4 novembre - Comincia il processo d' appello per il sequestro
dell' armatore Pietro Costa e altri episodi minori dell' attivita' delle
Brogate rosse nel genovese. Nel processo entra un personaggio nuovo, Adriana
Faranda, che l'estate scorsa ammise spontaneamente, cosi' come aveva fatto
Valerio Morucci, la sua responsabilita' in ordine al sequestro Costa, per
il quale e' stata condannata dalla corte d'assise, il 3 ottobre scorso,
a sette anni di reclusione. il "vecchio" e' Adriano Duglio, gia' condannato
per l'omicidio Esposito ma assolto, il 24 febbraio dello scorso anno, dall'accusa
di aver partecipato al ferimento del prof. Filippo Peschiera. Anche Duglio,
che attualmente e' agli arresti domiciliari, l'estate scorsa ha confessato
al pubblico ministero la sua responsabilita' in ordine al ferimento Peschiera
nonche' altri particolari relativi ai ferimenti oggetto del processo cominciato
oggi. La corte d'assise d'appello ha disposto che il processo alla Faranda
sia unificato a quello degli altri brigatisi, ed i difensori della donna
non hanno eccepito la mancata concessione dei termini, per cui il giudizio
di secondo grado contro la Faranda si svolge ad appena un mese di sistanza
dal primo dibattito. La corte ha accolto anche l' eccezione avanzata dalla
difesa di Duglio, per il quale la corte di cassazione emettera', il 28
novembre prossimo, la sentenza definitiva in ordine al reato piu' grave,
appunto l'omicidio Esposito, ed ha stralciato la sua posizione dal processo,
convocandolo pero' per il 5 novembre, quando il giovane sara' interrogato
come testimone-imputato. Per il resto, l'udienza trascorre con la lunga
lettura dei capi di imputazione, che ha occupato quasi due ore, e con la
relazione del consigliere Spano', che ha ricostruito i fatti come sono
emersi dall'istruttoria prima e dal giudizio di primo grado poi, attraverso
le confessioni dei pentiti (da Peci a Savasta, ai membri della "colonna"
genovese dell'organizzazione eversiva), illustrando poi i motivi dei ricorsi
presentati e dagli imputati e dal pubblico ministero. Non tutti, pero',
tra i 26 imputati erano presenti in aula. Quattro (Livio Baistrocchi, Lorenzo
Carpi, Leonardo Bertulazzi e Antonio De Muro) sono latitanti, mentre Lauro
Azzolini, Franco Bonisoli, Calogero Diana, Vincenzo Guagliardo, Mario Moretti,
Luca Nicolotti, Antonio Savasta, Enrico Cresta, Angela Scozzafava e Enrico
Fenzi hanno rinunciato a comparire. Nelle gabbie hanno quindi preso posto,
ben divisi a seconda dei gruppi, in una i "dissociati" Morucci e Faranda,
nelle altre due gli "irriducibili" Rocco Micaletto, Raffaele Fiore, Cristoforo
Piancone, Luigi Novelli, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti, Francesco Lo
Bianco, Prospero Gallinari e Francesco Sincich, che, per tutta l'udienza,
hanno discusso e confabulato tra di loro, forse per confrontare le rispettive
posizioni di "movimentisti" e di "comunisti combattenti".
4 novembre - Dante Cianci, uno dei 33 imputati del processo in corso
a Firenze per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle
Brigate rosse, ha inviato al presidente della corte d' assise Pietro Cassano
una lettera nella quale annuncia la sua dissociazione. "Ammetto - scrive
Cianci - la mia colpevolezza per le imputazioni che mi sono mosse, ma mi
astengo dall' entrare nel merito delle imputazioni mosse contro chiunque
altro, come credo consenta il disegno di legge sulla dissociazione dal
terrorismo e come mi impongono le mie regole morali". Cianci, condannato
negli anni scorsi a Firenze come organizzatore del ' comitato rivoluzionario
toscano' delle Br e accusato, nel processo in corso nell' aula-bunker fiorentina,
di furto aggravato, ammette di aver "in passato militato nelle Brigate
rosse". "Ma la mia dissociazione - prosegue - non si riferisce solo alla
lotta armata, la mia autocritica va molto piu' indietro, fino all' inizio
degli anni settanta e si riferisce piu' ampiamente al mio rapporto
con la lotta di classe". Dante Cianci, che e' nato a Foggia ed ha 34 anni,
conclude scrivendo: "da solo mi sono messo sulla strada che mi ha condotto
alla lotta armata, per intime convinzioni personali e ugualmente da solo,
e per intime convinzioni personali, ho deciso di uscirne". il presidente
della corte d' assise ha poi cominciato l' interrogatorio degli imputati.
Luisa Aluisini, 25 anni, di La Spezia, accusata di partecipazione a banda
armata e associazione sovversiva, ha ribadito "di non aver mai fatto parte
delle Brigate rosse" ed ha spiegato certe dichiarazioni fatte in passato
con il rapporto affettivo che la legava con Paolo Neri, anche lui imputato
nel processo in corso a Firenze. Antonio Barbagli, 34 anni, di Carrara
(Massa Carrara), aiuto macchinista delle ferrovie dello stato, anche lui
accusato di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, ha
ammesso di essere stato contattato da Giovanni Ciucci, Umberto Catabiani
e Roberto Nicoli: "e' stata quella la mia sfortuna, ho fatto otto mesi
di carcere per quegli incontri. Si parlava dell' organizzazione del comitato
di lotta dei lavoratori delle ferrovie a Pisa e quando ho capito che si
trattava di qualcosa di diverso ho subito detto chiaramente che non volevo
entrare a far parte di nessuna organizzazione". Nel corso dell' udienza
di oggi sono state presentate anche due istanze. l' avvocato Filasto',
difensore d' ufficio di Giovanni Senzani, ha chiesto che il suo assistito
possa stare in gabbia con altri imputati. l'avvocato Curandai ha chiesto
la scarcerazione di Stefano Bombaci per decorrenza dei termini di carcerazione
preventiva.
5 novembre - Giuliano Naria rinuncia a comparire al processo di secondo
grado - che comincera' domani dinanzi alla prima sezione penale della corte
d' appello di Bari - per la rivolta nel supercarcere di Trani del 28 e
29 dicembre 1980 nel corso della quale furono sequestrati 18 agenti di
custodia. Naria, condannato in primo grado dai giudici di Trani a 17 anni
e mezzo di reclusione, ha comunicato la sua decisione tramite un fonogramma
giunto alla cancelleria della corte d' appello.
5 novembre - Con le richieste del sostituto procuratore generale Renato
Olivieri si e' conclusa a Genova in corte d'assise d'appello la seconda
giornata dal processo a carico di 26 "brigatisti rossi" accusati del sequestro
dell'armatore Pietro Costa e di una quindicina di attentati contro esponenti
politici e industriali avvenuti nel capoluogo ligure tra gli anni 1976
e 1981. Olivieri ha chiesto la conferma delle condanne in primo grado complessivamente
277 anni di reclusione inflitti il 24 febbraio dello scorso anno); inoltre
per i soli imputati accusati di aver fatto parte dei diversi "fronti" dell'organizzazione
terroristica il rappresentante della pubblica accusa ha chiesto la condanna
a 9 anni di reclusione per Antonio De Muro (assolto in primo grado), a
24 anni per Raffaele Fiore (assolto), a 11 anni per Vincenzo Guagliardo
(assolto), a 12 anni per Valerio Morucci (assolto) e a 23 anni per Calogero
Piancone (assolto), nonche' l'aumento da 24 a 26 anni per Livio Baistrocchi,
da 16 a 18 per Lorenzo Carpi, da 16 a 25 per Prospero Gallinari, da 18
a 22 per Francesco Lo Bianco, da 24 a 27 per Rocco Micaletto e da 16 a
23 per Bruno Seghetti. Il sostituto procuratore generale nella sua requisitoria,
infatti, ha sostenuto non solo la responsabilita' degli imputati per tutti
i reati loro addebitati, ma anche il concorso morale di coloro che avevano
parte dei diversi "fronti" delle "Brigate rosse" perche', ha sostenuto,
"non e' vero che questi potessero essere considerati dei semplici centri
di studio senza poteri decisionali, ma chi predisponeva i piani era d'accordo
poi sulla loro attuazione". In precedenza la corte d'assise d' appello
aveva ascoltato la lettura delle deposizioni rese da Valerio Morucci e
Adriana Faranda sul sequestro dell'armatore Pietro Costa, deposizioni confermate
dai due imputati che hanno poi chiesto di poter lasciare l'aula. Anche
Adriano Duglio, attualmente agli arresti domiciliari, ha confermato la
deposizione resa in precedenza e relativa agli attentati al prof. Filippo
Peschiera e ad Angelo Sibilla, due esponenti democristiani. Infine Barbara
Balzerani a nome degli "irriducibili" ha ricusato l'avvocato difensore
e ha rivendicato al gruppo "tutte le azioni Br".
5 novembre - Giovanni Senzani non e' piu' solo nella gabbia numero uno
dell' aula - bunker di Firenze dove si sta svolgendo il processo per l'
attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br. Il presidente
della corte d' assise, Pietro Cassano, ha infatti accolto l' istanza presentata
ripetutamente dall' avvocato Nino Filasto', difensore d' ufficio di Senzani,
ed ha permesso che il criminologo fosse raggiunto in gabbia, cosi' come
aveva chiesto, da Paolo Baschieri, un altro dei 33 imputati. L' udienza
di oggi e' stata dominata dall' interrogatorio di Pietro Frediani, 29 anni,
di Carrara (Massa Carrara), accusato di organizzazione di banda armata.
Prima dell' interrogatorio l' avvocato Menzione, legale di Frediani, aveva
chiesto per il suo assistito una perizia psichiatrica, ma la corte aveva
respinto l' istanza. Ha dovuto, pero', cambiare idea dopo aver ascoltato
Frediani che e' apparso confuso, che ha gridato di "non ricordare niente
di quello detto ai magistrati", che ha urlato piu' volte di avere mal di
testa mentre il presidente leggeva i verbali degli interrogatori. A questo
punto il pubblico ministero Chelazzi e l' avvocato Menzione hanno presentato
un' altra istanza perche' Frediani fosse sottoposto a perizia e questa
volta la corte l' ha accolta. "A me non interessa, voglio conoscere solo
la sentenza", ha ripetuto Pietro Frediani che ha poi " rinunciato a comparire
per sempre" al processo in corso a Firenze. Pietro Frediani e' accusato
insieme al fratello Enrico, latitante, di aver partecipato all' attentato
alla fabbrica Oto Melara. ma gia' a quel tempo Pietro Frediani aveva problemi
nervosi tanto che le Br, come ricorda il giudice istruttore nell' ordinanza
di rinvio a giudizio, "lo 'congelarono' perche' poneva in pericolo la compartimentazione".
La corte ha sentito anche un altro imputato, Armando Agusto, 38 anni, di
Trivento (Campobasso), medico delle ferrovie in servizio a Pisa nel periodo
al quale si riferisce il processo. Agusto ha detto di non aver mai fatto
parte delle Br e di non aver mai avuto rapporti clandestini con nessuno.
Ha ammesso di aver preso in affitto l' appartamento di Tirrenia (Pisa)
del quale ha parlato il "pentito" Antonio Savasta, ma ha aggiunto di non
sapere che serviva alle Br e che Catabiani (che lui conosceva come "signor
Tazzi") vi aveva ospitata Barbara Balzerani.
6 novembre - Comincia il processo d' appello per la rivolta nel supercarcere
di Trani del 28 e 29 dicembre 1980. La corte acquisisce una lettera di
Giuliano Naria che spiega ai giudici perche' rinuncia ad essere presente
in aula e le memorie difensive presentate da alcuni altri imputati; lo
stralcio degli atti riguardanti Claudio Waccher impegnato come imputato
dinanzi alla corte d' assise d' appello di Milano. Degli imputati - in
tutto 31 - erano presenti stamane 17, suddivisi in tre gabbie: in una appartenenti
alle "brigate rosse" e altri due imputati definiti "classificati" secondo
la ripartizione dei detenuti che viene attuata nelle carceri, in un' altra
aderenti all' "area omogenea" di Rebibbia e "declassificati" , nell' ultima
da solo Giorgio Uber ("7 aprile"). Aderendo ad una richiesta fatta dai
magistrati di Nuoro, il presidente della corte, Fortunato D' Auria, ha
domandato al "brigatista" Domenico Giglio se intendesse rinunziare ad essere
presente alle prossime udienze a Bari "per consentire la prosecuzione"
del processo nel quale e' imputato in Sardegna. "La mia presenza qui -
ha risposto Giglio - e' importante politicamente. per quel processo ho
gia' fatto richiesta di stralcio e la ribadisco". "Il sottoscritto fa rispettosamente
presente che riconferma la propria estraneita' alla rivolta e ai suoi contenuti
e la propria assoluta divergenza con i suoi promotori". Cosi' si conclude
la lettera di Giuliano Naria - in due facciate, scritta in stampatello
maiuscolo - con la quale l' imputato spiega ai giudici che "lo stato di
malattia da cui e' affetto sconsiglia a parere medico un lungo viaggio
in questa stagione" e che "la tensione psicologica della presenza in aula
puo' incidere rispetto al sottoscritto che soffre anche di psiconevrosi
depressiva". Naria si scusa per la sua assenza, "assenza solo fisica perche'
e' partecipe di questo giudizio", e segnala alla corte che "qualora fosse
deciso un confronto o altro atto processuale che richiedesse la sua necessaria
presenza" egli e' a disposizione dei giudici. A conclusione dell' udienza
il presidente della corte ha consentito ai parenti degli imputati che stamane
hanno affollato l' aula di avvicinarsi alle gabbie per salutare i congiunti.
Durante i brevi colloqui si e' fermato egli stesso tra la gente e ha scambiato
battute scherzose con alcuni degli imputati "perche' - ha detto ad alcuni
cronisti - tutti devono essere trattati con umanita'".
6 novembre - I giudici della corte d'assise d'appello di Genova si riuniranno
domani in camera di consiglio per emettere la sentenza contro i 26 brigatisti
rossi accusati del sequestro dell'armatore Pietro Costa e di una quindicina
di "gambizzazioni" avvenute nel capoluogo ligure tra il 1976 e il 1981.
Dopo le richieste della pubblica accusa (complessivamente circa trecento
anni di carcere) contenute nella requisitoria di ieri, l'udienza odierna
e' stata occupata dalle arringhe dei difensori. l'avvocato di Valerio Morucci
e Adriana Faranda ha chiesto per i suoi assistiti l'applicazione della
legge sui dissociati e quindi la conferma della sentenza di primo grado:
assoluzione per Morucci e 7 anni di reclusione per la sua compagna. prima
dell'intervento degli avvocati uno degli imputati, Rocco Micaletto, ha
fatto pervenire alla corte un messaggio che e' stato letto in aula
dal presidente della corte Corrado Tanas. Nel volantino - una paginetta
scritta a mano - si critica innanzitutto il processo che "cerca di seppellire
definitivamente l'esperienza delle lotte proletarie e delle Brigate rosse
a Genova". Parlando poi dei pentiti Micaletto scrive che "con i primi si
e' pretesa la ricostruzione storica degli 'anni di piombo', ma che la realta'
ha dimostrato che si trattava solo di delatori e l'impossibilita' a ricostruire
altro se non l'infamia".
