Caso MORO: 
novita' maggio-ottobre 1985

6 maggio - Valerio Morucci ed Adriana Faranda sono stati trasferiti nel pomeriggio dal carcere di Rebibbia al palazzo di giustizia per essere interrogato dal giudice istruttore Ferdinando Imposimato. Secondo indiscrezioni durante il colloquio il magistrato ha ripreso con i due terroristi il discorso interrotto prima del processo d' appello per l' omicidio di Moro, allo scopo di ricostruire con loro gli "anni di piombo" culminati nella strage di via Fani.

16 maggio - Il settimanale "L'Espresso" pubblica le anticipazioni rivelazioni di Luciano Barca su tre incontri segreti avvenuti nel 1971 e nel 1978 tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro in casa del consigliere di stato Tullio Ancora che saranno contenute nel volume "Enrico Berlinguer" che sara' pubblicato dall' "Unita'". Nel primo incontro segreto tra i due uomini politici, avvenuto nel dicembre 1971, durante le elezioni per il presidente della repubblica, Berlinguer fece presente a Moro che occorreva cercare uno sbocco alla questione del Quirinale, e annuncio' che i parlamentari del Pci erano pronti a votare o il nome di Moro o quello di Zaccagnini. Secondo il racconto che Barca fa dell'incontro, Moro allargo' le braccia, come a dire che non dipendeva da lui. Difatti - commenta Barca - i gruppi parlamentari Dc gli rifiutarono la candidatura e scelsero Giovanni Leone. Questo incontro tra Moro e Berlinguer, sempre secondo la testimonianza di Luciano Barca, servi' comunque ad avviare un dialogo che sarebbe andato avanti fino al rapimento del leader Dc. In quel colloquio Moro - riferisce Barca - disse che "le spinte dei comunisti non si possono ignorare", pero' non giudicava possibile un governo comprendente Dc e Pci, aggiungendo: "si puo' decidere qualunque cosa ma a condizione che la Dc resti unita". Durante il secondo incontro, avvenuto il 5 gennaio 1978, al tempo in cui i comunisti avevano chiesto di entrare nel governo, Berlinguer "fa presente a Moro che la democrazia non potra' mai essere compiuta se i partiti che hanno dato vita alla costituzione repubblicana non vengono posti sullo stesso piano nel governo del paese. Moro prende tempo, dice di voler consultare la Dc e gli altri partiti". Il terzo incontro avvenne il 16 febbraio 1978, alla vigilia della formazione del governo di solidarieta' nazionale. secondo il racconto di Barca, "Berlinguer sfida Moro a impegnarsi direttamente nella battaglia. Non si tratta tanto di sapere se il leader storico della Dc e' disposto o no a presiedere personalmente il governo (anche se Berlinguer fara' un accenno esplicito in questo senso), ma di sapere se intende o no assumere la direzione nel difficile passaggio dalla democrazia 'difficile' perche' incompiuta e mutilata a una democrazia compiuta in cui, affrontati insieme alcuni nodi strutturali, il gioco democratico possa svilupparsi nella pienezza dei ruoli che ogni partito intendera' liberamente assumere senza vincoli esterni e ideologiche preclusioni". "Moro - racconta ancora Luciano Barca - esita. da' atto a Berlinguer dei titoli che il Pci ha conquistato, e convinto della necessita' di una forma abbastanza lunga di collaborazione fra tutti i partiti su cui pesa la responsabilita' storica della difesa della repubblica. Ma e' preoccupato delle resistenze del suo partito, aggravatesi dopo il rifiuto liberale ad andare oltre la definizione comune di alcuni punti programmatici". Berlinguer "sostiene che e' necessario uscire dai compromessi striscianti, dagli accordi fatti alla bouvette di montecitorio e affrontare alla luce del sole quella che Moro ha definito la questione centrale dell'attuale fase. Moro alla fine annuncia la sua decisione, maturata, forse, gia' nella prima fase dell'incontro: scendera' in campo personalmente e sosterra' personalmente nei gruppi parlamentari Dc la necessita' dell'ingresso a pieno titolo del Pci nella maggioranza governativa". E cosi' termina il colloquio. Moro - riferisce Barca - chiede a Berlinguer se e' venuto con la scorta della polizia. "Enrico risponde che e' venuto senza e Moro lo rimprovera: 'devi fare attenzione, anche se le precauzioni valgono relativamente'".

17 maggio - Sara' il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, che indaga sul traffico di armi intercorso tra le Brigate rosse e alcune organizzazioni della resistenza palestinese, a condurre l' inchiesta giudiziaria avviata a Roma per rivelazioni di segreti di stato contro il colonnello Stefano Giovannone, ex responsabile del Sismi a Beirut, e l' appuntato Damiano Balestra, in servizio presso l' ambasciata italiana in Libano. Lo hanno deciso oggi i giudici della prima sezione penale della Corte di cassazione risolvendo un conflitto di competenza sollevato dai difensori dell' ufficiale dei carabinieri. Secondo gli avvocati, l' indagine, che nel giugno dello scorso anno aveva portato anche all' arresto di Giovannone e di Balestra, doveva essere sottratta alla magistratura romana in quanto strettamente connessa con quella svolta a Venezia sul traffico di armi tra Br e Olp. Nell' ambito di questa inchiesta, nel febbraio scorso, il dott.Mastelloni emise contro Giovannone un mandato di cattura per favoreggiamento aggravato e corruzione. Prima di inviare al collega di Venezia gli atti contro Giovannone e Balestra, il consigliere istruttore di Roma Renato Squillante dovra' provvedere a stralciarli dall' inchiesta alla quale erano stati allegati, quella relativa alla scomparsa, avvenuta in Libano nel settembre del 1980, dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni. La corte di cassazione ha riconosciuto con la sua ordinanza che i fatti contestati al col. Giovannone ed all' appuntato balestra sono gli stessi sia nel procedimento condotto a Roma sia in quello affidato al giudice Mastelloni di Venezia. In entrambi i casi, infatti, Giovannone e' stato accusato di aver informato i palestinesi dell' arrivo a Beirut, nel marzo del 1981, di due funzionari dell' Ucigos inviati da Roma per indagare sulla vicenda del traffico d' armi e sulla scomparsa dei giornalisti. l' esponente del Sismi avrebbe saputo di quella missione, che era stata organizzata nel massimo riserbo, corrompendo l' appuntato che, poiche' lavorava al servizio trasmissioni dell' ambasciata italiana a Beirut, era al corrente di quanto stava per avvenire. La missione in Palestina dei funzionari della polizia italiana era stata decisa per cercare di far luce sui rifornimenti di armi alle Br, a "Prima linea" e ai "cocori", i "comitati comunisti rivoluzionari". lo stsso giorno della partenza dall' Italia dei due funzionari, pero', fu annunciato che un esponente palestinese, durante una conferenza stampa, aveva dato notizia dell' arrivo degli emissari della polizia italiana, a suo avviso, incaricati di attentare alla vita di esponenti dell' Olp.

20 maggio - Processo contro le Brigate rosse venete e friulane: gli anni dell' arrivo dei primi brigatisti nel veneto per formare una "colonna" e i ruoli di intermediari svolti da alcuni sconosciuti nel passaggio di documenti brigatisti dall' esterno verso i terroristi detenuti, sono i temi che caratterizzano l' udienza. Conclusi gli interrogatori degli imputati - grande assente Mario Moretti - il dibattimento e' ripreso con l' inizio delle deposizioni dei testimoni, complessivamente una quindicina. Giancarlo Sanna ha rilevato che, per quanto di sua conoscenza, Moretti e compagni dopo gli incontri in parlatorio portavano in cella documenti provenienti dall' esterno. Il teste, comunque, ha sostenuto che il legame tra i colloqui e i documenti era una sua deduzione personale. Alfredo Bonavita ha ripercorso i primi anni dell' attivita' nel Veneto, da quando cioe' lui venne trasferito da Torino a Verona con il compito di prendere contatti per costituire una "colonna" Br. Riguardo ai rapporti tra le brigate rosse milanesi e il gruppo della "brigata Ferretto" , Bonavita ha detto di non sapere molto, ma di aver sentito parlare della "brigata Ferretto" come di un gruppo separato rispetto alle Br. Il maggiore dei carabinieri Giampaolo Ganzer ha quindi ricordato le fasi principali delle indagini compiute dai militari nella regione dopo che era stata accertata una presenza brigatista. l' ufficiale ha anche reso noto di aver ricevuto l' incarico di seguire il fenomeno terrorista dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

20 maggio - altri sei mandati di cattura sono stati emessi in seguito alle rivelazioni di Mario Marano, il terrorista pentito della brigata "28 marzo". I provvedimenti, adottati dai giudici istruttori Maurizio Grigo e Guido Salvini, riguardano lo stesso Marano e Francesco Giordano (pure facente parte del commando che uccise Tobagi), il medico Guglielmo Guglielmi e Livia Schiller, entrambi latitanti, e altre due persone di cui nono sono stati resi i nomi. Sono accusati di partecipazione nell' ambito della campagna dalle Ucc (unita' comuniste combattenti) contro i centri di formazione quadri, alla centrale dell' universita' bocconi e al isgo, avvenute nel marzo e nell' aprile 1977. In quelle circostanze furono sottratti i documenti che qualcuno cerco' di passare  alle Brigate rosse ( e in particolare Brioschi e a Cristofoli) ma ad un certo punto le trattative si arenarono e non se ne fece nulla. Attraverso le dichiarazioni di Marano si e' poi stabilito con quale rivoltella fu ferito il giornalista Guido Passalacqua del quotidiano la "Repubblica". La canna di quell'arma proveniente dal disarmo di un vigile avvenuto nel marzo 1978, servi' poi per il mortale agguato a Tobagi. Sempre grazie alla collaborazione del terrorista pentito (definita dagli inquirenti "totale e preziosissima ") sono state ricostruite le responsabilita' in alcune rapine e si e' fatta luce sugli stratagemmi ai quali Giordano e Guglielmi avrebbero fatto ricorso per spedire dagli Stati Uniti all' Italia armi di vario genere.

22 maggio - La formazione di Aldo Moro in relazione al suo impegno politico e' stato l' argomento di un colloquio promosso dalla "accademia di studi storici Aldo Moro", alla "Domus Mariae".

28 maggio - E' scomparso da Udine Vanni Mulinaris, il professore udinese dirigente della scuola di lingue parigina "Hyperion", 38 anni, arrestato il 2 febbraio 1982 per partecipazione a banda armata. Era agli arresti domiciliari dal 23 giugno dello scorso anno dopo uno sciopero della fame durato 33 giorni "per provare - come egli stesso aveva detto - l' innocenza e l' estraneita' ad un traffico d'armi tra le Brigate rosse e un gruppo palestinese". Secondo quanto hanno precisato i suoi familiari, Mulinaris si sarebbe allontanato da casa questi mattina. "Siamo costernati - ha detto il padre - ha scelto questa strada senza dirci niente. Nei giorni e nei mesi scorsi non aveva mai manifestato la sua intenzione di lasciare Udine. Da stamane, invece, non abbiamo notizie, non sappiamo dove sia andato. siamo immersi in un profondo dolore". Alla vicenda "umana" di Mulinaris si era interessato anche l' Abbe' Pierre, il fondatore della comunita' Emmaus.

29 maggio - con diversi inasprimenti di pena si e' concluso il processo di secondo grado nei confronti di 33 persone accusate a titolo vario di avere fatto parte della colonna genovese delle Brigate rosse. La corte d'assise d'appello di Milano, dopo quattro ore di camera di consiglio, ha sostanzialmente accolto le conclusioni della pubblica accusa e, applicando una nuova aggravante, ha proporzionalmente aumentato le condanne inflitte tre anni fa dalla corte d'assise di Genova. il processo era finito a Milano in seguito alla decisione delle corte di cassazione di annullare il giudizio di secondo grado, non essendo stata applicata in quell'occasione l'aggravante prevista dall'art. 1 della legge del 1979 relativa alle finalita' di terrorismo. Tra le posizioni piu' gravi della causa quella del capocolonna Franco Lo Bianco, la cui condanna e' stata portata da 19 a 25 anni e quattro mesi, quella di Livio Baistrocchi (da 18 anni a 23 anni e nove mesi), quella di Lorenzo Carpi (da 16 a 22 anni) e quella di Leonardo Bertulazzi (da 14 a 19 anni). Proporzionalmente inasprita anche la pena per Caterina Picasso, una donna di 78 anni soprannominata a Genova la "nonnina delle Brigate rosse", che in primo grado aveva avuto tre anni e quattro mesi e ora ha ricevuto 5 anni e otto mesi.

31 maggio - La prima sezione della corte di cassazione annulla parte della sentenza con la quale, in sede di appello, si concluse il processo contro gli esponenti delle Unita' comuniste combattenti (ucc), perche' per il solo fatto di appartenere a un'associazione criminale o sovversiva non si puo' rispondere sotto il profilo morale, dei delitti commessi dai singoli appartenenti all' organizzazione. in base a questo criterio. La cassazione, in base alla nuova interpretazione, ha annullato le condanne inflitte per concorso morale in tentativo di omicidio per un gruppo di imputati, tra cui Ina Maria Pecchia, Antonio Campisi, Alma Chiara e Anna Rita D'Angelo. Per altri accusati si rifara' invece il processo per la mancata concessone della attenuanti generiche o per riesaminare la loro posizone processuale, come per Andrea leoni che fu condannato in primo grado a 30 anni di reclusione e in appello a 14 quale capo delle "ucc".

6 giugno - Processo contro i 71 appartenenti della "colonna" napoletana di "Prima linea": Gino Aldi, ex "piellino", passato poi a far parte delle "brigate rosse" ed arrestato nel 14 gennaio del 1982 a Roma, nel corso dell'operazione che porto' anche alla cattura di Giovanni Senzani, parla del rapimento Cirillo. Aldi si penti' quasi subito dopo l' arresto e contribui' in maniera rilevante, nei verbali di interrogatorio a ricostruire le ultime azioni dei due gruppi terroristici, dei quali aveva fatto parte. Fu proprio il sequestro Cirillo, secondo Aldi, a causare la frattura tra i due gruppi delle "Br". "Seppi che per la liberazione di Cirillo - ha detto aldi - l' organizzazione ebbe alcuni miliardi e che la trattativa fu fatta per mettere in difficolta' la Dc che fu costretta a trattare e a finanziare la rivoluzione". Il denaro secondo quando Aldi avrebbe appreso da Ennio Di Rocco - un brigatista ucciso nel carcere di Trani dai suoi ex compagni per essersi pentito subito dopo l'arresto - "sarebbe stato versato da un gruppo di costruttori napoletani per interessamento di esponenti democristiani".

10 giugno - La notizia del ritorno di Patrizio Peci nel carcere di Alessandria (dove era stato gia' detenuto nel 1981, sino alla scarcerazione ottenuta per la sua collaborazione con la giustizia), non trova conferme ufficiali. Il direttore del carcere dott. castoria e' "fuori sede" ed il suo sostituto ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di fare dichiarazioni in sua assenza. Un funzionario della questura di Alessandria conferma invece che Peci e' in carcere ad Alessandria, a quanto pare, gia' da circa un mese, per scontare una condanna inflittagli a suo tempo dalla corte d'assise di Ancona, forse per detenzione di armi. "ma non sappiamo esattamente - ha detto il funzionario della questura - quanti mesi debba scontare, certamente comunque non meno di sei o sette". risulterebbe (ma anche questo elemento non trova conferma) che, scontata questa pena "minore", Patrizio Peci debba scontarne un'altra all'incirca della medesima durata, per un reato analogo o simile. Il difensore dell'ex terrorista, avv. Aldo Albanese di Torino, ha ammesso che il suo assistito "si trova da 20-25 giorni nuovamente in carcere", ma non ha voluto precisare di quale citta'. Secondo l'avv. Albanese, Peci puo' usufruire dei benefici previsti dall'articolo quattro della legge sui pentiti e, quindi, ottenere il cosiddetto "cumulo giuridico", cioe' sommare alla condanna maggiore (8 anni per terrorismo) un quinto delle pene meno gravi (un paio d'anni in tutto): "i giudici gli hanno gia' condonato due anni di prigione - ha proseguito il legale - e tre li ha gia' scontati. fra poco, dunque, Peci potrebbe aver gia' espiato piu' di meta' della pena e ottenere la liberta' condizionale". Albanese ha anche annunciato che con ogni probabilita' Peci chiedera' la grazia al capo dello stato "perche' esiste gia' il precedente di Fiora Pirri".

