Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 - aprile |
3 aprile 2003 - L'ARCHIVIO PRIVATO ALDO MORO, 229 BUSTE DAL 1953 AL 1978
ANSA:
Duecentoventinove buste relative agli anni 1953-1978: e' l'archivio privato di Aldo Moro che' stato presentato oggi nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato i familiari dello statista e il ministro per i beni culturali Giuliano Urbani. A 25 anni dalla scomparsa di Moro saranno cosi' consultabili presso l'Archivio Centrale dello Stato gran parte dei documenti dello statista. Le buste conservano una documentazione di lavoro che testimonia il ruolo di protagonista nella vita politica e istituzionale del Paese ricoperto da Aldo Moro. Sono state acquisite dall'Archivio Centrale dello Stato nel 1995 e, dopo un accurato lavoro di riordino, catalogazione e fascicolatura, al fine di valutarne il livello di accessibilita', sono oggi aperte alla consultazione, "nel pieno rispetto della volonta' testamentaria".
Moro in una serie di lettere dalla prigionia rinvenute nell'autunno del 1990, aveva infatti disposto che il proprio archivio privato venisse destinato al nipote, Luca Bonini, e fosse conservato presso un istituto culturale. Le carte, oggi di proprieta' dello Stato, saranno liberamente consultabili, ad eccezione dei documenti di carattere riservato relativi alla politica interna ed estera, per i quali bisognera' attendere, come prevede l'attuale legislazione archivistica, 50 anni dalla loro data.
"Grazie anche alla sensibilita' dei familiari - ha dichiarato il Ministro Urbani - si realizza l'occasione di approfondire studi e riflessioni sulla figura di Aldo Moro, che tanto contribui' allo sviluppo civile e democratico del nostro Paese. Gli storici avranno ora a disposizione un materiale di eccezionale importanza per rileggere le vicende del nostro Paese alla luce delle considerazioni e delle interpretazioni di uno dei protagonisti della vita istituzionale italiana. E' significativo che oggi lo Stato e la famiglia Moro ne ricordino insieme la grande ricchezza morale e politica".4 aprile 2003 - DAGOSPIA RIPUBBLICA UN LIBRO DI MUGHINI SU INTELLETTUALI DI SINISTRA E CASO MORO
"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO", 1978
IL LIBRO CHE FELTRINELLI CENSURO' A GIAMPIERO MUGHINI
QUEL COMUNISMO CHE RISPETTAVA PIU' LE BR CHE LO STATO
Il mistero del caso Moro è così chiuso, obliterato e dietrologicamente scandagliato da una slavina di pubblicazioni, inchieste e rivelazioni che - notizia dell'ultima ora - la procura romana ha aperto una nuova indagine, di cui parleremo nei prossimi giorni. Intanto, su suggerimento di Francesco Cossiga, all'epoca del sequestro di via Fani ministro degli Interni, Dagospia ha portato alla vostra conoscenza e curiosità "Il misterioso intermediario - Igor Markevic e il caso Moro", un ottimo libro Einaudi ad opera di Fasanella e Rocca. Contemporaneamente sugli scaffali delle librerie è apparso "Odissea del caso Moro" (editori Edup) di Vladimiro Satta, prefazione di Giovanni Sabbatucci, consulente della Commissione Stragi. Infine, questa mattina, Gian Marco Chiocci su "Il Giornale" scrive che il brigatista ergastolano in libertà condizionale Valerio Morucci ripercorre per la rivista romana "Accattone" la cronaca del sequestro Moro. E per fortuna che il caso era chiuso.
E in questo mistero entra di corsa il coraggiosissimo libro di Giampiero Mughini, "Gli intellettuali e il caso Moro", edito nel 1978 da Librerie Feltrinelli. Attenzione, "Librerie". Perché, come racconta più avanti Mughini stesso, il pamphlet - che metteva il dito nella piaga pro-Br degli intellettuali di sinistra - venne cestinato dalla Feltrinelli e pubblicato in seguito in una manciata di copie da "Librerie Feltrinelli". Ci sembra cosa buona e giusta ripubblicare integralmente, puntata dopo puntata, il libro che la sinistra pci-na censurò.LETTERA-INTRODUZIONE DI GIAMPIERO MUGHINI
A dirla in termini da bibliofilo, questa voluta da Roberto D'Agostino sul suo maliziosissimo sito è la prima edizione del mio Gli intellettuali e il caso Moro, di cui una sorta di pre-edizione semiclandestina e impossibile da trovare era uscita 25 anni fa, poco dopo il ratto e l'agonia di Aldo Moro.
Le cose erano andate così. Erano passate poche settimane dall'attacco di via Fani, e dubbia era ancora la sorte del leader democristiano in mano alle Brigate Rosse, e sui giornali s'era accesa la disputa se si dovesse pagare un prezzo per la sua vita e, più ancora, era apparso che qualche intellettuale a dover scegliere tra le Br e lo Stato si dichiarava neutrale. Eccome se c'era carne al fuoco.
Da non comunista, io lavoravo allora al quotidiano Paese Sera dove mi occupavo della terza pagina: ogni pomeriggio dopo le cinque scendevo giù in tipografia - era ancora l'epoca del piombo! - a impaginare e tagliare. Mi chiamarono al telefono. Era un redattore della Feltrinelli, mi pare fosse Marco Fini, che mi chiedeva a nome del suo editore un libriccino il più agile e spiccio possibile da dedicare alla discussione di cui ho riassunto prima i termini: dovevo scegliere gli articoli più interessanti, spiegarli e commentarli. Un centinaio di paginette in tutto da consegnare alla velocità del lampo. Lo feci. Pochi giorni dopo mi telefonò Marco Fini (questa volta ricordo perfettamente che era lui) e con aria amicale mi disse che il mio testo aveva suscitato una divisione in casa editrice, che c'era una fazione fieramente avversa a pubblicarlo, e una fazione favorevole, di cui facevano parte lui e il direttore editoriale della Feltrinelli, Gian Piero Brega. Alla mia domanda se i miei avversari erano i redattori più fieramente comunisti della casa editrice, ammiccò di sì. Aggiunse che mi avrebbe telefonato di lì a poco, sicuro che il libriccino sarebbe stato pubblicato.
Da quel momento in poi non ho mai più avuto contatti con qualcuno della Feltrinelli. Scrissi a Brega, una prima e una seconda volta. Niente. Telefonai al redattore romano della Feltrinelli con cui avevo avuto rapporti. Niente. Minacciai di far sapere ai giornali che cosa era successo. Niente. Diedi pubblicamente a Brega del "cialtrone". Niente. Intanto la plaquettina era uscita molti mesi dopo, quando la discussione era stata completamente dimenticata e il cadavere di Moro era ben freddo, in un'edizioncina semiclandestina con la dizione "Libreria Feltrinelli". Saranno state un paio di centinaio di copie, e ricordo un'amica che l'aveva comprato. Mi arrivarono poi 300mila lire dalla Feltrinelli. Di quell'edizioncina ne ho una copia, una soltanto. Dovessi vincere il Nobel della letteratura acquisterebbe un immenso valore bibliofilo.
Quanto poi alle ragioni dell'avversione dei redattori comunisti nei confronti del mio breve testo, non mi è facilissimo tentare di ricostruirle. Certo è che erano tempi in cui era strettamente interdetto mancare di rispetto a quella loro storia e a quella loro cultura. E del resto, ancora dieci anni dopo, non ci fosse stato quel matto di Giordano Bruno Guerri alla testa della Mondadori, mai e poi mai avrei potuto pubblicare un libro dal titolo Compagni addio."GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"
di Giampiero Mughini (Libreria Feltrinelli, 1978) - Prima parte
1 - Un giornalista da buttare
Una prova per tutte bastasse a misurare il fiuto di un giornalista, io ne uscirei male stando a come reagii, 21 marzo metà pomeriggio, ai "lanci" dell'agenzia Ansa su cui era trascritta una dichiarazione di Leonardo Sciascia in replica a un fondo del direttore del quotidiano per cui lavoro, Paese Sera.
Che non si trattasse di una replica in punta di miele lo si sussurrava già nei corridoi di redazione. Andai dalla segretaria di Coppola, Lia, a cercare il nero su bianco. Le fotocopie dell'agenzia erano sul tavolo del direttore, momentaneamente assente, e già stesa la sua risposta da telefonare all'Ansa, una ventina di righe con qualche cancellatura. Scorsi rapidamente, mi colpi lo scatto nervoso di Leonardo, pensai a una baruffa che durasse un giorno, fossi stato in Coppola non avrei neppure replicato, di logomachie la repubblica già sovrabbonda.
Non avevo capito nulla. Un giornalista da buttare.2 - Sparare con la macchina da scrivere
Non è tempo di cicale, con questo titolo il fondo di Aniello Coppola era stato pubblicato su Paese Sera del 19 marzo, due giorni prima della replica di Sciascia. Via Fani, semantéma tragico, era entrata nella nostra storia da alcune decine di ore. Una coltre di orrore su un paese già psicologicamente stremato. La reazione delle masse organizzate nelle grandi istituzioni partitiche era stata unanime, ma tutti sapevamo che era sufficientemente estesa l'area dell'indifferenza, del "finalmente è toccato a uno della razza padrona". Come a dire che al punto in cui siamo arrivati non meritassimo altro che l'azione fulminea di uomini che portano la morte. Un paese e una classe dirigente che così supinamente figura nel registro paghe della Lockheed non potrebbe aspettarsi nulla di diverso. Quel che era già stato detto per Kappler, l'agosto. Avremmo dovuto stupirci se non fosse riuscito a fuggire, non già del fatto che si sia involato. In taxi, in autobus, nei negozi, tutti abbiamo spiato questi commenti desolanti.
Vale dunque la pena difenderlo questo nostro Stato? Era il quesito d'avvio del fondo di Coppola, 65 righe, una colonna di prima pagina, giusta l'ubicazione che ne decretò Arrigo Benedetti al suo arrivo alla direzione di Paese Sera. Il riferimento a Leonardo Sciascia era contenuto nelle battute immediatamente successive, ancora al primissimo capoverso: "Il dubbio corre in quelle zone dell'estremismo che sono collegate a fisarmonica con il 'partito armato' e con l'eversione terroristica. E corre non soltanto come diretta proiezione delle ideologie e delle concezioni politiche proprie di queste formazioni, ma per l'eco delle suggestioni corrosive provenienti da intellettuali solitari, a cominciare da Leonardo Sciascia, da tempo arrivato alla conclusione che questo Stato sia da buttare. Tuttavia in giornate terribili come quelle che stiamo vivendo gli intellettuali abituati a pontificare sugli umori segreti della coscienza pubblica tacciono. Perché questo silenzio?"
A romperlo, questo preteso silenzio, era Leonardo Sciascia, via Ansa. Una dettatura di fuoco, Sciascia accusando Coppola di una sorta di terrorismo da macchina da scrivere. Silenzio il suo? Sì, "per tante ragioni". "E non ultima quella di una stanchezza e di un disgusto che mi prendono ogni volta che la più piccola verità che mi trovo a dire viene travisata dagli intolleranti e dagli imbecilli." Schiera di cui entrava a far parte il direttore di Paese Sera, che quel silenzio aveva interpretato con "arroganza e incomprensione", da vero e proprio terrorista: "Il fatto è che questa specie di terrorismo verbale è stato battezzato nella stessa parrocchia in cui è stato battezzato quello che spara: la parrocchia dello stalinismo innestatosi con indefettibile continuità sul fascismo e sul nazismo. Solo che i terroristi che sparano sono, disgraziatamente, molto più precisi di quanto non sia Coppola nello scrivere."
(1.continua)7 aprile 2003 - CASO MORO: INCHIESTA ROMANA SU INNOCENTE SALVONI
"Dagospia"
LA PROCURA ROMANA HA RIAPERTO IL CASO MORO
E SI RITORNA A BUSSARE ALLE PORTE DELL'HYPERION
PER ORA, FIGURA UN SOLO IMPUTATO: INNOCENTE SALVONI
La procura romana ha riaperto il caso Moro. La notizia era filtrata durante la presentazione, nella sala della libreria trasteverina Bibli, del libro di Fasanella & Rocca "Il misterioso intermediario - Igor Markevic e il caso Moro", per i tipi Einaudi. Adesso, la conferma. Con buona pace di Repubblica e Corriere della Sera (ma perché i due maggiori quotidiani italiani vanno ripetendo da settimane che su Moro ormai non c'é più nulla da sapere? bisognerà porsi questa domanda, e dare una risposta,prima o poi).
Nella nuova inchiesta, per ora, figura un solo imputato: Innocente Salvoni.
Salvoni é un personaggio assai interessante. Marito di Francoise Tuscher, segretaria del famigerato istituto di lingue parigino Hyperion e nipote dell'Abbé Pierre, il 16 marzo del 1978, venne riconosciuto da due testimoni come uno dei membri del commando brigatista che, in via Fani, sequestrò Moro. Ma l'Abbé Pierre si precipito a Roma, nella sede democristiana di piazza del Gesù, per incontrare alcuni membri della segreteria scudocrociata. Il risultato di quella visita fu che il nome del nipote venne cancellato dalla lista dei brigatisti ricercati.
Ora la magistratura torna ad occuparsi di lui e dell'istituto Hyperion.
Durante il caso Moro, l'Hyperion era collegato a un altro istituto di lingue francese che aveva sede in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani - dove fu ritrovato il cadavere di Moro. Poche settimane prima del sequestro, nel mese di febbraio, l'Hyperion aveva aperto un ufficio di rappresentanza a Roma, in via Nicotera 26 (in quello stesso edificio, c'erano alcune società coperte del Sismi). Quell'ufficio fu chiuso subito dopo il sequestro.
Ma che cos'era in realtà l'Hyperion? L'istituto, con ogni probabilità, era in rapporto con servizi segreti di diversi paesi (dell'est, dell'ovest e israeliano). il sospetto - già affiorato in altre inchieste giudiziarie poi abortite - é che intellettuali ad esso collegati facessero parte del cervello politico delle brigate rosse.
Significative, a questo proposito, due cose dette dal giudice Rosario Priore (titolare di ben 4 inchieste sul caso Moro) intervenendo alla presentazione del libro di Fasanella & Rocca chez Bibli.
La prima: i servizi segreti di diversi paesi sapevano che in Italia si stava preparando il sequestro Moro.
La seconda: il direttore d'orchestra Igor Markevic aveva rapporti con l'Hyperion...MEMO HYPERION
L'Hyperion di Parigi é una scuola di lingue fondata da tre esponenti della sinistra extraparlamentare italiana, Vanni Molinaris, Corrado Simioni e Duccio Berio. Tre personaggi ambigui che ebbero un ruolo nella storia delle Brigate rosse. Nel 1969 (con Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti), parteciparono al convegno del Collettivo politico metropolitano, in cui venne decisa la nascita delle Br. Secondo quanto dichiarato quasi trent'anni dopo da Franceschini nella sua audizione in Commissione Stragi, Molinaris, Simioni e Berio, malvisti dagli altri brigatisti perché ritenuti troppo violenti, avevano però un rapporto speciale con Moretti a un livello ancora più occulto delle Br: facevano parte di una struttura iperclandestina e dai contorni oggi ancora misteriosi denominata Superclan.
