6 maggio - Valerio Morucci ed Adriana Faranda sono stati trasferiti
nel pomeriggio dal carcere di Rebibbia al palazzo di giustizia per essere
interrogato dal giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Secondo indiscrezioni
durante il colloquio il magistrato ha ripreso con i due terroristi il discorso
interrotto prima del processo d' appello per l' omicidio di Moro, allo
scopo di ricostruire con loro gli "anni di piombo" culminati nella strage
di via Fani.
16 maggio - Il settimanale "L'Espresso" pubblica le anticipazioni rivelazioni
di Luciano Barca su tre incontri segreti avvenuti nel 1971 e nel 1978 tra
Enrico Berlinguer e Aldo Moro in casa del consigliere di stato Tullio Ancora
che saranno contenute nel volume "Enrico Berlinguer" che sara' pubblicato
dall' "Unita'". Nel primo incontro segreto tra i due uomini politici, avvenuto
nel dicembre 1971, durante le elezioni per il presidente della repubblica,
Berlinguer fece presente a Moro che occorreva cercare uno sbocco alla questione
del Quirinale, e annuncio' che i parlamentari del Pci erano pronti a votare
o il nome di Moro o quello di Zaccagnini. Secondo il racconto che Barca
fa dell'incontro, Moro allargo' le braccia, come a dire che non dipendeva
da lui. Difatti - commenta Barca - i gruppi parlamentari Dc gli rifiutarono
la candidatura e scelsero Giovanni Leone. Questo incontro tra Moro e Berlinguer,
sempre secondo la testimonianza di Luciano Barca, servi' comunque ad avviare
un dialogo che sarebbe andato avanti fino al rapimento del leader Dc. In
quel colloquio Moro - riferisce Barca - disse che "le spinte dei comunisti
non si possono ignorare", pero' non giudicava possibile un governo comprendente
Dc e Pci, aggiungendo: "si puo' decidere qualunque cosa ma a condizione
che la Dc resti unita". Durante il secondo incontro, avvenuto il 5 gennaio
1978, al tempo in cui i comunisti avevano chiesto di entrare nel governo,
Berlinguer "fa presente a Moro che la democrazia non potra' mai essere
compiuta se i partiti che hanno dato vita alla costituzione repubblicana
non vengono posti sullo stesso piano nel governo del paese. Moro prende
tempo, dice di voler consultare la Dc e gli altri partiti". Il terzo incontro
avvenne il 16 febbraio 1978, alla vigilia della formazione del governo
di solidarieta' nazionale. secondo il racconto di Barca, "Berlinguer sfida
Moro a impegnarsi direttamente nella battaglia. Non si tratta tanto di
sapere se il leader storico della Dc e' disposto o no a presiedere personalmente
il governo (anche se Berlinguer fara' un accenno esplicito in questo senso),
ma di sapere se intende o no assumere la direzione nel difficile passaggio
dalla democrazia 'difficile' perche' incompiuta e mutilata a una democrazia
compiuta in cui, affrontati insieme alcuni nodi strutturali, il gioco democratico
possa svilupparsi nella pienezza dei ruoli che ogni partito intendera'
liberamente assumere senza vincoli esterni e ideologiche preclusioni".
"Moro - racconta ancora Luciano Barca - esita. da' atto a Berlinguer dei
titoli che il Pci ha conquistato, e convinto della necessita' di una forma
abbastanza lunga di collaborazione fra tutti i partiti su cui pesa la responsabilita'
storica della difesa della repubblica. Ma e' preoccupato delle resistenze
del suo partito, aggravatesi dopo il rifiuto liberale ad andare oltre la
definizione comune di alcuni punti programmatici". Berlinguer "sostiene
che e' necessario uscire dai compromessi striscianti, dagli accordi fatti
alla bouvette di montecitorio e affrontare alla luce del sole quella che
Moro ha definito la questione centrale dell'attuale fase. Moro alla fine
annuncia la sua decisione, maturata, forse, gia' nella prima fase dell'incontro:
scendera' in campo personalmente e sosterra' personalmente nei gruppi parlamentari
Dc la necessita' dell'ingresso a pieno titolo del Pci nella maggioranza
governativa". E cosi' termina il colloquio. Moro - riferisce Barca - chiede
a Berlinguer se e' venuto con la scorta della polizia. "Enrico risponde
che e' venuto senza e Moro lo rimprovera: 'devi fare attenzione, anche
se le precauzioni valgono relativamente'".
17 maggio - Sara' il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni,
che indaga sul traffico di armi intercorso tra le Brigate rosse e alcune
organizzazioni della resistenza palestinese, a condurre l' inchiesta giudiziaria
avviata a Roma per rivelazioni di segreti di stato contro il colonnello
Stefano Giovannone, ex responsabile del Sismi a Beirut, e l' appuntato
Damiano Balestra, in servizio presso l' ambasciata italiana in Libano.
Lo hanno deciso oggi i giudici della prima sezione penale della Corte di
cassazione risolvendo un conflitto di competenza sollevato dai difensori
dell' ufficiale dei carabinieri. Secondo gli avvocati, l' indagine, che
nel giugno dello scorso anno aveva portato anche all' arresto di Giovannone
e di Balestra, doveva essere sottratta alla magistratura romana in quanto
strettamente connessa con quella svolta a Venezia sul traffico di armi
tra Br e Olp. Nell' ambito di questa inchiesta, nel febbraio scorso, il
dott.Mastelloni emise contro Giovannone un mandato di cattura per favoreggiamento
aggravato e corruzione. Prima di inviare al collega di Venezia gli atti
contro Giovannone e Balestra, il consigliere istruttore di Roma Renato
Squillante dovra' provvedere a stralciarli dall' inchiesta alla quale erano
stati allegati, quella relativa alla scomparsa, avvenuta in Libano nel
settembre del 1980, dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo
Toni. La corte di cassazione ha riconosciuto con la sua ordinanza che i
fatti contestati al col. Giovannone ed all' appuntato balestra sono gli
stessi sia nel procedimento condotto a Roma sia in quello affidato al giudice
Mastelloni di Venezia. In entrambi i casi, infatti, Giovannone e' stato
accusato di aver informato i palestinesi dell' arrivo a Beirut, nel marzo
del 1981, di due funzionari dell' Ucigos inviati da Roma per indagare sulla
vicenda del traffico d' armi e sulla scomparsa dei giornalisti. l' esponente
del Sismi avrebbe saputo di quella missione, che era stata organizzata
nel massimo riserbo, corrompendo l' appuntato che, poiche' lavorava al
servizio trasmissioni dell' ambasciata italiana a Beirut, era al corrente
di quanto stava per avvenire. La missione in Palestina dei funzionari della
polizia italiana era stata decisa per cercare di far luce sui rifornimenti
di armi alle Br, a "Prima linea" e ai "cocori", i "comitati comunisti rivoluzionari".
lo stsso giorno della partenza dall' Italia dei due funzionari, pero',
fu annunciato che un esponente palestinese, durante una conferenza stampa,
aveva dato notizia dell' arrivo degli emissari della polizia italiana,
a suo avviso, incaricati di attentare alla vita di esponenti dell' Olp.
20 maggio - Processo contro le Brigate rosse venete e friulane: gli
anni dell' arrivo dei primi brigatisti nel veneto per formare una "colonna"
e i ruoli di intermediari svolti da alcuni sconosciuti nel passaggio di
documenti brigatisti dall' esterno verso i terroristi detenuti, sono i
temi che caratterizzano l' udienza. Conclusi gli interrogatori degli imputati
- grande assente Mario Moretti - il dibattimento e' ripreso con l' inizio
delle deposizioni dei testimoni, complessivamente una quindicina. Giancarlo
Sanna ha rilevato che, per quanto di sua conoscenza, Moretti e compagni
dopo gli incontri in parlatorio portavano in cella documenti provenienti
dall' esterno. Il teste, comunque, ha sostenuto che il legame tra i colloqui
e i documenti era una sua deduzione personale. Alfredo Bonavita ha ripercorso
i primi anni dell' attivita' nel Veneto, da quando cioe' lui venne trasferito
da Torino a Verona con il compito di prendere contatti per costituire una
"colonna" Br. Riguardo ai rapporti tra le brigate rosse milanesi e il gruppo
della "brigata Ferretto" , Bonavita ha detto di non sapere molto, ma di
aver sentito parlare della "brigata Ferretto" come di un gruppo separato
rispetto alle Br. Il maggiore dei carabinieri Giampaolo Ganzer ha quindi
ricordato le fasi principali delle indagini compiute dai militari nella
regione dopo che era stata accertata una presenza brigatista. l' ufficiale
ha anche reso noto di aver ricevuto l' incarico di seguire il fenomeno
terrorista dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
20 maggio - altri sei mandati di cattura sono stati emessi in seguito
alle rivelazioni di Mario Marano, il terrorista pentito della brigata "28
marzo". I provvedimenti, adottati dai giudici istruttori Maurizio Grigo
e Guido Salvini, riguardano lo stesso Marano e Francesco Giordano (pure
facente parte del commando che uccise Tobagi), il medico Guglielmo Guglielmi
e Livia Schiller, entrambi latitanti, e altre due persone di cui nono sono
stati resi i nomi. Sono accusati di partecipazione nell' ambito della campagna
dalle Ucc (unita' comuniste combattenti) contro i centri di formazione
quadri, alla centrale dell' universita' bocconi e al isgo, avvenute nel
marzo e nell' aprile 1977. In quelle circostanze furono sottratti i documenti
che qualcuno cerco' di passare alle Brigate rosse ( e in particolare
Brioschi e a Cristofoli) ma ad un certo punto le trattative si arenarono
e non se ne fece nulla. Attraverso le dichiarazioni di Marano si e' poi
stabilito con quale rivoltella fu ferito il giornalista Guido Passalacqua
del quotidiano la "Repubblica". La canna di quell'arma proveniente dal
disarmo di un vigile avvenuto nel marzo 1978, servi' poi per il mortale
agguato a Tobagi. Sempre grazie alla collaborazione del terrorista pentito
(definita dagli inquirenti "totale e preziosissima ") sono state ricostruite
le responsabilita' in alcune rapine e si e' fatta luce sugli stratagemmi
ai quali Giordano e Guglielmi avrebbero fatto ricorso per spedire dagli
Stati Uniti all' Italia armi di vario genere.
22 maggio - La formazione di Aldo Moro in relazione al suo impegno politico
e' stato l' argomento di un colloquio promosso dalla "accademia di studi
storici Aldo Moro", alla "Domus Mariae".
28 maggio - E' scomparso da Udine Vanni Mulinaris, il professore udinese
dirigente della scuola di lingue parigina "Hyperion", 38 anni, arrestato
il 2 febbraio 1982 per partecipazione a banda armata. Era agli arresti
domiciliari dal 23 giugno dello scorso anno dopo uno sciopero della fame
durato 33 giorni "per provare - come egli stesso aveva detto - l' innocenza
e l' estraneita' ad un traffico d'armi tra le Brigate rosse e un gruppo
palestinese". Secondo quanto hanno precisato i suoi familiari, Mulinaris
si sarebbe allontanato da casa questi mattina. "Siamo costernati - ha detto
il padre - ha scelto questa strada senza dirci niente. Nei giorni e nei
mesi scorsi non aveva mai manifestato la sua intenzione di lasciare Udine.
Da stamane, invece, non abbiamo notizie, non sappiamo dove sia andato.
siamo immersi in un profondo dolore". Alla vicenda "umana" di Mulinaris
si era interessato anche l' Abbe' Pierre, il fondatore della comunita'
Emmaus.
29 maggio - con diversi inasprimenti di pena si e' concluso il processo
di secondo grado nei confronti di 33 persone accusate a titolo vario di
avere fatto parte della colonna genovese delle Brigate rosse. La corte
d'assise d'appello di Milano, dopo quattro ore di camera di consiglio,
ha sostanzialmente accolto le conclusioni della pubblica accusa e, applicando
una nuova aggravante, ha proporzionalmente aumentato le condanne inflitte
tre anni fa dalla corte d'assise di Genova. il processo era finito a Milano
in seguito alla decisione delle corte di cassazione di annullare il giudizio
di secondo grado, non essendo stata applicata in quell'occasione l'aggravante
prevista dall'art. 1 della legge del 1979 relativa alle finalita' di terrorismo.
Tra le posizioni piu' gravi della causa quella del capocolonna Franco Lo
Bianco, la cui condanna e' stata portata da 19 a 25 anni e quattro mesi,
quella di Livio Baistrocchi (da 18 anni a 23 anni e nove mesi), quella
di Lorenzo Carpi (da 16 a 22 anni) e quella di Leonardo Bertulazzi (da
14 a 19 anni). Proporzionalmente inasprita anche la pena per Caterina Picasso,
una donna di 78 anni soprannominata a Genova la "nonnina delle Brigate
rosse", che in primo grado aveva avuto tre anni e quattro mesi e ora ha
ricevuto 5 anni e otto mesi.
31 maggio - La prima sezione della corte di cassazione annulla parte
della sentenza con la quale, in sede di appello, si concluse il processo
contro gli esponenti delle Unita' comuniste combattenti (ucc), perche'
per il solo fatto di appartenere a un'associazione criminale o sovversiva
non si puo' rispondere sotto il profilo morale, dei delitti commessi dai
singoli appartenenti all' organizzazione. in base a questo criterio. La
cassazione, in base alla nuova interpretazione, ha annullato le condanne
inflitte per concorso morale in tentativo di omicidio per un gruppo di
imputati, tra cui Ina Maria Pecchia, Antonio Campisi, Alma Chiara e Anna
Rita D'Angelo. Per altri accusati si rifara' invece il processo per la
mancata concessone della attenuanti generiche o per riesaminare la loro
posizone processuale, come per Andrea leoni che fu condannato in primo
grado a 30 anni di reclusione e in appello a 14 quale capo delle "ucc".
6 giugno - Processo contro i 71 appartenenti della "colonna" napoletana
di "Prima linea": Gino Aldi, ex "piellino", passato poi a far parte delle
"brigate rosse" ed arrestato nel 14 gennaio del 1982 a Roma, nel corso
dell'operazione che porto' anche alla cattura di Giovanni Senzani, parla
del rapimento Cirillo. Aldi si penti' quasi subito dopo l' arresto e contribui'
in maniera rilevante, nei verbali di interrogatorio a ricostruire le ultime
azioni dei due gruppi terroristici, dei quali aveva fatto parte. Fu proprio
il sequestro Cirillo, secondo Aldi, a causare la frattura tra i due gruppi
delle "Br". "Seppi che per la liberazione di Cirillo - ha detto aldi -
l' organizzazione ebbe alcuni miliardi e che la trattativa fu fatta per
mettere in difficolta' la Dc che fu costretta a trattare e a finanziare
la rivoluzione". Il denaro secondo quando Aldi avrebbe appreso da Ennio
Di Rocco - un brigatista ucciso nel carcere di Trani dai suoi ex compagni
per essersi pentito subito dopo l'arresto - "sarebbe stato versato da un
gruppo di costruttori napoletani per interessamento di esponenti democristiani".
10 giugno - La notizia del ritorno di Patrizio Peci nel carcere di Alessandria
(dove era stato gia' detenuto nel 1981, sino alla scarcerazione ottenuta
per la sua collaborazione con la giustizia), non trova conferme ufficiali.
Il direttore del carcere dott. castoria e' "fuori sede" ed il suo sostituto
ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di fare dichiarazioni in sua
assenza. Un funzionario della questura di Alessandria conferma invece che
Peci e' in carcere ad Alessandria, a quanto pare, gia' da circa un mese,
per scontare una condanna inflittagli a suo tempo dalla corte d'assise
di Ancona, forse per detenzione di armi. "ma non sappiamo esattamente -
ha detto il funzionario della questura - quanti mesi debba scontare, certamente
comunque non meno di sei o sette". risulterebbe (ma anche questo elemento
non trova conferma) che, scontata questa pena "minore", Patrizio Peci debba
scontarne un'altra all'incirca della medesima durata, per un reato analogo
o simile. Il difensore dell'ex terrorista, avv. Aldo Albanese di Torino,
ha ammesso che il suo assistito "si trova da 20-25 giorni nuovamente in
carcere", ma non ha voluto precisare di quale citta'. Secondo l'avv. Albanese,
Peci puo' usufruire dei benefici previsti dall'articolo quattro della legge
sui pentiti e, quindi, ottenere il cosiddetto "cumulo giuridico", cioe'
sommare alla condanna maggiore (8 anni per terrorismo) un quinto delle
pene meno gravi (un paio d'anni in tutto): "i giudici gli hanno gia' condonato
due anni di prigione - ha proseguito il legale - e tre li ha gia' scontati.
fra poco, dunque, Peci potrebbe aver gia' espiato piu' di meta' della pena
e ottenere la liberta' condizionale". Albanese ha anche annunciato che
con ogni probabilita' Peci chiedera' la grazia al capo dello stato "perche'
esiste gia' il precedente di Fiora Pirri".
