROMA, 26 apr - PROSPERO GALLINARI:’UN CONTADINO

NELLA METROPOLI’ (BOMPIANI OVERLOOK - 340 PAG. - 17 EURO)-Dalle marce per la pace degli anni ‘60 alla nascita delle Brigate Rosse, dalla morte di Feltrinelli e l’uccisione del commissario Calabresi al progetto - mai attuato - di un’evasione di massa dall’Asinara, dal sequestro Moro agli anni del carcere, fino all’88 quando un documento sancisce la fine della storia delle Br per “stroncare sul nascere strumentalizzazioni o provocazioni, sempre possibili nel paese delle mille trame, che possano essere imbastite sulla sigla”. La storia che racconta Prospero Gallinari, brigatista dalla prima all’ultim’ora, carceriere del presidente della Dc, tre ergastoli, 17 anni di carcere, non e’ solo la cronaca degli anni di piombo. E’ molto di piu’. Una finestra che si spalanca su trent’anni di storia d’Italia che, neppure chi li ha vissuti e per mestiere raccontati, ha mai guardato da questa inedita prospettiva. Con occhio distaccato, come attraverso il freddo di una lente di telecamera, ma dal centro del dramma.

I genitori mezzadri della bassa padana, attorno a lui bambino uomini e donne che lavorano dall’alba a notte, unico svago la Casa del Popolo, le armi della guerra partigiana ancora custodite, negli anni ‘70, in montagna, Gallinari e’ orgoglioso delle sue radici, della “cultura di quel mondo contadino che e’ una cultura resistente, costretta da sempre a fronteggiare la natura, le stagioni e le intemperie con i raccolti incerti fino all’ultimo; e’ una cultura temperata e tollerante che deve convivere con la grandine e la tempesta che distruggono il lavoro di un anno. Puo’ succedere, non sei autorizzato alla resa: la vita deve continuare”. Nei campi come nelle strade di Milano, Torino, Genova, Roma, come nelle carceri speciali.  Sparando a un uomo come si tira il collo a un pollo, perche’ “quando lavori la terra, le piante le tagli, gli animali li uccidi”, spiega Gallinari nelle prime pagine e, piu’ avanti, raccontando le rapine per finanziare le Br, i sequestri, gli agguati, con la stessa freddezza, senza darsi una pieta’ che non ha sentito, senza cercare il perdono con un pentimento postumo.  Un uomo tutto d’un pezzo, duro come la pietra, con se stesso e gli altri, un contadino che misura il mondo con “il peso di un palmo di una mano”, come dice Erri De Luca in una lettera appassionata che e’ diventata prefazione al libro suscitando l’ira di qualche recensore (“un peana non necessario”, Erri De Luca ignora “le vittime di certi eroi ammutoliti cui dichiara di voler sempre piu’ bene”).

Il contadino, che alla fine dell’obbligo ha lasciato la scuola per i campi e si e’ formato da solo sui ‘Quaderni piacentini’, ‘Rinascita’, ‘Classe operaia’ di Tronti...fino alla ‘Strategia del processo politico’ di Jacques Verges, racconta i giorni, i mesi e gli anni della sua vita e delle vite che si sono intrecciate con la sua. Curcio, Mara Cagol, il ‘Bicio’ Pelli, Franceschini, Mario Moretti, Anna Laura Braghetti (la sua compagna che sposera’ in carcere e solo in quelle pagine supera il pudore per dare il particolare di un bacio di una carezza rubata a quello che sembra l’unico amore di una vita intera).  Ancora, Feltrinelli, che muore attaccato a un traliccio a Segrate (“molti parlano di assassinio, ma chi conosce la verita’ sa gia’ allora che e’ caduto in combattimento”), il commissario Calabresi (“l’uomo piu’ odiato dalla nuova sinistra”, “con la sua morte le Br non c’entrano nulla. Ma dell’azione siamo contenti”), Riccardo Palma, magistrato che si occupa dell’edilizia carceraria (“e’ la prima volta che mi trovo di fronte alla decisione di dare la morte a un uomo che considero un nemico della classe a cui appartengo”, “un macigno che solo la convinzione politica dei propri atti puo’ sorreggere”), Aldo Moro e la sua scorta. E’ lo stesso uomo, l’irriducibile Gallinari, che di via Fani dice: “siamo in azione. Non c’e’ piu’ spazio per il dubbio...quelle povere persone, il nemico che mi trovo di fronte, lo vedo ma in realta’ non lo vedo, il movimento e’ automatico”. E poi, nelle pagine della cronaca di 55 giorni nella prigione di via Montalcini, racconta che a Moro che chiedeva di sentire la messa, “insieme a Laura registriamo la cerimonia trasmessa ogni domenica in televisione con una cassetta e un registratore a pile”, riconosce allo statista “una perspicacia che non smarrira’ neppure per un attimo”, “la lucidita’ di condurre questa battaglia (per investire di responsabilita’ l’intero suo partito) fino alla fine”.