11 giugno - Il pubblico ministero Domenico Sica, nella requisitoria scritta con la quale, a conclusione di una lunga inchiesta sul mondo della criminalita', chiede il rinvio a giudizio di ventotto persone, tra cui Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Pippo Calo', Florent Ravello Ley, Francesco Pompo', riferisce tra l' altro che durante il sequestro Moro, Carboni sostenne di essere latore di un messaggio degli ambienti direttivi della mafia siculo-americana e prospetto' un incontro a Roma con uno dei capimafia in un ufficio della procura generale. La trattativa in seguito si sarebbe arenata per il disinteresse manifestato dalla mafia per la vicenda Moro.

11 giugno - Il pubblico ministero Gabriele Ferrari, impegnato da cinque udienze nella requisitoria nel processo contro le Brigate rosse venete e friulane, in corso davanti alla corte d'assise di Venezia dice che "e' provato il ruolo di spicco avuto a tutti i livelli da Mario Moretti all'interno delle Brigate rosse. La sua partecipazione, poi, nel Veneto e' dimostrata. Ritengo quindi che l'imputato debba essere ritenuto penalmente responsabile dei reati associativi ascrittigli e del sequestro dell'ing. Giuseppe Taliercio". Per Michele Galati, che "ha fornito contributi sempre eccezionali" alle diverse indagini sulle Brigate rosse, Ferrari ha proposto l' applicazione dell'articolo tre della legge sui "pentiti".

15 giugno - Il "Messaggero dei ragazzi", un settimanale cattolico edito a Padova pubblica un fumetto sul sequestro Moro, dalla strage di via Fani al ritrovamento del cadavere in via Caetani. La sceneggiatura del fumetto (che ha il titolo "i 55 giorni di Aldo Moro") e' di Piero Zanotto, i disegni di Giorgio Trevisin.

17 giugno - L' agenzia giapponese Kyodo scrive che i servizi segreti giapponesi sarebbero propensi a credere che il fantomatico terrorista "Carlos" prese parte al sequestro e all' assassinio di Aldo Moro nel 1978 in stretta collaborazione con le "brigate rosse". Secondo la "Kyodo", che cita non meglio precisati "alti funzionari dei servizi di sicurezza", "Carlos entro' clandestinamente in Italia, diresse l' operazione di sequestro e poi' spari' dopo la messa a morte dello statista".

18 giugno - Depositate le motivazioni della sentenza del processo d' appello (14 marzo) del processo per la strage di via Fani e il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. In 440 pagine il consigliere Giovanni Casu, che fu "giudice a latere" nel processo e che ha redatto la motivazione della sentenza, ricorda i fatti di cui la corte si e' occupata, esamina le singole posizioni di 59 imputati, analizza le fasi della decisione, della preparazione e dell' esecuzione dell' agguato in via Fani e spiega le ragioni per cui i giudici ridussero da 32 a 23 gli ergastoli inflitti ai brigatisti. La premessa di tutto il discorso dei giudici e' che "la corte ha sempre ed in ogni caso tenuto presente e si e' informata strettamente al principio generale ed inderogabile della responsabilita' personale e, nel determinare le pene, si e' attenuta ai criteri indicati nell' art. 133 del codice penale, relativo al grado della colpa ed alla condotta contemporanea e susseguente ai reati". Sgombrato cosi' il campo dalle tante polemiche sulla questione del " concorso", la corte, nel capitolo dedicato alle responsabilita' nella strage in via Fani, afferma che "al delitto partecipano materialmente Moretti, Gallinari, Morucci, Fiore, Bonisoli, Seghetti e Balzerani", ma " ne sono responsabili anche Azzolini e Micaletto quali componenti del 'comitato esecutivo'; Nicolotti e Piancone quali componenti del 'fronte nazionale'; Braghetti, Mariani, Marini, Spadaccini, Triaca, Piccioni, Savasta, Cacciotti, libera, Piunti e Cianfanelli", in quanto e' stato confermato nel processo che, per quell' azione, "tutte le brigate furono mobilitate al massimo". Perche' i giudici credono a Morucci sulla ricostruzione dell' agguato e sul numero dei partecipanti? "mancano elementi di riscontro per ritenere false o veritiere le sue affermazioni - scrive il dott. Casu - ma la sua ricostruzione dell' azione non contrasta con i rilievi tecnici e con le deposizioni testimoniali ed anzi, sembra corrispondere  meglio alle esigenze operative". I giudici non sono d' accordo pero' con Morucci e con la Faranda a proposito della casualita' nella scelta del giorno per il sequestro dello statista. A parte il fatto che " gli incaricati del furto delle auto furono rimproverati perche' tre giorni prima di quella data non era stata ancora procurata la '132' che doveva servire per il trasporto di Moro", tutto ha confermato che il "commando" divenne "operativo" per la prima volta proprio quel giorno e "i preparativi furono affrettati per poter compiere l' azione proprio in quel preciso giorno, in cui veniva presentato alle camere il nuovo governo di solidarieta' nazionale per il cui varo lo statista democristiano aveva lavorato". I giudici ribadiscono, poi, che "unico obiettivo delle Br con il sequestro era il riconoscimento politico dell' organizzazione, anche solo da parte della Dc perche' cio' avrebbe portato quel partito ad un cedimento verso le Br e, quindi, ad un irreparabile declino politico". Per la corte d' assise d' appello e' certo, comunque, che " fu un gruppo ristretto di uomini ad avere nelle proprie mani la vita e la morte di Aldo Moro" . Soltanto qualche accenno nel documento, alla "prigione", per la cui localizzazione non si sono fatti passi avanti, e ai " contrasti nella gestione del sequestro" durante i 55 giorni. Particolare attenzione, nell' esame delle singole posizioni e' stata dedicata, naturalmente, ai due principali protagonisti del giudizio di secondo grado, Valerio Morucci ed Adriana Faranda, che hanno evitato l' ergastolo - entrambi sono stati condannati a 30 anni - proprio grazie alla collaborazione offerta alla corte. Per quanto riguarda la donna, i giudici rilevano che, "anche se si esclude la sua partecipazione materiale alla strage sulla base di quanto dice Morucci, ella deve ritenersi responsabile anche della morte di Moro perche' , avendo deciso con i correi il sequestro per conseguire precisi risultati politici, era assolutamente prevedibile che la sorte del sequestrato sarebbe stata legata a quegli obiettivi". Secondo la corte " lei e Morucci erano perfettamente consapevoli che l' on. Moro sarebbe stato ucciso in caso di mancata accettazione delle condizioni poste dalle Br". D' altronde "nessuna rilevanza giuridica assume il presunto dissenso espresso all' interno delle Br per l' uccisione di Moro perche' - scrivono i giudici - l' imputata non ha fatto tutto il possibile (uscita immediata con conseguente denuncia alla polizia) per evitare l' evento". L' equivalenza delle attenuanti generiche con le  aggravanti,  che ha consentito ad entrambi i " dissociati" di evitare il carcere a vita, e' stata concessa per il  "considerevole apporto nella ricostruzione dei fatti" e perche' " con le loro dichiarazioni hanno confermato la veridicita' delle altre fonti di prova".

18 giugno - Si apprende che Valerio Morucci ed Adriana Faranda sono stati nuovamente interrogati tra la fine di maggio ed i primi di giugno dal giudice istruttore Ferdinando Imposimato che, attraverso le dichiarazioni dei due "dissociati", sta cercando di individuare con certezza l' appartamento che servi' alle Brigate rosse come "prigione" per l' on. Aldo Moro. I due brigatisti che, durante i 55 giorni del rapimento fecero da "postini", recapitando le lettere dello statista e i comunicati dell' organizzazione eversiva, hanno ribadito di non essere mai stati informati del luogo dove era tenuto prigioniero il presidente della Dc, ma hanno elencato una serie di appartamenti e "covi" che la "colonna romana" aveva a disposizione in quel periodo. In particolare hanno parlato di un appartamento in via Chiabrera, affittato nel settembre 1976 e abbandonato verso la meta' del 1978, di una casa in via del Casaletto dalla parte della circonvallazine gianicolense, di un "covo" in largo Valsugana e di un appartamento in via Conca d' oro, ai Prati fiscali. Entrambi i brigatisti, comunque, hanno ricordato al giudice di aver "insistito" successivamente alla conclusione della vicenda da varie circostanze riferite da Mario Moretti che la "prigione" era stata allestita nell' appartamento in via Montalcini 8, nel quartiere portuense, intestato ad Anna Laura Braghetti.

18 giugno - Due giornalisti dell' agenzia Kyodo, riferendo di averlo appreso da "fonti sicure ad altissimo livello", riferiscono all' Ansa che il rapimento di Aldo Moro sarebbe stato proposto alle Brigate rosse da Carlos, il terrorista di origine venezuelana ricercato dalle polizie di mezzo mondo come uno dei capi di varie organizzazioni internazionali. "Non possiamo rivelare la fonte - hanno detto i due giornalisti che hanno voluto mantenere l' anonimato -  ma si tratta di un dato certo raccolto attraverso piu' canali d' informazioni". I due cronisti hanno lasciato intendere che all' origine delle rivelazioni esclusive della Kyodo potrebbero esserci come "fonti sicure"  o i servizi di sicurezza della polizia, o il ministero degli esteri o l' ufficio del primo ministro. "Non si puo' escludere neppure - hanno aggiunto -  anche se non possiamo confermarlo che la "soffiata" provenga, per vie indirette, dallo stesso Carlos". Secondo le fonti della Kyodo, la "Carlos connection" nel delitto Moro e' emersa nel corso di una revisione generale delle autorita' dei servizi di sicurezza giapponesi sui legami internazionali del terrorismo nella seconda meta' degli anni settanta. Carlos avrebbe manovrato dietro le quinte tutte le fasi di preparazione e di attuazione del rapimento Moro dopo essere entrato clandestinamente in Italia. Sulle motivazioni e gli scopi di questo intervento di Carlos, non e' stato detto nulla di preciso.

19 giugno - Barbara Balzerani e' arrestata appena uscita da un' abitazione in via Simonetti, a Ostia. Dopo la sua cattura i carabinieri si sono appostati nell' appartamento e arrestano Gianni Pelosi, di 28 anni, che sarebbe un brigatista di scarso rilievo nell' organizzazione. Barbara Balzerani aveva una pistola "astra" calibro "9 parabellum". con il colpo in canna, nella borsa: avrebbe cercato di impugnarla - secondo i carabinieri - ma sarebbe stata bloccata prima di riuscirvi. Nell' appartamento, sempre secondo le prime indiscrezioni, c' erano schedari e "materiale documentale". L' arresto di Barbara Balzerani sarebbe avvenuto in via Galli della Mantica. Nell' appartamento sarebbero stati trovati una mitraglietta "Sterling" calibro 9 parabellum di fabbricazione inglese, e un revolver franchi calibro 38. Secondo gli investigatori Barbara Balzerani era la latitante piu' pericolosa. Oltre a lei, secondo gli investigatori, i piu' noti latitanti sono i coniugi Alessio Casimirri e Rita Algranati, Maurizio Folini, Guglielmo Guglielmi, Livio Baistrocchi, Alvaro Loiacono, Fabrizio Panzieri, Sergio Adamoli, Enzo Calvitti, Roberto Catalano, Gianfranca Lupi, Antonio Fosso, Maurizio Locusta. Di questo gruppo alcuni si sono rifugiati all' estero e si ritiene che abbiano interrotto i rapporti con le organizzazioni Br ancora attive. Ancora attivi nel terrorismo vengono ritenuti Calvitti, Catalano, Lupi, Fosso, Locusta, tutti appartenenti alla "colonna romana". Gianni Pelosi si e' diplomato a Roma in elettrotecnica. Nel 1983 e' stato per qualche tempo a Parigi ritornando un anno dopo. Quando e' stato catturato aveva una carta d' identita' rilasciata dal comune di Roma ma con residenza a Parigi. Secondo i carabinieri i due avrebbero frequentato periodicamente il covo di San Vito Romano, scoperto un paio di mesi fa. Pelosi si era presentato al portiere e ai vicini come un parente della proprietaria dell' appartamento, Paola Minucci, la quale aveva ristrutturato l' alloggio dopo aver sfrattato il precedente inquilino, un musicista. Barbara Balzerani era latitante dal 1978, quando contro di lei la magistratura romana emise il primo ordine di cattura in seguito al rapimento di Aldo Moro. Nata a Colleferro (un paese a una cinquantina di chilometri da Roma) il 16 gennaio del 1949, famiglia operaia, ultima di cinque figli, Barbara Balzerani si trasferisce nella capitale nel 1969. Vive con Antonio Marini, che poi sposera' e dal quale si separera' dopo poco tempo. Marini e' un ex di potere operaio: e' nell' organizzazione che si erano conosciuti, poiche' lei fa parte del "collettivo atac". A Roma frequenta la facolta' di filosofia, laureandosi a pieni voti nel 1974. Per mantenersi agli studi fa la baby sitter. Due anni di lavoro nero e nel 1976 e' assunta come operatrice pedagogica nella diciottesima circoscrizione: si occupa dell' assistenza ai bambini handicappati. Con lei, nel "nido verde", un' amica dell' infanzia, quella Gabriella Mariani di cui si innamorera' Antonio Marini: entrambi saranno arrestati nel 1978 e condannati per il rapimento di Aldo Moro. Per un po', tuttavia, il triangolo va avanti. Nel 1976, insieme, con i famosi "tiburtaros", sono i primi ad aderire alle Br romane. Mario Moretti, inviato dal nord per formare la colonna romana, trova subito adepti e in lei trova la compagna ideale. Un anno dopo la Balzerani e' gia' nella direzione della colonna. Con il suo uomo "gestisce" la casa in via Gradoli, base di preparazione anche per il rapimento di Moro. Poi con Moretti va a Milano, dove la locale colonna (la "Walter Alasia") e' in rotta di collisione con la direzione Br. Intanto, dopo aver fatto parte del "fronte di massa", diventa responsabile della "contro", la struttura che idea le "azioni di guerriglia". Poi, dopo essere stata inviata nel Veneto per sovrintendere al potenziamento della colonna, e' cooptata nella direzione strategica. Infine, nel 1980, e' nominata nel comitato esecutivo, cosa che in precedenza era riuscita solo a Mara Cagol, la moglie di Renato Curcio. Dopo gli anni di "successi" arriva il periodo di crisi. Nel 1981, arrestato Moretti, e' "Sara" (il nome di battaglia della Balzerani) che deve gestire la fase di scontro ideologico che culminera' con la scissione dei gruppi di Giovanni Senzani ("fronte carceri") e Giovanni Francescutti ("colonna 2 agosto"). E' lei che dopo il fallimento del sequestro Dozier e le "confessioni" di Antonio Savasta deve dare la parola d' ordine della "ritirata strategica". Poi viene segnalata in mille posti, anche quasi contemporaneamente: e' in Francia, a Parigi, nel "centro occulto" che raccorda le forze terroristiche europee; e' tornata a Milano, per "agganciare" gli ex della "Walter Alasia"; e' in Nicaragua, dove non esistono trattati di estradizione. Le voci girano, spesso senza fondamento. Una segnalazione che risultera' attendibili viene nel marzo scorso (dopo l' uccisione dell' economista Ezio Tarantelli) da un "pentito" di Genova, Gianluigi Cristiani. Barbara Balzerani ha gia' un lungo conto con la giustizia. processata in contumacia a Roma, Genova, Torino, Milano, Verona, la donna ha totalizzato tre ergastoli e condanne per oltre 50 anni di carcere. Queste sono le principali  condanne da lei subite in questi ultimi anni. molte sono state confermate in appello. Roma - ergastolo (confermato nel marzo scorso) per la strage di via Fani, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e numerosi altri omicidi e ferimenti commessi a Roma dal 1977 al 1982. Genova - ergastolo (l'anno scorso in appello) per l'attivita' terroristica della locale colonna (tra l'altro l' uccisione del sindacalista Guido Rossa). Milano - altro ergastolo alla fine del 1984 per i delitti commessi dalla "Walter Alasia", tra i quali l'uccisione di tre agenti, alla quale la Balzerani avrebbe partecipato materialmente. Torino - nell'aprile scorso e' stata condannata, in appello, a 20 anni di carcere per i dieci omicidi rivendicati in Piemonte dalle Br. Verona - condanna a 26 anni di carcere per la partecipazione al sequestro del generale Dozier. Sono almeno 11 i "covi" e "depositi" di armi scoperti nella zona di Ostia dal 1976 e oltre 20 i terroristi che vi sono stati sorpresi ed arrestati. Armi, esplosivo, schedari e il necessario per falsificare targhe e documenti furono trovati in tre distinti "covi" tutti dei nap nel '76, '77, '78; in uno di questi, in via delle Gondole, avevano abitato anche i "capi" Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, sorpresi dalla polizia nel centro della capitale: la prima arrestata ed il secondo ucciso nel conflitto a fuoco che segui'. Nell' 80 in altri due appartamenti di Ostia furono sorpresi contemporaneamente dieci terroristi di Prima linea tra cui il leader dell' organizzazione Roberto Rosso. Nell' 81 cinque "covi" delle Br furono scoperti tra Ostia e gli altri agglomerati del litorale romano. L' anno seguente in un altro rifugio nella stessa zona furono arrestati i due Br Franco Della Corte e Maurizio Di Marzio, il secondo ritenuto responsabile del tentato rapimento e ferimento del vicequestore Nicola Simone e della rapina alla Sip che un anno prima aveva fruttato ai terroristi 600 milioni. Sempre ad Ostia i terroristi dei nar avevano organizzato un deposito di armi e stupefacenti nel chiosco di generi alimentari di Giovanni Antonelli: la polizia vi trovo' ed arresto' tra l' altro Sergio Biagini, Andrea Modignani e Marcello Foppoli, ritenuti responsabili dell' uccisione del maresciallo della polfer Rapesta. Due mesi prima in un appartamento del quartiere erano stati sorpresi cinque neofascisti di terza posizione: tra questi vi era Marco Ladisca ricercato per l' omicidio di un militante di lotta continua avvenuto a Napoli due anni prima. infine l' anno scorso in un superattico con vista sul mare fu catturata la libanese Josephine Abdo' Sarkis del Farl, artefice di molti attentati compiuti in Europa. Il mitra Sterling trovato nel rifugio di Barbara Balzerani a Ostia appartiene allo stock di armi che un gruppo dell'Olp fece arrivare alle Brigate rosse nel 1979. Del trasferimento in Italia si occupo' Mario Moretti.

