Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - febbraio
4 febbraio 2002 - BALIANI RECITA MORO
"Il Mattino"
Baliani recita Moro
È dedicata al caso Moro la nuova due giorni di "La scena segreta", la rassegna multimediale diretta da Ruggero Capuccio in corso a Salerno: stasera, al teatro Verdi, la Casa degli Alfieri presenta "Corpo di Stato - Il delitto Moro", di Alessandra Rossi Ghiglione con Marco Baliani (nella foto qui sopra), regia di Maria Maglietta. Domani sera, invece, è in programma un incontro sul tema con il senatore Ds Massimo Brutti e, a seguire, la proiezione di "Cadaveri eccellenti" di Francesco Rosi. Per Ghiglione "i morti di via Fani, i volantini, le immagini di Moro prigioniero, le dichiarazioni dei politici, gli appelli dei familiari, le prese di posizione dei sindacati e della società civile, le indagini, i sospetti, i covi, tutto quello che è stato detto nei quattro processi non si può raccontare, bisogna piuttosto partire da altro: dall'emozione di quel corpo sacrificato, più forte di ogni altra parola".

6 febbraio 2003 - CASO MORO: SUCCESSO A SALERNO PER MONOLOGO BALIANI
"La Citta'" di Salerno
Al Verdi successo per Marco Baliani
Sulle tavole del palcoscenico ex brigatisti e registi engagè fino al lavoro di Dario Fo
Lunedì sera il Verdi ha aperto le porte alla compagnia Casa degli Alfieri che ha presentato "Corpo di Stato - Il delitto Moro: una generazione divisa", di Alessandra Rossi Ghiglione con Marco Baliani per la regia di Maria Maglietta. E proprio dal Verdi sono partite le iniziative per ricordare Aldo Moro, a venticinque anni dalla sua scomparsa. Il monologo di Baliani è uno dei testi teatrali più accreditati dedicati al caso Moro. Ne ricordiamo altri. Ad esempio "Scene da un rapimento" scritto da Roberto Buffagni che, per ricalcare in modo fedele le tappe del sequestro, si fece aiutare da due ex brigatisti, Mario Moretti e Prospero Gallinari. Da ricordare anche "Il caso Moro", in scena nel 1998 al teatro Stabile di Parma per la regia di Cristina Pezzoli. Non si può non ricordare il testo teatrale "La tragedia di Aldo Moro" di Franca Rame e Dario Fo, citato come autore del "Mistero Buffo" dallo stesso Baliani nel suo monologo.

