2 gennaio - Il quotidiano francese "Le Figaro" scrive che il
terrorismo europeo della "seconda generazione" ha in Francia "il suo punto
di partenza e al tempo stesso la sua base di ripiego". Iu un articolo intitolato
"terrorismo: il santuario francese" il giornale conservatore scrive che
la Francia "e' relativamente risparmiata finora dall'ondata di attentati
che hanno preso di mira di recente personalita' diplomatiche o militari
americane in Europa, o installazioni degli organismi di difesa atlantici".
Questo terrorismo "antimperialista - secondo il giornale - si articola
per buona parte intorno al movimento pacifista, di ispirazione filosovietica
non dichiarata". Vi farebbero capo le "cellule comuniste combattenti" del
Belgio; le "cellule rivoluzionarie rz" della Germania federale, i "colp"
italiani(comunisti organizzati per la liberazione del proletariato). "Le
figaro" ricorda, per quanto riguarda i "Colp", che numerosi membri dell'organizzazione
sono stati arrestati o fermati in Francia. Quanto alle "Rz" della Germania
federale dirette da Inge Viette , unica superstite ancora in liberta' della
"Baader-Meinhof" "le figaro" afferma che "i servizi speciali francesi e
tedeschi hanno acquisito la certezza" che la Viette aveva vissuto in Francia
dal 1980 al 1983. Alle "cellule rivoluzionarie rz" dirette da Inge Viette
- rileva il giornale - le autorita' tedesche tendono ad attribuire la responsabilita',
tra l'altro, dell'attentato di lunedi a Bonn contro la missione tecnica
per gli armamenti collegata all'ambasciata di Francia; attentato che peraltro
e' stato rivendicato dalla "rote arme fraktion" (Raf). Il procuratore tedesco
Rebmann, esperto della lotta antiterrorista nella rfg - continua "le figaro"
- ha da parte sua stabilito l'esistenza di un collegamento tra i
membri della "Raf" e delle "rz" con il gruppo francese dei "ribelli attivi",
la cui esistenza fu stabilita dopo il fermo della quasi totalita' dei suoi
militanti, dapprima il 17 novembre a Loos, presso Lilla, e poi il 10 dicembre
nella regione parigina. L'ipotesi delle autorita' tedesche - scrive il
giornalee - e' che i "ribelli attivi" possano essere stati reclutati da
clandestini tedeschi per fare da collegamento tra i terroristi francesi,
belgi e tedeschi. "Le autorita' belghe da parte loro accusano il gruppo
francese "Action directe" di avere contribuito alla creazione delle "cellule
comuniste combattenti" belghe, di avere formato i suoi membri e di aver
fornito loro un sostegno logistico". "Il terrorismo europeo dunque parte
dalla Francia o vi ritorna" - conclude il giornale - "il vecchio nucleo
centrale degli anni 70, formato dall'esistenza concomitante della "Baader-Meinhof"
tedesca, delle "Brigate rosse" italiane e di "Action directe", si e' trasformato
in una stella a cinque punte simbolizzanti i movimenti terroristi della
seconda generazione apparsi negli anni 80. questa stella a cinque punte
e' stata d'altronde una firma comune utilizzata per la prima volta nel
1984 dall'insieme degli attuali gruppi terroristici europei".
3 gennaio - Processo d'appello: con l' interrogatorio di Gianantonio
Zanetti, un fotografo milanese, esponente di primo piano delle "formazioni
combattenti comuniste" e condannato in primo grado all' ergastolo per il
ruolo che avrebbe avuto all' interno delle Brigate rosse, riprende nell'
aula del foro italico il processo d' appello per la strage di via Fani
e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. Zanetti si e' dissociato
dalla lotta armata soltanto dopo il giudizio di primo grado da lui seguito
nella gabbia degli "irriducibili". Oggi, invece, si e' messo accanto a
Valerio Morucci, ad Adriana Faranda e al folto gruppo di coloro che hanno
deciso di collaborare con la giustizia pur senza fare i nomi dei loro ex
compagni. L' imputato ha ammesso comunque di aver fatto parte dell' organizzazione
soltanto per poco piu' di un mese tra la fine del marzo del 1980 e il maggio
successivo, quando venne arrestato. Ha aggiunto inoltre di non aver partecipato
ad alcuna azione militare "non perche' non l' avessi voluto - ha precisato
- ma perche' ci furono oggettive difficolta'". Zanetti ha poi spiegto ai
giudici, durante il suo interrogatorio, di aver deciso di "rompere" con
l'organizzazione dopo essersi reso conto del "livello di insensatezza raggiunto"
con l'uccisione di due guardie giurate davanti a una banca di Torino. La
seconda parte dell' udienza e' dedicata alle deposizioni di due imputate
"dissociate", le brigatiste rosse Mara Nanni e Caterina Piunti, entrambe
condannate all' ergastolo al termine del processo di primo grado. Prima,
pero', i giudici hanno letto due memorie difensive: una e' firmata da Alessandra
De Luca, che ha scelto di seguire il processo nella gabbia degli "irriducibili"
ma che afferma di "non aver appartenuto ad alcuna struttura delle Br" e
respinge tutte le accuse che le sono state contestate e per le quali in
assise fu condannata a 18 anni di carcere. l' altra e' stata consegnata
alla corte da Gabriella Mariani, che ebbe invece il carcere a vita e che
se ne sta nella quinta gabbia accanto al suo compagno Antonio Marini. L'
imputata, che e' apparsa indecisa se presentarsi davanti ai giudici e se
accettare o meno di rispondere alle loro domande, sostiene nel documento
di essere stata condannata solo sulla base di "semplici indizi dilatati
al Massimo e usati come mezzo per dimostrare un inesistente concorso morale
nei delitti". Successivamente la corte ha fatto leggere in aula una lettera
che sarebbe stata scritta ai giudici da Paolo Ceriani Sebregondi, un imputato
latitante, condannato all'ergastolo. La lettera risulta spedita da Roma
nei giorni scorsi e in essa Sebregondi sostiene di non aver avuto mai nulla
a che fare con le Brigate rosse. Caterina Piunti, che fece parte del comitato
marchigiano delle Br e, a Roma, durante l' operazione Moro, milito' nella
brigata universitaria, la stessa in cui erano inseriti i "pentiti" Savasta,
Libera e Cianfanelli, legge invece una memoria in cui dice:"certamente
sbagliai in primo grado quando decisi di non scagionarmi da fatti che non
avevo commesso soltanto perche' a suo tempo li avevo avallati ideologicamente;
ma non per questo ero e sono meritevole dell' ergastolo". L' imputata ha
aggiunto di essersi limitata esclusivamente a distribuire volantini all'
universita' di Roma ed ha escluso di aver mai fatto "inchieste" sugli spostamenti
di Aldo Moro quando teneva lezione alla facolta' di scienze politiche.
Ha ammesso, poi, che, durante una discussione con i compagni della "brigata"
affermo' che riteneva fosse meglio per l' organizzazione non lasciare in
vita l' on. Moro, ma ha subito precisato che allora, a 21 anni, plaudiva
al sequestro, vedeva proprio in Moro il simbolo delle ingiustizie dello
stato ed era stata "sfavorevolmente colpita dalla rigidita' delle istituzioni
nella questione della trattativa". Mara Nanni, nome di battaglia "Tiziana",
ritiene invece di dovere gran parte dei suoi guai giudiziari al fatto di
essere stata arrestata, nel settembre del 1979, in compagnia di Prospero
Gallinari e ha detto ai giudici di aver fatto solo per pochi mesi "vita
da brigatista, trasportando armi e schedando giornali".
4 gennaio - Processo d' appello: nella 14/ma udienza Adriana Faranda
ripete il racconto sulla vicenda gia' esposto in decine di pagine di verbali
al giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Dopo aver letto il documento
di poche pagine che precede i verbali delle dichiarazioni fatte al giudice
Imposimato, la Faranda, in giacca bianca e pantaloni di velluto blu, ha
ricordato che il suo ingresso nell' organizzazione avvenne tra il settembre
e l' ottobre del 1976 "in seguito - ha precisato - ai rapporti avuti gia'
in precedenza con alcuni militanti regolari delle Br". Fin da queste prime
battute l' imputata ha precisato a chiare note di non voler derogare dal
principio che si e' fissata "per scelta etica" di non rivelare neppure
uno dei nomi delle persone con le quali ha avuto contatti durante la sua
militanza nell' organizzazione. Adriana Faranda ha accennato sinteticamente
ai motivi per i quali i dirigenti delle Br decisero, ad un certo momento,
di spostare il loro raggio d' azione nella capitale, allestendovi una colonna
romana, della quale lei e Valerio Morucci assunsero la direzione. in particolare,
L' imputata ha ricordato che il comitato esecutivo delle Br decise di avviare
"una serie di attacchi ai livelli intermedi della Dc con l' intenzione
di preparare la strada ad un' azione piu' clamorosa e, nello stesso tempo,
formare gli esponenti delle nuova colonna sotto il profilo politico e militare"
. Gia' nella primavera 1977, secondo il racconto della Faranda, ai militanti
regolari della direzione di colonna delle Br fu dato l' incarico di svolgere
"preinchieste assolutamente generiche" su tre nomi della Dc: Aldo Moro,
Amintore Fanfani e Giulio Andreotti. Si trattava, tuttavia, di indagini
conoscitive, esclusivamente indirizzate a conoscere abitudini e spostamenti
e a raccogliere informazioni su questi personaggi. "molto piu' incisiva
- ha aggiunto la Faranda - fu in quello stesso periodo l' attivita' contro
i livelli intermedi della Dc". Ha cosi' giustificato i ferimenti del direttore
del tg1 Emilio Rossi e dell' ex preside della facolta' di economia e commercio
dell' universita' di Roma Remo Cacciafesta, nonche' l' aggressione all'
esponente romano di "Comunione e liberazione" Perlini. La decisione di
concentrare tutta l' attenzione delle Br su Aldo Moro, secondo la Faranda,
fu presa all' incirca nell' ottobre di quell' anno. "Ci si convinse - ha
spiegato l' imputata - che fosse lui l' esponente di maggior rilievo della
Dc. In quella fase politica Moro era una figura trainante, era il futuro
presidente della Repubblica, a dire di tutti, e soprattutto era il simbolo
del processo di rinnovamento interno del partito. La scelta ricadde quasi
necessariamente su di lui, e si diede il via alle 'piccole' inchieste".
A questo punto Adriana Faranda ha ricordato che dapprima l' organizzazione
controllo' gli spostamenti di Aldo Moro subito dopo che usciva di casa,
al mattino, i militanti regolari della direzione di colonna - i soli informati
del progetto - cercarono di stabilire se lo statista si recasse a messa
nella chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici , o in quella
di san Francesco nella vicina piazza Monte Gaudio. Adriana Faranda ha spiegato
poi che, soltanto dopo aver controllato anche quale direzione l'auto che
trasportava Aldo Moro prendesse uscendo da via del Forte Trionfale, si
riusci' ad accertare che il presidente della Dc si recava a messa nella
chiesa di Santa Chiara, alle 9 del mattino. per questo si studio' un primo
progetto di sequestrare Aldo Moro proprio all'interno della chiesa. La
Faranda ha ricordato che questa azione non prevedeva l' uccisione dei due
uomini di scorta che seguivano lo statista dentro la chiesa, ma comportava
l'intervento nell'azione di un numero molto alto di militanti dell'organizzazione.
Proprio per questa ragione il progetto venne abbandonato e si comincio'
a controllare il percorso che l'auto di Aldo Moro e quella della scorta
seguivano per recarsi verso il centro di Roma. Cosi', secondo la versione
dell'imputata, si fini' per scegliere l'incrocio tra via Fani e via Stresa.
"Il rapimento in questo punto - ha aggiunto la Faranda - prevedeva pero',
inevitabilmente, che, per prendere l'on. Aldo Moro, era necessario eliminare
la scorta. sia io sia Valerio avevamo gia' a questo punto delle enormi
perplessita'... non avevamo certo rifiutato l'azione ma sentivamo grosse
contraddizioni perche' il sequestro, cosi' come programmato, era abissalmente
distante dalle tematiche di lotta del movimento... i nostri dubbi, insomma,
riguardavano l'utilita' e le effettive conseguenze del rapimento". "Io
e Valerio - ha aggiunto Adriana Faranda - eravamo sconvolti anche perche'
in via Fani era prevista l'uccisione di cinque persone per sequestrarne
una sesta. non era cosa da prendere alla leggera. Sia chiaro che dicendo
cio' non voglio certo far diminuire le mie o le sue responsabilita' riguardo
a quanto poi e' avvenuto". Prima della strage di via Fani, nel febbraio
del 1978, avvenne l'uccisione del giudice Riccardo Palma, un delitto al
quale la Faranda sostiene di non aver materialmente partecipato, anche
se in aula ha dichiarato di considerarsene responsabile quale dirigente
della colonna romana. In quello stesso periodo l'imputata partecipo' con
Morucci ed un'altra dozzina di militanti delle Br, per lo piu' regolari,
alla riunione della direzione strategica, la prima dal 1975, tenuta nel
villino di Velletri che proprio lei e Morucci hanno recentemente indicato
ai giudici romani. In quella occasione, secondo l'imputata, non si parlo'
specificamente dell'imminente operazione Moro, ma i componenti dell'esecutivo
e i dirigenti delle quattro colonne brigatiste - Torino, Genova, Milano
e Roma - "ratificarono la linea politica dell' organizzazione, confermarono
la necessita' dell'attacco al cuore dello stato, discussero il problema
del passaggio dalla propaganda armata al terreno della guerra". "Ripeto
- ha affermato Adriana Faranda - che io non ho partecipato all' azione
di via Fani, ma mi ritengo pienamente responsabile di quanto e' avvenuto,
anche perche' ho preso parte alle 'inchieste' preparatorie, ho acquistato
i cappelli delle divise da pilota usate dai compagni, ho compiuto sopralluoghi
e controlli". Dal 17 marzo fino al 9 maggio 1978 la Faranda e Morucci si
assunsero il compito di fare da "postini", di far giungere cioe' alle redazioni
dei giornali i "comunicati" dell' organizzazione e ai destinatari le lettere
scritte da Moro. Fu un "compagno dell' esecutivo" a consegnare a loro due,
la mattina del 17 marzo, il "comunicato n.1", con una fotografia dello
statista. la Faranda ha ricordato che lei e Morucci lasciarono il documento
nel sottopassaggio di largo Argentina e telefonarono alla redazione di
un quotidiano romano. L' indomani non videro alcuna notizia sui giornali
e credettero che ci fossero state precise disposizioni perche' nulla riguardante
la vicenda fosse pubblicato. Invece il "comunicato" era ancora al suo posto
e dovettero nuovamente sollecitare i giornalisti ad andare a ritirarlo.
Successivamente i responsabili della "colonna" furono impegnati in riunioni
con le varie "brigate" per spiegare il "significato politico" del sequestro
in corso. Moro, secondo il racconto della Faranda, aveva indicato tre persone
di fiducia alle quali rivolgersi per la consegna delle sue lettere: uno
dei suoi segretari, Nicola Rana, il prof.Franco Tritto, suo assistente
all' universita', e don Raffaele Mennini, della parrocchia di Santa Chiara.
