Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - 1/10 marzo
1 marzo 2003 - MORO: IL FIGLIO GIOVANNI,DOPO 25 ANNI ATTENDO ANCORA VERITA'
ANSA:
Giovanni Moro, il figlio dello statista ucciso il 16 marzo 1978, in un'intervista pubblicata oggi su "L'Avvenire", torna a chiedere, a 25 anni dalla morte del padre, verita' e giustizia. Lancia accuse pesanti contro chi non ha indagato abbastanza "sui molti punti oscuri" e definisce "gravissimo" il fatto che un brigatista come Alessio Casimirri sia ancora 'latitante' in Nicaragua.
Spiega che dopo 25 anni ancora non e' possibile fare un bilancio di quanto accadde a suo padre, perche' manca "una verita' definitiva". Una verita' che non puo' essere ancora accertata per colpa dell' "inspiegabile resistenza" da parte dei "protagonisti e degli eredi dei politici di allora" e dei "magistrati che non hanno indagato abbastanza sui molti punti oscuri" della vicenda.
"Molti dei nostri problemi - sottolinea Giovanni Moro - derivano dalla mancanza di una seria chiusura dei conti con il passato. Il 1978 e' stato un anno di svolta dopo il quale il Paese non e' stato piu' lo stesso". Ricorda che il tentativo di suo padre di "superare la democrazia bloccata" non era, soprattutto per quegli anni, una cosa normale. "Una cosa come quella che lui stava cercando di fare in Italia - dichiara infatti - suscito' certamente molti nemici da molte parti". Ma ora invita a fare finalmente chiarezza su quegli anni ed esorta i protagonisti di allora a parlare "finalmente con serenita'".
Giovanni Moro punta quindi il dito contro gli ex brigatisti che non hanno ancora detto tutta la verita' e questo, aggiunge "autorizza a pensare male di loro, dei loro pentimenti e delle nuove vite che si sono costruite". Definisce "gravissima" la latitanza di Casimirri e afferma di aver chiesto "inutilmente in questi anni ai vari governi di fare qualcosa. Ma invano".
Dichiara infine di attendere ancora le scuse da chi prese le distanze da suo padre durante la prigionia, sostenendo che non era in se' quando scriveva le sue lettere. "Per me - dichiara - resta soltanto un comportamento di estrema vilta' per il quale nessuno finora si e' ancora scusato".
E non ha dubbi su chi fossero in realta' i rapitori, ma afferma di non sapere ancora chi permise che ci fossero "omissioni, inefficienze" o una semplice volonta' di "lasciar fare perche' era meglio che finisse cosi".

2 marzo 2003 - SUL LIBRO DI GRIGNETTI SU CONFORTO
"Il Corriere della sera"
SPIONAGGIO Un personaggio legato a Mitrokhin
Conforto, lo 007 del mistero
FRANCESCO GRIGNETTI Professione spia Marsilio pagine 224 13,50
Fra i risvolti del dossier Mitrokhin, uno riguarda un signore romano che per quasi mezzo secolo ha fatto la spia per i sovietici, a partire dal 1932, quando il KGB gli chiese d'infiltrarsi nel partito fascista. Si chiamava Giorgio Conforto e la sua vicenda viene ora romanzescamente ricostruita da Francesco Grignetti. La carriera della "spia" Conforto è sorprendente: i fascisti lo scoprono già nel '33 e lui se la cava stabilendo rapporti con l'Ovra, i tedeschi lo catturano nel '42 e lui si salva dai lager, nel dopoguerra continua anche se i servizi sanno chi sia. Fino al mistero maggiore: è in casa di sua figlia Giuliana che, nel 1979, vengono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda, dopo l'omicidio Moro.
Enrico Mannucci

3 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: SUL COVO TOSCANO DELLE BR
"Il Messaggero"
"Sono i primi Br-Pcc a finire in trappola
Il loro gruppo firmò l'omicidio Biagi"
dal nostro inviato
RITA DI GIOVACCHINO
BOLOGNA- Sono partiti alla volta di Arezzo, il procuratore capo Enrico Di Nicola e il pm Paolo Giovagnoli, non appena è arrivata la conferma che i due brigatisti catturati erano Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. "Li hanno presi, andiamo", ha detto Di Nicola. Appena una battuta pronunciata a mezza bocca. Non c'è stato bisogno di aggiungere altro. Dopo quasi dodici mesi di buio fitto nelle indagini sull'uccisione del professor Biagi, questa dannata sparatoria sul treno, purtroppo conclusasi con il sacrificio di un altro servitore dello Stato e con la morte di uno dei due terrotisti, apre finalmente uno spiraglio investigativo sugli eredi storici delle Brigate rosse, il gruppo che ha firmato il delitto del giusvalorista. Poi in serata, al termine del vertice, Di Nicola è apparso sollevato: "Il fatto importante che la Lioce e Galesi erano due ricercati come appartenti alle Br-Pcc, l'organizzazione che ha firmato il delitto Biagi. Questo è fondamentale. Finora non era stato preso nessuno. Il resto sarà accertato, si tratta di uno snodo importantissimo per la nostra indagine".
Che ruolo abbiano avuto i due brigatisti nell'assassinio di via Valdonica, il 19 marzo scorso, non è ancora chiaro. Ma un ruolo lo hanno avuto: di questo sono certi anche gli investigatori bolognesi. Il capo della Digos, Vincenzo Rossetto, tra i pochi funzionari di polizia sopravvissuti all'indagine sulla mancata scorta a Biagi, è andato ad Arezzo per uno scambio informativo con i colleghi romani e toscani. Un vertice svoltosi finalmente all'insegna della speranza. Come sempre è l'attitudine a memorizzare, archiviare, catalogare a tradire gli appartenenti alle Br. E quella borsa di Desdemona, piena di documenti, di riferimenti lascia sperare bene: nei prossimi giorni si scoprirà il covo, i progetti dei futuri attentati, lo stato del dibattito interno, i nuovo proclami e i nuovi obiettivi. E per loro sarà finita. Non sarà un anniversario pieno di amarezza.
L'arresto effettuato è buono, buonissimo. Non era un mistero che quegli ordini di cattura dell'ottobre scorso, firmati dal pm Franco Ionta, nei confronti dei due brigatisti serviva a circoscrivere il cerchio delle indagini attorno alle Br-Pcc, l'unico esiguo gruppo di terroristi in grado di riaprire una stagione di sangue. E tra questi c'era proprio Desdemona Lioce, che tutti indicavano ancora attiva nella zona di Firenze, all'interno del Comitato rivoluzionario toscano dele Br. Ancora loro, sempre loro. Il Comitato toscano è sempre stato qualcosa di più di una semplice colonna e dal periodo del sequestro Moro costituisce il punto più alto di riferimento dell'intera organizzazione brigatista. Non privo di sospetti sulle molte protezioni che ha goduto per sviluppare la sua attività e i suoi sospetti, come quella base del Sismi in via sant'Agostino 3, dove un infiltrato delle Br andava a riferire al capo del Centro di Controspionaggio Federigo Mannucci Benincasa.
Ad indirizzare l'attenzione degli inquirenti bolognesi sul gruppo toscano c'era naturalmente la vicinanza logistica tra Firenze. Ma anche il fatto che i brigatisti toscani, sopravvissuti alla falcidie di arresti dell'89, sono gli unici ad avere la preparazione culturale e l'esperienza militare per portare a fine attentati come quelli contro D'Antona e Biagi. Tra i due è la donna, Desdemona Lioce, ad avere un curriculum di maggior spessore: in un rapporto di polizia il suo nome viene accostato a quello di Michele Mazzei, operaio di Castelnuovo Garfagnana, protagonista insieme a Fabio Ravalli e Maria Cappello della precendete stagione di sangue, culminata nell'89 con gli assassini del sindaco di Firenze Lando Conti e a Forlì del senatore Roberto Ruffilli. Un agguato quest'ultimo, molto somigliante per le modalità, a quello di Marco Biagi, compiuto da terroristi in trasferta in grado di individuare bersagli non protetti e altamente simbolici.

