Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - gennaio
6 gennaio 2003 - AVV. LI GOTTI DA AN A ITALIA DEI VALORI
"La Gazzetta del Sud"
Intervista Per 35 anni prima al Msi e poi ad An, il noto avvocato dei pentiti entra nell'"Italia dei Valori"
Li Gotti: "Perché dico addio a questa destra"
Virgilio Squillace
CROTONE - Forse un po' scontata, la battutaccia è inevitabile. Si è pentito l'avvocato dei pentiti. Dopo una militanza a destra più che trentennale, passa sull'altro fronte e aderisce a "L'Italia dei Valori". Fuor di metafora: è cambiato Luigi Li Gotti, o è cambiata la destra? "La destra, la destra... ", risponde più che convinto il penalista, conosciuto per essere stato difensore di pentiti deflagranti quali Buscetta, Contorno, Brusca. Luigi Li Gotti, 55 anni, è stato avvocato di parte civile nel processo per la strage di Piazza Fontana, ha rappresentato i familiari del maresciallo Leonardi nel processo Moro, ha tutelato la famiglia del commissario Calabresi in un lungo iter processuale. Ha visto da vicino l'Italia più oscura, insomma, dove la politica incrocia il crimine e diventa perciò essa stessa un'altra cosa. Crotonese, Luigi Li Gotti vive e lavora a Roma, con la sua famiglia. A Crotone ha cominciato a fare politica alla fine degli anni sessanta nelle organizzazioni giovanili del Msi, partito del quale è diventato successivamente segretario di federazione e che ha rappresentato in Consiglio comunale dal 1972 al 1977. In un cassetto, l'avvocato Li Gotti custodisce le sue 35 tessere d'iscrizione annuale al Msi e poi ad An.
Non è stato Li Gotti, dunque, a cambiare? "No. Avevamo principi, valori. Certo, c'era anche della zavorra. Ma alcune cose erano molto ferme: i temi della giustizia, la solidarietà. Ha contato molto per me l'essere cresciuto a Crotone. Noi eravamo ispirati da Filosa, un cosentino, un personaggio particolare. Faceva parte della corrente vicina a Stanis Ruinas, che aveva creato con la rivista "Pensiero nazionale" un'area considerata la sinistra del Msi. C'è un bel libro pubblicato da Mondadori una quindicina di anni fa: si chiama "I fascisti rossi" e parla degli eventi successivi alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, del dialogo segreto, sotterraneo, fra la destra e la sinistra. Filosa, che fu anche deputato, significava per noi far parte di questa sinistra all'interno del Msi. Almirante ci era più vicino di Michelini, uomo della grande destra che dialogava con i liberali. Invece per noi vivere a Crotone, città operaia, significava avere accanto anche dei sindacati, volere o volare dovevi parlare di questo. I nostri iscritti erano operai. E noi sentivamo questa parte della nostra storia. Eravamo orgogliosi del fatto che uno dei caduti dell'eccidio di Melissa, Nigro, era il segretario di sezione Msi di Melissa. Quella di Melissa era una sezione che aveva una grande importanza, per noi era un punto di riferimento".
Quando è avvenuta la rottura? "Sentimentalmente non c'è stata una rottura. La rottura politica con i vertici di An è venuta con l'esperienza di questo governo, in questo ultimo anno e mezzo. I punti sono due: i problemi della giustizia e la questione morale. Nella destra ci sono uomini che non puoi spendere, se sei un partito che alla questione morale ci tiene sul serio. Questo mi ha fatto capire che nella destra la questione morale ha fatto passi indietro. In altri tempi non sarebbe stato possibile. E poi, il tema della giustizia. C'è un appiattimento totale sulle scelte di Berlusconi".
Perchè ritiene così decisiva la questione della giustizia? "È una anomalia italiana. Il tema della giustizia qui è centrale. In altri paesi è come altre cose, un problema fra i tanti, che deve camminare per la sua strada. Non è come da noi: occasione di contrasto, di conflitto. Questo accade perchè abbiamo un presidente del Consiglio che sostiene d'essere perseguitato dalla magistratura. Può un presidente del Consiglio andare in televisione per un'ora e sostenere: sono un perseguitato? Dà un segnale estremamente negativo. Un ministro di questo governo ha dichiarato che la sentenza Andreotti è una sentenza contro il popolo italiano. Ha diritto di dire questo, ma non di fare nello stesso tempo il ministro. Su questi temi An non è riuscita ad arginare. Poteva averne la forza. Invece si è appiattita. Queste cose, ed altre ancora, hanno rappresentato per me un momento di distacco".
E nell'Italia dei Valori, in Di Pietro? "Ho cominciato a parlare con quelli che parlano il mio stesso linguaggio. Sento parlare una lingua che mi è familiare. Ho fatto delle riunioni con loro. Vedo la stessa carica, la stessa ansia. A un collega romano iscritto ai Ds, che vive nel quartiere dove vivo anch'io, avevo chiesto di invitarmi nella sua sezione quando si discutevano certi problemi, che più mi stanno a cuore. Ma non mi hanno invitato. Invece un giornalista mi ha chiesto giorni fa chi avessi alle spalle, in questa mia scelta per l'Italia dei Valori. Non ho nessuno dietro alle spalle. Anzi, ho alle spalle mia figlia, che molto prima di me, portandosi dietro la famiglia, ha fatto la scelta per Di Pietro con grande anticipo su di me".
Si è dispiaciuto qualcuno? Ha avuto segnali dalla sua parte politica d'un tempo? "No. E da parte di chi, poi? Guardi che anche prima non avevo avuto nessun contatto con i gruppi dirigenti in carica".
Diciamola tutta. Ormai appiattita, a suo avviso la destra non c'è più? "Il maggioritario ha portato questo. Non c'è più spazio per una differenziazione. È difficile che ci sia il laboratorio politico, con il maggioritario. Se cominci a discutere sulle cose che dividono, l coalizione non regge più. Il maggioritario ha cambiato la politica. Certo, aiuta la governabilità, ma distrugge la fantasia".
Ma la forza viene pur sempre all'esecutivo da una democratica consultazione... "Attraverso i numeri questo governo cambia le regole. Invece le regole si rispettano. La "Cirami" è uno schiaffo al Parlamento, attraverso i numeri".
Tuttavia sull'indulto la destra è spaccata, discute. "I piccoli reati, una volta, venivano affrontati e risolti dall'amnistia. L'indulto estingue una parte della pena. Oggi si parla di questo indultino, che è uno sconto per chi ha già scontato un certo numero di anni. In Inghilterra c'è la parole , una norma che dall'inizio dice: questa è la tua pena, ma se ti comporti bene esci prima. Un tipo di riforma in questa direzione si può fare. L'indultino non entra nel sistema, mentre c'è spazio per lavorare in campo strutturale. In realtà qui la questione è soprattutto elettorale. Del resto, c'è una proposta d'un deputato di An che abbatte il tetto della pena per la bancarotta fraudolenta. Questo, mentre il ministro Castelli ha bloccato i concorsi in magistratura. Nel momento in cui la gente chiede giustizia, arriva questo provvedimento. Ecco quale sensibilità c'è da parte del governo".