L' imputata ha spiegato che ogni qualvolta lei o Morucci dovevano consegnare
una lettera dello statista proveniente dalla "prigione del popolo" la ritiravano
da "un esponente dell' esecutivo", la fotocopiavano, la chiudevano in una
busta commerciale e telefonavano ad una delle tre persone, indicando il
luogo dove la lettera era stata lasciata. In occasione della consegna della
lettera scritta da Moro all' on.Francesco Cossiga, ministro dell' interno,
la Faranda ha ricordato che vi fu una discussione in quanto lei e Morucci
erano contrari che fosse pubblicizzata come invece aveva deciso l' esecutivo
delle Br. A Moro, infatti, era stato detto che la lettera sarebbe rimasta
riservata e "cio' - ha spiegato la Faranda - non ci sembrava per cosi'
dire leale, anche se sembra assurdo usare tale termine in quella situazione".
Ai "postini" l' esecutivo rispose di ubbidire senza far storie perche'
, per le Br, far pubblicare quella lettera "era anche una maniera per svelare
il solito costume della Dc di formare le decisioni in maniera occulta".
Secondo la Faranda, Moro scrisse tutte le sue lettere senza mai essere
influenzato dai caracerieri, ne' essere costretto ad assumere sostanze
stupefacenti. la condanna a morte di Moro annunciata con il "comunicato
n.6", secondo la Faranda, fu solo "una premessa, un presupposto dal quale
le Br attendevano concrete risposte dal progetto dello scambio di prigionieri",
poi esposto piu' chiaramente nel comunicato successivo. Tra i due si inserisce
il falso comunicato del lago della Duchessa che, come ha confermato la
Faranda, non ha nulla a che vedere con le Br, ma sarebbe stato opera di
un' organizzazione di malavita intenzionata ad allontanare la pressione
su Roma delle forze di polizia per consentire "la fuga di alcuni cileni".
di quello stesso periodo e' la caduta del "covo" di via Gradoli che "provoco'
scompiglio nelle Br per i pericoli a catena che avrebbe potuto determinare".
Gli appelli di Paolo sesto e di waldheim furono fatti "proprio nei giorni
in cui l' organizzazione stava decidendo la sorte dell' ostaggio" e la
Faranda ha detto di aver fatto tutto il possibile, insieme con Morucci,
perche' entrambi fossero interpretati come una sorta di riconoscimento
politico, che era poi il vero fine del sequestro, parlandone anche all'
autonomo Lanfranco Pace, incontrato in un ristorante di Trastevere.
5 gennaio - Processo d'appello: Adriana Faranda continua la sua deposizione
e accusa Mario Moretti (che intanto continua a leggere fumetti, apparentemente
imperturbabile) e gli altri dirigenti delle Br di aver voluto a tutti i
costi la morte di Aldo Moro, sebbene fosse chiaro fin da allora che un
epilogo del genere sarebbe stato l' inizio della fine per l' organizzazione
terroristica. "io e Valerio Morucci - ha detto l' imputata ai giudici -
facemmo di tutto per cercare di convincerli..., due o tre ore di discussione
in cui tentammo disperatamente di far capire loro quale enorme errore politico
e quale assurdita' sotto il profilo etico fosse quel gesto. non ci fu nulla
da fare". Faranda ha ricordato che fu proprio Aldo Moro a sollecitare i
suoi carcerieri a fare l' ultima telefonata del 30 aprile alla famiglia,
nella quale si chiedeva, come "ultimo tentativo di modificare una situazione
ormai precipitata" , un intervento chiarificatore della democrazia cristiana.
a fare quella telefonata, secondo la compagna di Valerio Morucci, fu "un
componente dell' esecutivo" da un apparecchio pubblico della stazione termini,
presenti lei e lo stesso Morucci. "quello stesso compagno - ha aggiunto
l' imputata - ci disse che telefonava soltanto per puro scrupolo in quanto
non credeva che avrebbe ottenuto il benche' minimo effetto" . Il racconto
di Adriana Faranda ha riguardato poi le consultazioni fatte, con molta
rapidita', dal "vertice" dell' organizzazione con i dirigenti delle varie
"colonne" sull' opportunita' o meno di uccidere l' ostaggio. A questo proposito
l' imputata ha ricordato che lei e Morucci espressero chiaramente le loro
obiezioni all' uccisione di Moro per "valutazioni politiche ed etiche".
La Faranda e' tornata cosi' a parlare della convinzione sua e di Morucci
dei "rischi di tenuta dell' organizzazione" di fronte al prevedibile "inasprimento
del sistema repressivo" dopo la la scoperta del cadavere dello statista.
"Ma c' era anche il discorso di uccidere una persona incarcerata... - ha
precisato l' imputata -. le Brigate rosse dicevano di lottare proprio contro
l' annientamento dei prigionieri nelle carceri e avevano fatto sapere che
avrebbero considerato crimini di guerra tutte le eventuali rappresaglie
compiute contro compagni detenuti. Insomma, si appellavano alla convenzione
di Ginevra ed ora, decidendo di uccidere Moro, prigioniero politico, la
smentivano clamorosamente". Dopo aver inutilmente proposto ai "compagni
dell' esecutivo" di far espatriare Moro anziche' ucciderlo o di "graziarlo
visto che tanto ormai anche la stessa Dc lo considerava 'bruciato' e non
sapeva piu' che farsene" , la Faranda e Morucci si resero conto che nulla
avrebbe potuto evitare la morte dello statista. "Anche i problemi tecnici
dell' esecuzione erano stati risolti - ha aggiunto l' imputata - e il 9
maggio Moro fu ucciso. Io accompagnai Morucci a fare la telefonata al prof.Tritto
perche' avvertisse la famiglia su dove andare a reperire il corpo. Telefonammo
dalla stazione termini subito dopo che un militante dell' organizzazione
ci aveva comunicato il luogo". Lasciare immediatamente le Brigate rosse
dopo quella data, per la Faranda, fu impossibile perche' "la condizione
di clandestinita' aumentava a dismisura tutte le difficolta' per poter
uscire da una logica perversa, di completo isolamento dalla realta', di
assurda demonizzazione del nemico". Dubbi e perplessita', comunque, non
impedirono all' imputata di partecipare a due "azioni militari", l' uccisione
di Tartaglione, nell' ottobre 1978, e il ferimento degli agenti di scorta
dell' on.Galloni, nel dicembre successivo. Al delitto l' imputata ha ammesso
di aver partecipato come "copertura" al di fuori dello stabile in cui il
magistrato fu ucciso, armata del mitra m12 che era stato tolto ad un agente
ucciso in via Fani. Sparo', invece, con una pistola contro i poliziotti
di scorta al parlamentare democristiano, ma quest' azione oggi la
considera "una aberrazione totale della logica terrorista" perche' si "colpivano
agenti soltanto perche' avevano scelto di lavorare nei corpi speciali"
. di pochi giorni dopo e' la "lettera di dimissioni" della Faranda e di
Morucci dalla direzione di colonna delle Br, lettera seguita dalla "sospensione
da ogni attivita'" decisa dall' organizzazione e dall' intimazione dell'
"esilio" in una localita' fuori Roma. "Fu proprio quest' ordine - ha concluso
l' imputata - a convincerci ad andarcene subito, con altri cinque o sei
militanti che erano con noi. penso che non ci sia altro da dire" . Dopo
piu' di tre ore di serrato monologo, la Faranda ha cominciato a rispondere
alle domande degli avvocati di parte civile. E' stato in questa fase che
la Faranda ha avuto l' unico attimo di irritazione durante tutto il suo
lungo interrogatorio. A provocarlo sono state le domande dell' avv. Fausto
Tarsitano, patrono di parte civile per i familiari di alcuni agenti uccisi
in via Fani e per i congiunti del giudice Riccardo Palma. l' imputata e'
ripetutamente intervenuta nei continui battibecchi tra l' avvocato di parte
civile e il suo difensore, l' avv.Mancini. Il primo, infatti, ha subissato
la "dissociata" di domande relative alla sua partecipazione a "nuclei di
fuoco", ai suoi spostamenti, prima e dopo il sequestro di Aldo Moro in
numerosi appartamenti da lei stessa affittati con documenti falsi in varie
zone di Roma. Tutte domande che non sono parse inerenti al processo al
difensore dell' imputata, convinto che il collega di parte civile cercasse
di mettere in dubbio la sincerita' della decisione di collaborare presa
dalla sua assistita. "La mia scelta - ha precisato ad un certo punto la
Faranda - e' maturata secondo tempi interiori alla mia coscienza del tutto
diversi da qualsiasi contesto processuale, tant' e' che sia io sia Valerio
abbiamo cominciato a parlare quando ancora non avevamo alcuna idea del
periodo in cui si sarebbe svolto questo processo d' appello. Ora - ha concluso
- sono molto stanca...". Il presidente ha dovuto cosi' sospendere l' interrogatorio
e rinviarlo all' udienza di lunedi'.
5 gennaio - Alle ore 15,15 i giudici della corte di assise di appello
di Potenza si riuniscono in camera di consiglio per il riesame della vicenda
giudiziaria relativa all' omicidio del procuratore della repubblica, di
Salerno, Nicola Giacumbi, avvenuto il 16 marzo 1980, e per la stesura del
dispositivo di sentenza di secondo grado. per la uccisione del magistrato
sono accusati otto componenti della colonna "Fabrizio Pelli" delle Br:
l' "irriducibile" Raffaele Fenio, i "dissociati" Arturo ardia, Vincenzo
De Stefano e Immacolata Gargiulo, e i "pentiti" Michele Mauro, Ernesto
Massimo, Antonio Villani e Carlo Aquila. Il procuratore generale ha chiesto
la conferma della sentenza del processo di primo grado, che si svolse a
matera due anni fa e si concluse con due condanne all' ergastolo, pene
severe per ardia e Gargiulo e "riduzioni" per i "pentiti". Prima di ritirarsi
in camera di consiglio, la corte di assise di appello ha ascoltato le arringhe
degli avvocati Diego Cacciatore e Vincenzo Siniscalchi, entrambi difensori
di Arturo Ardia. Successivamente l' imputata Gargiulo ha chiesto di essere
ascoltata dalla corte ed ha ribadito la sua innocenza in relazione all'
omicidio Giacumbi. "Se mentissi - ha detto - renderei vano il mio cammino
di dissociazione, che spero culmini in un imminente reinserimento nella
societa'". In serata la Corte emette la sentenza che condanna a 23 anni
di reclusione Vincenzo De Stefano; 21 a Raffaele Fenio; 11 anni e 6 mesi
a Immacolata Gargiulo; 21 anni ad Arturo Ardia; pene confermate ai pentiti.
i giudici di secondo grado hanno concesso le circostanze attenuanti generiche
all' "irriducibile" Raffaele Fenio e al "dissociato" Vincenzo De Stefano
(quest' ultimo uno degli esecutori materiali del delitto), entrambi condannati
all' ergastolo in primo grado. ad Immacolata Gargiulo (condannata dalla
corte d' assise a 20 anni e sei mesi di reclusione), la corte d' assise
d' appello ha concesso l' attenuante della collaborazione con la giustizia
prevista dal primo comma dell' articolo 3 della legge 304/82 (legge dei
"pentiti" ), nonostante l' imputata si sia assunta l' identita' di "dissociata".
ad Arturo Ardia - anche lui "dssociato" - i giudici hanno "scontato" la
pena di 18 mesi. Nessuna riduzione di pena hanno ottenuto i "pentiti" per
i quali e' rimasto invariato il verdetto di primo grado: 13 anni per Michele
Mauro, 12 anni per Ernesto Massimo, 10 anni ciascuno per Carlo Aquila e
Antonio Villani. Quest' ultima, pur definendosi "dissociata" , e' stata
considerata dai giudici come "pentita" , in virtu' dell' applicazione nei
suoi riguardi di un' attenuante prevista dalla legge sui "pentiti".
7 gennaio - In un' intervista a "Le Monde" il sostituto procuratore
della repubblica di Milano Armando Spataro dice che anche se la maggior
parte dei rifugiati italiani in Francia hanno una condotta "irreprensibile",
questa comunita', "ne abbiamo le prove, costituisce un punto d' appoggio
per altre persone che non hanno la coscienza altrettanto netta" e definisce
"incomprensibile" l' atteggiamento della Francia in materia di estradizioni.
Le voci dei giorni scorsi, poi smentite, secondo cui l' ex leader
di autonomia operaia Toni Negri sarebbe stato arrestato a Parigi,
"hanno rilanciato la polemica tra la Francia e l' Italia" a proposito
di certi rifugiati italiani di cui Roma chiede l' estradizione. Il giudice
Spataro, interrogato in merito alle sue dichiarazioni pubblicate ieri dal
"Corriere della sera", ha tuttavia negato di voler rilanciare la polemica.
" non direi che vi e' una polemica", egli ha detto a " le Monde" . " esistono
delle constatazioni di fatto. per noi magistrati, la divergenza di vedute
con le autorita' francesi non e' mai cessata". "nulla indica per il momento
un cambiamento dell' atteggiamento della Francia, che qualificherei incomprensibile",
ha detto il magistrato italiano, ricordando che "alcuni di questi terroristi
compiono attentati in Francia", e accennando al caso di Jean-Louis Baudet,
condannato "soltanto per detenzione di armi, un' accusa a nostro parere
restrittiva". come si sa Jean-Louis Baudet e' considerato dalla magistratura
italiana un attivo sostenitore delle "Brigate rosse". "Nessuno sostiene
che tutti coloro che sono attualmente rifugiati in Francia sono terroristi
i quali continuano a commettere crimini", ha continuato il giudice Spataro.
"Noi siamo convinti che, senza dubbio, la maggior parte di loro siano oggi
distanti cento leghe dalle pratiche del passato e sono integrati nella
societa' francese. "Detto questo, vi sono due problemi: primo, la giustizia
italiana non puo', in virtu' delle disposizioni di legge, rinunciare a
perseguire quanti hanno commesso reati e crimini; esistono, beninteso,
meccanismi di graduazione delle pene; ma occorre che la giustizia abbia
la possibilita' di pronunciarsi. "Secondo, l' atteggiamento francese ritarda
considerevolmente l' avanzamento di certe inchieste, le quali segnano il
passo per il fatto che non sono disponibili alcune persone rifugiate in
Francia". In terzo luogo, ha concluso il magistrato, "e' certo - e ne abbiamo
le prove - che questa comunita' di rifugiati italiani, anche se, ripeto,
la maggioranza tra essi hanno una condotta irreprensibile, costituisce
un punto d' appoggio per altre persone le quali non hanno la coscienza
altrettanto netta".
9 gennaio - Michele Viscardi, esponente di "Prima linea" recluso nel
carcere di Bergamo, in un' intervista al settimanale "Europeo", dice che
"c' e' qualcosa che non mi convince nei documenti dei dissociati. I documenti
sono importanti, io ne tirerei fuori dieci al giorno. Ma prima dei documenti
vengono i morti, e da quei documenti sembra, talvolta, che i morti
ci siano scappati per caso". "I morti ci furono - prosegue Viscardi - perche'
noi avevamo deciso di uccidere, perche' quella ci sembrava la via piu'
giusta per cambiare la societa'". A proposito dell' attentato all' architetto
Sergio Lenci, del quale prossimamente dovra' rispondere come dirigente
nazionale di "Prima linea", Viscardi ha confermato che il nome dell' architetto
fu scelto sulla guida Monaci. "Le cose - ha aggiunto - andavano davvero
cosi'. sceglievamo le nostre vittime per i motivi piu' banali". Riferendosi
infine all' espressione con la quale Mario Moretti ha apostrofato i "pentiti",
cioe' "fetido liquame", Viscardi ha detto: "e' una espressione che offende
non solo me ma la societa' intera".