3 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: A POCHI GIORNI DA 25 ANNI RAPIMENTO MORO
A 25 ANNI DAL DELITTO MORO
di ROBERTO MARTINELLI
A POCHI giorni dalla ricorrenza dei venticinque anni della strage di via Fani e del delitto Moro ecco spuntare dal più banale e casuale dei controlli su un vagone ferroviario due appartenenti alle nuove Br che non esitano ad uccidere quando si rendono conto che la loro latitanza è finita. Un uomo e una donna indagati da anni, sospettati di essere coinvolti negli omicidi D'Antona e Biagi e poi svaniti nel nulla. Non appena il tam-tam del loro arresto è stato trasmesso da una Procura all'altra, una folla di magistrati si è prenotata per interrogarli. E subito è cominciata la ridda di ipotesi sul perché fossero su quel treno, su quale fosse la loro destinazione e sul vero obiettivo del loro viaggio. Un attentato o una fuga? Un summit segreto o cos'altro?
La macchina investigativa si è messa in moto e quel poco che gli inquirenti sono riusciti a scoprire da quanto era in possesso dei brigatisti (la microcamera, i due computer portatili, la pistola 7.65, e i documenti falsi) è oggetto di attenta valutazione. Ma nulla di concreto è emerso: la sola certezza è stata l'amara constatazione che la lotta al terrorismo è ancora lontana dall'essere vinta. La reazione dei due brigatisti ha dimostrato infatti un perfetto addestramento all'uso delle armi e una fredda capacità di affrontare le difficoltà tipica di quelli che erano una volta gli uomini del partito armato.
E' forse esagerato dire che la sparatoria di ieri abbia ricacciato il paese nel tunnel della paura e dell'angoscia, o peggio ancora nell'incubo degli anni di piombo. Ma il segnale che le istituzioni hanno colto è forte e ha convinto tutti ad una seria riflessione sugli errori commessi. Si pensi solo che gli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi sono ancora liberi e le indagini continuano a girare a vuoto passando da un indagato all'altro, ma tutti alla fine scagionati. Due vittime sacrificali, due giuristi, due riformatori, due bersagli facili senza protezione alcuna, attendono ancora giustizia.
La microcamera trovata indosso ai due brigatisti arrestati ieri era destinata a mettere nel mirino una terza vittima con le stesse caratteristiche? Difficile dirlo, forse impossibile se non salterà fuori una prova certa e inconfutabile che nemmeno una ripresa già effettuata può dare. Una volta esclusa questa pista investigativa resterebbe quella di accertare eventuali responsabilità negli assassini D'Antona e Biagi. Ma il lungo lasso di tempo trascorso gioca a favore degli arrestati e appare sempre più problematico dimostrare una loro eventuale colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.
E' invece assai più interessante lo squarcio che i due arresti hanno aperto sullo scenario del terrorismo degli anni Duemila. I due brigatisti presi al termine della sparatoria nel treno sono gli uomini del partito armato di oggi. Due rappresentanti di un movimento eversivo che è stato studiato solo attraverso incerte testimonianze postume di dissociati o pentiti, e su interpretazioni filologiche dei loro proclami da sempre oggetto di inutili dibattiti e di suggestive ma improduttive ricerche storico-poliziesche.
Una delle voci dal di dentro, quella di Alberto Franceschini, disse tanti anni fa che l'organizzazione delle Br, per come la conosceva lui, era di una debolezza politica infinita. Certo i terroristi di oggi sono distanti anni luce dalla geometrica potenza del commando che agì in via Fani e tenne in scacco lo Stato italiano per 54 giorni. Ma la dinamica dell'episodio di ieri dimostra assoluta familiarità nell'uso delle armi, capacità di reazione e disponibilità di mezzi di tutto rispetto. Ed ecco allora quanto sia delicato e al tempo stesso difficile il compito che attende gli inquirenti. Perché stavolta la ricerca della verità ha un doppio scopo. Non deve solo accertare ruolo e responsabilità personali, ma scoprire i legami, le complicità e, se possibile, la centrale operativa che si muove alle loro spalle. Per far questo occorre collaborazione e non rivalità tra magistrati e inquirenti. Ma soprattutto volontà e unità di intenti di tutte le forze politiche nel combattere seriamente il terrorismo.
Qualche giorno fa in un'aula di giustizia un proclama brigatista, per una presunta "vacuità dei suoi contenuti", è stato equiparato ad uno dei "messaggini" che avvolgono i baci di cioccolato. Un pubblico ministero, nella sua piena e assoluta disponibilità dell'azione penale, ha ritenuto opportuno ricorrere a questa immagine colorita per sostenere l'assoluta innocenza di quattro militanti delle brigate rosse che l'anno scorso esibirono in aula un documento per rivendicare l'assassinio di Marco Biagi. La similitudine è stata condivisa dal giudice che ha assolto gli imputati con la formula "il fatto non sussiste". Alla luce di quanto è accaduto ieri, quel paragone non risulta una scelta felice. Di certo non ha avuto l'effetto deterrente che l'esercizio dell'azione penale dovrebbe avere su chi è deciso a combattere lo stato di diritto.

4 marzo 2003 - TELE+GRIGIO SUI MISTERI D'ITALIA
ANSA:
Nel mese di marzo, il consueto appuntamento con "Dedicato a..." offre quattro storie italiane, legate tra loro dal sottile filo della denuncia politica e civile. In un marzo che ci riporta alla mente, a 25 anni di distanza, la vicenda del rapimento di Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo del 1978 e ritrovato senza vita il 9 maggio dello stesso anno. La rassegna inizia domani, (alle 21.00 su Tele+Grigio) con "I Banchieri di Dio - Il caso Calvi" di Giuseppe Ferrara, lucida analisi di un caso sul quale la giustizia italiana non ha fatto ancora oggi piena luce, per terminare il 26 marzo con "Giovanni Falcone", precedente lavoro di denuncia dello stesso regista, che inquadra l'opera giudiziaria svolta da Giovani Falcone e la sua conseguente tragica scomparsa. Il 12 marzo andra' in onda "Un eroe borghese" dedicato al delitto Ambrosoli per la regia di Michele Placido e il 19 marzo "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant, ispirato al libro di Nando Dalla Chiesa. A venticinque anni dalla scomparsa di Aldo Moro, a marzo Tele+ regala dunque altre quattro storie italiane per non dimenticare. Sempre su Tele+Digitale, Raisat Album dedica un'ampia rassegna all'argomento, con la messa in onda dei telegiornali che nel 1978 hanno accompagnato per oltre cinquanta giorni il tragico sequestro di Aldo Moro.

