Almanacco dei misteri d' Italia


Il caso Moro

le notizie del 2003: 8-14 maggio

8 maggio 2003 - MORO: GIOVANNI, MANCA VERITA' CREDIBILE SU MIO PADRE
ANSA:
Sulla morte di Aldo Moro manca ancora una verita' credibile". Giovanni Moro, in occasione del 25/mo anniversario della morte, ripropone i dubbi sull'intera vicenda dei 55 giorni del rapimento e della prigionia del presidente della Dc. "Credo sia giusto ricordare in giorni come questi che sulle vicende strettamente legate alla vita di mio padre, il suo rapimento il suo assassinio ancora purtroppo il nostro paese non e' arrivato ad ottenere una verita' credibile. Troppi punti sono rimasti ancora oscuri e questo e' un danno per tutti". Intervistato dall'emittente radiofonica Rtl 102.5, Giovanni Moro espone le sue perplessita'. "Questo non fu soltanto un evento in cui dei terroristi sequestrano, imprigionarono e uccisero una persona, fu anche una situazione in cui il mondo politico (lo Stato, le istituzioni, ecc..) presero la decisione di non trattare in alcun modo la liberazione del prigioniero. Purtroppo, oltre a fare questo, che era perfettamente legittimo, naturalmente, in qualche modo determinarono, proprio con quelle carenze nelle indagini, nell' attivita' investigativa, una situazione per cui si era deciso di non aprire alcuna trattativa ma non si e' fatto niente di serio ed efficace per trovare la prigione in cui era tenuto mio padre e per liberarlo, come era dovere dello stato. E' questo un o dei problemi che sono ancora aperti".

8 maggio 2003 - 'PIAZZA DELLE CINQUE LUNE' IL CASO MORO IN 200 SALE
ANSA:
Arriva in 200 sale il film sull' assassinio di Aldo Moro. Firmato da Renzo Martinelli, il regista di "Vajont", nel cast Donald Suterland, Stefania Rocca e Giancarlo Giannini. La scenografia ha avuto la consulenza del senatore Sergio Flamigni, membro delle Commissioni parlamentari che hanno indagato quelle vicende, e, ha detto nella conferenza stampa di presentazione del film Maria Fida Moro, ha avuto l'approvazione della famiglia Moro.

(di Candida Curzi)- Il 9 maggio di 25 anni fa, in una Renault rossa a via Caetani, le Brigate rosse riconsegnavano alla famiglia e all'Italia il corpo di Aldo Moro. Il quarto di secolo trascorso, segnato da uno strascico di misteri, veleni e morti, non e' stato sufficiente a fare chiarezza. E da domani riapre il mai chiuso caso Moro con un film: 'Piazze delle cinque lune'.
Firmato dal regista di 'Vajont', Renzo Martinelli, sbarca in 200 sale grazie all'Istituto Luce, che lo distribuisce e lo coproduce con inglesi e tedeschi. "Ne Rai, ne Mediaset - sottolinea il regista -. Non saremmo mai riusciti a raccontare questa storia senza l'aiuto straniero e la passione di chi ha lavorato al film". Pure, dice, "via Fani e' il crocevia della storia d'Italia. I nostri nipoti lo studieranno a scuola come noi abbiamo studiato lo sbarco dei Mille".
E la sceneggiatura, firmata da Martinelli e Fabio Campus, con la consulenza del sen. Sergio Flamigni, e' nata da un lavoro da storici, sulle carte delle commissioni parlamentari, sugli atti giudiziari. Un lavoro, assicura Maria Fida Moro, che presenta il film seduta accanto a Martinelli, Stefania Rocca, Flamigni, che hanno letto anche i familiari e che hanno trovato ben fatto, rispondente al vero. Alle immagini della fiction si mescolano, a tratti difficili da distinguere per chi quegli anni li ha vissuti, quelle autentiche di Moro nella prigione, sotto la bandiera rossa con la stella a cinque punte, poi il suo corpo nel portabagagli della Renault...fino al filmino in super8 che mostra la dinamica dell'agguato (falso, ma che ne esista uno vero, mai trovato, e' uno dei tanti misteri insoluti della realta'), fa seguito la registrazione (vera) della telefonata tra Morucci e il professor Tritto che annuncia la morte dello statista. Vera, verissima, alla fine del film, la voce di Luca Moro, il nipote che aveva tre anni nel '78, che canta "Maledetti voi, signori del potere...".
Tessendo assieme brandelli di storia e finzione, 'Piazza delle cinque lune' inizia con le immagini del Palio di Siena. Li', nella grande piazza del Campo, dove domani il film sara' presentato in anteprima mondiale, un anziano procuratore alla vigilia della pensione (Donald Sutherland) assiste, con la figlia (Aisha Cerami) e con una giovane sostituta (Stefania Rocca). Finito il Palio saluta Branco, l'uomo che gli ha guardato le spalle per 12 anni (Giancarlo Giannini), e rientra a casa. E' sulle scale, per la prima volta da anni solo, che uno sconosciuto senza volto lo avvicina e gli da' qualcosa da vedere: un filmino super8 che mostra quel che e' accaduto tanti anni prima in via Fani. "E' la passione che tiene in vita un uomo", dice l'anziano procuratore salutando i suoi colleghi il giorno dell'addio alla magistratura e per quella passione, da pensionato, con l'aiuto dell'angelo custode di sempre e della giovane sostituta, si tuffa in un caso dal quale, l'hanno ammonito, non si esce vivi. Nella realta', agli infiniti misteri del caso Moro sono state attribuite molte morti, dall'uccisione del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, a quella del giornalista Mino Pecorelli, del colonello dei carabinieri Varisco a suicidi, incidenti stradali e attacchi di cuore di ex brigatisti e uomini dei servizi segreti. In tutto il film ci sono solo due morti, qualche avvertimento, un solo uomo misterioso, incontrato a Parigi, che racconta come la Cia sia stata dietro Moretti e le Br (un'ipotesi tenuta in serissima considerazione nella realta'). Pure, a tratti, sembra troppo. Perche' il caso Moro e' una di quelle storie in cui la realta' ha superato di molto la fiction.

(di Cristina Ferrulli) Non e' solo un diario di lavorazione, con le rituali foto di scena e le notazioni tecniche, il volume che accompagna la sceneggiatura del film 'Piazza delle Cinque Lune', presentato oggi a Roma. E' anche un dossier che spiega come, partendo dalla verita' ufficiale sul sequestro di Aldo Moro, il regista Renzo Martinelli sia giunto ad una ricostruzione dei fatti "diversa - afferma il regista - ma senz'altro piu' rispondente alle risultanze oggettive e alle perizie".
Un'idea iniziale, quella del brigatista che filma dal terzo piano di un palazzo con un Super 8mm la strage di via Fani, e un lavoro complicato di ricostruzione "filologica" del caso Moro, realizzato scartabellando, recuperando e fotocopiando atti, documenti e testimonianze. Da qui e' nato il film che, scrive in apertura di volume la figlia dello statista Dc Maria Fida Moro, e' "un audace tentativo di rincorrere ed afferrare, almeno una parte, di verita'. Verita' che e' per i credenti sinonimo di giustizia, di bellezza e amore".
Nel libro, il regista spiega, ad esempio, come nella preparazione del filmato della sparatoria in via Fani si sia giunti ad una verita' "altra" rispetto a quella ufficiale. Nonostante l'agguato sia stato messo in scena con un rigore storico, utilizzando le stesse auto, lo stesso numero di partecipanti, le stesse armi, al momento della ripresa due punti non tornavano: il tamponamento tra la 128 familiare bianca dei brigatisti e la 130 blu del presidente della Dc, che appare inverosimile, e il fatto che il capo scorta di Moro, Oreste Leonardi, fosse crivellato di colpi provenienti da sinistra. E cosi' si spiega perche' per il regista in via Fani c'era, a differenza di quanto racconto' Valerio Morucci, un quinto killer che sparo' da destra e alle spalle di Leonardi.
Un film complesso nella ricostruzione storica ma anche elaborato tecnicamente quasi per far rivivere la storia. E cosi' il volume documenta come il volto dello statista Dc, immortalato nella prima e drammatica Polaroid inviata dalle Br dal covo in via Montalcini, sia stato "prelevato" digitalmente, applicato al corpo di una comparsa e animato digitalmente. Oppure descrive la tecnica usata per "degradare" e invecchiare la scena del filmato del massacro in via Fani per rendere credibile che si trattasse di una ripresa vecchia di 25 anni.
"Il film - spiega Martinelli nella prefazione - propone dunque la nostra idea sull'intera storia: non vuole 'risolvere' nulla, non vuole 'schierarsi' da questa o da quella parte. Vorrebbe solo sollecitare gli spettatori a riflettere su tutte le incongruenze e le menzogne che da 25 anni ruotano attorno a questo evento epocale. Un evento destinato, probabilmente, a rimanere uno dei grandi misteri insoluti del nostro paese".

"Le querele sono parte del mestiere. Bisogna aspettarsele...poi a volte cadono in prescrizione". Risponde cosi' il sen.Flamigni, nella conferenza stampa di presentazione di 'Piazza delle cinque lune', a chi chiede se si attendono querele da personaggi politici e brigatisti citati nel film.
Spiega il parlamentare e consulente della produzione, che il presidente Cossiga (all'epoca del sequestro ministro dell'interno) lo aveva querelato per aver scritto di una conversazione tra lo stesso Cossiga e Claudio Vitalone (all'epoca magistrato a Roma) nella quale il magistrato consigliava al ministro di far fabbricare un falso comunicato delle Br, quello sul lago della Duchessa. "Io ho presentato le prove che avevo su quella conversazione - ha detto Flamigni -, aspettavo il processo, ma il tempo e' passato e il reato e' caduto in prescrizione. Peccato, l'avrei voluto quel processo".

Botta e risposta, a distanza, tra il regista Renzo Martinelli e Bruno Vespa sulla mancata presentazione del film a 'Porta a porta'.
Martinelli, nella conferenza stampa di presentazione di 'Piazza delle cinque lune', aveva detto che "Vespa non vuole che si parli di questo film a 'Porta a porta'", forse perche' pensa che il caso Moro non faccia ascolti.
Replica, con una nota, il giornalista di non averlo mai detto ne pensato e di trovare "di pessimo gusto" l'accostamento dell'ascolto tv ad una tragedia come quella. La nota precisa che il caso Moro e' una storia tanto attuale ed importante che 'Porta a porta' ha dedicato al tema una sua intera puntata l'11 marzo, alla vigilia del 25esimo anniversario della strage di via Fani.

8 maggio 2003 - INTERROGAZIONE FRAGALA' SU 'PIAZZA DELLE CINQUE LUNE'
ANSA:
Il film "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli "dovrebbe chiamarsi 'Operazione Sphora'". E' il commento del deputato di An Enzo Fragala' che, presentando un'interrogazione al ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, sostiene che "da sinistra si e' fatta una nuova indecente azione di 'disinformatija' con i soldi pubblici". Per l'esponente di An, "la sinistra italiana tenta, dopo il fallimento dei suoi teoremi in commissione Stragi, attraverso la cinematografia finanziata dai soldi pubblici dell'istituto Luce, di avvalorare la ridicola tesi dell'eterodirezione delle Brigate Rosse da parte della Cia e dei servizi italiani". Ovvero, per Fragala', "ripete, probabilmente con le stesse fonti, quanto tento' di fare il Kgb, come risulta dai rapporti del Dossier Mitrokhin, attraverso la clamorosa azione di condizionamento e di disinformazione operata su Zaccagnini con l'operazione denominata "Sphora"".
Il deputato di An, che nell'interrogazione chiede di verificare la congruita' del progetto finanziato, giudica "inaccettabile che un film con una tesi marginale, infondata e di parte come quella presentata nella pellicola, di cui non a caso l'ex senatore Pci Flamigni e' stato consulente storico, venga finanziato con i soldi pubblici dell'Istituto Luce, rimanendo cosi' per sempre come documento a disposizione di scuole, istituti storici e videoteche istituzionali".

9 maggio 2003 - IL MANIFESTO CONTRO LA DIETROLOGIA SUL CASO MORO
"Il Manifesto"
25 ANNI
Moro, la dietrologia non muore mai
Il 9 maggio '78 veniva ritrovato il corpo del presidente Dc, ucciso dalle Brigate rosse
Sullo schermo Il film di Martinelli riparla di Moretti "agente della Cia". In libreria il libro di Satta che azzera i "misteri" dei 55 giorni. Il figlio dello statista, Giovanni: "Non c'è una verità credibile".
ALESSANDRO MANTOVANI
ROMA
Era venticinque anni fa, 9 maggio 1978. Gli artificieri che armeggiano attorno al Renault 4 rossa, il bagagliaio aperto sotto i flash dei fotografi, il corpo senza vita di Aldo Moro mentre la stradina oscura si riempie di gente. Qualche ora prima, nel garage della "prigione del popolo" di via Montalcini, il capo delle Brigate rosse Mario Moretti aveva messo fine all'esistenza del presidente della Dc e a un sequestro durato 55 interminabili giorni, il primo rapimento di un uomo politico nella storia repubblicana. Era senz'altro la fine della solidarietà nazionale, la cui crisi tuttavia esploderà più tardi. E forse, con quei colpi a bruciapelo su un uomo rannicchiato nel portabagagli, è finita anche la prima repubblica, come qualcuno ha sostenuto anche su questo giornale. Oggi Aldo Moro sarà ricordato a nome del governo dal ministro degli interni Beppe Pisanu, vicinissimo all'epoca dei fatti al segretario della Dc della "fermezza", Benigno Zaccagnini. Pisanu deporrà una corona di fiori, più tardi anche il presidente della camera Pier Ferdinando Casini compiràlo stesso rito in via Caetani, "a metà strada - si disse - tra la sede delle Pci alle Botteghe oscure e quella della Dc in piazza del Gesù". La circostanza non è esatta piantina alla mano (la via entra nell'ex ghetto ebraico, quindi a destra delle Botteghe oscure, mentre piazza del Gesù è dall'altro lato) ma il suo valore simbolico è stato sempre confermato dai brigatisti. Alla sala della Lupa di Montecitorio è in programma (diretta tv) una commemorazione alla presenza del capo dello stato, Carlo Azeglio Ciampi, e dei presidenti emeriti della corte costituzionale, Leopoldo Elia e Giuliano Vassalli.
Venticinque anni sono tanti, l'Italia non è più la stessa e sul caso Moro, però, si continua a discutere. Non solo perché la famiglia, anche ieri per bocca del figlio dello statista ucciso, Giovanni, non si stanca di ripetere che "manca ancora una verità credibile". Il caso Moro rimane un carrozzone di leggende e "dietrologie", che chiamano in causa a seconda dei casi la Cia o i servizi dell'est (cecoslovacchi), il Kgb o la loggia P2, qualunque cosa o entità possa servire a sostenere che i brigatisti non fecero tutto da soli. E' un carrozzone che si alimenta sempre di nuovi materiali nonostante ben cinque processi che hanno portato a 32 ergastoli per i membri delle Br (un'indagine, marginale, è ancora in corso) e nonostante gli approfondimenti delle commissioni parlamentari d'inchiesta "Moro" e "stragi". Per non dire di decine di libri, inchieste giornalistiche, speculazioni varie e film. L'ultima "perla" cinematografica esce proprio oggi nelle sale e, neanche a dirlo, è presentata come un thriller, per di più finanziato dallo stato (3.011.171 euro) in quanto "opera di interesse nazionale". "Piazza delle Cinque Lune", per la regia di Renzo Martinelli (autore di "Vajont"), è l'ennesima rimasticatura dietrologica. Si riparla, cioè, del misterioso filmato dell'agguato di via Fani in cui venne massacrata la scorta del presidente Dc (un video mai trovato, la cui esistenza è sempre stata negata dai br: Martinelli ha realizzato un falso super8, fiction pura); dei rapporti con l'omicidio di Mino Pecorelli ('79) per via del "memoriale" di Moro; e naturalmente di Mario Moretti agente della Cia, come se il capo brigatista non avesse preso sei ergastoli (arrestato nell'81, lavora fuori dal carcere dal '97). A fare da consulente al regista è stato del resto Sergio Flamigni, ex senatore del Pci e figura di punta della "dietrologia" sul caso Moro. E' il capofila della versione "di sinistra", della tesi che vuole le Br "eterodirette", in questo caso da apparati anticomunisti italiani e Usa, mentre ne esiste una "di destra" che attribuisce le responsabilità del rapimento e dell'omicidio all'Unione sovietica e ai suoi derivati.
Venticinque anni, però, sono sufficienti anche per far crescere, almeno tra gli "addetti ai lavori", la consapevolezza che se qualche punto oscuro rimane, non è tale da sconvolgere la sostanza della "verità" fin qui emersa, secondo la qualele Br hanno progettato, eseguito e portato a termine l'operazione come sta scritto nelle sentenze. Su questa lettura all'antitesi delle "dietrologie" si sono trovati d'accordo, sia pure con i dovuti distinguo su singoli aspetti, persone assai diverse tra loro come il nostro Andrea Colombo, il magistrato Giovanni Salvi (ex pm antiterrorismo a Roma, ex consulente della commissione stragi, oggi al Csm), il direttore della casa editrice Odradek Claudio Del Bello, lo storico Marco Clementi autore de "La pazzia di Aldo Moro" (Odradek, Roma, 2001, dedicato agli scritti del prigioniero delle Br), che presentavano nella sede romana di Odradek la voluminosa fatica di Vladimiro Satta, archivista della commissione stragi, illustrata il 16 marzo scorso su queste pagine. "Odissea nel caso Moro - Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi" (Edup, Roma, 2003) è un libro analitico e difficile che passa in rassegna l'intera documentazione per smontare ad una ad una le letture contorte, pretestuose, infantili della tragica vicenda di 25 anni fa. Ed è senz'altro più utile delle corone di fiori in via Caetani.