Cosa pensa della protesta annunciata dai magistrati che all'apertura dell'anno giudiziario si presenteranno con una copia della Costituzione? "Dico solo che ci sarà un motivo, se 8.000 magistrati ricorrono a questo gesto clamoroso. Il fatto stesso che i magistrati abbiano deciso di manifestare richiamando i principi della costituzione, vuol dire che c'è un problema serio, e che lo vogliono porre all'attenzione".

10 gennaio 2003 - LIBRO-INCHIESTA MASTRANGELO SU 'COMPLOTTO COMUNISTA'
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Misteri, zone d'ombra ed interrogativi non mancano mai nella storia. Non fa eccezione, evidentemente, quella italiana dal dopoguerra ai nostri giorni. La rilegge da destra Gianni Mastrangelo, allievo di Pinuccio Tatarella a "Puglia d'oggi", poi al "Roma", consigliere regionale e deputato di An, nel suo recente libro-inchiesta Il complotto comunista. "Esplorando i territori di confine", come scrive nella prefazione Donato Bruno, presidente della Commissione Affari Costituzionali della Presidenza del Consiglio e Interni della Camera dei Deputati, l'autore rimette in discussione verità che vengono date per acquisite.
Mastrangelo esamina fatti, testimonianze e documenti, stabilisce collegamenti e ricostruisce rapporti alla ricerca del filo rosso che attraverserebbe mezzo secolo di vicende italiane. Dal tesoro di Dongo e dalla Volante rossa all'adesione del Patto Atlantico, da Stay-Behind che poi diventerà Gladio all'apertura a sinistra il percorso attraversa la politica del nostro Paese fino agli anni di piombo. A questi, da piazza Fontana fino al sequestro Moro ed alla strage di Bologna, Mastrangelo dedica particolare attenzione, partendo da lontano e tentando di far luce sui retroscena. Rivivono, così, nelle sue pagine avvenimenti, protagonisti, comparse e registi occulti che chi ha vissuto quella stagione non dimentica: si parla di Egdardo Sogno e del piano Solo, di Feltrinelli, di Pinelli, del commissario Calabresi, di Valpreda, di Freda e Ventura, di Licio Gelli e della P2, delle stragi, degli assassinii, delle gambizzazioni e degli espropri proletari ma anche della Cia, del Kgb, di Carlos, dei servizi segreti cecoslovacchi, di quelli italiani e dei depistaggi. L'autore sostiene, tra l'altro, che "con gli attentati del 12 dicembre 1969 fu realizzata una intesa operativa tra anarchici, marxisti-leninisti e gruppi apparentemente collegati all'estrema destra, attraverso Mario Merlino, per concorrere, insieme, a destabilizzare lo Stato, secondo lo scenario disegnato da Feltrinelli e Delle Chiaie".
Riconosce, però, che su piazza Fontana la verità "più sembra a portata di mano e più diventa irraggiungibile". Intanto, il Partito Comunista era impegnato a "non compromettere agli occhi dell'opinione pubblica l'immagine di un partito che, bloccato sulla via della conquista del potere con la forza dagli accordi di Yalta, doveva necessariamente accettare il gioco democratico". Quanto al caso Moro, secondo Mastrangelo, "i veri motivi del rapimento del presidente della Dc vanno ricercati nella logica marxista-leninista delle Brigate Rosse che consideravano l'intesa Dc-Pci una manovra del sistema capitalistico, che poneva il Pci in condizione di subalternità verso gli interessi occidentali e lo allontanava dall'orbita filosovietica, aumentandone le spinte autonomistiche".
Le duecentosessantuno schede del dossier Mitrokhin, pubblicate in appendice completano un discorso portato avanti con coraggio e coerenza, che vanno, comunque, riconosciuti all'autore anche se non si condividono opinioni, valutazioni e conclusioni.
Gianni Custodero
"Il complotto comunista" di Gianni Mastrangelo (Controcorrente ed., pp. 264, euro 16,00).

10 gennaio 2003 - MORO: LIBRO FASANELLA E ROCCA SU MARKEVICH E SEDUTA SPIRITICA
"Panorama"
Moro, l'ultima verità sulla seduta spiritica
di Giovanni Fasanella
Dopo il rapimento, Romano Prodi e alcuni amici interrogarono l'aldilà. Oggi dietro quella famosa riunione spuntano logge, esoterismo e messaggi cifrati. Un libro svela nuovi retroscena e ipotesi sulle trattative con i brigatisti per liberare l'ostaggio
Ricordate la seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi ai tempi del sequestro Moro? Si è sempre ritenuto che quella strana riunione fosse servita, coprendo la fonte, a inviare un'informazione agli inquirenti.
Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, autori del libro Il misterioso intermediario, danno una ricostruzione sorprendente: le rivelazioni di Moro rischiavano di destabilizzare l'ordine mondiale e i poteri forti decisero di intervenire.
Attraverso Igor Markevic, il direttore d'orchestra al centro di mille intrecci. Di seguito, alcuni brani del capitolo che ricostruisce proprio quell'oscuro episodio.
La situazione aveva finito per complicarsi perché erano in troppi a cercare una via d'uscita, ma spesso in modo autonomo e confuso.
In quelle condizioni non poteva esserci altra possibilità che cercare una soluzione governata. Era, allora, indispensabile trovare un luogo estremamente discreto e protetto, dove agissero trasversalmente solo interessi e logiche sovrannazionali. E dove a condurre il gioco fossero persone altrettanto discrete e quasi invisibili, nel senso, cioè, di una loro assoluta insospettabilità in quella funzione.
Da quel momento l'affare Moro entrò in un'altra dimensione, fu come inghiottito in una dolina carsica e seguì un suo percorso sotterraneo. Una dimensione esoterica, blindata, assolutamente inaccessibile ai profani.
FLUIDI PARANORMALI
Era il 2 aprile. In pieno allarme internazionale per le rivelazioni del presidente democristiano, in Italia pareva che non si potesse far altro che affidarsi a fluidi paranormali. E così, mentre attorno a Roma un sensitivo, chiamato dal governo, cercava Moro con tecniche da rabdomante, una risposta arrivò dall'Appennino emiliano. Qui, in una casa di villeggiatura, un pacioso gruppo di amici, dopo aver mangiato, insieme alle rispettive famiglie, con la dovizia e la prelibatezza di quelle zone, non sapeva cosa fare: il tempo si era guastato e avevano dovuto rinunciare alla prevista passeggiata. Così, tra le chiacchiere delle mogli e il chiasso dei bambini, avevano deciso di fare una seduta spiritica.
Avevano messo un piattino da caffè al centro di un grande foglio, ai cui bordi erano state scritte le lettere dell'alfabeto, vi avevano puntato tutti un dito sopra e avevano cominciato a porgli domande sull'onorevole Moro e sulla sua sorte. La cosa strana è che quegli amici erano quasi tutti serissimi docenti universitari e che fra loro c'erano un futuro presidente del Consiglio, Romano Prodi, e un futuro ministro, Alberto Clò. Il piattino aveva cominciato a correre con grande decisione da una all'altra delle lettere e aveva composto un nome: G-R-A-D-O-L-I.
È possibile che in un frangente così tragico dei luminari scherzassero con un piattino attorno alla vita di Moro? E se facevano sul serio, pensavano davvero che gli spiriti (sia pure autorevoli) di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira, evocati in quella seduta, potessero rivelare il luogo in cui Moro era tenuto prigioniero? Se lo scopo fosse stato veramente quello di fare arrivare un'informazione coprendone la fonte, non sarebbe stato più semplice ricorrere a una lettera o a una telefonata anonime? Non si sarebbe potuto far correre una voce attivando il passaparola degli amici di amici?