5 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: INTERVISTA FARANDA
"La Repubblica"
Faranda: rivivo il mio dramma vecchie e nuove Br sono legate
l' ex brigatista
La 'postina' del rapimento Moro: 'Se arriva l' avallo dal carcere agli attentati, c' è collegamento politico' il ricordo Ho sentito la notizia, ho immaginato quella donna: dopo tanta morte, torni tra i vivi ma nulla è come prima la clandestinità La donna del treno era clandestina: conosco il dramma e la solitudine di quella vita e la difficoltà a uscirne la microcamera La microcamera nel pacchetto di sigarette: probabile che andassero a fare un' inchiesta la lotta armata Non si può inseguire il sogno di una società più giusta con la lotta armata, ormai sono una non violenta convinta
SILVANA MAZZOCCHI
ROMA - "Ho sentito la notizia e ho avuto subito una sensazione; mi è affiorata come un' immagine dal mondo della clandestinità. I documenti falsi, la tensione del controllo. Lì per lì ho pensato: era domenica mattina, forse andavano a una riunione, a metà strada con il nord, come si faceva all' epoca. Ma è stata solo un' impressione: quando ho sentito della microcamera nel pacchetto di sigarette, mi è sembrato più probabile che andassero a fare un' inchiesta". Adriana Faranda, 53 anni, componente della Direzione strategica nelle prime Brigate Rosse all' epoca del sequestro Moro e "postina", insieme con Valerio Morucci, nei 55 giorni del rapimento, venne arrestata nel ' 79. Ha scontato sedici anni di prigione ed è libera dal ' 95. Vive in campagna, fa la fotografa, e, ormai, si dichiara "una non violenta convinta". E' trascorso un quarto di secolo dalla strage di via Fani. Alle prime Br sono seguìte negli anni Ottanta quelle di seconda generazione e la lotta armata è stata sconfitta e isolata. "Le Br attuali sono per me incomprensibili - dice Faranda - eppure un elemento di continuità con il passato ci deve essere. Ho avuto dei dubbi finché le Br attuali non sono state avallate dai brigatisti detenuti. Dopo, non più. Quando dal carcere parte l' appoggio diretto vuol dire che c' è almeno un riconoscimento, politicamente parlando. E per le Br, "politicamente" vuol dire che c' è un minimo di prolungamento. Ideologico e organizzativo". Nadia Desdemona Lioce ha detto di essere delle Brigate rosse e si è dichiarata prigioniera politica. Proprio come facevate voi. "Non mi ha stupito. Stesso comportamento, stesse formule. Se esiste ancora un gruppo di persone che si rifà all' ideologia delle Brigate rosse, è ovvio che chi ne fa parte riproduca gli stessi riti, sebbene il contesto sociale sia profondamente cambiato. Dichiarare l' appartenenza e dirsi prigionieri politici, è fra i connotati dell' identità brigatista". Riti a parte, riconosce una continuità oggettiva tra le nuove e le vecchie Br? "L' uccisione di D' Antona e di Biagi mi hanno lasciato esterrefatta. Lo dico rispetto alle prime Brigate rosse; perché già quelle di seconda generazione, degli anni Ottanta, sono per me difficili da interpretare. Quando le vecchie Br volevano avviare un processo di diffusione dell' ideologia della lotta armata sceglievano obiettivi immediatamente riconoscibili, l' epoca delle persone con responsabilità nascoste o meno visibili è venuta dopo. Ora, per fortuna, è tutto diverso: un' epoca si è chiusa definitivamente. Oggi siamo in presenza di un movimento per la pace, autentico, trasversale e forte, del tutto differente dal movimento antiamericano di un tempo e dell' odio cosiddetto antimperialista che l' accompagnava. Le nuove Br non hanno tanta acqua in cui nuotare o tanto referente disposto a passare sul terreno della violenza". E allora? "Non le so interpretare. In questa situazione le vecchie Br sarebbero state in ritirata strategica. Mi spiego: al 90% se ne starebbero tranquille, in attesa di un contesto sociale di conflitto acuto, per il restante 10% tenterebbero di riavviare un discorso di propaganda, per riconquistare il consenso. Ma con azioni di basso profilo, non certo con gli omicidi. Tengo a dire che sto ragionando a rigor di logica. Dò per scontato il lato umano: che non si può inseguire il sogno di una società più giusta con la lotta armata. Io sono ormai una non violenta convinta". Lei è stata una dirigente delle Br, sa riconoscere la cosiddetta "sapienza" brigatista nei documenti diffusi dopo gli omicidi di Massimo D' Antona e di Marco Biagi? "Quei documenti non li ho letti. Ma vorrei smitizzare il concetto di "sapienza". All' epoca noi ci informavamo sui volumi degli iscritti al Rotary, sulla guida Monaci, sui giornali locali. Ormai c' è Internet, che mette a disposizione qualsiasi cosa per chi vuole e sa navigare bene. Quanto agli informatori, anche ai nostri tempi c' era l' impiegato al ministero o altrove. Ma direi che oggi, in un momento in cui la situazione di massa d' appoggio non esiste, potrebbe rivelarsi paradossalmente più facile individuare il simpatizzante isolato". Quale consistenza pensa possano avere le nuove Br? "La pericolosità di un gruppo non ha niente a che fare con la sua consistenza numerica ed è in diretta relazione con la volontà e la decisione di queste persone ad agire. E' un dato di fatto che, a differenza dei nostri tempi, oggi non esistono situazioni favorevoli nei movimenti. E meno si è presenti sul territorio, più difficile è muoversi. Ma sta di fatto che loro si muovono, purtroppo". Secondo lei, ci sono contatti o collegamenti con le vecchie Br? "Un legame, anche fisico, con le vecchie Br, probabilmente c' è. Non ho né la voglia né gli strumenti per avere certezze o per trarre conclusioni. Tra l' altro non ho mai conosciuto alcun elemento del gruppo toscano. Quanto alla continuità, invece, c' è sicuramente quella ideologica-organizzativa". Da che lo deduce? "Dal fatto che le nuove Br sono state appoggiate da persone detenute. Perché, per quanta fame e sete di referenti esterni possa avere chi è prigioniero, non si avalla qualcuno, fuori, se non si sa chi è. Devi riconoscerlo come parte di te, ideologicamente e politicamente. Devi riconoscere la tua stessa identità politica, avere delle garanzie". Il declino e la sconfitta delle Br iniziarono venticinque anni fa, dopo l' omicidio di Moro e della sua scorta. Come mai ancora esistono le Brigate rosse? "Se non si accetta che la lotta armata è stata sconfitta dalla storia; se non si accetta che l' utopia di una società giusta non si può imporre e non si può ottenere con la violenza, ma anzi, al contrario, si può fondare solo sul rispetto della vita, allora si continua ad andare avanti, a tempo indeterminato, nella stessa perversa illusione". Come guarda Adriana Faranda le Br di oggi? "Vivo con molta amarezza, quanto è accaduto. Due morti e la donna del treno era clandestina. Conosco il dramma e la solitudine di quella vita. Conosco le difficoltà ad uscirne. E adesso l' irreversibilità di quanto è avvenuto è enorme e irrimediabile. Se sei clandestino, o riconosci la sconfitta e vai altrove, magari all' estero. O, peggio, stai qui, in attesa, finché fai o accade qualcosa. Scelte drammatiche e definitive. E dopo, dopo tutta questa morte, anche se tornerai tra i vivi- e non uso questo termine a caso- non sarai mai più quella di prima. E non sarà mai finita". Sta pensando a lei stessa? "Sì, in parte. Anche se io, come tanti altri, non ho mai ucciso nessuno in prima persona. Ma è lo stesso. Le responsabilità collettive sono un macigno. Dentro ti resta sempre qualcosa che ti dà la consapevolezza che nulla sarà più com' era".

