Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2003: giugno-agosto

1 giugno 2003 - CASO MORO: LA STAMPA NON DORME
"Il Barbiere della sera"
Caso Moro - la stampa non dorme, purtroppo
si adegua alla nuova parola d'ordine:"basta coi misteri"
di Nembokid
L' articolo di Cucchiarelli su Diario, che in altri tempi avrebbe creato grande confusione sotto il cielo, e' in effetti caduto nel disinteresse generale. Oltre a Clorofilla e' stato ripreso da www.almanaccodeimisteri.info e, in campo politico, l'unico a reagire e' stato Cento. Ma questo non e' avvenuto per caso o per disinteresse.
La nuova linea Cossiga-Moretti (che sono stati i primi a sostenere con forza che ormai si sapeva tutto) e' stata rilanciata prima da sinistra con il libro "La pazzia di Aldo Moro" di Clementi. Recentemente l' "Odissea del caso Moro" di Satta e' stata presentata come il "Verbo definitivo" che affossa ogni dietrologia (in realta' e' un libro fazioso e contestabilissimo).
Lo ha fatto Fasanella su Clorofilla, ma le obiezioni possibili sono cosi' tante, che non vale neanche la pena di perderci tempo. Alla nuova parola d'ordine si e' accodato, dal pulpito del Corrierone, Paolo Mieli che ha preso l' abitudine di rispondere ogni settimana ad una lettera sul caso Moro per sostenere che Satta ha ragione, che tutto e' chiaro e che "l'antidietrologia è una fede laica, che non ammette eccezioni".
Forse qualche "entita'" si sente ancora minacciata dalla verita' sul caso Moro. E tutta la stampa, pedissequamente, si accoda.
Nembokid

3 giugno 2003 - ANCORA MIELI RISPONDE A UNA LETTERA SUL CASO MORO
"Il Corriere della sera"
Priore: Usa e Kissinger sono fuori dal caso Moro
Le scrivo, caro Mieli, in merito alla sua risposta a Ruggero Guarini a proposito del caso Moro. Al riguardo del suo commento, che pienamente condivido, vorrei solo precisare che personalmente non esorto a nuove indagini e a nuovi processi.
Anzi più volte ho affermato che ulteriori inchieste non appaiono - allo stato - utili, se non per sventare colpi di mano di alcuni fantasiosi dell'antiterrorismo.
Quelle che servono - ed anche questo ho più volte ribadito - sono serie, forti inchieste di carattere storico che affrontino l'affare Moro sul piano politico, cioè avendo di mira esclusivamente il contesto, i contesti, di quei dolorosi eventi...
Rosario Priore

Risponde Paolo Mieli
Caro Priore, le sue considerazioni e indicazioni sono preziose, anche perché lei sa di cosa sta parlando dal momento che è tra i magistrati uno di quelli che più ha approfondito il caso Moro. Ho dovuto - al solito - tagliare la sua lettera ma mi preme dar conto ai lettori del passaggio in cui lei scrive che "la spinta giudiziaria - finiscono anche quelle rivoluzionarie - potrebbe essere cessata; quella che ancora è carente è la ricerca storica; è stata messa in moto da qualche commissione parlamentare, ma deve essere portata avanti dagli studiosi: costoro potrebbero preliminarmente determinare le esatte dimensioni dell'operazione Moro, l'esatto peso della politica e delle vicende italiane di quel periodo, gli effetti e i contraccolpi delle scelte d Andreotti e di Moro in quei primi mesi del '78. Certo tutto avveniva nella cornice di Yalta, ma non tutto quello che accadeva nel nostro cortile poneva in dubbio o in pericolo gli equilibri di Yalta". Concetti (in risposta ad alcune congetture dell'ex br Franceschini) che considero applicabili anche ad altri misteri della storia recente del nostro Paese.
Quanto poi alle supposte responsabilità Usa in quell'atroce delitto, lei scrive che "Washington ben conosceva i nostri politici, le loro capacità e i difetti; ben sapeva quali danni sarebbero potuti derivare dai loro giri di valzer e dalle loro levate d'ingegno; ma avevano, gli americani, anche i mezzi per contenerli". "Non credo d'altronde", aggiunge, "che gli americani abbiano mai nutrito dubbi sulla fedeltà degli uomini di governo italiani di quegli anni; i rapporti sono sempre stati buoni; lo stesso Moro nel suo memoriale spende parole di lode nei confronti dei tre ambasciatori che seguirono le fasi principali della sua politica: Martin, Volpe e Gardner". Accuse specifiche, le si potrebbe obiettare, sono state rivolte a Henry Kissinger. Ma a suo giudizio le incomprensioni tra Moro e Kissinger furono "dovute a linguaggi e culture diverse, se non antipodiche, dei due personaggi". "Kissinger", spiega poi, "che al tempo dell'operazione Moro - e qui dovremmo sul serio esortare i nostri fantasiosi superdietologi se non alla storia quantomeno alle cronache - non rivestiva all'epoca alcun ruolo istituzionale, giacché Carter, per quel che ricordo, era succeduto a Ford e Cyrus Vance aveva preso il posto di Kissinger; così come erano avvenuti i cambiamenti ai vertici dei servizi, in particolare della Cia ove l'ammiraglio Stanfield Tuner aveva sostituito William Colby; per effetto dello spoil system non v'erano perciò più nixoniani - sempre che presso costoro risiedesse il Male, come stimano i nostri manichei; nei Paesi con tradizioni di democrazia e di ordine non si generano facilmente servizi paralleli o catene di comando diverse da quelle istituzionali". "Oltretutto Kissinger, in quei terribili giorni del 1978, si dedicava alla stesura delle sue memorie, la cui lettura si consiglia a non pochi fantasiosi ricostruttori di attentati, stragi e fatti connessi, anche per comprendere così le reali connotazioni delle problematiche nostrane al confronto delle questioni della terra e delle forze che ad esse pongono mano: tutto questo nel tentativo di non finire alle comiche". Per parte mia, stavolta non ho altro da aggiungere.

3 giugno 2003 - "IL CORPO DI MORO" DI RINO MELE
"Il Mattino" edizione di Salerno
Moro, le "tremende" parole di Mele
Stasera, alle 18 a Palazzo S.Agostino, verrà presentato ufficialmente il libro "Il Corpo Di Moro" di Rino Mele, pubblicato nel 2001 per la 10/17. Dopo l'introduzione del presidente della Provincia Alfonso Andria, molto vicino allo scritto di Mele, definito dal professore Gabriele De Rosa "Non bello, ma tremendo", seguirà la lettura del testo da parte dell'attrice Francesca Benedetti, primo confine di una serata che vedrà l'intervento di Francesco Amoretti, ordinario di Scienza politica alla facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Ateneo salernitano e di Gennaro Incarnato, docente di Storia moderna e Storia del Risorgimento all'Università di Salerno, Relazionerà, sul cuore della parola "estrema" dello scritto di Mele, una dei più importanti critici della poesia moderna, Niva Lorenzini, docente di Letteratura Moderna e Contemporanea all'Università di Bologna.
La seconda linea di confine sarà tracciata dalla lettura dell'ultima opera di Rino Mele da parte del soprano Rossella Inghilleri, "I Dolorosi Discorsi", oltre ad alcuni brani inediti. A chiusura della serata, sarà proposta la drammatizzazione de "Il Corpo Di Moro", scritta dal regista Nuccio Siano. La performace si svolgerà nel cortile di Palazzo Sant'Agostino: venti brevi canti di Passione, Morte e (possibile) Resurrezione dello statista assassinato 25 anni or sono dalle Brigate Rosse.
Lo spettacolo, che ha avuto il suo battesimo il 30 aprile al Teatro Verdi di Salerno, snoda conversazioni poetiche per una imprevista crocifissione in forma composita con parole e musica: tre donne raccontano, celebrano, danzano quei giorni, schizzando un essenziale affresco, una vera e propria messa laica per l'uomo delle convergenze parallele.

4 giugno 2003 - CASO MORO: IL LIBRO DI GUSTAVO SELVA
"Il Gazzettino"
Il libro di Selva e Marcucci
Le "profezie" di Aldo Moro
Qual era, nel 1978, per Aldo Moro, il significato della "terza fase"? La condivisione del potere fra DC e PCI oppure l'approdo a una democrazia più matura, cioè la "democrazia dell'alternanza"?
A 25 anni dalla tragedia più sconvolgente della storia della nostra Repubblica, la domanda può essere posta da una prospettiva storica.
Gustavo Selva, nel 1978 direttore del GR2 della RAI e ora deputato di AN e Presidente della Commissione Esteri della Camera, non ha dubbi: "bisogna rivedere il cliché che fa di Moro un "cattocomunista", esaltato a sinistra e detestato a destra. Ne sono profondamente convinto, dopo una attenta rilettura dell'ultimo discorso politico di Moro, delle lettere e del memoriale scritti nel "carcere del popolo" delle Br".
Selva apre, sulla questione, un dibattito politico i cui termini sono sintetizzati nella postfazione al suo ultimo libro (Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni, di Gustavo Selva ed Eugenio Marcucci, Editore Rubbettino). "Credo che Moro scrive sia stato un illuminato conservatore di valori, realizzabili con una graduale e pragmatica azione politica da condurre attraverso le alleanze e i programmi che gli elettori chiedono sempre più di conoscere prima di votare e di rispettare per tutto il tempo della legislatura, fino alla nuova verifica elettorale".
Selva, nel 1978, con i suoi "editoriali" del GR2 durante il lungo sequestro del leader democristiano, fu uno dei più decisi sostenitori della "linea della fermezza": nessuna trattativa con i brigatisti, nessun cedimento dello Stato al terrorismo. Adesso rivede quella sua posizione e riconosce che lo scambio "uno contro uno", proposto da Craxi e forse praticabile all'ultimo momento, avrebbe potuto salvare la vita del prigioniero. Ma bisognerebbe tornare alle condizioni di allora per una meditazione più attenta su questo punto.
Il libro "Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni", si apre con una prefazione della storica Simona Colarizi e comprende la cronaca del rapimento, annotata giorno per giorno, i comunicati delle Br, tutte le lettere del Presidente democristiano, anche quelle non recapitate ai destinatari durante il rapimento, il "memoriale" scritto nella "prigione del popolo" e l'ultimo discorso ai gruppi parlamentari della DC, cioè l'intervento che portò tutto il partito ad accettare la soluzione indicata da Moro come la sola possibile: la costituzione di un Governo presieduto da Andreotti e appoggiato dal partito Comunista.
"Se Moro fosse uscito vivo dal carcere afferma Gustavo Selva non sarebbe stato però quel costruttore della "terza via", come la sinistra democristiana, o forse tutta la Dc infiacchita ormai agli occhi degli elettori, avrebbe voluto far credere continuando a indicare il "progetto di Moro" per il futuro politico e per la modernizzazione dell'Italia nel consociativismo. Nel discorso ai gruppi parlamentari DC, il 28 febbraio 1978, lo aveva detto con estrema chiarezza: "un'intesa politica che introduca il Partito comunista in piena solidarietà politica con noi non la riteniamo possibile anche se rispettiamo altri partiti che la ritengono possibile in vista di un bene maggiore"".
Sono, quelle ricordate, parole tanto più profetiche oggi che, pur imperfetto, un sistema bipolare ha preso vita dopo la scomparsa della DC ("il mio sangue ricadrà su di voi" lettera di Moro a Zaccagnini, 22 aprile 1978) con la formazione di due coalizioni alternative l'una all'altra. E' ciò che accade, nelle democrazie compiute come, per fare qualche esempio, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Spagna, gli Stati Uniti.

4 marzo 2003 - "IL CORPO DI MORO" DI RINO MELE A SALERNO
"Il Mattino" edizione Salerno
Moro, il dramma sepolto
MARCELLO NAPOLI
Dopo tanto indagare, il corpo di Aldo Moro giace ancora insepolto, tra piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, come un segnale scomposto; è questa l'unica vera certezza della tragica vicenda - il tempo tra il sequestro e l'uccisione di Moro - che va dalle 9 del 16 marzo, all'incrocio tra via Fani e via Stresa a Roma, a un'altra mattina, quella del 9 maggio 1978, in un locale sotterraneo di una palazzina di via Montalcini. I drammatici rintocchi di questi giorni funesti per l'Italia tutta, le tragiche sequenze di una storia che ha ancora stralci di verità sepolta sono stati "rivisitati" ieri sera a palazzo Sant'Agostino da Rino Mele, autore della raccolta di poesie "Il corpo di Moro" (Salerno, ed. 10/17, pagg. 52; prezzo 6,20 euro).
Grazie alla lettura dei testi, interpretati da Francesca Benedetti ed alla riambientazione in chiave teatrale di Nuccio Siano, si è assistito ad un fluire di poesia di impegno ed ispirazione civile che rappresenta quasi un unicum, oggi, nel panorama letterario italiano.Il presidente della Provincia Alfonso Andria ha ricordato, nella prefazione al testo, la nascita di questo libro che "non è soltanto un aggregato poetico che segna uno dei punti più alti della poesia di Rino Mele, ma anche un contributo di grande rilevanza teso al rafforzamento della coscienza democratica della Comunità e alla riaffermazione dei principi inviolabili della Costituzione e del vivere civile".
Nel ripercorrere le fasi di questa tragica vicenda è stato più volte sottolineato da Francesco Amoretti, Gennaro Incarnato e Niva Lorenzini, il duplice, fondamentale, aspetto del racconto, realizzato in chiave poetica, da Rino Mele: la prima parte del poema fa precipitare il lettore in una dimensione di profondo turbamento. Sembrano venir meno le certezze che credevamo acquisite da sempre ed inizia un tempo in cui ognuno diventa bersaglio e spettatore inerme di violenze ed efferatezze di ogni genere.L'azione taumaturgica della parola, l'affondo in una realtà oltre l'immaginazione, riporta il lettore e la comunità tutta, alla consapevolezza che il baratro poteva essere colmato con la dignità ed il senso civico del popolo italiano.
Allora, ora; il riferimento automatico, va alle vicende ancora più eclatanti e drammatiche dell'11 settembre del 2001 negli Stati Uniti d'America.
"Per la prima volta la rappresentazione di un testo di denuncia come "Il corpo di Moro" si svolge in un palazzo governativo. È un segno forte", dice il regista Nuccio Siano che ieri sera, nel cortile di palazzo Sant'Agostino, ha riproposto, dopo il successo della prima al Verdi, la "corale" che Rino Mele ha dedicato allo "statista delle contraddizioni". "Aprire le porte al teatro e ai cittadini, immaginare un insieme di persone che si reca in un luogo "alto" per godere uno spettacolo poetico, di impegno civile, mi rimanda all'idea di una possibile quanto necessaria rivoluzione culturale che attraversi dall'alto verso il basso e viceversa il tessuto sociale", continua Siano. Anche lui ieri sera è stato in scena, introducendo e concludendo i quattordici canti - quattrordici come le stazioni della Via Crucis - sulla Passione, Morte e (possibile) Resurrezione di Moro. Raccontate, celebrate in una sorta di messa laica e luttuosa danza da Annamaria Loliva, Isabella Martelli e Sabrina Scuccimarra.