11 giugno - Il pubblico ministero Domenico Sica, nella requisitoria
scritta con la quale, a conclusione di una lunga inchiesta sul mondo della
criminalita', chiede il rinvio a giudizio di ventotto persone, tra cui
Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Pippo Calo', Florent Ravello Ley, Francesco
Pompo', riferisce tra l' altro che durante il sequestro Moro, Carboni sostenne
di essere latore di un messaggio degli ambienti direttivi della mafia siculo-americana
e prospetto' un incontro a Roma con uno dei capimafia in un ufficio della
procura generale. La trattativa in seguito si sarebbe arenata per il disinteresse
manifestato dalla mafia per la vicenda Moro.
11 giugno - Il pubblico ministero Gabriele Ferrari, impegnato da cinque
udienze nella requisitoria nel processo contro le Brigate rosse venete
e friulane, in corso davanti alla corte d'assise di Venezia dice che "e'
provato il ruolo di spicco avuto a tutti i livelli da Mario Moretti all'interno
delle Brigate rosse. La sua partecipazione, poi, nel Veneto e' dimostrata.
Ritengo quindi che l'imputato debba essere ritenuto penalmente responsabile
dei reati associativi ascrittigli e del sequestro dell'ing. Giuseppe Taliercio".
Per Michele Galati, che "ha fornito contributi sempre eccezionali" alle
diverse indagini sulle Brigate rosse, Ferrari ha proposto l' applicazione
dell'articolo tre della legge sui "pentiti".
15 giugno - Il "Messaggero dei ragazzi", un settimanale cattolico edito
a Padova pubblica un fumetto sul sequestro Moro, dalla strage di via Fani
al ritrovamento del cadavere in via Caetani. La sceneggiatura del fumetto
(che ha il titolo "i 55 giorni di Aldo Moro") e' di Piero Zanotto, i disegni
di Giorgio Trevisin.
17 giugno - L' agenzia giapponese Kyodo scrive che i servizi segreti
giapponesi sarebbero propensi a credere che il fantomatico terrorista "Carlos"
prese parte al sequestro e all' assassinio di Aldo Moro nel 1978 in stretta
collaborazione con le "brigate rosse". Secondo la "Kyodo", che cita non
meglio precisati "alti funzionari dei servizi di sicurezza", "Carlos entro'
clandestinamente in Italia, diresse l' operazione di sequestro e poi' spari'
dopo la messa a morte dello statista".
18 giugno - Depositate le motivazioni della sentenza del processo d'
appello (14 marzo) del processo per la strage di via Fani e il rapimento
e l' uccisione di Aldo Moro. In 440 pagine il consigliere Giovanni Casu,
che fu "giudice a latere" nel processo e che ha redatto la motivazione
della sentenza, ricorda i fatti di cui la corte si e' occupata, esamina
le singole posizioni di 59 imputati, analizza le fasi della decisione,
della preparazione e dell' esecuzione dell' agguato in via Fani e spiega
le ragioni per cui i giudici ridussero da 32 a 23 gli ergastoli inflitti
ai brigatisti. La premessa di tutto il discorso dei giudici e' che "la
corte ha sempre ed in ogni caso tenuto presente e si e' informata strettamente
al principio generale ed inderogabile della responsabilita' personale e,
nel determinare le pene, si e' attenuta ai criteri indicati nell' art.
133 del codice penale, relativo al grado della colpa ed alla condotta contemporanea
e susseguente ai reati". Sgombrato cosi' il campo dalle tante polemiche
sulla questione del " concorso", la corte, nel capitolo dedicato alle responsabilita'
nella strage in via Fani, afferma che "al delitto partecipano materialmente
Moretti, Gallinari, Morucci, Fiore, Bonisoli, Seghetti e Balzerani", ma
" ne sono responsabili anche Azzolini e Micaletto quali componenti del
'comitato esecutivo'; Nicolotti e Piancone quali componenti del 'fronte
nazionale'; Braghetti, Mariani, Marini, Spadaccini, Triaca, Piccioni, Savasta,
Cacciotti, libera, Piunti e Cianfanelli", in quanto e' stato confermato
nel processo che, per quell' azione, "tutte le brigate furono mobilitate
al massimo". Perche' i giudici credono a Morucci sulla ricostruzione dell'
agguato e sul numero dei partecipanti? "mancano elementi di riscontro per
ritenere false o veritiere le sue affermazioni - scrive il dott. Casu -
ma la sua ricostruzione dell' azione non contrasta con i rilievi tecnici
e con le deposizioni testimoniali ed anzi, sembra corrispondere meglio
alle esigenze operative". I giudici non sono d' accordo pero' con Morucci
e con la Faranda a proposito della casualita' nella scelta del giorno per
il sequestro dello statista. A parte il fatto che " gli incaricati del
furto delle auto furono rimproverati perche' tre giorni prima di quella
data non era stata ancora procurata la '132' che doveva servire per il
trasporto di Moro", tutto ha confermato che il "commando" divenne "operativo"
per la prima volta proprio quel giorno e "i preparativi furono affrettati
per poter compiere l' azione proprio in quel preciso giorno, in cui veniva
presentato alle camere il nuovo governo di solidarieta' nazionale per il
cui varo lo statista democristiano aveva lavorato". I giudici ribadiscono,
poi, che "unico obiettivo delle Br con il sequestro era il riconoscimento
politico dell' organizzazione, anche solo da parte della Dc perche' cio'
avrebbe portato quel partito ad un cedimento verso le Br e, quindi, ad
un irreparabile declino politico". Per la corte d' assise d' appello e'
certo, comunque, che " fu un gruppo ristretto di uomini ad avere nelle
proprie mani la vita e la morte di Aldo Moro" . Soltanto qualche accenno
nel documento, alla "prigione", per la cui localizzazione non si sono fatti
passi avanti, e ai " contrasti nella gestione del sequestro" durante i
55 giorni. Particolare attenzione, nell' esame delle singole posizioni
e' stata dedicata, naturalmente, ai due principali protagonisti del giudizio
di secondo grado, Valerio Morucci ed Adriana Faranda, che hanno evitato
l' ergastolo - entrambi sono stati condannati a 30 anni - proprio grazie
alla collaborazione offerta alla corte. Per quanto riguarda la donna, i
giudici rilevano che, "anche se si esclude la sua partecipazione materiale
alla strage sulla base di quanto dice Morucci, ella deve ritenersi responsabile
anche della morte di Moro perche' , avendo deciso con i correi il sequestro
per conseguire precisi risultati politici, era assolutamente prevedibile
che la sorte del sequestrato sarebbe stata legata a quegli obiettivi".
Secondo la corte " lei e Morucci erano perfettamente consapevoli che l'
on. Moro sarebbe stato ucciso in caso di mancata accettazione delle condizioni
poste dalle Br". D' altronde "nessuna rilevanza giuridica assume il presunto
dissenso espresso all' interno delle Br per l' uccisione di Moro perche'
- scrivono i giudici - l' imputata non ha fatto tutto il possibile (uscita
immediata con conseguente denuncia alla polizia) per evitare l' evento".
L' equivalenza delle attenuanti generiche con le aggravanti,
che ha consentito ad entrambi i " dissociati" di evitare il carcere a vita,
e' stata concessa per il "considerevole apporto nella ricostruzione
dei fatti" e perche' " con le loro dichiarazioni hanno confermato la veridicita'
delle altre fonti di prova".
18 giugno - Si apprende che Valerio Morucci ed Adriana Faranda sono
stati nuovamente interrogati tra la fine di maggio ed i primi di giugno
dal giudice istruttore Ferdinando Imposimato che, attraverso le dichiarazioni
dei due "dissociati", sta cercando di individuare con certezza l' appartamento
che servi' alle Brigate rosse come "prigione" per l' on. Aldo Moro. I due
brigatisti che, durante i 55 giorni del rapimento fecero da "postini",
recapitando le lettere dello statista e i comunicati dell' organizzazione
eversiva, hanno ribadito di non essere mai stati informati del luogo dove
era tenuto prigioniero il presidente della Dc, ma hanno elencato una serie
di appartamenti e "covi" che la "colonna romana" aveva a disposizione in
quel periodo. In particolare hanno parlato di un appartamento in via Chiabrera,
affittato nel settembre 1976 e abbandonato verso la meta' del 1978, di
una casa in via del Casaletto dalla parte della circonvallazine gianicolense,
di un "covo" in largo Valsugana e di un appartamento in via Conca d' oro,
ai Prati fiscali. Entrambi i brigatisti, comunque, hanno ricordato al giudice
di aver "insistito" successivamente alla conclusione della vicenda da varie
circostanze riferite da Mario Moretti che la "prigione" era stata allestita
nell' appartamento in via Montalcini 8, nel quartiere portuense, intestato
ad Anna Laura Braghetti.
18 giugno - Due giornalisti dell' agenzia Kyodo, riferendo di averlo
appreso da "fonti sicure ad altissimo livello", riferiscono all' Ansa che
il rapimento di Aldo Moro sarebbe stato proposto alle Brigate rosse da
Carlos, il terrorista di origine venezuelana ricercato dalle polizie di
mezzo mondo come uno dei capi di varie organizzazioni internazionali. "Non
possiamo rivelare la fonte - hanno detto i due giornalisti che hanno voluto
mantenere l' anonimato - ma si tratta di un dato certo raccolto attraverso
piu' canali d' informazioni". I due cronisti hanno lasciato intendere che
all' origine delle rivelazioni esclusive della Kyodo potrebbero esserci
come "fonti sicure" o i servizi di sicurezza della polizia, o il
ministero degli esteri o l' ufficio del primo ministro. "Non si puo' escludere
neppure - hanno aggiunto - anche se non possiamo confermarlo che
la "soffiata" provenga, per vie indirette, dallo stesso Carlos". Secondo
le fonti della Kyodo, la "Carlos connection" nel delitto Moro e' emersa
nel corso di una revisione generale delle autorita' dei servizi di sicurezza
giapponesi sui legami internazionali del terrorismo nella seconda meta'
degli anni settanta. Carlos avrebbe manovrato dietro le quinte tutte le
fasi di preparazione e di attuazione del rapimento Moro dopo essere entrato
clandestinamente in Italia. Sulle motivazioni e gli scopi di questo intervento
di Carlos, non e' stato detto nulla di preciso.
19 giugno - Barbara Balzerani e' arrestata appena uscita da un' abitazione
in via Simonetti, a Ostia. Dopo la sua cattura i carabinieri si sono appostati
nell' appartamento e arrestano Gianni Pelosi, di 28 anni, che sarebbe un
brigatista di scarso rilievo nell' organizzazione. Barbara Balzerani aveva
una pistola "astra" calibro "9 parabellum". con il colpo in canna, nella
borsa: avrebbe cercato di impugnarla - secondo i carabinieri - ma sarebbe
stata bloccata prima di riuscirvi. Nell' appartamento, sempre secondo le
prime indiscrezioni, c' erano schedari e "materiale documentale". L' arresto
di Barbara Balzerani sarebbe avvenuto in via Galli della Mantica. Nell'
appartamento sarebbero stati trovati una mitraglietta "Sterling" calibro
9 parabellum di fabbricazione inglese, e un revolver franchi calibro 38.
Secondo gli investigatori Barbara Balzerani era la latitante piu' pericolosa.
Oltre a lei, secondo gli investigatori, i piu' noti latitanti sono i coniugi
Alessio Casimirri e Rita Algranati, Maurizio Folini, Guglielmo Guglielmi,
Livio Baistrocchi, Alvaro Loiacono, Fabrizio Panzieri, Sergio Adamoli,
Enzo Calvitti, Roberto Catalano, Gianfranca Lupi, Antonio Fosso, Maurizio
Locusta. Di questo gruppo alcuni si sono rifugiati all' estero e si ritiene
che abbiano interrotto i rapporti con le organizzazioni Br ancora attive.
Ancora attivi nel terrorismo vengono ritenuti Calvitti, Catalano, Lupi,
Fosso, Locusta, tutti appartenenti alla "colonna romana". Gianni Pelosi
si e' diplomato a Roma in elettrotecnica. Nel 1983 e' stato per qualche
tempo a Parigi ritornando un anno dopo. Quando e' stato catturato aveva
una carta d' identita' rilasciata dal comune di Roma ma con residenza a
Parigi. Secondo i carabinieri i due avrebbero frequentato periodicamente
il covo di San Vito Romano, scoperto un paio di mesi fa. Pelosi si era
presentato al portiere e ai vicini come un parente della proprietaria dell'
appartamento, Paola Minucci, la quale aveva ristrutturato l' alloggio dopo
aver sfrattato il precedente inquilino, un musicista. Barbara Balzerani
era latitante dal 1978, quando contro di lei la magistratura romana emise
il primo ordine di cattura in seguito al rapimento di Aldo Moro. Nata a
Colleferro (un paese a una cinquantina di chilometri da Roma) il 16 gennaio
del 1949, famiglia operaia, ultima di cinque figli, Barbara Balzerani si
trasferisce nella capitale nel 1969. Vive con Antonio Marini, che poi sposera'
e dal quale si separera' dopo poco tempo. Marini e' un ex di potere operaio:
e' nell' organizzazione che si erano conosciuti, poiche' lei fa parte del
"collettivo atac". A Roma frequenta la facolta' di filosofia, laureandosi
a pieni voti nel 1974. Per mantenersi agli studi fa la baby sitter. Due
anni di lavoro nero e nel 1976 e' assunta come operatrice pedagogica nella
diciottesima circoscrizione: si occupa dell' assistenza ai bambini handicappati.
Con lei, nel "nido verde", un' amica dell' infanzia, quella Gabriella Mariani
di cui si innamorera' Antonio Marini: entrambi saranno arrestati nel 1978
e condannati per il rapimento di Aldo Moro. Per un po', tuttavia, il triangolo
va avanti. Nel 1976, insieme, con i famosi "tiburtaros", sono i primi ad
aderire alle Br romane. Mario Moretti, inviato dal nord per formare la
colonna romana, trova subito adepti e in lei trova la compagna ideale.
Un anno dopo la Balzerani e' gia' nella direzione della colonna. Con il
suo uomo "gestisce" la casa in via Gradoli, base di preparazione anche
per il rapimento di Moro. Poi con Moretti va a Milano, dove la locale colonna
(la "Walter Alasia") e' in rotta di collisione con la direzione Br. Intanto,
dopo aver fatto parte del "fronte di massa", diventa responsabile della
"contro", la struttura che idea le "azioni di guerriglia". Poi, dopo essere
stata inviata nel Veneto per sovrintendere al potenziamento della colonna,
e' cooptata nella direzione strategica. Infine, nel 1980, e' nominata nel
comitato esecutivo, cosa che in precedenza era riuscita solo a Mara Cagol,
la moglie di Renato Curcio. Dopo gli anni di "successi" arriva il periodo
di crisi. Nel 1981, arrestato Moretti, e' "Sara" (il nome di battaglia
della Balzerani) che deve gestire la fase di scontro ideologico che culminera'
con la scissione dei gruppi di Giovanni Senzani ("fronte carceri") e Giovanni
Francescutti ("colonna 2 agosto"). E' lei che dopo il fallimento del sequestro
Dozier e le "confessioni" di Antonio Savasta deve dare la parola d' ordine
della "ritirata strategica". Poi viene segnalata in mille posti, anche
quasi contemporaneamente: e' in Francia, a Parigi, nel "centro occulto"
che raccorda le forze terroristiche europee; e' tornata a Milano, per "agganciare"
gli ex della "Walter Alasia"; e' in Nicaragua, dove non esistono trattati
di estradizione. Le voci girano, spesso senza fondamento. Una segnalazione
che risultera' attendibili viene nel marzo scorso (dopo l' uccisione dell'
economista Ezio Tarantelli) da un "pentito" di Genova, Gianluigi Cristiani.