6 novembre - Dante Cianci e Paolo Baschieri, gia' condannati con sentenza
definitiva come organizzatori del "Comitato rivoluzionario toscano" delle
Brigate rosse, sono stati interrogati durante la quarta udienza del processo
per l' attivita' del "comitato" in corso davanti alla corte di assise di
Firenze. Dante Cianci, che nei giorni scorsi aveva inviato alla corte una
lettera nella quale annunciava la sua "dissociazione", ha ribadito questa
posizione ed ha ammesso le proprie responsabilita' per il furto di un duplicatore
e di un incisore elettronico all' istituto di matematica dell' universita'
di Pisa avvenuto la notte tra il 28 febbraio ed il primo marzo 1978. "Il
mio ruolo - ha detto - fu quello di rimanere sul portone per controllare
che non arrivasse nessuno". Cianci non ha parlato di chi c' era con lui,
ha solo detto che "non c' era Annunziata Fruzzetti", imputata nello stesso
processo. Diversa la posizione di Paolo Baschieri, pisano, 33 anni. Ha
mandato una lettera al presidente della corte d' assise nella quale ammette
"di aver avuto un colloquio con un agente di custodia", poi si e' rifiutato
di rispondere all' interrogatorio. L' agente di custodia al quale si riferisce
Baschieri e' Tiziano Forconi. imputato nel processo fiorentino, che, secondo
l' accusa, avrebbe rivelato a Baschieri informazioni sul carcere, informazioni
che poi venivano trasmesse a Giovanni Senzani. Nel corso dell' udienza
di oggi e' poi stata sentita Gina Antonietta De Angeli, 27 anni, nata a
Catanzaro e residente a Carrara (Massa Carrara), accusata di partecipazione
ad associazione sovversiva. Secondo l' accusa, nel 1982, quando era allieva
infermiera nell' ospedale di Massa, incontro' il latitante Umberto Catabiani,
ex marito di Anna Mutini, con la quale la De Angeli abitava. La ragazza
ha negato ogni addebito. Il presidente della corte d' assise ha poi letto
gli interrogatori resi in istruttoria da Simonetta Giorgieri, 30 anni,
di Pisa, scarcerata per decorrenza dei termini ed ora irreperibile. La
ragazza e' accusata di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva
e in un primo momento aveva ammesso di aver fatto parte del "Comitato toscano"
delle Br e di aver distribuito volantini Br sul sequestro Dozier. Ammissioni
poi ritrattate negli interrogatori successivi.
6 novembre - La commissione inquirente ascolta fino a tarda notte Valerio
Morucci ed Enrico Fenzi, entrambi condannati per reati di terrorismo. L'audizione
si e' svolta nell'ambito dell'istruttoria sulla vicenda Mancini-Metropoli,
nella quale l'ex ministro socialista per il mezzogiorno, Giacomo Mancini
avrebbe fatto finanziare, secondo l'accusa, la rivista vicina all'area
dell' autonomia "Metropoli", la commissione si e' recata in una caserma
della via Aurelia, dove Morucci, condannato all' ergastolo, era stato condotto
dal carcere romano di Rebibbia. Fenzi era invece arrivato poco prima da
Genova, dove sconta una pena agli arresti domiciliari. a quanto hanno riferito
alcuni commissari, Morucci e Fenzi avrebbero scagionato completamente Mancini
nel corso di un interrogatorio durato oltre tre ore. In particolare, Morucci
avrebbe confermato che negli anni scorsi correva voce in carcere dell'esistenza
di contatti tra terroristi e un deputato calabrese, indicato da alcuni
nella persona di Mancini. Solo successivamente - secondo Morucci - sarebbe
stato chiarito che la voce si riferiva invece all'ex senatore socialista
lucano Domenico Pittella, poi condannato per aver ospitato nella sua clinica
Natalia Ligas. Morucci ha spiegato anche che l'ala "dura" delle Br aveva
tutto l'interesse ad accentuare e a diffondere voci su contatti tra terroristi
ed esponenti del mondo politico allo scopo di screditare i brigatisti "meno
intransigenti" che accusavano di "trattativismo" e di "cedimento". Fenzi
avrebbe recisamente negato - a quanto si e' appreso - di aver mai conosciuto
Mancini. A suo avviso, il parlamentare socialista e' del tutto estraneo
al mondo dell' eversione e sarebbe stato chiamato in causa solo da "si
dice" mai confermati da circostanze o fatti precisi.
7 novembre - Giovanni Senzani e' stato il protagonista della quinta
udienza del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano"
delle Br in corso a Firenze. Quando il presidente della corte d' assise
Pietro Cassano lo ha chiamato a deporre, Senzani si e' rifiutato di lasciare
la gabbia numero uno, ha detto di non voler essere interrogato e di voler
invece leggere un documento. Il criminologo ha poi revocato il mandato
all' avvocato Di Giovanni, suo legale di fiducia, e Cassano ha nominato
difensore d' ufficio l' avvocato Ottavio Mannelli. "In quest' aula - ha
detto Senzani - si vorrebbe processare la rivoluzione proletaria,
trasformare un percorso di trasformazione sociale in una serie di 'atti
criminali coordinati per un fine illecito', ridurre dei comunisti a ruolo
improbabile di imputati". Si tratta, secondo il criminologo, "di una pretesa
impossibile di fronte alla storia" anche se "ha un preciso senso nell'
immediato", quello di essere "strategia attiva contro lo svilupparsi della
rivoluzione nella metropoli imperialista". Senzani ha poi parlato "di corte
integrata mella guerra imperialista al proletariato metropolitano" che
deve dimostrare "che il piu' esteso e radicato processo rivoluzionario
mai esistito in un paese capitalisticamente avanzato e' finito, e' gia'
sepolto". Molto spazio del suo intervento Giovanni Senzani lo ha dedicato
al tema dell' internazionalismo ed al nuovo slogan: "afferrare una coscienza
di classe internazionale e ricomporre il proletariato metropolitano europeo
nella guerra di classe all'imperialismo". Il criminologo ha poi concluso
la lettura del suo documento dicendo: "non mi sento imputato in questo
vostro processo e non ho nulla da cui difendermi. Rivendico tutto il patrimonio
di questi quindici anni di lotta armata perche' su di esso si costruisce
il mio futuro di proletario". A Firenze Senzani e' accusato di una serie
di reati in relazione all' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano",
ma non gli sono stati contestati i reati associativi per i quali e' sotto
inchiesta a Roma. In apertura di udienza il presidente Cassano aveva chiamato
a deporre Stefano Bombaci, gia' condannato in passato come organizzatore
del "Comitato toscano" e ora accusato di furto. Bombaci ha rifiutato l'
interrogatorio. Sono andati avanti invece a rispondere alle domande del
presidente Michela Vaghetti, pisana 32 anni, ex moglie di Paolo Baschieri,
e Alberto Varisco, 34 anni, veneziano, tutti e due accusati di partecipazione
a banda armata e associazione sovversiva. Entrambi hanno negato di aver
fatto parte delle Br, Varisco ha negato di aver mai custodito armi, la
Vaghetti di aver fornito alle Br notizie sul carcere di Volterra.
7 novembre - Si conclude con un pressoche' generale inasprimento delle
condanne (dai 277 anni inflitti dai giudici di primo grado ad oltre 345)
il processo, davanti alla corte d'assise d'appello di Genova, nei confronti
dei 26 brigatisti rossi imputati del sequestro dell' armatore Pietro Costa
e di 15 ferimenti, nonche' di altri reati minori, compiuti a Genova dall'organizzazione
eversiva tra il 1976 e il 1981. Le condanne, in alcuni casi piu' severe
rispetto a quelle chieste dal sostituto procuratore generale Renato Olivieri,
sono state aumentate nei confronti di Livio Baistrocchi (da 24 a 30 anni),
Cristoforo Piancone (22 anni contro l'assoluzione in primo grado), Rocco
Micaletto (da 24 a 30 anni), Raffaele Fiore (22 anni, assolto in primo
grado), Prospero Gallinari (da 16 a 24 anni), Francesco Lo Bianco (da 18
a 22 anni), Bruno Seghetti (da 16 a 24 anni), Vincenzo Guagliardo (nove
anni, assolto in primo grado), Antonio De Muro (otto anni, assolto in primo
grado), Valerio Morucci (cinque anni, assolto in primo grado) e Lorenzo
Carpi (16 anni e due mesi contro i 16 anni della sentenza di primo grado).
Per 13 imputati la corte d'assise d'appello ha confermato le sentenze di
primo grado: 15 anni a Leonardo Bertulazzi e Calogero Diana, dieci anni
a Barbara Balzerani, nove anni a Francesco Sincich e Luigi Novelli, 20
anni a Lauro Azzolini, Luca Nicolotti e Franco Bonisoli, 25 anni a Mario
Moretti, nonche' i "pentiti" Antonio Savasta (un anno e sei mesi), Gianluigi
Cristiani (sette mesi), Enrico Cresta (tre anni e sei mesi) e Enrico Fenzi
(sei mesi). Infine la condanna e' stata ridotta nei confronti di due donne:
la "dissociata" Adriana Faranda, che ha avuto quattro anni di reclusione
anziche' sette, e la "pentita" Angela Scozzafava (da un anno a sei mesi).
8 novembre - con le deposizioni di Anna Maria Borsatti, Lucia Lulli
e Almarella Andreani, sono proseguiti, davanti alla corte d' assise di
Firenze, gli interrogatori degli imputati del processo per l' attivita'
del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. la Borsatti,
43 anni, di Pisa, moglie di Giampaolo Barbi, e' accusata di favoreggiamento.
"Non ho mai conosciuto le persone che mi accusano - ha detto - e nel 1979,
con mio marito appena laureato, avevo altro a cui pensare. Certo non avevo
tempo per occuparmi di politica". Lucia Lulli, 31 anni, di San Giuliano
Terme (Pisa), gia' condannata per porto d' armi, ha negato di aver fatto
parte delle Brigate rosse ed ha ripetuto continuamente "io non so niente"
alle domande del presidente. Secondo l' accusa su un' auto nella quale
viaggiava la Lulli, imputata di partecipazione a banda armata, furono trovati
polizze e certificati assicurativi rubati. Polizze provenienti dallo stesso
furto erano anche nell' auto mella quale fu trovato, a Roma, il cadavere
di Aldo Moro. Almarella Andreani, 32 anni, di Carrara (Massa Carrara),
accusata di partecipazione a banda armata, dissociata, ha ammesso tutte
le proprie responsabilita', dal progetto di evasione dal carcere di Volterra
di Baschieri e Cianci al furto di esplosivo.
9 novembre - Si conclude l' interrogatorio degli imputati (una decina
di essi tra i quali Giuliano Naria hanno rinunciato a comparire dinanzi
ai giudici) per il processo in corso presso la prima sezione penale della
corte d' appello di Bari sulla rivolta nella sezione di massima sicurezza
del "supercarcere" di Trani del 28 e 29 dicembre 1980. Anche dagli interrogatori
odierni e' emersa netta la distinzione tra gli appartenenti alle "Br" (in
aula se ne sono presentati una decina) e gli altri imputati, provenienti
da diversi gruppi e ora per la maggior parte aderenti all' "area omogenea"
di Rebibbia. I primi continuano a "non rinnegare la propria identita'"
e a "riconoscersi" nei documenti che durante la rivolta furono diffusi
dal "Comitato di lotta". In essi si diceva tra l' altro di "considerare
il magistrato D' Urso (in quel periodo sequestrato dalle 'Brigate rosse',
ndr) come proprio prigioniero" . tra gli altri imputati vi sono coloro
che, come Oreste strano e Giorgio Uber ("7 aprile") o Giuliano Naria, hanno
negato da principio di aver partecipato alla rivolta, mentre ex componenti
del "collettivo autonomo", pure operante nel carcere di Trani nel 1980,
affermano di non aver organizzato la rivolta, ma di aver solidarizzato
successivamente con essa solo in quanto "protesta contro le carceri speciali
e la differenziazione che vi veniva attuata". Al riguardo, Massimo Battisaldo
ha detto ai giudici - ma lo avevano gia' detto ieri il tedesco Willy Piroch,
Angelo Monaco, Rocco Martino e altri - di avere dichiarato in istruttoria
di "riconoscersi" nei documenti del "Comitato di lotta" soltanto "per reazione
alla repressione cruenta che segui' alla rivolta". Pasquale Vocaturo (che
dopo la sentenza di primo grado che lo condannava a 18 anni e otto mesi
di reclusione fece per circa un mese lo sciopero della fame) ha ribadito
ai giudici la propria estraneita' ai fatti addebitatigli. Ha anche precisato
di essere finito in carcere per una condanna a due anni dal tribunale di
Livorno e ha contestato punto per punto le dichiarazioni degli agenti di
custodia che lo accusano. Durante l' interrogatorio di Vocaturo c' e' stato
l' unico episodio odierno di vivace contestazione. Al pm, Pietro Grassano,
che chiedeva all' imputato che cosa pensasse delle "carceri speciali",
il difensore, Mario Russo Frattasi, ha replicato polemicamente: "gli si
chiede un' opinione, che dovrebbe essere la stessa di 50 milioni di persone,
per ricavarne elementi di accusa". La corte ha dichiarato "improponibile"
la domanda.
9 novembre - I servizi segreti israeliani avrebbero proposto alle Brigate
rosse di liberare i terroristi italiani che erano nelle loro carceri in
cambio di una linea di destabilizzazione del partito comunista italiano,
nel timore che il Pci andasse al governo e adottasse una politica filoaraba.
Lo avrebbe rivelato il brigatista rosso Michele Galati in uno dei colloqui
che ebbe con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa tra il 1981 ed il 1982,
secondo quanto afferma il settimanale 'Panorama' che pubblica le registrazioni
di questi colloqui. Nel testo dell' articolo, reso noto oggi si afferma
anche che Galati avrebbe detto al generale che le Br rifiutarono l' offerta
israeliana. Galati avrebbe anche parlato - sempre secondo il testo anticipato
da "Panorama" - dei frequenti contatti che Mario Moretti avrebbe avuto
con il Kgb e con i palestinesi. Sempre secondo "Panorama" Galati avrebbe
aggiunto che Moretti era in contatto con il "numero due palestinese" e
che questi lo avrebbe messo in contatto con un rappresentante del "Kgb".
