Caso MORO: 
novita' gennaio 1985

2 gennaio - Il quotidiano francese "Le Figaro" scrive che il terrorismo europeo della "seconda generazione" ha in Francia "il suo punto di partenza e al tempo stesso la sua base di ripiego". Iu un articolo intitolato "terrorismo: il santuario francese" il giornale conservatore scrive che la Francia "e' relativamente risparmiata finora dall'ondata di attentati che hanno preso di mira di recente personalita' diplomatiche o militari americane in Europa, o installazioni degli organismi di difesa atlantici". Questo terrorismo "antimperialista - secondo il giornale - si articola per buona parte intorno al movimento pacifista, di ispirazione filosovietica non dichiarata". Vi farebbero capo le "cellule comuniste combattenti" del Belgio; le "cellule rivoluzionarie rz" della Germania federale, i "colp" italiani(comunisti organizzati per la liberazione del proletariato). "Le figaro" ricorda, per quanto riguarda i "Colp", che numerosi membri dell'organizzazione sono stati arrestati o fermati in Francia. Quanto alle "Rz" della Germania federale dirette da Inge Viette , unica superstite ancora in liberta' della "Baader-Meinhof" "le figaro" afferma che "i servizi speciali francesi e tedeschi hanno acquisito la certezza" che la Viette aveva vissuto in Francia dal 1980 al 1983. Alle "cellule rivoluzionarie rz" dirette da Inge Viette - rileva il giornale - le autorita' tedesche tendono ad attribuire la responsabilita', tra l'altro, dell'attentato  di lunedi a Bonn contro la missione tecnica per gli armamenti collegata all'ambasciata di Francia; attentato che peraltro e' stato rivendicato dalla "rote arme fraktion" (Raf). Il procuratore tedesco Rebmann, esperto della lotta antiterrorista nella rfg - continua "le figaro" -  ha da parte sua stabilito l'esistenza di un collegamento tra i membri della "Raf" e delle "rz" con il gruppo francese dei "ribelli attivi", la cui esistenza fu stabilita dopo il fermo della quasi totalita' dei suoi militanti, dapprima il 17 novembre a Loos, presso Lilla, e poi il 10 dicembre nella regione parigina. L'ipotesi delle autorita' tedesche - scrive il giornalee - e' che i "ribelli attivi" possano essere stati reclutati da clandestini tedeschi per fare da collegamento tra i terroristi francesi, belgi e tedeschi. "Le autorita' belghe da parte loro accusano il gruppo francese "Action directe" di avere contribuito alla creazione delle "cellule comuniste combattenti" belghe, di avere formato i suoi membri e di aver fornito loro un sostegno logistico". "Il terrorismo europeo dunque parte dalla Francia o vi ritorna" - conclude il giornale - "il vecchio nucleo centrale degli anni 70, formato dall'esistenza concomitante della "Baader-Meinhof" tedesca, delle "Brigate rosse" italiane e di "Action directe", si e' trasformato in una stella a cinque punte simbolizzanti i movimenti terroristi della seconda generazione apparsi negli anni 80. questa stella a cinque punte e' stata d'altronde una firma comune utilizzata per la prima volta nel 1984 dall'insieme degli attuali gruppi terroristici europei".

3 gennaio - Processo d'appello: con l' interrogatorio di Gianantonio Zanetti, un fotografo milanese, esponente di primo piano delle "formazioni combattenti comuniste" e condannato in primo grado all' ergastolo per il ruolo che avrebbe avuto all' interno delle Brigate rosse, riprende nell' aula del foro italico il processo d' appello per la strage di via Fani e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. Zanetti si e' dissociato dalla lotta armata soltanto dopo il giudizio di primo grado da lui seguito nella gabbia degli "irriducibili". Oggi, invece, si e' messo accanto a Valerio Morucci, ad Adriana Faranda e al folto gruppo di coloro che hanno deciso di collaborare con la giustizia pur senza fare i nomi dei loro ex compagni. L' imputato ha ammesso comunque di aver fatto parte dell' organizzazione soltanto per poco piu' di un mese tra la fine del marzo del 1980 e il maggio successivo, quando venne arrestato. Ha aggiunto inoltre di non aver partecipato ad alcuna azione militare "non perche' non l' avessi voluto - ha precisato - ma perche' ci furono oggettive difficolta'". Zanetti ha poi spiegto ai giudici, durante il suo interrogatorio, di aver deciso di "rompere" con l'organizzazione dopo essersi reso conto del "livello di insensatezza raggiunto" con l'uccisione di due guardie giurate davanti a una banca di Torino. La seconda parte dell' udienza e' dedicata alle deposizioni di due imputate "dissociate", le brigatiste rosse Mara Nanni e Caterina Piunti, entrambe condannate all' ergastolo al termine del processo di primo grado. Prima, pero', i giudici hanno letto due memorie difensive: una e' firmata da Alessandra De Luca, che ha scelto di seguire il processo nella gabbia degli "irriducibili" ma che afferma di "non aver appartenuto ad alcuna struttura delle Br" e respinge tutte le accuse che le sono state contestate e per le quali in assise fu condannata a 18 anni di carcere. l' altra e' stata consegnata alla corte da Gabriella Mariani, che ebbe invece il carcere a vita e che se ne sta nella quinta gabbia accanto al suo compagno Antonio Marini. L' imputata, che e' apparsa indecisa se presentarsi davanti ai giudici e se accettare o meno di rispondere alle loro domande, sostiene nel documento di essere stata condannata solo sulla base di "semplici indizi dilatati al Massimo e usati come mezzo per dimostrare un inesistente concorso morale nei delitti". Successivamente la corte ha fatto leggere in aula una lettera che sarebbe stata scritta ai giudici da Paolo Ceriani Sebregondi, un imputato latitante, condannato all'ergastolo. La lettera risulta spedita da Roma nei giorni scorsi e in essa Sebregondi sostiene di non aver avuto mai nulla a che fare con le Brigate rosse. Caterina Piunti, che fece parte del comitato marchigiano delle Br e, a Roma, durante l' operazione Moro, milito' nella brigata universitaria, la stessa in cui erano inseriti i "pentiti" Savasta, Libera e Cianfanelli, legge invece una memoria in cui dice:"certamente sbagliai in primo grado quando decisi di non scagionarmi da fatti che non avevo commesso soltanto perche' a suo tempo li avevo avallati ideologicamente; ma non per questo ero e sono meritevole dell' ergastolo". L' imputata ha aggiunto di essersi limitata esclusivamente a distribuire volantini all' universita' di Roma ed ha escluso di aver mai fatto "inchieste" sugli spostamenti di Aldo Moro quando teneva lezione alla facolta' di scienze politiche. Ha ammesso, poi, che, durante una discussione con i compagni della "brigata" affermo' che riteneva fosse meglio per l' organizzazione non lasciare in vita l' on. Moro, ma ha subito precisato che allora, a 21 anni, plaudiva al sequestro, vedeva proprio in Moro il simbolo delle ingiustizie dello stato ed era stata "sfavorevolmente colpita dalla rigidita' delle istituzioni nella questione della trattativa". Mara Nanni, nome di battaglia "Tiziana", ritiene invece di dovere gran parte dei suoi guai giudiziari al fatto di essere stata arrestata, nel settembre del 1979, in compagnia di Prospero Gallinari e ha detto ai giudici di aver fatto solo per pochi mesi "vita da brigatista, trasportando armi e schedando giornali". 

4 gennaio - Processo d' appello: nella 14/ma udienza Adriana Faranda ripete il racconto sulla vicenda gia' esposto in decine di pagine di verbali al giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Dopo aver letto il documento di poche pagine che precede i verbali delle dichiarazioni fatte al giudice Imposimato, la Faranda, in giacca bianca e pantaloni di velluto blu, ha ricordato che il suo ingresso nell' organizzazione avvenne tra il settembre e l' ottobre del 1976 "in seguito - ha precisato - ai rapporti avuti gia' in precedenza con alcuni militanti regolari delle Br". Fin da queste prime battute l' imputata ha precisato a chiare note di non voler derogare dal principio che si e' fissata "per scelta etica" di non rivelare neppure uno dei nomi delle persone con le quali ha avuto contatti durante la sua militanza nell' organizzazione. Adriana Faranda ha accennato sinteticamente ai motivi per i quali i dirigenti delle Br decisero, ad un certo momento, di spostare il loro raggio d' azione nella capitale, allestendovi una colonna romana, della quale lei e Valerio Morucci assunsero la direzione. in particolare, L' imputata ha ricordato che il comitato esecutivo delle Br decise di avviare "una serie di attacchi ai livelli intermedi della Dc con l' intenzione di preparare la strada ad un' azione piu' clamorosa e, nello stesso tempo, formare gli esponenti delle nuova colonna sotto il profilo politico e militare" . Gia' nella primavera 1977, secondo il racconto della Faranda, ai militanti regolari della direzione di colonna delle Br fu dato l' incarico di svolgere "preinchieste assolutamente generiche" su tre nomi della Dc: Aldo Moro, Amintore Fanfani e Giulio Andreotti. Si trattava, tuttavia, di indagini conoscitive, esclusivamente indirizzate a conoscere abitudini e spostamenti e a raccogliere informazioni su questi personaggi. "molto piu' incisiva - ha aggiunto la Faranda - fu in quello stesso periodo l' attivita' contro i livelli intermedi della Dc". Ha cosi' giustificato i ferimenti del direttore del tg1 Emilio Rossi e dell' ex preside della facolta' di economia e commercio dell' universita' di Roma Remo Cacciafesta, nonche' l' aggressione all' esponente romano di "Comunione e liberazione" Perlini. La decisione di concentrare tutta l' attenzione delle Br su Aldo Moro, secondo la Faranda, fu presa all' incirca nell' ottobre di quell' anno. "Ci si convinse - ha spiegato l' imputata - che fosse lui l' esponente di maggior rilievo della Dc. In quella fase politica Moro era una figura trainante, era il futuro presidente della Repubblica, a dire di tutti, e soprattutto era il simbolo del processo di rinnovamento interno del partito. La scelta ricadde quasi necessariamente su di lui, e si diede il via alle 'piccole' inchieste". A questo punto Adriana Faranda ha ricordato che dapprima l' organizzazione controllo' gli spostamenti di Aldo Moro subito dopo che usciva di casa, al mattino, i militanti regolari della direzione di colonna - i soli informati del progetto - cercarono di stabilire se lo statista si recasse a messa nella chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici , o in quella di san Francesco nella vicina piazza Monte Gaudio. Adriana Faranda ha spiegato poi che, soltanto dopo aver controllato anche quale direzione l'auto che trasportava Aldo Moro prendesse uscendo da via del Forte Trionfale, si riusci' ad accertare che il presidente della Dc si recava a messa nella chiesa di Santa Chiara, alle 9 del mattino. per questo si studio' un primo progetto di sequestrare Aldo Moro proprio all'interno della chiesa. La Faranda ha ricordato che questa azione non prevedeva l' uccisione dei due uomini di scorta che seguivano lo statista dentro la chiesa, ma comportava l'intervento nell'azione di un numero molto alto di militanti dell'organizzazione. Proprio per questa ragione il progetto venne abbandonato e si comincio' a controllare il percorso che l'auto di Aldo Moro e quella della scorta seguivano per recarsi verso il centro di Roma. Cosi', secondo la versione dell'imputata, si fini' per scegliere l'incrocio tra via Fani e via Stresa. "Il rapimento in questo punto - ha aggiunto la Faranda - prevedeva pero', inevitabilmente, che, per prendere l'on. Aldo Moro, era necessario eliminare la scorta. sia io sia Valerio avevamo gia' a questo punto delle enormi perplessita'... non avevamo certo rifiutato l'azione ma sentivamo grosse contraddizioni perche' il sequestro, cosi' come programmato, era abissalmente distante dalle tematiche di lotta del movimento... i nostri dubbi, insomma, riguardavano l'utilita' e le effettive conseguenze del rapimento". "Io e Valerio - ha aggiunto Adriana Faranda - eravamo sconvolti anche perche' in via Fani era prevista l'uccisione di cinque persone per sequestrarne una sesta. non era cosa da prendere alla leggera. Sia chiaro che dicendo cio' non voglio certo far diminuire le mie o le sue responsabilita' riguardo a quanto poi e' avvenuto". Prima della strage di via Fani, nel febbraio del 1978, avvenne l'uccisione del giudice Riccardo Palma, un delitto al quale la Faranda sostiene di non aver materialmente partecipato, anche se in aula ha dichiarato di considerarsene responsabile quale dirigente della colonna romana. In quello stesso periodo l'imputata partecipo' con Morucci ed un'altra dozzina di militanti delle Br, per lo piu' regolari, alla riunione della direzione strategica, la prima dal 1975, tenuta nel villino di Velletri che proprio lei e Morucci hanno recentemente indicato ai giudici romani. In quella occasione, secondo l'imputata, non si parlo' specificamente dell'imminente operazione Moro, ma i componenti dell'esecutivo e i dirigenti delle quattro colonne brigatiste - Torino, Genova, Milano e Roma - "ratificarono la linea politica dell' organizzazione, confermarono la necessita' dell'attacco al cuore dello stato, discussero il problema del passaggio dalla propaganda armata al terreno della guerra". "Ripeto - ha affermato Adriana Faranda - che io non ho partecipato all' azione di via Fani, ma mi ritengo pienamente responsabile di quanto e' avvenuto, anche perche' ho preso parte alle 'inchieste' preparatorie, ho acquistato i cappelli delle divise da pilota usate dai compagni, ho compiuto sopralluoghi e controlli". Dal 17 marzo fino al 9 maggio 1978 la Faranda e Morucci si assunsero il compito di fare da "postini", di far giungere cioe' alle redazioni dei giornali i "comunicati" dell' organizzazione e ai destinatari le lettere scritte da Moro. Fu un "compagno dell' esecutivo" a consegnare a loro due, la mattina del 17 marzo, il "comunicato n.1", con una fotografia dello statista. la Faranda ha ricordato che lei e Morucci lasciarono il documento nel sottopassaggio di largo Argentina e telefonarono alla redazione di un quotidiano romano. L' indomani non videro alcuna notizia sui giornali e credettero che ci fossero state precise disposizioni perche' nulla riguardante la vicenda fosse pubblicato. Invece il "comunicato" era ancora al suo posto e dovettero nuovamente sollecitare i giornalisti ad andare a ritirarlo. Successivamente i responsabili della "colonna" furono impegnati in riunioni con le varie "brigate" per spiegare il "significato politico" del sequestro in corso. Moro, secondo il racconto della Faranda, aveva indicato tre persone di fiducia alle quali rivolgersi per la consegna delle sue lettere: uno dei suoi segretari, Nicola Rana, il prof.Franco Tritto, suo assistente all' universita', e don Raffaele Mennini, della parrocchia di Santa Chiara. L' imputata ha spiegato che ogni qualvolta lei o Morucci dovevano consegnare una lettera dello statista proveniente dalla "prigione del popolo" la ritiravano da "un esponente dell' esecutivo", la fotocopiavano, la chiudevano in una busta commerciale e telefonavano ad una delle tre persone, indicando il luogo dove la lettera era stata lasciata. In occasione della consegna della lettera scritta da Moro all' on.Francesco Cossiga, ministro dell' interno, la Faranda ha ricordato che vi fu una discussione in quanto lei e Morucci erano contrari che fosse pubblicizzata come invece aveva deciso l' esecutivo delle Br. A Moro, infatti, era stato detto che la lettera sarebbe rimasta riservata e "cio' - ha spiegato la Faranda - non ci sembrava per cosi' dire leale, anche se sembra assurdo usare tale termine in quella situazione". Ai "postini" l' esecutivo rispose di ubbidire senza far storie perche' , per le Br, far pubblicare quella lettera "era anche una maniera per svelare il solito costume della Dc di formare le decisioni in maniera occulta". Secondo la Faranda, Moro scrisse tutte le sue lettere senza mai essere influenzato dai caracerieri, ne' essere costretto ad assumere sostanze stupefacenti. la condanna a morte di Moro annunciata con il "comunicato n.6", secondo la Faranda, fu solo "una premessa, un presupposto dal quale le Br attendevano concrete risposte dal progetto dello scambio di prigionieri", poi esposto piu' chiaramente nel comunicato successivo. Tra i due si inserisce il falso comunicato del lago della Duchessa che, come ha confermato la Faranda, non ha nulla a che vedere con le Br, ma sarebbe stato opera di un' organizzazione di malavita intenzionata ad allontanare la pressione su Roma delle forze di polizia per consentire "la fuga di alcuni cileni". di quello stesso periodo e' la caduta del "covo" di via Gradoli che "provoco' scompiglio nelle Br per i pericoli a catena che avrebbe potuto determinare". Gli appelli di Paolo sesto e di waldheim furono fatti "proprio nei giorni in cui l' organizzazione stava decidendo la sorte dell' ostaggio" e la Faranda ha detto di aver fatto tutto il possibile, insieme con Morucci, perche' entrambi fossero interpretati come una sorta di riconoscimento politico, che era poi il vero fine del sequestro, parlandone anche all' autonomo Lanfranco Pace, incontrato in un ristorante di Trastevere. 

