Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003 - 12 marzo |
12 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
ANSA:
Il caso Moro non e' sfuggito al destino di molti omicidi politici e ha visto accumularsi negli anni una mole enorme di dubbi, sospetti, ipotesi piu' o meno dietrologiche, alcuni dei quali un po' tralasciati nelle varie ricostruzioni.
- CARTE CHE APPAIONO E SCOMPAIONO: l' 8 maggio 1978 (il giorno prima dell' uccisione di Moro) un quotidiano parla, in prima pagina, di elenchi trovati nel covo di via Gradoli. Gli elenchi sarebbero due: uno con nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti locali Dc, a livello regionale, provinciale e comunale. Ci sono anche alcuni nomi del primo elenco: Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe, Publio Fiori. Del secondo elenco e' citato solo Gerolamo Mechelli, la cui presenza viene pero' smentita dalla Digos, che cosi' conferma implicitamente l' esistenza degli elenchi. Il giorno dopo, mentre tutti i giornali si occupano della vicenda, vengono fatti i nomi anche di Gustavo Selva e dell' on. Giacomo Sedati (Dc). Naturalmente si pensa ad una schedatura di potenziali vittime di attentati, ipotesi rafforzata dal fatto che Mechelli e Fiori erano stati gia' feriti dalle Br. Nel 1978 erano sconosciuti gli elenchi della P2 trovati nel 1981, ma ora si puo' notare che, a parte Sedati, i nomi di altre cinque persone erano (a torto o a ragione) nelle liste della P2. Di questi elenchi non si e' piu' parlato.
Un altro appunto spunta ad ottobre 1993. Lo stesso giornale scrive che il gen. Francesco Delfino venne inviato nel 1978 ad Ankara come capo settore del Sismi, per allontanarlo dall' Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso sarebbe stato infatti trovato un documento con i nomi di Delfino, del colonnello Antonio Varisco (che fu poi ucciso dalle Br) e del capitano Antonio Cornacchia (anche il suo nome era negli elenchi di Gelli). Agli atti pero' questo appunto non risulterebbe. Un informazione errata del giornalista ?
Di nuovo, nel febbraio 2001, due consulenti della Commissione stragi acquisiscono dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi che sembrano diversi da quelli finora conosciuti, e la vicenda del ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso. I due faldoni della Digos, classificati in passato con 'segretissimo' recano le intestazioni: 'A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio' e 'Sequestro Moro - Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio". Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato pero' 'MORONOMI' e riguardante persone che per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Da un primo esame, segnalano i due consulenti, 'sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622'. Anche di questo non si e' piu' parlato.
TEX WILLER, MAFIOSI E LEGIONARI - Secondo le ricostruzioni, la quasi totalita' dei colpi letali sparati in via Fani fu opera di un unico membro del commando, che sparo' ben 49 dei 91 colpi totali, uccidendo tutti i membri della scorta (e almeno il maresciallo Leonardi era tutt'altro che uno sprovveduto, tiratore scelto e apprezzato addestratore dei paracadutisti incursori) senza neanche ferire Moro. Forse era lo stesso uomo di cui alcuni testimoni dicono di aver sentito urlare frasi non in italiano. Sembra che nessun brigatista del commando, neanche Morucci e Casimirri, avesse una tale 'professionalita' da "Tex Willer". Uno dei testimoni, esperto di armi, disse che "era senza dubbio un uomo particolarmente addestrato". E nel suo romanzo-inchiesta "La borsa del presidente", Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, fa dire al suo protagonista:"Tex Willer non era uno dei nostri. Tex Willer era un esperto, un professionista,di quelli che in Italia li conti sulle dita di una mano. Uno cosi', non ce lo saremmo mai potuti permettere". Sulla sua identita' si sono fatte diverse ipotesi. Nel cosiddetto 'volantone' diffuso dal ministero dell' Interno subito dopo la strage di via Fani con le foto di 20 sospetti di partecipazione all' azione terrorista, c' e' anche Giustino De Vuono, calabrese, rapinatore ed ex volontario della Legione straniera (dalla quale sarebbe stato espulso per atti di violenza) politicizzato in carcere. Anche Pecorelli, in una delle sue sibilline notizie, scrive:"Non diremo che il legionario si chiamava 'De' e il macellaio Maurizio". Poi il Sismi affermava che De Vuono certamente non era in Italia nel periodo della strage (in commissione stragi, il col. Bonaventura ha sostenuto invece che era in carcere a Sciacca) e l' ex legionario viene prosciolto in istruttoria. Ad ottobre 1993 invece, lo stesso giorno dell' arresto di Germano Maccari (il 'quarto uomo' di via Montalcini), esce la notizia che Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia calabrese, ha raccontato ai giudici che tra i brigatisti in azione in via Fani ci sarebbe stato un boss della 'ndrangheta, Antonio Nirta, detto "due nasi" (dalle due canne della doppietta). Nirta, attraverso i suoi contatti con il gen. Delfino e i servizi segreti, sarebbe stato infiltrato nelle Brigate Rosse e sarebbe stato presente al sequestro dell' on. Moro. Della presenza di un calabrese in via Fani si era parlato gia' in una telefonata tra l' on. Cazora e Sereno Freato, collaboratore di Moro. Nella telefonata, Cazora dice che esponenti della 'ndrangheta gli avevano chiesto di recuperare fotografie scattate in via Fani, in cui comparirebbe un personaggio a loro noto. E alcune fotografie erano state scattate in effetti in via Fani da un testimone e consegnate al magistrato, ma sono poi scomparse.ANSA:
Breve glossario per il caso Moro:
- ALDO MORO - Presidente della Dc, 61 anni, viene rapito il 16 marzo 1978. Era stato il tessitore della lunga marcia di avvicinamento del Pci all'area della maggioranza di governo. Sara' ucciso il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia.
- LA SCORTA - Composta da 5 uomini, tutti uccisi in via Fani: Oreste Leonardi, il capo, sottufficiale dei carabinieri ed ex istruttore della Scuola sabotatori paracadutisti di Viterbo, Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, Raffaele Jozzino e Giulio Rivera, poliziotti e Francesco Zizzi, vice brigadiere di polizia, che muore in ospedale poco dopo.
- IL COMMANDO - In via Fani, il gruppo di fuoco sarebbe stato composto da 9 persone: Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Bruno Seghetti, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, piu' Rita Algranati nel ruolo di vedetta. Bloccata l' auto di Moro con un tamponamento, i br uccidono la scorta e portano via Moro. In tutto sono sparati 91 colpi, 49 dei quali da una sola persona. Da anni sono tutti liberi, in semiliberta' o al lavoro esterno.
- VIA FANI - La strada, nel quartiere Monte Mario, dove il 16 aprile 1978 avvenne il tragico agguato.
- VIA GRADOLI - Stradina sulla via Cassia dove il 18 aprile fu scoperto, in modo che lascia ancora dubbi, il covo dove vivevano Moretti (il capo delle Br) e la Balzerani. Perquisita (ma non il covo) pochi giorni dopo il rapimento. Il nome Gradoli poi torna fuori in una 'seduta spiritica', presente anche Romano Prodi.
- VIA MONTALCINI - Strada nel quartiere Portuense dove, in un appartamento comprato da Anna Laura Braghetti, sarebbe stato tenuto prigioniero Moro per tutti i 55 giorni. I carcerieri, oltre alla Braghetti, erano Germano Maccari, che risultava il convivente della Braghetti, Gallinari e il ricercatissimo Mario Moretti, che andava e veniva per interrogare Moro. Nel garage, Moro sarebbe stato ucciso (da Moretti o da Maccari, ma per molto si era detto da Gallinari) nel bagagliaio della R4 rossa.
- - VIA CAETANI - Via al centro di Roma, vicina alle ex sedi di Pci e Dc e al ghetto ebraico, dove fu lasciato il corpo di Moro.
- VIA MONTE NEVOSO - Strada milanese dove l'1 ottobre 1978 i carabinieri di Dalla Chiesa scoprono un covo che contiene molto materiale, tra cui una versione del 'Memoriale' e lettere ancora non note. Il 9 ottobre 1990, dietro un pannello, sono trovati una versione piu' ampia del Memoriale, i testamenti di Moro, altre lettere. Al covo, dove sono arrestati Bonisoli, Azzolini e Nadia Mantovani, si sarebbe arrivati grazie a un borsello perso da Azzolini a Firenze. Dalla Chiesa avrebbe ritardato l' azione per attendere l' arrivo delle carte. Nella stessa strada abitava Fausto Tinelli, ucciso con Lorenzo Iannucci (noti come 'Fausto e Iaio') il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro.