9 maggio 2003 - INTERVISTA A PROSPERO GALLINARI
"La Gazzetta di Reggio"
"Sono in pace con quell'uomo"
Prospero Gallinari fu il carceriere del presidente Dc
L'EX BR Libero per motivi di salute
Gian Piero Del Monte
REGGIO. Nel marzo scorso, a un giornalista che gli chiedeva una riflessione sul caso Moro, ha risposto: "Io sono in pace con quell'uomo, perché uno scontro come quello di quegli anni ha tante sofferenze. Era una guerra, in cui c'erano alleati e avversari".
Prospero Gallinari, cinquantenne ex brigatista, che oggi vive a Reggio grazie alla sospensione della pena all'ergastolo per le sue condizioni di salute, riassume così il suo atteggiamento verso quella stagione del suo vissuto personale e della storia d'Italia. Contrariamente a Bonisoli e Azzolini, gli altri due co-autori reggiani del rapimento e dell'omicidio, non si è mai dissociato.
Semplicemente ha riconosciuto la sconfitta di quell'utopia rivoluzionaria che non esitava a uccidere gli uomini simbolo dello Stato.
"Non eravamo un gruppo di pazzi, ma gente che aveva fatto scelte politiche, che uno può giudicare positive o negative, ma scelte politiche in un contesto politico": lo ha dichiarato al Corriere della Sera due anni fa, dubito dopo l'assassinio di Massimo D'Antona. E ha criticato gli ultimi omicidi di D'Antona e Biagi perché non c'è più il "contesto politico". "Dopo 15 anni, il movimento armato delle Br, si è esaurito, nel 1988, con la sconfitta. Abbiamo sciolto l'organizzazione combattente e chiusa la fase della lotta armata, che era nata in anni in cui vi erano grossi fermenti e movimenti sociali e un sostegno diffuso".
C'era una vena amara, quasi di rimpianto, per un sogno infranto, in quelle dichiarazioni del Gallinari di due anni fa. Il riconoscimento forse di una vita bruciata in un progetto fallito.
Oggi Prospero Gallinari è più restio a parlare. Raggiunto per telefono, ha declinato l'invito. L'aveva fatto davanti a una telecamera, un mese fa, intervistato un po' a sorpresa in piazza della Vittoria, al termine di una manifestazione per la pace.
Lei come ha elaborato quell'episodio? A questa domanda Gallinari ha risposto che "bisognerebbe ripercorrere la storia del dopoguerra in Italia, cosa erano il movimento di quegli anni, le lotte, lo scontro; cosa era stata Piazza Fontana a Milano, i morti di Reggio Emilia, e in quel contesto collocare gli anni Settanta, compresi l'attacco alla Dc e a Moro".
Il terrorismo di oggi l'aveva condannato solo con un giudizio politico: "Non si possono paragonare i due periodi storici. Ripetere la stessa storia in due periodi differenti secondo me vuol dire fare cose che non c'entrano niente con il contesto attuale".
C'è in queste affermazioni il Prospero Gallinari che non rinnega i valori e i giudizi sulla lotta armata, anche se ammette le tragedie personali provocate.
Il Gallinari ancora polemico con una sinistra che non ha riconosciuto i protagonisti della lotta armata come "figli suoi", anzi li ha combattuti e isolati.
Il Gallinari che oggi esprime i residui del suo impegno politico frequentando i centri sociali e i luoghi delle manifestazioni anti-global e per la pace, seppure dubbioso sull'efficacia di movimenti che non hanno "la forza di classe" dei tempi della sua gioventù.
Oggi Prospero Gallinari deve fare i conti con la cattiva salute, compromessa certamente anche dai lunghi anni scontati in carcere, dagli stress di una vita fuori dalla norma.
Reclutato dalle Br dopo l'esperienza dell'"appartamento" di via Emilia San Pietro, che raccoglieva l'ultra-sinistra reggiana all'inizio degli anni Settanta, fu presto arrestato. Evase nel '77 da carcere, partecipò al rapimento di Moro, fu ferito da un colpo d'arma da fuoco alla testa in occasione della cattura nel 1979. Operato più volte al cuore, nel 1994 fu ricoverato in gravi condizioni all'ospedale Umberto I per un'ischemia cerebrale. L'onorevole Mauro Del Bue, parlamentare socialista, chiese all'allora ministro della giustizia Conso la sospensione della pena. La Reggio di allora promosse un appello, firmato tra gli altri dal sindaco, dal presidente della Provincia, da don Ercole Artoni. La richiesta dell'avvocato difensore fu accolta. Da allora Prospero Gallinari vive a Reggio e può uscire di casa solo alcune ore al giorno, per il lavoro.

Nel 1978 la città si mobilitò nei giorni del rapimento, l'uccisione dello statista provocò uno strappo nelle coscienze
Fra dolore e rimorso per la morte di Moro
Erano tre i reggiani nel gruppo brigatista che partecipò al rapimento
g.p.d.m.
REGGIO. Alle 13.30 del 9 maggio di 25 anni fa, in via Caetani a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, venne trovato il cadavere di Aldo Moro, segretario nazionale della Democrazia cristiana, assassinato dalle Brigate rosse mentre si recava alla Camera per votare la fiducia al quarto governo Andreotti, il primo dal 1948 che avrebbe goduto anche dell'appoggio dell'opposizione comunista. Si concludeva così il rapimento dello statista da parte di terroristi che avevano preso di mira il cuore dello Stato.
Il paese fu sconvolto, ma seppe anche reagire all'ondata terroristica, che fu sconfitta, anche se epigoni di quella logica paranoica hanno continuato a seminare lutti.
Fra coloro che avevano progettato ed eseguito il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro c'erano anche tre reggiani: Prospero Gallinari e Franco Bonisoli, che travestiti da piloti dell'Alitalia il 16 marzo avevano partecipato all'assalto di via Fani e all'uccisione della scorta dell'esponente Dc, e Lauro Azzolini, che faceva parte del comitato esecutivo delle Br, l'organismo che decise l'azione e poi l'omicidio. Gallinari per 55 giorni, assieme ad Anna Laura Braghetti, fu il carceriere di Moro nel covo di via Montalcini a Roma. Per un certo periodo gli si attribuì anche la responsabilità materiale dell'omicidio dell'uomo politico, eseguito invece da Mario Moretti e Germano Maccari.
Tutti e tre i brigatisti reggiani hanno subìto pesanti condanne, ma tutti e tre sono oggi fuori dal carcere: Bonisoli e Azzolini perché dissociati, Gallinari per le sue condizioni di salute (ha subito varie operazioni al cuore).
Oggi, 25 anni dopo, l'Italia commemora distratta quell'episodio e quella stagione terribile della vita nazionale. Il terrorismo di vario colore, fra il '69 e l' 87, causò 491 morti, 1.181 feriti, con 14.591 atti di violenza. Sono i dati ufficiali della relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi, presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino, che concluse i suoi lavori nel 2000. Una guerra che fece vittime innocenti, lasciò sofferenze e dolore. Fra i protagonisti delle Br di allora c'erano altri reggiani: Alberto Franceschini, Roberto Ognibene e Tonino Loris Paroli, che però non si macchiarono di sangue.

9 maggio 2003 - GIOVANNI MORO: MIO PADRE MORIVA, I FINTI EROI PARLAVANO
"La Stampa"
VITA QUOTIDIANA, NOTTI INSONNI, BATTAGLIE POLITICHE. E I GIORNI DELLA TRAGEDIA: GIOVANNI MORO RICORDA
Mio padre moriva i finti eroi parlavano
"Quando fu rapito il salvatore della patria divenne un pazzo, un vile che non si comportava come i martiri della Resistenza Ancora aspetto che i politici facciano i conti con l'omicidio"
ROMA "ALDO Moro era un buon padre. Un padre normale nella sua anormalità. Un padre notturno. A casa c'era poco, e solo la notte. Ma erano notti vive, perché lui aveva orari strani, la pressione bassa, vecchie abitudini del Mezzogiorno, pranzava alle tre e mezza, cenava a mezzanotte. Poi c'erano i giornali. Il suo incubo. Cataste di giornali, che teneva da parte, e leggeva appunto la sera tardi. La sera tardi parlavamo, anche. Oppure andavamo al cinema, abbastanza spesso. Negli ultimi tempi era molto stanco. Stufo. Diceva che avrebbe lasciato la politica, che si sarebbe dedicato all'insegnamento. Gli piaceva insegnare, quand'era ministro degli Esteri rientrava la notte dalle missioni per poter dare esami il mattino dopo. Non aveva eredità da consegnarmi, né voti né collegi né carisma, nulla gli era più estraneo del pensiero di fondare una dinastia. Né io c'ho mai pensato. Non allora, non a maggior ragione dopo. Mi hanno chiesto tante volte di entrare in Parlamento. Non lo farò. Non sarebbe giusto, per come è finita la storia di Moro". Quando parla di lui dice quasi sempre: Moro, non mio padre, tantomeno papà. Ne parla a tratti, vincendo una ritrosia familiare e personale. Giovanni Moro non appartiene alla categoria dei figli, cui guarda senza complessi di superiorità ma anche da estraneo. Seleziona il ricordo. Ad esempio non ha visto nessuno dei film su suo padre, ma ha letto tutti i libri. Soprattutto, ha letto i libri, le carte, i discorsi del padre. Ha tentato di conoscerlo meglio, di capirlo. Di continuare quei dialoghi notturni. "Il 9 maggio di 25 anni fa ci telefonarono a casa per avvisarci. Ma non da Palazzo Chigi, né dal Viminale, né da piazza del Gesù. Seppi che mio padre era morto nello stesso modo in cui, 55 giorni prima, avevo saputo che era stato rapito: da un amico. Il 16 marzo ero in università, filosofia, alla Sapienza. Il 9 maggio ero a casa. Suonò il telefono. Risposi io. Diedi la notizia a mia madre. Dei politici, degli uomini di Stato, dei democristiani non chiamò nessuno. Non venne nessuno. Mancò loro il coraggio. Solo Fanfani. Ai funerali, a Torrita Tiberina, c'era l'intero paese, più trenta persone. Non c'erano politici. A cose fatte, mentre stavamo andando via, arrivò il solo Fanfani. Perché lui? Perché c'era un rapporto speciale, la stessa formazione, la stessa militanza, un tratto di vita in comune, malgrado le tante divergenze politiche che pure avevano. E c'erano le vedove degli uomini della scorta. Persone di famiglia, amiche di mia madre". Agli amici e ai compagni di partito di suo padre, Giovanni Moro non muove "rimproveri sentimentali". Ha però un rapporto molto severo con la memoria. Diserterà la cerimonia della Regione Puglia per l'anniversario dell'assassinio, cui è stato invitato a parlare anche Andreotti. "Da 25 anni la mia famiglia attende un segno non dico di pentimento, non dico di scuse, ma almeno di riflessione". C'è qualcosa di nuovo, in questo anniversario: l'emergere di un filone che viene definito revisionista, e ha trovato un libro-manifesto nel lavoro di Vladimiro Satta, un funzionario del Senato "che ha catalogato anni di indagini del Parlamento che tra decine di migliaia di documenti ha scelto proprio quelli che lo portavano alla conclusione che non c'è nulla da chiarire. E invece a me quel libro è parso un'occasione sprecata. Tempo male impiegato, soldi nostri, dei contribuenti, che potevano essere spesi meglio. Difficile dire che è tutto chiaro, quando ci sono voluti anni per sapere, e nemmeno con certezza, chi ha ucciso mio padre. Gallinari, come si è sempre creduto? Moretti, come ha affermato lui stesso? Maccari, come è stato ipotizzato di recente? Vedo che i brigatisti ancora dicono che mancano soltanto particolari. E invece molte cose restano oscure. Ogni sei, sette anni spunta un carceriere nuovo. Un'Honda rossa. Una tipografia clandestina, cui si arriva ovviamente troppo tardi. Fiancheggiatori che anche durante il sequestro di mio padre ospitano a pranzo e a cena i terroristi, pare facesse chic all'epoca ospitare terroristi. Un libro di memorie che non chiarisce nulla, quando non è indecente, come quello di Morucci, un inno al culto delle armi". Nella primavera del 1978 Giovanni Moro aveva vent'anni. L'unico figlio maschio. "Ma il capofamiglia restò lui, sino alla fine. Nelle lettere ci diceva che cosa fare, e tentava di dirlo anche al suo partito. La nostra casa era l'occhio del ciclone. Il cuore di una calma irreale, mentre il mondo intorno a noi pareva impazzito. Vennero tutti a casa nostra, nei 55 giorni. Tranne Andreotti. Cossiga venne due volte, come Craxi. Vennero anche Berlinguer, Zanone, Biasini e quasi tutti i leader dei partiti. Zaccagnini anche di più. Ne uscì schiantato, né morì; come Paolo VI. A casa venne il cardinale vicario Poletti. La Chiesa italiana si attivò molto, ma trovò ostacoli in Vaticano; e sono convinto che l'intervento del governo sull'appello del Papa ci fu. Venivano gli amici e ognuno portava un'idea: fare intervenire la Croce Rossa, l'avvocato della Raf, Amnesty. A tutti rispondevamo: fate. Ma c'era sempre qualcuno che bloccava. La Croce Rossa fu fermata dalla Farnesina. Il presidente Leone, che era pronto a firmare la grazia per una brigatista, dal Guardasigilli Bonifacio". "Un giorno di fine marzo ci fu detto che era stata individuata la prigione di Moro. Una villa sul litorale romano. Ci venne spiegato che i corpi speciali erano pronti a intervenire, che un ufficiale si sarebbe gettato sul prigioniero per evitare che venisse colpito. Aspettiamo fiduciosi. Poi ci avvertono che non se ne fa niente: troppo pericoloso per l'incolumità dell'ostaggio, avvertono. Non abbiamo mai capito cos'era davvero successo. Dove fosse davvero quella prigione. Non sappiamo come andò a Via Fani, quale percorso fecero per portarlo via, chi e come gestì l'interrogatorio, in quanti e in quali luoghi fu tenuto prigioniero. L'unica cosa sicura è che la versione dei brigatisti, con la Renault rossa che la mattina del 9 maggio percorre undici chilometri con il corpo del bagagliaio, da via Montalcini a via Caetani, attraverso una Roma presidiata da migliaia di agenti, è insostenibile". "Mia madre fu molto forte, per tutto il tempo. Fummo sottoposti a più di una prova. L'anniversario della vittoria elettorale Dc del 18 aprile, quello della Liberazione, il primo maggio; ci si attendeva qualcosa per ognuna di queste date. Poi venne il falso comunicato Br, che invitava a cercare il corpo nel lago della Duchessa. Si capiva che era una bufala. Un posto così lontano. Sotto la neve. Quel che non si è capito è chi l'abbia organizzata, e perché. Vedo che l'ex magistrato ed ex sottosegretario di Andreotti Vitalone ne ha quasi rivendicato la paternità. Per creare incertezza nelle Br, dice". Anche Giovanni Moro ha fatto politica, a suo modo, e in forme non del tutto disgiunte da quelle del padre. Nei movimenti che ha animato, da "Febbraio '74" a "Cittadinanzattiva", ha lavorato sul rapporto tra politica e società, ha ripreso alcune delle intuizioni di Moro, sulla crisi della rappresentatività dei partiti, sulla soggettività politica autonoma della società. "Ma non è vero che fosse pessimista. Era un realista. Sapeva ascoltare, e non soltanto noi. Andava alle riunioni dei giovani delle parrocchie, si sedeva in ultima fila, prendeva appunti, e i ragazzi si stupivano che non chiedesse di parlare. Lavorava per allargare l'Europa, firmò per la Comunità Europea la Carta di Helsinki primo riconoscimento tra Est e Ovest. Quando fu rapito in tanti incarognirono, il salvatore della patria divenne un pazzo, un malato di mente, uno zombie, un burattino, un fantoccio, un drogato, un affetto dalla sindrome di Stoccolma, un vigliacco che non si comportava come i martiri della Resistenza. Eroi a basso prezzo, che si sono rappresentati come vittime mentre era un altro a morire. Sto ancora aspettando una loro parola. Stiamo aspettando da 25 anni che la classe dirigente del paese faccia i conti con l'omicidio di Aldo Moro".
Aldo Cazzullo