10 gennaio - Processo d'appello: finita la pausa delle festivita' il
processo d' appello trova l' ostacolo dell' assenza dall' aula del foro
italico di avvocati d' ufficio in grado di assumere la difesa del gruppo
di imputati 'irriducibili' che fin dalle prime udienze hanno revocato il
mandato ai loro avvocati. Il consiglio dell' ordine forense di Roma ne
aveva indicati quattro, ma, oggi, neppure uno di loro si e' presentato
nella ex palestra. Il presidente della corte, Giuseppe De Nictolis, se
ne e' reso conto non appena ha cominciato il rituale elenco degli imputati.
Inutilmente ha tentato di affidare la difesa d' ufficio di personaggi come
Renato Arreni o Mario Moretti agli avvocati Mancini e Spinelli, che assistono
i 'dissociati', tra cui Morucci e la Faranda, che oggi dovrebbe concludere
la sua deposizione. Il rifiuto dei penalisti e' stato categorico e lo stesso
pubblico ministero De Gregorio ha sollecitato una sospensione del dibattimento
in attesa di reperire un avvocato che non sia in condizione di incompatibilita'.
La sesta "gabbia", quella che ospita i "duri" e' affollatissima: Moretti,
Gallinari, Arreni, Piccioni, Padula, Seghetti e gli altri sono tutti presenti.
del delitto di ieri sera a Torvaianica non si parla, almeno finora. nessuno
infatti ha tentato di prendere la parola per inneggiare all' uccisione
dell' agente Ponte assassinato sul litorale romano. della vicenda, inspiegabilmente,
i brigatisti in carcere sembrano disinteressarsi. Il processo riprende
soltanto verso mezzogiorno con l'arrivo al foro italico di uno dei penalisti
gia' indicati dal consiglio dell'ordine, l'avvocato Mastroiacono. Sulla
pedana e' stata nuovamente chiamata Adriana Faranda alla quale la corte
ha consentito di leggere un nuovo documento redatto insieme con Valerio
Morucci e riguardante la loro decisione di dissociarsi dalla lotta armata.
in esso, tra l'altro, si parla della loro volonta' di contribuire alla
"conoscenza dei meccanismi della degenerazione della conflittualita' "
e si critica la "scarsissima rilevanza data alla recessione dalla scelta
terroristica anche da parte di coloro che piu' l'avevano invocata". i due
"dissociati" ribadiscono che l'assunzione di responsabilita' nei delitti
delle Br non puo' essere "schiacciata sotto il peso dell'indebito concorso
morale" in tutti i crimini indiscriminatamente compiuti dall'organizzazione.
alla Faranda ha poi fatto eco il suo difensore, avvocato Tommaso Mancini
che, in aperta polemica con il patrono di parte civile, Fausto Tarsitano,
ha chiesto alla corte di garantire all'imputata il dovuto "rispetto" e
di sollecitare gli altri penalisti ad "una maggiore correttezza processuale".
Continue discussioni tra i due avvocati anche quando il patrono di parte
civile ha ripreso a tempestare di domande l' imputata, mettendo a dura
prova la sua resistenza nel rispetto del limite che si e' imposta di non
rivelare, ad ogni costo, nomi di brigatisti rossi. s' e' parlato di case
abitate da "regolari" dell' organizzazione, prima e dopo la strage di via
Fani, di appartamenti abitati dalla Faranda e da Morucci nei giorni del
sequestro, di soldi e di armi che i due "dissidenti" portarono via con
loro al momento dell' uscita dall' organizzazione eversiva. A questo proposito,
l' imputato ha ribadito che, sia i primi, sia le seconde, le custodivano,
nell' appartamento in viale Giulio Cesare dove furono arrestati alla fine
del maggio 1979, in quanto all' epoca, erano ancora convinti che la lotta
armata fosse "uno strumento efficace" ed intendevano continuare a praticarla.
Ecco spiegato, quindi, anche l' acquisto, fatto da Morucci presso una nota
armeria romana, di dieci giubbotti antiproiettile, tre dei quali poi ritrovati
dalla polizia. E gli altri che fine fecero? - ha chiesto l' avv. Tarsitano.
"Non ricordo - ha risposto la Faranda - credo pero' che fossero presso
qualcuno del 'movimento' che avevamo pregato di custodirli". Su armi e
soldi, la Faranda, comunque, ha preferito rimandare l' avvocato alle risposte
che, "se vorra' , potra' dare Morucci, assai piu' preparato di me".L' imputata,
sempre rispondendo a domande poste dall' avv. Tarsitano, ha ammesso poi
che e' sua la calligrafia degli appunti che si trovano accanto ad alcune
piantine topografiche dello stabile di piazza Nicosia dove le Brigate rosse
irruppero il 3 maggio del 1979, assaltando la sede del comitato romano
della Dc. Da questa azione, tuttavia, lei e Valerio Morucci sono stati
assolti con formula piena al termine del processo di primo grado. La Faranda
ha ricordato che lei si occupo' di raccogliere i risultati di alcune "inchieste"
preliminari fatti da militanti irregolari dell' organizzazione sul palazzo
di piazza Nicosia in epoca assai precedente all' assalto. Per quanto riguarda
l' incontro con l' autonomo Lanfranco Pace, durante il sequestro Moro,
l' imputata ha detto che lei e Morucci non sapevano che "lui fosse un portavoce
di certi politici socialisti", ma che, comunque, "per noi - ha aggiunto
- allora era importante che certe posizioni possibiliste verso la trattativa
le assumesse la Dc e non il Psi". Nulla, poi, ha detto di aver saputo riguardo
all' uccisione dello statista. "Certi livelli di pettegolezzo - ha affermato
- non facevano parte del nostro costume..., posso solo dire che in direzione
di 'colonna', una volta si disse che, per motivi, diciamo cosi', 'umanitari',
a Moro non era stato annunciato che sarebbe stato ucciso".
10 gennaio - Il giudice istruttore del tribunale di Sassari, Francesco
Palomba, rinvia a giudizio 31 persone a conclusione dell' inchiesta sulla
cosiddetta "autonomia sassarese", un' organizzazione che - usando sigle
diverse - avrebbe compiuto nel sassarese dal 1976 al 1979 attentati, rapine
e furti. Un gruppo composto da 17 persone, tra le quali c' e' anche la
brigatista rossa Natalia Ligas, dovra' rispondere di associazione sovversiva
e detenzione di esplosivi. La Ligas e' accusata di aver partecipato a due
attentati: uno contro la sede della "Nuova Sardegna" e l' altro contro
il tribunale di Sassari. Quattro persone sono accusate di partecipazione
a banda armata perche' dal 1977 avrebbero instaurato rapporti con esponenti
nazionali di "Prima linea". sono Giuliano Deroma, Caterina Spano (condannati
nel processo contro la "colonna sarda" delle Br), Rossella Riccioni e Domenico
Poggi. Tra le persone rinviate a giudizio vi sono anche Prospero Gallinari
e Daniele Pifano. Il brigatista rosso e' accusato di aver portato in Sardegna
armi per la progettata evasione dal supercarcere dell' Asinara nel 1979,
mentre l' esponente del collettivo di via dei Volsci e' accusato anche
lui di avere portato nell' isola armi, di aver fabbricato ordigni esplosivi
e di aver fatto da tramite tra l' autonomia sarda e quella della penisola.
11 gennaio - Processo d' appello: Adriana Faranda si dice disponibile
a parlare anche della posizione di altri imputati, purche' con una simile
posizione processuale, come Norma Andriani o Arnaldo May, e un confronto
in aula tra la stessa Faranda ed un esponente della colonna romana da lei
diretta, il "pentito" Carlo Brogi, ex steward dell' Alitalia. La deroga,
del tutto inattesa, al principio stabilito dai dissociati di non parlare
per nessuna ragione delle responsabilita' di ex compagni d' avventura,
e' stata fatta dall' imputata, giunta al suo quarto giorno di interrogatorio,
per spiegare la data di ingresso e l' attivita' nella colonna romana delle
Br di Norma Andriani, sua compagna di "gabbia", condannata a 17 anni di
carcere al termine del processo di primo grado. La Faranda ha raccolto
un invito che le era stato rivolto dal difensore della Andriani, l' avv.
Rocco Ventre ed ha sostenuto che l' imputata non partecipo' alle "inchieste"
preparatorie per l' omicidio del giudice Girolamo Tartaglione, perche'
entro' nell' organizzazione soltanto nel settembre del 1978. La circostanza
riferita dalla Faranda contrasta con le dichiarazioni fatte piu' volte
dal "pentito" Carlo Brogi il quale ha sempre sostenuto che l' Andriani,
May, lui stesso ed alcuni altri imputati entrarono a far parte delle Br
nel giugno del 1978. Per questa ragione il pubblico ministero Carlo De
Gregorio ha chiesto ed ottenuto dalla corte un immediato confronto in aula
tra la Faranda e il "pentito". Entrambi, tuttavia, sono rimasti sulle
loro posizioni: Brogi ha confermato il suo ricordo fondato anche sul fatto
che l' Andriani era gia' da oltre un mese nelle Br allorche' lui fu incaricato
da Morucci di acquistare alcune armi in occasione dei suoi viaggi di lavoro
negli Stati Uniti. Per la Faranda, invece, la formazione di quella "brigata"
avvenne soltanto alla fine dell' estate e dopo numerose riunioni preliminari.
Successivamente Adriana Faranda ha risposto a numerose domande che le sono
state poste dall' avvocato dello stato Enzo Ciardulli, il quale tra l'
altro, le ha fatto rilevare alcune presunte contraddizioni relative alle
dichiarazioni da lei fatte in questi giorni alla corte. desta perplessita',
ad esempio, che l' imputata abbia partecipato all' omicidio Tartaglione
nonostante, gia' in precedenza, come sostiene, fosse stata contraria all'
azione di via Fani perche' prevedeva l' uccisione della scorta di Moro.
"Chi si pone in una situazione che comporta l' uso della violenza - e'
stata la spiegazione data dall' imputata ai giudici - deve relativizzare
il valore della vita umana nel senso razionale assoluto che ha. all' interno
di quest' ottica, poi, e' ovvio che ci sono sempre dei dubbi politici sull'
opportunita' o meno di uccidere, ma deve essere chiaro che finche' si e'
dentro l' ingranaggio non e' facile, anzi e' praticamente impossibile,
sottrarsi a questi momenti di guerra". La deposizione della Faranda e'
proseguita nel pomeriggio con risposte ad una serie di domande poste dagli
altri avvocati di parte civile e degli avvocati della difesa. tra l' altro
l' imputata ha risposto ad alcuni interrogativi dell' avv.Giuseppe De Gori
che tutela gli interessi della democrazi cristiana. La Faranda ha sostenuto
che l' uccisione di Aldo Moro era ritenuta "esecutiva" gia' molti giorni
prima del 9 maggio e che da nessuna parte degli organi dello stato, prima
di quella data, giunsero segnali che le Br avrebbero potuto prendere in
considerazione per modificare la loro sentenza di condanna a morte.
12 gennaio - E' definitiva la condanna a cinque anni di reclusione inflitta
dalla corte d' appello di Roma ad Adriana Faranda ed a Valerio Morucci
per la detenzione delle armi e delle munizioni trovate nell' appartamento
in viale Giulio Cesare dove furono arrestati il 29 maggio del 1979. Tra
le armi che la polizia trovo' nella casa, di proprieta' di Giuliana Conforto,
amica di Franco Piperno, c' era anche la mitraglietta "skorpion" con la
quale fu ucciso l' on. Aldo Moro. La prima sezione penale della cassazione
ha respinto il ricorso proposto dai difensori dei due brigatisti, oggi
"dissociati", ed ha confermato la sentenza emessa dai giudici della corte
d' appello nel febbraio di due anni fa. Il collegio di secondo grado aveva
ridotto la pena inflitta dal tribunale a Faranda ed a Morucci, che avevano
avuto sette anni. Gli stessi giudici della suprema corte hanno respinto
anche i ricorsi proposti dagli esponenti del "Comitato marchigiano delle
Brigate rosse" contro la sentenza con la quale la corte d' assise d' appello
di Ancona concluse il processo per l' assalto alla sede della "confapi",
avvenuto nell' ottobre del 1976. Definitive, percio', anche le condanne
ad otto anni di carcere per Lauro Azzolini, Caterina Piunti e Claudio Piunti,
mentre per il "pentito" Patrizio Peci, da tempo in liberta', la cassazione
ha applicato un condono di un anno e quattro mesi alla condanna a due anni
di reclusione.
14 gennaio - Processo d'appello: la deposizione di Adriana Faranda si
conclude con un'ultima serie di domande poste all'imputata dagli avvocati
di parte civile e dal pubblico ministero De Gregorio. Ai tentativi dei
penalisti di metterla in difficolta', la "dissociata" ha risposto sempre
con sicurezza. ha sfoggiato una grinta tenuta nascosta fino all'udienza
di oggi e non si e' lasciata intimorire, quando, al commento ironico di
un avvocato circa i compiti da lei svolti nelle Br ("pubbliche relazioni,
forse"), ha risposto con uno scatto: "niente sarcasmo, per piacere". Ha
ammesso, invece, l'importanza del suo ruolo e di quello di Morucci nella
creazione della colonna romana dell'organizzazione. proprio su questo aspetto
si sono soffermate le contestazioni dell'avv. Luigi Li Gotti, che assiste
i familiari dell'appuntato Ricci ucciso in via Fani. L'imputata ha ammesso
che la struttura romana delle Br fu allestita soltanto dopo l'ingresso
suo e di Morucci nell'organizzazione e che proprio a loro due fu affidato
l'incarico di costituire e dirigere il gruppo. Il progettato "attacco al
cuore dello stato", realizzato poi con l'operazione Moro, aveva assoluto
bisogno del supporto logistico della colonna romana. si e' parlato anche
della prigione di Aldo Moro e della mitraglietta "skorpion" con cui lo
statista fu ucciso, ma la Faranda non ha aggiunto circostanze nuove. Quella
di oggi, comunque, per Adriana Faranda e per Valerio Morucci, che, inquieto,
ha seguito ogni battuta dalla "gabbia", e' stata la giornata piu' difficile.
alla spavalderia con cui aveva preso a rispondere alle prime domande, l'
imputata ha dovuto sostituire nella seconda parte dell' udienza un nervosismo
sempre piu' evidente. spesso, rispondendo alle contestazioni dell' avv.
Li Gotti, ha perso la calma ed ha alzato il tono della voce. Il patrono
di parte civile ha messo in dubbio la sua effettiva "dissociazione" dalla
lotta armata, ha ribadito che, contrariamente a quanto sostiene, lei era
presente sulla scena dell' agguato di via Fani, le ha fatto notare i contrasti
tra diverse sue dichiarazioni - in aula e nei colloqui con il giudice Imposimato
- e quanto risulta invece dalle deposizioni di alcuni testimoni e di certi
"pentiti". Al penalista che sosteneva la piena approvazione da parte della
Faranda dell' operazione di via Fani e della stessa condanna a morte di
Aldo Moro, l' imputata ha risposto che "c' e' stata un' evoluzione graduale
del dissidio con il vertice dell' organizzazione". Non ha potuto negare,
poi, di aver partecipato, quale rappresentante della "colonna romana",
alla riunione della direzione strategica del febbraio del 1978. Si era
un mese prima dell' operazione Moro. in quell' occasione fu ratificata
"la linea politica" delle Br e, a quanto pare, nessuno espresse contrasti
con l' impostazione dell' imminente "campagna di primavera". A nulla sarebbe
servito in quell' occasione, un impatto frontale..." e' stata la reazione
dell' imputata. Quando, allora, si manifesto' veramente il dissidio
dei due brigatisti per la gestione del sequestro? Anche nello stesso documento
di "spaccatura" redatto in occasione dell' uscita dall' organizzazione,
secondo il penalista di parte civile, non ci sono accenni critici alla
conduzione del rapimento, all' eccidio degli uomini della scorta o all'
uccisione dell' ostaggio. "Sono tanti i punti di contrasto di quel documento
- ha risposto la Faranda -, ma bisogna tener conto che allora non credevamo
ancora alla fine della logica della lotta armata e dovevamo parlare con
brigatisti, esprimerci nel loro linguaggio, cercare di farci capire...".
