Caso MORO: 
novita' novembre-dicembre 1985

4 novembre - Comincia il processo d' appello per il sequestro dell' armatore Pietro Costa e altri episodi minori dell' attivita' delle Brogate rosse nel genovese. Nel processo entra un personaggio nuovo, Adriana Faranda, che l'estate scorsa ammise spontaneamente, cosi' come aveva fatto Valerio Morucci, la sua responsabilita' in ordine al sequestro Costa, per il quale e' stata condannata dalla corte d'assise, il 3 ottobre scorso, a sette anni di reclusione. il "vecchio" e' Adriano Duglio, gia' condannato per l'omicidio Esposito ma assolto, il 24 febbraio dello scorso anno, dall'accusa di aver partecipato al ferimento del prof. Filippo Peschiera. Anche Duglio, che attualmente e' agli arresti domiciliari, l'estate scorsa ha confessato al pubblico ministero la sua responsabilita' in ordine al ferimento Peschiera nonche' altri particolari relativi ai ferimenti oggetto del processo cominciato oggi. La corte d'assise d'appello ha disposto che il processo alla Faranda sia unificato a quello degli altri brigatisi, ed i difensori della donna non hanno eccepito la mancata concessione dei termini, per cui il giudizio di secondo grado contro la Faranda si svolge ad appena un mese di sistanza dal primo dibattito. La corte ha accolto anche l' eccezione avanzata dalla difesa di Duglio, per il quale la corte di cassazione emettera', il 28 novembre prossimo, la sentenza definitiva in ordine al reato piu' grave, appunto l'omicidio Esposito, ed ha stralciato la sua posizione dal processo, convocandolo pero' per il 5 novembre, quando il giovane sara' interrogato come testimone-imputato. Per il resto, l'udienza trascorre con la lunga lettura dei capi di imputazione, che ha occupato quasi due ore, e con la relazione del consigliere Spano', che ha ricostruito i fatti come sono emersi dall'istruttoria prima e dal giudizio di primo grado poi, attraverso le confessioni dei pentiti (da Peci a Savasta, ai membri della "colonna" genovese dell'organizzazione eversiva), illustrando poi i motivi dei ricorsi presentati e dagli imputati e dal pubblico ministero. Non tutti, pero', tra i 26 imputati erano presenti in aula. Quattro (Livio Baistrocchi, Lorenzo Carpi, Leonardo Bertulazzi e Antonio De Muro) sono latitanti, mentre Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Calogero Diana, Vincenzo Guagliardo, Mario Moretti, Luca Nicolotti, Antonio Savasta, Enrico Cresta, Angela Scozzafava e Enrico Fenzi hanno rinunciato a comparire. Nelle gabbie hanno quindi preso posto, ben divisi a seconda dei gruppi, in una i "dissociati" Morucci e Faranda, nelle altre due gli "irriducibili" Rocco Micaletto, Raffaele Fiore, Cristoforo Piancone, Luigi Novelli, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti, Francesco Lo Bianco, Prospero Gallinari e Francesco Sincich, che, per tutta l'udienza, hanno discusso e confabulato tra di loro, forse per confrontare le rispettive posizioni di "movimentisti" e di "comunisti combattenti".

4 novembre - Dante Cianci, uno dei 33 imputati del processo in corso a Firenze per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, ha inviato al presidente della corte d' assise Pietro Cassano una lettera nella quale annuncia la sua dissociazione. "Ammetto - scrive Cianci - la mia colpevolezza per le imputazioni che mi sono mosse, ma mi astengo dall' entrare nel merito delle imputazioni mosse contro chiunque altro, come credo consenta il disegno di legge sulla dissociazione dal terrorismo e come mi impongono le mie regole morali". Cianci, condannato negli anni scorsi a Firenze come organizzatore del ' comitato rivoluzionario toscano' delle Br e accusato, nel processo in corso nell' aula-bunker fiorentina, di furto aggravato, ammette di aver "in passato militato nelle Brigate rosse". "Ma la mia dissociazione - prosegue - non si riferisce solo alla lotta armata, la mia autocritica va molto piu' indietro, fino all' inizio degli anni settanta e si riferisce piu' ampiamente al  mio rapporto con la lotta di classe". Dante Cianci, che e' nato a Foggia ed ha 34 anni, conclude scrivendo: "da solo mi sono messo sulla strada che mi ha condotto alla lotta armata, per intime convinzioni personali e ugualmente da solo, e per intime convinzioni personali, ho deciso di uscirne". il presidente della corte d' assise ha poi cominciato l' interrogatorio degli imputati. Luisa Aluisini, 25 anni, di La Spezia, accusata di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, ha ribadito "di non aver mai fatto parte delle Brigate rosse" ed ha spiegato certe dichiarazioni fatte in passato con il rapporto affettivo che la legava con Paolo Neri, anche lui imputato nel processo in corso a Firenze. Antonio Barbagli, 34 anni, di Carrara (Massa Carrara), aiuto macchinista delle ferrovie dello stato, anche lui accusato di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, ha ammesso di essere stato contattato da Giovanni Ciucci, Umberto Catabiani e Roberto Nicoli: "e' stata quella la mia sfortuna, ho fatto otto mesi di carcere per quegli incontri. Si parlava dell' organizzazione del comitato di lotta dei lavoratori delle ferrovie a Pisa e quando ho capito che si trattava di qualcosa di diverso ho subito detto chiaramente che non volevo entrare a far parte di nessuna organizzazione". Nel corso dell' udienza di oggi sono state presentate anche due istanze. l' avvocato Filasto', difensore d' ufficio di Giovanni Senzani, ha chiesto che il suo assistito possa stare in gabbia con altri imputati. l'avvocato Curandai ha chiesto la scarcerazione di Stefano Bombaci per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.

5 novembre - Giuliano Naria rinuncia a comparire al processo di secondo grado - che comincera' domani dinanzi alla prima sezione penale della corte d' appello di Bari - per la rivolta nel supercarcere di Trani del 28 e 29 dicembre 1980 nel corso della quale furono sequestrati 18 agenti di custodia. Naria, condannato in primo grado dai giudici di Trani a 17 anni e mezzo di reclusione, ha comunicato la sua decisione tramite un fonogramma giunto alla cancelleria della corte d' appello.

5 novembre - Con le richieste del sostituto procuratore generale Renato Olivieri si e' conclusa a Genova in corte d'assise d'appello la seconda giornata dal processo a carico di 26 "brigatisti rossi" accusati del sequestro dell'armatore Pietro Costa e di una quindicina di attentati contro esponenti politici e industriali avvenuti nel capoluogo ligure tra gli anni 1976 e 1981. Olivieri ha chiesto la conferma delle condanne in primo grado complessivamente 277 anni di reclusione inflitti il 24 febbraio dello scorso anno); inoltre per i soli imputati accusati di aver fatto parte dei diversi "fronti" dell'organizzazione terroristica il rappresentante della pubblica accusa ha chiesto la condanna a 9 anni di reclusione per Antonio De Muro (assolto in primo grado), a 24 anni per Raffaele Fiore (assolto), a 11 anni per Vincenzo Guagliardo (assolto), a 12 anni per Valerio Morucci (assolto) e a 23 anni per Calogero Piancone (assolto), nonche' l'aumento da 24 a 26 anni per Livio Baistrocchi, da 16 a 18 per Lorenzo Carpi, da 16 a 25 per Prospero Gallinari, da 18 a 22 per Francesco Lo Bianco, da 24 a 27 per Rocco Micaletto e da 16 a 23 per Bruno Seghetti. Il sostituto procuratore generale nella sua requisitoria, infatti, ha sostenuto non solo la responsabilita' degli imputati per tutti i reati loro addebitati, ma anche il concorso morale di coloro che avevano parte dei diversi "fronti" delle "Brigate rosse" perche', ha sostenuto, "non e' vero che questi potessero essere considerati dei semplici centri di studio senza poteri decisionali, ma chi predisponeva i piani era d'accordo poi sulla loro attuazione". In precedenza la corte d'assise d' appello aveva ascoltato la lettura delle deposizioni rese da Valerio Morucci e Adriana Faranda sul sequestro dell'armatore Pietro Costa, deposizioni confermate dai due imputati che hanno poi chiesto di poter lasciare l'aula. Anche Adriano Duglio, attualmente agli arresti domiciliari, ha confermato la deposizione resa in precedenza e relativa agli attentati al prof. Filippo Peschiera e ad Angelo Sibilla, due esponenti democristiani. Infine Barbara Balzerani a nome degli "irriducibili" ha ricusato l'avvocato difensore e ha rivendicato al gruppo "tutte le azioni Br".

5 novembre - Giovanni Senzani non e' piu' solo nella gabbia numero uno dell' aula - bunker di Firenze dove si sta svolgendo il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br. Il presidente della corte d' assise, Pietro Cassano, ha infatti accolto l' istanza presentata ripetutamente dall' avvocato Nino Filasto', difensore d' ufficio di Senzani, ed ha permesso che il criminologo fosse raggiunto in gabbia, cosi' come aveva chiesto, da Paolo Baschieri, un altro dei 33 imputati. L' udienza di oggi e' stata dominata dall' interrogatorio di Pietro Frediani, 29 anni, di Carrara (Massa Carrara), accusato di organizzazione di banda armata. Prima dell' interrogatorio l' avvocato Menzione, legale di Frediani, aveva chiesto per il suo assistito una perizia psichiatrica, ma la corte aveva respinto l' istanza. Ha dovuto, pero', cambiare idea dopo aver ascoltato Frediani che e' apparso confuso, che ha gridato di "non ricordare niente di quello detto ai magistrati", che ha urlato piu' volte di avere mal di testa mentre il presidente leggeva i verbali degli interrogatori. A questo punto il pubblico ministero Chelazzi e l' avvocato Menzione hanno presentato un' altra istanza perche' Frediani fosse sottoposto a perizia e questa volta la corte l' ha accolta. "A me non interessa, voglio conoscere solo la sentenza", ha ripetuto Pietro Frediani che ha poi " rinunciato a comparire per sempre" al processo in corso a Firenze. Pietro Frediani e' accusato insieme al fratello Enrico, latitante, di aver partecipato all' attentato alla fabbrica Oto Melara. ma gia' a quel tempo Pietro Frediani aveva problemi nervosi tanto che le Br, come ricorda il giudice istruttore nell' ordinanza di rinvio a giudizio, "lo 'congelarono' perche' poneva in pericolo la compartimentazione". La corte ha sentito anche un altro imputato, Armando Agusto, 38 anni, di Trivento (Campobasso), medico delle ferrovie in servizio a Pisa nel periodo al quale si riferisce il processo. Agusto ha detto di non aver mai fatto parte delle Br e di non aver mai avuto rapporti clandestini con nessuno. Ha ammesso di aver preso in affitto l' appartamento di Tirrenia (Pisa) del quale ha parlato il "pentito" Antonio Savasta, ma ha aggiunto di non sapere che serviva alle Br e che Catabiani (che lui conosceva come "signor Tazzi") vi aveva ospitata Barbara Balzerani.

6 novembre - Comincia il processo d' appello per la rivolta nel supercarcere di Trani del 28 e 29 dicembre 1980. La corte acquisisce una lettera di Giuliano Naria che spiega ai giudici perche' rinuncia ad essere presente in aula e le memorie difensive presentate da alcuni altri imputati; lo stralcio degli atti riguardanti Claudio Waccher impegnato come imputato dinanzi alla corte d' assise d' appello di Milano. Degli imputati - in tutto 31 - erano presenti stamane 17, suddivisi in tre gabbie: in una appartenenti alle "brigate rosse" e altri due imputati definiti "classificati" secondo la ripartizione dei detenuti che viene attuata nelle carceri, in un' altra aderenti all' "area omogenea" di Rebibbia e "declassificati" , nell' ultima da solo Giorgio Uber ("7 aprile"). Aderendo ad una richiesta fatta dai magistrati di Nuoro, il presidente della corte, Fortunato D' Auria, ha domandato al "brigatista" Domenico Giglio se intendesse rinunziare ad essere presente alle prossime udienze a Bari "per consentire la prosecuzione" del processo nel quale e' imputato in Sardegna. "La mia presenza qui - ha risposto Giglio - e' importante politicamente. per quel processo ho gia' fatto richiesta di stralcio e la ribadisco". "Il sottoscritto fa rispettosamente presente che riconferma la propria estraneita' alla rivolta e ai suoi contenuti e la propria assoluta divergenza con i suoi promotori". Cosi' si conclude la lettera di Giuliano Naria - in due facciate, scritta in stampatello maiuscolo - con la quale l' imputato spiega ai giudici che "lo stato di malattia da cui e' affetto sconsiglia a parere medico un lungo viaggio in questa stagione" e che "la tensione psicologica della presenza in aula puo' incidere rispetto al sottoscritto che soffre anche di psiconevrosi depressiva". Naria si scusa per la sua assenza, "assenza solo fisica perche' e' partecipe di questo giudizio", e segnala alla corte che "qualora fosse deciso un confronto o altro atto processuale che richiedesse la sua necessaria presenza" egli e' a disposizione dei giudici. A conclusione dell' udienza il presidente della corte ha consentito ai parenti degli imputati che stamane hanno affollato l' aula di avvicinarsi alle gabbie per salutare i congiunti. Durante i brevi colloqui si e' fermato egli stesso tra la gente e ha scambiato battute scherzose con alcuni degli imputati "perche' - ha detto ad alcuni cronisti - tutti devono essere trattati con umanita'".

6 novembre - I giudici della corte d'assise d'appello di Genova si riuniranno domani in camera di consiglio per emettere la sentenza contro i 26 brigatisti rossi accusati del sequestro dell'armatore Pietro Costa e di una quindicina di "gambizzazioni" avvenute nel capoluogo ligure tra il 1976 e il 1981. Dopo le richieste della pubblica accusa (complessivamente circa trecento anni di carcere) contenute nella requisitoria di ieri, l'udienza odierna e' stata occupata dalle arringhe dei difensori. l'avvocato di Valerio Morucci e Adriana Faranda ha chiesto per i suoi assistiti l'applicazione della legge sui dissociati e quindi la conferma della sentenza di primo grado: assoluzione per Morucci e 7 anni di reclusione per la sua compagna. prima dell'intervento degli avvocati uno degli imputati, Rocco Micaletto, ha fatto pervenire alla corte un  messaggio che e' stato letto in aula dal presidente della corte Corrado Tanas. Nel volantino - una paginetta scritta a mano - si critica innanzitutto il processo che "cerca di seppellire definitivamente l'esperienza delle lotte proletarie e delle Brigate rosse a Genova". Parlando poi dei pentiti Micaletto scrive che "con i primi si e' pretesa la ricostruzione storica degli 'anni di piombo', ma che la realta' ha dimostrato che si trattava solo di delatori e l'impossibilita' a ricostruire altro se non l'infamia".