5 gennaio - Processo d'appello: Adriana Faranda continua la sua deposizione e accusa Mario Moretti (che intanto continua a leggere fumetti, apparentemente imperturbabile) e gli altri dirigenti delle Br di aver voluto a tutti i costi la morte di Aldo Moro, sebbene fosse chiaro fin da allora che un epilogo del genere sarebbe stato l' inizio della fine per l' organizzazione terroristica. "io e Valerio Morucci - ha detto l' imputata ai giudici - facemmo di tutto per cercare di convincerli..., due o tre ore di discussione in cui tentammo disperatamente di far capire loro quale enorme errore politico e quale assurdita' sotto il profilo etico fosse quel gesto. non ci fu nulla da fare". Faranda ha ricordato che fu proprio Aldo Moro a sollecitare i suoi carcerieri a fare l' ultima telefonata del 30 aprile alla famiglia, nella quale si chiedeva, come "ultimo tentativo di modificare una situazione ormai precipitata" , un intervento chiarificatore della democrazia cristiana. a fare quella telefonata, secondo la compagna di Valerio Morucci, fu "un componente dell' esecutivo" da un apparecchio pubblico della stazione termini, presenti lei e lo stesso Morucci. "quello stesso compagno - ha aggiunto l' imputata - ci disse che telefonava soltanto per puro scrupolo in quanto non credeva che avrebbe ottenuto il benche' minimo effetto" . Il racconto di Adriana Faranda ha riguardato poi le consultazioni fatte, con molta rapidita', dal "vertice" dell' organizzazione con i dirigenti delle varie "colonne" sull' opportunita' o meno di uccidere l' ostaggio. A questo proposito l' imputata ha ricordato che lei e Morucci espressero chiaramente le loro obiezioni all' uccisione di Moro per "valutazioni politiche ed etiche". La Faranda e' tornata cosi' a parlare della convinzione sua e di Morucci dei "rischi di tenuta dell' organizzazione" di fronte al prevedibile "inasprimento del sistema repressivo" dopo la la scoperta del cadavere dello statista. "Ma c' era anche il discorso di uccidere una persona incarcerata... - ha precisato l' imputata -. le Brigate rosse dicevano di lottare proprio contro l' annientamento dei prigionieri nelle carceri e avevano fatto sapere che avrebbero considerato crimini di guerra tutte le eventuali rappresaglie compiute contro compagni detenuti. Insomma, si appellavano alla convenzione di Ginevra ed ora, decidendo di uccidere Moro, prigioniero politico, la smentivano clamorosamente". Dopo aver inutilmente proposto ai "compagni dell' esecutivo" di far espatriare Moro anziche' ucciderlo o di "graziarlo visto che tanto ormai anche la stessa Dc lo considerava 'bruciato' e non sapeva piu' che farsene" , la Faranda e Morucci si resero conto che nulla avrebbe potuto evitare la morte dello statista. "Anche i problemi tecnici dell' esecuzione erano stati risolti - ha aggiunto l' imputata - e il 9 maggio Moro fu ucciso. Io accompagnai Morucci a fare la telefonata al prof.Tritto perche' avvertisse la famiglia su dove andare a reperire il corpo. Telefonammo dalla stazione termini subito dopo che un militante dell' organizzazione ci aveva comunicato il luogo". Lasciare immediatamente le Brigate rosse dopo quella data, per la Faranda, fu impossibile perche' "la condizione di clandestinita' aumentava a dismisura tutte le difficolta' per poter uscire da una logica perversa, di completo isolamento dalla realta', di assurda demonizzazione del nemico". Dubbi e perplessita', comunque, non impedirono all' imputata di partecipare a due "azioni militari", l' uccisione di Tartaglione, nell' ottobre 1978, e il ferimento degli agenti di scorta dell' on.Galloni, nel dicembre successivo. Al delitto l' imputata ha ammesso di aver partecipato come "copertura" al di fuori dello stabile in cui il magistrato fu ucciso, armata del mitra m12 che era stato tolto ad un agente ucciso in via Fani. Sparo', invece, con una pistola contro i poliziotti di scorta al parlamentare democristiano,  ma quest' azione oggi la considera "una aberrazione totale della logica terrorista" perche' si "colpivano agenti soltanto perche' avevano scelto di lavorare nei corpi speciali" . di pochi giorni dopo e' la "lettera di dimissioni" della Faranda e di Morucci dalla direzione di colonna delle Br, lettera seguita dalla "sospensione da ogni attivita'" decisa dall' organizzazione e dall' intimazione dell' "esilio" in una localita' fuori Roma. "Fu proprio quest' ordine - ha concluso l' imputata - a convincerci ad andarcene subito, con altri cinque o sei militanti che erano con noi. penso che non ci sia altro da dire" . Dopo piu' di tre ore di serrato monologo, la Faranda ha cominciato a rispondere alle domande degli avvocati di parte civile. E' stato in questa fase che la Faranda ha avuto l' unico attimo di irritazione durante tutto il suo lungo interrogatorio. A provocarlo sono state le domande dell' avv. Fausto Tarsitano, patrono di parte civile per i familiari di alcuni agenti uccisi in via Fani e per i congiunti del giudice Riccardo Palma. l' imputata e' ripetutamente intervenuta nei continui battibecchi tra l' avvocato di parte civile e il suo difensore, l' avv.Mancini. Il primo, infatti, ha subissato la "dissociata" di domande relative alla sua partecipazione a "nuclei di fuoco", ai suoi spostamenti, prima e dopo il sequestro di Aldo Moro in numerosi appartamenti da lei stessa affittati con documenti falsi in varie zone di Roma. Tutte domande che non sono parse inerenti al processo al difensore dell' imputata, convinto che il collega di parte civile cercasse di mettere in dubbio la sincerita' della decisione di collaborare presa dalla sua assistita. "La mia scelta - ha precisato ad un certo punto la Faranda - e' maturata secondo tempi interiori alla mia coscienza del tutto diversi da qualsiasi contesto processuale, tant' e' che sia io sia Valerio abbiamo cominciato a parlare quando ancora non avevamo alcuna idea del periodo in cui si sarebbe svolto questo processo d' appello. Ora - ha concluso - sono molto stanca...". Il presidente ha dovuto cosi' sospendere l' interrogatorio e rinviarlo all' udienza di lunedi'.

5 gennaio - Alle ore 15,15 i giudici della corte di assise di appello di Potenza si riuniscono in camera di consiglio per il riesame della vicenda giudiziaria relativa all' omicidio del procuratore della repubblica, di Salerno, Nicola Giacumbi, avvenuto il 16 marzo 1980, e per la stesura del dispositivo di sentenza di secondo grado. per la uccisione del magistrato sono accusati otto componenti della colonna "Fabrizio Pelli" delle Br: l' "irriducibile" Raffaele Fenio, i "dissociati" Arturo ardia, Vincenzo De Stefano e Immacolata Gargiulo, e i "pentiti" Michele Mauro, Ernesto Massimo, Antonio Villani e Carlo Aquila. Il procuratore generale ha chiesto la conferma della sentenza del processo di primo grado, che si svolse a matera due anni fa e si concluse con due condanne all' ergastolo, pene severe per ardia e Gargiulo e "riduzioni" per i "pentiti". Prima di ritirarsi in camera di consiglio, la corte di assise di appello ha ascoltato le arringhe degli avvocati Diego Cacciatore e Vincenzo Siniscalchi, entrambi difensori di Arturo Ardia. Successivamente l' imputata Gargiulo ha chiesto di essere ascoltata dalla corte ed ha ribadito la sua innocenza in relazione all' omicidio Giacumbi. "Se mentissi - ha detto - renderei vano il mio cammino di dissociazione, che spero culmini in un imminente reinserimento nella societa'". In serata la Corte emette la sentenza che condanna a 23 anni di reclusione Vincenzo De Stefano; 21 a Raffaele Fenio; 11 anni e 6 mesi a Immacolata Gargiulo; 21 anni ad Arturo Ardia; pene confermate ai pentiti. i giudici di secondo grado hanno concesso le circostanze attenuanti generiche all' "irriducibile" Raffaele Fenio e al "dissociato" Vincenzo De Stefano (quest' ultimo uno degli esecutori materiali del delitto), entrambi condannati all' ergastolo in primo grado. ad Immacolata Gargiulo (condannata dalla corte d' assise a 20 anni e sei mesi di reclusione), la corte d' assise d' appello ha concesso l' attenuante della collaborazione con la giustizia prevista dal primo comma dell' articolo 3 della legge 304/82 (legge dei "pentiti" ), nonostante l' imputata si sia assunta l' identita' di "dissociata". ad Arturo Ardia - anche lui "dssociato" - i giudici hanno "scontato" la pena di 18 mesi. Nessuna riduzione di pena hanno ottenuto i "pentiti" per i quali e' rimasto invariato il verdetto di primo grado: 13 anni per Michele Mauro, 12 anni per Ernesto Massimo, 10 anni ciascuno per Carlo Aquila e Antonio Villani. Quest' ultima, pur definendosi "dissociata" , e' stata considerata dai giudici come "pentita" , in virtu' dell' applicazione nei suoi riguardi di un' attenuante prevista dalla legge sui "pentiti".

7 gennaio - In un' intervista a "Le Monde" il sostituto procuratore della repubblica di Milano Armando Spataro dice che anche se la maggior parte dei rifugiati italiani in Francia hanno una condotta "irreprensibile", questa comunita', "ne abbiamo le prove, costituisce un punto d' appoggio per altre persone che non hanno la coscienza altrettanto netta" e definisce "incomprensibile" l' atteggiamento della Francia in materia di estradizioni. Le voci  dei giorni scorsi, poi smentite, secondo cui l' ex leader di autonomia  operaia Toni Negri sarebbe stato arrestato a Parigi, "hanno rilanciato la polemica tra la Francia e l' Italia"  a proposito di certi rifugiati italiani di cui Roma chiede l' estradizione. Il giudice Spataro, interrogato in merito alle sue dichiarazioni pubblicate ieri dal "Corriere della sera", ha tuttavia negato di voler rilanciare la polemica. " non direi che vi e' una polemica", egli ha detto a " le Monde" . " esistono delle constatazioni di fatto. per noi magistrati, la divergenza di vedute con le autorita' francesi non e' mai cessata". "nulla indica per il momento un cambiamento dell' atteggiamento della Francia, che qualificherei incomprensibile", ha detto il magistrato italiano, ricordando che "alcuni di questi terroristi compiono attentati in Francia", e accennando al caso di Jean-Louis Baudet, condannato "soltanto per detenzione di armi, un' accusa a nostro parere restrittiva". come si sa Jean-Louis Baudet e' considerato dalla magistratura italiana un attivo sostenitore delle "Brigate rosse". "Nessuno sostiene che tutti coloro che sono attualmente rifugiati in Francia sono terroristi i quali continuano a commettere crimini", ha continuato il giudice Spataro. "Noi siamo convinti che, senza dubbio, la maggior parte di loro siano oggi distanti cento leghe dalle pratiche del passato e sono integrati nella societa' francese. "Detto questo, vi sono due problemi: primo, la giustizia italiana non puo', in virtu' delle disposizioni di legge, rinunciare a perseguire quanti hanno commesso reati e crimini; esistono, beninteso, meccanismi di graduazione delle pene; ma occorre che la giustizia abbia la possibilita' di pronunciarsi. "Secondo, l' atteggiamento francese ritarda considerevolmente l' avanzamento di certe inchieste, le quali segnano il passo per il fatto che non sono disponibili alcune persone rifugiate in Francia". In terzo luogo, ha concluso il magistrato, "e' certo - e ne abbiamo le prove - che questa comunita' di rifugiati italiani, anche se, ripeto, la maggioranza tra essi hanno una condotta irreprensibile, costituisce un punto d' appoggio per altre persone le quali non hanno la coscienza altrettanto netta".

9 gennaio - Michele Viscardi, esponente di "Prima linea" recluso nel carcere di Bergamo, in un' intervista al settimanale "Europeo", dice che "c' e' qualcosa che non mi convince nei documenti dei dissociati. I documenti sono importanti, io ne tirerei fuori dieci al giorno. Ma prima dei documenti vengono  i morti, e da quei documenti sembra, talvolta, che i morti ci siano scappati per caso". "I morti ci furono - prosegue Viscardi - perche' noi avevamo deciso di uccidere, perche' quella ci sembrava la via piu' giusta per cambiare la societa'". A proposito dell' attentato all' architetto Sergio Lenci, del quale prossimamente dovra' rispondere come dirigente nazionale di "Prima linea", Viscardi ha confermato che il nome dell' architetto fu scelto sulla guida Monaci. "Le cose - ha aggiunto - andavano davvero cosi'. sceglievamo le nostre vittime per i motivi piu' banali". Riferendosi infine all' espressione con la quale Mario Moretti ha apostrofato i "pentiti", cioe' "fetido liquame", Viscardi ha detto: "e' una espressione che offende non solo me ma la societa' intera".