4 giugno 2003 - CASO MORO E "ANELLO": DE MICHELIS
www.clorofilla.it
Dopo Rino Formica, Gianni De Michelis. Con l'opinione del segretario del Nuovo Psi prosegue il viaggio di Clorofilla nei retroscena del rapimento e della morte dello statista Dc: "Indagate su Taviani"
Caso Moro. "L'Anello? E' strano che emerga solo ora questa storia"
di Alessio Iacona
Un superservizio segreto alle dipendenze (informali) della presidenza del Consiglio. Una struttura clandestina, chiamata l'Anello, nata nel primo dopo guerra e che avrebbe potuto, nel 1978, svolgere un ruolo fondamentale nella liberazione del presidente Aldo Moro, in mano alle Brigate Rosse. Ma che non agì, sebbene avesse scoperto il covo dove lo statista era rinchiuso, perché l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti ordinò di lasciar perdere dicendo: "Moro vivo non serve più a nessuno".
Roma - Lo scenario descritto dal giornalista Paolo Cucchiarelli in una lunga inchiesta, pubblicata a fine maggio da Diario. Un'indagine che svela nuovi retroscena del rapimento Moro, ma la cui pubblicazione è stata accolta dal silenzio quasi impenetrabile dei media italiani. Clorofilla, invece, continua la sua inchiesta e, dopo l'ex ministro socialista Rino Formica, chiede all'onorevole Gianni De Michelis cosa pensi dell'inchiesta di Cucchiarelli: "Io non posso sapere se l'anello esiste o non esiste - risponde - vorrei però capire perché proprio ora qualcuno ha avuto interesse a raccontare questa storia. Qual è la ragione che, a dieci anni dalla fine della logica di Yalta, ha spinto qualcuno a tirare fuori queste cose".
In un libro uscito da poco, De Michelis racconta infatti la storia degli ultimi 50 anni in Italia ("L'ombra lunga di Yalta", Marsilio editore), descrivendo l'intesa secondo la quale l'Italia è stata divisa non fisicamente come la Germania ma all'interno, in una parte corrispondente alla logica dell'Est e una a quella dell'Ovest. "Questa divisione ha fatto sì - spiega - che nel Paese per 50 anni le logiche del 'sopra il tavolo' e 'sotto il tavolo' si siano mescolate. Quello che è successo sotto il tavolo lo conosco solo in parte, e può darsi che ci sia stato anche l'Anello. Bisogna vedere le prove".
Prove a parte, l'ex presidente Francesco Cossiga ha dichiarato a Clorofilla che, per quanto ne sa lui l'Anello non esiste: "Può darsi che abbia ragione e lui ne sapeva certo più di me. Ma - aggiunge l'ex ministro socialista - anche Cossiga dovrebbe dire la sua sul perché una storia del genere sia stata inventata adesso". Anzi, rincara, sarebbe il caso di chiederlo a Deaglio, direttore di una rivista che, testuali parole, "campa sull'inventarsi le cose".
Se non sulla veridicità dell'inchiesta, è lecito avanzare ipotesi sul perché questi fatti emergano soltanto oggi: non bisogna infatti dimenticare che il pubblico ministero responsabile dell'inchiesta sull'Anello, Franco Ionta, ha da poco chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso per la caduta di molti reati in prescrizione. Ciò può in parte spiegare la pubblicazione tardiva dell'indagine di Cucchiarelli.
"Lo stesso nome 'Anello' mi sembra un po' ridicolo - commenta De Michelis - voglio dire, Tolkien l'abbiamo letto tutti. E' come quando sento Igor Marini parlare del 'ranocchio', la 'cicogna' e la 'mortadella'. Mi fa ridere l'idea che qualcuno possa pensare che si usassero dei soprannomi come quelli. Questo fa torto all'intelligenza media non degli italiani, ma degli esseri umani in generale. Se davvero si vuol ragionare seriamente del 'sotto il tavolo', - aggiunge - non si può pensare che tre persone organizzino un reato di quel tipo e diano a se stessi dei soprannomi per nascondere la loro identità come Mortadella (Prodi), Cicogna (Fassino) e Ranocchio (Dini)".
L'ex ministro degli esteri fa riferimento allo scandalo Telekom Serbia, per l'acquisto della quale Telecom Italia avrebbe versato una tangente da 33miliardi di vecchie lire nel '97. E' quanto sostiene il faccendiere Igor Marini, secondo cui questi soldi sarebbero andati a finire su un conto in Svizzera e poi nelle tasche anche di Prodi, Dini, e Fassino, allora rispettivamente capo del governo, ministro degli Esteri e sottosegretario alla Farnesina. Una storia che torna a galla ogni volta che si parla della candidatura di Prodi nelle file del centrosinistra alle prossime elezioni politiche.
Ma cosa pensa De Michelis del caso moro a 25 anni di distanza? "Non ho letture né notizie particolari - risponde - Credo che la logica di Yalta abbia operato più che mai in quel momento. Una logica secondo la quale l'Italia, essendo stata divisa in due sfere d'influenza, era stata messa sotto controllo in modo tale che esistesse una specie di termostato per cui nessuno potesse debordare dai limiti che i due fronti si erano reciprocamente imposti Dopodiché - prosegue - il caso Moro potrebbe essere interpretato come una scheggia impazzita sfuggita a questo controllo. L'interpretazione di Cucchiarelli è solo una delle molte possibili". Dunque, secondo il leader del Nuovo Psi, la verità storica dettagliata non si saprà mai: "Quello che conta invece è il tentativo di lettura complessiva del periodo - spiega - della fase precedente e di quella successiva, perché se l'interpretazione è quella che ho dato io, si capisce anche mani pulite".
L'unico dato di fatto è che, a distanza di 25 anni, non si riesce a fare luce sul caso Moro. Per la stessa ragione, suggerisce De Michelis, che ha impedito di fare chiarezza sull'assassinio di Kennedy: "E' sempre questo misto di 'sopra al tavolo' e 'sotto il tavolo'. Adesso ci si occupa della questione Moro non tanto per i 25 anni dalla sua morte, quanto per il fatto che è stato fatto un film. 'Piazza delle 5 lune' vale come Jfk di Stone: per lanciarlo si è puntato ad agitare un po' le acque. E voi vi prestate come Deaglio a fare di propaganda al film". Secondo l'ex ministro socialista in questa Italia che ormai è provinciale e di terza fila, Martinelli ha fatto una specie di Jfk, "ma questi intellettuali italiani non sono neanche capaci di copiare. Il film non l'ho visto e non lo voglio giudicare. Boccio l'operazione politico-intellettuale".
Non è la prima critica subita dal regista, il quale si è già difeso sostenendo che il cinema italiano è quasi tutto intrattenimento. "Non è vero - risponde De Michelis - perché da Rosi in poi il cinema italiano film di questo genere ne ha fatti. Il mio amico Giuseppe Ferrara si è specializzato nel fare film come questi. Martinelli è solo un tardo epigono in un filone che c'è sempre stato. Non può alzare la bandiera di quello per la prima volta che fa il cinema che disvela la storia. Presenta delle storie filmate - chiarisce - delle verità che non può dimostrare per farsi un po' di propaganda e avere più spettatori".
Infine, l'occasione è ghiotta per chiedere al leader socialista come giudica il ruolo svolto da Taviani all'epoca del rapimento dello statista Democristiano: "Nel mio libro sostengo che Taviani sia stata una figura chiave nella logica di Yalta. Un logica di cogestione: i due partiti più uguali degli altri erano il Pci e la democrazia cristiana. Dalla parte dei comunisti i soggetti erano quel gruppo dirigente collettivo che stava nella logica comunista, quello che io chiamo il Kgb italiano. Nella Dc - continua - credo che Taviani abbia giocato un ruolo assolutamente straordinario. E non a caso Taviani e Violante, nell'epoca di Moro, si sono trovati dalla medesima parte della barricata".
Una teoria che sembra ben spiegare anche il modo in cui l'allora ministro si adoperò per screditare Moro. "Il presidente della Dc conosceva così bene questa logica di Yalta da rappresentare un pericolo. Tra l'altro basta leggere le memorie di Taviani e osservare come, nell'ultima parte della sua vita, egli sia stato così filocomunista, pur essendo sempre stato sempre un democristiano moderato. O anche perché, nella fase di mani pulite, Taviani sia stato così dalla parte di mani pulite". Dunque il suggerimento dell'onorevole Gianni De Michelis è indagare ancora sul filone Taviani. Grazie, già fatto.

7 giugno 2003 - CASO MORO: UNA LETTERA AL CORSERA
"Il Corriere della sera"
MISTERI ITALIANI
L'affaire Moro
Caro Mieli, nella sua rubrica sul Corriere della Sera , lei ha affrontato una questione nodale della storia italiana contemporanea: il caso Moro.
Dopo l'esternazione di congetture pressoché deliranti dell'ex brigatista Franceschini e la proiezione del film "Piazza delle Cinque Lune", lei ha stigmatizzato l'approccio dietrologico a quello che perfino un illuminista cauto e solitamente scettico come Leonardo Sciascia definì "affaire Moro".
Non so effettivamente fino a che punto Aldo Moro debba a Henry Kissinger l'esito della sua drammatica vicenda personale.
Certo è che, a parità di condizioni detentive, il generale Dozier fu liberato, Moro no. La sua morte costituisce uno degli apici drammatici di una storia nazionale che, come ammesso da chiunque, è costellata di misteri che attendono chiarimenti definitivi da decenni. Non parlerei di cospirazioni, ma è certo che noi, qui in Italia, non disponiamo di declassificazioni di documenti segreti o sottoposti a censura per motivi di sicurezza nazionale.
Tuttavia sostenere, come fa Rosario Priore, che il personaggio di Henry Kissinger sia totalmente estraneo all'affare Moro è tanto azzardato quanto è patafisico pensare che gli Stati Uniti non ebbero un ruolo in quella stessa vicenda.
Giuseppe Genna

8 giugno 2003 - ROGNONI RICORDA MORO
"La Provincia Pavese"
«Politica e morale: la lezione di Moro»
Il ricordo di Rognoni a venticinque anni dall'uccisione dello statista
PAVIA. Moro uomo di fede e laico. Con una grande attenzione per gli altri, ma al tempo stesso schivo ed enigmatico. Un «anticomunista democratico», che però lavorava alla costruzione di un'alternanza di governo. E soprattutto, lo statista che lascia al Paese questo messaggio valido ancora oggi: la politica, per quanto sia un «fatto di forza», deve rimanere sempre ancorata alla morale. Così, a venticinque anni dalla sua uccisione per mano della Brigate Rosse, Virginio Rognoni ha ricordato Aldo Moro: tra aneddoti privati e analisi della sua figura di politico. Una serata, quella di venerdì a S. Maria Gualtieri, che avrebbe meritato più pubblico di quello che ha saputo resistere al caldo e all'assalto delle zanzare.
Il vicepresidente del Csm è intervenuto dopo Antonio Airò, giornalista di Avvenire (ed ex del Giorno), secondo il quale il terrorismo bloccò il progetto di Moro di una società «che si muove, fondata sulla partecipazione».
D'altronde, come ha spiegato Rognoni, Moro «si poneva come regola quella dell'inclusione, del rispetto per l'altro da sé». E tuttavia la sua grande personalità stimolava una certa reverenza: «Ero entrato da poco in Parlamento - ricorda Rognoni - e davo del tu a tutti: Nenni, Saragat, Leone, Fanfani. Ma a Moro non riuscii mai a dargli del tu. E non perché fosse altezzoso o superbo. Era schivo ma attento: quando nel '75 formò il suo governo io ero stato designato a sottosegretario all'Interno, ma ero anche vicepresidente della Camera. Marcora e De Mita dissero che così avremmo perso quel posto e io rinunciai. Moro mi chiamò a casa per sapere se davvero era stata una mia decisione».
Moro fu anche un «eccellente ministro degli Esteri. Si battè per la confernza di Helsinki, che rappresentò il primo colpo al comunismo internazionale, la prima frustata al corpo limaccioso e pachidermico dell'Unione sovietica». Era attento all'area mediorientale, mentre il rapporto con il segretario di Stato americano fu «molto difficile. Però fu un grande sostenitore del Patto Atlantico». Poi arrivò il colpo di Stato in Cile e «la congettura di Berlinguer del compromesso storico. La Dc veniva dal referendum sul divorzio, che l'aveva scossa profondamente. Invece il Pci - che era anche gramsciano, e non solo legato alla "chiesa" sovietica - era avanzato in maniera straordinaria».
In questo quadro Moro «immaginò la solidarietà nazionale, in funzione di un'alternanza tra l'area della Dc e quella post-comunista». Moro capiì che «la democrazia era bloccata dal fatto che c'era un partito sempre al governo e uno sempre all'opposizione: l'unica possibilità, per lui, era chiamare il Pci nell'area della maggioranza, così che prendesse dimestichezza con i meccanismi democratici». Ma il brigatismo («stupido, perché non c'era alcuna dittatura da abbattere») spezzò questa idea.
Infine il rapimento, la prigionia, il «processo» al quale fu sottoposto dalle Br. «Si discusse molto se quelle sue lettere fossero vere - dice Rognoni - non capendo che Moro in quel momento non era davanti a un Grande Tribunale della Storia, bensì davanti a dei brigatisti. Si sentiva come braccato, voleva la vita: ed è un grido che esce da quelle lettere».