6 novembre - Dante Cianci e Paolo Baschieri, gia' condannati con sentenza definitiva come organizzatori del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, sono stati interrogati durante la quarta udienza del processo per l' attivita' del "comitato" in corso davanti alla corte di assise di Firenze. Dante Cianci, che nei giorni scorsi aveva inviato alla corte una lettera nella quale annunciava la sua "dissociazione", ha ribadito questa posizione ed ha ammesso le proprie responsabilita' per il furto di un duplicatore e di un incisore elettronico all' istituto di matematica dell' universita' di Pisa avvenuto la notte tra il 28 febbraio ed il primo marzo 1978. "Il mio ruolo - ha detto - fu quello di rimanere sul portone per controllare che non arrivasse nessuno". Cianci non ha parlato di chi c' era con lui, ha solo detto che "non c' era Annunziata Fruzzetti", imputata nello stesso processo. Diversa la posizione di Paolo Baschieri, pisano, 33 anni. Ha mandato una lettera al presidente della corte d' assise nella quale ammette "di aver avuto un colloquio con un agente di custodia", poi si e' rifiutato di rispondere all' interrogatorio. L' agente di custodia al quale si riferisce Baschieri e' Tiziano Forconi. imputato nel processo fiorentino, che, secondo l' accusa, avrebbe rivelato a Baschieri informazioni sul carcere, informazioni che poi venivano trasmesse a Giovanni Senzani. Nel corso dell' udienza di oggi e' poi stata sentita Gina Antonietta De Angeli, 27 anni, nata a Catanzaro e residente a Carrara (Massa Carrara), accusata di partecipazione ad associazione sovversiva. Secondo l' accusa, nel 1982, quando era allieva infermiera nell' ospedale di Massa, incontro' il latitante Umberto Catabiani, ex marito di Anna Mutini, con la quale la De Angeli abitava. La ragazza ha negato ogni addebito. Il presidente della corte d' assise ha poi letto gli interrogatori resi in istruttoria da Simonetta Giorgieri, 30 anni, di Pisa, scarcerata per decorrenza dei termini ed ora irreperibile. La ragazza e' accusata di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva e in un primo momento aveva ammesso di aver fatto parte del "Comitato toscano" delle Br e di aver distribuito volantini Br sul sequestro Dozier. Ammissioni poi ritrattate negli interrogatori successivi.

6 novembre - La commissione inquirente ascolta fino a tarda notte Valerio Morucci ed Enrico Fenzi, entrambi condannati per reati di terrorismo. L'audizione si e' svolta nell'ambito dell'istruttoria sulla vicenda Mancini-Metropoli, nella quale l'ex ministro socialista per il mezzogiorno, Giacomo Mancini avrebbe fatto finanziare, secondo l'accusa, la rivista vicina all'area dell' autonomia "Metropoli", la commissione si e' recata in una caserma della via Aurelia, dove Morucci, condannato all' ergastolo, era stato condotto dal carcere romano di Rebibbia. Fenzi era invece arrivato poco prima da Genova, dove sconta una pena agli arresti domiciliari. a quanto hanno riferito alcuni commissari, Morucci e Fenzi avrebbero scagionato completamente Mancini nel corso di un interrogatorio durato oltre tre ore. In particolare, Morucci avrebbe confermato che negli anni scorsi correva voce in carcere dell'esistenza di contatti tra terroristi e un deputato calabrese, indicato da alcuni nella persona di Mancini. Solo successivamente - secondo Morucci - sarebbe stato chiarito che la voce si riferiva invece all'ex senatore socialista lucano Domenico Pittella, poi condannato per aver ospitato nella sua clinica Natalia Ligas. Morucci ha spiegato anche che l'ala "dura" delle Br aveva tutto l'interesse ad accentuare e a diffondere voci su contatti tra terroristi ed esponenti del mondo politico allo scopo di screditare i brigatisti "meno intransigenti" che accusavano di "trattativismo" e di "cedimento". Fenzi avrebbe recisamente negato - a quanto si e' appreso - di aver mai conosciuto Mancini. A suo avviso, il parlamentare socialista e' del tutto estraneo al mondo dell' eversione e sarebbe stato chiamato in causa solo da "si dice" mai confermati da circostanze o fatti precisi.

7 novembre - Giovanni Senzani e' stato il protagonista della quinta udienza del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br in corso a Firenze. Quando il presidente della corte d' assise Pietro Cassano lo ha chiamato a deporre, Senzani si e' rifiutato di lasciare la gabbia numero uno, ha detto di non voler essere interrogato e di voler invece leggere un documento. Il criminologo ha poi revocato il mandato all' avvocato Di Giovanni, suo legale di fiducia, e Cassano ha nominato difensore d' ufficio l' avvocato Ottavio Mannelli. "In quest' aula - ha detto Senzani -  si vorrebbe processare la rivoluzione proletaria, trasformare un percorso di trasformazione sociale in una serie di 'atti criminali coordinati per un fine illecito', ridurre dei comunisti a ruolo improbabile di imputati". Si tratta, secondo il criminologo, "di una pretesa impossibile di fronte alla storia" anche se "ha un preciso senso nell' immediato", quello di essere "strategia attiva contro lo svilupparsi della rivoluzione nella metropoli imperialista". Senzani ha poi parlato "di corte integrata mella guerra imperialista al proletariato metropolitano" che deve dimostrare "che il piu' esteso e radicato processo rivoluzionario mai esistito in un paese capitalisticamente avanzato e' finito, e' gia' sepolto". Molto spazio del suo intervento Giovanni Senzani lo ha dedicato al tema dell' internazionalismo ed al nuovo slogan: "afferrare una coscienza di classe internazionale e ricomporre il proletariato metropolitano europeo nella guerra di classe all'imperialismo". Il criminologo ha poi concluso la lettura del suo documento dicendo: "non mi sento imputato in questo vostro processo e non ho nulla da cui difendermi. Rivendico tutto il patrimonio di questi quindici anni di lotta armata perche' su di esso si costruisce il mio futuro di proletario". A Firenze Senzani e' accusato di una serie di reati in relazione all' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano", ma non gli sono stati contestati i reati associativi per i quali e' sotto inchiesta a Roma. In apertura di udienza il presidente Cassano aveva chiamato a deporre Stefano Bombaci, gia' condannato in passato come organizzatore del "Comitato toscano" e ora accusato di furto. Bombaci ha rifiutato l' interrogatorio. Sono andati avanti invece a rispondere alle domande del presidente Michela Vaghetti, pisana 32 anni, ex moglie di Paolo Baschieri, e Alberto Varisco, 34 anni, veneziano, tutti e due accusati di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. Entrambi hanno negato di aver fatto parte delle Br, Varisco ha negato di aver mai custodito armi, la Vaghetti di aver fornito alle Br notizie sul carcere di Volterra.

7 novembre - Si conclude con un pressoche' generale inasprimento delle condanne (dai 277 anni inflitti dai giudici di primo grado ad oltre 345) il processo, davanti alla corte d'assise d'appello di Genova, nei confronti dei 26 brigatisti rossi imputati del sequestro dell' armatore Pietro Costa e di 15 ferimenti, nonche' di altri reati minori, compiuti a Genova dall'organizzazione eversiva tra il 1976 e il 1981. Le condanne, in alcuni casi piu' severe rispetto a quelle chieste dal sostituto procuratore generale Renato Olivieri, sono state aumentate nei confronti di Livio Baistrocchi (da 24 a 30 anni), Cristoforo Piancone (22 anni contro l'assoluzione in primo grado), Rocco Micaletto (da 24 a 30 anni), Raffaele Fiore (22 anni, assolto in primo grado), Prospero Gallinari (da 16 a 24 anni), Francesco Lo Bianco (da 18 a 22 anni), Bruno Seghetti (da 16 a 24 anni), Vincenzo Guagliardo (nove anni, assolto in primo grado), Antonio De Muro (otto anni, assolto in primo grado), Valerio Morucci (cinque anni, assolto in primo grado) e Lorenzo Carpi (16 anni e due mesi contro i 16 anni della sentenza di primo grado). Per 13 imputati la corte d'assise d'appello ha confermato le sentenze di primo grado: 15 anni a Leonardo Bertulazzi e Calogero Diana, dieci anni a Barbara Balzerani, nove anni a Francesco Sincich e Luigi Novelli, 20 anni a Lauro Azzolini, Luca Nicolotti e Franco Bonisoli, 25 anni a Mario Moretti, nonche' i "pentiti" Antonio Savasta (un anno e sei mesi), Gianluigi Cristiani (sette mesi), Enrico Cresta (tre anni e sei mesi) e Enrico Fenzi (sei mesi). Infine la condanna e' stata ridotta nei confronti di due donne: la "dissociata" Adriana Faranda, che ha avuto quattro anni di reclusione anziche' sette, e la "pentita" Angela Scozzafava (da un anno a sei mesi).

8 novembre - con le deposizioni di Anna Maria Borsatti, Lucia Lulli e Almarella Andreani, sono proseguiti, davanti alla corte d' assise di Firenze, gli interrogatori degli imputati del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. la Borsatti, 43 anni, di Pisa, moglie di Giampaolo Barbi, e' accusata di favoreggiamento. "Non ho mai conosciuto le persone che mi accusano - ha detto - e nel 1979, con mio marito appena laureato, avevo altro a cui pensare. Certo non avevo tempo per occuparmi di politica". Lucia Lulli, 31 anni, di San Giuliano Terme (Pisa), gia' condannata per porto d' armi, ha negato di aver fatto parte delle Brigate rosse ed ha ripetuto continuamente "io non so niente" alle domande del presidente. Secondo l' accusa su un' auto nella quale viaggiava la Lulli, imputata di partecipazione a banda armata, furono trovati polizze e certificati assicurativi rubati. Polizze provenienti dallo stesso furto erano anche nell' auto mella quale fu trovato, a Roma, il cadavere di Aldo Moro. Almarella Andreani, 32 anni, di Carrara (Massa Carrara), accusata di partecipazione a banda armata, dissociata, ha ammesso tutte le proprie responsabilita', dal progetto di evasione dal carcere di Volterra di Baschieri e Cianci al furto di esplosivo.

9 novembre - Si conclude l' interrogatorio degli imputati (una decina di essi tra i quali Giuliano Naria hanno rinunciato a comparire dinanzi ai giudici) per il processo in corso presso la prima sezione penale della corte d' appello di Bari sulla rivolta nella sezione di massima sicurezza del "supercarcere" di Trani del 28 e 29 dicembre 1980. Anche dagli interrogatori odierni e' emersa netta la distinzione tra gli appartenenti alle "Br" (in aula se ne sono presentati una decina) e gli altri imputati, provenienti da diversi gruppi e ora per la maggior parte aderenti all' "area omogenea" di Rebibbia. I primi continuano a "non rinnegare la propria identita'" e a "riconoscersi" nei documenti che durante la rivolta furono diffusi dal "Comitato di lotta". In essi si diceva tra l' altro di "considerare il magistrato D' Urso (in quel periodo sequestrato dalle 'Brigate rosse', ndr) come proprio prigioniero" . tra gli altri imputati vi sono coloro che, come Oreste strano e Giorgio Uber ("7 aprile") o Giuliano Naria, hanno negato da principio di aver partecipato alla rivolta, mentre ex componenti del "collettivo autonomo", pure operante nel carcere di Trani nel 1980, affermano di non aver organizzato la rivolta, ma di aver solidarizzato successivamente con essa solo in quanto "protesta contro le carceri speciali e la differenziazione che vi veniva attuata". Al riguardo, Massimo Battisaldo ha detto ai giudici - ma lo avevano gia' detto ieri il tedesco Willy Piroch, Angelo Monaco, Rocco Martino e altri - di avere dichiarato in istruttoria di "riconoscersi" nei documenti del "Comitato di lotta" soltanto "per reazione alla repressione cruenta che segui' alla rivolta". Pasquale Vocaturo (che dopo la sentenza di primo grado che lo condannava a 18 anni e otto mesi di reclusione fece per circa un mese lo sciopero della fame) ha ribadito ai giudici la propria estraneita' ai fatti addebitatigli. Ha anche precisato di essere finito in carcere per una condanna a due anni dal tribunale di Livorno e ha contestato punto per punto le dichiarazioni degli agenti di custodia che lo accusano. Durante l' interrogatorio di Vocaturo c' e' stato l' unico episodio odierno di vivace contestazione. Al pm, Pietro Grassano, che chiedeva all' imputato che cosa pensasse delle "carceri speciali", il difensore, Mario Russo Frattasi, ha replicato polemicamente: "gli si chiede un' opinione, che dovrebbe essere la stessa di 50 milioni di persone, per ricavarne elementi di accusa". La corte ha dichiarato "improponibile" la domanda.

9 novembre - I servizi segreti israeliani avrebbero proposto alle Brigate rosse di liberare i terroristi italiani che erano nelle loro carceri in cambio di una linea di destabilizzazione del partito comunista italiano, nel timore che il Pci andasse al governo e adottasse una politica filoaraba. Lo avrebbe rivelato il brigatista rosso Michele Galati in uno dei colloqui che ebbe con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa tra il 1981 ed il 1982, secondo quanto afferma il settimanale 'Panorama' che pubblica le registrazioni di questi colloqui. Nel testo dell' articolo, reso noto oggi si afferma anche che Galati avrebbe detto al generale che le Br rifiutarono l' offerta israeliana. Galati avrebbe anche parlato - sempre secondo il testo anticipato da "Panorama" - dei frequenti contatti che Mario Moretti avrebbe avuto con il Kgb e con i palestinesi. Sempre secondo "Panorama" Galati avrebbe aggiunto che Moretti era in contatto con il "numero due palestinese" e che questi lo avrebbe messo in contatto con un rappresentante del "Kgb".