- I COMUNICATI - I comunicati ufficiali, battuti tutti con la stessa macchina a testina Ibm, sono 9 (il primo il 18 marzo, l' ultimo il 5 maggio). C'e' stato poi il falso comunicato numero 7, trovato il 18 aprile (contemporaneamente alla scoperta di via Gradoli). Annunciava il corpo di Moro nel lago della Duchessa ed era palesemente falso, ma fu accreditato come vero. Fu scritto sembra da Toni Chichiarelli, falsario in contatto con la banda della Magliana, che sarebbe l' autore anche di un ulteriore falso comunicato in codice cifrato, firmato cellula Roma sud.
- LE LETTERE - Nei 55 giorni, Moro scrisse moltissime lettere, sicuramente piu' di 80, e diverse versioni del testamento. Solo 28 lettere furono recapitate dai 'postini' delle Br (ruolo di solito attribuito a Morucci e Adriana Faranda). Le altre furono trovate a via Monte Nevoso nel '78 e nel '90. Le piu' importanti sono quelle a Cossiga, a Taviani, a Zaccagnini e al Papa.
- IL MEMORIALE - Trovato in via Monte Nevoso in due tempi (nel 1978 e nel 1990), e' il testo scritto da Moro per rispondere all' interrogatorio delle Br. Nessuna delle due versioni sembra contenere rivelazioni particolarmente imbarazzanti.
- LE TELEFONATE - La telefonate piu' importanti sono quella di Moretti il 30 aprile a casa Moro, per chiedere un intervento immediato di Zaccagnini, e quella di Morucci, il 9 maggio, per segnalare che il cadavere di Moro era in via Caetani.
- IL GRANDE VECCHIO - Definizione data all'ipotesi che il terrorismo fosse diretto da una 'mente' esterna. Ne parlo' anche il segretario del Psi Bettino Craxi. Recentemente c' e' stato un tentativo di collegarla al musicista russo Igor Markevich.
- P2 - Ai vertici dei servizi erano uomini della P2, tranne Napoletano, segretario del Cesis, che fu spinto alle dimissioni a sequestro in corso e sostituito da un altro uomo della P2.
- FERMEZZA E TRATTATIVA - Con 'Partito della fermezza' e 'Partito della trattativa' vengono definiti gli atteggiamenti dei partiti durante il rapimento. Per la 'fermezza' furono quasi tutti i partiti (soprattutto il Pci), per la 'trattativa' i socialisti, i radicali e singoli esponenti di altri partiti.
- LE COMMISSIONI PARLAMENTARI - Sul caso Moro ha lavorato una apposita commissione (1979-1983), ma se ne sono occupate anche la commissione P2 e le varie commissioni stragi.
- I PROCESSI - Sono 4 i processi principali del caso Moro. Il primo, che unificava i Moro-uno e Moro-bis, si e' concluso in Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985, il Moro-ter si e' concluso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater a maggio 1997 con la condanna definitiva all' ergastolo per Lojacono, il Moro-quinquies si e' concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000) con le condanne di Raimondo Etro e Germano Maccari.
- COMPROMESSO STORICO - Nel '73 il segretario Pci Berlinguer, riflettendo sul colpo di stato in Cile, proponeva un' alleanza temporanea tra i partiti popolari per arrivare ad una democrazia compiuta in cui tutti fossero legittimati a governare. Dopo un 'governo della non sfiducia' ebbe una misera attuazione nel governo Andreotti (monocolore Dc votato da quasi tutti i partiti che ottenne la fiducia proprio il giorno del rapimento). Il caso Moro fu fondamentale per affossare l' esperimento."La Gazzetta del Sud"
COSSIGA SUL CASO MORO
Le Br non erano né fomentate né controllate da potenze estere
ROMA - "So bene come "le vedove inconsolabili" di certa sinistra democratico-cristiana, che ha voluto dare di Aldo Moro - un democratico cristiano ed un conservatore illuminato - l'idea falsa di un uomo di sinistra, non accettano che egli sia stato ucciso dalla sinistra; e quindi hanno inventato, anche per la misteriosa e accertata disinformazione del Kbg, il coinvolgimento della Cia e della onnipresente P2": è uno dei passaggi di una lettera che il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha inviato al giornalista Bruno Vespa e che è stata letta nel corso della puntata di ieri sera di "Porta a Porta" dedicata al caso Moro. "Aldo Moro - scrive Cossiga - è stato ucciso dalle Br, organizzazione sovversiva di sinistra, d'ispirazione marxista-leninista, con qualche elemento di utopismo cristiano nei suoi capi, filtrato attraverso il non sempre prudente insegnamento della facoltà di sociologia dell'Università di Trento. Le Br non erano né fomentate, né controllate da potenze estere. Solo alcuni Stati dell'Est, ad esempio la Cecoslovacchia e la Repubblica Democratica Tedesca, erano soliti dare asilo politico e "una fraterna accoglienza" agli esponenti delle organizzazioni sovversive europee di sinistra in fuga dall'occidente. Naturalmente sia il Kgb che il Gru (servizio segreto dello stato maggiore sovietico) tenevano "in evidenza" le Br, ma allo stesso titolo con cui trattavano tutte le organizzazioni di sinistre filo-sovietiche politiche, sindacali e culturali come potenziali alleati in caso di invasione del nostro Paese, secondo i piani in cui il nostro governo ha preso piena conoscenza dopo la democratizzazione degli Stati dell'Est. È questo fino a quando presso i partiti comunisti al governo di questi Paesi non vi fu un duro intervento di protesta del partito comunista italiano. Le Br naturalmente avevano collegamenti con altre organizzazioni terroristiche europee di sinistra e arabe. Dalle quali ultime furono rifornite anche di armi. Le Br - conclude Cossiga - sono state frutto di incapacità dei partiti democratici di sinistra e delle organizzazioni sindacali di gestire e metabolizzare in senso democratico e partecipativo il malessere sociale esistente, in cui si innestò poi la reazione al compromesso storico maturato nella alleanza politico-parlamentare tra la Dc e il Pci, quest'ultimo accusato tra l'altro di aver tradito la Resistenza in quella sua fase incompiuta di rivoluzione di classe". Dal canto suo, il ministro Pisanu, nel corso della stessa trasmissione, ha detto che si fecero "tutti i tentativi possibili ed immaginabili" per liberare Moro. "Io stesso - ha sottolineato - mi mobilitai per coinvolgere nelle ricerche il Fronte di liberazione della Palestina. Arafat mandò qui il suo ministro degli Esteri Kadduni, che diede, come tanti altri, una disponibilità totale". Tra le ipotesi fatte, spiega Pisanu, si pensò anche allo scambio con un brigatista in carcere.I gladiatori sapevano 14 giorni prima che lo statista Dc sarebbe stato rapito. Le analisi: "Documento compatibile"
Caso Moro, la perizia verità
Giuseppe D'Agata
"Campione compatibile, se è un falso è opera di persone esperte". La dottoressa Maria Gabella pesa con attenzione ogni parola. E le sue, in questo caso, pesano davvero. Si riferiscono infatti all'ordine di servizio collegato al sequestro di Aldo Moro, che l'ex gladiatore Antonino Arconte avrebbe recapitato a Beirut ancor prima che lo statista Dc venisse effettivamente rapito dalle Brigate Rosse in via Fani ("Liberazione", 9 maggio 2002). Un fatto così rilevante da costringere ad una riscrittura la storia recente di questo paese.
La dottoressa Gabella fa parte di quel ristretto gruppo di ricercatori italiani preparati per indagare in ambito di "identificazione di tracce". Proprio a lei vennero affidate dalla procura di Roma le analisi sulla documentazione firmata Br rinvenuta nel 1978 in alcuni covi. Ed ancora oggi è uno dei periti di riferimento del tribunale di Torino. Per questo Liberazione, il settimanale Famiglia Cristiana e la rubrica del Tg3 "Primo Piano" hanno pensato a lei per avere un parere sull'autenticità o meno del clamoroso documento esibito da Arconte.
La vicenda è particolarmente scivolosa, perché offrirebbe la prova "nero su bianco" del ruolo a dir poco ambiguo svolto dai servizi segreti (in questo caso Gladio) nel rapimento Moro. L'ordine di servizio, infatti, portato in Libano da Arconte (in codice G-71), autorizzava un altro gladiatore, G-219, a prendere contatto con organizzazioni terroristische mediorientali allo scopo di "ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro". Il fatto inquietante sta però nella data posta in calce alla missiva a "distruzione immediata": 2 marzo 1978, cioè quattordici giorni prima della sanguinosa azione portata a termine dalle Br.
Il documento che Arconte avrebbe materialmente consegnato il 12 marzo del '78 al colonnello Mario Ferraro a Beirut è un falso? Oppure, effettivamente, una struttura militare segreta era al corrente di quanto stava per accadere ed ha lasciato fare? Proprio per dare una risposta a questi inquietanti interrogativi Liberazione, Famiglia Cristiana e Primo Piano hanno commissionato una perizia. G-71 ha prelevato un campione del documento originale, consegnato poi a Torino alla dottoressa Gabella con altri documenti ufficiali del ministero della Difesa, datati tra gli anni Sessanta e Settanta, per consentire una corretta analisi comparata.