20 giugno - Barbara Balzerani e' rinchiusa nel carcere di Rebibbia in un settore di massima sicurezza.

21 giugno - Il sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica emette nei confronti di Barbara Balzerani e del suo compagno Gianni Pelosi un ordine di cattura per banda armata, detenzione di armi e ricettazione di armi da guerra e una comunicazione giudiziaria per l' uccisione del prof. Tarantelli.

24 giugno - Barbara Balzerani e' presente per la prima volta al processo contro le Brigate rosse venete e friulane, in corte d'assise di Venezia. La Balzerani e' accusata di reati connessi al sequestro e all'omicidio dell' ingegnere Giuseppe Taliercio. Barbara Balzerani e' entrata nella gabbia dei cosiddetti irriducibili, accolta da alcuni presunti brigatisti che le hanno fatto da paravento ai flash dei fotografi. Al termine dell'udienza Barbara Balzerani e' stata condotta nel carcere di Ferrara, dove e' detenuta in occasione del processo.

25 giugno - Mario Moretti, per la prima volta, e' presente solo per alcuni minuti al processo contro le brigate rosse venete e friulane. Moretti, prima di allontanarsi dall'aula, ha avuto un breve scambio di battute con alcuni giornalisti. "In quella gabbia - ha detto, riferendosi al locale dove sono rinchiusi gli 'irridicibili' - c'e' una organizzazione politica nella quale non mi riconosco. Esiste tra di noi una divisione di tipo organizzativo. La gabbia dove c'e' Barbara Balzerani e' ancora legata ad un partito comunista combattente con una identita' di organizzazione". "Sono anni che spiego - ha aggiunto Moretti - che le Brigate rosse per la costituzione del partito comunista combattente hanno una posizione diversa dalla mia, all'interno, tuttavia, di un dialogo politico".

26 giugno - Il giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni, che ha avviato un'inchiesta su un traffico internazionale d'armi tra l'Olp e le Brigate rosse, interroga Barbara Balzerani l processo contro le Brigate rosse venete e friulane in corso davanti alla corte d'assise veneziana, ma la terrorista rifiuta di rispondere alle domande rivoltele dal magistrato. Barbara Balzerani, nel corso del breve colloquio con il dott. Mastelloni, era assistita dall' avvocato Attilio Baccioli, di Grosseto. Mastelloni avrebbe chiesto alla brigatista particolari sull'arrivo delle armi in Italia - giunte, secondo quanto accertato, a bordo del panfilo "Papago" - e sui contatti internazionali avuti dalle Brigate rosse dopo la cattura di Mario Moretti, avvenuta nell'aprile del 1981. secondo gli inquirenti, sarebbe stata la stessa Balzerani  ha assumere il compito di gestire questi rapporti dopo l'arresto di Moretti. nel corso dell' interrogatorio, Barbara Balzerani ha domandato al magistrato quando sara' tolta dall'isolamento in carcere a Ferrara, dove e' attualmente detenuta. Nel corso dell'interrogatorio, il giudice istruttore Carlo Mastelloni ha chiesto a Barbara Balzerani in particolare, alcuni chiarimenti riguardanti il mitra "Sterling" sequestrato nell' appartamento a Ostia, e che farebbe parte della "partita" di circa 150, giunti in Italia a bordo del panfilo "Papago" proveniente dal Libano.

28 giugno - Per la seconda volta la corte suprema di Cassazione dispone  l' annullamento di un provvedimento restrittivo emesso dalla magistratura veneziana contro Yasser Arafat, che era stato accusato di concorso in traffico di armi. I giudici della prima sezione penale della cassazione annullano il mandato di cattura emesso nel settembre 1984 dal giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni. La corte ha invece confermato la validita' del mandato di cattura per detenzione illegale di armi emesso dallo stesso magistrato contro Salah Khalaf, il capo dei servizi di sicurezza dell'Olp, perche', a differenza di quello contro Yasser Arafat, sarebbe stato motivato sulla base delle rivelazioni fornite ai giudici da alcuni "pentiti", come Antonio Savasta che, tra l' altro, parlo' di contatti avvenuti a Parigi fra Mario Moretti ed un certo "Abu Ali' Ayad".

28 giugno - La corte di Cassazione annulla, rinviando gli atti per un nuovo esame alla corte di assise di appello di Salerno, la condanna a diciassette anni di reclusione inflitta ad Anna Laura Braghetti e a Maria Pia Cavallo. Le due erano state processate per aver sequestrato nel carcere di Potenza l' assistente Immacolata Schiuma. Secondo i magistrati che giudicarono le due imputate, il sequestro venne fatto a fini d' eversione: una tesi, questa, che la suprema corte non ha condiviso, ritenendo, invece, fondate le argomentazioni del difensore avvocato Giancarlo ghidoni, il quale ha sostenuto che si tratto' di una protesta contro il sistema carcerario. In seguito a questa decisione la Cavallo tornera' libera. Infatti al termine di un recente giudizio si e' vista ridurre da 19 a sei anni una condanna per banda armata che stava scontando al momento del sequestro dell' assistente. Durante la detenzione l' imputata ha partorito un figlio che fino ad ora ha vissuto con lei in carcere.

1 luglio - Esce il libro "S' avanza uno strano soldato" (Sugarco edizioni) in cui Liano Fanti, capocronista e capo del servizio sindacale dell "L' Avanti", descrive la genesi del brigatismo rosso reggiano da cui provengono Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli, Tonino Loris Paroli. Fanti scrive nella prefazione: "per anni abbiamo assistito alla disputa sul colore dell' eversione e al palleggio delle responsabilita'. e' stato rimosso tutto quello che non collima o si scontra con i nostri schemi mentali, la nostra ideologia. a leggere i vari documenti che sono stati diffusi attraverso giornali, libri, opuscoli, pare di assistere ad uno scontro tra desiderio e volonta', tra bisogno di verita' e la ragione di stato o di partito".

4 luglio - I magistrati di Urbino rinviano a giudizio i camorristi Raffaele Cutolo e Pasquale Barra per l' uccisione di Giovanni Chisena, avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Fossombrone (Pesaro) il 27 aprile 1981. Con loro sono rinviati a giudizio anche i brigatisti rossi Franco Bonisoli e Francesco Piccioni; il cutoliano Alfonso Ventre, Giuseppe Alticozzi, Salvatore Ghisu, Edmondo De Quartez, Luigi Riccio, Alfredo Bigiani, Alfredo Franzese, Pasquale Franzese (omonimo ma non parente di Alfredo). Tutti sono accusati di concorso in omicidio e di aver sequestrato, per alcune ore, tredici agenti di custodia nel corso della rivolta culminata nell' assassinio di Chisena, che venne massacrato con una sessantina di coltellate nella sezione di ponente del carcere; il nome di Cutolo venne fatto ai giudici di Lecce da Pasquale Barra, che ha accusato Cutolo di essere il mandante dell' omicidio ed ha anche fatto i nomi dei presunti autori del delitto.

5 luglio - Maria fida Moro presenta il suo ultimo libro "In viaggio con mio papa'", edito da Rizzoli. Il volume, che segue "La casa dei cento natali" (1982) e "Un dio simpatico" (1984), raccoglie appunti di viaggi, privati ed ufficiali, compiuti da Maria fida Moro con suo padre quand' era giovinetta. "Ho voluto dare una testimonianza - dice Maria Fida Moro - di com' era realmente papa', ricreare per me stessa e per i lettori l' immagine di mio padre piu' vera e intima, proprio quando essa tende ad essere distorta da particolari di cronaca nera o da elegie politiche che non significano nulla".

6 luglio - Secondo un alto funzionario del Ppentagono, circa duecento italiani, alcuni dei quali aderenti alle Brigate rosse, sono stati addestrati al terrorismo assieme ad altri giovani dell' Europa occidentale in due campi in Nicaragua da istruttori palestinesi e cubani. Citando le affermazioni del funzionario che ha chiesto di non essere nominato, il corrispondente dal Pentagono della rete televisiva americana "Nbc" ha detto che i giovani si trovano in Nicaragua ufficialmente come volontari per partecipare a lavori agricoli in a favore del governo sandinista. tra i loro istruttori oltre ai palestinesi e ai cubani, figurano anche separatisti baschi, tedeschi orientali, e sovietici, questi ultimi - precisa la rete - per l' addestramento alla manutenzione di elicotteri di fabbricazione sovietica. Le informazioni, contenute secondo la "Nbc" in un rapporto segreto del pentagono a una sottocommissione del Senato, sono state ritenute "fondate" dal senatore repubblicano David Durrenberger del Minnesota, mentre il democratico Patrick Lehay (Vermont) le ha ritenute atte a giustificare un intervento militare statunitense contro il Nicaragua.

8 luglio - Le indagini svolte dai carabinieri del reparto operativo successivamente all' arresto di Barbara Balzerani e di Gianni Pelosi nel covo di Ostia hanno permesso agli investigatori di individuare i nomi di tre brigatisti tuttora latitanti: Antonio De Luca, 25 anni, ex sindacalista della cisl, impiegato presso una fabbrica di pomezia, Giorgio Vanzini, 24 anni, studente si scienze politiche presso l' universita' di Roma, e Wilma Monaco, 27 anni, ex moglie di Gianni Pelosi. A carico dei tre il giudice Sica ha emesso altrettanti ordini di cattura per partecipazione a banda armata. Wilma Monaco e Giorgio Vanzini risultano invece latitanti dal 23 aprile scorso, all' epoca, cioe', della scoperta del covo di San Vito Romano, culminata con l' arresto dei brigatisti Antonella Della Ventura, Pietro Barone e Gustavo Salvati, tutti terroristi ai quali erano stati affidati l' area del quartiere Tiburtino e il compito di reclutare nuovi adepti. Le indagini condotte su Wilma Monaco hanno permesso agli inquirenti di accertare la presenza della donna a Parigi lo scorso anno ed hanno consentito agli stessi carabinieri di appurare che Gianni Pelosi era presente nella capitale francese in un periodo precedente grazie a una carta d' identita' rilasciata dal ministero degli esteri italiano, nella quale risultava che il terrorista lavorava alle dipendenze di un funzionario dell' ocse (comitato europeo per lo sviluppo economico). I carabinieri, dopo aver precisato che a carico del funzionario non e' emerso nulla di concreto, hanno puntualizzato che Gianni Pelosi utiilzzava questa carta d' identita' come una specie di salvacondotto diplomatico che gli consentiva di recarsi a Parigi senza subire eccessivi controlli. La segreteria nazionale della Fim Cisl smentisce in un comunicato che Antonio De Luca, lavoratore della Litton di Pomezia, "sia mai stato iscritto alla Fim-Cisl e neppure ha mai aderito alla Flm".