Moro 25 anni dopo tra veleni, misteri e inerzie dello Stato
Il senatore Massimo Brutti analizza la cronaca di un delitto annunciato
Ore 9,15 del 16 marzo 1978, Roma, via Fani angolo via Stresa. Un commando delle Brigate Rosse uccide a raffiche di mitra i cinque agenti della scorta e rapisce Aldo Moro. è il più grave attentato terroristico nella storia della Repubblica. "Ricordo benissimo quel giorno. Ero docente di diritto romano all'università di Macerata. Me lo dissero quando arrivai in facoltà. Andai subito nella federazione del Pci per avere altre notizie. Poi partecipai all'assemblea, voluta da professori e studenti". Massimo Brutti, 59 anni, oggi è vicepresidente del gruppo Ds-Ulivo al Senato, fa parte della commissione antimafia e del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza. è uno dei massimi esperti sul terrorismo rosso e nero. Del più grave attentato messo a segno durante gli anni della lotta armata, il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, si è parlato al Verdi nel quadro della rassegna "La scena segreta" e Massimo Brutti è stato invitato a discuterne con i giovani che hanno partecipato alla manifestazione. Al senatore diessino La Città ha chiesto di narrare ricordi, retroscena, giudizi politici su quel drammatico evento. Senatore Brutti, fu colto di sorpresa quando seppe dell'agguato di via Fani? Solo in parte. Eravamo ad un livello altissimo di attacco allo Stato e alla democrazia da parte delle Brigate Rosse. La sorpresa derivava dall'efficienza dimostrata da questo gruppo e dall'incapacità dello Stato di difendere la personalità in quel momento più importante e cruciale della politica italiana. Perchè la figura di Aldo Moro era così importante in quel periodo? Ricordo le discussioni nei giorni immediatamente precedenti il 16 marzo sulla situazione politica che si stava delineando. Solo tre mesi prima, nel dicembre del 1977 era stata avanzata la richiesta di un governo di cui facesse organicamente parte il Pci. Di fronte a questa richiesta ci fu il veto assoluto espresso dall'amministrazione americana e anche dagli ambienti politici tedeschi. Ci fu una lunga ed estenuante trattativa di cui fu protagonista proprio Aldo Moro, in quel periodo presidente della Democrazia Cristiana. Si arrivò alla decisione di costituire una maggioranza di cui facesse parte il partito comunista, di cui esponenti di primo piano già ricoprivano incarichi istituzionali di primo livello: ricordo per tutti Pietro Ingrao, presidente della Camera e altri presidenti di commissioni parlamentari. Insomma il governo del 16 marzo doveva essere il punto di arrivo di un percorso intrapreso a inizio legislatura. E inveceÉ La partecipazione del Pci si fermò alle soglie del governo: si fece un monocolore democristiano presieduto dall'onorevole Giulio Andreotti, un politico che rappresentava una garanzia sia per la parte più conservatrice della Dc sia a livello internazionale. Moro non era riuscito a fare di più. Ma è stupefacente che l'uomo più esposto, proprio in quelle settimane impegnato in una lunga e complessa trattativa politica, non sia stato protetto adeguatamente. C'erano stati anche una serie di avvertimenti e lo stesso Moro era preoccupato per la sua incolumità personale. Il Pci scelse subito quella che allora fu definita la linea della fermezza: nessuna trattativa con le Br. A 25 anni di distanza, pensa ancora che fu la scelta giusta? Continuo a essere convinto che non si potesse fare altrimenti. Dopo la strage dei cinque uomini della scorta non era possibile aprire una trattativa per salvare la vita di Moro. Le Br volevano la liberazione di detenuti politici perchè puntavano ad un riconoscimento politico. Accettando quella richiesta lo Stato avrebbe ammesso l'esistenza di una guerra civile. Era necessario invece isolare le Br trattandole come un gruppo criminale, proprio per evitare che ottenessero il consenso dei lavoratori, delle parti più deboli della società. Nelle fabbriche ci fu una vera e propria battaglia di cui furono protagonisti il sindacato e il Pci. Una battaglia per convincere la classe sociale più esposta alla crisi economica che la linea delle Br avrebbe portato alla distruzione dei diritti dei lavoratori. Le Br volevano creare le condizioni per la guerra civile. Lo stesso obbiettivo della guerra civile era inseguito anche dal terrorismo nero attraverso le stragi. Voglio ricordare che dal primo gennaio del '69 al 31 gennaio 1987 in Italia ci sono stati 14591 atti di violenza politica. La storia di quegli anni è la storia di gruppi terroristici di diverso colore che puntavano alla guerra civile. E' anche una storia piena di misteri, non crede? Io credo che in modi diversi sia i terroristi neri che i terroristi rossi siano stati favoriti e protetti da settori degli apparati dello Stato. Basta pensare come tutti i processi sulle stragi siano stati ostacolati da una serie di depistaggi e manipolazioni da parte dei servizi segreti italiani. Basta pensare come le Brigate Rosse siano cresciute e si siano sviluppate, anche attraverso il ricambio del loro gruppo dirigente, praticamente indisturbate. La storia del sequestro Moro è una storia di inerzia, mancanza di iniziativa da parte degli apparati dello Stato. Non dobbiamo dimenticare che proprio in quel periodo i nostri servizi di sicurezza erano guidati da uomini iscritti alla loggia massonica P2. Una setta segreta, affaristica ed eversiva che puntava sul piano internazionale all'acuirsi della guerra fredda, sul piano interno ad una stabilizzazione moderata, conservatrice, anche con elementi di autoritarismo. Insomma, agli antipodi della politica di Aldo Moro. Se andiamo a rileggere il "piano di rinascita democratica" della P2 troviamo cose molto attuali: la spaccatura del sindacato, la dissoluzione della Rai, la creazione di televisioni private, la riforma dell'ordinamento giudiziario. C'è una continuità impressionante con i nostri giorni. Torniamo al caso Moro. Quali furono le conseguenze sul piano politico di quella vicenda? L'esperienza della solidarietà nazionale finì quasi subito. Ricordo che qualche giorno dopo il 16 marzo uscì un articolo di Gianni Bagget Bozzo che non senza qualche soddisfazione dichiarava concluso l'esperimento della solidarietà nazionale. All'interno della sinistra si verificò una prima rottura, il partito socialista, alla ricerca di uno spazio autonomo, contestò la linea della fermezza, il dissenso con il Pci sul modo di combattere il terrorismo fu netto. Con la drammatica uscita di scena di Moro, la parte più conservatrice della Dc riprese il sopravvento. Faccio un esempio che visto oggi sembra incredibile: la Dc presentò migliaia di emendamenti alla legge che eliminava finalmente la mezzadria, un retaggio che definirei medievale e che ancora negli anni settanta non si riusciva a rimuovere. Perchè, a suo giudizio, non si riesce a chiudere con il passato, a consegnare alla storia avvenimenti che risalgono ormai ad un quarto di secolo fa? Di tutta la storia del terrorismo rosso il caso Moro è quello che più di ogni altro presenta ancora oggi aspetti oscuri. Ricordo i veleni sparsi su tutto, le lettere di Moro, i cosiddetti interrogatori, molti parassiti si mossero per sfruttare quella situazione. Ho parlato di un'inerzia voluta da parte dello Stato. Intorno e dietro a questa inerzia ci sono molte verità che ancora devono essere rivelate. Probabilmente ci sono ancora documenti che non sono stati ritrovati. Qualcuno sa dove sono. Secondo me, Aldo Moro quando parlava con i suoi carcerieri, ragazzi poco più che ventenni, sapeva che i suoi interlocutori erano altri. I brigatisti di oggi sono figli di quelli di ieri? Nella storia delle Br di allora ci sono due fasi. Una prima fase è basata sull'idea che le classi dominanti stessero preparando un colpo di Stato. Dopo il '75 viene meno l'antifascismo militante, l'attacco si rivolge contro la Democrazia Cristiana e il Partito comunista. Si punta alla guerra civile attraverso la dimostrazione del carattere autoritario e repressivo dello Stato. Io credo che il gruppo brigatista responsabile degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi sia in perfetta continuità con le Br dell'ultima fase, verso la fine degli anni Ottanta. Se si rileggono i documenti dei terroristi che assassinarono Ezio Tarantelli e Roberto Ruffilli, si scopre che il linguaggio è lo stesso, le parole d'ordine sono le stesse, anche la rappresentazione della fase storica è la stessa.

