Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2003: maggio

1 maggio 2003 - DELITTO MORO DIVENTA ORATORIO DA VIA CRUCIS
"Il Mattino"
Il delitto Moro diventa un oratorio da Via Crucis
Ha debuttato ieri sera, in prima nazionale al teatro Verdi di Salerno (e poi verrà a Napoli nell'ambito della rassegna "Mater camorra"), "Il corpo di Moro", uno spettacolo in forma di oratorio civile che rievoca, a distanza di venticinque anni, il rapimento e l'omicidio dello statista democristiano. Ispirata all'omonimo libro di poesie scritto da Rino Mele, la rappresentazione si snoda attraverso quattordici stazioni, come una vera e propria Via Crucis laica.
"Abbiamo immaginato Moro come una sorta di Cristo moderno" ha spiegato il regista Siano, "precipitato dal potere più alto verso una sofferenza senza via d'uscita. E in questo senso il colpo di pistola che gli sparano i brigatisti equivale a una crocifissione". In scena tre attrici, Annamaria Loliva, Isabella Martelli e Sabrina Scuccimarra e, sullo sfondo, la carcassa di una Renault 4 rossa, l'auto sulla quale fu rinvenuto, il 9 maggio del 1978, in via Caetani a Roma, il corpo del presidente della Dc. Un altro esemplare della stessa auto è stato esposto nei giorni scorsi, come totem di denuncia civile, nell'ex chiesa dell'Addolorata.

2 maggio 2003 - IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO: SU DAGOSPIA CAPITOLO SU MATTIOLI
"Dagospia"
"IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO" - ECCO IL CAPITOLO SU DON RAFFAELE MATTIOLI CHE HA FATTO INFURIARE LA SOCIETA' POLITICO-CULTURALE ITALICA...
Breve premessa: in questo capitolo si ricostruiscono gli ambienti dei grandi salotti mondani della Roma del dopoguerra. Quelli che ruotavano intorno a palazzo Caetani, che avevano come indiscusse protagoniste tre grandi signore (Mimì Pecci-Blunt, Marguerite Caetani ed Elena Croce) e in cui svettavano figure come Igor Markevic e Don Raffaele Mattioli. In quei salotti, politica, cultura, diplomazia, esoterismo e intelligence si intrecciavano finendo per influenzarsi a vicenda.

"IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO - IL CASO MORO E IGOR MARKEVIC"
di Fasanella e Rocca, Einaudi ed.
Stralcio dal capitolo "Mimì, Marguerite, Elena e Don Raffaele"

(...) La casa di Raimondo ed Elena è, dunque, un crocevia anche internazionale: Antonio Maccanico, ad esempio, vi stringe amicizia con Henry Kissinger, allora noto solo come storico dell'Università di Harvard. Ma soprattutto c'è il presidente della Comit, Raffaele Mattioli, l'italiano dalle relazioni più cosmopolite. Con l'America ha rapporti antichi e consolidati. Tanto che nel 1944, a Liberazione non ancora ultimata, l'amministrazione Usa aveva voluto discutere con lui, a Washington, i piani economici della ricostruzione. Ora presiede l'Associazione italo-americana: vi collaborano Elena e Marguerite e ha sede nel Palazzo Antici-Mattei, attiguo alla residenza dei Caetani.
In quel momento, Mattioli è l'uomo più potente d'Italia. Da una costola della sua Comit è nata Mediobanca, il tempio della finanza laica, che ha affidato al suo pupillo Enrico Cuccia. È il dominus che già da decenni tiene in pugno, come un nodo gordiano, i più contrastanti interessi, le più divergenti ideologie, i più conflittuali antagonismi. Quasi l'incarnazione, insomma, delle idee sinarchiche di guénoniana memoria.
L'ascesa di questo Re del mondo è iniziata nell'Italia prefascista, sotto le grandi ali di Giuseppe Toeplitz, erede a sua volta dei banchieri israeliti mitteleuropei che progettarono la Comit in funzione dell'espansione industriale voluta da Giovanni Giolitti. Mattioli ha fondato il suo potere sull'indipendenza della finanza dalla politica, se non, addirittura, sulla supremazia della prima sulla seconda. Tenendo saldamente in mano le redini dell'istituto, don Raffaele (come ama farsi chiamare), è riuscito a finanziare il fascismo senza sporcarsi le mani. Mussolini stesso ha zittito i gerarchi come Farinacci, che facevano da cani da pagliaio contro le dichiarazioni di autonomia del banchiere, e ha finto di non vedere tutto quello che accadeva all'ombra della Comit: i rapporti con la massoneria britannica e i servizi segreti americani, affidati a Cuccia; le assunzioni di ebrei o dissidenti come Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Adolfo Tino (zio di Antonio Maccanico); i contatti, attraverso Giorgio Amendola, suo allievo, con il Partito comunista clandestino.
Sicché, dopo la caduta del regime, Mattioli ha presentato il conto del suo antifascismo alla neonata Repubblica e ai suoi leader. Come Parri e De Gasperi, anche Togliatti sa che non può fare a meno di lui. Con la spregiudicatezza dell'uomo d'affari, del resto, anche Mattioli sa che non può fare a meno di Togliatti. In una lettera che invia proprio in quel periodo al segretario del Pci, don Raffaele già scommette sull'importanza sempre più rilevante che i mercati sovietici assumeranno per l'economia italiana.
Chiama, dunque, fra le teste d'uovo del suo Ufficio Studi, Franco Rodano, che già il capo del Pci, comprendone l'importanza, aveva fatto assumere a "Rinascita". Il fondatore del movimento dei cattolici comunisti è "quasi il suddito marmoreo del papa e di Stalin", come lo definisce Giuseppe Fiori (biografo di Enrico Berlinguer, di cui Rodano diventerà consigliere per un breve periodo, nei primi anni Settanta). È, dunque, non solo il trait d'union con il partito di Togliatti, ma anche con l'Urss (il suo legame con quel regime risulterà evidente verso la fine degli anni Settanta, all'epoca dello strappo di Berlinguer) e con il Vaticano. Nonostante la momentanea scomunica papale dopo la sua adesione al Pci, Rodano infatti continua a frequentare attivamente gli ambienti pontifici, ai quali Mattioli è molto interessato: già dal 1929, grazie al suo amico Bernardino di Nogara, banchiere del papa, è riuscito ad attuare un controllo quasi totale sulle finanze vaticane.
Il potere di don Raffaele, dunque, è così grande da indurre i (pochi) denigratori a cercarne il fondamento in una sua vita occulta. Si scava negli strani territori, nei quali il banchiere starebbe viaggiando fin dai tempi della sua formazione. Giuseppe Toeplitz lo avrebbe, infatti, introdotto ai misteri del Tibet, "il paese chiuso", e alle altrettanto misteriose e complesse concezioni di Sabbatai Zevi e Jakob Frank: antichi e oscuri profeti di un messianismo crudele, imperniato attorno a figure femminili, e di una rinascita della nazione ebraica attraverso una sempre imminente rivoluzione mondiale.
Senza addentrarsi in questi intricatissimi campi, si può ricordare solo la bizzarra disposizione testamentaria di Mattioli di farsi seppellire in un'antica tomba dell'Abbazia benedettina di Chiaravalle: nel Medioevo era stata il sepolcro di Guglielma la Boema, un'eretica che sosteneva di essere la reincarnazione femminile dello Spirito Santo. Decisione che sembra chiudere un cerchio: Mattioli e Toeplitz, infatti, si erano incontrati grazie a due donne amiche tra loro, Maryla Lednicka ed Edwige Morowska, enigmatiche ballerine che iniziarono i due finanzieri a pratiche pseudo-tibetane connesse alla reincarnazione e allo spiritismo.
Questa occulta centralità della donna può diventare perfino intrigante, se si considera che il periodo di maggior presenza di Mattioli a Palazzo Caetani coincide con il trasferimento proprio in quella sede della massoneria di piazza del Gesù, e con l'apertura, subito dopo, della prima loggia femminile italiana.
A dar credito a questa biografia segreta di Mattioli, verrebbe quasi da guardare con un'altra ottica il ruolo che un certo gruppo di donne ha avuto nella storia iniziale di Igor´. Attorno a lui, come si ricorderà, si sono viste agire strane figure come Misia Sert e soprattutto come Aleksandrina Troussevi, che non avevano un compito preciso alla corte di Djagilev, ma che quasi lo soggiogavano con il loro mistero. Erano donne tipologicamente molto simili alla Morowska e alla Lednicka: tutte dell'Europa Orientale, vivevano nel mondo dell'arte e specialmente della danza; non sembravano aliene dall'intrigo; avevano navigato per chissà quali mari ed esplorato chissà quali misteriose regioni dello spirito (Aleksandrina, tra l'altro, aveva concluso i suoi giorni in un convento ortodosso della Palestina).
Si tratta, comunque, di un tipo di femminilità che non era sopravvissuta agli anni Trenta e che ora, dopo il secondo conflitto mondiale, appare ormai come un dagherrotipo sbiadito. Nella Roma degli anni Cinquanta, donne come Marguerite Caetani, Elena Croce e Mimì Pecci-Blunt affermano, se pure in vario modo, un protagonismo nuovo rispetto a quello delle "api regine" della Parigi d'anteguerra: piú direttamente impegnato a trasformare la realtà culturale e politica e più autonomo da patronati maschili.
Con queste donne e con i loro ambienti Markevic ha in questi anni assidua frequentazione, nonostante abbia casa fuori d'Italia. È proprio adesso, anzi, che stringe un forte legame con Palazzo Caetani, trasformando in parentela due vecchie amicizie. Sposando Topazia, diventa nipote acquisito di Marguerite, che conosce da quasi un ventennio. Nel 1951, poi, Hubert Howard, l'ufficiale del Pwb con cui ha condotto la difficile trattativa di Firenze, prende in moglie Lelia, cugina di Topazia e figlia superstite di Marguerite e Roffredo, dopo che suo fratello Camillo è caduto nel 1940 sul fronte albanese.
Con la morte dell'ultimo erede maschio dei Caetani si sta sgretolando un casato dalla gloria secolare. Intontiti dalla sciagura, Roffredo e Lelia si chiudono ognuno nell'eremo protettivo dell'arte che ciascuno si è scelto come propria dimensione salvifica. Il padre, sempre più silenzioso, medita sul misticismo della sua musica. La figlia, sempre più diafana e smarrita, pensa solo a dipingere. Palazzo Caetani e le sorti della dinastia sembrano affidati ormai alla vitalità di tre stranieri. Marguerite si dedica anche lei a un'arte, la letteratura ma, come si è visto, non la intende né come rifugio né come fuga. Hubert ha cominciato a revisionare tutta la contabilità e a ristrutturare l'intera gestione del patrimonio. Igor´ è lí, con i diritti e le attese di chi ha sposato l'erede di un ramo collaterale.

3 maggio 2003 - LUCA MORO OSPITE DI 'RACCONTI DI VITA'
ANSA:
A cinque giorni dallþanniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, 'Racconti di vita' ospita, domani alle 12.30 su Raitre, il nipote Luca con la canzone 'Maledetti voi' che fa parte del film 'Piazza delle Cinque Lune' di Renzo Martinelli, dedicato allþassassinio dello statista democristiano.
Oltre a Luca Moro, Giovanni Anversa ospiterà nello studio allestito al Teatro di Tor Bella Monaca, la madre di Luca e figlia di Aldo Moro, Maria Fida e Leopoldo Petri, fratello di Emanuele il poliziotto ucciso circa un mese fa sul diretto Roma-Firenze nel corso di un conflitto a fuoco con due brigatisti. Inoltre ci saraþ in studio Lorenzo Pinto, fratello di una vittima della strage di Piazza della Loggia a Brescia (1974).
Nei filmati la testimonianza di una madre che ha perso l'unico figlio nella strage alla stazione di Bologna (1981) e quella della vedova del direttore sanitario del Policlinico di Milano ucciso dalle Brigate Rosse nel febbraio del 1981.

6 maggio 2003 - CASO MORO: SPECIALE DI WWW.CLOROFILLA.IT
Da www.clorofilla.it
Venticinque anni da via Caetani, Clorofilla il 6 maggio al Cenacolo
Dopo l'incontro di Bibli a marzo, Clorofilla, agenzia d'informazione in abbonamento per stampa, istituzioni, associazioni e privati, presenterà il 6 maggio prossimo un'altra inchiesta dai risvolti inediti sul caso Moro e una nuova campagna di informazione e sensibilizzazione, insieme con "Save The Children", sulla vita dei bambini argentini. Alla Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, a partire dalle ore 11, si discuterà di alcuni dei lati oscuri relativi alla vicenda della morte di Aldo Moro, a 25 anni dal ritrovamento del corpo dello statista Dc in Via Caetani, e si tenterà di far luce sui possibili rapporti esistenti alla fine degli anni '70 tra Brigate Rosse e mafia. A seguire, Clorofilla e l'associazione umanitaria per la difesa dei minori "Save The Children" presenteranno un rapporto sulla condizione minorile in Argentina, paese appena un anno fa piombato nel baratro della bancarotta e ancora oggi attanagliato da una pesantissima crisi economica, crisi cui il nuovo presidente - eletto nel ballottaggio del 18 maggio - dovrà dare pronta risposta.