"GRADO 51"
Viene da chiedersi, allora, se sia possibile leggere in qualche altro modo quel messaggio. Lo si potrebbe, per esempio, prendere alla lettera, per quello che è: un messaggio esoterico, appunto, cioè in codice. La seduta spiritica avrebbe segnalato, allora, a chi era in grado di capirlo, che quell'indicazione poteva essere decifrata solo da chi, interno o esterno al gruppo, fosse iniziato a quel particolare linguaggio cifrato. Se il codice fosse stato, per esempio, quello rosacrociano, le lettere indicate dal piattino avrebbero potuto non formare il nome del paesino sul lago di Bolsena, ma essere lette come GRADO-LI (grado 51).
Si sarebbe rinviato, cioè, a un livello ancora più occulto del trentatreesimo, il gradino più alto della gerarchia massonica conosciuta. Quale poteva essere questo misterioso Grado LI? Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ély Star (pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flammarion), Les Mysteres de l'horoscope, svela che il Grado LI corrisponde al Maître du Glaive, il Signore del Gladio. E l'ipotesi può acquistare una sua perturbante suggestione se si pensa appunto alla rete segreta Gladio e alla circostanza che al numero 68 di via Gradoli abita il pittore Ivan Mosca della loggia Monte di Sion, gran maestro, con il nome esoterico Hermetico, dell'Ordine dei Cavalieri massoni eletti Cohen dell'Universo, confraternita in rapporto di fratellanza con i Rosacroce.
Letto così e riferito alla situazione internazionale, quel messaggio poteva essere interpretato in due modi: o come una richiesta di intervento rivolta al fantomatico Signore di quella organizzazione; oppure come l'annuncio che il Grado LI stava per muoversi.
Questa lettura, del resto, potrebbe essere ulteriormente confermata anche da certe frequentazioni di alcuni dei partecipanti a quella seduta.
I CIRCOLI DI PRODI
È noto, per esempio, quanto il professor Prodi sia vicino, per formazione e rapporti, ad ambienti finanziari anglo-americani, in particolare alla London school of economics. Il prestigioso istituto di formazione finanziaria era nato, nell'alveo di un'altra organizzazione, la Fabian Society, insieme alla Round Table. Alla stessa area di influenza può essere riportato anche un gruppo assai vicino a Prodi, quello del Mulino. L'associazione bolognese di cultura, infatti, nel 1965 era stata tra i fondatori, con il centro studi Nord-Sud e la Fondazione Olivetti, dell'Istituto affari internazionali, promosso da Altiero Spinelli come filiazione italiana del Royal institute of international affaires.
L'idea del Riia era nata a Parigi nel 1919, durante la Conferenza della pace, quando il colonnello Edward House, plenipotenziario del presidente Woodrow Wilson, aveva riunito all'Hotel Majestic un gruppo di delegati anglofoni suoi confratelli della Round Table.
Tra loro, oltre a Bernhard Berenson, gran protettore di Markevic, c'era anche lord Esme Howard, padre di Hubert, il dominus rector di quel Palazzo Caetani attorno al quale ruotano tutti gli enigmi del caso Moro. Era Hubert Howard, il Grado LI, fonte o destinatario del messaggio del piattino?
Era lui il Signore del Gladio indicato con la seduta spiritica? Forse non è un caso che tra i più intimi amici di Howard, uno dei pochissimi ammessi a pescar trote nel fiume di Ninfa, fosse proprio Enrico Mattei, con Paolo Emilio Taviani e Moro fondatore di Gladio.
POTERI PIÙ FORTI DEL GOVERNO
Proprio a ridosso di quell'episodio, Hubert Howard ebbe un contatto con il governo italiano. Non si sa se sia stato chiamato o se sia stato lui a proporsi, magari per comunicare che da quel momento la cosa era in mano a poteri più forti e che non erano gradite interferenze. In qualunque modo siano andati i fatti, è molto probabile che sia stato appunto quell'incontro a segnare l'entrata in azione di Howard e delle due istanze che egli rappresentava. Istanze che lo legavano entrambe a Igor Markevic molto più strettamente di quanto non facesse un matrimonio con due cugine. È probabile, infatti, che l'immagine di Howard come principe consorte di Lelia Caetani celasse altri livelli di operatività. Se il vero compito di Howard a Roma fosse stato quello di fare da tramite fra la Gladio italiana e la rete Stay-behind e insieme l'Authority di quel sistema di protezione? Questo ruolo si saldava, forse, all'altro livello che si potrebbe ricostruire frugando nelle zone ancora oscure e ignote della biografia di Hubert. Andrebbe meglio indagato, per esempio, il lungo rapporto che lo legò a Kermit, il figlio del presidente americano Theodore Roosevelt. Kermit, che svolse un'intensa attività di intelligence nella Cia, era anche uno dei più convinti sostenitori della sinarchia, cioè dell'idea di un Governo mondiale.
Di questo pensiero si trovò una sistematica esposizione in un documento segreto venuto alla luce nel 1935: si intitolava Pacte Synarchique ed enunciava i principi e la strategia per diffondere, in tappe successive, l'Ordine nuovo in tutto il mondo. La gradualità come elemento decisivo per il compimento di un progetto così ambizioso e globale era stata messa a punto dalla Fabian Society, che prese il nome proprio da Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore e puntò molto sulla formazione: The London school of economics fu una sua creazione e divenne modello per molte università, tra le quali Harvard.
LA CITTÀ MAGICA
Nel 1978, Howard appariva solo un gentiluomo di campagna, dedito al riordino e all'amministrazione dell'ingente patrimonio della moglie Lelia (morta l'anno prima), con la quale da molto tempo si era ritirato nel feudo di Sermoneta. Qui i due avevano dedicato tutte le loro cure allo splendido giardino di Ninfa, fatto nascere da Marguerite Chapin tra le rovine di una città morta, che Gregorovius definì "la Pompei del Medioevo". I ruderi, secondo molte voci, ospitavano spesso sedute spiritiche e questo contribuiva ad aumentare la suggestione di quel luogo remoto e protetto. In quest'oasi Hubert Howard è vissuto appartato, ma niente affatto isolato.
Molti dei frequentatori erano dello Iai, altri della Trilateral, delle Conferenze Bilderberg, l'Istituto Atlantico, il Club di Roma fondato e presieduto da Aurelio Peccei. Tutte sigle che in vario modo discendono dal mondialismo della Fabian Society, attraverso la Round Table e il Royal institute of international affaires e costituiscono in Italia una sorta di trasversale Partito angloamericano.
Ecco, allora: dopo che si era avuta la certezza che le rivelazioni di Moro toccavano punti vitali per la sicurezza del Patto Atlantico, questo schieramento angloamericano si era mosso e aveva attivato il Signore di Gladio.
Che si ricordò di un'altra situazione difficile, nella Firenze occupata dai tedeschi, e di un giovane artista che che lo aveva aiutato a uscirne, Igor Markevic. Hubert e Igor, dunque, di nuovo insieme, come 34 anni prima, a trattare ancora una volta sulla sorte di un ostaggio eccellente: durante la guerra, i tesori di Firenze in mano ai nazisti; nella primavera del 1978, Moro in mano ai brigatisti rossi.