6 giugno 2003 - CASO MORO: REPLICA DI SATTA SU "CLOROFILLA"
www.clorofilla.it
L'anniversario è passato, i rispettivi libri sono stati pubblicati, i riflettori sull'affaire Moro si sono spenti, ma la vicenda di quelli che sono stati i 55 giorni più tormentati della prima repubblica continua a far discutere. Certi che un numero maggiore di interventi contribuisca a far luce sulla vicenda, ospitiamo volentieri il secondo intervento di Vladimiro Satta, che segue quello di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, autori di Il misterioso intermediario
La polemica. Aldo Moro, dai risentimenti nulla di buono
Di Vladimiro Satta
Roma - Esiste oggi una verità sulla vicenda Moro che possa essere considerata ufficiale? A pag. 423 di Odissea nel caso Moro avevo spiegato perché a mio avviso no. Figuriamoci quindi se possa essermi venuto "il sangue alla testa", come immaginano Fasanella e Rocca, a seguito dei loro attacchi contro qualcosa che secondo me non c'è. Fortunatamente, i lettori di Clorofilla possono comparare i toni della prosa mia con quelli usati da Fasanella e Rocca nei miei confronti, e stabilire facilmente a chi di noi sia andato "il sangue alla testa". E veniamo ai contenuti.
Il rifiuto di "trattative segrete" e di "misteriosi intermediari" proclamato dalle Br - le quali esigevano di negoziare con la Dc e con il Governo, e di farlo alla luce del sole - è una delle ragioni per le quali fallirono sul nascere tutti i pur generosi tentativi che erroneamente non tenevano conto della posizione presa dai sequestratori. Quella che nel loro recente intervento Fasanella e Rocca chiamano trattativa gestita dal Vaticano a maggio del 1978, ha tutte le sembianze di uno dei numerosi tentativi di truffa imbastiti in quel periodo da gentaglia senza scrupoli: notoriamente, i terroristi non volevano denaro (se i miei due interlocutori non si fidano di questa mia valutazione, se la facciano confermare da Flamigni o da Giovanni Moro), e non a caso non si è mai saputo quale componente del nucleo dei sequestratori o del vertice delle Br avrebbe accettato la proposta. Sta di fatto che al momento della verità il sedicente e mai identificato rappresentante dei rapitori si dileguò. L'ottimismo di coloro i quali si erano illusi di salvare l'ostaggio pagando un riscatto era stato genuino ma alquanto mal riposto, e purtroppo duramente smentito dalla realtà. Peraltro, è significativo che Fasanella e Rocca, volendo addurre contro le mie tesi un esempio contrario che avesse se non altro un minimo di concretezza, abbiano fatto ricorso ad un episodio al quale secondo tutte le fonti, a cominciare da quelle vaticane, Markevitch non partecipò affatto. Per parte sua, Aldo Moro era stato informato della svolta cosiddetta umanitaria compiuta dal Psi - attuata con l'aiuto di Pace e di Piperno, esso sì, documentato e riscontrabile! -, ed in quella aveva sperato ("guai, caro Craxi, se la tua iniziativa fallisse"). Invano. Le altre forze politiche ed il Governo rimasero schierati sulla linea della fermezza. E quando infine in una delle sue lettere lo statista, presagendo la morte, fece un bilancio della vicenda iniziata in via Fani, egli attribuì il proprio infelice destino a tre cause: accanto alla "insufficiente protezione" ed alla "politica inconcludente", Moro lamentò il "rifiuto della trattativa" mantenuto dalle autorità.
Correttamente, non ho mai sostenuto che Fasanella e Rocca abbiano asserito che Igor Markevitch avesse casa in via Caetani. Avevo scritto invece che Fasanella e Rocca non avevano affrontato il problema posto appunto dal fatto che lì non abitasse né il musicista né la sua seconda ex-moglie, dalla quale egli si era separato nel lontano 1964. Ritengo assolutamente insoddisfacente la risposta fornita adesso da Fasanella e Rocca, secondo la quale a giustificare la pertinenza del nesso tra Markevitch e via Caetani basterebbero quel pregresso matrimonio e qualche amicizia con personaggi che "ruotavano" intorno a quella strada (notare la vaghezza del verbo adoperato dai due coautori).
Sull'orario del decesso dello statista, rimando a ciò che ho argomentato in Odissea nel caso Moro. Sul percorso compiuto dalla Renault il 9 maggio, le parole di Fasanella e Rocca confermano in pieno ciò che avevo affermato io: e cioè che la stima di 50 metri non era stata fatta da alcuna perizia - contrariamente a ciò che si legge ne Il misterioso intermediario - bensì da Bonfigli. E di nuovo, le mie puntuali obiezioni rispetto alle tesi di Bonfigli si trovano già in Odissea nel caso Moro. L'accenno all'appartamento dei coniugi De Cosa e Di Nola in via Sant'Elena 8, fatto da Fasanella e Rocca, mi offre lo spunto per ricordare che la sua qualificazione come covo Br o magari addirittura come "carcere del popolo" è un'altra congettura infondata . Il teste Mortati, dalle cui dichiarazioni partì la ricerca del covo nel "ghetto", quando fu personalmente condotto per il cosiddetto quartiere ebraico dai magistrati Imposimato e Priore non individuò alcun appartamento, né in via Sant'Elena né altrove; e quando fu specificamente interrogato dagli ufficiali di Polizia Giudiziaria su via Sant'Elena 8 e sui proprietari De Cosa e Di Nola, rispose che nulla gli dicevano né l'indirizzo indicato né i nomi suddetti. Né la persona di Markevitch.
I reperti trovati sulla Renault, sotto la scarpa sinistra e sugli abiti del cadavere di Moro corrispondono puntualmente alle attività professionali del legittimo proprietario della vettura, l'asfaltista Bartoli, il quale appunto usava la macchina anche per i suoi giri nei cantieri edili. Ciò non varrebbe per il bitume, perché troppo fresco per coincidere con quello quotidianamente trasportato dal Bartoli prima del furto dell'automobile? A rigore, l'idea che tra il 17 ed il 24 aprile 1978 ("due-tre settimane" prima del fatale 9 maggio) il bitume in questione si trovasse invece su una spiaggia inquinata percorsa da Moro e dalla vettura, è incompatibile non soltanto con l'unicità della "prigione" di via Montalcini, ma anche con la successione degli eventi immaginata dagli autori de Il misterioso intermediario. Infatti secondo loro (pag. 193), Moro sarebbe stato detenuto dapprima in via Montalcini, poi presso il lago di Bracciano, indi sul litorale marino di Palo Laziale ed infine nel "ghetto ebraico" di Roma; ma la Renault con a bordo Moro ed i sequestratori non può avere lasciato via Montalcini entro il 24 aprile, perché ciò è in contraddizione con le testimonianze dei condomini della palazzina. Detto questo, riconosco che in passato non avevo approfondito le mie conoscenze sulle molte varietà di bitume esistenti. Tuttavia, oggi ho imparato che le miscele di bitume hanno caratteristiche assai diverse l'una dall'altra, anche in fatto di cosiddetta freschezza, e rileggendo la perizia noto che gli estensori avevano avvertito: "data l'esiguità del campione, non è stato possibile effettuare le consuete prove tecnologiche di caratterizzazione dei bitumi (penetrazione, punto di rammollimento, ecc.)". A completamento del discorso sulla perizia e sulle conseguenze da trarne, per paragonare i procedimenti logici miei con quelli di Fasanella e Rocca mi pare opportuno riportare in quale modo i due coautori (sempre a pag. 193) siano risaliti da quella che loro considerano la zona di provenienza del bitume, vale a dire la spiaggia di Palo Laziale, fino al presunto intermediario Markevitch: "In quel tratto del litorale c'è oggi un albergo molto esclusivo, La Posta Vecchia. All'epoca del caso Moro, era la lussuosa residenza di Paul Getty. Il miliardario americano aveva comprato dagli Odescalchi un'antica stazione di posta edificata su ruderi romani, e l'aveva trasformata in una reggia, dotata perfino di un museo archeologico e di campi di atterraggio. La villa è circondata da un'oasi, concessa in gestione al Wwf dagli Odescalchi. Proprio come Hubert Howard ["cugino acquisito" da Markevitch attraverso quel secondo matrimonio finito nel 1964] aveva fatto nell'Agro Pontino con l'oasi di Ninfa. E Howard, oltretutto, attraverso Italia Nostra ed insieme ad Elena Croce, nel 1966, aveva anche contribuito alla fondazione del WwF". Cari lettori di Clorofilla, attenti a quello che facevano negli anni Sessanta i vostri cugini acquisiti: potreste ritrovarvi implicati anche voi!
L'appunto del 1978 con il quale il servizio segreto militare dichiarò di non avere trovato conferme ai sospetti su Markevich, è stato nel 1999 ed è tuttora l'unico spunto ad orientare verso di lui anziché verso chiunque altro, nella singolare ricerca di un personaggio di alto livello da adattare ad un'ipotesi quanto mai astratta e nebulosa di misteriosa intermediazione (tra non si sa bene chi). Dovrebbe essere ovvio, poi, che l'esito di un'indagine è ben più importante della data di svolgimento. E nel caso degli accertamenti condotti dal Sismi su Markevich e sulle proprietà dei Caetani, sia a Roma che altrove, l'esito fu negativo. Ma anche per quanto riguarda le date, la cosiddetta posticipazione è un'opinione di Bonfigli, da me contestata in Odissea nel caso Moro. In particolare, nel volume avevo rilevato che il consulente aveva trascurato la precisa testimonianza in senso contrario di Scapellato (il contenuto della quale, guarda caso, non figura neppure ne Il misterioso intermediario), nonché anomalie e contraddizioni fra le testimonianze che Bonfigli stesso portava a sostegno delle proprie conclusioni.
L'aggiunta del cenno ai 5 agenti della scorta caduti in via Fani non cambia il senso della frase di Bonfigli da me citata, in base alla quale non ci sono prove sul conto di Markevitch. Lo altererebbe, invece, il tentativo di Fasanella e Rocca di circoscrivere il generico "ruolo" del quale parla Bonfigli al ruolo di "Grande Vecchio". Invero, i reiterati e straordinari sforzi di coinvolgere in un modo o nell'altro l'illustre defunto, dopo il naufragio delle ipotesi che egli fosse il "Grande Vecchio" o lo "anfitrione", non possono che destare perplessità.
La storia con la quale Igor Markevich "non c'entra nulla" è il caso Moro. Visto che Fasanella e Rocca non gradiscono il modo in cui l'ho detto io né quello in cui lo aveva detto il magistrato Franco Ionta, provo a riproporre il concetto nella lapidaria formulazione di Sergio Flamigni, il quale ha sentenziato in appena una riga: "le indagini sul conto del direttore d'orchestra Igor Markevitch non troveranno alcun riscontro" (La tela del ragno, Roma 2003, pag. 358). Tutto sommato, perciò, Fasanella e Rocca farebbero bene ad apprezzare il rispetto da me mantenuto verso di loro, espresso attraverso critiche argomentate invece che liquidatorie come quelle di tanti altri (l'elenco sarebbe lungo).
Ribadisco che il documento "Moro 9 / 10" - nel quale si escludeva che lo statista fosse depositario di informazioni tali da comportare rischi per la sicurezza dello Stato o della Nato - nel 1978 era segreto. Naturalmente, nulla impediva ai giornali ed ai cittadini comuni di porsi lo stesso semplice interrogativo al quale rispondeva il documento, né di essere dello stesso parere. La generale convergenza di opinioni, logicamente, non significa che la tranquillizzante attestazione fosse falsa. Semmai, l'indicazione che se ne può trarre è che non sussisteva quell'allarme da parte delle potenze occidentali del quale oggi si favoleggia, senza peraltro esibire prove in tal senso. Fasanella e Rocca si appellano a Cossiga (il quale ha definito "fantapolitica" Il misterioso intermediario), menzionando un volume edito nel 2000 ed una recente intervista televisiva dell'ex-Presidente della Repubblica. Per quanto concerne il libro La passione e la politica, consiglio a Fasanella e Rocca di rileggersi le dettagliate analisi che ho svolto al riguardo già in Odissea nel caso Moro; mentre sconsiglio loro di interpretare l'autentico pensiero di Cossiga basandosi sugli spezzoni delle sue dichiarazioni trasmessi lo scorso aprile da Report, dal momento che l'interessato ha vivacemente contestato il montaggio effettuato e mandato in onda (proteste riportate dalle agenzie di stampa). In compenso, ci soccorre un'altra intervista televisiva di Cossiga, rilasciata nel 1993 ad un'emittente tedesca ed oggi agli atti della Stragi: "La Nato ci ha risposto che la prigionia di Moro non costituiva un pericolo per la Nato". Dichiarazioni, queste, che poco tempo dopo Cossiga ebbe modo di confermare pienamente in audizione, presso la Stragi, rispondendo all'onorevole Aldo Tortorella, il quale non vide motivo di dubitarne. Dal canto suo, sempre in Commissione Stragi, l'ammiraglio Martini non si pronunciò affatto sull'ipotesi che la valutazione da lui raccolta e trasmessa alle autorità competente fosse un espediente di controinformazione. Lo fece semmai Piperno, sollecitato a dire la sua, il quale dissentì radicalmente.
Non vi è alcun motivo di pensare che i documenti spariti dalla cassaforte del Ministero della Difesa, in un momento imprecisabile compreso tra la fine del 1977 e la fine marzo del 1978 e poi rientrati nel 1980, fossero stati consegnati alle Br. Di passata, osservo che questa improbabile congettura, se accolta, svaluterebbe radicalmente il "memoriale" e le conoscenze presunte sconvolgenti che l'ostaggio poteva avere. Ho dedicato un paio di pagine del mio volume alla vicenda del temporaneo ammanco, che potrebbe intrecciarsi al limite con un'altra vicenda, quella di Ustica. Quanto alle informazioni di Moro su Gladio, erano vaghissime: per una dimostrazione analitica di ciò, rimando i lettori alla dettagliata comparazione tra i manuali della struttura paramilitare in quegli anni ed il brano scritto dall'ostaggio nel "memoriale" (riportato testualmente nel mio libro), nonché alle dichiarazioni che i capi di Gladio negli anni Settanta hanno potuto liberamente fare oggi, che i connotati della Stay Behind italiana non sono più un segreto da tutelare.
Neanch'io penso che la parola "Gradoli" sia stata suggerita da un'entità spiritica. Anzi, in Odissea nel caso Moro, a differenza di Fasanella, Rocca e di tutti gli altri autori, non mi sono limitato a ritenere per principio inverosimile la seduta spiritica, bensì - attraverso un'accurata ricognizione testuale - ho dimostrato l'esorbitanza delle informazioni giunte alla Polizia rispetto a quelle che i partecipanti alla presunta consultazione medianica avevano dichiarato di avere attinto in quella maniera. La differenza saliente tra me, Fasanella e Rocca, comunque, è che io penso che il lemma "Gradoli" c'entri solo con la via di Roma dove si trovava il covo Br, e non con libri di esoterismo apparsi in Francia nel secolo XIX come invece credono loro.
Insomma, come si è visto anche da questo excursus, il saggio detto secondo il quale prima di voltare pagina, bisogna leggerla, si attaglia bene alle tante pagine del mio lavoro delle quali a Fasanella e Rocca piacerebbe disfarsi. Si rafforza, anzi, il giudizio su Odissea nel caso Moro pronunciato il 13 marzo scorso dal Presidente dell'Istituto Gramsci, professor Giuseppe Vacca: "D'ora in poi, chiunque voglia occuparsi del caso Moro dovrà passare attraverso questo libro". Concludendo, rivendico il diritto/dovere di ogni serio studioso del caso Moro di occuparsi delle novità e dei contributi altrui. Coloro che ricercano sinceramente la verità, quale che essa possa rivelarsi, non dovrebbero considerare minacciosa tale eventualità; al contrario dovrebbero esserne ben lieti, in quanto occasione di confronto e di approfondimento. Ma debbo constatare che non è questo lo stato d'animo di Fasanella e Rocca. Purtroppo.