Libri e siti Internet sul caso
Le analisi, da Sciascia a Giulio Andreotti
La letteratura relativa al caso Moro è vastissima. Darne una sintesi esaustiva è difficilissimo. Per chi volesse documentarsi, segnaliamo qualche sito. Il senatore Sergio Flamigni ha realizzato il sito: www.casomoro.it. Da segnalare www.misteriditalia.com. E: www.apolis.com e www.paginaitaliana.com.ÊAmpio spazio al caso Moro anche sul sito www.comune.bologna.it.ÊBen fatto il sito della rivista derive e approdi e lo speciale pubblicato su Repubblica.it. Sul fronte dell'editoria, "L'affaire Moro" di Sciascia. Ancora: "Moro, il diario di un dramma", Roma, ADN-Kronos, 1979; i "Diari" di Giulio Andreotti 1976-1979, Milano, Rizzoli, 1981. Del 1988 "Aldo Moro. Delitto d'abbandono", di Carlo Bo per i tipi della Quattroventi. E "Moro: una tragedia italiana" a cura di Giorgio Bocca, Milano, Bompiani, del 1978. Per gli appassionati sono stati pubblicati sedici volumi relativi agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia dall'83 all'87. Segnaliamo di Vittorio Cervone "Ho fatto di tutto per salvare Moro", Genova, Marietti, 1979 e "Il mandarino è marcio" di Maurizio De Luca e Mimmo Scarano, editori Riuniti 1985. Giovanni,Spadolini è l'autore di "Diario del dramma Moro, marzo-maggio 1978. I 54 giorni che hanno cambiato l'Italia", Firenze, Le Monnier , 1978. Tra gli autori stranieri: "The Aldo Moro Murder Case, London", Harvard University Press Cambridge di Drake e di Katz, "I giorni dell'ira", che ha ispirato il film di Giuseppe Ferrari con Volontè.

Pellicole e clip ispirati allo statista
Il caso Moro ha ispirato e continua ad ispirare numerosi film. Uno dei più conosciuti è "Il caso moro" di Giuseppe Ferrara (1986) con Gian Maria Volontè. Tra i "corti" si segnala "L'ombra (c'è uno spirito che aleggia in piazza del Gesù, è il fantasma di Aldo Moro che ormai non c'è più)" del 1993, per la regia di Silvio Ferrero, presentato al festival di Torino. E' un videoclip di una canzone del gruppo Munciausen Generescion su fatti e misfatti della Dc. In cantiere altri due lavori. Uno del regista Renzo Martinelli, "Piazza delle Cinque Lune". Distribuito dall'Istituto Luce, uscirà in tutta Italia il 9 maggio 2003, a 25 anni di distanza dalla scomparsa dello statista democristiano. Si intitolerà invece "Buongiorno notte" come un famoso verso di Emily Dickinson il nuovo film di Marco Bellocchio. Affronterà i rapporti tra il presidente della Dc e i suoi sequestratori. Anche "Todo Modo" di Elio Petri si ispira a Moro.