10 gennaio - Processo d'appello: finita la pausa delle festivita' il processo d' appello trova l' ostacolo dell' assenza dall' aula del foro italico di avvocati d' ufficio in grado di assumere la difesa del gruppo di imputati 'irriducibili' che fin dalle prime udienze hanno revocato il mandato ai loro avvocati. Il consiglio dell' ordine forense di Roma ne aveva indicati quattro, ma, oggi, neppure uno di loro si e' presentato nella ex palestra. Il presidente della corte, Giuseppe De Nictolis, se ne e' reso conto non appena ha cominciato il rituale elenco degli imputati. Inutilmente ha tentato di affidare la difesa d' ufficio di personaggi come Renato Arreni o Mario Moretti agli avvocati Mancini e Spinelli, che assistono i 'dissociati', tra cui Morucci e la Faranda, che oggi dovrebbe concludere la sua deposizione. Il rifiuto dei penalisti e' stato categorico e lo stesso pubblico ministero De Gregorio ha sollecitato una sospensione del dibattimento in attesa di reperire un avvocato che non sia in condizione di incompatibilita'. La sesta "gabbia", quella che ospita i "duri" e' affollatissima: Moretti, Gallinari, Arreni, Piccioni, Padula, Seghetti e gli altri sono tutti presenti. del delitto di ieri sera a Torvaianica non si parla, almeno finora. nessuno infatti ha tentato di prendere la parola per inneggiare all' uccisione dell' agente Ponte assassinato sul litorale romano. della vicenda, inspiegabilmente, i brigatisti in carcere sembrano disinteressarsi. Il processo riprende soltanto verso mezzogiorno con l'arrivo al foro italico di uno dei penalisti gia' indicati dal consiglio dell'ordine, l'avvocato Mastroiacono. Sulla pedana e' stata nuovamente chiamata Adriana Faranda alla quale la corte ha consentito di leggere un nuovo documento redatto insieme con Valerio Morucci e riguardante la loro decisione di dissociarsi dalla lotta armata. in esso, tra l'altro, si parla della loro volonta' di contribuire alla "conoscenza dei meccanismi della degenerazione della conflittualita' " e si critica la "scarsissima rilevanza data alla recessione dalla scelta terroristica anche da parte di coloro che piu' l'avevano invocata". i due "dissociati" ribadiscono che l'assunzione di responsabilita' nei delitti delle Br non puo' essere "schiacciata sotto il peso dell'indebito concorso morale" in tutti i crimini indiscriminatamente compiuti dall'organizzazione. alla Faranda ha poi fatto eco il suo difensore, avvocato Tommaso Mancini che, in aperta polemica con il patrono di parte civile, Fausto Tarsitano, ha chiesto alla corte di garantire all'imputata il dovuto "rispetto" e di sollecitare gli altri penalisti ad "una maggiore correttezza processuale". Continue discussioni tra i due avvocati anche quando il patrono di parte civile ha ripreso a tempestare di domande l' imputata, mettendo a dura prova la sua resistenza nel rispetto del limite che si e' imposta di non rivelare, ad ogni costo, nomi di brigatisti rossi. s' e' parlato di case abitate da "regolari" dell' organizzazione, prima e dopo la strage di via Fani, di appartamenti abitati dalla Faranda e da Morucci nei giorni del sequestro, di soldi e di armi che i due "dissidenti" portarono via con loro al momento dell' uscita dall' organizzazione eversiva. A questo proposito, l' imputato ha ribadito che, sia i primi, sia le seconde, le custodivano, nell' appartamento in viale Giulio Cesare dove furono arrestati alla fine del maggio 1979, in quanto all' epoca, erano ancora convinti che la lotta armata fosse "uno strumento efficace" ed intendevano continuare a praticarla. Ecco spiegato, quindi, anche l' acquisto, fatto da Morucci presso una nota armeria romana, di dieci giubbotti antiproiettile, tre dei quali poi ritrovati dalla polizia. E gli altri che fine fecero? - ha chiesto l' avv. Tarsitano. "Non ricordo - ha risposto la Faranda - credo pero' che fossero presso qualcuno del 'movimento' che avevamo pregato di custodirli". Su armi e soldi, la Faranda, comunque, ha preferito rimandare l' avvocato alle risposte che, "se vorra' , potra' dare Morucci, assai piu' preparato di me".L' imputata, sempre rispondendo a domande poste dall' avv. Tarsitano, ha ammesso poi che e' sua la calligrafia degli appunti che si trovano accanto ad alcune piantine topografiche dello stabile di piazza Nicosia dove le Brigate rosse irruppero il 3 maggio del 1979, assaltando la sede del comitato romano della Dc. Da questa azione, tuttavia, lei e Valerio Morucci sono stati assolti con formula piena al termine del processo di primo grado. La Faranda ha ricordato che lei si occupo' di raccogliere i risultati di alcune "inchieste" preliminari fatti da militanti irregolari dell' organizzazione sul palazzo di piazza Nicosia in epoca assai precedente all' assalto. Per quanto riguarda l' incontro con l' autonomo Lanfranco Pace, durante il sequestro Moro, l' imputata ha detto che lei e Morucci non sapevano che "lui fosse un portavoce di certi politici socialisti", ma che, comunque, "per noi - ha aggiunto - allora era importante che certe posizioni possibiliste verso la trattativa le assumesse la Dc e non il Psi". Nulla, poi, ha detto di aver saputo riguardo all' uccisione dello statista. "Certi livelli di pettegolezzo - ha affermato - non facevano parte del nostro costume..., posso solo dire che in direzione di 'colonna', una volta si disse che, per motivi, diciamo cosi', 'umanitari', a Moro non era stato annunciato che sarebbe stato ucciso". 

10 gennaio - Il giudice istruttore del tribunale di Sassari, Francesco Palomba, rinvia a giudizio 31 persone a conclusione dell' inchiesta sulla cosiddetta "autonomia sassarese", un' organizzazione che - usando sigle diverse - avrebbe compiuto nel sassarese dal 1976 al 1979 attentati, rapine e furti. Un gruppo composto da 17 persone, tra le quali c' e' anche la brigatista rossa Natalia Ligas, dovra' rispondere di associazione sovversiva e detenzione di esplosivi. La Ligas e' accusata di aver partecipato a due attentati: uno contro la sede della "Nuova Sardegna" e l' altro contro il tribunale di Sassari. Quattro persone sono accusate di partecipazione a banda armata perche' dal 1977 avrebbero instaurato rapporti con esponenti nazionali di "Prima linea". sono Giuliano Deroma, Caterina Spano (condannati nel processo contro la "colonna sarda" delle Br), Rossella Riccioni e Domenico Poggi. Tra le persone rinviate a giudizio vi sono anche Prospero Gallinari e Daniele Pifano. Il brigatista rosso e' accusato di aver portato in Sardegna armi per la progettata evasione dal supercarcere dell' Asinara nel 1979, mentre l' esponente del collettivo di via dei Volsci e' accusato anche lui di avere portato nell' isola armi, di aver fabbricato ordigni esplosivi e di aver fatto da tramite tra l' autonomia sarda e quella della penisola.

11 gennaio - Processo d' appello: Adriana Faranda si dice disponibile a parlare anche della posizione di altri imputati, purche' con una simile posizione processuale, come Norma Andriani o Arnaldo May, e un confronto in aula tra la stessa Faranda ed un esponente della colonna romana da lei diretta, il "pentito" Carlo Brogi, ex steward dell' Alitalia. La deroga, del tutto inattesa, al principio stabilito dai dissociati di non parlare per nessuna ragione delle responsabilita' di ex compagni d' avventura, e' stata fatta dall' imputata, giunta al suo quarto giorno di interrogatorio, per spiegare la data di ingresso e l' attivita' nella colonna romana delle Br di Norma Andriani, sua compagna di "gabbia", condannata a 17 anni di carcere al termine del processo di primo grado. La Faranda ha raccolto un invito che le era stato rivolto dal difensore della Andriani, l' avv. Rocco Ventre ed ha sostenuto che l' imputata non partecipo' alle "inchieste" preparatorie per l' omicidio del giudice Girolamo Tartaglione, perche' entro' nell' organizzazione soltanto nel settembre del 1978. La circostanza riferita dalla Faranda contrasta con le dichiarazioni fatte piu' volte dal "pentito" Carlo Brogi il quale ha sempre sostenuto che l' Andriani, May, lui stesso ed alcuni altri imputati entrarono a far parte delle Br nel giugno del 1978. Per questa ragione il pubblico ministero Carlo De Gregorio ha chiesto ed ottenuto dalla corte un immediato confronto in aula tra la Faranda e il "pentito".  Entrambi, tuttavia, sono rimasti sulle loro posizioni: Brogi ha confermato il suo ricordo fondato anche sul fatto che l' Andriani era gia' da oltre un mese nelle Br allorche' lui fu incaricato da Morucci di acquistare alcune armi in occasione dei suoi viaggi di lavoro negli Stati Uniti. Per la Faranda, invece, la formazione di quella "brigata" avvenne soltanto alla fine dell' estate e dopo numerose riunioni preliminari. Successivamente Adriana Faranda ha risposto a numerose domande che le sono state poste dall' avvocato dello stato Enzo Ciardulli, il quale tra l' altro, le ha fatto rilevare alcune presunte contraddizioni relative alle dichiarazioni da lei fatte in questi giorni alla corte. desta perplessita', ad esempio, che l' imputata abbia partecipato all' omicidio Tartaglione nonostante, gia' in precedenza, come sostiene, fosse stata contraria all' azione di via Fani perche' prevedeva l' uccisione della scorta di Moro. "Chi si pone in una situazione che comporta l' uso della violenza - e' stata la spiegazione data dall' imputata ai giudici - deve relativizzare il valore della vita umana nel senso razionale assoluto che ha. all' interno di quest' ottica, poi, e' ovvio che ci sono sempre dei dubbi politici sull' opportunita' o meno di uccidere, ma deve essere chiaro che finche' si e' dentro l' ingranaggio non e' facile, anzi e' praticamente impossibile, sottrarsi a questi momenti di guerra". La deposizione della Faranda e' proseguita nel pomeriggio con risposte ad una serie di domande poste dagli altri avvocati di parte civile e degli avvocati della difesa. tra l' altro l' imputata ha risposto ad alcuni interrogativi dell' avv.Giuseppe De Gori che tutela gli interessi della democrazi cristiana. La Faranda ha sostenuto che l' uccisione di Aldo Moro era ritenuta "esecutiva" gia' molti giorni prima del 9 maggio e che da nessuna parte degli organi dello stato, prima di quella data, giunsero segnali che le Br avrebbero potuto prendere in considerazione per modificare la loro sentenza di condanna a morte.

12 gennaio - E' definitiva la condanna a cinque anni di reclusione inflitta dalla corte d' appello di Roma ad Adriana Faranda ed a Valerio Morucci per la detenzione delle armi e delle munizioni trovate nell' appartamento in viale Giulio Cesare dove furono arrestati il 29 maggio del 1979. Tra le armi che la polizia trovo' nella casa, di proprieta' di Giuliana Conforto, amica di Franco Piperno, c' era anche la mitraglietta "skorpion" con la quale fu ucciso l' on. Aldo Moro. La prima sezione penale della cassazione ha respinto il ricorso proposto dai difensori dei due brigatisti, oggi "dissociati", ed ha confermato la sentenza emessa dai giudici della corte d' appello nel febbraio di due anni fa. Il collegio di secondo grado aveva ridotto la pena inflitta dal tribunale a Faranda ed a Morucci, che avevano avuto sette anni. Gli stessi giudici della suprema corte hanno respinto anche i ricorsi proposti dagli esponenti del "Comitato marchigiano delle Brigate rosse" contro la sentenza con la quale la corte d' assise d' appello di Ancona concluse il processo per l' assalto alla sede della "confapi", avvenuto nell' ottobre del 1976. Definitive, percio', anche le condanne ad otto anni di carcere per Lauro Azzolini, Caterina Piunti e Claudio Piunti, mentre per il "pentito" Patrizio Peci, da tempo in liberta', la cassazione ha applicato un condono di un anno e quattro mesi alla condanna a due anni di reclusione.