"Il documento è compatibile con l'epoca dei documenti di raffronto" spiega ora la dottoressa Gabella. E quindi anche con quel tragico 1978. E ancora, prosegue la perita: "Non è un documento recente ma ha almeno oltre i tre anni, i tre anni e mezzo; non è un manufatto dozzinale; anche se per ipotesi fosse un falso, è opera di persone esperte".
Tre le indagini cui è stato sottoposto in questi mesi il frammento dell'ordine di servizio: l'esame dattilografico, per capirne di più sulla macchina da scrivere utilizzata; il metodo Max Frey sulla lievitazione del solco, per "datare" la fase di realizzazione; la valutazione a microscopio a scansione, per ottenere le analisi sulla composizione chimica della carta. "La carta appunto - precisa ancora la dottoressa Gabella - è un modello di non facile imitazione". E' infatti di una qualità particolare, una pasta composta da metalli pregiati, proprio con funzioni identificative.
Così, ormai a 25 anni dall'omicidio di Aldo Moro, si continua a scavare alla ricerca della verità. Anche perché una scia di sangue sospetta sembra collegare coloro che hanno avuto contatto con il famigerato documento consegnato da G-71: è il caso del colonnello Mario Ferraro (G-219), morto "suicida" impiccato al portasciugamano del bagno di casa nel '95, un mese dopo aver restituito ad Arconte ("perché aveva paura" dice l'ex gladiatore) quel maledetto ordine di servizio; e del colonnello Stefano Giovannone (G-216), superiore di Ferraro in Libano e scomparso in un misterioso incidente stradale nell'85.
Ed è lo stesso Moro, dalla prigione delle Br, a ricordarsi di Giovannone, proprio per le sue entrature nei gruppi terroristi mediorientali e per la loro possibile influenza sulle Br. In una lettera scritta dalla "prigione del popolo" l'esponente Dc, rapito nel giorno in cui presentava alle Camere il nuovo governo che vedeva l'ingresso in maggioranza del Partito comunista, chiedeva al deputato democristiano e suo amico personale Erminio Pennacchini: "Sarebbe utile contattare Giovannone, farlo venire in Italia". E poi in un'altra indirizzata a Flaminio Piccoli: "Sarebbe bene che Giovannone fosse su piazza...".
Giovannone fu arrestato per traffico di armi dal giudice Mastelloni il 7 febbraio dell'85. Rimesso in libertà, morì il 17 luglio dello stesso anno. Undici giorni dopo, l'allora presidente del consiglio Bettino Craxi pose il segreto di Stato sulla documentazione dell'affaire servizi segreti-medioriente. Così come scrisse di suo pugno allo stesso Arconte, l'ex gladiatore ne mostra gli originali con firma autografa dell'esponente socialista, di tacere per non mettere a rischio la sicurezza delle istituzioni.Nel 2000 anche Arconte fu interrogato dal Ros dei carabinieri, su mandato del sostituto procuratore di Roma, Franco Ionta, lo stesso magistrato titolare delle inchieste sulla morte di Ferraro e sull'oscuro assassinio in Somalia di un altro gladiatore: Vincenzo Licausi. Ma forse, alla luce di questa perizia, è giunto il momento per i magistrati di prestare maggiore attenzione allo scomodo racconto di G-71. Un messaggio valido anche per chi, tra i politici della cosiddetta prima Repubblica, continua a tenere gli scheletri ben chiusi negli armadi.
Ancora ieri, in una lettera a Vespa al programma "Porta a Porta", Cossiga torna a blindarsi su ruoli dei servizi e suggeritori atlantici: "Il coinvolgimento della Cia e della onnipresente P2 è solo disinformazione del Kgb". A rispondere oggi ai "signori del potere" è Luca, "l'amatissimo nipote" del politico democristiano scomparso. Da cantautore, chitarra in mano, rima contro "voi maledetti, che muovete la vita di persone coi vostri fili da burattinai"."Liberazione"
Febbraio '78, esercitazione "Salvare l'Imperatore"
L'operazione del Sios che puzza di complotto
Toni Baldi
E' trascorso un quarto di secolo da quella tragica mattina del 16 marzo 1978 quando un commando delle Brigate rosse sequestrava in via Fani a Roma l'allora presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, lasciando sull'asfalto i corpi degli agenti della sua scorta crivellati da decine di pallottole sparate con millimetrica precisione. Nel corso di questi venticinque anni, la vicenda relativa al rapimento e al successivo assassinio del leader democristiano (il corpo senza vita di Aldo Moro verrà ritrovato in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978 all'interno del bagagliaio di una Renault R4 di colore amaranto) si è via via arricchita di innumerevoli ed oscuri particolari che rendono, a tutt'oggi, assai problematico poter individuare con assoluta certezza gli ideatori ed esecutori di una delle più efferate stragi che hanno segnato la Storia dell'Italia repubblicana.
Liberazione, il settimanale Famiglia Cristiana e la rubrica del Tg3 Primo Piano sono venuti in possesso nei giorni corsi di un carteggio riservato, intercorso tra il Nucleo carabinieri Sios (Servizio informazioni operative e situazione) della Marina militare di La Spezia e lo Stato maggiore di Roma, che solleva ulteriori quanto inquietanti interrogativi intorno alle vicissitudini inerenti il sequestro e l'uccisione dell'ex presidente della Dc.
I documenti comproverebbero, infatti, un'insolita operosità che avrebbe animato i soggetti in questione relativamente ad una esercitazione denominata "Rescue - Imperator" (Salvataggio - Imperatore) realizzata, nel corso del mese antecedente l'agguato di via Fani, dal "R. u. s. (S/B) ", ovvero dal "Raggruppamento unità speciali - Stay Behind" meglio conosciuto come Gladio.
Nel primo documento del carteggio, datato 6 febbraio 1978, viene chiesto di prelevare dal bunker 3 di Varignano (La Spezia), dove si trova la base del Comando subacqueo incursori della Marina (Combusin), armamenti da consegnare due giorni dopo al "Gruppo Guglielmi" presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. Tra i materiali da prelevare figurano anche degli "autorespiratori aria" per "alto fondale". Nella nota viene inoltre precisato che l'esercitazione avverrà nel "Parco Gran Sasso (Campo Imperatore) ", località situata a pochi chilometri dall'Aquila e ad appena cinquanta dal lago della Duchessa.
Nel secondo documento, datato 9 febbraio 1978 ed avente per oggetto "estensione durata esercitazione Rescue Imperator", viene richiesto al Nucleo dei carabinieri Sios di La Spezia l'impiego delle squadre operative "K2, K6, e K7" nonché dei gruppi "K1 e K5" con funzioni di comando per il 12 febbraio alle ore 2,45. In buona sostanza, l'esercitazione avrebbe comportato l'impiego di quindici militari appartenenti ai nuclei speciali i quali sarebbero stati imbarcati su un elicottero "Agusta - Bell" abilitato al volo notturno e dotato di armamento per azioni a bassa quota.
Nella nota viene indicata, poi, una nuova zona di esercitazione: non più "Campo Imperatore" bensì l'area di "Magliano Sabina/Monte Soratte". Il documento cita, inoltre, i nomi di copertura dei comandanti operativi (Smeraldo e Rubino) e sollecita l'uso, in caso emergenza, dei codici Nato piuttosto che quelli di Civilavia.
Nel terzo ed ultimo documento del carteggio, datato 10 febbraio 1978, viene indicato un nuovo velivolo destinato all'operazione (un elicottero "Bell UH1") in sostituzione di quello richiesto perché impegnato in un'altra "esercitazione Nato in zona Fucino". La nota si conclude comunicando che il "Gruppo Guglielmi" rimarrà in attesa presso la base di Alghero e che l'area "Campo Imperatore è già saturata da reparti speciali carabinieri Lazio". E' opportuno sottolineare che l'intero carteggio reca in calce l'ordine tassativo della distruzione immediata dei documenti.
A primo acchito, il contenuto del carteggio sembra non presentare nessuna attinenza con il sequestro di Aldo Moro ma, richiamando alla memoria alcuni episodi venuti alla luce nel corso degli anni successivi a quel tragico evento, le connessioni appaiono in tutta la loro sinistra quanto verosimile evidenza.