12 novembre - Nel processo per l' evasione di quattro terroriste di
Prima linea dal carcere di Rovigo, in corso davanti alla corte d' appello
di Rovigo, sono sentiti come testimoni il brigatista pentito Antonio Savasta
e Fernando Della Corte di Prima linea. Savasta ha affermato che l' autonomia
veneta aveva proposto alle Brigate rosse un progetto per un' evasione dal
carcere di Rovigo: "non so - ha detto Savasta - se fosse un progetto diverso
da quello di Sergio Segio, so solo che il nome di Segio non venne mai fatto.
Comunque non demmo mai credito all' operazione,perche' eravamo impegnati
con il sequestro Dozier". Della Corte, a sua volta, ha detto che nel febbraio
1981 si parlo', in una riunione avvenuta a Bari, di un carcere femminile
del nord Italia a proposito di un progetto di evasione; in un incontro
successivo, uno degli imputati, Gianluca Frassinetti, gli avrebbe confidato
di aver compiuto un sopralluogo in un carcere. A questo punto, Della Corte
e' stato interrotto, durante la deposizione, dallo stesso Frassinetti,
presente in aula, il quale ha precisato che si trattava di quello di Reggio
Emilia. Della Corte ha poi ricordato che in una riunione ad Otranto gli
fu riferito che Segio voleva dimostrare di poter gestire un progetto avanzato,
organizzando l' evasione.
12 novembre - Gli avvocati nominati difensori d' ufficio nel processo
d' appello ai componenti della colonna milanese delle Brigate rosse "Walter
Alasia "hanno deciso di non svolgere arringhe e di limitarsi alla presentazione
di conclusioni scritte, in segno di protesta contro la brevita' dei termini
concessi dalla corte d' assise d' appello. L' ordine degli avvocati di
Milano ha inoltre annunciato la decisione dell' unione nazionale delle
curie (organo composto dai presidenti e dai vari consigli dell' ordine)
di ricorrere alla corte europea dei diritti dell' uomo per denunciare la
violazione dell' art. 6 della convenzione ratificata nel 1955. Nel documento
emesso dall' unione nazionale delle curie si "insorge contro l' intollerabile
compressione del diritto di difesa e si dichiara che siffatte decisioni
svalutano, degradano e avviliscono la funzione difensiva, riducendo il
ruolo del difensore d' ufficio ad una mera presenza fisica". la vicenda
si trascina dall' inizio del processo, in corso nell' aula bunker davanti
al carcere di San Vittore, quando gli avvocati nominati d' ufficio chiesero
un congruo termine per l' esame del voluminoso fascicolo, ma ottennero
soltanto pochi giorni. Questa mattina l' avv. Tiziano Barbetta, presidente
dell' ordine di categoria di Milano, ha preso la parola a nome degli altri
colleghi del consiglio dell' ordine nominati difensori d' ufficio, ed ha
letto un documento di tre cartelle in cui si lamenta la mancata concessione
dei termini a difesa e si attribuisce alla corte la decisione di andare
avanti ad ogni costo nel dibattimento "con una ulteriore nullita' procedurale
oltre a quelle emerse nel processo di primo grado". "Alla magistratura
- ha detto barbetta - sono occorsi sei mesi per stendere la sentenza di
primo grado, agli avvocati sono stati concessi undici giorni per
studiare il processo". "Quando e' in gioco la liberta' dei cittadini -
e' scritto nel documento presentato alla corte - e qui con la sentenza
di primo grado sono stati comminati 19 ergastoli e centinaia di anni di
carcere, gli avvocati devono poter lavorare con serieta'. Non accettiamo
finzioni, leggerezze e approssimazioni. questo collegio difensivo ritiene
il processo nullo per violazione dei diritti che dovrebbero essere garantiti
alla difesa".
12 novembre - La prima sezione penale della Cassazione comincia l' esame
dei ricorsi che cinquantasette brigatisti rossi imputati nel processo per
la strage di via Fani, per l' uccisione di Aldo Moro e per le altre decine
di omicidi e delitti compiuti dalla colonna romana hanno presentato contro
la sentenza di secondo grado. Ma ad essere insoddisfatti delle conclusioni
alle quali giunse il 15 marzo scorso la corte di assise di appello, che
ridimensiono' in diversi punti la sentenza di primo grado, non sono soltanto
gli imputati. Infatti lo stesso procuratore generale, per quanto riguarda
un gruppo di terroristi che hanno "beneficiato" di notevoli sconti di pena
ha presentato impugnazione dinanzi alla suprema corte. il giudizio, secondo
le previsioni, dovrebbe concludersi al massimo entro giovedi' prossimo,
ma non si esclude che la decisione possa aversi nella tarda serata di domani.
Nella fase preliminare dell' apertura del processo ha destato una certa
sorpresa la mancata costituzione di parte civile della Democrazia cristiana,
che con l' assistenza dell' avvocato Pino De Gori e' stata presente nei
precedenti processi. Comunque il partito di Aldo Moro ha tempo per inserirsi
nel processo sino a domani, prima che svolga in suo intervento il procuratore
generale Antonio Scopelliti. Presenti, invece, le altre parti civili, tra
le quali la signora Eleonora Moro, che e' rappresentata dall' avvocato
Raffaele Latagliata, ed i figli dello statista, Agnese e Giovanni, assistiti
dall' avvocato Antonio Acquaroli. presieduta dal dottor Corrado Carnevale,
la prima sezione penale deve stabilire se nel processo di secondo grado,
come sostengono i difensori degli imputati, siano state commesse violazioni
di legge, non motivando correttamente alcune condanne; se siano state giustamente
applicate le norme "premiali" a chi abbia dato un contributo per la identificazione
dei responsabili di tanti delitti e per debellare il fenomeno del terrorismo;
se, come dispone la legge, siano state concesse almeno quelle attenuanti
determinate dal comportamento processuale degli accusati. Ma, oltre a cio',
ci sono anche una serie di questioni che si riferiscono (come sostiene
nel ricorso che ha presentato per alcuni dei piu' "irriducibili", l' avvocato
Mario Marongiu) al cosiddetto concorso morale nei delitti. Il penalista
sostiene, in sostanza, che "il concetto di concorso previsto dal nostro
ordinamento, e' ancorato al solo apporto materiale, limitando l' apporto
cosiddetto morale al caso della istigazione od induzione al delitto". Il
problema, invero, e' gia' stato affrontato dal giudice Carnevale, in occasione
di altre sentenze, come quelle relativa alle unita' comuniste combattenti.
In quella occasione il magistrato stabili' che e' necessario un nesso causale
specifico tra contributo alla realizzazione di determinati fatti e responsabilita'
a titolo di concorso. Altro problema da risolvere, per quanto riguarda
Valerio Morucci ed Adriana Faranda, da tempo dissociati, e' l' applicazione
nei loro riguardi dell' articolo 4 della cosiddetta "legge Cossiga", del
1979 che, senza limiti di tempo, prevede una riduzione di pena per chi
si dissoci e collabori con la giustizia. la concessione di questo beneficio
determinarebbe per i due imputati il godimento di quel "premio" che non
fu possibile loro concedere in base alla cosiddetta "legge sui pentiti",
poiche' la loro collaborazione e' successiva al momento in cui tale Normativa
perse la sua efficacia. Alle accuse di eccessiva severita' dimostrata nei
confronti degli imputati dalla corte di secondo grado, si contrappongono,
invece le argomentazioni del procuratore generale. Nel suo ricorso, che
riguarda gli stessi Morucci e Faranda nonche' altri imputati di primo piano,
il dottor Consolato Labate ha mosso una serie di rilievi sia sulla concessione
delle attenuanti generiche, sia sull' assoluzione di alcuni degli accusati,
con diverse formule, dal concorso del compimento di gravi delitti (come
l' uccisione del giudice Tartaglione) o l' organizzazione di banda armata;
sollecitando, di conseguenza, un annullamento della sentenza nei confronti
di chi, a suo giudizio, ha beneficiato ingiustamente delle riduzioni. tra
costoro, Norma Andriani, Maria Carla Brioschi, Carlo Brogi, Alessandra
De Luca, Natalia Ligas, Enzo bella, Mara Nanni. La prima parte dell' udienza
e' stata impegnata dalla costituzione delle parti e dalla relazione dei
fatti affidata al consigliere a latere Mario Pianura. Per oltre due ore,
il magistrato ha illustrato gli episodi di cui si sono resi repsonsabili
gli imputati nell' arco di tempo che va da un periodo immediatamente antecedente
la vicenda di via Fani, sino alla fine del 1980. Riassumendo poi i motivi
dei vari ricorsi, il dottor Pianura ha ricordato come i punti principali
sui quali si basano le argomentazioni riguardino la violazione della legge,
la carenza di motivazione, il mancato rispetto dei termini. Ci sono poi,
come si e' detto, anche singole "doglianze" per la mancata o erronea concessione
dei benefici sia derivati dalle "leggi premiali", sia da particolari attenuanti.
Nell' ultima parte dell' udienza si sono svolti gli interventi delle parti
civili. Molti penalisti, come Carlo D' Agostino (che rappresenta la famiglia
del maresciallo Leonardi), Raffaele Latagliata, Paolo Barraco (che assiste
i familiari del colonnello Antonio Varisco), hanno presentato conclusioni
scritte, sollecitando il rigetto dei ricorsi. analoga richiesta anche da
parte degli avvocati dello stato, che hanno sollecitato la conferma della
sentenza d' appello.
12 novembre - "La Democrazia cristiana non ha presentato ricorso in
cassazione in quanto tutte le sue richieste erano state accolte nel procedimento
di appello". E' questo il motivo della mancata costituzione di parte civile
della Dc nel processo per l' assassinio di Aldo Moro e degli uomini della
sua scorta e per numerosi altri delitti compiuti dalla colonna romana delle
"Br" cominciato davanti ai giudici della corte suprema. Lo ha fatto
sapere con un comunicato l' avvocato Giuseppe De Gori, che tutela gli interessi
della segreteria democristiana. "Si tratta di un processo di legittimazione
- e' detto nel comunicato - con ricorso degli imputati e del procuratore
generale. La democrazia cristiana si e' costituita ed e' costituita in
tutti i processi di merito per perseguire l' assoluta verita' dei fatti".
L' avvocato De Gori afferma che "la quantita' della pena non interessa
al partito di maggioranza relativa che ha la piu' piena e completa fiducia
nella magistratura. nessuno spirito di vendetta ha mai animato le azioni
processuali della Dc". La presenza del partito in un processo che dovrebbe
eventualmente correggere errori di diritto, secondo il legale della segreteria
democristiana", sarebbe stata assolutamente pleonastica".
13 novembre - Processo a 33 imputati per l' attivita' del "Comitato
rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse: i giudici della corte d' assise
hanno interrogato Domenico Pisano' , che anche oggi ha sostenuto di essere
del tutto estraneo alle Br, e Franco Pieri, un ferroviere pisano che durante
l' istruttoria aveva collaborato con gli inquirenti ritrattando in seguito
tutte le accuse rivolte ad altri imputati. Pieri, che si e' dichiarato
" dissociato" dalla lotta armata, ha sostenuto di aver fatto quelle accuse
a causa di "pressioni psicologiche" che avrebbe ricevuto da parte di funzionari
di polizia di Pisa. Nei suoi interrogatori l' imputato aveva descritto
nei particolari la sua attivita' all' interno del "comitato", ruolo di
altri presunti brigatisti, i contatti della struttura toscana, che da "
comitato" e quindi supporto logistico delle "colonne" romana e ligure stava
per trasformarsi anch' esso in "colonna", con i grandi capi delle Br, da
Gallinari a Savasta, da Dura a Micaletto.
13 novembre - la sostanziale conferma della sentenza pronunciata dalla
corte d'assise d'appello il 14 marzo scorso per condannare i terroristi
accusati di aver compiuto la strage di via Fani, di aver rapito e ucciso
Aldo Moro e di essere responsabili delle decine di delitti contestati nell'ambito
della cosiddetta "vicenda Moro", e' stata chiesta in cassazione dal procuratore
generale Antonio Scopelliti. Il rappresentante della pubblica accusa, dopo
aver esaminato i 48 ricorsi presentati contro le decisioni di secondo grado
sia dalla procura generale della corte d'appello sia dagli stessi imputati,
ha chiesto alla corte di accogliere soltanto i motivi esposti dalla pubblica
accusa per l'imputato Antonio Giordano e dalla difesa per Chantal Personne'.
In primo grado Giordano fu condannato a trent'anni di reclusione ma in
appello ebbe otto anni perche' la corte lo ritenne estraneo a due tentativi
di omicidio. ora il dottor Scopelliti ritiene che la posizione di questo
imputato debba essere rivista in quanto e' sua opinione che ci fossero
motivi sufficienti per considerarlo corresponsabile di quegli attentati.
Quanto alla Personne', in primo grado fu assolta per insufficienza di prove
dall'accusa di partecipazione a banda armata: aveva ospitato nel suo appartamento,
dal 1979 al 1980, l'imputato Gian Antonio Zanetti. Secondo il procuratore
generale della cassazione, anche questa posizione deve essere rivista perche'
a suo giudizio l'imputata ospito' Zanetti nel periodo in cui questi non
risulta legato alle Brigate rosse (il rapporto comincio' proprio nel 1980).
Nel corso della sua requisitoria, il magistrato ha esaminato i ricorsi
esponendo le varie argomentazioni per sostenere alla fine che la sentenza
di secondo grado deve essere confermata nella sostanza perche' "e' una
risposta giusta alla sublimazione dell'aggressione". Scopelliti si e' soffermato
in particolare sul problema del concorso morale rilevando che esso non
si pone in questa vicenda poiche' tutto dimostra che il concorso ci fu
e che tutti in un unico sodalizio parteciparono a quell'attivita' criminosa
che determino' le condanne. Scopelliti ha sostenuto l' infondatezza delle
denunce di violazioni di legge e di nullita' proposte dagli imputati e
ha quindi rilevato che giustamente la corte di secondo grado non concesse
determinate attenuanti, tenuto conto della "dimensione" della banda armata
in cui si identifica la "colonna romana" delle Br. Molte delle istanze,
poi, dovevano essere proposte nel giudizio di appello. Superato il problema
del "concorso morale" sostenendo che tutti gli imputati hanno dato un loro
determinante contributo all' attivita' della banda armata, indipendentemente
dalla posizione assunta in seno all' organizzazione, e che quindi giustamente
la corte d' assise d' appello giudico', Scopelliti e' passato all' esame
del ricorso del procuratore generale, di cui ha chiesto in sostanza il
rigetto, tranne che per la posizione di Giordano. Quanto a Valerio Morucci
ed Adriana Faranda, per i quali l' accusa aveva chiesto un nuovo giudizio
per ripristinare la condanna all' ergastolo inflitta in primo grado, il
dottor Scopelliti ha sostenuto che la loro dissociazione e la successiva
collaborazione ha meritato una sentenza piu' mite. In chiusura di requisitoria,
Scopelliti ha fatto alcune considerazioni sui "pentiti", sottolineando
come essi anzitutto, collaborando con la giustizia, accusino se stessi.