Un rapporto che si sarebbe ulteriormente rinsaldato dopo il 1974, quando dopo l'arresto di Curcio e Franceschini avvenuto alla stazione di Pinerolo, Moretti divenne il nuovo leader dell'organizzazione (doveva esserci anche lui, alla stazione, ma una provvidenziale telefonata anonima lo aveva avvertito della trappola preparata dai carabinieri: così non si presentò all'appuntamento con Curcio e Franceschini, e si guardò bene dall'avvisare i due compagni).
Con Moretti capo, le Brigate rosse alzarono sempre più il tiro, passando, dalla "propaganda armata", al terrorismo più brutale. Il punto più alto della nuova strategia fu il sequestro Moro, operazione preparata sin dal 1975.
E' stato ancora Franceschini ad avanzare sospetti sui legami tra l'Hyperion e servizi segreti stranieri. In particolare il Mossad, che prima della loro cattura avvicinò Curcio e Franceschini offrendo loro appoggi e protezione, purché le Br accentuassero il loro carattere militare: "Colpite chi volete, purché colpiate: a noi interessa solo che voi esistiate", era stata la richiesta del Mossad. Ha dichiarato Franceschini alla Commissione Stragi, il 17 marzo 1999: "Duccio Berio era il braccio destro di Simioni: suo padre era un famoso medico milanese a suo dire legato ai servizi segreti israeliani. Ho quasi la certezza che il canale attraverso cui fummo contattati passava per questa persona". Berio, tra l'altro, era anche il genero di Alberto Malagugini, esponente di primo piano del vecchio Pci.
Sull'Hyperion indagò anche il giudice padovano Guido Calogero, convinto che lì fosse il cervello politico delle Brigate rosse. Ma la sua inchiesta abortì, perché la notizia di una sua visita segreta a Parigi trapelò e i Servizi segreti francesi negarono ogni aiuto al giudice italiano.
In Segreto di Stato, il libro-intervista pubblicato nel 2000 (Einaudi, autori Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri), Giovanni Pellegrino per 7 anni alla guida della Commissione Stragi, avanza il sospetto che Hyperion fosse un punto d'incrocio tra Servizi segreti dell'Ovest e dell'Est, assolutamente necessario nella logica del mantenimento degli equilibri di Yalta. Hyperion, in altre parole, poteva essere uno strumento per operazioni comuni contro i nemici di Yalta. E Moro, con la sua politica di apertura al Pci, lo era.7 aprile 2003 - CASO MORO: NUOVO LIBRO
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Pierfranco Bruni rilegge i 55 giorni
Libro contromano su Moro e il '78
Non si può dire che i 25 anni dalla strage di via Fani e dal delitto Moro siano stati granché ricordati: fra Moro grande inattuale, come acutamente lo ha definito Pino Pisicchio (e attenzione, non si tratta di una svalutazione...), e i venti di guerra mediorientali, una grande occasione di riflessione è stata minimizzata.
Fra le poche serie iniziative, un libro di Pierfranco Bruni a metà tra la saggistica e il romanzo, L'ultima primavera. Aldo Moro: la tragedia di uno statista, edizioni Il Coscile di Castrovillari (0981-22632).
Bruni "rilegge" le lettere dalla prigionia dello statista pugliese (le riporta in appendice, tentandone una chiave interpretativa), all'interno di una storia d'amore tra due giovani che si raccontano narrando degli anni di piombo: la terrorista Marika e un io narrante che parla d'amore e politica, passione e rivoluzione.
Politicamente, Bruni contesta (ma 25 anni dopo è facile farlo; a caldo la situazione era ovviamente diversa...) la cosiddetta "linea della fermezza", convinto che il presidente della Dc si sarebbe potuto salvare ma, sostiene l'autore, la vicenda Moro non fu ben capita né a Destra né a Sinistra; nel contempo Bruni cerca di ricostruire gli stati d'animo delle giovani generazioni, di chi aveva vent'anni nel '78 e facilmente scivolava dalla passione politica nel fiancheggiamento del terrorismo o nel terrorismo tout court.
"Un anno terribile - scrive l'autore - mentre si leggeva Il suicidio della rivoluzione di Augusto Del Noce c'era qualcuno che la rivoluzione si illudeva di farla realmente. Ma Moro rappresentava proprio la centralità di una situazione che stava per esplodere definitivamente. Moro era cosciente di ciò. Da allora, sul piano politico, sono cambiate tante cose. La fine della Dc è cominciata con la morte di Moro. E' tempo ormai non di interpretare i fatti ma di entrare dentro i fatti attraverso la lettura di una realtà sia di politica nazionale che internazionale".
Nel libro si intreccia la vicenda romanzesca dei due giovani che vivono una storia d'amore e disperazione con l'analisi politica, centrata, come dicevamo, sulle lettere che Moro scrisse durantee i 55 giorni di prigionia nel "carcere proletario", quelle famose lettere "moralmente non a lui ascrivibili", come frettolosamente le archiviarono e liquidarono personaggi che avrebbero dovuto essergli vicini e che da sempre la famiglia ha esortato, comunque, a studiare. g. mazz.7 aprile 2003 - SECONDA PUNTATA LIBRO MUGHINI SI INTELLETTUALI E CASO MORO
"Dagospia"
"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"/2 - SCIASCIA CON MORAVIA CONTRO IL PASOLINI DEL "GENOCIDIO" DICCI': LE BR DELLA COVATA STALINIANA...
2 - Un "genocidio" durato trent'anni
Offrendo al dibattito avviato da Coppola la mina vagante di una supposta continuità, morale e di metodo, tra stalinismo - connotazione decisiva di un'intera fase del tragitto comunista - e terrorismo, Sciascia rincarava la posta in gioco. Accusato di latitanza in un momento di tregenda per le mura dello stato repubblicano, lo scrittore siciliano controbatteva imputando uno dei più autorevoli giornalisti comunisti di conservare i tratti della covata staliniana, da cui erano discesi i frutti avvelenati del terrorismo Br.
Quanto al quesito se valesse la pena o meno difendere le istituzioni per quello che adesso sono, Sciascia era altrettanto secco. Le istituzioni non hanno retto alla prova, impossibile assumersene la difesa. Sciascia faceva esplicitamente sue le "vere e lucide motivazioni" addotte da Alberto Moravia in un articolo del giorno precedente, terza pagina del Corriere della Sera.
Una convergenza insolita. Si possono rimproverare molte cose a Moravia, non di essere taciturno o pudibondo. Nessuna tribuna gli è vietata e lui se ne serve abitualmente, riuscendo a conservare un suo timbro anche nelle cose di più immediata e consumabile confezione. E sono tante. A un giornalista, una volta, che gli aveva chiesto cosa stesse facendo rispose: in questo momento praticamente nulla, sto ultimando un romanzo, una commedia, una raccolta di saggi, un'inchiesta e sto accumulando il materiale per un altro libro. Per la sua musa è sempre plenilunio.
Ciò nonostante in politica non ha mai pagato pedaggi ai potenti o alle idee dei potenti, dagli Indifferenti alle "8 domande sullo stalinismo" redatte da Nuovi argomenti. È stato contestato duramente dagli studenti nel '68, ma nessuno ha ancora dimostrato che le loro ragioni fossero migliori delle sue. Ha puntualmente raccolto i primordi e lo svolgimento della "rivoluzione" femminile. Ha firmato molti manifesti ma anche scritto analisi lucide, in quello stile limpido e medio che è il frutto di un calcolo vigile. Qualche infortunio, forse per la voglia di strafare, di usare sempre e comunque l'arma del mezzo di comunicazione di massa. Il suo resoconto televisivo sulla Persia poteva far rimpiangere un Emilio Cecchi, viaggiatore disponibile alla committenza di regime, ma che dell'America diede un quadro vero e drammatico.
Questo preambolo minimale per dire quanto Moravia sia stato "dentro" alla nostra storia civile e culturale, effimera e no. Non ha vissuto su picchi solitari, da cospirazione giacobina o da tragedia nicciana. Ha guardato e commentato, interpretando al suo modo una realtà contraddittoria, sensibile al particolare, al dettaglio. E invece, come un abbaglio improvviso, il suo elzeviro sul Corriere del 20 marzo contiene una totalizzazione senza residui: "Non avrei mai scritto una sola delle tantissime parole che, in discorsi, articoli, libri, hanno scritto gli uomini dei gruppi dirigenti italiani negli ultimi trent'anni, né fatto una sola delle tantissime cose che essi hanno fatto da quando sono al potere."
Nella sua buona sostanza torna, oggettivamente enfatizzata dall'immagine reiterata dei cinque morti di via Fani, un'espressione forte usata da Pier Paolo Pasolini nel suo contraddittorio con Andreotti: essere stato il trentennio a dominante democristiana il teatro di un vero e proprio "genocidio". Sparite le "lucciole"; spariti i sentimenti buoni; allontanati gli uomini dalla loro verità più profonda, che è la "terra", il campo; una società omogeneizzata nel suo abito più infame, un consumismo predatorio e "criminaloide". La poesia ha le sue esigenze, non sono solo le rime. La valenza delle metafore polemiche non si può pesare con quella stessa bilancia da cui hai appena tolto il prosciutto. La testimonianza intellettuale ha da essere acre, irresoluta. Purché non pretenda di assurgere, per divina consacrazione, a diagnosi storiografica, a bilancio politico.
In morte spaventevole di Pasolini, chi scrive diede ragione ad Andreotti e lo scrisse su pagine non sospettabili, Mondoperaio, organo del Partito socialista italiano. Le "lucciole" erano sparite, assieme a tanti altri aspetti dell'Italietta preindustriale, ma erano cresciuti gli impianti igienici, i telefoni, gli scolari, lo spessore della fettina di carne, il consumo di latte, il livello delle pensioni.
Riprendendo il filo della struggente "passione" pasoliniana, Moravia ne traeva di che spiegare il suo atteggiamento: "Questo sentimento di estraneità non è affatto un sentimento di indifferenza; ma di rifiuto straziante a forza di totalità e di impotenza." Impotenza a migliorare la facciata e la qualità della nostra democrazia, impotenza a scegliere bandiere da impugnare contro i portatori di morte. Impotenza dolorosa: "Perché è doloroso sentirsi straniero nel paese in cui si è nati e che ci ha allevati, di cui si parla la lingua, alla cui cultura si è contribuito col lavoro di tutta la vita; in altri termini perché è doloroso sentirsi stranieri a una parte di se stessi."8 aprile 2003 - TERZA PUNTATA LIBRO MUGHINI SI INTELLETTUALI E CASO MORO
"Dagospia"
"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"/3 - L'ESTREMA SINISTRA DAL CAOS A CASES: L'APOCALISSE NON SI CHIAMA VIA FANI MA DC...
3 - "Né con lo Stato né con le Br"
E che cosa accade nei templi dell'estrema sinistra? La loro teoria dei "compagni che sbagliano" (o "compagni combattenti" come li chiama Oreste Scalzone) dovrebbe mostrare rughe profonde alla luce dell'agguato di via Fani. E così è, almeno in parte. Già il pomeriggio di quel 16 marzo, a Facoltà di lettere a Roma, volano cazzotti tra gli autonomi e il resto del movimento studentesco. Nel Pdup-manifesto si accelera il processo di conversione di una sua ala (Magri, ecc.) verso un appoggio critico alla sinistra "riformista".
Lotta continua, che dell'estremismo giovanile è la faccia più autentica, lo specchio più completo, è percorsa da brucianti contraddizioni. Ormai da un anno, lo dimostrano le lettere raccolte in Care compagne, cari compagni, il quotidiano è platea e deposito di aspirazioni le più diverse. C'è chi manifesta avversione per la violenza, scrive che il ragazzo ventiquattrenne arso vivo dalle molotov degli autonomi, a Torino, è una vittima da compiangere tanto quanto il "compagno" Walter Rossi. E c'è invece chi scrive commuovendosi per chi, costretto dalla clandestinità, non può assaporare il profumo dei "castagni".
Come già era stato in morte di Casalegno: da una parte Andrea Casalegno, figlio del giornalista ucciso, "siamo arrivati a praticare una politica disumana, guardando agli uomini come simboli e non per quello che realmente sono"; dall'altra i tanti che scrivono, "Casalegno era un servo dello Stato, se lo meritava, non mi rincresce". Un'ambivalenza difficile da sciogliere. Pur dopo i fatti di via Fani, Lotta continua decide di mantenerla, istituzionalizzandola in uno slogan, "né con lo Stato né con le Brigate rosse". Né con i mitra di via Fani né con le "leggi repressive". Né con Curcio né con Aldo Moro. "In piazza si stava male", dicono i militanti di Lc, quando c'erano comunisti e democristiani fianco a fianco. I titoli di prima pagina del loro pugnace quotidiano riguarderanno dunque la goffa perquisizione operata dalla polizia alla libreria Uscita di Roma, come se la caratura ne fosse identica all'agguato di via Fani. E pronunziano "Bologna" come se fosse Rio de Janeiro o Buenos Aires, dove all'"ora del lattaio" sindacalisti e intellettuali spariscono verso il tunnel buio della segregazione e delle torture più orrende.
Questo slogan, questa posizione politica, trova illustri sostenitori. Già il 17 marzo, richiesto dal GR3, Franco Fortini aveva detto che i fatti di via Fani non gli facevano dimenticare "la lotta di classe", lo scontro sempre in atto tra "sfruttatori" e "sfruttati". Da anni, e nella nostra storia culturale più stimolante, Cesare Cases è l'alter ego di Fortini, ora sponda, ora interlocutore o contraddittore necessario, un sodalizio fatto non di ricalchi meccanici ma di comuni gesti intellettuali. Così è stato nell'indimenticabile dialogo in morte di Ernesto De Martino, ora riprodotto nell'antologia dei Quaderni piacentini pubblicata dalle edizioni Gulliver. Così è stato nel dibattito di cui ci stiamo occupando.
Cesare Cases ha un percorso suo nella mappa culturale dell'Italia del dopoguerra. Da ragazzo non è cresciuto nella "via napoletana", via Trinità Maggiore, dove abitavano Gaetano Arfé e Francesco Compagna: le sue "fonti" primarie non erano cioè quelle cui si sono abbeverati i due grandi filoni culturali del post-Croce, lo storicismo di sinistra e il laicismo salveminiano. Da ragazzo il giovane ebreo Cesare Cases è stato in Svizzera, vi ha avuto come insegnante Lucien Goldmann, vi ha imparato il tedesco. Si da leggere, ma forse anche "pensare", con la lingua di Marx e Lukàcs, questo sino ai primi anni '60 (nascita dei Quaderni rossi); con la lingua di Walter Benjamin, Theodor W. Adorno, Karl Kraus successivamente.