9 maggio 2003 - AGNESE MORO: MIO PADRE E LA SUA POLITICA UMANA
"Il Corriere della sera"
LA LETTERA / La figlia dello statista ucciso: "Fu pacato, ma anche un lottatore instancabile. Uomo libero e mai cinico"
Le "moltitudini" di mio padre e la sua politica umana
di AGNESE MORO
Ci sono uomini del secolo appena concluso che illuminano ancora le nostre vite e la storia per qualche cosa di speciale che li ha caratterizzati e che hanno lasciato a tutti noi. Papa Giovanni XXIII ha incarnato una Chiesa piena di compassione e di speranza per ogni essere umano, vicino o lontano, credente o non credente che fosse. Martin Luther King ha dato alla parola "amore" una forza dirompente, capace di muovere le coscienze tanto da rendere possibile ribaltare posizioni consolidate di subordinazione e di oppressione. A Ghandi dobbiamo la consapevolezza, prima impensabile, della pacifica e inarrestabile forza che hanno in sé le masse di popolo di tutto il pianeta.
Sono persone che hanno molto sofferto e sono persone nostre. Anche se non siamo cattolici, afroamericani, indiani, se parliamo altre lingue e abbiamo culture diverse da quelle che furono le loro, essi sono nostri. Perché hanno parlato ad ognuno di noi, ci hanno dato e ci hanno chiesto di dare il meglio e hanno camminato davanti a noi.
È stato Aldo Moro, mio padre, uno di loro? Certo fu un uomo illuminato e di una acutissima intelligenza; fu uomo profondamente libero e non fu mai cinico. Non si nascose mai la durezza di una situazione, ma non perse mai per questo la speranza. Fu uomo di profonda fede, senza per questo essere arrogante o fazioso. Fu pacato, ma anche un lottatore instancabile; prudente, ma capace di pensare e di costruire strade completamente nuove. Se possiamo pensare di collocarlo sulla via di quegli uomini nostri non è tanto per queste - tutte - importantissime caratteristiche, quanto piuttosto per il fatto che non gli siamo stati estranei in nulla. Era uno di noi. Condivideva le speranze e le angosce di ognuno di noi. Si chinò con amore a proteggere ogni piccolo e grande frutto della "nuova umanità" venuta avanti nel secondo dopoguerra; dal grandioso affacciarsi sulla scena del mondo di popoli ormai liberi, fin lì resi invisibili e muti, al desiderio di rigenerazione di tanti giovani; dal dolore del singolo ai grandi drammi collettivi.
Speciale in lui fu il modo di concepire e di vivere la politica come strumento utile a creare le condizioni per l'autoliberazione di tante persone comuni ("le moltitudini") portatrici di una nuova legge morale, desiderose di prosperità, di giustizia e di pace per sé, ma anche per gli altri. Le prese sempre sul serio queste moltitudini, senza blandirle, ma impegnandole piuttosto in un dialogo serrato, proponendo anche temi duri e impopolari. Senza mai rassegnarsi a considerarle egoiste o apatiche, ma leggendone sempre le enormi potenzialità e incoraggiandone la grandezza.
Per lui la politica valeva se e solo se legata al destino, grande, degli uomini. Con lui la politica volle essere e fu "intensamente umana".
Per questo è rimasto nel cuore non solo della sua famiglia che, da lui intensamente amata, lo riamò enormemente, ma anche di tanti, italiani e non, che ne sentono ancora vivamente la mancanza e non lo dimenticano.

9 maggio 2003 - GIANNI FONTANA: LA FINE DI MORO, FINE DI UNA POLITICA
"L' Arena"
La fine di Moro significò la fine di una politica
L'immagine che mi si presenta, quando penso ad Aldo Moro, non è quella dell'uomo politico che dominava l'assemblea col suo periodare disteso, profondo, non facile che silenzio e attenzione, non quella del suo incedere severo e pensoso che suscitava ad un tempo soggezione e confidenza, ma quella del condannato umiliato, mortificato con alle spalle la stella a cinque punte, la camicia bianca, e quel volto chiuso nella solitudine della separazione dall'esistenza. Di fronte a quel volto l'impotenza, l'inutilità, il coraggio insufficiente, la paura di osare, il dolore di non potere, di non volere, l'angoscia.
Qualcosa in noi andava a morire con " quell'uomo mite e buono ", che ha fatto urlare il grande amico Paolo VI parole di drammatico filiale risentimento verso il Padre che sta nei cieli.
Qualcosa di elevato, di generoso moriva in noi quel giorno.
Maestro di cultura, ricco di fede e di umanità, una cultura del diritto, non solo, ma quella di intuire la strada che avremmo percorso, una fede mai avvolta nella bandiera dell'integralismo e mai espressa da un ritualismo conformista senza anima.
A Napoli, nel congresso della Democrazia cristiana del 1962, nel quale parlò per quattro ore senza annoiare e senza produrre interiori repliche al suo panorama di analisi e di prospettiva, espresse grandi valori e contenuti sul rapporto tra politica e fede, sicuro che il suo orizzonte non poteva turbare nessuna coscienza aperta e intelligenza di ricerca.
Dicevamo "intuire", cioè vedere prontamente, vuol dire disegnare la prospettiva: ciò è possibile se si sa approfondire con lo scandaglio di un'attenta lettura, ciò che esprime o cerca di esprimere la realtà complessa difficile da interpretare.
Non esiste realtà facile. Se fosse facile, la politica sarebbe l'arte dell'ovvietà.
Moro aveva presente l'orizzonte che disegnava grandi interrogativi: le ideologie si sarebbero ritirate? Si sarebbe arrivati ad un disarmo globale? L'Europa, dopo la tragedia delle grandi guerre sarebbe stata il continente della nuova politica? Nella sua esperienza era sempre presente il grande bisogno di affermare la costituzione, lo stato di diritto, le regole perché il Paese non diventasse un luogo di conflitti permanenti, di poteri forti, magari occulti, un Paese di difficile democrazia.
Alto era in lui il senso della partecipazione politica, alto il senso della titolarità della sovranità del popolo così profondamente in antitesi con le tentazioni del populismo e del neonazionalismo.
Non era Moro un uomo freddo senza sentimento e tutta ragione: la famiglia, i suoi studenti ed i suoi amici sono stati per lui il campo di attività affettiva e spirituale più autentico. Certamente la Chiesa, e da quel campo ha coltivato un profondo senso di sofferenza e di carità della politica.
Ebbene, si è perduta, con la tragica perdita di Aldo Moro, la politica.
La politica dei grandi momenti, delle grandi prospettive, delle generose testimonianze alte di moltissimi protagonisti non è più rintracciabile, è finita.
Allora per chi sente il bisogno di attivare la memoria, il dovere è quello di ricordare.
Guai se ci lasciamo tentare dalla terapia dell'oblio.
Bisogna ricordare e richiamare alla memoria il bene che ha fatto Aldo Moro, le sue convinzioni, il suo perseverante cammino, il punto di partenza, la strategia della democrazia compiuta, dell'alternanza, di una convivenza più responsabile, più abitata da comuni valori. Una politica fatta nella situazione di frontiera dell'Italia, in un travagliato conflittuale clima sociale e politico, con tutte le deviazioni e degenerazioni del sistema. Ebbene questa politica, ora, mi appare avesse un andamento lineare nei suoi aspetti di positività, nella sua missionarietà.
Moro è caduto sul fronte della sua strategia della democrazia compiuta nella stagione in cui il terrorismo sembrava la nuova rivoluzione.
Il terrorismo è stato un'ideologia del nulla, si sa che anche il nulla produce terremoti, è stato l'antitesi della politica, un luogo del malessere. Non è partito dall'idea, ma dal collettivo: lotta allo Stato, alle forze politiche dominanti, ai cosiddetti "servi del potere", all'informazione, alle culture. Non una rivolta contro l'insopportabile, ma una rivoluzione contro la democrazia possibile, contro la costituzione.
E poi? Gruppi che cozzavano contro i lampioni rompendone molti ma restando con le ali bruciate.
La guerriglia urbana inutile perché mancava il progetto. Probabilmente ancora oggi i terroristi che furono più radicali non sentono alcun bisogno di perdono: restano le sottigliezze ideologiche, la loro mente fredda, la convinzione di aver perduto ma non sbagliato.
Una rivolta metafisica e poi fisica, perché dalla profondità della loro coscienza era scomparsa la propria identità di persone.
Tuttavia l'antipolitica un risultato l'ha ottenuto: lo Stato non è stato sconfitto, ma, e qui ripeto la mia convinzione, con Moro è morta la politica.
La storia del Paese che tutti noi ha coinvolto, ricordavo, mi risulta lineare
Veniamo da lontano e sono certe date importanti che ci dicono chi siamo stati e chi siamo. Parto dal 28 ottobre '22, la nascita del Fascismo; luglio '38 pubblicazione del manifesto della razza, cui fanno seguito provvedimenti antisemiti; giugno '40 dichiarazione di guerra; 25 luglio '43 voto contro Mussolini nella seduta del Gran consiglio del fascismo; 25 aprile '45 liberazione; 2 giugno '46 referendum monarchia-repubblica; 27 dicembre '47 De Nicola firma la legge fondamentale dello Stato.
Da quella storia siamo partiti.
La politica doveva conciliare le classi da sempre escluse e in credito di giustizia, cattolici compresi, con lo Stato. È in quest'ottica che va letto il centrismo degasperiano ed è in quest'ottica che va letto il centrosinistra di cui Moro ha perorato la necessità. Ed è in questa ottica che Moro affronterà il tema della solidarietà nazionale.
Certamente ostacoli a questo processo ce ne sono stati molti, anzi moltissimi, non tutti a dire il vero, privi di buone motivazioni: pensiamo ai dubbi che poteva suscitare il centrosinistra. Fu infatti Andreotti che parlando di questo rapporto con i socialisti, richiamandosi al matrimonio come "casti connubi", parlò di cauti connubi, perché, per molti, quel socialismo non era ancora maturo, nel senso di radicalmente autonomo, dalla ideologia più massimalista, per accedere al governo.
Verso la solidarietà nazionale, forse con più motivate ragioni, c'erano molte critiche e perplessità: non bastarono gli strappi di Berlinguer da Mosca, si temeva il potere comunista e, quello che è peggio, un sincretismo tra cattolicesimo politico e comunismo.
La politica della solidarietà nazionale che, nella strategia morotea realizza quella che lui definiva una linea di contatto reciprocamente istruttivo tra Dc e Pci, costruisce nel tempo forze alternative ma reciprocamente affidabili nel medesimo contesto democratico, e quindi una democrazia compiuta.
L'assassinio di Moro ha interrotto l'evolversi di questo processo storico ed ha segnato l'inizio della fine del vecchio assetto dei partiti dopo la lunga agonia degli anni '80.
Possiamo trovare oggi, in questo discusso tormentato litigioso bipolarismo, qualche sembianza di quella solidarietà nazionale?
Forse si forse no.
Sì, se gli schieramenti riescono ad avere una caratura ideale culturale e politica di buon livello, anche in rapporto alla mutata situazione internazionale e dei problemi che pongono i temi della giustizia, della pace e della libertà nel mondo: questioni che interessano popoli e moltitudini. Questioni difficili da affrontare perché richiedono il governo del mondo che non si fa né con le armi, né con le ideologie, né con le tecnologie, ma con i valori.
Gianni Fontana
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione dell'onorevole Gianni Fontana, che ai tempi del rapimento Moro era sottosegretario ai Lavori pubblici.