Quindi bisogna bandire il termine "pentito" nel senso di "delatore" o "traditore".
14 novembre - La prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma
nella sostanza la sentenza pronunciata il 14 marzo scorso dai giudici della
corte di assise di appello per l' attivita' delle Brigate rosse da alcuni
mesi prima del rapimento e dell' uccisione dell' on. Aldo Moro e della
strage in via Fani sino al 1981. La suprema corte, pur mettendo praticamente
la parola fine alla vicenda, ha disposto il riesame di alcune situazioni
processuali, conseguenti all' accoglimento di una parte dei ricorsi presentati
sia dalla procura generale della corte di appello sia dagli imputati. Delle
impugnazioni ritenute fondate, la piu' significativa e' quella della pubblica
accusa per quanto riguarda le decisioni dei giudici di secondo grado a
proposito delle responsabilita' per l' uccisione del magistrato Girolamo
Tartaglione. Escludendo che avessero partecipato al delitto, la corte ridusse
sensibilmente la pena a Norma Andriani, Carlo Brogi, Mara Nanni e Arnaldo
Maj. Ora la posizione di costoro dovra' essere riesaminata poiche' la cassazione
ha, in sostanza, ritenuto ingiustificato lo "sconto" che hanno avuto. Quanto
alle altre dichiarazioni di annullamento, esse si riferiscono a questioni
che, nella sostanza, sono marginali, riguardando, infatti, solamente la
mancata concessione (quanto ai ricorsi degli imputati) o l' indebita applicazione
(secondo il procuratore generale) di determinate attenuanti. A prescindere
dal riesame parziale della posizione di 17 imputati, la sentenza della
cassazione ha tolto qualsiasi speranza a quei terroristi che ipotizzavano
di poter lasciare, a fine novembre, il carcere per la scadenza dei termini
della custodia preventiva. in sostanza, se ci fosse stato un accoglimento
generale delle impugnazioni, per qualcuno (e in particolare per chi ancora
non abbia subito condanne definitive) le porte della prigione si sarebbero
certamente aperte. Ma ora non c'e' piu' nulla da fare, e chi avra' il nuovo
giudizio d'appello tornera' in un'aula di giustizia per il riesame di questioni
che non incideranno, anche in caso di accoglimento, sull'entita' della
pena subita e praticamente gia' confermata per conseguenza della sentenza
pronunciata dai supremi giudici. Nel dispositivo della decisione, infatti,
si dice chiaramente che il dibattimento sara' rinnovato, ma "limitatamente
ai capi ed ai punti specificati". E poiche' tutti gli imputati rispondono
di piu' delitti, le impugnazioni accolte riguardano una o piu' di queste
imputazioni, ma non il complesso della posizione processuale.
15 novembre - Flavio Lori, uno degli imputati al processo per l' attivita'
del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, e' al centro
dell' ottava udienza nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di S.Verdiana.
Lori, accusato di essere stato uno degli organizzatori del "comitato",
ha rifiutato l' interrogatorio, consegnando alla corte d' assise un memoriale
in cui fra l' altro rivendica la sua "appartenenza alle Brigate rosse -
partito comunista combattente, organizzazione che - ha detto - e' tuttora
in attivita'" e ricusando i suoi difensori di fiducia, gli avvocati Di
Giovanni e Baccioli. In istruttoria Lori aveva ammesso la sua attivita'
all' interno della struttura e la sua partecipazione all' attentato contro
la "Oto Melara" di La Spezia definendolo "un sabotaggio, per attirare l'
attenzione sul fatto che quella azienda produceva strumenti di guerra",
e chiarendo che la sua non era "ne' dissociazione ne' pentimento". Successivamente
aveva ritrattato tutte le sue dichiarazioni.
19 novembre - "Rosse, rosse, rosse, brigate rosse": questo slogan urlato
dai detenuti della seconda gabbia mentre Pasqua Aurora Betti, incontrastato
leader, agitava una sciarpa, naturalmente rossa, ha accompagnato l'uscita
della corte d'assise d'appello di Milano che si e' ritirata in camera di
consiglio per stendere la sentenza per i cento imputati del processo alla
colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia". Lo slogan e' stato scandito
dagli irriducibili della seconda gabbia a rimarcare, ancora una volta,
la differenza di posizioni, che in questo processo e' stata piu' che mai
evidente, con coloro che, pur avendo fatto parte dei vertici della colonna
, hanno da anni cominciato un processo di autocritica. Le dichiarazioni
finali degli imputati hanno tutte percorso questo doppio binario: da un
lato Vittorio Alfieri, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e altri detenuti,
dall'altro la seconda gabbia con i documenti letti dalla Betti e da Ario
Pizzarelli e, soprattutto, Barbara Balzerani che ha letto un lungo scritto
come rappresentante delle Brigate rosse per la costruzione del partito
comunista combattente, "di un' organizzazione della sua linea politica,
la sua strategia, la sua pratica combattente". La Balzerani ha consegnato
ai giudici anche la risoluzione strategica numero 20, quella trovata accanto
al cadavere del prof. Ezio Tarantelli. Il documento della Balzerani e'
una analisi dello stato dell'organizzazione costretta alla difensiva, delle
tendenze economiche e sociali del nostro paese e della situazione internazionale.
"La nostra attivita' rivoluzionaria - scrive la Balzerani - tende da un
lato, a rintuzzare i tentativi borghesi di mantenere le lotte proletarie
sul terreno perdente della resistenza sul piano economico e rivendicativo,
dall'altro, mantenendo aperto lo scontro con lo stato sui suoi aspetti
congiunturali, tende a sviluppare la ripresa rivoluzionaria nella direzione
strategica della conquista del potere politico". Secondo la Balzerani le
azioni contro Gino Giugni, Ezio Tarantelli e il generale americano Hunt
rientrano nella prospettiva "di disarticolare i progetti antiproletari
e guerrafondai dello stato". L'analisi della Balzerani che la condivise
con "un' organizzazione ancora in attivita' che ha concluso un importante
dibattito autocritico" non risparmia i sindacati, "complici con governo
e confindustria" di un "reazionario patto sociale" ed analizza anche le
deviazioni, come quelle operaista della colonna "Walter Alasia", che hanno
segnato la storia delle Brigate rosse. Patto sociale e imperialismo sono
dunque gli obiettivi riproposti per la costruzione del partito comunista
combattente: "c'e' un' inscindibile unita' programmatica - conclude la
Balzerani - tra attacco al cuore dello stato e pratica combattente antimperialista".
Per Pasqua Aurora Betti le dichiarazioni finali sono state il momento per
riproporre propositi rivoluzionari: "tira un nuovo vento di rivolta, progettiamo
nel vivo dello scontro sociale il nostro futuro". Con toni molto diversi,
altri imputati come Vittorio Alfieri, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini si
sono rivolti alla corte: "una critica alla politica come guerra: questa
e' la mia risposta a chi chiede un consuntivo di quegli anni" ha detto
Alfieri. Franco Bonisoli ha chiesto alla corte un segnale concreto di comprensione
"di un percorso di trasformazione che da tempo pratichiamo e in cui crediamo",
mentre Azzolini ha ricordato le motivazioni che spinsero le Brigate rosse
ad uccidere il maresciallo degli agenti di custodia di cataldo "non per
fare apologia ma per spiegare". Infine Ettorina Zaccheo, l'imputata che
maggiormente si e' dissociata e che rischia la conferma dell' ergastolo
per il concorso nell'omicidio del direttore sanitario del policlinico:
"le mie sofferenze non sono nulla in confronto a quelle dei familiari di
chi abbiamo colpito e che ho la speranza di potere, un giorno, incontrare".
La corte d'assise d'appello ha poi lasciato l'aula; si tratterra' in camera
di consiglio una decina di giorni per valutare le posizioni degli imputati,
19 dei quali, colpevoli degli otto omicidi rivendicati dall' Alasia, rischiano
la massima pena.
19 novembre - Giovanni Senzani, Paolo Baschieri, Salvatore Bombaci e
Flavio Lori hanno abbandonato l' aula bunker dove e' in corso il processo
per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br, per non
ascoltare la dichiarazione con cui l' ex "compagno" ora "pentito" Giovanni
Ciucci stava chiudendo la sua deposizione davanti ai giudici della corte
d' assise. Ex ferroviere a Pisa, catturato nel "covo" dove era tenuto prigioniero
il generale Dozier, Ciucci aveva subito collaborato con i magistrati di
varie citta' e a quelli fiorentini aveva delineato storia e struttura del
"comitato", di cui e' accusato di essere stato uno dei capi. Nel corso
della sua deposizione, seguita con la massima indifferenza dagli "irriducibili",
Ciucci ha sostanzialmente confermato quanto aveva gia' detto in istruttoria
limitandosi ad aggiungere qualche considerazione sulla " debolezza" del
"comitato", utilizzato sempre - ha detto - in funzione di supporto logistico
per le altre "colonne" e rimasto "sempre ai margini del dibattito politico
delle Br", in quanto "marginale rispetto allo scontro di classe". C' era
anzi, da parte dei "regolari" dell' organizzazione, sempre secondo Ciucci,
"una punta di opportunismo: per loro forse il comitato andava bene cosi'
com' era". Quanto a Senzani, Ciucci ha ristretto il periodo della sua appartenenza
al "Comitato toscano" fra la primavera del 1979 e quella del 1981, quando
"comincio' a maturare la scissione all' interno delle Br che porto' alla
nascita del partito - guerriglia, cui Senzani faceva capo". Al termine
dell' interrogatorio, mentre aveva appena iniziato a dettare a verbale
una dichiarazione con cui intendeva spiegare i motivi della sua collocazione
dopo l' arresto, Senzani e gli altri lo hanno interrotto chiedendo al presidente
Cassano, e ottenendo, di lasciare l' aula." La lotta armata - ha spiegato
fra l' altro Ciucci - ha voluto dire per molti di noi fare violenza soprattutto
su noi stessi, sulla nostra coscienza", ma "ora si e' arrivati a capire
che la strada che si sceglie per un progetto e' importante come il progetto
stesso ed e' il come arrivare che deve condizionare il dove e non il contrario".
Questa consapevolezza - ha detto ancora l' imputato - "ha via via reciso
all' interno dell' organizzazione i legami fra ogni azione e la loro ormai
lontanissima ragione politica, fino a far capire che qualunque campagna
riuscita non valeva la vita di una persona".
21 novembre - La commissione inquirente ascolta Antonio Savasta, condannato,
tra l' altro, per il sequestro del generale Dozier. Si e' trattato dell'
ultimo interrogatorio fatto dalla commissione (nelle scorse settimane erano
stati ascoltati anche Morucci e Fenzi) in relazione all' indagine sui presunti
finanziamenti che l' allora ministro per il mezzogiorno Giacomo Mancini
(Psi) avrebbe fatto pervenire alla rivista dell' eversione "Metropoli".
A quanto si e' appreso la commissione intendeva mettere a confronto Savasta
e Morucci per stabilire da chi fossero nate esattamente le voci che chiamavano
in causa l' esponente socialista. Il confronto pero' non si e' tenuto,
anche perche' la commissione ha appreso che i due sono reclusi nella stessa
cella. Il "faccia a faccia" e' stato pertanto ritenuto inutile. Alcuni
commissari hanno riferito che comunque nessun indizio a carico di Mancini
e' emerso dall' interrogatorio di Savasta, il quale ha confermato di aver
appreso la "voce" di finanziamenti da parte di un esponente socialista,
e non con specifico riferimento all' on. Mancini, in incontri con altri
terroristi svoltisi nel 1975 nella casa di campagna del sindacalista Scricciolo.
Null' altro sarebbe emerso a carico dell ' ex ministro. L' inquirente terra'
un' altra seduta sulla vicenda per discutere e votare la relazione da inviare
al parlamento, al quale compete la decisione definitiva. nella relazione,
gia' presentata in commissione, si chiede l' archiviazione del "caso",
vista l' inconsistenza degli indizi.
21 novembre - Dopo brevi repliche del sostituto procuratore generale
Pietro Grassano e di uno dei difensori, il sen. Franco De Cataldo, la corte
d' assise d' appello di Bari, presieduta dal dott. Fortunato D' Auria,
si ritira in camera di consiglio per decidere le pene da erogare ai 30
imputati della rivolta nel supercarcere di Trani della fine di dicembre
1980. Il sen. De Cataldo ha sottolineato, nell' ottica dell' "uscita dall'
emergenza", il "messaggio lanciato dal legislatore" con la recente approvazione
della legge 1366 che modifica le sanzioni previste per il sequestro di
persona quando questo si configuri come "fatto lieve". Il pubblico ministero
- rilevando che la legge non e' stata ancora pubblicata - si e' chiesto
se la rivolta possa essere ritenuta "fatto lieve" in considerazione delle
motivazioni esposte dai difensori (per esempio, il trattamento "umanitario"
nei confronti degli agenti di custodia tenuti in ostaggio durante i disordini).
Ha poi aggiunto che sta alla corte valutare se tener conto del nuovo indirizzo
dato dal legislatore con la legge 1366 e in tal caso esaminare la possibilita'
di applicare attenuanti rispetto alla sentenza di primo grado (che irrogo'
otto condanne a 21 anni, sei a venti, 13 a 18 anni e otto mesi, la condanna
di Giuliano Naria a 17 anni e mezzo e due assoluzioni per insufficienza
di prove). Prima di entrare in camera di consiglio la corte, accogliendo
il parere del pm, ha disposto che venga inviata alla procura della repubblica
presso il tribunale di Voghera la denuncia presentata nei giorni scorsi
dai "Br" Antonio Marini e Domenico Giglio sul "brutale pestaggio" subito
da due detenute a Voghera, Maria Pia Vianale e Giuseppina Delogu, "da parte
di una 'squadretta' di agenti di custodia". Un momento di tensione si e'
avuto mentre il presidente chiedeva agli imputati se avessero nulla da
aggiungere a quanto avevano gia' dichiarato. Oreste Strano ("7 aprile")
ribadendo di essere estraneo ai fatti addebitati ha sostenuto che la "rivolta
di Trani e' stata una tragica esperienza ricaduta su tutto il movimento
dei prigionieri", attirandosi critiche e insulti dai "brigatisti rossi"
rinchiusi nella "gabbia" posta di fronte alla sua ("infame", "sei dissociato
da te stesso"). Prima di ritirarsi con i suoi colleghi il dott. d' Auria
si e' fermato a parlare per pochi minuti con le "Br": Seghetti e D' Amore
hanno di nuovo escluso che siano state progettate "azioni delle Brigate
rosse" in concomitanza con il processo, ribadendo che si tratta di "voci"
diffuse per giustificare restrizioni nel carcere di Trani, secondo quanto
gia' denunciarono nell' udienza di sabato scorso.
