Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 - 11 marzo |
11 marzo 2003 - CASO MORO: CHELAZZI SU GRANDE VECCHIO
"L'Opinione"
Il giudice Chelazzi: "Chi è il grande vecchio delle Br?"
di Ruggiero Capone
Se il Prof (Giovanni Senzani, criminologo consulente del Ministero di Giustizia) e Mario Moretti hanno funto da "direttori di cantiere" nell'operazione sequestro e uccisione di Aldo Moro, e da una base di Firenze, invece non è stato per nulla chiarito chi fosse il "grande vecchio". Cioè il personaggio-ombra che dispensava ordini ai brigatisti e formulava le domande da porre a Moro.
Lo stesso giudice Chelazzi, ascoltato in Commissione Stragi (nella passata legislatura), acclara che Senzani riusciva, stranamente, sempre a cavarsela: nessuno degli investigatori lo individuava come uno dei possibili capi delle Br. Senzani era senza dubbio alcuno un dirigente delle Br, e proprio di quel direttivo rivoluzionario toscano: ma chi lo copriva? Chi aiutava le Br dalle segrete stanze? E quanti dirigenti delle Br sono sfuggiti agli arresti ed ancora siedono su cattedre universitarie e postazioni ministeriali?
"Quando la Digos propone un'attività investigativa sul conto di Senzani a fine febbraio 1979 - spiega il giudice Chelazzi in Commissione Stragi - quest'attività sfocia in una perquisizione, che mi viene richiesta il 19 marzo 1979 e che dispongo io personalmente. La stessa sera del 19 Senzani viene perquisito con l'intervento personale dei magistrati; nell'occasione, oltre alla Digos, c'era il dottor Vigna e c'ero io. La perquisizione porta ad acquisire una certa documentazione, in particolare un'agenda che Senzani (ricordo benissimo) aveva nella giacca sull'appendiabiti nell'ingresso di casa.
Se non ricordo male - continua il magistrato -, fu il dottor Vigna che infilò la mano nelle tasche per controllare quello che c'era nei vari vestiti (Senzani aveva famiglia, una moglie e delle figlie; le perquisizioni o si fanno così o non si fanno) e nella giacca da uomo (l'unico in famiglia era Senzani) trovò questa agenda. Il professore fu citato (cosa che era ampiamente consentita e lo sarebbe ancora) verbalmente e direttamente dal pubblico ministero a formalizzare in questura le attività compiute. Sul conto di questa agenda Senzani - dice ancora Chelazzi - rese delle affermazioni che non ci sembrarono per niente plausibili e intorno a mezzanotte o all'una Senzani fu raggiunto da un provvedimento cautelare, cioè andò per alcuni giorni al carcere delle Murate con la contestazione che ci stava prendendo in giro, che stava raccontando il falso, perché voleva a tutti i costi far passare un certo numero come una partita Iva o una matricola Inps di qualche studente: insomma, discorsi che non erano coerenti". Tornano quindi in ballo i numeri indecifrabili, come nel caso di tutti i terroristi arrestati.
La copertura dei contatti è massima, anche perché molte operazioni sono a tal punto criptate da evitare che la base non conosca direttamente i vertici.
"Sulla base di un ricordo dell'attività della polizia giudiziaria - continua Chelazzi -: la Digos continuò in qualche modo a lavorare su Senzani; non furono compiute attività di intercettazione, che ricorderei, ma dopo qualche tempo la Digos stessa avvisò che Senzani probabilmente non era più in circolazione...(...)...Savasta centra la figura di Senzani in maniera più adeguata rispetto a tutta l'esperienza del comitato. Lo stesso fece Fenzi, il cognato brigatista collaboratore, il quale disse che per quanto ne sapeva i contatti fra Senzani e il comitato erano stabili e in questi, ovviamente, Senzani faceva valere un certo rango culturale e quindi anche un certo ascendente.