11 febbraio 2003 - MITROKHIN: FRAGALA', SILVESTRI, "NINO" E LA VICENDA MORO
ANSA:
Enzo Fragala' (An) torna all'attacco. Per il componente della commissione di inchiesta sulla vicenda dell'archivio Mitrokhin il report n.14 del dossier, quello che parla della fonte "Nino", si riferisce a Stefano Silvestri gia' vicedirettore dello Iai e non, come riferito da Vladimir Strelkov, gia' agente del Kgb operante a Roma, ad un altro esponente dell'Istituto affari internazionali. Oggi, nella nuova tornata dell'audizione della dottoressa Maria Vozzi (Sismi) Fragala' ha respinto questa interpretazione, raccolta a suo tempo dal servizio segreto militare dallo stesso Strelkof. Il dossier Mitrokhin in sostanza parla - ha detto l'esponente di An - del "numero due dell'istituto" e' cioe' di Stefano Silvestri, poiche' il numero uno, storicamente, e' identificabile nella persona di Altiero Spinelli che fondo' lo Iai nel 1975. "La scheda 14 si riferisce al 'deputy director' dello Iai. Il dossier Mitrokhin fornisce informazioni fino al 1984, anno in cui l'archivista del Kgb va in pensione. In quel periodo il 'deputy director' ,cioe' il numero 2 dello Iai e' Stefano Silvestri", che e' quindi da identificare, secondo l'esponente di An, nella fonte "Nino". Quindi "Nino" non era Bonanni (come indicato da Strelkov) ne' Bonvicini, indicato come contatto di servizi dell'Est nell'ambito dello scandalo che coinvolse il consigliere dell'ex presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, e cioe' lo studioso Ruggero Orfei, e che collaborava con lo Iai. Ma Fragala', nella sua lunga arringa, ha evocato anche qualche 'filo' che porta direttamente alla vicenda Moro. Silvestri, sottosegretario alla difesa nel Governo Dini, nel 1978 fece parte del comitato di esperti che supporto' il ministro dell'Interno Francesco Cossiga durante il rapimento del presidente della Dc, Aldo Moro. Uno dei suoi appunti, cioe' una analisi sulle logiche e dinamiche del terrorismo, stilato come consulente di Cossiga, venne ritrovato nell'abitazione di Giuliana Conforto, in viale Giulio Cesare 44 a Roma, il giorno in cui vennero arrestati, nel maggio del 1979, Valerio Morucci ed Adriana Faranda (i 'postini' durante i 55 giorni del sequestro Moro'). Giuliana Conforto e' la figlia di Giorgio Conforto, l'agente Dario, uno dei piu' importanti e influenti capi della rete spionistica del Kgb in Italia, sottolinea Fragala'. Oggi e' emerso che la dottoressa Vozzi, dipendente del Sismi dal 1995, partecipo' all'operazione della squadra mobile di Roma che porto' all'arresto di Morucci e Faranda nell'appartamento di Giuliana Conforto. Noi non sapevamo che l'appartamento - ha detto la funzionaria del Sismi - fosse della figlia di Conforto. Non ci arrivammo per il nome di lei, individuammo prima la zona, poi la strada. L'obiettivo erano due o tre appartamenti di quel palazzo, non mi pare che sia stato fatto all'epoca il nome di Conforto padre. Che poi sia stato fatto successivamente non lo so. Potrebbe averlo fatto la Digos. Fragala, durante l'odierna riunione della commissione Mitrokhin ha ipotizzato anche un contato dello Iai con uomini che furono coinvolti nelle indagini sull'attentato al Papa. "Nel febbraio 1982, nell'ambito delle indagini sulla 'pista bulgara' per l'attentato al Papa ed il rapimento del generale americano Dozier, emerse che Luigi Scricciolo, gia' indicato come in contatto con servizi segreti bulgari presto' attivita' di collaborazione allo Iai dal luglio 1975. Risulta da documenti che Silvestri e Scricciolo avessero in piu' di una occasione scambiato opinioni su argomenti delicati come la Nato e questioni legate al terrorismo, come il caso Dozier". Ma sulla questione la Vozzi ha detto di non avere specifici elementi.

11 febbraio 2003 - MORTO GALLUCCI: PROCURATORE A ROMA NEGLI ANNI DI PIOMBO
ANSA:
Achille Gallucci, l'ex capo della Procura di Roma morto oggi, era nato a Tuglie, in provincia di Lecce, nel 1914. Era entrato in magistratura nel settembre 1941. Tranne un periodo in cui era stato Procuratore della Repubblica a Vasto (Chieti), aveva svolto tutta la sua carriera a Roma. Nella capitale, al momento della nomina, era stato pretore per due anni. In seguito era passato in tribunale, prima come giudice e poi come consigliere istruttore. Dopo 14 anni di carriera, il 24 luglio 1980 fu chiamato a dirigere la Procura della Repubblica al posto di Giovanni De Matteo. Gallucci istrui' i piu' importanti processi contro il terrorismo e la criminalita' organizzata di stampo mafioso. Fu una sua creazione il pool antiterrorismo di cui hanno fatto parte i giudici Ferdinando Imposimato, Rosario Priore, Francesco Amato e Claudio D'Angelo e che segui', fra il 1978 e il 1983, i processi per il sequestro e l' uccisione di Aldo Moro e della scorta, per l' omicidio del vice presidente del Csm Vittorio Bachelet e per gli omicidi dei giudici Vittorio Occorsio, Girolamo Tartaglione, Girolamo Minervini e Riccardo Palma. Aveva diretto inoltre il pool amtimafia partecipando in prima persona alle indagini su oltre 60 sequestri di persona, tra cui quelli di Gianni Bulgari e Claudio Chiacchierini. Il suo periodo da procuratore della Repubblica rimane, invece, legato alle inchieste sull' attentato al Papa Giovanni Paolo II avvenuto in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981 e alla formalizzazione delle indagini sulla Loggia massonica P2 e l' assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Gallucci lascio' la magistratura per raggiunti limiti di eta' il 24 febbraio 1984.