6 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: SULLE BASI TOSCANE DELLE BR
"Il Messaggero"
Firenze, la base "inviolabile"
La colonna toscana delle Br non è mai stata smantellata
dal nostro inviato
FIRENZE- Un tuffo nel passato, un ritorno alle origini del partito armato, con magistrati e poliziotti che danno la caccia a terroristi e covi Br come 25 anni fa. C'è chi spera che che da un momento all'altro possa saltar fuori la base terroristica cui facevano capo Mario Galesi e Nadia Lioce, che in questa città erano di casa. E c'è chi scuote la testa e dice: "Non li prenderanno neppure questa volta". Perché Firenze per le Br è sempre stato un porto franco. Qual è il filo che lega passato a presente, che cosa ha portato i due terroristi in questa città? La risposta è semplice: il Comitato rivoluzionario toscano è sempre stato qualcosa di più di una semplice colonna, il cuore dell'organizzazione più sconosciuto e imprendibile, rimasto integro ad ogni ricambio generazionale.
A scrutare tra i pochi riferimenti biografici di cui finora disponiamo, uno spunto si trova: negli anni '80 Mario Galesi abitava in via Ugo Pesci, al Tiburtino. Proprio nello stesso stabile dove nel gennaio '81 fu arrestato Giovanni Senzani, allora capo dell'ala movimentista delle Br, ma dal '76 membro attivo del Comitato toscano. Galesi all'epoca era molto giovane, ma può essere entrato successivamente in contatto con persone che hanno condiviso quell'esperienza. Le Br, dopo il sequestro Moro, si erano spezzate in due e Senzani, allora criminologo di via Arenula, si appropriò di una metà. Di tutti i capi Br, resta il più enigmatico: prima di trasferirsi al Tiburtino aveva condiviso per circa tre anni un appartamento con un informatore del Sismi. Nell'80 partecipò al sequestro Cirillo e per quella macabra riedizione del sequestro Moro, che servì a coprire ricatti intrecciati tra politica e imprenditoria camorrista, riuscì a mettersi in tasca mezzo miliardo.
Resta un mistero dove si trovasse durante il sequestro Moro, ma un sospetto c'è. Molti anni dopo, nel '93, in un monolocale di via Sant'Agostino 3, durante lavori di ristrutturazione, saltarono fuori da un soppalco armi da guerra. Il proprietario, marchese Bernardo Pianetti Lotteringhi della Stufa, ricordò che il padre Alessandro, ormai defunto, molti anni prima aveva messo l'appartamentino a disposizione di un amico, Federigo Mannucci Benincasa, il capocentro del Controspionaggio di Firenze. Seguì un processo, durante il quale il capocentro ammise che il locale era stato utilizzato per un'attività "diversa da quella istituzionale", un'ammissione che gli costerà una condanna a tre anni. Ma dalla lettura della sentenza emerge un particolare: dal '77 il Centro Sismi di Firenze era in contatto con una persona vicina alle Br, per cui fu necessario acquisire "un luogo con adeguate misure di sicurezza", non solo per incontri, ma per attivare una segreteria telefonica rimasta in funzione fino all'82. Una data che più o meno coincide con l'arresto di Senzani, che in quel periodo continuava a trascorrere lunghi periodi nella sua casa di Borgovecchio. Oggi l'ex brigatista è un signore di 60 anni che tutte le mattine va in bicicletta al lavoro, una piccola casa editrice in via del Pilastro.
Poche sere fa, a Tg2 Dossier, l'ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, in una trasmissione su Aldo Moro ha detto: "Una piccola scoperta l'abbiamo fatta: siamo riusciti a individuare l'appartamento dove si svolgevano le riunioni del Comitato esecutivo Br nel periodo Moro. Era in via Ugo Bargi, ma nessuno ha riaperto le indagini". Nessuna indagine neppure sulla villa nei dintorni di Firenze dove sembra che i capi Br s'incontrassero con il musicista Igor Markèvic, imparentato con il generale americano che liberò Firenze Hubert Hòward, amico di Israele, ma anche del Kgb. A Firenze si nascondeva la Direzione strategica delle Br, qui è stata decisa la condanna a morte, ma l'unico autorizzato a tenere i contatti era Mario Moretti. Il capo delle Br era convinto che in questa città nulla potesse accadere, dopo l'uccisione di Moro si trasferì in un appartamento in via Unione Sovietica e vi rimase per tre mesi con Barbara Balzerani. Fu Bonisoli a trasferire le carte, compreso il Memoriale, da via Bargi a Firenze a via Montenevoso a Milano, dove Dalla Chiesa fece irruzione il 4 ottobre, soltanto quando "l'uva era matura" come scrisse il povero Pecorelli. Grazie alle chiavi che Lauro Azzolini aveva nel borsello perso su un autobus della linea Ataf, sempre a Firenze, infinito crocevia di misteri. Se il covo si scoprirà, vorra dire che davvero un'era è finita.
R.D.G.

6 marzo 2003 - PELLEGRINO, CHI HA PAURA DI COVO FIORENTINO BR?
ANSA:
Le indagini sul covo fiorentino delle Brigate Rosse? La domanda e' posta da Giovanni Pellegrino, ex senatore Ds gia' presidente per molti anni della commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e il terrorismo. Pellegrino e' stato intervistato da "L'opinione" sulla vicenda dell'immobile che le Br avevano a Firenze, quello di via Barbieri (acquistato su compromesso da parte di Giampaolo Barbi), e poi su quelli in affitto, dove forse si progetto' la prima fase del sequestro di Aldo Moro.
L'ex presidente della commissione di inchiesta rammenta l'audizione del giudice Chelazzi invitando gli inquirenti ad indagare sul "cote' toscano delle Br, forse non pienamente conosciuto, o perlomeno, denso di indizi e tracce che forse non sono state sviluppate fino in fondo. Di questo parlammo in commissione subito dopo l'omicidio D'Antona". E Pellegrino chiede ancora: quali altri esiti hanno avuto le indagini sull'appartamento fiorentino: c'e' un contrasto tra Azzolini, Moretti e Morucci sulla storia dei 55 giorni del sequestro Moro".
L'ex presidente della commissione rammenta cio' che disse il giudice Chelassi dopo l'omicidio del prof. D'Antona: "Potrebbe darsi che tutto sia gia' scritto: dal livello organizzativo, che si puo' definire mediocre, alla necessita' di rapportarsi con aree minori come i Nuclei comunisti combattenti, fino alla enunciazione di un percorso politico in formazione e diretto quindi piu' verso l'interno del movimento rivoluzionario che verso l'esterno".