Trattare la vicenda del leader democristiano come una storia umana e non solo nei suoi aspetti politici e giudiziari. E' l'indicazione emersa nel corso della presentazione, presso la Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, di Quante mani su vie Caetani, l'ultimo lavoro di Clorofilla sullo statista pugliese
Una sensibilità diversa risolverebbe l'enigma-Moro
di Livia Profeti
Roma - Il caso Moro trattato dal punto di vista di una drammatica vicenda umana e non solo nei suoi aspetti strettamente politici e giudiziari. Nella conferenza stampa svoltasi oggi alla Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati è emersa la necessità e l'importanza della ricostruzione degli aspetti più umani di Aldo Moro. E' questo, forse, l'ambito più difficile da indagare, dove spesso la sensibilità artistica riesce a cogliere, anche a sua stessa insaputa, realtà che sfuggono ad indagini più prettamente razionali.
Sappiamo che Marco Bellocchio ha da poco ultimato le riprese di Buongiorno notte, il suo ultimo film incentrato proprio sul rapimento Moro. Tra le pochissime cose di cui si è a conoscenza rispetto a questo film è che il regista non intende occuparsi della ricostruzione dei fatti - nei confronti dei quali anzi egli ha rivendicato la sua libertà artistica - bensì dell'aspetto "intimo" della vicenda, dei rapporti tra Moro ed i suoi carcerieri. Lo sguardo "diverso" di un artista probabilmente ci fornirà altri importanti strumenti per meglio comprendere il periodo forse più drammatico della recente storia politica italiana.
Nell'incontro odierno, l'argomento è stato introdotto dall'intervento del professor Francesco Bruno, che all'epoca, in qualità di psichiatra e criminologo, fu direttamente coinvolto nell'interpretazione delle lettere che lo statista democristiano scriveva dal carcere brigatista. Bruno oggi ha chiesto esplicitamente scusa ai familiari di quella vittima eccellente, per quella che ora, a distanza di venticinque anni dai fatti, comprende essere stata una sua errata valutazione dell'atteggiamento per così dire "intimista" di Aldo Moro.
Le scuse del professor Bruno sono state recepite in diretta dalla figlia dello statista Dc, anch'ella presente alla conferenza. Nel suo intervento, l'onorevole Maria Fida Moro ha richiamato l'attenzione sulla grande importanza di non perdere di vista la figura umana del padre, la sua psicologia, i suoi convincimenti profondi. Ha ribadito la necessità di non farne un fantasma più o meno idealizzato senza corpo e senza affetti. Questo non tanto e non solo per il rispetto della memoria che si deve ad un uomo che non c'è più, ma anche perché, a suo parere, questo profilo umano è di capitale importanza per riuscire a comprendere le dinamiche di questo ancor misterioso evento della storia italiana e non solo.
Comprensione importante considerando che non è possibile liquidare questo evento come facente parte di un passato remoto, perché la luce su di esso probabilmente ci farebbe comprendere anche diversi aspetti della nostra storia attuale. Al termine della conferenza abbiamo chiesto al professor Bruno maggiori dettagli sulla natura delle sue "scuse" alla famiglia Moro: "All'epoca dei fatti aveva completamente travisato il significato di queste lettere che mettevano in primo piano l'importanza della sua famiglia, del "nipotino", della necessità di tornare a casa perché i suoi familiari "avevano bisogno di lui". Mi aspettavo da lui un atteggiamento "eroico", ovvero quello di una grande personaggio politico che si sacrifica in nome dello Stato. Per questo interpretai il tono di quelle lettere come una vigliaccheria, una debolezza, ora so che non avevo compreso il grande spessore umano di Moro. Egli sapeva di dover morire, sapeva che le sue possibilità di salvezza erano ridottissime.
L'atteggiamento che assunse da una parte fu sicuramente dettato dalla sua privata convinzione cattolica, quella di un uomo che in punto morte mette in primo piano la sua famiglia, ma dall'altra era anche una intelligentissima strategia nei confronti delle Br ma non solo, per cercare di salvarsi dalla condanna. Moro sapeva che le Br non avrebbero ucciso la persona ma la "divisa" che essa indossava, ed era da quella divisa che cercava di spogliarsi, per presentare ai suoi carcerieri una persona e non più un'icona. La sua era una strategia "psicologica" rivolta ai suoi carcerieri ma anche a taluni personaggi politici".
Questa strategia non fu però, purtroppo, efficace.
Era l'unica cosa da fare, ed aveva delle chance di funzionare. Oggi mi rendo conto che non era vigliaccheria.
Tanto meno quindi si può pensare che le funzionalità mentali di Moro in prigionia fossero alterate, sia patologicamente che farmacologicamente?
No, la sindrome di Stoccolma non c'era.
Come interpreta il fatto che nel suo carcere Moro leggesse I Demoni di Dostoevskij, libro che aveva chiesto ai suoi stessi carcerieri?
Bisogna entrare nel personaggio: Moro voleva comprendere il problema del terrorismo, voleva comprendere la psicologia dei terroristi. Sicuramente si era posto il problema che la sua sopravvivenza avrebbe rischiato di dare legittimità a questi gruppi.
Crede che Moro "studiasse" Dostoevskij solo per comprendere le Br o anche per capire meglio la psicologia di altri personaggi politici dai quali temeva di non essere salvato?
No, quel libro gli era utile per conoscere un ambiente che lui non conosceva direttamente, un certo fanatismo paranoico. Le situazioni che caratterizzavano l'ambiente politico le conosceva benissimo.

Per la gestione delle informazioni che trapelavano dalla prigione di Aldo Moro, l'allora ministro dell'Interno Cossiga creò un team che aveva un unico scopo: rendere non credibile le parole del presidente della Dc. Nacque così la Sindrome di Stoccolma
Psichiatria al servizio dello Stato. E della Cia: mea culpa di Bruno
di Gianluca Cicinelli
Roma - Le lettere di Moro costituiscono il centro di ogni ragionamento e investigazione su cosa accadde politicamente in quel periodo. Attraverso le lettere dello statista e le reazioni istituzionali che suscitarono, è oggi possibile rileggere i 55 giorni del rapimento come un'occasione volutamente mancata dallo Stato per evitare il tragico epilogo. Moro in quel momento non è più solo il presidente della Dc rapito dalle Brigate Rosse. Moro è il presidente del partito della trattativa che, dal carcere del popolo, gioca la sua partita per la vita su più fronti: lo Stato, la Dc, le Br, la sua famiglia.

In quel particolare momento storico la riforma dei servizi segreti è varata ma i nuovi servizi esistono solo sulla carta. Persino la struttura antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, che pure aveva ottenuto successi, è stata smantellata. Nessun organismo in quel momento così tragico è preposto ad attività di intelligence, mentre lo Stato ha il delicato compito di gestire la mole di parole, sempre più aspre verso democristiani e istituzioni, che Moro fa uscire dalla sua prigione. L'allora ministro dell'Interno Cossiga costituisce quindi, per supplire a queste carenze, un Comitato di crisi. Un Comitato che negli anni successivi è sempre stato ritenuto inutile e inconcludente: spariranno tutti i verbali delle sue riunioni, infiltrato dalla P2 ai massimi livelli, sostanzialmente gestito per via neanche tanto indiretta da un uomo della Cia, Steve Pieczenik. Dunque un comitato di semplice controllo.
Oggi invece sappiamo che quel Comitato ha svolto un ruolo basilare per gettare le basi dell'impostazione politica e mediatica degli attuali servizi. Quel Comitato di crisi inventa dal vuoto istituzionale un'operazione di guerriglia e disinformazione mediatica, quel fenomeno per cui lo Stato moderno, quando deve difendere interessi non trasparenti, arriva a far circolare false notizie o a deformare quelle vere. Lo abbiamo riscontrato di recente durante la guerra in Iraq, un esempio è quel rapporto dei servizi britannici che assicuravano la presenza di armi chimiche in Iraq, pubblicizzato addirittura dal Segretario di Stato americano Powell, rivelatosi poi completamente falso e costruito su voci, neanche notizie, prive di fondamento. Quindi, dal modo in cui il Comitato gestisce la "posta" di Moro, possiamo oggi ricostruire con maggiori certezze una parte di quei 55 giorni che è ancora tutta da scoprire.
Innanzitutto parliamo del numero e delle modalità con cui le lettere giungono a noi (nel nostro caso non menzioneremo il famoso "memoriale"). Ottantasei lettere sapremo alla fine, alcune rese pubbliche altre rimaste a lungo inedite. Intorno alla diffusione delle lettere resta il sospetto, recepito da tutti i processi svolti e dagli atti della commissione parlamentare, che non tutti i "postini" siano noti oltre a Morucci e Faranda. Individuare chi, per esempio, con entrature nel Vaticano, abbia fatto pervenire quegli scritti, permetterebbe di delineare quali canali venissero percorsi e quale lavoro sarebbe stato possibile, seguendo i postini, per giungere al covo dove era tenuto Moro.
Le lettere che i brigatisti fanno giungere sono rivolte a sostenere la trattativa per liberare se stesso dal "dominio pieno e incontrollato". Vengono ritrovate due volte nel covo di via Monte Nevoso a Milano. Una prima volta nel '78, la seconda (con modalità poco credibili) nel '90. C'è confusione filologica tra gli originali, le fotocopie e le trascrizioni. Tramite un'audizione recente della commissione stragi, quella del colonnello dei carabinieri Bonaventura, siamo venuti a conoscenza che durante il primo ritrovamento, pochi mesi dopo il sequestro, quelle carte non furono trovate dal magistrato Pomarici così come le avevano trovate i carabinieri di Dalla Chiesa. Quelle carte, afferma Bonaventura che coordinava l'operazione, furono portate nella caserma Pastrengo e solo successivamente riportate nel covo di via Monte Nevoso per essere messe a disposizione del magistrato. Un'affermazione che a distanza di 25 anni dal rapimento e poco più di dieci dal secondo ritrovamento di carte nello stesso covo, la dice lunga sul potenziale ricattatorio di quelle parole. Gli unici a non accorgersi dell'importanza di quanto scrive Aldo Moro sono proprio i brigatisti, che prima promettono al popolo, in nome del quale stanno processando il presidente della Dc, di rivelare i contenuti dell'interrogatorio, poi si guardano bene dal farlo e continueranno ad essere evasivi anche dopo gli arresti dei brigatisti coinvolti.
Perché quelle lettere fanno così paura? Chi le ha sottratte ed usate? Perché da subito fu necessario per lo Stato affermare che quanto scriveva Moro era solo il delirio di un uomo sopraffatto dalla forza, forse drogato con farmaci raffinati, affetto dalla sindrome di Stoccolma, insomma un uomo non credibile? La risposta a queste domande ce la fornisce proprio il lavoro della commissione. In questa commissione vengono chiamati a far parte numerosi personaggi molti dei quali, come già detto, ritroveremo nelle liste della P2. Tra questi un criminologo di chiara fama, il professor Ferracuti, il quale naturalmente ha un suo staff. A Ferracuti, da tutti indicato come ammalato di una sorta di filo-americanismo estremo, spetterà il compito di fornire le chiavi di lettura delle lettere di Moro. Che, va ricordato, durante le riunioni del comitato di crisi, è un ostaggio che potrebbe ancora venir fuori vivo dal sequestro che lo imprigiona, quindi la gestione delle sue parole è assai delicata.
A fornire l'impianto teorico per screditare le parole di Moro sarà il suo allievo più brillante e attualmente uno dei più illustri criminologi italiani: lo psichiatra Francesco Bruno, professore di Psichiatria forense presso La Sapienza di Roma. Sarà lui a sostenere la tesi di Moro affetto dalla "Sindrome di Stoccolma", cioè di un Moro che, come avvenne per la rapina in Svezia dove gli ostaggi solidarizzarono coi rapitori, non è drogato, non è fuori di testa, crede in quel che scrive, ma è affetto da una sindrome psichiatrica che non gli consente lucidità. Bruno, che oggi si dichiara pentito per aver fornito quel contributo, racconta questa storia inedita. Stilato un dossier con la tesi della sindrome di Stoccolma, lo affida al professor Ferracuti, che lo riporta nel comitato di crisi ricevendo un'accoglienza calorosa. Lo scopo di Bruno è infatti quello di fare in modo che, se Moro venisse liberato, con la scusa della sindrome potrà ritrovare un suo ruolo politico all'interno delle istituzioni senza perdere la faccia. Attenzione a un particolare: Francesco Bruno è iscritto in quel momento al Partito Comunista italiano, che è nella maggioranza di governo, il partito che più di ogni altro respinge qualsiasi ipotesi di trattativa, ma che deve a Moro l'ingresso nell'area di governo (glielo rinfaccerà lo stesso Moro nella famosa lettera a Cossiga).
Ma il dossier preparato da Bruno prende un'altra strada e da Ferracuti finisce nelle mani dell'uomo degli americani, Steve Pieczenik, una sorta di coordinatore dei lavori. Quest'ultimo, appena tornato dagli Stati Uniti, oltre a sposare la tesi della Sindrome di Stoccolma, estremizza le conclusioni dei due psichiatri italiani. Da quel momento in poi Moro verrà fatto passare per pazzo, minacciato, non in sé, non credibile e da ignorare. Per questo oggi Bruno si pente del contributo fornito, perché il suo ragionamento si articolava su un altro punto che rimane ancora oggi oscuro delle lettere di Moro. "L'indignazione mia e degli altri - spiega lo psichiatra - nasceva dal fatto che Moro, deus ex machina della politica italiana, sostanzialmente diceva: ho famiglia, lasciatemi, hanno un forte bisogno di me. Finanche Mario Moretti dirà di essere rimasto colpito da questo atteggiamento intimista da parte dello statista".
Inoltre, prosegue Bruno, mai neanche una parola sui cinque uomini della scorta trucidati, se non per dire che se avesse avuto una scorta all'altezza non sarebbe stato rapito. Per questo, secondo Bruno, fu necessario ingannare l'opinione pubblica su quanto scriveva Moro. Anche se già all'epoca dei fatti molti, tra cui l'allora deputato e scrittore Leonardo Sciascia, ipotizzarono che le missive di un uomo accorto e complesso come Moro dovessero essere lette per quello che non dicevano e non per quanto vi era scritto. Il dibattito è così tracciato. Spetta ora al professor Bruno, testimone di questi importanti fatti qui raccontati, chiarire gli aspetti più misteriosi della vicenda. Va anche ricordato che il professor Bruno successivamente entrò nel Sisde, il servizio segreto civile, salvo poi essere messo in condizione di uscirne pochi mesi dopo, stranamente in coincidenza con l'uscita del Pci dall'area di governo.