12 novembre - Nel processo per l' evasione di quattro terroriste di Prima linea dal carcere di Rovigo, in corso davanti alla corte d' appello di Rovigo, sono sentiti come testimoni il brigatista pentito Antonio Savasta e Fernando Della Corte di Prima linea. Savasta ha affermato che l' autonomia veneta aveva proposto alle Brigate rosse un progetto per un' evasione dal carcere di Rovigo: "non so - ha detto Savasta - se fosse un progetto diverso da quello di Sergio Segio, so solo che il nome di Segio non venne mai fatto. Comunque non demmo mai credito all' operazione,perche' eravamo impegnati con il sequestro Dozier". Della Corte, a sua volta, ha detto che nel febbraio 1981 si parlo', in una riunione avvenuta a Bari, di un carcere femminile del nord Italia a proposito di un progetto di evasione; in un incontro successivo, uno degli imputati, Gianluca Frassinetti, gli avrebbe confidato di aver compiuto un sopralluogo in un carcere. A questo punto, Della Corte e' stato interrotto, durante la deposizione, dallo stesso Frassinetti, presente in aula, il quale ha precisato che si trattava di quello di Reggio Emilia. Della Corte ha poi ricordato che in una riunione ad Otranto gli fu riferito che Segio voleva dimostrare di poter gestire un progetto avanzato, organizzando l' evasione.

12 novembre - Gli avvocati nominati difensori d' ufficio nel processo d' appello ai componenti della colonna milanese delle Brigate rosse "Walter Alasia "hanno deciso di non svolgere arringhe e di limitarsi alla presentazione di conclusioni scritte, in segno di protesta contro la brevita' dei termini concessi dalla corte d' assise d' appello. L' ordine degli avvocati di Milano ha inoltre annunciato la decisione dell' unione nazionale delle curie (organo composto dai presidenti e dai vari consigli dell' ordine) di ricorrere alla corte europea dei diritti dell' uomo per denunciare la violazione dell' art. 6 della convenzione ratificata nel 1955. Nel documento emesso dall' unione nazionale delle curie si "insorge contro l' intollerabile compressione del diritto di difesa e si dichiara che siffatte decisioni svalutano, degradano e avviliscono la funzione difensiva, riducendo il ruolo del difensore d' ufficio ad una mera presenza fisica". la vicenda si trascina dall' inizio del processo, in corso nell' aula bunker davanti al carcere di San Vittore, quando gli avvocati nominati d' ufficio chiesero un congruo termine per l' esame del voluminoso fascicolo, ma ottennero soltanto pochi giorni. Questa mattina l' avv. Tiziano Barbetta, presidente dell' ordine di categoria di Milano, ha preso la parola a nome degli altri colleghi del consiglio dell' ordine nominati difensori d' ufficio, ed ha letto un documento di tre cartelle in cui si lamenta la mancata concessione dei termini a difesa e si attribuisce alla corte la decisione di andare avanti ad ogni costo nel dibattimento "con una ulteriore nullita' procedurale oltre a quelle emerse nel processo di primo grado". "Alla magistratura - ha detto barbetta - sono occorsi sei mesi per stendere la sentenza di primo grado, agli avvocati sono stati concessi undici  giorni per studiare il processo". "Quando e' in gioco la liberta' dei cittadini - e' scritto nel documento presentato alla corte - e qui con la sentenza di primo grado sono stati comminati 19 ergastoli e centinaia di anni di carcere, gli avvocati devono poter lavorare con serieta'. Non accettiamo finzioni, leggerezze e approssimazioni. questo collegio difensivo ritiene il processo nullo per violazione dei diritti che dovrebbero essere garantiti alla difesa".

12 novembre - La prima sezione penale della Cassazione comincia l' esame dei ricorsi che cinquantasette brigatisti rossi imputati nel processo per la strage di via Fani, per l' uccisione di Aldo Moro e per le altre decine di omicidi e delitti compiuti dalla colonna romana hanno presentato contro la sentenza di secondo grado. Ma ad essere insoddisfatti delle conclusioni alle quali giunse il 15 marzo scorso la corte di assise di appello, che ridimensiono' in diversi punti la sentenza di primo grado, non sono soltanto gli imputati. Infatti lo stesso procuratore generale, per quanto riguarda un gruppo di terroristi che hanno "beneficiato" di notevoli sconti di pena ha presentato impugnazione dinanzi alla suprema corte. il giudizio, secondo le previsioni, dovrebbe concludersi al massimo entro giovedi' prossimo, ma non si esclude che la decisione possa aversi nella tarda serata di domani. Nella fase preliminare dell' apertura del processo ha destato una certa sorpresa la mancata costituzione di parte civile della Democrazia cristiana, che con l' assistenza dell' avvocato Pino De Gori e' stata presente nei precedenti processi. Comunque il partito di Aldo Moro ha tempo per inserirsi nel processo sino a domani, prima che svolga in suo intervento il procuratore generale Antonio Scopelliti. Presenti, invece, le altre parti civili, tra le quali la signora Eleonora Moro, che e' rappresentata dall' avvocato Raffaele Latagliata, ed i figli dello statista, Agnese e Giovanni, assistiti dall' avvocato Antonio Acquaroli. presieduta dal dottor Corrado Carnevale, la prima sezione penale deve stabilire se nel processo di secondo grado, come sostengono i difensori degli imputati, siano state commesse violazioni di legge, non motivando correttamente alcune condanne; se siano state giustamente applicate le norme "premiali" a chi abbia dato un contributo per la identificazione dei responsabili di tanti delitti e per debellare il fenomeno del terrorismo; se, come dispone la legge, siano state concesse almeno quelle attenuanti determinate dal comportamento processuale degli accusati. Ma, oltre a cio', ci sono anche una serie di questioni che si riferiscono (come sostiene nel ricorso che ha presentato per alcuni dei piu' "irriducibili", l' avvocato Mario Marongiu) al cosiddetto concorso morale nei delitti. Il penalista sostiene, in sostanza, che "il concetto di concorso previsto dal nostro ordinamento, e' ancorato al solo apporto materiale, limitando l' apporto cosiddetto morale al caso della istigazione od induzione al delitto". Il problema, invero, e' gia' stato affrontato dal giudice Carnevale, in occasione di altre sentenze, come quelle relativa alle unita' comuniste combattenti. In quella occasione il magistrato stabili' che e' necessario un nesso causale specifico tra contributo alla realizzazione di determinati fatti e responsabilita' a titolo di concorso. Altro problema da risolvere, per quanto riguarda Valerio Morucci ed Adriana Faranda, da tempo dissociati, e' l' applicazione nei loro riguardi dell' articolo 4 della cosiddetta "legge Cossiga", del 1979 che, senza limiti di tempo, prevede una riduzione di pena per chi si dissoci e collabori con la giustizia. la concessione di questo beneficio determinarebbe per i due imputati il godimento di quel "premio" che non fu possibile loro concedere in base alla cosiddetta "legge sui pentiti", poiche' la loro collaborazione e' successiva al momento in cui tale Normativa perse la sua efficacia. Alle accuse di eccessiva severita' dimostrata nei confronti degli imputati dalla corte di secondo grado, si contrappongono, invece le argomentazioni del procuratore generale. Nel suo ricorso, che riguarda gli stessi Morucci e Faranda nonche' altri imputati di primo piano, il dottor Consolato Labate ha mosso una serie di rilievi sia sulla concessione delle attenuanti generiche, sia sull' assoluzione di alcuni degli accusati, con diverse formule, dal concorso del compimento di gravi delitti (come l' uccisione del giudice Tartaglione) o l' organizzazione di banda armata; sollecitando, di conseguenza, un annullamento della sentenza nei confronti di chi, a suo giudizio, ha beneficiato ingiustamente delle riduzioni. tra costoro, Norma Andriani, Maria Carla Brioschi, Carlo Brogi, Alessandra De Luca, Natalia Ligas, Enzo bella, Mara Nanni. La prima parte dell' udienza e' stata impegnata dalla costituzione delle parti e dalla relazione dei fatti affidata al consigliere a latere Mario Pianura. Per oltre due ore, il magistrato ha illustrato gli episodi di cui si sono resi repsonsabili gli imputati nell' arco di tempo che va da un periodo immediatamente antecedente la vicenda di via Fani, sino alla fine del 1980. Riassumendo poi i motivi dei vari ricorsi, il dottor Pianura ha ricordato come i punti principali sui quali si basano le argomentazioni riguardino la violazione della legge, la carenza di motivazione, il mancato rispetto dei termini. Ci sono poi, come si e' detto, anche singole "doglianze" per la mancata o erronea concessione dei benefici sia derivati dalle "leggi premiali", sia da particolari attenuanti. Nell' ultima parte dell' udienza si sono svolti gli interventi delle parti civili. Molti penalisti, come Carlo D' Agostino (che rappresenta la famiglia del maresciallo Leonardi), Raffaele Latagliata, Paolo Barraco (che assiste i familiari del colonnello Antonio Varisco), hanno presentato conclusioni scritte, sollecitando il rigetto dei ricorsi. analoga richiesta anche da parte degli avvocati dello stato, che hanno sollecitato la conferma della sentenza d' appello.

12 novembre - "La Democrazia cristiana non ha presentato ricorso in cassazione in quanto tutte le sue richieste erano state accolte nel procedimento di appello". E' questo il motivo della mancata costituzione di parte civile della Dc nel processo per l' assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta e per numerosi altri delitti compiuti dalla colonna romana delle "Br" cominciato  davanti ai giudici della corte suprema. Lo ha fatto sapere con un comunicato l' avvocato Giuseppe De Gori, che tutela gli interessi della segreteria democristiana. "Si tratta di un processo di legittimazione - e' detto nel comunicato - con ricorso degli imputati e del procuratore generale. La democrazia cristiana si e' costituita ed e' costituita in tutti i processi di merito per perseguire l' assoluta verita' dei fatti". L' avvocato De Gori afferma che "la quantita' della pena non interessa al partito di maggioranza relativa che ha la piu' piena e completa fiducia nella magistratura. nessuno spirito di vendetta ha mai animato le azioni processuali della Dc". La presenza del partito in un processo che dovrebbe eventualmente correggere errori di diritto, secondo il legale della segreteria democristiana", sarebbe stata assolutamente pleonastica".

13 novembre - Processo a 33 imputati per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse: i giudici della corte d' assise hanno interrogato Domenico Pisano' , che anche oggi ha sostenuto di essere del tutto estraneo alle Br, e Franco Pieri, un ferroviere pisano che durante l' istruttoria aveva collaborato con gli inquirenti ritrattando in seguito tutte le accuse rivolte ad altri imputati. Pieri, che si e' dichiarato " dissociato" dalla lotta armata, ha sostenuto di aver fatto quelle accuse a causa di "pressioni psicologiche" che avrebbe ricevuto da parte di funzionari di polizia di Pisa. Nei suoi interrogatori l' imputato aveva descritto nei particolari la sua attivita' all' interno del "comitato", ruolo di altri presunti brigatisti, i contatti della struttura toscana, che da " comitato" e quindi supporto logistico delle "colonne" romana e ligure stava per trasformarsi anch' esso in "colonna", con i grandi capi delle Br, da Gallinari a Savasta, da Dura a Micaletto.

13 novembre - la sostanziale conferma della sentenza pronunciata dalla corte d'assise d'appello il 14 marzo scorso per condannare i terroristi accusati di aver compiuto la strage di via Fani, di aver rapito e ucciso Aldo Moro e di essere responsabili delle decine di delitti contestati nell'ambito della cosiddetta "vicenda Moro", e' stata chiesta in cassazione dal procuratore generale Antonio Scopelliti. Il rappresentante della pubblica accusa, dopo aver esaminato i 48 ricorsi presentati contro le decisioni di secondo grado sia dalla procura generale della corte d'appello sia dagli stessi imputati, ha chiesto alla corte di accogliere soltanto i motivi esposti dalla pubblica accusa per l'imputato Antonio Giordano e dalla difesa per Chantal Personne'. In primo grado Giordano fu condannato a trent'anni di reclusione ma in appello ebbe otto anni perche' la corte lo ritenne estraneo a due tentativi di omicidio. ora il dottor Scopelliti ritiene che la posizione di questo imputato debba essere rivista in quanto e' sua opinione che ci fossero motivi sufficienti per considerarlo corresponsabile di quegli attentati. Quanto alla Personne', in primo grado fu assolta per insufficienza di prove dall'accusa di partecipazione a banda armata: aveva ospitato nel suo appartamento, dal 1979 al 1980, l'imputato Gian Antonio Zanetti. Secondo il procuratore generale della cassazione, anche questa posizione deve essere rivista perche' a suo giudizio l'imputata ospito' Zanetti nel periodo in cui questi non risulta legato alle Brigate rosse (il rapporto comincio' proprio nel 1980). Nel corso della sua requisitoria, il magistrato ha esaminato i ricorsi esponendo le varie argomentazioni per sostenere alla fine che la sentenza di secondo grado deve essere confermata nella sostanza perche' "e' una risposta giusta alla sublimazione dell'aggressione". Scopelliti si e' soffermato in particolare sul problema del concorso morale rilevando che esso non si pone in questa vicenda poiche' tutto dimostra che il concorso ci fu e che tutti in un unico sodalizio parteciparono a quell'attivita' criminosa che determino' le condanne. Scopelliti ha sostenuto l' infondatezza delle denunce di violazioni di legge e di nullita' proposte dagli imputati e ha quindi rilevato che giustamente la corte di secondo grado non concesse determinate attenuanti, tenuto conto della "dimensione" della banda armata in cui si identifica la "colonna romana" delle Br. Molte delle istanze, poi, dovevano essere proposte nel giudizio di appello. Superato il problema del "concorso morale" sostenendo che tutti gli imputati hanno dato un loro determinante contributo all' attivita' della banda armata, indipendentemente dalla posizione assunta in seno all' organizzazione, e che quindi giustamente la corte d' assise d' appello giudico', Scopelliti e' passato all' esame del ricorso del procuratore generale, di cui ha chiesto in sostanza il rigetto, tranne che per la posizione di Giordano. Quanto a Valerio Morucci ed Adriana Faranda, per i quali l' accusa aveva chiesto un nuovo giudizio per ripristinare la condanna all' ergastolo inflitta in primo grado, il dottor Scopelliti ha sostenuto che la loro dissociazione e la successiva collaborazione ha meritato una sentenza piu' mite. In chiusura di requisitoria, Scopelliti ha fatto alcune considerazioni sui "pentiti", sottolineando come essi anzitutto, collaborando con la giustizia, accusino se stessi. Quindi bisogna bandire il termine "pentito" nel senso di "delatore" o "traditore".