Ma forse non e’ l’interminabile scia di sangue delle vittime delle Br, non sono le percosse, le umiliazioni, persino le torture subite dai terroristi - che Gallinari algidamente racconta -, a ferire di piu’ il lettore. Piu’ amaramente sorprendente e’ leggere come la fabbrica, le periferie metropolitane, le universita’, gli ospedali siano stati per i brigatisti come “il mare in cui i pesci nuotano”.  Una frase che tanti hanno ripetuto, ma che Gallinari senza dirla scolpisce con una sequela di episodi sgranati negli anni in giro per l’Italia. Fino a quel giorno quando, raggiunto da un proiettile al cervello in uno scontro a fuoco con la polizia, si sveglia in un letto dell’ospedale San Giovanni di Roma e un’infermiera, la collana di Laura Braghetti al collo per farsi riconoscere, gli stringe la mano e gli dice “fatti tenere qui qualche giorno”. E la notte seguente monta di guardia un medico, “lo guardo in faccia e lo riconosco. L’avevo incontrato con Bruno mesi prima per dargli indicazioni su dove piazzarsi in occasione di un’azione...Mi ripete che devo cercare di rimanere.  Ha parlato con Bruno e i compagni credono di poter intervenire...”.(ANSA).

 

8 maggio 2006 - MORO:ANAVAFAF MANIFESTA A PALAZZO CHIGI PER CHIEDERE VERITA’

(ANSA) - ROMA, 8 mag - Si e’ svolta stamani davanti a Palazzo Chigi la manifestazione indetta dall’ Anavafaf (Associazione nazionale familiari vittime arruolate nelle forze armate) in ricordo del giorno della morte di Aldo Moro, con la partecipazione dei familiari delle vittime appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ ordine.

Nel corso dell’ iniziativa, ha spiegato il presidente dell’ Anavafaf, “si e’ sollecitato il Governo a ricercare la verita’ su quanto e’ accaduto in via Fani dopo le recenti notizie circa la possibile partecipazione nel gruppo di fuoco di un appartenente alla banda Carlos e dopo la notizia che il gladiatore Antonino Arconte era stato inviato a Beirut in seguito a un preavviso sull’ attentato di via Fani, preavviso giunto in data 16 febbraio 1978 dal carcere di Matera”. L’ avviso, aggiunge, “pero’ non fu trasmesso alla scorta che operava infatti con i mitra chiusi nel baule di una delle auto”.

“Dal 1997 e precisamente dal 2 aprile, data in cui apparve sul ‘Corriere della sera’ una intervista all’ on. Giuseppe Pisanu in cui si confermava l’ esistenza di una Gladio all’ estero (Gladio a cui apparteneva l’ Arconte) - prosegue Accame - ci si interroga sul perche’ questa componente di Gladio non e’ mai stata resa nota e nulla si e’ fatto per approfondire a chi venne passato il preavviso giunto nell’ area governativa il 16 febbraio 1978”.

“E’ inaccettabile - conclude - la cortina di silenzio che e’ stata stesa sulla Gladio all’ estero. E’ auspicabile che il nuovo governo che si forma in questi giorni prenda finalmente cura del problema, superando gli incredibili tabu’ che si sono costituiti fino ad oggi attorno ad esso”. (ANSA).