Innanzitutto, il riferimento nei sopracitati documenti al "Gruppo Gugliemi" non può non riportarci a quella mattina del 16 marzo 1978 quando in via Fani, al momento dell'eccidio, alcune testimonianze indicarono la presenza in loco di un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi. Quest'ultimo, interrogato dai magistrati, giustificò la sua presenza in via Fani asserendo che stava recandosi a pranzo (alle 8 del mattino?) a casa di un collega che abitava in via Stresa, a pochi metri dal luogo della strage. Il collega del Guglielmi, interrogato a sua volta, confermò che il colonnello del Sismi si era presentato quella mattina alla sua abitazione ma dichiarò anche che Guglielmi non era atteso e che non era stato affatto programmato un pranzo.
Inoltre, il falso comunicato n° 7 delle Br, che annunciava la morte di Moro e la sua sepoltura nel lago della Duchessa, sarebbe stato predisposto da tale Toni Chicchiarelli, falsario e rapinatore ma anche uomo dei servizi segreti e della banda della Magliana. Chicchiarelli verrà ucciso qualche anno dopo sotto casa. Il falso volantino era stato fatto ritrovare il 18 aprile del 1978, lo stesso giorno della scoperta del covo delle Br di via Gradoli. Secondo la testimonianza resa dall'ex capitano del Sid, Antonio Labruna, un altro elemento collegherebbe via Gradoli con il lago abruzzese. Un suo informatore (Benito Puccinelli, all'epoca presidente dell'organizzazione cattolica "International Opus Christi") gli avrebbe infatti riferito che: "Quasi di fronte alla base Br c'è un garage con un'antenna che serve per trasmettere, mediante un ponte radio che si trova nella zona del lago della Duchessa". Non va sottovalutato, poi, il fatto che in via Gradoli si trovavano numerosi appartamenti intestati a società lega te ai servizi segreti.
Infine, l'ex deputato Dc, Benito Cazora, ha avuto modo di dichiarare, in passato, che dopo il falso comunicato del lago della Duchessa Moro sarebbe stato spostato da Viscovio, località nei pressi di Magliano Sabina, in una zona della Magliana.Febbraio '78, esercitazione "Salvare l'Imperatore"
L'operazione del Sios che puzza di complotto
Toni Baldi
E' trascorso un quarto di secolo da quella tragica mattina del 16 marzo 1978 quando un commando delle Brigate rosse sequestrava in via Fani a Roma l'allora presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, lasciando sull'asfalto i corpi degli agenti della sua scorta crivellati da decine di pallottole sparate con millimetrica precisione. Nel corso di questi venticinque anni, la vicenda relativa al rapimento e al successivo assassinio del leader democristiano (il corpo senza vita di Aldo Moro verrà ritrovato in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978 all'interno del bagagliaio di una Renault R4 di colore amaranto) si è via via arricchita di innumerevoli ed oscuri particolari che rendono, a tutt'oggi, assai problematico poter individuare con assoluta certezza gli ideatori ed esecutori di una delle più efferate stragi che hanno segnato la Storia dell'Italia repubblicana.
Liberazione, il settimanale Famiglia Cristiana e la rubrica del Tg3 Primo Piano sono venuti in possesso nei giorni corsi di un carteggio riservato, intercorso tra il Nucleo carabinieri Sios (Servizio informazioni operative e situazione) della Marina militare di La Spezia e lo Stato maggiore di Roma, che solleva ulteriori quanto inquietanti interrogativi intorno alle vicissitudini inerenti il sequestro e l'uccisione dell'ex presidente della Dc.
I documenti comproverebbero, infatti, un'insolita operosità che avrebbe animato i soggetti in questione relativamente ad una esercitazione denominata "Rescue - Imperator" (Salvataggio - Imperatore) realizzata, nel corso del mese antecedente l'agguato di via Fani, dal "R. u. s. (S/B) ", ovvero dal "Raggruppamento unità speciali - Stay Behind" meglio conosciuto come Gladio.
Nel primo documento del carteggio, datato 6 febbraio 1978, viene chiesto di prelevare dal bunker 3 di Varignano (La Spezia), dove si trova la base del Comando subacqueo incursori della Marina (Combusin), armamenti da consegnare due giorni dopo al "Gruppo Guglielmi" presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. Tra i materiali da prelevare figurano anche degli "autorespiratori aria" per "alto fondale". Nella nota viene inoltre precisato che l'esercitazione avverrà nel "Parco Gran Sasso (Campo Imperatore) ", località situata a pochi chilometri dall'Aquila e ad appena cinquanta dal lago della Duchessa.
Nel secondo documento, datato 9 febbraio 1978 ed avente per oggetto "estensione durata esercitazione Rescue Imperator", viene richiesto al Nucleo dei carabinieri Sios di La Spezia l'impiego delle squadre operative "K2, K6, e K7" nonché dei gruppi "K1 e K5" con funzioni di comando per il 12 febbraio alle ore 2,45. In buona sostanza, l'esercitazione avrebbe comportato l'impiego di quindici militari appartenenti ai nuclei speciali i quali sarebbero stati imbarcati su un elicottero "Agusta - Bell" abilitato al volo notturno e dotato di armamento per azioni a bassa quota.
Nella nota viene indicata, poi, una nuova zona di esercitazione: non più "Campo Imperatore" bensì l'area di "Magliano Sabina/Monte Soratte". Il documento cita, inoltre, i nomi di copertura dei comandanti operativi (Smeraldo e Rubino) e sollecita l'uso, in caso emergenza, dei codici Nato piuttosto che quelli di Civilavia.
Nel terzo ed ultimo documento del carteggio, datato 10 febbraio 1978, viene indicato un nuovo velivolo destinato all'operazione (un elicottero "Bell UH1") in sostituzione di quello richiesto perché impegnato in un'altra "esercitazione Nato in zona Fucino". La nota si conclude comunicando che il "Gruppo Guglielmi" rimarrà in attesa presso la base di Alghero e che l'area "Campo Imperatore è già saturata da reparti speciali carabinieri Lazio". E' opportuno sottolineare che l'intero carteggio reca in calce l'ordine tassativo della distruzione immediata dei documenti.
A primo acchito, il contenuto del carteggio sembra non presentare nessuna attinenza con il sequestro di Aldo Moro ma, richiamando alla memoria alcuni episodi venuti alla luce nel corso degli anni successivi a quel tragico evento, le connessioni appaiono in tutta la loro sinistra quanto verosimile evidenza.
Innanzitutto, il riferimento nei sopracitati documenti al "Gruppo Gugliemi" non può non riportarci a quella mattina del 16 marzo 1978 quando in via Fani, al momento dell'eccidio, alcune testimonianze indicarono la presenza in loco di un ufficiale del Sismi, il colonnello Camillo Guglielmi. Quest'ultimo, interrogato dai magistrati, giustificò la sua presenza in via Fani asserendo che stava recandosi a pranzo (alle 8 del mattino?) a casa di un collega che abitava in via Stresa, a pochi metri dal luogo della strage. Il collega del Guglielmi, interrogato a sua volta, confermò che il colonnello del Sismi si era presentato quella mattina alla sua abitazione ma dichiarò anche che Guglielmi non era atteso e che non era stato affatto programmato un pranzo.
Inoltre, il falso comunicato n° 7 delle Br, che annunciava la morte di Moro e la sua sepoltura nel lago della Duchessa, sarebbe stato predisposto da tale Toni Chicchiarelli, falsario e rapinatore ma anche uomo dei servizi segreti e della banda della Magliana. Chicchiarelli verrà ucciso qualche anno dopo sotto casa. Il falso volantino era stato fatto ritrovare il 18 aprile del 1978, lo stesso giorno della scoperta del covo delle Br di via Gradoli. Secondo la testimonianza resa dall'ex capitano del Sid, Antonio Labruna, un altro elemento collegherebbe via Gradoli con il lago abruzzese. Un suo informatore (Benito Puccinelli, all'epoca presidente dell'organizzazione cattolica "International Opus Christi") gli avrebbe infatti riferito che: "Quasi di fronte alla base Br c'è un garage con un'antenna che serve per trasmettere, mediante un ponte radio che si trova nella zona del lago della Duchessa". Non va sottovalutato, poi, il fatto che in via Gradoli si trovavano numerosi appartamenti intestati a società lega te ai servizi segreti.