11 febbraio 2003 - COMMISSIONE MITROKHIN: ANCORA POLEMICHE SU FONTE 'NINO'
"Il Nuovo"
Mitrokhin, è ancora scontro sulla fonte "Nino"
Guzzanti accusa l'opposizione di aver messo "in pericolo" lo 007 russo che scagiovana il presidente dello IAI, Silvestri. Replicano i ds: "Il nome non era coperto da omissis". Si sgonfia il caso Bonaventura.
ROMA - Il colonnello Ferraro? Con il caso Mitrokhin non c'entra nulla: l'ex ufficiale del Sismi morto suicida non ha mai avuto nulla a che fare con il dossier Impedian e le notizie di un suo coinvolgimento sono del tutto infondate. La seconda parte dell'audizione della funzionaria del Controspionaggio, Maria Vozzi, ha riservato l'ennesima sorpresa: un'altra delle teorie (o forse dei "teoremi") che aleggiava intorno alla vicenda Mitrokhin si è rivelato infondato.
Nella precedente audizione era stato accertato che il "Nino" di cui si parlava in una scheda non era - come ha sempre sostenuto l'onorevole Fragalà di An - il presidente dello Iai, Stefano Silvestri. Sul "caso" Silvestri, però, le polemiche sono continuate anche nell'audizione di oggi.
Ma andiamo con ordine, a cominciare dal "caso Ferraro". Come si ricorderà, il colonnello del Sismi fu trovato morto in circostanze misteriose. Un "giallo" alimentato anche dalla convivente dello 007, la quale sostenne che la sera in cui si sarebbe impiccato, il colonnello Ferraro non solo non aveva mostrato nulla di particolare, ma - anzi - aveva parlato di cosa fare nel resto della serata e per l'indomani. Testimonianza che, con altri elementi, aveva fatto ipotizzare un omicidio, mascherato da suicidio.
Le indagini, però, si conclusero affermando che si era trattato da suicidio. Da allora le leggende sono fiorite: sono comparsi sulla scena testimoni più o meno attendibili che hanno collegato Ferraro ad ogni mistero degli ultimi anni: dal caso Alpi ai traffici di armi, Gladio, caso Moro e - anche - affare Mitrokhin. Leggende, verosimilmente. Ma l'alone di mistero della morte di uno 007 è sempre stato intrigante e le voci hanno avuto spesso spazio sui giornali.
Così quella che voleva accostare il nome di Ferraro al caso Mitrokhin era già stata inserita in un elenco di presunti "morti misteriose" collegate al dossier sul Kgb, insieme a quella del colonnello Bonaventura, morto per cause naturali alla vigilia della sua audizione. Maria Vozzi, invece, ha avuto parole categoriche: il colonnello Ferraro con il dossier Mitrokhin non c'entra nulla.
Ma a palazzo San Macuto, durante l'audizione della funzionaria del Controspionaggio, sono continuate le polemiche sul caso Silvestri, ossia l'ex sottosegretario alla Difesa nonché presidente dello Iai, il cui nome - secondo Fragalà di An - sarebbe contenuto nella scheda 14, quella relativa all'informatore Nino. Fragalà ha molto insistito sul punto, facendo leva sul fatto che il nome di Silvestri era già spuntato durante l'operazione Orfei, quando il Sismi scoprì l'elenco di presunti contatti degli 007 cecoslovacchi tra cui c'era quello di Silvestri.
La Vozzi ha spiegato che, sulla base degli elementi da lei raccolti, non era possibile identificare il "Nino" con Silvestri. Anzi, alcuni elementi facevano ritenere il contrario. Fragalà ha insistito molto, arrivando ad ipotizzare addirittura una sorta di depistaggio realizzato dal Sismi per coprire il presidente dello Iai.
Vero? Sembrerebbe di no. Perché - come era già emerso nell'altra audizione - nel frattempo il Sismi aveva "agganciato" un ex agente del Kgb, Vladimir Strelkov, che si era detto disposto a collaborare. E poiché era Strelkov in persona a gestire "Nino", i nostri 007 gli hanno chiesto chi fosse: si trattava di un tal Bonanni e non di Silvestri, la risposta. Una circostanza che sembra sgomberare il campo da equivoci.
Ma proprio sulla vicenda Strelkov è scoppiata l'ennesima polemica: "Esiste un pericolo di vita per Vladimir Strelkov. Non sappiamo se oggi vive in Russia, in Italia o altrove", ha detto presidente della Commissione, Paolo Guzzanti. "Fu Walter Bielli (Ds) a parlarne per la prima volta - ha affermato Guzzanti - la dottoressa Vozzi del Sismi disse di non sapere nulla di quell'operazione, confermandola però implicitamente. L'attuale direttore del Sismi ci aveva pregato di mantenere la riservatezza su Strelkov, ma ormai il danno è fatto. Nel marzo 2000 il Sismi ha avvicinato e messo a stipendio Strelkov che era un agente del Kgb. Sul caso Strelkov c'è stato un errore che ha creato problemi all'interno della commissione".
Immediata la replica di Bielli: "Nei documenti che sono stati inviati dal Sismi, i nomi che devono essere protetti sono stati coperti da omissis. Il nome di Strelkov era in chiaro, né il documento aveva la classifica di segreto, come pure avviene in altri casi delicati. Se il Sismi avesse voluto proteggere una sua fonte, avrebbe dovuto espungere il nome, che ha fatto in altri documenti. Ho parlato della vicenda Strelkov per chiedere chiarimenti su una questione che reputo di particolare importanza e citando il documento in forma riassuntiva, così come correttamente devono essere utilizzati i documenti di cosiddetta vietata divulgazione. Mi sembra che coloro che hanno diffuso il contenuto della scheda del galleggiate relativo a Libero Lizzadri si siano comportati analogamente. Ed io non ho avuto nulla da dire. La verità è che il caso Strelkov sta provocando molto nervosismo del Polo: da un lato c'è la prova che il Sismi ha indagato seriamente sul dossier, senza farsi influenzare da D'Alema e Prodi: dall'altro c'è la prova che Stefano Silvestri non è l'informatore Nino. Due teoremi che stanno crollando".

