Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - 15 marzo
15 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Venticinque anni dopo
Cosa spazzarono con Aldo Moro
BRUNO VESPA
Quando il 16 marzo del '78 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro e massacrarono la sua scorta, l'Italia restò paralizzata dalla sorpresa e dallo sgomento. Ma nessuno, allora, osò immaginare che un quarto di secolo più tardi la commemorazione di quella tragedia si sarebbe mescolata con le fresche indagini su altri delitti compiuti dalla stessa sigla terroristica.
Il mondo è un altro mondo, ma chi avrebbe immaginato che gli Stati Uniti umiliati allora dalla sconfitta vietnamita avrebbero vinto a tavolino la Guerra Fredda con l'Unione Sovietica per poi tornare in armi dopo aver subito in casa propria la più bruciante e dolorosa sconfitta militare per opera di uno sconosciuto sceicco con la barba?
Aldo Moro sognava un Italia fedele all'alleato americano, ma governata anche dai comunisti finanziati da chi quell'alleanza voleva scardinare. Amica dello Stato ebraico, ma solidale con le pulsioni degli arabi che volevano distruggerlo. Henry Kissinger confessava di subire l'effetto narcotizzante dell'oscuro linguaggio dello statista italiano, mentre Laura Bush racconta che il marito ha con Berlusconi "la confidenza di un vecchio compagno di college". Eppure nessuno osa mettere in discussione l'enorme fascino intellettuale di Moro e l'ampiezza del suo disegno politico, non capito forse dagli americani, ma rispettato e in qualche modo temuto.
Moro si trovò infatti ad esercitare una funzione paradossale. Non aveva fiducia nel suo partito, che pure contava sul 38 per cento dell'elettorato, e si adoperava perché il Pci entrasse nella "democrazia dell'alternanza", superando il fattore K (da Kommunism) quando nessuno osava ipotizzare che prima della fine del secolo sarebbe caduto il Muro di Berlino.
Lo "storico compromesso" tra cattolici e comunisti - cominciato nel '76 con l'appoggio esterno al governo Andreotti e perfezionatosi proprio il giorno del rapimento Moro con l'ingresso organico nella maggioranza del partito di Berlinguer - aveva vistosamente narcotizzato lo scontro ideologico e sociale. Nel '75 la Confindustria guidata da Giovanni Agnelli aveva concesso alla Cgil di Luciano Lama il punto unico di contingenza in cambio della "pace sociale" e la Dc - sia pure tra contrasti fortissimi - aveva dovuto allearsi con l'avversario storico.
Le Brigate Rosse colpirono questo assetto. Uccisero quello che insieme con Andreotti era l'uomo più rappresentativo della Dc e al tempo stesso dettero un macabro segnale ai comunisti, avvertiti più direttamente l'anno successivo con l'assassinio all'Italsider del sindacalista Guido Rossa. Per dieci anni l'Italia avrebbe vissuto una nuova piccola e tremenda guerra civile, ma il Paese seppe rispondere con straordinaria unità e poco a poco prosciugò l'acqua in cui i pesci rossi del terrorismo nuotavano indisturbati.
Quella lezione è utile a venticinque anni di distanza. L'acquario in cui nuotava Nadia Lioce, indagata da ieri sera anche per il delitto Biagi, è enormemente più piccolo di quello in cui si mossero Mario Moretti e Prospero Gallinari. Ma lo scontro politico e sociale è troppo forte per un paese democratico del Terzo Millennio. I segnali che vengono da alcune fabbriche del Nord Est e l'ossessiva caccia ai professionisti che cercano di migliorare il mercato del lavoro sono fenomeni inquietanti.
Anche se al governo c'è un uomo come Berlusconi che è l'antitesi del compromesso storico, le forze di destra e di sinistra imparino a rispettarsi e a discutere senza creare simboli da abbattere. Un colpo di pistola non ha mai migliorato le condizioni di vita di un lavoratore.

"L' Arena"
A 25 anni dalla morte di Aldo Moro
Un libro di Marco Clementi chiarisce gli enigmi ancora insoluti di quella vicenda. Quasi tutti
Non era "pazzia"
Sono passati venticinque anni dal sequestro e dall'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta, ma quelle ferite continuano a bruciare la vita politica della nazione. In quell'ormai lontano 1978 si scatenarono le ipotesi più improbabili sui retroscena di quell'atto terroristico. La passione tutta italiana della dietrologia ebbe briglia sciolta per molti anni. Una parte rilevante dell'opinione pubblica vide dietro quella strage l'opera dei più potenti servizi segreti del mondo. Per anni si favoleggiò della presenza d'un grande vecchio che nelle sue mani teneva i fili di tutte le macchinazioni. Su quella tragedia è fiorita un'ampia pubblicistica che ha avvalorato gli scenari più diversi. Da poco su quel caleidoscopio di opinioni è stato finalmente posto un punto fermo. Dopo tanti libri volti a dimostrare la bontà di questa o di quella tesi si è voluto scrivere un libro di storia, perlomeno dare un punto di partenza alla ricerca per i prossimi anni. A farlo è stato un giovane scrittore romano, Marco Clementi, docente di storia dell'Europa orientale all'Università di Cosenza. Per i tipi di Odradek ha pubblicato La "pazzia" di Aldo Moro . Ha scritto della pazzia fra virgolette perché per lui di pazzia non si trattava affatto, ma di assoluta lucidità. Clementi ha voluto infrangere tutti i miti che si erano creati sul caso Moro ed ha voluto ripartire da zero. Si è attenuto allora all'esclusivo contenuto dei verbali processuali e dei verbali delle commissioni parlamentari. Ha letto approfonditamente i comunicati delle Brigate Rosse e le lettere di Aldo Moro, quelle recapitate e quelle mai pervenute, trovate a Milano nel covo di via Monte Nevoso. Ha steso così la prima redazione dell'opera.