10 luglio - La prima sezione della corte d' appello di Bari concede gli arresti domiciliari a Giuliano Naria, condannato nel gennaio scorso a 17 anni e mezzo di reclusione dal tribunale di Trani per la rivolta nel locale supercarcere del dicembre 1980. La richiesta di concessione del beneficio era stata fatta dal difensore del detenuto, avv.Mario Russo Frattasi, che commentando il provvedimento ha dichiarato: "e' indiscutibile che questo costituisca uno dei primi passi verso una scelta piu' democratica e meno 'di emergenza' sulla condizione dei detenuti politici. casi come quello di Naria sono numerosi e per tutti quanti sarebbe necessario un impegno di magistrati competenti a livello di quello che ha caratterizzato i magistrati baresi". Le condizioni di salute di Naria, secondo la corte, sono particolarmente gravi: l'imputato e' affetto da "anoressia mentale in psiconevrosi depressiva con un calo ponderale estremamente marcato, bronchite subcronica, difficolta' deambulatoria, cervicolomboartrosi con discoartrosi radiologicamente dimostrata". "Ne' vale obiettare - sostiene la corte - che le condizioni di salute sono volute e quindi facilmente reversibili solo che il Naria decida di venir fuori dal suo stato di depressione e riprenda ad alimentarsi regolarmente. Tale tesi non e' accettabile scientificamente, essendo ben noto, per scarsa che sia la conoscenza delle malattie della psiche, che un atteggiamento pur voluto all'inizio diventa nel tempo persistente e invincibile dal soggetto che finisce con subirlo e col non potersene liberare". Alla concessione degli arresti domiciliari inoltre, secondo la corte, "non ostano esigenze di tutela e ragioni processuali di consistenza idonea". "Sul piano processuale puo' addursi esclusivamente il pericolo di fughe" che "nella logica consueta, nel calcolo delle probabilita' basato sulle cause e sulle normali conseguenze, si riduce enormemente" proprio per le attuali condizioni di salute di Naria. secondo i giudici il ripristino di normali condizioni di salute di Naria "sulla scorta delle indagini cliniche e di laboratorio, appare remoto se non addirittura improbabile". Nonostante la decisione della corte d'appello di Bari, Giuliano Naria non puo' ancora lasciare il "repartino detenuti" dell'ospedale Molinette di Torino, nel quale si trova ricoverato da oltre un anno, poiche' manca in proposito il parere favorevole anche della magistratura romana. Naria infatti e' imputato davanti alla seconda corte d'assise di Roma, di insurrezione armata contro i poteri dello stato. E' necessario, pertanto, che anche questi giudici concedano il loro "nulla osta" affinche' il detenuto possa davvero godere del beneficio. "Mi sento completamente estraniato. - commenta Naria - Qualsiasi cosa e' come se mi arrivasse filtrata. mi sembra di essere in una stanza di ovatta".

17 luglio - Il col. Stefano Giovannone, gia' responsabile dei nostri servizi segreti nel Libano ed implicato in alcune vicende giudiziarie, muore nella sua abitazione romana, dove e' stato per alcuni giorni agli arresti domiciliari. Il col. Giovannone fu coinvolto nell'inchiesta fatta dal consigliere istruttore Renato Squillante in merito alla scomparsa in Libano dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo e accusato di favoreggiamento e rivelazione di segreto di stato. Giovannone fu anche inquisito nell'inchiesta Br-Olp e raggiunto da un mandato di cattura emesso dal giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni per favoreggiamento aggravato nel traffico d'armi e corruzione. Il nome del col. Giovannone era stato fatto dall'on. Moro durante il suo rapimento ad opera delle Br. Giovannone era indicato come una "personalita' " in grado di intervenire in merito alla liberazione dello statista democristiano assassinato.

17 luglio - La Corte d'assise di Venezia, presieduta dal dott. Gianfranco Candiani, si ritira in camera di consiglio per emettere la sentenza del processo contro le Brigate rosse venete e friulane e i presunti responsabili del sequestro e omicidio del direttore del petrolchimico di Porto Marghera, ing. Giuseppe Taliercio. Durante l' udienza, aperta dalle repliche del pubblico ministero e degli avvocati difensori, Pietro Vanzi, a nome degli imputati "
irriducibili", tra cui Barbara Balzerani, aveva letto parte di un documento nel quale e' stata ribadita "la validita' della lotta armata" e sconfessata la linea politica della cosiddetta "seconda posizione" brigatista.

18 luglio - Il Movimento federativo democratico e Giovanni Moro annunciano, con due distinte dichiarazioni, il proposito di presentare una querela per diffamazione nei riguardi del direttore del "giornale nuovo" Indro Montanelli e del giornalista Federico Orlando, autore di un articolo, pubblicato l' 11 luglio, in cui venivano espressi alcuni giudizi sul movimento federativo democratico e sulla linea politica dell' on. Aldo Moro.

20 luglio - I giudici della Corte di assise di Venezia emettono la sentenza del processo contro la colonna veneta "Anna Maria Ludman-Cecilia" delle Brigate rosse e condannono all' ergastolo Barbara Balzerani, Luigi Novelli, Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco, Mario Moretti, Cesare Di Lenardo,
Alberta Biliato, Manlio Calderini. Dei 114 imputati nel processo, 49 sono stati assolti, di cui 31 per non punibilita', sette per insufficienza di prove, due per prescrizione e nove per non aver commesso il fatto. gli altri accusati sono stati condannati a pene variabili dai 27 anni e sei mesi, a tre mesi di reclusione per 264 anni complessivi. Oltre agli otto ergastoli, le pene piu' alte sono state inflitte a Ermanno Faggiani e Roberto Vezza', 27 anni e sei mesi; Claudio Roberti (18 anni) e Gianni Francescutti (13), Marina Bono (12 anni e sei mesi), Emanuela Frascella (11 anni e sei mesi), Maria Giovanna Massa (12 anni), Antonio Savasta (10), Vittorio Olivero (otto), Mario Cavaliere (12), Anna Maria Sudati (otto), Livio Pavone (otto), Sandro Galletta (otto anni e tre mesi). Alcuni "capi storici" delle Brigate rosse sono stati rispettivamente condannati: Roberto Ognibene, Nadia mantovani, Maria Carla Brioschi, a un anno di reclusione; Carlo Picchiura a tre anni, Susanna Ronconi a un anno e sei mesi, Corrado Alunni a un anno e cinque mesi, Giorgio Semeria a due anni e 11 mesi, Rocco Micaletto a un anno e un mese, Nadia Ponti a sei mesi, Michele Galati a tre mesi. Tra gli assolti vi sono Enrico Fenzi, accusato di concorso nel sequestro dell'ing. Taliercio, per il quale il pubblico ministero, Gabriele Ferrari, aveva chiesto una condanna a 14 anni di reclusione e Claudio Cerica, il presunto appartenente a autonomia accusato di concorso morale e per il quale erano stati chiesti 22 anni di reclusione.

20 luglio - Al termine di una riunione nel carcere milanese di San Vittore, presenti Nicolo' Amato, direttore generale degli istituti di pena, il direttore della prigione milanese Giuseppe Cangemi, una sessantina di detenuti e detenute "politici" e alcuni dei volontari che per quattro mesi hanno tenuto corsi e seminari con il contributo del sindacato e di "nuova corsia", associazione culturale di area cattolica, Franco Bonisoli dice:"vorremmo sfatare un mito: le strutture non sono assolutamente il fattore determinante. Per modificare il carcere il problema e' prima di tutto una questione di mentalita' e di disponibilita'". "E' stato rotto il ghiaccio", hanno scritto i detenuti in un documento che traccia un bilancio del lavoro svolto. Sono stati coinvolti i reclusi del primo raggio maschile e della sezione femminile, sia a regime "ordinario" sia "speciale".

24 luglio- In commissione interni della Camera comincia il dibattito su due proposte di legge sull' istituzione di una commissione parlamentare d' inchiesta sull' insieme del terrorismo in Italia, sui suoi collegamenti interni e internazionali e l' accertamento delle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. I due provvedimenti sono stati presentati alla fine del 1983 per iniziativa dei deputati comunisti Zangheri, Tortorella, Sarti, Spagnoli e altri e dei parlamentari Cafiero, Crucianelli, Gianni, Castellina, Serafini e Magri che costituivano il gruppo del pdup poi confluito nel Pci. La costituenda commissione dovrebbe essere composta da venti senatori e da venti deputati e dovrebbe acquisire  elementi nuovi che possano integrare le conoscenze gia' accertate dalla commissione parlamentare d' inchiesta sulla strage di via Fani e l' assassinio di Aldo Moro.

25 luglio - L' avvocato Eduardo Di Giovanni chiede la riunione di tre "maxiprocessi": il "Moro ter" e quelli che si riferiscono alle accuse di guerra civile e insurrezione contro i poteri dello stato. Presentando l' istanza, l' avvocato Di Giovanni ha sottolineato che identici reati sono contestati a persone che compaiono nei tre distinti giudizi seppur per diversi episodi; cio', a suo giudizio consente la riunione. Il penalista, che assiste ventotto persone, ha ricordato che per quanto riguarda l' imputato Giovanni Alimonti la cassazione, accogliendo analoga istanza, ha gia' disposto la riunione.

31 luglio - Il ministro della Giustizia Mino Martinazzoli interviene in commissione giustizia della Camera sulla posizione di Giovanni Senzani e spiega che sono scaduti i termini di custodia cautelare per quattro dei cinque procedimenti penali attualmente a carico del brigatista rosso Giovanni Senzani, che pero' resta in carcere per quello di Napoli dove e' imputato di banda armata, sequestro di persona e omicidio. Per tali reati era stato emesso un ordine di cattura a partire dal 14 gennaio 1982, quindi i termini di custodia cautelare, ai sensi della nuova legge, erano scaduti il 24 gennaio, ma in sede di ordinanza di rinvio a giudizio del 31 gennaio, e' stata nuovamente disposta la cattura di Senzani. Quindi il nuovo termine di custodia cautelare scadra' il 30 luglio 1986. Dopo la relazione svolta dal ministro si e' aperto il dibattito. L'on. Luciano Violante (Pci) ricorda che il suo gruppo aveva chiesto al ministro di chiarire la posizione di Senzani soprattutto in riferimento a notizie di stampa che davano per imminente la scarcerazione di Senzani per decorrenza dei termini di custodia cautelare. "Senzani - ha affermato - non e' un imputato qualunque: il suo ruolo nelle Br e' del tutto particolare. Non si puo' tollerare che un criminale politico-terroristico, legato alla p2 e ai servizi segreti, possa uscire in liberta' grazie ad un complesso di omissioni non punite". Per Marco Pannella quella di Senzani "e' l' unica figura di capo operativo e ideologico delle Br che e' riuscita ad operare una rivoluzione totale di quello che era stato prima il terrorismo. L' organizzazione diventa con lui una struttura che colpisce freddamente dal singolo agente ai vertici dello stato. e' stato un capo feroce e lucido".

9 agosto - La sezione istruttoria della corte d' appello di Roma prende in esame la richiesta per la concessione degli arresti domiciliari a Giuliano Naria, il brigatista rosso da oltre nove anni detenuto ed attualmente rocoverato all' ospedale torinese delle "Molinette". "La decisione e' stata presa - dice il presidente Pierfausto Ciuchini - ma l' ordinanza sara' depositata in cancelleria soltanto domani mattina e prima di allora ne' io ne' i miei colleghi possiamo rivelarne il contenuto".

10 agosto - Giuliano Naria ottiene gli arresti domiciliari. Il provvedimento e' stato firmato dal presidente della sezione istruttoria della corte d'appello di Roma, Pier Fausto Ciuchini. Naria, probabilmente da domani, potra' lasciare il reparto detenuti dell'ospedale torinese delle "molinette" dove e' detenuto e raggiungere l'abitazione dei genitori a Garlenda di Albenga, in provincia di Savona, dove dovra' trascorrere la carcerazione cautelare in attesa del giudizio per insurrezione armata contro i poteri dello stato che si svolgera' a Roma.

12 agosto - Il primo ottobre davanti alla corte d'assise di Genova si celebrera' il processo contro la brigatista rossa Adriana Faranda accusata di aver partecipato al sequestro dell'ingegner Piero Costa, avvenuto il 12 gennaio 1977. Il procedimento e' uno stralcio del maxi-processo tenutosi lo scorso anno contro la "colonna" genovese delle Br. Adriana Faranda dovra' rispondere dell'accusa di concorso nel sequestro Costa compiuto, secondo il pubblico ministero Luigi Carli, insieme con altri presunti brigatisti tra i quali Rocco Micaletto, Valerio Morucci, Mario Moretti e Luca Nicolotti. Gli altri reati che le verranno contestati sono il concorso morale nel furto di un'auto che fu utilizzata per il rapimento e la minaccia  a mano armata di alcuni passanti che assistettero al sequestro di Piero Costa.

17 agosto - Ermanno Gallo, brigatista rosso condannato a tre anni e mezzo per partecipazione a banda armata, e' arrestato dalla polizia in un campeggio di Antignano (Livorno). Era ricercato dal 1982, quando alla vigilia della sentenza del processo di appello si sottrasse agli "obblighi" derivanti dal fatto di essere in liberta' per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. Insegnante di italiano in un istituto tecnico torinese, era uno dei principali esponenti di "Controinformazione", la rivista che verso la meta' degli anni settanta affiancava le Brigate rosse. proprio per la sua attivita' giornalistica (considerata dai giudici strettamente collegata all'organizzazione brigatista) era stato arrestato nel '75 e scarcerato sei mesi dopo per scadenza dei termini di carcerazione preventiva. In casa sua erano anche stati trovati appunti scritti a mano da Renato Curcio. Nel 1980 aveva ottenuto dall' ordine dei giornalisti del Piemonte l' iscrizione nell'elenco dei pubblicisti. Dopo la sua scomparsa da Torino, Gallo, che deve scontare ancora due anni e nove mesi di carcere, era stato segnalato in Francia.

17 agosto - L' emittente costaricana "radio impacto" dice che non meno di 22 italiani gia' appartenenti alle Brigate rosse, del gruppo che si era rifugiato in Nicaragua, sarebbero stati identificati, con generalita' complete. La notizia e' ripresa il giorno dopo dal quotidiano "la republica" di san jose' che la pubblica con grande rilievo, citando i seguenti nomi degli italiani identificati fino a questo momento: edda adiansi, Giuseppe Agostinelli, Francesco Bianca, Ivo Bisceglie, Servilio Bottolotti, Renzo Caballon, Carmen Gaidutti, Patrizia Londero, Paola Marabini, Vincenzo Miliucci, Claudio Muniz, R. Parisi, W. Pilia, Roberto Pognia, Giorgina Resieri, Roberto Aibona, E. Tullio, Cesare Battisti, Rita Cauli, A. D. Angelo, Maurizio Leonilli, Tommaso Liverani. "Radio impacto" ha riferito che i nomi dei presunti membri delle Brigate rosse sono stati rivelati da un pentito del gruppo, rifugiato attualmente in un paese centroamericano, il quale avrebbe anche detto che gli italiani in parola rivestivano il grado di sergente dell' esercito popolare sandinista. Dei nomi citati dal quotidiano, alcuni sono conosciuti in Italia per essere apparsi in inchieste sul terrorismo. I piu' noti sono Cesare Battisti, Rita Cauli, Tommaso Gino Liverani e Vincenzo Miliucci. Cesare Battisti, 31 anni, e' stato condannato all' ergastolo a giugno dal tribunale di Milano per l' omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani. Nato a Cisterna di Latina, e' stato coinvolto nelle inchieste sull' attivita' di "Prima linea" e dei "Proletari armati per il comunismo". Accusato anche di costituzione e partecipazione a banda armata, e' evaso dal carcere di Frosinone nell' ottobre del 1981. Rita Cauli e' stata la compagna del terrorista Guglielmo Guglielmi, detto "Comancho", conosciuto per essersi dileguato a bordo di un panfilo. Con Guglielmi la Cauli ha trascorso alcuni anni in Francia. Gia' in passato era stata fatta l' ipotesi che la presunta terrorista si fosse rifugiata in Nicaragua. Tommaso Gino Liverani ha subito una condanna a sei mesi per associazione sovversiva e banda armata. Era il portiere di un albergo di Ancona nel quale si riunivano i brigatisti marchigiani. Fonti dell' autonomia romana hanno sempre affermato che Vincenzo Miliucci si troverebbe invece a Roma. Sul quotidiano costaricense appaiono poi le iniziali A. D. Angelo. Potrebbe trattarsi di Anna Rita d' Angelo, che, arrestata per banda armata,  ha ottenuto gli arresti domiciliari a gennaio.