Conosceva molte vicende... Aveva compiuto molti studi sul Welfare State - sottolinea il magistrato - era uno studioso ante litteram delle problematiche dello Stato sociale; lo ricordo per la perquisizione fatta il 19 marzo 1979... Roberto Peci, dice che Senzani era stato il leader, il capo, il vertice del comitato rivoluzionario toscano". Senzani era quindi un dirigente, ma allora l'amministratore delle Brigate Rosse chi era? Quello delle Brigate Rosse rimane un mistero legato al ruolo del notabilato culturale italiano al soldo del Kgb. Il libro di Fasanella e Rocca su Igor Markevitch, acclara che il "musicista" (Markevitch) era certamente una spia sovietica.
Emerge comunque che il musicista era già vecchio e decrepito ai tempi del sequestro Moro, al punto che potremmo definirlo un vecchio malandato e giammai un "grande vecchio". Di contro, su qualche "storico e scrittore" assiduo frequentatore della casa di Markevitch furono bloccate tutte le indagini. C'è da pensare che anche la "talpa di Modena" (ricercatore cinquantenne e consulente ministeriale) non sia che l'ennesimo dirigente Br (un facsimile di Sensani) che abbia solo favorito informazioni ai killer di D'Antona e Biagi. Ma l'interrogativo, dopo 25 anni, si ripropone: "Chi è veramente il "grande vecchio delle Br"?
Ruggiero Capone11 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
"Famiglia Cristiana"
TERRORISMO
NUOVE RIVELAZIONI SUL RAPIMENTO DI ALDO MORO
QUELLE STRANE ATTIVITÀ ALLA VIGILIA DI VIA FANI
Operazioni militari. esercitazioni contro il sequestro. Alcuni documenti rivelano l'ombra dei servizi segreti.
È compatibile con il 1978. L'inquietante ordine di servizio che avrebbe portato l'ex gladiatore Antonino Arconte a recarsi in Libano e a occuparsi del sequestro di Aldo Moro giorni prima che lo statista Dc fosse effettivamente rapito (vedi Famiglia Cristiana n. 20/2002) regge la prova della perizia.
La dottoressa Maria Gabella appartiene al ristretto gruppo di studiosi italiani in grado di indagare su tracce e documenti. A lei la Procura della Repubblica della capitale chiese una perizia sugli scritti delle Br rinvenuti nel '78 in alcuni covi romani. A lei ricorre spesso il Tribunale di Torino. A lei Famiglia Cristiana, Primo Piano del Tg3 e il quotidiano Liberazione si sono rivolti per accertare se il documento di Arconte sia autentico. La questione non è di poco conto. L'ordine di servizio, infatti, porta la data del 2 marzo 1978. Risulta battuto a macchina su carta filigranata azzurrina intestata al ministero della Difesa: autorizza il gladiatore G-219 a prendere contatto con organizzazioni terroristiche mediorientali allo scopo di "ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro". Il documento, prelevato a Roma in busta chiusa, fu regolarmente consegnato a Beirut il 12 marzo '78 dal gladiatore G-71. Nel racconto di Antonino Arconte, misteriosa pedina di una ancor più misteriosa Gladio militare, la sigla G-219 celava l'identità del colonnello Mario Ferraro, il funzionario del Sismi trovato impiccato nella sua casa nel luglio 1995; in G-71, invece, Arconte identifica sé stesso.
Il 2 marzo 1978, però, Aldo Moro non era ancora stato sequestrato. Il rapimento avvenne il 16 marzo, quattro giorni dopo la consegna della missiva. È possibile che una struttura riconducibile ai servizi segreti italiani conoscesse con netto anticipo quanto sarebbe accaduto da lì a poco in via Fani? Se sì, perché non sventò il terribile fatto di sangue? Infine, una domanda su tutte: l'ordine di servizio esibito da Arconte è davvero vecchio di 25 anni o è un falso, uno dei tanti tentativi di depistaggio, molti dei quali scoperti e denunciati dalle commissioni parlamentari che hanno indagato sul caso Moro?
Per cercare di rispondere a tali quesiti, Famiglia Cristiana, Primo Piano e Liberazione hanno commissionato una perizia. Arconte ha prelevato un campione dell'originale, consegnato poi alla dottoressa Gabella con altri documenti ufficiali del ministero della Difesa, datati anni Sessanta e Settanta, per consentire una corretta analisi comparata.