Per Francesco M. Biscione, autore di due libri sugli scritti del presidente democristiano, più mani hanno contribuito alla stesura delle carte che a volte, stranamente, rimandano a brani mai ritrovati
Piccoli (e) brigatisti senza storia
di Francesca Onorati
Roma - "Alla fine del '92, primi mesi del '93, stavo studiando la vicenda De Lorenzo e mi ricordai che nel Memoriale di Moro c'erano un paio di brani dedicati all'argomento. Le carte di via Montenevoso rinvenute nel '90 erano state pubblicate nel 1991 dalla Commissione Stragi, che aveva riprodotto l'intero fascio degli originali; rilessi i brani sull'argomento che mi interessava e, mentre l'occhio cominciava ad abituarsi alla grafia di Moro, iniziai a chiedermi perché un uomo prigioniero dovesse scrivere di queste cose, a quali esigenze corrispondessero i cambiamenti di stile e a prendere confidenza con quel documento". Era il 1993 quando Francesco M. Biscione, studioso di storia contemporanea, decise di dedicarsi allo studio del Memoriale di Aldo Moro, per giungere, attraverso l'analisi filologica del materiale redatto dallo statista democristiano nei 55 giorni di prigionia che ne precedettero la morte, ad una valutazione storico-critica, esposta in due libri (Il Memoriale di Aldo Moro rinvenuto in Via Montenevoso a Milano, Roma, Colletti, 1993, e Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico, Roma, Editori Riuniti, 1998).
Nuovi libri, altre ipotesi, tavole rotonde dibattiti: dopo 25 anni, il Caso Moro è tutt'altro che chiuso...
Stiamo vivendo una fase in cui alcuni settori della cultura tendono a chiudere. Già in precedenza, nel 1990, ci fu un tentativo di liquidare la vicenda da parte delle Br attraverso il famoso memoriale di Morucci e Faranda, nel quale si raffazzonava una spiegazione a vari interrogativi insoluti e si affermava che ora si sapeva finalmente tutto. Questa operazione, a dire il vero, ebbe anche il supporto di alcuni settori democristiani (Piccoli, Cossiga). Poi però vennero fuori le carte di via Montenevoso, il quarto uomo di via Montalcini, la ridefinizione del gruppo di fuoco di via Fani e vari altri elementi per cui non fu più possibile archiviare il caso.
E oggi?
Di recente Vladimiro Satta ha scritto un libro in cui esprime la convinzione che chi ha cercato protagonisti diversi dalle Brigate Rosse nella vicenda Moro non abbia portato un contributo sostanziale alla conoscenza degli eventi: per lui nel conflitto con le Br lo Stato ha subìto una sconfitta tattica all'interno di una guerra contro il terrorismo, che alla lunga si è rivelata vittoriosa. Quando Paolo Mieli scrive sul Corriere della Sera che il lavoro di Satta dovrebbe essere adottato come testo nelle scuole esprime evidentemente una volontà di archiviare. Dopotutto è anche vero che, al di là delle convinzioni di Mieli, Satta, Sabbatucci e di molti altri, dopo 25 anni l'istruttoria può dirsi conclusa. Non si può aggredire con la medesima passione civile un evento che ormai appartiene prevalentemente alla storia. Inoltre anche gli strumenti di indagine finora utilizzati, specie in relazione alle concrete articolazioni del potere negli anni Settanta, appaiono un po' vecchi.
Gli strumenti sì, ma il materiale è quello. Lei ha scritto il primo libro sul Memoriale nel 1993: adesso sono passati 10 anni e nulla è cambiato? Le sue tesi di allora sono le stesse di oggi? In fondo anche la percezione del valore storico di queste carte dovrebbe essere cambiata...
Diciamo anzitutto che nella carte di Moro c'è una sostanziale continuità con il Moro uomo politico: la sua visione dell'Italia è sostanzialmente omogenea a quella del Moro uomo libero e attivo. Ma in alcuni punti c'è un approfondimento particolare che, al di là della vicenda del sequestro, costituisce un contributo di grandissima importanza alla conoscenza della storia del Paese: valutazioni e intuizioni utilissime per comprendere la storia delle Repubblica. Poi, rispetto alla vicenda del sequestro, il primo dietrologo è proprio Aldo Moro.
Nelle carte lui stesso suggerisce che dietro il suo rapimento non ci siano solo le Br...
Lui non pensa che il sequestro della Br abbia a che fare con una politica rivoluzionaria. Lui pensa che quella delle Br sia una modesta operazione di disturbo, utilizzata però da altri settori. Nel primo periodo del sequestro, sia nelle lettere sia nel Memoriale, lui chiaramente considera i brigatisti i suoi nemici da sinistra, ma interpreta l'operazione di indebolimento della solidarietà democratica come un'operazione di destra.
Fa riferimento anche all'operato degli apparati anglo-americani, allo scontro con Kissinger?
Non c'è bisogno di scomodare Kissinger (il cui conflitto con Moro era molto chiaro) per dire che la traiettoria di Moro era diversa da quella degli americani. C'è invece un episodio molto più vicino ai fatti come la dichiarazione del Dipartimento di Stato nel gennaio '78: "Noi vorremmo veder diminuita l'influenza dei comunisti nei Paesi Occidentali". E comunque la differenza di prospettiva tra Moro e gli Stati Uniti è valutabile in termini politici e in ciò non c'è nulla di segreto.
A destra. A sinistra invece, diciamo che se fosse andato in porto il programma di solidarietà nazionale, Moro avrebbe dimostrato che il comunismo poteva andare al potere senza rivoluzione. E questo non piaceva ai sovietici
Non c'è dubbio. I sovietici temevano il compromesso storico sia nella sua formulazione teorica sia come attività pratica di rinnovato incontro tra i partiti antifascisti: soprattutto ne avvertivano l'immenso potere disgregatore del blocco socialista dell'Est. Ma anche questo non spiega le dinamiche concrete del sequestro, ma solo gli atteggiamenti spirituali e politici di alcuni settori della diplomazia e ci fa capire quanto fosse delicato il crinale politico della solidarietà democratica. Ma di qui a dire che questi siano i motivi per cui Moro è stato assassinato, ce ne corre. Ci sono una serie di passaggi logici che non abbiamo e che non possono essere saltati.
Tornando alla carte, ricostruiamo lo scenario: il primo ritrovamento è del 1978 ad opera dei carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa...
Con l'irruzione nel covo di via Montenevoso, a Milano, vennero ritrovati una cinquantina di fogli dattiloscritti contenenti parte del Memoriale e alcune lettere. Era la copia redazionale delle Br, tratta dalle fotocopie degli originali, ma questo lo avremmo saputo solo in seguito. Nel 1990, durante i lavori di ristrutturazione dell'appartamento, rimasto sigillato per tanti anni, emerse un plico di circa 420 fogli, le fotocopie dei manoscritti, pubblicate quasi integralmente nel 1991 dalla Commissione stragi.
Queste carte ritrovate nel '90 in parte coincidono con quelle rinvenute nel 1978?
Quelle del '78 sono un sottoinsieme di quelle del '90. C'è una lettera di cui abbiamo solo la versione dattiloscritta, ma complessivamente il ritrovamento del '90 contiene circa un 50% di materiale in più. Sergio Flamigni racconta che era stato Azzolini a dirgli che i carabinieri non avevano ritrovato o avevano finto di non trovare le fotocopie degli originali...
La morte di Dalla Chiesa infatti è da molti collocata in questo contesto...
La morte del generale può essere letta o in chiave strettamente siciliana (la mafia uccide il prefetto nel quadro dell'attacco dei corleonesi contro lo Stato) oppure si può accogliere l'altra lettura, quella che, dall'interno di Cosa Nostra, è stata suggerita da Buscetta, che colloca l'omicidio di Dalla Chiesa, insieme all'omicidio di Pecorelli, in una concatenazione che ha come epicentro originario il sequestro Moro. Rispetto alle carte di via Montenevoso, o il ritrovamento del '90 è una novità assoluta, oppure quelle carte erano state già ritrovate nel '78 e hanno avuto un percorso particolare che ci sfugge. Ma c'è una perizia, fatta sulla polvere rinvenuta su quei fogli, che sembra escludere che queste carte siano state messe lì nel '90 e che il ritrovamento sia stato pilotato, o almeno sia stato pilotato "a breve". Comunque ciò che accadde nel 1978 non è chiarissimo.
Il Memoriale è frutto di un vero e proprio interrogatorio?
Non c'è dubbio che, soprattutto all'inizio, Moro risponda a delle domande. Queste domande si ricostruiscono sulla base delle numerazione tematica dei brani. Altri brani invece, hanno caratteristiche diverse, sembrano scritti a se stesso, o per i posteri o, come l'attacco a Taviani, consapevolmente destinato alla pubblicazione.
Leggendo il Memoriale, si capisce se mancano delle parti, se ci sono delle lacune sostanziali?
Questa fu una mia scoperta casuale che all'epoca fu molto enfatizzata dai giornali. Ci sono effettivamente un paio di rimandi a cui non corrisponde il testo. Me ne accorsi quando dopo aver scoperto la numerazione tematica e aver ricostruito il percorso di scrittura dei brani, ho notato che Moro faceva cenno a cose già scritte: in certi casi c'era coincidenza, in altri 2 o 3 casi i rimandi erano scoperti. Ma siamo veramente a livello di indizi, non dimentichiamo che Moro scriveva in una condizione psicologica tremenda...
Moro, a un certo punto, ha l'impressione che sarebbe stato liberato...
Non è facilissima la datazione interna del Memoriale, in qualche caso anche delle lettere: non in tutte c'è la data e la ricostruzione dei tempi di scrittura lascia qualche dubbio. La mia impressione è che il Memoriale viene scritto nei primi giorni del sequestro fino all'indomani del comunicato del lago delle Duchessa e che, negli ultimi 20 giorni, Moro non scriva più. Anche il brano in cui dice che lascerà l'attività politica e ringrazia la Br, ho l'impressione che sia stato scritto attorno al 20 aprile. Nel comunicato n. 7, quello autentico, sembra che i brigatisti si stiano convincendo che siano in corso manovre che da destra spingono verso la liquidazione di Moro; ed è in quel momento che Moro ha avuto la speranza che stessero predisponendo la sua liberazione.
Il falso comunicato n. 7, scritto da Chichiarelli e palesemente apocrifo, venne considerato dagli apparati ufficiali veritiero: come mai?
Questo è uno dei misteri veri del caso. Mi chiedo: perché se alcune operazioni vennero fatte a fin di bene non ne sa niente? Dietro Tony Chichiarelli c'era probabilmente il Sisde, ma mai nessuno è venuto a spiegare perché quel comunicato è stato scritto, quale ne era l'obiettivo. Per questo ho l'impressione che, implicate nel caso, ci siano varie regie confuse tra loro, e non una sola.
Si riferisce alla sua teoria del "doppio delitto"?
La mia ipotesi è che altre forze, in parte dentro, in parte fuori degli apparati dello stato, abbiano avuto interesse all'eliminazione di Moro. Durante il sequestro Moro c'è un sostanziale silenzio degli apparati di sicurezza e una mobilitazione evidente della criminalità organizzata. Una serie di protagonisti dentro, fuori e a margine delle istituzioni si mobilitano per qualche scopo, in alcuni casi su input governativo, in altri casi no. L'intreccio che porta alla liquidazione di Moro va messo in relazione non solo con l'attività delle Br, ma con quella di un reticolo molto più complesso, che ha connessioni esterne al gruppo terroristico; anche se la principale responsabilità politica resta delle Br. Se poi siano stati loro a uccidere Moro io non lo so, ma diffido sempre dei brigatisti della seconda generazione...