Come quasi tutti, Cases è stato comunista. Lo rimase anche dopo l'Ungheria, ma per poco. Un suo bellissimo saggio sulla politica culturale nella RFT, pubblicato su Nuovi argomenti, 1958, venne messo direttamente sul tavolo di Togliatti, che disse di lasciar perdere. Cases se ne andò con le sue gambe. E per lui varrà quel che è valso per tanti, sei stato una volta comunista, sei condannato ad essere per sempre anticomunista. Era stata la casa di Dio, è divenuta la casa dei dèmoni. Poco conta il nome ad iniziale minuscola di cui addobbare le due vissute assolutizzazioni: se "proletariato" o "rivoluzione" o "rivoluzione culturale". Purché sia invito alla palingenesi o commento dell'apocalisse, mai più analisi critica delle reali forze politiche e culturali in campo.
Una opzione che non nuoce alla pagina di Cases, ma la nutre. Pamphlettista elegantissimo, contro Armando Plebe o contro Roberto Calasso, quale potrete trovare nella nostra scena culturale solo il Piero Melograni del Saggio sui potenti. Maestro d'ironia e nell'arte di piazzare stoccate oblique, una prosa fatta di densissime sintesi intellettuali. È difficile immaginare come un personaggio del genere possa solo accostarsi al "sinistrese" dei gruppi "della nuova sinistra". E difatti, via apocalisse, il rapporto che Cases (o Fortini) ha con questi gruppi è totalmente schizofrenico. Non certo di partecipazione alla loro "militanza", o di corresponsabilità alle loro pagine più allucinate. È una specie di esaltazione, mai profanata da un essere dentro ai loro "atti", di questi gruppi come fossero la carica accesa di un possibile "altro" rispetto al reale com'è. È una scappatoia psicologica. Caduta per Cases la totalizzazione lukaciana (da lui impareggiabilmente difesa ancora in Marxismo o neopositivismo, 1957), in sua vece entra una finta totalizzazione, un qualcosa che è oltre la scrittura e il pensiero (tutti centrati nell'analisi di come è avvenuta l'apocalisse, la sua comica tragicità), che è oltre la società borghese, un luogo ideale dove non ci sarà più di che far mulinare la penna di un Karl Kraus. Per adesso siamo appena in Italia, che è come essere in Germania, nel regno della totalizzazione negativa.
Alla luce di queste premesse la lotta contro il terrorismo in difesa di questa democrazia, è per Cases bestemmia. Un "ricatto" da respingere, e lo scrive nella prima pagina del manifesto, 24 marzo. Alcune "formiche", alcuni intellettuali, avevano lanciato un bando contro il terrorismo. "Non bisognava firmare", commenta Cases. Non bisognava dar retta a Coppola ("costui"), a "coloro che accettano l'unanimità intorno al potere in nome dell'antiterrorismo" Tra "terrorismo" e "potere" va trovata una terza via, "senza dimenticare che dopo tutto il terrorismo minaccia l'esistenza di singoli, il potere quella di tutti". Detto altrimenti l'apocalisse non si chiama via Fani, ma Lockheed, Dc, compromesso storico, "riformismo", il Corriere su cui "noi della nuova sinistra" abbiamo erroneamente scritto per "sfiducia nella reale efficacia dei gruppi". Anche Cases propone un bando, né con lo stato né con le Br, da far firmare a quanti "non vogliono limitarsi a fare le cicale e a pontificare sul pessimismo storico". "Migliaia di non intellettuali vi si potrebbero riconoscere". Il manifesto, è da dire, non lo seguirà su questa strada e lascerà togliattianamente campo al comunista Cesare Luporini per una prima replica (domenica 26 marzo).8 aprile 2003 - CASO MORO: REGISTA FERRARA, UN COMPLOTTO DELLA P2
"La Sicilia"
"Un complotto della P2 contro Moro"
"SCIASCIAFILMFESTIVAL".
Il regista Giuseppe Ferrara ripropone la sua "verità"
Giuseppe Scibetta
L'on. Aldo Moro sarebbe stato vittima di un complotto che ha avuto come esecutori i Brigatisti Rossi capeggiati da Mario Moretti e come fiancheggiatori i componenti della loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli: una sorta di patto scellerato che il regista cinematografico Giuseppe Ferrara ha proposto con il suo film "Il caso Moro", ha scritto nel libro a cui ha dato lo stesso titolo ed ha raccontato ieri pomeriggio a Caltanissetta concludendo la prima delle due giornate di studio organizzate dall'amministrazione comunale nissena in occasione della manifestazione "SciasciaFilmFestival".
"Ci sono tante cose sul rapimento e sull'uccisione dello statista democristiano - ha detto il regista, autore anche dei film "Il sasso in bocca" e "Giovanni Falcone" - che non sono state approfondite: è come se lo Stato abbia voluto depistare, nonostante ufficialmente in tutti questi anni ci siano state tante indagini compiute dagli organi di polizia, accertamenti lunghissimi portati a termine dalle varie Commissioni parlamentari (sulla P2, sul caso Moro, sulle stragi) e cinque processi sulla vicenda Moro: io stesso ho raccolto delle testimonianze e dei documenti esplosivi per arrivare alla identificazione dei mandanti dell'omicidio Moro, che avrebbe avuto la complicità dei servizi segreti, ma nessuno si è preso la briga di andare ad accertare la verità. Non è un caso che tutti quelli che erano chiamati ad indagare sul rapimento di Aldo Moro facevano parte della P2 e che a capo del Governo c'era Giulio Andreotti, appartenente anche lui alla loggia massonica".
Insomma, anche da quanto è stato detto ieri sera a Palazzo del Carmine, l'omicidio dell'allora presidente della Democrazia Cristiana presenta tantissimi lati oscuri, un vero "mistero" forse anche con interferenze internazionali di cui, a 25 anni dalla sua uccisione, non si è riusciti a trovare un chiarimento definitivo e completo.
Ma il riferimento alla P2 non è stato fatto solamente dal regista Giuseppe Ferrara, che ha pure letto alcuni documenti riportati anche nel suo libro su "Il caso Moro": anche il senatore Emanuele Macaluso, tra i relatori di questo convegno organizzato dal sindaco Salvatore Messana e dall'assessore comunale alla Cultura Fiorella Falci, ha fatto ieri ancora una volta una lucida disamina su quegli anni, citando ancora una volta la P2 come organizzazione non del tutto estranea all'uccisione dell'on. Aldo Moro.
"Con il rapimento di Moro è stata di fatto avviata la dissoluzione del Paese", ha sostenuto il senatore Macaluso. "Una dissoluzione che ci sarebbe stata comunque, sia se fosse prevalso (come è stato) il fronte della fermezza, sia se la trattativa per la sua liberazione fosse andata in porto. E' venuto infatti a mancare colui il quale era in grado di saper tessere progetti politici e comunque di riuscire a guardare i problemi proiettandoli nel futuro e sapendo trovare poi le soluzioni giuste. Non è un caso, certo, che lo Stato in occasione del suo rapimento non seppe concludere la trattativa sollecitata dalle Brigate Rosse per la sua liberazione e non fu nemmeno in grado di arrivare alla sua liberazione. Di sicuro esistono ancora tanti lati oscuri sul suo sequestro e sulla sua uccisione, sia sul terreno politico che delle responsabilità; una uccisione che porta il sistema alla fine, con una crisi politica che ha avuto un esito disastroso, con i tre più importanti partiti del Paese senza più progettualità politica: non è un caso che a distanza di tanti anni siamo ancora oggi punto e daccapo".
Nella vicenda risultò fondamentale il pensiero dello scrittore Leonardo Sciascia, che nella pagina iniziale del suo libro "L'affaire Moro" ha ricordato la frase "Qualcuno è morto al momento giusto".
E di Sciascia si è a lungo parlato ieri sera nel corso del convegno, che è stato inserito dagli amministratori comunali nel quadro di una rassegna di film tratti dalle opere scritte dallo scrittore nato a Racalmuto ma vissuto per tanti anni a Caltanissetta dove insegnò e avviò la sua attività letteraria.
Prestigiosi i relatori, tra i quali anche l'avv. Grazia Volo che, originaria di Caltanissetta, è stata difensore della Baraldini, Mannino e di alcuni brigatisti ("Le Br - ha ricordato - andavano cercando un riconoscimento politico, e, a parte Mario Moretti, non tutti erano in grado di portare a compimento strategie; ci furono delle trattative sottobanco per salvare Moro"), il prof. Fernando Gioviale dell'università di Catania ("Sciascia ha dato credibilità all'uomo Moro, che mentre era prigioniero delle Br rischiava di essere sconfessato dai politici di quel tempo"), il prof. Renato Candia dell'università di Messina. E' pure intervenuto l'attore nisseno Giorgio Villa che ha dato la sua "voce" ad alcuni testi.
Numeroso il pubblico presente, tra cui il senatore Antonio Montagnino, il vicepresidente della Provincia regionale Puccio Dolce, il prefetto Giuliano Lalli, il questore Santi Giuffrè, il comandante del Reparto operativo dei carabinieri Filippo Adamuccio ed il comandante della Compagnia di Caltanissetta Nicola Lerario, il provveditore agli studi Antonio Gruttadauria, il presidente del Consorzio Asi Umberto Cortese.8 aprile 2003 - IL GLADIATORE FRANZ
"L' Unione Sarda"
Un capitolo oristanese dei misteri d'italia
Ha girato mezzo mondo per lavoro, un lavoro speciale: agente segreto. Cecoslovacchia, Libia e Libano, Medio Oriente, Germania e Pakistan. Sempre in missione. E alla fine ha scelto di vivere nell' Oristanese. Una vita tranquilla spezzata il 27 marzo quando qualcuno, ignoto a tutt'oggi, ha cercato di incendiargli l'auto parcheggiata in via Umbria, in città. Un incendio sicuramente di natura dolosa. Chi ha acceso il fiammifero? E perché? A distanza di 10 giorni Falco Accame, ex ufficiale superiore della Marina, eletto deputato nel '76 ed ex presidente della Commissione Difesa, oggi presidente della Ana-Vafaf (Associazione che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempo di pace), scrive al ministro della Difesa Beppe Pisanu. "Come forse avrà saputo il 27 marzo a Oristano vi è stato un attentato incendiario che per fortuna non ha avuto i gravi esiti che avrebbe potuto avere. La notizia è preoccupante perché concerne una persona che in passato ha operato come agente segreto (nome in codice "Franz"). Avevo a suo tempo (lettera del 19 luglio '02) proposto al presidente della commissione Mitrokhin di ascoltarlo su quanto egli era a conoscenza".
Basta questo? No, la lettera fornisce le spiegazioni: "Aveva operato nei paesi dell'Est europeo, dove tra l'altro aveva avuto il compito di seguire eventuali attività delle Brigate rosse in relazione ai centri di addestramento all'estero. L'agente "Franz", che si considera come ex appartenente alla cosiddetta "Gladio delle centurie", aveva avuto anche contatti con informatori dei paesi dell'Est, i quali avevano seguito la vicenda del sequestro Moro. Ovviamente non sappiamo quale possa essere stato il messaggio lanciato con l'attentato incendiario. Un'ipotesi potrebbe essere quella di un invito a tacere. Le chiedo pertanto di esaminare la possibilità di assicurare protezione al suddetto agente". Oggi "Franz" è un professionista che, dopo anni, ricorda episodi da vero "007". Arriva in redazione dopo una gentile richiesta: "Io e l'intervistatore, non ci deve essere nessun altro. Vi dico nome e cognome ma nell'intervista nessuna traccia che possa portare a me".
Lui faceva parte della "Gladio delle centurie" con altri italiani (un elenco di circa 300 persone a tutt'oggi "riservato"). E questa potrebbe essere la causa dell'attentato che ha subito. "Diciamo che ho forti sospetti. È stata messa una tavoletta di "diavolina", caso strano, proprio nel bocchettone dell'impianto del gas dell'auto. Poteva essere una strage". Un messaggio: dimentica il passato. "Ero in un'organizzazione composta da militari che operava nell'ambito della "Stay behind" - afferma "Franz" - Agenti che venivano inviati al di là delle linee nemiche". Avevano, tra gli altri, il compito di destabilizzare governi all'estero: tanto per fare un esempio furono loro a destituire il presidente Burghiba, con operazioni "di guerra non ortodossa", e liberare la Tunisia. O ancora, presero contatti in Medio oriente con elementi della guerriglia locale che potevano avere legami con le Br in Italia.
Quindi lei andava dietro la "cortina di ferro" a prendere informazioni?
"Iniziai a metà degli Anni 70: ero uno studente e per mantenere la famiglia lavoravo, perché mio padre era morto. Passai una vacanza in Cecoslovacchia e lì conobbi una ragazza che, lo scoprii solo dopo, era la figlia di un generale della Ddr. Si innamorò di me e io ogni due mesi tornavo da lei. Sino a quando un giorno a Roma fui avvicinato da due sconosciuti che sapevano di questo mio legame: in quel momento entrai nella "Gladio delle Centurie" come "colomba". Dovevo seguire persone, fotografare, ricevere documenti e tradurli. Ogni mese poi tornavo nella sede romana a ritirare il milione di stipendio che mandavo alla mia famiglia. L' ultima volta non ho trovato nessuno: tutto chiuso, spariti". "Franz" avrebbe da raccontare 10 anni passati sempre al limite. "Ma non come nei film dove gli agenti segreti hanno apparecchiature sofisticate e sono circondati da splendide donne. Non era così: vivevo ogni giorno con la paura di venire ucciso". Lui non pensava che "Gladio" sparisse da un giorno all'altro e che venisse vista come "un'istituzione poco ufficiale". "Credevo, e ne sono convinto anche oggi, di aver servito il mio Paese nel miglior modo possibile".
Come mai ha deciso di vivere da queste parti?
"Di questo preferirei non parlare. Ho paura di essere riconosciuto; voglio vivere tranquillo soprattutto per i miei figli". Libia, Pakistan, Cecoslovacchia, Medio Oriente sono solo alcuni paesi "visitati" da "Franz". "I servizi allora avevano un senso: c'era in atto la "guerra fredda" e nostro compito era quello di fornire informazioni al Governo prima che gli avvenimenti si verificassero. Oggi mi pare che non sia così: l 'attentato negli Usa o l'avvistamento nel nostro territorio di persone sospette ne sono un esempio. Purtroppo capita che le cose si sappiano solo quando accadono". Del delitto Moro, tanto per citare un "caso" seguito direttamente da "Franz", non vuole parlare: "C'è ancora un segreto istruttorio che voglio rispettare". Invece parla delle Br. "Stanno tornando, se mai sono scomparse. Alcuni episodi recenti mi fanno sospettare: stanno utilizzando gli stessi metodi della "Anni di piombo"".
Quindi quello alla sua auto è un attentato terroristico.