20 agosto - Vincenzo Miliucci, l'esponenete di "autonomia operaia" indicato come uno dei terroristi italiani rifugiati in Nicaragua, diffonde una dichiarazione in cui ribadisce di non aver mai fatto parte dell'organizzazione delle "Brigate rosse" e, tantomeno, di essere mai stato aggregato ad un gruppo di presunti terroristi fuggiti nel paese sudamericano. Miliucci precisa di essere sempre rimasto in Italia, di aver appreso la notizia pubblicata dai giornali nella serata di lunedi' scorso al rientro da una visita al figlio che si trova a Rimini e di aver partecipato martedi' 13 agosto ad una manifestazione pubblica di protesta organizzata sotto l'ambasciata del Sudafrica. Miliucci parla di "una clamorosa gaffe" che, a suo dire, i giornali italiani avrebbero commesso "sollecitati da governo e servizi segreti per tentare di trovare 'terroristi' per forza in Nicaragua ed in altri paesi dell' America Latina in rotta con gli Usa". A questo proposito, Miliucci ricorda gli "incidenti di percorso della Balzerani data da Craxi per certa a Managua" e scovata invece a Ostia, e "del medico napoletano frettolosamente dato come istruttore nelle file di 'Sendero luminoso' in Peru'".

20 agosto - La pubblicazione a San Jose' di Costarica di un elenco con i nomi di una ventina di presunti brigatisti rossi rifugiati in Nicaragua continua a suscitare strascichi e reazioni anche ufficiali. A Managua, Angela Saballos, portavoce del ministero degli esteri, dice che il governo sandinista "e' in attesa di prove" sulla presenza di terroristi italiani nel paese, prima di favorire l'avvio di inchieste. La portavoce ammette che nell'elenco di presunti terroristi pubblicata dal giornale costaricano, figurano effettivamente nomi di cittadini italiani "che vanno e vengono in Nicaragua", ma senza che esistano su di essi sospetti di attivita' terroristica. "Si tratta, nella maggioranza dei casi - ha precisato la portavoce - di giornalisti, alcuni dei quali rientrano in Italia. Se si trattasse di terroristi, a quest'ora gia' sarebbero stati arrestati".

24 agosto - Carlo Bozzo, 28 anni, della colonna genovese delle Brigate rosse, super pentito e reo confesso, e' arrestato dai carabinieri di Genova in esecuzione di un ordine di cattura spiccato dalla magistratura genovese per il reato di ricettazione. Carlo Bozzo deve infatti scontare una condanna a 4 mesi, decisa dalla corte d'appello di Genova nel giugno 1983. Il reato di cui bozzo e' accusato si riferisce ad episodi relativi agli anni dal '77 al '79 quando il giovane militava nelle Brigate rosse. Carlo Bozzo fu arrestato nel 1980 per rispondere di partecipazione a banda armata ed usufrui', tra i primi a Genova, della cosiddetta "legge sui pentiti". Dopo l'arresto, infatti, il giovane rinnego' la sua partecipazione alle Brigate rosse rivelando agli inquirenti particolari e circostanze sulla organizzazione eversiva a Genova.

29 agosto - La corte di Cassazione fissa per il 12 novembre l' inizio per l' esame dei ricorsi proposti contro la sentenza d' appello del processo per la strage di via Fani e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. Soltanto la sollecita conclusione di questo giudizio potra' evitare la scarcerazione per decorrenza dei termini della custodia cautelare di Adriana Faranda e di alcuni altri brigatisti rossi coinvolti nella vicenda. E' questa l'opinione dei magistrati romani che si sono occupati della lotta contro il terrorismo riguardo alla controversa questione relativa alla possibilita' che - alla scadenza del 30 novembre prossimo, quando entreranno invigore, anche per i detenuti, le disposizioni della legge n. 398 sulla custodia cautelare - lascino i penitenziari prima del giudizio definitivo alcuni noti terroristi di destra e di sinistra, nonche' mafiosi e camorristi. A proposito del caso della Faranda, al palazzo di giustizia di Roma, si e' fatto notare che alla brigatista dissociata e' stato notificato in carcere non solo l' ordine di cattura per il sequestro dell' industriale genovese Piero Costa, ma anche un mandato di cattura dell' ufficio istruzione di Roma per il tentato omicidio del dirigente della sip De Rosa, al quale lei stessa ha ammesso di aver partecipato. Entrambi i provvedimenti, tuttavia, secondo l' interpretazione piu' diffusa delle nuove norme sui termini e sul computo della detenzione cautelare, non potrebbero bloccare l' eventuale scarcerazione della Faranda in carcere da piu' di sei anni senza una condanna definitiva.

29 agosto - Toni Negri, deputato radicale, ex leader di "autonomia operaia", condannato a 30 anni di carcere dalla giustizia italiana nell' ambito del processo "7 aprile", ha portato a termine il suo "diario" di detenuto, che uscira' in Francia ai primi di ottobre, edito dalla "Hachette". Il libro, "L' Italie rouge et noire", e' introdotto dallo stesso Toni Negri, che ora e' rifugiato in Francia. "Sono professore universitario - scrive nella presentazione - ho insegnato a Padova e a Parigi fino al 7 aprile 1979, giorno in cui sono stato arrestato; il mandato d' arresto menzionava 'assassino del presidente Aldo Moro'. Fui accusato di essere il capo delle Brigate rosse, ala militare di quel movimento di massa che si chiamava 'autonomia operaia'. Fui inoltre accusato di aver incoraggiato l' insurrezione contro le istituzioni italiane. oltre che di quello di Aldo Moro, dovevo rispondere di 17 assassinii. Sono stato lavato da tutte queste accuse e tuttavia sono stato processato, grazie alle dichiarazioni e alle denunce di pentiti". Poi Toni Negri cita la condanna a 30 anni, l' elezione alla camera dei deputati e la sospensione dell'
immunita' parlamentare. "A quel punto - scrive - ho scelto la liberta' rifugiandomi in Francia". Proclamando la sua totale innocenza, Toni Negri prosegue: "solo l' arroganza dei giudici e la ragion di stato mi hanno condannato. il libro e' un diario in cui racconto la prigione, il processo, la mia elezione, la mia fuga in Francia. spero di poter un giorno scrivere un secondo diario nel quale raccontare il mio ritorno in Italia e la vittoria della giustizia contro le leggi e gli uomini la cui azione snatura la democrazia nel mio paese". Il libro, 309 pagine, scritto da Toni Negri in italiano e tradotto da Yann Moulier, e' diviso in quattro capitoli intitolati: il processo (24 febbraio - 24 maggio 1983); la legittima difesa (2 maggio - 8 luglio 1983); parlamentare (9 luglio - 18 settembre 1983); la liberta' (19 settembre - 30 novembre 1983). In quest'ultimo capitolo Negri racconta la sua decisione di "partire prima dei risultati del voto sull'immunita' parlamentare", dopo aver provato, ascoltando gli interventi all'assemblea, "un distacco irresistibile e una repulsione schizofrenica". La sua partenza per la Francia, il 19 settembre 1983, e' organizzata da "amici meravigliosi" che si occupano anche "dell'eventualita' di un ritorno facile e sicuro nel caso che alla camera tutto andasse bene"). Il 19 settembre quindi, dopo aver dormito in caa di "amici di amici", Toni Negri parte da Punta Ala verso le 14 a bordo di uno yacht e il giorno dopo, con un traghetto dall' Isola Rossa, in Corsica, raggiunge Nizza. E' ad Aix-en-Provence ("da Morgan di cui ero ospite") che Negri ha appreso dalla radio i risultati del voto. "E' allucinante", scrive il professore per il quale, se e' vero che qualcuno ha sputato in faccia a Pannella, "ha fatto bene". "Che canaglia questo Marco, che miserabile mistificatore della volonta' popolare! Ma come ha potuto arrogarsi il diritto di decidere contro la mia liberta'?...viva la diserzione, e abbasso il parlamento, viva la mia fuga". Toni Negri racconta le pressioni che - dice -gli furono fatte, specie da parte di Marco Pannella, che chiama " il guru" , perche' si consegnasse alla polizia. Tra l' altro egli narra la sua fuga precipitosa da un appartamento di via Rambuteau, aiutato da una sua amica, Emma, quando si accorse che " il guru" progettava di costringerlo a presentarsi alla polizia. "Mi aveva offerto un' intervista alla tv radicale" , scrive Negri , il 23 settembre, "ma quando si presento' il guru era seguito dalla polizia e mi fece capire, con un cinismo accompagnato da falsi sorrisi, che dovevo acccettare il suo piano. Nell' intervista ho detto cose demenziali, mentre pensavo a come potevo fuggire dall' appartamento. Per quanto riguarda Pannella, capisco che egli non ha vissuto 40 anni di partitocrazia per niente; comincio a desiderare, come un reazionario, che egli lasci la pelle in uno dei suoi famosi scioperi della fame; come i guru indiani, egli propina a chi vuole ascoltarlo solo banalita' che considera trovate originali" per gli altri incontri con Pannella a Parigi Negri dice di aver preso "le sue precauzioni incaricando qualche amico di controllare che non fosse seguito". Negri afferma di aver ricevuto diverse proposte di espatriare in un altro paese, che ha sempre rifiutato. Poi l' annuncio della concessione del diritto d' asilo. Tra gli episodi avvenuti nel 1983 Negri ricorda "la morte a Parigi di un militante di prima linea" (Ciro Rizzato, moto il 14 ottobre durante una rapina ad una banca ad opera, a quanto pare, di membri della disciolta organizzazione di estrema sinistra "Action directe", tanto che questa ha intitolato a Ciro Rizzato una sua  unita' combattente). "Questa  ricomparsa selvaggia e isolata del terrorismo" e' per Negri" un avvenimento terribile e puo' rivelarsi estremamente pericoloso sia per la colonia totalmente pacifica degli emigrati italiani  sia per la mia situazione; d' altro canto non vedo come questi residui di terrorismo sociale italiano ormai privati di base sociale potrebbero riorganizzarsi se non nel quadro del terrorismo internazionale tra gli stati". Piu in la' Negri scrive:"noi rivedremo presto il terrorismo riprendere in Italia sotto due forme: quella di un terrorismo vendicatore contro la repressione, e quella del terrorismo internazionale come terrorismo di stato che sovradetermina i conflitti. in Francia e' presente solo questo secondo tipo di terrorismo; non vedo ragioni per cui non possa attecchire anche in Italia". In numerose occasioni, in particolare raccontando le sue angosce durante il processo e la gioia con cui rientrava in cella dopo le udienze, Negri non e' molto tenero con la stampa italiana. Se la prende, tra altri, con "l' ignobile Corriere", con Arbasino, con Enzo Biagi "dalla lacrima facile".

31 agosto - Il "pentito" Carlo Brogi, ex steward dell' Alitalia condannato a nove anni di carcere al processo d' appello per la strage di via Fani e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro, e' agli arresti domiciliari ma non ha ottenuto dalla sezione istruttoria della corte d' appello il diritto di poter lavorare per contribuire al sostentamento della sua famiglia. Brogi, che con Antonio Savasta, Emilia Libera e Massimo Cianfanelli ha fornito ai giudici sia in primo sia in secondo grado numerosi elementi d' accusa contro i brigatisti rossi alla sbarra per i delitti compiuti dalla "colonna romana", ha ottenuto di poter proseguire la carcerazione cautelare nell' abitazione dei genitori, a Roma, nel maggio scorso, ma la notizia si e' appresa soltanto oggi. Ora l' ex steward, che Mario Moretti decise di espellere dalle Brigate rosse proprio perche' aveva perso il posto di lavoro presso la compagnia di bandiera, aveva chiesto tramite il proprio avvocato , Luigi Bacherini, di poter aiutare il fratello nella consegna di gelati ai negozi, lavoro che il congiunto svolge per conto di una nota casa produttrice. La sezione istruttoria della corte d' appello di Roma, pero', non gli ha concesso l' autorizzazione.

31 agosto - La sezione istruttoria presso la corte d' appello di Roma accoglie una istanza di scarcerazione di Arnaldo Maj, presentata dall' avv. Mancini per una accusa di rapina che gli era stata contestata durante la detenzione. Nella stessa camera di consiglio, i giudici hanno respinto una richiesta in precedenza presentata da Maj per la concessione degli arresti domiciliari, perche' "la dissociazione dalla lotta armata dell' imputato non esclude l' evidenziata pericolosita' sociale". Arnaldo Maj resta pero' in carcere perche' condannato a 13 anni per associazione sovversiva e banda armata nel processo per la strage di via Fani e per il rapimento e l' uccisione di Aldo Moro. Maj, che era stato invece assolto per insufficienza di prove dall' accusa di aver partecipato all' uccisione del giudice Girolamo Tartaglione, faceva parte della piccola schiera di "dissociati" dalla lotta armata insieme con Adriana Faranda e Valerio Morucci.

12 settembre - Il "Corriere canadese", giornale in lingua italiana di Toronto, scrive che un tribunale canadese ha rifiutato l' asilo politico a Franco Piperno. Piperno e' arrivato a Montreal dalla Francia nel 1981. Le richieste avanzate dall' Italia per ottenerne l' estradizione in relazione al rapimento e all' uccisione di Aldo Moro e ad altri capi di imputazione per partecipazione alle attivita' di gruppi terroristici, sono state finora respinte dalle autorita' canadesi. Secondo quanto risulta dagli atti di vari organismi giuridici canadesi, Piperno e' tuttora in attesa che le autorita' canadesi si pronuncino circa la legalita' del suo soggiorno in questo paese. Dopo che due anni fa il ministro per l' immigrazione canadese aveva dato parere contrario a che al fisico italiano fosse concesso lo status di rifugiato politico, Piperno aveva fatto ricorso alla commissione d'appello per l' immigrazione, chiedendo che fosse rivista la sua posizione e che lo stesso ministro dell' immigrazione riesaminasse il caso. Nello stesso tempo gli avvocati di Piperno, Poupart e Duquette, avevano presentato istanza di incostituzionalita' riguardo alcuni punti della legge sull' emigrazione che trattavano la posizione dei rifugiati. Successivamente, con una mossa in contrasto con la precedente, Piperno aveva chiesto ad un giudice federale di primo grado di far sospendere l' esame della commissione d' appello per l' immigrazione. Il giudice pero' non aveva accolto queste richieste e lunedi' scorso Piperno e' comparso di fronte alla commissione d' appello per l' immigrazione a montreal, citta' dove egli si e' stabilito. In tale occasione il fisico italiano ha pero' nuovamente cambiato linea, domandando la sospensione dell' udienza perche' nel frattempo aveva interposto appello anche contro la decisione del tribunale ordinario di primo grado che aveva la sua richiesta di sospensione dell'esame di questa commissione. Neppure questa nuova richiesta - che verosimilmente avevano lo scopo di far slittare ulteriormente l' inizio del dibattimento - sono state pero' accolte dalle autorita' canadesi, le quali hanno fissato per il 18 prossimo sempre a Montreal, l' inizio dell' udienza presso la commissione d' appello per l' immigrazione: la sede dove in sostanza e' tornata a far capo tutta la vicenda giuridico - amministrativa relativa alla legalita' o meno del soggiorno di Piperno in canada. Se al termine delle udienze si decidera' di non concedere il permesso di soggiorno, Piperno dovra' con ogni probabilita' lasciare subito il territorio canadese per una destinazione di sua scelta. a meno che - ipotesi che al momento non e' verificabile- i suoi legali non trovino qualche altro appiglio per riportare la questione di fronte a un tribunale ordinario di grado superiore, da dove potrebbe ripartire un ennesimo procedimento di revisione del caso.

19 settembre - A Montreal, una corte d' appello federale respinge una serie di eccezioni presentate da Franco Piperno e conferma che a dare un parere sulla possibilita' di concedere a Piperno lo status di rifugiato politico deve essere la commissione d' appello per l'immigrazione, la quale ha infatti ripreso immediatamente ad esaminare il caso.

21 settembre - Pierre Poupart, avvocato di Franco Piperno, annuncia il ricorso alla corte suprema del Canada per ottenere per Piperno lo status di rifugiato politico.