Barbara Balzerani ha gia' un lungo conto con la giustizia. processata in
contumacia a Roma, Genova, Torino, Milano, Verona, la donna ha totalizzato
tre ergastoli e condanne per oltre 50 anni di carcere. Queste sono le principali
condanne da lei subite in questi ultimi anni. molte sono state confermate
in appello. Roma - ergastolo (confermato nel marzo scorso) per la strage
di via Fani, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e numerosi altri omicidi
e ferimenti commessi a Roma dal 1977 al 1982. Genova - ergastolo (l'anno
scorso in appello) per l'attivita' terroristica della locale colonna (tra
l'altro l' uccisione del sindacalista Guido Rossa). Milano - altro ergastolo
alla fine del 1984 per i delitti commessi dalla "Walter Alasia", tra i
quali l'uccisione di tre agenti, alla quale la Balzerani avrebbe partecipato
materialmente. Torino - nell'aprile scorso e' stata condannata, in appello,
a 20 anni di carcere per i dieci omicidi rivendicati in Piemonte dalle
Br. Verona - condanna a 26 anni di carcere per la partecipazione al sequestro
del generale Dozier. Sono almeno 11 i "covi" e "depositi" di armi scoperti
nella zona di Ostia dal 1976 e oltre 20 i terroristi che vi sono stati
sorpresi ed arrestati. Armi, esplosivo, schedari e il necessario per falsificare
targhe e documenti furono trovati in tre distinti "covi" tutti dei nap
nel '76, '77, '78; in uno di questi, in via delle Gondole, avevano abitato
anche i "capi" Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, sorpresi dalla polizia
nel centro della capitale: la prima arrestata ed il secondo ucciso nel
conflitto a fuoco che segui'. Nell' 80 in altri due appartamenti di Ostia
furono sorpresi contemporaneamente dieci terroristi di Prima linea tra
cui il leader dell' organizzazione Roberto Rosso. Nell' 81 cinque "covi"
delle Br furono scoperti tra Ostia e gli altri agglomerati del litorale
romano. L' anno seguente in un altro rifugio nella stessa zona furono arrestati
i due Br Franco Della Corte e Maurizio Di Marzio, il secondo ritenuto responsabile
del tentato rapimento e ferimento del vicequestore Nicola Simone e della
rapina alla Sip che un anno prima aveva fruttato ai terroristi 600 milioni.
Sempre ad Ostia i terroristi dei nar avevano organizzato un deposito di
armi e stupefacenti nel chiosco di generi alimentari di Giovanni Antonelli:
la polizia vi trovo' ed arresto' tra l' altro Sergio Biagini, Andrea Modignani
e Marcello Foppoli, ritenuti responsabili dell' uccisione del maresciallo
della polfer Rapesta. Due mesi prima in un appartamento del quartiere erano
stati sorpresi cinque neofascisti di terza posizione: tra questi vi era
Marco Ladisca ricercato per l' omicidio di un militante di lotta continua
avvenuto a Napoli due anni prima. infine l' anno scorso in un superattico
con vista sul mare fu catturata la libanese Josephine Abdo' Sarkis del
Farl, artefice di molti attentati compiuti in Europa. Il mitra Sterling
trovato nel rifugio di Barbara Balzerani a Ostia appartiene allo stock
di armi che un gruppo dell'Olp fece arrivare alle Brigate rosse nel 1979.
Del trasferimento in Italia si occupo' Mario Moretti.
20 giugno - Barbara Balzerani e' rinchiusa nel carcere di Rebibbia in
un settore di massima sicurezza.
21 giugno - Il sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica
emette nei confronti di Barbara Balzerani e del suo compagno Gianni Pelosi
un ordine di cattura per banda armata, detenzione di armi e ricettazione
di armi da guerra e una comunicazione giudiziaria per l' uccisione del
prof. Tarantelli.
24 giugno - Barbara Balzerani e' presente per la prima volta al processo
contro le Brigate rosse venete e friulane, in corte d'assise di Venezia.
La Balzerani e' accusata di reati connessi al sequestro e all'omicidio
dell' ingegnere Giuseppe Taliercio. Barbara Balzerani e' entrata nella
gabbia dei cosiddetti irriducibili, accolta da alcuni presunti brigatisti
che le hanno fatto da paravento ai flash dei fotografi. Al termine dell'udienza
Barbara Balzerani e' stata condotta nel carcere di Ferrara, dove e' detenuta
in occasione del processo.
25 giugno - Mario Moretti, per la prima volta, e' presente solo per
alcuni minuti al processo contro le brigate rosse venete e friulane. Moretti,
prima di allontanarsi dall'aula, ha avuto un breve scambio di battute con
alcuni giornalisti. "In quella gabbia - ha detto, riferendosi al locale
dove sono rinchiusi gli 'irridicibili' - c'e' una organizzazione politica
nella quale non mi riconosco. Esiste tra di noi una divisione di tipo organizzativo.
La gabbia dove c'e' Barbara Balzerani e' ancora legata ad un partito comunista
combattente con una identita' di organizzazione". "Sono anni che spiego
- ha aggiunto Moretti - che le Brigate rosse per la costituzione del partito
comunista combattente hanno una posizione diversa dalla mia, all'interno,
tuttavia, di un dialogo politico".
26 giugno - Il giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni,
che ha avviato un'inchiesta su un traffico internazionale d'armi tra l'Olp
e le Brigate rosse, interroga Barbara Balzerani l processo contro le Brigate
rosse venete e friulane in corso davanti alla corte d'assise veneziana,
ma la terrorista rifiuta di rispondere alle domande rivoltele dal magistrato.
Barbara Balzerani, nel corso del breve colloquio con il dott. Mastelloni,
era assistita dall' avvocato Attilio Baccioli, di Grosseto. Mastelloni
avrebbe chiesto alla brigatista particolari sull'arrivo delle armi in Italia
- giunte, secondo quanto accertato, a bordo del panfilo "Papago" - e sui
contatti internazionali avuti dalle Brigate rosse dopo la cattura di Mario
Moretti, avvenuta nell'aprile del 1981. secondo gli inquirenti, sarebbe
stata la stessa Balzerani ha assumere il compito di gestire questi
rapporti dopo l'arresto di Moretti. nel corso dell' interrogatorio, Barbara
Balzerani ha domandato al magistrato quando sara' tolta dall'isolamento
in carcere a Ferrara, dove e' attualmente detenuta. Nel corso dell'interrogatorio,
il giudice istruttore Carlo Mastelloni ha chiesto a Barbara Balzerani in
particolare, alcuni chiarimenti riguardanti il mitra "Sterling" sequestrato
nell' appartamento a Ostia, e che farebbe parte della "partita" di circa
150, giunti in Italia a bordo del panfilo "Papago" proveniente dal Libano.
28 giugno - Per la seconda volta la corte suprema di Cassazione dispone
l' annullamento di un provvedimento restrittivo emesso dalla magistratura
veneziana contro Yasser Arafat, che era stato accusato di concorso in traffico
di armi. I giudici della prima sezione penale della cassazione annullano
il mandato di cattura emesso nel settembre 1984 dal giudice istruttore
di Venezia Carlo Mastelloni. La corte ha invece confermato la validita'
del mandato di cattura per detenzione illegale di armi emesso dallo stesso
magistrato contro Salah Khalaf, il capo dei servizi di sicurezza dell'Olp,
perche', a differenza di quello contro Yasser Arafat, sarebbe stato motivato
sulla base delle rivelazioni fornite ai giudici da alcuni "pentiti", come
Antonio Savasta che, tra l' altro, parlo' di contatti avvenuti a Parigi
fra Mario Moretti ed un certo "Abu Ali' Ayad".
28 giugno - La corte di Cassazione annulla, rinviando gli atti per un
nuovo esame alla corte di assise di appello di Salerno, la condanna a diciassette
anni di reclusione inflitta ad Anna Laura Braghetti e a Maria Pia Cavallo.
Le due erano state processate per aver sequestrato nel carcere di Potenza
l' assistente Immacolata Schiuma. Secondo i magistrati che giudicarono
le due imputate, il sequestro venne fatto a fini d' eversione: una tesi,
questa, che la suprema corte non ha condiviso, ritenendo, invece, fondate
le argomentazioni del difensore avvocato Giancarlo ghidoni, il quale ha
sostenuto che si tratto' di una protesta contro il sistema carcerario.
In seguito a questa decisione la Cavallo tornera' libera. Infatti al termine
di un recente giudizio si e' vista ridurre da 19 a sei anni una condanna
per banda armata che stava scontando al momento del sequestro dell' assistente.
Durante la detenzione l' imputata ha partorito un figlio che fino ad ora
ha vissuto con lei in carcere.
1 luglio - Esce il libro "S' avanza uno strano soldato" (Sugarco edizioni)
in cui Liano Fanti, capocronista e capo del servizio sindacale dell "L'
Avanti", descrive la genesi del brigatismo rosso reggiano da cui provengono
Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli,
Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli, Tonino Loris Paroli. Fanti scrive nella
prefazione: "per anni abbiamo assistito alla disputa sul colore dell' eversione
e al palleggio delle responsabilita'. e' stato rimosso tutto quello che
non collima o si scontra con i nostri schemi mentali, la nostra ideologia.
a leggere i vari documenti che sono stati diffusi attraverso giornali,
libri, opuscoli, pare di assistere ad uno scontro tra desiderio e volonta',
tra bisogno di verita' e la ragione di stato o di partito".
4 luglio - I magistrati di Urbino rinviano a giudizio i camorristi Raffaele
Cutolo e Pasquale Barra per l' uccisione di Giovanni Chisena, avvenuta
nel carcere di massima sicurezza di Fossombrone (Pesaro) il 27 aprile 1981.
Con loro sono rinviati a giudizio anche i brigatisti rossi Franco Bonisoli
e Francesco Piccioni; il cutoliano Alfonso Ventre, Giuseppe Alticozzi,
Salvatore Ghisu, Edmondo De Quartez, Luigi Riccio, Alfredo Bigiani, Alfredo
Franzese, Pasquale Franzese (omonimo ma non parente di Alfredo). Tutti
sono accusati di concorso in omicidio e di aver sequestrato, per alcune
ore, tredici agenti di custodia nel corso della rivolta culminata nell'
assassinio di Chisena, che venne massacrato con una sessantina di coltellate
nella sezione di ponente del carcere; il nome di Cutolo venne fatto ai
giudici di Lecce da Pasquale Barra, che ha accusato Cutolo di essere il
mandante dell' omicidio ed ha anche fatto i nomi dei presunti autori del
delitto.
5 luglio - Maria fida Moro presenta il suo ultimo libro "In viaggio
con mio papa'", edito da Rizzoli. Il volume, che segue "La casa dei cento
natali" (1982) e "Un dio simpatico" (1984), raccoglie appunti di viaggi,
privati ed ufficiali, compiuti da Maria fida Moro con suo padre quand'
era giovinetta. "Ho voluto dare una testimonianza - dice Maria Fida Moro
- di com' era realmente papa', ricreare per me stessa e per i lettori l'
immagine di mio padre piu' vera e intima, proprio quando essa tende ad
essere distorta da particolari di cronaca nera o da elegie politiche che
non significano nulla".
6 luglio - Secondo un alto funzionario del Ppentagono, circa duecento
italiani, alcuni dei quali aderenti alle Brigate rosse, sono stati addestrati
al terrorismo assieme ad altri giovani dell' Europa occidentale in due
campi in Nicaragua da istruttori palestinesi e cubani. Citando le affermazioni
del funzionario che ha chiesto di non essere nominato, il corrispondente
dal Pentagono della rete televisiva americana "Nbc" ha detto che i giovani
si trovano in Nicaragua ufficialmente come volontari per partecipare a
lavori agricoli in a favore del governo sandinista. tra i loro istruttori
oltre ai palestinesi e ai cubani, figurano anche separatisti baschi, tedeschi
orientali, e sovietici, questi ultimi - precisa la rete - per l' addestramento
alla manutenzione di elicotteri di fabbricazione sovietica. Le informazioni,
contenute secondo la "Nbc" in un rapporto segreto del pentagono a una sottocommissione
del Senato, sono state ritenute "fondate" dal senatore repubblicano David
Durrenberger del Minnesota, mentre il democratico Patrick Lehay (Vermont)
le ha ritenute atte a giustificare un intervento militare statunitense
contro il Nicaragua.
8 luglio - Le indagini svolte dai carabinieri del reparto operativo
successivamente all' arresto di Barbara Balzerani e di Gianni Pelosi nel
covo di Ostia hanno permesso agli investigatori di individuare i nomi di
tre brigatisti tuttora latitanti: Antonio De Luca, 25 anni, ex sindacalista
della cisl, impiegato presso una fabbrica di pomezia, Giorgio Vanzini,
24 anni, studente si scienze politiche presso l' universita' di Roma, e
Wilma Monaco, 27 anni, ex moglie di Gianni Pelosi. A carico dei tre il
giudice Sica ha emesso altrettanti ordini di cattura per partecipazione
a banda armata. Wilma Monaco e Giorgio Vanzini risultano invece latitanti
dal 23 aprile scorso, all' epoca, cioe', della scoperta del covo di San
Vito Romano, culminata con l' arresto dei brigatisti Antonella Della Ventura,
Pietro Barone e Gustavo Salvati, tutti terroristi ai quali erano stati
affidati l' area del quartiere Tiburtino e il compito di reclutare nuovi
adepti. Le indagini condotte su Wilma Monaco hanno permesso agli inquirenti
di accertare la presenza della donna a Parigi lo scorso anno ed hanno consentito
agli stessi carabinieri di appurare che Gianni Pelosi era presente nella
capitale francese in un periodo precedente grazie a una carta d' identita'
rilasciata dal ministero degli esteri italiano, nella quale risultava che
il terrorista lavorava alle dipendenze di un funzionario dell' ocse (comitato
europeo per lo sviluppo economico). I carabinieri, dopo aver precisato
che a carico del funzionario non e' emerso nulla di concreto, hanno puntualizzato
che Gianni Pelosi utiilzzava questa carta d' identita' come una specie
di salvacondotto diplomatico che gli consentiva di recarsi a Parigi senza
subire eccessivi controlli. La segreteria nazionale della Fim Cisl smentisce
in un comunicato che Antonio De Luca, lavoratore della Litton di Pomezia,
"sia mai stato iscritto alla Fim-Cisl e neppure ha mai aderito alla Flm".
10 luglio - La prima sezione della corte d' appello di Bari concede
gli arresti domiciliari a Giuliano Naria, condannato nel gennaio scorso
a 17 anni e mezzo di reclusione dal tribunale di Trani per la rivolta nel
locale supercarcere del dicembre 1980. La richiesta di concessione del
beneficio era stata fatta dal difensore del detenuto, avv.Mario Russo Frattasi,
che commentando il provvedimento ha dichiarato: "e' indiscutibile che questo
costituisca uno dei primi passi verso una scelta piu' democratica e meno
'di emergenza' sulla condizione dei detenuti politici. casi come quello
di Naria sono numerosi e per tutti quanti sarebbe necessario un impegno
di magistrati competenti a livello di quello che ha caratterizzato i magistrati
baresi". Le condizioni di salute di Naria, secondo la corte, sono particolarmente
gravi: l'imputato e' affetto da "anoressia mentale in psiconevrosi depressiva
con un calo ponderale estremamente marcato, bronchite subcronica, difficolta'
deambulatoria, cervicolomboartrosi con discoartrosi radiologicamente dimostrata".
"Ne' vale obiettare - sostiene la corte - che le condizioni di salute sono
volute e quindi facilmente reversibili solo che il Naria decida di venir
fuori dal suo stato di depressione e riprenda ad alimentarsi regolarmente.