14 novembre - La prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma nella sostanza la sentenza pronunciata il 14 marzo scorso dai giudici della corte di assise di appello per l' attivita' delle Brigate rosse da alcuni mesi prima del rapimento e dell' uccisione dell' on. Aldo Moro e della strage in via Fani sino al 1981. La suprema corte, pur mettendo praticamente la parola fine alla vicenda, ha disposto il riesame di alcune situazioni processuali, conseguenti all' accoglimento di una parte dei ricorsi presentati sia dalla procura generale della corte di appello sia dagli imputati. Delle impugnazioni ritenute fondate, la piu' significativa e' quella della pubblica accusa per quanto riguarda le decisioni dei giudici di secondo grado a proposito delle responsabilita' per l' uccisione del magistrato Girolamo Tartaglione. Escludendo che avessero partecipato al delitto, la corte ridusse sensibilmente la pena a Norma Andriani, Carlo Brogi, Mara Nanni e Arnaldo Maj. Ora la posizione di costoro dovra' essere riesaminata poiche' la cassazione ha, in sostanza, ritenuto ingiustificato lo "sconto" che hanno avuto. Quanto alle altre dichiarazioni di annullamento, esse si riferiscono a questioni che, nella sostanza, sono marginali, riguardando, infatti, solamente la mancata concessione (quanto ai ricorsi degli imputati) o l' indebita applicazione (secondo il procuratore generale) di determinate attenuanti. A prescindere dal riesame parziale della posizione di 17 imputati, la sentenza della cassazione ha tolto qualsiasi speranza a quei terroristi che ipotizzavano di poter lasciare, a fine novembre, il carcere per la scadenza dei termini della custodia preventiva. in sostanza, se ci fosse stato un accoglimento generale delle impugnazioni, per qualcuno (e in particolare per chi ancora non abbia subito condanne definitive) le porte della prigione si sarebbero certamente aperte. Ma ora non c'e' piu' nulla da fare, e chi avra' il nuovo giudizio d'appello tornera' in un'aula di giustizia per il riesame di questioni che non incideranno, anche in caso di accoglimento, sull'entita' della pena subita e praticamente gia' confermata per conseguenza della sentenza pronunciata dai supremi giudici. Nel dispositivo della decisione, infatti, si dice chiaramente che il dibattimento sara' rinnovato, ma "limitatamente ai capi ed ai punti specificati". E poiche' tutti gli imputati rispondono di piu' delitti, le impugnazioni accolte riguardano una o piu' di queste imputazioni, ma non il complesso della posizione processuale.
 
15 novembre - Flavio Lori, uno degli imputati al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, e' al centro dell' ottava udienza nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di S.Verdiana. Lori, accusato di essere stato uno degli organizzatori del "comitato", ha rifiutato l' interrogatorio, consegnando alla corte d' assise un memoriale in cui fra l' altro rivendica la sua "appartenenza alle Brigate rosse - partito comunista combattente, organizzazione che - ha detto - e' tuttora in attivita'" e ricusando i suoi difensori di fiducia, gli avvocati Di Giovanni e Baccioli. In istruttoria Lori aveva ammesso la sua attivita' all' interno della struttura e la sua partecipazione all' attentato contro la "Oto Melara" di La Spezia definendolo "un sabotaggio, per attirare l' attenzione sul fatto che quella azienda produceva strumenti di guerra", e chiarendo che la sua non era "ne' dissociazione ne' pentimento". Successivamente aveva ritrattato tutte le sue dichiarazioni.

19 novembre - "Rosse, rosse, rosse, brigate rosse": questo slogan urlato dai detenuti della seconda gabbia mentre Pasqua Aurora Betti, incontrastato leader, agitava una sciarpa, naturalmente rossa, ha accompagnato l'uscita della corte d'assise d'appello di Milano che si e' ritirata in camera di consiglio per stendere la sentenza per i cento imputati del processo alla colonna delle Brigate rosse "Walter Alasia". Lo slogan e' stato scandito dagli irriducibili della seconda gabbia a rimarcare, ancora una volta, la differenza di posizioni, che in questo processo e' stata piu' che mai evidente, con coloro che, pur avendo fatto parte dei vertici della colonna , hanno da anni cominciato un processo di autocritica. Le dichiarazioni finali degli imputati hanno tutte percorso questo doppio binario: da un lato Vittorio Alfieri, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e altri detenuti, dall'altro la seconda gabbia con i documenti letti dalla Betti e da Ario Pizzarelli e, soprattutto, Barbara Balzerani che ha letto un lungo scritto come rappresentante delle Brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente, "di un' organizzazione della sua linea politica, la sua strategia, la sua pratica combattente". La Balzerani ha consegnato ai giudici anche la risoluzione strategica numero 20, quella trovata accanto al cadavere del prof. Ezio Tarantelli. Il documento della Balzerani e' una analisi dello stato dell'organizzazione costretta alla difensiva, delle tendenze economiche e sociali del nostro paese e della situazione internazionale. "La nostra attivita' rivoluzionaria - scrive la Balzerani - tende da un lato, a rintuzzare i tentativi borghesi di mantenere le lotte proletarie sul terreno perdente della resistenza sul piano economico e rivendicativo, dall'altro, mantenendo aperto lo scontro con lo stato sui suoi aspetti congiunturali, tende a sviluppare la ripresa rivoluzionaria nella direzione strategica della conquista del potere politico". Secondo la Balzerani le azioni contro Gino Giugni, Ezio Tarantelli e il generale americano Hunt rientrano nella prospettiva "di disarticolare i progetti antiproletari e guerrafondai dello stato". L'analisi della Balzerani che la condivise con "un' organizzazione ancora in attivita' che ha concluso un importante dibattito autocritico" non risparmia i sindacati, "complici con governo e confindustria" di un "reazionario patto sociale" ed analizza anche le deviazioni, come quelle operaista della colonna "Walter Alasia", che hanno segnato la storia delle Brigate rosse. Patto sociale e imperialismo sono dunque gli obiettivi riproposti per la costruzione del partito comunista combattente: "c'e' un' inscindibile unita' programmatica - conclude la Balzerani - tra attacco al cuore dello stato e pratica combattente antimperialista". Per Pasqua Aurora Betti le dichiarazioni finali sono state il momento per riproporre propositi rivoluzionari: "tira un nuovo vento di rivolta, progettiamo nel vivo dello scontro sociale il nostro futuro". Con toni molto diversi, altri imputati come Vittorio Alfieri, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini si sono rivolti alla corte: "una critica alla politica come guerra: questa e' la mia risposta a chi chiede un consuntivo di quegli anni" ha detto Alfieri. Franco Bonisoli ha chiesto alla corte un segnale concreto di comprensione "di un percorso di trasformazione che da tempo pratichiamo e in cui crediamo", mentre Azzolini ha ricordato le motivazioni che spinsero le Brigate rosse ad uccidere il maresciallo degli agenti di custodia di cataldo "non per fare apologia ma per spiegare". Infine Ettorina Zaccheo, l'imputata che maggiormente si e' dissociata e che rischia la conferma dell' ergastolo per il concorso nell'omicidio del direttore sanitario del policlinico: "le mie sofferenze non sono nulla in confronto a quelle dei familiari di chi abbiamo colpito e che ho la speranza di potere, un giorno, incontrare". La corte d'assise d'appello ha poi lasciato l'aula; si tratterra' in camera di consiglio una decina di giorni per valutare le posizioni degli imputati, 19 dei quali, colpevoli degli otto omicidi rivendicati dall' Alasia, rischiano la massima pena.

19 novembre - Giovanni Senzani, Paolo Baschieri, Salvatore Bombaci e Flavio Lori hanno abbandonato l' aula bunker dove e' in corso il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br, per non ascoltare la dichiarazione con cui l' ex "compagno" ora "pentito" Giovanni Ciucci stava chiudendo la sua deposizione davanti ai giudici della corte d' assise. Ex ferroviere a Pisa, catturato nel "covo" dove era tenuto prigioniero il generale Dozier, Ciucci aveva subito collaborato con i magistrati di varie citta' e a quelli fiorentini aveva delineato storia e struttura del "comitato", di cui e' accusato di essere stato uno dei capi. Nel corso della sua deposizione, seguita con la massima indifferenza dagli "irriducibili", Ciucci ha sostanzialmente confermato quanto aveva gia' detto in istruttoria limitandosi ad aggiungere qualche considerazione sulla " debolezza" del "comitato", utilizzato sempre - ha detto - in funzione di supporto logistico per le altre "colonne" e rimasto "sempre ai margini del dibattito politico delle Br", in quanto "marginale rispetto allo scontro di classe". C' era anzi, da parte dei "regolari" dell' organizzazione, sempre secondo Ciucci, "una punta di opportunismo: per loro forse il comitato andava bene cosi' com' era". Quanto a Senzani, Ciucci ha ristretto il periodo della sua appartenenza al "Comitato toscano" fra la primavera del 1979 e quella del 1981, quando "comincio' a maturare la scissione all' interno delle Br che porto' alla nascita del partito - guerriglia, cui Senzani faceva capo". Al termine dell' interrogatorio, mentre aveva appena iniziato a dettare a verbale una dichiarazione con cui intendeva spiegare i motivi della sua collocazione dopo l' arresto, Senzani e gli altri lo hanno interrotto chiedendo al presidente Cassano, e ottenendo, di lasciare l' aula." La lotta armata - ha spiegato fra l' altro Ciucci - ha voluto dire per molti di noi fare violenza soprattutto su noi stessi, sulla nostra coscienza", ma "ora si e' arrivati a capire che la strada che si sceglie per un progetto e' importante come il progetto stesso ed e' il come arrivare che deve condizionare il dove e non il contrario". Questa consapevolezza - ha detto ancora l' imputato - "ha via via reciso all' interno dell' organizzazione i legami fra ogni azione e la loro ormai lontanissima ragione politica, fino a far capire che qualunque campagna riuscita non valeva la vita di una persona".

21 novembre - La commissione inquirente ascolta Antonio Savasta, condannato, tra l' altro, per il sequestro del generale Dozier. Si e' trattato dell' ultimo interrogatorio fatto dalla commissione (nelle scorse settimane erano stati ascoltati anche Morucci e Fenzi) in relazione all' indagine sui presunti finanziamenti che l' allora ministro per il mezzogiorno Giacomo Mancini (Psi) avrebbe fatto pervenire alla rivista dell' eversione "Metropoli". A quanto si e' appreso la commissione intendeva mettere a confronto Savasta e Morucci per stabilire da chi fossero nate esattamente le voci che chiamavano in causa l' esponente socialista. Il confronto pero' non si e' tenuto, anche perche' la commissione ha appreso che i due sono reclusi nella stessa cella. Il "faccia a faccia" e' stato pertanto ritenuto inutile. Alcuni commissari hanno riferito che comunque nessun indizio a carico di Mancini e' emerso dall' interrogatorio di Savasta, il quale ha confermato di aver appreso la "voce" di finanziamenti da parte di un esponente socialista, e non con specifico riferimento all' on. Mancini, in incontri con altri terroristi svoltisi nel 1975 nella casa di campagna del sindacalista Scricciolo. Null' altro sarebbe emerso a carico dell ' ex ministro. L' inquirente terra' un' altra seduta sulla vicenda per discutere e votare la relazione da inviare al parlamento, al quale compete la decisione definitiva. nella relazione, gia' presentata in commissione, si chiede l' archiviazione del "caso", vista l' inconsistenza degli indizi.

21 novembre - Dopo brevi repliche del sostituto procuratore generale Pietro Grassano e di uno dei difensori, il sen. Franco De Cataldo, la corte d' assise d' appello di Bari, presieduta dal dott. Fortunato D' Auria, si ritira in camera di consiglio per decidere le pene da erogare ai 30 imputati della rivolta nel supercarcere di Trani della fine di dicembre 1980. Il sen. De Cataldo ha sottolineato, nell' ottica dell' "uscita dall' emergenza", il "messaggio lanciato dal legislatore" con la recente approvazione della legge 1366 che modifica le sanzioni previste per il sequestro di persona quando questo si configuri come "fatto lieve". Il pubblico ministero - rilevando che la legge non e' stata ancora pubblicata - si e' chiesto se la rivolta possa essere ritenuta "fatto lieve" in considerazione delle motivazioni esposte dai difensori (per esempio, il trattamento "umanitario" nei confronti degli agenti di custodia tenuti in ostaggio durante i disordini). Ha poi aggiunto che sta alla corte valutare se tener conto del nuovo indirizzo dato dal legislatore con la legge 1366 e in tal caso esaminare la possibilita' di applicare attenuanti rispetto alla sentenza di primo grado (che irrogo' otto condanne a 21 anni, sei a venti, 13 a 18 anni e otto mesi, la condanna di Giuliano Naria a 17 anni e mezzo e due assoluzioni per insufficienza di prove). Prima di entrare in camera di consiglio la corte, accogliendo il parere del pm, ha disposto che venga inviata alla procura della repubblica presso il tribunale di Voghera la denuncia presentata nei giorni scorsi dai "Br" Antonio Marini e Domenico Giglio sul "brutale pestaggio" subito da due detenute a Voghera, Maria Pia Vianale e Giuseppina Delogu, "da parte di una 'squadretta' di agenti di custodia". Un momento di tensione si e' avuto mentre il presidente chiedeva agli imputati se avessero nulla da aggiungere a quanto avevano gia' dichiarato. Oreste Strano ("7 aprile") ribadendo di essere estraneo ai fatti addebitati ha sostenuto che la "rivolta di Trani e' stata una tragica esperienza ricaduta su tutto il movimento dei prigionieri", attirandosi critiche e insulti dai "brigatisti rossi" rinchiusi nella "gabbia" posta di fronte alla sua ("infame", "sei dissociato da te stesso"). Prima di ritirarsi con i suoi colleghi il dott. d' Auria si e' fermato a parlare per pochi minuti con le "Br": Seghetti e D' Amore hanno di nuovo escluso che siano state progettate "azioni delle Brigate rosse" in concomitanza con il processo, ribadendo che si tratta di "voci" diffuse per giustificare restrizioni nel carcere di Trani, secondo quanto gia' denunciarono nell' udienza di sabato scorso.