14 gennaio - Processo d'appello: la deposizione di Adriana Faranda si conclude con un'ultima serie di domande poste all'imputata dagli avvocati di parte civile e dal pubblico ministero De Gregorio. Ai tentativi dei penalisti di metterla in difficolta', la "dissociata" ha risposto sempre con sicurezza. ha sfoggiato una grinta tenuta nascosta fino all'udienza di oggi e non si e' lasciata intimorire, quando, al commento ironico di un avvocato circa i compiti da lei svolti nelle Br ("pubbliche relazioni, forse"), ha risposto con uno scatto: "niente sarcasmo, per piacere". Ha ammesso, invece, l'importanza del suo ruolo e di quello di Morucci nella creazione della colonna romana dell'organizzazione. proprio su questo aspetto si sono soffermate le contestazioni dell'avv. Luigi Li Gotti, che assiste i familiari dell'appuntato Ricci ucciso in via Fani. L'imputata ha ammesso che la struttura romana delle Br fu allestita soltanto dopo l'ingresso suo e di Morucci nell'organizzazione e che proprio a loro due fu affidato l'incarico di costituire e dirigere il gruppo. Il progettato "attacco al cuore dello stato", realizzato poi con l'operazione Moro, aveva assoluto bisogno del supporto logistico della colonna romana. si e' parlato anche della prigione di Aldo Moro e della mitraglietta "skorpion" con cui lo statista fu ucciso, ma la Faranda non ha aggiunto circostanze nuove. Quella di oggi, comunque, per Adriana Faranda e per Valerio Morucci, che, inquieto, ha seguito ogni battuta dalla "gabbia", e' stata la giornata piu' difficile. alla spavalderia con cui aveva preso a rispondere alle prime domande, l' imputata ha dovuto sostituire nella seconda parte dell' udienza un nervosismo sempre piu' evidente. spesso, rispondendo alle contestazioni dell' avv. Li Gotti, ha perso la calma ed ha alzato il tono della voce. Il patrono di parte civile ha messo in dubbio la sua effettiva "dissociazione" dalla lotta armata, ha ribadito che, contrariamente a quanto sostiene, lei era presente sulla scena dell' agguato di via Fani, le ha fatto notare i contrasti tra diverse sue dichiarazioni - in aula e nei colloqui con il giudice Imposimato - e quanto risulta invece dalle deposizioni di alcuni testimoni e di certi "pentiti". Al penalista che sosteneva la piena approvazione da parte della Faranda dell' operazione di via Fani e della stessa condanna a morte di Aldo Moro, l' imputata ha risposto che "c' e' stata un' evoluzione graduale del dissidio con il vertice dell' organizzazione". Non ha potuto negare, poi, di aver partecipato, quale rappresentante della "colonna romana", alla riunione della direzione strategica del febbraio del 1978. Si era un mese prima dell' operazione Moro. in quell' occasione fu ratificata "la linea politica" delle Br e, a quanto pare, nessuno espresse contrasti con l' impostazione dell' imminente "campagna di primavera". A nulla sarebbe servito in quell' occasione, un impatto frontale..." e' stata la reazione dell' imputata. Quando, allora, si manifesto' veramente  il dissidio dei due brigatisti per la gestione del sequestro? Anche nello stesso documento di "spaccatura" redatto in occasione dell' uscita dall' organizzazione, secondo il penalista di parte civile, non ci sono accenni critici alla conduzione del rapimento, all' eccidio degli uomini della scorta o all' uccisione dell' ostaggio. "Sono tanti i punti di contrasto di quel documento - ha risposto la Faranda -, ma bisogna tener conto che allora non credevamo ancora alla fine della logica della lotta armata e dovevamo parlare con brigatisti, esprimerci nel loro  linguaggio, cercare di farci capire...". Pur presente ad un' altra riunione della direzione strategica delle Br, quella di Moiano, la "dissociata" ha detto  di non ricordare che in quell' occasione Gallinari abbia bruciato alcune carte trovate nella borsa di Aldo Moro o che, sempre quel giorno, il suo compagno Morucci abbia staccato dalla patente dello statista il bollo per usarlo in altre occasioni. e sull' agguato del 16 marzo? Lei ha insistito nel dire che non era li' quel giorno e che si limito' a studiare le varie fasi dell' azione, "avvicinamento, attacco e sganciamento". ha precisato che fu deciso cosi' perche' un componente della direzione di colonna doveva restare fuori per ogni evenienza e "nel caso in cui a via Fani fosse avvenuta una tragedia ancora piu' grande....". L' avv. Li Gotti le ha fatto notare che testimoni e "pentiti" concordano nell' affermare che a via Fani c' erano quel giorno undici  terroristi, due dei quali in moto. la Faranda ha ribadito pero' che "il piano prevedeva l' intervento di nove compagni". La telefonata al prof. Tritto per segnalare alla famiglia Moro che il cadavere del presidente della Dc si trovava in via Caetani fu fatta alle 12,13 e molti testi confermano che prima delle 12 la "Renault" rossa non era nella strada. Morucci e la Faranda che chiamarono da una cabina della stazione "termini" - ha chiesto l' avvocato - sapevano a che ora avrebbero dovuto fare quella chiamata? Secondo la versione dell' imputata, no. anzi loro due ricevettero l' incarico da un componente dell' "esecutivo" soltanto alle 11 di quel mattino e impiegarono del tempo a trovare il posto giusto e "la forza per fare quella telefonata". tutto cio' secondo l' avvocato, sarebbe incredibile perche' farebbe supporre che solo per un caso la polizia non si trovo' in via Caetani nel momento stesso in cui i terroristi vi lasciavano la "Renault". Ma non basta. in quella stessa telefonata, Morucci rivela al prof. Tritto che era stato Aldo Moro a chiedere che fosse avvertita  la famiglia della sua fine tramite il suo amico. eppure la Faranda ha sostenuto che a Moro i carcerieri non dissero mai che sarebbe stato ucciso. "Non so... non ricordo piu' a questo punto - ha risposto l' imputata -.... sono molto stanca e poi non si puo' andare avanti cosi'". "Lei sostiene - ha insistito l' avv. Li Gotti - che era contraria all' uccisione degli uomini della scorta di Aldo Moro. eppure nel volantino preparato prima della strage, a cura della direzione della colonna romana, da lei rappresentata,  si parla di 'annientamento totale'...., lei sa che Iozzino, Leonardi e Ricci sono stati finiti con colpi di pistola alla nuca?". La risposta della Faranda e' stata: "in direzione di colonna si era deciso di sparare addosso agli uomini della scorta... bisognava tirare in maniera che non potessero piu' reagire...". La deposizione odierna si e' conclusa qui, ma domani la Faranda dovra' nuovamente tornare sulla pedana per rispondere ad altre domande.

14 gennaio - Per la sparatoria ingaggiata con alcuni agenti di polizia il 15 febbraio del 1980 in piazza Matteotti, a Cagliari, Antonio Savasta ed Emilia Libera si sono visti confermare dalla cassazione le condanne ad otto anni e a sette anni e tre mesi rispettivamente inflitte loro dai giudici sardi. I due brigatisti rossi in primo grado erano stati condannati a trent' anni di reclusione ciascuno per tentativo di omicidio, detenzione di armi ed altri reati. In appello le pene furono notevolmente ridimensionate perche' nel frattempo sia Savasta sia la libera si erano "pentiti" e, collaborando con la giustizia, avevano permesso l' arresto di numerosi ex compagni e la scoperta di diversi "covi" delle Brigate rosse. La definitiva conferma della sentenza di Cagliari costituisce un altro passo dei due brigatisti verso la liberta' in quanto, per ottenere l' effettiva applicazione dei benefici previsti dalla legge sui "pentiti", devono attendere che tutte le condanne siano pasaste in giudicato, cosi' da rendere possibile un computo globale delle pene avute. Savasta e la Libera nel 1980 si recarono in Sardegna con l' incarico di organizzare una "colonna sarda" delle Br. Il 15 febbraio furono intercettati dalla polizia, ma, al termine di una sparatoria, riuscirono a fuggire. I due brigatisti furono aiutati nella fuga da un gruppo di "simpatizzanti" sardi, quattordici dei quali furono rinviati a giudizio per favoreggiamento e condannati in appello, ad esclusione di una giovane, Antonella Pinna, assolta con formula ampia. Ora la cassazione ha annullato per lei la sentenza di proscioglimento, disponendo un nuovo processo davanti alla corte d'assise d'appello di Roma.

15 gennaio - Processo d'appello: continuano le polemiche tra gli avvocati di parte civile e il difensore di Adriana Faranda, Tommaso Mancini, al processo d' appello per la vicenda Moro giunto alla ventesima udienza. Per dirimere l' ennesima discussione tra i penalisti, questa volta sull' effettiva partecipazione o meno della "dissociata" all' agguato del 16 marzo in via Fani, il presidente della corte ha fatto leggere in aula le conclusioni della perizia medico-legale sui cadaveri dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro. Si trattava di stabilire se i terroristi spararono veramente i colpi di grazia alla nuca di tre degli agenti, come ha sostenuto ieri l' avvocato di parte civile Luigi Li Gotti in una contestazione rivolta all' imputata. La Faranda, secondo il suo difensore, ha risposto di aver letto la circostanza sui giornali proprio perche' non era in via Fani, in quanto, altrimenti, l'avrebbe esclusa, come infatti, sempre secondo il penalista, avrebbero fatto i periti d' ufficio. In realta', gli esperti, nella relazione, precisano di non poter esprimere giudizi definitivi sulla distanza dalla quale furono sparati i colpi che uccisero gli agenti Rivera, Iozzino e Zizzi e i carabinieri Leonardi e Ricci. I difensori di parte civile, a loro volta, hanno fatto notare alla corte del foro italico che sono i periti balistici, nella loro ricostruzione della sparatoria, a sostenere che contro almeno tre agenti furono sparati colpi alla nuca. Ancora domande, per la Faranda, questa volta da parte dell' avv.Giuseppe Zupo, che tutela gli interessi dei familiari di Giulio Rivera e di Francesco Zizzi. al penalista l' imputata ha precisato che lei sapeva che le Br "avrebbero sparato addosso agli uomini della scorta" e non che si doveva "annientare la scorta". Ha aggiunto che, per l' organizzazione, in quel momento "l' importanza di rapire Aldo Moro sopravanzava qualsiasi considerazione sull' opportunita', anche di tipo politico in vista della successiva trattativa, di uccidere i cinque agenti della scorta". Altre contestazioni del penalista hanno riguardato la consegna delle numerose lettere scritte da Aldo Moro durante i giorni della prigionia, consegna di cui si occuparono sempre l' imputata e il suo compagno Valerio Morucci. L' imputata, su richiesta dell' avvocato Zupo, ha controllato poi una ad una le copie di tredici lettere trovate nel "covo" delle Br di via Monte Nevoso a Milano e ha precisato che non le sembrano, nel contenuto, le stesse che lei e Morucci provvidero a consegnare nei giorni del sequestro. "Potrebbero essere forse il riassunto di alcune lettere scritte da Moro" - ha affermato la Faranda, che ha precisato di non aver mai ricevuto da parte dei destinatari lettere da consegnare a Moro nella "prigione del popolo". Durante l' udienza, l' avvocato Tarsitano, parte civile insieme con il collega Zupo, ha reso noto ai giornalisti un episodio che sarebbe avvenuto alcuni giorni fa, il 4 gennaio scorso, al termine dell' udienza. l' avv. Zupo, mentre usciva dall' aula, sarebbe stato minacciato dagli "irriducibili" dell' ultima gabbia. uno di essi, Bruno Seghetti, gli avrebbe gridato: "vi sgozzeremo".

16 gennaio - Il tribunale di Trani condanna Giuliano Naria a diciassette anni e sei mesi di reclusione per la rivolta del dicembre 1980 nel carcere di massima sicurezza. Uno degli avvocati difensori del presunto brigatista rosso, Mario Russo Frattasi, ha dichiarato:"aspettiamo ora di leggere la motivazione della sentenza, ma non possiamo non mettere in evidenza che sicuramente sarebbe stato utile accertare il reale ruolo politico di Naria dal 1979 al 1981, in un periodo cioe' nel quale era stato ferocemente criticato dalle 'Br' per certi suoi atteggiamenti difensivi nei processi che affrontava, il che avrebbe consentito, anche per questa via, di accertare la sua estraneita' all' iniziativa delle 'Br' e l' assurdita' che i piu' violenti componenti del comitato di lotta abbiano mai potuto pensare di utilizzare il Naria in un compito tanto delicato come quello riferito da un agente di custodia". 

17 gennaio - 300 mila lire di multa, pena condonata, e la pubblicazione della sentenza: questa la pena richiesta dal pubblico ministero del tribunale dell' Aquila nel processo a 23 magistrati romani di " magistratura democratica", accusati di diffamazione aggravata a mezzo stampa dell' ex sostituto procuratore della repubblica di Roma, Claudio Vitalone. Il pubblico ministero Antonio Palumbo, che ha ritenuto la diffamazione semplice e non aggravata formulando la richiesta, ha "deprecato il proditorio attacco ai precedenti pm che avevano chiesto il proscioglimento in istruttoria degli imputati". La vicenda e' relativa alla decisione di affidare a Vitalone l' inchiesta sulla strage di via Fani. In un documento, redatto al termine di un' assemblea e consegnato all' Ansa, i magistrati criticarono la decisione della procura romana affermando che avrebbe " costituito un espediente per pilotare un processo di gravissimi riflessi politici nel senso gradito ad una determinata fazione della Dc" alla quale sarebbe stato collegato Claudio Vitalone. Dopo un'ora di camera di consiglio, il tribunale assolve, perche' il fatto non costituisce reato, i 23 magistrati romani accusati di diffamazione aggravata a mezzo stampa di Claudio Vitalone. I magistrati sono: Gianfranco Viglietta, Antonio Giuseppe Veneziano, Giuseppe Barbagallo, Giuseppe Caizzone, Felice Terracciano, Marco Pivetti, Gabriele Battimelli, Ottorino Gallo, Beniamino Zagari, Ernesto Rossi, Aldo Vittozzi, Francesco Misiani, Gabriele Cerminara, Luigi Saraceni, Pietro Federico, Pier Fausto Ciuchini, Franco Marrone, Riccardo Morra, Giuseppe Bronzini, Vincenzo Placco, Giovanni Briasco, Gaetano Dragotto e Massimo Carli.

17 gennaio - Processo d' appello: Adriana Faranda, alla conclusione del suo lungo interrogatorio, dice che ci sono due militanti delle Br che non sono stati mai imputati della strage di via Fani benche' quella mattina del 16 marzo fossero presenti sulla scena dell' agguato. La Faranda, fedele alla sua scelta di "dissociata", si e' ben guardata dal fare i nomi di quegli ex compagni, pur precisando che si tratta di terroristi gia' da tempo identificati dalla polizia. Secondo lei, quindi, tutte le indagini fatte dagli inquirenti dal 1978 ad oggi, andrebbero riviste perche' non undici erano i terroristi rossi entrati in azione contro Aldo Moro e la sua scorta, ma nove e, non solo la stessa Faranda, ma almeno altri tre brigatisti sarebbero stati ingiustamenti condannati all' ergastolo in primo grado per l' azione del 16 marzo. Oltre, con la Faranda, non si riesce ad andare, proprio perche' non intende derogare alla scelta di non fare nomi. eppure, l' imputata questo ostacolo lo ha superato, come gia' in un' altra occasione, anche questa mattina, per confermare circostanze relative alle posizioni di due compagne di "gabbia", Mara Nanni e Caterina Piunti. Alle domande del difensore delle due imputate, anche loro in assise condannate all' ergastolo, la Faranda, infatti, ha risposto che veramente entrambe non parteciparono ad alcuna azione terroristica. Prima di congedarsi dalla corte, la Faranda ha precisato ad un giudice popolare di "riconoscersi oggi nella carta costituzionale del 1948" e di "ripudiare qualsiasi mezzo di lotta politica non conforme alla costituzione della repubblica". Successivamente, avvocati di parte civile e della difesa e il pubblico ministero Carlo De Gregorio si sono impegnati in una discussione riguardante la possibilita' o meno di acquisire agli atti del processo alcuni documenti relativi ad altri giudizi. si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio della magistratura romana per l' attivita' eversiva delle "fac" (formazioni armate comuniste), del "mcr" (movimento comunista rivoluzionario) e per la presunta responsabilita' degli autonomi Franco Piperno e Lanfranco Pace nel sequestro di Aldo Moro. L' istanza e'stata presentata alla corte dal rappresentante della pubblica accusa. I giudici hanno respinto l' istanza del pubblico ministero, non ritenendo necessario consultare le ordinanze di rinvio a giudizio per decidere. 