Infine, l'ex deputato Dc, Benito Cazora, ha avuto modo di dichiarare, in passato, che dopo il falso comunicato del lago della Duchessa Moro sarebbe stato spostato da Viscovio, località nei pressi di Magliano Sabina, in una zona della Magliana."Liberazione"
"Esito positivo. Ne ero certo"
Arconte (G-71)
"Ero certo del risultato positivo delle perizie. Del resto io ho la coscienza a posto: la storia della mia vita l'ho raccontata sia alla magistratura italiana che a quella europea. Ero e sono ancora un militare e rispondevo agli ordini dei miei superiori". Così Antonino Arconte (nome in codice G-71) commenta la notizia che giunge dai laboratori di Torino. Il gladiatore, nato ad Oristano il 10-2-54, è stato arruolato il 14 maggio 1970, nella scuola Sas di Viterbo. Nell'estate dello stesso anno, da caporal maggiore viene selezionato dal capitano La Bruna per entrare nel Servizio Informazioni Difesa (Sid). Finito il corso alla Cecchignola, viene trasferito in Marina alla Maddalena col numero di matricola 71 VO 155 M e, alla fine dei tre anni, superato il corso, viene inserito nell'organizzazione Stay Behind (Gladio) con il grado di guardiamarina della Marina militare. Tante le azioni fuori dei confini nazionali fino al 1986, quando la struttura sembra scomparire nel nulla. Arconte non trova neanche più l'ufficio X di via XX settembre a Roma, suo punto di riferimento. "Nessuno mi ha congedato" spiega G-71. Il suo libro "Ultima missione" si può consultare su booksurge. com."Il Resto del Carlino"
"QUEL MATTINO DEL 16 MARZO
LA MIA FAMIGLIA SI È DISSOLTA"
Perché lei parla della sua famiglia come di una famiglia distrutta?
"Perché s'è dissolta. Il 16 marzo del '78 è andata in pezzi. Sono successe varie cose. Cercherò di dirle nella maniera più garbata possibile".
Che cosa?
"Intanto nessuno di noi regge il dolore degli altri, ognuno di noi ha un suo dolore e quando siamo insieme questo dolore diventa insopportabile, anzi di più, schiacciante. Quando si passa attraverso una catastrofe, paradossolmente invece di unirci ci si divide. Noi eravamo una famiglia non unita, di più, ci adoravamo, ci piaceva stare insieme, tutti i nostri amici volevano stare a casa nostra perché era bello starci".
La fede le è rimasta?
"Grandissima, io mi chiamo Fida che è un modo spagnolo di dire fede, dal nome della mamma di mio papà, e se c'è una cosa che io sono, è l'essere piena di fede e fedele. E ho avuto altre catastrofi a parte il caso Moro, altrettanto gravi se non più gravi, catastrofi private e terribili, per cui se sono riuscita a sopravvivere vuol dire che ho avuto da Dio grande forza".
Qual è la verità del caso Moro?
"La verità del caso Moro è che ce l'hanno portato via. L'ha detta mio figlio Luca".
Chi conosce la verità?
"Dio, perché ha troppi livelli per poter essere conosciuta a livello umano".
Questo riporsi nella giustizia di Dio nasce dalla fede o dalla constatazione che quaggiù ci sono troppi giocatori di tre carte?
"Da entrambe, e non parlo di giustizia divina, perchè in realtà a me non interessa che le persone siano punite. Io so che la verità la sa solo Dio che è verità".
Come si fa a ricordare e a perdonare, mi riferisco al fatto di essere andata da Morucci e Faranda in carcere.
"Intanto ho sempre pensato che non avessero la totale responsabilità di questa cosa. E poi mio padre ci sarebbe andato, quindi io ci sono andata".
Che cosa faceva in carcere con Morucci e Faranda?
"Come assistente volontario ho montato un coro e ci siamo divertiti molto, loro cantavano e io dirigevo".
Parlavate di suo padre?
"Avevamo pattuito di non parlare del caso Moro e abbiamo fatto pochissime eccezioni a questo impegno, perché reputavamo che fosse pericoloso. Però io ho percepito la loro buona fede nella disperazione per quello che avevano fatto e loro, vedendomi vivere lì per quasi tre anni e mezzo, nel carcere di Paliano, che è in provincia di Frosinone, hanno visto come avevano trasformato la mia vita, il mio non aver denaro, il non aver lavoro, l'essere continuamente minacciata, le violenze di tutti i tipi e quindi senza volere io sono stata una specie di punizione vivente, con i miei pianti...".
Di fronte a loro?
"Di fronte a loro, perché quando raggiungi un certo livello di disastro dove ti trovi ti trovi e loro cercavano di consolarmi e sono stati terribilmente feriti non dalla mia volontà di ferirli ma hanno visto che cosa hanno provocato al di là della morte fisica di papà".
Che cosa pensa del pentitismo?
"Non mi piace molto".
E dell'amnistia anche per i reati negli anni di piombo?
"Non sono contraria al perdono, perché o noi pensiamo che le persono possono cambiare in meglio oppure il mondo finisce".
La recente drammatica ricomparsa delle Br che cosa le suggerisce?
"Come diceva un anonimo del Seicento: il male fiorisce dove chi può non fa il bene. Sono cose che capitano. Io ero convinta che non sarebbe finita. Come episodio di per sé non aggiunge nulla a quanto si sa".
Ma il persistere del pericolo terrorismo non le suggerisce di essere meno generosa?
"No, perché non è con la forza che si vince questa guerra".
Un ricordo felice di suo padre.
"Quando mi portò su una portaerei americana, era una cosa avventurosa, ai limiti, come piace a me, che ho fatto tutti gli sport pericolosi".
Tipo?
"Sono istruttore militare di alpinismo, ho fatto fuoristrada per tanti anni, ginnastica acrobatica".
Le piace che dicano di lei che è una persona strana?
"Se essere strani vuol dire essere capaci di felicità sì".
Di che cosa ha paura?
"Di niente".
Le capita ancora di storpiare il cognome per non farsi riconoscere?
"No, adesso esigo che si capisca bene che io mi chiamo Maria-Fida-Moro".
Di quella mattina che cosa ricorda?
"Lo spavento terribile, perché Luca aveva dormito a casa dei mie genitori, avevo il terrore che uscisse con papà, avevo il panico che uscisse prima che io riuscissi ad arrivare. Infatti li trovai sulla porta dell'ascensore e lì li ho fermati e sono stata molto sgarbata con mio padre, perché lui insisteva per portarlo con sé e io gli dissi: no, deve stare con me! Smettemmo di discutere, ci siamo guardati e vidi nel suo sguardo che lui aveva capito perché io non volevo. Vinsi io, però m'è rimasta come ultima immagine dello sguardo di mio padre la sofferenza che gli ho dato non lasciandogli questo nipotino che lui adorava, una sofferenza accettata e condivisa".
Le capita spesso di rileggere le lettere di suo padre? "Le conosco quasi a memoria".
Quando le legge?
"Le leggo da sola, di notte. Le tengo in una scatola su un mobile, vado sulla scala, tiro giù le lettere, le leggo, mi metto a piangere, le rimetto a posto, tolgo la scala".
C'è un erede di Moro?
"No".
Che cosa resta?
"La grandissima lezione di bontà".
Quando si chiuderà questo caso Moro?
"Forse mai".
Che resta da raccontare?
"Tutto, è una storia ancora tutta da raccontare".
Giovanni Morandi"Avvenire"
Moro 25 anni, bilanci e rimorsi
Il 16 marzo 1978 in via Fani il rapimento dello statista e il massacro della sua scorta
Parla Martinazzoli, ultimo segretario dello scudocrociato: da quella tragedia avremmo potuto imparare di più
"Non solo il partito, ma tutta la nazione perse con lui un'intelligenza singolare. Aveva una capacità di guida come ebbe solo De Gasperi
Se fosse vivo, sarebbe stato eletto presidente della Repubblica"
Si poteva salvare? "Uno Stato forte avrebbe trattato". Le lettere erano sue? "Mai avuto dubbi". Altre forze dietro
le Br? "No, ma i terroristi fecero un favore a molti"
Da Roma Antonio Maria Mira
"Certo, dopo 25 anni dalla morte di Moro un bilancio andrebbe fatto. Soprattutto un bilancio politico, di quello che Moro aveva dato agli italiani. Ma penso che, al di là di grandi agiografie e tanti sprechi di retorica, non sarà fatto. I linguaggi, i pensieri, le immaginazioni politiche di Moro sono straniere a questo tempo politico".
Mino Martinazzoli risponde positivamente alle richiesta avanzata sulle pagine di Avvenire da Giovanni Moro, figlio del presidente Dc, rapito e ucciso dalle Br. L'ultimo segretario delle Scudocrociato non vuole entrare nel merito delle cosiddette "zone d'ombra". "Se è così - si limita a dire - piacerebbe anche a me che ci fosse una qualche illuminazione in più". Ma non si tira indietro nel dare alcuni giudizi su quei 55 giorni e su alcuni dei fardelli più pesanti. Trattare o non trattare? "Uno Stato consapevolmente forte avrebbe potuto trattare. Guadagnava tempo, sapendo però che aveva le capacità e gli strumenti per assicurare alla giustiz ia i criminali. Invece uno Stato debole diventava inevitabilmente feroce. La verità è che quello Stato che è così debole sulla vicenda Moro, poi si attrezza: i Dalla Chiesa poi ci sono...".