La lettura degli articoli pubblicati da Mino Pecorelli prima e le rivelazioni dei pentiti poi sembrano confermare l'ipotesi che le Br non furono le sole a gestire il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro
Due firme per un delitto
di Gigi Cavone
Roma - Sul rapporto fra Brigate Rosse e mafia nel caso Moro molto è stato scritto, ma molto poco è stato davvero scoperto. Che ruolo ebbe la mafia, se lo ebbe, in quella vicenda? Che contatti ci furono con le Br? Quali erano gli interessi di Cosa Nostra in relazione al sequestro? Quel che è certo è che la mafia siciliano-calabrese si mosse durante i drammatici 55 giorni del rapimento, prima nel tentativo di liberare Moro, poi - da un certo momento in avanti - mostrandosi contraria al rilascio dello statista.
A parlare dei contatti tra mafia e Br è, sin dal 1976, Mino Pecorelli. La figura del giornalista e il suo lavoro di quegli anni sono imprescindibili per cercare di capire qualcosa di questi rapporti. La stessa morte di Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del '79, va ricollegata senza alcun dubbio alle sue rivelazioni sul caso Moro e agli articoli apparsi su OP, la rivista nata un anno prima (proprio all'indomani del sequestro dello statista) e che Pecorelli dirigeva.
A metà degli anni '70, secondo Pecorelli, i contatti e le alleanze fra la Cupola e i capi brigatisti si rafforzano sfruttando soprattutto due "laboratori" naturali: le aree di emarginazione urbana e le carceri. Nell'aprile del '76 Pecorelli denuncia il fatto che il leader delle Br Renato Curcio sia stato trasferito nel carcere di Parma, dove soggiorna anche Luciano Liggio, capo riconosciuto della mafia dei sequestri. Questa "convivenza", secondo Pecorelli, consentirebbe ai due boss della malavita - quella comune e quella politica - di unire gli sforzi delle rispettive organizzazioni per ordire le proprie trame. Qualche giorno dopo, Curcio sarà trasferito in un altro carcere, forse anche in virtù di quelle rivelazioni di OP.
Ma l'esistenza dei rapporti fra Brigate Rosse e Cosa Nostra è stata confermata a più riprese e in modo dettagliato soprattutto dai racconti del più famoso pentito di mafia, Tommaso Buscetta, preceduti dalle rivelazioni di un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Buscetta, in particolare, afferma di essere stato raggiunto nell'aprile del '78 da una richiesta secondo cui avrebbe dovuto adoperarsi con i capi brigatisti detenuti a Torino per ottenere la liberazione di Moro. Richiesta analoga viene rivolta a Buscetta in quei giorni anche da un altro detenuto, Ugo Bossi, a nome del capo della malavita milanese Francis Turatello.
Fino a metà aprile del '78, quindi, tutti i riscontri sembrano confermare un impegno della mafia per il rilascio di Moro. Da quel momento in poi, invece, le indicazioni diventano tutte di segno negativo. Durante il sequestro del presidente della Dc, anzi, si può dire che mutino gli stessi equilibri interni alla Cupola (in questo caso sembrano illuminanti i racconti di Mannoia): in una prima fase, sotto il controllo della mafia di Bontade, l'orientamento appare favorevole alla liberazione dello statista; successivamente la situazione si rovescia e prevale la linea del boss Pippo Calò e degli irriducibili di Corleone, contrari al rilascio.
Secondo Mannoia, durante una riunione del vertice di Cosa Nostra tenutasi due settimane dopo il sequestro di Aldo Moro, la decisione di Stefano Bontade di adoperarsi per liberare lo statista fu osteggiata proprio da Calò, che gli avrebbe detto: "Stefano, ancora non l'hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero". Ed è lo stesso Buscetta a confermare agli inquirenti: "Pippo Calò aveva un partito suo che non voleva Moro libero". Anche l'altra richiesta di cui parlavamo, avanzata a Buscetta dalla mala milanese, avrebbe subìto la medesima "inversione di tendenza", e - secondo la Procura di Perugia - lo stesso Ugo Bossi che aveva avvicinato don Masino per conto di Turatello gli avrebbe successivamente ribadito che "c'era una contrarietà politico-istituzionale alla liberazione di Moro".
Ma torniamo a Pecorelli. Per ricostruire quanto il giornalista pensa della vicenda Moro basta leggere le pagine del "Memoriale Pecorelli" scritto da Franca Mangiavacca, compagna del giornalista e - all'epoca - segretaria della rivista OP. Il caso Moro - scrive la Mangiavacca - visto da Pecorelli può essere in qualche modo riepilogato così:
1) il sequestro presenta analogie con precedenti azioni delittuose nelle quali la violenza criminale è intervenuta a sostegno di un regolamento interno al conto politica-affari;
2) è necessario trattare con i rapitori: uno Stato forte non lo farebbe, ma in Italia (un Paese scosso da scandali e malaffari) il vero scandalo sarebbe proprio non negoziare la liberazione dell'ostaggio;
3) la trattativa è possibile a patto che con le Brigate Rosse non sia implicata la mafia.
Secondo Pecorelli, se Moro è nelle mani di una fazione - palese o clandestina - che si contende il potere (quello che lo stesso giornalista aveva definito più volte la "petrolcrazia"), salvarlo non è impossibile. Ma se dietro al sequestro c'è la mafia, non c'è nulla da fare. Perché se la mafia è giunta ad interferire nel sequestro dell'uomo che rappresenta il punto di equilibrio del sistema, questo significa che Cosa Nostra ha deciso di assumere la direzione di quel "governo invisibile" che da tempo amministra il Paese.
Il fatto che, durante il sequestro Moro, si muovano i maggiori vertici transnazionali sembra confermare le tesi di Pecorelli. Il 21 aprile del '78 il Papa rivolge il famoso appello "Uomini delle Brigate Rosse...". Il giorno dopo scende in campo direttamente l'Onu, per voce del segretario generale Kurt Waldheim: un messaggio affidato ai maggiori networks televisivi internazionali senza alcun filtro, direttamente dal Palazzo di Vetro. Su fronti diversi si collocano altre iniziative "private" non meno degne di nota: la fondazione Bazan di Padre Zucca propone una trattativa pratica, offrendo un riscatto di 45 miliardi di lire. Il deputato israeliano Flatto Sharon mette a sua volta a disposizione un fondo da 20 miliardi.
Di fronte a tutto questo, la riflessione di Pecorelli è: le Br, se fossero quel che dicono, non lascerebbero cadere nel nulla gli appelli del Papa e di Waldheim, appelli che rappresentano in qualche modo un "riconoscimento" politico dei rapitori; d'altra parte, se fossero dei materialisti, i brigatisti non trascurerebbero nemmeno i miliardi di Padre Zucca e di Sharon. Ma se nulla accade e nessuna trattativa va a buon fine, la spiegazione allora è un'altra: gli artefici del sequestro si prefiggono di trarre un utile maggiore, escludendo Moro dalle scene della politica. Le Br si sarebbero dunque offerte come strumento delle strategie sofisticate della mafia: col sequestro e la morte di Moro, l'Antistato - sostiene Pecorelli - allunga le mani sul Paese.
Anche negli ultimi appunti del giornalista, ritrovati dopo la sua morte, si riesce in qualche modo a seguire la traccia che il direttore di OP aveva disegnato per accreditare l'ipotesi di un coinvolgimento di Cosa Nostra nel sequestro Moro. Pecorelli scrive su uno dei suoi fogli: "Perché la mafia?". E spiega: "1) indizio lettera a Misasi; 2) è cambiato il tono delle lettere di Moro. Si parla di spaccatura del compromesso, si deve guardare al 'dopodomani' (fino a Dell'Andro)".
Il primo punto riguarda una lettera sibillina che Moro indirizza dalla prigione delle Br all'on. Riccardo Misasi; il secondo punto si riferisce invece al fatto che Moro, a partire dalla lettera a Renato Dell'Andro (sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia e suo uomo di fiducia), sembra mutare linea politica: rompere col compromesso Dc-Pci, privilegiare il Psi di Craxi, sostituire Zaccagnini alla guida della Dc con Massimo De Carolis. Quest'ultima indicazione, in una lettura più profonda indicata dallo stesso Pecorelli, conduce su una pista importante. Indicando il nome di De Carolis, secondo Pecorelli, Moro intenderebbe richiamare l'attenzione sugli ambienti e sui problemi di cui lo stesso De Carolis è portavoce. Esponente di spicco ma non di primissimo piano della Dc, De Carolis compie frequenti viaggi negli Stati Uniti e appare come uno dei big democristiani più vicini a Michele Sindona (il finanziere accusato di essere legato alla mafia italo-americana), e fra i più impegnati nell'aiutare il gruppo di Sindona ad evitare il fallimento. Nel numero di OP in edicola dal 2 al 9 maggio, Pecorelli non approfondisce queste analisi, ma si limita a riferire il senso della lettera di Moro a Dell'Andro. Quello che pensa essere stato il ruolo della mafia nel sequestro, Pecorelli lo scriverà nel numero successivo (quando Moro ormai è stato ucciso), pubblicando il dossier su mafia, politica e poteri pubblici.
Il bagaglio di conoscenze e la rete di informatori di cui Pecorelli dispone lo portano a comprendere (o a tentare di farlo) i contorni e i moventi più oscuri della vicenda Moro. Le sue conclusioni, pur discutibili, non hanno trovato fino ad oggi elementi che le contraddicano. Subito dopo la strage di via Fani, Pecorelli considera il sequestro-Moro emblematico e conclusivo di un ciclo della storia repubblicana: un disegno di cui le Br si sarebbero fatte strumento. E Pecorelli sostiene da subito la tesi della trattativa: uno Stato minato alle fondamenta da una corruzione endemica - scrive - non può dimostrare una forza che non ha. Il 4 aprile del '78 il direttore di OP scrive: "La decisione di non trattare è iniqua e inopportuna (...); non accettando le trattative, la Dc s'è detta indifferente alla sorte di Moro". Il 2 maggio Pecorelli aggiunge: "Il caso Moro ha mostrato il suo significato più profondo: un ultimatum delle due superpotenze alla capricciosa e smemorata classe politica italiana. Su piani diversi, latori del messaggio sono stati Paolo VI, Waldheim e lo stesso Moro (...). La Dc ha tentato di opporsi al sistema internazionale chiamando in sua difesa le truppe di Berlinguer e Lama (...). E' questo il prezzo politico chiesto dal sequestro di Aldo Moro". Nello stesso numero di OP del 2 maggio, Pecorelli ribadisce l'interpretazione secondo cui le Br hanno giocato un ruolo minore nella vicenda: "L'agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche degli ultimi decenni in un Paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L'obiettivo primario è quello di allontanare il Partito comunista dall'area del potere (...). Si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l'ascesa del Pci. Ciò non è gradito agli americani (...). Ancor meno è gradito ai sovietici (...). E' Yalta che ha deciso via Mario Fani".
Come si vede, Pecorelli relega le Br a un ruolo marginale, funzionale al progetto di ristrutturazione del quadro politico nazionale. Quale sarebbe stato, in quest'ottica e secondo questa ricostruzione, il ruolo della mafia? Pecorelli non abbandona questa traccia, e nell'ottobre '78 (cinque mesi dopo la morte di Moro) una nota di OP indica in Franco Piperno uno dei capi delle Br e nell'intreccio "Cia-Kgb-mafia e Br" il nodo irrisolto della questione. Il giornalista sottolinea non solo gli interessi comuni delle due superpotenze nella vicenda, ma anche il ruolo della mafia come entità appartenente a quel composito "fronte atlantico" avverso a un certo disegno politico (il compromesso Dc-Pci e l'"apertura" a sinistra della quale Moro era stato il promotore). Numerosi indizi confermerebbero questo ruolo della mafia, di carattere informativo e operativo, in quella strategia dell'eversione di cui le Br sembravano essere state l'unico attore protagonista.
Fra questi indizi che riguardano anche i contatti "operativi" fra Br e mafia vanno ricordati alcuni spostamenti di Mario Moretti nel sud dell'Italia e in Medio Oriente. Il viaggio in Libano del '79 può non essere stato l'unico compiuto dal leader brigatista per rifornirsi di armi. Già quattro anni prima, nel dicembre del '75, Moretti era stato a Catania e in Calabria in compagnia di un'altra esponente di spicco dell'organizzazione, Barbara Balzerani. Un viaggio apparentemente privo di significato, ma che torna alla ribalta quando Tony Chicchiarelli (il falsario legato alla banda della Magliana e autore del falso comunicato n.7 delle Br durante il sequestro-Moro) fa ritrovare nell'aprile del '79 una serie di oggetti legati sia all'omicidio di Mino Pecorelli, avvenuto un mese prima, che al delitto Moro. Fra questi oggetti c'è un biglietto del traghetto Reggio Calabria-Messina. Il riferimento più plausibile che Chicchiarelli sembra voler indicare è proprio quello che la mafia abbia svolto un ruolo nel sequestro di Aldo Moro. Nel '75 la cosca catanese che controlla il traffico d'armi appare quella legata a Francesco Mangion, ed è in stretti rapporti con la 'ndrangheta alla quale Moretti può aver fatto riferimento per rifornirsi di armi. Questo contatto, su Roma, sarebbe stato Antonio Nirta, uomo della 'ndrangheta che, dopo il sequestro di Moro, viene sospettato di aver avuto un ruolo in via Fani. Nel '92 sarà un pentito della mafia calabrese, Saverio Morabito, a confermare la bontà di questo indizio: in una testimonianza resa al sostituto procuratore milanese Alberto Nobili, Morabito afferma che Nirta avrebbe partecipato nel '78 alla strage di via Fani. Lo stesso Morabito aggiunge che Nirta era anche un informatore dei servizi segreti nonché confidente di un capitano dei carabinieri, Francesco Delfino, come lui originario di Platì. Un'inchiesta della procura milanese avrebbe accertato i rapporti fra il capitano Delfino e Nirta, sottolineando però che questi rapporti non potevano condurre alla conclusione che Nirta fosse un informatore. Appare però più che plausibile che l'uomo fosse il terminale della 'ndrangheta nella capitale nell'ambito dei traffici di armi, e che questa attività possa averlo avvicinato alle Br. Così come restano verosimili gli elementi che legherebbero la presenza di Nirta in via Fani.
Come si vede, un quadro complesso e mai completamente chiarito a 25 anni di distanza da quegli avvenimenti. Testimonianze, indizi, riscontri non ci consentono di affermare con certezza che la mafia abbia avuto un ruolo operativo nel sequestro e nell'omicidio di Aldo Moro. E' certo, però, che quel rapimento abbia creato una situazione "ambientale" cui Cosa Nostra non era affatto estranea, avendo interessi importanti da perseguire, e nella quale a quel punto avrebbe orientato la propria strategia nella direzione più favorevole a quegli interessi, privilegiando volta per volta un "fare", un "non fare" o un "lasciar fare" che hanno concorso a determinare il corso degli eventi della primavera del '78.