"Potrebbe, non dico che lo è. Il mio potrebbe essere uguale alle bombe che mettono, e mi pare che anche il vostro giornale è stato colpito, o ai volantini che spediscono". "Franz" racconta che "i Brigatisti italiani li ho visti addestrarsi in Cecoslovacchia. Come dire, andavano lì a "svernare""; che "esistono collegamenti tra i terroristi internazionali che si finanziano con soldi mediorientali", e che "io sono pacifista ma la guerra in Iraq potrebbe essere giusta. I latini affermavano: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra). Saddam Hussein è pericoloso così come Bin Laden. Non vorrei però che in Iraq succeda quello accaduto in Pakistan: Osama è scomparso ed era lui il bersaglio. Ai miei tempi li avremmo accompagnati tutti e due in Italia senza guerre". Infine che "l'elenco pubblico dei gladiatori è sbagliato. Ci sono persone tra i 622 che non ne hanno mai fatto parte e altri, come me, che non ci sono. Il sindaco di Oristano, ad esempio, dice di averne fatto parte ma, se è vero, dovrebbe svelare a quali operazioni ha partecipato".
La storia di "Franz" è seguita passo passo da Falco Accame; il 28 marzo di 3 anni fa ha scritto al presidente del Consiglio, di Camera e Senato e al presidente della Commissione stragi segnalando l' esistenza di un'organizzazione di "Gladio" con caratteristiche particolari. "Chiedo che si conosca la verità. Delle operazioni di questa "Gladio delle centurie" non si è avuta notizia ufficiale ed è importante quindi che ne venga chiarita la natura, i compiti, le funzioni svolte e la struttura decisionale a cui rispondeva". Sul "delitto Moro" c'è anche un risvolto oristanese: "In un documento (numero 122627) autenticato dal notaio Pietro Angotzi si legge che il 2 marzo 1978 (14 giorni prima del rapimento di Moro e dell'uccisione della sua scorta) la X Divisione "Stay Behind" della direzione del personale del ministero della Marina inviava l'agente G71 a Beirut per consegnare documenti al collega G129 affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perché questi intervenissero sulle Br per liberare Moro. Quattordici giorni prima del rapimento, si rende conto?".
Questo è "Franz", ex agente segreto, pedina di Gladio, insospettabile vicino di casa.
Michele Masala9 aprile 2003 - CASO MORO: I RICORDI DI MORUCCI
"Il Corriere della sera"
L'ex brigatista Morucci e la palude di via Fani
RICORDI
"La messa è iniziata. Io blocco la testa fissa davanti a me, e tocca a Floriana sospingermi il braccio ogni volta che dobbiamo alzarci. Poi vedo l'Uomo superare la nostra linea di panche e mettersi in fila per la comunione, sovrastando a testa china le vecchiette zampettate fuori dai banchi. I due guardiani non si sono mossi, seguendolo solo con lo sguardo". L'Uomo è Aldo Moro, vittima designata delle Brigate rosse che hanno deciso di sequestrarlo per sferrare "l'attacco al cuore dello Stato". La scena si svolge nella chiesa di Santa Chiara, a piazza dei Giuochi Delfici, zona Camilluccia. A rammentarla, venticinque anni dopo, è Valerio Morucci, il brigatista incaricato di spiare l'obiettivo e studiare un piano per sequestrarlo. Passò parecchie mattine, Morucci, a Santa Chiara dove Moro si fermava ogni mattina, prima di andare in Parlamento.
L'ex-terrorista le descrive nel racconto intitolato "Via Fani" uscito sul secondo numero della rivista di cronache romane Accattone . Un modo per celebrare, su un periodico che tenta di coniugare attualità e letteratura, l'anniversario della strage che si consumò, appunto, in via Fani il 16 marzo 1978. Un quarto di secolo fa. Morucci voleva far scattare il sequestro di Moro dentro la chiesa, portando via il leader democristiano da un'uscita secondaria, in modo da evitare (almeno in teoria) l'uccisione di tutti gli agenti di scorta. Ma c'era la possibilità di dover sparare anche seguendo quel piano: "E se la ruota del caso fosse girata da quella parte - scrive Morucci rievocando le discussioni tra brigatisti - i colpi potevano finire nella piazza, in mezzo alla gente. Magari una vecchietta uscita dalla chiesa, o una donna in macchina che accompagnava i figli a scuola. Troppo rischioso. Anche uno a cento. Tutto da rifare. Eppure poteva essere perfetta. Ora non restava che saltare".
Il salto è l'agguato mortale lungo quella strada di Monte Mario che diventerà un crocevia della storia italiana, con l'eccidio dei cinque uomini della scorta di Moro e il rapimento dell'"Uomo"; tutt'altro copione rispetto a quello immaginato nel rispettoso silenzio di Santa Chiara: "Un sasso fulmineo spacca il guscio dell'immobilità. La macchina ci arriva davanti sbucata da un ricordo inatteso... Una molla mi spinge in avanti. Scendo dal marciapiede e mi trovo in un acquario, vischioso come una palude... Gli altri sono accanto a me ma non li vedo. So che stanno sparando. So che anch'io sto sparando, Ma non sento i colpi".
Il rapimento va in porto, per Morucci e gli altri brigatisti la missione è compiuta. Ma il compimento dell'operazione segna l'inizio di un'altra tragedia: "Il peggio deve ancora arrivare. Dopo il feroce avvio, la ruota del dolore avanzerà per tutti fino al fondo del rimpianto", conclude l'ex-terrorista.
Oltre al racconto di Morucci, su Accattone compaiaono gli scritti di Carola Susani sull'omicidio dei due gemellini di Ladispoli per il quale è stata accusata la madre, e ancora di Tommaso Giartosio, Laura Pugno, Lorenzo Pavolini e Giosuè Calaciura, tutti ispirati a fatti di cronaca dell'ultimo mese.
Giovanni Bianconi9 aprile 2003 - DAGOSPIA: LIBRO MUGHINI SU INTELLETTUALI E CASO MORO
"Dagospia"
"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"/4 - SCIASCIA METTE IL DITO SULLA PIAGA DEL MARXISMO SCLEROTIZZATO, LO STALINISMO SOLO "RIMOSSO" ANZICHE' BRUCIATO...
Da "Gli intellettuali e il caso Moro" di Giampiero Mughini, Librerie Feltrinelli, 1978
4 - "Guerra di nervi"
Ce n'è già abbastanza di che mettere i nervi al vivo. Contribuendovi la situazione delle indagini, nulle; le goffaggini nella ricerca dei rapitori, tipo la diffusione via TV degli identikit di alcuni possibili terroristi, due dei quali - sapremo l'indomani - sono già ospiti delle patrie galere; l'assassinio di due giovani extraparlamentari milanesi impegnati in un centro per la lotta contro gli spacciatori di droga, e non si sa chi ha orrendamente massacrato e perché, e saranno comunque in centomila a seguire le salme dei due ragazzi; i dubbi che affiorano sulla stampa quanto al rilievo da dare alle notizie sul rapimento, agli "atti" delle Br, pur di evitarne l'amplificazione, la dilatazione propagandistica, quel che i terroristi vogliono e cercano. Qualcuno propone di "togliere la spina", di far buio, un black-out che tolga eco e suggestioni alle imprese dei terroristi.
Su questa scenografia si staglia quella che sta diventando la scena centrale dello "psicodramma", il rapporto di alcune frange intellettuali e di alcuni settori dell'opinione pubblica con il Pci e la sua politica. È un rapporto tormentato, sia psicologicamente sia politicamente. Era svanito da tempo difatti l'incanto del 20 giugno, occasione di un diffuso e declamato omaggio degli intellettuali alla serietà e alla affidabilità del Pci.
Molti di quegli omaggi sapevano di congiuntura emotiva. E non reggono alle prove, al contrasto delle sollecitazioni. Leonardo Sciascia che quell'omaggio ha steso per iscritto, sotto forma di un appello elettorale (pubblicato da Paese Sera), ha maturato una delusione cocente. Da un canto c'è la scoperta che la politica attiva, in questo caso il consiglio comunale di Palermo, non è il regno delle decisioni morali, ma il luogo ove si cuciono e si ricuciono, in un rituale estenuante, alcune poche scelte possibili. Le sedute del consiglio, annunciate alle 19, cominciano due ore dopo, con gran scalpore di questo giacobino puntuale e scrupoloso. Sarebbe bastato recarsi in consiglio comunale con due ore di ritardo, replica con un tantino di cinismo Gian Carlo Pajetta, ma è chiaro che la sua battuta non tocca il fondo della delusione di Sciascia.
Alla politica attiva, l'inserimento in una lista elettorale, Sciascia è venuto per affettuosa e insistente sollecitazione di Achille Occhetto, il giovane e dinamico segretario regionale del Pci, venuto in Sicilia dopo gli anni furenti della Fgci e de La città futura. Occhetto è un reale interlocutore per Sciascia, una adeguata sponda intellettuale, ma dopo il 20 giugno abbandona la Sicilia, promosso a responsabilità di dirigente nazionale. Né la società meridionale è certo il terreno migliore per convalidare una politica imperniata sull'intesa tra le grandi forze ideali presenti nella società italiana. La Dc vi è arrogante, spesso diretta da uomini al di sotto di ogni sospetto. Paolo Sylos Labini abbandonò il ministero della programmazione, pur di non avere a che fare con uno di questi, Lima. La società civile, quella palermitana in specie, è gelatinosa, tutta tesa a cercare un suo "posto al sole" nei pressi dei canali erogatori di denaro pubblico (la regione a statuto speciale).
Dopo il boom dei primi anni '60 (Domenico La Cavera, la venuta di Mattei in Sicilia, ecc.) si è spenta qualsiasi "scommessa" borghese. La dialettica tra le forze politiche è miserevole. I repubblicani hanno a Palermo uno dei loro "scheletri nell'armadio ", denunciato come tale dai probiviri del partito. Uno dei più potenti dirigenti regionali socialisti è latitante, inseguito da un mandato di cattura: non riguardante il vizio che Sciascia dichiara essere il meno grave, la "lussuria", ma l'uso di denaro pubblico.
A questo si aggiunga la gelatinosità specifica delle tecniche politiche, ciò che c'è in esse di inutilmente gigantista, la loro sovrabbondanza, le relazioni di 70 cartelle (e potrebbero benissimo essere condensate, aveva scritto una volta Sciascia, in 7), quell'eterno girare attorno alle parole che contano e usarne di allusive, però funzionali al barocco delle mosse sulla scacchiera delle "correnti" partitiche. La politica comunista del "compromesso storico" può apparire in queste condizioni la istituzionalizzazione di una pratica che rifiuta le determinazioni, le scelte, i tagli verticali ma chirurgicamente necessari. Per Sciascia è una decisione dolorosa ma inevitabile, le dimissioni dal consiglio comunale. Interrogato a Parigi da un giornalista comunista risponde: continuerò a votare per il Pci, ma per stimolarlo, per pungolarlo, non per reggergli la coda.
È un modo eufemistico di indicare una separazione che è più profonda, che si sta avvolgendo in ragioni intellettuali di lungo momento. E lo dimostra il Candido, scritto nei mesi immediatamente successivi alle dimissioni dal consiglio comunale. Sciascia torna alla sua macchina da scrivere. Altro che "silenzio": la sua è invettiva volterriana, questa volta anche contro i comunisti siciliani, dipinti come intellettualmente mediocri, già pronti ai brogli del piccolo cabotaggio amministrativo, fondamentalmente dogmatici e intolleranti. Il romanzo si conclude con un viaggio del protagonista a Parigi, basta con la Sicilia e con "l'impegno", accompagnato da una donna (la "lussuria" come facoltà vitale contro il nondetto, il non-vivente delle litanie ideologiche).
Parigi cuore del mondo, come ai tempi di Voltaire. Perché da Parigi sono venute voci care alla sensibilità di Sciascia, di questo Sciascia. I "nouveaux philosophes" innanzitutto. Una pattuglia con intenzioni composite, dove la vanagloria parigina è mescolata all'uso addestratissimo dell'essai", ma Sciascia ha ragione quando, nel prefarne uno dei testi più fragili (La barbarie dal volto umano di Bernard-Henri Levy; ma vedi la stroncatura di Ernesto Galli della Loggia su Mondoperaio), scrive che i nouveaux philosophes" hanno messo il dito sulla piaga. Ed è una piaga che brucia: il marxismo sclerotizzato, lo stalinismo solo "rimosso" anziché bruciato sull'altare della ricognizione culturale e storiografica. Il dossier si allarga. Come dice lo stesso Sciascia nel corso di un'intervista: provate a ridurre il marxismo a una voce di dizionario di 20 righe e vi accorgerete che non rimane nulla in esso di valido e attuale per l'oggi.
(continua)10 aprile 2003 - INTELLETTUALI E CASO MORO: QUINTA PUNTATA LIBRO DI MUGHINI
"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"/5 - COME L'ASSASSINIO DELLE BR LACERO' PER SEMPRE L'INTELLIGHENTZIA COMUNISTA...
Da "Gli intellettuali e il caso Moro" di Giampiero Mughini, Librerie Feltrinelli, 1978
Se il suo asse teorico di riferimento è divenuto inutilizzabile, se la sua pratica politica quotidiana va stemperandosi nella ricerca del "compromesso" a tutti i costi, che ne rimane del partito che "è venuto da lontano"? Trascritta in breve, e la brevità giova a Sciascia, questa appare la odierna posizione dello scrittore siciliano, il più "politico" dei nostri intellettuali. Al punto da fargli prendere le difese di Maria Antonietta Macciocchi, gran campionessa della fatuità che ha contribuito a stilare il j'accuse dell'intellettualità parigina contro la Bologna-lager e che vorrebbe tuttavia mantenere la sua tessera comunista. L'assemblea di sezione la espelle, con l'eccezione del voto di un "vecchio comunista" che ritiene le posizioni attuali della Macciocchi simili a quelle del "comunismo" di 20 anni fa. Mettiamo che fosse così. Ma è incredibile che Sciascia assuma le ragioni di quel militante (e dunque le ragioni della Macciocchi divenuta maoista), lui che aveva scritto un memorabile racconto, La morte di Stalin, analisi volterriana di quel mito, di quel "comunismo".
A questo punto è chiaro che le immagini di via Fani vengono filtrate, da Sciascia e da molti altri, attraverso una fitta rete di inquietudini, dubbi, rancori nei confronti del Pci. A grandi amori seguono sempre grandi delusioni. Il volto del Pci è davvero così "umano" come avevamo creduto? Molti cominciano a rispondere in modo diverso dal 20 giugno.
C'è l'episodio della vignetta di Forattini con un Berlinguer che fuma la pipa e beve il tè, appena infastidito dal frastuono dei metalmeccanici in corteo a Roma. È una vignetta dov'è sbagliato il giudizio politico (i "quadri" comunisti erano al centro e alla testa dei 200.000 metalmeccanici venuti a Roma; lasciamo raccontare al manifesto o a chiunque altro delle favole in contrario) e dov'è di dubbio gusto l'accentuazione parodistica, tutto potendosi attribuire a un alto dirigente comunista salvo la poca severità di vita e di costumi. Ma come non perdonare a Giorgio, giornalista e disegnatore mirabile, il suo "anticomunismo" tutto istinti e antenne drizzate?