Pur presente ad un' altra riunione della direzione strategica delle Br,
quella di Moiano, la "dissociata" ha detto di non ricordare che in
quell' occasione Gallinari abbia bruciato alcune carte trovate nella borsa
di Aldo Moro o che, sempre quel giorno, il suo compagno Morucci abbia staccato
dalla patente dello statista il bollo per usarlo in altre occasioni. e
sull' agguato del 16 marzo? Lei ha insistito nel dire che non era li' quel
giorno e che si limito' a studiare le varie fasi dell' azione, "avvicinamento,
attacco e sganciamento". ha precisato che fu deciso cosi' perche' un componente
della direzione di colonna doveva restare fuori per ogni evenienza e "nel
caso in cui a via Fani fosse avvenuta una tragedia ancora piu' grande....".
L' avv. Li Gotti le ha fatto notare che testimoni e "pentiti" concordano
nell' affermare che a via Fani c' erano quel giorno undici terroristi,
due dei quali in moto. la Faranda ha ribadito pero' che "il piano prevedeva
l' intervento di nove compagni". La telefonata al prof. Tritto per segnalare
alla famiglia Moro che il cadavere del presidente della Dc si trovava in
via Caetani fu fatta alle 12,13 e molti testi confermano che prima delle
12 la "Renault" rossa non era nella strada. Morucci e la Faranda che chiamarono
da una cabina della stazione "termini" - ha chiesto l' avvocato - sapevano
a che ora avrebbero dovuto fare quella chiamata? Secondo la versione dell'
imputata, no. anzi loro due ricevettero l' incarico da un componente dell'
"esecutivo" soltanto alle 11 di quel mattino e impiegarono del tempo a
trovare il posto giusto e "la forza per fare quella telefonata". tutto
cio' secondo l' avvocato, sarebbe incredibile perche' farebbe supporre
che solo per un caso la polizia non si trovo' in via Caetani nel momento
stesso in cui i terroristi vi lasciavano la "Renault". Ma non basta. in
quella stessa telefonata, Morucci rivela al prof. Tritto che era stato
Aldo Moro a chiedere che fosse avvertita la famiglia della sua fine
tramite il suo amico. eppure la Faranda ha sostenuto che a Moro i carcerieri
non dissero mai che sarebbe stato ucciso. "Non so... non ricordo piu' a
questo punto - ha risposto l' imputata -.... sono molto stanca e poi non
si puo' andare avanti cosi'". "Lei sostiene - ha insistito l' avv. Li Gotti
- che era contraria all' uccisione degli uomini della scorta di Aldo Moro.
eppure nel volantino preparato prima della strage, a cura della direzione
della colonna romana, da lei rappresentata, si parla di 'annientamento
totale'...., lei sa che Iozzino, Leonardi e Ricci sono stati finiti con
colpi di pistola alla nuca?". La risposta della Faranda e' stata: "in direzione
di colonna si era deciso di sparare addosso agli uomini della scorta...
bisognava tirare in maniera che non potessero piu' reagire...". La deposizione
odierna si e' conclusa qui, ma domani la Faranda dovra' nuovamente tornare
sulla pedana per rispondere ad altre domande.
14 gennaio - Per la sparatoria ingaggiata con alcuni agenti di polizia
il 15 febbraio del 1980 in piazza Matteotti, a Cagliari, Antonio Savasta
ed Emilia Libera si sono visti confermare dalla cassazione le condanne
ad otto anni e a sette anni e tre mesi rispettivamente inflitte loro dai
giudici sardi. I due brigatisti rossi in primo grado erano stati condannati
a trent' anni di reclusione ciascuno per tentativo di omicidio, detenzione
di armi ed altri reati. In appello le pene furono notevolmente ridimensionate
perche' nel frattempo sia Savasta sia la libera si erano "pentiti" e, collaborando
con la giustizia, avevano permesso l' arresto di numerosi ex compagni e
la scoperta di diversi "covi" delle Brigate rosse. La definitiva conferma
della sentenza di Cagliari costituisce un altro passo dei due brigatisti
verso la liberta' in quanto, per ottenere l' effettiva applicazione dei
benefici previsti dalla legge sui "pentiti", devono attendere che tutte
le condanne siano pasaste in giudicato, cosi' da rendere possibile un computo
globale delle pene avute. Savasta e la Libera nel 1980 si recarono in Sardegna
con l' incarico di organizzare una "colonna sarda" delle Br. Il 15 febbraio
furono intercettati dalla polizia, ma, al termine di una sparatoria, riuscirono
a fuggire. I due brigatisti furono aiutati nella fuga da un gruppo di "simpatizzanti"
sardi, quattordici dei quali furono rinviati a giudizio per favoreggiamento
e condannati in appello, ad esclusione di una giovane, Antonella Pinna,
assolta con formula ampia. Ora la cassazione ha annullato per lei la sentenza
di proscioglimento, disponendo un nuovo processo davanti alla corte d'assise
d'appello di Roma.
15 gennaio - Processo d'appello: continuano le polemiche tra gli avvocati
di parte civile e il difensore di Adriana Faranda, Tommaso Mancini, al
processo d' appello per la vicenda Moro giunto alla ventesima udienza.
Per dirimere l' ennesima discussione tra i penalisti, questa volta sull'
effettiva partecipazione o meno della "dissociata" all' agguato del 16
marzo in via Fani, il presidente della corte ha fatto leggere in aula le
conclusioni della perizia medico-legale sui cadaveri dei cinque uomini
della scorta di Aldo Moro. Si trattava di stabilire se i terroristi spararono
veramente i colpi di grazia alla nuca di tre degli agenti, come ha sostenuto
ieri l' avvocato di parte civile Luigi Li Gotti in una contestazione rivolta
all' imputata. La Faranda, secondo il suo difensore, ha risposto di aver
letto la circostanza sui giornali proprio perche' non era in via Fani,
in quanto, altrimenti, l'avrebbe esclusa, come infatti, sempre secondo
il penalista, avrebbero fatto i periti d' ufficio. In realta', gli esperti,
nella relazione, precisano di non poter esprimere giudizi definitivi sulla
distanza dalla quale furono sparati i colpi che uccisero gli agenti Rivera,
Iozzino e Zizzi e i carabinieri Leonardi e Ricci. I difensori di parte
civile, a loro volta, hanno fatto notare alla corte del foro italico che
sono i periti balistici, nella loro ricostruzione della sparatoria, a sostenere
che contro almeno tre agenti furono sparati colpi alla nuca. Ancora domande,
per la Faranda, questa volta da parte dell' avv.Giuseppe Zupo, che tutela
gli interessi dei familiari di Giulio Rivera e di Francesco Zizzi. al penalista
l' imputata ha precisato che lei sapeva che le Br "avrebbero sparato addosso
agli uomini della scorta" e non che si doveva "annientare la scorta". Ha
aggiunto che, per l' organizzazione, in quel momento "l' importanza di
rapire Aldo Moro sopravanzava qualsiasi considerazione sull' opportunita',
anche di tipo politico in vista della successiva trattativa, di uccidere
i cinque agenti della scorta". Altre contestazioni del penalista hanno
riguardato la consegna delle numerose lettere scritte da Aldo Moro durante
i giorni della prigionia, consegna di cui si occuparono sempre l' imputata
e il suo compagno Valerio Morucci. L' imputata, su richiesta dell' avvocato
Zupo, ha controllato poi una ad una le copie di tredici lettere trovate
nel "covo" delle Br di via Monte Nevoso a Milano e ha precisato che non
le sembrano, nel contenuto, le stesse che lei e Morucci provvidero a consegnare
nei giorni del sequestro. "Potrebbero essere forse il riassunto di alcune
lettere scritte da Moro" - ha affermato la Faranda, che ha precisato di
non aver mai ricevuto da parte dei destinatari lettere da consegnare a
Moro nella "prigione del popolo". Durante l' udienza, l' avvocato Tarsitano,
parte civile insieme con il collega Zupo, ha reso noto ai giornalisti un
episodio che sarebbe avvenuto alcuni giorni fa, il 4 gennaio scorso, al
termine dell' udienza. l' avv. Zupo, mentre usciva dall' aula, sarebbe
stato minacciato dagli "irriducibili" dell' ultima gabbia. uno di essi,
Bruno Seghetti, gli avrebbe gridato: "vi sgozzeremo".
16 gennaio - Il tribunale di Trani condanna Giuliano Naria a diciassette
anni e sei mesi di reclusione per la rivolta del dicembre 1980 nel carcere
di massima sicurezza. Uno degli avvocati difensori del presunto brigatista
rosso, Mario Russo Frattasi, ha dichiarato:"aspettiamo ora di leggere la
motivazione della sentenza, ma non possiamo non mettere in evidenza che
sicuramente sarebbe stato utile accertare il reale ruolo politico di Naria
dal 1979 al 1981, in un periodo cioe' nel quale era stato ferocemente criticato
dalle 'Br' per certi suoi atteggiamenti difensivi nei processi che affrontava,
il che avrebbe consentito, anche per questa via, di accertare la sua estraneita'
all' iniziativa delle 'Br' e l' assurdita' che i piu' violenti componenti
del comitato di lotta abbiano mai potuto pensare di utilizzare il Naria
in un compito tanto delicato come quello riferito da un agente di custodia".
17 gennaio - 300 mila lire di multa, pena condonata, e la pubblicazione
della sentenza: questa la pena richiesta dal pubblico ministero del tribunale
dell' Aquila nel processo a 23 magistrati romani di " magistratura democratica",
accusati di diffamazione aggravata a mezzo stampa dell' ex sostituto procuratore
della repubblica di Roma, Claudio Vitalone. Il pubblico ministero Antonio
Palumbo, che ha ritenuto la diffamazione semplice e non aggravata formulando
la richiesta, ha "deprecato il proditorio attacco ai precedenti pm che
avevano chiesto il proscioglimento in istruttoria degli imputati". La vicenda
e' relativa alla decisione di affidare a Vitalone l' inchiesta sulla strage
di via Fani. In un documento, redatto al termine di un' assemblea e consegnato
all' Ansa, i magistrati criticarono la decisione della procura romana affermando
che avrebbe " costituito un espediente per pilotare un processo di gravissimi
riflessi politici nel senso gradito ad una determinata fazione della Dc"
alla quale sarebbe stato collegato Claudio Vitalone. Dopo un'ora di camera
di consiglio, il tribunale assolve, perche' il fatto non costituisce reato,
i 23 magistrati romani accusati di diffamazione aggravata a mezzo stampa
di Claudio Vitalone. I magistrati sono: Gianfranco Viglietta, Antonio Giuseppe
Veneziano, Giuseppe Barbagallo, Giuseppe Caizzone, Felice Terracciano,
Marco Pivetti, Gabriele Battimelli, Ottorino Gallo, Beniamino Zagari, Ernesto
Rossi, Aldo Vittozzi, Francesco Misiani, Gabriele Cerminara, Luigi Saraceni,
Pietro Federico, Pier Fausto Ciuchini, Franco Marrone, Riccardo Morra,
Giuseppe Bronzini, Vincenzo Placco, Giovanni Briasco, Gaetano Dragotto
e Massimo Carli.
17 gennaio - Processo d' appello: Adriana Faranda, alla conclusione
del suo lungo interrogatorio, dice che ci sono due militanti delle Br che
non sono stati mai imputati della strage di via Fani benche' quella mattina
del 16 marzo fossero presenti sulla scena dell' agguato. La Faranda, fedele
alla sua scelta di "dissociata", si e' ben guardata dal fare i nomi di
quegli ex compagni, pur precisando che si tratta di terroristi gia' da
tempo identificati dalla polizia. Secondo lei, quindi, tutte le indagini
fatte dagli inquirenti dal 1978 ad oggi, andrebbero riviste perche' non
undici erano i terroristi rossi entrati in azione contro Aldo Moro e la
sua scorta, ma nove e, non solo la stessa Faranda, ma almeno altri tre
brigatisti sarebbero stati ingiustamenti condannati all' ergastolo in primo
grado per l' azione del 16 marzo. Oltre, con la Faranda, non si riesce
ad andare, proprio perche' non intende derogare alla scelta di non fare
nomi. eppure, l' imputata questo ostacolo lo ha superato, come gia' in
un' altra occasione, anche questa mattina, per confermare circostanze relative
alle posizioni di due compagne di "gabbia", Mara Nanni e Caterina Piunti.
Alle domande del difensore delle due imputate, anche loro in assise condannate
all' ergastolo, la Faranda, infatti, ha risposto che veramente entrambe
non parteciparono ad alcuna azione terroristica. Prima di congedarsi dalla
corte, la Faranda ha precisato ad un giudice popolare di "riconoscersi
oggi nella carta costituzionale del 1948" e di "ripudiare qualsiasi mezzo
di lotta politica non conforme alla costituzione della repubblica". Successivamente,
avvocati di parte civile e della difesa e il pubblico ministero Carlo De
Gregorio si sono impegnati in una discussione riguardante la possibilita'
o meno di acquisire agli atti del processo alcuni documenti relativi ad
altri giudizi. si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio della magistratura
romana per l' attivita' eversiva delle "fac" (formazioni armate comuniste),
del "mcr" (movimento comunista rivoluzionario) e per la presunta responsabilita'
degli autonomi Franco Piperno e Lanfranco Pace nel sequestro di Aldo Moro.
L' istanza e'stata presentata alla corte dal rappresentante della pubblica
accusa. I giudici hanno respinto l' istanza del pubblico ministero, non
ritenendo necessario consultare le ordinanze di rinvio a giudizio per decidere.
18 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci comincia la sua deposizione.