 

9 maggio 2006 - D’ALEMA RICORDA MORO, PRIMATO POLITICA O PAUROSA REGRESSIONE

RISCHIO E’ RICERCA AGGIUSTAMENTI GIORNO PER GIORNO, COME OGGI

(ANSA) - ROMA, 9 mag - Torni l’idea di un primato della politica: e’ il monito che il presidente dei Ds Massimo D’Alema lancia in occasione di un convegno che ricorda la figura di Aldo Moro. Ragionando sulla figura dello statista democristiano ma con  un occhio all’attualita’, D’Alema invita a riflettere sulla necessita’ di un primato della politica che governi i processi della societa’.

“Oggi la logica della mediazione, la coscienza della necessita’ e dei vincoli, dei rapporti di forza, gode di cattiva fama. Sembra che lo scontro brutale indichi un piu’ alto senso di moralita’, mentre ogni tentativo di compromesso e mediazione e’ visto come deteriore”, ha osservato D’Alema rilevando come invece questo senso della politica sia stato lo spirito della lezione di Moro e piu’ in generale di una buona parte del ceto politico della prima Repubblica.

“Oggi prevale la logica della delegittimazione reciproca e della condanna di ogni compromesso: e’ una regressione culturale e politica paurosa”. La politica invece deve stabilire il quadro di regole condivise entro cui si manifesta il conflitto.  “La grande debolezza della seconda Repubblica e’ che non e’ stato realizzato un nuovo fondamento comune: il limite e’ che si e’ costretti giorno dopo giorno, e oggi e’ uno di quelli, a cercare gli aggiustamenti necessari”.

D’Alema ha ricordato il progetto di Moro di inaugurare una nuova stagione politica, “stagione brutalmente interrotta” con la morte dello statista. Una stagione, ha spiegato D’Alema, in cui si desse rappresentanza, con il riconoscimento reciproco, a quella parte del paese  non rappresentato dalla Dc. “E’ stata una importante lezione riformista - ha osservato il presidente della Quercia - e dopo quella morte e’ anche finita la stagione di quella repubblica dei partiti. Poi gli anni ‘80 hanno costituito una lunga agonia”.

La lezione di Moro, dunque, oltre al riconoscimento del primato della politica e’ stato quello di un riformismo moderato: “oggi il termine moderato e’ usato in modo improprio, visto che ci sono tanti estremisti che si definiscono moderati”. Ma primato della politica significa anche la difesa della democrazia, e “il riconoscimento del ruolo di tutte le forze in campo, una visione dello Stato e la capacita’ di promuovere il cambiamento. Altrimenti - ha concluso D’Alema - si tratta solo di gestione del potere e dell’esistente”. (ANSA).

 

MORO: BERTINOTTI, MARINI E LETTA DEPONGONO CORONE SU LAPIDE

(ANSA) - ROMA, 9 MAG - Il presidente del Senato Franco Marini, il presidente della Camera Fausto Bertinotti ed il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta hanno deposto questa mattina in via Caetani corone di fiori per commemorare l’anniversario della morte di Aldo Moro, lo statista Dc ucciso dalle Br il cui corpo fu ritrovato in una Renault rossa proprio in questa strada del centro storico di Roma.  (ANSA).

 

MORO: FASSINO A VEDOVA, CI LASCIA EREDITA’ POLITICA E MORALE

(ANSA) - ROMA, 9 MAG - Il sacrificio di Aldo Moro lascia “un’eredita’ morale e politica ancora oggi di grande attualita””. E’ quanto scrive il segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino, in una lettera inviata alla signora Moro nel 28esimo anniversario della morte.

“Gentile signora Moro - scrive Fassino - ricordare la figura e la personalita’ di Aldo Moro significa parlare di pagine cruciali e tragiche della storia italiana. Una storia mai facile. Una storia travagliata e complessa affrontata da Aldo Moro sempre con l’ostinata volonta’ di chi crede nella ragione e nella possibilita’ di far incontrare culture e esperienze diverse, fondendole in un progetto politico comune”.