Qualche mese prima aveva disegnato Gian Carlo Pajetta inginocchiato a leccare il piede dell'orso russo (in occasione del viaggio di una delegazione comunista a Mosca). La vignetta uscì una domenica. Era pronta per il martedì una mia intervista a Forattini in occasione dell'uscita di una sua raccolta di disegni. Coppola mi telefonò. "Non possiamo mettere l'intervista dopo quella vignetta". "Non vorrai fargli la guerra per una vignetta". "Non ho nessuna intenzione di fargli la guerra, aggiorna l'intervista con una domanda su quella vignetta". Ciò che feci, Giorgio ammise di aver esagerato e di aver lavorato su una notizia che semplificava la posizione dei comunisti italiani a Mosca, l'intervista uscì il giovedì. Tra laici ci si intende facilmente.
E invece dopo la vignetta sul Berlinguer infastidito dai metalmeccanici si scatena una valanga. La avvia, con sovrano candore, Paolo Spriano. Legge il numero di Repubblica nel suo studio all'istituto Granisci, prende la macchina da scrivere, stila una lettera di protesta e la imbuca per il direttore di Repubblica. Nero su bianco la lettera acquista un tono spropositato. Forattini avrebbe offeso Garibaldi. Ma come non si fa a sapere che i dirigenti comunisti sono una specie a metà tra gli apostoli e gli esseri angelicati? È ingenuità, o mancanza di autoironia, quella di Spriano, ma in molti scattano alla replica. Ci sono vecchi conti da saldare. Scrive un militante socialista: cari compagni comunisti che ne direste se noi tirassimo fuori le palate di ingiurie da voi vomitate contro Pietro Nenni ai tempi del centro-sinistra? Difficile, nella circostanza, dargli torto. Gian Carlo Pajetta, intervistato da Fabrizio Coisson, ammette subito che la reazione di Spriano è stata eccessiva, che è lecito parlar male di Garibaldi. Ma i cocci sono ormai sul tappeto.
Ci si mettono altri intellettuali o dirigenti comunisti ad attivare repliche nervose. Antonello Trombadori ha cento ragioni quando parla come uno della "destra storica", in difesa di uno stato di diritto dove siano universali e cogenti le leggi (ad esempio quando la popolazione dell'Isola del Giglio vorrebbe opporsi con le maniere forti all'arrivo di Freda e Ventura inviativi dalla magistratura codice alla mano); o quando ricorda che il giovane morto a Torino ammazzato dagli autonomi vale per la coscienza degli uomini di sinistra tanto quanto il Walter Rossi assassinato dai fascisti. Affermazioni limpidissime, ma Antonello Trombadori negli anni '50 non si chiamava Mario Pannunzio e sono in tantissimi, comunisti ed ex, a ricordare le sue furibonde sfuriate staliniane. Né Trombadori ha il senso della misura, va in TV e mette nello stesso mazzo Lotta continua, autonomi e terroristi. Scrive Enzo Forcella: "Sono anch'io tra coloro, non pochi credo, che hanno faticato a rimanere calmi assistendo alla esibizione di Antonello Trombadori a 'Bontà loro' nel ruolo di uomo forte della Repubblica e novello padre nobile della Patria."
I sintomi si moltiplicano. Maurizio Ferrara non è certo l'ultimo dei dirigenti comunisti del Lazio, ma i suoi sonetti in dialetto di risposta a Carlo Muscetta, altro ex, sono raccapriccianti. Dopo il convegno di Milano organizzato dal club Turati (ottobre 1977) torna da parte comunista un appellativo infamante, "terzaforzista", applicato a Norberto Bobbio, lo stimolatore di alcuni dei più importanti dibattiti di questi ultimi anni. Dibattiti durante i quali Biagio De Giovanni aveva arrogantemente risposto ai saggisti di Mondoperaio: state tentando di rompere il filo d'acciaio che lega la storia del movimento comunista alla teoria da cui è nato, non ci riuscirete. Ancora a Milano, al dibattito del Turati, Claudio Petruccioli - vicedirettore dell'Unità - fa i suoi complimenti alla relazione di Bobbio per poi subito aggiungere che i paesi dell'est, tutto sommato, sono paesi socialisti. "Dire le due cose, dichiararsi d'accordo con Bobbio e poi definire 'socialisti' i paesi del socialismo reale è un abuso della ragione", gli ribatte Massimo L. Salvadori.
Edoardo Sanguineti tratta sprezzantemente, con un cipiglio da guerra fredda, il Lucio Colletti che non crede più alla validità teorica del marxismo e lo dice, e lo spiega. Il sottoscritto definisce il corsivo di Sanguineti "degno di Roderigo di Castiglia". Me ne vanto, rilancia Sanguineti. Ma non ti viene mai in mente di fare delle battute sui tuoi compagni di partito?, chiede Roberto Gervaso a Fortebraccio. "Quando me ne vengono, ho sempre qualche avversario al quale rifilarle." Magari facendo perdere di fermezza al polso che maneggia il fioretto dell'ironia, com'è toccato al povero Piero Ostellino, resocontista scrupoloso e intelligente dei fatti sovietici, immolato da Fortebraccio sullo spiedo dell' "antisovietismo", termine che non dovrebbe nemmeno apparire nel vocabolario di un corsivista unidirezionale ma spesso di squisita eleganza.
(continua)10 aprile 2003 - NUOVA PRESENTAZIONE LIBRO GIACOVAZZO SU CASO MORO
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Giacovazzo presenta il suo libro ai ragazzi dell'Archita
"Non salvare Moro fu un grave sbaglio"
Forse il primo mistero del caso Moro è proprio questo. Il mistero più grande: perché non fu salvato? Giuseppe Giacovazzo, ex direttore della "Gazzetta del Mezzogiorno" ha, comunque, una certezza. E, ieri, lo ha spiegato ai ragazzi del liceo Archita durante l'incontro-dibattito sul suo libro "Misteri", dedicato ai troppi perché disseminati lungo la tragica parabola finale del leader democristiano. "Oggi è ridicolo che si sia lasciato morire Moro per l'idea, stupida, di non trattare. Adesso - ha dichiarato Giacovazzo - si vergognano di dirlo ex diccì ed ex comunisti. Dc e Pci si sostennero a vicenda. Ma poi, che trattativa sarebbe stata? Una trattativa simile a quella che due anni dopo consentì di salvare l'assessore Cirillo? Non offendiamo nessuno...". A seguire l'incontro con l'autore tanti ragazzi, tutti nati dopo quei tragici fatti e che di essi hanno solo ricordi riflessi: qualche sbiadita immagine del primo colore tv, qualche racconto a casa e a scuola. Con loro, ieri, anche il preside dell'Archita Tommaso Anzoino e l'ex provveditore agli Studi Alfengo Carducci hanno provato a dire qualcosa di più.
Per Giacovazzo i misteri che ancora aleggiano sul rapimento e l'uccisione del leader democristiano fanno parte, sulla base delle dichiarazioni processuali rese dagli ex brigatisti, di una complessa partita a scacchi tra le Br e i famosi "pezzi" dello Stato, che avrebbero ficcato il naso nella vicenda: "Cinque processi e due gradi d'inchiesta parlamentare - ha spiegato Giacovazzo - non hanno detto tutto, anzi non hanno detto niente, quasi niente. I vertici brigatisti hanno più volte sostenuto di non poter parlare, facendo intendere che c'è una verità scomoda. Quei pochi che sappiamo sono brandelli di verità. Certo, Moro fu ammazzato dalle Br, ma quante contraddizioni: perché solo dopo oltre dieci anni - ha ricordato Giacovazzo - è comparso Germano Maccari, il quarto uomo del covo dove era prigioniero il presidente Dc?". Il libro di Giacovazzo ripercorre il caso Moro con piglio che sarebbe piaciuto a Leonardo Sciascia. Perché si sente che la verità sulla tragedia è cercata come la cercò il grande siciliano: con un cruccio che rode lentamente.
Fulvio Colucci11 aprile 2003 - MORUCCI RACCONTA IL CASO MORO SU "ACCATTONE"
"Dagospia"
VALERIO MORUCCI A VIA FANI
"LA MANO MI VA DA SOLA A STRINGERE L'IMPUGNATURA DEL MITRA...
LA RUOTA DEL DOLORE AVANZERA' FINO AL FONDO DEL RIMPIANTO"
Raccontare la città di Roma. E' la polpa e il nocciolo di un mensile che porta in alto una bella testata di puro pasolinismo: "ACCATTONE - Cronache romane". Diretto da Lanfranco Caminiti, il n°3 scodella una interessantissima e per certi versi straordinaria cronaca, minuto per minuto, dramma per dramma, del sequestro Moro in via Fani scritta da Valerio Morucci - l'ex capo della colonna romana delle Brigate Rosse, uscito dall'organizzazione nel marzo '79 insieme ad Adriana Faranda.
Il periodico - che è diffuso soprattutto nella capitale - ha concesso gentilmente a Dagospia la possibilità di riproporre il testo di Morucci in versione integrale. (E' lungo per i termini Web, ma ne vale la pena)
VIA FANI
Valerio Morucci per "Accattone"
Le avevo tappato naso e bocca per non farla respirare. Per non sentirla. Ne era rimasto solo un embolo ciondolante nel sangue, nascosto in qualche recesso delle vene, ma che prima o poi sarebbe arrivato al cervello. Ora il poi è arrivato e mi sento inconsistente, di pomice. I minuti galleggiano via lenti, scivolando sull'argine della paura. Sento salire il sangue su per il collo: fluido ostile passato per un congelatore. I pensieri ghiacciati non riescono a darsi parola. Forse non sarà per oggi. Forse bisognerà rimandare a domani.
Un sasso fulmineo spacca il guscio dell'immobilità. La macchina ci arriva davanti sbucata da un ricordo inatteso. Frena di colpo allo stop. E subito dopo le due dietro. Lo schianto delle lamiere e l'incalzante movimento rimettono in circolazione il sangue. Una molla mi spinge avanti. Scendo dal marciapiede e sprofondo in un acquario, vischioso come una palude. I movimenti diventano fratti, convulsi per l'incapacità dell'occhio a seguirli. Spezzoni di immagini mi scorrono davanti mentre i rumori vengono assorbiti nell'acquosità che ha riempito le orecchie.
Gli altri sono accanto a me ma non li vedo. So che stanno sparando. So che sto sparando anch'io. Ma non sento i colpi. L'auto davanti a me continua a muoversi. Cerca uno spazio tra le lamiere. Poi succede qualcosa. Non sento più il mitra vibrarmi nelle mani. Pesante, inceppato. Le gambe mi spostano come un sonnambulo arrancando nella palude fino all'incrocio. Con gesti infangati manovro l'arma. Torno indietro.
L'auto sta ancora sbattendo contro le lamiere, avanti e indietro come un animale preso alla tagliola. Si è guadagnata un paio di metri e ora cerca di lato un varco per la salvezza. Ma lì una macchina parcheggiata le blocca la fuga. Vedo l'uomo accanto all'autista girarsi su se stesso verso il sedile posteriore. Protendersi per proteggere l'Uomo. Il dito si contrae sul grilletto. Sparo ancora, e ancora non sento i colpi. Poi, ancora, gli attimi s'impantanano nell'opacità. Ma l'acqua viene di nuovo agitata da movimenti convulsi confondendo le immagini. Vedo l'Uomo tirato fuori dall'auto e caricato su un'altra che sfreccia via. Mi avvicino all'auto e apro lo sportello che, come una lamiera sbarra fuoco, mi precipita in faccia il colore della morte, il suo odore. Palombaro in embolia risalgo la strada su un fondo pieno di detriti. Cappelli da pilota, borse, caricatori, bossoli folti come pinoli. Poi un uomo, steso in terra a braccia aperte. Le falde dell'impermeabile larghe sull'asfalto. Come ha fatto a finire lì? Sembra un grande uccello caduto dal cielo. Tutto è fermo, inerte. E avverto il vuoto che riempie il silenzio dopo lo sconquasso. Mi aggiro stordito sulla strada, senza orientamento. Poi una voce rompe il silenzio e l'apnea. "Vuoi rimanere lì?" Bardo richiude lo sportello e l'auto fila via. Riprendo a respirare, in circolo sangue caldo. Sangue che spinge le gambe e rimette in moto i pensieri. E la paura, che nell'apnea era rimasta rintanata e ora risale maligna fino agli occhi e me li fa alzare verso la salita. L'auto di copertura sparita. E nulla a proteggere lo sguardo che si perde nel fondo della prospettiva. Il tempo è scaduto. Un minuto, forse due. Dilatati e appiccicosi come due ore d'afa.
Le borse. Devo prendere le borse dell'Uomo. Torno indietro, apro lo sportello posteriore. Dall'altro lato, accanto a dove erano le sue gambe, ci sono due gonfie borse di pelle. Mi protendo dentro reggendo il cappello. Afferro i manici e tiro con un attimo di esitazione, come fossero le sicure di bombe a mano. Ora via. Verso la macchina. Senza pensare, senza guardare. Sperando che la parte segreta del cervello metta i passi in fila nella giusta direzione. Valmo e Floriana aspettano con la bocca schiusa e lo sguardo proteso, come seguissero la mia corsa su un campo minato. Dovevamo essere i primi e siamo gli ultimi. Butto dentro le borse e mi siedo al volante. Non parlano, non dicono niente. Dobbiamo raggiungere le altre macchine per non restare tagliati fuori. Valmo è proteso in avanti, una mano appoggiata al cruscotto e la coda dell'occhio rivolta preoccupata verso di me, come temesse che io sia la guida sbagliata per portarci fuori da una palude infestata di coccodrilli. Dietro sento il respiro trattenuto e sgomento di Floriana. Il respiro di chi da troppo sta sul portello al suo primo lancio col paracadute.
* * *
Sono in cinque, quelli della scorta. Due sulla 130 e tre sull'Alfetta. L'autista traffica un paio di minuti nel vano motore, poi abbassa il cofano della 130 e si strofina le mani a dita tese mentre lo stridio d'uccelli gli fa alzare lo sguardo. Sta con la testa rivolta al cielo e le mani giunte immobili, come sorprese dalla visione. Un giovane dal lungo impermeabile scende dall'Alfetta e s'avvicina con passo falcato, facendo ondeggiare le falde. Quando gli è a pochi metri l'autista indica le rondini che volteggiano sopra gli alti pini al centro della piazza. "Guarda le rondini" o "E' arrivata la primavera." Non so cosa gli dice. Sono troppo lontano. E poi non sono io a notare questa scena. Troppo preso a seguire i movimenti della scorta dell'Uomo. Ma anche il giovane, un'occhiata distratta e una sigaretta accesa, non sembra molto interessato al volteggiare degli uccelli. Solo una donna poteva notarla. E farsene un cruccio segreto per poi raccontarmelo una vita dopo. Quando la fine dell'inverno del nostro scontento aveva disgelato le emozioni represse.