Il suo intervento coincide con il ritorno dei "duri" dell' organizzazione
a metodi di contestazione che sembravano superati: quando l' imputato ha
cominciato a leggere un documento firmato da 170 "dissociati" delle "aree
omogenee" delle carceri di Roma, Torino, Milano e Voghera, hanno vivacemente
protestato. Nel documento letto da Morucci e consegnato in questi stessi
giorni anche ad altre corti d' assise, si parla, tra l' altro, della volonta'
dei "dissociati" di lottare contro "un giudizio penale che congela l' individuo
in un certo punto del suo passato, disconoscendone gli sviluppi", nonche'
dell' importanza di "rimuovere l' atrocita' del carcere a vita... perche'
resti alla persona un bene inalienabile, la speranza". Ad un certo punto
del suo racconto, Morucci si e' reso conto, poi, che stava parlando delle
Brigate rosse in terza persona e si e' corretto. "Non hanno... - ha spiegato
ai giudici - ma abbiamo fatto queste cose perche' c' ero anche io". Stava
parlando, in quel momento, della "degenerazione all' interno del movimento
dell' ideologia rivoluzionaria" che comporto' l' inizio, per molti, dell'
esperienza nei gruppi della lotta armata. a differenza della sua compagna,
Morucci, inoltre, piu' volte durante questa prima parte del suo interrogatorio
ha voluto sottolineare quello che ha definito "un fondamentale errore di
valutazione" da parte delle istituzioni nei confronti delle Br. "Dopo il
sequestro dell' on. Moro - ha spiegato l' ex dirigente della "colonna romana"
- lo stato ha completamente ribaltato l' ottica con la quale fino a quel
momento aveva esaminato il fenomeno eversivo: si e' cominciato a enfatizzare
le Brigate rosse, a farle assai piu' forti di quanto in realta' non siano
mai state. erano ben poca cosa". In giacca e cravatta (e' il primo brigatista
che si presenta davanti a una corte con tale abbigliamento) Morucci ha
parlato per ore senza interruzioni e seguendo un filo logico per ricostruire
la presenza delle Brigate rosse a Roma dal settembre 1976, data del suo
ingresso nell' organizzazione. "Abbagliato" dal mito di entrare in una
"organizzazione potente e capillare", come qualcuno gli aveva "millantato",
Morucci prende contatto con tre militanti "regolari", all' epoca prsenti
a Roma, Mario Moretti, Franco Bonisoli e Maria Carla Brioschi. Ne ha fatto
i nomi perche' - ha detto - si sono tutti, piu' volte, dichiarati appartenenti
alle Br. Con il successivo ingresso nel gruppo della Faranda, comincia
l' attivita' di proselitismo e Morucci ha ammesso che furono proprio lui
e la compagna ad individuare ed a raggruppare i primi simpatizzanti chiamati
di li' a poco a costituire la "colonna romana". Delle "potentissime Br"
dell' epoca, Morucci ha narrato l' episodio di Franco Bonisoli che si tinge
i capelli perche' "troppo rossi" convinto di non poter piu' essere riconosciuto
e deve lasciare di gran carriera Roma perche', poco dopo, scopre di essere
stato individuato dalla proprietaria della casa che ha affittato, una parrucchiera.
O, ancora, i pranzi in un ristorante nei pressi della casa di Andreotti
senza accorgersi che, due tavoli piu' in la', stanno seduti gli uomini
della scorta. Ancora approssimazione e causalita' da parte delle "superpotenti
Brigate rosse" in quelle "inchieste preliminari" svolte in quel periodo
- primavera 1977 - sotto l' abitazione del sen.Fanfani, in via Platone
- ma il senatore non abitava gia' piu' li' - nei pressi della casa in piazza
Capranica dell' on. Prandini, esponente dei "gruppi di impegno" della Dc,
o all' Eur, quando si era progettato di "colpire" l' on. Bartolo Ciccardini.
Nei progetti dei "regolari" delle Br, allora, c' erano anche un' irruzione
nella "sede degli andreottiani" in via Zanardelli ("ma ci rinunciammo -
ha detto Morucci - perche' troppo rischiosa"), un attentato al ministro
Antonio Bisaglia al "residence al Velabro" ("scoprimmo casualmente che
viveva li' - ha spiegato l' imputato - mentre facevamo una riunione nella
piazza"), il lancio di un ordigno sulla rampa di monte Mario contro l'
auto che trasportava Emilio Santillo, capo dell' antiterrorismo. Perche'
allora proprio Aldo Moro? "occorreva - ha detto Valerio Morucci - un' azione
tale da mettere in gioco completamente gli equilibri interni della Dc e,
in quel momento, Moro rappresentava la continuita' del partito pur nell'
impulso al rinnovamento. le Br sono sempre state un po' vanitose......erano
convinte, che se avessero preso un altro anziche' Moro, non avrebbero fatto
capire al nemico quanto bene avevano compreso le sue intenzioni ed i suoi
interessi". E' tra il dicembre del 1977 e il gennaio del 1978 che si decide
- secondo Morucci, di intensificare gli accertamenti sui movimenti di Aldo
Moro e lui, la Faranda ed altri quattro "regolari" partecipano agli appostamenti
ed ai controlli. Dopo aver ricordato nei dettagli il progetto di attuare
il sequestro all' interno della chiesa di santa Chiara, Morucci ha affermato
che pochi giorni prima del 15 febbraio 1978 si scelse l' incrocio tra via
Fani e via Stresa.
19 gennaio - 27 mandati di cattura per presunti appartenenti all' aerea
delle "unita' combattenti comuniste" e di "rosso": e' questo il bilancio
delle indagini nate dalle dichiarazioni rese ai magistrati milanesi da
Mario Marano, uno degli assassini di Walter Tobagi condannato per quell'
omicidio a 20 anni di reclusione e sulle cui spalle grava un' altra condanna,
questa di secondo grado, a 13 anni di reclusione per la sua partecipazione
alle "Ucc". I mandati di cattura sono stati emessi dai giudici istruttori
Grigo e Salvini: riguardano 10 persone latitanti, due gia' detenute mentre
altre 15 sono state arrestate, alcuni sono stati rintracciati in paesi
stranieri: e' il caso di Salvatore Nicosia che risiede a Parigi e che,
secondo l' accusa, tenne contatti con "Action directe" la organizzazione
estremista francese. Per Nicosia che e' imputato anche nel processo in
svolgimento a Milano ai "comunisti organizzati per la liberazione proletaria"
(colp) e' stata inoltrata domanda di estradizione. sono stati invece localizzati
in Nicaragua Guglielmo Guglielmi e Livia Scheller: secondo quanto ha dichiarato
Marano, i due insieme a lui e a Francesco Giordano (altro componente del
"commando" che uccise Tobagi) costituirono le "unita' combattenti comuniste"
a Milano. I reati contestati nei mandati di cattura vanno dai reati associativi
a rapine, assalti come quello al centro dati dell' universita' Bocconi
e esercitazioni con armi. Tra gli arrestati figurano i nomi dei fratelli
Pietro ed Emilio Morlacchi, di due insegnanti genovesi Vincenza Siccardi
e Clara Ghibellini e di un dipendente della Sea, la societa' che gestisce
l' aeroporto di Linate, Giuseppe Deidda. Tra i latitanti vi sono alcuni
nomi noti come quello di Oscar Tagliaferri condannato all' ergastolo al
processo a "Prima linea" svoltosi a Milano e personaggi importanti come
Sergio Vecchione che avrebbe dovuto incontrare alla stazione centrale di
Milano il pentito Fernando Della Corte che uccise, in quell' occasione,
un agente di polizia. sono invece in carcere Franco Fiorina, leader dei
"colp" e Francesco Giordano condannato a 30 anni per l' omicidio Tobagi.
Mario Marano che, dopo l' iniziale dissociazione dalla lotta armata maturata
al processo Tobagi, ha scelto di collaborare con la magistratura, ha confermato
anche tutto cio' che Barbone aveva detto sulla dinamica e sulle motivazioni
del delitto Tobagi. Dll' estate scorsa il terrorista ha raccontato ai giudici
il suo percorso nelle "unita' combattenti comuniste" durante il quale ebbe
contatti con Franco Fiorina e con il brigatista Pietro Morlacchi
e poi la sua conoscenza con Barbone e la tragica vicenda della "brigata
XXVIII marzo". Reta pero' l' interrogativo di una parte delle armi della
"brigata XXVIII marzo" che, secondo Marano, furono consegnate ad un esponente
delle Brigate rosse e che non sono mai state trovate.
21 gennaio - Comincia ed e' subito rinviato a marzo il processo di appello
contro la colonna torinese delle Brigate rosse responsabile di dieci omicidi
e diciassette ferimenti oltre che di numerosi attentati, assalti e rapine.
Il rinvio e' stato disposto per consentire agli imputati (in tutto 48),
molti dei quali ora impegnati a Roma nel processo d'appello per l'uccisione
di Aldo Moro e della sua scorta, di essere presenti al dibattimento. Non
era in aula Giuliano Naria, che in primo grado venne assolto per insufficienza
di prove dall'accusa di aver partecipato all'omicidio del procuratore capo
di Genova Francesco Coco e della sua scorta. in primo grado gli imputati
(fra i quali figurano nomi di primo piano delle Br come Mario Moretti,
Barbara Balzerani, Rocco Micaletto, Lauro Azzolini, Luca Nicolotti) furono
condannati complessivamente a dodici ergastoli e 290 anni di prigione.
Le accuse riguardano le attivita' della colonna torinese delle Br attiva
a Torino tra il 1973 e il 1980 quando il gruppo venne decimato dagli arresti
seguiti alle confessioni di Patrizio Peci. Tra le imputazioni vi sono gli
omicidi del vicedirettore de "la stampa" Carlo Casalegno, del presidente
dell'ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, del maresciallo di polizia
Rosario Berardi, del capo officina della lancia Piero Coggiola. Si sono
costituiti parte civile l'ordine degli avvocati di Torino e il consiglio
nazionale forense, le vedove Casalegno, Coggiola, Berardi, Croce, il ministero
dell' interno, l'avvocatura di stato e la democrazia cristiana che subi'
alcuni assalti in sue sedi cittadine. Il difensore di Giuliano Naria, l'avv.
Fulvio Gianaria, ha detto che il suo cliente sara' comunque presente al
dibattimento, ma che ora per le sue precarie condizioni di salute e' stato
ricoverato sabato scorso nel repartino detenuti dell'ospedale Molinette
di Torino poche ore dopo il suo arrivo in citta'.
21 gennaio - i servizi segreti israeliani credono che, con un interessato
consenso della Siria, il terrorismo italiano stia rinnovando una passata
collaborazione riprendendo contatto con il fronte popolare per la liberazione
della Palestina (fplp) di George Habbash. "Sappiamo che i siriani stanno
incoraggiando Habbash a riallacciare rapporti con le Brigate rosse" hanno
detto all' Ansa fonti dell' 'intelligence'. Senza fornire nomi le fonti
hanno affermato che a suo tempo vennero passati ai servizi italiani i nomi
di 45 brigatisti emersi dagli archivi della guerriglia palestinese a Beirut.
"Quando entrammo nella capitale libanese nell' estate 1982 trovammo documenti
secondo i quali almeno 45 Br erano in addestramento in Libano nell' organizzazione
di Habbash. Non riuscimmo a catturarli perche' da la' erano fuggiti verso
l' Europa", hanno spiegato le fonti, riaprendo uno spiraglio su collegamenti
fra il terrorismo italiano e la guerriglia palestinese. "Sappiamo che le
Br avevano bisogno di addestramento, di campi, di conoscenza dell' uso
di materiale bellico e di sabotaggio. i brigatisti si erano rivolti a Habbash
e in cambio si erano impegnati a condurre attacchi contro obiettivi israeliani
in Italia. L' attuale ripresa attiva delle Br in Italia potrebbe avere
le stesse radici di allora. Oggi i Br hanno amici per rifugiarsi a dDasco,
che controlla il fplp. A Damasco nulla accade senza il consenso dei servizi
di sicurezza siriani". "Fra il 1973 e il 1982 le Br mandavano normalmente
loro militanti ad addestrarsi in campi palestinesi nel sud del Libano,
a Tiro, ma anche nel campo profughi di Chatila. A Beirut ne trovammo le
prove. Ora i gruppi che aiutarono le Br sono installati a Damasco. sono
le organizzazioni di Habbash, Ahmed Jibrill, Abu Mussa, Nayef Hawatmeh,
Samir Gosher: tutti sotto influenza e controllo siriani". Una fonte dei
servizi impegnati nella lotta contro il terrorismo ha detto che non risulta
mai arrivato agli organi di polizia giudiziaria che conducono le indagini
sull' eversione un elenco di 45 brigatisti rossi che si sarebbero addestrati
nei campi palestinesi in Libano. La notizia dei 45 nomi passati ai servizi
italiani e' stata data a Tel Aviv da una fonte dell' "intelligence" israeliano.
A suo tempo, ha detto l' esperto italiano, quando rimbalzo' sulla stampa
la voce che gli israeliani avevano trovato nel 1982 a Beirut prove dell'
addestramento di elementi delle Br in capi palestinesi, le autorita' di
sicurezza italiane chiesero ragguagli, ma non seguirono risposte positive,
neppure dopo alcuni solleciti.
24 gennaio - processo d'appello: Valerio Morucci parla del periodo compreso
tra il 9 maggio 1978 e l' uscita dall' organizzazione eversiva del gruppo
da lui diretto, una spaccatura databile intorno alla primavera del 1979.
Dubbi e perplessita' del "dopo Moro" non erano, in quel momento, ancora
tali da ridurre o annullare la convinzione dell' importanza dell' "omicidio
politico" e delle "azioni militari" contro gli apparati dello stato. Furono
almeno una decina, subito dopo il sequestro di Aldo Moro, i progetti "messi
in cantiere" dai militanti delle Brigate rosse a Roma. Morucci ha ricordato
le "indagini" presso gli uffici dell' on. Bubbico. ("Lo individuammo -
ha aggiunto - quale massimo responsabile della Dc nel controllo degli organi
radiotelevisivi" ) e dell' on. Signorello. Ancora il brigatista ha rievocato
i sopralluoghi compiuti nelle strade dove abitavano alcuni esponenti della
confindustria, come Paolo Annibaldi ("ogni venerdi' sera sembrava - ha
precisato Morucci - che prendesse il rapido dalla stazione termini per
recarsi a Pescara" ) o il dott. Paolo Savona. Poi ci furono le "inchieste
preliminari" su un progetto di irruzione in una palazzina dove aveva sede
un' associazione industriale in via Mercadante e gli "studi" per realizzare
attentati contro l' ex capo del Sisde Grassini e l' ex capo del Sismi Santovito,
con "infruttuosi e stressanti sopralluoghi" , nei pressi dei loro uffici.
In fase avanzata, ed anzi, "ormai pressoche' operativa" era invece l' "indagine"
brigatista per l' agguato all' ex questore di Roma Ugo Macera, allora capo
della criminalpol. I terroristi, secondo il racconto fatto da Valerio Morucci,
erano pronti a colpire l' alto funzionario di polizia, ma, come per tutte
le altre ipotesi di attentato, decisero all' ultimo momento di abbandonare
il progetto. in questo caso particolare, Morucci ha detto che "non fu possibile
riscontrare una regolarita' negli orari di Macera". L' ultima parte della
deposizione, Morucci l' ha dedicata ad un' analisi dei progressivi contrasti
sorti tra lui e la Faranda da una parte e gli altri dirigenti delle Br
dall' altra. Ha parlato di una "quasi automatica involuzione della strategia
sul terreno dell' annientamento" dopo l' operazione Moro e di una sempre
piu' marcata sensazione di "vuoto politico e umano" di fronte ad una "macchina
terroristica della quale non si riesce piu' a comprendere il funzionamento
e la direzione". "Quando le Brigate rosse ci espulsero - ha detto ancora
Morucci parlando di se' e della Faranda - fummo abbandonati a noi stessi.
uscir fuori dall' organizzazione voleva dire essere lasciati con qualche
galletta su una zattera nel marzo dei sargassi, andare incontro all' arresto
sicuro". Il pubblico ministero Carlo De Gregorio ha chiesto poi all' imputato
di fare la storia della "skorpion"" da lui detenuta ed usata per uccidere
Aldo Moro. Morucci ha ricordato che quell' arma egli l' aveva gia' prima
di entrare a far parte delle Br, ma ha aggiunto di non voler parlare in
questo processo dell' uso che se ne fece in occasione dell' uccisione del
procuratore generale di Genova Francesco Coco. Il "dissociato" ha rivelato
poco dopo, rispondendo ad alcune domande dell' avvocato dello stato Enzo
Ciardulli, che sono tre i terroristi tuttora latitanti, anche se da tempo
identificati dalla polizia, che presero parte alla strage di via Fani.
Ha aggiunto di non sapere pero' se attualmente militino ancora nell' organizzazione
o invece ne siano usciti da tempo, circostanza che comunque ritiene piu'
probabile. Per quanto riguarda le polemiche sulla sorte dell' on. Moro,
Morucci ha dichiarato che "le Br speravano vivamente di poter liberare
Moro perche' cio' avrebbe significato l' ottenimento dei risultati che
si erano prefisse".