Tale tesi non e' accettabile scientificamente, essendo ben noto, per scarsa
che sia la conoscenza delle malattie della psiche, che un atteggiamento
pur voluto all'inizio diventa nel tempo persistente e invincibile dal soggetto
che finisce con subirlo e col non potersene liberare". Alla concessione
degli arresti domiciliari inoltre, secondo la corte, "non ostano esigenze
di tutela e ragioni processuali di consistenza idonea". "Sul piano processuale
puo' addursi esclusivamente il pericolo di fughe" che "nella logica consueta,
nel calcolo delle probabilita' basato sulle cause e sulle normali conseguenze,
si riduce enormemente" proprio per le attuali condizioni di salute di Naria.
secondo i giudici il ripristino di normali condizioni di salute di Naria
"sulla scorta delle indagini cliniche e di laboratorio, appare remoto se
non addirittura improbabile". Nonostante la decisione della corte d'appello
di Bari, Giuliano Naria non puo' ancora lasciare il "repartino detenuti"
dell'ospedale Molinette di Torino, nel quale si trova ricoverato da oltre
un anno, poiche' manca in proposito il parere favorevole anche della magistratura
romana. Naria infatti e' imputato davanti alla seconda corte d'assise di
Roma, di insurrezione armata contro i poteri dello stato. E' necessario,
pertanto, che anche questi giudici concedano il loro "nulla osta" affinche'
il detenuto possa davvero godere del beneficio. "Mi sento completamente
estraniato. - commenta Naria - Qualsiasi cosa e' come se mi arrivasse filtrata.
mi sembra di essere in una stanza di ovatta".
17 luglio - Il col. Stefano Giovannone, gia' responsabile dei nostri
servizi segreti nel Libano ed implicato in alcune vicende giudiziarie,
muore nella sua abitazione romana, dove e' stato per alcuni giorni agli
arresti domiciliari. Il col. Giovannone fu coinvolto nell'inchiesta fatta
dal consigliere istruttore Renato Squillante in merito alla scomparsa in
Libano dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo e accusato di favoreggiamento
e rivelazione di segreto di stato. Giovannone fu anche inquisito nell'inchiesta
Br-Olp e raggiunto da un mandato di cattura emesso dal giudice istruttore
di Venezia Carlo Mastelloni per favoreggiamento aggravato nel traffico
d'armi e corruzione. Il nome del col. Giovannone era stato fatto dall'on.
Moro durante il suo rapimento ad opera delle Br. Giovannone era indicato
come una "personalita' " in grado di intervenire in merito alla liberazione
dello statista democristiano assassinato.
17 luglio - La Corte d'assise di Venezia, presieduta dal dott. Gianfranco
Candiani, si ritira in camera di consiglio per emettere la sentenza del
processo contro le Brigate rosse venete e friulane e i presunti responsabili
del sequestro e omicidio del direttore del petrolchimico di Porto Marghera,
ing. Giuseppe Taliercio. Durante l' udienza, aperta dalle repliche del
pubblico ministero e degli avvocati difensori, Pietro Vanzi, a nome degli
imputati "
irriducibili", tra cui Barbara Balzerani, aveva letto parte di un documento
nel quale e' stata ribadita "la validita' della lotta armata" e sconfessata
la linea politica della cosiddetta "seconda posizione" brigatista.
18 luglio - Il Movimento federativo democratico e Giovanni Moro annunciano,
con due distinte dichiarazioni, il proposito di presentare una querela
per diffamazione nei riguardi del direttore del "giornale nuovo" Indro
Montanelli e del giornalista Federico Orlando, autore di un articolo, pubblicato
l' 11 luglio, in cui venivano espressi alcuni giudizi sul movimento federativo
democratico e sulla linea politica dell' on. Aldo Moro.
20 luglio - I giudici della Corte di assise di Venezia emettono la sentenza
del processo contro la colonna veneta "Anna Maria Ludman-Cecilia" delle
Brigate rosse e condannono all' ergastolo Barbara Balzerani, Luigi Novelli,
Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco, Mario Moretti, Cesare Di Lenardo,
Alberta Biliato, Manlio Calderini. Dei 114 imputati nel processo, 49
sono stati assolti, di cui 31 per non punibilita', sette per insufficienza
di prove, due per prescrizione e nove per non aver commesso il fatto. gli
altri accusati sono stati condannati a pene variabili dai 27 anni e sei
mesi, a tre mesi di reclusione per 264 anni complessivi. Oltre agli otto
ergastoli, le pene piu' alte sono state inflitte a Ermanno Faggiani e Roberto
Vezza', 27 anni e sei mesi; Claudio Roberti (18 anni) e Gianni Francescutti
(13), Marina Bono (12 anni e sei mesi), Emanuela Frascella (11 anni e sei
mesi), Maria Giovanna Massa (12 anni), Antonio Savasta (10), Vittorio Olivero
(otto), Mario Cavaliere (12), Anna Maria Sudati (otto), Livio Pavone (otto),
Sandro Galletta (otto anni e tre mesi). Alcuni "capi storici" delle Brigate
rosse sono stati rispettivamente condannati: Roberto Ognibene, Nadia mantovani,
Maria Carla Brioschi, a un anno di reclusione; Carlo Picchiura a tre anni,
Susanna Ronconi a un anno e sei mesi, Corrado Alunni a un anno e cinque
mesi, Giorgio Semeria a due anni e 11 mesi, Rocco Micaletto a un anno e
un mese, Nadia Ponti a sei mesi, Michele Galati a tre mesi. Tra gli assolti
vi sono Enrico Fenzi, accusato di concorso nel sequestro dell'ing. Taliercio,
per il quale il pubblico ministero, Gabriele Ferrari, aveva chiesto una
condanna a 14 anni di reclusione e Claudio Cerica, il presunto appartenente
a autonomia accusato di concorso morale e per il quale erano stati chiesti
22 anni di reclusione.
20 luglio - Al termine di una riunione nel carcere milanese di San Vittore,
presenti Nicolo' Amato, direttore generale degli istituti di pena, il direttore
della prigione milanese Giuseppe Cangemi, una sessantina di detenuti e
detenute "politici" e alcuni dei volontari che per quattro mesi hanno tenuto
corsi e seminari con il contributo del sindacato e di "nuova corsia", associazione
culturale di area cattolica, Franco Bonisoli dice:"vorremmo sfatare un
mito: le strutture non sono assolutamente il fattore determinante. Per
modificare il carcere il problema e' prima di tutto una questione di mentalita'
e di disponibilita'". "E' stato rotto il ghiaccio", hanno scritto i detenuti
in un documento che traccia un bilancio del lavoro svolto. Sono stati coinvolti
i reclusi del primo raggio maschile e della sezione femminile, sia a regime
"ordinario" sia "speciale".
24 luglio- In commissione interni della Camera comincia il dibattito
su due proposte di legge sull' istituzione di una commissione parlamentare
d' inchiesta sull' insieme del terrorismo in Italia, sui suoi collegamenti
interni e internazionali e l' accertamento delle cause della mancata individuazione
dei responsabili delle stragi. I due provvedimenti sono stati presentati
alla fine del 1983 per iniziativa dei deputati comunisti Zangheri, Tortorella,
Sarti, Spagnoli e altri e dei parlamentari Cafiero, Crucianelli, Gianni,
Castellina, Serafini e Magri che costituivano il gruppo del pdup poi confluito
nel Pci. La costituenda commissione dovrebbe essere composta da venti senatori
e da venti deputati e dovrebbe acquisire elementi nuovi che possano
integrare le conoscenze gia' accertate dalla commissione parlamentare d'
inchiesta sulla strage di via Fani e l' assassinio di Aldo Moro.
25 luglio - L' avvocato Eduardo Di Giovanni chiede la riunione di tre
"maxiprocessi": il "Moro ter" e quelli che si riferiscono alle accuse di
guerra civile e insurrezione contro i poteri dello stato. Presentando l'
istanza, l' avvocato Di Giovanni ha sottolineato che identici reati sono
contestati a persone che compaiono nei tre distinti giudizi seppur per
diversi episodi; cio', a suo giudizio consente la riunione. Il penalista,
che assiste ventotto persone, ha ricordato che per quanto riguarda l' imputato
Giovanni Alimonti la cassazione, accogliendo analoga istanza, ha gia' disposto
la riunione.
31 luglio - Il ministro della Giustizia Mino Martinazzoli interviene
in commissione giustizia della Camera sulla posizione di Giovanni Senzani
e spiega che sono scaduti i termini di custodia cautelare per quattro dei
cinque procedimenti penali attualmente a carico del brigatista rosso Giovanni
Senzani, che pero' resta in carcere per quello di Napoli dove e' imputato
di banda armata, sequestro di persona e omicidio. Per tali reati era stato
emesso un ordine di cattura a partire dal 14 gennaio 1982, quindi i termini
di custodia cautelare, ai sensi della nuova legge, erano scaduti il 24
gennaio, ma in sede di ordinanza di rinvio a giudizio del 31 gennaio, e'
stata nuovamente disposta la cattura di Senzani. Quindi il nuovo termine
di custodia cautelare scadra' il 30 luglio 1986. Dopo la relazione svolta
dal ministro si e' aperto il dibattito. L'on. Luciano Violante (Pci) ricorda
che il suo gruppo aveva chiesto al ministro di chiarire la posizione di
Senzani soprattutto in riferimento a notizie di stampa che davano per imminente
la scarcerazione di Senzani per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
"Senzani - ha affermato - non e' un imputato qualunque: il suo ruolo nelle
Br e' del tutto particolare. Non si puo' tollerare che un criminale politico-terroristico,
legato alla p2 e ai servizi segreti, possa uscire in liberta' grazie ad
un complesso di omissioni non punite". Per Marco Pannella quella di Senzani
"e' l' unica figura di capo operativo e ideologico delle Br che e' riuscita
ad operare una rivoluzione totale di quello che era stato prima il terrorismo.
L' organizzazione diventa con lui una struttura che colpisce freddamente
dal singolo agente ai vertici dello stato. e' stato un capo feroce e lucido".
9 agosto - La sezione istruttoria della corte d' appello di Roma prende
in esame la richiesta per la concessione degli arresti domiciliari a Giuliano
Naria, il brigatista rosso da oltre nove anni detenuto ed attualmente rocoverato
all' ospedale torinese delle "Molinette". "La decisione e' stata presa
- dice il presidente Pierfausto Ciuchini - ma l' ordinanza sara' depositata
in cancelleria soltanto domani mattina e prima di allora ne' io ne' i miei
colleghi possiamo rivelarne il contenuto".
10 agosto - Giuliano Naria ottiene gli arresti domiciliari. Il provvedimento
e' stato firmato dal presidente della sezione istruttoria della corte d'appello
di Roma, Pier Fausto Ciuchini. Naria, probabilmente da domani, potra' lasciare
il reparto detenuti dell'ospedale torinese delle "molinette" dove e' detenuto
e raggiungere l'abitazione dei genitori a Garlenda di Albenga, in provincia
di Savona, dove dovra' trascorrere la carcerazione cautelare in attesa
del giudizio per insurrezione armata contro i poteri dello stato che si
svolgera' a Roma.
12 agosto - Il primo ottobre davanti alla corte d'assise di Genova si
celebrera' il processo contro la brigatista rossa Adriana Faranda accusata
di aver partecipato al sequestro dell'ingegner Piero Costa, avvenuto il
12 gennaio 1977. Il procedimento e' uno stralcio del maxi-processo tenutosi
lo scorso anno contro la "colonna" genovese delle Br. Adriana Faranda dovra'
rispondere dell'accusa di concorso nel sequestro Costa compiuto, secondo
il pubblico ministero Luigi Carli, insieme con altri presunti brigatisti
tra i quali Rocco Micaletto, Valerio Morucci, Mario Moretti e Luca Nicolotti.
Gli altri reati che le verranno contestati sono il concorso morale nel
furto di un'auto che fu utilizzata per il rapimento e la minaccia
a mano armata di alcuni passanti che assistettero al sequestro di Piero
Costa.
17 agosto - Ermanno Gallo, brigatista rosso condannato a tre anni e
mezzo per partecipazione a banda armata, e' arrestato dalla polizia in
un campeggio di Antignano (Livorno). Era ricercato dal 1982, quando alla
vigilia della sentenza del processo di appello si sottrasse agli "obblighi"
derivanti dal fatto di essere in liberta' per scadenza dei termini di carcerazione
preventiva. Insegnante di italiano in un istituto tecnico torinese, era
uno dei principali esponenti di "Controinformazione", la rivista che verso
la meta' degli anni settanta affiancava le Brigate rosse. proprio per la
sua attivita' giornalistica (considerata dai giudici strettamente collegata
all'organizzazione brigatista) era stato arrestato nel '75 e scarcerato
sei mesi dopo per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. In casa
sua erano anche stati trovati appunti scritti a mano da Renato Curcio.
Nel 1980 aveva ottenuto dall' ordine dei giornalisti del Piemonte l' iscrizione
nell'elenco dei pubblicisti. Dopo la sua scomparsa da Torino, Gallo, che
deve scontare ancora due anni e nove mesi di carcere, era stato segnalato
in Francia.
17 agosto - L' emittente costaricana "radio impacto" dice che non meno
di 22 italiani gia' appartenenti alle Brigate rosse, del gruppo che si
era rifugiato in Nicaragua, sarebbero stati identificati, con generalita'
complete. La notizia e' ripresa il giorno dopo dal quotidiano "la republica"
di san jose' che la pubblica con grande rilievo, citando i seguenti nomi
degli italiani identificati fino a questo momento: edda adiansi, Giuseppe
Agostinelli, Francesco Bianca, Ivo Bisceglie, Servilio Bottolotti, Renzo
Caballon, Carmen Gaidutti, Patrizia Londero, Paola Marabini, Vincenzo Miliucci,
Claudio Muniz, R. Parisi, W. Pilia, Roberto Pognia, Giorgina Resieri, Roberto
Aibona, E. Tullio, Cesare Battisti, Rita Cauli, A. D. Angelo, Maurizio
Leonilli, Tommaso Liverani. "Radio impacto" ha riferito che i nomi dei
presunti membri delle Brigate rosse sono stati rivelati da un pentito del
gruppo, rifugiato attualmente in un paese centroamericano, il quale avrebbe
anche detto che gli italiani in parola rivestivano il grado di sergente
dell' esercito popolare sandinista. Dei nomi citati dal quotidiano, alcuni
sono conosciuti in Italia per essere apparsi in inchieste sul terrorismo.
I piu' noti sono Cesare Battisti, Rita Cauli, Tommaso Gino Liverani e Vincenzo
Miliucci. Cesare Battisti, 31 anni, e' stato condannato all' ergastolo
a giugno dal tribunale di Milano per l' omicidio del gioielliere Pierluigi
Torregiani. Nato a Cisterna di Latina, e' stato coinvolto nelle inchieste
sull' attivita' di "Prima linea" e dei "Proletari armati per il comunismo".
Accusato anche di costituzione e partecipazione a banda armata, e' evaso
dal carcere di Frosinone nell' ottobre del 1981. Rita Cauli e' stata la
compagna del terrorista Guglielmo Guglielmi, detto "Comancho", conosciuto
per essersi dileguato a bordo di un panfilo. Con Guglielmi la Cauli ha
trascorso alcuni anni in Francia. Gia' in passato era stata fatta l' ipotesi
che la presunta terrorista si fosse rifugiata in Nicaragua. Tommaso Gino
Liverani ha subito una condanna a sei mesi per associazione sovversiva
e banda armata. Era il portiere di un albergo di Ancona nel quale si riunivano
i brigatisti marchigiani. Fonti dell' autonomia romana hanno sempre affermato
che Vincenzo Miliucci si troverebbe invece a Roma. Sul quotidiano costaricense
appaiono poi le iniziali A. D. Angelo. Potrebbe trattarsi di Anna Rita
d' Angelo, che, arrestata per banda armata, ha ottenuto gli arresti
domiciliari a gennaio.