13 febbraio 2003 - PECORELLI: DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO
"Il Nuovo"
"Andreotti fu l'ideatore del delitto Pecorelli"
Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato il senatore a vita a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista. "Aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie".
PERUGIA - "E' stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli". E' per questo motivo che i giudici della Corte d'Appello di Perugia hanno condannato, a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti. Lo hanno spiegato il presidente Gabriele Verrina e il giudice relatore Maurizio Muscato nelle motivazioni della sentenza, depositate alla cancelleria penale della Corte.
I giudici ritengono che il movente del delitto sia da collegare all'attività del giornalista. "Andreotti - si legge ancora nelle motivazioni - aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita".
La corte spiega di aver dato una "insuperabile valenza probatoria" alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che ha detto di aver ricevuto da Badalamenti e Bontate "confidenze" in merito al delitto. "L'omicidio - ha detto Buscetta ed hanno ripetuto i giudici - era stato organizzato da Bontate e Badalamenti". "Il movente - sempre secondo Buscetta - era individuabile nell'attività di giornalista che Carmine Pecorelli svolgeva in collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che era riferibile a documenti segreti provenienti da Aldo Moro o, comunque, riguardanti il caso Moro".
"Se Bontate e Badalamenti - sostengono i giudici - hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, lo hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti". "Ciò - continuano - appare evidente, se si considera che il sistema mafioso è un sistema complesso, esteso, resistente, che ha i suoi referenti anche e soprattutto nei partiti". "L'omicidio Pecorelli - concludono - è stato un delitto che ha avuto come movente il mandante politico, che è stato solo organizzato ed eseguito da esponenti della mafia, perchè intorno all'eliminazione di Pecorelli confluivano, per modo diretto, interessi politici e criminali legati da un comune filo conduttore".
La Corte d'assise d'Appello di Perugia condannò il 17 novembre scorso Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore di Op. Il delitto avvenne il 20 marzo del 1979. La sentenza ha in parte ribaltato quella di primo grado, che assolse tutti gli imputati: il senatore Andreotti, i mafiosi Badalamenti, Calò e La Barbera e l'estremista neo fascista Carminati.

14 febbraio 2003 - MORTO MARCELLO COPPETTI
ANSA:
E' morto oggi all' ospedale di Careggi a Firenze il giornalista professionista Marcello Coppetti, che per 30 anni e' stato redattore e poi caposervizio dell' Ansa. Coppetti, di 76 anni, nato a Fiesole, era ricoverato in ospedale da alcuni mesi. Aveva cominciato la sua attivita' giornalistica a Radio Cagliari nel 1948 e nel 1956 era diventato giornalista professionista. Aveva lavorato anche all' Agenzia giornalistica Italia e poi dal 1960 all' Ansa, tra Roma, Milano e Firenze, dove era andato in pensione alla fine degli anni Ottanta. Aveva collaborato con vari quotidiani italiani e pubblicato alcuni libri, tra i quali "Giorgio La Pira, agente di Dio" (1978) e "Ufo arma segreta" (1979). Ha anche scritto libri di poesie. I funerali si svolgeranno domenica prossima, alle 10,30, nella chiesa di Santa Maria Primerana di Fiesole. Lascia la moglie Roberta ed i figli Letizia e Francesco.