10 giugno 2003 - CASO MORO: IL FILM DI BELLOCCHIO
da "Dagospia"
MORO PER SEMPRE – IL FILM SEGRETO DI MARCO BELLOCCHIO SULLE BRIGATE ROSSE (VISTE DALL’INTERNO…)
Michele Anselmi per Il Giornale
Una giovane donna, Anna, carina, con i capelli lisci, s’aggira nervosamente per la casa. Aspetta qualcuno. Alla tv parlano di una sparatoria in via Fani, a Roma. Aldo Moro è stato rapito da un commando delle Br. Passano le prime immagini del massacro. Lei guarda l’orologio. Di lì a poco suonano alla porta. La cassa di legno è arrivata a destinazione: il tempo di aprirla. Pigiato lì dentro, mezzo addormentato, dolorante, il presidente della Dc. Anna è Anna Laura Braghetti, la cosiddetta “vivandiera” del covo di via Montalcini. Accanto a lei, ad uno ad uno, compaiono Mario Moretti, Prospero Gallinari e Germano Maccari.
Comincia così “Buongiorno notte”, il film che Marco Bellocchio ha appena finito di girare (produce Raicinema insieme alla Albatros) nella più inaccessibile segretezza. Non un’intervista, non una visita sul set, non una fotografia. Reduce dal successo di “L’ora di religione”, il sessantenne cineasta piacentino ha voluto stendere una cortina di silenzio attorno a questo progetto. Delicatissimo. Nel venticinquesimo anniversario della morte di Moro, il cinema sembra essersi svegliato all’improvviso.
Prima “Piazza della Cinque Lune”, il controverso thriller di Renzo Martinelli che ha ricostruito in chiave fantapolitica incongruenze, depistaggi e bugie del caso; a settembre, sempre che sia pronto per Venezia, il film di Bellocchio, ben diverso per sensibilità, stile, respiro. Non una ricostruzione dell’affaire Moro, per dirla con Sciascia, bensì un viaggio quasi intimista – se la parola non stonasse di fronte all’orrore di quella morte – nelle psicologie, nei gesti quotidiani, nei pensieri, nelle paure di quei quattro carcerieri. Partendo dallo sguardo di Anna, la brigatista che quasi due mesi dopo voterà contro la decisione di “giustiziare” lo statista dc, perché “quei 55 giorni di prigionia e sofferenza erano sufficienti”.
Film misterioso. E molto bellocchiano. Al regista non importa stabilire se Moretti fosse o no un infiltrato dei servizi segreti o se la sorte di Moro fosse segnata sin dall’inizio a causa del fronte della fermezza. Mentre rifiniva il copione spiegò: “Voglio fare un film autonomo, molto, molto libero, in qualche modo inventato, che arrivi a prendersi delle libertà anche dalla verità storica. Mi interessa andare a scavare nell’animo dei personaggi, tra il groviglio di sentimenti che si cela in un gruppo di giovani che ha compiuto azioni gravi come un sequestro di persona in nome di un’ideologia, di una fede”. Impossibile estorcergli altro, anche ora che “Buongiorno notte” è al montaggio, in attesa di prendere forma.
A partire dal titolo, presso in prestito a una poesia di Emily Dickinson (“Buongiorno notte / sto tornando a casa / Il giorno si è stancato di me / Come potrei io di lui?”), il film si propone come una riflessione personale, dolente, sugli “anni di piombo”. Il cineasta che da giovane militò nell’Unione dei comunisti marxisti-leninisti, sposandone l’infatuazione maoista, oggi preferisce scavare alla sua maniera quieta e laica nel delirio ideologico di quei brigatisti fiduciosi nell’avvento della rivoluzione e intrappolati nei rituali della clandestinità.
Scrive la Braghetti, nel libro “Il prigioniero”: “Per uccidere qualcuno che non ti ha fatto niente, che non conosci, che non odi, devi mettere da parte l’umana pietà, in un angolo buio e chiuso, e non passare mai più lì con il pensiero. Perché sennò, con le emozione, viene a galla l’orrore”. E’ questo il cuore del film, che Bellocchio affida al personaggio di Anna, incarnata da Maya Sansa, dimagrita rispetto alla pienezza materna di “La balia”. La cinepresa la pedina nella sua doppia vita: da un lato efficiente carceriera di Moro, militante pronta a sparare, fidanzata di Gallinari seppure nella rigida scansione dei turni e dei ruoli; dall’altro insospettabile ragazza chiamata a recitare la normalità del quotidiano: un ufficio al ministero, un lavoro, dei colleghi, un ragazzo che sembra leggerla nel profondo, più di quanto lei stessa riesca a fare.
Ma alla lunga Anna non regge. La ferocia distruttiva di chi le vive vicino o le dorme accanto mette in crisi l’utopia rivoluzionaria. La terrorista si scopre in conflitto con i suoi compagni, sogna addirittura di liberare “il prigioniero” (chissà se la sequenza onirica resterà nel montaggio finale, insieme alla preghiera a tavola dei br), si oppone, nella scena drammatica che ricostruisce l’ultima riunione, alla decisione di ucciderlo.
E’ Roberto Herlitzka, con quel suo viso scavato e patibolare e la bella voce pastosa, a incarnare Moro: rassegnato agli eventi, spiato e interrogato da Moretti, il duro della situazione, che sullo schermo avrà la bella faccia, appena invigorita dai baffi, di Luigi Lo Cascio, l’eroe di “I cento passi”. Mentre Piergiorgio Bellocchio, figlio del regista e produttore in proprio, interpreterà Maccari, ovvero il misterioso “signor Altobelli”, l’uomo che allestì la “prigione del popolo” dentro l’appartamento di via Montalcini e che forse, quella mattina del 9 maggio ‘78, sparò nel garage la raffica letale.

10 giugno 2003 - CASO MORO: MACALUSO SU CLOROFILLA
"www.clorofilla.it"
Il senatore Macaluso racconta a Clorofilla la sua verità sul ruolo del Pci nella vicenda: ''Non so nulla del servizio clandestino ‘Anello’, ma sono convinto che esistano dei mandanti politici. Noi non potevamo trattare, però avallammo il tentativo del Vaticano''
Caso Moro. ''Ci fidavamo di Cossiga e Andreotti''
di Ulisse Spinnato Vega
Roma - «In quella fase il Pci aveva un’esigenza politica essenziale, doveva mostrare fermezza contro le Br perché era entrato nell’area di governo da poco, nel ’76, e doveva dimostrare che stava con lo Stato senza equivoci». Nella sede della sua rivista, “Le ragioni del socialismo”, il senatore Emanuele Macaluso, leader storico dell’ala migliorista del Pci, ripesca nella memoria episodi e scelte del suo partito prima, durante e dopo i tragici giorni della prigionia e dell’assassinio di Aldo Moro.
Senatore, è possibile che il Pci fosse allora così monoliticamente contrario a qualsiasi trattativa o compromesso con i carcerieri del presidente Dc?
Noi volevamo smontare tutta quella campagna su “l’album di famiglia”, smentire di essere i “padri” della Brigate Rosse, sbugiardare la tesi secondo cui loro avessero come referenti alcuni Paesi del blocco sovietico tipo la Cecoslovacchia. Inoltre, ci fidavamo molto del rapporto politico con Cossiga, col Viminale e con il presidente del Consiglio Andreotti.
Dunque voi comunisti vi affidaste al governo. Realmente non sapevate nulla del superservizio segreto “Anello” alle dipendenze di Andreotti né del vero ruolo dei servizi d’intelligence e di certi personaggi che circolavano al Viminale?
Togliatti disse una volta che il Pci era un partito malizioso, ma a quel tempo non lo era più. Io non ho mai sentito parlare di questa struttura clandestina chiamata “Anello”. E il Pci certamente non aveva piena consapevolezza di cosa fossero gli apparati dello Stato, i servizi segreti, il ministero dell’Interno o di cosa girava attorno alla presidenza del Consiglio. Anche chi dei nostri seguiva più da vicino questo mondo, come ad esempio Ugo Pecchioli, viveva in uno stato di relativa ingenuità, non aveva la scaltrezza nel valutare certi personaggi e certe strutture. Il Pci di allora non aveva una cultura del sospetto, anche se i sospetti non mancavano, anche in me personalmente. Ricordo ad esempio, alcuni anni prima, ai tempi del golpe Borghese, di aver spesso notato uno strano atteggiamento nell’allora ministro dell’Interno Franco Restivo, con cui avevo rapporti stretti già ai tempi del nostro impegno alla Regione siciliana. Parlando con lui, si notava chiaramente un sentimento di disagio, Restivo era spesso impacciato, mostrava di essere condizionato da strutture contro cui non poteva muoversi facilmente. Ebbi sempre l’impressione che ci fossero poteri che agivano attorno al Viminale e non mi sfuggì che un ruolo chiave era quello giocato da Federico Umberto D’Amato e dal suo Ufficio affari riservati.
Tutto qui?
Beh, allora si tendeva a dire che dell’operazione Moro avevano esclusiva responsabilità le Br. Tanto che quando io scrissi, poco dopo, che la sua morte era un fatto su cui ha pesato l’intervento di servizi e anche di potentati economici, la cosa fece abbastanza scalpore. Certo, poi si seppe anche dell’azione condotta dall’ambasciata americana e dei suoi finanziamenti all’eversione nera. Così come colpì il fatto che gli uomini dei comitati di crisi – quello più politico di Palazzo Chigi e quello del Viminale – fossero per lo più aderenti alla P2. Ma, insisto, il Pci non aveva la capacità di comprendere bene a fondo tutti questi meccanismi.
E allora la vicenda della tipografia del ghetto, la storia dei medium e il coinvolgimento di Prodi?
Con la storia della tipografia il Pci non c’entra nulla. Quella dei medium invece già allora provocò turbamento. Resta questa una delle più grandi incongruenze. Si fece ricorso al medium perché qualcuno dei partecipanti al “convito” sapeva e non voleva dire.
Eppure si è detto di un’intesa sottobanco tra il Partito comunista e la Dc per la raccolta di un riscatto da pagare ai brigatisti.
Lo escludo categoricamente. La nostra linea di fermezza di cui dicevo prima era motivata anche dal fatto che uomini come Amendola o Paietta sapevano bene cosa fosse il carcere e consideravano la posizione di Moro inammissibile. Per loro – ricordo bene le nostre riunioni – con il nemico non si trattava. E le Br erano il nemico. Inoltre sia Amendola sia Paietta sostenevano che un uomo politico deve mettere in conto di dover rischiare e di poter fare questa fine. E malgrado ciò non deve mai mettere lo Stato in posizione di debolezza chiedendo una trattativa.
Nessuna deroga a questa linea di fermezza?
Diciamo che il Pci non si oppose al tentativo di mediazione del Vaticano e alla cordata per il riscatto messa in piedi dal Papa. E quando sembrò che la scarcerazione della terrorista Paola Besuschio fosse la via giusta per accontentare le Br, l’unico dei nostri a mostrarsi possibilista su questa soluzione fu Bufalini, che aveva un rapporto confidenziale con il Capo dello Stato Giovanni Leone. Tra l’altro la Besuschio aveva una condanna definitiva, per cui non si capiva come poteva essere messa fuori di galera. Ripeto: la posizione del Pci su questo punto era condizionata da fatti politici e da un nostro gruppo dirigenziale che non concepiva la trattativa.
Recentemente sulla stampa si è acceso un dibattito sulla figura di Mario Moretti. C’è chi sostiene che fosse al soldo della Cia.
Non saprei dare un giudizio preciso, ma pensare che Moretti fosse un agente Cia mi pare poco credibile.
La stampa oggi tende spesso a non voler vedere cosa sta dietro la vicenda Moro, sembra quasi ci sia un tacito accordo per cui tutti si fermano alle verità ufficiali e accertate.
In Italia si passa dalle dietrologie eccessive ai silenzi abissali. Nel caso Moro i buchi neri ci sono, le inchieste non hanno dato tutte le risposte. Ogni tanto pare spuntare qualcosa di nuovo e la questione periodicamente ritorna. E’ proprio come il caso Kennedy o come la strage di Portella della Ginestra, per la quale, sono convinto, esistono dei mandanti politici.