21 novembre - Assoluzione per insufficienza di prove per Giuliano Naria e altri otto imputati tra i quali Giorgio Uber e Oreste Strano ("7 aprile"), notevoli riduzioni di pene per tutti gli altri imputati, compresi gli aderenti alle "Brigate rosse", assoluzioni "per non aver commesso il fatto" per due imputati che in primo grado erano stati assolti per insufficienza di prove. E' questa la sentenza emessa dalla corte d' appello di Bari per la rivolta nel carcere di Trani del dicembre 1980. La corte, rimasta in camera di consiglio sei ore, ha riconosciuto ad alcuni imputati (per lo piu' aderenti alle "Brigate rosse") le attenuanti previste dall' art. 311 del codice penale ("quando per la natura, la specie, i mezzi, le le modalita' o circostanze dell' azione, ovvero per la particolare tenuita' del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entita'"). Per questo ha ridotto a 13 anni di reclusione la pena a coloro ai quali in primo grado ne erano stati inflitti 21 (Bruno Seghetti, Francesco Piccioni, Claudio Piunti, Salvatore Ricciardi, Carlo Picchiura, Domenico Giglio, Pasquale Abatangelo, Severino Turrini) e 20 (Antonio Marini, Michele Tartaglione e Domenico Iovine). Concedendo le stesse attenuanti, ha ridotto a 12 anni e due mesi di reclusione (dai 18 anni e otto mesi del giudizio di primo grado) la pena inflitta al "brigatista" Nicola D' Amore e a Gianfranco Mattacchini, Giuseppe Federici e Gabriele Grimaldi. Per quattro imputati "dissociati" (Angelo Monaco, Rocco Martino, Ugo Melchionda e il tedesco Willy Piroch) la corte ha derubricato il reato addebitato, il "sequestro di persona con finalita' di terrorismo o di eversione" (289 bis del codice penale), in sequestro di persona (art. 605 c.p.) ed ha condannato il primo a sei anni di reclusione e gli altri tre a cinque anni ciascuno. Per Piroch ha revocato l' espulsione dal territorio italiano ordinata in prima grado. Gli imputati che, oltre a Naria, Uber e Strano, sono stati assolti per insufficienza di prove sono il detenuto "comune" Francesco Ferraro e Pasquale Vocaturo, Paolo Baschieri, Massimo Battisaldo, Massimo Lorimer Vargiu e Flavio Zola. Quando il presidente della corte, Fortunato D' Auria, ha letto quest' ultima parte del dispositivo della sentenza, parenti e amici degli imputati hanno battuto le mani. Tra il pubblico c' era anche la madre di Giuliano Naria che, dopo un primo momento di stordimento, ha cominciato a piangere e ad abbracciare alcuni amici e anche qualche cronista, senza riuscire a pronunciare commenti. L' unico legale presente, l' avv.Mario Russo Frattasi, difensore di Naria e di altri sei imputati, ha detto che si e' trattato di "una sentenza che da' grossa soddisfazione e che e' stata preceduta da un dibattimento che ha dimostrato la profonda cultura giuridica e la notevole capacita' di interpretazione politica della prova da parte della corte". Il pm, Pietro Grassano, ha rilevato di aver invitato egli stesso la corte a valutare "se nel caso in ispecie si potesse legittimare il riconoscimento dell' attenuante prevista dall' art. 311 del codice penale".

21 novembre - Eleonora Moro, la vedova di Aldo Moro, fu sentita nel 1983, in qualita' di testimone, dal giudice istruttore torinese Mario Vaudano che indagava sullo scandalo dei petroli, in margine ad accertamenti su un presunto conto corrente segreto in Svizzera riferibile alla corrente politica del marito. La signora sostenne di ignorare del tutto tale deposito bancario, ma preciso' che se Sereno Freato e sua moglie Maria Antonietta Piacentini ne avevano confermato l'esistenza, "doveva essere vero". Tenuta segreta per tre anni, la notizia dell'avvenuta deposizione della vedova Moro era trapelata nei giorni scorsi, ma solo oggi e' stata confermata dal magistrato in un breve colloquio con i cronisti. I verbali dell' audizione, d'altra parte, non sono piu' coperti dal riserbo istruttorio essendo stati allegati agli atti del processo che, dal 14 gennaio prossimo, vedra' alla sbarra in tribunale a Torino oltre 150 persone coinvolte nel traffico di carburante della raffineria "costieri alto adriatico" di Bruno Musselli e nelle "coperture politiche" fornite alla truffa. La deposizione della signora Moro avvenne il 21 maggio 1983. Accompagnato da un ufficiale di polizia giudiziaria, il dottor Vaudano si reco' presso la sua abitazione a Bellamonte nel Trentino. Prima di raccoglierne la testimonianza, il magistrato la informo' su quanto dichiarato in precedenza dai coniugi Freato. Precisata la questione del deposito bancario, Eleonora Moro disse poi al giudice di essere stata a conoscenza dei rapporti esistenti fra suo marito, Sereno Freato ed il petroliere Bruno Musselli. In quella circostanza il magistrato sequestro' anche una lettera che la vedova del presidente della Dc aveva ricevuto alcuni giorni prima da Musselli. Detenuto allora nel carcere di Las Palmas, nelle Canarie, il petroliere era riuscito a far arrivare alla signora Moro, eludendo ogni controllo, lo scritto, che ora e' agli atti del processo sulla "Costieri alto adriatico". In esso Musselli invocava aiuto in rapporto alla sua vicenda giudiziaria, e chiedeva un intervento presso la presidenza della repubblica. Per questo, il 30 gennaio del 1984, il giudice istruttore Mario Vaudano senti' anche il presidente Sandro Pertini il quale preciso' di non aver mai ricevuto alcun sollecito in proposito. Secondo quanto si e' ancora appreso in margine alla vicenda del deposito bancario segreto in Svizzera - del quale pero', ha detto lo stesso magistrato, non e' mai stata trovata traccia - sono in corso perizie su intercettazioni di telefonate intercorse tra la signora Moro e la signora Freato.

21 novembre - Antonio Savasta e Roberto Buzzati, due fra i " pentiti" di maggior rilievo delle Brigate rosse, sono sentiti come testi - imputati in procedimenti connessi al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br. Gli " irriducibili" , Giovanni Senzani, Paolo Baschieri, Flavio Lori e Stefano Bombaci abbandonano le gabbie tornano in carcere: questa volta per non assistere alla deposizione di Savasta. I due " pentiti" si sono limitati a confermare quanto avevamo gia' detto in istruttoria. In particolare Buzzati ha parlato del progetto di attentato all' ex giudice di sorveglianza di Livorno, Coviello, studiato all' epoca del sequestro D' Urso, andato a monte in seguito alla frattura che si era verificata all' interno delle Br e che si era ripercossa sul "comitato". Savasta, che da marzo a settembre del 1979 era stato inserito nel direttivo della struttura toscana per "rivitalizzarlo" dopo l' arresto di alcuni suoi componenti, ne ha dato un giudizio piuttosto severo:"poca consistenza politica, pochissima esperienza tecnico - militare". Sul ruolo di Senzani in Toscana, Savasta ha detto di non sapere nulla di preciso.

22 novembre - Ancora di scena i "pentiti" al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse in corso davanti alla corte d' assise nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di S. Verdiana. Depongono come testimoni - imputati in procedimenti connessi l' ex "piellino" Marco Donat Cattin ed il professor Enrico Fenzi, uno degli ideologi belle Br. Giovanni Senzani e gli altri imputati "irriducibili" hanno preferito restare in carcere. Donat Cattin e' stato sentito a proposito di un episodio marginale del processo: una serie di pistole che, nascoste da un esponente del "comitato" dopo l' arresto (dicembre 19) di quattro brigatisti a Firenze, erano state "prelevate" dalla direzione della struttura fiorentina di Pl e non erano piu' state restituite nonostante le insistenti richieste dei brigatisti. Enrico Fenzi invece ha parlato soprattutto di Senzani, di cui e' cognato, precisando che prima dell' estate del 1980, quando era entrato in clandestinita' ricevendo l' incarico di dirigere il "fronte delle carceri", i suoi rapporti con le Br erano rimasti a livello di "consulenza" e fiancheggiamento. Secondo Fenzi Senzani avrebbe avuto una posizione di spicco all' interno del "comitato" toscano ma - ha aggiunto - "non ho alcun elemento per provarlo".

25 novembre - Il sostituto procuratore generale presso la corte d' appello di Bari Pietro Grassano, pubblico ministero nel processo di secondo grado per la rivolta nel carcere di Trani, presenta una "dichiarazione di ricorso" alla corte di cassazione per parte della sentenza d' appello emessa il 21 novembre scorso. Il ricorso riguarda cinque dei nove imputati assolti dai giudici per insufficienza di prove: il detenuto "comune" Francesco Ferraro e Massimo Lorimer Vargiu, Paolo Baschieri, Massimo Battisaldo e Flavio Zola. In una dichiarazione all' Ansa, Grassano ha detto di aver "attentamente valutato" col dirigente della procura generale di Bari, l' avvocato generale dello stato Bonifacio Mezzina, il dispositivo della sentenza e di averne "condiviso in linea teorica" le altre parti, compresa la concessione della diminuente prevista dall' art. 311 del codice penale a coloro che sono stati condannati per "sequestro di persona con finalita' di terrorismo" (per lo piu' aderenti alle "Brigate rosse").

25 novembre - Il "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse costituiva "un organismo locale di appoggio logistico delle 'colonne' Br del Lazio e della Liguria" per Carlo Brogi, un "pentito" delle Br romane. Il "comitato" ha detto ancora Brogi, che ha deposto come testimone - imputato in un procedimento connesso, "rappresentava la periferia dello scontro di classe" ed era "terreno di supporto e di ritirata della colonna territorialmente limitrofa". Dopo aver ascoltato Brogi, il presidente della corte d' assise ha letto le dichiarazioni rese da Renato Longo, attualmente in carcere in Francia per detenzione di stupefacenti. Longo ha detto di aver incontrato piu' volte Barbara Balzerani attraverso Luisa Aluisini, imputata nel processo fiorentino. Longo aveva conosciuto in carcere, nel 1978, Paolo Neri, fidanzato della Aluisini, e successivamente era entrato nelle Br collaborando con la polizia ed aveva permesso l' arresto di Moretti e Fenzi.

26 novembre - La corte d' assise di pesaro condanna a cinque anni di reclusione i brigatisti rossi Maurizio Iannelli, Francesco Piccioni, Renato Arreni ed Enzo Bella, per detenzione di 765 grammi di esplosivo (rinvenuto in una cella del supercarcere di Fossombrone il 6 febbraio 1982) e banda armata. L' esplosivo (tritolo, diviso in tre sacchetti murati in una cella) doveva servire ad un' evasione in massa, ma il tentativo venne sventato con la sua scoperta. Prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio Francesco Piccioni (condannato per la strage di via Fani e l' assassinio di Aldo Moro) ha ribadito la sua appartenenza alle Brigate rosse, sostenendo che la fuga era ed e' una prerogativa che gli spetta in quanto "prigioniero politico". Maurizio Iannelli aveva rinunciato a presenziare al processo.

27 novembre - Un pregiudicato di 22 anni, Stefano De Santis, tenta di derubare la signora Eleonora Moro, vedova di Aldo Moro, mentre rientrava nella sua abitazione di via del Forte Trionfale. Il ladro e' stato arrestato da un agente di polizia in servizio nella zona. Il fatto e' avvenuto quando Eleonora Moro, dopo aver aperto il portone, stava rientrando a casa. Il ladro, uscito da una zona buia della strada, ha tentato di strapparle la borsa che teneva a tracolla ma la signora ha resistito. Nel tira e molla la cinghia si e' rotta, la borsa e' caduta e il suo contenuto si e' sparpagliato in terra. De Santis ha afferrato la borsa ormai vuota ed e' fuggito, ma poche decine di metri dopo e' stato bloccato e arrestato.

27 novembre - "Quando hanno ucciso Ezio, dopo lo sbigottimento, il dolore, il primo desiderio e' stato di vendetta: metteteli in galera e buttate la chiave" dice Carol Beebe Tarantelli, la vedova dell' economista assassinato. Bionda, pallida, nel suo italiano corretto, ma con un insopprimibile accento inglese, racconta i sentimenti ed il percorso intellettuale di chi, per mano del terrorismo, ha visto cancellata una parte importante del proprio futuro. ad ascoltarla un pubblico foltissimo di uomini e donne che come lei hanno vissuto in prima persona gli anni di piombo e ancora fanno i conti con le conseguenze: qualcuno, come Paolo Virno, Ernesto Balducchi, Giancarlo D' Alessi, e' uscito di recente dall' esperienza delle prigioni, altri come la madre di Roberto Vitelli, ha un figlio, o un marito, o un fratello dietro le sbarre, e poi magistrati, politici, operatori penitenziari. Nella sala del cenacolo, a Roma, li ha riuniti l' associazione "Carcere e comunita' "per riflettere e discutere insieme su "la riconciliazione degli anni di piombo: una speranza oltre l' odio, oltre le sbarre". "Uno che era in prigione da tanto tempo e che non aveva mai ucciso, mi ha detto di sentirsi responsabile della morte di mio marito, perche' essa era implicita in cio' che anche lui aveva detto e fatto", racconta Carol Tarantelli e ammonisce: "le Brigate rosse sono figlie di una cultura che e' stata della sinistra, ma anche della nostra civilta' che ha tolto valore alla persona". "Se noi li consideriamo dei mostri, non delle persone, commettiamo il loro stesso errore. La presa di coscienza, l' ammissione dei propri errori - conclude - e' un messaggio di speranza: ci insegna l' importanza dell' uomo al di la' delle sue azioni, quanto e' capace di comprendere e cambiare. Io credo che una societa' giusta non possa ignorarlo". Alla stessa conclusione di Carol Tarantelli sono arrivati in molti: gli esperti di problemi della giustizia di Pci, Psi, Dc che all' incontro hanno parlato, lo stesso ministro della giustizia, che sulla dissociazione ha presentato nel dicembre scorso un disegno di legge (altri due progetti erano stati fatti nell' 83 e nell' 84 dai senatori della sinistra), la chiesa che anche prima dell' impegno di padre De Gennaro che guida l' associazione "carcere e comunita'", si e' messa al fianco di ex terroristi con gesti significativi - come il matrimonio tra due brigatisti celebrato in carcere dal vescovo di Milano. "Sono due anni che aspettiamo la legge. Due anni in prigione non passano presto" eppure "per le tv di Berlusconi sono bastate 48 ore", hanno fatto coro dalla sala alcuni familiari di detenuti, mentre il socialista Covatta concludeva il suo intervento affermando diplomaticamente di non poter dare date su quando la legge sui dissociati diverra' realta'. "E' una legge difficile - ha spiegato il comunista Violante - che introduce concetti del tutto nuovi nel nostro sistema giuridico". Il cambiamento delle persone che puo' avvenire dopo aver commesso un reato, dopo la condanna, non puo' riguardare - ha spiegato Violante - solo chi era terrorista e si dissocia, ma anche chi fa una rapina, o un furto, e poi comprende di aver sbagliato, vuole rientrare nella societa' e seguirne le regole. Violante va ancora oltre, e lo stesso dicono Covatta e poi padre De Gennaro: anche per gli "irriducibili" bisogna superare il clima di "emergenza" che ha stravolto processi e snaturato condanne. "E' tutto giusto - dice Paolo Virno - sono tante le cose che bisogna cambiare, ma per i "dissociati" bisogna far presto, senza la legge si fermera' questo fenomeno, che, non dimentichiamolo, quanto e piu' del pentitismo ha contribuito alla sconfitta del terrorismo".