Uno dall'Alfetta e il capo scorta sulla 130, la sua ombra guardinga, entrano nella chiesa con l'Uomo. L'autista della 130 ha sempre qualcosa da armeggiare attorno all'auto, mentre l'altro rimane seduto a leggere il giornale. Uno degli altri è sul marciapiede davanti alla chiesa. Fa avanti e indietro dal giornalaio fino all'angolo opposto. Si muove circospetto, controllando ora la scalinata ora la piazza. Arrivato agli angoli butta un'occhiata alla strada e fa dietro front. Non ci vede. Siamo lontani. Confusi nella gran via vai mattutino della piazza.
Per un mese non si era visto nessuno. Stavamo per buttare alle ortiche il ritaglio di giornale che quelli del Nord si erano portati appresso anni prima come una reliquia. Erano venuti solo per quello. Non si sarebbero azzardati a scendere così a Sud se non per l'Uomo. Quel pezzo di carta gualcita era rimasto tre anni in fondo a un cassetto. Poi era arrivato finalmente il momento di tirarlo fuori. E già sembrava che la troppo lunga attesa lo avesse consumato come un pensiero smarrito.
Ma eravamo tornati. Come chi decide di aspettare oltre il limite dell'attesa.
E dopo altri due giorni l'Uomo era arrivato all'appuntamento. E poi il giorno successivo. E poi l'altro ancora. Ogni giorno. Improvvisamente quel pezzo di giornale che rischiava di polverizzarsi come un vecchio papiro mangiato dal tempo, aveva ripreso vita davanti ai nostri occhi increduli. Era tutto vero. Non era solo inchiostro buttato lì per riempire un buco nella pagina.
Le due macchine sfrecciavano veloci per le lunghe curve che scendevano a valle e arrivavano lì, davanti a quella brutta chiesa pittata di rosa, alle nove. E, ancora agitatamente, come in veloci frammenti di un vecchio film muto, l'Uomo scendeva dall'auto e saliva i gradini con passi rapidi, lui così parco di movimenti, assecondando benevolo l'urgenza dei due guardiani. Poi, per mezz'ora, il tempo rintuzzava davanti alla chiesa rallentando, come rispettoso di una tregua. L'autista si affaccendava solitario attorno all'ammiraglia, il capo scorta incalzava sul marciapiede i suoi passi accorti di guardiano, l'altro autista sfogliava il giornale con pigrizia domenicale.
Poi, finita la Messa, la frenesia del primo mattino, come maroso troppo a lungo respinto, riconquistava anche quell'angolo di piazza. L'Uomo, imponente e curvo nel lungo cappotto scuro, l'espressione assorta a increspare una ruga di remoto smarrimento, ridiscendeva sbrigativo le scale, affiancato dai due uomini che faticavano a trovare i gradini tenendo alto lo sguardo vigile. Gli sportelli si chiudevano di scatto e le due auto ripartivano sollecite.
* * *
Alla chiesa la scorta di cinque uomini si divideva. Due soli lo accompagnavano all'interno. Era il punto migliore per agire. Contando sulla sorpresa era possibile bloccarli e prelevare l'Uomo. Ma come uscire?
Il mattino successivo, appena le due auto si sono allontanate, entro nella chiesa. Un emiciclo luminoso con i marmi accesi dai raggi del sole. Percorro la curva parete e vedo davanti a me una porta a vetri, oltre questa un lungo corridoio. Al fondo mi ritrovo nell'androne di una scuola. L'ingresso dà sulla via laterale, a una cinquantina di metri dall'angolo della piazza. Da lì potevamo portare via l'Uomo senza esser visti.
Inaspettatamente ci ritrovavamo sistemato il primo tassello del complesso mosaico. Ora veniva tutto il resto.
Dal giorno dopo mi aggiro per le strade annusando il terreno per trovare la via di sganciamento. Devo scoprire lì intorno, a non troppa distanza dalla piazza, una variante per spezzare la via logica della ritirata. Quella cui avrebbero pensato subito gli uomini di "Doppia Vela". I vecchi marescialli che dalla Sala Operativa erano in grado di guidare via radio le volanti indicando ogni tombino della città. Un passaggio, una stradina secondaria, un cortile che poteva portarci altrove da dove loro avrebbero pensato che fossimo.
La strada che arriva al lungofiume passa sotto il cavalcavia della Circonvallazione. E proprio lì, intubata tra un muretto e il pilone del cavalcavia, come un progetto abbandonato, c'è una stradina di terra battuta che porta di sopra. Tanto corta, stretta e sassosa che gli uomini di "Doppia Vela" non potevano averla memorizzata. Tanto stretta che occorre misurarne la larghezza per trovare le auto in grado di passarci. Ma ci passano. Di poco ma ci passano, sia le piccole che una più grande a quattro sportelli. Il secondo tassello.
Per la mattina successiva dobbiamo arrischiare un sopralluogo interno alla chiesa. Entro con Floriana e ci mettiamo davanti, mezzi nascosti da una colonna e vicini a un paio delle vecchiette sparpagliate per i banchi. Per non farci notare siamo già lì quando l'Uomo arriva. Lui si mette nel primo banco dall'ingresso. I due guardiani in piedi dietro di lui. E' Floriana a sbirciare ogni tanto, volgendosi dalla mia parte e stirando la coda dell'occhio. La messa è iniziata. Io blocco la testa fissa davanti a me, e tocca a Floriana sospingermi il braccio ogni volta che dobbiamo alzarci. Poi vedo l'Uomo superare la nostra linea di panche e mettersi in fila per la comunione, sovrastando a testa china le vecchiette zampettate fuori dai banchi. I due guardiani non si sono mossi, seguendolo solo con lo sguardo.
Dopo il sopralluogo vado con Serrano a controllare palmo a palmo la stradina del cavalcavia. La rimisuriamo ogni metro. Bastano pochi centimetri di restringimento e avremmo rischiato di rimanere imbottigliati. Ma i muratori hanno lavorato al meglio. Le due pareti corrono parallele fino in cima. Il problema viene dopo. La stradina finisce in un giardino e da lì, per riguadagnare la strada, bisogna scendere da un marciapiede. Una manovra che può dare nell'occhio, soprattutto per le auto che arrivano in corsa sfiorando il marciapiede. Troppo pericoloso. Può andar bene solo se non si trova un'alternativa.
Riprendo ad annusare il terreno. Uscendo dalla scuola quella era l'unica strada possibile. Di infilarsi nel traffico verso il lungofiume neanche a parlarne. Sto lì a farmi scorrere nella testa la mappa della zona, quando un'auto mi passa davanti, oltrepassa la traversa, e si dirige verso il fondo cieco della strada. La seguo con gli occhi, soprappensiero. L'auto si ferma davanti a una lastra di ferro. La mano che esce dal finestrino infila una chiave in un basso piantone di metallo. Subito dopo, la lastra comincia ad aprirsi e l'auto s'infila dentro. Attraverso e sbircio nel varco prima che si richiuda. Una strada in salita, larga costeggiata da ville. In alto vedo i pini della collina. Forse ci siamo. Forse il caso ha portato la soluzione su quella lastra grigia di metallo. Prendo la macchina e salgo per la collina. A un chilometro dalla piazza vedo sulla sinistra un cancello automatico identico a quello dabbasso. Ora non resta che trovare il modo di aprirlo. Torno giù e mi studio la serratura. E' piccola. Più piccola delle normali d'appartamento. Sicuramente con pochi pistoncini, consumati dal continuo uso.
Una chiave piccola. Forse da lucchetto. Tengo in una cassetta un'infinità di chiavi. Auto rubate, appartamenti abbandonati, motociclette. Ma nessuna abbastanza piccola. Mi fermo da un ferramenta, mi guardo intorno. Ecco. Prendo un lucchetto da telefono. Di quelli usati dai genitori parsimoniosi per limitare le telefonate dei figli adolescenti, o di qualche parente incomodo. A casa limo i denti della piccola chiave e li arrotondo fino a ridurla quasi un moncone.
La mattina aspetto che cali il via vai degli abitanti del residence. Sbircio da una fessura per vedere che da dentro non arrivi nessuna macchina. Poi vado alla serratura. Infilo la chiave con cautela. La giro a destra e la serratura cede docilmente. Clack. Sento il cancello aprirsi alle mie spalle e mi assale un inatteso spavento. Come di bambino che abbia messo in moto un meccanismo sconosciuto e proibito.
E' fatta. Passando da lì potevamo arrivare in un batter d'occhio dalla parte opposta a quella da cui saremmo fuggiti. E poi, anche se la sfortuna ci avesse messo dietro le volanti della polizia, sarebbe bastata una manciata di secondi di vantaggio per lasciarle fuori dal cancello chiuso. Ora non resta che scoprire tutte le strade alternative per arrivare all'ultima destinazione, evitando il traffico e i blocchi. Ma da lassù sarebbe stato molto più facile che non partendo dalle strade intasate verso il lungofiume.
Mentre torno in centro il cervello già corre avanti per la preparazione del piano. L'azione 'perfetta'. Un complesso meccanismo a incastro. Incruenta, invisibile, silenziosa.
La strada della scuola è poco trafficata e le macchine possono essere lasciate lì dal giorno prima. I ladri d'auto diventavano i nostri peggiori nemici. Se ne fosse mancata qualcuna avremmo dovuto sostituirla prima dell'arrivo dell'Uomo e della scorta. Questo ci avrebbe obbligato a portare in zona altre macchine di riserva. Complicato ma si poteva fare. Quanti uomini nella chiesa? Quattro per immobilizzare i guardiani e altri due per portare via l'Uomo. Sei. Un po' troppi anche mettendoci di mezzo Floriana per non dare troppo nell'occhio. Uno dei quattro poteva sganciarsi una volta immobilizzati i guardiani e andare sull'Uomo. Cinque. Già meglio. Ma come avvicinarsi senza scatenare un putiferio dentro la chiesa? I due della scorta si mettono dietro le ultime panche. Difficile prenderli alle spalle stando già dentro. Un paio dei nostri devono per forza entrare dalla porta principale, cioè passare sotto il naso della scorta all'esterno. Non facile, ma possibile. Dentro la chiesa ci sono colonne tra le panche. Gli altri possono sedersi dietro quelle per non essere notati dai guardiani. I due che entrano dalla porta vanno al primo impatto, subito raggiunti da altri due. Poi, immobilizzati i guardiani, uno deve tornare accanto alla porta e fare il butta dentro. Evitare che qualcuno entrato nel momento sbagliato possa riuscirsene strillando come un ossesso. Per fortuna l'entrata, come in tutte le chiese, ha una doppia porta. Fuori, alle macchine di fuga, un paio d'uomini di copertura. Tanto per essere sicuri. Totale otto. Si può fare. Qualche ritocco, ma si può fare.
* * *
"E se i due nella chiesa reagiscono? Scoppierebbe un putiferio che può arrivare fino a fuori."
E' Serrano a sollevare l'obiezione.
"I nostri che gli arrivano da dietro gli danno un colpo in testa."
Dago, convinto come sempre.
"E credi che vadano giù come al cinema? Non hai idea di quanto sia difficile ridurre alla ragione uno che non ne vuole sapere. Quella volta dell'armatore ho dovuto prenderlo a cazzotti per infilarlo nella macchina. Ed era secco e allampanato. La paura fa brutti scherzi. Raddoppia le forze, non fa sentire i colpi."
Lo dice con il suo tono piano e autorevole, socchiudendo, come al solito, le ciglia ogni due parole, come rispondesse alle fantasticherie di un ragazzino. Il suo soprannome è 'il vecchio'.
"Ma noi gli arriviamo davanti con mitra e pistole silenziate. Più di tanto non possono fare."
Lo dico in tono interlocutorio come chiedendogli di accettare l'evidenza. Il piano è mio, è lui da convincere. Anche se forse sto tentando di convincere anche me.
Tiene a lungo socchiuse le ciglia, come valutando con condiscendenza le mie parole. Poi le riapre e inarca stavolta le sopracciglia. Non è pienamente convinto ma possiamo provare ad andare avanti. Non per molto.
"E se il capo scorta che fa la ronda arriva all'angolo proprio mentre usciamo?"
Altra obiezione. Non lo fa solo perché non è mai contento di quello che dicono gli altri, ma anche perché è un'azione in cui non si può tralasciare la minima eventualità.
"E che può fare da laggiù? Saranno almeno cinquanta metri."
"Può sempre provare a spararci addosso."
"Abbiamo lì due uomini di copertura. Mentre si finisce il trasbordo dell'Uomo puntano all'angolo. Se spara, spariamo anche noi."
L'ho detto. E subito dopo le ultime parole accorgersi del buco e vederlo lì appeso per aria, sotto gli occhi di tutti. Una possibilità incerta. Una a cento. Ma se la ruota del caso fosse girata da quella parte, i colpi potevano finire nella piazza, in mezzo alla gente. Magari una vecchietta uscita dalla chiesa, o una donna in macchina che accompagnava i figli a scuola. Troppo rischioso. Anche uno a cento. Tutto da rifare. Eppure poteva essere perfetta. Ora non restava che saltare. E come per le cose su cui può essere pericoloso fermarsi a riflettere, il salto è non detto, scontato. Ora che quella linea è rotta, sfilati i guanti gialli dell'azione perfetta, ci saremmo sporcate le mani del sangue estremo.
* * *
Il corpo mi ha portato fino a qui ma ora sembra restio a muoversi in assenza di comandi espliciti. Vorrei un suo ultimo sforzo, affidandomi alle cellule che hanno memorizzato la sequenza dei movimenti. Nel mio cervello rimbalzano spezzoni di immagini disordinate, sensazioni aggrovigliate impossibili da dipanare. Non è finita, non ancora.
I piedi si muovono fuori sincronia sui pedali. Sgrano le marce. La macchina avanza a sussulti. Ecco le altre auto. Mi fanno passare e le precedo sullo svincolo. Ancora trecento metri allo scoperto poi la brusca variazione della via di fuga. Quella stradina privata che avevo trovato sul contrafforte in cima alla collina. Con l'accesso a stretto tornante, mezza nascosta da folti cespugli e con una sbarra nel mezzo chiusa da una catena. Da "Doppia Vela" non avrebbero mai pensato che saremmo passati lì. Ecco la curva. L'ho già presa decine di volte ma ora mi allargo troppo, finisco davanti al muro e le altre due macchine ripassano avanti. Devo fare manovra. Ancora una volta dietro. Così l'auto con l'Uomo arriva per prima al cancello. Previdenti, avevamo messo una tronchese in ogni auto.