QUEL MUSICISTA DALLE MILLE AMICIZIE
I due ultimi Caetani (anche Igor aveva sposato un'erede della famiglia, Topazia, ndr) erano due stranieri: uno dell'Ovest, l'altro dell'Est. Hubert sapeva che, dopo la trattativa per Firenze, Igor aveva mantenuto rapporti con ambienti americani e inglesi; che era intimo amico di Moshe Feldenkrais, il guaritore di Ben Gurion; che aveva intrecciato in Svizzera le relazioni più cosmopolite; e che aveva eccellenti rapporti con il governo francese da cui negli anni Sessanta aveva ricevuto la Legion d'Onore.
Ma Hubert conosceva soprattutto i suoi legami viscerali con la Grande Madre Russia, confermati anche dalle dichiarazioni filosovietiche, al momento di assumere l'incarico a Santa Cecilia. Di Igor, inoltre, Hubert apprezzava l'abilissimo direttore d'orchestra e la sua idea di una prospettiva sonora che armonizzasse in gerarchia le contrastanti sezioni strumentali: una capacità professionale da lui portata a vero virtuosismo, anche perché in quel modo sublimava la sua profonda pulsione a conciliare ogni contrasto.
IL "PRIORATO DI SION" E I SERVIZI SEGRETI
Soprattutto, però, Hubert sapeva quali fossero i fini del misterioso Priorato di Sion, di cui Jean Cocteau, intimo amico e sodale di Igor, era stato Nautonnier (nocchiere, ndr). Ordine dalla fisionomia sfuggente e mutevole, durante la guerra era stato contattato anche dai servizi inglesi per organizzare la resistenza in Francia. Charles de Gaulle se n'era servito per la sua ascesa al potere. E gli americani avevano fatto proprie le due idee fondamentali del Priorato: agire nel campo della psicologia di massa e realizzare il grande disegno di una federazione di stati europei.
Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, gli storici che hanno studiato questo ordine, ce lo descrivono come immerso da qualche tempo in una "sfera piuttosto tenebrosa", dove politica, massoneria, Cavalieri di Malta, Cia, Vaticano, alta finanza "si incontrano, si uniscono temporaneamente per uno scopo o per l'altro, poi riprendono la propria strada".
Anche tutti questi fili del Priorato di Sion, negli anni Settanta, finivano con l'intrecciarsi dentro e attorno a Palazzo Caetani, in una ragnatela di discrete relazioni e di contatti insospettabili fra persone e istituzioni. Nella primavera del 1978, dunque, non poteva che essere convocata lì, a Palazzo Caetani e dintorni, la riunione sinarchica per risolvere i problemi aperti dal sequestro Moro. Su questo piano sovrannazionale Hubert Howard e Igor Markevic avrebbero governato l'intricata matassa di interessi e di posizioni che si aggrovigliavano nel caso Moro.
In un'ipotetica divisione dei ruoli, è possibile che Igor agisse sul campo, per così dire, tornando a fare la spoletta tra le parti, magari anche con il cervello politico delle Br, e Howard tenesse il controllo nella cabina di regia di Palazzo Caetani.

12 gennaio 2003 - MORO: SU RAISAT I TG DELL' EPOCA
"Il Corriere della sera"
Su Raisat dal 16 marzo, il giorno del rapimento
Caso Moro, maratona in tv sui tg di venticinque anni fa
ROMA - Cosa successe - davvero - venticinque anni fa a Roma, sulla collina di Monte Mario, e precisamente all'incrocio fra via Stresa e via Mario Fani? Il mistero del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta fa ancora molta paura. Sono troppi - nonostante tante indagini, tanti processi, tanti libri e tante discusse ricostruzioni - gli aspetti poco chiari. La dinamica del sequestro è tuttora da precisare, le carte originali del memoriale dello statista scomparso non sono mai state lette per intero, le testimonianze dei brigatisti sono state spesso oscure e non di rado contrastanti fra loro. E sono in tanti a far discendere dal giallo del 16 marzo 1978 alcune pagine drammatiche della storia che seguì, dagli omicidi di Pecorelli, Calvi e Dalla Chiesa alle tantissime supposizioni attorno alle stragi italiane. Anche per questo, è da lodare l'iniziativa di Marco Giudici, direttore del canale satellitare Raisat Album, di ritrasmettere i telegiornali e i filmati dell'epoca. E chissà cosa proveranno i ragazzi, piccoli o neppure nati in quella drammatica stagione, vedendo, in un collage di autentica tv verità, come eravamo alla fine degli anni Settanta.
Il blob di Raisat Album ha inizio alle 9 e 45 del 16 marzo.
Le trasmissioni del primo dei due canali Rai allora in onda vengono interrotte da un'edizione straordinaria del telegiornale uno, come si chiamava a quel tempo. Il conduttore, un Bruno Vespa molto professionale e molto simile a quello di oggi, dà la notizia "avevo soltanto tre righe di agenzia, non si sapeva ancora nulla. Arrivai in via Teulada con la mia 500, in un attimo: allora abitavo a pochi metri da Moro", racconta oggi e confessa. "Mi sembrava impossibile, non ci volevo credere...". Vespa entra in studio di corsa e lancia il servizio dell'inviato, Paolo Fraiese. Da via Fani, il cronista offre al pubblico le sconvolgenti immagini della scena dell'agguato, che l'operatore gira con la cura e con la durezza imposte dalla cronaca. I corpi degli agenti di scorta fulminati dal commando delle Br sono ancora lì, due nella Fiat 130 dell'onorevole Moro, uno nell'auto che seguiva, un altro sulla strada e il suo sangue scorre davanti alla macchina da presa, in diretta. Il servizio mette in evidenza i colpi, i proiettili, la borsa del presidente della Dc...
Mette anche in risalto il caos che circonda elementi di prova e di indagini che andrebbero invece protetti, vengono inquadrate decine di persone che si aggirano attorno a cadaveri, pistole, carte... e si coglie al volo l'impreparazione generale davanti a un simile evento straordinario. Alla Camera, dove sta per avere inizio la discussione sulla fiducia al primo governo con il sostegno parlamentare del Pci di Enrico Berlinguer, il telegiornale riprende le dichiarazioni "a caldo" degli esponenti politici... E anche i loro volti e le loro parole - ormai - appartengono alla nostra storia. "Le cinquantacinque puntate del nostro montaggio - spiega Marco Giudici - andranno in onda dal 16 marzo al 9 maggio, il giorno del ritrovamento. Saremo a disposizione di scuole e università che vorranno, attraverso il nostro lavoro di documentazione, discutere di un evento che sconvolse la coscienza, anche emotiva, del Paese". Ci auguriamo anche che le tante persone, i tanti protagonisti e testimoni che conservano dentro di loro frammenti di quella verità tanto attesa, finalmente parlino.