20 agosto - Vincenzo Miliucci, l'esponenete di "autonomia operaia" indicato
come uno dei terroristi italiani rifugiati in Nicaragua, diffonde una dichiarazione
in cui ribadisce di non aver mai fatto parte dell'organizzazione delle
"Brigate rosse" e, tantomeno, di essere mai stato aggregato ad un gruppo
di presunti terroristi fuggiti nel paese sudamericano. Miliucci precisa
di essere sempre rimasto in Italia, di aver appreso la notizia pubblicata
dai giornali nella serata di lunedi' scorso al rientro da una visita al
figlio che si trova a Rimini e di aver partecipato martedi' 13 agosto ad
una manifestazione pubblica di protesta organizzata sotto l'ambasciata
del Sudafrica. Miliucci parla di "una clamorosa gaffe" che, a suo dire,
i giornali italiani avrebbero commesso "sollecitati da governo e servizi
segreti per tentare di trovare 'terroristi' per forza in Nicaragua ed in
altri paesi dell' America Latina in rotta con gli Usa". A questo proposito,
Miliucci ricorda gli "incidenti di percorso della Balzerani data da Craxi
per certa a Managua" e scovata invece a Ostia, e "del medico napoletano
frettolosamente dato come istruttore nelle file di 'Sendero luminoso' in
Peru'".
20 agosto - La pubblicazione a San Jose' di Costarica di un elenco con
i nomi di una ventina di presunti brigatisti rossi rifugiati in Nicaragua
continua a suscitare strascichi e reazioni anche ufficiali. A Managua,
Angela Saballos, portavoce del ministero degli esteri, dice che il governo
sandinista "e' in attesa di prove" sulla presenza di terroristi italiani
nel paese, prima di favorire l'avvio di inchieste. La portavoce ammette
che nell'elenco di presunti terroristi pubblicata dal giornale costaricano,
figurano effettivamente nomi di cittadini italiani "che vanno e vengono
in Nicaragua", ma senza che esistano su di essi sospetti di attivita' terroristica.
"Si tratta, nella maggioranza dei casi - ha precisato la portavoce - di
giornalisti, alcuni dei quali rientrano in Italia. Se si trattasse di terroristi,
a quest'ora gia' sarebbero stati arrestati".
24 agosto - Carlo Bozzo, 28 anni, della colonna genovese delle Brigate
rosse, super pentito e reo confesso, e' arrestato dai carabinieri di Genova
in esecuzione di un ordine di cattura spiccato dalla magistratura genovese
per il reato di ricettazione. Carlo Bozzo deve infatti scontare una condanna
a 4 mesi, decisa dalla corte d'appello di Genova nel giugno 1983. Il reato
di cui bozzo e' accusato si riferisce ad episodi relativi agli anni dal
'77 al '79 quando il giovane militava nelle Brigate rosse. Carlo Bozzo
fu arrestato nel 1980 per rispondere di partecipazione a banda armata ed
usufrui', tra i primi a Genova, della cosiddetta "legge sui pentiti". Dopo
l'arresto, infatti, il giovane rinnego' la sua partecipazione alle Brigate
rosse rivelando agli inquirenti particolari e circostanze sulla organizzazione
eversiva a Genova.
29 agosto - La corte di Cassazione fissa per il 12 novembre l' inizio
per l' esame dei ricorsi proposti contro la sentenza d' appello del processo
per la strage di via Fani e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro.
Soltanto la sollecita conclusione di questo giudizio potra' evitare la
scarcerazione per decorrenza dei termini della custodia cautelare di Adriana
Faranda e di alcuni altri brigatisti rossi coinvolti nella vicenda. E'
questa l'opinione dei magistrati romani che si sono occupati della lotta
contro il terrorismo riguardo alla controversa questione relativa alla
possibilita' che - alla scadenza del 30 novembre prossimo, quando entreranno
invigore, anche per i detenuti, le disposizioni della legge n. 398 sulla
custodia cautelare - lascino i penitenziari prima del giudizio definitivo
alcuni noti terroristi di destra e di sinistra, nonche' mafiosi e camorristi.
A proposito del caso della Faranda, al palazzo di giustizia di Roma, si
e' fatto notare che alla brigatista dissociata e' stato notificato in carcere
non solo l' ordine di cattura per il sequestro dell' industriale genovese
Piero Costa, ma anche un mandato di cattura dell' ufficio istruzione di
Roma per il tentato omicidio del dirigente della sip De Rosa, al quale
lei stessa ha ammesso di aver partecipato. Entrambi i provvedimenti, tuttavia,
secondo l' interpretazione piu' diffusa delle nuove norme sui termini e
sul computo della detenzione cautelare, non potrebbero bloccare l' eventuale
scarcerazione della Faranda in carcere da piu' di sei anni senza una condanna
definitiva.
29 agosto - Toni Negri, deputato radicale, ex leader di "autonomia operaia",
condannato a 30 anni di carcere dalla giustizia italiana nell' ambito del
processo "7 aprile", ha portato a termine il suo "diario" di detenuto,
che uscira' in Francia ai primi di ottobre, edito dalla "Hachette". Il
libro, "L' Italie rouge et noire", e' introdotto dallo stesso Toni Negri,
che ora e' rifugiato in Francia. "Sono professore universitario - scrive
nella presentazione - ho insegnato a Padova e a Parigi fino al 7 aprile
1979, giorno in cui sono stato arrestato; il mandato d' arresto menzionava
'assassino del presidente Aldo Moro'. Fui accusato di essere il capo delle
Brigate rosse, ala militare di quel movimento di massa che si chiamava
'autonomia operaia'. Fui inoltre accusato di aver incoraggiato l' insurrezione
contro le istituzioni italiane. oltre che di quello di Aldo Moro, dovevo
rispondere di 17 assassinii. Sono stato lavato da tutte queste accuse e
tuttavia sono stato processato, grazie alle dichiarazioni e alle denunce
di pentiti". Poi Toni Negri cita la condanna a 30 anni, l' elezione alla
camera dei deputati e la sospensione dell'
immunita' parlamentare. "A quel punto - scrive - ho scelto la liberta'
rifugiandomi in Francia". Proclamando la sua totale innocenza, Toni Negri
prosegue: "solo l' arroganza dei giudici e la ragion di stato mi hanno
condannato. il libro e' un diario in cui racconto la prigione, il processo,
la mia elezione, la mia fuga in Francia. spero di poter un giorno scrivere
un secondo diario nel quale raccontare il mio ritorno in Italia e la vittoria
della giustizia contro le leggi e gli uomini la cui azione snatura la democrazia
nel mio paese". Il libro, 309 pagine, scritto da Toni Negri in italiano
e tradotto da Yann Moulier, e' diviso in quattro capitoli intitolati: il
processo (24 febbraio - 24 maggio 1983); la legittima difesa (2 maggio
- 8 luglio 1983); parlamentare (9 luglio - 18 settembre 1983); la liberta'
(19 settembre - 30 novembre 1983). In quest'ultimo capitolo Negri racconta
la sua decisione di "partire prima dei risultati del voto sull'immunita'
parlamentare", dopo aver provato, ascoltando gli interventi all'assemblea,
"un distacco irresistibile e una repulsione schizofrenica". La sua partenza
per la Francia, il 19 settembre 1983, e' organizzata da "amici meravigliosi"
che si occupano anche "dell'eventualita' di un ritorno facile e sicuro
nel caso che alla camera tutto andasse bene"). Il 19 settembre quindi,
dopo aver dormito in caa di "amici di amici", Toni Negri parte da Punta
Ala verso le 14 a bordo di uno yacht e il giorno dopo, con un traghetto
dall' Isola Rossa, in Corsica, raggiunge Nizza. E' ad Aix-en-Provence ("da
Morgan di cui ero ospite") che Negri ha appreso dalla radio i risultati
del voto. "E' allucinante", scrive il professore per il quale, se e' vero
che qualcuno ha sputato in faccia a Pannella, "ha fatto bene". "Che canaglia
questo Marco, che miserabile mistificatore della volonta' popolare! Ma
come ha potuto arrogarsi il diritto di decidere contro la mia liberta'?...viva
la diserzione, e abbasso il parlamento, viva la mia fuga". Toni Negri racconta
le pressioni che - dice -gli furono fatte, specie da parte di Marco Pannella,
che chiama " il guru" , perche' si consegnasse alla polizia. Tra l' altro
egli narra la sua fuga precipitosa da un appartamento di via Rambuteau,
aiutato da una sua amica, Emma, quando si accorse che " il guru" progettava
di costringerlo a presentarsi alla polizia. "Mi aveva offerto un' intervista
alla tv radicale" , scrive Negri , il 23 settembre, "ma quando si presento'
il guru era seguito dalla polizia e mi fece capire, con un cinismo accompagnato
da falsi sorrisi, che dovevo acccettare il suo piano. Nell' intervista
ho detto cose demenziali, mentre pensavo a come potevo fuggire dall' appartamento.
Per quanto riguarda Pannella, capisco che egli non ha vissuto 40 anni di
partitocrazia per niente; comincio a desiderare, come un reazionario, che
egli lasci la pelle in uno dei suoi famosi scioperi della fame; come i
guru indiani, egli propina a chi vuole ascoltarlo solo banalita' che considera
trovate originali" per gli altri incontri con Pannella a Parigi Negri dice
di aver preso "le sue precauzioni incaricando qualche amico di controllare
che non fosse seguito". Negri afferma di aver ricevuto diverse proposte
di espatriare in un altro paese, che ha sempre rifiutato. Poi l' annuncio
della concessione del diritto d' asilo. Tra gli episodi avvenuti nel 1983
Negri ricorda "la morte a Parigi di un militante di prima linea" (Ciro
Rizzato, moto il 14 ottobre durante una rapina ad una banca ad opera, a
quanto pare, di membri della disciolta organizzazione di estrema sinistra
"Action directe", tanto che questa ha intitolato a Ciro Rizzato una sua
unita' combattente). "Questa ricomparsa selvaggia e isolata del terrorismo"
e' per Negri" un avvenimento terribile e puo' rivelarsi estremamente pericoloso
sia per la colonia totalmente pacifica degli emigrati italiani sia
per la mia situazione; d' altro canto non vedo come questi residui di terrorismo
sociale italiano ormai privati di base sociale potrebbero riorganizzarsi
se non nel quadro del terrorismo internazionale tra gli stati". Piu in
la' Negri scrive:"noi rivedremo presto il terrorismo riprendere in Italia
sotto due forme: quella di un terrorismo vendicatore contro la repressione,
e quella del terrorismo internazionale come terrorismo di stato che sovradetermina
i conflitti. in Francia e' presente solo questo secondo tipo di terrorismo;
non vedo ragioni per cui non possa attecchire anche in Italia". In numerose
occasioni, in particolare raccontando le sue angosce durante il processo
e la gioia con cui rientrava in cella dopo le udienze, Negri non e' molto
tenero con la stampa italiana. Se la prende, tra altri, con "l' ignobile
Corriere", con Arbasino, con Enzo Biagi "dalla lacrima facile".
31 agosto - Il "pentito" Carlo Brogi, ex steward dell' Alitalia condannato
a nove anni di carcere al processo d' appello per la strage di via Fani
e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro, e' agli arresti domiciliari
ma non ha ottenuto dalla sezione istruttoria della corte d' appello il
diritto di poter lavorare per contribuire al sostentamento della sua famiglia.
Brogi, che con Antonio Savasta, Emilia Libera e Massimo Cianfanelli ha
fornito ai giudici sia in primo sia in secondo grado numerosi elementi
d' accusa contro i brigatisti rossi alla sbarra per i delitti compiuti
dalla "colonna romana", ha ottenuto di poter proseguire la carcerazione
cautelare nell' abitazione dei genitori, a Roma, nel maggio scorso, ma
la notizia si e' appresa soltanto oggi. Ora l' ex steward, che Mario Moretti
decise di espellere dalle Brigate rosse proprio perche' aveva perso il
posto di lavoro presso la compagnia di bandiera, aveva chiesto tramite
il proprio avvocato , Luigi Bacherini, di poter aiutare il fratello nella
consegna di gelati ai negozi, lavoro che il congiunto svolge per conto
di una nota casa produttrice. La sezione istruttoria della corte d' appello
di Roma, pero', non gli ha concesso l' autorizzazione.
31 agosto - La sezione istruttoria presso la corte d' appello di Roma
accoglie una istanza di scarcerazione di Arnaldo Maj, presentata dall'
avv. Mancini per una accusa di rapina che gli era stata contestata durante
la detenzione. Nella stessa camera di consiglio, i giudici hanno respinto
una richiesta in precedenza presentata da Maj per la concessione degli
arresti domiciliari, perche' "la dissociazione dalla lotta armata dell'
imputato non esclude l' evidenziata pericolosita' sociale". Arnaldo Maj
resta pero' in carcere perche' condannato a 13 anni per associazione sovversiva
e banda armata nel processo per la strage di via Fani e per il rapimento
e l' uccisione di Aldo Moro. Maj, che era stato invece assolto per insufficienza
di prove dall' accusa di aver partecipato all' uccisione del giudice Girolamo
Tartaglione, faceva parte della piccola schiera di "dissociati" dalla lotta
armata insieme con Adriana Faranda e Valerio Morucci.
12 settembre - Il "Corriere canadese", giornale in lingua italiana di
Toronto, scrive che un tribunale canadese ha rifiutato l' asilo politico
a Franco Piperno. Piperno e' arrivato a Montreal dalla Francia nel 1981.
Le richieste avanzate dall' Italia per ottenerne l' estradizione in relazione
al rapimento e all' uccisione di Aldo Moro e ad altri capi di imputazione
per partecipazione alle attivita' di gruppi terroristici, sono state finora
respinte dalle autorita' canadesi. Secondo quanto risulta dagli atti di
vari organismi giuridici canadesi, Piperno e' tuttora in attesa che le
autorita' canadesi si pronuncino circa la legalita' del suo soggiorno in
questo paese. Dopo che due anni fa il ministro per l' immigrazione canadese
aveva dato parere contrario a che al fisico italiano fosse concesso lo
status di rifugiato politico, Piperno aveva fatto ricorso alla commissione
d'appello per l' immigrazione, chiedendo che fosse rivista la sua posizione
e che lo stesso ministro dell' immigrazione riesaminasse il caso. Nello
stesso tempo gli avvocati di Piperno, Poupart e Duquette, avevano presentato
istanza di incostituzionalita' riguardo alcuni punti della legge sull'
emigrazione che trattavano la posizione dei rifugiati. Successivamente,
con una mossa in contrasto con la precedente, Piperno aveva chiesto ad
un giudice federale di primo grado di far sospendere l' esame della commissione
d' appello per l' immigrazione. Il giudice pero' non aveva accolto queste
richieste e lunedi' scorso Piperno e' comparso di fronte alla commissione
d' appello per l' immigrazione a montreal, citta' dove egli si e' stabilito.
In tale occasione il fisico italiano ha pero' nuovamente cambiato linea,
domandando la sospensione dell' udienza perche' nel frattempo aveva interposto
appello anche contro la decisione del tribunale ordinario di primo grado
che aveva la sua richiesta di sospensione dell'esame di questa commissione.
Neppure questa nuova richiesta - che verosimilmente avevano lo scopo di
far slittare ulteriormente l' inizio del dibattimento - sono state pero'
accolte dalle autorita' canadesi, le quali hanno fissato per il 18 prossimo
sempre a Montreal, l' inizio dell' udienza presso la commissione d' appello
per l' immigrazione: la sede dove in sostanza e' tornata a far capo tutta
la vicenda giuridico - amministrativa relativa alla legalita' o meno del
soggiorno di Piperno in canada. Se al termine delle udienze si decidera'
di non concedere il permesso di soggiorno, Piperno dovra' con ogni probabilita'
lasciare subito il territorio canadese per una destinazione di sua scelta.
a meno che - ipotesi che al momento non e' verificabile- i suoi legali
non trovino qualche altro appiglio per riportare la questione di fronte
a un tribunale ordinario di grado superiore, da dove potrebbe ripartire
un ennesimo procedimento di revisione del caso.
19 settembre - A Montreal, una corte d' appello federale respinge una
serie di eccezioni presentate da Franco Piperno e conferma che a dare un
parere sulla possibilita' di concedere a Piperno lo status di rifugiato
politico deve essere la commissione d' appello per l'immigrazione, la quale
ha infatti ripreso immediatamente ad esaminare il caso.
21 settembre - Pierre Poupart, avvocato di Franco Piperno, annuncia
il ricorso alla corte suprema del Canada per ottenere per Piperno lo status
di rifugiato politico.