"Il campione è compatibile con l'epoca dei documenti di raffronto", dichiara la dottoressa Gabella. "Non è un documento recente, ha almeno tre anni e mezzo, il che non esclude che sia ancora più "antico"; non è un manufatto dozzinale; se falso, è opera di esperti". La perita ha sottoposto il frammento del documento di Arconte all'esame dattilografico, a quello cosiddetto del "ritorno elastico del solco" e all'osservazione tramite il microscopio a scansione.
Ma l'esito della perizia lascia intatti altri interrogativi, a cui la scienza non può rispondere. Perché un messaggio tanto delicato viene scritto nero su bianco? Perché viaggia via nave e non viene trasmesso in linguaggio cifrato? Perché c'è una marca da bollo?
Se il documento è vero, è clamoroso; se è falso - un falso "d'autore" -, chi l'ha fatto e a che scopo? In ogni caso, l'ordine di servizio sposta l'attenzione su quanto avvenne alla vigilia del rapimento Moro. Famiglia Cristiana, Primo Piano e Liberazione sono venuti in possesso di un carteggio riservato tra il Nucleo Carabinieri Sios della Marina Militare di Spezia e lo Stato Maggiore di Roma. Il carteggio confermerebbe l'esistenza di una strana attività nel mese precedente l'agguato di via Fani. In questi fogli (datati 6, 9 e 10 febbraio 1978) si parla di un'esercitazione denominata "Rescue-Imperator" (Salvataggio-Imperatore) realizzata dal "R.u.s. (S/B)", cioè dal "Raggruppamento unità speciali - Stay Behind". Ovvero Gladio.
Nel primo documento si chiede di prelevare dal bunker 3 di Varignano (La Spezia), base degli incursori della Marina (Comsubin), armamenti da consegnare due giorni dopo al "gruppo Guglielmi", presso il Centro di addestramento guastatori di Alghero. Si citano espressamente degli "autorespiratori aria" per "alto fondale". L'esercitazione - si precisa - avverrà nel "Parco Gran Sasso (Campo Imperatore)", che si trova pochi chilometri a nord dell'Aquila e a non più di una cinquantina dal lago della Duchessa.
Tre squadre operative
Nel secondo messaggio, inviato dallo Stato Maggiore della Marina al Nucleo Sios di La Spezia e che porta il titolo: "estensione durata esercitazione (Rescue-Imperator)", si richiede l'impiego di tre squadre operative chiamate "K2, K6 e K7", nonché dei gruppi "K1 e K5" con funzioni di comando per il 12 febbraio, alle 2.45. Il rapporto prosegue indicando che gli uomini sarebbero stati imbarcati su un elicottero Agusta-Bell abilitato al volo notturno e dotato di armamento per azioni a bassa quota.
Cambia la zona di esercitazione: non più Campo Imperatore, ma l'area Magliano Sabina/Monte Soratte. Il documento continua indicando dei nomi di copertura per i comandanti operativi (Smeraldo e Rubino), e termina sollecitando l'uso, in caso di emergenza, dei codici Nato e non di quelli Civilavia.
L'ultimo rapporto, infine, indica un nuovo velivolo destinato all'operazione, e cioè un elicottero "Bell UH1", in sostituzione di quello richiesto impegnato in un'altra "esercitazione Nato in zona Fucino". Il documento comunica poi che il "gruppo Guglielmi" rimarrà in attesa presso la base di Alghero e che l'"area Campo Imperatore (è) già saturata da reparti speciali carabinieri Lazio". Tutti questi dispacci terminano comandando perentoriamente la distruzione immediata dei documenti.
Ci sono almeno tre elementi che riconducono al successivo sequestro Moro. Il primo è il nome "Guglielmi": si tratta forse dello stesso Guglielmi - colonnello del Sismi, nonché istruttore di Gladio - presente vicino a via Fani al momento dell'agguato delle Br, il 16 marzo '78? L'episodio fu scoperto solo nel 1991. Il funzionario dei servizi si giustificò dicendo che era stato invitato a pranzo da un amico. Il quale smentì.