Poi, sulla base di questa traccia, ha realizzato le interviste ad alcuni dei protagonisti ancora in vita di quell'operazione terroristica e dei familiari di Moro che ricevettero quei messaggi. Il primo risultato è stato quello di fare tabula rasa di diversi luoghi comuni. I misteri si sono dissipati come nebbia al sole, o meglio di mistero ne è rimasto uno solo: quello del comunicato apocrifo che indicava nel lago della Duchessa il luogo dove era stato gettato il cadavere di Aldo Moro. È questo il punto rimasto davvero insoluto, è questo l'atto nel quale sembra esserci veramente il lavoro di non ben precisati servizi segreti che hanno avuto l'interesse a compiere questa azione dimostrativa, che ha impresso un'accelerazione fortissima al corso degli avvenimenti ed ha avuto come risultato ultimo quello di sancire l'irrevocabile sentenza di condanna a morte dello statista.
L'autore fa piena luce sulla natura dell'obiettivo Moro. Venne colpito lui non perché presunto fautore della linea del compromesso storico, come hanno sostenuto in molti sinora, ma perché personaggio rappresentativo di quella Democrazia Cristiana che incarnava il nemico per eccellenza delle frange armate dell'estrema sinistra. Del resto il governo esisteva già da pochi giorni e lo presiedeva Giulio Andreotti. Era un monocolore democristiano con l'appoggio esterno del Pci- cosa che si verificava per la prima volta-, del Psi, del Psdi e del Pri. Non l'avevano appoggiato liberali e missini. Gli obiettivi possibili dei brigatisti erano Andreotti, Fanfani, promotore di quella politica che era stata definita neogollista nei primi anni Settanta, e Moro, appunto, da poco presidente della Democrazia Cristiana. Dei tre Moro era il più facile da sequestrare e su di lui si scagliarono i brigatisti. Dietro l'azione non vi furono insomma complotti di grandi potenze straniere, ma le semplici valutazioni strategiche dei terroristi.
L'altro mistero, ed è il più doloroso, che resta aperto, è perché i vertici della DC considerarono gli scritti di Moro dalla prigionia come farneticazioni o come il frutto della semplice imposizione dei sequestratori. Quel che sostiene Marco Clementi, sulla base degli scritti di Moro e delle testimonianze dei suoi carcerieri, è che lo statista quando scriveva era assolutamente padrone di sé. Perché allora vi fu tanta durezza da parte del partito, perché furono in pochissimi a darsi davvero da fare per ottenere la sua liberazione? La linea predominante sosteneva che non si dovesse scendere a nessun compromesso con i brigatisti, perché trattare con loro avrebbe significato dare loro legittimazione politica. Tuttavia anche le argomentazioni che Moro adduceva nelle sue lettere erano fondate ed erano di non lieve rilievo. Ed avevano a loro favore anche un evento piuttosto recente: quello del rapimento e della liberazione, dopo l'effettuato scambio di prigionieri, di Peter Lorenz, presidente della Cdu berlinese e candidato borgomastro alle elezioni del marzo 1975. Se un Paese poco tenero con i terroristi come la Germania federale aveva acconsentito a questo scambio, non avrebbe forse potuto farlo l'Italia?
Il nocciolo delle ragioni di Aldo Moro stava nel fatto che l'Italia è un Paese che, salvo brevi periodi, ha abolito la pena di morte dall'epoca di Beccaria. Poteva la DC accettare che il suo presidente venisse sacrificato ad un principio così barbaro? Scambi di prigionieri c'erano già stati in passato. Moro suggeriva che i brigatisti liberati venissero rilasciati in un Paese amico, come poteva essere l'Algeria. Del resto era quello che si era fatto con i terroristi palestinesi catturati a Fiumicino durante la preparazione d'un attentato ad un aereo di linea. Per evitare che l'Italia divenisse campo di battaglia di fazioni mediorientali si era optato per rilasciarli. Era parsa quella la scelta più saggia, quella che avrebbe evitato al Paese autentici disastri. Come si sarebbe regolato in futuro il governo con i prossimi sequestri, avrebbe consentito che altri sequestrati venissero uccisi per tener fede alla linea della fermezza? È forse la durezza del nuovo "alleato" comunista che rende i democristiani così sordi alle sue parole? Ascoltino invece l'umanitarismo socialista che sta cercando una soluzione negoziata al problema.