9 maggio 2003 - CASO MORO: LETTERE A DAGOSPIA
"Dagospia"
MORO PER SEMPRE - OGGI, 9 MAGGIO 2003, VENTICINQUESIMO ANNIVERSARIO DELL'ASSASSINIO DI MORO: E IL COMPLOTTO FA IL BOTTO...
Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera 1
Caro Dagospia,
ti segnalo alcuni articoli interessanti, anche se di segno opposto, pubblicati oggi, 9 maggio 2003, venticinquesimo anniversario dell'assassinio di Aldo Moro.
Da un lato, Cotroneo (Espresso) e Mantovani (manifesto) attaccano, usando praticamente gli stessi argomenti, le tesi "complottiste" (ma é complottista chiunque ponga domande?). Dall'altro, l'articolo molto bello di Cazzullo su La Stampa, che raccoglie le riflessioni e lo sfogo di Giovanni Moro.
E' davvero curioso, caro Dagospia. Mentre la famiglia Moro insiste (e giustamente) sulla necessità di fare chiarezza, i giornali di sinistra e di centro-sinistra continuano a ripetere (si é incantato il disco, per favore, qualcuno provveda a sostituirlo) che le inchieste giudiziarie hanno già chiarito tutto, non c'é null'altro da sapere.... Come si spiega?
A presto,
Giovanni Fasanella

Lettera 2
Caro Dago, continuo a scriverti non per mania di protagonismo, ma perche' in effetti, come notano bene Fasanella e Rocca, sembra che ci sia una specie di patto per mettere definitivamente una pietra sopra al caso Moro. Ormai la parola d'ordine e' quella che, fino a qualche anno fa, era la posizione di Moretti e di Cossiga:"tutto e' chiaro, non c' e' piu' nulla da scoprire e, se c'e' qualcosa ancora da chiarire riguarda solo particolari secondari e inessenziali". Puo' anche darsi che sia cosi'. Con buona pace di Cossiga e Satta pero', io direi che almeno un punto debole innegabile di tutta la ricostruzione c'e' ed e' il 18 aprile quando, in una strana contemporaneita', viene scoperto il covo di via Gradoli e viene trovato il falso comunicato del lago della Duchessa.
E sul 18 aprile mi sembrano deboli le posizioni di tutti i protagonisti della storia. Puo' forse essere vero che nell' appartamento di via Gradoli c'e' stata una perdita d'acqua, ma sembra molto piu' verosimile invece che la scoperta sia stata pilotata. E nella nuova edizione del suo libro "La tela del ragno", l' inossidabile Flamigni spiega che la versione 'revisionista' di Satta, che esclude il dolo, e' basata su foto scattate dalla polizia dopo l' intervento dei pompieri e dopo che il telefono della doccia era stato rimesso a posto.
Nessuno dei brigatisti ha pero' ammesso mai, neanche per lontana ipotesi, la possibilita' di un intervento, interno o esterno, che ha portato alla caduta del covo. Inoltre, secondo le ricostruzioni, in via Gradoli dormiva Moretti il quale, quasi tutti i giorni, andava in via Montalcini per interrogare Moro (ma non poteva trovare un covo piu' comodo ? via Gradoli e' sulla Cassia, a nord di Roma, via Montalcini tra la Magliana e Ostiense, a sud, con il traffico di Roma e con tutti i posti di blocco che c'erano allora).
Ora,le piu' elementari norme di sicurezza, che si trovano in tutti i manuali del perfetto brigatista, dicono che, dopo la caduta di via Gradoli, il covo di via Montalcini era diventato estremamente insicuro. Come escludere infatti che in via Gradoli ci fosse qualcosa che potesse ricollegare alla zona della prigione o che qualcuno potesse mettere in relazione la presenza di Moretti nei due luoghi ? Pero' via Montalcini non fu abbandonata (o almeno cosi' dice la versione ufficiale). D'altra parte le norme di sicurezza non sembrano il forte di Moretti e Balzerani, se e' vero (e' vero ?) che in via Gradoli tutti gli elementi dell' immaginario armamentario del perfetto brigatista erano sparsi in bella vista per tutta la casa.
Ma sembra anche poco verosimile che investigatori esperti e smaliziati (non lo erano ?) possano aver preso per buono (ma lo hanno fatto ?) in quel modo un comunicato palesemente falso e aver organizzato un'orgia di spiegamento di forze per sondare con le bombe un lago ghiacciato da mesi, nell' improbabile attesa di trovarci Moro. Pero' lo hanno fatto (o almeno questa e' la versione ufficiale).
E sembra poco verosimile che nessuno finora sia riuscito a dare una spiegazione attendibile alla contemporaneita' dei due eventi, o abbia dato una spiegazione verosimile ai veri motivi del falso comunicato. E se e' vero (e' vero ?) che Vitalone aveva suggerito di usare un qualche espediente del genere, chi lo avrebbe messo in atto ? Nessuno lo ha mai detto, ma forse perche' non di questo si tratta.
E (anche se il rispetto che ho per la famiglia Moro mi rende difficile tirare in ballo anche loro) sembra anche poco verosimile che nei riguardi dell' indicazione di Gradoli la famiglia abbia preso per buona la versione della seduta spiritica senza pretendere ulteriori spiegazioni.
Come vedete, quel 18 aprile ci sono state molte cose che ancora non quadrano. Ma forse sbaglio io e probabilmente hanno ragione Cossiga e Moretti. Scusate un povero vecchio supereroe un po' rimbambito.
Tutto cio' non elimina comunque la mia obiezione principale al libro di Fasanella e Rocca: dopo averci spiegato per centinaia di pagine quanti capelli aveva in testa la settima amante di Markevitch e che cosa il maestro aveva mangiato per colazione il 13 aprile del 1934, quando poi si tratta di andare a stringere sul concreto, si limitano a considerazioni generiche e illazioni non documentate che per sillogismi. Non c' era bisogno di tutto cio' per concludere che c'era un interesse da parte di Est e di Ovest a fare in modo che le cose in Italia non rischiassero di cambiare, e che Est o Ovest (o Est ed Ovest) possono aver messo in moto qualcuna delle organizzazioni segrete, di cui sembra che l' Italia fosse piena.
E se e' vero che c'e' un muro davanti al quale tutte le piste si fermano, e' vero che anche loro si sono fermati molto prima di quel muro. L'impressione e' che sappiano qualcosa in piu' di quello che hanno scritto. Ma non l' hanno scritto. Forse per tutelare la fonte ? Io pero' continuo a pensare che molte delle piste sbucate fuori negli ultimi (e anche nei penultimi) anni, non siano nate in maniera del tutto "innocente", che le tracce buone vadano ancora cercate in quelle apparse nei primi momenti e nei primi tentativi di ricostruzione logica. E che sia necessario seguire il filo di tutte le notizie che appaiono e poi scompaiono, o delle "voci dal sen fuggite" che poi vengono ritrattate, o delle inchieste che cominciano e che poi si perdono per strada. Perche' il caso Moro e' come un puzzle dal quale qualcuno ha portato via qualche tessera e qualcun altro (o lo stesso di prima) ha aggiunto qualche tessera falsa. Almeno per quanto riguarda Walt Disney pero' le cose sono abbastanza chiare. E' risaputo che il vecchio Walt era massone e appassionato di occultismo ed esoterismo, il che non diminuisce il suo valore. Saluti a tutti
Nembokid

Lettera 3
Caro Dago, ma perché ti sei fatto portavoce di Fasanella & co. ? Capisco tutto il tuo anticonformismo ma "Il misterioso intermediario" è, sul piano della veridicità storica, assolutamente indifendibile. Sul piano della fiction ha quel fascino che aveva "Il pendolo di Foucault" il romanzo meno letto (ma il più bello) di Umberto Eco. Soprattutto non si capisce come tu possa spacciare come "cosa seria" il fatto che il libro sarebbe stato messo in quarantena perché cita come fonte "Maurizio Blondet". (a proposito non trovo più traccia negli archivi di quel pezzo dove narravi queste vicissitudini della Fasanella's band: ti sei autocensurato?) Non si capisce e diventa fuorviante per i tuoi lettori se prima non spieghi che genere di personaggio è questo Blondet. Diciamo grosso modo che dal punto di vista della credibilità si potrebbe avvicinare a Maurizio Mosca quando "spara le bombe". Con la differenza che se ormai la credibilità nel giornalismo sportivo è merce rara (e che nessuno in realtà richiede) nella ricostruzione storica in realtà andrebbe perlomeno garantita.
E invece Maurizio Blondet è persona che non esita ad affermare ad esempio in un'intervista rilasciata nel 1996 alla rivista "Teologica" che "Certi personaggi praticano strani riti su un'isola vicino a Washington. Sono personaggi di alto livello, si riuniscono, in notti di luna piena, e celebrano dei riti molto particolari. Naturalmente nessuno vuole indagare su questo perché si tratta di gente molto potente. Sono cose che si sussurrano. Allo stesso modo in certi "entourage" politici di alto livello si dice, molto sottovoce, che vengano stuprati dei bambini. Il tutto avviene in un sottofondo rituale di magia nera. Non sono persone comuni che fanno queste cose, si tratta di gente che ricopre altissime cariche, funzionari del Pentagono, etc.".
E ancora, questo signore non si è limitato a scrivere qualche articolo ma ha compilato un intero tomo sulla casa editrice Adelphi. E per che motivo? Per denunciare un club di intellettuali snob che negli ultimi anni hanno perso un po' di verve culturale? No! Per denunciare che la Adelphi sarebbe al centro di un complotto di "Iniziati" per far rivivere la "gnosi" eresia vagamente sincretica che avrebbe come scopo ultimo quello della distruzione della chiesa. Ovviamente tutto questo condito da favolose storielle su massoneria, rosacroce, illuminati di Baviera e sionisti alle prese con la ricostruzione del Tempio ed esperimenti genetici per ricreare la stirpe ebraica autentica. O alla "rivoluzione del '68" come quella francese e quella sovietica "a lungo preparata". E da chi? Dal governo dei "banchieri" che preparano il "Nuovo ordine mondiale". Una robba che il famoso S.i.m. delle Br (lo stato internazionale delle multinazionali) impallidisce. Ora da questo corredo di bestialità è abbastanza evidente che un libro che cita come fonte il Blondet come se fosse il Bignami di storia andrebbe preso con le molle. Tutto il resto è fiction.
Jannis

Lettera 4
Vi chiedo la cortesia di poter avere una casella di posta elettronica tramite la quale contattare Fasanella & Rocca. Vi ringrazio in anticipo e mi complimento con Voi per il servizio pubblico che svolgete.
Franco Grassi

9 maggio 2003 - MORO: PRESIDENTE CIAMPI IN VIA CAETANI
ANSA:
Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha deposto una corona in via Caetani sotto la targa che ricorda Aldo Moro, presidente della DC ucciso 25 anni fa dalle Brigate Rosse.
Il Presidente e' rimasto qualche minuto in raccoglimento nel punto in cui i brigatisti abbandonarono la Renault 4 rossa con a bordo il corpo dello statista democristiano e si e' poi allontanato in auto.
Poco dopo a rendere omaggio alla targa che ricorda Aldo Moro in via Caetani, sono arrivati il presidente del Senato Marcello Pera e, in rappresentanza del governo, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, che era accompagnato dal capo della polizia Gianni De Gennaro.

10 maggio 2003 - EX TERRORISTI E FAMIGLIE VITTIME
"La Gazzetta di Reggio"
Allacciato un rapporto con le famiglie di alcune fra le vittime del terrorismo
I DISSOCIATI Bonisoli e Azzolini oggi lavorano
g.p.d.m.
REGGIO. "Il perdono non mette il cuore in pace, non dà giustificazione a chi è responsabile di atti delittuosi. Al contrario, ti fa sentire così piccolo, ti fa vedere il tuo gesto del tutto inutile, e ti spinge a cercare la strada per una riparazione. Magari il processo non è così immediato, ma prima o poi questa maturazione arriva. E il mio sogno è che possa arrivare per tutti".
Così Franco Bonisoli, il terrorista reggiano che partecipò al rapimento di Aldo Moro, in un'intervista uscita sull'ultimo numero di Famiglia Cristiana. Un Bonisoli che dopo una condanna all'ergastolo, da un paio d'anni è libero perché dissociato e dirige una società di consulenza nel settore ecologico.
Oggi l'ex brigatista si è avviato su un altro percorso di vita, guarda con orrore gli ultimi episodi di violenza omicida, come l'uccisione di D'Antona e di Marco Biagi. Al punto da condividere un'analisi fatta da Andrea Casalegno, figlio di una delle vittime delle Brigate rosse: "Materialmente sganciati dal rapporto con il sociale", i terroristi hanno "una logica da serial killer: uccido per esistere".
"I funerali di Mario Galesi - afferma Bonisoli - mi hanno fatto una grande impressione. Quel vuoto pneumatico mi ha dato la sensazione che il campo delle sue relazioni fosse ridotto tutto e solo dentro il gruppo, e quindi il suo rapporto con il mondo esterno fosse praticamente inesistente".
Bonisoli racconta di aver lavorato alla ricostruzione della sua "umanità", attraverso un impegno proprio in quel volontariato cattolico che disprezzava all'epoca della sua militanza ideologica. Ha cercato un rapporto anche con famigliari delle vittime della violenza Br: "A un certo punto della mia vita - dichiara a Famiglia Cristiana - dopo la chiusura con il passato, ho cercato un dialogo di comprensione umana sia con alcuni familiari sia con alcune persone direttamente colpite da noi, come, ad esempio, Indro Montanelli. Questo evitando forzature. Ho ricevuto delle grandissime lezioni di vita".
Bonisoli rifiuta però l'interpretazione delle Br avvolte nel mistero, etero-guidate da qualche mano che voleva usare politicamente il terrorismo: "Penso sia un vecchio vizio italiano quello di non accettare le cose semplici e chiare, ma DI doverci vedere sempre qualcosa di misterioso dietro. Per quanto mi riguarda, penso che non ci sia più nulla da chiarire".