6 marzo 2003 - CASO MORO: IL LIBRO DI SATTA, NESSUN MISTERO
"La Repubblica"
Un saggio costruito sui documenti della commissione stragi
CASO MORO LA VERITÀ È NELLE CARTE
Restano zone d´ombra per la reticenza dei brigatisti e anche degli uomini delle istituzioni
L´autore, Vladimiro Satta, ha esaminato tutti gli atti relativi alla vicenda
SILVANA MAZZOCCHI
Venticinque anni fa, le Brigate rosse fecero tutto da sole. Non furono eterodirette né prima né durante né dopo il rapimento e l´uccisione di Aldo Moro; né ci furono complotti o "grandi vecchi" a ordire le trame che accompagnarono la stagione più buia del terrorismo. A sostenere la tesi che capovolge le ricostruzioni offerte nel tempo da drappelli di dietrologi, grandi sostenitori delle ipotesi cospirative che da sempre ammantano gli innegabili misteri d´Italia di ombre ulteriori, è Vladimiro Satta, per dodici anni documentarista alla Commissione stragi e che, con scrupolo e appassionata precisione, ha esaminato il milione e mezzo di pagine pervenute all´organismo parlamentare, oltre ai 130 volumi di atti allegati alle relazioni conclusive della Commissione Moro che operò dal ´79 al 1983. Un prezioso e accurato lavoro di sistematizzazione delle testimonianze e delle prove raccolte che, incrociate con le risultanze processuali, a un quarto di secolo dalla strage di via Fani e dall´omicidio di Moro, permettono di stabilire un punto fermo; se interrogativi ancora ci sono, le risposte mancanti non "modificherebbero il senso complessivo" dell´evento che segnò il punto massimo di attacco delle Brigate rosse, ma anche l´avvio del loro irreversibile declino.
"Sulla base dei materiali della Commissione", spiega Satta, che firma il libro Odissea del caso Moro (prefazione di Giovanni Sabbatucci, Edup, Edizioni università popolare, pagg. 431, euro 16), in uscita a metà marzo, "mi sono reso conto che nei nostri archivi esistevano risposte chiare e documentate alla grande maggioranza delle questioni che, comunemente, vengono considerate irrisolte". Di qui l´idea di raccoglierle in un volume. Un lavoro che punta a dare certezze rispetto a tutti i lati rimasti oscuri del "caso Moro". "Dall´insieme delle risposte che si trovano nella vastissima documentazione", sottolinea Satta, "prende forma un quadro coerente a conferma che le Brigate rosse hanno agito autonomamente, senza un manovratore alle spalle, né italiano, né straniero. E che le indagini seguìte alla strage sono state certo carenti, ma senza che si siano ravvisate volontà di depistaggio".
La carrellata delle "certezze", Satta la offre con la diligenza del documentarista. L´idea di un complotto americano ordito da Kissinger, tramite la Cia, per eliminare Moro, uno dei principali artefici del compromessso storico, afferma l´autore, è insostenibile. Non tiene conto neanche che nel 1978 alla Casa Bianca c´era il democratico Jimmy Carter e non più i repubblicani, né il vecchio segretario di Stato. Né, nei fascicoli raccolti dalla Commissione, esisterebbe prova che i paesi dell´ex Patto di Varsavia, abbiano all´epoca addestrato o, addirittura, guidato i brigatisti.
Da quei terribili giorni che seguirono il 16 marzo 1978 e, soprattutto, il 9 maggio, data dell´assassinio di Aldo Moro, un dubbio (sopra a tutti) ha turbato le coscienze ed è arrivato fino a oggi: con la trattativa, Moro si sarebbe potuto salvare? Satta risponde: "No, tutto fallì per problemi oggettivi e non per intenzioni dolose o per occulti sabotaggi". Scrive l´autore: "Il recente ritrovamento dei verbali della Direzione Dc del 9 maggio ´78, demolisce la tesi secondo la quale quel giorno il partito avrebbe capovolto la propria linea. E che dunque le Br avrebbero affrettato l´esecuzione per prevenire un presunto imbarazzo che ne sarebbe derivato".
Il motivo dell´uccisione di Moro, non messa in atto immediatamente, ma solo quella sciagurata mattina di maggio, sarebbe dovuto a decisione autonoma "avendo mancato le Brigate rosse l´obiettivo di imporre il ricatto alle istituzioni", ed avendo fallito nello "scopo di scatenare una risposta sovversiva di massa". Il delitto, insomma, sarebbe stato commesso soltanto "per non ammettere implicitamente il fallimento della lotta armata".
Quanto al "sequestro annunciato", anche in questo caso risulterebbe del tutto smentita l´ipotesi complottarda. Le carte parlano e dicono che le forze di polizia non disponevano di infiltrati nelle Brigate rosse. E sono dunque campati in aria i sospetti più volte avanzati su figure carismatiche delle Br come Mario Moretti, Prospero Gallinari o Giovanni Senzani, non avendo questi sospetti trovato alcun riscontro oggettivo. Le modalità della scoperta della base di via Gradoli, dove abitarono Moretti e Barbara Balzerani, inoltre, non autorizzerebbero la tesi del depistaggio o del "covo di Stato". Secondo l´autore, Moro non mise mai piede in via Gradoli e l´appartamento di via Montalcini fu l´unica sua prigione. Quanto poi al famoso memoriale e alle risposte che lo statista dette alle Brigate rosse durante i suoi interrogatori, non ci sarebbero misteri irrisolti. E, comunque, prove e testimonianze alla mano, l´unico dato certo è che le Br ne tardarono la pubblicazione perché stentarono "a trovarvi qualcosa di utile per la loro causa".
Fin qui Odissea del caso Moro. Tutto chiaro dunque? Certo che no. Il volume, pur essendo prezioso in quanto fa il punto, carte alla mano, sullo sterminato lavoro d´indagine svolto fino ad oggi, non può essere considerato esaustivo. E´ vero che, in mancanza di prove, ogni tesi cospirativa rimane priva di valore, ma è altrettanto certo che permangono vistose lacune rispetto alla verità oggettiva, anche se non a quella ricostruita nelle aule giudiziarie o nelle commissioni parlamentari. E restano senza soluzione i tanti interrogativi legati alle reticenze dei brigatisti e a quelle degli uomini delle istituzioni. Silenzi innegabili che, tuttora, non permettono di archiviare l´Affaire.

6 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: L' AVVOCATO DEI TERRORISTI
"Il Corriere della sera"
Attilio Baccioli, 69 anni, di Grosseto, baby pensionato come insegnante di filosofia. E' stato il legale di centinaia di detenuti: nei periodi caldi girava l'Italia dormendo nei treni
Dal caso Moro a Desdemona, l'avvocato che difende gratis i brigatisti
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE - Ai suoi compagni di partita, a Grosseto, probabilmente appare solo un pensionato come tanti che gioca a briscola al dopolavoro e che non parla mai di politica. E anche ieri mattina, mentre usciva dal portone dal carcere di Sollicciano, pareva solo un vecchio acciaccato dai suoi 69 anni e dai postumi di un incidente, che si reggeva su un bastone e leggeva con mano tremante un mucchietto di fogli spiegazzati e scritti a mano. Soltanto che quei fogli erano il "proclama politico" della brigatista Nadia Desdemona Lioce e lui è l'avvocato Attilio Baccioli. Uno che, a metà degli anni '80, è arrivato a difendere 140 militanti delle Brigate Rosse: per star dietro a tutti i processi passava le notti in treno e di giorno si presentava freschissimo nelle Corti d'Assise. Nel carcere di Voghera c'è stato un momento in cui assisteva 40 detenute donne: quando andava per i colloqui ne usciva a notte fonda, esausto.
Anche ieri Baccioli è rientrato nel suo studio, nel quale spesso dorme, ed era spossato. "E' stata dura. Oggi ero molto stanco, ma ho voluto comunque essere presente all'autopsia di Mario Galesi. E' morto anche lui e come tale merita rispetto. Lo sa che nessuno ha chiesto di lui? D'altronde è normale, se qualcuno ci va finisce pedinato dalla polizia". Tanti anni fa - Baccioli è nato a Manciano (Grosseto) il 10 maggio del '33, è avvocato dal 1958 e Cassazionista dal '74 - probabilmente non credeva che avrebbe vissuto una vita così. Sposato (ma si separerà quasi subito), difendeva qualche cliente, ma era soprattutto un insegnante di filosofia e pedagogia alle magistrali di Grosseto. Poi, con il '68 è cambiato tutto. Così, raggiunta l'anzianità minima, Baccioli è diventato uno dei tanti baby pensionati dell'epoca e ha indossato la toga sul serio.
"In quel periodo ero vicino ai maoisti e ai marxisti-leninisti" racconta. Nessun feeling invece con il Pci ("mai stato iscritto") e l'unico partito di cui fa parte è il Pdup. "Sono gli anni della contestazione e comincio a difendere ragazzi e operai che occupano università e fabbriche". Difende personaggi come Moretti, Gallinari, Vallanzasca, Cutolo, Giorgieri e Vendetti. Non prova imbarazzi a difendere brigatisti: "Non posso né condividere le idee delle Br, perché altrimenti entrerei a farne parte, né posso pubblicamente e in modo attivo sostenere idee diverse". Se c'è da correre il rischio di essere associato ai brigatisti, lo corre volentieri: "Anche se la cosa in passato mi ha creato qualche problemino".
Ne ha fatti tanti di "processi politici" e le sue non sono state "difese tecniche": "Non lo sono mai, figuriamoci nei processi politici. E' sempre stato così anche ai tempi di Socrate e Giovanna D'Arco. Certo, si dibatteva sul fatto che fosse o meno una strega, ma si parlava d'altro. Qui sono in gioco valori". Per cinque anni è andato avanti e indietro da Parigi, dove ha difeso un terrorista arabo e diversi militanti di Action Directe. Nel tempo libero ne approfittava per dare un'occhiata alle statue greche esposte al Louvre. A metà degli anni '90 il lavoro è cominciato a calare: "E la maggior parte dei brigatisti li ho difesi gratis".
E' rimasto il tempo per rileggersi i classici, da Socrate alla Rivoluzione francese. "Bisogna vedere le cose in una prospettiva più ampia. Nei processi politici nove volte su dieci la storia ha dato ragione ai condannati. Pensiamo ai martiri cristiani. Io credo che i valori portati avanti da chi fa la lotta armata siano apprezzabili". E delle vittime? "Già, le vittime sono un problema, tutte le vittime, anche i brigatisti. Però anche piangere troppo è sbagliato: mi sembra esagerato questo lacrimismo facile".