21 novembre - Assoluzione per insufficienza di prove per Giuliano Naria
e altri otto imputati tra i quali Giorgio Uber e Oreste Strano ("7 aprile"),
notevoli riduzioni di pene per tutti gli altri imputati, compresi gli aderenti
alle "Brigate rosse", assoluzioni "per non aver commesso il fatto" per
due imputati che in primo grado erano stati assolti per insufficienza di
prove. E' questa la sentenza emessa dalla corte d' appello di Bari per
la rivolta nel carcere di Trani del dicembre 1980. La corte, rimasta in
camera di consiglio sei ore, ha riconosciuto ad alcuni imputati (per lo
piu' aderenti alle "Brigate rosse") le attenuanti previste dall' art. 311
del codice penale ("quando per la natura, la specie, i mezzi, le le modalita'
o circostanze dell' azione, ovvero per la particolare tenuita' del danno
o del pericolo, il fatto risulti di lieve entita'"). Per questo ha ridotto
a 13 anni di reclusione la pena a coloro ai quali in primo grado ne erano
stati inflitti 21 (Bruno Seghetti, Francesco Piccioni, Claudio Piunti,
Salvatore Ricciardi, Carlo Picchiura, Domenico Giglio, Pasquale Abatangelo,
Severino Turrini) e 20 (Antonio Marini, Michele Tartaglione e Domenico
Iovine). Concedendo le stesse attenuanti, ha ridotto a 12 anni e due mesi
di reclusione (dai 18 anni e otto mesi del giudizio di primo grado) la
pena inflitta al "brigatista" Nicola D' Amore e a Gianfranco Mattacchini,
Giuseppe Federici e Gabriele Grimaldi. Per quattro imputati "dissociati"
(Angelo Monaco, Rocco Martino, Ugo Melchionda e il tedesco Willy Piroch)
la corte ha derubricato il reato addebitato, il "sequestro di persona con
finalita' di terrorismo o di eversione" (289 bis del codice penale), in
sequestro di persona (art. 605 c.p.) ed ha condannato il primo a sei anni
di reclusione e gli altri tre a cinque anni ciascuno. Per Piroch ha revocato
l' espulsione dal territorio italiano ordinata in prima grado. Gli imputati
che, oltre a Naria, Uber e Strano, sono stati assolti per insufficienza
di prove sono il detenuto "comune" Francesco Ferraro e Pasquale Vocaturo,
Paolo Baschieri, Massimo Battisaldo, Massimo Lorimer Vargiu e Flavio Zola.
Quando il presidente della corte, Fortunato D' Auria, ha letto quest' ultima
parte del dispositivo della sentenza, parenti e amici degli imputati hanno
battuto le mani. Tra il pubblico c' era anche la madre di Giuliano Naria
che, dopo un primo momento di stordimento, ha cominciato a piangere e ad
abbracciare alcuni amici e anche qualche cronista, senza riuscire a pronunciare
commenti. L' unico legale presente, l' avv.Mario Russo Frattasi, difensore
di Naria e di altri sei imputati, ha detto che si e' trattato di "una sentenza
che da' grossa soddisfazione e che e' stata preceduta da un dibattimento
che ha dimostrato la profonda cultura giuridica e la notevole capacita'
di interpretazione politica della prova da parte della corte". Il pm, Pietro
Grassano, ha rilevato di aver invitato egli stesso la corte a valutare
"se nel caso in ispecie si potesse legittimare il riconoscimento dell'
attenuante prevista dall' art. 311 del codice penale".
21 novembre - Eleonora Moro, la vedova di Aldo Moro, fu sentita nel
1983, in qualita' di testimone, dal giudice istruttore torinese Mario Vaudano
che indagava sullo scandalo dei petroli, in margine ad accertamenti su
un presunto conto corrente segreto in Svizzera riferibile alla corrente
politica del marito. La signora sostenne di ignorare del tutto tale deposito
bancario, ma preciso' che se Sereno Freato e sua moglie Maria Antonietta
Piacentini ne avevano confermato l'esistenza, "doveva essere vero". Tenuta
segreta per tre anni, la notizia dell'avvenuta deposizione della vedova
Moro era trapelata nei giorni scorsi, ma solo oggi e' stata confermata
dal magistrato in un breve colloquio con i cronisti. I verbali dell' audizione,
d'altra parte, non sono piu' coperti dal riserbo istruttorio essendo stati
allegati agli atti del processo che, dal 14 gennaio prossimo, vedra' alla
sbarra in tribunale a Torino oltre 150 persone coinvolte nel traffico di
carburante della raffineria "costieri alto adriatico" di Bruno Musselli
e nelle "coperture politiche" fornite alla truffa. La deposizione della
signora Moro avvenne il 21 maggio 1983. Accompagnato da un ufficiale di
polizia giudiziaria, il dottor Vaudano si reco' presso la sua abitazione
a Bellamonte nel Trentino. Prima di raccoglierne la testimonianza, il magistrato
la informo' su quanto dichiarato in precedenza dai coniugi Freato. Precisata
la questione del deposito bancario, Eleonora Moro disse poi al giudice
di essere stata a conoscenza dei rapporti esistenti fra suo marito, Sereno
Freato ed il petroliere Bruno Musselli. In quella circostanza il magistrato
sequestro' anche una lettera che la vedova del presidente della Dc aveva
ricevuto alcuni giorni prima da Musselli. Detenuto allora nel carcere di
Las Palmas, nelle Canarie, il petroliere era riuscito a far arrivare alla
signora Moro, eludendo ogni controllo, lo scritto, che ora e' agli atti
del processo sulla "Costieri alto adriatico". In esso Musselli invocava
aiuto in rapporto alla sua vicenda giudiziaria, e chiedeva un intervento
presso la presidenza della repubblica. Per questo, il 30 gennaio del 1984,
il giudice istruttore Mario Vaudano senti' anche il presidente Sandro Pertini
il quale preciso' di non aver mai ricevuto alcun sollecito in proposito.
Secondo quanto si e' ancora appreso in margine alla vicenda del deposito
bancario segreto in Svizzera - del quale pero', ha detto lo stesso magistrato,
non e' mai stata trovata traccia - sono in corso perizie su intercettazioni
di telefonate intercorse tra la signora Moro e la signora Freato.
21 novembre - Antonio Savasta e Roberto Buzzati, due fra i " pentiti"
di maggior rilievo delle Brigate rosse, sono sentiti come testi - imputati
in procedimenti connessi al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario
toscano" delle Br. Gli " irriducibili" , Giovanni Senzani, Paolo Baschieri,
Flavio Lori e Stefano Bombaci abbandonano le gabbie tornano in carcere:
questa volta per non assistere alla deposizione di Savasta. I due " pentiti"
si sono limitati a confermare quanto avevamo gia' detto in istruttoria.
In particolare Buzzati ha parlato del progetto di attentato all' ex giudice
di sorveglianza di Livorno, Coviello, studiato all' epoca del sequestro
D' Urso, andato a monte in seguito alla frattura che si era verificata
all' interno delle Br e che si era ripercossa sul "comitato". Savasta,
che da marzo a settembre del 1979 era stato inserito nel direttivo della
struttura toscana per "rivitalizzarlo" dopo l' arresto di alcuni suoi componenti,
ne ha dato un giudizio piuttosto severo:"poca consistenza politica, pochissima
esperienza tecnico - militare". Sul ruolo di Senzani in Toscana, Savasta
ha detto di non sapere nulla di preciso.
22 novembre - Ancora di scena i "pentiti" al processo per l' attivita'
del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse in corso davanti
alla corte d' assise nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di S.
Verdiana. Depongono come testimoni - imputati in procedimenti connessi
l' ex "piellino" Marco Donat Cattin ed il professor Enrico Fenzi, uno degli
ideologi belle Br. Giovanni Senzani e gli altri imputati "irriducibili"
hanno preferito restare in carcere. Donat Cattin e' stato sentito a proposito
di un episodio marginale del processo: una serie di pistole che, nascoste
da un esponente del "comitato" dopo l' arresto (dicembre 19) di quattro
brigatisti a Firenze, erano state "prelevate" dalla direzione della struttura
fiorentina di Pl e non erano piu' state restituite nonostante le insistenti
richieste dei brigatisti. Enrico Fenzi invece ha parlato soprattutto di
Senzani, di cui e' cognato, precisando che prima dell' estate del 1980,
quando era entrato in clandestinita' ricevendo l' incarico di dirigere
il "fronte delle carceri", i suoi rapporti con le Br erano rimasti a livello
di "consulenza" e fiancheggiamento. Secondo Fenzi Senzani avrebbe avuto
una posizione di spicco all' interno del "comitato" toscano ma - ha aggiunto
- "non ho alcun elemento per provarlo".
25 novembre - Il sostituto procuratore generale presso la corte d' appello
di Bari Pietro Grassano, pubblico ministero nel processo di secondo grado
per la rivolta nel carcere di Trani, presenta una "dichiarazione di ricorso"
alla corte di cassazione per parte della sentenza d' appello emessa il
21 novembre scorso. Il ricorso riguarda cinque dei nove imputati assolti
dai giudici per insufficienza di prove: il detenuto "comune" Francesco
Ferraro e Massimo Lorimer Vargiu, Paolo Baschieri, Massimo Battisaldo e
Flavio Zola. In una dichiarazione all' Ansa, Grassano ha detto di aver
"attentamente valutato" col dirigente della procura generale di Bari, l'
avvocato generale dello stato Bonifacio Mezzina, il dispositivo della sentenza
e di averne "condiviso in linea teorica" le altre parti, compresa la concessione
della diminuente prevista dall' art. 311 del codice penale a coloro che
sono stati condannati per "sequestro di persona con finalita' di terrorismo"
(per lo piu' aderenti alle "Brigate rosse").
25 novembre - Il "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse
costituiva "un organismo locale di appoggio logistico delle 'colonne' Br
del Lazio e della Liguria" per Carlo Brogi, un "pentito" delle Br romane.
Il "comitato" ha detto ancora Brogi, che ha deposto come testimone - imputato
in un procedimento connesso, "rappresentava la periferia dello scontro
di classe" ed era "terreno di supporto e di ritirata della colonna territorialmente
limitrofa". Dopo aver ascoltato Brogi, il presidente della corte d' assise
ha letto le dichiarazioni rese da Renato Longo, attualmente in carcere
in Francia per detenzione di stupefacenti. Longo ha detto di aver incontrato
piu' volte Barbara Balzerani attraverso Luisa Aluisini, imputata nel processo
fiorentino. Longo aveva conosciuto in carcere, nel 1978, Paolo Neri, fidanzato
della Aluisini, e successivamente era entrato nelle Br collaborando con
la polizia ed aveva permesso l' arresto di Moretti e Fenzi.
26 novembre - La corte d' assise di pesaro condanna a cinque anni di
reclusione i brigatisti rossi Maurizio Iannelli, Francesco Piccioni, Renato
Arreni ed Enzo Bella, per detenzione di 765 grammi di esplosivo (rinvenuto
in una cella del supercarcere di Fossombrone il 6 febbraio 1982) e banda
armata. L' esplosivo (tritolo, diviso in tre sacchetti murati in una cella)
doveva servire ad un' evasione in massa, ma il tentativo venne sventato
con la sua scoperta. Prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio
Francesco Piccioni (condannato per la strage di via Fani e l' assassinio
di Aldo Moro) ha ribadito la sua appartenenza alle Brigate rosse, sostenendo
che la fuga era ed e' una prerogativa che gli spetta in quanto "prigioniero
politico". Maurizio Iannelli aveva rinunciato a presenziare al processo.
27 novembre - Un pregiudicato di 22 anni, Stefano De Santis, tenta di
derubare la signora Eleonora Moro, vedova di Aldo Moro, mentre rientrava
nella sua abitazione di via del Forte Trionfale. Il ladro e' stato arrestato
da un agente di polizia in servizio nella zona. Il fatto e' avvenuto quando
Eleonora Moro, dopo aver aperto il portone, stava rientrando a casa. Il
ladro, uscito da una zona buia della strada, ha tentato di strapparle la
borsa che teneva a tracolla ma la signora ha resistito. Nel tira e molla
la cinghia si e' rotta, la borsa e' caduta e il suo contenuto si e' sparpagliato
in terra. De Santis ha afferrato la borsa ormai vuota ed e' fuggito, ma
poche decine di metri dopo e' stato bloccato e arrestato.
27 novembre - "Quando hanno ucciso Ezio, dopo lo sbigottimento, il dolore,
il primo desiderio e' stato di vendetta: metteteli in galera e buttate
la chiave" dice Carol Beebe Tarantelli, la vedova dell' economista assassinato.
Bionda, pallida, nel suo italiano corretto, ma con un insopprimibile accento
inglese, racconta i sentimenti ed il percorso intellettuale di chi, per
mano del terrorismo, ha visto cancellata una parte importante del proprio
futuro. ad ascoltarla un pubblico foltissimo di uomini e donne che come
lei hanno vissuto in prima persona gli anni di piombo e ancora fanno i
conti con le conseguenze: qualcuno, come Paolo Virno, Ernesto Balducchi,
Giancarlo D' Alessi, e' uscito di recente dall' esperienza delle prigioni,
altri come la madre di Roberto Vitelli, ha un figlio, o un marito, o un
fratello dietro le sbarre, e poi magistrati, politici, operatori penitenziari.
Nella sala del cenacolo, a Roma, li ha riuniti l' associazione "Carcere
e comunita' "per riflettere e discutere insieme su "la riconciliazione
degli anni di piombo: una speranza oltre l' odio, oltre le sbarre". "Uno
che era in prigione da tanto tempo e che non aveva mai ucciso, mi ha detto
di sentirsi responsabile della morte di mio marito, perche' essa era implicita
in cio' che anche lui aveva detto e fatto", racconta Carol Tarantelli e
ammonisce: "le Brigate rosse sono figlie di una cultura che e' stata della
sinistra, ma anche della nostra civilta' che ha tolto valore alla persona".
"Se noi li consideriamo dei mostri, non delle persone, commettiamo il loro
stesso errore. La presa di coscienza, l' ammissione dei propri errori -
conclude - e' un messaggio di speranza: ci insegna l' importanza dell'
uomo al di la' delle sue azioni, quanto e' capace di comprendere e cambiare.