24 settembre - Nella sua requisitoria al processo contro il troncone
veneto di Autonomia operaia, il pubblico ministero Pietro Calogero afferma
che "i 'collettivi politici veneti' sono nati come banda armata e che non
erano un corpo a se stante, ma un ramo di una pianta a cui era stato dato
vita da Negri e dal suo gruppo". Calogero fa una ricostruzione dettagliata
delle azioni riconducibili all' Autonomia e una elencazione puntigliosa
dei diversi apparati, politici e militari, che dalla meta' degli anni settanta
avrebbero formato quella che il pm ha definito una "organizzazione a struttura
piramidale e a cerchi concentrici" per dimostrare ai giudici che i "collettivi
politici" avevano fin dalle loro origini, tra il 1974 e il 1975, al loro
interno una "struttura militare"e che operavano come banda armata. Calogero
e' partito da lontano, dai primi attentati agli scontri tra "autonomi"
e le forze dell' ordine a Padova in occasione dei comizi degli onorevoli
Covelli e Almirante, nel 1975, per giungere alla "notte dei fuochi" dell'
ottobre 1979. In mezzo, un lungo elenco di incendi, devastazioni di sedi
di partiti, di occupazioni "armate" , di "espropri proletari" , di attentati
contro il giornalista Antonio Garzotto, docenti universitari e professionisti,
di "campagne" sfociate in azioni terroristiche compiute in quasi tutto
il veneto nel giro di poche ore. Secondo il pubblico ministero, tutti questi
episodi hanno un filo comune che sembra portare direttamente ai "collettivi
politici". Ma per Calogero, questo non e' ancora sufficiente per dimostrare
la sua tesi accusatoria e allora ha ricostruito quella che ha chiamato
la "struttura dell' organizzazione" , rilevando la presenza di tre "nuclei":
strutture di direzione complessiva, di direzione specifica, militanti.
La direzione complessiva era composta dai corsi seminariali di scienze
politiche, con Negri e Ferrari Bravo; dagli organi di rappresentanza dei
"collettivi veneti" in seno alla redazione-segreteria di "rosso"; la redazione
padovana di "rosso"; dalle redazioni di "radio sherwood" a Padova, Venezia
e Vicenza; dalla rivista "autonomia"; dagli organi responsabili dei singoli
"collettivi"; dal "fronte comunista combattente". Su quest' ultima struttura,
definita "la piu' elevata organizzazione militare dei 'collettivi'", il
rappresentante della pubblica accusa ha puntato l' attenzione, rilevando
che tra i suoi programmi c' era anche "l' attacco diretto alle persone"
e che "svolgeva attivita' di contatti e confronto con le altre organizzazioni,
in particolare le Brigate rosse nella prospettiva della formazione di un
'partito combattente'". A ulteriore conferma della sua tesi, Calogero ha
presentato una serie di "elementi di prova" e di testimonianze di "pentiti",
tra cui Michele Galati, dai quali risulterebbe, secondo l' accusa, che
il "fronte comunista combattente" era una struttura dei "collettivi politici
veneti".
25 settembre - La sezione istruttoria presso la corte di appello concede
gli arresti domiciliari a Teodoro Spadaccini, un brigatista rosso dissociato
che e' stato condannato nell' ambito della vicenda Moro a 15 anni e sei
mesi di reclusione per costituzione di banda armata e concorso morale nel
sequestro di Aldo Moro. Nella motivazione i magistrati hanno tenuto conto
del fatto che l' imputato, difeso dall' avvocatessa Grazia Volo, ha confessato
di essere stato un aderente delle Brigate rosse. Inoltre i giudici riconoscono
che egli ha collaborato con la giustizia al fine di impedire il diffondersi
del fenomeno del terrorismo nelle carceri, tanto da essere stato condannato
a morte dai suoi stessi compagni. Infine i magistrati hanno anche tenuto
conto del fatto che la madre di Spadaccini, vedova, e' in precarie condizioni
di salute e non ha nessuno che possa assisterla.
26 settembre - Il pubblico ministero Pietro Calogero, concludendo la
prima settimana della sua requisitoria nel processo al troncone veneto
di autonomia, ha parlato, per circa sei ore, "dei fenomeni associativi
dopo il 7 aprile. Dopo gli arresti dell'aprile 1979, ha detto Calogero,
autonomia operaia si e' mossa in tre direzioni: continuazione della lotta
armata, un processo di ristrutturazione, un rafforzamento del rapporto
con le brigate rosse. Calogero ha ricordato, in particolare, il momento
di unificazione di altre strutture con l'autonomia organizzata, culminato
nella "notte dei fuochi" del 3 dicembre 1979, alla quale avrebbero partecipato
varie componenti del "movimento"; la modificazione del "fronte comunista
combattente", diventato "fronte per il contropotere"; la proposta delle
Brigate rosse di costituire i "nuclei clandestini di resistenza".
28 settembre - Intervista di Alberto Franceschini all' "Avanti della
domenica". Per Franceschini "il Pci e' sempre stato in bilico tra rivoluzione
e democrazia. Noi abbiamo portato alle estreme conseguenze un certo tipo
di discorso". "Il terrorismo - dice anche Franceschini - non ha dimostrato
soltanto il fallimento, l' impossibilita' della rivoluzione, ma anche del
riformismo"; "in pratica, a sconfiggere il terrorismo e' stato Agnelli
con la ristrutturazione della Fiat...cioe' Agnelli che metteva fuori ventimila
persone". Franceschini e' molto polemico con il Pci, da cui e' stato radiato
("la mia sezione si e' rifiutata di espellermi") quando era nella fgci;
"doveva fare in pratica una politica riformista e mantenere allo stesso
tempo un' ideologia rivoluzionaria...quando qualcuno si e' messo veramente
a fare sul serio si e' visto qualcosa di sorprendente: questi rivoluzionari
a parole si sono terrorizzati. sono stati i primi a dire che eravamo fascisti
o roba del genere". A proposito dell' impatto avuto dal terrorismo, l'
ex leader delle Br afferma che "tutto sommato, lo stato ci dovrebbe ringraziare"
e spiega: "lo Stato, grazie ai movimenti di lotta armata, ha finito per
rafforzarsi. Abbiamo costretto lo stato a fare un salto, a mettersi per
qualche verso all' altezza dei tempi". Del rapporto tra la lotta armata
e il movimento di massa, Franceschini dice: "la parola d' ordine 'ne' con
lo stato ne' con le Br' esprime esattamente il punto di massima sviluppo.
il movimento diceva: 'io ti do una mano, non ti denuncio alla polizia,
perche' quello che fai mi va bene, pero' non sto con te, non voglio essere
coinvolto piu' di tanto'. Quello che chiamavano il fiancheggiamento".
30 settembre - Comincia all'aula bunker di piazza Filangieri il processo
d'appello ai 112 appartenenti alla colonna milanese delle Brigate rosse
"Walter Alasia".
1 ottobre - Il minimo della pena, cioe' sette anni di reclusione, sono
la richiesta della pubblica accusa nei confronti di Adriana Faranda, accusata
di aver partecipato nel 1977 ad una fase del rapimento dell' armatore genovese
Piero Costa. La Faranda ha raccontato in aula le fasi del rapimento, particolari
gia' contenuti nella sua confessione fornita nella primavera scorsa al
magistrato genovese Luigi Carli che ha condotto la gran parte delle indagini
sugli attentati terroristici avvenuti nel capoluogo ligure. In particolare
l' imputata si e' soffermata sulla sua partecipazione diretta (insieme
con Morucci ed altri tre brigatisti dei quali pero' non ha voluto rivelare
il nome) all' operazione riguardante il ritiro del riscatto, un miliardo
e 300 milioni, avvenuto a Roma. Il bottino era formato da banconote di
piccolo taglio e cosparse di una polverina che costrinse in terroristi
a lavare tutto il denaro con acqua e sapone. Nel corso dell'udienza hanno
testimoniato anche alcuni congiunti dell'armatore rapito i quali hanno
raccontato che per consegnare le due valigie piene di soldi ai brigatisti
avevano dovuto girare a lungo per le strade della capitale in modo da far
perdere le tracce ad un auto della polizia che li seguiva.
3 ottobre - Le questioni legate alla nascita di "potere operaio" e alle
attivita' svolte dall' organizzazione nei primi anni settanta, fino allo
scioglimento deciso nel 1973, sono al centro dell' intervento del pubblico
ministero Pietro Calogero, impegnato da otto udienze nella requisitoria
nel processo contro il troncone veneto di "autonomia", in corso davanti
alla corte d' assise di Padova. Calogero ha affrontato, in particolare,
il problema delle armi che sarebbero state a disposizione di "potere operaio"
dopo la cessazione delle attivita' terroristiche da parte dei "gap", in
seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli. Per Calogero, il cospicuo
arsenale dei "gap" sarebbe stato diviso tra Potop e le nascenti Brigate
rosse.
3 ottobre - La corte di assise di Genova condanna Adriana Faranda a
sette anni di reclusione e 700 mila lire di multa per aver partecipato,
nel 1977, ad una fase del rapimento dell'armatore genovese Piero Costa.
La setenza rispecchia la richiesta del pubblico ministero Luigi Carli e
cioe', minimo della pena e concessione delle attenuanti generiche. L'imputata,
che non era presente in aula, e' stata invece assolta dall'accusa del furto
di alcune auto.
9 ottobre - "la battaglia comincia adesso". e' questo il commento di
un avvocato, mentre l' aula bunker di piazza Filangieri, teatro del processo
d'appello alla colonna Br "Walter Alasia" si svuota al termine di un' udienza
movimentata e carica di tensione. Dopo la decisione della corte d' assise
d'appello di convocare il presidente del consiglio dell' ordine degli avvocati
affinche', insieme ad altri legali, assumesse la difesa d' ufficio di un
gruppo di imputati che avevano revocato i difensori di fiducia e respinto
le nomine d' ufficio, oggi il gruppo di legali, nuovo ai processi di terrorismo,
ha chiesto, con polemiche argomentazioni, i termini a difesa: un minimo
di sessanta giorni perche' "vogliamo fare i difensori e non i collaboratori
dei giudici". La risposta della corte e' stata secca: otto giorni dovranno
bastare ai legali, per studiare gli atti di un ampio processo che, secondo
la definizione di Tiziano Barbetta, presidente dell' ordine degli avvocati
di Milano, "e' frutto della vergognosa legge sui pentiti". Polemiche le
dichiarazioni sulla decisione della corte: "nessun legale milanese a queste
condizioni difendera' gli imputati", ha detto l' avvocato Poletti, mentre
il presidente dell' ordine, con minore irruenza, ha annunciato che sara',
domani, il consiglio dell' ordine a decidere il da farsi. E' stato proprio
il presidente dell' ordine ad aprire la polemica con i giudici: "ci servono
da due a quattro mesi per studiare il processo vista la mole degli atti
e il numero degli imputati". Gli ha fatto eco l' avvocato Claudio Poletti
ricordando che l' Italia e' stata piu' volte condannata dalla corte europea
dell' Aja per violazione del diritto di difesa e aggiungendo: "non dimentichiamo
che anche l' unita' d' Italia e' stata fatta con atti di terrorismo da
Mazzini e Garibaldi. I terroristi di oggi potrebbero essere gli eroi di
domani". Sulla stessa linea, tesa a ribadire la necessita' di svolgere
un ruolo reale nel processo, sono rimasti anche gli avvocati di stasio
e Viscardi. Dure reazioni sono venute dall' avvocatura dello stato che
ha sostenuto che l' atteggiamento dei quattro legali, tutti membri del
consiglio dell' ordine degli avvocati, in realta' svilisce il ruolo della
difesa, esaltando la sortita dell' imputata Pasqua Aurora Betti che, revocando
i legali di fiducia insieme a un gruppo di irriducibili, ha provocato questa
intricata situazione. Egualmente duro il procuratore generale che, rimettendosi
alla corte sulla decisione dei termini a difesa, ha pero' sottolineato
che negli interventi dei legali c'erano "note stonate e accostamenti storici
arditi". Sulla scorta di questa polemica che ha lasciato stupiti per la
sua violenza persino gli avvocati che abitualmente si occupano di questi
processi, anche un altro imputato, Lauro Azzolini, ha revocato i suoi difensori:
"anche noi siamo stati garibaldini rivoluzionari. Non revoco i miei legali
per sfiducia ma perche' credo che questi nuovi avvocati possano farsi un'
idea piu' corretta di cosa siano stati e siano questi processi". Il processo
e' aggiornato al 17 ottobre.
10 ottobre - Il segretario del Movimento federativo democratico, Francesco
Caroleo, nomina vicesegretario nazionale del movimento Giovanni Moro che
si occupera' della politica culturale. Moro si affianca all' altro vice
segretario del movimento, Maria Teresa Petrangolini.
16 ottobre - Per l'uccisione, avvenuta il 6 novembre 1981 nel supercarcere
di Cuneo, del detenuto "comune" Antonino Arnone, 21 anni, messinese. la
corte d'assise ha inflitto 25 anni di reclusione a Francesco Piccioni,
34 anni, appartenente alla "colonna romana" delle Brigate rosse, e dieci
anni a Flavio Zola, 31 anni, di Asti, ritenendoli colpevoli di omicidio
volontario. Altri sette imputati sono stati invece assolti con varie formule.
Antonino Arnone venne strangolato durante l'ora d'aria mentre si trovava
in un angolo del cortile del penitenziario in compagnia di un gruppetto
di altri detenuti. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, la sua
uccisione sarebbe da collegarsi ad un complotto ordito per assassinare
il "leader" storico delle Brigate rosse Mario Moretti, all'epoca rinchiuso
nel supercarcere di Cuneo.
22 ottobre - Concluse le questioni preliminari e dichiarato lo stralcio
delle posizioni processuali di due imputati impossibilitati a comparire,
poco prima delle 14 il presidente della corte d'assise di Rovigo, Nicola
Passarelli, ha dichiarato aperto il dibattimento nel processo ai presunti
responsabili dell'attentato compiuto contro il carcere di Rovigo, il 3
gennaio 1982 e la successiva evasione dalla casa circondariale di quattro
terroriste. Prima di rinviare l' udienza a domani, con l'inizio degli interrogatori,
il dott. Passarelli si e' rivolto agli imputati presenti in aula - una
quindicina, tra i quali Sergio Segio, Susanna Ronconi, Marina Premoli,
Giulia Borelli, Antonio Marocco - con una sorta di invito alla tranquillita'.
"Mi e' parso di cogliere la vostra preoccupazione - ha detto - nei confronti
della citta' da alcune lettere pubblicate sui giornali. La citta' di Rovigo
e' stata colpita e ha sofferto, ma non nutre in alcun modo spirito di vendetta.
e' una citta' che si aspetta solo giustizia". "Da parte mia - ha aggiunto
il presidente - intendo portare avanti un dibattimento corretto. questa
corte non ha spirito di vendetta. Sara' un processo senza cedimenti, ma
anche senza preconcetti". L'udienza e' stata aperta dalla presentazione
di una richiesta di costituzione di parte civile da parte della famiglia
di Angelo Furlan, il pensionato ucciso dallo scoppio della bomba piazzata
vicino al carcere dal " commando" terrorista. dopo la lettura dell'elenco
degli imputati - 22 persone, delle qualli 20 accusate tra l'altro di strage
e porto e detenzione di armi e due di favoreggiamento personale - il presidente
della corte d'assise ha dato la parola agli avvocati della difesa, che
hanno presentato istanze riguardanti la poszione di alcuni imputati. Ii
giudici si sono quindi ritirati in camera di consiglio, dov' e' stato deciso
lo stralcio della posizione di Aurora Pasqua Betti e di Nicolo' De Maria
in quanto impegnati in un altro processo. I difensori hanno quindi presentato
alla corte lettere scritte da Giulia Borelli, Federica Meroni e Marina
Premoli - le ultime due fuggite dal carcere assieme a Susanna Ronconi e
Loredana Biancamano - e preso atto della nota inviata nei giorni scorsi
da Sergio Segio, Ronconi e Biancamano. Nelle missive, tutti gli imputati
hanno dichiarato la propria estraneita' attuale dalla lotta armata e cercato
di spiegare i motivi che portarono all' attentato di tre anni fa. In quell'occasione,
un commando terrorista - del quale facevano parte, tra gli altri, Segio,
Diego Forastieri e Massimo Canfora - preparo' una carica di esplosivo all'interno
di una "a 112", poi sistemata vicino al muro della casa circondariale.