24 settembre - Nella sua requisitoria al processo contro il troncone veneto di Autonomia operaia, il pubblico ministero Pietro Calogero afferma che "i 'collettivi politici veneti' sono nati come banda armata e che non erano un corpo a se stante, ma un ramo di una pianta a cui era stato dato vita da Negri e dal suo gruppo". Calogero fa una ricostruzione dettagliata delle azioni riconducibili all' Autonomia e una elencazione puntigliosa dei diversi apparati, politici e militari, che dalla meta' degli anni settanta avrebbero formato quella che il pm ha definito una "organizzazione a struttura piramidale e a cerchi concentrici" per dimostrare ai giudici che i "collettivi politici" avevano fin dalle loro origini, tra il 1974 e il 1975, al loro interno una "struttura militare"e che operavano come banda armata. Calogero e' partito da lontano, dai primi attentati agli scontri tra "autonomi" e le forze dell' ordine a Padova in occasione dei comizi degli onorevoli Covelli e Almirante, nel 1975, per giungere alla "notte dei fuochi" dell' ottobre 1979. In mezzo, un lungo elenco di incendi, devastazioni di sedi di partiti, di occupazioni "armate" , di "espropri proletari" , di attentati contro il giornalista Antonio Garzotto, docenti universitari e professionisti, di "campagne" sfociate in azioni terroristiche compiute in quasi tutto il veneto nel giro di poche ore. Secondo il pubblico ministero, tutti questi episodi hanno un filo comune che sembra portare direttamente ai "collettivi politici". Ma per Calogero, questo non e' ancora sufficiente per dimostrare la sua tesi accusatoria e allora ha ricostruito quella che ha chiamato la "struttura dell' organizzazione" , rilevando la presenza di tre "nuclei": strutture di direzione complessiva, di direzione specifica, militanti. La direzione complessiva era composta dai corsi seminariali di scienze politiche, con Negri e Ferrari Bravo; dagli organi di rappresentanza dei "collettivi veneti" in seno alla redazione-segreteria di "rosso"; la redazione padovana di "rosso"; dalle redazioni di "radio sherwood" a Padova, Venezia e Vicenza; dalla rivista "autonomia"; dagli organi responsabili dei singoli "collettivi"; dal "fronte comunista combattente". Su quest' ultima struttura, definita "la piu' elevata organizzazione militare dei 'collettivi'", il rappresentante della pubblica accusa ha puntato l' attenzione, rilevando che tra i suoi programmi c' era anche "l' attacco diretto alle persone" e che "svolgeva attivita' di contatti e confronto con le altre organizzazioni, in particolare le Brigate rosse nella prospettiva della formazione di un 'partito combattente'". A ulteriore conferma della sua tesi, Calogero ha presentato una serie di "elementi di prova" e di testimonianze di "pentiti", tra cui Michele Galati, dai quali risulterebbe, secondo l' accusa, che il "fronte comunista combattente" era una struttura dei "collettivi politici veneti".

25 settembre - La sezione istruttoria presso la corte di appello concede gli arresti domiciliari a Teodoro Spadaccini, un brigatista rosso dissociato che e' stato condannato nell' ambito della vicenda Moro a 15 anni e sei mesi di reclusione per costituzione di banda armata e concorso morale nel sequestro di Aldo Moro. Nella motivazione i magistrati hanno tenuto conto del fatto che l' imputato, difeso dall' avvocatessa Grazia Volo, ha confessato di essere stato un aderente delle Brigate rosse. Inoltre i giudici riconoscono che egli ha collaborato con la giustizia al fine di impedire il diffondersi del fenomeno del terrorismo nelle carceri, tanto da essere stato condannato a morte dai suoi stessi compagni. Infine i magistrati hanno anche tenuto conto del fatto che la madre di Spadaccini, vedova, e' in precarie condizioni di salute e non ha nessuno che possa assisterla.

26 settembre - Il pubblico ministero Pietro Calogero, concludendo la prima settimana della sua requisitoria nel processo al troncone veneto di autonomia, ha parlato, per circa sei ore, "dei fenomeni associativi dopo il 7 aprile. Dopo gli arresti dell'aprile 1979, ha detto Calogero, autonomia operaia si e' mossa in tre direzioni: continuazione della lotta armata, un processo di ristrutturazione, un rafforzamento del rapporto con le brigate rosse. Calogero ha ricordato, in particolare, il momento di unificazione di altre strutture con l'autonomia organizzata, culminato nella "notte dei fuochi" del 3 dicembre 1979, alla quale avrebbero partecipato varie componenti del "movimento"; la modificazione del "fronte comunista combattente", diventato "fronte per il contropotere"; la proposta delle Brigate rosse di costituire i "nuclei clandestini di resistenza".

28 settembre - Intervista di Alberto Franceschini all' "Avanti della domenica". Per Franceschini "il Pci e' sempre stato in bilico tra rivoluzione e democrazia. Noi abbiamo portato alle estreme conseguenze un certo tipo di discorso". "Il terrorismo - dice anche Franceschini - non ha dimostrato soltanto il fallimento, l' impossibilita' della rivoluzione, ma anche del riformismo"; "in pratica, a sconfiggere il terrorismo e' stato Agnelli con la ristrutturazione della Fiat...cioe' Agnelli che metteva fuori ventimila persone". Franceschini e' molto polemico con il Pci, da cui e' stato radiato ("la mia sezione si e' rifiutata di espellermi") quando era nella fgci; "doveva fare in pratica una politica riformista e mantenere allo stesso tempo un' ideologia rivoluzionaria...quando qualcuno si e' messo veramente a fare sul serio si e' visto qualcosa di sorprendente: questi rivoluzionari a parole si sono terrorizzati. sono stati i primi a dire che eravamo fascisti o roba del genere". A proposito dell' impatto avuto dal terrorismo, l' ex leader delle Br afferma che "tutto sommato, lo stato ci dovrebbe ringraziare" e spiega: "lo Stato, grazie ai movimenti di lotta armata, ha finito per rafforzarsi. Abbiamo costretto lo stato a fare un salto, a mettersi per qualche verso all' altezza dei tempi". Del rapporto tra la lotta armata e il movimento di massa, Franceschini dice: "la parola d' ordine 'ne' con lo stato ne' con le Br' esprime esattamente il punto di massima sviluppo. il movimento diceva: 'io ti do una mano, non ti denuncio alla polizia, perche' quello che fai mi va bene, pero' non sto con te, non voglio essere coinvolto piu' di tanto'. Quello che chiamavano il fiancheggiamento".

30 settembre - Comincia all'aula bunker di piazza Filangieri il processo d'appello ai 112 appartenenti alla colonna milanese delle Brigate rosse "Walter Alasia".

1 ottobre - Il minimo della pena, cioe' sette anni di reclusione, sono la richiesta della pubblica accusa nei confronti di Adriana Faranda, accusata di aver partecipato nel 1977 ad una fase del rapimento dell' armatore genovese Piero Costa. La Faranda ha raccontato in aula le fasi del rapimento, particolari gia' contenuti nella sua confessione fornita nella primavera scorsa al magistrato genovese Luigi Carli che ha condotto la gran parte delle indagini sugli attentati terroristici avvenuti nel capoluogo ligure. In particolare l' imputata si e' soffermata sulla sua partecipazione diretta (insieme con Morucci ed altri tre brigatisti dei quali pero' non ha voluto rivelare il nome) all' operazione riguardante il ritiro del riscatto, un miliardo e 300 milioni, avvenuto a Roma. Il bottino era formato da banconote di piccolo taglio e cosparse di una polverina che costrinse in terroristi a lavare tutto il denaro con acqua e sapone. Nel corso dell'udienza hanno testimoniato anche alcuni congiunti dell'armatore rapito i quali hanno raccontato che per consegnare le due valigie piene di soldi ai brigatisti avevano dovuto girare a lungo per le strade della capitale in modo da far perdere le tracce ad un auto della polizia che li seguiva.

3 ottobre - Le questioni legate alla nascita di "potere operaio" e alle attivita' svolte dall' organizzazione nei primi anni settanta, fino allo scioglimento deciso nel 1973, sono al centro dell' intervento del pubblico ministero Pietro Calogero, impegnato da otto udienze nella requisitoria nel processo contro il troncone veneto di "autonomia", in corso davanti alla corte d' assise di Padova. Calogero ha affrontato, in particolare, il problema delle armi che sarebbero state a disposizione di "potere operaio" dopo la cessazione delle attivita' terroristiche da parte dei "gap", in seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli. Per Calogero, il cospicuo arsenale dei "gap" sarebbe stato diviso tra Potop e le nascenti Brigate rosse.

3 ottobre - La corte di assise di Genova condanna Adriana Faranda a sette anni di reclusione e 700 mila lire di multa per aver partecipato, nel 1977, ad una fase del rapimento dell'armatore genovese Piero Costa. La setenza rispecchia la richiesta del pubblico ministero Luigi Carli e cioe', minimo della pena e concessione delle attenuanti generiche. L'imputata, che non era presente in aula, e' stata invece assolta dall'accusa del furto di alcune auto.

9 ottobre - "la battaglia comincia adesso". e' questo il commento di un avvocato, mentre l' aula bunker di piazza Filangieri, teatro del processo d'appello alla colonna Br "Walter Alasia" si svuota al termine di un' udienza movimentata e carica di tensione. Dopo la decisione della corte d' assise d'appello di convocare il presidente del consiglio dell' ordine degli avvocati affinche', insieme ad altri legali, assumesse la difesa d' ufficio di un gruppo di imputati che avevano revocato i difensori di fiducia e respinto le nomine d' ufficio, oggi il gruppo di legali, nuovo ai processi di terrorismo, ha chiesto, con polemiche argomentazioni, i termini a difesa: un minimo di sessanta giorni perche' "vogliamo fare i difensori e non i collaboratori dei giudici". La risposta della corte e' stata secca: otto giorni dovranno bastare ai legali, per studiare gli atti di un ampio processo che, secondo la definizione di Tiziano Barbetta, presidente dell' ordine degli avvocati di Milano, "e' frutto della vergognosa legge sui pentiti". Polemiche le dichiarazioni sulla decisione della corte: "nessun legale milanese a queste condizioni difendera' gli imputati", ha detto l' avvocato Poletti, mentre il presidente dell' ordine, con minore irruenza, ha annunciato che sara', domani, il consiglio dell' ordine a decidere il da farsi. E' stato proprio il presidente dell' ordine ad aprire la polemica con i giudici: "ci servono da due a quattro mesi per studiare il processo vista la mole degli atti e il numero degli imputati". Gli ha fatto eco l' avvocato Claudio Poletti ricordando che l' Italia e' stata piu' volte condannata dalla corte europea dell' Aja per violazione del diritto di difesa e aggiungendo: "non dimentichiamo che anche l' unita' d' Italia e' stata fatta con atti di terrorismo da Mazzini e Garibaldi. I terroristi di oggi potrebbero essere gli eroi di domani". Sulla stessa linea, tesa a ribadire la necessita' di svolgere un ruolo reale nel processo, sono rimasti anche gli avvocati di stasio e Viscardi. Dure reazioni sono venute dall' avvocatura dello stato che ha sostenuto che l' atteggiamento dei quattro legali, tutti membri del consiglio dell' ordine degli avvocati, in realta' svilisce il ruolo della difesa, esaltando la sortita dell' imputata Pasqua Aurora Betti che, revocando i legali di fiducia insieme a un gruppo di irriducibili, ha provocato questa intricata situazione. Egualmente duro il procuratore generale che, rimettendosi alla corte sulla decisione dei termini a difesa, ha pero' sottolineato che negli interventi dei legali c'erano "note stonate e accostamenti storici arditi". Sulla scorta di questa polemica che ha lasciato stupiti per la sua violenza persino gli avvocati che abitualmente si occupano di questi processi, anche un altro imputato, Lauro Azzolini, ha revocato i suoi difensori: "anche noi siamo stati garibaldini rivoluzionari. Non revoco i miei legali per sfiducia ma perche' credo che questi nuovi avvocati possano farsi un' idea piu' corretta di cosa siano stati e siano questi processi". Il processo e' aggiornato al 17 ottobre.

10 ottobre - Il segretario del Movimento federativo democratico, Francesco Caroleo, nomina vicesegretario nazionale del movimento Giovanni Moro che si occupera' della politica culturale. Moro si affianca all' altro vice segretario del movimento, Maria Teresa Petrangolini.

16 ottobre - Per l'uccisione, avvenuta il 6 novembre 1981 nel supercarcere di Cuneo, del detenuto "comune" Antonino Arnone, 21 anni, messinese. la corte d'assise ha inflitto 25 anni di reclusione a Francesco Piccioni, 34 anni, appartenente alla "colonna romana" delle Brigate rosse, e dieci anni a Flavio Zola, 31 anni, di Asti, ritenendoli colpevoli di omicidio volontario. Altri sette imputati sono stati invece assolti con varie formule. Antonino Arnone venne strangolato durante l'ora d'aria mentre si trovava in un angolo del cortile del penitenziario in compagnia di un gruppetto di altri detenuti. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, la sua uccisione sarebbe da collegarsi ad un complotto ordito per assassinare il "leader" storico delle Brigate rosse Mario Moretti, all'epoca rinchiuso nel supercarcere di Cuneo.

22 ottobre - Concluse le questioni preliminari e dichiarato lo stralcio delle posizioni processuali di due imputati impossibilitati a comparire, poco prima delle 14 il presidente della corte d'assise di Rovigo, Nicola Passarelli, ha dichiarato aperto il dibattimento nel processo ai presunti responsabili dell'attentato compiuto contro il carcere di Rovigo, il 3 gennaio 1982 e la successiva evasione dalla casa circondariale di quattro terroriste. Prima di rinviare l' udienza a domani, con l'inizio degli interrogatori, il dott. Passarelli si e' rivolto agli imputati presenti in aula - una quindicina, tra i quali Sergio Segio, Susanna Ronconi, Marina Premoli, Giulia Borelli, Antonio Marocco - con una sorta di invito alla tranquillita'. "Mi e' parso di cogliere la vostra preoccupazione - ha detto - nei confronti della citta' da alcune lettere pubblicate sui giornali. La citta' di Rovigo e' stata colpita e ha sofferto, ma non nutre in alcun modo spirito di vendetta. e' una citta' che si aspetta solo giustizia". "Da parte mia - ha aggiunto il presidente - intendo portare avanti un dibattimento corretto. questa corte non ha spirito di vendetta. Sara' un processo senza cedimenti, ma anche senza preconcetti". L'udienza e' stata aperta dalla presentazione di una richiesta di costituzione di parte civile da parte della famiglia di Angelo Furlan, il pensionato ucciso dallo scoppio della bomba piazzata vicino al carcere dal " commando" terrorista. dopo la lettura dell'elenco degli imputati - 22 persone, delle qualli 20 accusate tra l'altro di strage e porto e detenzione di armi e due di favoreggiamento personale - il presidente della corte d'assise ha dato la parola agli avvocati della difesa, che hanno presentato istanze riguardanti la poszione di alcuni imputati. Ii giudici si sono quindi ritirati in camera di consiglio, dov' e' stato deciso lo stralcio della posizione di Aurora Pasqua Betti e di Nicolo' De Maria in quanto impegnati in un altro processo. I difensori hanno quindi presentato alla corte lettere scritte da Giulia Borelli, Federica Meroni e Marina Premoli - le ultime due fuggite dal carcere assieme a Susanna Ronconi e Loredana Biancamano - e preso atto della nota inviata nei giorni scorsi da Sergio Segio, Ronconi e Biancamano. Nelle missive, tutti gli imputati hanno dichiarato la propria estraneita' attuale dalla lotta armata e cercato di spiegare i motivi che portarono all' attentato di tre anni fa. In quell'occasione, un commando terrorista - del quale facevano parte, tra gli altri, Segio, Diego Forastieri e Massimo Canfora - preparo' una carica di esplosivo all'interno di una "a 112", poi sistemata vicino al muro della casa circondariale. Quando l'auto-bomba scoppio', provoco' una breccia nel muro dalla quale uscirono le quattro esponenti di "Prima linea". Nel corso di una pausa del processo Segio ha dichiarato che "l'evasione era nata in una ottica di solidarieta' e di legame affettivo, non di progetto politico. La nostra massima preoccupazione - ha aggiunto - era di non spargere sangue. anche contro le guardie, sparammo per deterrenza, non per colpire". Riguardo alle fasi preparatorie dell'attentato nel corso delle quali Segio ottenne l'appoggio logistico e le armi dalla colonna milanese delle Br, l'imputato ha detto che "l'unione tra le diverse organizzazioni fu un atto di necessita'". "L'idea di liberare la Ronconi era mia - ha proseguito - ma non avevamo i mezzi per attuarla. Le nostre posizioni erano lontane da quelle delle Brigate rosse. A livello epidermico pensavamo fosse possibile creare 'momenti reciproci' tra strutture diverse per liberare i compagni detenuti. Era una logica di solidarieta' e non di attacco allo stato". Da parte sua, Susanna Ronconi ha dichiarato il suo distacco totale dalla pratica terroristica e rilevato che "la lotta armata in Italia nel 1982 era gia' finita" e il sequestro del generale Dozier - avvenuto alcuni giorni prima dell'attentato - "un fuoco di paglia delle Br". "Dal 1980 in poi - ha concluso - la lotta armata non ha avuto la forza di destabilizzare niente e non esisteva un grande disegno astratto. Esistevano schegge impazzite e dibattiti conflittuali tra le diverse strutture".