“Uomo di grande rigore morale e intellettuale si colloco’ nel crocevia dell’incontro tra i riformismi e le correnti popolari e democratiche del nostro paese, realizzando esperienze di dialogo che hanno segnato la vita politica e istituzionale italiana. Il suo sacrificio - conclude - ci ha lasciato un’eredita’ morale e politica ancora oggi di grande attualita’ e che sta a noi far vivere e realizzare nell’esperienza e nell’azione odierna del centrosinistra. La saluto con amicizia”. (ANSA).

 

MORO: ROMANO PRODI DEPONE CORONA IN VIA CAETANI

PRESENTI ANCHE PIERO FASSINO E FRANCESCO RUTELLLI

(ANSA) - ROMA, 9 mag - Il presidente del Consiglio in pectore Romano Prodi ha appena deposto una corona di fiori sotto la lapide di Aldo Moro in via Caetani nell’anniversario della morte dell’ex presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse.

Ad accompagnare Prodi c’erano il presidente della Margherita Francesco Rutelli e il segretario dei Ds Piero Fassino. Presenti anche numerosi parlamentari tra cui Dario Franceschini, Ciriaco De Mita, Rosy Bindi, Pierluigi Castagnetti, Arturo Parisi e Renzo Lusetti per la Margherita. A commemorare lo statista democristiano c’era anche Mauro Fabris, esponente dell’Udeur.  (ANSA).

 

MORO: ROTONDI, IL SUO MESSAGGIO POLITICO RIMANE ATTUALE

(ANSA) - ROMA, 9 MAG - “Il suo messaggio politico rimane di straordinaria attualita’, il suo pensiero lungimirante segna ancora oggi la politica italiana, la sua morte lascio’ un vuoto nella societa’ italiana. Di Aldo Moro resta il ricordo di ‘un uomo mite e buono’, come ebbe a dire Papa Paolo VI, il cui pensiero politico e’ piu’ che mai presente e utile all’Italia democratica e repubblicana”. Cosi’ ricordano Aldo Moro i parlamentari democristiani con il segretario politico Gianfranco Rotondi, il segretario organizzativo Giampiero Catone, il capogruppo alla Camera Paolo Cirino Pomicino, Mauro Cutrufo, vice-segretario nazionale, Franco De Luca e Massimo Nardi. (ANSA).

 

9 maggio 2006 - MORO: RICORDI E TESTIMONIANZE,SPECIALE MINOLI SU RAITRE

 (ANSA) - ROMA, 9 MAG - 8 maggio 1978. Il corpo dello statista democristiano Aldo Moro viene ritrovato dentro una Renault R 4 rossa in via Caetani. Ventotto anni dopo Giovanni Minoli ricostruisce la storia di Moro politico, quattro volte presidente del Consiglio, segretario e poi presidente della Dc, ma anche uomo e padre: ‘Aldo Moro. Un uomo cosi” e’ il titolo dell’appuntamento con ‘La storia siamo noi’ che Rai Educational propone domani alle 8:05 e alle 00:40 su Raitre.

“Il suo rapporto con il paese era vivo, vero”, ricorda nello speciale Tina Anselmi, ex dirigente Dc. “Tu sentivi che lui si appellava al paese perche’ credeva nel paese. Bastava seguirlo nella campagna elettorale, riempiva le piazze. Era una persona che sembrava non dialogabile, eppure Moro era adorato e chi lo seguiva coglieva non solo questo grande rispetto, ma anche questo affidamento che la gente dava a lui e non ad altri.  Era un leader”. “Purtroppo - nota Emanuele Macaluso, ex dirigente Pc - la sua popolarita’ diventa straordinaria con la sua prigionia.. Pero e’ stato un uomo che ha goduto di un grande rispetto popolare come persona di qualita””. Il suo attaccamento alla nazione e ai valori del popolo si ritrovano anche nelle sue abitudini: “Papa’ pensava che un uomo pubblico dovesse valorizzare il proprio paese, andando in vacanza sempre in localita’ italiane”, ricorda la figlia Agnese. “Non gli piaceva nemmeno farsi fotografare e all’occorrenza chiedeva aiuto a noi per un po’ di compagnia in queste difficili circostanze, diceva lui”.

