Almanacco dei misteri d' Italia
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Notizie di aprile 2008 da giornali, agenzie, internet |
IL VELINO - 1 aprile 2008
Moro, Prodi e la seduta spiritica del 2 aprile di 30 anni fa
Roma, 1 apr (Velino) - Domani, 2 aprile, saranno trascorsi trenta anni da uno degli episodi più controversi dell’avventura politica di Romano Prodi: la seduta spiritica su Aldo Moro. Erano trascorsi 17 giorni dall’agguato di Via Fani e una domenica 17 persone (ma non tutte parteciparono al gioco direttamente) erano riunite nella casa di campagna di Alberto Clò, un rustico a Zappolino, 30 chilometri da Bologna. C’erano Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo (allievo di Romano), Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò ( padroni di casa), Francesco e Gabriella Bernardi, Emilia Fanciulli e tre bambini (più tardi giunsero Mario Baldassarri, sua moglie e i due figli). Terminato il pranzo a qualcuno venne in mente di evocare le anime di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira per saperne di più sulla sorte dell’ostaggio delle Br. Presto fatto: su un tavolino quadrato poggiano un foglio con le lettere dell’alfabeto e cominciano a interrogare i defunti tenendo le mani sul piattino. Dopo tentativi, hanno raccontato i partecipanti, infruttuosi, il piattino cominciò a disegnare le vocali che, composte, indicavano diverse località in cui Moro avrebbe potuto essere prigioniero. Viterbo e Bolsena, dapprima, poi, all’improvviso, il piattino tracciò G-R-A-D-O-L-I. Ripetono la “giocata” e il piattino conferma: Gradoli. E poi, tante altre volte, una ventina. Baldassarri, racconterà anni dopo al giornalista Giancarlo Perna: “... Li trovai seduti con le dita su un bicchierino che sembrava muoversi da solo. Pensai a uno scherzo per farmi paura... Ma facevano sul serio”. Null’altro quella sera, ma Prodi promise: “Riferirò”. La mattina dopo, il 3 aprile 1978, il professore si recò all’università di Bologna, ove era stato convocato il consiglio di facoltà e lì incontrò Augusto Bottoni, noto criminologo. Lo avvicinò raccontandogli della seduta e lo convinse a informare le forze dell’ordine, con le quali, soprattutto con la Digos di Bologna, aveva continui rapporti. Bottoni non andò mai in questura, ma si rivolse a un amico magistrato. Il 4 aprile, poi, Prodi incontrò Umberto Cavina, assistente del segretario della Dc Benigno Zaccagnini. Cavina ascoltò il racconto di Prodi e informò il prefetto Luigi Zanda Loi, addetto stampa di Francesco Cossiga al ministero dell’Interno. Da quel momento Prodi uscirà definitivamente di scena, nessun inquirente lo prenderà a verbale, soltanto le commissioni d’inchiesta lo convocarono successivamente, ma con scarsi risultati. A Leonardo Sciascia (nella sua veste di senatore indipendente radicale e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che gli chiedeva se per caso avesse “mai conosciuto nessuno accusato o indiziato di terrorismo?”, Prodi fu netto nel negare ogni informazione e attestarsi sulla casualità del “piattino”.
L’informazione - spiritica o meno - riguardante “Gradoli” aveva, comunque, un senso e forse voleva colpire Mario Moretti capo indiscusso della colonna romana, ma in forte contrasto con alcuni brigatisti. Fatto sta che 14 giorni dopo la segnalazione di Prodi a Cavina, il 18 aprile del ‘78, la base delle Brigate rosse, l’appartamento in cui aveva vissuto a Roma, il “regista dell’operazione Moro, Mario Moretti, e Barbara Balzerani, veniva “fatta scoprire fortuitamente” proprio in via Gradoli, a Roma. E siccome l’indicazione fornita da Prodi riguardava non solo il nome ma anche l’aggiunta “sulla strada per Viterbo” (come ha ricordato Giuseppe Pisanu, allora capo della segreteria politica di Benigno Zaccagnini, segretario della Dc) non era “privo di suggestione il fatto che via Gradoli sia una traversa della via Cassia, cioè la strada che da Roma porta a Viterbo”. La signora Moro ha testimoniato che quando seppe della vicenda provò a suggerire di controllare in via Gradoli a Roma, anziché nel paese di Gradoli, ma gli fu risposto che sulla stradario della Capitale non compariva una strada con quel nome. Falsa risposta, se è vero che fu data in questi termini, perché sullo stradario esisteva una via Gradoli a Roma. La scoperta del covo avvenne in circostanze curiose: una copiosa perdita d’acqua, verificatasi per un rubinetto della doccia lasciato aperto. L’acqua si infiltrò nell’appartamento sottostante e furono chiamati i pompieri, che una volta penetrati nell’appartamento dei brigatisti si resero conto della situazione e chiamarono la polizia. All’ora di pranzo la notizia era di pubblico dominio e fu trasmessa dai telegiornali. Moretti vide scorrere le immagini sul televisore del suo ex covo mentre a Firenze incontrava la direzione strategica. Difficile credere alla casualità, bisogna a rigor di logica ritenere che quelle modalità di scoperta furono un modo per avvisare lo stesso Moretti - che aveva abbandonato l’appartamento da qualche giorno - che ormai tutto intorno a lui si stava facendo terra bruciata. Un segnale ad uso interno, una evidente spia dei contrasti fra il capo e la colonna romana. O uno “spettacolo” messo su dallo stesso Moretti per accelerare gli interrogatori di Moro (e anche la sua fine) che gli facevano perdere giornate intere (“Moro per darmi una risposta impiegava anche tre quarti d’ora”), come riferirà successivamente l’ex brigatista Giorgio Semeria a un altro detenuto, non identificato, all’Asinara, intercettato dai servizi segreti. Un mistero ancora oggi.