Il secondo punto rilevante è il fatto che - con attrezzature subacquee - ci si addestri a un'operazione di salvataggio in una zona ("Campo Imperatore") non distante dal lago della Duchessa. Un falso comunicato brigatista (che risultò un depistaggio) diceva che proprio lì era stato gettato il cadavere di Moro. E proprio in quell'area, stando al libro di Sergio Flamigni, Convergenze parallele, era collocato un ponte radio che sarebbe servito a trasmettere messaggi tra le Br del covo di via Gradoli e un loro uomo che stava nella Valle del salto, a due passi proprio da Campo Imperatore. Infine, è importante il riferimento a "Magliano Sabina". Il paese, alle porte di Roma, è stato indicato come possibile luogo di detenzione di Moro da alcuni testi sentiti dalle commissioni parlamentari. I brigatisti hanno sempre negato di aver spostato Moro fuori città. Ma persistono molti dubbi. È stato infatti accertato che le tracce di sabbia e terra vulcanica rinvenute negli abiti e sotto le scarpe di Moro provenivano rispettivamente dal litorale a nord di Roma e dal lago di Bracciano.
Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari(Nota della redazione: "Famiglia Cristiana" non lo nota, ma c' e' anche un altro punto di contatto con la vicenda Moro. "Smeraldo" infatti era il nome dato all' operazione dei Comsubin progettata per liberare Moro e poi non piu' attuata).
"La Stampa"
Venticinque anni dopo il nipote di Aldo Moro canta il suo dolore
ed eseguirà una canzone composta da lui: "Maledetti voi"
ROMA OGNI italiano ha dentro di sè una parola, un profumo, un'immagine di quei 55 giorni che cambiarono l'Italia, i 55 giorni del sequestro Moro. Molti ricordano, in particolare, "l´amatissimo nipote" di due anni e mezzo, Luca, a cui Aldo Moro non smetteva di pensare tra le buie pareti della sua prigione, a cui inviava lettere piene degli unici sorrisi che riusciva a trovare in quelle ore difficili. Sono lettere in cui si parla di mare, di sole, di spiagge, gommoncini, di "biondi capelli che accarezzo da lontano, con tanto amore".
Venticinque anni dopo quel bambino per la prima volta accetta di parlare con un giornalista. E´ cresciuto, i capelli non sono più biondi, ma castano scuro, corti e ricci, lievemente stempiati, molto, molto simili a quelli del nonno, così come è molto molto simile a quello del nonno il sorriso dolce e lieve, lo stesso della mamma, Maria Fida Moro. Gli italiani vedranno Luca sugli schermi cinematografici dopo il 9 maggio, quando uscirà il film Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli. Luca non reciterà, apparirà nelle ultime immagini, in alcune foto d´epoca, fra cui anche l´ultima foto dello statista scattata il 15 marzo 1978, il giorno prima del sequestro. Apparirà con una chitarra in mano e una canzone sulla bocca: "Maledetti voi", composta da lui.
Maledetti voi: perchè?
"Perchè era quello che pensavo, che avevo dentro e che prima o poi doveva venire fuori. E' una canzone di protesta che parla del mio dolore, per tutto quello che hanno fatto contro la nostra famiglia ma anche per quello che viene commesso contro i bambini, per la guerra. Volevo prendermela in generale contro i "signori del potere", volevo ringraziarli per "questo incanto di paese che trema all'orrore di una guerra"".
Ma la canzone su questo dolore quando l´ha scritta?
"Ho scritto questa canzone nella primavera del `99, come appare anche dalla registrazione alla Siae. E´ solo un caso se esce ora che il mondo è alle soglie di una guerra. O forse non lo è".
Tu da che parte stai chiede a questi "signori del potere" nella canzone: ma, lei, Luca, da che parte sta?
"Quella delle vittime, che sperano che non vi siano più vittime, che si smetta di fare del male. Sa, una volta c´era una famiglia felice, è finita il 16 marzo 1978. Oggi possiamo soltanto scegliere se chiamarci sopravvissuti o sopravviventi. Per quello che mi riguarda esiste soltanto una verità: che ci hanno portato via il nonno".
Come è nata la collaborazione con Martinelli?