Febbraio 1978. Aldo Moro pronuncia il suo ultimo discorso pubblico: e’ il culmine della strategia politica nota come compromesso storico. Dopo trent’anni di contrapposizione frontale, infatti, Pci e Dc si apprestano a varare insieme un governo di unita’ nazionale. Per Moro non e’ piu’ possibile, infatti, arginare l’avanzata del Pci: e allora, l’unico modo e’ trovare una forma di collaborazione. “Un governo di destra travolto dalla piazza, impossibile per i numeri un governo di centro þ spiega Giuseppe Tamburrano, storico e collaboratore di Nenni - che cosa rimane da tentare se non una cauta sperimentazione, un’oculata apertura verso i socialisti? Ecco Aldo Moro”. “Non il governo con i comunisti ma il coinvolgimento dei comunisti nell’area di governo”, aggiunge Macaluso. “E quindi aprire la terza fase: un discorso nuovo.  Una nuova forma di egemonia, un modo con cui la Dc si riproponeva come partito dell’allargamento della democrazia”.

La politica, per Moro, come diceva egli stesso, “piu’ che essere l’arte del possibile e’ l’arte della necessita”.  “Riusci’ a capire che col 68 il paese era cambiato”, dice ancora Macaluso. “Era cambiato il costume, il rapporto nelle famiglie, nei poteri, dalle universita’ alle fabbriche e lui capi’ che bisognava cambiare le cose”. Ma proprio questo suo vedere le cose in una prospettiva diversa dalla morale cattolica moderata lo isolo’: “Fu praticamente accantonato dalla Dc, fu espulso dai Dorotei”, conclude Macaluso. (ANSA).

 

9 maggio 2006 - QUIRINALE: UN VOTO A TULLIO ANCORA, VICINO AD ALDO MORO

(ANSA) - ROMA, 9 MAG - Nel giorno dell’anniversario della morte di Aldo Moro, la figura dello statista della Dc ucciso dalle Br aleggia nel terzo scrutinio per eleggere il presidente della Repubblica. Due voti vanno infatti a Tullio Ancora, oggi docente universitario ed un tempo giovane funzionario della Camera dei deputati molto vicino ad Aldo Moro.

Ancora fu destinatario di una lettera di Moro dalla ‘prigione del popolo’ (recapitata il 29 aprile): “Ricevo come premio dai comunisti - scriveva Moro nella lettera - dopo la lunga marcia la condanna a morte. Non commento. Quel che dico, e che tu dovresti sviluppare di urgenza e con il garbo che non ti manca, e’ che si puo’ ancora capire (ma male) un atteggiamento duro del Pci, ma non si capirebbe certo che esso fosse legato al quadro politico generale la cui definizione e’ stata cosi’ faticosamente raggiunta e che ora dovrebbe essere ridisegnato.  Dicano, se credono, che la loro e’ una posizione dura e intransigente e poi la lascino li’ come termine di riferimento.  E’ tutto, ma e’ da fare e persuadere presto.  Affettuosamente Aldo Moro”.  (ANSA).

 

10 maggio 2006 - CINEMA: FERRARA, PRONTO IL MIO FILM SU GUIDO ROSSA

STORIA DEL SINDACALISTA UCCISO DA BR SARA’ PROPOSTA PER VENEZIA

(ANSA) - ROMA, 10 mag - (di Francesco Norci) - Il film di Giuseppe Ferrara su Guido Rossa, il sindacalista genovese assassinato il 24 gennaio 1979 da un commando delle Br, e’ ormai pronto. Uscira’ nelle sale soltanto a settembre-ottobre perche’, dice il regista, uscire in questo momento della stagione “e’ un suicidio” e poi e’ sua intenzione proporlo alla commissione selezionatrice della mostra del cinema di Venezia.