Quando l'auto-bomba scoppio', provoco' una breccia nel muro dalla quale
uscirono le quattro esponenti di "Prima linea". Nel corso di una pausa
del processo Segio ha dichiarato che "l'evasione era nata in una ottica
di solidarieta' e di legame affettivo, non di progetto politico. La nostra
massima preoccupazione - ha aggiunto - era di non spargere sangue. anche
contro le guardie, sparammo per deterrenza, non per colpire". Riguardo
alle fasi preparatorie dell'attentato nel corso delle quali Segio ottenne
l'appoggio logistico e le armi dalla colonna milanese delle Br, l'imputato
ha detto che "l'unione tra le diverse organizzazioni fu un atto di necessita'".
"L'idea di liberare la Ronconi era mia - ha proseguito - ma non avevamo
i mezzi per attuarla. Le nostre posizioni erano lontane da quelle delle
Brigate rosse. A livello epidermico pensavamo fosse possibile creare 'momenti
reciproci' tra strutture diverse per liberare i compagni detenuti. Era
una logica di solidarieta' e non di attacco allo stato". Da parte sua,
Susanna Ronconi ha dichiarato il suo distacco totale dalla pratica terroristica
e rilevato che "la lotta armata in Italia nel 1982 era gia' finita" e il
sequestro del generale Dozier - avvenuto alcuni giorni prima dell'attentato
- "un fuoco di paglia delle Br". "Dal 1980 in poi - ha concluso - la lotta
armata non ha avuto la forza di destabilizzare niente e non esisteva un
grande disegno astratto. Esistevano schegge impazzite e dibattiti conflittuali
tra le diverse strutture".
23 ottobre - Le fasi preparatorie e l' attentato al carcere di Rovigo
per liberare quattro esponenti di "Prima linea", tra le quali Susanna Ronconi,
sono stati ricostruiti in aula davanti alla corte d'assise del capoluogo
polesano da Pietro Mutti e Pasquale Avilio, pentiti di " Prima linea" accusati
tra l' altro di concorso in strage, detenzione e porto d'armi e lesioni
personali. Mutti ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni fatte nel
corso dell'istruttoria e che il presidente della corte d'assise Nicola
Passarelli ha letto interamente. "A meta' dicembre del 1981 venni convocato
a Milano da Lucio Di Giacomo - ha sostenuto l'imputato - che mi mise al
corrente di un progetto riguardante l'attacco ad un istituto di pena. L'idea
era di Sergio Segio. Fu solo in un incontro successivo - ha aggiunto -
che si parlo' della Ronconi e delle altre tre, Loredana Biancamano, Federica
Meroni e Marina Premoli. In un primo tempo si stabili' di compiere l'attentato
il 27 dicembre di quell'anno". Mutti, all'epoca membro del comitato nazionale
di "Prima linea", si e' quindi soffermato sulla preparazione dell'azione,
alla quale non partecipo', e sul ruolo avuto da un coimputato, Paolo Cornaglia.
"Ritengo che Cornaglia - ha detto - non fosse a conoscenza del nome delle
persone che dovevano essere liberate. Con lui discutemmo dei particolari
tecnici dell' operazione e non del carcere da colpire". Mutti ha poi rilevato
che l' operazione doveva essere compiuta senza spargimenti di sangue, tesi
sostenuta anche da Avilio, membro del "commando" terrorista che assalto'
la casa circondariale. Dopo aver indicato che alcuni "compagni" avevano
il compito di impedire il passaggio di autovetture nel momento dell' azione,
il terrorista pentito ha detto che gli stessi colpi d' arma da fuoco sparati
contro la garritta delle guardie carcerarie erano di protezione e non per
colpire le persone. L' imputato ha quindi illustrato dettagliatamente ai
giudici tutte le fasi dell' attentato, sostenendo che l' assalto programmato
per il 27 dicembre salto' all' ultimo momento, quando ormai il gruppo era
appostato nei pressi del carcere. "Dalla casa circondariale - ha detto
- doveva uscire un segnale musicale che non recepimmo. Tornammo quindi
a Sottomarina (Venezia), dove avevamo un covo. E' li' che alcuni giorni
prima Segio aveva portato una valigia con le armi". "Il 2 gennaio - ha
proseguito l' imputato - abbiamo compiuto un ulteriore sopralluogo nella
zona. Domenica 3 eravamo pronti di nuovo a colpire". Dell' operazione,
Avilio ha spiegato alla corte tutti i momenti piu' importanti: dall' appostamento
dei terroristi nelle aree prestabilite, alla collocazione della "a-112"
contenente l' esplosivo vicino al muro di cinta, dall' azione diversiva,
compiuta da Gianluca Frassinetti con il lancio di alcune bottiglie molotov,
allo scoppio e alla successiva fuga delle terroriste attraverso la breccia
aperta nel muro del carcere dall' espolosione. Avilio ha fatto poi il nome
di tutti gli altri membri del "commando" : Segio, Frassinetti, Giulia Borelli,
Rosario Schettini, Lucio Di Giacomo (morto successivamente), Diego Forastieri,
Massimo Canfora. "Segio dopo l' esplosione - ha aggiunto - si avvio' verso
il varco nel muro. Nello stesso tempo, Forastieri e di Giacomo sparavano
contro la garritta delle guardie". Tutti i componenti del gruppo erano
armati, alcuni portavano anche bombe a mano. Riguardo alla provenienza
delle armi, l' imputato ha rilevato di aver appreso da di Giacomo che erano
state messe a disposizione dalle Brigate rosse, aggiungendo, pero', che
fra i diversi gruppi terroristici che ebbero parte nell' attentato - i
"nuclei comunisti" di Segio, "prima linea" e le Br - non ci fu mai un accordo
politico.
24 ottobre - In una memoria difensiva composta di 16 cartelle
dattiloscritte, letta in aula stamane dal presidente della corte d'assise
di Rovigo Nicola Passarelli, Sergio Segio, l'ex comandante "Siro" di "prima
linea", ha illustrato dettagliatamente tutti i momenti intercorsi dall'ideazione
all'esecuzione dell' attentato al carcere di Rovigo, compiuto il 3 gennaio
1982. Una ricostruzione puntigliosa dalla quale e' emerso, ancora una volta,
che "la molla fondamentale" che fece scattare il piano nella sua mente
fu inizialmente il legame affettivo che lo univa a Susanna Ronconi. "La
decisione di effettuare l' evasione di Rovigo la presi, personalmente,
il 3 dicembre 1980 - ha detto Segio - o forse e' piu' corretto ed esatto
dire che in quella data decisi di liberare Susanna Ronconi, arrestata il
giorno prima a Firenze, con la quale avevo da anni un rapporto sentimentale".
Un'idea che si concretizzera' operativamente solo un anno e un mese dopo,
con il contributo anche di altre organizzazioni terroristiche, ma sulla
quale, in un primo tempo, l'imputato si dichiarava disposto ad intervenire
da solo. Quando la Ronconi era detenuta a Ferrara, infatti, "volli farmi
la convinzione che, stanti alcune condizioni di vulnerabilita' di quel
carcere, piccolo e periferico - ha aggiunto Segio - sarebbe stato possibile
compiere l' operazione anche da solo". Susanna Ronconi pero' venne trasferita
in un altro carcere e Segio comincio' a pensare che il problema della liberazione
dei"detenuti politici" poteva e doveva "essere affrontato in termini piu'
vasti e generali". "Se la lotta armata non era piu' plausibile e praticabile
come strumento di trasformazione in senso rivoluzionario della realta'
e societa' - ha rilevato - poteva diventare lo strumento capace di rendere
reversibile il destino di carcere cui erano consegnate migliaia di vite".
Dopo l'incontro con altri due ex esponenti di Prima linea, Diego Forastieri
e Rosario Schettini, nell'aprile del 1981, Segio comincio' i primi sopralluoghi
a Rovigo, dove era detenuta la sua compagna. Inizialmente, le ipotesi allo
studio per compiere l'operazione erano tre, nessuna delle quali poi realizzata,
mentre il giorno stabilito e' stato fin dai primi momenti la domenica.
L'imputato ha sostenuto che durante gli "studi sul campo" nella citta'
veneta aveva usato "particolari accorgimenti e trasferimenti", temendo
che i pentiti di Prima linea avessero gia' parlato agli investigatori del
suo legame con la Ronconi e del fatto che "in un modo o nell'altro avrei
tentato di liberarla". Nel frattempo, vennero avviati i primi rapporti
con le altre organizzazioni terroristiche, mentre attraverso l'invio alla
Ronconi di lettere, libri e mazzi di rose - una sorta di segnale convenzionale
- Segio l'avverti' dell' evolversi del piano. Con la definizione degli
accordi con le altre strutture - le Brigate rosse in un primo tempo si
dichiararono disposte a partecipare direttamente, ma revocarono l'adesione
quando vennero a sapere che si trattava di liberare esponenti di prima
linea, limitandosi quindi a mettere a disposizione le sole armi - l'ipotesi
di intervento contro il carcere entro' nella fase operativa. "Il problema
che maggiormente trattammo - ha sostenuto Segio - fu quello di garantire
l'incolumita' oltre che nostra, di chiunque si trovasse nella zona, dato
il quantitativo di esplosivo che andava impiegato". "Di conseguenza - ha
aggiunto - piegammo l'inizio dell' operazione vera e propria a questa esigenza
che consideravamo inderogabile". Il 3 gennaio, pero', qualcosa non ando'
secondo quanto sarebbe stato nelle intenzioni del "commando" terrorista
e Angelo Furlan, un pensionato rodigino, rimase ucciso dallo scoppio dell'auto-bomba
piazzata vicino al muro di cinta del carcere da Segio e compagni. Secondo
l'imputato, pero', la morte di Furlan era "non solo quanto di piu' lontano
dalle nostre intenzioni, ma anche facemmo di tutto, aumentando notevolmente
i rischi per noi stessi, perche' nulla di simile accadesse". Segio ha quindi
risposto alle domande del presidente Passarelli, evitando pero' di rivelare
i nomi dei membri del gruppo che non avessero gia' dichiarato le proprie
responsabilita'.
24 ottobre - La sentenza istruttoria per il rapimento di Roberto Peci,
assassinato dalle Brigate rosse il 3 agosto 1981 a Roma, e' stata depositata
dal magistrato inquirente dott. Anna Maria Abate. Non si conoscono con
precisione le motivazioni e le conclusioni tratte dal giudice istruttore,
ma pare comunque certo che abbia emesso numerosi mandati di cattura. Il
primo riguarderebbe Giovanni Senzani, indicato come capo del gruppo che
rapi' Peci a San Benedetto del Tronto il 12 giungo 1981; gli altri sarebbero
stati notificati a Stefano Petrella, Roberto Buzzati (ora nella lista dei
"pentiti"), Natalia Ligas, Susanna Berardi, Giuseppina Delogu, Luciano
Farina, Massimo Gidoni, Aleramo Virgili. Tutti sarebbero accusati di sequestro
di persona, associazione sovversiva e banda armata. Il magistrato avrebbe
indagato per ora solo sulla parte relativa al rapimento. Nel frattempo
i legali di alcuni degli accusati avrebbero deciso di impugnare i mandati
di cattura, giudicandoli illegittimi.
29 ottobre - I rapporti di Sergio Segio, ideatore dell' attentato al
carcere di Rovigo compiuto il 3 gennaio 1982 per far evadere Susanna Ronconi,
con la colonna milanese "Walter Alasia" delle Brigate rosse sono stati
illustrati oggi da Francesco Bellosi alla corte d' assise di Rovigo, nel
corso del processo contro i presunti responsabili dell' azione terroristica.
Bellosi ha ammesso di aver presentato all' interno della colonna brigatista
il progetto di evasione pensato da Segio, di cui era amico da alcuni anni.
In un primo tempo, ha rilevato l' imputato, la direzione della "Alasia"
aveva manifestato l' intenzione di partecipare direttamente all' azione,
per poi dichiararsi disponibile solo a fornire un appoggio logistico e
le armi. Queste ultime, secondo quanto ha sostenuto Bellosi, erano quelle
che egli stesso aveva portato in dotazione alla colonna al momento dell'
inizio della sua militanza Br. Dopo aver spiegato ai giudici i sistemi
usati dalla "Alasia" per nascondere le armi "pesanti" - fucili e mitra
- Bellosi ha detto che non gli risultava che Segio avesse intenzione di
entrare nelle Brigate rosse. Anzi, qualcuno delle Br, di cui non ha fatto
il nome, definiva Segio "la variante impressionista della lotta armata".
Da parte loro, Diego Forastieri e Paolo Cornaglia, ex membri di "Prima
linea", hanno presentato alla corte d' assise due memoriali di quattro
cartelle ciascuno. Forastieri ha sostenuto che i "nuclei comunisti", il
gruppo creato da Segio dopo la sua uscita da "Prima linea", "vivevano nella
totale mancanza di strutture interne, di gerarchie, di statuti e di regole
di militanza. Si reggevano - ha aggiunto - sull' affetto, sull' amicizia,
sul libero impegno". Cornaglia si e' limitato a leggere la memoria
difensiva, nella quale ha rilevato che la morte di Angelo Furlan - il pensionato
rodigino rimasto ucciso dallo scoppio dell' auto-bomba usata per aprire
una breccia nel muro di cinta del carcere - "getto' sgomento nel gruppo".
"Non abbiamo mai pensato di essere in una dimensione di guerra civile -
ha detto - tale da giustificare comportamenti indiscriminati".
29 ottobre - Per la prima volta a Milano, dopo l' apparizione nel processo
Taliercio a Mestre, Barbara Balzerani e' comparsa in un' aula di giustizia.
Per presentarsi nel bunker dove si celebra il processo d' appello alla
colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia", ha scelto l' udienza dedicata
alla requisitoria dell' accusa. Un chiaro segnale della volonta' del leader
delle Brigate rosse di non partecipare attivamente al processo, come dimostra
anche il suo rifiuto di parlare con i giornalisti. Nessun suo documento
e' giunto alla corte e il presidente ha solo preso atto del ritiro della
rinuncia a comparire. Maglione e pantaloni blu, scarpe da tennis, un ordinato
caschetto di capelli scuri, la Balzerani, detenuta a Voghera dal suo arresto
avvenuto nel maggio scorso, ha trascorso tutta l' udienza nella terza gabbia
insieme a un gruppo di imputati, Marcello Ghiringhelli con il quale ha
lungamente parlato, Adriano Carnelutti, Giuseppe Livraghi, Fausto Salvadori
e Patrizia Sotgiu che hanno sempre rifiutato la dialettica processuale.