"Per caso. Mia madre venne a sapere del film e chiese di poter leggere la sceneggiatura. L'ultima volta che avevano girato un film sul nonno, le era venuto quasi un infarto nel vedere che cosa avevano combinato. Ora voleva almeno essere preparata. Il testo le era piaciuto e andò a Siena a incontrarli alla fine delle riprese. Scoprì che non avevano previsto una canzone conclusiva del film. Stavano pensando a "Dio è morto" o qualcosa di simile, in realtà erano a caccia di un cantautore. Mia madre gli disse: ce l'avrei io quel cantautore, si chiama Moro. Il regista ascoltò la mia canzone, non ebbe dubbi. Andai a Cinecittà a registrare, un sogno!"
Nessun problema con le telecamere o le sale di registrazione? In fondo, per lei era la prima volta.
"Nessuno. Non abbiamo nemmeno fatto ricorso al playback. Quella che si vede nel film è una canzone in diretta. Abbiamo fatto quattro registrazioni diverse, poi abbiamo scelto la migliore".
Da quanto tempo suona?
"Da quando avevo 14 anni con un maestro, anche da prima da solo. Da tre anni studio armonia e ora anche il mandolino".
Generi preferiti?
"Blues, fingerpicking".
Autore preferito?
"Fabrizio De Andrè, lo considero il più grande poeta contemporaneo. Mia mamma mi faceva addormentare cantandomi "La guerra di Piero"".
"Ninetta bella, morire di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio...".
"Mia mamma è una che ha avuto molte premonizioni in tutta la nostra vicenda".
A parte "Maledetti voi", ha composto altre canzoni?
"Tante, ma non ho voglia di pubblicarle. Sono vecchie, appartengono a periodi troppo tristi".
Canterebbe una canzone come quella di Alex Britti a Sanremo?
(Ci pensa su). "No. Sì. Non lo so. Una cosa è certa, non ho ambizioni. Oggi sono insegnante di ginnastica e posso anche morire insegnante di ginnastica. L'importante è fare ciò che sento, l'importante è ricordare mio nonno".
Chi era suo nonno?
"Quello che più mi fa male è sentire che se ne parla come di un simbolo, un qualcosa di ormai astratto. Per me era mio nonno, una persona speciale, unica, che hanno voluto morta a tutti i costi perchè era quello che era".
Ma lei aveva due anni, che cosa ricorda di lui?
"Anche se sembra incredibile, mi ha insegnato a giocare a scacchi. Un giorno quando avevo già dieci anni mia nonna mi chiese se volevo fare una partita. Io risposi che non sapevo giocare. Invece, quando mi trovai la scacchiera davanti mi resi conto che a poco a poco ricordavo tutto, come si muovono l'alfiere la torre, la regina, come se qualcuno me l'avesse detto e scoprii che era stato lui, il nonno".
Il "nonno degli scacchi", dice, infatti, Aldo Moro nelle sue lettere, ma anche il nonno che la portava a fare "una trottata con i piedi nudi sulla spiaggia" o dava "uno strattone per il tuo gommoncino". Le ricorda qualcosa?
"No, non ho ricordi del nonno legati al mare, ricordo come si lavava le mani, il suo modo di fumare, ricordo alcune parole. Ricordo soprattutto il periodo dei 55 giorni, la casa sempre buia perchè tenevano le persiane abbassate".
Che rapporti ha con suo padre?
"Inesistenti. La mia unica figura paterna nella vita è stata il nonno, anche per questo la sua scomparsa è stata ancora più dolorosa. Mia nonna infatti mi chiama: il più piccolo dei suoi figli e il più grande dei suoi nipoti".
E' per questo che si fa chiamare Luca Bonini Moro, aggiungendo il cognome di sua madre, di suo nonno, a quello di suo padre?
"Io mi chiamo Luca Moro. E basta".
Perdoni la domanda, ma Luca Moro vuole per caso entrare in politica?