10 giugno 2003 - CASO MORO: LETTERA A GERVASO
"Il Messaggero"
Caro signor Gervaso, la politica mi ha sempre appassionato anche se quella cui assistiamo oggi, dentro e fuori i Palazzi del potere, mi disgusta. Rimpiango i tempi di De Gasperi e di Togliatti, di Einaudi e di Saragat, di La Malfa e di Malagodi. Quelli, sì, che erano statisti, di cui l'Italia ancora oggi deve essere fiera. L'altro giorno, discutendo con alcuni amici variamente schierati, chi a destra, chi a sinistra, chi al centro, il discorso è caduto su Aldo Moro. I giudizi espressi su di lui (eravamo un decina di persone) sono stati molto contraddittori. Forse lei lo ha conosciuto ma, anche se non l'ha conosciuto, mi piacerebbe sapere la sua opinione su un uomo ucciso barbaramente dalle Brigate rosse.
Totò Bonura - Palermo
Caro Bonura, Moro l'ho visto una volta sola: un incontro casuale e di pochi minuti. Mi fece l'impressione di un uomo onesto e severo, educato e cortese, taciturno e pensoso. Ci scambiammo poche parole, e tutto finì lì.
Lei mi chiede un giudizio su di lui e io glielo do, ripetendo quello che in tante occasioni ho detto e scritto, attirandomi i moccoli e le censure dei suoi "amici", come tra loro si chiamavano i vecchi democristiani, specialmente quando si odiavano.
Il nostro è un Paese dove non si può parlare male di Garibaldi, di Fellini, di Pasolini, di Gianni Agnelli, di Aldo Moro, e di pochi altri mostri sacri o padri della Patria. Ma io non ho mai avuto peli sulla lingua e queste interdizioni non le accetto, memore della lezione dei miei due maestri Montanelli e Prezzolini.
E veniamo al defunto presidente della Dc, scannato come un cane dai brigatisti rossi, dopo cinquantacinque giorni di prigione "popolare". Colui che qualcuno ribattezzò il "Dottor Divago" o il "Pandit Moro", e che Montanelli liquidò come un generale che, "sfiduciato del proprio esercito, credeva che l'unico modo di combattere il nemico fosse quello di abbracciarlo", fu un politico molto fortunato e molto sfortunato. Molto fortunato perché dominò la Dc, assurgendone a nume tutelare, quanto, o più, di De Gasperi, cui incautamente laudatores servili lo hanno paragonato. Molto sfortunato perché, dopo aver condotto in porto il grande disegno clerico-marxista, che metteva insieme, sotto lo stesso tetto e nello stesso letto, democristiani e comunisti, l'ascetico Berlinguer e lo scialbo Zaccagnini, fu abbandonato al suo destino da chi aveva visto in lui l'uomo della Provvidenza.
La sua non fu, con buona pace dei nostalgici dell'inciucio, vera gloria. E non fu neanche martirio, esito tragico di una vocazione che mette nel conto torture e morte. Il professore di Maglie non fu un San Sebastiano né un Tommaso Moro. Fu la vittima del fanatismo feroce e visionario di deliranti utopisti. Non morì per un'idea. Morì per la ragion di Stato che lo voleva morto o, più democristianamente, non lo voleva vivo.
Fece di tutto per salvarsi e, fino alla fine, se ne illuse. Fece quello che al suo posto tanti altri avrebbero fatto. Ma che chi rappresentava la Nazione e lo Stato non doveva fare. Tragica ironia della sorte, a lasciarlo solo (ma che alternativa avevano?) furono gli stessi compagni di partito e di viaggio, che al suo posto avrebbero forse fatto come lui. Fu il Sacro Collegio di piazza del Gesù; fu il sinedrio del "Bottegone". Solo Craxi che, non riamato, non lo amava, cercò di dargli una mano, legittimando in questo modo - e fu un grande errore - i rapitori.
"Calvinista a rovescio (altro spietato marchio montanelliano), invece che nella predestinazione della grazia, Moro credeva in quella della disgrazia". Insomma, non fu uno statista, come oggi lo celebrano coloro che ieri non mossero un dito né un'unghia per lui. Non fu uno statista perché chiedeva allo Stato - lui, suo autorevole ed emblematico servitore - di genuflettersi davanti a chi lo voleva mettere in ginocchio. Non fu uno statista perché uno statista non scrive le lettere che lui scrisse. Lettere che mai sarebbero uscite dalla penna di un De Gasperi, di un Einaudi, di un Churchill, o di un De Gaulle. E, forse, nemmeno di un Fanfani.
Non fu uno statista né un leader, di cui gli difettavano il piglio e il cipiglio, il fascino, l'arte di sedurre e di trascinare. Fu un abile tessitore levantino e un astuto mediatore bizantino che, non credendo in nulla, o solo nel potere, pensò di conquistarlo, dilatarlo, consolidarlo, in un momento storico colmo di tensioni, in quei "formidabili" anni di sangue e di fango che squassarono una democrazia codarda e imbelle, rinunciataria e concussionaria, impudente e impunita. Il "Dottor Divago", invece di contrattaccare, si mise a elucubrare, spaccando il capello in quattro, avvolgendo in un sudario intriso di rosolio, cosparso di melassa, imbevuto di cloroformio un Paese che aveva bisogno di una corazza e di uno scudo e, absit iniuria verbis, di un gladio. Invece di vigorosi antibiotici, gli somministrò soporifere tisane e inerti placebi. Invece di affondare il bisturi nel bubbone, iniettò nelle vene del paziente dosi cavalline di pentothal, che gli valse il titolo di "massimo anestesista del secolo".
Scriverà di lui Giorgio Bocca sull'"Espresso" del 9 ottobre 1983: "Moro... un cattivo maestro... un grande insabbiatore... il prodotto magari raffinato, certo intelligente, ma quasi sempre in negativo, di una cultura cattolica, di un rapporto fra la Chiesa e lo Stato che ha permeato di sé il costume e il modo di essere degli italiani, sempre pronti a ridurre il morale a moralistico".
Come dargli torto?
atupertu@ilmessaggero.it

11 giugno 2003 - CASO MORO: CLOROFILLA PRESENTA NUOVO LIBRO DI BISCIONE
"www.clorofilla.it"
"La P2 è viva e lotta in mezzo a noi". Il 19 giugno prossimo, alle 18.00, a Roma presso la Fondazione Basso verrà presentato il nuovo libro di Francesco M. Biscione. A Clorofilla alcune anticipazioni dall'autore "impressionato" dall'inchiesta sullo statista Dc realizzata dal cronista parlamentare, Paolo Cucchiarelli
"Siamo vicini alla verità sul caso Moro"
di Francesca Onorati
Francesco M. Biscione si dedica da anni allo studio della storia contemporanea.
Noi di Clorofilla lo avevamo già incontrato in occasione del 25ennale dalla morte di Aldo Moro per trovare nuove ipotesi e rivelazioni legate al Memoriale dello statista democristiano, di cui Biscione è il maggiore e il più onesto conoscitore.
Oggi torniamo a parlare con lui, poiché proprio dalla lettura di quelle carte, è nato lo spunto per un libro, Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell'antifascismo, edito recentemente da Bollati Boringhieri, che apre nuovi scenari sulla storia della prima e della seconda repubblica italiana e aiuta a comprendere molte delle vicende politiche attuali.
Con l'espressione il "sommerso della repubblica" lei definisce quell'insieme di forze extraistituzionali che, nel corso della prima repubblica, mirarono progressivamente a escludere i comunisti dal governo e a liquidare il sistema politico fondato sull'antifascismo...
La storia politico-istituzionale del paese e la storia della società italiana non hanno proceduto di pari passo. La nostra vicenda istituzionale è, in sintesi, lo sviluppo del progetto repubblicano e costituzionale che si affermò negli anni 1943-48, dai grandi scioperi del marzo '43 fino alla promulgazione della Costituzione, attraverso la guerra di Liberazione e i governi del Comitato di liberazione nazionale. Nel '47, in concomitanza con il dispiegarsi della guerra fredda, avvenne una rottura tra i partiti antifascisti, e le sinistre (il Pci e il Psi) furono costrette a lasciare il governo per passare all'opposizione. Questo fatto non mise in discussione il patto costituzionale, attorno al quale si era formata la classe politica della cosiddetta prima Repubblica e che è rimasto a lungo il riferimento operante di tutte le forze politiche. Su un altro versante però, questo patto non coinvolgeva per intero il paese, nel senso che molti strati sociali non si riconoscevano in esso e, di fatto, lo subivano. Pensi soltanto al successo che ebbe nell'immediato dopoguerra la destra qualunquista.
Secondo lei i berlusconiani sono eredi di quella destra, di quei settori dell'esercito e dell'imprenditoria che in funzione antigovernativa attuarono pratiche golpiste e ebbero un ruolo nell'applicare la strategia della tensione. Come si è arrivati oggi a cogliere quell'eredità?
Negli equilibri che si stabilirono nel 1947-48 la Democrazia cristiana ha avuto un fondamentale ruolo di mediazione. Partito antifascista e democratico, ha tentato di contemperare due diverse esigenze: tener fede al patto costituzionale e dare spazio alle pulsioni di una società complessa e articolata. Nel far questo però ha anche dovuto legittimare una parte delle pulsioni provenienti dal sommerso. Per esempio, non sono recenti, né marginali, i rapporti tra settori della Dc e il crimine organizzato in Sicilia. Con la fine della Dc - dovuta largamente al crollo dell'Unione Sovietica - l'area politica del sommerso è stata largamente intercettata da Forza Italia, partito che, per formazione e cultura, non appartiene alla tradizione dell'antifascismo.
Non vi è però un rapporto diretto e meccanico tra il sommerso e la strategia della tensione.
Perché secondo lei il "Piano di rinascita democratica" elaborato dalla P2 è pertinente al dibattito attuale e foriero di idee vive ancora oggi?
La P2 dispiega le ali nel 1975-76, allorché appare chiaro che il sistema politico nato nel dopoguerra si sta avviando verso una crisi grave, perché non riesce a far scaturire dal suo seno un'opposizione credibile (il legame del Pci con Mosca è ancora vivo e costituisce un serio impedimento a una piena assunzione di responsabilità governative da parte del maggior partito di sinistra). Il progetto piduista prevede il superamento di quel quadro politico, cioè della cosiddetta prima Repubblica, ma anche la liquidazione di tutti o di gran parte degli organismi di controllo e di sindacato su cui si fonda una società complessa. In questo senso il piano della P2 costituisce la base per una revanche delle classi dirigenti stanche non solo dei lacci e dei lacciuoli della burocrazia, ma insofferenti alla stessa democrazia. Il progetto di Berlusconi è, nelle mutate condizioni storiche, il medesimo di allora.
Per questo non si capisce Berlusconi senza comprendere la P2, come non si capisce la P2 senza comprendere il ruolo della strategia della tensione.
Quanto di questa riflessione le è stato suggerito dal Memoriale di Moro e quanta consapevolezza aveva Moro della conflittualità interna al tessuto politico e sociale del paese?
Mi pare vi sia una continuità sostanziale tra quest'ultimo libro e la mia ricerca precedente. Nel Memoriale mi aveva colpito la visione complessiva del processo storico; allora mi ero messo a cercare se e in quale misura alcuni giudizi espressi da Moro erano fondati. Ho scoperto alcuni aspetti poco noti del potere in Italia negli anni Settanta, ma sono riuscito a capire anche il drammatico bilico nel quale Aldo Moro si era trovato nel voler compiere un'operazione così controcorrente - ancorché obbligata, dal punto di vista del sistema politico italiano - come quella di portare il Pci al governo.
Per rispondere alla sua domanda in senso stretto, in Aldo Moro, e non solo negli scritti del "carcere del popolo", ho trovato la più elevata e lucida consapevolezza su quali fossero il destino, la missione e i vincoli del partito democristiano. Una delle più acute e affascinanti descrizioni del sommerso si deve proprio a lui.
Che idea si è fatto del caso Moro, dopo le recenti rivelazioni esposte nei libri di Fasanella, di Satta, di Flamigni?
Il libro di Fasanella e Rocca, per la parte relativa al delitto Moro, mi è parso un po' azzardato, nel senso che enfatizza indizi pur consistenti ma che non consentono, oggi, una ricostruzione convincente del ruolo di Igor Markevic nel sequestro Moro.
Diverso, e per qualche verso opposto, appare il libro di Vladimiro Satta, scritto nel tentativo di chiudere la querelle con la disfatta della dietrologia. La sua minuziosa ricostruzione documentaria in verità fa acqua da tutte le parti. L'autore ha qualche ragione nel criticare vari aspetti della dietrologia, ma quando tira le somme e propone una rilettura dell'intera vicenda, il risultato è desolante e, quel che più conta, arbitrario e "ideologico". Satta non si rende conto che la documentazione finora emersa consente - senza fare alcuna violenza né alla logica né alle carte - una ricostruzione del tutto diversa da quella che vede le Br in una lotta senza quartiere contro lo Stato e questo tutto proteso alla liquidazione del terrorismo. Per le informazioni e la documentazione di cui disponiamo, pare a me quasi certo che settori degli apparati conoscessero la dislocazione territoriale delle Br, compresa la prigione di Moro, durante il sequestro e che, come sostenuto a suo tempo da Giovanni Pellegrino, attorno al "carcere del popolo" si sia svolta un'intensa trattativa.
Nell'ultima "Tela del ragno" di Sergio Flamigni, infine, non vi sono grandi novità rispetto alle precedenti edizioni. Vi è una particolare enfasi (come pure nel film di Martinelli, ispirato da Flamigni) sull'appartenenza di Moretti a Hypérion, cioè a una sorta di "camera di compensazione" nella quale servizi dell'est e dell'ovest si scambiavano favori. Mi pare un argomento valido, ma che spiega solo un aspetto della concreta dinamica del sequestro e dell'omicidio di Moro.
Qual è la sua impressione riguardo l'inchiesta di Cucchiarelli pubblicata da Diario? Secondo Cossiga l'Anello non esiste...
Su Cossiga vale ancora una vecchia battuta di Beppe Grillo: ci ha raccontato come andava a finire la telenovela Beautiful, ma non come era finito il sequestro Moro. L'articolo di Paolo Cucchiarelli su "Diario" mi ha molto impressionato; si dovranno certamente vedere nel loro insieme le carte dell'inchiesta di Roma e di Brescia. Anzi, essendo l'inchiesta in via di archiviazione per prescrizione dei reati o per morte degli indiziati, sarebbe opportuno che un organismo parlamentare acquisisse quelle carte per studiarle e darne pubblica ragione. Se le dichiarazioni di Ristuccia non sono false o telecomandate, saremmo abbastanza vicini alla verità sul delitto Moro. Semmai è curioso il silenzio della stampa sui verbali resi noti da Cucchiarelli. Anche di recente, per un articolo di "Famiglia cristiana" sulla vicenda di Arconte vi sono state inchieste giornalistiche e programmi televisivi, e in quel caso la documentazione era più incerta e la storia meno significativa. Qui abbiamo invece una fonte che parla, sia pure "de relato", degli aspetti centrali del sequestro e dell'omicidio di Moro.