Barbara Palombelli

12 gennaio 2003 - MORO: IL LIBRO DI FASANELLA E ROCCA
"La Nazione"
La verità sul misterioso intermediario
Uscirà martedì prossimo "Il misterioso intermediario - Igor Markevitc e il caso Moro" (Einaudi - Gli struzzi). Il libro - gli autori sono Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca - svela nuovi retroscena sulle trattative con i brigatisti per liberare lo statista dc. Protagonista è Igor Markevitc, il maestro di origine russa che ha diretto le maggiori orchestre del mondo fra cui quella del Maggio fiorentino. Quando il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo, tre anni fa rivelò il ruolo di Markevitc nel caso Moro, Firenze rimase scossa. Qui Markevitc ha vissuto per sei anni, ospite di Bernard Berenson, nel Villino, una dependance di villa I Tatti, a Settignano. La villa dei Tatti è uno snodo importante nelle relazioni ufficiose fra gli Stati Uniti e l'Europa. Da qui passa la salvezza della città dai nazisti. Anticipiamo alcuni brani del libro, nei quali emerge per la prima volta l'inedito ruolo di Markevitc nelle trattative per impedire la distruzione di Firenze.
Giovanni Fasanella
Giuseppe Rocca

Giovanni Fasanella
Giuseppe Rocca
Alla vigilia di Salò, Firenze è ormai alla mercè dei criminali comuni, assoldati dalle bande fasciste. (...) L'11 settembre, il marchese Filippo Serlupi, ministro della repubblica di San Marino presso la Santa Sede, porta Bernard Berenson (che gli amici chiamano B.B.) e Nicky (Mariano, la sua segretaria) al sicuro in un luogo segreto. È in realtà la sua abitazione privata, presso Quarto, a meno di due miglia in linea d'aria dai Tatti. Nella villa, protetta da immunità diplomatica, B.B. rimarrà fino al settembre 1944, riverito ospite della marchesa Gilberta Serlupi-Crescenzi. Mary (Berenson) (...) ha preferito restare ai Tatti, in compagnia degli Anrep (cioè la sorella di Nicky, Alda, suo marito Berti e suo figlio). (...) È Igor Markevitc, però, che ora gestisce le mille relazioni e fa le veci dell'esiliato Re dei Tatti, tenendolo costantemente informato. (...) Nel Villino, come Igor stesso racconta nelle sue memorie, vengono, intanto, ospitati e rifocillati molti partigiani e si tengono riunioni redazionali di giornali clandestini, con i quali egli ha cominciato a collaborare. (...) Dal 30 luglio, i nazisti si sono stabiliti proprio ai Tatti (...). Le pagine di un diario, su cui ogni sera egli (B.B.) fissa gli avvenimenti del giorno (talvolta in forma cifrata), sono misteriosamente attraversate da emissari senza nome, che gli portano documenti segreti, perfino dal Vaticano. Mentre sembra attendere ai suoi studi e alle letture più varie, si intuisce tra le righe che Berenson sta in realtà tessendo una qualche complessa trattativa. La spoletta di questo ordito, il suo tramite con il mondo, è appunto Igor Markevitc. (...) Va e viene dalla villa Serlupi, il rifugio segreto di Berenson. Frequenta il console svizzero e tiene rapporti con la curia. Fiancheggia la lotta partigiana ed è collegato con gli ambienti intellettuali antifascisti. È in contatto con l'Ori di Raimondo Craveri e con l'Oss americana... E tutto questo, praticamente sotto il naso degli alti ufficiali tedeschi, che si sono installati in casa Berenson, a pochi passi dal suo Villino, nello stesso recinto dei Tatti. È possibile che, ai pur efficienti servizi nazisti, sia sfuggita l'amicizia di Igor con il capo dei Gap fiorentini, Sinigaglia (ospitato, tra l'altro, per sei mesi proprio in quella tenuta). Possono, però, ignorare che quell'apolide, russo di nascita, con passaporto Nansen svizzero, sia il marito di un'altra russa di simpatie bolsceviche (Kyra, figlia del grande ballerino Nijinski), la cui scuola è stata chiusa due volte dalle autorità fasciste per sospetto spionaggio filosovietico?
Qual è, dunque, l'ordito che sta tessendo questa spoletta?
Quando si cerca di esplorare l'attività di Markevitc in questa particolare fase della sua vita, si incontrano molte reticenze. (...) Anche le lacune, però, finiscono con l'essere delle tracce, che, unite alle altre ancora visibili, consentono di ricostruire l'intero disegno. A riprova finale, interviene un documento comparso nel febbraio del 2002 sul sito Internet di un'associazione fiorentina, l'Idra, che si è adoperata per la ricostruzione dell'Accademia dei Georgofili dopo l'attentato del 1993 ed è impegnata anche in problematiche ambientaliste. La notizia, che finalmente viene fuori, è contenuta nelle prime righe dell'appello: "Aiutiamo Firenze, città del mondo - Nel 1944, verso la fine della guerra, un friulano, un francese ed uno svizzero fecero dichiarare Firenze "città aperta": il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, il direttore d'orchestra Igor Markevitc, e il console onorario di Svizzera, Carlo Steinhäuslin. Grazie all'intervento riservato e pressante di questi soli tre personaggi, non fiorentini di nascita, Firenze evitò distruzioni irreparabili che la barbarie della guerra avrebbe potuto infliggerle...". Ecco dunque che cosa stava tessendo Markevitc con quel suo frenetico darsi da fare: una trattativa fra tedeschi e alleati per risparmiare i tesori d'arte della città.
Che il grande vescovo (prossimo oggi ad essere innalzato agli onori degli altari) e il console Steinhäuslin si fossero impegnati a salvare il centro storico fiorentino dalla furia della guerra, era già noto. Il nome di Markevitc, invece, non era ancora emerso. E la cosa più singolare è che il Maestro stesso non fa parola di quest'episodio in nessuna delle due autobiografie da lui pubblicate. Dato l'alto scopo umanitario del negoziato, è per lo meno strano, per non dire incomprensibile, che esso non sia rivendicato con legittimo orgoglio da un artista, incline per di più tanto a menare giusto vanto dei suoi successi quanto a raccontare episodi anche imbarazzanti della sua vita. Quale indicibile verità nasconde questo silenzio?
Può sembrare un paragone forzato e persino pretestuoso con il caso Moro, ma, ricostruendo quello che avviene nel capoluogo toscano tra l'estate e l'autunno del 1944, emergono impressionanti analogie nelle geometrie dei due episodi, pur nelle ovvie differenze di contesti, di situazioni e, in parte, di personaggi.
Intanto, quella che si intreccia a Firenze negli ultimi mesi di occupazione nazista, non è una trattativa ufficiale. (...) È, semmai, qualcosa che assomiglia piuttosto alle transazioni dopo un sequestro. Solo che in questo caso, l'ostaggio non è uno statista con i suoi segreti, ma una città con i suoi tesori. Una città che ha la sacralità di Firenze e per questo i ricattati, cioè gli Alleati, (...) rifiutano di riconoscere i nazisti come controparte. Conoscendo però la determinazione dei nemici, non vogliono rischiare la rovina di quel patrimonio dell'umanità, né tantomeno passare alla storia come coloro che l'hanno provocata. Chiusi pertanto i canali istituzionali della diplomazia, si deve ricorrere a intermediari, secretando ogni passo o ricorrendo a gesti dimostrativi, interpretabili solo con il codice che ispira le rispettive strategie. Svizzera e Vaticano sono Stati a costituzionale vocazione internazionalista ed è ovvio che i loro rappresentanti si propongano o siano tirati dentro la trattativa. Ma Markevitc, che ci fa tra il cardinale e l'ambasciatore elvetico?