Comunque, Gradoli per gli investigatori e per il ministero dell’Interno il 4 aprile - giorno in cui Cavina disse di aver riferito al capo della polizia le informazioni di Prodi - non era proprio un nome sconosciuto. Il 18 marzo, alle 9,30 del mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si erano presentati, infatti, al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. “Una soffiata molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti” segnalò che lì, all’interno 11, c’era un covo delle Br. “Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito “rassicurazioni” sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti”. Furono smentiti, ma quei poliziotti fecero ugualmente carriera.
Il 18 aprile la porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, anche lo stesso Moro, fu finalmente sfondata, dai pompieri. Il telefono della doccia “è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme”. L’allagamento si verificò lo stesso giorno in cui un “falso” comunicato delle Br dirottò centinaia fra carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Per i servizi segreti l’autore potrebbe essere stato Toni Chicchiarelli, esponente di primo piano della Banda della Magliana, una organizzazione criminale, strutturata come la mafia siciliana, cresciuta a Roma in maniera impetuosa e che aveva creato una vasta rete che si estendeva agli affari e alla politica. Per gli analisti dei servizi segreti, per alcuni consulenti, come anche per il professore Giuseppe De Lutiis, la “Banda” con ogni probabilità sapeva di Moro e Laudovino de Sanctis e Enrico De Pedis, detto Renatino - quest’ultimo sepolto in una basilica romana - abitavano a pochi passi dal covo di via Montalcini, ritenuta la prigione principale di Moro.(vum) 1 apr 2008 15:40IL TEMPO - 2 aprile 2008
L'intervento di FRANCESCO DAMATO
L'intelligenza dei brigatisti li rende criminali
Mi hanno lasciato l'amaro in bocca le lettere sul trentesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro (foto) e, più in generale, sul terrorismo che si sono scambiati in questa pagina Francesco Cossiga e Franco Piperno. Non ho condiviso la generosità con la quale l'ex presidente della Repubblica, ma soprattutto ministro dell'Interno all'epoca dei fatti, ha riconosciuto la carica "ideale" di quelle "persone colte ed intelligenti" che uccisero orribilmente Moro e tanti altri, prima e dopo di lui.
E mi ha sconcertato la disinvoltura con la quale Piperno, inutilmente prodigatosi con Lanfrano Pace nell'area movimentista durante la prigionia di Moro per impedirne il tragico epilogo, definisce ancora "improprio" l'uso del termine "terrorismo" quando si parla della "lotta armata" degli anni '70. Lo sconcerto si aggrava di fronte alla protesta di Piperno per «un'onda d'indignazione morale, eccedente e prefabbricata, ottenuta tramite l'esposizione, circense se non sordida, dei sentimenti, questi sì autentici, delle vittime e dei loro parenti». In parole povere, giornali e televisioni avrebbero fatto meglio a non dare parola e volto ai parenti di Moro e degli agenti della sua scorta trucidati nel momento del sequestro. O, quanto meno, avrebbero meritato e meriterebbero altrettanta attenzione e solidarietà «vittime e parenti di vittime dell'azione repressiva. Avranno diritto anche loro - ha scritto Piperno - a versare qualche nitida lagrima».
Ciò aiuterebbe, secondo lui, a chiudere «quella piccola guerra civile» di trent'anni fa.