28 novembre - Dodici ergastoli, sette in meno rispetto alla prima sentenza e consistenti riduzioni di pena: e' questa la decisione della corte d'assise d'appello di Milano che, dopo otto giorni di camera di consiglio, ha letto il dispositivo della sentenza per i cento imputati della colonna milanese delle Brigate rosse, la "Walter Alasia". La lettura del dispositivo e' stata interrotta da un incidente, non il primo in questo processo: dalla seconda gabbia, occupata da alcuni detenuti irriducibili, e' stato esposto uno striscione nero, sul quale, a lettere rosse e gialle, era scritto:"Brixton, Francoforte. Distruggere l'impero. Rompiamo l'ordine metropolitano, guerriglia comunista". Gli imputati della gabbia, tra i quali Pasqua Aurora Betti, Nicolo' De Maria, Gaetano Bognanni, Ada Negroni, protagonisti, in primo grado, del lancio di alcuni fumogeni contro la corte, hanno scandito lo slogan del maggio francese:"ce n'est qu'un debut, continuons le combat". Immediata la decisione del presidente di espellerli dall'aula. La massima pena e' stata confermata per Roberto Adamoli, Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Maria Rosa Belloli, Pasqua Aurora Betti, Maria Carla Brioschi, Nicolo' De Maria, Calogero Diana, Nicola Giancola, Mario Moretti, Sergio Tornaghi e Samuele Zellino, tutti colpevoli di uno o piu' degli otto omicidi che in questo processo venivano giudicati. E' uscito invece assolto per insufficienza di prove da questo processo Valerio De Ponti, condannato in primo grado al carcere a vita per l'omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo. Con la concessione delle attenuanti generiche, la corte d' assise d'appello ha poi escluso l'ergastolo per Franco Bonisoli (28 anni), Mario Protti, Vittorio Alfieri, Antonio Savino, Vincenzo Scaccia ed Ettorina Zaccheo (tutti condannati a 30 anni) protagonisti dei piu' espliciti percorsi di dissociazione della lotta armata, ma per i quali l'accusa aveva chiesto la conferma della prima sentenza. La corte ha invece accolto l'interpretazione giuridica data dal sostituto procuratore generale sul sequestro dell'ing. Renzo Sandrucci decidendo consistenti diminuzioni di pena: Adriano Carnelutti e' stato condannato a 20 anni (30 in primo grado), Gaetano Bognanni a 16 (30 in primo grado), Antonio Paiella a 12 (30 in primo grado) Ada Negroni a 14 (30 con la prima sentenza). La sentenza ha soddisfatto molti degli imputati che hanno riconosciuto che la corte ha dato un importante segnale nei confronti della dissociazione, ma il clima in aula e' rimasto abbastanza teso sia a causa dell'incidente avvenuto durante la lettura della sentenza che e' stata brevemente interrotta, sia per i lusinghieri controlli di sicurezza all'entrata bunker che hanno costretto avvocati, giornalisti, parenti ad attendere piu' di un'ora per entrare nell'aula. Contenti anche i pentiti del processo, due dei quali Michele Galli (condannato a 12 anni) e Pio Pugliese (8 anni 6 mesi) hanno ottenuto, oltre a riduzione di pena, anche gli arresti domiciliari. La corte ha concesso lo stesso beneficio anche a Bianca Giovanardi, Maria Grazia Chiari, Daniele Figini, Vita Casavola e Nicola Eleonori. La derubricazione di alcuni tentativi omicidio in lesioni aggravate e' stato un altro strumento usato dalla corte per diminuire le pene inflitte nella sentenza di primo grado che venne giudicata estremamente severa. Rino Cristofoli e' stato condannato a sei anni invece dei 17 avuti al primo processo, Nicola Eleonori ha avuto 4 anni rispetto agli 11 della prima sentenza. Addirittura assolta per insufficienza di prove dal ferimento di Indro Montanelli e' stata Biancamelia Sivieri (aveva avuto 16 anni). Altri cinque imputati sono usciti assolti (oltre a De Ponti, Teresa Sarli, Benedetta Sirchia, Patrizia Sotgiu e Agostino Steri) mentre per tre la corte ha dichiarato la non punibilita'.

28 novembre - Diventano definitive le condanne che i giudici della corte di assise di appello hanno inflitto il 12 febbraio scorso, per il rapimento del generale americano James Lee Dozier, ad Antonio Savasta, Cesare di Lenardo, Marcello Capuano, Emilia Libera, Pietro Vanzi, Emanuela Frascella ed Alberta Biliato. I giudici della prima sezione penale della cassazione hanno infatti respinto i ricorsi che gli imputati avevano presentato contro la sentenza. I motivi di ricorso presentati dai primi sei imputati sono stati ritenuti inammissibili, mentre per quanto riguarda la Biliato la corte ha rigettato l' impugnazione. La decisione della corte di cassazione conclude una parte della travagliata vicenda giudiziaria legata al sequestro del gen.James Lee Dozier rapito a Verona da un "commando" delle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato 42 giorni dopo a Padova con l' intervento di un gruppo di agenti dei "Nocs" e l' arresto di cinque terroristi. Resta, infatti, ancora in sospeso l' iter giudiziario riguardante i presunti "cervelli" del rapimento, tra cui Barbara Balzerani, Francesco Lo Bianco, Remo Pancelli e Luigi Novelli. I quattro brigatisti rossi, assieme a Vittorio Antonini, sono stati giudicati per il rapimento dell' alto ufficiale solo in primo grado, l' 11 ottobre scorso, dal tribunale di Verona. I giudici, dopo circa quaranta minuti di camera di consiglio, hanno condannato i cinque imputati a 26 anni di reclusione ciascuno. la decisione della corte suprema riguarda invece le cosiddette condanne "supplettive" inflitte ai responsabili dell' azione terroristica della corte d' assise d' appello di Venezia e attinenti al reato di sequestro al fine di terrorismo anche nei confronti della moglie di Dozier, Judith Stimpson. In un primo tempo, infatti, i collegi giudicanti in primo e secondo grado avevano avanzato contro alcuni imputati solo l' accusa di sequestro semplice.

28 novembre - Subiranno un nuovo processo dinanzi alla corte di assise di appello di Genova i terroristi Valerio Morucci e Roberto Fiore, gia' condannati dalla corte di assise di appello di Genova per una serie di atti terroristici, tra i quali l'uccisione del funzionario di polizia Antonio Esposito. La corte di cassazione, accogliendo parte dei discorsi presentati contro la sentenza pronunciata dai giudici di secondo grado genovesi il 10 novembre 1984, ha disposto che Valerio Morucci sia processato per tutti i reati che gli erano stati contestati nell'ambito dell'inchiesta e che il giudizio contro Fiore sia rinnovato limitatamente all'uccisione del funzionario di polizia e ai reati connessi.

29 novembre - La procura generale di Milano impugna la sentenza con cui la corte d'appello aveva assolto alcune settimane fa la segretaria nazionale del Poe (Partito operaio europeo) Fiorella Operto, accusata di diffamazione nei confronti del presidente del consiglio. Craxi aveva querelato la Operto dopo l'apparizione sui muri di Milano, avvenuta in una delle ultime campagne elettorali, di un manifesto in cui, sotto le fotografie di Craxi e Kissinger, appariva la scritta "wanted" (ricercato) seguita da una serie di accuse tra cui quella secondo la quale l'allora segretario del Psi avrebbe avuto responsabilita' nel sequestro Moro. Al processo di primo grado il tribunale condanno' la operto a tre milioni di multa. In appello furono sentiti due testimoni che dichiararono come il manifesto fosse stato concepito in Germania e affisso in Italia senza che la Operto ne fosse a conoscenza. da qui l'assoluzione in appello contro la quale la procura generale, attraverso il sostituto Raffaele di Palma, ha deciso di appellarsi davanti alla corte di cassazione.

29 novembre - La corte d' appello di Venezia dichiara l' inamissibilita' , per mancata notifica all' imputato, del ricorso presentato dalla procura generale della repubblica di Venezia contro la sentenza di assoluzione perche' il fatto non sussiste dell' ex maggiore dell' esercito Antonio Giordano, accusato di reticenza, emessa il 26 marzo scorso dal pretore di Venezia Irene Casol. Secondo quanto e' emerso in aula, nel corso dell' udienza, l' atto relativo all' impugnazione della sentenza e' partito regolarmente da Venezia ma non e' mai arrivato a destinazione. A tale riguardo, dopo la decisione dei giudici della corte d' appello, il procuratore generale Nicola Cipriani ha chiesto la trasmissione degli atti per compiere una serie di accertamenti sul mancato recapito. Giordano, agente del Sismi, era stato arrestato per reticenza al termine di un colloquio avuto in qualita' di testimone con il giudice istruttore del tribunale di Venezia Carlo Mastelloni che coordina le indagini su un traffico internazionale di armi ed esplosivi tra l' Olp e le brigate rosse. L' ufficiale, dopo la trasmissione degli atti al pretore per competenza, era stato posto in liberta' provvisoria e successivamente assolto dal reato contestatogli.

2 dicembre - La nappista Maria Pia Vianale e Giuseppina Delogu, una sua compagna di cella, sarebbero state " pestate" venti giorni fa da una "squadretta" di agenti di custodia nel carcere di Voghera, mentre due settimane fa dal carcere di Livorno sarebbe giunto a Cuneo un altro detenuto, Raffaele Piras, con un occhio bendato e gonfio e una ferita alla testa che un medico del penitenziario piemontese gli avrebbe suturato con cinque punti. Lo ha affermato Giovanni Senzani durante l' udienza del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Br invitando i giudici della corte d' assise a disporre indagini su tali episodi. Dalla gabbia, Senzani ha preso la parola, poi interrotto dal pubblico ministero Gabriele Chelazzi, per leggere una dichiarazione in merito a un progetto di attentato all' ex giudice di sorveglianza di Livorno, Coviello, di cui si e' parlato spesso in questo processo. Senzani ha detto che una delle motivazioni che erano alla base di quel progetto era il fatto che "Coviello era uno dei responsabili dell' isola - carcere di Pianosa, il lager dove stanno rinchiusi mille prigionieri di cui 250 sottoposti a regime differenziato", carcere che sarebbe "sottoposto - ha aggiunto - a periodici cicli di irrigidimento che si traducono in massacranti pestaggi dei prigionieri". L' udienza e' stata dedicata al supplemento di interrogatorio del "pentito" Giovanni Ciucci, chiesto dal pm Chelazzi. l' ex ferroviere pisano ha precisato, rispondendo a una domanda dell'accusa, che Senzani avrebbe fatto parte del direttivo del "comitato" solo per i primi tre mesi del 1979, mentre in seguito ne avrebbe seguito l' attivita' da "esterno", come fecero Dura, Gallinari, Savasta e la Balzerani. Il "pentito" ha poi fatto la storia della dotazione "militare" dei brigatisti toscani precisando che il grosso delle armi e degli esplosivi fatti ritrovare da lui stesso sui monti apuani nell' inverno del 1982 erano stati portati in Toscana nella primavera del 1981 dalla Balzerani. In apertura di udienza la corte d' assise, con una ordinanza, ha stralciato la posizione di uno degli imputati, Pietro Frediani, che una perizia psichiatrica ha riconosciuto affetto da psicosi schizofrenica e quindi del tutto incapace di intendere e di volere, e ne ha ordinato il ricovero nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino.

2 dicembre - Nel 1960, mentre Aldo Moro da segretario nazionale della Dc impostava la linea del centrosinistra, giungevano all'arcivescovo di Bari, mons. Nicodemo, lettere, note riservate e inviti pressanti da parte del card. Siri, presidente della conferenza episcopale italiana, che giudicava "rischioso" il progetto politico. A questi inviti Moro rispose con un lungo "appunto" nel quale illustrava la necessita' di avviare il nuovo corso, alla luce di quanto stava accadendo nel mondo politico italiano. Lo rileva, citando documenti inediti, il giornalista Antonio Rossano, redattore della Rai, nel libro "L'altro Moro" che ha scritto per la Sugarco e che e' stato presentato a Bari nel corso di un dibattito fra il giudice costituzionale Renato Dell'Andro, che fu allievo di Moro, il presidente dei deputati socialisti, on. Rino Formica, e il filosofo comunista Giuseppe Vacca. Secondo quanto afferma Rossano, il card. Siri intendeva fermare il progetto politico di Moro, il quale, tra l'altro, in una lettera autografa a mons. Nicodemo, comunicava di aver gia' fatto pervenire "alcune osservazioni al santo padre" (Giovanni XXIII) e di aver motivo di ritenere che fossero state "benevolmente accolte". Dal libro di Rossano, del quale i documenti citati costituiscono solo una parte, emerge la figura di un uomo "condannato" alla solitudine, talvolta contrastato anche all'interno del suo partito, ma battagliero.