"La politica mi è caduta addosso quandi avevo due anni. Ancora mi devo rialzare"."La Stampa"
IL FILM-INCHIESTA DI RENZO MARTINELLI
Uscirà il 9 maggio, ventincinquesimo anniversario del ritrovamento di Aldo Moro, il film "Piazza delle Cinque Lune", diretto da Renzo Martinelli (foto), il regista di altre opere "impegnate" come Vajont e Porzus, in cui l´elemento narrativo si mescola all´inchiesta. Il film racconta non il sequestro di Aldo Moro ma la ricerca del memoriale dello statista, quattrocento pagine scritte di suo pugno durante la prigionia e mai ritrovate: la polizia ha lavorato solo su fotocopie. Inoltre, è mistero assoluto su 25 pagine di cui si conosce l´esistenza, ma non si sa assolutamente nulla del contenuto. Il titolo Piazza delle Cinque Lune si riferisce al luogo dove si incontrarono il 14 marzo 1979 Mino Pecorelli, giornalista di Op, che aveva il memoriale e stava per renderlo pubblico se non fosse stato ucciso sei giorni dopo; il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che aveva il memoriale e fu ucciso; Antonio Varisco, colonnello dei servizi segreti, anche lui ucciso. Il cast è d´eccezione, come la storia: Donald Sutherland, Stefania Rocca, Giancarlo Giannini.ANSA:
La strage di Via Fani si poteva evitare? Falco Accame, ex presidente della commissione difesa della Camera sottolinea che questo e' "il terribile interrogativo che a 25 anni di distanza non ha trovato una risposta". "Tre anni or sono e precisamente il 28 marzo 2000 segnalai (la notizia venne anche ripresa dall'Ansa e da vari giornali) al presidente del Consiglio Giuliano Amato e ad altre autorita' quali il presidente della Commissione Stragi e il presidente del Copaco un sito internet (www.geosities.com/pentagon/4031) dove si poteva leggere che un agente segreto fu inviato a Beirut prima dell'agguato di Via Fani in relazione al previsto rapimento dell'onorevole Moro questo invio venne deciso circa 2 settimane prima dell'agguato di via Fani, probabilmente badandosi su segnalazioni che erano giunte da varie carceri. Un 'gladiatore' della Gladio delle centurie fu inviato a Beirut. Egli vive in Sardegna e puo' confermare la sua missione e mostrare copia degli ordini che egli porto' al colonnello Stefano Giovannone capo centro a Beirut per prendere contatto con l'Olp per la liberazione di Moro cio' dunque ancor prima che egli fosse rapito. E' noto che varie forze in Italia avevano interesse sia al rapimento di Moro e alle sue confessioni sia alla liberazione per le rivelazioni che avrebbe potuto fare, la Gladio delle centurie era alle dipendenze del ministero della Difesa - direzione generale di Maripers, direzione personale della Marina Militare - dunque era al corrente del prevedibile rapimento, il problema che si pone e' il perche' questo fatto non venne acquisito dalle forze dell'ordine".
"C'e' anche da chiedersi oggi - sottolinea - perche' nessuna risposta sia stata fornita all'interrogazione dell'on Andreotti in data 9 maggio 2002 con cui si chiedeva di controllare la veridicita' della notizia cosa che appare assai semplice perche' basta interrogare il latore del messaggio per sapere se egli si e' recato a Beirut mostrando la cartolina di richiamo che egli ha avuto dal comando subacquei incursori di La Spezia, il foglio di imbarco sulla nave mercantile con cui parti' da La Spezia alla volta di Beirut e gli ordini di partenza che egli ricevette nonche' l'ordine 'a distruzione immediata' che egli porto' a Beirut affinche' il capo centro dei servizi colonnello Stefano Giovannone chiedesse ad Arafat di intervenire per la liberazione di Moro cosa che Arafat fece sia pure quando ormai era troppo tardi. Cio' che profondamente amareggia e stupisce e' che queste verifiche che forse avrebbero potuto portare a scoprire perche' non venne dato l'allarme a chi di dovere e avrebbe potuto evitare che 5 agenti fossero uccisi. Se si fosse tenuto conto dei preavvisi che avevano fatto muovere il gladiatore da La Spezia per Beirut probabilmente la loro vita a via Fani poteva essere salvata".ANSA:
"So bene come 'le vedove inconsolabili' di certa sinistra democratico-cristiana, che ha voluto dare di Aldo Moro - un democratico cristiano ed un conservatore illuminato - l' idea falsa di un uomo di sinistra, non accettano che egli sia stato ucciso dalla sinistra; e quindi hanno inventato, anche per la misteriosa e accertata disinformazione del Kbg, il coinvolgimento della Cia e della onnipresente P2": e' uno dei passaggi di una lettera che il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha inviato al giornalista Bruno Vespa e che sara' letta nel corso di una puntata di "Porta a Porta" dedicata al caso Moro.