L'on. Giovanni Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia: "Le rivelazioni dello statista Dc forse contribuirono a far maturare l'idea in settori della Democrazia cristiana che Moro andasse eliminato. Eliminato, dunque, non per via terroristica, ma politico-mafiosa".
Moro custode dei segreti tra Sindona, mafia e politica
di Vincenzo Mulé e Ulisse Spinnato Vega
Roma - E' uno che ne sa parecchio di mafia e di stragi, un siciliano di quelli impegnati contro Cosa Nostra e che Cosa Nostra avrebbe avuto piacere di far fuori. Giuseppe Lumia, deputato Ds, membro ed ex presidente della Commissione Antimafia, si è fatto la sua personale idea sulle vicende mafiose della fine degli anni '70 e sui legami tra la Piovra e le Br che rapiscono e uccidono Moro: "Dei contatti tra le mafie e il terrorismo ci sono stati in quegli anni - dice - anche se probabilmente non sono serviti a definire una strategia comune".
Onorevole Lumia, quale genere di rapporti le pare allora plausibile?
Credo si trattasse di contatti che avvenivano più che altro in carcere, grazie a un sistema carcerario debole, che non aveva il 41bis, che vedeva come forza dominante quella mafiosa, addirittura in grado di regolare la vita di galera. L'altra struttura che nelle carceri tentò di far valere una sua presenza forte, muscolosa, strutturata, fu naturalmente quella delle Brigate Rosse. Quindi è possibile che ci sia stato uno scambio tra i due poteri in un sistema carcerario così debole.
Così pare anche quando si fa riferimento alla vicenda Buscetta in relazione a Moro. Ma quali potevano essere gli obiettivi di un'intesa mafia-Br?
Precisiamo che per una mafia come quella di allora, non pienamente secolarizzata e laicizzata, il comunista era una figura da tenere lontano. C'era una pregiudiziale storica contro i comunisti di tutte le estrazioni. Basta guardare alle lotte storiche tra Cosa Nostra e le dirigenze della Cgil, del Pci o del Psi in Sicilia. Non sono però da escludere delle convergenze su singole situazioni concrete. Come sappiamo per certo che sul caso Cirillo ci furono rapporti tra camorra e Br. E come, appunto, risulta in relazione a Buscetta e all'incarico da lui inizialmente ricevuto di trovare un contatto dentro le carceri allo scopo di salvare Moro. Sarà poi lo stesso Buscetta a far sapere che quella richiesta non ebbe seguito.
Da tutto questo emerge però il parallelo inquietante con la vicenda Impastato. L'attivista demoproletario fu ucciso il 9 maggio '78, lo stesso giorno del ritrovamento di Via Caetani.
In quel caso credo che Cosa Nostra tentò di strumentalizzare il periodo. Tutte le attenzioni erano concentrate sul terrorismo, anche quella dell'opinione pubblica. Un delitto di stampo mafioso, in quella fase, sarebbe dunque passato quasi inosservato. E' questa è sempre una cosa molto importante per la mafia, che ci tiene a non subire ripercussioni giudiziarie e reazioni dell'opinione pubblica. In quel momento storico, si tentò di depistare le indagini sul caso Impastato. La mafia utilizzò il terrorismo e la vicenda Moro, facendo credere, come la Commissione Antimafia ha accertato, che lui stesse preparando un attentato.
Che Piovra era quella della fine degli anni '70?
Di altissimo livello. E' quello un momento di passaggio, con una mafia che tocca il suo apice dal dopoguerra. Anche nel rapporto con la politica. Ma che al contempo inizia a cambiare volto. Cosa Nostra si proietta nei contesti internazionali, soprattutto grazie al traffico di droga. Badalamenti è il regista di questa mafia globalizzata ante litteram, una criminalità con grande capacità di riciclaggio e che giostrava molto sugli appalti. Badalamenti, Bontade e Inzerillo sono i tre che la guidano assieme a gente come Greco. Presto però saranno spazzati via da un'altra mafia, quella di Riina e Provenzano, che mantiene i caratteri internazionali ma si caratterizza maggiormente in senso stragista.
E' dunque l'apogeo prima del terremoto.
Credo però che il legame tra le due mafie si sia ricomposto e credo che Badalamenti e Provenzano stiano producendo oggi la stessa strategia. Badalamenti allora guidava una mafia molto collusiva, Provenzano oggi sta riorganizzando una mafia anch'essa parecchio collusiva con istituzioni ed economia. Allora Badalamenti non disdegnava di compiere un'attività omicidiaria che portò, ad esempio, all'assassinio di Impastato. Anche Provenzano però non rinuncia a fare ogni tanto qualche vittima, come nel caso di Geraci datato '98 (sindacalista Uil, ndr) o nel caso del già pianificato assassinio del sottoscritto.
Ma come entrò la mafia nella vicenda Moro e nelle trattative per la sua liberazione? Si è parlato spesso di "incarichi" affidati ai boss dalla nomenklatura Dc. Qualcuno fece anche il nome di Piersanti Mattarella.
Tutti fecero allora l'errore di valutazione di considerare il terrorismo più pericoloso della mafia, per cui non è da escludere che qualcuno della Dc, anche qualcuno retto e onesto, abbia visto la mafia come quel male minore cui appellarsi per avere notizie di Moro, magari tramite gli ambienti carcerari. Non credo sinceramente all'ipotesi Mattarella. E' però utile mettere in evidenza come, in quegli anni, vigessero due paradigmi nei rapporti tra mafia e Stato: quello della mediazione e quello della rappresentanza diretta.
Cioè?
Vito Ciancimino (ex sindaco di Palermo, ndr) era ad esempio l'esponente del paradigma della rappresentanza diretta, secondo il quale la mafia si proietta direttamente nella Cosa pubblica. Lui è un uomo della mafia immesso nella politica per salvaguardare gli interessi mafiosi. Salvo Lima (capo della corrente andreottiana in Sicilia, ndr) invece era un rappresentante del paradigma della mediazione: cioè una mafia e una politica autonome che si incontrano con effetti devastanti sul mondo degli appalti e della vita pubblica in generale, una mediazione che può ricadere su un affare o su un'elezione. Di volta in volta, insomma, su un fatto diverso. La mafia di allora, grazie a questo doppio rapporto, era capace di proiettarsi sugli scenari nazionali, grazie soprattutto ad alcuni settori della Dc.
Quindi?
Non è peregrino pensare che in quel periodo qualcuno tentò di usare Cosa Nostra per capire cosa poteva avvenire dentro le Br o per dare una mano a salvare Moro. Io credo più a un'ipotesi opposta: che si usasse la mafia per eliminare Aldo Moro. Anche pezzi della Dc potrebbero essersi attivati in tal senso. Lo credo alla luce delle caratteristiche culturali e sociali del personaggio, strategiche per lo sblocco della democrazia nel nostro Paese e per la partecipazione della sinistra alle scelte di governo. Ma anche per ciò che Moro sapeva dei rapporti mafia-politica in relazione al mezzogiorno.
Da qui parte tutto un percorso che va dal diario dello statista ucciso, passa per Dalla Chiesa, Pecorelli e arriva a personaggi illustrissimi della classe politica.
Va compreso il ruolo di Cosa Nostra durante la fase calda del terrorismo. E' da capire anche come il rapporto tra mafia e Stato si sviluppò nel dopo-Moro. Anche in relazione all'omicidio Dalla Chiesa e di quello Pecorelli. Un rapporto che oggi, secondo me, si va stringendo sempre più.
Partendo proprio da una frase di Pecorelli, secondo cui Moro muore quando inizia a parlare di Sindona, sembrano scoperchiarsi tutta una serie di collusioni quantomeno imbarazzanti.
La mia idea è che intanto ci possa essere stato un errore di valutazione da parte delle Br. Loro si aspettavano in Moro un rappresentante dell'imperialismo occidentale e quindi, di fronte a una descrizione di uno Stato che era corrotto dalla mafia più che dal capitalismo, da fenomeni più devastanti ma meno ideologicamente appetibili per le Br, i terroristi sono forse rimasti spiazzati. Quelle di Moro erano confessioni che le Br non seppero "apprezzare" appieno e utilizzare fino in fondo. Non capivano che Moro poteva essere la persona giusta per scavare nei mali della nostra democrazia. Non lo capivano e tentavano di usare il personaggio solo per confermare il loro approccio ideologico. La mafia poteva invece essere parecchio preoccupata delle rivelazioni di Moro, più delle Br. E tra i segreti dello statista Dc, sicuramente centrale è il caso Sindona, centrale per capire i rapporti nella nostra democrazia malata tra mafia, economia e settori deviati dello Stato, con un filo che arriva fino a Calvi e, credo, anche ai nuovi rapporti mafia-economia. Quelle rivelazioni di Moro forse contribuirono a far maturare l'idea in settori della Democrazia cristiana che Moro andasse eliminato. Eliminato, dunque, non per via terroristica, ma politico-mafiosa.
Quindi pare quasi logico avallare la teoria del senatore Pellegrino, secondo cui ci fu una doppia trattativa: quella per le carte di Moro e quella per la liberazione di Moro.
Penso ci siano state svariate trattative. Sicuramente una per i documenti, una per la liberazione e tantissime interferenze. Forse la mafia entrò anche nella trattativa per le carte. Probabilmente qualcun altro strumentalizzò il terrorismo per far fuori un personaggio la cui vicenda scoperchiava tutti i limiti della nostra democrazia, soprattutto nel rapporto tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Questo creò paura e questa è forse una delle concause che portarono alla morte di Aldo Moro. Ma una cosa è dire che non si tratta con i terroristi per motivi seri, ideali, per dare un messaggio democratico e forte, un'altra è dire che non si tratta con i terroristi perché questo facilita l'eliminazione di un personaggio a dir poco "scomodo".

Alberto Franceschini, co-fondatore delle Br, ricorda gli anni della latitanza e svela particolari legati alla convivenza e al legame, non sempre idilliaco, con la mafia
"Qualcuno ordinò alla mafia di eliminarci in carcere"
di Ulisse Spinnato Vega
Roma - I contatti tra Brigate Rosse e mafia durante il sequestro Moro. Gli scambi tra terroristi e boss negli ambienti carcerari. Gli abbozzi di trattativa messi in piedi e poi abortiti. Gli input provenienti dal livello politico affinché si riuscisse a sapere qualcosa dello statista Dc rapito. Alberto Franceschini, tra i fondatori storici della lotta armata, su questo argomento ha diverse cose da raccontare. Episodi che gli tornano in mente con precisione e che lo riportano ai tempi della sua reclusione torinese.
Franceschini, come si mosse la criminalità organizzata ai tempi durante i fatidici 55 giorni. E soprattutto chi la attivò? Cosa le dice ad esempio il nome di Turatello, compagno di cella a Cuneo e amico di Buscetta?
Francis Turatello lo conoscevo personalmente, è stato lui a raccontarmi tutta la storia. Il boss della mala milanese aveva un avvocato di fiducia che era Edoardo Formisano.
Sì, Formisano era anche consigliere regionale del Movimento sociale italiano e, si dimostrò in seguito, uomo vicino alla Banda della Magliana.
Certo, ma era anche legato ai servizi segreti. Turatello intanto mi raccontò in galera che proprio durante i giorni della prigionia di Moro, Formisano gli propose di costruire una rete interna alle carceri per ammazzare noi terroristi storici. Questa struttura doveva essere fatta da loro picciotti che vivevano con noi nel carcere speciale e che avrebbero dovuto ricevere qualcosa come 250mila lire al mese. Erano inoltre forniti di un testo ideologico, una specie di libretto nero che serviva a motivarli e che aveva Mussolini in copertina. Ripeto, a me questa cosa l'ha raccontata direttamente Turatello poco prima di essere ucciso nel carcere di Nuoro.
E lei quando ha tirato fuori questa storia per la prima volta?
Non ne parlai finché non si pentì uno dei boss luogotenenti di Turatello.
Ugo Bossi?
Infatti. Lui raccontò che Turatello lo aveva chiamato e gli aveva riferito di Formisano e di tutta questa cosa. Quindi io fui interpellato come teste dell'accusa al processo Andreotti a Palermo, confermai tutto. La tesi dei magistrati era che ci fosse un progetto ufficiale dei servizi sponsorizzato dall'allora capo del governo Giulio Andreotti. Allora, quando Turatello mi raccontò la storia, la presi come una smargiassata o un mezzuccio per cercare di accreditarsi con noi. Disse di essersi rifiutato di attuare questo piano che partiva, a suo dire, dai servizi segreti. Francis era un nazista, uno che girava con la croce uncinata, ma diceva di essere un uomo d'onore che non avrebbe mai fatto una cosa del genere contro di noi. In parte è vero ma si rifiutò di attuare il piano di eliminazione soprattutto perché i suoi picciotti non avrebbero rispettato gli ordini. Erano troppo legati a noi.
Come doveva attuarsi tale piano?
Formisano aveva proposto di organizzare una rivolta a Torino, dove noi eravamo già per il nostro processo, così da farci ammazzare. Ci fu una mezza rivolta proprio durante il processo Moro, una protesta però senza conseguenze, anche perché nessuno poteva arrivare al braccio dove stavamo rinchiusi noi.
Formisano avrebbe parlato con Bossi chiedendogli di incontrare Buscetta e di spingerlo a sapere qualcosa di Moro dagli ambienti brigatisti.
Non ci trovo niente di strano. E' probabile che Buscetta sia stato attivato tramite il caro amico Turatello e lo stesso Bossi.
Come vede la Dc in tutto questo meccanismo. Sembra un grande bazar, con gente che vuole attivare tutto e tutti per salvare Moro, ma anche gente che vuole ostacolare la liberazione dello statista Dc.
Pippo Calò, che era in contatto a Roma con la banda della Magliana e con ambienti politici di alto livello, si era detto al corrente della precisa volontà di alcuni uomini di partito di scongiurare qualunque tentativo di liberare Moro.
Altro punto chiave. Il rapporto tra Pecorelli e Dalla Chiesa. Si sono incontrati varie volte, anche durante il blitz di Via Montenevoso.
Mi viene da pensare alle parole di Angelo Incandela (sottufficiale della Polizia Penitenziaria, fiduciario di Dalla Chiesa, ndr), sicuramente un tipo furbo, astuto, uno che a noi sembrava allora essere dei servizi segreti. Fornisce anche particolari e dettagli precisi e sicuramente non racconta menzogne. C'era un rapporto strettissimo tra Dalla Chiesa e Pecorelli che, anzi, giocavano insieme una partita. Tant'è che poi alla fine sono stati uccisi tutti e due. E' chiaro che la partita era contro Andreotti.
E qui veniamo al carteggio di Moro. Si sa che dei documenti furono fatti entrare al carcere di Cuneo e poi furono recuperati proprio da Pecorelli e Dalla Chiesa.
Io ho sempre pensato che quest'operazione dei documenti introdotti in carcere e poi fatti uscire nuovamente servisse per ricattare Andreotti. Mi spiego: un documento, per essere credibile e "minaccioso", deve essere dimostrato che sia brigatista. Quindi se lo fai ritrovare dopo una perquisizione nella cella, ad esempio, di Curcio, certamente fai in modo che il documento assuma una veste credibile, legale. Trovate a seguito di una perquisizione fatta con tutti i crismi, queste carte diventavano documenti giuridicamente validi.
Si parla anche di misteriosi viaggio di Mario Moretti a Catania.
Per me è una cosa incomprensibile. Io non avevo mai saputo di questa storia che si dice accaduta a metà anni '70. Quando la notizia venne fuori, infatti, io la misi in relazione - e sentì qualcuno dare la stessa giustificazione - con il progetto di evasione dal carcere Favignana, dove stavano compagni come Sante Notarnicola e Beppe Battaglia. Ma Catania sta dalla parte opposta. Sembra dunque una giustificazione strana, decisamente di copertura.
Secondo lei che tipo di convergenza poteva esserci tra Br e mafia? Che obiettivi?
Nell'82, quando ero già in dissenso, mi trovavo nel carcere di Palmi. Un carcere diviso in tre piani. Al terzo ci stavano i boss mafiosi calabresi, al secondo piano io e una quarantina di compagni già in dissenso, al primo piano invece Renato e tutti quelli ancora convinti che la lotta armata avesse una sua giustificazione. A un tratto arrivò Liggio per il processo d'appello, se non sbaglio, relativo all'assassinio del magistrato Pietro Scaglione. Lui però non stava rinchiuso al terzo piano e gli diedero il permesso di fare una cena con Curcio e gli altri brigatisti del primo piano. Diciamo che siamo all'indomani dell'assassinio Dalla Chiesa. Fu poi lo stesso Renato a raccontarmi la cosa. E mi disse che Liggio si presentò loro dicendo: "Vi parlo a nome di chi vi ha fatto un grande favore". Si riferiva probabilmente alla morte di Dalla Chiesa. Poi aggiunse: "Se voi volete sbarcare in Sicilia, a noi ci va benissimo. Ma qui il nemico non è la Dc, bensì il Pci. Noi vi possiamo aiutare a costruire la vostra rete in Sicilia ma qui i bersagli sono altri". Dunque è chiaro che ci fosse un interesse della mafia a instaurare alleanze con noi, questo è accertato. Ma i nostri non lasciarono spazio a trattative di sorta.