La trattativa non ha bisogno di passare le linee: a Firenze, benché apparentemente isolato, c'è Bernard Berenson e, dopo tutto, è di arte che si sta trattando. Per interloquire con lui, sapendo, ovviamente, che il messaggio sarà immediatamente smistato ai giusti destinatari, i tedeschi non devono andare lontano: a pochi passi da loro abita il suo unico tramite con il mondo, Igor Markevitc.
Igor, dunque, è visto come rappresentante della parte alleata, in quanto portavoce di Berenson, ma, di ritorno, finisce con l'essere anche il tramite con i nazisti. (...) È proprio la frequentazione del comando tedesco ai Tatti, che gli consente di apprendere con anticipo di una retata, nella quale dovrebbe cadere anche Carlo Levi. Il futuro autore del Cristo si è fermato a Eboli, che milita ora nel gruppo fiorentino di Giustizia e Libertà, riesce a salvarsi solo perché Igor, inforcata immediatamente la sua bicicletta, è corso ad avvertirlo. A dimostrazione dell'affettuosa gratitudine, che gli serberà per tutta la vita, Levi dipingerà per lui uno dei suoi più intensi ritratti.

L'uomo che salvò Firenze
Non furono solo il cardinale Elia Dalla Costa e il console svizzero Carlo Steinhauslin a salvare Firenze dalla distruzione della guerra. Un ruolo da protagonista lo avrebbe avuto anche Igor Markevic, allora direttore dell'orchestra del Maggio musicale, richiamato alla ribalta della cronaca qualche anno fa dal senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo, che lo considerava al centro delle trattative con le Brigate rosse per liberare Moro. Markevic durante l'occupazione tedesca di Firenze aveva vissuto per sei anni nella villa di Bernard Berenson a Settignano, crocevia delle relazioni ufficiose fra Usa ed Europa. La rivelazione è contenuta in un libro del quale La Nazione anticipa alcuni brani ("Il misterioso intermediario" di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca - Einaudi). Il direttore d'orchestra, il cardinale Dalla Costa e il console Steinhauslin, riuscirono a far dichiarare Firenze "città aperta" evitandole distruzioni irreparabili. Ma anche questo intervento è avvolto dal mistero: perchè Markevic non ne ha mai parlato in nessuna delle due autobiografie da lui pubblicate? Nella trattativa fra tedeschi e alleati nel 1944 - secondo gli autori del libro - emergono "impressionanti analogie col caso Moro".

14 gennaio 2003 - CASO MORO: POSTULATORE CAUSA DE GASPERI SU SEDUTE SPIRITICHE
ANSA:
"No-comment" del postulatore della causa di beatificazione di Alcide De Gasperi alla rivelazione che, il 2 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica per la liberazione di Aldo Moro, ostaggio delle Br, era stato evocato lo statista trentino. "No so cosa dire. E' la prima volta che sento parlare di questa vicenda" ha spiegato, oggi, all'Ansa, padre Tito Sirtori dell'ordine dei Servi di Maria che dal 25 novembre 1995 segue la causa. Essa e' stata aperta dalla Curia di Trento perche' De Gasperi mori' in Valsugana, nella provincia trentina, il 17 agosto 1954. La rivelazione compare nel libro "Lo strano mediatore" (ed. Einaudi) del giornalista di "Panorama" Giovanni Fasanella e dello studioso Giuseppe Rocca. Secondo la ricostruzione a quella seduta spiritica, il 2 aprile 1978 nell'appennino emiliano, hanno partecipato tra gli altri, l'economista Romano Prodi e l'esperto di sistemi di approvvigionamento energetico Alberto Clo'. Da quella seduta era spuntato il nome di "Gradoli" ovvero di una via periferica di Roma nella quale le forze dell'ordine avevano trovato un covo abbandonato da poco dalle Br. Alcuni studiosi del caso di Aldo Moro ritengono, tuttavia, che la formula della 'seduta spiritica' sia stata usata come un paravento per coprire una fonte probabilmente collegata all'autonomia operaia gravitante o nell'universita' di Bologna o in quella di Roma che aveva soffiato l'indicazione di via Gradoli. Lo stesso Prodi aveva manifestato, nel corso del 2000, la sua disponibilita' ad essere ascoltato su quella riunione dalla commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni terroristici e stragisti in Italia, presieduta dal diessino sen. Giovanni Pellegrini, che poco prima delle elezioni politiche del 2001 ha esaurito il suo mandato. Il libro "Lo strano mediatore" rilancia una circostanza gia' nota: che quel 2 aprile 1978 era stato evocato anche lo spirito di Giorgio La Pira, ex sindaco democristiano di Firenze
scomparso nel 1977. Per la Chiesa gli spiriti evocati durante le sedute spiritiche non possono essere considerati le anime dei trapassati.

23 gennaio 2003 - MORTO MICHELE TITO
"Il Secolo XIX"
Opinionista in prima linea Ricordo di Michele Tito l'ex direttore del "Secolo XIX" scomparso martedì a Roma. Aveva 78 anni
E alla redazione ha insegnato ad ascoltare i lettori
Tutti i direttori lasciano un segno nel giornale che dirigono e in qualche modo cercano di plasmare a propria somiglianza, ma alcuni di loro, per ragioni legate ad eventi esterni o ai tratti della personalità, lasciano un segno più profondo. Uno di questi è stato Michele Tito, il direttore del Secolo XIX scomparso martedì a Roma a 78 anni. Tito al giornale ha impresso un "marchio" di intelligenza, autorevolezza, autonomia di pensiero.
Era giunto a Genova dal Corriere della Sera nell'autunno del 1978 accompagnato da un indiscusso prestigio professionale. Solo pochi mesi prima il vicedirettore del Secolo Vittorio Bruno era stato ferito dalle Brigate Rosse. Tito si trovò a dirigere il giornale negli anni tragici che ebbero il loro apice con l'assassinio di Moro. Sostenitore del partito della trattativa fu una voce fuori dal coro nel panorama della grande stampa italiana contraria a ogni cedimento dello Stato. I suoi fondi facevano discutere, le sue opinioni portavano il giornale in prima linea nel dibattito politico. Posizioni che discuteva anche in redazione e non solo nelle riunioni di vertice: amava il confronto e voleva sapere se i suoi giornalisti condividevano la scelta di pubblicare i proclami delle Br pur di salvare la vita di un rapito.
Nella professione metteva la stessa passione che aveva per la politica. Con l'obiettivo dichiarato di portare il Secolo XIX fuori dagli stretti confini regionali. Amava paragonare il giornale al porto di Genova, una realtà della città, un punto di riferimento per la regione, ma anche e soprattutto un fatto nazionale. Sotto la sua direzione il giornale si è scrollato la polvere di provincia, i giovani cronisti sono diventati scalpitanti inviati, i vecchi cronisti solidi capiredattori, e giorno dopo giorno, il Secolo XIX si è ritagliato una presenza sempre più consistente nella stampa italiana.
Tito era il direttore che ogni mattina parlava con ministri e presidenti, anche se non trascurava di sentire i direttori generali: "I ministri passano, i direttori restano" amava dire ai suoi collaboratori. Era adorato dalla segreteria di redazione, dai giovani redattori, dagli intellettuali che collaboravano alla terza pagina, con lui sempre più numerosi e prestigiosi.