"Aldo Moro - scrive Cossiga - e' stato ucciso dalle Br, organizzazione sovversiva di sinistra, d' ispirazione marxista-leninista, con qualche elemento di utopismo cristiano nei suoi capi, filtrato attraverso il non sempre prudente insegnamento della facolta' di sociologia dell' Universita' di Trento. Le Br non erano ne' fomentate, ne' controllate da potenze estere. Solo alcuni Stati dell' Est, ad esempio la Cecoslovacchia e la Repubblica Democratica Tedesca, erano soliti dare asilo politico e 'una fraterna accoglienza' agli esponenti delle organizzazioni sovversive europee di sinistra in fuga dall'occidente. Naturalmente sia il Kgb che il Gru (servizio segreto dello stato maggiore sovietico) tenevano 'in evidenza' le Br, ma allo stesso titolo con cui trattavano tutte le organizzazioni di sinistre filo-sovietiche politiche, sindacali e culturali come potenziali alleati in caso di invasione del nostro Paese, secondo i piani in cui il nostro governo ha preso piena conoscenza dopo la democratizzazione degli Stati dell' Est. E' questo fino a quando presso i partiti comunisti al governo di questi Paesi non vi fu un duro intervento di protesta del partito comunista italiano. Le Br naturalmente avevano collegamenti con altre organizzazioni terroristiche europee di sinistra e arabe. Dalle quali ultime furono rifornite anche di armi. Le Br - conclude Cossiga - sono state frutto di incapacita' dei partiti democratici di sinistra e delle organizzazioni sindacali di gestire e metabolizzare in senso democratico e partecipativo il malessere sociale esistente, in cui si innesto' poi la reazione al compromesso storico maturato nella alleanza politico-parlamentare tra la Dc e il Pci, quest'ultimo accusato tra l'altro di aver tradito la Resistenza in quella sua fase incompiuta di rivoluzione di classe".ANSA:
Si fecero "tutti i tentativi possibili ed immaginabili" per liberare Aldo Moro. Lo ricorda il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, in un' intervista a 'Porta a porta'. "Io stesso - sottolinea - mi mobilitai per coinvolgere nelle ricerche il Fronte di liberazione della Palestina. Arafat mando' qui il suo ministro degli Esteri Kadduni, che diede, come tanti altri, una disponibilita' totale".
Tra le ipotesi fatte, spiega Pisanu, si penso' anche allo scambio con un brigatista in carcere. "Quando si arrivo' a quest'aspetto - osserva - si penso' che la sola soluzione praticabile poteva essere quella della concessione della grazia ad un brigatista che non si fosse macchiato le mani di sangue, ma quando si ando' a cercare una persona che corrispondesse all'immagine che ci si era fatta, se ne trovarono pochi di brigatisti che avessero le mani pulite".
La scelta della fermezza da parte della Dc, prosegue Pisanu, "fu il frutto di un'autonoma tormentata riflessione interna, per molti di noi anche lacerante". E il mantenimento di questa linea, aggiunge, costo' "moltissimo a Zaccagnini, credo anche la vita".
La rilettura dei documenti che sono stati ritrovati, sottolinea il ministro, "mostra come il presidente Moro sia stato sempre attento a non dire una sola parola che potesse recare nocumento agli interessi generali dello Stato ed anche questo e' una prova, posto che ce ne fosse bisogno, della grandezza morale e politica". Quanto all'autenticita' delle lettere di Moro, secondo Pisanu, "le lettere erano sue e penso che le abbia scritte sapendo che i suoi primi destinatari erano proprio le Brigate Rosse, cosicche' e probabile che attraverso quelle lettere lui abbia cercato di intessere un dialogo, non voglio dire una trattativa, con le stesse Br".
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