La strategia americana diretta al blocco socialista passava per la destabilizzazione programmata di molte punti dell'area, a cominciare dal Libano
L'omicidio di Moro fu un segnale per la politica del Mediterraneo
di Samir Al Qaryouti
Roma - Aldo Moro era uno dei personaggi più noti nel Medioriente sin dall'inizio degli anni Sessanta e soprattutto dopo la guerra del 5 giugno di quell'anno che costituì la seconda scossa nella storia araba moderna in quanto tutta la nazione araba subì una cocente sconfitta a livello politico, militare, morale, sociale a pochi anni dalla Naqba, cioè della catastrofe della perdita della Palestina nel 1948.
Moro ricoprì da quella data in poi vari incarichi, da ministro degli Esteri a presidente del Consiglio, dove ebbe l'occasione di esprimersi sul conflitto del Medioriente e sulle prospettive di pace in quell'area così vicina e così legata da secoli all'Italia, al Mediterraneo e all'Europa in generale. L'opinione di Moro esprimeva il modo di pensare di un Paese che ha mantenuto sempre buoni rapporti sia con il mondo arabo sia con Israele e l'Occidente. Durante la tragedia del settembre nero nel 1970 e quando la tensione internazionale era al massimo sotto la presidenza di Nixon, Moro era ministro degli Esteri e disse testualmente: "Per noi non è possibile alcuna confusione. La garanzia difensiva atlantica copre anche una parte del settore del Mediterraneo ma ciò non significa affatto che la nostra difesa associata intenda spingersi al di là di tale settore e tanto meno che essa consideri i Paesi mediterranei estranei ad essa come potenziali avversari". (L'Avanti, 27 settembre 1970).
Moro capiva la gravità di ciò che avveniva in Giordania per il destino di un popolo, quello palestinese, e per il quadro politico del Medioriente e del Mediterraneo, due punti strategici per la guerra fredda Usa-Urss. L'Italia nella guerra fredda aveva un ruolo centrale e una grande importanza nei calcoli politici a livello internazionale e ciò si rifletteva ovviamente sul quadro interno dove la sinistra, il Pci, era in una fortissima espansione durante gli Anni Settanta. Mentre il confronto tra le due superpotenze andava peggiorando di giorno in giorno, Aldo Moro divenne presidente della Democrazia Cristiana e si impegnò con tutte le sue capacità e intelligenza a riequilibrare la situazione politica interna con tutte le sue dimensioni internazionali: atlantismo, Mediterraneo, rapporti con il mondo arabo, rapporti con l'Africa e così via.
I palestinesi a quell'epoca avevano superato a mala pena la tragedia del settembre nero del '70 e l'inizio della guerra in Libano cominciato esattamente nel 1975. Quando Aldo Moro venne rapito il 16 marzo 1978 i palestinesi, insieme alle forze progressiste libanesi, stavano affrontando la prima invasione israeliana nel Sud del Libano iniziata per ordine del capo di governo di destra Menachem Beghin il 14 marzo dello stesso anno. Quindi un quadro mediterraneo di altissima tensione, un peggioramento della situazione in Medioriente e un deterioramento del terrorismo interno in Italia. Il rapimento di Aldo Moro fu un evento di gravissima portata mondiale, uno scossone all'epoca senza precedenti nella storia moderna. Guardando bene il meccanismo del rapimento a via Fani, secondo molti esperti si trattò di un'operazione costruita militarmente in modo perfetto: la qualità dell'attacco militare al corteo del presidente della Democrazia Cristiana, come apparve subito, non poteva essere opera né di dilettanti, né di terroristi dell'ultima ora, né di criminalità organizzata ma poteva essere eseguita soltanto da gente con un sofisticatissimo e perfetto addestramento militare, gente che aveva eseguito numerose prove di addestramento, per dirla in poche parole appartenenti ad un esercito. La cronaca del rapimento e dell'esecuzione di Moro dopo 55 giorni hanno confermato inoltre che c'era una mente dietro tutto l'operazione che non si può alla luce dei fatti successivi identificare in qualche capo colonna delle brigate rosse o di una organizzazione simile.
Certa stampa e certi ambienti all'epoca tirarono in ballo subito varie parti che potevano essere coinvolte in un modo o nell'altro nel rapimento di Moro: c'è chi parlò di "terrorismo internazionale" e chi di frange estremiste o marxiste della cosiddetta "galassia palestinese" (per fortuna non c'era all'epoca il cosiddetto integralismo islamico). Tutti quanti però trascurarono un elemento fondamentale: il terribile scontro in atto tra le due superpotenze nella guerra fredda che stava avendo proprio in quegli anni dei risvolti decisivi.
I palestinesi erano appena riusciti a strappare quattro anni prima il riconoscimento arabo del vertice di Rabat, il riconoscimento internazionale dopo il discorso di Arafat all'Onu, erano riusciti, proprio nel '77, a instaurare i primi rapporti ufficiali con l'Urss e avevano intensificato i loro legami con i nove Paesi della comunità europea, soprattutto Italia e Francia, fatto importante dal momento che l'Europa è stata la generatrice del problema palestinese dai tempi della Sikes-Picot nel 1916, passando per il mandato britannico in Palestina e la dichiarazione di Balfour, fino all'esodo del 1948. Il rapimento del leader democristiano venne sentito in modo particolare in tutti gli ambienti palestinesi sia in Libano sia nei territori occupati e altrove. Tutti quanti, secondo le direttive di Arafat, si diedero da fare in una maniera o nell'altra per aiutare nei limiti del possibile a ritrovare Moro. I servizi di sicurezza palestinesi collaborarono all'epoca con i servizi italiani nella speranza di liberare Moro.
L'organizzazione politica di Al Fatah in tutta l'Europa e nei paesi ex-socialisti fu mobilitata per raccogliere possibili indizi o informazioni che potessero aiutare l'Italia nella liberazione di Moro. Tutta la stampa araba simpatizzò per Moro e per l'Italia in quei giorni difficili. Io personalmente all'epoca scrivevo per la stampa del Kuwait e ricordo di aver coperto dettagliatamente le cronache di quei giorni. Avevo appena iniziato a scrivere per uno dei più importanti giornali del piccolo emirato del Golfo e le domande che venivano sollevate allora furono tante: chi ha interesse a colpire la Democrazia Cristiana? Chi ha interesse a destabilizzare l'Italia? Chi ha interesse ad una escalation sempre maggiore nell'area del Mediterraneo e chi ha interesse soprattutto ad aizzare un conflitto terribile come quello in Libano dove si cominciò a seminare i germi dell'odio religioso tra cristiani e musulmani? L'unica certezza era: non sono i palestinesi ma qualcun altro. I palestinesi non avevano neanche le capacità materiali di agire fuori dal proprio spazio di azione, cioè i territori occupati e i paesi limitrofi alla Palestina (Giordania, Siria, Libano).
Le varie organizzazioni estremiste che adottarono metodi terroristici erano al soldo di alcuni paesi arabi ma per interessi interni più che per avere un ruolo internazionale. L'altra certezza in quei giorni era il ruolo strategico dell'Italia e la sua posizione geopolitica: qualcuno evidentemente ce l'aveva con la politica mediatrice e pacifista sia dei governi italiani guidati dalla DC sia con la politica di solidarietà dei partiti della sinistra (PCI e PSI) e della sinistra extraparlamentare con i movimenti di liberazione nazionale compreso quello palestinese.
Durante quei tremendi giorni Arafat tentò di lanciare una specie di appello per far capire al mondo intero quanto l'Italia stesse facendo per la pace in medioriente, ma rinunciò per ragioni politiche a questo appello perché qualcuno nella direzione palestinese trovò inopportuno visto lo scontro in Libano con Israele e tra le due superpotenze lanciare un appello che non avrebbe avuto nessun effetto data la complessità del caso Moro.
Anni dopo molti parlarono di certe coincidenze che si verificarono all'epoca del rapimento:
1) un deputato italiano filoamericano morto poco tempo fa a più di 80 anni ricevette una telefonata da Gerusalemme la mattinata stessa del rapimento che "quasi" gli preannunciava la cronaca dei fatti che stavano accadendo in quel momento.
2) il giornale kuwaitiano Al Watan pubblicò un'intervista alla ex vice console americana a Gerusalemme la signora Alexandra Johnson che parlò di infiltrazioni del Mossad nelle brigate rosse e di un ruolo nel rapimento moro smentita subito dal dipartimento di stato.
3) La storia di via Gradoli e come si poté nascondere Moro per tutto quel tempo con tutto il lavoro eccellente fatto dalla polizia e dalle forze di sicurezza italiane per ritrovarlo.
Altri erano coloro che avevano interesse a colpire la politica italiana, a colpire l'Italia perché la strategia americana di attacco diretto al blocco socialista e che mirava a demolire l'URSS in modo particolare richiedeva la destabilizzazione programmata di molte punti del Mediterraneo a cominciare dal Libano. L'Italia era inserita forse in questi piani: la fine del leader democristiano fece capire a tanti che erano inammissibili certe soluzioni delle crisi politiche e governative italiane, che il destino dell'area del Mediterraneo doveva essere concentrato verso il mantenimento di determinate strategie di portata mondiale, e così uomini preziosi per la pace e per la politica potevano essere sacrificati nel ciclone di tutti questi fatti e disegni che ci hanno portato alla situazione attuale del mondo, dove regna purtroppo la logica degli integralismi di tutte le specie, delle guerre preventive e non, e delle prepotenze che non lasciano nulla alla politica e all'equilibrato ragionamento dello sviluppo pacifico dell'umanità.

L'ex-deputato del Psi, all'epoca presidente della Commissione Difesa della Camera, segue da tempo la pista dei servizi segreti e di una struttura "parallela" che operava all'estero. "Due settimane prima di via Fani, un documento partì dall'Italia alla volta di Beirut. Conteneva istruzioni per liberare lo statista"
Accame: Gladio e quel plico in viaggio prima del sequestro
di Gigi Cavone
ROMA - "Il sequestro di Aldo Moro fu un fatto annunciato. Contesto le tesi di chi sostiene che "le carte dicono tutto" e che non ci fu alcun preavviso, alcuna avvisaglia di quel rapimento. I segnali ci furono, eccome". Parola di Falco Accame, ammiraglio, ex-deputato del Psi, all'epoca dei fatti presidente della Commissione Difesa della Camera. Oggi Accame presiede l'Associazione che rappresenta le famiglie delle vittime delle Forze Armate. La morte dei cinque uomini trucidati in via Fani, in questo senso, è un "suo" affare. "Si poteva fare molto di più - dice - per salvare Moro e per sventare la strage del 16 marzo e l'eccidio degli uomini della scorta". E da anni Accame segue con ostinazione e passione civile una pista che conduce inevitabilmente sulle tracce dell'organizzazione "Stay Behind" (meglio conosciuta come Gladio) e degli apparati più o meno "paralleli" legati allo Stato e ai servizi segreti.
"E' da tre anni, dal 28 marzo del 2000 - dice Accame - che raccolgo elementi sull'esistenza di un'organizzazione riconducibile a Gladio, denominata "Real Gladio". Basta navigare in Internet per farsi un'idea di questa vicenda. Si tratta della cosiddetta "Gladio delle Centurie" o "Gladio Militare" (divisa appunto in "centurie"), che potrebbe essere stata una sorta di "altra Gladio", oppure una componente non conosciuta della stessa organizzazione. Essa avrebbe operato nell'ambito della "Stay Behind", ma senza dipendere (come la Gladio conosciuta, e composta da 622 o più civili) dalla VII Divisione dei servizi segreti. Mentre la Gladio più conosciuta svolgeva la sua attività al di qua dei confini nazionali, l'"altra" Gladio agiva come un'organizzazione composta da militari, appartenente al Ministero della Difesa. Per quanto se ne sa, era alle dipendenze gerarchiche della Direzione Generale militare della Marina (Maripers) e alle dipendenze operative del Comando Subacquei Incursori della Marina di La Spezia (Consubim)".
Ma qual era, seguendo questa pista, la differenza di compiti di queste due "Gladio"? "Mentre la Gladio più nota - spiega Accame - operava entro i confini nazionali, la "Gladio delle Centurie" lavorava all'estero con compiti, fra l'altro, di destabilizzazione. Missioni anche armate, come emerge dalle notizie sull'addestramento di guerriglia che avrebbe svolto a favore delle "forze di liberazione" nel Maghreb per la destituzione del presidente Bourghiba. Fra gli altri compiti affidati a questa Gladio militare c'erano anche i contatti in Medio oriente e con elementi locali della guerriglia, che potevano avere legami con le Brigate Rosse italiane. Quest'ultimo aspetto sembra confermato dalla pubblicazione negli Stati Uniti delle memorie del "gladiatore" Antonino Arconte, raccolte nel libro "L'ultima missione"".
Questi riferimenti, continua Accame, sono sotto gli occhi di tutti. "Rimasi sbalordito - dice - quando mi segnalarono il sito Internet che contiene i racconti di Arconte (www.geocities.com). Qui non parliamo di teoremi o illazioni: Arconte è vivo, abita in Sardegna ed è un testimone raggiungibile, non un fantasma. Dai suoi racconti emerge che l'Italia aveva operatori armati all'estero: una circostanza che mi sembra grave non chiarire. Stiamo parlando - aggiunge Accame - di qualcosa di diverso dalla stessa Gladio, di cui ormai conosciamo la storia: un'organizzazione nata nel dopoguerra in nome dell'atlantismo, per difendere l'Occidente da pericoli di espansione comunista".
Su tutto questo da tre anni Accame cerca di richiamare l'attenzione delle istituzioni, senza ottenere risposte. "Dal 28 marzo del 2000 - dice - scrivo a tutti: al presidente della Repubblica, ai presidenti del Consiglio che si sono succeduti (Giuliano Amato prima, Silvio Berlusconi poi), alla Commissione Stragi. Ma nessuno mi ha mai risposto. Le notizie che abbiamo - dice ancora l'ex-deputato socialista - impongono una riflessione sulla natura di Gladio e in particolare sui compiti di guerriglia/anti-guerriglia, sulla gestione delle informazioni, anche in collegamento col Medio oriente, su alcuni aspetti della vicenda Moro, sulla fine del colonnello Mario Ferraro, sui compiti del colonnello Stefano Giovannone e del suo mancato richiamo in Italia in relazione al sequestro del presidente della Dc".
Tutto ruota intorno a un documento riportato alla luce l'anno scorso proprio dai racconti di Arconte. Un ordine di servizio datato 2 marzo 1978 (due settimane prima del rapimento di Moro) e battuto a macchina su carta intestata del Ministero della Difesa. Il documento ordina ad Arconte (codice G-71) di portare a mano dei documenti a Beirut ad un altro agente (G-219) operante alle dipendenze del capo-centro per il Medio oriente (G-216), affinchè vengano contattate organizzazioni terroristiche mediorientali per ottenere collaborazione e informazioni "di terzo grado e più" utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro. Il nodo appare cruciale: esisteva una struttura, collegata o riconducibile ai servizi segreti italiani, che sapeva del sequestro Moro prima che questo fosse messo in atto?
La vicenda ricostruita da Arconte e testimoniata da quell'ordine di servizio, dice Accame, appare inequivocabile: c'è un "gladiatore" (Arconte, appunto) che, mobilitato da Comsubim, viene convocato a La Spezia con una "cartolina di mobilitazione", ricevendo in consegna un plico segreto, un documento "a distruzione immediata" (e che invece, per cause non precisate, Arconte ha conservato e può tuttora mostrare). L'uomo viene fatto imbarcare a La Spezia il 6 marzo sulla nave mercantile Jumbo Emme sulla quale opera in qualità di macchinista. L'ordine è di fare il "postino" e consegnare quel plico ad un'altra persona (l'agente G-219) che lo stesso Arconte individua nel colonnello Ferraro, funzionario del Sismi che morirà poi in circostanze misteriose, impiccato nella sua abitazione, nel 1995. Questa consegna avviene in Libano il 12 marzo, quattro giorni prima del sequestro Moro. Ferraro, a sua volta, ha l'incarico di recapitare quel foglio ad un terzo "gladiatore", Stefano Giovannone. Quest'ultimo (e qui il cerchio di quel racconto si chiude) avrebbe dovuto essere l'anello finale della catena: una catena che portava all'Olp di Arafat, l'organizzazione palestinese che - secondo quel documento - avrebbe dovuto essere contattata per fornire "collaborazione e informazioni utili" alla liberazione di Moro.
Giovannone, ricorda oggi Accame, è una figura-chiave dei servizi segreti italiani di quegli anni. Era "capo-centro" a Beirut, responsabile della vigilanza delle ambasciate italiane in Medio Oriente: un personaggio di primissimo piano e che godeva di grande apprezzamento nell'organigramma della nostra "intelligence". Non a caso lo stesso Moro, in un paio di lettere scritte dalla prigione delle Br, fa anche il suo nome chiedendo al governo di rivolgersi a lui, di farlo venire in Italia. Una richiesta che cadrà nel nulla durante quei 55 giorni. "Eppure sarebbe stato semplice - dice Accame -, bastava una telefonata per convocare Giovannone in Italia. Evidentemente ci fu una precisa volontà di non farlo intervenire".
Ma come si spiega che qualcuno parlasse di "informazioni utili a liberare Moro" ancora prima del sequestro? "E' molto meno strano di quanto si possa pensare - sostiene Accame - soprattutto quando si parla di un'operazione che non può essere improvvisata, ma che ha bisogno di una gestazione e di una preparazione abbastanza lunga. Anche tre mesi fa, ad esempio, a proposito dell'Iraq, parlavamo della guerra come se fossimo stati già certi che ci sarebbe stato l'attacco americano, discutevamo di cosa sarebbe successo subito dopo la caduta del regime di Bagdad, eccetera. Tutte cose che davamo per scontate prima ancora che succedessero. Evidentemente, in quel documento del 2 marzo '78, il meccanismo era lo stesso: qualcuno parlava di cose che sapeva sarebbero avvenute di lì a pochi giorni: cioè il sequestro di Moro e le attività da mettere in atto per liberarlo". Di qui, allora, nascono le domande e i dubbi più laceranti: "Quel documento - dice Accame - è a monte di tutto. I casi sono due: o Gladio ha deciso di non rivelare il contenuto di quella lettera, ed è gravissimo che una struttura riconducibile ai servizi segreti sapesse del progetto di rapire Moro senza informare il Ministero dell'Interno; oppure (e sarebbe ancora più grave) quell'informazione c'è stata, ed è stato il governo a non fare nulla per impedire quel che successe il 16 marzo. Lo dimostra il bassissimo, quasi inesistente, livello di protezione di Moro, che non viaggiava su un'auto blindata e non aveva uomini addestrati a sostenere un conflitto a fuoco. E' anche per il rispetto dovuto a quei 5 uomini trucidati dalle Br che oggi la mia associazione si batte per conoscere la verità: sono convinto che la strage di via Fani poteva essere evitata".
Ma, volendo seguire la pista di un sequestro nato "più in alto" delle Brigate Rosse, chi poteva avere interesse a far rapire Moro? "Paradossalmente - risponde Accame - due forze uguali e contrarie miravano a fermare la sua politica. Moro si era collocato al centro di un disegno che risultava scomodo ai due estremi: da un lato l'atlantismo più spinto (i cui interessi erano rappresentati, in forma occulta, dalla P2) che temeva una Dc pericolosamente "incline" verso sinistra; dall'altro lato Mosca e il Kgb che, per motivi analoghi, non volevano il compromesso storico nel timore che il Pci si annacquasse, si "democristianizzasse" troppo. In quest'ottica si potrebbero spiegare il rapimento e gli "interrogatori" di Moro: le carte da scoprire erano quelle di Gladio, della "contro-guerriglia". Si voleva cercare di capire se Gladio era una fanfaronata o una cosa seria. Il nodo da chiarire, insomma, era: quali forze lo Stato può mettere in campo contro di noi?".
E il ruolo della P2? "Anche qui non abbiamo prove - dice Accame -, ma indizi pesanti, coincidenze troppo grandi per non indurci a pensare. E' un dato di fatto che quasi tutti i componenti del "gabinetto di crisi" che coordinò le indagini sul rapimento fossero uomini della P2: il capo del Sisde Grassini, il capo del Sismi Santovito, il capo del Cesis Pelosi, altri personaggi-chiave come il generale Giudice, il colonnello Siracusano, il colonnello Musumeci. Questo non basta a sostenere l'equazione "loggia P2=mandante del sequestro". Ma è più che sufficiente ad alimentare dubbi e sospetti su come furono gestite quelle indagini. Il maggior "appeal" della P2 era l'anti-comunismo, l'essere un sicuro baluardo filo-atlantista. Allora, se nell'operazione-Moro cogliamo questo versante, cioè il timore che la Dc si sbilanciasse troppo a sinistra, il supporto ideale a questa tesi (fermare il disegno di Moro) era proprio una struttura come la P2".
Le ipotesi di Accame conducono inevitabilmente verso le domande più importanti: le Brigate Rosse, come molti sostengono, furono "eterodirette", cioè agirono per conto di qualcun altro? "Io credo - risponde Accame - che la verità stia nel mezzo. A mio avviso le Br furono "latamente" guidate dall'esterno. Quella che chiamiamo "eterodirezione" sta, secondo me, nell'affermazione di un clima sostanzialmente favorevole a far andare le cose così come andarono. E' una situazione ricorrente anche in altre storie italiane tuttora irrisolte. Non sempre occorre un ordine scritto, un documento ufficiale. Non ho prove per dirlo, è solo una mia convinzione, ma altre vicende sono riconducibili a questo schema. Penso ad esempio all'omicidio Calabresi: io non credo che Sofri abbia dato ordine di uccidere il commissario. Credo però che si fosse creata una certa situazione: una situazione nella quale qualcuno ha detto: "Bisognerebbe proprio che succedesse questo", e quel qualcosa poi è successo. Non c'è un legame automatico, ma nemmeno una completa estraneità".
E infine: era inevitabile l'epilogo, l'assassinio di Aldo Moro? "No, secondo me non era previsto sin dall'inizio - è la risposta di Accame - ma quella conclusione si è fatta strada durante quel mese e mezzo. Forse le Br hanno avuto paura, hanno temuto che Moro avesse captato una frase, un indizio, qualcosa che avrebbe potuto far scoprire tutto; hanno avuto paura che Moro libero potesse rappresentare un pericolo. E forse non solo loro la pensavano così".