Alla sua redazione ha insegnato ad ascoltare i lettori, e a rispettarli. Era molto attento alle opinioni che venivano dall'esterno e ai problemi che i lettori sollevavano al telefono, nelle lettere o nei dibattiti a Tivuesse: temi magari più legati alla quotidianità, che alle grandi questioni sul terrorismo o sulla politica estera.
A Tito piaceva passare dal Mercato Orientale la mattina prima di arrivare, prestissimo, in via Varese. E lì tra una bancarella e l'altra dava un'occhiata ai prezzi per poi interrogare i suoi malcapitati cronisti su quanto costa il latte, il pane e così via. Ma non lo faceva per tormentarli quanto per sensibilizzarli sui problemi reali della gente e dei lettori.
Anche dopo aver lasciato Genova per l'avventura romana de "Il Globo" non ha mai spezzato il filo che lo teneva legato alla città, dove veniva regolarmente per rifarsi il guardaroba: "Come a Genova non si compra da nessuna parte" confidava agli amici. Negli anni scorsi aveva ripreso a collaborare col Secolo scrivendo commenti di politica estera. Era un direttore amato, e in un certo senso "temuto": era capace di buttare i giornalisti giù dal letto per complimentarsi per un articolo o per fargli il contropelo per un "buco". Da autentico signore napoletano aveva un rapporto particolare con le colleghe che chiamava signore o signorine e a cui dava del lei: per loro i complimenti professionali erano sempre accompagnati da un mazzo di fiori.
ANNA PISANI

27 gennaio 2003 - MORO: D'ALEMA, LINEA FERMEZZA? NON SI POTEVA FARE ALTRO
ANSA:
"Penso non si potesse fare diversamente": cosi' Massimo D'Alema, in un'intervista radiofonica, risponde alla domanda, a 25 anni dalla morte di Aldo Moro, se fosse giusta o meno a suo avviso la linea della fermezza adottata in quel caso. "Penso che il rischio - aggiunge il presidente dei Ds - sarebbe stato enorme. Ricordiamo lo stato d'animo delle forze dell'ordine e dei magistrati esposti al fuoco dei terroristi. Se avessero visto che lo Stato trattava per i politici, quelli che rischiavano la vita non so come l'avrebbero presa". Cosa ricorda di quel giorno? "Ero segretario della Fgci e membro della direzione del Pci. La mattina del rapimento di Moro ci fu la direzione del partito ed era lo stesso giorno in si discuteva la fiducia al governo Andreotti. Fu una riunione abbastanza drammatica, si svolse negli uffici del gruppo parlamentare e si decise piuttosto rapidamente che il governo Andreotti doveva avere la fiducia, come immediata reazione all'attacco terroristico. Ricordo le parole di Amendola, 'non si dovra' trattare con i terroristi', ricordo quella giornata come fosse ora, avevamo tutti il senso di un grande dramma del paese. Fu un momento nel quale il paese seppe reagire".

29 gennaio 2003 - SU REPUBBLICA, MALATESTA STRONCA LIBRO SU MARKEVIC
"La Repubblica"
la carriera di igor markevic
la favola del grande vecchio
Come legare un celebre direttore d' orchestra al caso Moro in un' inchiesta tutt' altro che rigorosa Il banchiere umanista Raffaele Mattioli sarebbe stato introdotto ai culti di oscuri profeti L' atmosfera è quella che di solito si ritrova nei romanzi moderni che parlano del Graal Era stato un protetto di Sergej Diaghilev il genialissimo creatore dei Balletti Russi
STEFANO MALATESTA
Tra gli innumerevoli garbugli dell' affare Moro, una vicenda di cui non sapremo mai la verità completa, come su quasi tutti i passaggi decisivi della nostra storia recente, ha sempre spiccato per eccentricità, irriducibile fantasia dei vari coautori, tocco cosmopolita e totale anomalia dei principali protagonisti rispetto allo standard basso-ministeriale di tutto il resto, brigatisti rossi compresi (con l' esclusione dell' uomo politico democristiano) la storia di Igor Markevic, il musicista e direttore d' orchestra di origine russa, additato all' inizio dell' estate 1999 (a babbo morto, come dicono in Toscana, essendo defunto da 16 anni) come probabile "Grande Vecchio" e regista occulto del rapimento nell' ipotesi più spavalda o come anfitrione degli uomini che avevano compiuto il sequestro nell' ipotesi più cauta. Per la verità la vicenda, avallata dalle dichiarazioni di un signore con carica istituzionale, Giovanni Pellegrino, allora presidente della Commissione stragi, che a domanda rispose: "Trattasi di cosa seria", condivisa da Ferdinando Imposimato, un magistrato con l' ossessione dei complotti, dei servizi e delle trame di tutti i generi (un' ossessione non completamente campata in aria, ma portata a estreme conseguenze) durò una o due settimane e poi scomparve nel buco nero dove sono finite tutte le altre ipotesi, alle quali nessuno ha saputo o potuto dare una risposta certa. Ma per quel poco che rimase sulle pagine dei quotidiani e dei settimanali, per i giornalisti e cronisti fu come una festa. Dovendo riparlare ancora una volta dell' affare Moro, con quei brigatisti dalle espressioni un po' così, che non si sapeva mai se c' erano o ci facevano, con quelle autarchiche polemiche su che cosa dovesse fare lo Stato, fingendo che uno Stato ci fosse, cosa augurarsi di meglio di questo eccezionale gagà e dandy, che portava nei resoconti dei velinari montecitoriani gli echi di un mondo affascinante conosciuto solo nei libri. Partito come giovane musicista prodigio, Markevic era stato sessanta e più anni prima l' ultimo amante e protegé di Sergej Diaghilev, l' incommensurabile, genialissimo, crudelissimo creatore dei Balletti Russi, diventando poi un poliglotta di casa a Montecarlo come a Mosca, al Covent Garden come a Santa Cecilia, che andava a cena al "21" a New York con Lenny Bernstein, che si diceva fosse amicissimo di niente di meno che Bernhard Berenson, il saggio (e affarista) dei Tatti, su per Settignano, che aveva sposato in prime nozze la figlia di Nijnskij, il più grande ballerino del secolo e in seconde una Caetani, che a Roma viveva non in una casa ma sempre all' Excelsior e che in tempi lontani aveva convissuto con Cocteau, parlava dei Noailles o di Picasso come di suoi intimi, eccetera, eccetera. Fosse veramente lui il Grande Vecchio, fatto altamente improbabile, perché non è mai esistito quest' uomo dai poteri indicibili, se non nelle fantasie di chi aveva letto troppi libri su Hasan-i Sabat e sulla setta islamica chiamata degli "Assassini" arroccata in secoli lontani ad Alamut, nelle montagne del nord della Persia, in fondo aveva poca importanza. Era la manna che veniva da un mondo internazionale e come tale fu accolta dai giornali, riempiendo le prime pagine... Ricordo anche lo stupore e l' indignazione dei parenti e di quasi tutti i personaggi del mondo musicale, concordi nel definire i sospetti sul Markevic con un termine romanesco, di non grande finezza, ma efficace: "Una bufala". Era tuttavia prevedibile che la storia venisse trasformata in un libro, anche perché il fatto che Markevic fosse morto da molti anni era rassicurante e avrebbe funzionato da rete di sicurezza, stesa sotto gli autori in veste di volteggiatori, nel caso che il triplice salto mortale, con avvitamento a destra, non fosse riuscito. Non era prevedibile, invece, che venisse pubblicato da