Le lettere di Moro erano sue? "Sì, non ho mai avuto dubbi. La ragione "politica" ha superato ingiustamente la ragione umana e gli apprezzamenti che vennero fatti li considero offensivi". Altre forze dietro le Br? "Non è necessario immaginare che le Br fossero un'altra cosa da quella che i suoi protagonisti hanno dichiarato. Perché se c'erano ulteriori nemici di Moro in giro, beh per questi nemici bastava che le Br ci fossero. A tanti facevano comodo, questo è il guaio". Parole nette e dure. "Se si vuol dire che c'era molta gente interessata che il disegno politico di Moro non si realizzasse, avrei pochi dubbi nel dire che è vero". E aggiunge amaramente. "Il rimorso comunque resta. Se ci fosse la consapevolezza dell'enormità di quello che è stato fatto consentendo che fosse spenta la vita di Moro , dov rebbe aiutarci quantomeno a giocare la nostra attualità in un modo meno disastroso".
Onorevole Martinazzoli, andiamo allora al bilancio politico della vicenda Moro.
"Ha dato una presenza, una guida, una capacità di orientamento quali soltanto De Gasperi prima di lui ha impresso nella storia della Repubblica italiana: raramente è accaduto che coesistessero nella stessa persona qualità intellettuali così alte e capacità politica così esperta. Moro era un intellettuale della politica che non si limitava alla politica da descrivere, ma che l'ha fatta".
Si dice che Moro ha anche anticipato la storia. E che forse anche la sua fine è legata a questo.
"Moro stava facendo la storia. È stato in solitudine l'uomo che indagava e risolveva i grandi passaggi e le crisi. In una riunione che precedette di pochi giorni l'assemblea dei parlamentari nella quale si levò per l'ultima volta la sua voce, Mario Segni era intervenuto e, di fronte ad una situazione di blocc o, aveva detto: "Perché non andiamo all'opposizione?". Lui rispose sorridendo: "All'opposizione di chi?". Poi spiegò che non c'era il rischio di contaminare la purezza in politica, perché la politica altro non era che il misurare costantemente la sua ambizione sullo stato di necessità che è la condizione storica. Nel '53, dopo le elezioni che avevano sancito l'insuccesso delle riforma elettorale, proposta da De Gasperi, disse: "Hanno sbagliato gli italiani". Però aggiunse che "pur sbagliando, gli italiani ci hanno mandato a dire che questo equilibrio del sistema politico incentrato sul centrismo lo avvertono come angusto". Nasce da lì l'ipotesi, così pazientemente perseguita, del centrosinistra e poi, nella crisi del centrosinistra, il tentativo di uscirne con la politica del confronto".
Perché dice che queste riflessioni non saranno fatte?
"Io parlo di una inattualità oggettiva di Moro. Se avesse sentito parlare dell'"azienda Italia" si sarebbe offeso. Aveva della p olitica l'idea de lla funzione pedagogica, il compito di liberazione umana. Per questo visse, con grande anticipo e attenzione, ciò che si andava svolgendo sotto i suoi occhi. Nei congressi diceva al suo partito che a questa domanda impetuosa occorreva dare risposte, altrimenti sarebbero stati travolti".
La morte di Moro segna l'inizio della parabola discendente della Dc?
"Non solo la Dc ma in generale la Repubblica ha perso in quel momento un'intelligenza singolare. Moro avrebbe cercato di realizzare il suo disegno, così come lo aveva pazientemente costruito, attraverso la leadership morale che avrebbe svolto dal Quirinale. Io non ho dubbi che l'idea fosse questa. E non ho dubbi che Moro sarebbe stato eletto presidente della Repubblica. Questa è la strada che lui aveva presunto. Morto lui non è stata più percorsa. E così gli anni successivi diventano di pura sopravvivenza e poi di decadenza".
Lei parla di leadership morale, ma in molti ricordano ancora quel famoso discorso del "non ci processerete nelle piazze".
"È stato largamente frainteso. I detrattori hanno sempre pensato che in quella affermazione si rivelasse la pretesa di impunità della Dc. Dentro la Dc molti hanno creduto che tutto ci fosse consentito. L'accento di Moro era invece posto sulla nostra capacità di acquisire consenso e non sulle nostre pretese di impunità".
Lei allora era presidente della commissione Inquirente che proprio in quei giorni si stava occupando dello "scandalo Lockheed" nel quale si cercò di coinvolgere Moro. Secondo alcuni era una prima mossa per distruggerlo politicamente.
"Il giorno del rapimento, su Repubblica veniva scritto che secondo alcune testimonianze Antelope Cobbler - il personaggio chiave dello scandalo - sarebbe stato Moro. Che questo facesse parte di un progetto più vasto lo accetterei se non rimanesse nei termini puramente ipotetici che abbiamo oggi".
Torniamo al dramma: sarebbe stato possibile salvare Moro?
"Sì, in teori a suppongo di sì, perché un'ipotesi di trattativa era aleggiata. Forse era impossibile, ma non la si tentò neanche. La convinzione era che fosse ineluttabile la riposta negativa dello Stato perché era in gioco la stessa continuità democratica. Giusto? Sbagliato? Non lo so. Secondo Moro certamente era sbagliato"."La Nuova Sardegna"
"Lo hanno lasciato morire"
Il figlio di Moro accusa a 25 anni dal sequestro-omicidio
ROMA. Per la serie "La storia siamo noi", Rai Educational presenta domani alle 8.05 e alle 0.10 su Raitre, a 25 anni dalla morte di Aldo Moro, un' intervista data in esclusiva a Giovanni Minoli dal figlio del presidente della Dc Giovanni Moro che ripercorre quei tragici fatti. "Non è stato fatto tutto quello che si poteva fare, sia sul piano delle indagini che sul piano politico", dice tra l'altro.
Secondo Giovanni Moro, insomma, "nessuno ha provato a fare andare diversamente le cose". "Niente di serio - è la sua valutazione - fu fatto parlando delle indagini. Sul fronte politico ci troviamo a dover prendere atto che non venne fatta né una cosa né l'altra: non è stato liberato il prigioniero e non è stata intavolata una seria trattativa".
Il figlio del presidente della Dc ritiene inoltre che l'intervento di allora da parte di papa Paolo VI, che chiedeva con una lettera alle Brigate Rosse di liberare suo padre senza condizioni, fosse come un tirarsi fuori dalla questione: "Il pontefice fece una dichiarazione che non era pertinente perché furono poste delle condizioni. Dire che si liberi l'ostaggio senza condizioni è come dire non c'entro niente. Non sto al gioco".
Quei tragici fatti del marzo e dei successivi mesi del 1978 saranno rievocati partendo dalla costituzione del governo del compromesso storico tra Dc e Pci voluto con grande determinazione da Aldo Moro. Si proseguirà con l'analisi delle indagini investigative che all'epoca furono fatte per liberare l'ostaggio, fino ad arrivare alle responsabilità rispetto all'esito della drammatica vicenda. Conclusasi tra l'altro sul piano politico con le dimissioni dell'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Non finirà in quel momento invece la lunga stazione del terrorismo. I brigatisti continueranno a seminare morte sino alla metà degli Anni 80."Il Resto del Carlino"
PISANU: "PROPONEMMO LO SCAMBIO CON UN BR"
ROMA - L'ipotesi di scambiare Aldo Moro con un brigatista, durante i 55 giorni di prigionia dell'allora statista Dc nel covo di via Montalcini, fu realmente presa in considerazione negli ambienti dello scudocrociato. A rivelarlo è l'attuale ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu (nella foto), all'epoca esponente della Democrazia Cristiana. "Fin dal primo comunicato che noi facemmo immediatamente dopo il sequestro - ha ammesso Pisanu - scrivemmo a chiare lettere che non avremmo lasciato nulla di intentato per salvare la vita di Moro. E quando si arrivò a questo aspetto, si pensò che la sola soluzione praticabile potesse essere quella della concessione della grazia ad un brigatista che non si fosse macchiato le mani di sangue". Se poi questo passo non fu compiuto, è perché "quando si andò a cercare una persona che corrispondesse all'immagine che ci si era fatta... se ne trovarono pochi di brigatisti che avessero le mani pulite". La fermezza democristiana, "frutto di una autonoma e tormentata riflessione interna, direi anche per molti di noi lacerante riflessione", costò tantissimo a coloro che erano più vicini a Moro, a cominciare da Zaccagnini: "A lui - ha ricordato Pisanu - costò moltissimo, credo anche la vita".