Ora le macchine si separano come i rami di un fuoco d'artificio. Vado a sinistra. Cento metri e scendo per prendere il furgone. Valmo porta via la macchina e Floriana. Quella di Bardo prosegue senza fermarsi. L'auto con l'Uomo va sulla piazza in attesa del furgone. I due del Nord hanno il treno entro un'ora. E tutti gli altri a casa, attaccati alla radio. Tolgo le mostrine da pilota dall'impermeabile e la scritta adesiva dalla borsa. Metto in moto il furgone. Supero due angoli, arrivo alla piazza e mi accosto all'auto, al riparo nel parcheggio del grande slargo deserto. Scendo dal furgone. Serrano apre lo sportello e fa scendere l'Uomo, impalandranato in un plaid e con quegli occhiali neri da saldatore sulla faccia. Lo sostiene come un cieco e gli tiene bassa la testa per salire nel furgone, poi lo fa rannicchiare lungo com'è dentro la cassa. L'auto da cui è sceso l'Uomo scompare subito, portandosi via l'ultima traccia, e il suo posto viene preso da un'utilitaria guidata da Dago. Quella con cui faremo strada al furgone con Serrano.
Salgo accanto a Dago, metto la borsa col mitra tra le gambe e guardo la strada. Per un attimo è tutto fermo. L'apnea sembra diradarsi. Tutte le immagini confuse che avevano continuato a rincorrersi nel fondo della mente si bloccano. Soppiantate da quella dell'Uomo con gli occhiali da saldatore. L'ultima.
Indico a Dago la prima delle tante svolte sul percorso studiato per arrivare a destinazione. Tutte strade secondarie e fuori mano che dovrebbero permetterci di evitare posti di blocco e traffico, impegnando un solo semaforo nel lungo tragitto da Nord a Ovest della città. La riuscita dell'ultima parte del piano è basata solo su questo. Ora siamo solo in tre. Non potremmo reggere a un impatto con la polizia.
Tagliamo per una strada condominiale e arriviamo sopra la valle delle vecchie fornaci. Un'altra strada privata ci porterà giù. Risaliamo tagliando la Circonvallazione, poi la lunga e stretta gimcana che lambisce i bordi della città. Arriviamo al semaforo. L'unico punto del percorso in cui è possibile trovare un posto di blocco. Siamo in fila. Vedo nello specchietto laterale il furgone dietro di noi. Le dita di Dago sono aggrappate al volante come quelle di un trapezista prima del lancio. La mano mi va da sola dentro la borsa a stringere l'impugnatura del mitra. Verde. Due macchine ci coprono girando a destra prima di noi. Nulla. Il grande slargo davanti al benzinaio vuoto. Ci infiliamo nella via dei vecchi casali che arriva all'antica strada del porto fluviale. Ecco ora la stradina sconnessa che scende al vialone sottostante. La percorriamo sussultando. La fine è vicina e il piede di Dago affonda involontario l'acceleratore. Già vediamo il grande supermercato che sovrasta il posteggio coperto. Entriamo nell'ombra del parcheggio diffidenti. Tutto finora è andato troppo liscio. Bardo è già lì con una familiare. Il furgone accosta. Tutto normale. Possiamo andare. E' solo il trasbordo di una cassa di legno da un furgone a una macchina. Ci penseranno solo Bardo e Serrano. Meglio non dare nell'occhio. Dago adesso avanza lentamente, lo sguardo allo specchietto. Le mani ancora avvinghiate al volante. Usciamo dall'ombra e la luce del sole ci sorprende come un nuovo giorno. Fuori pericolo. E' fatta. Ha funzionato. Sento allentarsi tutti i muscoli e un conforto drogato sciogliere la pressione nelle vene. Ora possiamo guardarci.
Il conforto durerà poco. Il peggio deve ancora arrivare. Dopo il feroce avvio, la ruota del dolore avanzerà per tutti fino al fondo del rimpianto.11 aprile 2003 - LETTERA BIONDO A DAGOSPIA SU INCHIESTA SU SALVONI
"Dagospia"
gentile redazione di Dagospia, vi scrive un vostro collega di Avvenimenti, Nicola Biondo. Ho letto un vostro pezzo sulla inchiesta ancora aperta sul delitto Moro fra i cui indagati risulta Innocente Salvoni, già membro dell'Superclan e dell'Hyperion. La notizia è stata da me pubblicata in esclusiva da Avvenimenti. Io stesso ne ho parlato alla presentazione del libro di Fasanella, qualche settimana fa alla libreria Bibli. Vi sarei grato che citaste le fonti dalla quali attingete le notizie, così semplicemente per correttezza. Il numero di Avvenimenti che riporta la vicenda, citando l'atto dal quale si evince la posizione di Salvoni, è quello del 14 marzo scorso. Ringraziandovi della vostra attenzione
Nicola Biondo
Risposta.
Caro Nicola Biondo, la notizia dell'inchiesta - lo abbiamo scritto - è stata data durante la presentazione del libro di Fasanella e Rocca da Bibli. Ecco: magari tra gli intervenuti alla presentazione andava scritto del tuo intervento. Comunque, dell'Hyperion, hanno poi parlato Franceschini, Priore e Pellegrino. La fonte delle notizie su Salvoni e sull'Hyperion che abbiamo messo in rete, tuttavia, non è Avvenimenti, ma l'archivio della Commissione Stragi, a cui ha attinto tra l'altro anche Sergio Flamigni per un suo libro sul caso Moro (e probabilmente lo stesso Avvenimenti).NOTA DELLA REDAZIONE DELL' ALMANACCO DEI MISTERI D'ITALIA
Ripubblichiamo a questo punto gli articoli di Biondo su "Avvenimenti" del 14 marzo:
14 marzo 2003 - "Avvenimenti"
servizi di Nicola Biondo
I buchi neri del sequestro Moro: un'inchiesta ancora aperta.
A distanza di venticinque anni dal rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, la Procura di Roma mantiene aperta un'inchiesta sul più grave delitto politico della Repubblica. L'oggetto delle indagini riguarderebbe i "buchi neri", gli aspetti mai chiariti della vicenda a partire dai contatti internazionali di cui le BR di Moretti si sarebbero avvalse per portare a termine l'operazione Moro. Tra gli indagati figura, infatti, un cittadino francese di origine italiana: Innocente Salvoni. Il suo nome porta all'ipotesi che la "mente", o una delle tante, del sequestro del Presidente della DC possa aver avuto in Francia appoggi e complicità ad altissimo livello. Il nome di Salvoni è, infatti, legato ad un centro culturale francese, l'Hyperion, che più di una volta è comparso nelle indagini della magistratura in questi anni, come centro propulsore delle attività brigatiste fino almeno al 1981. Raggiunto da Avvenimenti, Salvoni non ha voluto commentare la sua iscrizione nel registro degli indagati; certo è che alla segretezza delle indagini non sembra corrispondere un particolare impegno da parte degli inquirenti. L'indagine, aperta nel 1997 dai Pm De Crescenzo e Ionta, ha prodotto atti di un qualche interesse fino al 1999, poi più nulla.
Tra gli oggetti dell'indagine vi sono anche le dichiarazioni del capitano Antonio La Bruna, scomparso nel febbraio del 2000, riguardanti l'informazione circa il covo di via Gradoli, prima che questo venisse scoperto. Tra il marzo e l'aprile del 1978, l'ufficiale del SID venne contattato da Benito Puccinelli, oscuro uomo d'affari legato alle opere missionarie in Africa; Puccinelli, a sequestro incorso, segnalò via Gradoli come la strada dove si trovava il covo dei massimi responsabili del sequestro, segnalando che questi si avvalevano di una potente antenna radio. Tutte circostanze che si sono rivelate esatte. La bruna passò l'informazione ad un ufficiale di polizia, legato all'Ufficio Affari Riservati del Viminale ma rimase priva di riscontri.
L'inchiesta sui contatti internazionali delle BR di Moretti ha registrato una forte attività quando i magistrati sequestrarono nell'abitazione romana della giornalista Claire Sterling una lunga lista di brigatisti che sarebbero stati addestrati in Cecoslovacchia; tra quei nomi, fra i quali vi erano anche Curcio e Franceschini che smentiranno recisamente la circostanza, vi erano, secondo Michael Ledeen ( esperto di intelligence del Pentagono e consulente dell'allora ministro dell'Interno Cossiga) alcuni membri dell'Hyperion, tra i quali Franco Troiano. Sempre secondo Ledeen, l'Hyperion "serviva da base di controllo per le BR e da collegamento con il KGB e funzionari di altri servizi segreti".
Ma secondo i nostri servizi le cose non stanno proprio così: l'Hyperion aveva aperto a Roma, tra il gennaio e il settembre del 1978, due sedi di cui una, in particolare, era situata in uno stabile dove vi erano alcune società di copertura del Sismi. Secondo alcuni rapporti agli atti della Commissione d'inchiesta sul delitto Moro, il centro culturale parigino "sarebbe uno dei più importanti uffici di rappresentanza della CIA in Europa". Secondo alcuni "addetti ai lavori", l'Hyperion avrebbe svolto, invece, una funzione di interfaccia tra i più potenti servizi segreti del mondo, la Cia il Mossad, il Kgb.
D'altronde, lo stesso curriculum degli aderenti all'Hyperion farebbe pensare questo. Un'ipotesi che ha unito alcuni politici e magistrati. Nel ventennale dell'omicidio Moro, l'allora Presidente della Repubblica Scalfaro affermò davanti le Camere riunite che "le intelligenze criminose di quella vicenda si trovavano ancora in libertà e all'estero". Gli fece eco, il giudice Rosario Priore: "In Francia, a Parigi, nel febbraio 1978, già si sapeva della organizzazione del sequestro Moro".
Di sicuro c'è che di questo delitto, che ha mutato profondamente le sorti del Paese, grandi buchi neri. E che, forse, la verità mancante potrebbe essere uno dei fattori che non aiuta a capire e prevenire la nuova ondata terroristica eversiva: sempre sotto quel simbolo i cui misteri non si sono mai svelati del tutto.Nik:Come lei sa ora cade il 25nnale....
X: Io non sono mai stato indagato, io ero francese, abitavo in francia sono stato scagionato due-tre settimane dopo. Punto e a capo
Nik: come mai esce fuori il suo nome?
x: perché non sono andato militare...
Nik: e la inquisiscono per il delitto più importante che è successo in Italia?
x: Io non c'entro niente con 'sta storia, non sono mai stato indagato. C'era un casino di gente che non c'entrava niente... sono uno che sono apparso su una foto il giorno dopo e che non c'entravo niente...
Nik: allora perché le rompono le scatole?
x: A me nessuno rompe le scatole
Nik: allora coma mai c'è un procedimento aperto?
x: Non so che c'è un procedimento aperto... Guardi non c'entro niente, vengo spessissimo in Italia... Guardi che io non ho nessuno problema... non sono indagato, nessuno mi ha mai rotto le palle...
Nik: quindi lei smentisce che ci sia il suo nome?
x: ma no, io non dico questo, ma nessuno mi ha mai rotto le palle, è evidente che io non c'entro niente
Nik: però mi sembra strano...
x: potrà sembrare strano quanto vuole, io non trovo strano un cazzo... io sono in Francia dal '77 da prima che è avvenuto 'sto affare
Nik: io non posso saperlo...
x: io sono francese dal novembre del '77
Nik: quindi le non sa....
x: senta, all'epoca c'era un mandato di cattura, poi mi hanno tolto il mandato di cattura e a me più nessuno mi ha rotto le palle...
Nik: ... potevo fare il pezzo dicendo "il signor x è indagato", invece volevo sentire il signor x... però mi sembra strano che c'è ancora un'inchiesta aperta...
x: ma non me ne frega niente... la possono tenere aperta tutta la vita.. tanto non c'è niente...
Nik: e non l'hanno neppure avvertita... è illegale... mi dispiace doverle ricordare...
X: ma non mi ricorda niente... è una puttanata fatta trent'anni fa, non mi ricordo neanche quanti anni sono passati...
Nik: 25 anni fa... Però lei ne era uscito... Che ci sia questa cavolo di inchiesta aperta...
X: non mi meraviglia... l'Italia, sta giustizia, non è un paese moderno...
Nik: assolutamente no.... le do ragione...
X: cosa vuole che le dica...
Nik: io mi incazzerei come una bestia
X: e beh, cosa vuole che le dica, vuol dire che prenderò provvedimenti... se mi informano... prenderò... non so che cosa dirle...
A me nessuno ha mai notificato nessun provvedimento... vivo lavoro e pago le tasse...
Nik: se leggo.... mi stupisce....
X: non ne so niente...
Nik: se posso permettermi di informarla il procedimento è nuovo...
X: sì, sì.. se vogliono divertirsi... se me lo comunicano avvertirò un avvocato... cosa vuole che le dica...
Nik: mi dispiace disturbarla.. era mio dovere...
X: ma no, lo trovo anche divertente...
Nik: si riferisce a una vecchia storia, a un gruppo di persone, che erano a Roma in quel periodo.. e fra i nomi c'era il suo...
X: ce ne erano anche altri!
Nik: sì, esattamente...
X: (ride)
Nik: ...la storia di un centro culturale parigino...
x. sta perdendo tempo, guardi...
Nik: non voglio farle perdere tempo, ma prima di pubblicare qualche sciocchezza....mi scusi se l'ho disturbata
x: di nienteSuperclan-Hyperion, un mistero alle origine delle BR
Nell'atto di fondazione delle Brigate Rosse rimane una meteora inesplorata la breve vita di un piccolo gruppo chiamato Superclan. Ne facevano parte tra gli altri, fino alla definitiva rottura avvenuta nel 1973, Innocente Salvoni, Duccio Berio, Vanni Mulinarsi e Corrado Simioni, che ne era il leader carismatico. Il gruppo vagheggiava una clandestinità assoluta ( niente sigle e rivendicazioni), la necessità di colpire, con il metodo del terrorismo selettivo, i responsabili della"controrivoluzione" e dell'imperialismo americano ( con i progetto di un attentati contro Junio Valerio Borghese e le basi USA ), l'importanza, infine, di egemonizzare e coordinare le varie anime del nascente partito armato. Del gruppo facevano parte anche due futuri leader BR, Mario Moretti e Prospero Gallinari. Curcio, Franceschini e Mara Cagol non si fidarono mai, invece, del gruppo di Simioni; una diffidenza acuita dal sospetto che il Superclan si avvalesse di contatti e finanziamenti sopsetti, tra i quali, come ha recentemente ricordato Franceschini, quelli con Roberto Dotti, intimo amico e sodale di Edgardo Sogno, l'uomo del "golpe bianco".
Dopo un mandato di cattura spiccato dai giudici di Milano nel 1973, il Superclan si sfalda; Gallinari e Moretti vengono riammessi all'interno delle BR.