23 ottobre - Le fasi preparatorie e l' attentato al carcere di Rovigo per liberare quattro esponenti di "Prima linea", tra le quali Susanna Ronconi, sono stati ricostruiti in aula davanti alla corte d'assise del capoluogo polesano da Pietro Mutti e Pasquale Avilio, pentiti di " Prima linea" accusati tra l' altro di concorso in strage, detenzione e porto d'armi e lesioni personali. Mutti ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni fatte nel corso dell'istruttoria e che il presidente della corte d'assise Nicola Passarelli ha letto interamente. "A meta' dicembre del 1981 venni convocato a Milano da Lucio Di Giacomo - ha sostenuto l'imputato - che mi mise al corrente di un progetto riguardante l'attacco ad un istituto di pena. L'idea era di Sergio Segio. Fu solo in un incontro successivo - ha aggiunto - che si parlo' della Ronconi e delle altre tre, Loredana Biancamano, Federica Meroni e Marina Premoli. In un primo tempo si stabili' di compiere l'attentato il 27 dicembre di quell'anno". Mutti, all'epoca membro del comitato nazionale di "Prima linea", si e' quindi soffermato sulla preparazione dell'azione, alla quale non partecipo', e sul ruolo avuto da un coimputato, Paolo Cornaglia. "Ritengo che Cornaglia - ha detto - non fosse a conoscenza del nome delle persone che dovevano essere liberate. Con lui discutemmo dei particolari tecnici dell' operazione e non del carcere da colpire". Mutti ha poi rilevato che l' operazione doveva essere compiuta senza spargimenti di sangue, tesi sostenuta anche da Avilio, membro del "commando" terrorista che assalto' la casa circondariale. Dopo aver indicato che alcuni "compagni" avevano il compito di impedire il passaggio di autovetture nel momento dell' azione, il terrorista pentito ha detto che gli stessi colpi d' arma da fuoco sparati contro la garritta delle guardie carcerarie erano di protezione e non per colpire le persone. L' imputato ha quindi illustrato dettagliatamente ai giudici tutte le fasi dell' attentato, sostenendo che l' assalto programmato per il 27 dicembre salto' all' ultimo momento, quando ormai il gruppo era appostato nei pressi del carcere. "Dalla casa circondariale - ha detto - doveva uscire un segnale musicale che non recepimmo. Tornammo quindi a Sottomarina (Venezia), dove avevamo un covo. E' li' che alcuni giorni prima Segio aveva portato una valigia con le armi". "Il 2 gennaio - ha proseguito l' imputato - abbiamo compiuto un ulteriore sopralluogo nella zona. Domenica 3 eravamo pronti di nuovo a colpire". Dell' operazione, Avilio ha spiegato alla corte tutti i momenti piu' importanti: dall' appostamento dei terroristi nelle aree prestabilite, alla collocazione della "a-112" contenente l' esplosivo vicino al muro di cinta, dall' azione diversiva, compiuta da Gianluca Frassinetti con il lancio di alcune bottiglie molotov, allo scoppio e alla successiva fuga delle terroriste attraverso la breccia aperta nel muro del carcere dall' espolosione. Avilio ha fatto poi il nome di tutti gli altri membri del "commando" : Segio, Frassinetti, Giulia Borelli, Rosario Schettini, Lucio Di Giacomo (morto successivamente), Diego Forastieri, Massimo Canfora. "Segio dopo l' esplosione - ha aggiunto - si avvio' verso il varco nel muro. Nello stesso tempo, Forastieri e di Giacomo sparavano contro la garritta delle guardie". Tutti i componenti del gruppo erano armati, alcuni portavano anche bombe a mano. Riguardo alla provenienza delle armi, l' imputato ha rilevato di aver appreso da di Giacomo che erano state messe a disposizione dalle Brigate rosse, aggiungendo, pero', che fra i diversi gruppi terroristici che ebbero parte nell' attentato - i "nuclei comunisti" di Segio, "prima linea" e le Br - non ci fu mai un accordo politico.

24 ottobre - In una  memoria difensiva composta di 16 cartelle dattiloscritte, letta in aula stamane dal presidente della corte d'assise di Rovigo Nicola Passarelli, Sergio Segio, l'ex comandante "Siro" di "prima linea", ha illustrato dettagliatamente tutti i momenti intercorsi dall'ideazione all'esecuzione dell' attentato al carcere di Rovigo, compiuto il 3 gennaio 1982. Una ricostruzione puntigliosa dalla quale e' emerso, ancora una volta, che "la molla fondamentale" che fece scattare il piano nella sua mente fu inizialmente il legame affettivo che lo univa a Susanna Ronconi. "La decisione di effettuare l' evasione di Rovigo la presi, personalmente, il 3 dicembre 1980 - ha detto Segio - o forse e' piu' corretto ed esatto dire che in quella data decisi di liberare Susanna Ronconi, arrestata il giorno prima a Firenze, con la quale avevo da anni un rapporto sentimentale". Un'idea che si concretizzera' operativamente solo un anno e un mese dopo, con il contributo anche di altre organizzazioni terroristiche, ma sulla quale, in un primo tempo, l'imputato si dichiarava disposto ad intervenire da solo. Quando la Ronconi era detenuta a Ferrara, infatti, "volli farmi la convinzione che, stanti alcune condizioni di vulnerabilita' di quel carcere, piccolo e periferico - ha aggiunto Segio - sarebbe stato possibile compiere l' operazione anche da solo". Susanna Ronconi pero' venne trasferita in un altro carcere e Segio comincio' a pensare che il problema della liberazione dei"detenuti politici" poteva e doveva "essere affrontato in termini piu' vasti e generali". "Se la lotta armata non era piu' plausibile e praticabile come strumento di trasformazione in senso rivoluzionario della realta' e societa' - ha rilevato - poteva diventare lo strumento capace di rendere reversibile il destino di carcere cui erano consegnate migliaia di vite". Dopo l'incontro con altri due ex esponenti di Prima linea, Diego Forastieri e Rosario Schettini, nell'aprile del 1981, Segio comincio' i primi sopralluoghi a Rovigo, dove era detenuta la sua compagna. Inizialmente, le ipotesi allo studio per compiere l'operazione erano tre, nessuna delle quali poi realizzata, mentre il giorno stabilito e' stato fin dai primi momenti la domenica. L'imputato ha sostenuto che durante gli "studi sul campo" nella citta' veneta aveva usato "particolari accorgimenti e trasferimenti", temendo che i pentiti di Prima linea avessero gia' parlato agli investigatori del suo legame con la Ronconi e del fatto che "in un modo o nell'altro avrei tentato di liberarla". Nel frattempo, vennero avviati i primi rapporti con le altre organizzazioni terroristiche, mentre attraverso l'invio alla Ronconi di lettere, libri e mazzi di rose - una sorta di segnale convenzionale - Segio l'avverti' dell' evolversi del piano. Con la definizione degli accordi con le altre strutture - le Brigate rosse in un primo tempo si dichiararono disposte a partecipare direttamente, ma revocarono l'adesione quando vennero a sapere che si trattava di liberare esponenti di prima linea, limitandosi quindi a mettere a disposizione le sole armi - l'ipotesi di intervento contro il carcere entro' nella fase operativa. "Il problema che maggiormente trattammo  - ha sostenuto Segio - fu quello di garantire l'incolumita' oltre che nostra, di chiunque si trovasse nella zona, dato il quantitativo di esplosivo che andava impiegato". "Di conseguenza - ha aggiunto - piegammo l'inizio dell' operazione vera e propria a questa esigenza che consideravamo inderogabile". Il 3 gennaio, pero', qualcosa non ando' secondo quanto sarebbe stato nelle intenzioni del "commando" terrorista e Angelo Furlan, un pensionato rodigino, rimase ucciso dallo scoppio dell'auto-bomba piazzata vicino al muro di cinta del carcere da Segio e compagni. Secondo l'imputato, pero', la morte di Furlan era "non solo quanto di piu' lontano dalle nostre intenzioni, ma anche facemmo di tutto, aumentando notevolmente i rischi per noi stessi, perche' nulla di simile accadesse". Segio ha quindi risposto alle domande del presidente Passarelli, evitando pero' di rivelare i nomi dei membri del gruppo che non avessero gia' dichiarato le proprie responsabilita'.

24 ottobre - La sentenza istruttoria per il rapimento di Roberto Peci, assassinato dalle Brigate rosse il 3 agosto 1981 a Roma, e' stata depositata dal magistrato inquirente dott. Anna Maria Abate. Non si conoscono con precisione le motivazioni e le conclusioni tratte dal giudice istruttore, ma pare comunque certo che abbia emesso numerosi mandati di cattura. Il primo riguarderebbe Giovanni Senzani, indicato come capo del gruppo che rapi' Peci a San Benedetto del Tronto il 12 giungo 1981; gli altri sarebbero stati notificati a Stefano Petrella, Roberto Buzzati (ora nella lista dei "pentiti"), Natalia Ligas, Susanna Berardi, Giuseppina Delogu, Luciano Farina, Massimo Gidoni, Aleramo Virgili. Tutti sarebbero accusati di sequestro di persona, associazione sovversiva e banda armata. Il magistrato avrebbe indagato per ora solo sulla parte relativa al rapimento. Nel frattempo i legali di alcuni degli accusati avrebbero deciso di impugnare i mandati di cattura, giudicandoli illegittimi.

29 ottobre - I rapporti di Sergio Segio, ideatore dell' attentato al carcere di Rovigo compiuto il 3 gennaio 1982 per far evadere Susanna Ronconi, con la colonna milanese "Walter Alasia" delle Brigate rosse sono stati illustrati oggi da Francesco Bellosi alla corte d' assise di Rovigo, nel corso del processo contro i presunti responsabili dell' azione terroristica. Bellosi ha ammesso di aver presentato all' interno della colonna brigatista il progetto di evasione pensato da Segio, di cui era amico da alcuni anni. In un primo tempo, ha rilevato l' imputato, la direzione della "Alasia" aveva manifestato l' intenzione di partecipare direttamente all' azione, per poi dichiararsi disponibile solo a fornire un appoggio logistico e le armi. Queste ultime, secondo quanto ha sostenuto Bellosi, erano quelle che egli stesso aveva portato in dotazione alla colonna al momento dell' inizio della sua militanza Br. Dopo aver spiegato ai giudici i sistemi usati dalla "Alasia" per nascondere le armi "pesanti" - fucili e mitra - Bellosi ha detto che non gli risultava che Segio avesse intenzione di entrare nelle Brigate rosse. Anzi, qualcuno delle Br, di cui non ha fatto il nome, definiva Segio "la variante impressionista della lotta armata". Da parte loro, Diego Forastieri e Paolo Cornaglia, ex membri di "Prima linea", hanno presentato alla corte d' assise due memoriali di quattro cartelle ciascuno. Forastieri ha sostenuto che i "nuclei comunisti", il gruppo creato da Segio dopo la sua uscita da "Prima linea", "vivevano nella totale mancanza di strutture interne, di gerarchie, di statuti e di regole di militanza. Si reggevano - ha aggiunto - sull' affetto, sull' amicizia, sul libero impegno". Cornaglia  si e' limitato a leggere la memoria difensiva, nella quale ha rilevato che la morte di Angelo Furlan - il pensionato rodigino rimasto ucciso dallo scoppio dell' auto-bomba usata per aprire una breccia nel muro di cinta del carcere - "getto' sgomento nel gruppo". "Non abbiamo mai pensato di essere in una dimensione di guerra civile - ha detto - tale da giustificare comportamenti indiscriminati".

29 ottobre - Per la prima volta a Milano, dopo l' apparizione nel processo Taliercio a Mestre, Barbara Balzerani e' comparsa in un' aula di giustizia. Per presentarsi nel bunker dove si celebra il processo d' appello alla colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia", ha scelto l' udienza dedicata alla requisitoria dell' accusa. Un chiaro segnale della volonta' del leader delle Brigate rosse di non partecipare attivamente al processo, come dimostra anche il suo rifiuto di parlare con i giornalisti. Nessun suo documento e' giunto alla corte e il presidente ha solo preso atto del ritiro della rinuncia a comparire. Maglione e pantaloni blu, scarpe da tennis, un ordinato caschetto di capelli scuri, la Balzerani, detenuta a Voghera dal suo arresto avvenuto nel maggio scorso, ha trascorso tutta l' udienza nella terza gabbia insieme a un gruppo di imputati, Marcello Ghiringhelli con il quale ha lungamente parlato, Adriano Carnelutti, Giuseppe Livraghi, Fausto Salvadori e Patrizia Sotgiu che hanno sempre rifiutato la dialettica processuale. Uno di loro, in primo grado, inneggio' all' omicidio del generale americano Hunt, ucciso dalle brigate rosse, con lo slogan "dieci mille diecimila Hunt". Nella gabbia accanto a quella che ha ospitato la Balzerani c' era Mario Moretti, colui che, insieme alla donna, assunse nel 1979 la direzione della colonna milanese su decisione dell' esecutivo nazionale delle brigate rosse. Tra i due neanche uno sguardo a testimoniare - come ha detto un altro imputato - che "in quest' aula le idee sui nostri percorsi sono molte di piu' delle sette gabbie". Barbara Balzerani, che ha sulle spalle varie condanne tra cui l' ergastolo per l' omicidio Moro, deve rispondere in questo processo milanese dell' agguato di via Schievano in cui morirono tre agenti della Digos. In primo grado e' stata condannata alla massima pena aggravata da due anni di isolamento diurno. L' omicidio avvenne nel gennaio del 1980, pochi mesi dopo il suo arrivo a Milano con il compito, diviso con Moretti, di riorganizzare una colonna decimata dagli arresti e disorganizzata dalla scoperta di alcune basi. Ma la permanenza milanese dei due leader duro' meno di un anno: gia' nel luglio successivo, al vertice nazionale di Tor san Lorenzo, le Br milanesi li accusarono di pessima conduzione della colonna e diedero il via alla svolta operaista, al radicamento sempre maggiore nelle fabbriche che segno' l' uscita della colonna milanese dall' esecutivo nazionale. Quella svolta, guidata da Pasqua Aurora Betti, Vittorio Alfieri ed altri, fu sanzionata con due omicidi. Caddero nelle strade di Milano, nel novembre 1980, due dirigenti industriali, Renato Briano e Manfredi Mazzanti. Il sostituto procuratore generale Franco Mancini ha cominciato la sua requisitoria rievocando il sequestro di Hidalgo Macchiarini nel 1972. Mancini ha poi esaminato una serie di ferimenti datati 1977, tra cui quello del direttore del "Giornale", Indro Montanelli. Per quel fatto gia' un processo si e' celebrato e proprio sulla base di quella sentenza l' accusa ha chiesto per due imputati la derubricazione del reato da tentativo di omicidio a lesioni aggravate. Eguale richiesta il sostituto procuratore generale ha formulato per Diana Calogero, Antonio Savino e Rino Cristofoli condannati in primo grado per un tentativo di omicidio. Il procuratore generale ha poi affrontato il primo degli omicidi messi a segno dalle Br a Milano, quello del maresciallo degli agenti di custodia di San Vittore Francesco Di Cataldo, ucciso nell' aprile 1978. L' accusa ha chiesto che venga affermata la responsabilita' materiale di Valerio De Ponti, indicato da un "pentito" che ha accusato gravi problemi psichici e del quale la difesa ha spesso contestato l' attendibilita'.