L'attuale responsabile del Viminale ha raccontato di essersi dato da fare per liberare Moro, sollecitando in prima persona nelle ricerche rappresentanti del mondo arabo, a cominciare dal Fronte di liberazione nazionale della Palestina: "Moro aveva estimatori dappertutto". Riferendosi ai recenti episodi di terrorismo, Pisanu ha detto che "l'ultimo documento prodotto dalla Lioce segna una continuità ideologica e politica tra le nuove e le vecchie Br. Il contesto è cambiato, l'organizzazione non è più quella che fu capace di compiere la strage di via Fani, ma questa organizzazione c'è, si rifà a quel modello e sta facendo reclutamenti".ANSA:
(di Francesco Bongarra')
E' una Dc 'disperata ed allo stesso tempo impotente' quella che si presenta alla direzione nazionale del partito la mattina del 9 maggio 1978, meno di due ore prima del ritrovamento del corpo senza vita di Moro nel bagagliaio di una R4 in Via Caetani, vicinissimo a Piazza del Gesu'. Una Dc consapevole ai vertici che la battaglia per salvare il suo presidente e' ormai persa, e tuttavia che "non e' allo sbando, ma e' compatta nella linea della fermezza a difesa dello Stato e delle Istituzioni". Lo spiega il prof. Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dell'Universita' Cattolica di Milano che ha studiato l'archivio della 'Balena bianca' e che, a venticinque anni dalla morte dello statista, ricostruisce quella Direzione nazionale attraverso il verbale della riunione.
Sedici pagine manoscritte di un bloc notes (non si riconosce la grafia dell'estensore) raccontano gli interventi dei leader succedutisi dalle 12:25 alle 13:50, quando il segretario Benigno Zaccagnini sospende i lavori. Li riprende alle 14:03 per dare ai presenti la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: Moro e' morto. Una riunione difficile e drammatica, i cui contenuti sono stati studiati da Giovagnoli in parallelo con le due direzioni tenutesi dopo il rapimento di Moro, il 16 marzo ed il 13 aprile.
L'ATMOSFERA:"Si era creata una grandissima attesa - spiega Giovagnoli - rispetto alla direzione convocata per la mattina del 9 maggio, invece dalla lettura dei verbali ci si accorge che all'interno della Dc non c'e' piu' una attesa di qualche cosa di decisivo. Il clima - osserva - e' inaspettatamente meno teso rispetto alle attese della vigilia ed anche a quello che si e' creduto fino ad oggi; meno teso e meno conflittuale rispetto a quanto si potesse pensare, ma questo vuol dire anche che e' meno viva la speranza di poter far e qualcosa di decisivo: l'idea e' che la partita e' perduta". Una deduzione che emerge sia dalla relazione del segretario Zaccagnini, "il quale interpreta come una chiusura assoluta la posizione assunta dalle Br con l'ultimo comunicato che rifiuta anche la 'mediazione Craxi', che sembrava essere l'ultimo tentativo possibile per salvare Moro". Ma la rassegnazione si evince anche dagli interventi degli altri membri della direzione, "soprattutto in quello di Fanfani, che era stato accreditato come molto incline ad aprire un discorso sulle trattative, e dall'altra di Riccardo Misasi, indicato da Moro come colui che doveva convocare il Consiglio nazionale del Partito ed aprire dentro la Dc la via per le trattative. Entrambi - chiarisce Giovagnoli - appaiono rinunciatari, ma non nel senso di essere disinteressati rispetto alla sorte di Moro. In particolare - osserva - l'intervento di Misasi e' molto appassionato rispetto alla vita del presidente del Partito; tuttavia lo stesso Misasi non vede piu' delle vie percorribili in quel momento. In un certo senso, la sorpresa nel vedere questi verbali e' nel constatare che non c'e' piu', in quel momento, la speranza di poter fare qualcosa di efficace". "Come partito - rileva - c'e' un senso di impotenza nel senso che non emergono proposte politiche se non la riproposizione della linea della fermezza e della difesa delle istituzioni senza che pero' emerga nessun articolazione nuova. Negli interventi dei singoli si percepisce la disperazione personale di non poter riuscire a fare qualche cose di utile".
UN PARTITO COMPATTO: Benche' disperata, la Dc, per Giovagnoli e' compatta e nessuno mette in discussione in modo frontale la linea della segreteria, seguita poi da tutto il Partito. "C'era stato un po' piu' di dibattito - spiega - nelle precedenti direzioni del 16 marzo e del 13 aprile. Il 9 maggio la Dc ha accettato che la linea fosse gestita dal segretario e dalla cosiddetta 'delegazione', il gruppo di collaboratori a lui piu' vicini. E' insomma una Dc che tiene a sottolineare fortemente la sua compattezza interna sulla linea della fermezza.
IL 'FEDELISSIMO' DI MORO: E' 'bello moralmente' - per lo storico - il discorso di Riccardo Misasi che da una parte dice che non e' giusto sacrificare Moro perche' "anche se bisogna avere rispetto per i morti di Via Fani non e' che aggiungendo un altro morto si finisce con il rispettarli di piu: non bisogna irrigidirsi nella posizione che la Dc sia giudicata male perche' interviene a favore del suo leader". D'altra parte, aggiunge: "non possiamo che tener unito il quadro politico: non possiamo dividerci in questo momento". Misasi apre anche un discorso sulla 'Seconda repubblica':"in fondo - aggiunge - oggi muore la prima Repubblica che non ha saputo conciliare la difesa dello stato ed il valore della vita umana: bisogna rifondare una seconda repubblica che sappia fare questo".
GIULIO ANDREOTTI: non prende la parola in questa direzione; "ma di solito - spiega Giovagnoli - interveniva abbastanza poco in questa sede in quanto era presidente del Consiglio".
LA FAMIGLIA MORO: Nei verbali si parla molto poco dei tentativi di salvare Moro con l'ausilio di mediatori piu' o meno ufficiali. "Vi si allude - dice Giovagnoli - ma non se ne parla apertamente in questa sede che e' politica ed anche abbastanza ufficiale". Tuttavia, la famiglia Moro "pesa, pesa parecchio: pesano le sue critiche alla Dc; pesano nel senso della rigidita' dello stesso partito, irrigidito su una linea, profondamente colpito dalle accuse ma ancora piu' compatto nell'esprimere una linea che non permetta a queste accuse di diventare elemento di divisione interna. L'imperativo e' uno solo: la preoccupazione di mantenersi uniti per salvare lo Stato e' la linea di fondo, credo sincera ma quasi eccessiva a tratti. Alla fine finisce con il legare le mani a qualunque tipo di flessibilita"'.
LE LETTERE DI MORO NON CONTANO: In direzione non se ne parla: "Per Zaccagnini - dice lo storico - la linea della Dc e' quanto Moro aveva indicato nei mesi precedenti al rapimento, il che e' un modo indiretto per dire che le proposte del presidente del partito dalla 'prigione del popolo' non sono accettabili".ANSA:
Cronologia dei fatti principali dei 55 giorni del rapimento Moro:
- 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la fiducia alla Camera e al Senato.
- 18 marzo: Arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'.
- 19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.
- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br rivendica la responsabilita' politica del rapimento.
- 21 marzo: Il governo approva il decreto antiterrorismo.
- 25 marzo: Le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.
- 29 marzo: Arriva il "comunicato n. 3" con la lettera al ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi "sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi" e accenna alla possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrivono di averla resa nota perche' "nulla deve essere nascosto al popolo". Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.
- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n. 4', con una lettera al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.
- 7 aprile: Il "Giorno" pubblica una lettera di Eleonora Moro al marito. La famiglia tiene un linea del tutto autonoma rispetto alla "fermezza" del governo.
- 10 aprile: Le Br recapitano il 'comunicato n.5' e una lettera di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.
- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.
- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.
- 18 aprile: Grazie ad un' infiltrazione d' acqua, polizia e carabinieri scoprono il covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato n.7' in cui si annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro e l' abbandono del corpo nel Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, e' ritenuto autentico e per giorni il corpo di Moro sara' cercato, con un grande schieramento di forze, in un lago di montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da mesi.
- 20 aprile: Le Br fanno trovare il vero 'Comunicato n.7', a cui e' allegata una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.
- 21 aprile: La direzione Psi e' favorevole alla trattativa.
- 22 aprile: Messaggio di Paolo VI agli "Uomini delle Brigate rosse" perche' liberino Moro "senza condizioni".
- 24 aprile: Il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio. Zaccagnini riceve un' altra lettera di Moro, che chiede funerali senza uomini di Stato e politici.
- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini, Dell' Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.
- 30 aprile: Moretti telefona a casa Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, "immediato e chiarificatore" puo' salvare la vita del presidente Dc.
- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.
- 5 maggio: Andreotti ripete il 'no alle trattative'. Il 'Comunicato n. 9' annuncia:"Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". Lettera di Moro alla moglie:"Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione".
- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come "prigione del popolo".ANSA:
Il Vaticano non solo mobilito' Paolo VI, ma era pronto a pagare una "ingentissima somma di denaro" per il "riscatto" di Aldo Moro in mano alle BR.