6 marzo 2003 - SPARATORIA TRENO: EX SEN. FLAMIGNI
"Il Resto del Carlino"
"Omissioni nelle indagini
C'è anche l'ombra dei Servizi"
"C'è sempre stata un'attività delle Br in Toscana e si può senz'altro parlare di omissioni nelle indagini". Sono le parole di Sergio Flamigni, parlamentare del Pci dal '68 al '87, componente per anni della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro e autore di alcuni volumi sull'argomento, come "La tela del ragno", "Il covo di Stato" e "Convergenze parallele".
Flamigni, perché parla di omissioni?
"Perché non si è indagato abbastanza sul comitato regionale toscano delle Br che, come si seppe in seguito, sospese le sue attività per dare appoggio al Comitato esecutivo che si occupava del rapimento Moro e che come noto si era trasferito a Firenze. E probabilmente perché dava fastidio indagare sull'appartamento fiorentino affittato dai Servizi dove si tentò una trattativa per il rilascio di Moro. Inoltre ritengo che si è dato troppo credito al dissociato Morucci quando affermò che il fiorentino Giovanni Senzani entrò in gioco solo in un secondo momento".
Fu colpa dei Servizi quindi?
"Beh, c'è anche da dire che la procura di Firenze non poté mai concretamente occuparsi dell'inchiesta Moro; non c'è mai stato un vero coordinamento nelle indagini".
A che punto dell'inchiesta, secondo lei, ci sono stati i ritardi più gravi?
"Per esempio dopo che nel '84 Morucci e la Faranda confermarono al giudice Imposimato che tutti e nove i comunicati diffusi durante il sequestro di Moro erano stati ciclostilati nelle vicinanze di Firenze".
Si riferisce a Igor Markevic e alla suggestione del "grande vecchio"?
"Al contrario, penso che proprio l'indagine su Markevic sia stata uno dei tanti depistagli".
Cosa pensa di queste nuove Br?
"Certamente stavano preparando qualcosa e certamente sono gli eredi diretti degli irriducibili della vecchia generazione. Anche se il linguaggio è maturato e si è arricchito di terminologie tecniche per esempio sull'argomento del lavoro, certe parole d'ordine sono le stesse che si ritrovano nei primi documenti di Renato Curcio del '75. Penso però che la pozzanghera si sia prosciugata e che questi pesci non abbiano sufficiente acqua per nuotare. Direi poi che anche questa volta le Br hanno scelto un preciso periodo storico per le loro azioni. L'attenzione ora è tutta sulla crisi internazionale e non a caso Desdemona Lioce ha fatto riferimento all'Islam".
Come giudica l'ipotesi di istituire una superprocura antiterrorismo?
"Penso che nonostante il ritardo accumulato sia oggi indispensabile, vuoi intesa come superprocura specificamente dedicata, vuoi come ampliamento delle competenze di quella antimafia".
Gigi Mazzini

9 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
"La Gazzetta del mezzogiorno"
Tra i molti misteri italiani, quello della morte di Aldo Moro, torna, quest'anno, con l'inesorabile pesantezza del venticinquennale.
Qualche messa, le solite corone di fiori, le commemorazioni, un paio di convegni, forse, una nuova rivelazione. Ma é difficile pensare che un Paese che forse proietterá nelle sue scuole i film di Alberto Sordi possa, ad esempio, far solo leggere ai suoi ragazzi e ai loro docenti, i discorsi dello statista assassinato dalle Brigate Rosse, anche esse inesorabilmente tornate.
In un tempo in cui, soprattutto in politica, avanzano semplificazione e sgangheratezza, riprendere un discorso di Moro é salire sulle spalle di un gigante. Ricchezza del linguaggio, spessore culturale, ironia, sottigliezza, simmetria, luciditá, sono i valori persi anche nel lessico del "Palazzo".
La memoria di Moro, dunque. Di un Moro vivo. Sottratto, se possibile, al paradosso di quei 55 giorni, al suo fantasma. Ma quel fantasma c'é. Continua ad agitarsi. E questo Paese é chiamato a fare i conti anche, o soprattutto, con il Moro morto, con il suo sangue che "ricadde" sugli amici, sulla Dc, sull'Italia.
Tra i non molti che continuano a coltivare la memoria di Aldo Moro c'é Giuseppe Giacovazzo che ha il merito di non essere il vacuo custode di un simulacro, ma un amico che non si rassegna e che soprattutto non vuol dar pace a quanti hanno rimosso Moro dalla loro coscienza.
E'stato cosí, per un'inquietudine che ha molto della feroce nostalgia per il maestro perduto ma non poco della passione di un giornalista che continua a porsi faticosi perché, che é nato "Moro 25 anni dopo i Misteri" edito da Palomar. Ieri mattina nella sede della casa editrice di Gianfranco Cosma, l'autore ha tenuto una conferenza stampa per anticipare i temi di un volume che, al di lá delle veritá processuali, vuole essere soprattutto una sfida politica e culturale rivolta agli amici di Moro. Un invito a non dimenticare, a parlare, a non essere spettatori muti e inermi di fronte ad una delle grandi tragedie italiane del '900.
Il libro (che sará presentato ufficialmente a Bari il 21 marzo nel corso di un dibattito con Ciriaco De Mita e Arturo Parisi) oltre ad un ampio capitolo iniziale dello stesso Giacovazzo e al testo del documentario televisivo che l'autore curó per il Tg1 nel decennale della morte, contiene anche gli interventi che Forlani,Mancino e Martinazzoli pronunciarono nella stessa occasione e l'ultimo discorso di Moro ai gruppi parlamentari della Dc tenuto il 28 febbraio del '78.
La rimozione di Moro (non la sua morte nel cuore degli amici, ma la morte del cuore degli amici) inizió giá pochi giorni dopo il sequestro.
Davanti alle telecamere dei Tg1- ha ricordato Giacovazzo - anche amici carissimi e non di partito come padre Sorge e il professor Scoppola negarono l'autenticitá delle sue lettere dal carcere brigatista.
Era quel disconoscimento di Moro che portó l'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga a preparare quel "piano Victor" che, nel caso Moro fosse tornato, ne prevedeva il ricovero per farlo rinsavire.
Ma da Cossiga ad Andreotti fino allo stesso Zaccagnini (che finirá i suoi giorni anche con il tormento per non essere stato ammesso a casa Moro per chiedere perdono) gli amici si iscrissero a quel partito della fermezza voluto soprattutto dal Pci di Berlinguer che avvicinatosi, proprio grazie al leader democristiano, all'area di governo,doveva dimostrare di avere forte il senso dello Stato.
"Da me intervistato per il TG1 nel 1984, qualche mese prima di morire -ha ricordato Giacovazzo- Berlinguer ammise che con solo Moro vivo il Pci sarebbe entrato nel governo. Ma quello- ha aggiunto- non era il pensiero di Moro convinto assertore soprattutto di un dialogo che doveva aprire vie e spazi nuovi alla democrazia italiana".
Prigioniero di terroristi che pure riuscí a conquistare con la forza del dialogo, abbandonato dagli amici paralizzati e irretiti dal Pci e da uno Stato che affidó le indagini a generali piduisti, Aldo Moro non tornó e morí "al momento giusto" per tutti: superpotenze comprese.
Venne il grido amarissimo di Paolo VI ("Signore, tu non hai ascoltato la nostra preghiera") per il quale Moro aveva profetizzato un "grande scrupolo per il pochino che aveva fatto", venne il riconoscimento di un grande scrittore, Leonardo Sciascia, tra i pochissimi a credergli.
Dalla sua piccolissima cella il prigioniero credente aveva giá intravisto la "bellissima luce" che lo aspettava nell'aldilá. Ma lasciando il buio di troppi e inesplorati misteri. Il libro di Giacovazzo ha il merito di non cedere alla rassegnazione, di invitare a fare i conti con Moro e di ricordare che via Caetani resta il crocevia della storia della nostra Repubblica.
Vaalentino Losito