10 maggio 2003 - CASO MORO: COSSIGA, FORSE DON MENNINI ANDO' DA MORO
"Giornale di Brescia"
A 25 anni da quel 9 maggio, intervista nella residenza dell'ex presidente della Repubblica
Cossiga: Forse c'è chi arrivò a Moro
"È probabile che Aldo abbia ricevuto un'ultima consolazione". Il mistero di Misasi
Tonino Zana
L'attesa sarà breve, spiega il sindaco Groli di Castenedolo, "Gian Battista, giovane amico sindaco e onesto centrista", come lo chiama il personaggio che sta arrivando. Sarà breve perché Cossiga è un puntuale, rispetta l'agenda e noi siamo scritti sulle 11 di un mattino di sole, con l'affidamento concordato di un'ora e mezza. L'ex presidente è ospitale, dicono i suoi ospiti, tranne chi non entra nella sua casa comoda, non lussuosa di via Quirino Visconti, 100 metri sotto il Palazzaccio, una super scorta davanti al portone, sulle scale, nell'appartamento e ci assicurano perfino nello sgabuzzino. Come dire, servizi segreti e servizi domestici si confondono come si confonde l'uomo che ha servito e serve la comunità nazionale anche quando sta a casa. Cossiga ha sempre preferito distinguere tra Quirinale e casa privata, tra Palazzo e salotto per cui, non rimanendo a Palazzo deve tenere davanti alla stanza da letto una scorta lunga tutta la sua memoria, degli uffici e dei segreti, della sua inattaccabilità morale e della precarietà morale di tanti attori e comprimari della politica di ieri e di oggi. Per un istante viene in mente un film di Alberto Sordi, guardia del corpo di un industriale milanese al tempo dei sequestri. È un pensiero di alleggerimento, una distrazione momentanea dal sequestro dei sequestri, dal balbettio politico più inquietante di quei drammatici 55 giorni. Siamo nella sala di tanti scaffali di libri, di fotografie di reali, Elisabetta e Baldovino, di presidenti, ministri e amici. Di un'anfora dipinta e firmata da Bettino Craxi. Siamo a casa del presidente Cossiga per parlare dell'amico sacrificato, della vittima designata in quanto il migliore. Dell'amico assassinato, la cui sembianza appare sulla sinistra del divano di Cossiga, con dedica, rarissima spiegherà poi il senatore a vita: "A Francesco Cossiga, con vivissima riconoscenza e grande cordialità, Aldo Moro". Parliamo di Moro, del sequestro, della morte e del pensiero. Parliamo, senza parlarne, della speranza che chi ci precede affida a chi è in viaggio. E che Moro creò dalla prigione, forse nel più acceso degli addii cristiani, nel più umano e letterario ricomporsi davanti al carnefice, in un estremo colloquio ideale con la moglie: "Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo...". Francesco Cossiga compare quasi all'improvviso, silenzioso anche per via di un paio di scarpette di lana e di un'andatura convalescente: "Esco adesso da una polmonite...", si appoggia al braccio per un'incertezza mattutina e forse per un farsi compatire, regalmente sassarese, classe 1928, assicurandosi che gli interlocutori abbiano subìto il lieve impercettibile sobbalzo di apprensione, quasi calcolato dalla sua simpatia, dalla battuta: "Tranquillo, non è la polmonite killer...". Chiede due biscotti e un bicchiere d'acqua per sciogliere le pastiglie che gli stanno sulla gola. Sulla gola come Aznar, dalla cui terra - ride Cossiga - è appena tornato come da un'incursione per sostenere i suoi amici baschi. Infine si siede come si dichiarasse prigioniero politico: "Sono pronto, dimmi...", passando alla concessione del tu con l'abilità innata di chi conosce a menadito la Treccani dei piccoli piaceri psicologici di giornata. Presidente, quale è la sua conversazione con Aldo Moro, 25 anni dopo il suo assassinio? Nella mia sconfinata e dolorosa rilettura dei documenti e del pensiero politico e giuridico di Aldo Moro, sono ormai certo della sua sostanziale autenticità psicologica e morale nei messaggi dalla prigione. Credo che il contenuto delle lettere corrisponda alla sua filosofia politica. Io sono uno di quelli che ha sbagliato... È difficile ricordare Moro, presidente? Si tende a mitizzare, spesso, la vicenda Moro così che egli diventa una specie di immaginetta. Del resto c'è una forma di arte sacra minore che finisce per togliere la santità. Io penso che ci sia stata una mitizzazione di Aldo Moro con il rischio di tramandarlo in modo non corrispondente al vero, perdendo la tragicità della vicenda. Mitizzazione in che senso? Ripeto, una specie di mitizzazione da immaginetta. Ma la vera storia è che Moro era il pilone del sistema e per questo è stato scelto. Non si è ancora capito bene che Moro è stato assunto dalle Brigate Rosse come il punto di elezione, non solo e non tanto il cuore dello Stato, ma il personaggio equilibratore del sistema politico italiano. Ed era il personaggio che aveva compreso più di tutti le Brigate Rosse, al punto che esse lo hanno individuato come il più temibile avversario. Moro aveva capito benissimo che le Brigate Rosse erano un'organizzazione politica rivoluzionaria. Ebbi la sensazione immediata, allora, che Moro sarebbe stato ucciso.... E il dolore per Moro, presidente Cossiga, anch'esso è mitizzato? No. Il dolore è un dolore in carne ed ossa. Il mio dolore è concreto, verso l'uomo che è stato assassinato. Anche perché io conosco chi gli ha sparato, li ho conosciuti tutti i brigatisti rossi... Presidente, ci dica di questi brigatisti che ha conosciuto. Guardi, alcuni di loro ritengono che quella forma di lotta sia stata un errore. Altri ritengono che fosse giusta, ma in un momento sbagliato. Infine, un terzo gruppo sostiene che è stata una battaglia giusta ed è stata persa. Perché lo avrebbero ucciso? Per celebrare la loro teologia del terrore. Se fosse mancato il sangue non si sarebbero sentiti vincitori. Le Brigate Rosse non avevano compreso che avrebbero dato un colpo mortale molto più forte alla solidarietà nazionale - il loro autentico obbiettivo - liberandolo piuttosto che uccidendolo. Io mi sento colpevole sia perché era stato Moro a volermi ministro dell'Interno sia perché non lo ho saputo difendere, anche se nei suoi confronti erano state adottate tutte le misure d'uso.... E le Brigate Rosse di oggi sono figlie di quelle di ieri? Chi sono? Tutta un'altra storia. È cambiato il mondo da allora. Le Br di oggi sono l'asilo nido rispetto alle Br storiche.... È vero che Moro temeva di essere sequestrato? In realtà lui non temeva il sequestro o qualcosa di simile, per sè: lui, per sè, non temeva nulla. Sono stupidaggini messe in giro da qualcuno. Non mi ha mai chiesto l'auto corazzata, gliel'avrei data. Ne avevo tre. Moro non era preoccupato per sè, lo era stranamente per me. Quando gli raccontai che erano state formulate minacce nei miei confronti mi riprese amorevolmente e duramente: "Fa il tuo dovere, ma ricordati che hai moglie e figli...". Questo accadde molto prima del 16 marzo? Guardi, due giorni prima di essere sequestrato, due giorni prima che trucidassero la sua valorosa scorta (ndr: Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino) mi chiamò al telefono. Erano le 8 del mattino (cosa strana per lui con la pressione bassa che faticava a carburare) e mi raccomandò di essere prudente.... Che cosa può dirci, oggi, dei cosiddetti misteri intorno all'"affare Moro", per esempio a un canale di andata e ritorno dalla prigione di via Montalcini. Lei ritiene che qualcuno sia entrato là dentro a parlare con Moro e poi sia uscito. E poi abbia taciuto? Moro è stato sequestrato, nascosto e assassinato dalle Brigate Rosse. Punto. In questi anni ne sono uscite di tutti i colori. Su un probabile canale di andata e ritorno dalla prigione, bisogna chiederci come mai Moro potesse essere a conoscenza che Riccardo Misasi, a differenza di tutti i suoi amici della sinistra di Base, non fosse d'accordo sulla non trattativa. Questo sì che è un mistero... Si è parlato di un sacerdote che avrebbe confessato il presidente Moro... È probabile che sia vero. Questa è un'altra mia sconfitta come ministro di allora; ma è una consolazione fortissima sapere che Aldo possa aver avuto un conforto nelle condizioni in cui era costretto. Alla fine di una manifestazione pubblica, si dice che Cossiga abbia incrociato don Antonello Mennini, viceparroco della parrocchia di Santa Chiara e confessore di Moro e si sia rivolto a lui dicendo: "Caro don Antonello, lei ci ha fottuto tutti...", ricevendo in cambio il silenzio di sempre. In un recente convegno a Brescia, Giovanni Moro ha dichiarato che il pensiero di suo padre trattiene tutta la sua storia, compresa la prigione. Cosa pensava Moro della Dc e del Pci, mentre era segregato? Moro non cercava di salvarsi ad ogni costo. Moro combatteva la linea della fermezza anche perché essa era la spia del suo fallimento, nell'aver sperato nella maturazione dei comunisti. Moro credeva che la linea della fermezza comunista fosse una permanenza della concezione statolatrica leninista. Capiva che i comunisti non erano ancora maturi. L'immaginetta di Moro filocomunista è una falsità Moro era durissimo, in privato, nei confronti dei comunisti. Moro non è mai stato un uomo di sinistra. Moro era un cattolico sociale non il cattolico liberale che la gente poteva credere. Per lui lo Stato era un mezzo tecnico non il fine: tra la vita di suo nipotino Luca e lo Stato, Moro sceglieva la vita di Luca. Alla fermezza dei democristiani, Moro, semplicemente, non credeva. E Moro, oggi? Non è certo quello con l'Unità sotto il braccio nel monumento di Maglie. Una assurdità... Cosa le viene in mente, adesso, di Aldo Moro? Mi vengono in mente i giorni tribolati della sua elezione a presidente della Dc. Mi ricordo che Moro mi aveva sentito dire a Gargani di essere almeno un poco riconoscenti nei suoi confronti, dopo tutto quello che gli avevano combinato contro. Allora Moro mi aveva preso in disparte e mi aveva detto, discretamente, a bassa voce, come faceva lui: "Francesco, non pretendere queste cose, la gratitudine dal partito...". Entra la figlia Anna Maria, lo saluta con un calore antisabaudo, senza le mute riservatezze di origine insulare, lo rallegra immediatamente: Papà, i miei amici rifondaroli, i miei amici di Rifondazione comunista sono preoccupati perché si trovano troppo d'accordo con te, negli ultimi tempi. Si riferiscono al tuo atteggiamento sulla guerra... Però, fammi un favore, togliti quegli occhiali, che mi sembri Tarek Aziz... Intanto è già scattata la ragnatela telefonica delle sue sconfinate relazioni. "Ciao Minno, siamo dei giganti... Hai sentito la nuova coppia del secolo, hai sentito che vogliono lanciare la coppia Bassolino Prodi per le elezioni politiche. Eravamo e siamo dei giganti, caro Minno...". Minno, si capisce, è Mino Martinazzoli, grande amico dell'ex presidente della Repubblica. Se non fosse per una sua perfino antropologica alta borghesità, oggi Cossiga potrebbe apparire un monarca democratico senza regno ma con molti soldati in ascolto. Il passaporto del sindaco Groli, in casa Cossiga, del resto, è firmato dal Mino bresciano. Noi ci siamo intrufolati nelle tasche di Francesco Primo, da Sassari, per via di queste libere e comode trafile. Ringraziamo.

Ritorniamo in via Montalcini e incontriamo chi parlò e conobbe i terroristi
Nella prigione delle Br

Dalle 10 del 16 marzo alle 6 del 9 maggio 1978, Moro fu tenuto segregato nell'appartamento al primo piano di via Montalcini, a 11 chilometri dalla sua abitazione, in un quartiere semideserto, senza luci, in una strada larga 2 metri. Non è come oggi, che tutto è grande e chiaro, anche se appare attuale la potenza anonima di una metropoli in grado di nascondere e ingoiare qualsiasi corpo e qualsiasi spirito, al di là di forze dell'ordine impreparate e smontate - come allora - o allenate, come in un tempo ideale. Oggi non ancora, basterebbe pensare ai delitti impuniti di Biagi e D'Antona. Ecco via Montalcini, numero 8, interno 1, una palazzina costruita negli Anni Sessanta da una cooperativa di ingegneri dell'Agip, molto verde, abbordabile, basta suonare. I più, ora, non hanno gli anni giusti, non ricordano quasi nulla. A noi, quasi ossessionati da quel delitto non privato, risulta impossibile non incastrarci in una eco "morotea", in una scheggia viva della prigione. Finchè ci aiuta quel signore di mezza età, che avanza, verso le 15 e affronta il cancello che porta a casa, che fu la prigione di Moro. "Scusi, ci potrebbe dire dove...". Prima c'è diffidenza, qualche sarcasmo annoiato. Quindi intrecciamo conoscenze e amicizie comuni. Lui, il dott. Nicasio Ciaccio, era nella segreteria del ministro Ruffini e del ministro Mattarella, conosceva un bresciano. Ricorda: "... Domenico Bertarini, da Brescia come voi". E noi, amici di Bertarini, che è stato segretario particolare di Mino Martinazzoli quando era ministro di Grazia e Giustizia, ed oltre, gli componiamo il numero telefonico della sua vecchia conoscenza. Dopodichè ci sentiamo praticamente a casa nostra, finiamo subito davanti alla porta, alla stessa porta di allora, della prigione di Moro. Primo piano, due porte d'accesso. Suoniamo, lì dietro, il presidente Moro è stato nascosto per 55 giorni da tre terroristi, Anna Braghetti, Germano Maccari alias ingegner Altobelli e Prospero Gallinari. A far da spola, il capo delle Br, Mario Moretti. La storia di Moro esce dai testimoni diretti. Il dott. Ciaccio ci riferisce che l'ing. Manfredo Manfredi, progettista della palazzina, si era affannato a dire ad un dirigente della Questura romana che quei due - la Braghetti e Maccari - non gli piacevano. Ce lo riferisce adesso, in maniera assolutamente inedita. Dalla Questura avevano assicurato l'ing. Manfredi che la sera dopo, alle 21, sarebbero arrivati due funzionari. Non arrivò mai nessuno, dalla Questura, in via Montalcini. La suocera del dott. Ciaccio, la signora Monterosso, ha 92 anni, è lei ad aver acquistato l'appartamento che fu la prigione di Moro, è lei chi ci abita ancora adesso, assistita da una signora filippina, gentile e irremovibile: "...Qualche occhiata rapida... la signora è stanca...". Dentro è cambiata soltanto la carta da parati, due stanze da letto, un salottino con cucina e la libreria. Il trucco era la libreria a parete: spostata indietro costituiva una prigione rettangolare. Qui Moro ha scritto, pianto, pregato, in meno di 2 metri di lunghezza e 90 centimetri in larghezza. Qui, probabilmente, qualcuno lo ha confessato. Molti parlano di don Antonello Mennini, vice parroco di Santa Chiara. Don Mennini, subito dopo il sequestro finì nunzio apostolico in Africa. È uno dei misteri di un sequestro e di un assassinio mai completamente decifrati, ma solidamente chiari nell'impianto centrale. A poche decine di metri di via Montalcini abitava l'on. Paolo Cabras. Si fosse affacciato alla finestra avrebbe incrociato gli sguardi degli assassini. Una signora ricorda ancora una riunione dei condomini a cui partecipò Anna Braghetti: "Una persona gentile, riservata, nessuno avrebbe immaginato che potesse essere una terrorista. Votava sempre con la maggioranza". Quando il magistrato Imposimato, molto dopo il sequestro, bloccò la zona di via Montalcini e portò sul posto i due brigatisti, Moretti e la Faranda, non c'era altro che registrare il nome dei testimoni al processo. Fu una delle tante incursioni burocratiche di quegli anni. Uno di quei milioni di blocchi spaventapasseri posti a metà tra le troppe anarchie fiancheggiatrici delle Br e la superba, morticida saga della fermezza da parte di chi aveva trattato su ogni cosa e non intendeva trattare su Moro, temendo di riconoscere le Brigate Rosse. Temendo di riconoscere degli assassini che esistevano già al punto di uccidere una persona al giorno, quasi per un ventennio. Questo diventò in quei 55 giorni ed oltre la nostra Italia: totalmente ferma nella sua fermezza. (t. z)