Nel film (dall’ esplicito titolo ‘Guido che sfido’ le brigate rosse’) Guido Rossa ha il volto di Massimo Ghini, che per interpretare questa parte ha accettato di apparire quasi calvo col risultato, dice Ferrara, di somigliare in maniera spettacolosa al sindacalista: “e’ proprio lui” avrebbero detto i compagni di Rossa in visita sul set.

Gian Marco Tognazzi e’ invece Riccardo Dura, il brigatista che ha sparato sui di lui i colpi mortali. E qui c’ e’ la prima ‘scoperta’ fatta da Giuseppe Ferrara nel corso delle ricerche preparatorie al film, condotte in buona parte insieme alla figlia di Rossa, Sabina, che ha appena pubblicato il libro speculare al film, ‘Guido Rossa, mio padre’, scritto insieme a Giovanni Fasanella. Ebbene la ‘scoperta’, basata su studi indiziari e saggi recenti e’ che Dura sarebbe stato anche nel commando che sparo’ sulla scorta di Moro, in via Fani. E dunque, per stabilire questo collegamento Ferrara, che nell’ ‘86 aveva girato un film sul rapimento Moro interpretato da Gian Maria Volonte’, ha preso da quel film la sequenza in cui il commando spara alla scorta di Moro, ci ha infilato il primo piano di Gian Marco Tognazzi-Dura col mitra in mano e l’ ha inserita nel suo nuovo film.

“I brigatisti sono dei bugiardi tremendi - dice Ferrara avallando questa scoperta - non hanno mai voluto dire da chi era composto il commando che sparo’ alla scorta di Moro. Pero’ Dura era uno dei piu’ abili nello sparare, dei piu’ freddi, tanto e’ vero che e’ stato protagonista di diverse gambizzazioni e, oltre che Rossa, ha ammazzato anche due carabinieri”.

Ad interpretare il ruolo del brigatista Mario Moretti, che aveva gia coperto nel film ‘Caso Moro’, e’ stato chiamato Mattia Sbragia che ora e’ pero’ piu’ vecchio di 20 anni, anche nella scena dell’ agguato alla scorta di Moro a via Fani.

Ferrara spiega che i collegamenti tra il suo film e il libro di Sabina Rossa sono strettissimi: “durante le ricerche per il film, tutti e due insieme, abbiamo interrogato giudici e periti ed e’ proprio da queste ricerche che e’ venuta a Sabina l’ idea di scrivere un libro, i cui contenuti sono identici a quelli del film perche’ con Sabina siamo andati di perfetto accordo”.

Per i dialoghi, Ferrara si e’ avvalso della consulenza di Alberto Franceschini, capo delle Br a Genova quando fu rapito Sossi e che ora, dopo aver scontato la sua pena, lavora all’ Arci ed ha scritto insieme a Giovanni Fasanella il libro ‘Che cosa sono le Br’. Con Franceschini, dice Ferrara “sono d’accordo su tutto perche’ il suo libro, a mio avviso, racconta la verita’ sulle Br, mentre sono molto polemico ad esempio con Mario Moretti e Anna Laura Braghetti che sullo stesso argomento hanno scritto due libri pieni di bugie. Tra l’ altro il libro della Braghetti e’ servito a Marco Bellocchio, di cui comunque ho un’ altissima stima, per fare un film menzognero sul rapimento Moro come ‘Buogiorno notte’. A questo proposito voglio rivolgere un invito ai miei colleghi: rifatevi ai libri veritieri non a quelli fasulli”.

Ferrara dice di aver voluto fare un film che, parlando di Rossa, parlasse anche del terrorismo piu’ vicino a noi: “leggo sui giornali che i nuovi brigatisti si gloriano di aver ucciso Biagi e che avrebbero voluto torturarlo: queste dichiarazioni fanno capire che ci sono ancora gruppi eversivi che sotto la cenere continuano a tenere viva l’ idea rivoluzionaria. Ecco: il mio film e’ contro queste idee rivoluzionarie o meglio pseudo-rivoluzionarie. I brigatisti non erano ‘compagni che sbagliavano’ e nel film a Rossa glielo faccio dire chiaramente: ma quali compagni che sbagliano? questi non sono compagni per niente!”.