ANSA:
MORO: BRUNO, MORETTI NON PUO' AVERLO UCCISO
Il Mario Moretti dell'ultima telefonata a casa Moro non e' il Moretti che puo' aver ucciso Aldo Moro: e questo perche' e' impossibile, dal punto di vista criminologico, che il Moretti che interroga il presidente della Dc abbia poi la possibilita' psicologica di ucciderlo. Altri soggetti politici o di manovalanza possono essere intervenuti per questa uccisione. Francesco Bruno, criminologo e nel 1978 collaboratore di Franco Ferracuti, che faceva parte del comitato di crisi di esperti che affianco' l'attivita' del Viminale, da' questo giudizio al termine dell'intervento al convegno organizzato a Montecitorio dall'agenzia on line Clorofilla e intitolato "Quante mani su via Caetani".
Bruno fonda questo giudizio sulla sua esperienza di studioso di criminologia. ''Tutto cio' e' impossibile da un punto di vista criminologico e dal punto di vista scientifico. Non dico che sia impossibile ma e' molto difficile da credere''. Bruno fa anche una sorta di 'mea culpa' perche' fu lui, nel 1978, a fornire gli elementi teorici sui quali il comitato di crisi ''bollo'" l'atteggiamento di Moro di inattendibilita' in quanto condizionato dalla cosiddetta "sindrome di Stoccolma" che si era manifestata, del 1974, nel corso di una rapina ad una banca a Stoccolma, quando dopo una lunga prigionia gli ostaggi solidarizzarono con i carcerieri e, in qualche misura, si identificarono con essi.
Bruno ha spiegato che fu lui a fornire a Ferracuti, un uomo legato a tutti i servizi americani, la documentazione, il dossier sul quale basare questa ipotesi. Ferracuti - spiega - era ''uno che identificava la sicurezza Usa con la sicurezza del mondo. Un uomo rigidamente filo-americano''.
Non vi erano elementi - dice ancora il criminologo - che dimostrassero che Moro fosse drogato o sottoposto a trattamento farmacologico ne' vi erano indizi di atteggiamenti mentali patologici. Ipotizzammo quella strada, cioe' la sindrome di Stoccolma, per spiegare, dare una ragione di quello che stava accadendo e per salvaguardare un possibile ruolo politico di Moro. Porre tutto sotto la logica di ''Stoccolma'' significava offrire una via di scampo futura a Moro qualora fosse tornato all'attivita' politica.
Bruno affida la documentazione a Ferracuti che la porta al comitato di crisi. Ma l'iniziale intenzione di fornire a Moro una ''uscita di sicurezza'' per permettergli di ritrovare un suo ruolo politico all'interno delle istituzioni senza perdere la faccia subisce una vistosa torsione in tutt'altra direzione. Bruno - rivela oggi - era all'epoca iscritto al Partito comunista - e il dossier preparato per aiutare Moro finisce nelle mani di chi voleva accreditare con tutt'altra logica la "sindrome di Stoccolma". Questa documentazione servira' infatti non piu' a "salvare la faccia" a Moro ma per affermare che ormai il presidente della Dc ha perso ogni credibilita', che le sue lettere sono inattendibili. Si affermo' alla fine la linea di chi voleva far passare Moro per pazzo.
"Chiedo scusa alla famiglia - ha detto Bruno rivolgendosi a Maria Fida Moro, presente nell'aula del convegno - perche' io non sono cattolico ed ebbi difficolta' a capire una cosa che negli anni ho meglio compreso. Il massimo esponente del mondo politico nel momento della massima prova politica della sua vita rinuncia a questa dimensione per fondare la sua difesa e la sua linea di resistenza su una dimensione privata. Una linea del tutto diversa, per esempio, dagli uomini della Resistenza che dal privato passano, nel momento della prova, al politico. Io non colsi la specificita' di questa scelta e di quello che c'era dietro. Sottilmente Moro cercava una strada per uscire vivo e in un certo senso c'era quasi riuscito ma da qualche parte una sentenza di morte nei suoi confronti era gia' stata pronunciata".

6 maggio 2003 - CASO MORO: CONVEGNO IN SICILIA
"La Sicilia"
Delitto Moro, 25 anni di misteri
Il 9 maggio prossimo ricorre il 25° anniversario dell'uccisione dell'on. Aldo Moro. Nel refettorio piccolo delle Biblioteche riunite "Civica e Ursino" del Convento dei Benedettini, organizzato dal periodico "La Fenice", il martirio del grande statista barbaramente ucciso dalla Brigate Rosse è stato rievocato nei minimi particolari dall'avv. Nello Pogliese, studioso e profondo conoscitore del caso. Il dibattito è stato moderato da Daniele Lo Porto, capo ufficio stampa della Provincia. Ha introdotto il tema il giornalista Francesco Giordano, il quale ha affermato che il martirio di Aldo Moro ci ricorda il processo sommario di Alessandro Cagliostro processato e torturato da fanatici estremisti ai tempi della Santa Inquisizione. Per l'avv. Pogliese il rapimento e la morte di Moro restano tra i tanti misteri dei nostri tempi, così come il massacro di Portella delle Ginestre, la morte del bandito Giuliano, la strage di Piazza Fontana, la tragedia di Ustica e l'attentato alla stazione di Bologna. Sono trascorsi decenni, sono stati spesso imprigionati i killer, ma non sono mai stati individuati i mandanti delle stragi. Della morte di Moro, in particolare, vi sono molti lati oscuri. Si sconoscono i motivi del rapimento, dove ha trascorso tutta la prigionia, i motivi che hanno indotto le Br ad eliminare lo statista, come mai gli abitanti del palazzo, che è stato il covo dei brigatisti, non si siano mai accorti di nulla pur essendo l'edificio al centro di Roma. Moro aveva tanti amici, ma altrettanti nemici. La sua scorta non era certamente quella di Fanfani o di Andreotti. Moro era inviso anche da deputati del suo partito, che non vedevano di buon grado il suo progetto del compromesso storico. Era criticato dagli americani, da qualche capo del governo europeo e dagli stessi israeliti. Moro doveva essere assolutamente eliminato anche assegnando "in appalto" il delitto. Lo statista non poteva essere consegnato vivo, perché avrebbe parlato e incastrato persone che oggi occupano posti di grande responsabilità. Daniele Lo Porto ha ricordato che Moretti, uno delle menti del caso Moro, qualche tempo prima del rapimento venne a Catania per contattare la malavita etnea, ma fu un fiasco. Si rivolse invece alla banda della Magliara, molto ben organizzata e dalla quale ottenne un valido contributo per l'impresa criminale. Lo Porto ha ricordato la ricerca dei killer e l'aver trascurato Moretti, le perquisizioni burla, i pattugliamenti, i posti di blocco, foto scattate durante la sparatoria di via Fani consegnate all'Ag e mai rese note.
Antonio Di Paola

6 maggio 2003 - "PIAZZA DELLE CINQUE LUNE" DI MARTINELLI
"Il Gazzettino"
Pordenone
NOSTRO SERVIZIO
"Metà del pubblico lo amerà visceralmente, l'altro 50 per cento reagirà violentemente alle scomode verità che dal film emergono, come l'incontrovertibile ingerenza americana". Non ha esitazioni, il regista Renzo Martinelli, prevedendo le reazioni degli italiani al suo nuovo film, "Piazza delle Cinque lune", sul caso Moro - che sarà presentato venerdì - nel 25. anniversario del ritrovamento del cadavere del presidente della Dc - in anteprima mondiale a Siena e che subito dopo uscirà in 520 sale, in tutta Italia.
Intervenuto ieri, a Porcia, il centro industriale alle porte di Pordenone, per presentare i nuovi progetti friulani che dopo "Porzus" e "Vajont" lo vedranno impegnato subito con un film su Marco d'Aviano - il frate che fermò l'islamismo in Europa e che la Chiesa ha beatificato poco più di una settimana fa - e a ruota sul mitico pugile di Sequals, Primo Carnera, Martinelli, in "Piazza delle Cinque lune", ribalta completamente la versione ufficiale di un altro dei grandi misteri italiani.
"Menzogne, incongruenze e false verità - spiega il regista - si innestano sull'idea drammaturgica di un filmato Super 8 che ritrae il famoso massacro di via Fani del 16 marzo 1978, consegnato al procuratore capo di Siena proprio nel giorno in cui sta per andare in pensione". Un documento sconvolgente, che Martinelli ha per altro realizzato mettendo in scena l'agguato secondo la versione ufficiale del tamponamento a catena con spari da sinistra, sostenuta dai brigatisti Moretti e Morucci e sedimentata nell'iter giudiziario. Tesi che non stanno in piedi, secondo il regista, che si è documentato sugli atti della commissione Moro, con il sostegno del senatore Sergio Flamigni. "Ingrandendo le foto dell'agguato abbiamo scoperto che tra la 128 bianca di Moretti e la 130 che trasportava Moro non c'è un graffio, così come sempre le foto e l'autopsia del maresciallo Leonardi, capo della scorta, dimostrano che i colpi ricevuti provenivano da destra. Chi c'era, dunque, sul marciapiede, quella mattina?".
Sequenze che avranno una forza dirompente anche dal punto di vista della spettacolarità. Il film - che vede Donald Sutherland nei panni del procuratore capo, affiancato da Giancarlo Giannini, Stefania Rocca e Murray Abraham - ha il meccanismo di un thriller che si coniuga con l'impegno civile. "Con ammazzamenti e colpi di scena - precisa Martinelli - secondo un codice che i giovani conoscono. Il pubblico che frequenta le multisale, statisticamente tra i 16 e i 30 anni, non sa di Moro, della Dc, del compromesso storico. Era necessario invogliarli con contenuti, ma anche con immagini forti".
"Piazza delle Cinque lune", perché questo titolo? "Nel film è la password con cui il procuratore accede al file che contiene l'originale del famoso memoriale Moro, nella realtà è una piazzetta di Roma dove, alcuni mesi dopo l'uccisione di Moro, si riunirono segretamente il giornalista Mino Pecorelli, il colonnello Antonio Varisco e un big dei Carabinieri mai identificato, probabilmente il generale Dalla Chiesa, con l'obiettivo di entrare in possesso del memoriale originale. Tutti e tre sono stati ammazzati a poca distanza di tempo l'uno dall'altro".
Cristina Savi