24 gennaio - Oltre centosettanta terroristi di estrema sinistra, di
diverse bande armate, sono stati rinviati a giudizio al giudice istruttore
Enrico Pacifico a conclusione della seconda parte della maxinchiesta sul
terrorismo rosso. Insurrezione armata contro i poteri dello stato e guerra
civile sono i reati principali che il magistrato ha contestato agli imputati.
Il lunghissimo elenco delle persone che dovranno prossimamente comparire
in corte di assise per essere processate comprende nomi noti dell' estremismo
rosso, come quelli dei docenti della scuola parigina "Hyperion" Vanni Mulinaris,
Duccio Berio e Corrado Simioni, dell' ex parlamentare socialista Domenico
Pittella, dell' avvocato Tommaso Sorrentino, dei "nappisti" Giovanni Gentile
Schiavone e Domenico Delli Veneri, di Susanna Ronconi, esponente di spicco
di "Prima linea". Infine il magistrato ha archiviato gli atti relativi
a Paola Elia e Luigi Scricciolo. L' ordinanza di rinvio a giudizio, depositata
oggi in cancelleria, conclude un'istruttoria che, affidata inizialmente
al giudice istruttore Francesco Amato, venne suddivisa in dueparti. La
porima fase dell' indagine ebbe termine nel luglio del 1983 con il rinvio
a giudizio di centocinquanta terroristi, tra i quali i "capi storici" delle
Brigate rosse. Nella motivazione della sentenza (450 pagine nelle quali
vengono indicate le posizioni dei 174 rinviati a giudizio e dei 43 imputati
prosciolti) Pacifico dedica, nella parte generale, un ampio spazio a considerazioni
sul fenomeno del terrorismo, che - afferma -continua a dare chiari segni
di vitalita'. In proposito il magistrato fa riferimento alla rapina che
le Br tentarono poco prima di natale per impadronirsi di un furgone che
trasportava gli incassi di un grande magazzino. in quell'occasione mori'
il terrorista Antonio Gustini e venne arrestata Cecilia Massara, da tempo
ricercata. Pacifico, che ha sostanzialmente accolto le richieste del pubblico
ministero Salvatore Vecchione, rivolge le accuse piu' dure all'ex senatore
del Psi Domenico Pittella. Per Pacifico l'ex parlamentare "e' sommerso
da un coacervo di prove valide sia per il loro numero sia per la sostanza".
In particolare il magistrato ha considerato la posizione di Pittella sotto
diversi aspetti. Il primo si riferisce alle cure prestate a Natalia Ligas:
questo episodio ha gia' determinato il rinvio a giudizio dell'ex parlamentare
nell' ambito dell'inchiesta "Moro ter". Pacifico sostiene in proposito
che l'ex parlamentare e' stato stabilmente legato alle Brigate rosse e
di conseguenza e' diventato partecipe del piano insurrezionale per aver
messo la sua clinica a disposizione delle Br. sono le "confessioni" di
terroristi come Fenzi, Ravazzi, Galati e Planzio a fornire tutti gli elementi
necessari per confermare non solo questi fatti ma anche quello relativo
al progettato rapimento dell'assessore della regione lucania, dottor Ferdinando
Schettini. Fu lo stesso Pittella, secondo il magistrato, a fornire le notizie
necessarie alle Brigate rosse per rapire l'esponente regionale che doveva
essere "tolto di mezzo" per lasciare allo stesso Pittella il campo libero.
Proprio Schettini, si legge nella motivazione, esaminando il materiale
trovato in un covo indico' un documento contenente certe notizie che lo
riguardavano e che potevano provenire solo da Pittella. Un altro aspetto
della posizione dell'ex parlamentare socialista, anche se in proposito
lo stesso magistrato riconosce che gli elementi raccolti sono rimasti avvolti
da una "certa fumosita"', ma che devono essere comunque presi in considerazione
nel quadro della vicenda, e' quello relativo a collegamenti tra 'ndrangheta
e Brigate rosse. Il materiale raccolto attraverso le indagini, secondo
quanto e' scritto nel documento, non fa escludere che l'ex senatore possa
essere stato al vertice di una cosca che, intrattenendo costanti rapporti
con le Brigate rosse, era disponibile a fornire appoggi in occasione di
progettate evasioni di terroristi da supercarceri, come quello di Palmi.
Nella stessa posizione di Pittella il magistrato ha collocato anche l'avvocato
Tommaso Sorrentino, da tempo latitante in Francia. Elementi emersi dalle
indagini l'hanno fatto ritenere per un certo tempo capo della cosca collegata
con il terrorismo. un'ipotesi questa che non ha comunque avuto, riconosce
il giudice, una conferma definitiva. certo, invece, che Sorrentino tenesse
i contatti con l'esterno e l'interno delle carceri fungendo anche da "postino".
Un altro ampio capitolo e' stato dedicato all'esame dell' attivita' della
scuola "Hyperion" di Parigi, e in particolare ai suoi tre principali esponenti,
Vanni Mulinaris (attualmente in Italia agli arresti domiciliari e coinvolto
in un'inchiesta in corso a Venezia), Duccio Berio e Corrado Simioni (entrambi
latitanti). Pacifico si sofferma in particolare sulla posizione di Mulinaris,
rilevando che "le polemiche che hanno accompagnato la sua incriminazione
e il suo arresto sono direttamente proporzionali alle sue responsabilita'".
In questa parte del documento il magistrato critica il comportamento dei
servizi segreti francesi rimproverando loro di non aver sufficientemente
indagato sull'attivita' dell'yperion, indicata da molti pentiti come "rete
di appoggio" alle attivita' eversive e "fucina per la progettazione di
attentati". Con la sentenza il giudice esclude qualsiasi partecipazione
degli ex sindacalisti della Uil Luigi Scricciolo e Paola Elia al progetto
insurrezionale. Rilevando che i due erano stati raggiunti soltanto da una
comunicazione giudiziaria, pacifico definisce la loro "una condotta ripugnante
per aver approfittato delle loro cariche sindacali per commettere reati".
ma la loro attivita', secondo il giudice, e' stata unicamente diretta a
far opera di spionaggio (e in proposito e' ancora in corso un'inchiesta
affidata al giudice istruttore Rosario Priore) e non ci sono elementi per
dire che abbiano concorso al progetto insurrezionale.
25 gennaio - sono definitivi i due ergastoli e le altre condanne a complessivi
68 anni di reclusione inflitti dai giudici di Venezia ai componenti della
colonna veneta delle Brigate rosse responsabili di due omicidi e di un
traffico di armi con il Libano. la prima sezione della corte di cassazione,
presieduta dal dottor Marco di Marco, ha infatti respinto i ricorsi proposti
dagli imputati e dal procuratore generale di Venezia, cosicche' la sentenza
con la quale il 23 giugno del 1983 si concluse il processo d' appello e'
divenuta irrevocabile. L' ergastolo fu inflitto a Marinella Ventura e a
Marco Fasoli, responsabili con altri terroristi giudicati a parte, degli
omicidi del dirigente ella Montedison Sergio Gori e del vice capo della
Digos veneziana Alfredo Albanese e di introduzione in Italia di armi da
guerra. la cassazione ha inoltre confermato per lo psichiatra di Ancona
Massimo Gidoni, proprietario del panfilo "Papago" con cui vennero prelevate
in Libano le armi, dodici anni di reclusione, per Emanuela Bugitti quindici
anni, per i "pentiti" Vittorio Olivero e Michele Galati sedici anni. Ribadita
infine l' assoluzione dall' accusa di partecipazione a banda armata per
Carlo Levi Minzi, che ebbe un anno e sei mesi per la sola ricettazione.
25 gennaio - Presentato "Wkhy", enigmatico libro di Renato Curcio, edito
dalla cooperativa "Apache". Che cosa significa ? a questa domanda hanno
cercato di rispondere il sociologo Giulio Salierno e gli attori Gian Maria
Volonte' e Piera Degli Esposti. Il libro - e' emerso nel corso della conferenza
stampa e nel sucessivo dibattito - puo' essere interpretato come il tentativo
dell' uomo-detenuto di esprimersi senza parlare delle miserie e degli orrori
del carcere. ne esce fuori un' opera di interpretazione indubbiamente difficile,
che puo' apparire molte volte incomprensibile e oscura. "e' un viaggio
attraverso i condizionamenti dei meccanismi di controllo sociali" ha detto
Salierno; "e' un modo per l' uomo di recuperare la sua interezza, lasciando
il pensiero libero di espandersi" ha sottolineato Degli Esposti; "e' una
voce che arriva evadendo dai recinti della segregazione affrontando uno
dei piu' opprimenti problemi del carcere: quello dell' espressione" ha
sostenuto Volonte'. insomma un ritratto di Renato Curcio come individuo,
sia pure non piu' soggetto autonomo, e non come capo storico delle Br.
25 gennaio - Processo di appello: un'istanza dell' avvocato della Dc
Giuseppe De Gori sollecita la corte ad acquisire agli atti la copia di
un articolo del quotidiano "il popolo" circa l'incontro che sarebbe avvenuto
a Parigi nei giorni scorsi tra Oreste Scalzone, leader dell'autonomia da
tempo latitante e il ministro del lavoro Gianni De Michelis. Alla richiesta
si sono associati i difensori di parte civile di alcuni familiari degli
agenti uccisi in via Fani, mentre l'avvocato dello stato e i difensori
degli imputati si sono opposti all'istanza ritenendo la vicenda Scalzone-De
Michelis del tutto estranea ai fatti del processo, tesi che alla fine e'
stata fatta propria anche dalla corte d'assise d'appello che, dopo una
breve camera di consiglio, ha respinto la richiesta mettendo a tacere le
reciproche accuse di strumentalizzazione politica che avevano costretto
il presidente a ripetuti interventi per far tornare la calma in aula. Prosegue
poi l'interrogatorio di Valerio Morucci che ha risposto a numerose domande
degli avvocati di parte civile. Morucci ha confermato che "molti imputati
di questo processo sono accusati di fatti ai quali non hanno partecipato"
e che "altri compagni che erano a via Fani non sono nell'aula" del foro
italico anche se imputati in altri processi. oltre non e' stato possibile
andare su queste circostanze nonostante i tentativi di diversi difensori
di parte civile. Duro il giudizio espresso dall'imputato a proposito di
certi commenti provenienti da "rifugiati parigini" sull'evoluzione della
lotta armata in Italia. Morucci ha preso lo spunto da una domanda di un
avvocato per affermare che "molte persone che sono riparate a Parigi hanno
la cattiva abitudine ed il pessimo gusto di dare giudizi su noi detenuti
che in un certo senso siamo garanti della loro liberta'". Gente come Corrado
Simioni, Toni Negri o Oreste Scalzone, secondo Morucci, paga il prezzo
della propria permanenza in Francia proprio con certe "valutazioni di comodo",
a conferma che "Parigi val bene un amico". Indirettamente, poi, il "dissociato"
si e' rivolto a Mario Moretti che, dalla "gabbia" degli "irriducibili",
lo ha sempre ascoltato in silenzio. "Ritengo che Moretti - ha aggiunto
Morucci -, a differenza di molti che sono con lui in quella gabbia, abbia
ormai compreso certi errori del passato, come quello di credere nell'esistenza
di una societa' rivoluzionaria che non dovesse avere alcun rapporto con
quella reale". Ai giornalisti, piu' tardi, Moretti ha fatto sapere che
non ha ancora deciso se dire o meno qualcosa in questo processo. "In ogni
caso - ha aggiunto - non ho niente da dire a Morucci. Quelle sono cose
che riguardano lui e i giudici". Prima di andarsene tra due carabinieri,
ha fatto poi un affermazione apparsa un po' sibillina: "a qualcuno, d'altronde,
non fa piacere che io parli. per questo sono stato messo qui dentro". Senza
particolari novita' le indicazioni venute da Valerio Morucci in risposta
a diverse domande degli avvocati. Morucci ha confermato la "delusione"
patita dalle Br allorche' ebbero la certezza dagli "interrogatori" di Aldo
Moro che "la democrazia cristiana non rappresentava in Italia gli interessi
dello stato imperialista multinazionale". L'imputato e' tornato ancora
a ribadire che le Brigate rosse non hanno mai avuto informatori segreti
presso i ministeri e che le loro "schedature" furono sempre compiute con
grande facilita', perche' "vivendo in un paese democratico e in liberta'
di stampa - ha precisato l'ex brigatista - e' possibile sapere tutto e
di tutto semplicemente leggendo giornali e riviste".
25 gennaio - La corte d' assise d' appello di Cagliari ha confermato,
dopo 73 ore di camera di consiglio, la condanna all' ergastolo a Antonio
Contena e Pietro Coccone, al processo contro la "colonna sarda" delle Brigate
rosse, perche' ritenuti responsabili dell' omicidio di un appuntato dei
carabinieri. I giudici hanno anche inflitto 35 condanne ai presunti appartenenti
all' organizzazione eversiva. Le pene variano da 16 anni a un anno e sei
mesi di reclusione. Otto imputati sono stati prosciolti con formule diverse.
Antonio Savasta e Emilia libera, che, secondo l' accusa furono inviati
in Sardegna dalla direzione strategica delle Br per costituire una "colonna
sarda" dell' organizzazione eversiva, hanno avuta confermata la condanna
rispettivamente a sei e cinque anni di reclusione, e si sono visti respingere
l' istanza di liberta' provvisoria. I giudici d' appello hanno ridotto
lievemente le pene piu' pesanti (da 18 a 16) inflitte, dalla corte d' assise
di Cagliari il 2 agosto 1983, ai presunti capi dell' organizzazione, e
hanno invece aumentato quelle di alcuni imputati minori. Alla lettura della
sentenza hanno assistito due imputati, Carmelino Coccone, in gabbia, e
Gonario Tangianu, a piede libero. Pietro Coccone e Antonio Contena oltre
che per costituzione e organizzazione di banda armata sono stati condannati
quali mandanti dell' omicidio dell' appuntato Santo Lanzafame compiuto
a Nuoro nel luglio del 1981. I giudici hanno, tra l' altro, aumentato la
condanna (da sette anni e sei mesi a nove anni) al latitante Annino Mele,
di Mamoiada, ricercato per una serie di omicidi, e ritenuto dagli inquirenti
il presunto capo del "movimento armato sardo". Le rivelazioni di Savasta
e libera sull' attivita' dei gruppi eversivi sardi, tra il 1979 e il 1981,
contribui' allo "smantellamento" dell' organizzazione che le Br intendevano
utilizzare per preparare assalti al supercarcere dell' Asinara e di Badu
'e Carros.
28 gennaio - Processo d' appello: si continua con le risposte di Valerio
Morucci alle domande degli avvocati di parte civile. Al quinto giorno della
sua deposizione, Morucci ha ricordato che spesso, nel passato, "qualcuno
ha preso per oro colato quanto scrivevano le Br benche' fosse chiaro che
certe posizioni nascondessero soltanto interessi politici dell'organizzazione".