Einaudi, in una collana come gli Struzzi, che ha in catalogo nomi di amatissimi, famosi scrittori, un libro come Il misterioso intermediario - Igor Markevic e il caso Moro (pagg. 264, euro 14) di Giovanni Fasanella, giornalista di Panorama e Giuseppe Rocca, docente di storia dello spettacolo all' Accademia Nazionale d' Arte Drammatica. In Italia siamo abbastanza abituati a inchieste che dovrebbero essere rigorosissime per la delicatezza dei temi trattati e dove invece gli autori si esercitano al tiro del cappello, sperando d' imbroccare il piolo. Ma qui siamo a un' analisi della realtà, che partendo da alcuni (pochi) dati di fatto, da legittime opinioni personali fatte passare per verità acclarate, si trasforma rapidamente in una visione così deformante, da far pensare a una sorta di slittamento onirico, per arrivare a conclusioni che stanno solo nei sogni. Uno degli aspetti più sconcertanti di questo libro è il suo essere immerso in un' atmosfera che di solito si ritrova nei romanzi moderni che trattano temi medievali, come il Santo Graal e dintorni, per un pubblico di lettori abituato a dosi massicce di esoterismo caricaturale, in cui i personaggi famosi citati - sono un' infinità e la maggior parte è citata a cavolo, per dare l' impressione che nulla sfugge agli autori e che siamo al massimo livello - non agiscono come individui, ma come membri o componenti di gruppi, sette, cabale, massonerie, circoli iniziatici, come cavalieri di tavole rotonde e quadrate, di formazioni paramilitari, associazioni verticali o trasversali. Per fare subito qualche esempio, Raffaele Mattioli, il notissimo banchiere-umanista, presidente della Comit, sarebbe stato introdotto da Toeplizt, il fondatore della stessa banca, ai culti di Sabbatai Zevi e di Jakob Frank, "oscuri profeti di un messianismo crudele, imperniato intorno a figure femminili". Grace Kelly sarebbe stata affiliata all' Ordine Sovrano del Tempio Solare al quale avrebbe regalato somme di denaro incredibili e via demenziando. A parte la veridicità di queste presunte rivelazioni, francamente non sono riuscito a capire cosa c' entrino con il rapimento di Moro. Il misterioso intermediario, con tutte le sue interpretazioni misteriosofiche e cabalistiche, è un libro che sarebbe piaciuto moltissimo a Madame Blavatsky (Elena Petrova), l' ineffabile ciarlatana della fine dell' Ottocento che diceva di aver ricevuto il dono della saggezza da una confraternita di Maestri da qualche parte sull' Himalaya (probabilmente la stessa area di Shangri-Là) o a Georgei Gurdjieff, il guru che era riuscito a incantare la Mansfield e parecchi altri (e infatti l' uomo che insegnava a costruire l' anima viene chiamato in causa come uno dei suoi insegnanti prediletti). Ma all' affare Moro vero e proprio i due autori arrivano solo verso la fine, dopo oltre centocinquanta pagine di biografia markeviciana, in cui viene ricostruita la vita del musicista, un tipo poco simpatico e duro, intellettualmente molto dotato, che con gli anni abbandonerà la composizione per dedicarsi quasi esclusivamente alla direzione. La ricostruzione segue un metodo narrativo che potrebbe chiamarsi "a ognuno il suo" nel senso che ogni personaggio incontrato da Markevic ha diritto almeno a una ventina di righe, cosicché si va avanti con la biografia maggiore che in realtà trascina dietro di sé decine di altre, tutte peraltro ben note. Poi, di colpo, arriva la tesi sul rapimento, nemmeno tanto originale, perché segue molto da vicino un' altra e precedente analisi, scritta da un anonimo che tutti all' epoca avevano individuato senza grandi difficoltà: Franco Mazzola, sottosegretario alla Difesa. Secondo Mazzola ad organizzare il sequestro dell' uomo politico democristiano sarebbe stato il Kgb, che controllava strettamente il vertice politico delle Brigate rosse, per evitare il distacco definitivo del Pci dall' Unione Sovietica. Gli americani sapevano, ma avevano lasciato fare, perché anche a loro tutti questi comunisti in libera uscita davano un certo fastidio. Ma quando Moro aveva cominciato a parlare e soprattutto a raccontare i segreti interni della Nato - gli americani si erano allarmati e avevano messo in piedi alla svelta un' operazione o una soluzione che nel libro viene definita "governata". Ed ecco apparire "out of the blue" Markevic, che in quegli anni viveva a Roma e frequentava palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure (dove venne ritrovato il corpo di Moro), avendo sposato una cugina della proprietaria del palazzo, descritto come un covo di interessi anglo-americani, in coppia con Hubert Howard, il marito della proprietaria, un signore mitissimo, conosciuto da tutti per la sua passione per il giardinaggio e qui visto come uno spione di prima e definito con un soprannome minaccioso come "Il signore del gladio", con il compito di portare in salvo il leader democristiano, trattando lui direttamente con i brigatisti la liberazione. Quindi il suo ruolo sarebbe stato non più quello apocalittico di grande vecchio, ma di mediatore per conto Usa. Come ho detto all' inizio, credo che non sapremo mai come andarono effettivamente le cose e se i servizi delle massime potenze mondiali, che senza alcun dubbio misero più del naso nell' affare (altrimenti che ci stavano a fare?) abbiano effettivamente eterodiretto i brigatisti, che si sono rivelate non proprio delle aquile. Vorrei solo far notare che se gli americani avevano effettivamente paura delle rivelazioni di Moro, dal loro punto di vista sarebbe stato preferibile un Moro morto che un Moro vivo. Inoltre, come possono confermare tutti i più stretti amici di Markevic, già qualche anno prima del rapimento il musicista soffriva di malattie che non gli permettevano di prendersi cura di se stesso, per usare un eufemismo, figurarsi di organizzare i contatti con le Brigate rosse, di preparare nascondigli per l' uomo politico dentro o nelle vicinanze di palazzo Caetani e altre incombenze del genere. Ma questi errori concettuali e fattuali sono poca cosa rispetto all' esilarante affresco esoterico del libro, di cui vorrei dare un esempio, in particolare del nuovo metodo cabalistico di condurre le indagini di Fasanella e Rocca, servendosi del codice rosacrociano, applicato alla parola "Gradoli", evocata durante una scherzosa seduta spiritica tra professori universitari, tra i quali c' era Romano Prodi, che era anche il nome della via del rifugio delle Br: "Le lettere indicate dal piattino potevano essere lette come Grado-Li, grado 51. Si sarebbe rinviato, così, ad un livello ancora più occulto del trentatreesimo, il gradino più alto della loggia massonica conosciuta. Quale poteva essere questo misterioso Grado-Li? Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ely Star, pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flammarion, intitolato Les misteres de l' Horoscope, svela che nel Cercle de la Rose Croix il grado LI corrisponde al Maître di Glaive, il Signore del Gladio. E l' autore precisa che non si parlava di épée ma di glaive: non spada, ma proprio "gladio"".
 
 
 


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