Senza voler competere in cultura e intelligenza con Piperno, mi limito a segnalare il dizionario della lingua italiana di Devoto e Oli, dove si legge che una guerra civile è "motivata da contrasti di interessi tra gruppi di cittadini di uno stesso Stato". Ebbene, negli anni di piombo si scontrarono solo inizialmente gruppi di cittadini di uno stesso Stato, rossi da una parte e neri dall'altra. Poi gli scontri finirono per riguardare solo o soprattutto le brigate rosse, o attigue, e le forze preposte alla tutela dello Stato. E se altri cittadini furono assaliti, feriti o uccisi non lo furono certo in combattimento: essi caddero semplicemente perché inermi, o inadeguatamente difesi.
Quella non fu quindi una guerra civile né grande né piccola. Fu semplicemente una rivoltante mattanza voluta da criminali che se non vogliamo definire comuni, dobbiamo quanto meno chiamare speciali, e perciò più pericolosi. Nei riguardi dei quali, specie se restituiti agli onori delle cronache, delle librerie e dei salotti televisivi dopo condanne solo formali all'ergastolo, la cultura e l'intelligenza vantate da Piperno e riconosciute da Cossiga andrebbero considerate elementi aggravanti, non certo attenuanti, ai fini di un giudizio finalmente onesto e sereno.LA STAMPA - 4 aprile 2008
comunicato stampa - 7 aprile 2008
Moro. Inconfessabili verità. E’ in edicola il numero di Aprile di LiberoReporter
E’ in edicola il numero di aprile 2008 di LiberoReporter. Questo mese, in apertura, un‘inchiesta sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro.07/04/2008 - A 30 anni dal sequestro e dalla morte dello statista, rimangono ancora lati oscuri, gelosamente nascosti. I carabinieri all’epoca erano sulle tracce di Prospero Gallinari (evaso dal carcere di Treviso il 2 gennaio 1977) pronto per preparare, nel novembre del 1977, un sequestro politico... A Marzo dell’anno seguente, in Via Fani a Roma, veniva rapito Aldo Moro e massacrati gli uomini della sua scorta con precisione spaventosa. Come mai gli uomini della Benemerita conoscevano le mosse di Gallinari e non sono intervenuti? Questo e altri interrogativi nell’inchiesta di Toni Baldi, questo mese su LiberoReporter.
Agenzia Italia - 9 aprile 2008
MORO: SALVI, COSSIGA? A VOLTE DICE CAZZATE
(AGI) - Roma, 9 apr. - “Cossiga a volte dice qualche cazzata, pero’ e’ un testimone importante di quel periodo e poi ne sa piu’ di me. Cossiga e’ stato lineare perche’ si e’ dimesso dopo quello che e’ successo a Moro. Ha sofferto molto questa vicenda, che lo ha segnato. Lui e’ uno dei pochissimi politici italiani che ha dato le dimissioni, per questa sola ragione meriterebbe una doppia lapide in Senato”. Lo dice proposito della vicenda di Aldo Moro e del presidente Cossiga, il senatore Cesare Salvi intervistato da Klaus Davi. (AGI)
IL TEMPO (LATINA) - 20 aprile 2008
Agnese Moro, altri ricordi sui felici giorni pontini
TERRACINA I Moro e Terracina sono legati da un vincolo indissolubile. A ricordarlo sono, oltre alle immagini in bianco e nero, le testimonianze di chi, avanti negli anni, ha potuto vederlo caracollare sulla spiaggia, seguito dalla sua inseparabile scorta.
A tenere ancora viva la memoria di un rapporto pur sempre presente nel vissuto dei familiari dell'illustre statista, è stata Agnese Moro. Intervenuta a Firenze ad una celebrazione dedicata al padre e agli agenti caduti nell'agguato di via Fani, ha ricordato un episodio avvenuto a Terracina. Rispondendo alle domande dei cronisti che le chiedevano cosa avrebbe detto suo padre dell'attuale fase politica, Agnese ha raccontato un aneddoto, che ha avuto come scenario Terracina.«Sul lungomare un ragazzo fermò un giorno mio padre, lamentandosi per lo stato delle cose in Italia. Mio padre lo ascoltò a lungo e alla fine chiese: ma tu cosa fai?». Quindi la conclusione di Agnese Moro, in risposta al cronista, che l'aveva interpellata: «Credo che questo ce lo direbbe anche oggi».
Terracina ricorderà Aldo Moro in occasione di un consiglio comunale ad hoc che si terrà il 9 maggio prossimo.
E.B.CINECITTA' NEWS - DIBATTITI
21 aprile 2008 - 15:28
"Schermi di piombo", rassegna e convegno
Inizia il prossimo 25 aprile e prosegue fino all'1 giugno alla Sala Trevi di Roma la rassegna "Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano", promossa dal CSC-Cineteca Nazionale e Università degli Studi Roma Tre-Dipartimento Comunicazione e Spettacolo e DAMS.