In questo senso, secondo Morucci, va interpretato il costante riferimento,
nei documenti Br, al partito comunista come ad una formazione "asservita
alla Dc e al padronato".L' imputato, rispondendo all' avv. Giuseppe De
Gori, che rappresenta nel giudizio la democrazia cristiana, ha ribadito
che "l' attacco ai quadri intermedi di questo partito fu deciso per creare
lacerazioni e contraddizioni interne alla Dc, nonche' per smascherarne
le finalita' anti - proletarie" . Morucci ha precisato poi che le Br, prima
del sequestro di Aldo Moro, fecero delle "indagini" sulla possibilita'
di sequestrare l' avv. Giovanni Agnelli, ma "l' obiettivo - ha aggiunto
- fu poi ritenuto inavvicinabile". Singolari, a dir poco, le ultime domande
rivolte dall' avv.De Gori, patrono della Dc, all' ex brigatista. "Io credo
- ha affermato il penalista - che voi brigatisti sapevate all' epoca del
sequestro Moro tutto cio' che avveniva all' interno della Dc perche' avevate
un certo canale, del quale, pero', qui non voglio parlare... e' vero?".
Morucci ha risposto che tale circostanza non gli risulta. "Lei sa che Mario
Moretti e' stato "venduto" alla polizia?". "Certo - ha risposto l' imputato
- si sa perfettamente anche da chi...". L' avvocato ha detto dopo l' udienza
ai giornalisti, che a suo avviso, Morucci intendeva riferirsi al "mossad".
Infine, Morucci ha detto di poter escludere che Moro, prima di essere ucciso,
abbia ricevuto "i conforti religiosi", cosi' come chiesto dall' avv.De
Gori. E' poi toccato all' avv. Acquaroli, che assiste nel processo Giovanni
e Agnese Moro, porre delle domande all' imputato. Morucci, tra l' altro,
ha ribadito che non vi fu alcuna "perfezione" nell' esecuzione dell' agguato
di via Fani, perche', a suo avviso, il "successo dell' operazione" fu dovuto
a molte circostanze casuali, come il fatto che la "130" sulla quale si
trovava Moro tampono' troppo violentemente la "128" dei brigatisti e l'
autista non riusci' a svincolarsi dall' incrocio e fuggire soltanto perche'
l' "alfetta" di scorta, troppo vicina all' auto del presidente della Dc,
la tampono' a sua volta. L' imputato ha precisato, poi, che i tre terroristi
che prelevarono Aldo Moro dalla "130" lo trovarono sdraiato sul sedile
posteriore. "riesco a ricordare con precisione soltanto poche cose di quanto
avvenne in quegli attimi - ha aggiunto Morucci - ma posso dire che non
mi sembra che Moro abbia detto qualche parola, mentre sono certo di avergli
visto una macchia di sangue sulla fronte". Secondo Morucci, lo statista
non venne subito narcotizzato dai brigatisti, in quanto, a piazza madonna
del cenacolo, dove avvenne il trasbordo di Moro dalla "132" usata per la
fuga all' interno di un furgoncino, il presidente della Dc scese con le
proprie gambe dall' auto e sali' da solo sul retro del furgone. Morucci
ha aggiunto che durante il percorso di allontanamento da via Fani, soltanto
una volta e precisamente poco prima di arrivare alla "standa" di via dei
colli portuensi dove Moro fu preso in consegna dai suoi carcerieri, al
furgone si accodo', per un breve tratto, un' auto della polizia stradale.
Sulla questione delle tracce di sabbia trovate sulle suole delle scarpe
di Moro, l' imputato ha ribadito che "alcuni militanti regolari della "colonna
romana" furono mandati a prelevare, pochi giorni prima del 9 maggio, della
sabbia lungo il litorale a nord di Ostia. Morucci ha negato pero' che,
come invece ha sostenuto Savasta, sia stato proprio lui a pigiare le scarpe
di Moro dentro una bacinella piena di sabbia per depistare le indagini.
28 gennaio - Entrano in camera di consiglio i giudici della corte d'
assise d' appello di Firenze impegnati impegnati nel processo di secondo
grado al troncone toscano di Prima linea. Gli otto giudici si sono trovati
ad affrontare una serie di questioni rilevanti, prima fra tutte la valutazione
delle dichiarazioni di radicale dissociazione dalla lotta armata da parte
di tutti gli imputati detenuti. Dissociazione cui il sostituto procuratore
generale Antonino Guttadauro, nella sua requisitoria, non ha dato alcun
valore processuale tanto da chiedere la conferma integrale della sentenza
di primo grado (24 aprile 1983, un ergastolo e condanne per complessivi
1052 anni di reclusione per 83 dei 92 imputati), senza la concessione delle
attenuanti generiche, ma che e' stata seguita con attenzione dalle parti
civili, in particolare il comune di Firenze. Non a caso il sindaco Lando
Conti in una delle ultime udienze ha avuto un colloquio in aula con Nicola
Solimano e Corrado Marcetti, due ex leader di "Pl", che hanno riaffermato
la volonta' di tutti gli imputati di arrivare ad una piena " pacificazione"
e a un " dialogo aperto con la citta' ". Contrariamente a quanto era avvenuto
nel processo di primo grado (che pure era stato utilizzato, secondo quanto
dissero gli stessi imputati, per una sorta di "congresso straordinario"
in cui fu deciso lo scioglimento di Prima linea, i difensori allora ne
parlarono come del "primo processo della post - emergenza"), gli ex "irriducibili"
questa volta hanno deciso, in linea con la scelta della dissociazione,
di ricostruire, dal loro punto di vista, che cosa era stata effettivamente
Prima linea in Toscana e di assumersi le proprie responsabilita', ma solo
per i fatti che ciascuno avrebbe effettivamente commesso. In sostanza gli
imputati hanno cercato di smantellare l' impostazione della sentenza di
primo grado, secondo cui "Pl" in Toscana aveva una struttura rigidamente
gerarchica ("comando di sede", "asse Firenze - Pisa - Livorno", "comando
di squadre" e infine "squadre") per cui chi aveva fatto parte di un determinato
livello organizzativo era stato condannato per tutte le azioni ad esso
addebitabili, indipendentemente dalla sua effettiva partecipazione ai singoli
fatti. Dalla ricostruzione degli imputati e' venuta quindi fuori un' immagine
dell' organizzazione molto piu' "fluida" (fluidita' che sarebbe stata la
peculiarita' di "Pl" in toscana), immagine che il pg ha duramente contestato
("Prima linea non era affatto un' armata brancaleone") e che la difesa
ha invece insistito ad accreditare, definendo lo schema giudiziario della
sentenza di primo grado "frutto del clima e della cultura dell' emergenza".
Un altro punto decisivo in termini di pena che la corte dovra' sciogliere
e' quello relativo all' applicazione o meno dell' art. 289 bis, il cosiddetto
"sequestro di persona con finalita' di terrorismo" (che prevede condanne
molto pesanti), varato in occasione del sequestro Moro, ad alcune irruzioni
armate compiute da "Pl" o ad attentati come quello che il 15 febbraio 1979
distrusse la sede fiorentina dell' Imi. Anche in questo caso diametralmente
opposte le posizioni dell' accusa, secondo cui sulla scia della sentenza
di primo grado esso va applicato, e della difesa per cui " e' assurdo considerare
quegli episodi alla stregua di fatti come il rapimento D'Urso o Dozier".
29 gennaio - Il maresciallo dell'aeronautica militare Giuseppe Agricola,
collaboratore del Sismi ed ex segretario del colonnello Stefano Giovannone
durante la permanenza dell'ufficiale a Beirut, e' stato arrestato con l'
accusa di reticenza al termine di un interrogatorio condotto dal giudice
istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni. Agricola era stato
convocato in qualita' di testimone dal magistrato che conduce un'inchiesta
per accertare se alcuni rappresentanti del servizio segreto militare erano
a conoscenza o meno dei rapporti esistenti, verso la fine degli anni settanta,
tra le Brigate rosse e l'Olp. Sui contenuti del colloquio e sugli episodi
che hanno determinato l'emissione del mandato di arresto provvisorio da
parte del giudice mastelloni non sono trapelate indiscrezioni. Agricola
sara' interrogato domani dal sostituto procuratore della repubblica Michele
Dalla Costa, al quale il giudice istruttore ha trasmesso gli atti per competenza.
Il maresciallo Agricola era gia' stato sentito dal magistrato nell'ottobre
dello scorso anno nell'ambito dell'inchiesta sul traffico internazionale
di armi tra le Brigate rosse ed il gruppo palestinese. nel quadro di questa
indagine il dott. Mastelloni ha emesso finora cinque comunicazioni giudiziarie
contro il col. Giovannone (per favoreggiamento aggravato), il gen. Giovanni
Lugaresi (omissione d'atti d'ufficio e falso ideologico), il col. Armando
Sportelli (favoreggiamento e falso ideologico), il col. Angelo Livi (reticenza)
ed il gen. Domenico Del Giudice (favoreggiamento personale). Una ventina
di giorni fa, inoltre, il giudice aveva emesso un mandato provvisorio d'arresto
contro un altro testimone, il maggiore Antonio Giordano, cui successivamente
il pretore aveva concesso la liberta' provvisoria. Tra le persone interrogate
nelle ultime settimane dal dott. Mastelloni figurano anche l'ex capo della
polizia Rinaldo Coronas e l'ex procuratore generale militare presso la
corte di cassazione Saverio Malizia.
29 gennaio - Processo d'appello: l' avv.Giuseppe Zupo, che tutela gli
interessi di alcuni familiari di agenti uccisi in via Fani, contesta a
Valerio Morucci presunte contraddizioni tra la sua versione sull' agguato
del 16 marzo e i particolari riferiti da numerosi testimoni. Il penalista
gli ha ricordato, tra l' altro, le testimonianze che indicano in undici
- e non nove, come sostenuto da Morucci - il numero dei terroristi che
assassinarono gli agenti di scorta dell' on. Moro, e quelle che hanno inicato
la presenza sulla scena dell' agguato di due donne, e non di una sola come
afferma il brigatista. Morucci, per tutta risposta, si e' limitato a ribadire
di aver sempre riferito la verita' precisando che, a suo avviso, "tutto
il processo e' pieno di testimonianze fasulle, gente che ha visto male
e ha riferito circostanze inesatte". Si e' parlato anche della presunta
presenza nei pressi di via Fani, quella mattina, di una "a112" nella quale
- secondo una prima ricostruzione dei fatti - si sarebbe trovato il terrorista
Giustino De Vuono. Quest' auto, come il suo presunto occupante, per Morucci
non avrebbe mai partecipato all' azione. "Basta pensare a quando se ne
sono dette su quella storia di via Licinio Calvo - ha aggiunto Morucci
- nonostante quello che dicono i testimoni, noi lasciammo tutte e tre le
auto usate in via Fani in quella strada a distanza di pochi minuti l' una
dall' altra". Eppure, la polizia ne individuo' una sola e soltanto qualche
tempo dopo trovo' le altre. Ma non solo i testi, secondo il "dissociato",
hanno sbagliato nelle loro dichiarazioni. Morucci se l' e' presa anche
con i periti balistici, sostenendo che non e' vero che i terroristi in
via Fani si disposero a semicerchio intorno alla "130" ed all' auto di
scorta per sparare. "So bene io come andarono le cose - ha aggiunto l'
imputato - perche' sfortunatamente ero li' e ho contribuito a quel disastro...".
A proposito dei giorni del sequestro di Moro, Morucci ha ricordato che
lui e la Faranda furono incaricati di acquistare un medicinale per lo statista,
ma ha precisato di non ricordarne il nome. Ai rapporti con organizzazioni
terroristiche straniere si e' giunti con le prime domande dell' avv.Li
Gotti, anche lui patrono per conto di familiari di agenti uccisi nell'
agguato. Morucci, tra l' altro, ha ammesso di aver compilato tre carte
d' identita' false, consegnate a Brogi, e fatte giungere a Parigi dove
Moretti le avrebbe messe a disposizione di terroristi della "Raf".
30 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci continua a rispondere
alle domande degli avvocati di parte civile. Per conto dei familiari dell'
appuntato Domenico Ricci, l' autista di Aldo Moro, l' avv. Luigi Li Gotti
chiede a Morucci precisazioni e chiarimenti sui suoi quattro anni di militanza
brigatista. Risentito anche nei confronti degli ex dirigenti del gruppo
terroristico, Morucci ha ricordato che, per convincerlo ad entrare nelle
Br, gli fu millantata una "efficienza organizzativa" del tutto inesistente
a
Roma. Non solo, ma gli fu fissato un appuntamento "strategico" per l' ingresso
ufficiale nelle Br il giorno 28 agosto 1976. "Lo fecero - ha aggiunto Morucci
- tanto per dimostrare che per i rivoluzionari veri non debbono esistere
ferie o distrazioni..., sapevano bene che solitamente io ero in vacanza
fino al 31agosto". Militanti con "l' esperienza politico-militare" di Morucci
a Roma in quel periodo non ne esistevano; percio' secondo l' imputato sono
ingiustificate le perplessita' degli avvocati per il suo ingresso nelle
Br gia' come dirigente del fronte logistico. "Pentiti" come Antonio Savasta
o Patrizio Peci "sbagliavano" o "avevano capito male" quando fornirono
ai giudici indicazioni diverse da quelle di Morucci sui tempi d' ingresso
o sulle funzioni svolte nell' organizzazione eversiva da Adriana Faranda.
Peci disse che la Faranda era nel "fronte di massa" gia' all' epoca del
rapimento Moro e che Morucci e la sua compagna erano i responsabili dei
furti delle auto da usare in via Fani. "Peci - ha spiegato l' imputato
- e' uno che a tutt' oggi non ha capito ancora nulla delle Brigate rosse;
sbaglia termini e funzioni, sono convinto che nella sua testa ci fosse
allora qualcosa che non andava, tanto che, pur essendo da tre anni nelle
Br, era ancora nella direzione di colonna a Torino senza essere riuscito
a farsi inserire in un 'fronte'". E, se Savasta esalta la sua preparazione
politica e militare e lo indica come uno dei dirigenti dell' organizzazione
gia' prima dei tempi da lui invece indicati, tutto si spiega semplicemente
perche' il "pentito" ha "il diritto di dire quello che crede - ha precisato
Morucci - ma io non posso certo avallarlo". "Prigione del popolo" e modalita'
dell' esecuzione della "sentenza di condanna a morte" per Aldo Moro sono
stati gli argomenti affrontati poi dall' avv. Li Gotti. Per entrambi, la
"consulenza" richiesta a Morucci s' e' rivelata di scarso interesse poiche'
l' imputato ha ribadito che la sua conoscenza dell' operazione Moro, per
i noti principi di "compartimentazione interna" operanti nell' organizzazione,
si ferma alla consegna dell' ostaggio nei sotterranei della standa" ai
colli portuensi. Sabbia e bitume - ha detto Morucci - furono presi dal
litorale romano per depistare le indagini e se entrambi quegli elementi
furono trovati dagli esperti, non solo sotto le scarpe di Moro, ma anche
tra i parafanghi e sui pneumatici della "Renault" rossa, forse si sarebbe
dovuto chiederne ragione al proprietario a cui quell' auto fu rubata. Per
quanto ne sa Morucci, la "prigione" si trovava a Roma, forse proprio in
via Montalcini. "Vi ripeto che tanta gente ha sbagliato - ha aggiunto Morucci
- e i periti, ad esempio, parlano anche di tracce di terriccio di materiale
vulcanico della zona dell' alto lazio sotto quelle ruote...". Eppure proprio
nel viterbese, ha insistito l' avv. Li Gotti, fu notata durante i giorni
del sequestro un' auto con una targa tedesca che, secondo la polizia, apparteneva
ad un terrorista della "Raf". "Le Brigate rosse all' epoca non controllavano
le frontiere" - e' stata la risposta di Morucci. E le analogie con il sequestro
Schleyer? "non ci sono, poi, molte tecniche per portare a termine quel
tipo di azione...". Tutte "fandonie", quindi, secondo l' ex brigatista,
le "prove certe riferite dalla sentenza di primo grado", sui rapporti intercorsi
in quel periodo tra le Br e la "Raf". Ancora uno "sbaglio" dei tecnici
che fecero la perizia balistica, secondo l' imputato, nell' individuazione
di due colpi sparati senza silenziatore tra gli undici con i quali i terroristi
uccisero, nel bagagliaio della "Renault", Aldo Moro. "Posso al massimo
presumere - ha aggiunto Morucci - che quelli siano stati i primi colpi,
sparati con l' arma a contatto del corpo per garantirsi la morte istantanea
di Moro; poi, visto che facevano comunque rumore, si e' preferito installare
il silenziatore". Il "dissociato" ha detto poi di aver "provato" a dare
esecuzione alle "ultime volonta' di Moro" chiamando il prof. Tritto e raccomandandogli
di avvertire "con urgenza" la famiglia che il corpo del presidente era
in via Caetani. Lo statista aveva fatto sapere, infatti, che desiderava
che il suo corpo fosse consegnato alla famiglia. A questo punto, e' stato
chiesto all' imputato quale fosse "l' atteggiamento delle Br rispetto alla
morte". "Ritenevano che andassero uccise migliaia di persone - ha risposto
Valerio Morucci - anche se non c' erano certo graduatorie di 'merito' per
la morte....; che poi in pratica non fosse praticabile questo sterminio,
cioe' fu dovuto al fatto che l' organizzazione non era sufficientemente
attrezzata....". C' era anche una certa logica, una "coerenza" nel "cinismo
della pratica dell' annientamento": cosi' il giudice Tartaglione fu ucciso
e non fu soltanto ferito perche', "meritando tutti la morte", prima di
lui era stato gia' ucciso il collega Riccardo Palma, anche di grado inferiore.