Il titolo ‘Guido che sfido’ le brigate rosse’, dice Ferrara, “riassume il gesto coraggioso di Rossa, sindacalista che denuncio’ un filo-brigatista che stava nella fabbrica dell’ Italsider accanto a lui. Un gesto che gli e’ costato la vita. Ma l’ assassinio di Rossa e’ costato anche la credibilita’ politica alle Br perche’ se si cominciano a ammazzare i comunisti per fare la rivoluzione, che rivoluzione e’? L’ omicidio di Rossa un errore clamoroso tanto e’ vero che il giorno dopo 250.000 operai parteciparono al funerale di Rossa e se un brigatista si fosse presentato in quell’ occasione l’ avrebbero fatto a pezzi. Altro che inserimento delle Br in fabbrica! L’ omicidio di Rossa fu un errore clamoroso che ha determinato la fine politica delle Br.  Se dovessi trovare una definizione per questo film lo definirei ‘allendiano’: Allende ha pagato perche’ voleva fare riforme non rivoluzioni”.

I diritti televisivi del film, prodotto da Carmine De Benedettis, che 20 anni fa ha prodotto ‘La posta in gioco’ su un assassinio di mafia sceneggiato dallo stesso Ferrara, sono gia’ stati venduti alla Rai. Nel cast compaiono anche Anna Galiena, nel ruolo della moglie di Rossa, Elvira Giannini, che e’ Fulvia Miglietta la brigatista amante di Dura, e il regista Marco Sciaccaluga, nel ruolo dell’ avvocato delle Br. (ANSA).

 

GUIDO ROSSA, SABINA SCOPRE IL QUARTO UOMO NEL COMMANDO

NEL LIBRO DELLA FIGLIA SOSPETTI SU MORETTI E UNA RIVELAZIONE

(ANSA) - ROMA, 10 mag -(di Candida Curzi)- Ucciso per sbaglio o per scelta? E, nella seconda ipotesi, chi nelle Br decise di alzare il tiro sull’operaio comunista Guido Rossa? Mario Moretti, di cui si mormora da tempo di poco chiari rapporti con settori dei servizi? Di certo, per la prima volta, a quasi trent’anni di distanza dall’agguato, qualcuno parla di un quarto uomo nel commando omicida.

Sabina Rossa era un’adolescente quando, il 24 gennaio 1979, otto mesi dopo Aldo Moro, le Br uccisero suo padre. Un anno fa, ormai adulta, ha deciso di affrontare il suo passato “per tanti anni rimosso”. Ha letto gli atti giudiziari, incontrato magistrati, compagni di lavoro e di militanza politica del padre, brigatisti, ha rintracciato e parlato con chi del commando assassino era ancora in vita. Una vera inchiesta, quella di Sabina Rossa, che ripropone i dubbi su un Mario Moretti teleguidato da servizi segreti deviati, gia’ emersi nel passato, anche tra ex brigatisti, e rivela per la prima volta la presenza di un quarto uomo nel commando assassino: “un br comparso nell’inchiesta sulla colonna genovese, ma non in quella sull’attentato a Rossa”, di cui Adriano Duglio (altro ex br) le ha fatto il nome ma che Sabina Rossa non scrive perche’ dice “non credo sia giusto darlo in pasto all’opinione pubblica in assenza di riscontri da parte di altre fonti”.

La controinchiesta che Sabina Rossa, oggi senatrice della Repubblica, ha portato a termine e’ raccolta, con l’aiuto di Giovanni Fasanella, negli anni di piombo cronista giudiziario dell’Unita’, nelle pagine di un libro, appena arrivato in libreria, ‘Guido Rossa, mio padre’ (edito Bur).