Fuori dai palazzi, sepolto nel cuore degli umili a Torrita Tiberina
In vita, Aldo Moro, passò giorni sereni a Torrita Tiberina borgo medievale di qualche centinaio di anime a 50 chilometri da Roma, sui primi monti appena fuori l'autostrada, ad un'ora dal suo vecchio appartamento in via del Forte Trionfale; un'ora di strada dall'agguato di via Fani, alle 9 del 16 marzo 1978; ad un'ora di strada da via Montalcini, dove fu assassinato, intorno alle 7, la mattina del 9 maggio 1978. Ad un'ora di strada dal potere e dal calvario. Il camposanto di montagna è grande metà della chiesetta di Santa Chiara. Qui, Moro, ogni mattina si fermava a pregare prima di recarsi all'Università per parlare con una decina di studenti. Tra loro si confondeva il ventenne Sergey Sokolov, agente del Kgb. Quindi, la Fiat 130, che trasportava il presidente della Democrazia Cristiana, avrebbe puntato verso Montecitorio. Con comprovata regolarità. Il camposanto è grande anche quanto la casa di proprietà dei Moro a Torrita Tiberina, appena fuori dal borgo. Dalla casa alla cappella c'è un chilometro. Il presidente Moro, come lo chiamano ancora al paese, li percorreva a piedi, a debita distanza l'inseparabile maresciallo Leonardi. Certo e costante come il canto degli usignoli nelle siepi del camposanto, il saluto dei suoi paesani. "Noi siamo tutti rossi - racconta un anziano - ma per il presidente Moro abbiamo una venerazione. Mi pare di vederlo, camicia bianca, sopra un gilè scuro, il capo reclinato, lui, la moglie Eleonora, i figli, alla messa vespertina...". Il guardiano del camposanto è una donna, ha perso il padre da una settimana, lo piange seduta sulla pietra vicino alla piccola cappella di Moro. " I compaesani - dice - pregano per i loro cari, poi passano dal Presidente. Da fuori non viene più nessuno. Cossiga, fino a un anno fa, alle 7 era già inginocchiato sul gradino della cappella. La moglie Eleonora ha 88 anni, da qualche mese non guida la sua auto. Fatica ad arrivare fino quassù...". Sotto, la campagna degrada fino all'agro irrigato dal Tevere già maestoso, in un circuito a curve quasi solenni, di un verde immoto. Appena di là dal Tevere c'è Poggio Mirteto. Fece scalo il treno con la bara di De Gasperi. Moro lo salutò proprio ai piedi della propria vacanza. Consola immaginare che il suono delle parole rimanga e i due Presidenti continuino a sentirsi più fittamente che in vita. Li ascolta, Terzilio Antonelli, giardiniere di casa Moro, morto da poco, che ha chiesto di essere seppellito vicino alla tomba del Presidente composta nella frase principale di una pietra bianca, solo nome e cognome. Tutti uniti secondo l'inesorabile scansione in ferro scritta sul cancello: Nemini parco (non risparmio nessuno). Democrazia della Provvidenza: ce ne andiamo, alla pari, senza agguati, prigioni del popolo, implacabili fermezze. E sanguinarie esecuzioni in una cantina. Tonino Zana

Si apre la saracinesca del garage in cui lo statista democristiano fu ucciso
Raffiche su un uomo solo
Le parole scritte degli assassini, le risultanze dei processi, i testimoni confermano che Moro venne assassinato nel garage dove adesso ci troviamo, il sesto garage entrando dalla scala di una ventina di gradini o direttamente dall'ascensore che porta dal primo piano alla cantina della palazzina di via Montalcini. Fu svegliato alle 6, gli fu consegnato il vestito scuro che indossava la mattina del sequestro, sporcato di sabbia e di acqua presa dal mare per deviare le indagini. Gli fu detto di prepararsi, forse fu illuso. Anna Braghetti scese i 20 gradini ed entrò al centro della cantina dei sette garage - nel posto che occupiamo adesso, il sindaco di Castenedolo ed io - intanto che Germano Maccari e Mario Moretti mettevano il corpo vivo di Aldo Moro dentro una cesta di vimini. Fu portato nel sesto garage, la Renault rossa era già parcheggiata con il cofano rivolto verso la saracinesca. Fatto che permetterà alla prof. Giuliana Ciccotti di incontrare la brigatista Braghetti in posizione di vedetta e di intravedere l'auto rossa. Moro viene fatto mettere nel baule dell'auto. Moretti e Maccari lo coprono con un plaid. Moretti spara con una mitraglietta, poi, vedendo che Moro si muove ancora, lo finisce con una pistola messagli in mano da Maccari. Alle 8, la Renault è in via Caetani. Il dott. Nicasio Ciaccio apre la saracinesca, il garage oggi è vuoto. Andiamo subito sul fondo, c'è una specie di incastro murale. È la cella metropolitana di un campo di sterminio, non ha nessun odore, sente soltanto di un'umidità che dirige al cuore del freddo. Per chi ha pietà per la morte naturale di un uomo libero, l'assassinio di un uomo segregato diventa un macigno. Neppure la più insana delle ideologie riesce a sostenere lo sguardo di Moro prima di morire senza sentirsi addosso, permanentemente, la colpa dell'aguzzino. Come fossimo davanti al baule della Renault rossa, il sindaco di Castenedolo, Giambattista Groli, tra i lettori più attenti dell'affare Moro, legge le parole scritte da Mario Moretti nel suo libro, a pag. 160: "...Eppure, Cristo Santo in quel momento Moro mi fa una pena infinita. Nessuno al mondo dovrebbe essere così solo come lui... Non può dire a nessuno: "Muoio, ma so che mi sei vicino"...". Il terrorismo accatasta queste pietà postume in modo più ordinato dei 100 pezzi di legna nel garage. C'è un'irraggiungibile abilità delle Brigate Rosse nel tenere in pugno la vita di Moro, la mitraglietta del suo assassinio, i pentimenti editoriali e le recriminazioni nella trattativa. A ciascuno il suo: non tocca alle Br meditare sulla trattativa o meno. Alle Br tocca dar conto che dolore, inestinto, che hanno procurato. Scattiamo la foto che vedete nel lager di Moro. Per noi, della generazione del primo delitto nel cuore dello Stato, è come per un americano fotografare il deposito di libri a Dallas da cui sparò l'assassino di Kennedy. In questo garage, inizia, forse, l'estinzione della Dc, deflagra il pianeta della sinistra. Nel baule della Renault rossa mutano, radicalmente, la direzione e il senso della nostra storia. Eppure, colpisce più di ogni ragionamento, la commozione e la colpa per una delle più alte solitudini del nostro tempo. (t. z.)

10 maggio 2003 - PARLA IL PRESIDENTE DEL PROCESSO DI TORINO ALLE BR
"Il Corriere della sera"
"Le Br stavano vincendo, il processo segnò il riscatto"
Torino, parla il presidente della Corte che condannò Curcio e Franceschini in pieno sequestro Moro
DAL NOSTRO INVIATO
TORINO - La certezza di essere in trincea la davano i morti ammazzati per via di quel processo che i brigatisti non volevano far celebrare. E poi le scorte, lo stato d'assedio in cui sembrava vivere la plumbea Torino, sede del giudizio contro il "nucleo storico" delle Brigate rosse che si preparavano a sequestrare Aldo Moro, dopo aver rapito e rilasciato, nel 1974, il giudice Sossi e assassinato magistrati e uomini delle forze dell'ordine. Finché, a processo in corso, non giunse la notizia dell'omicidio di Moro.
Il dibattimento aveva già subito due rinvii in due anni, scanditi dall'uccisione del procuratore generale di Genova Coco insieme con i due agenti di scorta (1976) e dell'avvocato torinese Fulvio Croce, 1977. Dopo quel delitto non si trovavano cittadini disposti a far parte della giuria della corte d'assise, e il 3 maggio del '77 il presidente della corte Guido Barbaro entrò in aula per annunciare che "la composizione del collegio risulta impossibile e non si può procedere a ulteriori estrazioni... La corte rinvia tutte le cause a tempo indeterminato".
Il presidente Barbaro oggi è un anziano signore che si gode la pensione, ma non dimentica quei giorni infuocati. Né il senso di sconforto che lo pervase quando dovette ammettere che lo Stato stava perdendo: "Avevamo già avuto il problema di assicurare le difese d'ufficio agli imputati che le rifiutavano, e l'omicidio Croce mi colpì perché io stesso l'avevo coinvolto, in quanto presidente dell'ordine degli avvocati, nella vicenda che avrebbe portato al suo assassinio. Il rinvio fu una sorta di dichiarazione di resa, e ammetto che quel giorno pensai che non ce l'avremmo fatta a celebrare il processo; forse bisognava pensare a dei tribunali "ad hoc", con qualche procedura particolare. Invece nei mesi successivi ci fu come un risveglio delle coscienze".
Risveglio favorito anche dal fatto che nel 1978 tra i giurati popolari fu estratta Adelaide Aglietta, allora segretario del partito radicale, la quale accettò l'incarico: "Fu molto significativo che un politico, seppure di opposizione, desse un esempio di sensibilità e senso civico che aiutò nell'impresa di comporre il collegio", dice Barbaro. La prima udienza fu convocata per il 9 marzo '78, e il giorno dopo le Br sparsero nuovo sangue, uccidendo proprio a Torino il maresciallo di polizia Rosario Berardi. Il rosario dei delitti legati al processo contro i capi storici dell'organizzazione (Curcio, Franceschini, Ferrari e altri) proseguì l'11 aprile, con l'uccisione dell'agente di custodia Lorenzo Cotugno, e il 21 giugno col commissario di polizia genovese Antonio Esposito, ammazzato mentre la corte d'assise si ritirava in camera di consiglio. Morti di venticinque anni fa, per i quali - a differenza del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro - non ci sono state e non ci saranno celebrazioni particolari.
"Quel clima di violenza - racconta Barbaro - ci dava certamente la sensazione di essere in guerra, ma io, il giudice a latere e i giurati popolari cercammo di non farci influenzare. Dovevamo garantire lo svolgimento del processo, e avevamo già i nostri problemi coi continui proclami degli imputati, gli sgomberi dell'aula disposti nel rischio costante di disordini". Proclami di morte diretti anche contro Barbaro, al quale i brigatisti chiusi nelle gabbie promisero il destino di Moro. "Quando il presidente della Dc fu rapito non era giorno d'udienza - ricorda l'ex-presidente -, ma ovviamente quel fatto incise sul dibattimento". Per via dell'entusiasmo e delle nuove dichiarazioni di guerra inscenate dai terroristi, ma anche per le bizzarre richieste che arrivarono al giudice Barbaro.
"Mi chiamava spesso da Roma il procuratore generale Pascalino (il quale aveva avocato le indagini sul sequestro, ndr ), insistendo perché mi facessi dire dagli imputati dov'era nascosto il presidente democristiano. Richiesta poco plausibile, sia perché il caso Moro non rientrava nella materia del processo, sia perché gli imputati non avevano mai mostrato alcun atteggiamento collaborativo. Anzi. In quella circostanza mi resi conto che lo Stato stava opponendo ben poco alle Br, che davvero a Roma non sapevano dove sbattere la testa se erano ridotti a chiedere aiuto a me, che già avevo i miei guai".
Una prima linea senza retrovie, insomma. "Eh...", annuisce Barbaro a conferma di una sensazione che fu tragicamente confermata il 9 maggio, con la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. L'indomani, in apertura d'udienza, Renato Curcio chiese la parola per leggere un comunicato dei brigatisti detenuti in cui si definiva l'omicidio dell'ostaggio "il più alto atto di umanità possibile per i proletari comunisti e rivoluzionari in questa società divisa in classi". Il presidente della corte espulse dall'aula sia lui che il suo compagno Franceschini.
Soprattutto da ambienti della destra il comportamento del giudice Barbaro fu criticato per il presunto "lassismo" nei confronti dei brigatisti imputati. "Ma io che non sono mai stato di sinistra - ribatte il giudice -, ho semplicemente cercato di applicare la legge nel modo migliore. E di ricavare il più possibile dall'atteggiamento degli imputati. Per esempio, quando Franceschini gridò dalla gabbia rivendicando che le Br trattavano i loro prigionieri molto meglio di quanto non facesse lo Stato, dicendo che a Sossi loro preparavano i risotti, per noi fu una confessione che poi valutammo come tale in camera di consiglio. Di fatto concedemmo l'autodifesa, ma nell'interesse dello Stato, non solo dei brigatisti".
La giuria si ritirò per emettere il verdetto alla fine di giugno, e fioccarono condanne pesanti: "Noi non dovevamo giudicare nessun omicidio; per assurdo che possa sembrare, codice alla mano la pena più grave era prevista per la rapina a mano armata della borsa di Sossi, allora punita con rigore maggiore rispetto al sequestro di persona. In ogni caso riuscimmo a condurre in porto un processo che è stato il più difficile della mia carriera, ma anche quello più importante, che mi ha dato, dal punto di vista professionale, maggiori soddisfazioni".
E' un venticinquennale anche questo, forse l'unica vittoria dello Stato nella guerra contro il terrorismo brigatista conseguita in un periodo carico di sconfitte. "La vera riscossa ci fu soltanto dopo, con l'arresto di Peci, il suo pentimento, e poi le altre collaborazioni - ricorda Barbaro -. Nel 1978, invece, la sfida di quel processo fu davvero difficile. Riuscimmo comunque a superarla, e dopo la sentenza il generale Dalla Chiesa mi consigliò di andarmene una settimana a Bardonecchia, per motivi di sicurezza. Cosa che feci. Lì mi chiamò il giudice Caselli, che aveva istruito il processo, per dirmi che il ministro della Giustizia desiderava parlarmi. Mi chiedeva di andare a Roma. Io risposi che ero un magistrato, e non ricevevo ordini né convocazioni da un ministro". Un moto d'indipendenza? "D'indipendenza e insofferenza. Per tutti i mesi del processo non s'era sentito nessuno, né dal governo né dal Consiglio superiore della magistratura. Era come se ci avessero lasciato la patata bollente tra le mani. Nessun vittimismo, per carità, ma a cose fatte preferii rimanere nel mio ruolo solitario del giudice".
Giovanni Bianconi