11 giugno 2003 - CASO MORO E "ANELLO": EDITORIALE DI CLOROFILLA
"www.clorofilla.it"
Un "Anello" teneva uniti i partiti della Prima Repubblica, Pci compreso? La morte di Moro, la "sofferenza" di Cossiga, le dimissioni forzate di Guzzanti. Ordinarie manovre sotto i tavoli delle stanze dei bottoni. Clorofilla continuerà a parlarne...nonostante Paolo Mieli
L'editoriale. Quando la notizia non fa notizia
Roma - Dc, Pci, Psi. Un Anello ha tenuto per anni agganciate in un misterioso patto di ferro queste sigle. Un superservizio segreto, probabilmente specializzato in omicidi perfetti, realizzati cioè in modo da farli apparire come banali incidenti. Il noto servizio, così pare venisse definito dai beninformati, era formato da speciali spioni alle dipendenze della presidenza del Consiglio. Dicono che operò dal dopoguerra fino alla metà degli anni Ottanta.
E' l'ultima notizia, che non fa notizia, per decisione insindacabile di Mieli e company. Nonostante più nessuno ormai può mettere in dubbio il ruolo avuto, finora, da poteri occulti come la P2 nella gestione della finanza, della politica, del terrorismo e della criminalità organizzata. Ne sapeva, probabilmente, qualcosa il senatore De Martino quando cedette il partito socialista nella mani di Bettino Craxi o magari anche quei due socialisti, anche loro scomodi, morti in un incidente stradale. E qualcosa potrebbe dirci persino il presunto agente Marte? Mah, a saperlo chi è l'agente Marte. Lo sa forse Cossiga che "soffrì sia nel sequestro Moro che nel suo epilogo". Misteri della fede.
Fossimo animisti potremmo almeno sperare nelle rivelazioni di qualche macchina da scrivere abbandonata nelle cantine del quotidiano Il Popolo da dove, stando a quanto qualcuno da qualche nave in mezzo a qualche parte dell'oceano vorrebbe farci credere, sarebbe stato "battuto" il famoso falso comunicato in cui si annunciava l'avvenuta esecuzione di Moro e l'abbandono del corpo nel lago della Duchessa. Misteri d'Italia. E', a dir poco, complicato orientarsi per scindere il grano dal miglio. A meno che non sei navigato ed esperto come Paolo Guzzanti, giornalista al quale l'Avanti chiese improvvisamente le dimissioni per motivi ancora poco chiari. A lui l'ex presidente picconatore sembra abbia confessato: "Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro".
Ipotesi di lavoro, dietrologie, fandonie create ad arte per alzare un polverone utile solo a infangare la nostra prima Repubblica con i suoi migliori uomini? Certo è che in qualche stanza delle procure di Brescia e Roma qualche dubbio deve essere venuto, se è vero che stanno ancora lì a rompersi la testa per capire cosa è successo sotto i tavoli dei salotti buoni della politica nazionale. Per ora comunque la verità resta tabù. E lo sarà, verosimilmente, fintanto che quei personaggi e i loro bracci armati continueranno a vivere. E in qualche caso, probabilmente, anche a svolgere funzioni di responsabilità per lo Stato. Vietato, dunque, aprire gli occhi. Vorremmo. Obbedendo si vivrebbe certamente meglio. Ma è più forte di noi. Clorofilla continua a fare doverosamente il suo mestiere.
La ricerca quindi continua. A tutto campo su cultura, medicina, ambiente, mafia, Medioriente, terrorismo. Anche se a qualcuno potrà apparire politicamente scorretto.

12 giugno 2003 - MITROKHIN: DELUDE AUDIZIONE KOLOSOV, EX N.2 DEL KGB A ROMA
"Il Nuovo"
Mitrokhin, delude l'audizione del numero due Kgb
Date sbagliate, cattiva conoscenza del dossier Impedian, imbarazzo fra i commissari. L'ex numero due dei servizi sovietici in Italia delude le attese. Andreotti: speriamo che 'sta roba non resti a verbale.
ROMA - A dire il vero, che potesse svelasse i segreti della residentura romana del Kgb, nessuno ci aveva creduto. Ma nemmeno era lecito attendersi che l'audizione dell'ex colonnello del Kgb, Leonid Kolosov, per anni numero due della rete dell'intelligence sovietica in Italia, si sarebbe trasformata in qualcosa di estremamente imbarazzante.
Per tutti. Maggioranza e opposizione. Perché l'audizione di Kolosov è stata definita dai più una "farsa" e lo stesso senatore a vita Giulio Andreotti si è lamentato delle numerose inesattezze e imprecisioni tanto che - ha detto - c'è il rischio che se queste cose resteranno agli atti, magari tra una decina di anni qualcuno le prenderà per buone, distorcendo la verità dei fatti.
Proprio così. Perché Leonid Kolosov ha anzitutto ammesso di non sapere assolutamente nulla del dossier Mitrokhin. E fin qui poco male, perché in teoria la commissione di inchiesta ha tra i suoi compiti anche quello di fare luce sulla rete spionistica sovietica, a prescindere da ciò che risulta nel dossier Impedian. E Kolosov è stato pur sempre uno degli agenti operativi in Italia. Ma le attese sono state deludenti. Kolosov sapeva poco; voleva dire meno.
E quel poco che ha detto lo ha detto in maniera confusa e approssimativa, sbagliando date, persone e quant'altro. A ciò si aggiunga un uso della lingua italiana ottimo per essere uno straniero, ma inadeguato per rispondere a domande molto complesse. Così, man mano che l'audizione andava avanti, lo sconcerto aumentava. E lo stesso presidente Guzzanti, ad un certo punto, ha dovuto ricordare all'ex colonnello che quella cui stava parlando era una commissione parlamentare d'inchiesta. Roba seria. Non un luogo dove rievocare i ricordi della giovinezza.
Sì, perché Kolosov ha esordito raccontando a lungo come a lui fu chiesto, una volta arrivato in Italia, di scrivere un articolo sulle "puttane" di Roma, per dimostrare la corruzione della società occidentale. Un racconto "colorito" che ha suscitato l'ilarità dei presenti. Però, una volta arrivati alle cose concrete, Kolosov ha cominciato a fare "cilecca". Ad esempio: Kolosov ha raccontato di essere stato il primo ad aver saputo del "Piano Solo", grazie ad una soffiata quasi casuale di un capo-mafia il quale - ha detto l'ex agente - poiché la Cia sarebbe stata coinvolta nel progetto di colpo di Stato, aveva voluto creare lo scandalo per sentimenti anti-americani.
Ma Kolosov ha fatto una enorme confusione sulle date: la "soffiata" era del 1964, ossia contemporanea al tentativo golpista? O avvenne nel 1967, quando il "caso" fu sollevato grazie ad alcuni articolo de l'Espresso? L'ex agente ha fatto gran confusione su date, versioni, racconti. Alla fine nessuno ci ha capito più nulla. E lo stesso senatore Andreotti si è lamentato che agli atti della commissione ci fosse la traduzione di un libro di memorie di Kolosov pieno di imprecisioni, sbagli. "Così tra qualche anno - ha detto Andreotti - se qualcuno dovesse vedere il materiale della commissione potrebbe credere che si tratti di cose vere. Ci vorrebbe più rigore".
Ed in effetti, il massimo è stato raggiunto poco più avanti, quando a proposito di alcune domande sul dossier Mitrokhin, Kolosov ha detto di aver sentito che era stato tirato in ballo anche Aldo Moro. Cosa assolutamente non vera. Tanto che si è levato un commento ironico da parte di uno dei commissari: "Mi pare che il teste sia davvero bene informato...".
Insomma, imbarazzo generale, anche perché Kolosov, invece di affrontare le tematiche, se l'è cavata con ricordi confusi, battute, risate. Sconcertante. Proprio per la delicatezza della commissione d'inchiesta. Imbarazzo e fastidio sia a destra, che al centro e che a sinistra.
Ora l'audizione di Kolosov riprenderà martedì. Nel frattempo l'ex agente sovietico è ospite a Roma, a spese del Parlamento. Una bella e inattesa vacanza romana. Non male. Per Kolosov, naturalmente.

18 giugno 2003 - ALDO MORO RICORDATO A CASTENEDOLO
"Il Giornale di Brescia"
Centinaia di persone, l'altra sera, a Castenedolo, al convegno con Martinazzoli e Corsini
Moro, tracce di una profezia
Il sacrificio del presidente della Dc e la libertà dei carnefici
Tonino Zana
CASTENEDOLO
Chi sostiene l'inattualità di Moro avrebbe dovuto essere sottoposto alla pena di contare, una ad una, le 300 persone asserragliate, lunedì sera, nella Sala dei Disciplini a Castenedolo. Asserragliate nell'ovale rinascimentale di 30 gradi, umidità da deliqui per assistere al dibattito sulla questione e sulla tragedia di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana assassinato dalle Brigate Rosse 25 anni fa. Relatori, il sen. Mino Martinazzoli, l'on. Paolo Corsini, sindaco di Brescia, coordinati dal giornalista Nuccio Fava. Assente l'on. Marco Follini, leader dell'Udc, figlio di quel Follini che fu direttore dell'agenzia il Confronto, tanto cara a Moro, venuto a mancare proprio in questi giorni. Assente l'on. Marco Follini, ha subito fulminato Martinazzoli, anche per la quantità di camomilla che è costretto a produrre per tenere insieme la coalizione del centrodestra. Segnalate le presenze del segretario provinciale dell'Udc, Marco Quadrini, di Vigilio Bettinsoli, già Dc "fontaniano" oggi in Forza Italia. E al sindaco Groli, ospite ed organizzatore magistrale del convegno, è piaciuto narrare con generosità, a tanti presenti, la lettera di plauso per il convegno su Aldo Moro, inviatagli dall'on. Gianni Prandini. Commenti esibiti da molti, su tali presenze: chi vi ha letto segnali di avvicinamento, neppure troppo allusive nuove attenzioni tra Udc e vecchi Popolari, in sostanza tra le vecchie correnti della Dc, soprattutto dopo le dichiarazioni più o meno ultimative della Lega all'interno della coalizione; e chi, invece, ha regalato tutte questa convergente complessità ex democristiana esclusivamente a un "interesse - rimorso" nei confronti di Moro. La ricerca delle tracce morotee si è aperta con la visione de "Gli ultimi 55 giorni di Aldo Moro", documento tagliente di Rai Sat, esplorazione dolorosa di uno Stato sotto sequestro. Tutto incomincia e tutto finisce in quel 16 marzo 1978: la prima cronaca senza fiato del povero Fraiese tra il sangue di via Fani, la rivendicazione, la risposta della politica, l'angoscia della famiglia, la paterna, inascoltata intercessione del Papa bresciano, la opprimente constatazione, per recitarla con Martinazzoli, che tanti di quegli attori sono tutti morti: è morto Zaccagnini, è morto Berlinguer, è morto La Malfa, è morto Craxi. Ma sono state ancora le parole di Moro, ascoltate nel documentario, a far morire la morte, a riaprire a un'idea di speranza, "...restaurare l'economia in un nuovo ordine economico più vero ed umano....perchè anche del crescere si può morire...governo e popolo legati alla rischiosa e sempre affascinante avventura...credo di tornare a voi in un'altra forma...". Sono alcune delle tracce umane e politiche del prof. Aldo Moro, da libero e da prigioniero. Corsini ricorda l'esperienza personale nella Commissione Stragi, l'audizione dei brigatisti, di Morucci - "una persona assolutamente sgradevole" - della Faranda, la follia di un progetto di violenza. Mette al centro della riflessione morotea la mediazione intellettuale e morale per una reciproca legittimazione tra contendenti, non più nemici, il superamento della demonizzazione dell'avversario, questione che è rimasta aperta e agita la politica dei nostri giorni. Moro autentico rinnovatore, in sintonia con la predicazione più impegnativa della religione cattolica, dice Corsini, con quel suo insistere sulla pregnanza del male nella società, sull'avvertenza estrema di annullare l'energia eversiva, i colpi di coda di ogni radicalismo. Martinazzoli è come turbato dalle immagini di morte, si ribella ai carnefici liberi e si angoscia alla vista permanente di Moro reclinato nel baule eterno di un'auto rossa. Ancora più potente la tristezza di quelle visioni per la convinzione di aver perso un cristiano così ricco politicamente, così paziente. Un Moro che produce il dubbio e ne cerca la soluzione, un Moro - commenta con una frustata di sarcasmo, Martinazzoli - che non avrebbe mai detto "senza se e senza ma," perchè sapeva che i "se e i ma" sono nella vita e nella storia. Sull'inattualità di Moro, Martinazzoli precisa che egli fu inattuale già da vivo, che tanti morotei dell'ultima ora manifestarono ostilità nei confronti del laeder Dc. L'escogitazione di Aldo Moro della solidarietà nazionale, commenta Martinazzoli, fu guardata con eccessiva praticità dai comunisti, i quali vi lessero un ritorno ai governi del primo dopoguerra, post Cln, e dai democristiani, i quali la accettarono con il desiderio di uscirne quanto prima. In fondo, Moro fu prigioniero della sua profezia ancora prima di essere prigioniero delle Brigate Rosse e divenne la vittima sacrificale dello Stato e dell'antistato. Martinazzoli si aggancia alla tenebrosa perorazione, in quei giorni, di Ugo la Malfa - "...in Italia è inutile morire..." - per denunciare la ristrettezza politica e culturale di tanta falsa politica dei nostri giorni, invita a confrontare la sintassi e il lessico di Moro con le sguaiatezze di certa politica di oggi, in un'Italia, aggiunge, che non è capace di reagire di fronte a un ministro che parla di cannoniere. A che serve parlare di Moro, si chiede visibilmente turbato, Mino Martinazzoli, se non cammina oggi qualcosa che gli assomigli? Gli applausi sono lunghi come la commozione che provoca la lettura di alcune lettere di Moro interpretate, con passione, da Beatrice Faedi.

20 giugno 2003 - MARIA FIDA MORO: NEGATE LA VERITA', MA RISPETTO PER MIO PADRE
www.clorofilla.it
Il 9 maggio scorso - come forse è già noto - mi sono dimessa da Maria Fida Moro ed era l'espressione provocatoria ed amara del mio sarcasmo. Ma ad undici anni sono stata nominata, dai miei compagni di scuola, tribuno della plebe ed ancora sento di esserlo, ragion per cui non sono capace di tacere davanti all'ingiustizia conclamata
Negate pure la verità, ma abbiate rispetto di mio padre
di Maria Fida Moro
Roma - Potrei dire di tutto e di più in riferimento al libro di Vladimiro Satta e sul come e perché non sia d'accordo con lui quasi mai. Ma sarebbe un'operazione noiosa e priva di senso. Dimostrare le cose evidenti è sciocco. Il mare è salato, punto. Chi dice il contrario si smentisce da sé. Il fatto stesso che il potere si dia tanto disturbo - e non da oggi - per addossare l'intera responsabilità della morte di mio padre Aldo Moro alle Br la dice lunga. E l'accanimento pretestuoso, violento ed arrogante con il quale si tende a zittire qualsiasi voce dissenziente fa pensare ad un regime che deve difendere se stesso.
La cosa più intollerabile ed inaccettabile per me è sentire parlare della vicenda Moro e quindi della spaventosa morte di mio padre come se si trattasse di un prosciutto sull'albero della cuccagna. Ricordo a tutti, anche agli storici - veri e presunti - che quando si scrive di persone reali e di dolore bisogna farlo con estremo rispetto non solo formale e che, anche se si intende negare la verità, non si può prescindere da un approccio più che rispettoso, se non altro per la sofferenza che quelle vicende hanno provocato ingiustamente. Ritengo si debba trattare ogni persona, in quanto tale, con estremo rispetto; che sia giusto trattare con rispetto aggiuntivo chi ha subìto un'agonia ed una morte atroci come mio padre, appunto; che si debba rispetto estremo a chi ha, per primo, trattato tutti con bontà e gentilezza, perfino i propri carcerieri!
Ma questa è solo la mia piccola opinione e non conta. Conta invece (perché si tratta di una legge cosmica e quindi ineludibile) sforzarsi di ricordare che siamo un tutto e dobbiamo armonizzarci. Non siamo entità separate, siamo uno e - ci piaccia o non ci piaccia - con questa verità dobbiamo fare i conti. L'universo è una sinfonia di amore suonata da tutto ciò che è creato ed a quella musica divina noi apparteniamo. Sembra un concetto filosofico, ma è la sola realtà che esista nonché il segreto della perfetta felicità. Lo si scopre diventando vecchi.
Il famoso e disatteso "ama il prossimo tuo come te stesso" significa "non fare agli altri cose che non vorresti fossero fatte a te, perché è a te che le fai". Se tiriamo dei fiori saremo colpiti di rimando da una pioggia di petali. Se tiriamo bombe saranno schegge taglienti, che mutilano ed uccidono, a colpirci. Se sentiremo come nostro il dolore altrui diventeremo più umani nella compassione. Saremo in armonia con il tutto e del tutto sperimenteremo la gioia che, in definitiva, è il nostro unico destino.