16 febbraio 2003 - CASO MORO: AL VIA LE RIPRESE DEL FILM DI BELLOCCHIO
"Liberta'"
Bellocchio: vi racconto i miei anni di piombo
In settimana via alle riprese di "Buongiornonotte", ispirato al caso Moro, con Lo Cascio e Sansa
Roma - Bellocchio ha scelto lo sguardo di una giovane simpatizzante della lotta armata per raccontare il dramma del sequestro Moro. Uno sguardo perso quello di Anna, disperato e miope ma che a poco a poco mette a fuoco la realtà che la circonda, distinguendo i grovigli del complesso universo degli "anni di piombo". La ragazza si divide tra i rituali della clandestinità e la routine quotidiana: un ufficio, un lavoro, dei colleghi e un ragazzo che sembra capirla molto più di quanto lei stessa riesca a fare. Aggrappata a quel filo di emozioni si scoprirà in conflitto con i suoi compagni, ripenserà i propri ideali di lotta di classe trovandosi sempre più a disagio nel suo ruolo di combattente. Partono in questi giorni le riprese del nuovo film del regista piacentino Marco Bellocchio che avrà come protagonisti Maya Sansa, già con Bellocchio ne La balia, e Luigi Lo Cascio (già nel film della Comencini Il più belgiorno della mia vita e ne I cento passi di Giordana). Bellocchio, come sarà il film ispirato al sequestro Moro? "Voglio che sia un film infedele, senza rivelazioni di tipo politico. Lascio al giornalismo e alla storia queste cose. Il mio sarà un racconto più intimista, che assomiglia a "I demoni" di Dostoevskij. Giuseppe Ferrara ha già fatto un film sul caso Moro che cercava di indagare intorno ai segreti che stavano dietro la sua uccisione". Ci può dire qualcosa di più preciso? "Le vicende sono viste attraverso gli occhi di una giovane che inizialmente condivide l'ideologia della lotta armata ma presto decide di prendere le distanze". I giovani registi di oggi non mostrano più la rabbia di quelli del passato. "Negli anni '60 e '70 c'era una consistente miscela di politica. Il cinema era all'opposizione, in massima parte costituito da gente di sinistra. Allora c'era la vecchia Dc". Oggi però c'è Berlusconi. "Berlusconi è un potere che la sinistra non ha ancora ben assimilato e spera che da un momento all'altro crolli. Alcuni saggiamente dicono che bisogna contrastarlo ma accettarlo. L'essere di sinistra non vuol dire appartenere a un'ideologia rigida ma all'utopia dell'uguaglianza. In passato, mi vengono in mente ad esempio certi film di Scola, la critica al mondo dei consumi era molto presente e aveva un'importanza che adesso non c'è più, perché la sinistra in generale è alla ricerca di una nuova identità composita. Quel periodo d'oro è stato irripetibile. Bisogna lavorare per rivitalizzare il cinema italiano. I talenti ci sono, ma in ordine sparso, allora la sinistra faceva da collegamento e il cinema italiano aveva più compattezza. Quello che è brutto è vedere cineasti giovani che cercano di imitare i vecchi nel genere della commedia per fare soldi e scelgono la commedia solo perché è il genere principe del cinema italiano". Giulio Romano

23 febbraio 2003 - IN TRIBUNALE STRONCATURA LIBRO FASANELLA SU MARKEVITCH
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Per un libro su Moro
Stroncatura in tribunale
Una stroncatura come non si leggeva da anni quella pubblicata da "La Repubblica" al libro "Il misterioso intermediario. Igor Markevitch e il caso Moro" poche settimane fa sulle pagine culturali del quotidiano romano e che ora trasloca dalla carta di giornale a quella bollata: è stato infatti dato mandato allo studio legale condotto dal salentino Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione stragi, di agire in sede civile per il risarcimento dei danni contro l'autore della recensione, Stefano Malatesta.
Il libro di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, edito da Einaudi, che traccia la biografia culturale del direttore d'orchestra chiamato in causa nella vicenda Moro da una inchiesta condotta prima dalla procura di Brescia e poi dalla stessa commissione stragi (che attivò solo in questo caso i poteri di indagine nei suoi 10 anni di vita) veniva ridicolizzato e duramente criticato ("metodo cabalistico di condurre le indagini") da Malatesta in un articolo dal titolo "La favola del grande vecchio".
La critica principale della stroncatura era quella di aver rielaborato una vecchia tesi, quella contenuta nel volume "I giorni del diluvio", edito anonimo ma steso da Francesco Mazzola, responsabile politico dei servizi segreti durante i 55 giorni del rapimento Moro, che parlava di una sorta di regia del Kgb che controllava strettamente il vertice delle Br e di una co-interessansa americana a chiudere la vicenda con la morte di Moro (sbarrando ogni strada alla trattativa) quando ci si rese conto che Moro stava rivelando segreti Nato.
Gli autori del volume avevano già protestato per la stroncatura che "ignora del tutto gli elementi documentali sulla quale poggia l'ipotesi di un ruolo da mediatore svolto da Markevitch" e il libro della Einaudi spiega perché questo identikit calza a pennello ad Igor Markevitch.