Uno di loro, in primo grado, inneggio' all' omicidio del generale americano
Hunt, ucciso dalle brigate rosse, con lo slogan "dieci mille diecimila
Hunt". Nella gabbia accanto a quella che ha ospitato la Balzerani c' era
Mario Moretti, colui che, insieme alla donna, assunse nel 1979 la direzione
della colonna milanese su decisione dell' esecutivo nazionale delle brigate
rosse. Tra i due neanche uno sguardo a testimoniare - come ha detto un
altro imputato - che "in quest' aula le idee sui nostri percorsi sono molte
di piu' delle sette gabbie". Barbara Balzerani, che ha sulle spalle varie
condanne tra cui l' ergastolo per l' omicidio Moro, deve rispondere in
questo processo milanese dell' agguato di via Schievano in cui morirono
tre agenti della Digos. In primo grado e' stata condannata alla massima
pena aggravata da due anni di isolamento diurno. L' omicidio avvenne nel
gennaio del 1980, pochi mesi dopo il suo arrivo a Milano con il compito,
diviso con Moretti, di riorganizzare una colonna decimata dagli arresti
e disorganizzata dalla scoperta di alcune basi. Ma la permanenza milanese
dei due leader duro' meno di un anno: gia' nel luglio successivo, al vertice
nazionale di Tor san Lorenzo, le Br milanesi li accusarono di pessima conduzione
della colonna e diedero il via alla svolta operaista, al radicamento sempre
maggiore nelle fabbriche che segno' l' uscita della colonna milanese dall'
esecutivo nazionale. Quella svolta, guidata da Pasqua Aurora Betti, Vittorio
Alfieri ed altri, fu sanzionata con due omicidi. Caddero nelle strade di
Milano, nel novembre 1980, due dirigenti industriali, Renato Briano e Manfredi
Mazzanti. Il sostituto procuratore generale Franco Mancini ha cominciato
la sua requisitoria rievocando il sequestro di Hidalgo Macchiarini nel
1972. Mancini ha poi esaminato una serie di ferimenti datati 1977, tra
cui quello del direttore del "Giornale", Indro Montanelli. Per quel fatto
gia' un processo si e' celebrato e proprio sulla base di quella sentenza
l' accusa ha chiesto per due imputati la derubricazione del reato da tentativo
di omicidio a lesioni aggravate. Eguale richiesta il sostituto procuratore
generale ha formulato per Diana Calogero, Antonio Savino e Rino Cristofoli
condannati in primo grado per un tentativo di omicidio. Il procuratore
generale ha poi affrontato il primo degli omicidi messi a segno dalle Br
a Milano, quello del maresciallo degli agenti di custodia di San Vittore
Francesco Di Cataldo, ucciso nell' aprile 1978. L' accusa ha chiesto che
venga affermata la responsabilita' materiale di Valerio De Ponti, indicato
da un "pentito" che ha accusato gravi problemi psichici e del quale la
difesa ha spesso contestato l' attendibilita'.
30 ottobre - La commissione inquirente ha ascoltato la scorsa notte
alcuni "testimoni indiretti" nell' ambito dell' istruttoria sulla vicenda
dei finanziamenti che il ministro per il mezzogiorno dell' epoca Giacomo
Mancini (Psi) avrebbe fatto devolvere - secondo l' accusa - nel 1976 tramite
il Cerpet (un centro di ricerche sui problemi politici, economici e del
territorio) alla rivista "Metropoli". Nella precedente seduta il relatore
sen. Marcello Gallo (Dc) aveva chiesto l' archiviazione del "caso" , vista
"l' inconsistenza delle accuse", ma la commissione aveva deciso di proseguire
ulteriormente le indagini. Sono stati cosi' ascoltati Nicolo' Bozzo e Giampaolo
Ganzer, due ufficiali dei carabinieri che negli ultimi mesi del 1981 collaborarono
con il gen. Dalla Chiesa all' interrogatorio del brigatista "pentito" Michele
Galati, uno degli "accusatori" di Mancini. sia Ganzer che Bozzo hanno riferito
- a quanto si e' appreso dai commissari - che Galati non ha menzionato
fatti e circostanze precisi sull' ipotesi di reato a carico del ministro,
ma si e' limitato a dire che negli ambienti dell' eversione si parlava
"genericamente di rapporti tra Mancini e il terrorista Senzani". Galati,
secondo la ricostruzione fatta in commissione dai due ufficiali dei carabinieri,
avrebbe riferito che negli stessi ambienti terroristici si parlava anche
di un piano per il rapimento di un parlamentare calabrese, azione della
quale Mancini sarebbe stato a conoscenza. I commissari dell' inquirente
hanno sottolineato come, oltre a questi "si dice", nulla di concreto sia
emerso dall' audizione di Bozzo e Ganzer. Sono state poi ascoltate isabella
Ravazzi, gia' moglie del terrorista Enrico Fenzi, e Stefania Rossini, una
delle fondatrici del Cerpet. Ravazzi avrebbe escluso qualsiasi coinvolgimento
di Mancini nei presunti finanziamenti di "Metropoli" e avrebbe aggiunto
di aver conosciuto l' esponente socialista tramite amici comuni, "perche'
fautore di una linea garantista in un momento molto difficile". Secondo
Ravazzi, Mancini avrebbe comunque sempre condannato "molto duramente" il
terrorismo. Anche Stefania Rossini avrebbe scagionato Mancini, riferendo
di poter escludere che il Cerpet finanziasse movimenti o gruppi di qualsiasi
genere viste le difficolta' finanziarie nelle quali si trovava. L' inquirente
avrebbe anche deciso, a quanto si e' appreso, di ascoltare in carcere il
brigatista Valerio Morucci prima di decidere sulla vicenda Mancini - "Metropoli".
30 ottobre - La strage di via schievano, gli omicidi dei dirigenti industriali
Renato Briano e Manfredo Mazzanti e del direttore sanitario del policlinico
Luigi marangoni, il sequestro del dirigente dell'Alfa Romeo Renzo Sandrucci
fino alla rapina, nel 1983, a Lissone in cui venne ucciso il maresciallo
Valerio Renzi: e' il periodo, dal 1980 al 1983, piu' cruento delle Brigate
rosse milanesi quello che stamane e' stato rievocato al processo d'appello
alla colonna "Walter Alasia" dal sostituto procuratore Franco Mancini.
Piena fiducia nella ricostruzione degli omicidi va data, secondo l'accusa,
ai pentiti Michele Galli e Sergio Faggetti, ma non altrettanta considerazione
ha riscosso la dissociazione - maturata prima del processo e esternata
in aula con un lungo interrogatorio in cui ha fatto il nome di due partecipi
dell'omicidio Marangoni - di Ettorina Zaccheo, membro della brigata ospedaliera
e condannata in primo grado all'ergastolo per il concorso morale negli
omicidi Renzi e Marangoni. Secondo l'accusa, la sua responsabilita' nell'
omicidio del direttore sanitario del policlinico, ucciso nel febbraio del
1981, e' "piena, totale, assoluta": fu lei a preparare la schedatura, a
parlare con De Maria, uno dei responsabili materiali di quel fatto. "Non
abbiamo riscontri - ha detto Mancini - per dimostrare, come la Zaccheo
sostiene, che era d'accordo su un ferimento e non sull'omicidio". secondo
l'accusa, che ha escluso la possibilita' di concedere alla Zaccheo le attenuanti
dell' articolo quattro, ci sono i motivi per confermare la sentenza di
primo grado:"la Zaccheo ebbe una responsabilita' anche nell'omicidio del
maresciallo Renzi. puo' darsi - ha detto il sostituto procuratore generale
- che non sapesse dove si sarebbe effettuata quella rapina poi cosi' tragicamente
finita, ma non dimentichiamo che approvo' il programma di finanziamento
delle Br attraverso quelle azioni e che, all' epoca, conviveva con uno
degli esecutori materiali dell'omicidio". Demolita dunque la dissociazione
della Zaccheo che aveva inviato ai giudici un lungo memoriale di autocritica,
il pubblico ministero ha fornito una chiave che lascia prevedere diminuizione,
anche notevoli, nelle richieste di condanne per gli imputati del sequestro,
datato giugno 1981, dell'ingegnere Renzo Sandrucci dell'Alfa Romeo. Dissentendo
dai giudici di primo grado che avevano accettato l'impostazione dell'accusa
che aveva chiesto per quel fatto una pena base di 25 anni di reclusione,
il sostituto procuratore generale ha sostenuto la necessita' di applicare
la diminuente prevista per coloro che si adoperano per il rilascio dell'ostaggio.
"Ci fu una volonta' collettiva - ha detto il sostituto procuratore generale
- di liberare Sandrucci e questo dato va tenuto in considerazione". La
diminuente sollecitata dall'accusa prevede una pena base tra i due e gli
otto anni di reclusione e potrebbe, qualora la corte seguisse questa impostazione,
diminuire di molto la pena di imputati come Marta Vedovelli, Ada Negroni,
Antonio Piaella, Roberto Trombin e altri cui il sequestro Sandrucci e'
stato contestato come il reato piu' grave. Anche oggi e' comparsa in auala
Barbara Balzerani, che nella terza gabbia ha continuato a discutere con
i suoi compagni prestando poco ascolto alla rievocazione, da parte dell'accusa,
di fatti che, in qualche caso, la videro protagonista.
31 ottobre - La conferma dei 19 ergastoli inflitti in primo grado e
gli sconti di pena per i partecipanti al sequestro dell'ingegnere dell'Alfa
Romeo Renzo Sandrucci e per alcuni "pentiti" sono i punti sostanziali delle
richieste del sostituto procuratore generale al processo d'appello a 100
imputati della colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia". Soprattutto
l'allineamento sulla prima sentenza rispetto agli ergastoli ha provocato
reazioni sorprese nell'aula: il procuratore generale ha infatti sostenuto
che, pur avendo apprezzato i segnali di dissociazione venuti da alcuni
degli imputati condannati alla massima pena, l'incertezza sul loro reale
ravvedimento non consente l'applicazione delle attenuanti generiche. Secondo
il procure generale dovranno scontare il carcere a vita aggravato da periodi
di isolamento diurno tutti coloro che sono accusati degli otto omicidi
attuati dalla colonna: non solo Mario Moretti, Barbara Balzerani, Nicola
Giancola, Lauro Azzolini, Roberto adamoli, Diana Calogero, Valerio De Ponti,
Nicolo' De Maria, Sergio tornaghi, Pasqua Aurora Betti, Maria Carla Brioschi
ma anche Vittorio Alfieri, Franco Bonisoli, Mario Protti, Vincenzo Scaccia,
Antonio Savino, Ettorina Zaccheo, Maria Rosa Belloli e Samuele Zellino
che, seppur con sfumature e gradazioni diverse, hanno offerto importanti
squarci di dissociazione nei loro interrogatori. "Per questo magistrato
la dissociazione dalla lotta armata non esiste. Non si poteva fare di peggio
contro il processo di superamento del terrorismo". E' stato il commento
di Marcello Gentili, difensore della dissociata Ettorina Zaccheo. il sostituto
procuratore generale, motivando queste richieste, ha sottolineato la mancanza
di strumenti giuridici per apprezzare, in termini di pena, la dissociazione
e ha sostenuto che i giudici non possono supplire a questo vuoto legislativo.
anche riguardo a posizioni processuali meno gravi, l'accusa non ha tenuto
particolarmente in conto la condotta processuale. Gli sconti di pena, talvolta
consistenti, sono stati ad esempio applicati a tutti i partecipanti al
sequestro Sandrucci indipendentemente dalla loro posizione e in virtu'
di una norma che prevede un abbassamento della pena base per coloro che
si adoperano alla liberazione dell'ostaggio. Secondo il procuratore generale
dovranno per questo motivo essere condannati a 20 anni di reclusione invece
che ai 30 avuti in primo grado Adriano Carnelutti, Gaetano Bognanni, Roberto
Trombin, Ada Negroni, Mauro Ferrari, Francesco Pagani Cesa. ancora piu'
consistente la riduzione per Daniela Rossetti (da 30 a 16 anni), Marta
Vedovelli (da 30 a 18 anni) e Angelo Ferlicca (da 28 a 16 anni). Altri
criteri che hanno consentito al rappresentante dell'accusa di chiedere
pene piu' basse sono stati la derubricazione di tre tentativi di omicidio
in lesioni aggravate, la contestazione della partecipazione e non dell'
organizzazione della banda armata e il criterio della continuazione con
altre sentenze gia' passate in giudicato. Per quanto concerne la schiera
dei "pentiti", il sostituto procuratore generale ha chiesto la conferma
della sentenza di primo grado per Michele Galli, condannato a 15 anni e
sei mesi per la sua partecipazione all'omicidio del direttore sanitario
del policlinico di Milano e al triplice omicidio di via Schievano, Giuseppe
Piccolo (4 anni per un ferimento) e Bernardino Pasinelli condannato a 10
anni e sei mesi per l' omicidio del maresciallo Valerio Renzi. Il riconoscimento
del contributo eccezionale dato alle indagini e conseguenti sconti di pena
sono stati sollecitati per Vincenzo Del Core (da 4 anni a 1 anno e otto
mesi), Ivan Formenti (da 12 a 10 anni per l'omicidio Renzi) Sergio Faggetti
(da 8 anni e sei mesi a 5 anni per l'omicidio di Manfredo Mazzanti).
31 ottobre - "Non sono mai stato il professore di italiano di nessuno.
dal giugno 1982 ero in isolamento nel carcere di Ascoli Piceno e con Ali'
Agca, che era in isolamento in un' altra cella dello stesso braccio, non
c' e' mai stata alcuna socialita', tranne qualche generica chiacchiera
da cella a cella che poi ho interrotto quando Agca ha detto che voleva
essere considerato il piu' pentito dei pentiti, segnalando anzi la stranezza
di quella contiguita'. Non ho mai avuto nulla a che fare con i provocatori".
lo ha detto Giovanni Senzani, il criminologo responsabile del "fronte
delle carceri" delle Brigate rosse, parlando con i giornalisti durante
una pausa della prima udienza del processo per l' attivita' del "Comitato
rivoluzionario toscano" delle Br. Senzani ha anche parlato del caso Cirillo.
"Su questa vicenda - ha detto - devo precisare che le tresche che vengono
fuori in continuazione non mi riguardano e non riguardano i rivoluzionari
e le Brigate rosse. Ribadisco quanto avevano detto in un documento le Br
napoletane: avevamo espropriato alla grande famiglia Dc un miliardo e 450
milioni di lire. E ripeto che nel luglio 1981 Cirillo sarebbe stato rilasciato
in ogni caso. LOe altre verita' non ci riguardano: se qualcuno ha cercato
di stabilire un aggancio con le Br ha rivelato solo la sua stupidita'.
Le forze rivoluzionarie nel loro percorso non hanno mai cercato o voluto
mediazioni. Gli intrallazzi non sono problemi nostri". E' la prima volta
dal momento del suo arresto che Senzani compare in un' aula di giustizia.
Jeans e un giubbetto rosso, un paio di baffetti, l' aria apparentemente
tranquilla e sorridente, e' stato fatto entrare da solo nella gabbia numero
uno e dopo l'appello degli imputati e la costituzione delle parti ha chiesto
inutilmente la parola al presidente della corte d' assise Pietro Cassano,
che lo ha ripetutamente zittito minacciando anche di farlo espellere dall'
aula. "Volevo chiedere - ha poi spiegato ai giornalisti durante la pausa
- di essere messo insieme agli altri imputati detenuti", sette in tutto,
visto che il "pentito" Giovanni Ciucci, l' ex carceriere di Dozier che
con le sue dichiarazioni diede il via allo smantellamento del "Comitato
rivoluzionario toscano", ha preferito rinunziare a comparire. Si presentera',
si e' appreso, solo il giorno del suo interrogatorio poiche' non sarebbe
stato possibile trovargli una sistemazione adeguata nel carcere fiorentino.
"A Sollicciano - ha proseguito Senzani - siamo in isolamento tutti nello
stesso settore ma non ci consentono di fare l' aria insieme". Il criminologo
ha poi parlato degli avvenimenti europei sostenendo una "continuita' del
processo rivoluzionario" che segnerebbe "un superamento del vecchio modo
di vedere l' internazionalismo". Senzani ha poi accusato i mezzi di informazione
di aver messo in atto "una scandalosa campagna che ha tentato di distruggere
una identita' per attaccare l' intera esperienza rivoluzionaria delle Br",
campagna che avrebbe anche nascosto il trattamento carcerario riservatogli.
"Tre anni di isolamento e poi la deportazione a Pianosa: un trattamento
- ha detto - che certo non mi impressiona, anche perche' vi sono proletari
sconosciuti trattati peggio di me nei 'braccetti della morte' che il ministero
della giustizia dice sempre di voler chiudere e che rappresentano una pura
deterrenza". Infine se l' e' presa anche con i radicali: "Pannella - ha
detto - ha dato voce a una campagna di stampa sul presunto pericolo di
una mia scarcerazione entro la fine di novembre proprio mentre stavano
per deportarmi a Pianosa. Dovrebbero essere piu' seri i radicali, visto
che il tema di una corretta informazione e' uno dei punti centrali del
congresso in corso a Firenze". Nel processo Senzani e' accusato di una
serie di reati in relazione all' attivita' del "comitato" , ma non gli
sono stati contestati quelli associativi per cui e' sotto inchiesta a Roma.
L' udienza e' stata interamente dedicata alla discussione di alcune eccezioni
preliminari che la corte, dopo oltre due ore di camera di consiglio, ha
respinto.