23 giugno 2003 - SEGNALAZIONE "FATTI&MISFATTI"
"Il Barbiere della sera"
Sul Caso Moro anche Fatti&misfatti non dorme
di Anonimo
Rispondo ad anonimo: non è vero che i giornalisti dimenticano le "stragi di Stato". Il mensile romano da 10 mesi pubblica un intero "speciale anni di piombo"
Chi l'ha detto che solo Diario non dimentica il "Caso Moro"? Fatti&misfatti, un mensile di Roma, distribuito gratuitamente in 10mila copie dallo scorso settembre, dedica agli Anni di Piombo un intero speciale. C'è persino chi ha deciso di abbonarsi (ed è gratuito!) pur di non perdere nemmeno una puntata.
Dal caso Moro, ai rapimenti delle ultime Br, passando per interviste inedite alle vittime di attentati scampate alla morte: con piglio da cronista, l'autore ripercorre il periodo più buio (ma anche più carico di significati) del secondo Novecento italiano. Leggere per credere (www.fattiemisfatti.info).
Elena

24 giugno 2003 - CASO MORO: INTERVISTA PELLEGRINO A CLOROFILLA
www.clorofilla.it
"Moro è mistero politico di portata internazionale, non criminale. Ma fino a quando la Procura di Roma continuerà nel suo singolare atteggiamento di self-restrain, la verità non verrà mai a galla". Secondo Giovanni Pellegrino "la rivelazione sull'esistenza dell'organizzazione Anello è un'ipotesi di lavoro molto seria". Su Andreotti? "Penso che non abbia potuto volere la morte del presidente della Dc". In merito alle "trattative", l'ex senatore rivela infine una personale convinzione maturata in Commissione Stragi: "Può anche darsi che abbia prevalso un'altra linea. Non per la liberazione dello statista, bensì per la sua esecuzione"
Quei segreti che conosce solo Ionta
di Vincenzo Mulé
Roma - Smontare la retorica ed i luoghi comuni del dibattito politico italiano. Sembra questo l'intento di Giovanni Pellegrino, ex presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi nella dodicesima e tredicesima legislatura . La Commissione stragi? Un mero esercizio culturale. Andreotti? Un marpione che sperava nell'intervento del Vaticano per la liberazione di Aldo Moro. Cossiga? Un uomo distrutto dall'epilogo di quei 55 giorni, tradito da qualcuno rimasto nell'ombra. Le Br? Un pezzo di una società che con i brigatisti aveva ampi luoghi d'interlocuzione.
Ma soprattutto la politica, con i suoi aspetti nascosti e le relazioni pericolose con la lotta armata. E' in questo quadro che, secondo l'ex senatore, è nascosta la verità sulla morte di Aldo Moro, al di là di sterili polemiche che sembrano dividere storici e giornalisti. Ecco il senso dell'intervista che muove dall'attività svolta dalla Commissione presieduta per sette anni dall'avvocato pugliese.
Vladimiro Satta ha accusato la Commissione da lei presieduta di non aver approfondito l'entità della figura del personaggio alto borghese che nell'estate del 1978 mise a disposizione un appartamento a Roma nel quale il latitante Moretti potesse incontrarsi con Piperno. Cosa risponde?
Mi sorprende che questa critica mi venga da un funzionario del Senato che dovrebbe conoscere il regolamento delle Commissione d'inchiesta. Piperno era ascoltato in libera audizione, non come testimone e senza giuramento. Non potevo quindi imporgli di dire più di ciò che aveva liberamente ritenuto farci udire. Questo atteggiamento lo ebbi con tutti coloro che in sette anni la commissione ha ascoltato in mia presenza. Allo stesso modo da Maccari non pretesi che ci dicesse chi erano i personaggi di rango elevato che nella Roma nella seconda metà degli anni Settanta facevano a gara per avere a cena il capo delle Br. Aggiungo che sugli ambiti di contiguità a cui le Br si sono giovate ho puntato il dito come nessuno aveva mai fatto , sfatando la leggenda di un gruppo guerrigliero strutturato come un tubo d'acciaio e quindi senza contatti e legami con il resto della società italiana del periodo. Fare ulteriore luce su questi ambiti non poteva essere compito di una commissione che, come Satta dovrebbe ricordare, malgrado l'impegno di pochi dei suoi membri si riuniva a tarda sera e quasi mai in numero legale e quindi in una condizione in cui l'assunzione dei poteri dell'autorità giudiziaria, pur astrattamente possibile, non era in concreto praticabile. Ciò ha impedito alla nostra Commissione di funzionare come un vero organismo parlamentare. Alla luce di questi elementi sono molto fiero dei risultati raggiunti. Ho vissuto l'esperienza alla Commissione stragi come una splendida avventura culturale. Mi divertivo a cercare di capire gli angoli bui della nostra storia. Su questi presupposti tutto ciò che acquisivamo in indagine sostanzialmente conoscitiva, soprattutto sul caso Moro, lo trasferivamo alla Procura di Roma, con la speranza di dare impulso ad accertamenti, di cui non si è saputo più nulla.
Dopo Markevich, un altro personaggio legato al sequestro Moro e riconducibile al Kgb è avvolto dal mistero: si tratta di Sokolov. Secondo alcuni l'ex studente russo di Aldo Moro rimase in Italia per tutta la durata del sequestro, per altri tornò a Mosca durante la prigionia del leader Dc. Lei cosa ne sa?
Sono sempre più convinto che trattative vi siano state per condurre alla salvezza Aldo Moro, poste in essere in modo separato da soggetti diversi in qualche modo tra loro concorrenziali e delle quali almeno una giunse sino alla soglia del successo. E' Moro a dircelo in quelle che a torto sono state considerate le ultime pagine del suo memoriale e che sono invece delle pagine a sè stanti che Moro redige negli ultimi giorni della sua vita, probabilmente tra il 5 e l'8 maggio quando aveva raggiunto la certezza della propria salvezza. Di questo sono sicuro; mentre ritengo probabile, e cioè fortemente verosimile, che Igor Markevich abbia potuto avere un ruolo in questa trattativa.
Perché la trattativa fallì?
Su questo non posso che formulare ipotesi. Può anche darsi che trattative diverse si siano intrecciate ed ostacolate a vicenda. Può anche darsi che abbia prevalso un'altra trattativa i cui contenuti non faceva parte la salvezza di Moro, ma la sua uccisione. Più semplicemente può ritenersi che Andreotti abbia col suo solito tono dimesso raccontato la verità o gran parte della verità. Nella trattativa faceva parte non solo il pagamento del riscatto monetario che il Vaticano aveva preparato e la posizione di dissenso dalla linea di fermezza che Fanfani aveva promesso di assumere pubblicamente nella mattina del 9 maggio, ma anche la concessione della grazia a Paola Besuschio da parte del capo dello Stato, cui Moro si era direttamente rivolto con la lettera del 4 maggio. Come più volte Andreotti ha rilevato, Besuschio, pur graziata, non sarebbe tornata in libertà perché detenuta per altra causa e per un giudizio non ancora concluso (la ragazza, dopo aver militato nel gruppo extraparlamentare Potere Operaio, si è iscritta alla Facoltà di sociologia di Trento, dove ha conosciuto Renato Curcio e Mara Cagol. Quando, il 30 settembre del 1975, la arrestano ad Altopascio, in Toscana, è da un anno militante delle Brigate Rosse. La giovane donna deve scontare 15 anni di carcere. Le si imputa di avere partecipato a varie rapine e preso in affitto i vari covi per i terroristi. E' indiziata di reato per il ferimento del consigliere democristiano Massimo De Carolis, ndr). Il venire a gallo di questo elemento, prima di allora trascurato, e la necessità che nella trattativa venisse coinvolto l'ordine giudiziario che avrebbe dovuto concedere la libertà provvisoria alla Berluschio potrebbe aver complicato le cose facendole precipitare verso il tragico epilogo. Per ciò che concerne Sokolov so poco, perché il suo nome appare nel dossier Mitrokhin su cui altra commissione d'inchiesta sta indagando. Le notizie che ho non sono sufficienti a far concludere che le Br abbiano rapito Moro per mandarlo al Kgb, ma sono certo che una volta rapito Moro, anche il Kgb si sia attivato perché enormemente interessato a conoscere i segreti sensibili che Moro avrebbe potuto rivelare alle Brigate Rosse. Se Sokolov era, come sembra un agente del Kgb, ha senso ritenere che ha avuto una parte in tutto questo.
Chi furono gli attori principali delle trattative?
Sicuramente si è attivata la famiglia, così come il Vaticano. In una fase iniziale si sono attivati anche gli apparati. Il generale Dalla Chiesa si è attivato, perfino la mafia ha allacciato trattative, così come la 'ndrangheta. Sicuramente, infine, i maggiori servizi segreti hanno avviato trattative con le Br.
Ed il Pci?
Assolutamente no. Come partito il Pci non prese mai alcuna iniziativa. Non ne aveva l'interesse politico. Quello a cui puntava il partito comunista era di accreditarsi come partito della fermezza, liberando il campo da ogni tipo di equivoco circa presunte simpatie verso la lotta armata. All'interno del Pci, da quello che ne so, le uniche voci di dissenso furono quelle di Barca, Bufalini e di Ingrao.
Francesco Biscione afferma che con l'inchiesta di Paolo Cucchiarelli e la rivelazione dell'esistenza dell'Anello (struttura dei servizi segreti, clandestina, alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio. Tra le operazioni più importanti a suo carico il rapimento Cirillo, la fuga di Kappler e la scoperta del covo dove era tenuto Moro, ndr) la ricostruzione di quel periodo italiano è pressoché completa e che nello specifico siamo vicini alla verità sulla vicenda del rapimento del leader democristiano. Lei cosa ne pensa?
Penso che Biscione abbia ragione. Quella di Cucchiarelli è una ipotesi molto seria, ma penso anche che alla verità a breve non arriveremo se la Procura di Roma continuerà in un atteggiamento di singolare self-restrain, di autocontenimento su tutto ciò che riguarda gli aspetti politici e non strettamente criminali della vicenda, il che a mio avviso è sbagliato perché solo facendo chiarezza sull'affaire, che fu anche internazionale, si farà ulteriore chiarezza sul delitto.
Secondo Rino Formica, la verità su Moro è in una lettera a Taviani scritta durante la prigionia e nella quale lo statista democristiano definisce lo stesso Taviani come il garante di un equilibrio politico internazionale. E' dello stesso avviso?
Formica è un uomo intelligente, ma questa volta la sua intelligenza l'ha portato a dire, come quasi mai gli accade, una banalità. Non vi è dubbio che le cose siano nei termini espressi da Formica, ma questo in tanti lo abbiamo capito da tempo. Per questo anche oggi ho parlato di affaire internazionale in cui avevano centralità le carte Moro il cui ritrovamento fu definito dallo stesso Dalla Chiesa l'obiettivo che dopo la morte di Moro tutti si erano prefissi. Smentendo la tesi ufficiale data dal governo durante i 55 giorni del sequestro, Cossiga ha definito Moro l'uomo politico italiano con la maggiore conoscenza di segreti sensibili. In virtù di queste caratteristiche, il rapimento Moro divenne ben presto un caso internazionale, dove ognuno giocò la sua partita nell'interesse nazionale.
Ritiene credibile, alla luce delle rivelazioni contenute nell'inchiesta di Cucchiarelli, che Andreotti abbia potuto affermare: "Moro vivo non ci serve"?
No, conoscendo Andreotti penso sia vero ciò che ha detto Cossiga secondo il quale la liberazione di Moro non fosse compito di quel governo ma sperava che l'iniziativa autonoma del Vaticano potesse portare alla liberazione di Moro. A differenza di Andreotti, Cossiga, invece, credeva che la liberazione del presidente Dc passasse attraverso la mediazione e l'azione degli apparati, coperti e scoperti. L'allora ministro dell'Interno, però, sapeva anche che di quegli apparati non si poteva fidare ciecamente.

24 giugno 2003 - CASO MORO: SATTA SU DICHIARAZIONI MARIA FIDA MORO
www.clorofilla.it
Mi spiace che Maria Fida Moro si dichiari per principio indisponibile a prendere in considerazione tutto ciò che ho argomentato attraverso il mio lavoro. Il papà invece, come è noto, non riteneva affatto che scambiare opinioni con chi la pensava in maniera diversa da lui fosse "operazione noiosa, priva di senso" e "sciocco"
Per il rispetto di Aldo Moro
di Vladimiro Satta
Roma - Nel corso di un pubblico dibattito sul caso Moro svoltosi lo scorso 11 giugno presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Roma, al quale eravamo presenti, tra gli altri, Maria Fida Moro ed io, ad un certo punto ella ha invitato tutti al rispetto per suo padre; dal canto mio, Le ho chiesto se per caso si riferisse anche al mio libro, e lei ha risposto di no. Spero che non abbia cambiato idea, e che dunque il suo nuovo appello neppure stavolta sia indirizzato a me.
Mi spiace che Maria Fida Moro si dichiari per principio indisponibile a prendere in considerazione tutto ciò che ho argomentato attraverso il mio lavoro. Aldo Moro invece, come è noto, non riteneva affatto che scambiare opinioni con chi la pensava in maniera diversa da lui fosse "operazione noiosa, priva di senso" e "sciocco".
Comunque, da parte mia la porta del dialogo è sempre aperta.