La retrospettiva prevede, oltre a una serie di incontri come si legge nel programma, un convegno nella giornata di giovedì 8 maggio, al Polo Didattico DAMS-Università degli Studi Roma Tre (Aula B1, via Ostiense 133 b), a partire dalle ore 9.30. Il convegno "Schermi di piombo. L'immagine del terrorismo tra cinema e televisione" è a cura di Christian Uva e la segreteria organizzativa di Enrico Carocci e Pierpaolo De Sanctis.
Prima sessione, "Italia in autunno", presiede Giorgio De Vincenti, Università Roma Tre: Carlo Testa, University of British Columbia,"Strade indispensabili, strade utili, strade frivole nel cinema politico italiano del dopoguerra"; Vito Zagarrio, Università Roma Tre, "Segreti e segrete. Il terrorista e la terrorista in Bertolucci, Giordana e Turco";;Enrico Menduni, Università Roma Tre, "Giudici e telecamere"; Christian Uva, Università Roma Tre, "Italia p38. Il terrorismo e il cinema di genere"
Seconda sessione, "Todo Moro: 1978-2008", presiede Sergio Toffetti, Cineteca Nazionale-CS: Nicoletta Marini-Maio, Dickinson College, "Uno spettro si aggira per l'Italia: le due tramedell'Affare Moro";Anna Lisa Tota, Università Roma Tre, "Cinema e giustizia. Riflessioni sullo statuto delle vittime e dei testimoni"; Alan O'Leary, University of Leeds, "L'intreccio della Storia: Aldo Moro, il cinema e il topos del complotto"; Enrico Carocci, Università Roma Tre, "L'affaire Moro al cinema: paura e immaginazione".
Terza sessione, "Gli anni di piombo tra schermo e storia", presiede Arturo Mazzarella, Università Roma Tre: Giancarlo Monina, Università Roma Tre, "Percezioni e rappresentazioni della crisi politica e istituzionale"; Marco Gervasoni, Università del Molise, "Dopo il sabba. Terrorismi e terroristi nell'immaginario degli anni Ottanta"; Guido Panvini, Università della Tuscia, "Il senso perduto. Il terrorismo italiano tra cinema, storiografia e uso pubblico". della storia
Quarta sessione,"Terrorismi e terroristi tra cinema e televisione", presiede: Vito Zagarrio, Università Roma Tre: Franco Monteleone, Università Roma Tre, "La notte fonda della Repubblica: come la TV ha raccontato il terrorismo"; Giancarlo Lombardi, College of Staten Island & Graduate Center/CUNY, "Sbatti il terrorista in prima serata. Terrorismo e fiction TV"; Pierpaolo De Sanctis, Università Roma Tre, "Prima del piombo, dopo la rivoluzione. Distonie nel cinema italiano del '68-'77".ADNKRONOS - LIBRI: 'NEI GIORNI TRISTI DI ALDO MORO' DI PIERFRANCO BRUNI
Castrovillari (Cs), 21 apr. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - A trent'anni dall'omicidio di Aldo Moro, Pierfranco Bruni rilegge in un nuovo romanzo - saggio, il destino tragico di una stagione di terrore tra le macerie degli anni di piombo e il rapimento e l'uccisione di Moro: e' in libreria ''Il perduto equilibrio. Nei giorni tristi di Aldo Moro'' (editore Il Coscile), una storia politica raccontata attraverso la storia d'amore di due giovani. Eros e morte si intrecciano tra realta' e metafora: la passione dei due ragazzi si svolge sullo sfondo di una citta' misteriosa, lacerante e devastata come Roma.
Bruni rimette in campo la metafora di Alice (Moro) nel Paese delle Meraviglie (un'Italia illusa e disillusa) in un contesto in cui il processo politico si disputava tra la della fermezza e la della trattativa. La disperazione che ha portato alla morte di Moro si intreccia con la disperazione di un amore che rivela un vuoto di coscienze e il senso del perduto. Nel ricostruire la vicenda di Moro, dunque, l'autore indaga anche lo stato d'animo dei ventenni di allora, tra politica e universita'.
Il testo presenta alcuni aspetti di una marcata tragicita' e riporta l'attenzione sulle lettere che Moro scrisse dal carcere delle Brigate rosse, offrendo spunti di riflessione attraverso un'ampia discussione sia storica che politica. Oggi, questo volume si presenta di grande attualita' ed emerge chiaramente un preciso atto di accusa rivolto a tutti coloro che non capirono la portata tragica degli avvenimenti e non diedero ascolto al messaggio umano proveniente da quelle drammatiche lettere.
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