Gli altri si rifugiano, invece, in Francia dove daranno vita ad un centro culturale e una serie di associazioni, tra le quali l'Hyperion e l'Agorà. Diventano a tutti gli effetti i primi fuorisciti italiani in Francia. Di Innocente Salvoni si ricomincerà a parlare nelle ore successive la strage di via Fani; la sua foto, sulla base di un riconoscimento fatto da un testimone, comparirà fra quelle dei sospettati di aver compito il sequestro di Aldo Moro. Pochi giorni dopo, il suo nome uscirà dall'inchiesta: secondo alcune indagini, per perorare la causa di Salvoni, si mosse il più famoso prelato di Francia, l'Abbé Pierre che incontro l'allora segretario della DC Benigno Zaccagnini. Ma la circostanza è stata negata da quest'ultimo e mai confermata dal prelato. Che però alcuni anni dopo, nel 1983, correrà in sostegno di un altro aderente dell'Hyperion, Vanni Mulinarsi, accusato dalla procura di Venezia e poi prosciolto per un traffico d'armi tra le BR e una fazione dell'OLP. Ma il giudice veneziano Mastelloni, sulle basi di testimonianze di alcuni pentiti, proverà che, in effetti, Mario Moretti ha intrattenuto negli anni un forte rapporto con gli uomini dell'Hyperion e in particolare con Corrado Simioni e che il traffico d'armi, tra BR e OLP, era stato mediato da alti ufficiali del SISMI. Certo è che il centro culturale parigino ha goduto di importanti amicizie e rapporti: a parte quelli dell'Abbé Pierre, risultano provati quelli con il Crise, legato alla Rockfeller Foundation, con il ministero della cultura francese fino all'Eliseo e all'OCSE. E' questo uno degli aspetti che ha attirato gli inquirenti italiani; la notevole disponibilità finanziaria e la rete dei contatti istituzionali di cui l'Hyperion poteva godere; sicuramente di natura non rivoluzionaria.
E' anche la convinzione della Commissione Moro che ha ultimato le sue indagini sul gruppo milanese-parigino così:
"Le insistenti richieste rivolte alle auotorità di polizia e ai Servizi perché svolgessero serie indagini sono state praticamente disattese".Caso Moro: la pista francese e il nodo Hyperion
La pista francese sul caso Moro è una storia emblematica, fatta di ritagli d'archivio, documenti dimenticati, imbarazzati silenzi, indiscrezioni e atti ufficiali. L'ultimo indagato, in ordine di tempo, è Innocente Salvoni, membro dell'Hyperion, un centro culturale di Parigi, il cui leader Corrado Simioni, sembra riassumere nella sua vita la trama di una spy-story degna del miglior Le Carrè. Il suo nome venne fatto, in riferimento al sequestro Moro, per la prima volta da Bettino Craxi. A lui sembra alludere il generale dalla Chiesa, più di una volta, nelle sue deposizioni alla Commissione Moro.
Raffinato studioso del teatro di Pirandello, Corrado Simioni è stato spesso avvicinato alla figura, mitologica e depistante, del "Grande Vecchio".
La Commissione Stragi ha preferito definirlo, più modestamente, come " figura enigmatica" nella storia delle Br.
Nato a Venezia nel 1934, milita nel PSI dalla fine degli anni '50 nella corrente autonomista; in stretti rapporti di amicizia e collaborazione con Bettino Craxi e Silvano Larini, i tre non passano inosservati nella Milano del boom industriale. Espulso dal PSI nel 1965 per generiche accuse di "condotta immorale", si trasferisce a Monaco di Baviera dove collabora con Radio Europa Libera, il baluardo dell'informazione occidentale che si irradia nei paesi del blocco sovietico, dove frequenta un corso di teologia. Nel '67 ritorna a Milano: lavora alla Mondatori e collabora con l'USIS ( United States Information Service ), un'istituzione culturale americana. Ricomincia ad occuparsi di politica: prima con un gruppo maoista, di cui molti aderenti erano in realtà infiltrati dei servizi poi nel comitato di base della Mondatori e nel Collettivo Politico Metropolitano; dovunque si segnala per il suo radicalismo. Nel 1970 fonda il Superclan con Duccio Berio, Salvoni e Vanni Mulinaris e Mario Moretti. Qualcuno inizia a diffidare di lui: prima Lotta Continua che lo accusa di essere un confidente della Polizia poi Avanguardia Operaia: "Entra tra i primi in clandestinità anche se all'epoca non ha alcun mandato di cattura a suo carico...era un pezzo grosso a livello di Curcio. Espulso come poliziotto, probabilmente è del SID". Il suo nome verrà dimenticato fino al 1980 quando Craxi lo citerà in un'intervista, poi smentita, dichiarando che "forse il "grande vecchio è qualcuno che ha fatto l'università in mezzo a noi". Due anni dopo il leader socialista spiegò in una lettera a Simioni, ormai trasferitosi a Parigi, di non aver mai fatto il suo nome.
L'ormai ex rivoluzionario, diventato uomo d'affari, rilasciò sibilline dichiarazioni in risposta al suo vecchio amico: "Bettino l'ho conosciuto negli anni '60. Forse, ma questa è solo una mia ipotesi, ha voluto cautelarsi. Quando in Italia si è cominciato a parlare del trio Berio-Simioni-Mulinaris, Craxi può aver pensato che gli conveniva attaccarmi. Per evitare di essere attaccato lui".
Proprietario di un castello in Normandia, che fa da cornice alle lezioni sul linguaggio del teatro, Simioni rimane un mistero. Che nessuno, forse, ha interesse a svelare.
Rimane agli atti, una vecchia dichiarazione del generale Dalla Chiesa: "E' un intelligenza a monte delle Brigate Rosse".
Una pista investigativa o semplicemente un abbaglio ?Corrado Simioni, un misterioso rivoluzionario
Uomo carismatico e raffinato studioso del teatro di Pirandello, Corrado Simioni è stato spesso avvicinato alla figura, mitologica e depistante, del "Grande Vecchio".
La Commissione Stragi ha preferito definirlo, più modestamente, come " figura enigmatica" nella storia delle Br.
Il capo del Superclan e dell'Hyperion ha dalla sua un curriculum vitae degno di una spy story: nato a Venezia nel 1934, ha militato nel PSI dalla fine degli anni '50 nella corrente autonomista; in stretti rapporti di amicizia e collaborazione con Bettino Craxi e Silvano Larini, i tre non passano inosservati nella Milano del boom industriale. Nel 1965, però, Simioni viene espulso dal PSI per generiche accuse di "condotta immorale". Si trasferisce, così, a Monaco di Baviera dove collabora con Radio Europa Libera, il baluardo dell'informazione occidentale che si irradia nei paesi del blocco sovietico; qui, frequenta un corso di teologia. Nel '67 ritorna a Milano: lavora alla Mondatori e collabora con l'USIS ( United States Information Service ), un'istituzione culturale americana. Ricompia ad occuparsi di politica: prima con un gruppo maoista, di cui molti aderenti erano in realtà infiltrati dei servizi poi nel comitato di base della Mondatori e nel Collettivo Politico Metropolitano; dovunque si segnala per il suo radicalismo. Nel 1970 fonda il Superclan, criticando l'avventurismo delle nascenti BR troppo ancorate alla chimera della "rivoluzione dal basso". Qualcuno inizia a diffidare di lui. Prima Lotta Continua che lo accusa di essere un confidente della Polizia poi Avanguardia Operaia: "Entra tra i primi in clandestinità anche se all'epoca non ha alcun mandato di cattura a suo carico...era un pezzo grosso a livello di Curcio. Espulso come poliziotto, probabilmente è del SID". Questa scheda ritrovata nell'archivio di A.O. molti anni dopo, aggiunge anche un particolare: Franco Troiano, anche lui dell'Hyperion, ciatato da Ledeen tra i BR addestrati in Cecoslovacchia sarebbe stato, invece, addestrato in una base Nato; stessa accusa viene fatta a Simioni.
Il suo nome verrà dimenticato fino al 1980 quando Bettino Craxi, suo vecchio amico, lo citerà in un'intervista, poi smentita, dichiarando che "forse il "grande vecchio" è qualcuno che ha fatto l'università in mezzo a noi". Due ani dopo il leader socialista spiegò in una lettera a Simioni, ormai trasferitosi a Parigi, di non aver mai fatto il suo nome.
L'ormai ex rivoluzionario, diventato uomo d'affari, rilasciò sibilline dichiarazioni in risposta al suo vecchio amico: "Bettino l'ho conosciuto negli anni '60. Forse, ma questa è solo una mia ipotesi, ha voluto cautelarsi. Quando in Italia si è cominciato a parlare del trio berio-Simioni-Mulinaris, Craxi può aver pensato che gli conveniva attaccarmi. Per evitare di essere attaccato lui".
Proprietario di un castello in Normandia, che fa da cornice alle lezioni sul linguaggio del teatro, Simioni rimane un mistero. Che nessuno, forse, ha interesse a svelare.
Rimane agli atti, una vecchia dichiarazione del generale Dalla Chiesa: "E' un intelligenza a monte delle Brigate Rosse".Non si fa in tempo ad accendere il registratore che Giovanni Pellegrino, ex-presidente della Commissione Stragi, mette subito le cose in chiaro:
<<Vogliamo parlare della vicenda Moro ? Va bene, partendo da una constatazione però: i brigatisti non dicono tutta la verità. Qual è il motivo ? Ho cercato per vie sia ufficiali che indirette a sollecitarli e la risposta che ne ho ricevuto suonava così: <<Ma se noi dicessimo a Pellegrino e alla Commissione le cose che vuole sapere noi che vantaggio otterremmo ? Per questo io lanciai una proposta, sul modello sudafricano, di una commissione per la verità e la riconciliazione. Questo paese si deve liberare e risolvere una volta per tutte la sua storia...
Mi chiedo perché la stagione del terrorismo politico continua fino ad oggi sotto la stella a cinque punte ? Perché gli insulti a Mieli vengono firmati Nar. Perché è un passato di cui non ci siamo liberati. Perché vi sono decine di attentati piccoli e grandi, al Manifesto a via Tasso ad un cinema che proietta un film sull'Olocausto ? Purtroppo vi sono due italiane che non si parlano, come, e peggio, durante la guerra fredda.
Qual è la sua opinione sull'inchiesta ancora aperta sul delitto Moro che Avvenimento ha rivelato la scorsa settimana che coinvolge, fra gli altri, Innocente Salvoni?
<<Penso che gli ambiti di responsabilità sul sequestro Moro non siano stati fino in fondo investigati e questo mi pare evidente D'altra parte la Commissione che presiedevo riprende quella vicenda dopo che il Presidente della Repubblica Scalfaro, in una sede istituzionale, pose un problema: se altre intelligenze, oltre a quelle individuate possano essere state responsabili dell'omicidio di Moro e fossero sfuggite alla giustizia. La pista francese è, come tale, nota. La riprese con forza Alberto Franceschini in Commissione Stragi. Ma, secondo un alto ufficiale dei Carabinieri, Nicolò Bozzo stretto collaboratore di Dalla Chiesa, la pista francese era un'idea ossessiva del generale che credeva che l'Hyperion fosse una sorta di camera di compensazione tra i servizi occidentali e orientali.
Lei, nella sua relazione del 1995 definì il leader dell'Hyperion Corrado Simioni come una figura oscura...
Si, sulla base delle ricerche fatte dal professor De Lutiis. Certo è che l'iter rivoluzionario di Simioni si presta a più di un sospetto.
Quale altra vicenda connessa al sequestro rimane avvolta nel mistero ?
<<Sicuramente il memoriale: guardi che ormai non vi è dubbio che noi non lo abbiamo per intero. E anche questa era un'ossessione del generale Dalla Chiesa. Perché tutto quello che troviamo è in seconda battuta cioè una fotocopia dell'originale ed è incompleto. Più di una volta ho ipotizzato che gli originali si trovino all'estero. E credo che Dalla Chiesa desse, in questo senso, molta importanza alla pista francese.
Il memoriale può essere utilizzato in funzione di ricatto ancora oggi ?
Probabilmente lo è stato.
Vi è un collegamento tra le vecchie e le nuove BR ?
Si, in parte, e con una precisazione. Queste nuove leve si collegano con le propaggini finale delle vecchie br. E' uno spezzone composto da irriducibili, gli stessi irriducibili che compiono i delitti Conti e Ruffilli. E' un rilancio di quella esperienza.
Vi possono essere ancora oggi deviazioni istituzionali come è successo per la vicenda Moro?
Bisogna capire quali situazioni di impunità a livello di apparati siano state garantite allora. Noi ancora non conosciamo perfettamente le operazioni di infiltrazione nell'area contigua alle BR che furono fatte da Dalla Chiesa. Adesso è difficile dirlo; io proposi, dopo il delitto D'Antona, rimanendo inascoltato, che vi fosse una centralizzazione di tutte le informazioni e delle indagini inerenti alle nuove ondate eversive. Si immagini che sulla Lioce indagano contemporaneamente Roma, Firenze e Bologna.
Le nuove BR possono avere degli agganci esterni, una sorta di "consulenti" ?
In un momento di tensione internazionale quale quello attuale non mi sorprenderei che qualche servizio straniero tenti di dialogare con le BR. Va detto che la Lioce ha chiesto che ciò avvenga quando parla di masse islamiche. Gli NTA si sono sempre mossi in una direzione dichiaratamente internazionale: l'omicidio D'Antona avviene durante le operazioni militari nei balcani. Se qualche agente di Milosevic, allora, fosse entrato in contato con le Br sarebbe normale.
Lei ha detto che se potessero essere rese pubbliche le carte della Commissione stragi la verità su tante storie italiane potrebbe venire fuori...
Ne sono sempre più convinto, se qualcuno ci lavorasse senza pressioni di carattere politico come quelle che la Commissione ha dovuto subire negli anni in cui l'ho presieduta. E' un archivio enorme e interessantissimo. D'altronde la notizia che voi data sulla pista francese viene da quell'archivio.
Il punto è capire se questo fa parte o meno di un dovere democratico. Un consulente della Commissione ha scritto un libro in cui dice che tutto è chiaro e quello che non lo è fa parte ormai della sfera dell'inconoscibile. Io mi chiedo se questa è la scelta giusta. Io mi stupisco quando qualcuno si lamenta perché vengono avanzate ipotesi, sarà così finché non tutto sarà chiaro. Non ci si può rassegnare. Andreotti ha ammesso che non ci può più essere una ragion di stato che imponga qualcuno di non raccontare come sono andate le cose. Ovviamente Andreotti dice queste cose non riferendosi a se stesso ma ad altri. Andreotti decise freddamente, perché fa parte del personaggio, che una via politica alla trattativa non c'era. E rimase in attesa di quello che poteva fare il Vaticano. Può darsi che qualche altra personalità si sia attivata. Bisognerebbe fare uno sforzo anche da parte della famiglia; sono convinto che se altri prima parlassero forse anche i familiari di Moro potrebbero raccontarci qualcosa.
Quindi c'è stata una trattativa...
Ne sono convinto perché lo dice lo stesso Moro. Una trattativa che era giunta quasi ad un esito favorevole e che riguardav