3 dicembre - Sette anni di reclusione e sessanta milioni di multa sono stati chiesti dal pubblico ministero Luigi De Ruggiero per Sereno Freato, ex segretario particolare di Aldo Moro. A queste conclusioni il rappresentante della pubblica accusa e' giunto al termine della requisitoria davanti alla settima sezione del tribunale penale nel processo per il terzo troncone milanese del cosidetto scandalo dei petroli. La vicenda processuale riguarda una cinquantina di persone coinvolte nell' attivita' e poi nel fallimento della raffineria Bitum-oil di Vignate (Milano) di cui era titolare Bruno Musselli. In questa causa Freato e' accusato di associazione per delinquere, corruzione, evasioni d' imposta e concorso in bancarotta. Secondo il capo d' imputazione lo stesso Freato sarebbe stato socio occulto della societa', circostanza che l' imputato ha sempre respinto. Il dott.De Ruggiero e' arrivato a chiedere la condanna dell' ex segretario di Moro, dopo aver sostenuto che la sua versione dei fatti non trova riscontro nella realta'. Il pubblico accusatore ha chiesto poi quattro anni e sei mesi di reclusione per Bruno Musselli, gia' condannato ad altri sei anni nel primo processo per il contrabbando della Bitum-oil. Il fratello di Musselli, Enrico, secondo il dott.De Ruggiero, dovrebbe essere condannato a soli sei mesi per le false fatturazioni, mentre dovrebbe essere assolto per insufficienza di prove dalla bancarotta e non si dovrebbe procedere per l' accusa di corruzione. Esaminando la posizione degli altri imputati, il pubblico ministero ha chiesto tre anni e sei mesi di reclusione ciascuno per ventidue sottufficiali e agenti della guardia di finanza implicati in episodi vari di corruzione. Tre anni e sei mesi anche per l' ufficiale della " finanza" Umberto Ricucci, quattro anni e sei mesi per il direttore dell' Utif (ufficio tecnico imposte di fabbricazione) di Milano, Eugenio Denile, tre anni per l' imprenditore petrolifero Bruno Magnini, due anni e sei mesi per Gianfranco Magnini, un anno e sei mesi per Mario Mottola. Per quattro imputati (Filippo Zorzo, Angelo Pallerani, Francesco Nicolini e Giulio Cremaschi) De Ruggiero ha chiesto l' assoluzione con formula dubitativa. Attraverso i vari episodi di contrabbando elencati nel capo d' imputazione sarebbero state evase imposte per circa quindici miliardi. Da qui la richiesta di risarcimento presentata dall' avvocatura dello stato per conto del ministero delle finanze.

3 dicembre - Per aver tentato di "scippare" la signora Eleonora Moro, vedova di Aldo Moro, Stefano De Santis, catturato subito dopo il tentativo di furto, e' stato condannato a quattro mesi di reclusione. la sentenza e' stata pronunciata dal pretore Luigi Fiasconaro, della nona sezione penale, che ha concesso all'imputato i benefici di legge.

3 dicembre - La storia e l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse e' stata al centro della prima parte della requisitoria che il pubblico ministero Gabriele Chelazzi ha svolto al processo in corso nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di Santa Verdiana contro Giovanni Senzani e altri 32 imputati. Chelazzi ha ricordato ai giudici della corte d' assise le vicende del "comitato" fino agli arresti del dicembre 1978, da cui nacque un precedente processo, da tempo chiuso con una sentenza passata in giudizio, e l' attivita' di riorganizzazione dei brigatisti toscani con la supervisione di vari esponenti di primo piano delle Br, fra cui oltre a Senzani, Riccardo Dura, Rocco Micaletto, Roberto Savasta e Barbara Balzerani.

4 dicembre - La condanna di Giovanni Senzani a dodici  anni di reclusione e' stata chiesta dal pubblico ministero Gabriele Chelazzi a conclusione della sua requisitoria al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Chelazzi ha chiesto la condanna per 26 dei 32 imputati - da un massimo di dodici anni per Senzani e per Flavio Lori a un minimo di quattro mesi di reclusione - la dichiarazione di non punibilita', come previsto dalla cosiddetta legge sui "pentiti", per cinque imputati che si erano dissociati e l' assoluzione con formula piena dall'accusa di appartenere al "comitato" di Tiziano Forconi, un ex agente di custodia. Per il pentito Giovanni Ciucci l' accusa ha chiesto la condanna a due anni da aggiungersi ai sette anni cui e' stato condannato in maniera definitiva per il sequestro Dozier. Senzani, cui non sono stati contestati i reati associativi, e' accusato di numerosi reati in relazione ad attentati (tutti incruenti): per molti di essi Chelazzi ne ha chiesto l' assoluzione visto che dal dibattimento e' emerso che la sua appartenenza al "comitato" e' durata solo qualche mese, ma ha sottolineato il suo comportamento processuale sostenendo che egli "non ha mai cessato di ritenersi in assoluto, insanabile conflitto armato con tutta la comunita' sociale".

5 dicembre - Al processo in corte d' assise per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario zoscano" delle Brigate rosse la parola e' passata ai difensori. L' avvocato Ottavio Mannelli, difensore d' ufficio di Giovanni Senzani e Flavio Lori, per i quali il pubblico ministero Gabriele Chelazzi aveva chiesto le condanne maggiori (12 anni di reclusione), ha sollecitato i giudici ad assolvere i suoi assistiti. In subordine il legale ha chiesto la condanna al minimo della pena. In particolare Mannelli si e' rifatto alla sentenza della corte di cassazione che esclude il concorso morale per chi fu a capo di organizzazioni terroristiche, ma non partecipo' direttamente alla esecuzione dei delitti commessi dalla banda. Per Anna Mutini, moglie di Umberto Catabiani, ucciso in una sparatoria con la polizia, Mannelli ha chiesto la " non punibilita'" poiche' la donna si e' limitata ad aiutare il coniuge. La stessa tesi era stata sostenuta dal pubblico ministero. L' avvocato Curandai ha sollecitato l' applicazione della continuazione per i reati commessi da Salvatore Bombaci (sette mesi di reclusione erano stati chiesti per lui da Chelazzi). Hanno poi parlato gli avvocati Cosmai e Mori, difensori dei dissociati Giacomo Billi, Maria Teresa Carta, Pierluigi Cosimi e Comunardo Lavori, chiedendo per loro la "non punibilita'" , cosi' come sostenuto dal pubblico ministero.

5 dicembre - Si svolgono a Tolentino (Macerata) i funerali di Giancarlo Guazzaroni, il brigatista rosso condannato a dieci anni di carcere il 30 marzo 1980 per detenzione di munizioni. Guazzaroni, che aveva 42 anni, si trovava nella sua citta' natale, dove risiedono la moglie ed i genitori, da qualche tempo. Liberato per decorrenza dei termini di carcerazione nell' aprile del 1983, era fuggito in Francia. A Parigi, dove si era stabilito, era stato assalito dal tumore che lo ha portato alla morte. In considerazione della gravita' del suo stato aveva ottenuto la sospensione dell' ordine di cattura ed aveva potuto far ritorno a casa. Di Guazzaroni, amico di Patrizio Peci (che in seguito lo accuso' ripetutamente), si comincio' a parlare nel 1971, allorche' venne arrestato perche' ritenuto "titolare" di un deposito clandestino di armi a Svolte di Fiungo, nei pressi di Camerino. I giudici, pero', lo assolsero, accertando che quelle armi costituivano una delle tante "piste devianti" dei servizi segreti dell' epoca. In seguito e' stato coinvolto in altri processi di terrorismo e sospettato di far parte del comitato marchigiano della Br; la condanna del 1980 venne in seguito alla scoperta, sulla sua auto, di munizioni e ricetrasmittenti.

6 dicembre - La corte d' assise di Firenze, davanti alla quale si svolge il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, ha accolto le istanze di scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia preventiva presentate dai difensori degli imputati Giovanni Senzani, Flavio Lori, Giovanni Ciucci e Salvatore Bombaci. Tutti e quattro restano pero' in carcere perche' detenuti per altra causa. Gli avvocati difensori che dovevano fare oggi le loro arringhe non si sono presentati.

7 dicembre - Il consiglio di facolta' di scienze matematiche, fisiche e naturali dell' universita' di Arcavacata di Rende respinge la domanda presentata dal prof. Franco Piperno, l' ex leader di Autonomia operaia rifugiato in Canada e colpito da un mandato di cattura emesso dai giudici che indagano sul sequestro e l' assassinio di Aldo Moro, per l' ottenimento della cattedra di struttura della materia. La domanda, secondo quanto si e' appreso, e' stata rigettata non perche' Piperno, vincitore di concorso nazionale, non avesse i requisiti per ottenere l' incarico ma perche' la cattedra chiesta dall' ex "leader" di autonomia operaia risulta gia' occupata da un altro professore. Piperno che ha spedito dal Canada la documentazione per la partecipazione al concorso di professore associato, puo' adesso ripresentare la domanda per una qualsiasi delle materie comprese nel raggruppamento di fisica, quello cioe' per il quale ha vinto il concorso, ed in teoria, se la stessa cattedra dovesse risultare scoperta, potrebbe regolarmente ottenere l' incarico.

9 dicembre - Con l' arringa dell' avvocato Rodolfo Lena, difensore di Armando Augusto, prosegue il processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Armando Augusto, 38 anni, medico delle ferrovie, e' accusato di partecipazione a banda armata. L' avvocato Lena ha escluso che Augusto sia mai entrato a far parte delle Br, un' organizzazione "che era totalmente estranea al modo di pensare del medico". Lena ha citato, a questo proposito, uno scritto di Armando Augusto nel quale il medico "compiangeva coloro che entravano nella lotta armata".

10 dicembre - Al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse, l' avvocato Nino Filasto', parlando in difesa di Paolo Baschieri che all' epoca dei fatti contestati era detenuto, sostiene che "Non c' e' partecipazione a banda armata quando l' accusato e' in carcere". Per quanto riguarda la posizione di Luigi Castaldello, Nino Filasto' ha sostenuto "che non era uno degli organizzatori della banda armata" e che, comunque, "secondo quanto hanno stabilito recenti sentenze, anche se fosse stato organizzatore questo non significa che debba rispondere di tutta una serie di reati specifici per i quali non esiste prova della sua partecipazione". L' avvocato Filasto' ha parlato anche in difesa di Dante Cianci, associandosi alle richieste del pubblico ministero che aveva chiesto per Cianci un aumento di pena in continuazione con i reati per i quali e' gia' stato condannato con sentenza definitiva.

11 dicembre - L' applicazione delle attenuanti "in virtu' del contributo di eccezionale rilevanza dato al processo", e' stata chiesta dall' avv. Valerio Valignani per il suo assistito, Giovanni Ciucci, al processo sull' attivita' del comitato rivoluzionario toscano delle Brigate rosse. Ha parlato anche l' avv. Enrico Menzione difensore di Annunziata Fruzzetti, Enrico Frediani, Franco Pieri, Roberto Nicoli e Michela Vaghetti. Secondo il legale, il comitato non era una associazione costituita per fini eversivi ma solo una banda armata della quale i primi quattro erano "partecipi", ma non organizzatori. Per Michela Vaghetti l' avv. Menzione ha chiesto l' assoluzione per non aver commesso il fatto (la donna e' accusata di aver operato collegamenti fra componenti della banda, fornendo notizie sull' ambiente carcerario).

12 dicembre - Il ministro di grazia e giustizia Martinazzoli risponde, anche per conto del ministro dell' interno Scalfaro, a una interrogazione presentata dal sen. Sergio Flamigni, del Pci, su alcuni fatti concernenti il processo sull' assassinio di Aldo Moro. Nella risposta scritta dei due ministri si fa presente che in relazione ai singoli punti della interrogazione, la procura della repubblica presso il tribunale di Roma ha riferito quanto segue: "le bobine non hanno subito manomissioni di sorta e non sono in parte mancanti. Sono stati acquisiti gli originali delle bobine medesime. Pertanto non sono state disposte le indagini" sollecitate dall' interrogazione, relativa ad accertamenti, amministrativi o giudiziari. Nella risposta e' anche scritto che "non sono state disposte indagini su un fatto risultato irrilevante" in relazione alla richiesta di indagini a proposito di una interferenza che avrebbe effettuato un agente di polizia durante l' intercettazione di una conversazione telefonica tra il vice parroco di Santa Lucia in Roma, scelto dai terroristi per il recapito di lettere e documenti, e altra persona. Rispondendo poi alla richiesta sul responsabile della sparizione di una pellicola fotografica nella quale dovevano essere ritratti personaggi della 'ndrangheta o comunque terroristi tornati a via Fani dopo la strage, la risposta sottolinea che "effettivamente la pellicola fotografica non e' stata rinvenuta". "I fotogrammi del rullino vennero sommariamente esaminati da un funzionario di polizia che ne rilevo' l' inutilita' per lo sviluppo delle indagini (le immagini erano infatti relative alla situazione dei luoghi dopo lo svolgimento della strage e dopo che erano ormai intervenute le forze dell' ordine)". Rispondendo poi alle richieste se siano stati svolti accertamenti per individuare l' estensore dell' appunto non firmato nel quale si affermava che il 16 ottobre 1978 l' appartamento in via Montalcini in Roma e i suoi inquilini non destavano sospetti e alla richiesta di chi abbia consentito a vari estremisti di sinistra di utilizzare in un appartemento di via Monserrato a Roma l' utenza telefonica n. 6565509, i due ministri precisano che "sono state svolte esaurienti indagini le quali hanno avuto esito negativo". Infine nella risposta scritta si afferma che "non vi e' prova alcuna, allo stato,  di interferenze di componenti o collaboratori dei servizi segreti" in relazione alla richiesta del sen. Flamigni se a determinare i gravi fatti non abbiano in qualche modo contribuito componenti o collaboratori dei servizi segreti "la cui catena di comando era all' epoca tutta in mano agli iscritti della p2". In una nuova interrogazione il sen. Flamigni ha chiesto ai ministri della giustizia e dell' interno di conoscere i loro intendimenti in ordine al comportamento della procura della repubblica presso il tribunale di Roma che sarebbe "venuta meno ai suoi doveri riferendo al ministro, e tramite lui al parlamento, cose inesatte e omettendo di promuovere l' azione penale per fatti procedibili d' ufficio". Secondo Flamigni "non corrisponde a verita' l' affermazione contenuta nella risposta secondo la quale le bobine non hanno subito manomissioni di sorta e non sono in parte mancanti". Nella nuova interrogazione si sostiene che "la bobina contenente la registrazione delle telefonate effettuate il 15 e il 16 aprile dal n. 5891307 intestata a Nicola Rana e risultata interamente cancellata come si evince dall' ordinanza del 17 novembre 1982 della corte di assise del processo Moro e dalle domande che in proposito il presidente Santiapichi rivolse in dibattimento al teste Spinella, ex capo della Digos". Secondo Flamigni, inoltre "la bobina contenente le registrazioni delle telefonate effettuate dalla parrocchia di Santa Lucia risulta mancante". Nella nuova interrogazione si sottolinea anche che dal 22 aprile 1978 la procura della repubblica di Roma ha ordinato di porre sotto controllo il telefono della parrocchia di Santa Lucia. Flamigni ha pertanto chiesto per quali motivi la procura non abbia ritenuto di verificare ipotesi di reato e per quali motivi la stessa procura "non sapeva ancora cio' che poi si e' saputo: cioe' che un testimone aveva notato tra i curiosi accorsi sul luogo dell' eccidio uno dei tre terroristi fermatisi nel bar Igea". Infine Flamigni ha chiesto se "effettivamente sono state svolte indagini esaudienti e quali esiti abbiano potuto dare in ordine a fatti certi e cosi' gravi come l' utilizzazione, da parte di due stranieri assiduamente sorvegliati dai nostri servizi di sicurezza, Herve Kerien e Maurice Brover Rabinovici, di una utenza telefonica appartenente alla segreteria della prima presidenza della corte di cassazione come attesta il rapporto della Digos di Roma del 1979".