28 febbraio 2003 - MORUCCI: SE CONOSCI IL MEMICO, IMPOSSIBILE UCCIDERLO
"Il Corriere della sera"
L'EX BRIGATISTA
Morucci: se conosci il nemico diventa impossibile ucciderlo
ROMA - "Mi viene in mente una canzone di De Andrè, "La guerra di Piero". Dove si parla di come sia impossibile guardare in faccia il nemico che si deve uccidere...". Valerio Morucci ha letto il fondo di Pietro Ichino, la drammatica lettera aperta nella quale il giurista trasformato in bersaglio chiede ai suoi aspiranti carnefici di guardarlo in faccia, per vedere se poi saranno ancora capaci di premere il grilletto. Morucci era uno della colonna romana delle Brigate rosse. E ha ucciso, in via Fani e in altre occasioni. Che ne pensa dell'appello di Ichino?
"Per un soldato il nemico non deve avere faccia. La vittima non diventa mai persona, nessuno se lo può permettere, nessun soldato. Se succede ci fai della letteratura, dei film".
Lei però ad un certo punto ha detto "no", si è tirato indietro.
"E' successo per Moro, perché era prigioniero. Se mi avessero chiesto di ucciderlo in via Fani avrei potuto farlo, lo posso dire francamente. Ma dopo, una volta preso, non era più un bersaglio, ma un uomo... A me mi passavano per le mani le sue lettere, e leggendo quelle lettere la "cosa" era diventata uomo. E io avevo cominciato a temere per lui. E avevo cominciato ad adoperarmi perché non morisse. Se lo riconosci come essere umano non puoi più ucciderlo. Così come, tempo dopo, vedendo come esseri umani due poliziotti di 19 anni che stavano leggendo dei fumetti sotto il carcere delle Nuove a Torino, e che noi dovevamo uccidere, me n'ero andato dalle Brigate rosse. E' stata la mia catarsi".
Quindi l'osservazione di Ichino è molto meno utopistica di quanto potrebbe sembrare...
"Lo so, però può capitare solo se sei un carceriere, e allora nel momento di uccidere ti vedi come carnefice... Oppure è difficile. Perché premere il grilletto è cosa di un attimo, mentre la prigionia prolunga la pressione su quel grilletto. Se uno è portato al fare il carnefice non ha problemi, ma se pensi che combatti per liberare l'umanità, qualche effetto te lo fa".
La lettera allarga il discorso, lo applica in qualche modo anche ad altre guerre, quelle di questi anni.
"Ancora meno valido il suo discorso, allora. Perché siamo in una situazione in cui si buttano le bombe intelligenti dall'alto. La guerra, che era già il luogo supremo nel quale uccidere senza guardare in faccia il nemico, è diventata la negazione assoluta di questa possibilità: gli americani, se come pare andranno in Iraq, ammazzeranno quasi tutti con i missili".
Torniamo a Moro. Lei ha detto no, ma qualcuno lo ha ucciso, qualcuno ha premuto il grilletto. Guardandolo negli occhi, dopo 55 giorni passati assieme a lui.
"Cosa c'era dentro i poliziotti che hanno portato i No Global in una caserma e li hanno massacrati di botte? C'era odio, c'era determinazione assoluta".
Sparare però è di più, è più difficile. O almeno dovrebbe esserlo.
"E' tutto rapportato. Però l'odio, la carica che ti fa compiere il gesto sono gli stessi. Ci vuole il fanatismo, quello proprio di tutte le ideologie. Come facevano i preti a torturare la gente per salvarla? Devi credere oltre misura in quello che stai facendo. I brigatisti non erano nemmeno invasati fino a questo punto, ma avevano comunque un'enorme determinazione. Lui, Moretti, invece ce l'aveva anche perché era il capo. Se non fosse stato il capo non ce l'avrebbe fatta, perché neanche lui voleva uccidere Moro. Ma essendo il capo non poteva non farlo. Era talmente invasato del suo ruolo... Non si poteva tirare indietro".
Giuliano Gallo ggallo@corriere.it

28 febbraio 2003 - RAI: A TG2 DOSSIER-STORIE IL CASO MORO
ANSA:
La puntata di Dossier-Storie, rubrica di approfondimento del Tg2 in onda su Raidue domani alle 23,20, si occuperà del caso Moro a 25 anni di distanza da quel tragico 16 marzo 1978, quando furono assassinati i 5 uomini della scorta e fu rapito il presidente della Dc, ritrovato poi senza vita dopo 55 giorni. Ospiti in studio di Mauro Mazza saranno Paolo Guzzanti e Giovanni Pellegrino. Flavio Bucci leggera' alcune delle lettere che Moro scrisse nel corso della sua prigionia.
 
 
 


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