Io credo che una societa' giusta non possa ignorarlo". Alla stessa conclusione
di Carol Tarantelli sono arrivati in molti: gli esperti di problemi della
giustizia di Pci, Psi, Dc che all' incontro hanno parlato, lo stesso ministro
della giustizia, che sulla dissociazione ha presentato nel dicembre scorso
un disegno di legge (altri due progetti erano stati fatti nell' 83 e nell'
84 dai senatori della sinistra), la chiesa che anche prima dell' impegno
di padre De Gennaro che guida l' associazione "carcere e comunita'", si
e' messa al fianco di ex terroristi con gesti significativi - come il matrimonio
tra due brigatisti celebrato in carcere dal vescovo di Milano. "Sono due
anni che aspettiamo la legge. Due anni in prigione non passano presto"
eppure "per le tv di Berlusconi sono bastate 48 ore", hanno fatto coro
dalla sala alcuni familiari di detenuti, mentre il socialista Covatta concludeva
il suo intervento affermando diplomaticamente di non poter dare date su
quando la legge sui dissociati diverra' realta'. "E' una legge difficile
- ha spiegato il comunista Violante - che introduce concetti del tutto
nuovi nel nostro sistema giuridico". Il cambiamento delle persone che puo'
avvenire dopo aver commesso un reato, dopo la condanna, non puo' riguardare
- ha spiegato Violante - solo chi era terrorista e si dissocia, ma anche
chi fa una rapina, o un furto, e poi comprende di aver sbagliato, vuole
rientrare nella societa' e seguirne le regole. Violante va ancora oltre,
e lo stesso dicono Covatta e poi padre De Gennaro: anche per gli "irriducibili"
bisogna superare il clima di "emergenza" che ha stravolto processi e snaturato
condanne. "E' tutto giusto - dice Paolo Virno - sono tante le cose che
bisogna cambiare, ma per i "dissociati" bisogna far presto, senza la legge
si fermera' questo fenomeno, che, non dimentichiamolo, quanto e piu' del
pentitismo ha contribuito alla sconfitta del terrorismo".
28 novembre - Dodici ergastoli, sette in meno rispetto alla prima sentenza
e consistenti riduzioni di pena: e' questa la decisione della corte d'assise
d'appello di Milano che, dopo otto giorni di camera di consiglio, ha letto
il dispositivo della sentenza per i cento imputati della colonna milanese
delle Brigate rosse, la "Walter Alasia". La lettura del dispositivo e'
stata interrotta da un incidente, non il primo in questo processo: dalla
seconda gabbia, occupata da alcuni detenuti irriducibili, e' stato esposto
uno striscione nero, sul quale, a lettere rosse e gialle, era scritto:"Brixton,
Francoforte. Distruggere l'impero. Rompiamo l'ordine metropolitano, guerriglia
comunista". Gli imputati della gabbia, tra i quali Pasqua Aurora Betti,
Nicolo' De Maria, Gaetano Bognanni, Ada Negroni, protagonisti, in primo
grado, del lancio di alcuni fumogeni contro la corte, hanno scandito lo
slogan del maggio francese:"ce n'est qu'un debut, continuons le combat".
Immediata la decisione del presidente di espellerli dall'aula. La massima
pena e' stata confermata per Roberto Adamoli, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani,
Maria Rosa Belloli, Pasqua Aurora Betti, Maria Carla Brioschi, Nicolo'
De Maria, Calogero Diana, Nicola Giancola, Mario Moretti, Sergio Tornaghi
e Samuele Zellino, tutti colpevoli di uno o piu' degli otto omicidi che
in questo processo venivano giudicati. E' uscito invece assolto per insufficienza
di prove da questo processo Valerio De Ponti, condannato in primo grado
al carcere a vita per l'omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo.
Con la concessione delle attenuanti generiche, la corte d' assise d'appello
ha poi escluso l'ergastolo per Franco Bonisoli (28 anni), Mario Protti,
Vittorio Alfieri, Antonio Savino, Vincenzo Scaccia ed Ettorina Zaccheo
(tutti condannati a 30 anni) protagonisti dei piu' espliciti percorsi di
dissociazione della lotta armata, ma per i quali l'accusa aveva chiesto
la conferma della prima sentenza. La corte ha invece accolto l'interpretazione
giuridica data dal sostituto procuratore generale sul sequestro dell'ing.
Renzo Sandrucci decidendo consistenti diminuzioni di pena: Adriano Carnelutti
e' stato condannato a 20 anni (30 in primo grado), Gaetano Bognanni a 16
(30 in primo grado), Antonio Paiella a 12 (30 in primo grado) Ada Negroni
a 14 (30 con la prima sentenza). La sentenza ha soddisfatto molti degli
imputati che hanno riconosciuto che la corte ha dato un importante segnale
nei confronti della dissociazione, ma il clima in aula e' rimasto abbastanza
teso sia a causa dell'incidente avvenuto durante la lettura della sentenza
che e' stata brevemente interrotta, sia per i lusinghieri controlli di
sicurezza all'entrata bunker che hanno costretto avvocati, giornalisti,
parenti ad attendere piu' di un'ora per entrare nell'aula. Contenti anche
i pentiti del processo, due dei quali Michele Galli (condannato a 12 anni)
e Pio Pugliese (8 anni 6 mesi) hanno ottenuto, oltre a riduzione di pena,
anche gli arresti domiciliari. La corte ha concesso lo stesso beneficio
anche a Bianca Giovanardi, Maria Grazia Chiari, Daniele Figini, Vita Casavola
e Nicola Eleonori. La derubricazione di alcuni tentativi omicidio in lesioni
aggravate e' stato un altro strumento usato dalla corte per diminuire le
pene inflitte nella sentenza di primo grado che venne giudicata estremamente
severa. Rino Cristofoli e' stato condannato a sei anni invece dei 17 avuti
al primo processo, Nicola Eleonori ha avuto 4 anni rispetto agli 11 della
prima sentenza. Addirittura assolta per insufficienza di prove dal ferimento
di Indro Montanelli e' stata Biancamelia Sivieri (aveva avuto 16 anni).
Altri cinque imputati sono usciti assolti (oltre a De Ponti, Teresa Sarli,
Benedetta Sirchia, Patrizia Sotgiu e Agostino Steri) mentre per tre la
corte ha dichiarato la non punibilita'.
28 novembre - Diventano definitive le condanne che i giudici della corte
di assise di appello hanno inflitto il 12 febbraio scorso, per il rapimento
del generale americano James Lee Dozier, ad Antonio Savasta, Cesare di
Lenardo, Marcello Capuano, Emilia Libera, Pietro Vanzi, Emanuela Frascella
ed Alberta Biliato. I giudici della prima sezione penale della cassazione
hanno infatti respinto i ricorsi che gli imputati avevano presentato contro
la sentenza. I motivi di ricorso presentati dai primi sei imputati sono
stati ritenuti inammissibili, mentre per quanto riguarda la Biliato la
corte ha rigettato l' impugnazione. La decisione della corte di cassazione
conclude una parte della travagliata vicenda giudiziaria legata al sequestro
del gen.James Lee Dozier rapito a Verona da un "commando" delle Brigate
rosse il 17 dicembre 1981 e liberato 42 giorni dopo a Padova con l' intervento
di un gruppo di agenti dei "Nocs" e l' arresto di cinque terroristi. Resta,
infatti, ancora in sospeso l' iter giudiziario riguardante i presunti "cervelli"
del rapimento, tra cui Barbara Balzerani, Francesco Lo Bianco, Remo Pancelli
e Luigi Novelli. I quattro brigatisti rossi, assieme a Vittorio Antonini,
sono stati giudicati per il rapimento dell' alto ufficiale solo in primo
grado, l' 11 ottobre scorso, dal tribunale di Verona. I giudici, dopo circa
quaranta minuti di camera di consiglio, hanno condannato i cinque imputati
a 26 anni di reclusione ciascuno. la decisione della corte suprema riguarda
invece le cosiddette condanne "supplettive" inflitte ai responsabili dell'
azione terroristica della corte d' assise d' appello di Venezia e attinenti
al reato di sequestro al fine di terrorismo anche nei confronti della moglie
di Dozier, Judith Stimpson. In un primo tempo, infatti, i collegi giudicanti
in primo e secondo grado avevano avanzato contro alcuni imputati solo l'
accusa di sequestro semplice.
28 novembre - Subiranno un nuovo processo dinanzi alla corte di assise
di appello di Genova i terroristi Valerio Morucci e Roberto Fiore, gia'
condannati dalla corte di assise di appello di Genova per una serie di
atti terroristici, tra i quali l'uccisione del funzionario di polizia Antonio
Esposito. La corte di cassazione, accogliendo parte dei discorsi presentati
contro la sentenza pronunciata dai giudici di secondo grado genovesi il
10 novembre 1984, ha disposto che Valerio Morucci sia processato per tutti
i reati che gli erano stati contestati nell'ambito dell'inchiesta e che
il giudizio contro Fiore sia rinnovato limitatamente all'uccisione del
funzionario di polizia e ai reati connessi.
29 novembre - La procura generale di Milano impugna la sentenza con
cui la corte d'appello aveva assolto alcune settimane fa la segretaria
nazionale del Poe (Partito operaio europeo) Fiorella Operto, accusata di
diffamazione nei confronti del presidente del consiglio. Craxi aveva querelato
la Operto dopo l'apparizione sui muri di Milano, avvenuta in una delle
ultime campagne elettorali, di un manifesto in cui, sotto le fotografie
di Craxi e Kissinger, appariva la scritta "wanted" (ricercato) seguita
da una serie di accuse tra cui quella secondo la quale l'allora segretario
del Psi avrebbe avuto responsabilita' nel sequestro Moro. Al processo di
primo grado il tribunale condanno' la operto a tre milioni di multa. In
appello furono sentiti due testimoni che dichiararono come il manifesto
fosse stato concepito in Germania e affisso in Italia senza che la Operto
ne fosse a conoscenza. da qui l'assoluzione in appello contro la quale
la procura generale, attraverso il sostituto Raffaele di Palma, ha deciso
di appellarsi davanti alla corte di cassazione.
29 novembre - La corte d' appello di Venezia dichiara l' inamissibilita'
, per mancata notifica all' imputato, del ricorso presentato dalla procura
generale della repubblica di Venezia contro la sentenza di assoluzione
perche' il fatto non sussiste dell' ex maggiore dell' esercito Antonio
Giordano, accusato di reticenza, emessa il 26 marzo scorso dal pretore
di Venezia Irene Casol. Secondo quanto e' emerso in aula, nel corso dell'
udienza, l' atto relativo all' impugnazione della sentenza e' partito regolarmente
da Venezia ma non e' mai arrivato a destinazione. A tale riguardo, dopo
la decisione dei giudici della corte d' appello, il procuratore generale
Nicola Cipriani ha chiesto la trasmissione degli atti per compiere una
serie di accertamenti sul mancato recapito. Giordano, agente del Sismi,
era stato arrestato per reticenza al termine di un colloquio avuto in qualita'
di testimone con il giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni
che coordina le indagini su un traffico internazionale di armi ed esplosivi
tra l' Olp e le brigate rosse. L' ufficiale, dopo la trasmissione degli
atti al pretore per competenza, era stato posto in liberta' provvisoria
e successivamente assolto dal reato contestatogli.
2 dicembre - La nappista Maria Pia Vianale e Giuseppina Delogu, una
sua compagna di cella, sarebbero state " pestate" venti giorni fa da una
"squadretta" di agenti di custodia nel carcere di Voghera, mentre due settimane
fa dal carcere di Livorno sarebbe giunto a Cuneo un altro detenuto, Raffaele
Piras, con un occhio bendato e gonfio e una ferita alla testa che un medico
del penitenziario piemontese gli avrebbe suturato con cinque punti. Lo
ha affermato Giovanni Senzani durante l' udienza del processo per l' attivita'
del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br invitando i giudici della
corte d' assise a disporre indagini su tali episodi. Dalla gabbia, Senzani
ha preso la parola, poi interrotto dal pubblico ministero Gabriele Chelazzi,
per leggere una dichiarazione in merito a un progetto di attentato all'
ex giudice di sorveglianza di Livorno, Coviello, di cui si e' parlato spesso
in questo processo. Senzani ha detto che una delle motivazioni che erano
alla base di quel progetto era il fatto che "Coviello era uno dei responsabili
dell' isola - carcere di Pianosa, il lager dove stanno rinchiusi mille
prigionieri di cui 250 sottoposti a regime differenziato", carcere che
sarebbe "sottoposto - ha aggiunto - a periodici cicli di irrigidimento
che si traducono in massacranti pestaggi dei prigionieri". L' udienza e'
stata dedicata al supplemento di interrogatorio del "pentito" Giovanni
Ciucci, chiesto dal pm Chelazzi. l' ex ferroviere pisano ha precisato,
rispondendo a una domanda dell'accusa, che Senzani avrebbe fatto parte
del direttivo del "comitato" solo per i primi tre mesi del 1979, mentre
in seguito ne avrebbe seguito l' attivita' da "esterno", come fecero Dura,
Gallinari, Savasta e la Balzerani. Il "pentito" ha poi fatto la storia
della dotazione "militare" dei brigatisti toscani precisando che il grosso
delle armi e degli esplosivi fatti ritrovare da lui stesso sui monti apuani
nell' inverno del 1982 erano stati portati in Toscana nella primavera del
1981 dalla Balzerani. In apertura di udienza la corte d' assise, con una
ordinanza, ha stralciato la posizione di uno degli imputati, Pietro Frediani,
che una perizia psichiatrica ha riconosciuto affetto da psicosi schizofrenica
e quindi del tutto incapace di intendere e di volere, e ne ha ordinato
il ricovero nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino.
2 dicembre - Nel 1960, mentre Aldo Moro da segretario nazionale della
Dc impostava la linea del centrosinistra, giungevano all'arcivescovo di
Bari, mons. Nicodemo, lettere, note riservate e inviti pressanti da parte
del card. Siri, presidente della conferenza episcopale italiana, che giudicava
"rischioso" il progetto politico. A questi inviti Moro rispose con un lungo
"appunto" nel quale illustrava la necessita' di avviare il nuovo corso,
alla luce di quanto stava accadendo nel mondo politico italiano. Lo rileva,
citando documenti inediti, il giornalista Antonio Rossano, redattore della
Rai, nel libro "L'altro Moro" che ha scritto per la Sugarco e che e' stato
presentato a Bari nel corso di un dibattito fra il giudice costituzionale
Renato Dell'Andro, che fu allievo di Moro, il presidente dei deputati socialisti,
on. Rino Formica, e il filosofo comunista Giuseppe Vacca. Secondo quanto
afferma Rossano, il card. Siri intendeva fermare il progetto politico di
Moro, il quale, tra l'altro, in una lettera autografa a mons. Nicodemo,
comunicava di aver gia' fatto pervenire "alcune osservazioni al santo padre"
(Giovanni XXIII) e di aver motivo di ritenere che fossero state "benevolmente
accolte". Dal libro di Rossano, del quale i documenti citati costituiscono
solo una parte, emerge la figura di un uomo "condannato" alla solitudine,
talvolta contrastato anche all'interno del suo partito, ma battagliero.