12 dicembre - Proseguono le arringhe dei difensori al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. L' avvocato Danilo Ammannato, difensore di cinque dei 32 imputati, ha esordito invitando i giudici della corte d' assise a rimuovere "l' assuefazione e la rassegnazione alla cultura dell' emergenza", ad essere "giudici penali" e "a basarsi quindi sui fatti, senza confondersi col ruolo della pubblica accusa". Riferendosi alle richieste del pm Gabriele Chelazzi, il legale ha poi sostenuto che e' in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione chiedere, per reati analoghi, pene troppo differenziate a seconda del diverso atteggiamento processuale tenuto dagli imputati. "La legge sui pentiti - ha poi detto Ammannato - viene spesso interpretata come se si potesse condannare unicamente sulle loro parole, mentre il diritto penale esige che le accuse vengonano provate da fatti e riscontri oggettivi". Infine il legale ha sottolineato la "lieve entita'" dei fatti attribuiti al "comitato" ricordando che anche un "pentito" come Savasta ha parlato di esso come di una struttura di minima incidenza sul piano politico - militare.

13 dicembre - Domenico Giglio, 32 anni, appartenente al "gruppo storico" delle Brigate rosse, e' stato condannato a sei mesi di reclusione per la partecipazione ad una sommossa (novembre 1978) nel carcere (in quel periodo di massima sicurezza) di Termini Imerese. La sentenza e' del tribunale di Termini, che ha assolto per non aver commesso il fatto un altro terrorista, Alessandro Fusco. Per gli stessi reati erano stati condannati l' anno scorso altri componenti delle " Br", tra cui Renato Curcio e Nicola Pellecchia. In quell' occasione la posizione di Giglio e Fusco era stata stralciata perche' entrambi erano impegnati in altri processi.

13 dicembre - Si concludono le arringhe della difesa al processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Parlano gli avvocati Pacchi, Gracci e Focacci, che hanno messo in rilievo fra l' altro la mancanza, nella storia del comitato, di azioni cruente.

16 dicembre - I giudici della corte d' assise di Firenze si ritirano in camera di consiglio per la sentenza del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano" delle Brigate rosse. Nessuna replica da parte del pubblico ministero Gabriele Chelazzi e nessuna dichiarazione da parte degli imputati presenti nell' aula - bunker dell' ex carcere femminile di s. Verdiana, fra cui Giovanni Senzani.

17 dicembre - Un invito alla Dc a promuovere la realizzazione di una "fondazione Moro", per mantenere vivi il pensiero e l' insegnamento dello statista cattolico cosi' tragicamente scomparso, per raccogliere le sue opere ed alimentare intorno ad esse il dibattito sui temi piu' importanti della societa' italiana, e' stato formulato nel corso di una iniziativa promossa dal movimento giovanile del partito. Il presidente della Dc Piccoli, presente alla cerimonia, ha annunciato al riguardo che nei prossimi giorni si terra' sull' argomento una apposita riunione, con la partecipazione del segretario politico De Mita. Anche l' on. Elio Rosati ha auspicato "iniziative del partito" per arrivare alla costituzione, su basi stabili, di una "fondazione" come centro di divulgazione e di analisi del pensiero di Aldo Moro, mentre l'on. Tina Anselmi ne ha ricordato la particolare attenzione verso i giovani, e come egli ne fosse ricambiato. Questi ed altri ricordi sono emersi nel corso della presentazione ufficiale del libro di Maria fida Moro "In viaggio con mio papa'", in cui l' autrice, dal Giappone alla Russia, dall' Iran a Israele, ripercorre i giorni dei viaggi all' estero compiuti al seguito di un uomo di stato d' eccezione, che era anche - come detto nella presentazione del volume - un padre straordinario: Aldo Moro, ricostruendo non la trama dei contatti politici delicati che erano la ragione prima di quelle visite, ma l' intreccio "sotterraneo e umanamente significativo dei piccoli fatti, delle abitudini e delle scoperte minime che di quei viaggi formavano la sostanza quotidiana e l' interesse piu' intimo". Ha presentato  il volume l' on. Piccoli, il quale - soffermandosi sul suo contenuto: i viaggi di Moro, appunto - ha rilevato che, con il libro, "il viaggio vero, lo percorriamo nella psicologia, nell' animo, nello spirito di Aldo Moro", non il presidente del consiglio o il ministro degli esteri, o l' uomo di partito, il professore universitario o il presidente della Fuci e del movimento laureati, ma - ha sottolineato Piccoli - "l' uomo Moro". Dopo aver annotato che "c' era una lacuna finora incolmabile in quanto si e' scritto di Moro e su Moro: che cioe' si e' sempre fatto scomparire l' uomo negli eventi storici, fino, addirittura, a trasformare lui stesso in un evento storico", Piccoli ha osservato che "perfino le poche, talora strumentali, (quando non strumentalizzate) pagine biografiche hanno fatto dimenticare il rapporto intimo, eppure storicamente importantissimo fra l' uomo e l' evento, l' uomo con la sua spiritualita' e la sua vita domestica e quotidiana, l'uomo che attraverso le piccole cose costruiva le grandi". Secondo piccoli, Maria Fida Moro, anche con questo libro, ha cominciato ha riempire tale lacuna.

18 dicembre - Prima condanna per Giovanni Senzani. L' ex responsabile del "fronte delle carceri" delle Brigate rosse e' condannato dai giudici della corte d' assise di Firenze a sette anni e sei mesi di reclusione al termine del processo per l' attivita' del "Comitato rivoluzionario toscano", in cui era l' imputato di maggior spicco, anche se non accusato di reati associativi. La sentenza, letta  alle 11 dal presidente Pietro Cassano dopo 50 ore di camera di consiglio nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di S.Verdiana, ha in gran parte accolto le richieste del pubblico ministero Gabriele Chelazzi discostandosene solo per quanto riguarda le pene (per Senzani e Flavio Lori il pm aveva chiesto dodici anni mentre entrambi sono stati condannati a sette anni e mezzo), in generale piu' miti, e la posizione di un imputato minore, Antonio Barbagli, di cui era stata chiesta la condanna e che e' stato invece assolto per insufficienza di prove. Dei 32 imputati, 26 sono stati condannati a pene varianti da pochi mesi a sette anni e mezzo di reclusione, mentre per i restanti cinque e' stata dichiarata la non punibilita', quattro per essersi dissociati subito dopo l' arresto, una quinta in quanto l' iniziale accusa di banda armata e' stata derubricata in favoreggiamento, reato, non punibile se compiuto in favore del coniuge. Il pentito Giovanni Ciucci, sulla base delle cui dichiarazioni era nata nel gennaio 1982 la seconda inchiesta sulla struttura toscana delle Br (l' imputato ne e' stato uno dei capi), e' stato condannato a un anno e mezzo di reclusione da aggiungersi alla condanna defintiva a sette anni e un mese che gli era stata comminata dalla corte d' assise d' appello di Venezia nel febbraio scorso nel processo per il sequestro del generale americano Dozier, di cui l' ex ferroviere pisano era stato uno dei carcerieri. Senzani ha seguito con indifferenza la lettura della sentenza. poi, avvicinato dai giornalisti che gli chiedevano un commento a questa prima condanna, ha detto:"questo e' un tribunale di periferia, la rivoluzione non si fa qui", annunziando la stesura di un " documento politico sulle lotte rivoluzionarie in corso in varie parti del mondo". Luigi Gastar, ritenuto uno dei capi del "comitato", oltre che per banda armata e vari reati connessi, per cui i giudici gli hanno inflitto sei anni e mezzo, e' stato condannato anche ad altri due anni di reclusione per calunnia nei riguardi di alcuni funzionari della questura di Firenze.

conflenti (catanzaro), 23 dicembre - A Conflenti (Catanzaro) il vescovo di Nicastro, mons. Vincenzo Rimedio, nell' annunciare la consegna del "premio della riconciliazione", a Maria Fida Moro "per la sua grande forza d' animo - si legge nella motivazione - e la sua profonda religiosita', che le hanno consentito di perdonare gli assassini del padre", dice che "dopo aver ritirato il nostro premio, Maria Fida Moro ci ha svelato di avere incontrato nei giorni scorsi in carcere Valerio Morucci e Adriana Faranda e di essere stata con loro prima a messa e poi a cena".

30 dicembre - Voci diffusesi ad Ancona nei giorni scorsi, secondo le quali Tommaso Gino Liverani, il brigatista rosso colpito da un mandato di cattura internazionale, sarebbe morto in Nicaragua, non trovano conferme, ma neppure sono state smentite da parte di alcuni familiari. Secondo queste voci liverani sarebbe morto per una grave malattia a Managua, dove avrebbe lavorato come operatore per l' ente televisivo nicaraguense. Arrestato il 23 ottobre 1979 a Falconara Marittima (Ancona), perche' sospettato di far parte della colonna marchigiana delle Br, (lavorava in un albergo dove i brigatisti si riunivano) Liverani era stato scarcerato per decorrenza dei termini il 7 gennaio 1981 e avrebbe raggiunto il Nicaragua, dopo una sosta a Parigi. Il 9 maggio del 1983 veniva condannato in contumacia a sei anni di reclusione per partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, condanna confermata in appello l' 11 dicembre dello scorso anno. Liverani, nato 55 anni fa a Bagnacavallo (Ravenna), era stato segnalato in Nicaragua la scorsa estate, ma le autorita' di Managua hanno sempre smentito la presenza nel paese di terroristi italiani.

30 dicembre - Sei valige di documenti, fra cui volantini delle "Brigate rosse", schedature  di esponenti dell' estrema destra  e delle forze dell' ordine, 60 carte d' identita' rubate, sono state trovate dalla Digos milanese, oltre a detonatori, una miccia, divise di ferroviere e di portalettere, in un abbaino di viale Bligny 42, affittato fin dal 1974 da Giuseppe Ferrari Bravo, 36 anni, medico della usl di Sesto San Giovanni (Milano). Negli anni 70 esponente del movimento di estrema sinistra "avanguardia operaia", Ferrari Bravo era stato arrestato nel settembre scorso nell'ambito dell' inchiesta sull' uccisione del giovane milanese di estrema destra Sergio Ramelli, aggredito a colpi di spranga da un gruppo del servizio d' ordine di "avanguardia operaia" davanti alla sua abitazione milanese nel marzo 1975. L'abbaino era stato affittato a Giuseppe Ferrari Bravo da una donna, che la Digos sta ora cercando di rintracciare. Risulta comunque che il Ferrari Bravo aveva pagato regolarmente l'affitto fino all'inizio del 1984. Da allora non aveva piu' pagato, pur mantenendo le chiavi e quindi l'uso dell'abbaino, che comunque, dalle prime indagini, risulta frequentato anche da altre persone fino agli ultimi tempi. La scoperta delle valige e' stata casuale. Un individuo senza casa ha cercato di procurarsi un'abitazione, occupando quell'abbaino. Ha cosi' forzato la porta ed e' entrato. Viste le valige le ha aperte e, resosi conto di quanto contenevano, ha telefonato alla redazione del "Giornale" con la speranza di poter ricevere del denaro per questa segnalazione. 'Il Giornale" ha pero' subito avvertito la Digos che si e' recata sul posto, sequestrando tutto. L'esame di quanto contenuto nelle sei valige non e' stato ancora ultimato. Risulta comunque che vi sono documenti che vanno dal 1974 al 1980-81 fra cui volantini delle "brigate rosse" rivendicanti alcuni attentati. Si tratta di volantini gia' noti. Due comunque sono "originali", mentre gli altri copie. Vi e' poi un'accurata schedatura di almeno 3-400 esponenti dell'estrema destra di tutt'Italia; fotografie e diapositive che inquadravano esponenti delle forze dell'ordine in servizio nel corso di manifestazioni; materiale proveniente da caserme, fra cui manuali di addestramento, tattici e per l'impiego di esplosivi; una piantina di Milano con su segnate le abitazioni di alcuni fra i piu' accesi esponenti dell'estrema destra. Sono stati trovati inoltre divise di postino e di ferroviere, una decina di detonatori in perfetta efficienza, 60 carte di identita' rubate, un caricatore vuoto di pistola luger 7,65, un metro di miccia, un paio di manette, una fondina di pistola. Secondo la Digos si tratta di "materiale tipico" dell' epoca dell'organizzazione "avanguardia operaia" che, sempre secondo gli investigatori, negli anni '70 ebbe "strette contiguita' con le nascenti Brigate rosse". Giuseppe ferrari Bravo fu appunto un esponente di rilievo di "avanguardia operaia", nata negli anni '70 nell'ambiente studentesco milanese.
 


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