30 ottobre - La commissione inquirente ha ascoltato la scorsa notte alcuni "testimoni indiretti" nell' ambito dell' istruttoria sulla vicenda dei finanziamenti che il ministro per il mezzogiorno dell' epoca Giacomo Mancini (Psi) avrebbe fatto devolvere - secondo l' accusa - nel 1976 tramite il Cerpet (un centro di ricerche sui problemi politici, economici e del territorio) alla rivista "Metropoli". Nella precedente seduta il relatore sen. Marcello Gallo (Dc) aveva chiesto l' archiviazione del "caso" , vista "l' inconsistenza delle accuse", ma la commissione aveva deciso di proseguire ulteriormente le indagini. Sono stati cosi' ascoltati Nicolo' Bozzo e Giampaolo Ganzer, due ufficiali dei carabinieri che negli ultimi mesi del 1981 collaborarono con il gen. Dalla Chiesa all' interrogatorio del brigatista "pentito" Michele Galati, uno degli "accusatori" di Mancini. sia Ganzer che Bozzo hanno riferito - a quanto si e' appreso dai commissari - che Galati non ha menzionato fatti e circostanze precisi sull' ipotesi di reato a carico del ministro, ma si e' limitato a dire che negli ambienti dell' eversione si parlava "genericamente di rapporti tra Mancini e il terrorista Senzani". Galati, secondo la ricostruzione fatta in commissione dai due ufficiali dei carabinieri, avrebbe riferito che negli stessi ambienti terroristici si parlava anche di un piano per il rapimento di un parlamentare calabrese, azione della quale Mancini sarebbe stato a conoscenza. I commissari dell' inquirente hanno sottolineato come, oltre a questi "si dice", nulla di concreto sia emerso dall' audizione di Bozzo e Ganzer. Sono state poi ascoltate isabella Ravazzi, gia' moglie del terrorista Enrico Fenzi, e Stefania Rossini, una delle fondatrici del Cerpet. Ravazzi avrebbe escluso qualsiasi coinvolgimento di Mancini nei presunti finanziamenti di "Metropoli" e avrebbe aggiunto di aver conosciuto l' esponente socialista tramite amici comuni, "perche' fautore di una linea garantista in un momento molto difficile". Secondo Ravazzi, Mancini avrebbe comunque sempre condannato "molto duramente" il terrorismo. Anche Stefania Rossini avrebbe scagionato Mancini, riferendo di poter escludere che il Cerpet finanziasse movimenti o gruppi di qualsiasi genere viste le difficolta' finanziarie nelle quali si trovava. L' inquirente avrebbe anche deciso, a quanto si e' appreso, di ascoltare in carcere il brigatista Valerio Morucci prima di decidere sulla vicenda Mancini - "Metropoli".

30 ottobre - La strage di via schievano, gli omicidi dei dirigenti industriali Renato Briano e Manfredo Mazzanti e del direttore sanitario del policlinico Luigi marangoni, il sequestro del dirigente dell'Alfa Romeo Renzo Sandrucci fino alla rapina, nel 1983, a Lissone in cui venne ucciso il maresciallo Valerio Renzi: e' il periodo, dal 1980 al 1983, piu' cruento delle Brigate rosse milanesi quello che stamane e' stato rievocato al processo d'appello alla colonna "Walter Alasia" dal sostituto procuratore Franco Mancini. Piena fiducia nella ricostruzione degli omicidi va data, secondo l'accusa, ai pentiti Michele Galli e Sergio Faggetti, ma non altrettanta considerazione ha riscosso la dissociazione - maturata prima del processo e esternata in aula con un lungo interrogatorio in cui ha fatto il nome di due partecipi dell'omicidio Marangoni - di Ettorina Zaccheo, membro della brigata ospedaliera e condannata in primo grado all'ergastolo per il concorso morale negli omicidi Renzi e Marangoni. Secondo l'accusa, la sua responsabilita' nell' omicidio del direttore sanitario del policlinico, ucciso nel febbraio del 1981, e' "piena, totale, assoluta": fu lei a preparare la schedatura, a parlare con De Maria, uno dei responsabili materiali di quel fatto. "Non abbiamo riscontri - ha detto Mancini - per dimostrare, come la Zaccheo sostiene, che era d'accordo su un ferimento e non sull'omicidio". secondo l'accusa, che ha escluso la possibilita' di concedere alla Zaccheo le attenuanti dell' articolo quattro, ci sono i motivi per confermare la sentenza di primo grado:"la Zaccheo ebbe una responsabilita' anche nell'omicidio del maresciallo Renzi. puo' darsi - ha detto il sostituto procuratore generale - che non sapesse dove si sarebbe effettuata quella rapina poi cosi' tragicamente finita, ma non dimentichiamo che approvo' il programma di finanziamento delle Br attraverso quelle azioni e che, all' epoca, conviveva con uno degli esecutori materiali dell'omicidio". Demolita dunque la dissociazione della Zaccheo che aveva inviato ai giudici un lungo memoriale di autocritica, il pubblico ministero ha fornito una chiave che lascia prevedere diminuizione, anche notevoli, nelle richieste di condanne per gli imputati del sequestro, datato giugno 1981, dell'ingegnere Renzo Sandrucci dell'Alfa Romeo. Dissentendo dai giudici di primo grado che avevano accettato l'impostazione dell'accusa che aveva chiesto per quel fatto una pena base di 25 anni di reclusione, il sostituto procuratore generale ha sostenuto la necessita' di applicare la diminuente prevista per coloro che si adoperano per il rilascio dell'ostaggio. "Ci fu una volonta' collettiva - ha detto il sostituto procuratore generale - di liberare Sandrucci e questo dato va tenuto in considerazione". La diminuente sollecitata dall'accusa prevede una pena base tra i due e gli otto anni di reclusione e potrebbe, qualora la corte seguisse questa impostazione, diminuire di molto la pena di imputati come Marta Vedovelli, Ada Negroni, Antonio Piaella, Roberto Trombin e altri cui il sequestro Sandrucci e' stato contestato come il reato piu' grave. Anche oggi e' comparsa in auala Barbara Balzerani, che nella terza gabbia ha continuato a discutere con i suoi compagni prestando poco ascolto alla rievocazione, da parte dell'accusa, di fatti che, in qualche caso, la videro protagonista.

31 ottobre - La conferma dei 19 ergastoli inflitti in primo grado e gli sconti di pena per i partecipanti al sequestro dell'ingegnere dell'Alfa Romeo Renzo Sandrucci e per alcuni "pentiti" sono i punti sostanziali delle richieste del sostituto procuratore generale al processo d'appello a 100 imputati della colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia". Soprattutto l'allineamento sulla prima sentenza rispetto agli ergastoli ha provocato reazioni sorprese nell'aula: il procuratore generale ha infatti sostenuto che, pur avendo apprezzato i segnali  di dissociazione venuti da alcuni degli imputati condannati alla massima pena, l'incertezza sul loro reale ravvedimento non consente l'applicazione delle attenuanti generiche. Secondo il procure generale dovranno scontare il carcere a vita aggravato da periodi di isolamento diurno tutti coloro che sono accusati degli otto omicidi attuati dalla colonna: non solo Mario Moretti, Barbara Balzerani, Nicola Giancola, Lauro Azzolini, Roberto adamoli, Diana Calogero, Valerio De Ponti, Nicolo' De Maria, Sergio tornaghi, Pasqua Aurora Betti, Maria Carla Brioschi ma anche Vittorio Alfieri, Franco Bonisoli, Mario Protti, Vincenzo Scaccia, Antonio Savino, Ettorina Zaccheo, Maria Rosa Belloli e Samuele Zellino che, seppur con sfumature e gradazioni diverse, hanno offerto importanti squarci di dissociazione nei loro interrogatori. "Per questo magistrato la dissociazione dalla lotta armata non esiste. Non si poteva fare di peggio contro il processo di superamento del terrorismo". E' stato il commento di Marcello Gentili, difensore della dissociata Ettorina Zaccheo. il sostituto procuratore generale, motivando queste richieste, ha sottolineato la mancanza di strumenti giuridici per apprezzare, in termini di pena, la dissociazione e ha sostenuto che i giudici non possono supplire a questo vuoto legislativo. anche riguardo a posizioni processuali meno gravi, l'accusa non ha tenuto particolarmente in conto la condotta processuale. Gli sconti di pena, talvolta consistenti, sono stati ad esempio applicati a tutti i partecipanti al sequestro Sandrucci indipendentemente dalla loro posizione e in virtu' di una norma che prevede un abbassamento della pena base per coloro che si adoperano alla liberazione dell'ostaggio. Secondo il procuratore generale dovranno per questo motivo essere condannati a 20 anni di reclusione invece che ai 30 avuti in primo grado Adriano Carnelutti, Gaetano Bognanni, Roberto Trombin, Ada Negroni, Mauro Ferrari, Francesco Pagani Cesa. ancora piu' consistente la riduzione per Daniela Rossetti (da 30 a 16 anni), Marta Vedovelli (da 30 a 18 anni) e Angelo Ferlicca (da 28 a 16 anni). Altri criteri che hanno consentito al rappresentante dell'accusa di chiedere pene piu' basse sono stati la derubricazione di tre tentativi di omicidio in lesioni aggravate, la contestazione della partecipazione e non dell' organizzazione della banda armata e il criterio della continuazione con altre sentenze gia' passate in giudicato. Per quanto concerne la schiera dei "pentiti", il sostituto procuratore generale ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado per Michele Galli, condannato a 15 anni e sei mesi per la sua partecipazione all'omicidio del direttore sanitario del policlinico di Milano e al triplice omicidio di via Schievano, Giuseppe Piccolo (4 anni per un ferimento) e Bernardino Pasinelli condannato a 10 anni e sei mesi per l' omicidio del maresciallo Valerio Renzi. Il riconoscimento del contributo eccezionale dato alle indagini e conseguenti sconti di pena sono stati sollecitati per Vincenzo Del Core (da 4 anni a 1 anno e otto mesi), Ivan Formenti (da 12 a 10 anni per l'omicidio Renzi) Sergio Faggetti (da 8 anni e sei mesi a 5 anni per l'omicidio di Manfredo Mazzanti).

31 ottobre - "Non sono mai stato il professore di italiano di nessuno. dal giugno 1982 ero in isolamento nel carcere di Ascoli Piceno e con Ali' Agca, che era in isolamento in un' altra cella dello stesso braccio, non c' e' mai stata alcuna socialita', tranne qualche generica chiacchiera da cella a cella che poi ho interrotto quando Agca ha detto che voleva essere considerato il piu' pentito dei pentiti, segnalando anzi la stranezza di quella contiguita'. Non ho mai avuto nulla a che fare con i provocatori". lo ha detto  Giovanni Senzani, il criminologo responsabile del "fronte delle carceri" delle Brigate rosse, parlando con i giornalisti durante una pausa della prima udienza del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br. Senzani ha anche parlato del caso Cirillo. "Su questa vicenda - ha detto - devo precisare che le tresche che vengono fuori in continuazione non mi riguardano e non riguardano i rivoluzionari e le Brigate rosse. Ribadisco quanto avevano detto in un documento le Br napoletane: avevamo espropriato alla grande famiglia Dc un miliardo e 450 milioni di lire. E ripeto che nel luglio 1981 Cirillo sarebbe stato rilasciato in ogni caso. LOe altre verita' non ci riguardano: se qualcuno ha cercato di stabilire un aggancio con le Br ha rivelato solo la sua stupidita'. Le forze rivoluzionarie nel loro percorso non hanno mai cercato o voluto mediazioni. Gli intrallazzi non sono problemi nostri". E' la prima volta dal momento del suo arresto che Senzani compare in un' aula di giustizia. Jeans e un giubbetto rosso, un paio di baffetti, l' aria apparentemente tranquilla e sorridente, e' stato fatto entrare da solo nella gabbia numero uno e dopo l'appello degli imputati e la costituzione delle parti ha chiesto inutilmente la parola al presidente della corte d' assise Pietro Cassano, che lo ha ripetutamente zittito minacciando anche di farlo espellere dall' aula. "Volevo chiedere - ha poi spiegato ai giornalisti durante la pausa - di essere messo insieme agli altri imputati detenuti", sette in tutto, visto che il "pentito" Giovanni Ciucci, l' ex carceriere di Dozier che con le sue dichiarazioni diede il via allo smantellamento del "Comitato rivoluzionario toscano", ha preferito rinunziare a comparire. Si presentera', si e' appreso, solo il giorno del suo interrogatorio poiche' non sarebbe stato possibile trovargli una sistemazione adeguata nel carcere fiorentino. "A Sollicciano - ha proseguito Senzani - siamo in isolamento tutti nello stesso settore ma non ci consentono di fare l' aria insieme". Il criminologo ha poi parlato degli avvenimenti europei sostenendo una "continuita' del processo rivoluzionario" che segnerebbe "un superamento del vecchio modo di vedere l' internazionalismo". Senzani ha poi accusato i mezzi di informazione di aver messo in atto "una scandalosa campagna che ha tentato di distruggere una identita' per attaccare l' intera esperienza rivoluzionaria delle Br", campagna che avrebbe anche nascosto il trattamento carcerario riservatogli. "Tre anni di isolamento e poi la deportazione a Pianosa: un trattamento - ha detto - che certo non mi impressiona, anche perche' vi sono proletari sconosciuti trattati peggio di me nei 'braccetti della morte' che il ministero della giustizia dice sempre di voler chiudere e che rappresentano una pura deterrenza". Infine se l' e' presa anche con i radicali: "Pannella - ha detto - ha dato voce a una campagna di stampa sul presunto pericolo di una mia scarcerazione entro la fine di novembre proprio mentre stavano per deportarmi a Pianosa. Dovrebbero essere piu' seri i radicali, visto che il tema di una corretta informazione e' uno dei punti centrali del congresso in corso a Firenze". Nel processo Senzani e' accusato di una serie di reati in relazione all' attivita' del "comitato" , ma non gli sono stati contestati quelli associativi per cui e' sotto inchiesta a Roma. L' udienza e' stata interamente dedicata alla discussione di alcune eccezioni preliminari che la corte, dopo oltre due ore di camera di consiglio, ha respinto.
 
 


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