Al giudice istruttore Imposimato, per quanto riguarda il suo comportamento
a via Fani, Morucci disse, tra l' altro, che, dopo aver sparato una prima
raffica contro la "130" di Moro, gli si inceppo' il mitra. Si sposto',
sistemo' l' arma e sparo' "altri colpi ma l'auto era gia' ferma". Secondo
l' avv. Li Gotti, allora, egli sparo' contro l' autista Domenico Ricci,
quando gia' questi non tentava piu' di fuggire perche' riverso sul volante,
inerme. "Non e' vero - ha detto l' imputato - prima ho ripreso a sparare
e poi mi sono reso conto che l' auto non si muoveva piu'...".
30 gennaio - Il settimanale "L'Europeo" scrive che prove di una scissione
nelle Brigate rosse, che avrebbe opposto gli elementi piu' giovani ai vecchi
militanti, con la conseguente esclusione di questi ultimi (tra, i quali
Barbara Balzerani), sarebbero state trovate circa un mese fa a Parigi in
un "covo" usato sia dalle stesse Br sia dall' organizzazione terroristica
francese "Action directe". Secondo l' articolo dell' Europeo i documenti
trovati nel covo sarebbero scritti in italiano e tradotti in francese,
segno che "le diatribe interne delle Br si inquadrano nella ripresa del
terrorismo internazionale". Sempre secondo l' articolo, causa della scissione
sarebbe il contrasto tra i giovani militanti, che si definiscono della
"seconda posizione" e i vecchi ("prima posizione") sul ruolo del "partito
combattente" (in realta' sono i giovani che si definiscono "prima posizione"
e chiamano "seconda posizione" quella del quadro militarista). Contrariamente
ai vecchi capi, i giovani riprenderebbero tesi vicine a quelle che furono
dell' ala movimentista, secondo cui la guerra rivoluzionaria deve assumere
la forma di insurrezione generalizzata contro lo stato, mentre la "vecchia
guardia" continuerebbe a sostenere - secondo i giovani - la tesi del "ruolo
guida" del partito, che deve "dispiegare un certo volume di fuoco e propagandare
le sue azioni, essendo sufficiente che sia esso ad avere la consapevolezza
della guerra in atto tra borghesia e proletariato". Il nuovo contrasto
nelle Br, reso noto dal servizio dell' "europeo", viene sostanzialmente
confermato dagli esperti di terrorismo. Oltre all' ampio documento trovato
a Parigi nel corso della retata del 15 dicembre che porto' al fermo di
undici persone, fra le quali un gruppo di italiani che avevano rapporti
con "Action directe", altri testi e nei quali si fa riferimento ad un dibattito
fra la vecchia direzione strategica e le nuove leve sono comparsi nell'
estate scorsa in Italia. alcuni fogli di contenuto identico a quelli di
Parigi erano nella casa di due brigatisti rossi arrestati a Prato in agosto.
Il contrasto ripete i temi gia' affiorati al tempo dell' opposizione di
Morucci e della Faranda contro la gestione verticistica delle Br e poi
in occasione della scissione fra l' ala movimentista guidata da Giovanni
Senzani e l' ala militarista di Mario Moretti. Il documento trovato a Parigi
- dove si ritiene siano attivi i gruppi dirigenti delle due fazioni Br
- e' stato messo a punto dal gruppo dei giovani prima della scorsa estate
ed era destinato ad essere diffuso sia in Italia che all' estero.
31 gennaio - Il giudice istruttore del tribunale di Napoli Carlo Alemi
rinvia a giudizio 75 persone nell' inchiesta sull' attivita' della colonna
napoletana delle Brigate rosse in Campania. Su 132 richieste fatte dal
pubblico ministero, il giudice Alemi ha prosciolto 27 persone e per altre
venti ha dichiarato l' incompetenza territoriale. Altre dieci persone sono
state rinviate a giudizio per favoreggiamento. nel rinvio a giudizio il
magistrato ha ricostruito in 1130 pagine, divise in quindici volumi, l'
organigramma e la struttura, nonche' l' attivita', della colonna napoletana
dal 1978 all' estate del 1983. Tra i vari attentati compiuti sono l' omicidio
dell' assessore regionale Pino Amato (19 maggio 1980), il sequestro di
Ciro Cirillo, gli omicidi dei componenti la scorta Luigi Carbone e Mario
Cancello, nonche' il ferimento del segretario Ciro Fiorillo, (27 aprile
1981), l' assalto alla caserma "Pica" a Santa Maria Capua Vetere (9 febbraio
1982), l' uccisione di Antonio Ammaturo, dirigente della squadra mobile
di Napoli, e dell' agente Pasquale Paola (13 luglio 1982) e l' assalto
alla colonna dell' esercito a Salerno (26 agosto 1982) nel quale rimasero
uccisi un militare e due agenti della polizia di stato. Per quanto riguarda
il sequestro Cirillo il giudice istruttore ne rievoca le fasi dal momento
dell' agguato, in via Cimaglia a Torre del Greco, al momento del rilascio,
occupandosi anche del ferimento di due esponenti politici ( l' assessore
all' urbanistica del comune di Napoli Umberto Siola ed il consigliere Rosario
Giovine), avvenuti durante quel periodo e che le "Brigate rosse" inserirono
nella campagna Cirillo. per quanto riguarda le trattative che furono fatte
per ottenere il rilascio dell' assessore regionale, il giudice analizza
le fasi sulla base di quanto dichiarato da alcuni "pentiti". tutto cio'
e' raccolto in una ventina di pagine ed e' inserito insieme con l' intera
vicenda nel nono capitolo del fascicolo. Il giudice ha stralciato la parte
relativa ai rapporti tra le "Br" e la camorra. tra i rinviati a giudizio
figurano, tra gli altri, Mario Moretti, uno dei capi storici dell' organizzazione,
Barbara Balzerani (entrambi accusati dell' omicidio Amato e del sequestro
Cirillo), Giovanni Senzani (sequestro Cirillo), Vittorio Bolognese (indicato
come il capo della colonna napoletana e ritenuto responsabile dell' omicidio
Amato, del sequestro Cirillo, dell' assalto alla caserma "Pica", degli
omicidi Delcogliano e Ammaturo e dell' assalto alla colonna militare a
Salerno). Di questi stessi reati sono accusati tra gli altri Antonio Chiocchi,
Natalia Ligas, Giovanni Planzio, Annamaria Cotone, Pasquale Aprea e Mauro
Acanfora. del sequestro Cirillo sono accusati anche Antonio Savasta ed
Emilia Libera, i quali come componenti della direzione strategica ne approvarono
l' azione ma non gli omicidi dei componenti la scorta. Ne consegui' quindi
la scissione all' interno dell' organizzazione tra il gruppo capeggiato
da Savasta (i militaristi) e quello di Senzani (i movimentisti). La colonna
napoletana delle "Brigate rosse" fu fondata nel 1979; tra gli organizzatori
erano Bruno Seghetti, Luca Nicolotti, Vittorio Colonna e Maria Teresa Romeo
(gia' condannati all' ergastolo per l' omicidio Amato), Antonio Chiocchi,
Luca Micaletto, lo stesso Moretti e Giovanni Marzatico, ritenuto quest'
ultimo il personaggio addetto all' arruolamento dei nuovi affiliati. la
direzione della colonna era formata, oltre che da Senzani e bolognese,
da Chiocchi, Planzio, Sarnelli, Ligas e Cotone. Per quanto riguarda la
parte relativa alla " gestione" del sequestro Cirillo, il giudice Alemi
ha deciso lo stralcio. tale decisione e' stata adottata dal magistrato
per "una approfondita istruttoria sul ruolo svolto dalla "N.c.o."; l'intervento
di esponenti dei partiti politici che hanno fatto da tramite ed eventualmente
da garante tra le Br e Cutolo nello sviluppo delle trattative; il ruolo
svolto da esponenti dei servizi segreti e se contenuto nell'ambito dei
compiti istituzionali dei servizi o deviante rispetto a tali compiti".
Infatti, per il giudice Alemi, "puo' dirsi sufficientemente provato che
nelle trattative per il rilascio di Ciro Cirillo sono intervenuti esponenti
democristiani ed esponenti dei servizi segreti". Nell'ordinanza del giudice
istruttore si dice, fra l'altro, che i "pentiti" Pasquale Aprea e Maria
Rosaria Perna, carcerieri di Cirillo , hanno raccontato che "circa dieci
giorni dopo il sequestro, poiche' Cirillo aveva dichiarato il suo distacco
politico dall' on.Gava, Antonio Chiocchi (uno degli inquisitori del rapito),
commento' la cosa dicendo che la circostanza era falsa, tanto e' vero che
Gava in carcere aveva preso contatti con Raffaele Cutolo per ottenere la
liberazione di Cirillo". I due "pentiti" Aprea e Perna, sempre com'e' scritto
nell'ordinanza del dott. Alemi, hanno anche raccontato che "nella prima
decade di maggio le 'Br' seppero dal carcere di Ascoli Piceno che la camorra,
dietro pressioni di esponenti politici napoletani, offriva per la liberazione
di Cirillo cinque miliardi, armi a volonta' e un elenco di magistrati
napoletani con relativi indirizzi; anzi si offriva di effettuare agguati
in danno di magistrati indicati dalle Br".
31 gennaio - E' posto in liberta' provvisoria il maresciallo dell'aeronautica
militare Giuseppe Agricola, collaboratore del Sismi, arrestato nei giorni
scorsi a Venezia con l'accusa di reticenza. Il provvedimento e' firmato
dal sostituto procuratore della repubblica di Venezia Michele Dalla Costa
che ieri aveva interrogato il sottufficiale per circa tre ore. Il magistrato
ha anche disposto la ritrasmissione degli atti istruttori riguardanti Agricola
al giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni per connessione
con l'inchiesta riguardante alcuni rappresentanti del servizio informazione
militare. Agricola era stato raggiungo da un mandato di arresto provvisorio
emesso dal dott. Mastelloni al termine di un colloquio durato alcune ore
durante il quale il sottufficiale non avrebbe risposto in maniera ritenuta
soddisfacente dal magistrato. Sui contenuti dell'interrogatorio, pero',
non sono trapelate indiscrezioni. Agricola, ex collaboratore del colonnello
Stefano Giovannone durante la permanenza dell' ufficiale a Beirut, era
stato convocato dal dott. Mastelloni come teste nell'ambito dell'inchiesta
su un presunto traffico tra Brigate rosse e Olp.
31 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci, rispondendo all' avvocato
di parte civile Fausto Tarsitano che gli contestava di non voler collaborare
appieno con la giustizia, ha detto che la dissociazione ha contribuito
ad "allentare la forza di richiamo che le bande armate avevano negli anni
della massima espansione". Morucci ha poi riconosciuto che e' "certo che,
laddove si puo', si deve cercare di evitare che siano sacrificate altre
vite". A questo proposito ha fatto una nuova rivelazione, rivendicando
a se' e alla sua compagna Adriana Faranda il merito di aver portato a conoscenza
della magistratura romana l' esistenza di una "struttura" dei servizi segreti
che avrebbe operato al di fuori delle istituzioni e che sarebbe stata scoperta
proprio dalle Brigate rosse fin dal 1977. Morucci ha ricordato che circa
un anno fa, in carcere, leggendo un articolo a proposito dei maggiori compiti
posti all' Italia nell' area mediterranea, e riflettendo sull' omicidio
del gen. Hunt, appena avvenuto, gli venne alla mente una vicenda della
quale si era dimenticato. Cinque anni prima, alcuni militanti della colonna
romana da lui diretta, individuarono quasi per caso in un quartiere romano
una "struttura" dei servizi segreti, dislocata in una palazzina. "Scoprimmo
che li' aveva sede una societa' inesistente, che vi erano state installate
telecamere per il controllo esterno, che non vi si svolgeva alcuna evidente
attivita' . ottenemmo poi le prove - ha concluso l' imputato - che li'
c' era un nucleo operativo segreto dei servizi segreti". A testimonianza,
poi, che non sempre quel che sembra giusto e' tale, secondo Morucci, sta
il fatto che proprio il suo arresto e quello della Faranda, avvenuti alla
fine del maggio del 1979, non sarebbero stati assolutamente utili per la
giustizia. "Naturalmente - ha spiegato Morucci - e' un paradosso il mio
ma certamente la nostra cattura determino' una ripresa dell' attivita'
delle Brigate rosse a Roma. Cio' non sarebbe avvenuto se io e Adriana avessimo
potuto continuare, in quel periodo, l' attivita' alla quale ci stavamo
dedicando e cioe' la costruzione di una reale alternativa politica alle
Br, creando spazi e dimensioni per quanti gia' allora non intendevano piu'
aggregarsi all' organizzazione". Morucci ribadisce poi che i membri del
commando di via Fani erano soltanto nove. "Oltre ad Adriana Faranda - ha
affermato Morucci - posso dire che non c'era Lauro Azzolini. poi qualcuno
ha fatto anche il nome di Cristoforo Piancone, ma anche lui non c'era".
Con l'avv. Tarsitano, Morucci ha ingaggiato un lungo braccio di ferro tutto
incentrato sui rapporti che Morucci ebbe prima, durante e dopo il sequestro
Moro con gli autonomi Lanfranco Pace e Franco Piperno. A piu' riprese Morucci
si e' rifiutato di rispondere a domande del penalista di parte civile perche',
a suo avviso, del tutto estranee al processo ed esclusivamente tendenti
a dimostrare la presunta responsabilita' degli "autonomi" peraltro non
imputati in questo processo e percio' impossibilitati a difendersi. Nella
polemica e' intervenuto anche il difensore dell' imputato, l' avv. Mancini,
che ha minacciato di abbandonare la difesa in segno di protesta se il presidente
della corte d' assise d' appello avesse consentito ancora chel' avv. Tarsitano
ponesse quel genere di domande.