18 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci comincia la sua deposizione. Il suo intervento coincide con il ritorno dei "duri" dell' organizzazione a metodi di contestazione che sembravano superati: quando l' imputato ha cominciato a leggere un documento firmato da 170 "dissociati" delle "aree omogenee" delle carceri di Roma, Torino, Milano e Voghera, hanno vivacemente protestato. Nel documento letto da Morucci e consegnato in questi stessi giorni anche ad altre corti d' assise, si parla, tra l' altro, della volonta' dei "dissociati" di lottare contro "un giudizio penale che congela l' individuo in un certo punto del suo passato, disconoscendone gli sviluppi", nonche' dell' importanza di "rimuovere l' atrocita' del carcere a vita... perche' resti alla persona un bene inalienabile, la speranza". Ad un certo punto del suo racconto, Morucci si e' reso conto, poi, che stava parlando delle Brigate rosse in terza persona e si e' corretto. "Non hanno... - ha spiegato ai giudici - ma abbiamo fatto queste cose perche' c' ero anche io". Stava parlando, in quel momento, della "degenerazione all' interno del movimento dell' ideologia rivoluzionaria" che comporto' l' inizio, per molti, dell' esperienza nei gruppi della lotta armata. a differenza della sua compagna, Morucci, inoltre, piu' volte durante questa prima parte del suo interrogatorio ha voluto sottolineare quello che ha definito "un fondamentale errore di valutazione" da parte delle istituzioni nei confronti delle Br. "Dopo il sequestro dell' on. Moro - ha spiegato l' ex dirigente della "colonna romana" - lo stato ha completamente ribaltato l' ottica con la quale fino a quel momento aveva esaminato il fenomeno eversivo: si e' cominciato a enfatizzare le Brigate rosse, a farle assai piu' forti di quanto in realta' non siano mai state. erano ben poca cosa". In giacca e cravatta (e' il primo brigatista che si presenta davanti a una corte con tale abbigliamento) Morucci ha parlato per ore senza interruzioni e seguendo un filo logico per ricostruire la presenza delle Brigate rosse a Roma dal settembre 1976, data del suo ingresso nell' organizzazione. "Abbagliato" dal mito di entrare in una "organizzazione potente e capillare", come qualcuno gli aveva "millantato", Morucci prende contatto con tre militanti "regolari", all' epoca prsenti a Roma, Mario Moretti, Franco Bonisoli e Maria Carla Brioschi. Ne ha fatto i nomi perche' - ha detto - si sono tutti, piu' volte, dichiarati appartenenti alle Br. Con il successivo ingresso nel gruppo della Faranda, comincia l' attivita' di proselitismo e Morucci ha ammesso che furono proprio lui e la compagna ad individuare ed a raggruppare i primi simpatizzanti chiamati di li' a poco a costituire la "colonna romana". Delle "potentissime Br" dell' epoca, Morucci ha narrato l' episodio di Franco Bonisoli che si tinge i capelli perche' "troppo rossi" convinto di non poter piu' essere riconosciuto e deve lasciare di gran carriera Roma perche', poco dopo, scopre di essere stato individuato dalla proprietaria della casa che ha affittato, una parrucchiera. O, ancora, i pranzi in un ristorante nei pressi della casa di Andreotti senza accorgersi che, due tavoli piu' in la', stanno seduti gli uomini della scorta. Ancora approssimazione e causalita' da parte delle "superpotenti Brigate rosse" in quelle "inchieste preliminari" svolte in quel periodo - primavera 1977 - sotto l' abitazione del sen.Fanfani, in via Platone - ma il senatore non abitava gia' piu' li' - nei pressi della casa in piazza Capranica dell' on. Prandini, esponente dei "gruppi di impegno" della Dc, o all' Eur, quando si era progettato di "colpire" l' on. Bartolo Ciccardini. Nei progetti dei "regolari" delle Br, allora, c' erano anche un' irruzione nella "sede degli andreottiani" in via Zanardelli ("ma ci rinunciammo - ha detto Morucci - perche' troppo rischiosa"), un attentato al ministro Antonio Bisaglia al "residence al Velabro" ("scoprimmo casualmente che viveva li' - ha spiegato l' imputato - mentre facevamo una riunione nella piazza"), il lancio di un ordigno sulla rampa di monte Mario contro l' auto che trasportava Emilio Santillo, capo dell' antiterrorismo. Perche' allora proprio Aldo Moro? "occorreva - ha detto Valerio Morucci - un' azione tale da mettere in gioco completamente gli equilibri interni della Dc e, in quel momento, Moro rappresentava la continuita' del partito pur nell' impulso al rinnovamento. le Br sono sempre state un po' vanitose......erano convinte, che se avessero preso un altro anziche' Moro, non avrebbero fatto capire al nemico quanto bene avevano compreso le sue intenzioni ed i suoi interessi". E' tra il dicembre del 1977 e il gennaio del 1978 che si decide - secondo Morucci, di intensificare gli accertamenti sui movimenti di Aldo Moro e lui, la Faranda ed altri quattro "regolari" partecipano agli appostamenti ed ai controlli. Dopo aver ricordato nei dettagli il progetto di attuare il sequestro all' interno della chiesa di santa Chiara, Morucci ha affermato che pochi giorni prima del 15 febbraio 1978 si scelse l' incrocio tra via Fani e via Stresa. 

19 gennaio - 27 mandati di cattura per presunti appartenenti all' aerea delle "unita' combattenti comuniste" e di "rosso": e' questo il bilancio delle indagini nate dalle dichiarazioni rese ai magistrati milanesi da Mario Marano, uno degli assassini di Walter Tobagi condannato per quell' omicidio a 20 anni di reclusione e sulle cui spalle grava un' altra condanna, questa di secondo grado, a 13 anni di reclusione per la sua partecipazione alle "Ucc". I mandati di cattura sono stati emessi dai giudici istruttori Grigo e Salvini: riguardano 10 persone latitanti, due gia' detenute mentre altre 15 sono state arrestate, alcuni sono stati rintracciati in paesi stranieri: e' il caso di Salvatore Nicosia che risiede a Parigi e che, secondo l' accusa, tenne contatti con "Action directe" la organizzazione estremista francese. Per Nicosia che e' imputato anche nel processo in svolgimento a Milano ai "comunisti organizzati per la liberazione proletaria" (colp) e' stata inoltrata domanda di estradizione. sono stati invece localizzati in Nicaragua Guglielmo Guglielmi e Livia Scheller: secondo quanto ha dichiarato Marano, i due insieme a lui e a Francesco Giordano (altro componente del "commando" che uccise Tobagi) costituirono le "unita' combattenti comuniste" a Milano. I reati contestati nei mandati di cattura vanno dai reati associativi a rapine, assalti come quello al centro dati dell' universita' Bocconi e esercitazioni con armi. Tra gli arrestati figurano i nomi dei fratelli Pietro ed Emilio Morlacchi, di due insegnanti genovesi Vincenza Siccardi e Clara Ghibellini e di un dipendente della Sea, la societa' che gestisce l' aeroporto di Linate, Giuseppe Deidda. Tra i latitanti vi sono alcuni nomi noti come quello di Oscar Tagliaferri condannato all' ergastolo al processo a "Prima linea" svoltosi a Milano e personaggi importanti come Sergio Vecchione che avrebbe dovuto incontrare alla stazione centrale di Milano il pentito Fernando Della Corte che uccise, in quell' occasione, un agente di polizia. sono invece in carcere Franco Fiorina, leader dei "colp" e Francesco Giordano condannato a 30 anni per l' omicidio Tobagi. Mario Marano che, dopo l' iniziale dissociazione dalla lotta armata maturata al processo Tobagi, ha scelto di collaborare con la magistratura, ha confermato anche tutto cio' che Barbone aveva detto sulla dinamica e sulle motivazioni del delitto Tobagi. Dll' estate scorsa il terrorista ha raccontato ai giudici il suo percorso nelle "unita' combattenti comuniste" durante il quale ebbe contatti con Franco Fiorina e con il brigatista  Pietro Morlacchi e poi la sua conoscenza con Barbone e la tragica vicenda della "brigata XXVIII marzo". Reta pero' l' interrogativo di una parte delle armi della "brigata XXVIII marzo" che, secondo Marano, furono consegnate ad un esponente delle Brigate rosse e che non sono mai state trovate.

21 gennaio - Comincia ed e' subito rinviato a marzo il processo di appello contro la colonna torinese delle Brigate rosse responsabile di dieci omicidi e diciassette ferimenti oltre che di numerosi attentati, assalti e rapine. Il rinvio e' stato disposto per consentire agli imputati (in tutto 48), molti dei quali ora impegnati a Roma nel processo d'appello per l'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta, di essere presenti al dibattimento. Non era in aula Giuliano Naria, che in primo grado venne assolto per insufficienza di prove dall'accusa di aver partecipato all'omicidio del procuratore capo di Genova Francesco Coco e della sua scorta. in primo grado gli imputati (fra i quali figurano nomi di primo piano delle Br come Mario Moretti, Barbara Balzerani, Rocco Micaletto, Lauro Azzolini, Luca Nicolotti) furono condannati complessivamente a dodici ergastoli e 290 anni di prigione. Le accuse riguardano le attivita' della colonna torinese delle Br attiva a Torino tra il 1973 e il 1980 quando il gruppo venne decimato dagli arresti seguiti alle confessioni di Patrizio Peci. Tra le imputazioni vi sono gli omicidi del vicedirettore de "la stampa" Carlo Casalegno, del presidente dell'ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, del maresciallo di polizia Rosario Berardi, del capo officina della lancia Piero Coggiola. Si sono costituiti parte civile l'ordine degli avvocati di Torino e il consiglio nazionale forense, le vedove Casalegno, Coggiola, Berardi, Croce, il ministero dell' interno, l'avvocatura di stato e la democrazia cristiana che subi' alcuni assalti in sue sedi cittadine. Il difensore di Giuliano Naria, l'avv. Fulvio Gianaria, ha detto che il suo cliente sara' comunque presente al dibattimento, ma che ora per le sue precarie condizioni di salute e' stato ricoverato sabato scorso nel repartino detenuti dell'ospedale Molinette di Torino poche ore dopo il suo arrivo in citta'.

21 gennaio - i servizi segreti israeliani credono che, con un interessato consenso della Siria, il terrorismo italiano stia rinnovando una passata collaborazione riprendendo contatto con il fronte popolare per la liberazione della Palestina (fplp) di George Habbash. "Sappiamo che i siriani stanno incoraggiando Habbash a riallacciare rapporti con le Brigate rosse" hanno detto all' Ansa fonti dell' 'intelligence'. Senza fornire nomi le fonti hanno affermato che a suo tempo vennero passati ai servizi italiani i nomi di 45 brigatisti emersi dagli archivi della guerriglia palestinese a Beirut. "Quando entrammo nella capitale libanese nell' estate 1982 trovammo documenti secondo i quali almeno 45 Br erano in addestramento in Libano nell' organizzazione di Habbash. Non riuscimmo a catturarli perche' da la' erano fuggiti verso l' Europa", hanno spiegato le fonti, riaprendo uno spiraglio su collegamenti fra il terrorismo italiano e la guerriglia palestinese. "Sappiamo che le Br avevano bisogno di addestramento, di campi, di conoscenza dell' uso di materiale bellico e di sabotaggio. i brigatisti si erano rivolti a Habbash e in cambio si erano impegnati a condurre attacchi contro obiettivi israeliani in Italia. L' attuale ripresa attiva delle Br in Italia potrebbe avere le stesse radici di allora. Oggi i Br hanno amici per rifugiarsi a dDasco, che controlla il fplp. A Damasco nulla accade senza il consenso dei servizi di sicurezza siriani". "Fra il 1973 e il 1982 le Br mandavano normalmente loro militanti ad addestrarsi in campi palestinesi nel sud del Libano, a Tiro, ma anche nel campo profughi di Chatila. A Beirut ne trovammo le prove. Ora i gruppi che aiutarono le Br sono installati a Damasco. sono le organizzazioni di Habbash, Ahmed Jibrill, Abu Mussa, Nayef Hawatmeh, Samir Gosher: tutti sotto influenza e controllo siriani". Una fonte dei servizi impegnati nella lotta contro il terrorismo ha detto che non risulta mai arrivato agli organi di polizia giudiziaria che conducono le indagini sull' eversione un elenco di 45 brigatisti rossi che si sarebbero addestrati nei campi palestinesi in Libano. La notizia dei 45 nomi passati ai servizi italiani e' stata data a Tel Aviv da una fonte dell' "intelligence" israeliano. A suo tempo, ha detto l' esperto italiano, quando rimbalzo' sulla stampa la voce che gli israeliani avevano trovato nel 1982 a Beirut prove dell' addestramento di elementi delle Br in capi palestinesi, le autorita' di sicurezza italiane chiesero ragguagli, ma non seguirono risposte positive, neppure dopo alcuni solleciti. 

24 gennaio - processo d'appello: Valerio Morucci parla del periodo compreso tra il 9 maggio 1978 e l' uscita dall' organizzazione eversiva del gruppo da lui diretto, una spaccatura databile intorno alla primavera del 1979. Dubbi e perplessita' del "dopo Moro" non erano, in quel momento, ancora tali da ridurre o annullare la convinzione dell' importanza dell' "omicidio politico" e delle "azioni militari" contro gli apparati dello stato. Furono almeno una decina, subito dopo il sequestro di Aldo Moro, i progetti "messi in cantiere" dai militanti delle Brigate rosse a Roma. Morucci ha ricordato le "indagini" presso gli uffici dell' on. Bubbico. ("Lo individuammo - ha aggiunto - quale massimo responsabile della Dc nel controllo degli organi radiotelevisivi" ) e dell' on. Signorello. Ancora il brigatista ha rievocato i sopralluoghi compiuti nelle strade dove abitavano alcuni esponenti della confindustria, come Paolo Annibaldi ("ogni venerdi' sera sembrava - ha precisato Morucci - che prendesse il rapido dalla stazione termini per recarsi a Pescara" ) o il dott. Paolo Savona. Poi ci furono le "inchieste preliminari" su un progetto di irruzione in una palazzina dove aveva sede un' associazione industriale in via Mercadante e gli "studi" per realizzare attentati contro l' ex capo del Sisde Grassini e l' ex capo del Sismi Santovito, con "infruttuosi e stressanti sopralluoghi" , nei pressi dei loro uffici. In fase avanzata, ed anzi, "ormai pressoche' operativa" era invece l' "indagine" brigatista per l' agguato all' ex questore di Roma Ugo Macera, allora capo della criminalpol. I terroristi, secondo il racconto fatto da Valerio Morucci, erano pronti a colpire l' alto funzionario di polizia, ma, come per tutte le altre ipotesi di attentato,  decisero all' ultimo momento di abbandonare il progetto. in questo caso particolare, Morucci ha detto che "non fu possibile riscontrare una regolarita' negli orari di Macera". L' ultima parte della deposizione, Morucci l' ha dedicata ad un' analisi dei progressivi contrasti sorti tra lui e la Faranda da una parte e gli altri dirigenti delle Br dall' altra. Ha parlato di una "quasi automatica involuzione della strategia sul terreno dell' annientamento" dopo l' operazione Moro e di una sempre piu' marcata sensazione di "vuoto politico e umano" di fronte ad una "macchina terroristica della quale non si riesce piu' a comprendere il funzionamento e la direzione". "Quando le Brigate rosse ci espulsero - ha detto ancora Morucci parlando di se' e della Faranda - fummo abbandonati a noi stessi. uscir fuori dall' organizzazione voleva dire essere lasciati con qualche galletta su una zattera nel marzo dei sargassi, andare incontro all' arresto sicuro". Il pubblico ministero Carlo De Gregorio ha chiesto poi all' imputato di fare la storia della "skorpion"" da lui detenuta ed usata per uccidere Aldo Moro. Morucci ha ricordato che quell' arma egli l' aveva gia' prima di entrare a far parte delle Br, ma ha aggiunto di non voler parlare in questo processo dell' uso che se ne fece in occasione dell' uccisione del procuratore generale di Genova Francesco Coco. Il "dissociato" ha rivelato poco dopo, rispondendo ad alcune domande dell' avvocato dello stato Enzo Ciardulli, che sono tre i terroristi tuttora latitanti, anche se da tempo identificati dalla polizia, che presero parte alla strage di via Fani. Ha aggiunto di non sapere pero' se attualmente militino ancora nell' organizzazione o invece ne siano usciti da tempo, circostanza che comunque ritiene piu' probabile. Per quanto riguarda le polemiche sulla sorte dell' on. Moro, Morucci ha dichiarato che "le Br speravano vivamente di poter liberare Moro perche' cio' avrebbe significato l' ottenimento dei risultati che si erano prefisse". 