3 dicembre - Sette anni di reclusione e sessanta milioni di multa sono
stati chiesti dal pubblico ministero Luigi De Ruggiero per Sereno Freato,
ex segretario particolare di Aldo Moro. A queste conclusioni il rappresentante
della pubblica accusa e' giunto al termine della requisitoria davanti alla
settima sezione del tribunale penale nel processo per il terzo troncone
milanese del cosidetto scandalo dei petroli. La vicenda processuale riguarda
una cinquantina di persone coinvolte nell' attivita' e poi nel fallimento
della raffineria Bitum-oil di Vignate (Milano) di cui era titolare Bruno
Musselli. In questa causa Freato e' accusato di associazione per delinquere,
corruzione, evasioni d' imposta e concorso in bancarotta. Secondo il capo
d' imputazione lo stesso Freato sarebbe stato socio occulto della societa',
circostanza che l' imputato ha sempre respinto. Il dott.De Ruggiero e'
arrivato a chiedere la condanna dell' ex segretario di Moro, dopo aver
sostenuto che la sua versione dei fatti non trova riscontro nella realta'.
Il pubblico accusatore ha chiesto poi quattro anni e sei mesi di reclusione
per Bruno Musselli, gia' condannato ad altri sei anni nel primo processo
per il contrabbando della Bitum-oil. Il fratello di Musselli, Enrico, secondo
il dott.De Ruggiero, dovrebbe essere condannato a soli sei mesi per le
false fatturazioni, mentre dovrebbe essere assolto per insufficienza di
prove dalla bancarotta e non si dovrebbe procedere per l' accusa di corruzione.
Esaminando la posizione degli altri imputati, il pubblico ministero ha
chiesto tre anni e sei mesi di reclusione ciascuno per ventidue sottufficiali
e agenti della guardia di finanza implicati in episodi vari di corruzione.
Tre anni e sei mesi anche per l' ufficiale della " finanza" Umberto Ricucci,
quattro anni e sei mesi per il direttore dell' Utif (ufficio tecnico imposte
di fabbricazione) di Milano, Eugenio Denile, tre anni per l' imprenditore
petrolifero Bruno Magnini, due anni e sei mesi per Gianfranco Magnini,
un anno e sei mesi per Mario Mottola. Per quattro imputati (Filippo Zorzo,
Angelo Pallerani, Francesco Nicolini e Giulio Cremaschi) De Ruggiero ha
chiesto l' assoluzione con formula dubitativa. Attraverso i vari episodi
di contrabbando elencati nel capo d' imputazione sarebbero state evase
imposte per circa quindici miliardi. Da qui la richiesta di risarcimento
presentata dall' avvocatura dello stato per conto del ministero delle finanze.
3 dicembre - Per aver tentato di "scippare" la signora Eleonora Moro,
vedova di Aldo Moro, Stefano De Santis, catturato subito dopo il tentativo
di furto, e' stato condannato a quattro mesi di reclusione. la sentenza
e' stata pronunciata dal pretore Luigi Fiasconaro, della nona sezione penale,
che ha concesso all'imputato i benefici di legge.
3 dicembre - La storia e l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano"
delle Brigate rosse e' stata al centro della prima parte della requisitoria
che il pubblico ministero Gabriele Chelazzi ha svolto al processo in corso
nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di Santa Verdiana contro Giovanni
Senzani e altri 32 imputati. Chelazzi ha ricordato ai giudici della corte
d' assise le vicende del "comitato" fino agli arresti del dicembre 1978,
da cui nacque un precedente processo, da tempo chiuso con una sentenza
passata in giudizio, e l' attivita' di riorganizzazione dei brigatisti
toscani con la supervisione di vari esponenti di primo piano delle Br,
fra cui oltre a Senzani, Riccardo Dura, Rocco Micaletto, Roberto Savasta
e Barbara Balzerani.
4 dicembre - La condanna di Giovanni Senzani a dodici anni di
reclusione e' stata chiesta dal pubblico ministero Gabriele Chelazzi a
conclusione della sua requisitoria al processo per l' attivita' del "Comitato
rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Chelazzi ha chiesto la condanna
per 26 dei 32 imputati - da un massimo di dodici anni per Senzani e per
Flavio Lori a un minimo di quattro mesi di reclusione - la dichiarazione
di non punibilita', come previsto dalla cosiddetta legge sui "pentiti",
per cinque imputati che si erano dissociati e l' assoluzione con formula
piena dall'accusa di appartenere al "comitato" di Tiziano Forconi, un ex
agente di custodia. Per il pentito Giovanni Ciucci l' accusa ha chiesto
la condanna a due anni da aggiungersi ai sette anni cui e' stato condannato
in maniera definitiva per il sequestro Dozier. Senzani, cui non sono stati
contestati i reati associativi, e' accusato di numerosi reati in relazione
ad attentati (tutti incruenti): per molti di essi Chelazzi ne ha chiesto
l' assoluzione visto che dal dibattimento e' emerso che la sua appartenenza
al "comitato" e' durata solo qualche mese, ma ha sottolineato il suo comportamento
processuale sostenendo che egli "non ha mai cessato di ritenersi in assoluto,
insanabile conflitto armato con tutta la comunita' sociale".
5 dicembre - Al processo in corte d' assise per l' attivita' del "Comitato
rivoluzionario zoscano" delle Brigate rosse la parola e' passata ai difensori.
L' avvocato Ottavio Mannelli, difensore d' ufficio di Giovanni Senzani
e Flavio Lori, per i quali il pubblico ministero Gabriele Chelazzi aveva
chiesto le condanne maggiori (12 anni di reclusione), ha sollecitato i
giudici ad assolvere i suoi assistiti. In subordine il legale ha chiesto
la condanna al minimo della pena. In particolare Mannelli si e' rifatto
alla sentenza della corte di cassazione che esclude il concorso morale
per chi fu a capo di organizzazioni terroristiche, ma non partecipo' direttamente
alla esecuzione dei delitti commessi dalla banda. Per Anna Mutini, moglie
di Umberto Catabiani, ucciso in una sparatoria con la polizia, Mannelli
ha chiesto la " non punibilita'" poiche' la donna si e' limitata ad aiutare
il coniuge. La stessa tesi era stata sostenuta dal pubblico ministero.
L' avvocato Curandai ha sollecitato l' applicazione della continuazione
per i reati commessi da Salvatore Bombaci (sette mesi di reclusione erano
stati chiesti per lui da Chelazzi). Hanno poi parlato gli avvocati Cosmai
e Mori, difensori dei dissociati Giacomo Billi, Maria Teresa Carta, Pierluigi
Cosimi e Comunardo Lavori, chiedendo per loro la "non punibilita'" , cosi'
come sostenuto dal pubblico ministero.
5 dicembre - Si svolgono a Tolentino (Macerata) i funerali di Giancarlo
Guazzaroni, il brigatista rosso condannato a dieci anni di carcere il 30
marzo 1980 per detenzione di munizioni. Guazzaroni, che aveva 42 anni,
si trovava nella sua citta' natale, dove risiedono la moglie ed i genitori,
da qualche tempo. Liberato per decorrenza dei termini di carcerazione nell'
aprile del 1983, era fuggito in Francia. A Parigi, dove si era stabilito,
era stato assalito dal tumore che lo ha portato alla morte. In considerazione
della gravita' del suo stato aveva ottenuto la sospensione dell' ordine
di cattura ed aveva potuto far ritorno a casa. Di Guazzaroni, amico di
Patrizio Peci (che in seguito lo accuso' ripetutamente), si comincio' a
parlare nel 1971, allorche' venne arrestato perche' ritenuto "titolare"
di un deposito clandestino di armi a Svolte di Fiungo, nei pressi di Camerino.
I giudici, pero', lo assolsero, accertando che quelle armi costituivano
una delle tante "piste devianti" dei servizi segreti dell' epoca. In seguito
e' stato coinvolto in altri processi di terrorismo e sospettato di far
parte del comitato marchigiano della Br; la condanna del 1980 venne in
seguito alla scoperta, sulla sua auto, di munizioni e ricetrasmittenti.
6 dicembre - La corte d' assise di Firenze, davanti alla quale si svolge
il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle
Brigate rosse, ha accolto le istanze di scarcerazione per decorrenza dei
termini di custodia preventiva presentate dai difensori degli imputati
Giovanni Senzani, Flavio Lori, Giovanni Ciucci e Salvatore Bombaci. Tutti
e quattro restano pero' in carcere perche' detenuti per altra causa. Gli
avvocati difensori che dovevano fare oggi le loro arringhe non si sono
presentati.
7 dicembre - Il consiglio di facolta' di scienze matematiche, fisiche
e naturali dell' universita' di Arcavacata di Rende respinge la domanda
presentata dal prof. Franco Piperno, l' ex leader di Autonomia operaia
rifugiato in Canada e colpito da un mandato di cattura emesso dai giudici
che indagano sul sequestro e l' assassinio di Aldo Moro, per l' ottenimento
della cattedra di struttura della materia. La domanda, secondo quanto si
e' appreso, e' stata rigettata non perche' Piperno, vincitore di concorso
nazionale, non avesse i requisiti per ottenere l' incarico ma perche' la
cattedra chiesta dall' ex "leader" di autonomia operaia risulta gia' occupata
da un altro professore. Piperno che ha spedito dal Canada la documentazione
per la partecipazione al concorso di professore associato, puo' adesso
ripresentare la domanda per una qualsiasi delle materie comprese nel raggruppamento
di fisica, quello cioe' per il quale ha vinto il concorso, ed in teoria,
se la stessa cattedra dovesse risultare scoperta, potrebbe regolarmente
ottenere l' incarico.
9 dicembre - Con l' arringa dell' avvocato Rodolfo Lena, difensore di
Armando Augusto, prosegue il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario
toscano" delle Brigate rosse. Armando Augusto, 38 anni, medico delle ferrovie,
e' accusato di partecipazione a banda armata. L' avvocato Lena ha escluso
che Augusto sia mai entrato a far parte delle Br, un' organizzazione "che
era totalmente estranea al modo di pensare del medico". Lena ha citato,
a questo proposito, uno scritto di Armando Augusto nel quale il medico
"compiangeva coloro che entravano nella lotta armata".
10 dicembre - Al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario
toscano" delle Brigate rosse, l' avvocato Nino Filasto', parlando in difesa
di Paolo Baschieri che all' epoca dei fatti contestati era detenuto, sostiene
che "Non c' e' partecipazione a banda armata quando l' accusato e' in carcere".
Per quanto riguarda la posizione di Luigi Castaldello, Nino Filasto' ha
sostenuto "che non era uno degli organizzatori della banda armata" e che,
comunque, "secondo quanto hanno stabilito recenti sentenze, anche se fosse
stato organizzatore questo non significa che debba rispondere di tutta
una serie di reati specifici per i quali non esiste prova della sua partecipazione".
L' avvocato Filasto' ha parlato anche in difesa di Dante Cianci, associandosi
alle richieste del pubblico ministero che aveva chiesto per Cianci un aumento
di pena in continuazione con i reati per i quali e' gia' stato condannato
con sentenza definitiva.
11 dicembre - L' applicazione delle attenuanti "in virtu' del contributo
di eccezionale rilevanza dato al processo", e' stata chiesta dall' avv.
Valerio Valignani per il suo assistito, Giovanni Ciucci, al processo sull'
attivita' del comitato rivoluzionario toscano delle Brigate rosse. Ha parlato
anche l' avv. Enrico Menzione difensore di Annunziata Fruzzetti, Enrico
Frediani, Franco Pieri, Roberto Nicoli e Michela Vaghetti. Secondo il legale,
il comitato non era una associazione costituita per fini eversivi ma solo
una banda armata della quale i primi quattro erano "partecipi", ma non
organizzatori. Per Michela Vaghetti l' avv. Menzione ha chiesto l' assoluzione
per non aver commesso il fatto (la donna e' accusata di aver operato collegamenti
fra componenti della banda, fornendo notizie sull' ambiente carcerario).
12 dicembre - Il ministro di grazia e giustizia Martinazzoli risponde,
anche per conto del ministro dell' interno Scalfaro, a una interrogazione
presentata dal sen. Sergio Flamigni, del Pci, su alcuni fatti concernenti
il processo sull' assassinio di Aldo Moro. Nella risposta scritta dei due
ministri si fa presente che in relazione ai singoli punti della interrogazione,
la procura della repubblica presso il tribunale di Roma ha riferito quanto
segue: "le bobine non hanno subito manomissioni di sorta e non sono in
parte mancanti. Sono stati acquisiti gli originali delle bobine medesime.
Pertanto non sono state disposte le indagini" sollecitate dall' interrogazione,
relativa ad accertamenti, amministrativi o giudiziari. Nella risposta e'
anche scritto che "non sono state disposte indagini su un fatto risultato
irrilevante" in relazione alla richiesta di indagini a proposito di una
interferenza che avrebbe effettuato un agente di polizia durante l' intercettazione
di una conversazione telefonica tra il vice parroco di Santa Lucia in Roma,
scelto dai terroristi per il recapito di lettere e documenti, e altra persona.
Rispondendo poi alla richiesta sul responsabile della sparizione di una
pellicola fotografica nella quale dovevano essere ritratti personaggi della
'ndrangheta o comunque terroristi tornati a via Fani dopo la strage, la
risposta sottolinea che "effettivamente la pellicola fotografica non e'
stata rinvenuta". "I fotogrammi del rullino vennero sommariamente esaminati
da un funzionario di polizia che ne rilevo' l' inutilita' per lo sviluppo
delle indagini (le immagini erano infatti relative alla situazione dei
luoghi dopo lo svolgimento della strage e dopo che erano ormai intervenute
le forze dell' ordine)". Rispondendo poi alle richieste se siano stati
svolti accertamenti per individuare l' estensore dell' appunto non firmato
nel quale si affermava che il 16 ottobre 1978 l' appartamento in via Montalcini
in Roma e i suoi inquilini non destavano sospetti e alla richiesta di chi
abbia consentito a vari estremisti di sinistra di utilizzare in un appartemento
di via Monserrato a Roma l' utenza telefonica n. 6565509, i due ministri
precisano che "sono state svolte esaurienti indagini le quali hanno avuto
esito negativo". Infine nella risposta scritta si afferma che "non vi e'
prova alcuna, allo stato, di interferenze di componenti o collaboratori
dei servizi segreti" in relazione alla richiesta del sen. Flamigni se a
determinare i gravi fatti non abbiano in qualche modo contribuito componenti
o collaboratori dei servizi segreti "la cui catena di comando era all'
epoca tutta in mano agli iscritti della p2". In una nuova interrogazione
il sen. Flamigni ha chiesto ai ministri della giustizia e dell' interno
di conoscere i loro intendimenti in ordine al comportamento della procura
della repubblica presso il tribunale di Roma che sarebbe "venuta meno ai
suoi doveri riferendo al ministro, e tramite lui al parlamento, cose inesatte
e omettendo di promuovere l' azione penale per fatti procedibili d' ufficio".