10 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
ANSA:
"Quello che e' certo e' che la politica di Moro, la sua apertura alla sinistra, ai comunisti, era considerata, tanto all'interno del suo partito, quanto da alcune delle forze piu' oltranziste del Patto Atlantico una pericolosa eresia". Armando Cossutta, a 25 anni dal rapimento di Aldo Moro da' questa lettura delle cause che portarono alla morte del presidente della Dc: "Questa vicenda drammatica interroga - sottolinea il presidente del Pdci - la societa' e la politica italiane. Tante, troppe zone d'ombra ancora avvolgono le dinamiche del suo rapimento e della sua morte. Tante, troppe, furono le debolezze degli apparati di sicurezza; tanti, troppi, coloro che in Italia e fuori dall'Italia consideravano lo statista democristiano come un pericolo e che assistettero con immobile cinismo alla tragedia che si consumava. Se tra costoro e le Br vi furono rapporti e contatti non lo sappiamo con certezza, come non sappiamo se i terroristi furono eterodiretti e si limitarono al ruolo di spietate e miserabili comparsi di un gioco piu' grande di loro". Ma l'elemento certo, per Cossutta, e' che Moro pago' l'apertura a sinistra. "Moro tento' di scardinare la 'conventio ad excludendum' e pago' per questo con la vita. Con la sua morte fu bloccato un percorso che tendeva a mettere in discussione un sistema di potere a senso unico che per trenta anni aveva bloccato la democrazia italiana".

"Il Messaggero"
La strage di via Fani, 25 anni dopo
Andreotti: "Moro non poteva proprio essere salvato"
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Aldo Moro, venticinque anni dopo, molti misteri restano irrisolti. Mancano pochi giorni dall'anniversario della strage di via Fani e già sono cominciate le commemorazioni dei 55 giorni più drammatici della Repubblica. Andreotti, in una lunga intervista all'Adn-Kronos, che anticipa un ampio servizio, ribadisce: "No, Moro non poteva proprio essere salvato. L'unica alternativa al suo sacrificio era il riconoscimento delle Br come partito. Cadere su questo punto sarebbe stato un tradimento delle altre vittime del brigatismo". Ha mai pensato, Senatore, di potersi trovare al suo posto? "Sì, avevo anche dato disposizioni alla famiglia, del resto Franceschini confessò di avermi seguito la mattina in chiesa. Fu scelto Moro perchè lui abitava in periferia e io in centro, era più facile. La verità è un'altra: se morivo io non sarebbe cambiata la linea politica della Dc, con Moro sì..".
Nel suo esilio ad Hammamèt, Craxi scriveva: "E' una tragedia che insegue l'Italia come un fantasma". L'ex leader del Psi era rimasto colpito dal fatto che Corrado Guerzoni, segretario di Aldo Moro, fosse convinto che la lettera di Paolo VI alle Brigate rosse fosse stata manipolata, che fosse stata aggiunta quella frase "senza condizioni" ispirata da persone del governo che di fatto vanificava l'intervento del Papa. Un'accusa indiretta ad Andreotti che risponde: "Il Pontefice scrisse di suo pugno la lettera, io l'ho vista soltanto dopo che l'aveva firmata". Il cardinale Silvestrini ammette che, dopo la lettera, la diplomazia Vaticana si mobilitò: fu messa a disposizione delle Br una linea telefonica diretta e monsignor Pasquale Macchi, segretario del Papa, cercò di raccogliere "una forte somma di denaro grazie ad un consorzio di banche cattoliche".
Molto risalto viene dato all'informativa del Sismi sullo studente Sokolov, presunto agente del Kgb, che avrebbe seguito Moro alle lezioni. Andreotti ribatte: "Faccio fatica a pensare ad un intervento diretto dei sovietici all'assassinnio. E la fatica si triplica se devo pensare ad un intervento degli americani". Sul problema delle interferenze esterne alle Brigate rosse, scende in campo anche Stéve Pieczenik, assistente di Henry Kissinger che fece parte del Comitato di crisi al ministero degli Interni. Ma a metà di aprile mollò in asso lo staff sostenendo che "non c'era la volontà politica di salvare Moro". E in una nota informativa di recente trasmessa alla commissione Stragi sostenne: "Mi convinsi che il rapimento di Aldo Moro avesse avuto un appoggio "interno" per il fatto che la borsa più importante che il Presidente portava con sé non è stata ritrovata. Ma ci sono altre prove: l'operazione è stata eccessivamente "pulita", nessun passante è rimasto ferito e questo contrasta con l'operato di gruppi terroristici". Il perito Ugolini continua a sostenere che il maresciallo Leonardi cadde sotto il fuoco incrociato: i terroristi non spararono soltanto da destra come sostennero le Br. E il fratello dello Statista ucciso, Alfredo Carlo Moro, sostiene che via Montalcini non fu l'unica prigione e che "fantasiosa e illogica fu la versione fornita dalle Brigate Rosse".