6 maggio 2003 - CASO MORO: QUINTA EDIZIONE DE "LA TELA DEL RAGNO" DI SERGIO FLAMIGNI
In occasione del venticinquesimo anniversario dell' uccisione di Aldo Moro, sta per uscire nelle librerie la quinta edizione, ampiamente aggiornata, dell' ormai classico "La tela del ragno" dell' ex senatore Sergio Flamigni, parlamentare del Pci dal 1968 al 1987, che ha fatto parte delle commissioni P2, Moro e Antimafia.
Dal libro, il regista Renzo Martinelli ha tratto liberamente il film "Piazza delle Cinque lune", che uscira' il 9 maggio sugli schermi italiani.
Nella nuova edizione del suo libro, Flamigni inserisce diverse novita' rispetto alle precedenti, confermando la sua posizione che si oppone alla piu' recente moda storiografica, secondo la quale sul caso Moro non c' e' piu' nulla da scoprire:
LA STRAGE DI VIA FANI - La ricostruzione dell' agguato di via Fani, fatta dal regista Martinelli seguendo rigorosamente gli atti giudiziari, dimostra che all' agguato parteciparono almeno 13 brigatisti (tra cui un killer scelto che sparo' da destra a sinistra) e non solo i 10 stabiliti in sede giudiziaria.
LA FUGA DEL COMMANDO - Una rilettura piu' attenta della testimonianza di una donna dimostra che la versione dei terroristi sulla fuga da via Fani e sul trasbordo di Moro dalla Fiat 132 ad un furgone, non e' solo poco verosimile, ma anche 'tecnicamente' falsa.
L'ESPERTO AMERICANO - Flamigni riporta le dichiarazioni fatte due anni fa al quotidiano 'Italy daily' da Steve Pieczenik, inviato dagli Usa, che racconta che il suo compito principale non era quello di aiutare nella liberazione di Moro, ma quello di stabilizzare l' Italia in modo che la Dc non cedesse ai comunisti, anche a costo del sacrificio di Moro.
LA SCOPERTA DI VIA GRADOLI - Flamigni precisa che le due foto agli atti della commissione Moro, in base alle quali il libro recente di Satta ha negato la messinscena della doccia aperta mediante la quale e' stato fatto scoprire il covo, furono scattate dalla polizia dopo l' intervento dei pompieri e dopo che il 'telefono' della doccia era stato rimesso a posto.
IL COMUNICATO FALSO DEL LAGO DELLA DUCHESSA - Flamigni afferma che il falso comunicato del 18 aprile fu confezionato da Antonio Chichiarelli, falsario in contatto con i servizi segreti, e fa notare che Chichiarelli, ucciso nel 1984, non fu mai cercato o interrogato, nonostante avesse dato vari segnali di sapere molte cose sul caso Moro.
IL 'NOTO SERVIZIO' - Flamigni parla dell' intervento, durante il rapimento Moro, di Adalberto Titta, uno dei personaggi chiave del cosiddetto 'Noto servizio', un' organizzazione segreta e illegale con alcune caratteristiche che ricordano Gladio, emersa nel 2000 dalle indagini della magistratura di Brescia sulla strage di piazza della Loggia. A questa vicenda sembra legato anche l'intervento di padre Enrico Zucca, uno dei fondatori della 'Fondazione Balzan', che sarebbe stato pronto a pagare una somma ingente. Recentemente Andreotti (che non ne aveva parlato in commissione) ha detto che il 9 maggio (giorno in cui Moro pero' fu ucciso) era proprio il giorno dell' appuntamento fissato per pagare il riscatto.
IL MEMORIALE INCOMPLETO - Flamigni ricorda tra l' altro che l' ex presidente Cossiga, nel suo recente libro 'La passione e la politica', ha scritto che nel suo memoriale Moro parlava di un fatto che Cossiga gli aveva raccontato: l' uso inglese di villaggi irlandesi finti per l' addestramento dei soldati. Di cio' pero' non si parla in nessuna delle due versioni del memoriale, scoperte a Milano, in via Monte Nevoso, nel 1978 e nel 1990.
LE MODALITA' DELL' UCCISIONE - Flamigni contesta la versione dell' uccisione di Moro raccontata dai brigatisti e scrive che probabilmente Moro fu portato via con la Renault 4 rossa da via Montalcini prima del 9 maggio.
GLI ELENCHI DI GLADIO, I NOMI DELLA P2 - Flamigni ricorda che nel 2001 due consulenti della Commissione stragi hanno acquisito dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi che sembrano diversi da quelli finora conosciuti, e la vicenda del ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso, il 9 ottobre del 1990. I due faldoni della Digos, classificati in passato con "segretissimo" recano le intestazioni: "A-4. Sequestro Moro-Covo di via Monte Nevoso-Rinvenimento del 9 ottobre 1990-Carteggio" e "Sequestro Moro-Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio". Inoltre Flamigni ricorda che il 18 aprile 1978, nel covo di via Gradoli, furono trovate schede su Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe, Publio Fiori, Gustavo Selva e Giacomo Sedati. Le schede provevivano forse dalla incursione fatta dalle Br nella sede milanese del movimento del democristiano di destra Massimo De Carolis. Il nome di De Carolis e tutti gli altri nomi tranne Sedati erano, a torto o a ragione, negli elenchi della loggia P2 trovati negli uffici di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, che nel 1978 erano ancora sconosciuti.

6 maggio 2003 - MORO: IL 9 MAGGIO ESCE FRANCOBOLLO PRIORITARIO
ANSA:
Un intenso ritratto di Aldo Moro campeggia nel bozzetto del francobollo che le poste italiane emetteranno il 9 maggio prossimo per ricordare i 25 anni dell' uccisione dello statista da parte delle Brigate Rosse.
Il francobollo ha un valore di 0,62 euro e sara' utilizzabile per gli invii in Posta Prioritaria. La tiratura e' di 3,5 milioni di esemplari. Annulli speciali per il primo giorno di emissione saranno apposti a Roma e a Turi (Bari).

7 maggio 2003 - CASO MORO: INTERVISTA CON AZZOLINI
"Famiglia Cristiana"
INTERVISTA
VENTICINQUE ANNI FA L'OMICIDIO DI ALDO MORO
QUELLA NOTTE CHE RITORNA
Parla l'ex brigatista Franco Bonisoli, che faceva parte del commando della strage di via Fani ed era membro del Comitato esecutivo che decise la morte dello statista.
Venticinque anni dal momento più buio della notte della Repubblica, da quel 9 maggio, quando in via Caetani venne ritrovato il corpo dell'onorevole Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia. Franco Bonisoli fu tra i membri del commando che agì in via Fani. Faceva parte, con Mario Moretti, Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, del Comitato esecutivo delle Br che si riuniva a Rapallo e a Firenze per gestire il sequestro e redigere i comunicati.
Era il sinedrio brigatista che decise per la morte dello statista. "Ci eravamo fissati sulla Dc, volevamo una risposta che non arrivò mai". Bonisoli era entrato nella militanza armata a 19 anni. Oggi, a 48 anni, ha scontato definitivamente la pena dopo 22 anni di detenzione e lavora in una società di servizi ambientali. Ha dato, insomma, un taglio netto a quel passato. Un passato che però ritorna e non si chiude del tutto, come dimostrano le nuove Br. Questa intervista è un documento della logica paranoica e foriera di lutti in cui si muovevano i brigatisti, ma anche della straordinaria lezione di vita dei familiari delle vittime e della forza di cambiamento del mondo del volontariato e dell'accoglienza.
* A 25 anni dalla morte di Moro ci sono ancora tante questioni aperte...
"Penso sia un vecchio vizio italiano quello di non accettare le cose semplici e chiare, ma doverci vedere sempre qualcosa di misterioso dietro; penso anche che sia una recondita paura nell'affrontare il futuro: per non affrontarlo, ci si giustifica col fatto che il passato non è ancora stato sufficientemente chiarito. Per quanto mi riguarda, penso proprio che non ci sia più nulla da chiarire. Una voce autorevole come quella di Giorgio Bocca, ad esempio, che le vicende italiane le ha analizzate bene, ha ripetuto più volte che non c'è stato caso studiato e indagato in modo più approfondito del sequestro Moro".
* Un giudizio non condiviso da tutti. Ci sono molti buchi neri. Pensi solo a quella moto, avvistata in via Fani...
"Non vorrei entrare più nel merito di questi particolari che ho già chiarito in aule giudiziarie e interviste pubbliche, come pure hanno fatto altri protagonisti delle Brigate rosse di allora: significherebbe anche per me stare al gioco di questo assurdo meccanismo sul quale si sono innescate invenzioni e connessioni clamorose negli ultimi decenni, fino a far perdere il senso degli aspetti fondamentali, così drammatici, di quella tragica vicenda. Un giovane che voglia oggi affrontare quel pezzo di storia finisce per trovarsi invischiato in misteriosi motociclisti, anfitrioni, personaggi di qualche cosca, e altro ancora che, non avendo alcuna attinenza con la realtà, non aiuta certo a fare chiarezza e capire il fenomeno. Comprendo invece le esigenze di chiarezza più che legittime ancora espresse da alcuni familiari. Però, rispetto alle nostre responsabilità materiali, è ormai stato detto davvero tutto".
* Eppure ci sono indizi che intorno al sequestro Moro ruotasse un'incredibile congerie di strani errori investigativi, operazioni e personaggi torbidi...
"Sul come, invece, siano state condotte le indagini, o sull'esistenza o meno di forze a noi esterne che abbiano cercato di pescare nel torbido, non ci è materialmente possibile fornire elementi perché a noi estranei. Inoltre a quel tempo eravamo un gruppo molto chiuso, proprio per timore di infiltrazioni".
* Chi si rivelò, per voi, Aldo Moro?
"Nella logica in cui eravamo, vedevamo le persone schematicamente, nella loro fredda funzione ricoperta dentro lo Stato. Il contatto con l'onorevole Moro aveva permesso a Moretti di toccare direttamente la sua acutezza e sensibilità politica e umana, soprattutto verso la sua famiglia, ma anche verso i suoi amici di partito dei quali parlava, nonostante le dure parole delle sue lettere, quasi con l'attenzione di un padre; come pure lo spirito di voler capire meglio il fenomeno che noi rappresentavamo".
* La reazione ferma del sindacato non vi fece riflettere?
"Quella reazione era prevedibile, e non poteva essere diversa. Però i segnali che ci arrivavano "dalle masse" erano di una forte presenza di consensi, non solo tra quei gruppi e movimenti ideologicamente a noi affini. Ma in quel momento noi eravamo la forza che appariva vincente, e chi vince trova facilmente consenso, per poi perderlo con altrettanta facilità appena si incrina la sua posizione. Inoltre, col senno del poi, si può dire che quando sei in una logica mentale chiusa come allora, ascolti solo le voci che vanno nella direzione che ti interessa; le generalizzi, le eleggi a linea di tendenza, e il gioco è fatto".
* La stessa logica dei vostri emulatori?
"Sì, penso che anche le nuove Br siano schiave di questa tremenda quanto ingannevole logica. È probabile che capiti anche a loro, a fronte di una reazione di fortissimo e vastissimo dissenso, di ricevere qualche assenso alle loro azioni, di sentire, come succedeva a noi, addirittura in metropolitana, commenti tipo: "fanno bene le Br a fare questo e quello". Ma scambiare questi segnali per una adesione al proprio programma è il più tragico degli errori".
* Si è sostenuto che il nuovo terrorismo è nato perché lo Stato non ha fatto i conti con il terrorismo vecchio...
"Può essere vero. Ma non voglio semplificare, come se esistesse un rapporto automatico di causa-effetto. Ciò implicherebbe inoltre un giudizio sullo Stato che non voglio dare. In questi decenni ognuno, chi un tempo stava da una parte e chi dall'altra, si è assunto delle responsabilità nel modo di affrontare o rimuovere le problematiche connesse al fenomeno della lotta armata in Italia negli anni '70 e '80. L'aspetto più positivo e rilevante, da continuare a sottolineare, credo sia il processo di riconciliazione concretamente verificatosi in questi ultimi decenni. Continuare a credere in una riconciliazione più completa possibile, ritengo sia una cosa fondamentale, nella quale sentirci tutti impegnati, anche come segno di speranza per il futuro. In tal senso, ho sentito il grande valore della presa di posizione del professor Pietro Ichino, che invita i nuovi terroristi a recuperare la propria umanità interiore. Anche se oggi, ai più, è sembrata utopistica, potrà essere realistica un domani, tanto più vicino quanto più si è capaci di seminare oggi. Chi avrebbe mai creduto, fino a metà degli anni '80, che noi saremmo divenuti ciò che siamo ora?".
* Che effetto le fa leggere i recenti volantini delle nuove Br?
"Un tuffo nel passato. Il linguaggio stereotipato è simile a quello dell'ultima fase della nostra storia. Nei primi anni '70 i volantini parlavano di più il linguaggio della gente e si riferivano a fatti concreti. Col passare degli anni, l'ideologia ha preso sempre più il posto della politica e il linguaggio è diventato sempre più stereotipato. Bastava cambiare il nome della persona che avevi colpito e tutto il resto rimaneva uguale. I volantini delle nuove Br ricalcano totalmente quest'ultima fase delle Br storiche. L'interpretazione più approfondita credo l'abbia data Andrea Casalegno dopo l'uccisione di D'Antona: un'analisi come quella che veniva dal documento di rivendicazione poteva essere fatta anche attraverso un'attenta lettura dei giornali e infarcita da tutta una serie di parti ideologiche stereotipate. Materialmente sganciata dal rapporto con il sociale e quindi con la logica del serial killer: uccido per esistere. I funerali di Mario Galesi mi hanno