27 giugno 2003 - CASO MORO E SOKOLOV: LETTERA SCE' A MISTERIDITALIA
Newsletter del sito www.misteriditalia.com
Caso Moro: su Sokolov proprio non va...
di Jacopo Sce
Gentile Redazione,
sono un vostro "abbonato" e non la faccio lunga sull'utilità del vostro giornale.
Solo che nell'ultimo numero (vedi n.67) ho visto il pezzo relativo a Sokolov, e confesso che proprio non va. In questo caso, so bene di contare un privilegio, perché essendo consulente della Commissione Mitrokhin ho accesso ai documenti acquisiti, tra cui appunto quelli che riguardano Sokolov.
Bene, in quelle carte c'è effettivamente copiosa documentazione che testimonia di come Sokolov fosse monitorato fin da prima del suo arrivo in Italia nell'autunno del 1977, ma semplicemente perché assieme ad altri 14 studenti sovietici aveva vinto una borsa di studio del nostro ministero degli Esteri. Logico che fin dalla richiesta di visto, su questi studenti venissero prese tutte le informazioni possibili.
Così accadde per tutti e 15 i ragazzi. Poi, dopo il rapimento di Aldo Moro e dopo le allarmate dichiarazioni del prof. Tritto, su Sokolov si concentra l'attenzione del Sismi, che nei suoi confronti procede anche a un servizio di OCP (osservazione, controllo e pedinamento): è tutto documentato, ma quello che gli uomini del SISMI possono registrare sono solo le sue effusioni con una ragazza su una panchina di Piazza Navona.
Poi si può legittimamente discutere se Sokolov sia diventato una spia del KGB - attenzione, però, perché ci sono almeno altri due Sokolov, agenti accertati dell'URSS!! - venuto in Italia nel 1981 sotto mentite spoglie di corrispondente della TASS; ma per quanto riguarda il 1977/1978, non c'è davvero nessun elemento che possa confermare questa tesi.
In questo caso il Servizio militare ha fatto quanto doveva, a meno che non si pensi a una sorta di complicità dei nostri apparati di sicurezza non già con con l'intelligence USA, bensì con il KGB comunista!
Tutto è possibile - e personalmente posso anche pensare che in URSS qualcosa sapessero... - ma non abbiamo nessun elemento per poter dire ciò.
Molti cordiali saluti e buon lavoro.
Jacopo Sce

27 giugno 2003 - CASO MORO: MARIA FIDA MORO, PARLO SOLO DI FELICITA'
www.clorofilla.it
La morte di mio padre, da qualsiasi angolo visuale la si voglia scrutare, non costituisce per me argomento di "confronti". Ho il diritto sacrosanto di scegliere se parlarne o meno. Ribadisco inoltre che, a mio avviso, discutere su degli assiomi, oltre che inutile è anche sciocco e noioso. Rispetto la libertà altrui di sostenere tesi che non condivido e rivendico il mio diritto di avere opinioni diverse non necessariamente da illustrare. Voglio ricordare solo le cose belle e se qualcuno intende confrontarsi con me può farlo ma l'argomento deve essere la felicità
Maria Fida Moro: "Non accetto più sfide e duelli"
di Maria Fida Moro
Roma - Ritengo che in un Paese libero (almeno sulla carta) la libertà di espressione non sia ancora stata tramutata in obbligo. La morte di Aldo Moro, da qualsiasi angolo visuale la si voglia scrutare, non costituisce per me argomento di "confronti". Sì, mio padre era l'uomo del dialogo e per questo è stato ucciso. Il caso Moro si limita a darmi dolore, un dolore insanabile dopo, beninteso, aver mandato in pezzi la mia vita e la vita di tutti coloro che amavo. Ho il diritto sacrosanto di scegliere se parlarne o meno. Ribadisco inoltre che, a mio avviso, discutere su degli assiomi, oltre che inutile è anche sciocco e noioso.
Se infatti qualcuno mi dice che il mare non è salato è per me privo di senso controbattere. Ognuno può pensare, scrivere e fare film come meglio crede ed io ho il dovere di dire come e perché sono o non sono d'accordo, per restare all'esempio fatto prima sul fatto che il mare non sia da considerarsi salato. A cosa serve discutere sugli assiomi? Rispetto la libertà altrui di sostenere tesi che non condivido e rivendico il mio diritto di avere opinioni diverse non necessariamente da illustrare. Da piccola se un bambino mi chiedeva se ero capace di saltare da un muretto o salire su un albero lo facevo subito. Poi ho capito che non avevo alcun dovere di dare dimostrazioni, era sufficiente che fossi convinta io di quello che sapevo fare.
Non accetto più sfide e duelli, parlo soltanto per difendere la memoria di mio padre e lo faccio in chiave di dolore. Conosco mio padre meglio di altri che non hanno vissuto come me per 31 anni nella sua casa. Non tento mai di convincere e mi piacerebbe se altri non pretendessero di farmi cambiare idea, magari con la forza. Del libro L'Odissea del caso Moro mi convince solo il titolo anche se l'autore non ha provato sulla sua pelle quale sia la reale portata ed il significato della parola Odissea. Trovo riduttiva la tesi del volume in questione (le Br e solo le Br hanno la responsabilità della morte di Aldo Moro), ma sia pure per ragioni opposte mi sembra un po' riduttiva perfino la tesi del film Piazza delle cinque lune.
Annotazione a margine: mi chiamano Maria Fida coloro che mi vogliono bene. Per tutti gli altri sono l'On. Moro. So che questo nome fa venire un colpo al cuore ad alcuni per affetto e ad altri per ragioni diverse. La cosa non mi riguarda. Mi riguarda solo l'amore che mio padre ci voleva, la sua costante sollecitudine nei confronti di tutti, anche degli immeritevoli, la sua impareggiabile capacità di farci ridere, la musica che era nella nostra casa (musica e casa che non esistono più) e la gioia della "prima", radiosa anche se presaga del lago di sangue nel quale tutto si sarebbe perduto. Voglio ricordare solo le cose belle e se qualcuno intende confrontarsi con me può farlo ma l'argomento deve essere la felicità.

27 giugno 2003 - CASO MORO: SATTA SU INTERVISTA PELLEGRINO
www.clorofilla.it
Non segnalare il contenuto delle dichiarazioni rese da Piperno in Commissione Stragi fu una libera scelta e non una conseguenza ineluttabile del fatto che la Stragi lo avesse convocato nella forma di una "libera audizione" anziché di una "testimonianza formale". E' chiaro altresì che considerare problema aperto - come faccio io - la mancata individuazione del personaggio il quale, nel luglio 1978, mise consapevolmente un appartamento a disposizione del latitante Moretti, non significa muovere accuse contro chi in base alle proprie intuizioni ha indirizzato l'inchiesta parlamentare verso l'identificazione di altri anfitrioni e più in generale verso tutt'altre piste
Satta: "Il libero arbitrio del Presidente Pellegrino"
di Vladimiro Satta
Roma - La generosità con la quale Pellegrino mi attribuisce la qualifica di "funzionario" - che invero non mi spetta - è purtroppo accompagnata da critiche immeritate circa la mia conoscenza dei poteri e dei margini di azione della passata Commissione Stragi. La questione sollevata in un'intervista a Clorofilla riguarda l'atteggiamento della Stragi in occasione delle dichiarazioni ad essa rese da Piperno, nell'ambito dell'inchiesta Moro. Su questo tema, in Odissea nel caso Moro mi ero limitato a registrare senza commenti due circostanze facilmente riscontrabili:
1) che secondo il Presidente Pellegrino, individuare i nomi taciuti da Piperno o da altri non rientrava tra i compiti della Commissione da lui guidata;
2) che nel caso in oggetto l'organismo parlamentare non avviò "alcuna procedura di segnalazione alla magistratura".
Il punto saliente è che fu una libera scelta, quest'ultima, e non una conseguenza ineluttabile del fatto che la Stragi stessa avesse convocato Piperno nella forma di una "libera audizione" anziché di una "testimonianza formale". A titolo di esempio di un'iniziativa teoricamente possibile da parte della Commissione, nel libro avevo espressamente indicato "l'invio di copia del resoconto stenografico" di Piperno all'autorità giudiziaria, e non già improbabili tentativi di costrizione nei confronti dell'audito, cui sembra accennare Pellegrino. A proposito, l'accostamento del nome di Piperno a quello di Maccari, - effettuato nell'intervista a Clorofilla - giunge assai opportuno: infatti, entrambi furono ascoltati in "libera audizione", ma il testo delle dichiarazioni del primo non fu trasmesso alla magistratura, mentre quello del secondo sì. E come si fece per Maccari si fece anche per il professor Cappelletti. Evidentemente, tutto ciò dimostra che non esisteva alcun ostacolo regolamentare che impedisse di segnalare pure le parole di Piperno.
E' chiaro altresì che considerare problema aperto - come faccio io - la mancata individuazione del personaggio il quale, nel luglio 1978, mise consapevolmente un appartamento a disposizione del latitante Moretti, non significa muovere accuse contro chi piuttosto - come Pellegrino - in base alle proprie intuizioni ha indirizzato l'inchiesta parlamentare verso l'identificazione di altri anfitrioni e più in generale verso tutt'altre piste (borsello di Azzolini, Markevic, ecc.). Qualora ve ne fosse bisogno, ribadisco per l'ennesima volta che reputo pienamente legittime e rispettabili le opzioni compiute dall'inquirente parlamentare: semplicemente, si tratta di non mancare di rilevare la componente di discrezionalità insita in esse.
Infine, i tardi orari delle riunioni della Commissione e la scarsa assiduità di alcuni fra i parlamentari che ne facevano parte (lamentata dal Presidente) non dipendevano certo da fattori esterni, e meno che mai dagli uffici del Senato. Riprova ne sia, tra l'altro, che all'epoca della presidenza Gualtieri le sedute erano diurne e non notturne, e che solitamente altrettanto valeva per le altre commissioni d'inchiesta. Ad ogni modo, gli orari prescelti sotto la presidenza dell'avvocato Pellegrino non preclusero alla Stragi l'espletamento del proprio mandato, e non ne compromisero l'azione. Del resto, altrimenti non si comprenderebbe come Pellegrino possa proclamarsi "fiero" di quella esperienza.

1 luglio 2003 - CASO MORO: MARTINELLI A ODEON TV
"Il Barbiere della sera"
Caso Moro, nuove rivelazioni a Odeon tv
di GiFa
Il regista Renzo Martinelli svela il contenuto di un'inquietante telefonata ad Eleonora Moro ma nessuno sembra interessato ad approfondire
Casualmente mi sintonizzo sul network Odeon tv. Va in onda una trasmissione monografica intitolata "Il giallo di via Fani", ovvero il caso Moro trattato prendendo spunto dal film di Renzo Martinelli "Piazza delle cinque lune". In studio il regista e il direttore della "Padania", Gigi Moncalvo.
<BR< approfondimento.
Nella prima, in onda domenica 22 giugno, si parla dell'ostracismo di Rai e Mediaset nei confronti del film. Il cast, di un certo livello (Donald Sutherland, Giancarlo Giannini, Stefania Rocca) non è stato invitato infatti in nessuna trasmissione né della tv pubblica né di quella privata. Rievocando i giorni immediatamente successivi al rapimento (16 marzo 1978) Moncalvo e Martinelli accennano a tre fantomatiche commissioni, composte anche da elementi piduisti, volute da Giulio Andreotti, all'epoca presidente del Consiglio.
Tra i componenti di una di queste, che si sarebbe occupata del mondo della comunicazione, spunta il nome di Maurizio Costanzo. C'entra qualcosa con l'ostracismo di cui sopra?
Ancora più interessante quel che viene fuori nella seconda puntata (29 giugno). Martinelli racconta di una proiezione in un cinema romano, cui partecipano l'ex brigatista Alberto Franceschini e un giornalista del Corriere della Sera. L'indomani il quotidiano di via Solferino dedica a "Piazza delle cinque lune" un'intera pagina che, spera il regista, innescherà un serrato dibattito tra chi ritiene plausibili le ipotesi alla base della pellicola e chi, viceversa, si riconosce nella verità ufficiale. Invece, nessun giornale ne parla.
Deluso, chiama l'amico Giampaolo Pansa, che gli promette di scriverne sull'Espresso, a patto però di poter intervistare Eleonora Moro, che Martinelli ha conosciuto durante le riprese.
Il regista le telefona ma il contenuto della conversazione, a suo dire, è raggelante. Non solo la signora Moro rivela che ha il telefono sotto controllo ma, alle insistenze di Martinelli, risponde che non può accettare perché teme per la propria incolumità.
Vero? Falso? Vecchi fantasmi che tornano o un maldestro tentativo di promuovere una pellicola in difficoltà? Nessun organo di stampa si è preso in ogni caso la briga di rilanciare la notizia o di smentirla.
Ma perché dare per scontato si tratti di un "pacco"?
GiFa

Re: Caso Moro, nuove rivelazioni a Odeon tv
piero gamela - 02.07.2003
Anche volendo prescindere dal legittimo sospetto di autopromozione, ricorda che nel caso Moro, oltre alle BR, hanno avuto parte - a vario titolo: il presidente del consiglio, ministri dell'Interno, servizi segreti deviati e non, P2, CIA e, perchè no?, qualche altro servizio segreto estero.
Ti stupisce che nessuno si occupi più di voler appurare la verità?
Meglio, molto meglio, indulgere alle celebrazioni e alle santificazioni.

Re: Caso Moro, nuove rivelazioni a Odeon tv
fiat132 - 03.07.2003
Ho avuto anch'io, casualmente, la fortuna di vedere quella puntata su Odeon con Renzo Martinelli. La ritengo una lezione d'informazione per servizi più o meno pubblici ed emittenti private che dicono di fare informazione. Non basta solo 'l'altra Storia' a fare informazione.
Non credo che Martinelli fosse lì a promuovere il suo film: i film d'inchiesta nel nostro Paese sono geneticamente condannati a passare sotto silenzio perché la gente preferisce Boldi&De Sica. Detto questo, penso anche che su molte cose Martinelli getti una luce inquietante: non c'è stato tamponamento in Via Fani, che fine ha fatto la 132 presa per prelevare Moro? Chi è davvero Mario Moretti? Cose che dovrebbero essere oggetto di libri e libri di storia, e che invece - ci spiegavano in maniera rassicurante a scuola (alla faccia