24 gennaio - Oltre centosettanta terroristi di estrema sinistra, di diverse bande armate, sono stati rinviati a giudizio al giudice istruttore Enrico Pacifico a conclusione della seconda parte della maxinchiesta sul terrorismo rosso. Insurrezione armata contro i poteri dello stato e guerra civile sono i reati principali che il magistrato ha contestato agli imputati. Il lunghissimo elenco delle persone che dovranno prossimamente comparire in corte di assise per essere processate comprende nomi noti dell' estremismo rosso, come quelli dei docenti della scuola parigina "Hyperion" Vanni Mulinaris, Duccio Berio e Corrado Simioni, dell' ex parlamentare socialista Domenico Pittella, dell' avvocato Tommaso Sorrentino, dei "nappisti" Giovanni Gentile Schiavone e Domenico Delli Veneri, di Susanna Ronconi, esponente di spicco di "Prima linea". Infine il magistrato ha archiviato gli atti relativi a Paola Elia e Luigi Scricciolo. L' ordinanza di rinvio a giudizio, depositata oggi in cancelleria, conclude un'istruttoria che, affidata inizialmente al giudice istruttore Francesco Amato, venne suddivisa in dueparti. La porima fase dell' indagine ebbe termine nel luglio del 1983 con il rinvio a giudizio di centocinquanta terroristi, tra i quali i "capi storici" delle Brigate rosse. Nella motivazione della sentenza (450 pagine nelle quali vengono indicate le posizioni dei 174 rinviati a giudizio e dei 43 imputati prosciolti) Pacifico dedica, nella parte generale, un ampio spazio a considerazioni sul fenomeno del terrorismo, che - afferma -continua a dare chiari segni di vitalita'. In proposito il magistrato fa riferimento alla rapina che le Br tentarono poco prima di natale per impadronirsi di un furgone che trasportava gli incassi di un grande magazzino. in quell'occasione mori' il terrorista Antonio Gustini e venne arrestata Cecilia Massara, da tempo ricercata. Pacifico, che ha sostanzialmente accolto le richieste del pubblico ministero Salvatore Vecchione, rivolge le accuse piu' dure all'ex senatore del Psi Domenico Pittella. Per Pacifico l'ex parlamentare "e' sommerso da un coacervo di prove valide sia per il loro numero sia per la sostanza". In particolare il magistrato ha considerato la posizione di Pittella sotto diversi aspetti. Il primo si riferisce alle cure prestate a Natalia Ligas: questo episodio ha gia' determinato il rinvio a giudizio dell'ex parlamentare nell' ambito dell'inchiesta "Moro ter". Pacifico sostiene in proposito che l'ex parlamentare e' stato stabilmente legato alle Brigate rosse e di conseguenza e' diventato partecipe del piano insurrezionale per aver messo la sua clinica a disposizione delle Br. sono le "confessioni" di terroristi come Fenzi, Ravazzi, Galati e Planzio a fornire tutti gli elementi necessari per confermare non solo questi fatti ma anche quello relativo al progettato rapimento dell'assessore della regione lucania, dottor Ferdinando Schettini. Fu lo stesso Pittella, secondo il magistrato, a fornire le notizie necessarie alle Brigate rosse per rapire l'esponente regionale che doveva essere "tolto di mezzo" per lasciare allo stesso Pittella il campo libero. Proprio Schettini, si legge nella motivazione, esaminando il materiale trovato in un covo indico' un documento contenente certe notizie che lo riguardavano e che potevano provenire solo da Pittella. Un altro aspetto della posizione dell'ex parlamentare socialista, anche se in proposito lo stesso magistrato riconosce che gli elementi raccolti sono rimasti avvolti da una "certa fumosita"', ma che devono essere comunque presi in considerazione nel quadro della vicenda, e' quello relativo a collegamenti tra 'ndrangheta e Brigate rosse. Il materiale raccolto attraverso le indagini, secondo quanto e' scritto nel documento, non fa escludere che l'ex senatore possa essere stato al vertice di una cosca che, intrattenendo costanti rapporti con le Brigate rosse, era disponibile a fornire appoggi in occasione di progettate evasioni di terroristi da supercarceri, come quello di Palmi. Nella stessa posizione di Pittella il magistrato ha collocato anche l'avvocato Tommaso Sorrentino, da tempo latitante in Francia. Elementi emersi dalle indagini l'hanno fatto ritenere per un certo tempo capo della cosca collegata con il terrorismo. un'ipotesi questa che non ha comunque avuto, riconosce il giudice, una conferma definitiva. certo, invece, che Sorrentino tenesse i contatti con l'esterno e l'interno delle carceri fungendo anche da "postino". Un altro ampio capitolo e' stato dedicato all'esame dell' attivita' della scuola "Hyperion" di Parigi, e in particolare ai suoi tre principali esponenti, Vanni Mulinaris (attualmente in Italia agli arresti domiciliari e coinvolto in un'inchiesta in corso a Venezia), Duccio Berio e Corrado Simioni (entrambi latitanti). Pacifico si sofferma in particolare sulla posizione di Mulinaris, rilevando che "le polemiche che hanno accompagnato la sua incriminazione e il suo arresto sono direttamente proporzionali alle sue responsabilita'". In questa parte del documento il magistrato critica il comportamento dei servizi segreti francesi rimproverando loro di non aver sufficientemente indagato sull'attivita' dell'yperion, indicata da molti pentiti come "rete di appoggio" alle attivita' eversive e "fucina per la progettazione di attentati". Con la sentenza il giudice esclude qualsiasi partecipazione degli ex sindacalisti della Uil Luigi Scricciolo e Paola Elia al progetto insurrezionale. Rilevando che i due erano stati raggiunti soltanto da una comunicazione giudiziaria, pacifico definisce la loro "una condotta ripugnante per aver approfittato delle loro cariche sindacali per commettere reati". ma la loro attivita', secondo il giudice, e' stata unicamente diretta a far opera di spionaggio (e in proposito e' ancora in corso un'inchiesta affidata al giudice istruttore Rosario Priore) e non ci sono elementi per dire che abbiano concorso al progetto insurrezionale.

25 gennaio - sono definitivi i due ergastoli e le altre condanne a complessivi 68 anni di reclusione inflitti dai giudici di Venezia ai componenti della colonna veneta delle Brigate rosse responsabili di due omicidi e di un traffico di armi con il Libano. la prima sezione della corte di cassazione, presieduta dal dottor Marco di Marco, ha infatti respinto i ricorsi proposti dagli imputati e dal procuratore generale di Venezia, cosicche' la sentenza con la quale il 23 giugno del 1983 si concluse il processo d' appello e' divenuta irrevocabile. L' ergastolo fu inflitto a Marinella Ventura e a Marco Fasoli, responsabili con altri terroristi giudicati a parte, degli omicidi del dirigente ella Montedison Sergio Gori e del vice capo della Digos veneziana Alfredo Albanese e di introduzione in Italia di armi da guerra. la cassazione ha inoltre confermato per lo psichiatra di Ancona Massimo Gidoni, proprietario del panfilo "Papago" con cui vennero prelevate in Libano le armi, dodici anni di reclusione, per Emanuela Bugitti quindici anni, per i "pentiti" Vittorio Olivero e Michele Galati sedici anni. Ribadita infine l' assoluzione dall' accusa di partecipazione a banda armata per Carlo Levi Minzi, che ebbe un anno e sei mesi per la sola ricettazione.

25 gennaio - Presentato "Wkhy", enigmatico libro di Renato Curcio, edito dalla cooperativa "Apache". Che cosa significa ? a questa domanda hanno cercato di rispondere il sociologo Giulio Salierno e gli attori Gian Maria Volonte' e Piera Degli Esposti. Il libro - e' emerso nel corso della conferenza stampa e nel sucessivo dibattito - puo' essere interpretato come il tentativo dell' uomo-detenuto di esprimersi senza parlare delle miserie e degli orrori del carcere. ne esce fuori un' opera di interpretazione indubbiamente difficile, che puo' apparire molte volte incomprensibile e oscura. "e' un viaggio attraverso i condizionamenti dei meccanismi di controllo sociali" ha detto Salierno; "e' un modo per l' uomo di recuperare la sua interezza, lasciando il pensiero libero di espandersi" ha sottolineato Degli Esposti; "e' una voce che arriva evadendo dai recinti della segregazione affrontando uno dei piu' opprimenti problemi del carcere: quello dell' espressione" ha sostenuto Volonte'. insomma un ritratto di Renato Curcio come individuo, sia pure non piu' soggetto autonomo, e non come capo storico delle Br.

25 gennaio - Processo di appello: un'istanza dell' avvocato della Dc Giuseppe De Gori sollecita la corte ad acquisire agli atti la copia di un articolo del quotidiano "il popolo" circa l'incontro che sarebbe avvenuto a Parigi nei giorni scorsi tra Oreste Scalzone, leader dell'autonomia da tempo latitante e il ministro del lavoro Gianni De Michelis. Alla richiesta si sono associati i difensori di parte civile di alcuni familiari degli agenti uccisi in via Fani, mentre l'avvocato dello stato e i difensori degli imputati si sono opposti all'istanza ritenendo la vicenda Scalzone-De Michelis del tutto estranea ai fatti del processo, tesi che alla fine e' stata fatta propria anche dalla corte d'assise d'appello che, dopo una breve camera di consiglio, ha respinto la richiesta mettendo a tacere le reciproche accuse di strumentalizzazione politica che avevano costretto il presidente a ripetuti interventi per far tornare la calma in aula. Prosegue poi l'interrogatorio di Valerio Morucci che ha risposto a numerose domande degli avvocati di parte civile. Morucci ha confermato che "molti imputati di questo processo sono accusati di fatti ai quali non hanno partecipato" e che "altri compagni che erano a via Fani non sono nell'aula" del foro italico anche se imputati in altri processi. oltre non e' stato possibile andare su queste circostanze nonostante i tentativi di diversi difensori di parte civile. Duro il giudizio espresso dall'imputato a proposito di certi commenti provenienti da "rifugiati parigini" sull'evoluzione della lotta armata in Italia. Morucci ha preso lo spunto da una domanda di un avvocato per affermare che "molte persone che sono riparate a Parigi hanno la cattiva abitudine ed il pessimo gusto di dare giudizi su noi detenuti che in un certo senso siamo garanti della loro liberta'". Gente come Corrado Simioni, Toni Negri o Oreste Scalzone, secondo Morucci, paga il prezzo della propria permanenza in Francia proprio con certe "valutazioni di comodo", a conferma che "Parigi val bene un amico". Indirettamente, poi, il "dissociato" si e' rivolto a Mario Moretti che, dalla "gabbia" degli "irriducibili", lo ha sempre ascoltato in silenzio. "Ritengo che Moretti - ha aggiunto Morucci -, a differenza di molti che sono con lui in quella gabbia, abbia ormai compreso certi errori del passato, come quello di credere nell'esistenza di una societa' rivoluzionaria che non dovesse avere alcun rapporto con quella reale". Ai giornalisti, piu' tardi, Moretti ha fatto sapere che non ha ancora deciso se dire o meno qualcosa in questo processo. "In ogni caso - ha aggiunto - non ho niente da dire a Morucci. Quelle sono cose che riguardano lui e i giudici". Prima di andarsene tra due carabinieri, ha fatto poi un affermazione apparsa un po' sibillina: "a qualcuno, d'altronde, non fa piacere che io parli. per questo sono stato messo qui dentro". Senza particolari novita' le indicazioni venute da Valerio Morucci in risposta a diverse domande degli avvocati. Morucci ha confermato la "delusione" patita dalle Br allorche' ebbero la certezza dagli "interrogatori" di Aldo Moro che "la democrazia cristiana non rappresentava in Italia gli interessi dello stato imperialista multinazionale". L'imputato e' tornato ancora a ribadire che le Brigate rosse non hanno mai avuto informatori segreti presso i ministeri e che le loro "schedature" furono sempre compiute con grande facilita', perche' "vivendo in un paese democratico e in liberta' di stampa - ha precisato l'ex brigatista - e' possibile sapere tutto e di tutto semplicemente leggendo giornali e riviste".

25 gennaio - La corte d' assise d' appello di Cagliari ha confermato, dopo 73 ore di camera di consiglio, la condanna all' ergastolo a Antonio Contena e Pietro Coccone, al processo contro la "colonna sarda" delle Brigate rosse, perche' ritenuti responsabili dell' omicidio di un appuntato dei carabinieri. I giudici hanno anche inflitto 35 condanne ai presunti appartenenti all' organizzazione eversiva. Le pene variano da 16 anni a un anno e sei mesi di reclusione. Otto imputati sono stati prosciolti con formule diverse. Antonio Savasta e Emilia libera, che, secondo l' accusa furono inviati in Sardegna dalla direzione strategica delle Br per costituire una "colonna sarda" dell' organizzazione eversiva, hanno avuta confermata la condanna rispettivamente a sei e cinque anni di reclusione, e si sono visti respingere l' istanza di liberta' provvisoria. I giudici d' appello hanno ridotto lievemente le pene piu' pesanti (da 18 a 16) inflitte, dalla corte d' assise di Cagliari il 2 agosto 1983, ai presunti capi dell' organizzazione, e hanno invece aumentato quelle di alcuni imputati minori. Alla lettura della sentenza hanno assistito due imputati, Carmelino Coccone, in gabbia, e Gonario Tangianu, a piede libero. Pietro Coccone e Antonio Contena oltre che per costituzione e organizzazione di banda armata sono stati condannati quali mandanti dell' omicidio dell' appuntato Santo Lanzafame compiuto a Nuoro nel luglio del 1981. I giudici hanno, tra l' altro, aumentato la condanna (da sette anni e sei mesi a nove anni) al latitante Annino Mele, di Mamoiada, ricercato per una serie di omicidi, e ritenuto dagli inquirenti il presunto capo del "movimento armato sardo". Le rivelazioni di Savasta e libera sull' attivita' dei gruppi eversivi sardi, tra il 1979 e il 1981, contribui' allo "smantellamento" dell' organizzazione che le Br intendevano utilizzare per preparare assalti al supercarcere dell' Asinara e di Badu 'e Carros.