10 maggio 2003 - CASO MORO DIVENTA OPERA LIRICA
"Il Corriere della sera"
Strage e rapimento diventano un'opera lirica
MILANO - Anche l'opera si confronta col "caso Moro". "Non guardate al domani", titolo che cita una frase dello statista ("Non guardate al domani, ma al dopodomani") porterà sulla scena lirica lui, i carnefici e un'intera classe politica, da Andreotti a Cossiga, da Zaccagnini a Berlinguer, a Paolo VI. Ciascuno faccia a faccia con le sue responsabilità. Autori delle musiche e del libretto due trentenni milanesi, il compositore Filippo Del Corno e il giornalista Angelo Miotto. Entrambi bambini ai tempi del rapimento. "Io avevo otto anni", racconta Del Corno, allievo di Azio Corghi, masterclass con Cage e Andriessen. "Quel 16 marzo del '78 è il mio primo ricordo cosciente. Capivo che era successo qualcosa di grave, ma nessuno sapeva darmi risposte certe. Per la prima volta vidi il mondo degli adulti vacillare". L'evento traumatico, complici gli infiniti sviluppi della cronaca, gli cresce dentro. "Mi ha conquistato la figura di Moro. La sua umanità, il suo accettare il doppio confronto coi rapitori e con la classe politica, fanno di lui un grande eroe tragico, uno che come Edipo cerca di combattere il destino pur sapendo che è già segnato", spiega. Niente fiction, Del Corno e Miotto vanno a frugare nei documenti ufficiali. "Le parole del libretto sono le parole scritte o pronunciate dai protagonisti della vicenda - assicurano -. Tratte dal memoriale di Moro, dai comunicati Br, dai resoconti di polizia, da articoli. In particolare, a toccarci, sono state le lettere". Alla fine l'opera porrà tre interrogativi, tre misteri irrisolti. Li scopriremo l'anno prossimo, quando debutterà alla Biennale di Venezia col baritono Roberto Abbondanza nei panni di Moro e la regia di Elio De Capitani.
Giuseppina Manin

10 maggio 2003 - COMMEMORAZIONE MORO ALLA CAMERA: ASSENTI ANDREOTTI E COSSIGA
"La Stampa"
COMMEMORAZIONE A MONTECITORIO ALLA PRESENZA DI CIAMPI. TRA GLI ASSENTI ANCHE COSSIGA
"Moro, una lezione di tolleranza"
Casini ricorda la sua volontà di dialogo e il rispetto per l'avversario
ROMA
"Tolleranza", "rispetto per l'avversario", "pacatezza". A raccogliere tutte le dichiarazioni rilasciate per il venticinquesimo anniversario della morte di Aldo Moro e la sua commemorazione alla Camera, sono queste le parole che ricorrono, trasversalmente agli schieramenti, nel ricordare lo statista democristiano. Un pensiero sintetizzato dal leader dell'Udc Marco Follini: "Fu lo straordinario interprete di una politica di mitezza, sobrietà e rispetto. Ci manca Aldo Moro e mancano all'appello anche molte di quelle qualità politiche". La signora Moro ha vissuto questa giornata della memoria in linea con il carattere di riservatezza che l'ha contraddistinta per tutti questi anni, accettando solo di partecipare ad una messa di suffragio celebrata nella cappella dell'Annunziata al Quirinale, cui hanno partecipato il Capo dello Stato e signora. Per il resto, nulla. Le istituzioni, invece, si sono raccolte per una commemorazione ufficiale nella sala della Lupa, a Montecitorio, dove hanno parlato il presidente della Camera Casini e, a seguire, gli ex parlamentari e giudici costituzionali, Giuliano Vassalli e Leopoldo Elia. Presenti alla cerimonia con il Presidente della Repubblica, quelli del Consiglio e del Senato, i figli dello statista scomparso, Giovanni e Agnese, nonché i familiari degli uomini della scorta caduti in via Fani. Aldo Moro ha avuto due "straordinarie qualità politiche", ha detto Pierferdinando Casini: "capacità di dialogare con l'avversario" e "coraggio della difesa delle proprie convinzioni". "Nella sua costante ricerca del dialogo - ha detto ancora Casini - Moro ci dà ancora oggi una straordinaria lezione di coerenza politica". "Nell'ascolto attento e costruttivo delle ragioni altrui - ha concluso - risiede il motore principale del progresso e del rinnovamento dei sistemi democratici". Presenti (oltre ai citati): Fini, Fassino, Rutelli, Follini, Pera, Gianni Letta, Amato, Maccanico, Veltroni, oltre a democristiani della prima e dell'ultima ora attualmente variamente disseminati, come Gava, Forlani, Signorello, Fracanzani, Galloni, Carra, Matterella, Pisanu, Sanza, D'Onofrio, Fiori, Tabacci, Selva. Inoltre i ministri: Sirchia, Gasparri (che ha fatto emettere un francobollo commemorativo), Tremaglia, Giovanardi, Matteoli, Martino. Assenti: Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Quest'ultimo ha parlato con le agenzie di stampa e ha spiegato: "Avendo preso atto del veto posto da Giovanni Moro alla partecipazione di Giulio Andreotti alla celebrazione tenuta a Bari, per iniziativa del presidente della Regione Fitto, poche settimane fa, ed essendosi quindi per prudenza, anche se con dolore, Giulio Andreotti astenuto dal partecipare alla manifestazione di oggi, io, che in quel tragico periodo di Giulio Andreotti sono stato ministro dell'Interno e ne ho condiviso decisioni e responsabilità, ho ritenuto, anche per analoghi motivi di prudenza, di essergli solidale, e quindi con grande dolore mi sono astenuto dal partecipare alla cerimonia. Moro - conclude Cossiga - lo ricorderò questo pomeriggio con una preghiera nel silenzio di una chiesa". Anche se il dolore e la memoria tendono ad essere di per sé ecumenici, la vicenda di Aldo Moro non è stata ancora metabolizzata dal nostro paese e genera polemiche. Anche la discretissima famiglia ha una punta di risentimento che affida alle parole di Giovanni: "Spero che al prossimo decennale i capi della Dc ci spieghino perché trattano la figura di mio padre come se fosse un fantasma". Gli eredi della dc oggi sono disseminati in mille rivoli. Ieri l'ex segretario del partito popolare Gerardo Bianco ha chiamato i reduci a raccolta, proprio nella memoria di Moro, perché il ppi non si dissolva e torni a ricostituirsi.
r.mas.

10 maggio 2003 - ELEONORA MORO A BARI PER COMMEMORAZIONE IN BASILICA
ANSA:
E' entrata nella basilica di San Nicola e si e' seduta al quidicesimo banco, benche' le avessero riservato un posto in prima fila e gli altri banchi davanti fossero ancora semivuoti. Cosi', rimarcando il distacco dai rappresentanti delle istituzioni presenti nelle prime file, Eleonora Moro, vedova dello statista della Dc, ha partecipato nel pomeriggio alla messa in ricordo di Aldo Moro e degli agenti della sua scorta.
A nulla sono serviti gli inviti fatti alla vedova di spostarsi in prima fila da parte dal rettore dell' universita' di Bari, Giovanni Girone, presente alla messa assieme al prefetto di Bari, Tommaso Blonda, al vicesindaco, Egidio Pani, e ai responsabili locali delle forze di polizia. La signora Moro ha declinato l' invito e ha ascoltato da lontano la messa officiata dall' arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci, e voluta dalla locale sezione della Fuci e dal Comitato promotore manifestazioni in memoria di Aldo Moro.
Cacucci ha dedicato la sua omelia al 'salmo del buon pastore', letto poco prima dal Vangelo di Giovanni. Un salmo che descrive la figura del buon pastore che offre la sua vita per il proprio gregge, a differenza dei falsi pastori che abbandonano le proprie pecore quando queste sono malate, ferite o si sono smarrite.
Mons. Cacucci e' partito da questa differenza per descrivere la personalita' e la statura politica dell' ex presidente della Dc che - ha detto - "sentiva di essere contemporaneamente un pastore e un agnello del gregge". "Un pastore - ha spiegato - per la responsabilita' che sentiva gravare su di se'"; un agnello perche' in lui Cacucci, che ha conosciuto Moro, vede l' immagine "dell' agnello immolato". "Quanto abbiamo bisogno - ha detto l' arcivescovo - del suo insegnamento e della sua solitudine, che e' propria di chi vuol essere un pastore della Chiesa e del mondo".
Per Cacucci - gli ultimi giorni di vita Moro li ha vissuti in modo "assolutamente straordinario". "In quei momenti - ha spiegato - la solitudine del pastore e' stata crocifiggente, ma propria di quell' uomo che pensa al suo gregge". Il prelato ha ricordato che, poco tempo prima di essere rapito, Moro ricevette in regalo dal figlio il libro dello scrittore protestante Jurgen Moltmann 'Il Dio crocifisso', "un libro - ha detto - che portava sempre con se'". "In quel libro - ha detto Cacucci - si richiamava l' esigenza della Croce e della sofferenza per la salvezza". "Moro - ha concluso l' arcivescovo - ha vissuto sul versante della croce gli ultimi giorni della sua vita".

10 maggio 2003 - RIFLESSIONI SUL CASO MORO
"Il nuovo riformista"
REVISIONI. PERCHÉ CON LUI MORÌ LA PRIMA REPUBBLICA
La verità su Moro è in un romanzo spiega cosa fu il fronte della fermezza
Le Br avevano legami con I'Est, i sovietici erano ostili al compromesso storico
E' stato ieri celebrato l'anniversario della morte di Aldo Moro. Il ruolo che come politico ha avuto nella storia dell'Italia repubblicana non può non rimanere al centro d'ogni riflessione che la riguardi. Così pure le circostanze e le conseguenze della sua morte, che costituiscono un'altra storia. Le celebrazioni di ieri non hanno aggiunto nulla di rilevante sotto questo secondo aspetto. Del rapimento e dell'assassinio di Moro si conoscono gli esecutori, condannati in più di un processo. Appartenevano alle Brigate Rosse, l'organizzazione terroristica che porta la responsabilità di quell'evento.
Molto si sa dei cinquantacinque giorni di detenzione e dove questa avvenne. E' stato perfino pubblicato il diario di una sua carceriera, che è piaciuto al pubblico, alla ricerca di un umano che la vicenda in nulla possiede. Si conosce anche il testo dell'interrogatorio a cui Moro fu sottoposto, costituito da due diverse trascrizioni dattiloscritte delle bobine in cui le dichiarazioni di Moro furono registrate. Il ritrovamento della prima risale al 1978, quello della seconda nel 1990, sempre nello stesso luogo. Dunque rocambolesco palinsesto, filologicamente ricostruito, di cui solo l'impegno filologico è veramente certo. Autentiche sono invece le lettere dal carcere di Moro, che mostrano la lucidità dell'uomo in quei drammatici eventi, di cui pure si dubitò, per le spietate osservazioni su molta della classe politica italiana.
Sono stati quindi identificati i responsabili, ma su come realmente le Br gestirono il rapimento e sul perché giunsero ad eseguire il crimine finale, poco si sa. Più grave è che ancor meno si sa di come lo Stato, nella persona di chi prendeva le decisioni necessarie, agì veramente in quei giorni. Questo è il vero "affaire Moro", che Sciascia indagò senza nemmeno trovare il filo di altre sue storie siciliane. E' stato oggetto di un'apposita Commissione di inchiesta bicamerale, poi, per un quindicennio, della Commisione parlamentare "stragi", producendo tonnellate di carte con molti indizi, su cui hanno fatto la loro fortuna i suoi presidenti e commissari, ma senza concludere nulla.
Sui perché e i come, siamo dunque non altro che agli indizi e alle ipotesi. Personalmente continuo a prediligere quella contenuta in un romanzo anonimo, I giorni del diluvio, il cui autore sembra essere l'onorevole Francesco Mazzola, che fu sottosegretario con delega ai servizi nel governo Cossiga. Narra, più o meno, che le Br avevano legami con l'Est, che anzi una parte del comando del rapimento di Moro si era addestrata nella allora Cecoslovacchia, e che ricevevano armi dai palestinesi e dai libici, da cui anche erano infiltrate. E dice che l'affaire fu commissionato dai servizi dell'Est. Il motivo era che i sovietici temevano come la peste l'andata al governo del Pci, valutandone gli effetti laceranti sui paesi satelliti. L'ostilità profonda dei sovietici al "compromesso storico" è del resto storiograficamente accertata, e molto fecero in questo senso contro il Pci, basti riferirsi ai saggi di Christofer Andrew nel suo voluminoso The Mitrokhin Archive. Una volta avvenuto il sequestro, si determinò così sul fatto una assoluta coincidenza di interessi tra servizi sovietici e americani. Poiché questi ultimi controllavano quelli italiani, fecero in modo di intralciare l'azione delle forze dell'ordine. L'episodio di via Gradoli, ad esempio, si iscrive in questo quadro.
Fu l'azione dello Stato solo intralciata o qualcuno ci mise anche del suo? Certo è che, man mano che passavano i giorni, il ritorno eventuale di Moro si configurava non solo come una liberazione, ma, per molti, come una minaccia. Moro, politicamente bruciato, poteva diventare un cavallo pazzo. Cossiga, in una delle sue esternazioni, disse che era stata approntata una clinica psichiatrica dove ricoverare Moro, qualora fosse stato liberato. Sta di fatto che il prigioniero capiva molte cose. Come statista, molto aveva praticato il mondo dei servizi. Suggerì ad un certo punto, in una sua lettera, che ci si rivolgesse al colonnello Giovannone, l'uomo dei servizi italiani che teneva i rapporti con il Medio Oriente. E, secondo questa versione, proprio dai palestinesi vennero le pressioni perché Moro fosse ucciso, quando ormai non serviva più morto, ma sarebbe stato un'incognita più lacerante vivo.
Un'interpretazione questa che, più di altre, dà una spiegazione di cosa fu il fronte della cosiddetta fermezza. Per i comunisti era una questione di vita o di morte che lo Stato non aprisse una trattativa con chi aveva agito per l'Urss contro di loro. Per gli altri, oltre alla rottura che ne sarebbe derivata dell'equilibrio politico, più interrogativi inquietanti, giorno dopo giorno, si accavallavano. Fu in questa tela di ragno che Craxi affondò la sua proposta trattativista. Ed è qui che nasce l'odio viscerale per Craxi, come molte carte mostrano, poi trasmesso alle folle, per non essere stato al gioco ed aver rotto il quadrato.
Ci sono ancora alcuni che potrebbero dire la verità, segnatamente Moretti, Andreotti e Cossiga. E' sicuro che taceranno sempre. Solo che una classe politica che non dice una verità necessaria per la vita pubblica, non è più tale. Per questa e altre concause la morte di Moro davvero segna la fine della prima repubblica. In una grande democrazia, com'è la nostra, il Principe, come manuale, va aggiornato.

11 maggio 2003 - MORO: PADRE CREMONA, MACCHI ASPETTAVA LIBERAZIONE IL 9 MAGGIO
ANSA:
Padre Carlo Cremona afferma che il segretario di Paolo VI, mons. Macchi, la sera dell'8 maggio 1978, era speranzoso e ottimista perche' si era alla vigilia del pagamento di un riscatto che poteva far terminare bene i 55 giorni del rapimento Moro. "Io indovinai da Macchi - dice intervistato da Alessandro Forlani di Gr Parlamento - che le cose si potevano mettere bene. Era contento quella mattina come se avesse raggiunto il suo scopo. Come se una promessa fosse stata mantenuta o stava per essere mantenuta. Disse a me e io suppongo che c'era un mediatore delle Br o Curioni che doveva fare una telefonata non solo a me ma anche a me. Mi disse Macchi 'Stai attento al telefono' e io lo sorvegliai tutta la mattinata ma la telefonata non arrivo'. Arrivo' invece la notizia che Moro era stato ucciso". "Era - aggiunge- una telefonata da parte di chi sapeva, di chi poteva garantire la verita' di quel che diceva: che la trattativa era arrivata in porto e il patto che era stato stabilito. Moro avrebbe dovuto vedere una persona amica, probabilmente Curioni o qualche altro, o Mennini. Attendevano le coordinate per poter raggiungere Moro, confortarlo e portarselo via, libero". Perche' questo non avvenne? qualcuno non volle? "Non credo, era un affare dei brigatisti. Io non credo che ci fosse qualcuno che non volesse. Queste - aggiunge Padre Cremona - sono alchimie politiche".