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
BARI Aldo Moro, lo statista lungimirante, l'uomo dell'apertura al Pci, abbandonato nel '78 e rimosso negli anni successivi? "Non fu lasciato solo dagli uomini del suo partito ma sopratutto dalla composizione politica del momento". Parola di Vito Lattanzio, esponente di spicco della Democrazia Cristiana della corrente dorotea. "Allora i democristiani erano calvalcati dai comunisti che avevano tutto l'interesse a non lasciarsi superare dagli extra-comunisti quindi anche dalle Brigate Rosse. Successe anche gli amici più sinceri come Zaccagnini, che all'epoca fu certamente una delle persone più vere, un uomo semplice e buono, che si lasciò coinvolgere, si trovò tra due fuochi".
Perché ?
"Sopratutto nel dovere difendere il governo in carica come un unico fronte da contrapporre alle Br, cosa che faceva comodo ai comunisti. Zaccagnini e i suoi non si potevano muovere anche perchè i comunisti erano per la linea della fermezza. Volevano sconfiggere i brigatisti ma soprattuto non volevano che si affermasse una linea che andasse oltre la loro".
E dopo la morte, secondo lei, Moro è stato rimosso, dimenticato?
"Sono cambiate molte cose e soprattutto è mutato il panorama politico, soprattutto per l'avvento di una nuova legge elettorale che non concideva con le idee di Moro. Sono stati gli errori grossi e madornali di Martinazzoli, quelli cioè di ritenere che si potesse condividere una situazione nella quale i cattolici si confrontassero con i comunisti. Moro aveva ampiamente previsto che sul piano internazionale sarebbero dovute mutare molte cose ma nel tempo, non il giorno dopo. Invece qualcuno ritenne che bisognava anticipare e l'illusione, completamente sbagliata di Martinazzoli, fu quella di immaginare che si potesse cambiare subito".
Fra l'uccisione di Moro e la caduta del muro di Berlino sono passati 11 anni.
"Infatti, Moro aveva le idee chiare,voleva preparare il terreno, guidando lui questo nuovo periodo, soprattutto perchè era convinto che c'era bisogno di una politica diversa"
Lei fu politicamente antagonista di Aldo Moro ma si può dire legato da un forte vincolo di amicizia?
"Sì è esatto, le racconto un episodio. Fui escluso dal quarto governo Andreotti. Moro mi telefonò qualche sera prima, verso le 23, per assicurami che sarei entrato nell'esecutivo: "non consentirò la tua esclusione", mi disse. Le cose andarono diversamente, probabilmente per fare piacere ai comunisti. Berlinguer non mi voleva".
Lei all'epoca era un esponente di spicco della Dc e quindi testimone di quella tragedia che senz'altro ha cambiato la storia d'Italia: cosa ricorda?
"Noi facemmo di tutto per aprire un dialogo e nel mio studio in via Arenula, con Guido Gonella, scrivemmo un documento che irritò parecchio piazza del Gesù. Volevamo affermare un principo, cioè che bisognava salvare la vita di uomo perchè l'uomo era al di sopra dello Stato. Era questo il punto controverso. Non condividevamo la linea dello Stato forte al di sopra dell'uomo, che non scende a patti con le Br. Il nostro documento fu firmato da una cinquantina di amici. Non morotei. La tesi dello Stato forte ci appariva un cosa folle un po' comunista, estremista. Mentre la nostra sembrò un'apertura alle Brigate rosse, cosa che non era, e irritò piazza del Gesù e palazzo Chigi"
Durante i 55 giorni lei ebbe contatti con la famiglia Moro?
"No, però la signora Eleonora, che incontrai dopo ad un messa privata, mi abbracciò dicendomi: so che lei avrebbe voluto salvare Aldo. Era un riconoscimento della mia sincerità di rapporti. Moro era un uomo dalle grande intuzioni. Aveva capito che la concezione del superstato, di cui fu vittima, non poteva durare a lungo. All' epoca si voleva salvare l'alleanza con il Pci di Berlinguer che Moro aveva costruito in prospettiva ma che qualcuno vedeva già attuale. E se non ci fosse stata la cattura il 16 marzo a via Fani, certamente il governo Andreotti, che lo stesso giorno ottenne in due ore la fiducia alla Camera, non sarebbe passato. Berlinguer era fortemente scocciato, non gli piaceva, voleva un governo del tutto diverso"
Ma qual era il progetto politico dello statista democristiano?
Pensava ad una linea politica dove i comunisti potessero entrare in una certa concezione democratica. Da una chiusura completa bisognava passare ad un dialogo, ad un'apertura ma non pensava ad un governo insieme con i comunisti. Del resto noi avevamo un padre comune, Papa Montini, che era un moroteo vero e vedeva le cose a distanza, non con sguardo corto".
Franzi de Palma

"Il Tempo"
IL KGB che spiava Aldo Moro, il Sismi che lo sapeva ma non avvertì la magistratura, i due "fronti di fuoco" dei brigatisti in via Fani, i covi di via Gradoli e via Montalcini, le manovre politiche per salvare o, secondo alcuni, per non salvare l'ostaggio. Un quarto di secolo dopo il rapimento e l'assassinio dello statista democristiano e il massacro della scorta, sul "caso Moro" continuano ad aleggiare molti, troppi misteri.
L'ufficiale del Kgb. Sergej Fedorovic Sokolov, ufficiale del servizio segreto sovietico, spiava Moro alla Sapienza già un mese prima del sequestro, spacciandosi per studente. A sua volta era controllato dagli 007 del Sismi. Il suo nome emerse dal dossier Mitrokhin nel '98 anche se l'assistente del presidente Dc Franco Tritto denunciò la sua presenza sospetta intorno allo statista già il 16 marzo 1978. Sokolov chiese informazioni sulla scorta di Moro nel febbraio di quell'anno. Poi scomparve nel nulla e, il 23 marzo rientrò precipitosamente in Unione Sovietica per tornare in Italia nell'81. Per lui la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione non essendo "possibile dimostrare il coinvolgimento" dell'uomo nella vicenda. "Perché il Sismi - si chiede oggi Ferdinando Imposimato, giudice istruttore nelle inchieste sulla strage e il rapimento - ha taciuto alla magistratura l'esistenza di un fascicolo su Sokolov mentre era in corso il sequestro?".
La dinamica della sparatoria. Il consulente balistico della procura sostenne fin dall'inizio la tesi del fuoco incrociato di cui restarono vittima gli uomini di scorta in via Fani. Gli ex Br sostennero il contrario. "Sia nella prima consulenza per la procura nell'immediatezza del fatto, sia nelle perizie balistiche eseguite successivamente in sede dibattimentale e istruttoria scrissi che nell'agguato di via Fani per rapire Moro, vi fu un fuoco incrociato da parte delle Brigate Rosse. Lo dimostravano i fori dei proiettili e il numero delle armi", spiega il professor Antonio Ugolini. Almeno sull'auto del presidente, il fuoco fu aperto da destra e da sinistra della strada. Per Ugolini, inoltre, i famosi 49 colpi "con verosimiglianza furono sparati da una sola pistola mitragliatrice utilizzando due caricatori, mettendo a segno buona parte dell'operazione. Tanto che sul posto venne trovato un caricatore con alcune cartucce, dimostrando che l'arma si era inceppata". Aggiunge Ugolini: "i caricatori della pistola mitragliatrice Fna 43 erano da 32 o 36 colpi ed uno, come noto, fu estratto perchè l'arma si era inceppata". Invece, ancora nel 1997, in commissione Stragi, Valerio Morucci, affermò che gli "Fna a sparare erano due", aggiungendo quindi che "la perizia balistica ha accomunato i colpi sparati da entrambe le armi".
I covi. Per Alfredo Carlo Moro, fratello della vittima e magistrato, si è tuttora in presenza di "elementi dubbi" e la versione dei brigatisti è "fantasiosa e illogica". La Renault 4 nella quale venne rinvenuto il cadavere di Moro era in via Montalcini, dove fu vista da un'inquilina, e "raggiunse la sede della vera prigione, che era fuori Roma ma vicina alla Capitale. In questa sede - sostiene Carlo Moro - avvenne l'uccisione e la Renault tornò in via Caetani verso mezzogiorno". Per quanto riguarda via Gradoli, invece, la scoperta del covo viene definita da Carlo Moro un fatto "enigmatico".
 
 
 
 


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