28 gennaio - Processo d' appello: si continua con le risposte di Valerio Morucci alle domande degli avvocati di parte civile. Al quinto giorno della sua deposizione, Morucci ha ricordato che spesso, nel passato, "qualcuno ha preso per oro colato quanto scrivevano le Br benche' fosse chiaro che certe posizioni nascondessero soltanto interessi politici dell'organizzazione". In questo senso, secondo Morucci, va interpretato il costante riferimento, nei documenti Br, al partito comunista come ad una formazione "asservita alla Dc e al padronato".L' imputato, rispondendo all' avv. Giuseppe De Gori, che rappresenta nel giudizio la democrazia cristiana, ha ribadito che "l' attacco ai quadri intermedi di questo partito fu deciso per creare lacerazioni e contraddizioni interne alla Dc, nonche' per smascherarne le finalita' anti - proletarie" . Morucci ha precisato poi che le Br, prima del sequestro di Aldo Moro, fecero delle "indagini" sulla possibilita' di sequestrare l' avv. Giovanni Agnelli, ma "l' obiettivo - ha aggiunto - fu poi ritenuto inavvicinabile". Singolari, a dir poco, le ultime domande rivolte dall' avv.De Gori, patrono della Dc, all' ex brigatista. "Io credo - ha affermato il penalista - che voi brigatisti sapevate all' epoca del sequestro Moro tutto cio' che avveniva all' interno della Dc perche' avevate un certo canale, del quale, pero', qui non voglio parlare... e' vero?". Morucci ha risposto che tale circostanza non gli risulta. "Lei sa che Mario Moretti e' stato "venduto" alla polizia?". "Certo - ha risposto l' imputato - si sa perfettamente anche da chi...". L' avvocato ha detto dopo l' udienza ai giornalisti, che a suo avviso, Morucci intendeva riferirsi al "mossad". Infine, Morucci ha detto di poter escludere che Moro, prima di essere ucciso, abbia ricevuto "i conforti religiosi", cosi' come chiesto dall' avv.De Gori. E' poi toccato all' avv. Acquaroli, che assiste nel processo Giovanni e Agnese Moro, porre delle domande all' imputato. Morucci, tra l' altro, ha ribadito che non vi fu alcuna "perfezione" nell' esecuzione dell' agguato di via Fani, perche', a suo avviso, il "successo dell' operazione" fu dovuto a molte circostanze casuali, come il fatto che la "130" sulla quale si trovava Moro tampono' troppo violentemente la "128" dei brigatisti e l' autista non riusci' a svincolarsi dall' incrocio e fuggire soltanto perche' l' "alfetta" di scorta, troppo vicina all' auto del presidente della Dc, la tampono' a sua volta. L' imputato ha precisato, poi, che i tre terroristi che prelevarono Aldo Moro dalla "130" lo trovarono sdraiato sul sedile posteriore. "riesco a ricordare con precisione soltanto poche cose di quanto avvenne in quegli attimi - ha aggiunto Morucci - ma posso dire che non mi sembra che Moro abbia detto qualche parola, mentre sono certo di avergli visto una macchia di sangue sulla fronte". Secondo Morucci, lo statista non venne subito narcotizzato dai brigatisti, in quanto, a piazza madonna del cenacolo, dove avvenne il trasbordo di Moro dalla "132" usata per la fuga all' interno di un furgoncino, il presidente della Dc scese con le proprie gambe dall' auto e sali' da solo sul retro del furgone. Morucci ha aggiunto che durante il percorso di allontanamento da via Fani, soltanto una volta e precisamente poco prima di arrivare alla "standa" di via dei colli portuensi dove Moro fu preso in consegna dai suoi carcerieri, al furgone si accodo', per un breve tratto, un' auto della polizia stradale. Sulla questione delle tracce di sabbia trovate sulle suole delle scarpe di Moro, l' imputato ha ribadito che "alcuni militanti regolari della "colonna romana" furono mandati a prelevare, pochi giorni prima del 9 maggio, della sabbia lungo il litorale a nord di Ostia. Morucci ha negato pero' che, come invece ha sostenuto Savasta, sia stato proprio lui a pigiare le scarpe di Moro dentro una bacinella piena di sabbia per depistare le indagini.

28 gennaio - Entrano in camera di consiglio i giudici della corte d' assise d' appello di Firenze impegnati impegnati nel processo di secondo grado al troncone toscano di Prima linea. Gli otto giudici si sono trovati ad affrontare una serie di questioni rilevanti, prima fra tutte la valutazione delle dichiarazioni di radicale dissociazione dalla lotta armata da parte di tutti gli imputati detenuti. Dissociazione cui il sostituto procuratore generale Antonino Guttadauro, nella sua requisitoria, non ha dato alcun valore processuale tanto da chiedere la conferma integrale della sentenza di primo grado (24 aprile 1983, un ergastolo e condanne per complessivi 1052 anni di reclusione per 83 dei 92 imputati), senza la concessione delle attenuanti generiche, ma che e' stata seguita con attenzione dalle parti civili, in particolare il comune di Firenze. Non a caso il sindaco Lando Conti in una delle ultime udienze ha avuto un colloquio in aula con Nicola Solimano e Corrado Marcetti, due ex leader di "Pl", che hanno riaffermato la volonta' di tutti gli imputati di arrivare ad una piena " pacificazione" e a un " dialogo aperto con la citta' ". Contrariamente a quanto era avvenuto nel processo di primo grado (che pure era stato utilizzato, secondo quanto dissero gli stessi imputati, per una sorta di "congresso straordinario" in cui fu deciso lo scioglimento di Prima linea, i difensori allora ne parlarono come del "primo processo della post - emergenza"), gli ex "irriducibili" questa volta hanno deciso, in linea con la scelta della dissociazione, di ricostruire, dal loro punto di vista, che cosa era stata effettivamente Prima linea in Toscana e di assumersi le proprie responsabilita', ma solo per i fatti che ciascuno avrebbe effettivamente commesso. In sostanza gli imputati hanno cercato di smantellare l' impostazione della sentenza di primo grado, secondo cui "Pl" in Toscana aveva una struttura rigidamente gerarchica ("comando di sede", "asse Firenze - Pisa - Livorno", "comando di squadre" e infine "squadre") per cui chi aveva fatto parte di un determinato livello organizzativo era stato condannato per tutte le azioni ad esso addebitabili, indipendentemente dalla sua effettiva partecipazione ai singoli fatti. Dalla ricostruzione degli imputati e' venuta quindi fuori un' immagine dell' organizzazione molto piu' "fluida" (fluidita' che sarebbe stata la peculiarita' di "Pl" in toscana), immagine che il pg ha duramente contestato ("Prima linea non era affatto un' armata brancaleone") e che la difesa ha invece insistito ad accreditare, definendo lo schema giudiziario della sentenza di primo grado "frutto del clima e della cultura dell' emergenza". Un altro punto decisivo in termini di pena che la corte dovra' sciogliere e' quello relativo all' applicazione o meno dell' art. 289 bis, il cosiddetto "sequestro di persona con finalita' di terrorismo" (che prevede condanne molto pesanti), varato in occasione del sequestro Moro, ad alcune irruzioni armate compiute da "Pl" o ad attentati come quello che il 15 febbraio 1979 distrusse la sede fiorentina dell' Imi. Anche in questo caso diametralmente opposte le posizioni dell' accusa, secondo cui sulla scia della sentenza di primo grado esso va applicato, e della difesa per cui " e' assurdo considerare quegli episodi alla stregua di fatti come il rapimento D'Urso o Dozier". 

29 gennaio - Il maresciallo dell'aeronautica militare Giuseppe Agricola, collaboratore del Sismi ed ex segretario del colonnello Stefano Giovannone durante la permanenza dell'ufficiale a Beirut, e' stato arrestato con l' accusa di reticenza al termine di un interrogatorio condotto dal giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni. Agricola era stato convocato in qualita' di testimone dal magistrato che conduce un'inchiesta per accertare se alcuni rappresentanti del servizio segreto militare erano a conoscenza o meno dei rapporti esistenti, verso la fine degli anni settanta, tra le Brigate rosse e l'Olp. Sui contenuti del colloquio e sugli episodi che hanno determinato l'emissione del mandato di arresto provvisorio da parte del giudice mastelloni non sono trapelate indiscrezioni. Agricola sara' interrogato domani dal sostituto procuratore della repubblica Michele Dalla Costa, al quale il giudice istruttore ha trasmesso gli atti per competenza. Il maresciallo Agricola era gia' stato sentito dal magistrato nell'ottobre dello scorso anno nell'ambito dell'inchiesta sul traffico internazionale di armi tra le Brigate rosse ed il gruppo palestinese. nel quadro di questa indagine il dott. Mastelloni ha emesso finora cinque comunicazioni giudiziarie contro il col. Giovannone (per favoreggiamento aggravato), il gen. Giovanni Lugaresi (omissione d'atti d'ufficio e falso ideologico), il col. Armando Sportelli (favoreggiamento e falso ideologico), il col. Angelo Livi (reticenza) ed il gen. Domenico Del Giudice (favoreggiamento personale). Una ventina di giorni fa, inoltre, il giudice aveva emesso un mandato provvisorio d'arresto contro un altro testimone, il maggiore Antonio Giordano, cui successivamente il pretore aveva concesso la liberta' provvisoria. Tra le persone interrogate nelle ultime settimane dal dott. Mastelloni figurano anche l'ex capo della polizia Rinaldo Coronas e l'ex procuratore generale militare presso la corte di cassazione Saverio Malizia.

29 gennaio - Processo d'appello: l' avv.Giuseppe Zupo, che tutela gli interessi di alcuni familiari di agenti uccisi in via Fani, contesta a Valerio Morucci presunte contraddizioni tra la sua versione sull' agguato del 16 marzo e i particolari riferiti da numerosi testimoni. Il penalista gli ha ricordato, tra l' altro, le testimonianze che indicano in undici - e non nove, come sostenuto da Morucci - il numero dei terroristi che assassinarono gli agenti di scorta dell' on. Moro, e quelle che hanno inicato la presenza sulla scena dell' agguato di due donne, e non di una sola come afferma il brigatista. Morucci, per tutta risposta, si e' limitato a ribadire di aver sempre riferito la verita' precisando che, a suo avviso, "tutto il processo e' pieno di testimonianze fasulle, gente che ha visto male e ha riferito circostanze inesatte". Si e' parlato anche della presunta presenza nei pressi di via Fani, quella mattina, di una "a112" nella quale - secondo una prima ricostruzione dei fatti - si sarebbe trovato il terrorista Giustino De Vuono. Quest' auto, come il suo presunto occupante, per Morucci non avrebbe mai partecipato all' azione. "Basta pensare a quando se ne sono dette su quella storia di via Licinio Calvo - ha aggiunto Morucci - nonostante quello che dicono i testimoni, noi lasciammo tutte e tre le auto usate in via Fani in quella strada a distanza di pochi minuti l' una dall' altra". Eppure, la polizia ne individuo' una sola e soltanto qualche tempo dopo trovo' le altre. Ma non solo i testi, secondo il "dissociato", hanno sbagliato nelle loro dichiarazioni. Morucci se l' e' presa anche con i periti balistici, sostenendo che non e' vero che i terroristi in via Fani si disposero a semicerchio intorno alla "130" ed all' auto di scorta per sparare. "So bene io come andarono le cose - ha aggiunto l' imputato - perche' sfortunatamente ero li' e ho contribuito a quel disastro...". A proposito dei giorni del sequestro di Moro, Morucci ha ricordato che lui e la Faranda furono incaricati di acquistare un medicinale per lo statista, ma ha precisato di non ricordarne il nome. Ai rapporti con organizzazioni terroristiche straniere si e' giunti con le prime domande dell' avv.Li Gotti, anche lui patrono per conto di familiari di agenti uccisi nell' agguato. Morucci, tra l' altro, ha ammesso di aver compilato tre carte d' identita' false, consegnate a Brogi, e fatte giungere a Parigi dove Moretti le avrebbe messe a disposizione di terroristi della "Raf".

30 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci continua a rispondere alle domande degli avvocati di parte civile. Per conto dei familiari dell' appuntato Domenico Ricci, l' autista di Aldo Moro, l' avv. Luigi Li Gotti chiede a Morucci precisazioni e chiarimenti sui suoi quattro anni di militanza brigatista. Risentito anche nei confronti degli ex dirigenti del gruppo terroristico, Morucci ha ricordato che, per convincerlo ad entrare nelle Br, gli fu millantata una "efficienza organizzativa" del tutto inesistente a Roma. Non solo, ma gli fu fissato un appuntamento "strategico" per l' ingresso ufficiale nelle Br il giorno 28 agosto 1976. "Lo fecero - ha aggiunto Morucci - tanto per dimostrare che per i rivoluzionari veri non debbono esistere ferie o distrazioni..., sapevano bene che solitamente io ero in vacanza fino al 31agosto". Militanti con "l' esperienza politico-militare" di Morucci a Roma in quel periodo non ne esistevano; percio' secondo l' imputato sono ingiustificate le perplessita' degli avvocati per il suo ingresso nelle Br gia' come dirigente del fronte logistico. "Pentiti" come Antonio Savasta o Patrizio Peci "sbagliavano" o "avevano capito male" quando fornirono ai giudici indicazioni diverse da quelle di Morucci sui tempi d' ingresso o sulle funzioni svolte nell' organizzazione eversiva da Adriana Faranda. Peci disse che la Faranda era nel "fronte di massa" gia' all' epoca del rapimento Moro e che Morucci e la sua compagna erano i responsabili dei furti delle auto da usare in via Fani. "Peci - ha spiegato l' imputato - e' uno che a tutt' oggi non ha capito ancora nulla delle Brigate rosse; sbaglia termini e funzioni, sono convinto che nella sua testa ci fosse allora qualcosa che non andava, tanto che, pur essendo da tre anni nelle Br, era ancora nella direzione di colonna a Torino senza essere riuscito a farsi inserire in un 'fronte'". E, se Savasta esalta la sua preparazione politica e militare e lo indica come uno dei dirigenti dell' organizzazione gia' prima dei tempi da lui invece indicati, tutto si spiega semplicemente perche' il "pentito" ha "il diritto di dire quello che crede - ha precisato Morucci - ma io non posso certo avallarlo". "Prigione del popolo" e modalita' dell' esecuzione della "sentenza di condanna a morte" per Aldo Moro sono stati gli argomenti affrontati poi dall' avv. Li Gotti. Per entrambi, la "consulenza" richiesta a Morucci s' e' rivelata di scarso interesse poiche' l' imputato ha ribadito che la sua conoscenza dell' operazione Moro, per i noti principi di "compartimentazione interna" operanti nell' organizzazione, si ferma alla consegna dell' ostaggio nei sotterranei della standa" ai colli portuensi. Sabbia e bitume - ha detto Morucci - furono presi dal litorale romano per depistare le indagini e se entrambi quegli elementi furono trovati dagli esperti, non solo sotto le scarpe di Moro, ma anche tra i parafanghi e sui pneumatici della "Renault" rossa, forse si sarebbe dovuto chiederne ragione al proprietario a cui quell' auto fu rubata. Per quanto ne sa Morucci, la "prigione" si trovava a Roma, forse proprio in via Montalcini. "Vi ripeto che tanta gente ha sbagliato - ha aggiunto Morucci - e i periti, ad esempio, parlano anche di tracce di terriccio di materiale vulcanico della zona dell' alto lazio sotto quelle ruote...". Eppure proprio nel viterbese, ha insistito l' avv. Li Gotti, fu notata durante i giorni del sequestro un' auto con una targa tedesca che, secondo la polizia, apparteneva ad un terrorista della "Raf". "Le Brigate rosse all' epoca non controllavano le frontiere" - e' stata la risposta di Morucci. E le analogie con il sequestro Schleyer? "non ci sono, poi, molte tecniche per portare a termine quel tipo di azione...". Tutte "fandonie", quindi, secondo l' ex brigatista, le "prove certe riferite dalla sentenza di primo grado", sui rapporti intercorsi in quel periodo tra le Br e la "Raf". Ancora uno "sbaglio" dei tecnici che fecero la perizia balistica, secondo l' imputato, nell' individuazione di due colpi sparati senza silenziatore tra gli undici con i quali i terroristi uccisero, nel bagagliaio della "Renault", Aldo Moro. "Posso al massimo presumere - ha aggiunto Morucci - che quelli siano stati i primi colpi, sparati con l' arma a contatto del corpo per garantirsi la morte istantanea di Moro; poi, visto che facevano comunque rumore, si e' preferito installare il silenziatore". Il "dissociato" ha detto poi di aver "provato" a dare esecuzione alle "ultime volonta' di Moro" chiamando il prof. Tritto e raccomandandogli di avvertire "con urgenza" la famiglia che il corpo del presidente era in via Caetani. Lo statista aveva fatto sapere, infatti, che desiderava che il suo corpo fosse consegnato alla famiglia. A questo punto, e' stato chiesto all' imputato quale fosse "l' atteggiamento delle Br rispetto alla morte". "Ritenevano che andassero uccise migliaia di persone - ha risposto Valerio Morucci - anche se non c' erano certo graduatorie di 'merito' per la morte....; che poi in pratica non fosse praticabile questo sterminio, cioe' fu dovuto al fatto che l' organizzazione non era sufficientemente attrezzata....". C' era anche una certa logica, una "coerenza" nel "cinismo della pratica dell' annientamento": cosi' il giudice Tartaglione fu ucciso e non fu soltanto ferito perche', "meritando tutti la morte", prima di lui era stato gia' ucciso il collega Riccardo Palma, anche di grado inferiore. Al giudice istruttore Imposimato, per quanto riguarda il suo comportamento a via Fani, Morucci disse, tra l' altro, che, dopo aver sparato una prima raffica contro la "130" di Moro, gli si inceppo' il mitra. Si sposto', sistemo' l' arma e sparo' "altri colpi ma l'auto era gia' ferma". Secondo l' avv. Li Gotti, allora, egli sparo' contro l' autista Domenico Ricci, quando gia' questi non tentava piu' di fuggire perche' riverso sul volante, inerme. "Non e' vero - ha detto l' imputato - prima ho ripreso a sparare e poi mi sono reso conto che l' auto non si muoveva piu'...".