(di Maurizio Di Giacomo)
Si chiamava mons. Cesare Curioni, il sacerdote incaricato di recare un segno di affetto di Paolo VI a Aldo Moro liberato, se fosse andato in porto il forte riscatto patrocinato dal Vaticano e destinato alle Brigate Rosse proprio nei primi giorni del maggio 1978.
Il dettaglio, inedito, e' stato svelato all' Ansa dall' 85/nne ex agostiniano padre Carlo Cremona che non l'aveva inserito nel suo "Paolo VI" (ed. Rusconi) terza edizione ampliata, in circolazione dall'aprile 1997.
Mons. Curioni, scomparso nel 1994 nella natia Asso (Pavia), nella primavera del 1978 era ispettore centrale dei cappellani carcerari italiani e ben noto a Paolo VI, essendo stato per vari anni cappellano al carcere San Vittore di Milano.
Ha spiegato, ancora all'Ansa, padre Cremona, notoriamente molto amico di mons. Pasquale Macchi, segretario personale di Paolo VI e che, di recente, alla trasmissione televisiva "Il Novecento" ha raccontato che, nei primi giorni del maggio 1978, mons. Macchi "si sfregava le mani ", convinto che che quel riscatto avrebbe dato i suoi frutti.
"All'ultimo momento colui che doveva incontrare mons. Curioni, in contatto con chi deteneva Moro, aveva telefonato che da parte di chi decideva sopra di lui aveva ricevuto una pesante minaccia telefonica che l'aveva obbligato a abbandonare tutto e a lasciare Roma ".
Nel libro di padre Cremona si legge:"La mattina del 9 maggio (1978 ndr) fui pregato di attendere nella mia camera, presso l'apparecchio telefonico, lasciandolo il piu' possibile libero...I patti erano che qualcuno avrebbe dovuto visitare immediatamente Moro nella sua prigione e portargli il conforto del Papa da lui tanto invocato e l'assicurazione della liberta'...". Poche ore piu' tardi, invece, Aldo Moro sarebbe stato ritrovato ucciso in via Caetani.
Il generale Giuseppe Santovito (morto nel 1984) direttore, piduista, dei servizi segreti militari nella primavera 1978, ha raccontato che il 7 maggio 1978 le Br avevano telefonato a un parroco della Val Susa (in Piemonte) una frase in codice "Il mandarino e' marcio" che decrittata rapidamente dagli specialisti venne interpretata con questo significato: "Il cane - ovvero Aldo Moro ndr - morira' domani". La circostanza era stata confermata da una segnalazione del comando generale dell'Arma dei carabinieri giunta alle 2,30 dell'8 maggio 1978. Molti sono, in ogni caso, i tasselli mancanti al mosaico delle iniziative di matrice ecclesiastica in quei 55 giorni della primavera del 1978. Si ignora ancora chi sia l'ecclesiastico del consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa che ha suggerito a mons. Bruno Heim, nunzio apostolico in Inghilterra (morto il 17 marzo scorso in Svizzera) di fiancheggiare Giuseppe Lazzati, rettore dell'universita' Cattolica di Milano, volato a Londra in un tentativo (fallito) di mediazione con le Brigate Rosse patrocinato da Amnesty International. Non si sa' chi e' l'esponente della segreteria di Stato vaticana (al presente, probabilmente in carriera diplomatica) che scoraggio' l'offerta pubblica di mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea (TO) di prendere il posto di Aldo Moro, nella prigione brigatista. Non e' ancora nota la lettera che il monaco don Giuseppe Dossetti scrisse a Bettino Craxi, segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, incoraggiandolo nella sua strategia per giungere alla liberazione di Moro. Forse tra 50 anni diventera' consultabile l'agenda-diario, con la copertina rossa, di mons. Clemente Riva, vescovo ausiliare di Roma (morto nel 1999) in contatto sia con mons. Bettazzi, sia con mons. Alberto Ablondi, allora vescovo di Livorno, su quei giorni cruciali. Infine, si sa pressoche' nulla di un appello in favore di Moro, all'origine ispirato forse dalla sua famiglia, che doveva coinvolgere il Movimento per la vita italiano e Comunione e Liberazione, il movimento fondato da mons. Luigi Giussani, con l'avallo del cardinale Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze (stretto collaboratore di Paolo VI come sostituto alla segreteria di stato) e rimasto, alla fine, nel cassetto.

11 maggio 2003 - MORO: LE TRATTATIVE IN CORSO QUEL 9 MAGGIO DEL 1978
ANSA:
(di Stefano Fratini)
Quando, la mattina del 9 maggio 1978, Aldo Moro viene ucciso, erano ancora in corso diverse trattative o tentativi di contatto con i terroristi, con l' obiettivo di arrivare alla liberazione del presidente della Dc:
PACE/PIPERNO/PSI - Il Partito socialista, attraverso Signorile e Landolfi, ma anche con l' intervento diretto di Craxi, contatto' personaggi come gli ex leader di Potere Operaio Franco Piperno e Lanfranco Pace (Pace era stato anche per qualche mese nelle Br). Pace e Piperno erano a loro volta in contatto con i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, che venivano anche loro da Potere operaio, e che erano in disaccordo con la decisione di uccidere l' ostaggio. Ne' Pace, ne' Piperno furono mai pedinati per poter arrivare ai terroristi loro referenti. L' iniziativa si incentro' sull' individuazione di alcuni terroristi detenuti, per i quali fosse possibile la liberazione. Furono esaminati i casi di Paola Besuschio e del nappista Alberto Buonoconto. E per tentare di sbloccare la vicenda, i dirigenti del Psi si rivolsero anche ad alcuni esponenti Dc, che erano disposti a rompere con la linea ufficiale della fermezza.
Il Psi, attaverso l' avvocato Giannino Guiso, avvio' un tentativo di trattativa anche con i brigatisti coinvolti nel processo al nucleo storico delle Br che si stava svolgendo a Torino.
FANFANI, LEONE E LA DC - Dopo la sollecitazione diretta della telefonata di Moretti e dopo un'ulteriore sollecitazione socialista, all' interno della Dc, guidata dal presidente del Senato Fanfani e con l'accordo del presidente Leone, si era sviluppata una posizione piu' aperta a soluzioni 'umanitarie'. Il 7 maggio, in un discorso a Montevarchi (Arezzo), il senatore Dc Bartolomei aveva dato qualche labile segnale. Secondo alcune ricostruzioni, il segnale doveva essere amplificato da Fanfani il 9 maggio nella riunione della direzione Dc, ma, mentre la riunione era in corso, arrivo' la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro. Leone racconto' poi di essere stato "con la penna in mano" in attesa di firmare una eventuale richiesta di grazia e che l' 8 maggio aveva avuto un lungo colloquio con il ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio per perfezionare la grazia a Paola Besuschio.
PIFANO - Il magistrato Claudio Vitalone, poi senatore Dc, incontro' piu' volte Daniele Pifano, leader del collettivo romano di via dei Volsci, nell' area dell' Autonomia. Gli incontri si svolsero nell' ultimo periodo del rapimento ed erano centrati sulla possibilita' di arrivare alla liberazione di una sola terrorista, anche qui la Besuschio.
VATICANO - Il Vaticano sarebbe stato pronto a pagare una somma di denaro per il riscatto di Moro. Andreotti ha definito la somma 'iperbolica'. Il contatto avvenne tramite mons. Cesare Curioni, ex cappellano del carcere di S. Vittore a Milano e ispettore centrale dei cappellani carcerari italiani. Curioni incontro brigatisti detenuti e altre persone. Della cosa si occupo' anche mons. Pasquale Macchi, segretario personale di papa Paolo VI.
PADRE ZUCCA - Padre Enrico Zucca, francescano milanese morto nel 1979, uno dei fondatori della Fondazione Balzan, membro del cosiddetto 'Anello' o 'Noto servizio', racconto' di aver raccolto una cifra di due milioni di dollari, con l'impegno a trovarne molti di piu' (si parlo' di 50 milioni di dollari) per riscattare Moro. Zucca sostenne di aver incontrato un brigatista in un confessionale di una chiesa di Milano, verso la fine di aprile del 1978 e di aver avuto la disponibilita' a trattare e addirittura un invito a visitare il presidente della Dc nella "prigione del popolo". Poco tempo fa, Andreotti, che della vicenda non aveva mai parlato, disse che l' incontro decisivo era fissato proprio per il 9 maggio.
VIGLIONE - Ernesto Viglione, giornalista che abitava in via Fani e che per questa vicenda sara' condannato a 3 anni e 6 mesi in primo grado e poi assolto in appello, dira' di essere entrato in contatto con il terrorista dissidente 'Francesco', che gli aveva proposto un'intervista con Moro nel 'carcere del popolo'. Era maggio. Moro fu ucciso prima che Viglione potesse verificare le proposte di 'Francesco', un uomo dal forte accento lucano o calabrese, che Viglione riteneva fosse Giustino De Vuono.
IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO - Che il famoso musicista di origine ucraina Igor Markevitch abbia avuto un ruolo nel sequestro Moro viene dato per sicuro da molte recenti ricostruzioni storiche. Quello che appare invece molto meno sicuro e' quale fosse questo eventuale ruolo. Si e' parlato di lui come del 'grande vecchio' oppure come di una sorta di 'consigliere aulico' delle Br, o anche come di un 'misterioso intermediario' in una trattativa che avrebbe dovuto portare al rilascio di Moro e al recupero di alcuni documenti. E con lui, o sopra di lui, avrebbe agito l' inglese Hubert Howard, marito di Lelia Caetani, cugina della seconda moglie di Markevitch Topazia Caetani.
MARTINI - Il 9 maggio 1978, Fulvio Martini, che era il dirigente dell' ufficio RS che curava i rapporti internazionali, di fatto il numero 2 del servizio segreto militare italiano, parti' prima dell' alba per la Jugoslavia, 'cerniera' tra Est ed Ovest e punto di passaggio di molti gruppi terroristici all' epoca. Il suo compito era quello di prelevare tre terroristi della Raf che erano in mano a Tito, due uomini e una donna, che avevano detto di aver avuto rapporti con le Br a Milano. Le trattative avvennero a Porto Rose. Si parlo' di scambiarli con i tedeschi chiedendo in cambio alcuni ustascia arrestati a Bonn. Ma la notizia dell' uccisione di Moro rende inutile la missione di Martini.

13 maggio 2003 - CASO MORO: IL MANIFESTO INSISTE, NESSUN MISTERO
"Il Manifesto"
Moro sullo schermo, il mistero che non c'è
Nelle sale italiane il film "Piazza delle cinque lune" di Renzo Martinelli, nel ruolo di regista, produttore e sceneggiatore con Fabio Campus
A ripercorrere i fatti di sangue c'è solo il Flamigni-pensiero e il risultato è una vicenda confusa che non dipana la storia e lancia accuse troppo a caso
ANDREA COLOMBO
Chi ha ucciso Aldo Moro? La P2, Gladio e i servizi segreti, manovrati dalla Cia (che aveva nella scuola parigina Hyperion la sua "principale base in Europa"). Un giochetto facile facile, dal momento che proprio per i servizi lavorava Mario Moretti, arrivato al vertice delle Br grazie ai suoi compagnucci spioni. Prima di lui "le Br non avevano mai ucciso". Solo dopo essere finite nelle mani del traditore passano dal boyscoutismo agli omicidi. Perché è stato ucciso Aldo Moro? Perché "voleva portare il Pci al potere democraticamente, e questo non era consentito dalle regole di Yalta". Parola di Renzo Martinelli, regista, produttore e sceneggiatore (con Fabio Campus) di Piazza delle cinque lune. Parola anche di Sergio Flamigni, l'ex parlamentare ex comunista che merita l'oscar per le ricostruzioni più dietrologiche, fantasiose, paranoiche, confuse e prive di quasivoglia prova tra le tantissime partorite a raffica in questi 25 anni. Nei crediti, Flamigni figura come "consulente" (però c'è anche la copertina di un suo libro che campeggia, tanto per fare con un po' di pubblicità, e l'ultima inquadratura, una tela di ragno che si stende sulla città eterna, riprende il titolo del suo libro più famoso, La tela del ragno). Per oltre tre quarti del film la sceneggiatura si limita a ripetere parola per parola le tesi di Flamigni. Seduti intorno a questo o quel tavolo Donald Sutherland (il giudice in pensione Rosario Sarcini), Giancarlo Giannini (la sua guardia del corpo Branco) e Stefania Rocca (la sostituta procuratrice Fernanda) si ripetono con volti sbigottiti e abbondanza di esclamazioni ("Incredibile!", "Ma allora hanno mentito tutti!") le innumerevoli "scoperte" accumulate nei decenni da Flamigni e compagni.
Il tocco di Martinelli (già autore di Vajont) si vede solo all'inizio e alla fine del film. Sarcini, fresco di addio alla toga in quel di Siena, rispolvera le carte sulla strage di via Fani dopo aver ricevuto da un misterioso ex Br la copia di un super8 girato proprio la mattina del 16 marzo 1978. Afflitto da un male incurabile, l'uomo ha deciso di non portarsi nella tomba quel che sa del caso Moro. Perché debba parlare con la voce ovattata dei maiaci sessuali al telefono o dei serial killer nei film poco riusciti non si capisce. Perché si ostini a convocare il disgraziato ex giudice, che ha pure una certa età, in postacci lugubri, sepolcrali e scomodisimi da raggiungere non si spiega. Soprattutto non si comprende perché, avendo deciso di vuotare il sacco e sapendo di aver pochissimo tempo a disposizione, invece di procedere condanni il malcapitato a una sorta di prolungato gioco dell'oca. Tra un sussurro e l'altro centellina gli indizi. Li tira fuori rigorosamente uno alla volta. Rinvia continuamente l'ultimo passo, la consegna del "vero" memoriale Moro" e non si capisce bene se si auguri che il togato soccomba all'infarto o se il terrorista in disarmo punti sul proprio decesso (cosa che puntualmente accade). Logica strana. Speculare del resto a quella dei servizi che nel finale, pur di tacitare l'incorrotto Donald, provocano una mattanza. Stendendo però solo gente che non c'entra rigorosamente niente e dell'intero fattaccio nulla sa.
Il filmino di via Fani resta la trovata fondamentale del film, del resto ampiamente pubblicizzata. Martinelli e il direttore della fotografia Blasco Giurato lo hanno realizzato davvero quel super8, rimettendo in scena il massacro in un granuloso bianco e nero d'