Secondo Flamigni "non corrisponde a verita' l' affermazione contenuta nella
risposta secondo la quale le bobine non hanno subito manomissioni di sorta
e non sono in parte mancanti". Nella nuova interrogazione si sostiene che
"la bobina contenente la registrazione delle telefonate effettuate il 15
e il 16 aprile dal n. 5891307 intestata a Nicola Rana e risultata interamente
cancellata come si evince dall' ordinanza del 17 novembre 1982 della corte
di assise del processo Moro e dalle domande che in proposito il presidente
Santiapichi rivolse in dibattimento al teste Spinella, ex capo della Digos".
Secondo Flamigni, inoltre "la bobina contenente le registrazioni delle
telefonate effettuate dalla parrocchia di Santa Lucia risulta mancante".
Nella nuova interrogazione si sottolinea anche che dal 22 aprile 1978 la
procura della repubblica di Roma ha ordinato di porre sotto controllo il
telefono della parrocchia di Santa Lucia. Flamigni ha pertanto chiesto
per quali motivi la procura non abbia ritenuto di verificare ipotesi di
reato e per quali motivi la stessa procura "non sapeva ancora cio' che
poi si e' saputo: cioe' che un testimone aveva notato tra i curiosi accorsi
sul luogo dell' eccidio uno dei tre terroristi fermatisi nel bar Igea".
Infine Flamigni ha chiesto se "effettivamente sono state svolte indagini
esaudienti e quali esiti abbiano potuto dare in ordine a fatti certi e
cosi' gravi come l' utilizzazione, da parte di due stranieri assiduamente
sorvegliati dai nostri servizi di sicurezza, Herve Kerien e Maurice Brover
Rabinovici, di una utenza telefonica appartenente alla segreteria della
prima presidenza della corte di cassazione come attesta il rapporto della
Digos di Roma del 1979".
12 dicembre - Proseguono le arringhe dei difensori al processo per l'
attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. L'
avvocato Danilo Ammannato, difensore di cinque dei 32 imputati, ha esordito
invitando i giudici della corte d' assise a rimuovere "l' assuefazione
e la rassegnazione alla cultura dell' emergenza", ad essere "giudici penali"
e "a basarsi quindi sui fatti, senza confondersi col ruolo della pubblica
accusa". Riferendosi alle richieste del pm Gabriele Chelazzi, il legale
ha poi sostenuto che e' in contrasto con il principio di uguaglianza sancito
dalla Costituzione chiedere, per reati analoghi, pene troppo differenziate
a seconda del diverso atteggiamento processuale tenuto dagli imputati.
"La legge sui pentiti - ha poi detto Ammannato - viene spesso interpretata
come se si potesse condannare unicamente sulle loro parole, mentre il diritto
penale esige che le accuse vengonano provate da fatti e riscontri oggettivi".
Infine il legale ha sottolineato la "lieve entita'" dei fatti attribuiti
al "comitato" ricordando che anche un "pentito" come Savasta ha parlato
di esso come di una struttura di minima incidenza sul piano politico -
militare.
13 dicembre - Domenico Giglio, 32 anni, appartenente al "gruppo storico"
delle Brigate rosse, e' stato condannato a sei mesi di reclusione per la
partecipazione ad una sommossa (novembre 1978) nel carcere (in quel periodo
di massima sicurezza) di Termini Imerese. La sentenza e' del tribunale
di Termini, che ha assolto per non aver commesso il fatto un altro terrorista,
Alessandro Fusco. Per gli stessi reati erano stati condannati l' anno scorso
altri componenti delle " Br", tra cui Renato Curcio e Nicola Pellecchia.
In quell' occasione la posizione di Giglio e Fusco era stata stralciata
perche' entrambi erano impegnati in altri processi.
13 dicembre - Si concludono le arringhe della difesa al processo per
l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse.
Parlano gli avvocati Pacchi, Gracci e Focacci, che hanno messo in rilievo
fra l' altro la mancanza, nella storia del comitato, di azioni cruente.
16 dicembre - I giudici della corte d' assise di Firenze si ritirano
in camera di consiglio per la sentenza del processo per l' attivita' del
"Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Nessuna replica
da parte del pubblico ministero Gabriele Chelazzi e nessuna dichiarazione
da parte degli imputati presenti nell' aula - bunker dell' ex carcere femminile
di s. Verdiana, fra cui Giovanni Senzani.
17 dicembre - Un invito alla Dc a promuovere la realizzazione di una
"fondazione Moro", per mantenere vivi il pensiero e l' insegnamento dello
statista cattolico cosi' tragicamente scomparso, per raccogliere le sue
opere ed alimentare intorno ad esse il dibattito sui temi piu' importanti
della societa' italiana, e' stato formulato nel corso di una iniziativa
promossa dal movimento giovanile del partito. Il presidente della Dc Piccoli,
presente alla cerimonia, ha annunciato al riguardo che nei prossimi giorni
si terra' sull' argomento una apposita riunione, con la partecipazione
del segretario politico De Mita. Anche l' on. Elio Rosati ha auspicato
"iniziative del partito" per arrivare alla costituzione, su basi stabili,
di una "fondazione" come centro di divulgazione e di analisi del pensiero
di Aldo Moro, mentre l'on. Tina Anselmi ne ha ricordato la particolare
attenzione verso i giovani, e come egli ne fosse ricambiato. Questi ed
altri ricordi sono emersi nel corso della presentazione ufficiale del libro
di Maria fida Moro "In viaggio con mio papa'", in cui l' autrice, dal Giappone
alla Russia, dall' Iran a Israele, ripercorre i giorni dei viaggi all'
estero compiuti al seguito di un uomo di stato d' eccezione, che era anche
- come detto nella presentazione del volume - un padre straordinario: Aldo
Moro, ricostruendo non la trama dei contatti politici delicati che erano
la ragione prima di quelle visite, ma l' intreccio "sotterraneo e umanamente
significativo dei piccoli fatti, delle abitudini e delle scoperte minime
che di quei viaggi formavano la sostanza quotidiana e l' interesse piu'
intimo". Ha presentato il volume l' on. Piccoli, il quale - soffermandosi
sul suo contenuto: i viaggi di Moro, appunto - ha rilevato che, con il
libro, "il viaggio vero, lo percorriamo nella psicologia, nell' animo,
nello spirito di Aldo Moro", non il presidente del consiglio o il ministro
degli esteri, o l' uomo di partito, il professore universitario o il presidente
della Fuci e del movimento laureati, ma - ha sottolineato Piccoli - "l'
uomo Moro". Dopo aver annotato che "c' era una lacuna finora incolmabile
in quanto si e' scritto di Moro e su Moro: che cioe' si e' sempre fatto
scomparire l' uomo negli eventi storici, fino, addirittura, a trasformare
lui stesso in un evento storico", Piccoli ha osservato che "perfino le
poche, talora strumentali, (quando non strumentalizzate) pagine biografiche
hanno fatto dimenticare il rapporto intimo, eppure storicamente importantissimo
fra l' uomo e l' evento, l' uomo con la sua spiritualita' e la sua vita
domestica e quotidiana, l'uomo che attraverso le piccole cose costruiva
le grandi". Secondo piccoli, Maria Fida Moro, anche con questo libro, ha
cominciato ha riempire tale lacuna.
18 dicembre - Prima condanna per Giovanni Senzani. L' ex responsabile
del "fronte delle carceri" delle Brigate rosse e' condannato dai giudici
della corte d' assise di Firenze a sette anni e sei mesi di reclusione
al termine del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano",
in cui era l' imputato di maggior spicco, anche se non accusato di reati
associativi. La sentenza, letta alle 11 dal presidente Pietro Cassano
dopo 50 ore di camera di consiglio nell' aula bunker dell' ex carcere femminile
di S.Verdiana, ha in gran parte accolto le richieste del pubblico ministero
Gabriele Chelazzi discostandosene solo per quanto riguarda le pene (per
Senzani e Flavio Lori il pm aveva chiesto dodici anni mentre entrambi sono
stati condannati a sette anni e mezzo), in generale piu' miti, e la posizione
di un imputato minore, Antonio Barbagli, di cui era stata chiesta la condanna
e che e' stato invece assolto per insufficienza di prove. Dei 32 imputati,
26 sono stati condannati a pene varianti da pochi mesi a sette anni e mezzo
di reclusione, mentre per i restanti cinque e' stata dichiarata la non
punibilita', quattro per essersi dissociati subito dopo l' arresto, una
quinta in quanto l' iniziale accusa di banda armata e' stata derubricata
in favoreggiamento, reato, non punibile se compiuto in favore del coniuge.
Il pentito Giovanni Ciucci, sulla base delle cui dichiarazioni era nata
nel gennaio 1982 la seconda inchiesta sulla struttura toscana delle Br
(l' imputato ne e' stato uno dei capi), e' stato condannato a un anno e
mezzo di reclusione da aggiungersi alla condanna defintiva a sette anni
e un mese che gli era stata comminata dalla corte d' assise d' appello
di Venezia nel febbraio scorso nel processo per il sequestro del generale
americano Dozier, di cui l' ex ferroviere pisano era stato uno dei carcerieri.
Senzani ha seguito con indifferenza la lettura della sentenza. poi, avvicinato
dai giornalisti che gli chiedevano un commento a questa prima condanna,
ha detto:"questo e' un tribunale di periferia, la rivoluzione non si fa
qui", annunziando la stesura di un " documento politico sulle lotte rivoluzionarie
in corso in varie parti del mondo". Luigi Gastar, ritenuto uno dei capi
del "comitato", oltre che per banda armata e vari reati connessi, per cui
i giudici gli hanno inflitto sei anni e mezzo, e' stato condannato anche
ad altri due anni di reclusione per calunnia nei riguardi di alcuni funzionari
della questura di Firenze.
conflenti (catanzaro), 23 dicembre - A Conflenti (Catanzaro) il vescovo
di Nicastro, mons. Vincenzo Rimedio, nell' annunciare la consegna del "premio
della riconciliazione", a Maria Fida Moro "per la sua grande forza d' animo
- si legge nella motivazione - e la sua profonda religiosita', che le hanno
consentito di perdonare gli assassini del padre", dice che "dopo aver ritirato
il nostro premio, Maria Fida Moro ci ha svelato di avere incontrato nei
giorni scorsi in carcere Valerio Morucci e Adriana Faranda e di essere
stata con loro prima a messa e poi a cena".
30 dicembre - Voci diffusesi ad Ancona nei giorni scorsi, secondo le
quali Tommaso Gino Liverani, il brigatista rosso colpito da un mandato
di cattura internazionale, sarebbe morto in Nicaragua, non trovano conferme,
ma neppure sono state smentite da parte di alcuni familiari. Secondo queste
voci liverani sarebbe morto per una grave malattia a Managua, dove avrebbe
lavorato come operatore per l' ente televisivo nicaraguense. Arrestato
il 23 ottobre 1979 a Falconara Marittima (Ancona), perche' sospettato di
far parte della colonna marchigiana delle Br, (lavorava in un albergo dove
i brigatisti si riunivano) Liverani era stato scarcerato per decorrenza
dei termini il 7 gennaio 1981 e avrebbe raggiunto il Nicaragua, dopo una
sosta a Parigi. Il 9 maggio del 1983 veniva condannato in contumacia a
sei anni di reclusione per partecipazione a banda armata e associazione
sovversiva, condanna confermata in appello l' 11 dicembre dello scorso
anno. Liverani, nato 55 anni fa a Bagnacavallo (Ravenna), era stato segnalato
in Nicaragua la scorsa estate, ma le autorita' di Managua hanno sempre
smentito la presenza nel paese di terroristi italiani.
30 dicembre - Sei valige di documenti, fra cui volantini delle "Brigate
rosse", schedature di esponenti dell' estrema destra e delle
forze dell' ordine, 60 carte d' identita' rubate, sono state trovate dalla
Digos milanese, oltre a detonatori, una miccia, divise di ferroviere e
di portalettere, in un abbaino di viale Bligny 42, affittato fin dal 1974
da Giuseppe Ferrari Bravo, 36 anni, medico della usl di Sesto San Giovanni
(Milano). Negli anni 70 esponente del movimento di estrema sinistra "avanguardia
operaia", Ferrari Bravo era stato arrestato nel settembre scorso nell'ambito
dell' inchiesta sull' uccisione del giovane milanese di estrema destra
Sergio Ramelli, aggredito a colpi di spranga da un gruppo del servizio
d' ordine di "avanguardia operaia" davanti alla sua abitazione milanese
nel marzo 1975. L'abbaino era stato affittato a Giuseppe Ferrari Bravo
da una donna, che la Digos sta ora cercando di rintracciare. Risulta comunque
che il Ferrari Bravo aveva pagato regolarmente l'affitto fino all'inizio
del 1984. Da allora non aveva piu' pagato, pur mantenendo le chiavi e quindi
l'uso dell'abbaino, che comunque, dalle prime indagini, risulta frequentato
anche da altre persone fino agli ultimi tempi. La scoperta delle valige
e' stata casuale. Un individuo senza casa ha cercato di procurarsi un'abitazione,
occupando quell'abbaino. Ha cosi' forzato la porta ed e' entrato. Viste
le valige le ha aperte e, resosi conto di quanto contenevano, ha telefonato
alla redazione del "Giornale" con la speranza di poter ricevere del denaro
per questa segnalazione. 'Il Giornale" ha pero' subito avvertito la Digos
che si e' recata sul posto, sequestrando tutto. L'esame di quanto contenuto
nelle sei valige non e' stato ancora ultimato. Risulta comunque che vi
sono documenti che vanno dal 1974 al 1980-81 fra cui volantini delle "brigate
rosse" rivendicanti alcuni attentati. Si tratta di volantini gia' noti.
Due comunque sono "originali", mentre gli altri copie. Vi e' poi un'accurata
schedatura di almeno 3-400 esponenti dell'estrema destra di tutt'Italia;
fotografie e diapositive che inquadravano esponenti delle forze dell'ordine
in servizio nel corso di manifestazioni; materiale proveniente da caserme,
fra cui manuali di addestramento, tattici e per l'impiego di esplosivi;
una piantina di Milano con su segnate le abitazioni di alcuni fra i piu'
accesi esponenti dell'estrema destra. Sono stati trovati inoltre divise
di postino e di ferroviere, una decina di detonatori in perfetta efficienza,
60 carte di identita' rubate, un caricatore vuoto di pistola luger 7,65,
un metro di miccia, un paio di manette, una fondina di pistola. Secondo
la Digos si tratta di "materiale tipico" dell' epoca dell'organizzazione
"avanguardia operaia" che, sempre secondo gli investigatori, negli anni
'70 ebbe "strette contiguita' con le nascenti Brigate rosse". Giuseppe
ferrari Bravo fu appunto un esponente di rilievo di "avanguardia operaia",
nata negli anni '70 nell'ambiente studentesco milanese.