30 gennaio - Il settimanale "L'Europeo" scrive che prove di una scissione nelle Brigate rosse, che avrebbe opposto gli elementi piu' giovani ai vecchi militanti, con la conseguente esclusione di questi ultimi (tra, i quali Barbara Balzerani), sarebbero state trovate circa un mese fa a Parigi in un "covo" usato sia dalle stesse Br sia dall' organizzazione terroristica francese "Action directe". Secondo l' articolo dell' Europeo i documenti trovati nel covo sarebbero scritti in italiano e tradotti in francese, segno che "le diatribe interne delle Br si inquadrano nella ripresa del terrorismo internazionale". Sempre secondo l' articolo, causa della scissione sarebbe il contrasto tra i giovani militanti, che si definiscono della "seconda posizione" e i vecchi ("prima posizione") sul ruolo del "partito combattente" (in realta' sono i giovani che si definiscono "prima posizione" e chiamano "seconda posizione" quella del quadro militarista). Contrariamente ai vecchi capi, i giovani riprenderebbero tesi vicine a quelle che furono dell' ala movimentista, secondo cui la guerra rivoluzionaria deve assumere la forma di insurrezione generalizzata contro lo stato, mentre la "vecchia guardia" continuerebbe a sostenere - secondo i giovani - la tesi del "ruolo guida" del partito, che deve "dispiegare un certo volume di fuoco e propagandare le sue azioni, essendo sufficiente che sia esso ad avere la consapevolezza della guerra in atto tra borghesia e proletariato". Il nuovo contrasto nelle Br, reso noto dal servizio dell' "europeo", viene sostanzialmente confermato dagli esperti di terrorismo. Oltre all' ampio documento trovato a Parigi nel corso della retata del 15 dicembre che porto' al fermo di undici persone, fra le quali un gruppo di italiani che avevano rapporti con "Action directe", altri testi e nei quali si fa riferimento ad un dibattito fra la vecchia direzione strategica e le nuove leve sono comparsi nell' estate scorsa in Italia. alcuni fogli di contenuto identico a quelli di Parigi erano nella casa di due brigatisti rossi arrestati a Prato in agosto. Il contrasto ripete i temi gia' affiorati al tempo dell' opposizione di Morucci e della Faranda contro la gestione verticistica delle Br e poi in occasione della scissione fra l' ala movimentista guidata da Giovanni Senzani e l' ala militarista di Mario Moretti. Il documento trovato a Parigi - dove si ritiene siano attivi i gruppi dirigenti delle due fazioni Br - e' stato messo a punto dal gruppo dei giovani prima della scorsa estate ed era destinato ad essere diffuso sia in Italia che all' estero. 

31 gennaio - Il giudice istruttore del tribunale di Napoli Carlo Alemi rinvia a giudizio 75 persone nell' inchiesta sull' attivita' della colonna napoletana delle Brigate rosse in Campania. Su 132 richieste fatte dal pubblico ministero, il giudice Alemi ha prosciolto 27 persone e per altre venti ha dichiarato l' incompetenza territoriale. Altre dieci persone sono state rinviate a giudizio per favoreggiamento. nel rinvio a giudizio il magistrato ha ricostruito in 1130 pagine, divise in quindici volumi, l' organigramma e la struttura, nonche' l' attivita', della colonna napoletana dal 1978 all' estate del 1983. Tra i vari attentati compiuti sono l' omicidio dell' assessore regionale Pino Amato (19 maggio 1980), il sequestro di Ciro Cirillo, gli omicidi dei componenti la scorta Luigi Carbone e Mario Cancello, nonche' il ferimento del segretario Ciro Fiorillo, (27 aprile 1981), l' assalto alla caserma "Pica" a Santa Maria Capua Vetere (9 febbraio 1982), l' uccisione di Antonio Ammaturo, dirigente della squadra mobile di Napoli, e dell' agente Pasquale Paola (13 luglio 1982) e l' assalto alla colonna dell' esercito a Salerno (26 agosto 1982) nel quale rimasero uccisi un militare e due agenti della polizia di stato. Per quanto riguarda il sequestro Cirillo il giudice istruttore ne rievoca le fasi dal momento dell' agguato, in via Cimaglia a Torre del Greco, al momento del rilascio, occupandosi anche del ferimento di due esponenti politici ( l' assessore all' urbanistica del comune di Napoli Umberto Siola ed il consigliere Rosario Giovine), avvenuti durante quel periodo e che le "Brigate rosse" inserirono nella campagna Cirillo. per quanto riguarda le trattative che furono fatte per ottenere il rilascio dell' assessore regionale, il giudice analizza le fasi sulla base di quanto dichiarato da alcuni "pentiti". tutto cio' e' raccolto in una ventina di pagine ed e' inserito insieme con l' intera vicenda nel nono capitolo del fascicolo. Il giudice ha stralciato la parte relativa ai rapporti tra le "Br" e la camorra. tra i rinviati a giudizio figurano, tra gli altri, Mario Moretti, uno dei capi storici dell' organizzazione, Barbara Balzerani (entrambi accusati dell' omicidio Amato e del sequestro Cirillo), Giovanni Senzani (sequestro Cirillo), Vittorio Bolognese (indicato come il capo della colonna napoletana e ritenuto responsabile dell' omicidio Amato, del sequestro Cirillo, dell' assalto alla caserma "Pica", degli omicidi Delcogliano e Ammaturo e dell' assalto alla colonna militare a Salerno). Di questi stessi reati sono accusati tra gli altri Antonio Chiocchi, Natalia Ligas, Giovanni Planzio, Annamaria Cotone, Pasquale Aprea e Mauro Acanfora. del sequestro Cirillo sono accusati anche Antonio Savasta ed Emilia Libera, i quali come componenti della direzione strategica ne approvarono l' azione ma non gli omicidi dei componenti la scorta. Ne consegui' quindi la scissione all' interno dell' organizzazione tra il gruppo capeggiato da Savasta (i militaristi) e quello di Senzani (i movimentisti). La colonna napoletana delle "Brigate rosse" fu fondata nel 1979; tra gli organizzatori erano Bruno Seghetti, Luca Nicolotti, Vittorio Colonna e Maria Teresa Romeo (gia' condannati all' ergastolo per l' omicidio Amato), Antonio Chiocchi, Luca Micaletto, lo stesso Moretti e Giovanni Marzatico, ritenuto quest' ultimo il personaggio addetto all' arruolamento dei nuovi affiliati. la direzione della colonna era formata, oltre che da Senzani e bolognese, da Chiocchi, Planzio, Sarnelli, Ligas e Cotone. Per quanto riguarda la parte relativa alla " gestione" del sequestro Cirillo, il giudice Alemi ha deciso lo stralcio. tale decisione e' stata adottata dal magistrato per "una approfondita istruttoria sul ruolo svolto dalla "N.c.o."; l'intervento di esponenti dei partiti politici che hanno fatto da tramite ed eventualmente da garante tra le Br e Cutolo nello sviluppo delle trattative; il ruolo svolto da esponenti dei servizi segreti e se contenuto nell'ambito dei compiti istituzionali dei servizi o deviante rispetto a tali compiti". Infatti, per il giudice Alemi, "puo' dirsi sufficientemente provato che nelle trattative per il rilascio di Ciro Cirillo sono intervenuti esponenti democristiani ed esponenti dei servizi segreti". Nell'ordinanza del giudice istruttore si dice, fra l'altro, che i "pentiti" Pasquale Aprea e Maria Rosaria Perna, carcerieri di Cirillo , hanno raccontato che "circa dieci giorni dopo il sequestro, poiche' Cirillo aveva dichiarato il suo distacco politico dall' on.Gava, Antonio Chiocchi (uno degli inquisitori del rapito), commento' la cosa dicendo che la circostanza era falsa, tanto e' vero che Gava in carcere aveva preso contatti con Raffaele Cutolo per ottenere la liberazione di Cirillo". I due "pentiti" Aprea e Perna, sempre com'e' scritto nell'ordinanza del dott. Alemi, hanno anche raccontato che "nella prima decade di maggio le 'Br' seppero dal carcere di Ascoli Piceno che la camorra, dietro pressioni di esponenti politici napoletani, offriva per la liberazione di Cirillo  cinque miliardi, armi a volonta' e un elenco di magistrati napoletani con relativi indirizzi; anzi si offriva di effettuare agguati in danno di magistrati indicati dalle Br".

31 gennaio - E' posto in liberta' provvisoria il maresciallo dell'aeronautica militare Giuseppe Agricola, collaboratore del Sismi, arrestato nei giorni scorsi a Venezia con l'accusa di reticenza. Il provvedimento e' firmato dal sostituto procuratore della repubblica di Venezia Michele Dalla Costa che ieri aveva interrogato il sottufficiale per circa tre ore. Il magistrato ha anche disposto la ritrasmissione degli atti istruttori riguardanti Agricola al giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni per connessione con l'inchiesta riguardante alcuni rappresentanti del servizio informazione militare. Agricola era stato raggiungo da un mandato di arresto provvisorio emesso dal dott. Mastelloni al termine di un colloquio durato alcune ore durante il quale il sottufficiale non avrebbe risposto in maniera ritenuta soddisfacente dal magistrato. Sui contenuti dell'interrogatorio, pero', non sono trapelate indiscrezioni. Agricola, ex collaboratore del colonnello Stefano Giovannone durante la permanenza dell' ufficiale a Beirut, era stato convocato dal dott. Mastelloni come teste nell'ambito dell'inchiesta su un presunto traffico tra Brigate rosse e Olp.

31 gennaio - Processo d'appello: Valerio Morucci, rispondendo all' avvocato di parte civile Fausto Tarsitano che gli contestava di non voler collaborare appieno con la giustizia, ha detto che la dissociazione ha contribuito ad "allentare la forza di richiamo che le bande armate avevano negli anni della massima espansione". Morucci ha poi riconosciuto che e' "certo che, laddove si puo', si deve cercare di evitare che siano sacrificate altre vite". A questo proposito ha fatto una nuova rivelazione, rivendicando a se' e alla sua compagna Adriana Faranda il merito di aver portato a conoscenza della magistratura romana l' esistenza di una "struttura" dei servizi segreti che avrebbe operato al di fuori delle istituzioni e che sarebbe stata scoperta proprio dalle Brigate rosse fin dal 1977. Morucci ha ricordato che circa un anno fa, in carcere, leggendo un articolo a proposito dei maggiori compiti posti all' Italia nell' area mediterranea, e riflettendo sull' omicidio del gen. Hunt, appena avvenuto, gli venne alla mente una vicenda della quale si era dimenticato. Cinque anni prima, alcuni militanti della colonna romana da lui diretta, individuarono quasi per caso in un quartiere romano una "struttura" dei servizi segreti, dislocata in una palazzina. "Scoprimmo che li' aveva sede una societa' inesistente, che vi erano state installate telecamere per il controllo esterno, che non vi si svolgeva alcuna evidente attivita' . ottenemmo poi le prove - ha concluso l' imputato - che li' c' era un nucleo operativo segreto dei servizi segreti". A testimonianza, poi, che non sempre quel che sembra giusto e' tale, secondo Morucci, sta il fatto che proprio il suo arresto e quello della Faranda, avvenuti alla fine del maggio del 1979, non sarebbero stati assolutamente utili per la giustizia. "Naturalmente - ha spiegato Morucci - e' un paradosso il mio ma certamente la nostra cattura determino' una ripresa dell' attivita' delle Brigate rosse a Roma. Cio' non sarebbe avvenuto se io e Adriana avessimo potuto continuare, in quel periodo, l' attivita' alla quale ci stavamo dedicando e cioe' la costruzione di una reale alternativa politica alle Br, creando spazi e dimensioni per quanti gia' allora non intendevano piu' aggregarsi all' organizzazione". Morucci ribadisce poi che i membri del commando di via Fani erano soltanto nove. "Oltre ad Adriana Faranda - ha affermato Morucci - posso dire che non c'era Lauro Azzolini. poi qualcuno ha fatto anche il nome di Cristoforo Piancone, ma anche lui non c'era". Con l'avv. Tarsitano, Morucci ha ingaggiato un lungo braccio di ferro tutto incentrato sui rapporti che Morucci ebbe prima, durante e dopo il sequestro Moro con gli autonomi Lanfranco Pace e Franco Piperno. A piu' riprese Morucci si e' rifiutato di rispondere a domande del penalista di parte civile perche', a suo avviso, del tutto estranee al processo ed esclusivamente tendenti a dimostrare la presunta responsabilita' degli "autonomi" peraltro non imputati in questo processo e percio' impossibilitati a difendersi. Nella polemica e' intervenuto anche il difensore dell' imputato, l' avv. Mancini, che ha minacciato di abbandonare la difesa in segno di protesta se il presidente della corte d' assise d' appello avesse consentito ancora chel' avv. Tarsitano ponesse quel genere di domande.
 


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