Racconta, Sabina, anche Guido Rossa padre, le vacanze in tenda, l’ultimo viaggio fatto da loro due, soli, sulla vecchia 600; racconta l’uomo che amava la montagna, le scalate, anche attraverso la voce dei suoi compagni alpinisti. Ma nelle domande, nelle lettere ai brigatisti per avere da loro risposte sul chi, sul come e sul perche’, suo padre e’ stato ucciso, i sentimenti, l’emozione, sembrano sempre sormontati dalla ragione, rispettosa degli altri ma fiera di se e di suo padre.  “...Sono assolutamente convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo stato non possano essere considerati ‘reati’ ma persone, di cui si e’ disposti a guardare il cambiamento” scrive a Renato Curcio, nel chiedergli un incontro. E a Vincenzo Guagliardo, che con Dura sparo’ su suo padre, che dapprima gli nega un incontro, scrive: “io rispetto la tua posizione...Io quel giorno non ho potuto scegliere, non ho avuto alcun preavviso, io da quel giorno non ho rivisto piu’ mio padre, mi sono trovata una vita nuova che non avevo scelto...Questo l’hai determinato anche tu. Questa volta non spetta a te dettare le condizioni”. Incontra Gagliardo, e sua moglia Nadia Ponti le dice “questo per noi e’ un regalo”.  Raccontano la loro vita, l’ingresso nelle br, il carcere, ma soprattutto Sabina vuole sapere di quella mattina e Gagliardo racconta come ha sparato lui a suo padre, attraverso il finestrino dell’auto, come lo ha colpito alle gambe, come poi, diversamente da quanto previsto, Riccardo Dura si e’ avvicinato ed ha sparato a sua volta uccidendo. Racconta il suo sgomento per quella morte che non doveva esserci, la certezza che fosse un errore politico. Ma alle insistenze di Sabina Rossa sulla presenza di un quarto uomo, su dove fosse quel giorno Moretti, risponde: “lasciamo stare Moretti, io ti racconto i fatti”.  Sono altri tra Fenzi, Nicolotti, la Ravazzi, Duglio a darle, un colloquio dopo l’altro, qualche elemento su una divisione, forse, in seno alle Br sulla durezza con cui colpire Guido Rossa. Tornano i dubbi sul ruolo di Moretti, ma soprattutto Duglio da’ indicazioni molto precise sul quarto uomo. Uno che, dice, “lo stato ha coperto perche’ ha usato alcuni di noi”.  Torna la sigla P2, tornano scelte che apparvero ai cronisti dell’epoca non comprensibili, come lo scioglimento di reparti specializzati di polizia e carabinieri nella lotta al terrorismo. Altri tasselli importanti si aggiungono alla gran mole di testimonianze che, forse, un giorno, permettera’ agli storici di raccontare per intero gli anni bui dell’Italia.  (ANSA).

 

2 giugno 2006 – “IL MESSAGGERO”

Gallinari: «Non si sono assunti la responsabilità politica, io sì»

ROMA - A sorpresa è un ex brigatista rosso come Prospero Gallinari che dichiara il proprio dissenso sul buonismo verso Adriano Sofri. Sul delitto Calabresi, Gallinari accusa: «Sofri e gli altri hanno scaricato politicamente la vicenda».

Tra i condannati per la strage di via Fani e il sequestro e l’assassinio del presidente della Dc Aldo Moro, l'ex brigatista rosso Gallinari, intervistato da Sky Tg24, ha detto: «Auguro a Sofri di uscire in qualsiasi momento. Però sulla sua vicenda ci sono due diversi discorsi: uno è quello che riguarda le persone, uno è quello politico». Poi l’affondo: «Se parliamo della questione politica, anche perchè non voglio entrare nella vicenda giudiziaria - ha aggiunto - secondo me esiste una contraddizione politica che Lotta Continua non ha mai risolto. A me non mi interessa la verità giudiziaria sulla vicenda, però Sofri e gli altri hanno scaricato politicamente la vicenda».

E per spiegare la differenza della sua posizione Gallinari ha detto: «Io per me non chiedo la grazia. Mi sono assunto la responsabilità politica di quello che ho commesso». Una posizione condivisa anche dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che fu ministro dell’Interno e sostenitore della linea della