Paolo VI scrisse la lettera "agli uomini delle Brigate rosse" nella notte del 21 aprile 1978, dopo essersi sentito, per telefono, con mons. Cesare Curioni, ex cappellano del carcere di S. Vittore a Milano e ispettore centrale dei cappellani carcerari italiani. Un sacerdote di origine toscana, al fianco di mons. Curioni in quei giorni, testimone della telefonata, da un paio d' anni e' entrato nei ranghi della diplomazia pontificia. Ricorrendo probabilmente ancora a mons. Curioni, mons. Pasquale Macchi, segretario personale di Paolo VI (con l' assenso di Andreotti) era pronto a pagare una cifra elevatissima di denaro per il riscatto di Aldo Moro. Mons. Achille Silvestrini, allora segretario del consiglio degli affari pubblici della Chiesa, d' intesa con mons. Agostino Casaroli, aveva dato istruzioni in quei giorni al nunzio apostolico in Inghilterra mons. Bruno Heim. Egli, a Londra, doveva appoggiare il tentativo di Giuseppe Lazzati, rettore dell' universita' cattolica del Sacro Cuore di Milano, tramite Amnesty International, di aprire una fessura nella granitica organizzazione brigatista; anche quell' iniziativa, pero', falliva. A Roma, un vice parroco, don Antonello Mennini (alla cui ordinazione sacerdotale anni prima era stato presente Aldo Moro), riceveva telefonate dalle Br. Venticinque anni dopo non si sa ancora con certezza se egli sia stato il 'postino' utilizzato dalla famiglia Moro per mantenere i contatti con uno dei covi dei brigatisti dove lo statista si trovava sequestrato. Domenica 9 marzo 2003 la vedova di Oreste Leonardi, l' autista di Aldo Moro, trucidato insieme agli altri componenti della scorta il 16 marzo 1978, in un' intervista ha rivelato di aver ricevuto, alcuni anni orsono, una lettera da parte di un brigatista nella quale si assicurava che un sacerdote era stato portato nel covo brigatista per impartire ad Aldo Moro la confessione e l' ostia della comunione. Tale scenario ha nuovamente attirato l' attenzione degli studiosi su mons. Antonello Mennini, da tempo nominato vescovo e da alcuni mesi nuovo nunzio apostolico a Mosca. Nei 55 giorni della tragedia di Aldo Moro, si erano mobilitati anche tre vescovi italiani: mons. Luigi Bettazzi (Ivrea), mons. Alberto Ablondi (Livorno) e mons. Clemente Riva (ausiliare a Roma) con l' obiettivo di prendere il posto di Moro nella prigione controllata dalle Br. Qualcosa, tuttavia, non funziono'. Mons. Bettazzi, nel 1996, al settimanale cattolico di Ivrea "Il risveglio popolare", ha raccontato di essere stato bloccato da un messaggio negativo proveniente da oltre le mura vaticane del tipo 'quel sangue va versato perche' il popolo sia salvo". Mons. Riva, che nel frattempo e' morto, ha lasciato un' agenda-diario, dalla copertina color rosso, ancora inedita, sui suoi contatti in quei 55 giorni e che rappresentera' una preziosa risorsa per gli storici del futuro. Quei tre vescovi si muovevano d' intesa col monaco-poeta dei Servi di Maria, padre Davide Maria Turoldo, notoriamente molto vicino a Paolo VI.ANSA:
La storia del caso Moro e' fatta anche di una lunga serie di scoperte e rivelazioni (alcune vere o probabili, altre meno) avvenute dopo la tragica conclusione della vicenda. Ecco alcune delle principali:
- 19 mag 1978: a Roma, in via Foa', scoperta una tipografia, di Enrico Triaca, usata dalle Br durante il sequestro. Alcune apparecchiature erano appartenute ai servizi segreti.
- 1 ott 1978: irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa nel covo di via Monte Nevoso, a Milano. Arrestati 9 terroristi, tra cui Azzolini e Bonisoli. Trovato il memoriale Moro.
- 27 ott 1978: resa pubblica la telefonata di un br alla moglie di Moro, attribuita prima a Toni Negri e poi a Moretti.
- febbraio 1979: 'L'Espresso' pubblica rivelazioni provenienti da Ernesto Viglione, giornalista di Radio Montecarlo. Secondo un sedicente brigatista, le Br e il caso Moro sarebbero state molto diversi dalla versione ufficiale. Poi il caso sembra sgonfiarsi in un tentativo di truffa, ma in appello Viglione e' assolto.
- 17 mar 1979: Raffaele Fiore e' arrestato a Torino.
- 20 mar 1979: ucciso a Roma Mino Pecorelli. Su Op aveva fatto diversi 'scoop' e rivelazioni sul caso Moro e ne aveva promessi altri.
- marzo 1979: 'Metropoli', rivista dell' Autonomia, pubblica un fumetto che ricostruisce il rapimento e il processo. Un anno dopo, ad aprile, 'Metropoli' tornera' sulla vicenda con l' ambiguo "Oroscopone" della maga Ester, che allude ad un russo nel ruolo del 'grande vecchio'.
- 30 mag 1979: arrestati a Roma Valerio Morucci e Adriana Faranda, usciti dalle Br dopo il caso Moro. Erano a casa della figlia di Giorgio Conforto, il cui nome comparira' nel 'dossier Mitrokhin'. Nel 1984 raccontano la loro versione dei fatti in un memoriale.
- 24 set 1979: ferito alla testa e arrestato a Roma Gallinari, a lungo ritenuto l' esecutore materiale dell' uccisione di Moro.
- 2 feb 1980: resa nota l' esistenza dei piani Victor, in caso di rilascio di Moro vivo e Mike, in caso di sua morte. Scalpore anche se ne aveva gia' parlato un libro nel 1979.
- marzo 1980: Patrizio Peci comincia a parlare. A febbraio 1982, lo fa anche Savasta.
- 19 mag 1980: arrestato Bruno Seghetti.
- 27 mag 1980: arrestata Anna Laura Braghetti.
- 4 apr 1981: arrestato a Milano Mario Moretti.
- 10 giu 1981: la commissione Moro si occupa della seduta spiritica del 2 aprile 1978 a Bologna, presente anche Romano Prodi, durante la quale e' emerso il nome 'Gradoli'.
- 1 feb 1982: il ministro dell' Interno Rognoni annuncia la scoperta della prigione del popolo, un appartamento della Braghetti, in via Montalcini.
- 3 set 1982: ucciso a Palermo il gen. Dalla Chiesa.
- 24 mar 1984: rapina alla Brink's. Gli autori, tra cui Toni Chichiarelli, lasciano materiale collegato con il caso Moro.
- - 28 set 1984: ucciso a Roma Toni Chichiarelli.
- gennaio 1985: individuati in Rita Algranati e Alessio Casimirri due dei tre latitanti coinvolti, di cui Morucci non ha fatto i nomi. Il terzo sara' ritenuto Alvaro Loiacono.
- 19 giu 1985: ad Ostia, e' arrestata Barbara Balzerani.
- 8 giu 1988: in Svizzera e' arrestato Alvaro Loiacono, diventato cittadino elvetico grazie alla madre.
- 9 ott 1990: Nei lavori di ristrutturazione in via Monte Nevoso, da un'intercapedine escono documenti non trovati nel 1978 e una versione piu' ampia del memoriale. Polemica tra Craxi e Andreotti sulle 'manine' e le 'manone'.
- 9 giu 1991: Cossiga parla di un' operazione dei Comsubin, finora sconosciuta.
- 13 ott 1993: arrestato Germano Maccari, accusato di essere il quarto carceriere di Moro. Lo stesso giorno esce la notizia che un pentito ha detto che Antonio Nirta, killer della 'ndrangheta, sarebbe stato presente in via Fani.
- 25 ott 1993: resa nota un' intervista rilasciata in estate in cui Mario Moretti si assume la responsabilita' di aver ucciso Moro.
- 8 giu 1994: arrestato Raimondo Etro, che avrebbe svolto un ruolo di armiere.
- 29 mag 1999: trapela la notizia che il pianista russo Igor Markevitch sarebbe l' 'anfitrione' fiorentino delle Br.
- febbraio 2000: la Commissione stragi acquisisce dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi diversi da quelli conosciuti, al ritrovamento delle carte di via Monte Nevoso del 1990.
- 2 giu 2000: arrestato in Corsica Alvaro Loiacono. La Francia pero' neghera' l' estradizione.
- 25 ago 2001: Maccari muore d'infarto nel carcere di Rebibbia.
- 5 set 2001: Lanfranco Pace dice che e' stato Maccari ad uccidere Moro mentre Moretti era in preda a una crisi di panico e Gallinari piangeva. Ma la presunta rivelazione, fatta poco dopo la morte di Maccari, ha tutta l' aria di voler alleggerire la posizione di Moretti, addossando ad un morto la responsabilita' dell' uccisione di Moro.
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