Come si sa, i motivi di Moro non vennero accolti dalla direzione della DC. In una lettera colma d'amarezza il presidente diede le dimissioni dal partito e chiese, in caso di suo rilascio, di entrare a far parte del gruppo misto della Camera. Venne invece l'esecuzione. A distanza di venticinque anni, quella tragica conclusione solleva ancora l'interrogativo ultimo ed agita ancora le coscienze. Per Marco Clementi quella morte si poteva e si doveva evitare.
Certo è che dopo quell'esecuzione spietata le Brigate Rosse non fecero altro che perdere terreno.
"La pazzia di Aldo Moro" di Marco Clementi, Odradek editore, 256 pagine, 15,4 euro.
di Giovanni Masciola

"L' Eco di Bergamo"
In quei 55 giorni un passato che non passa
Pellegrino ricostruisce i buchi neri: s'è indagato poco sugli aspetti politici del sequestro
I l sequestro di Aldo Moro ha rappresentato la punta più drammatica degli anni bui del terrorismo, per poi essere l'inizio del declino, fino all'esaurirsi, della violenza brigatista storica. Allora si parlava di "geometrica potenza" delle Br e di "attacco al cuore dello Stato". Anni però non interamente archiviati. In quei 55 giorni, dal sequestro all'omicidio dello statista Dc, c'è un passato che non passa. E ancora oggi c'è chi ritiene che i diversi processi ai terroristi abbiano chiarito tutto, e cioé che le Br hanno agito in modo autonomo, mentre c'è chi inclina verso l'ipotesi del complotto, ovvero di un terrorismo eterodiretto.
Giovanni Pellegrino, avvocato ed ex senatore dei Ds, è un testimone autorevole perché dal 1994 al Duemila ha presieduto la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo. La "Notte della Repubblica", come è stata definita e che dal gennaio 1969 al dicembre 1987, fra stragismo nero e terrorismo rosso, ha lasciato sul terreno 491 morti e 1.181 feriti in 14.591 atti di violenza. Quella di Pellegrino è una valutazione articolata, che riafferma un punto di vista già espresso nel libro-intervista con Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, "Segreto di Stato - La verità da Gladio al caso Moro", pubblicato da Einaudi. Ecco l'intervista al nostro giornale.
Lei, quando affronta gli anni bui del terrorismo e l'intreccio con le ombre di pezzi dei Servizi segreti, pone l'accento sulla collocazione geopolitica dell'Italia. Non solo la classica interpretazione delle coordinate Est-Ovest (comunismo e anticomunismo), ma anche quella Nord-Sud, cioé la competizione per l'egemonia nell'area mediterranea solcata dai conflitti fra israeliani e arabi.
"Da molti anni s'è capita la delicatezza della posizione dell'Italia nel mondo della guerra fredda, in cui il nostro Paese si poneva come tragica frontiera sia per la posizione geografica sia, soprattutto, perchè questo confine attraversava la società italiana per la presenza del più forte Partito comunista dell'Europa occidentale. Partito che era la principale forza d'opposizione e insieme una delle forze che, quale esito della Resistenza, aveva stretto il patto costituzionale e aveva dato all'Italia una delle Costituzioni più liberali e socialmente avanzate che l'Occidente abbia mai conosciuto. Questa prospettiva si arricchisce e si complica se ragioniamo anche sulla delicatezza dell'Italia nel Mediterraneo e quindi su un'altra frontiera, non più Est-Ovest ma Nord-Sud. L'intreccio chiarisce la specificità della politica estera. Da un lato la linea Est-Ovest e nello stesso tempo le ragioni geopolitiche sull'asse Nord-Sud determinarono spesso una divergenza degli interessi italiani da quelli di altri alleati occidentali come Inghilterra, Francia e in parte Germania".
Moro, fra l'altro, è stato un protagonista della politica di attenzione verso il mondo arabo, una costante della politica estera democristiana.
"Per capire la storia della Prima Repubblica bisogna conoscere la politica estera. Il terrorismo, sia nero sia rosso, sono parti di una vicenda nazionale segnata da queste particolarità. In Moro tutto questo s'intreccia. Lo statista democristiano apre un ponte verso il Pci e quindi, in qualche modo, mette in discussione l'equilibrio spartitorio degli accordi di Yalta. Ma nello stesso tempo è protagonista di una politica estera che nel conflitto fra israeliani e arabi segue una linea non rigidamente occidentale, affermando in tal modo l'interesse nazionale e tenendo l'Italia al riparo da possibili ritorsioni del mondo arabo sul territorio nazionale".
Corrado Guerzoni, uno degli intellettuali più vicini allo statista Dc, a voi della Commissione ha detto che quello di Moro fu un sequestro in appalto, eseguito dalle Br ma commissionato da interessi francesi, tedeschi e americani: lei cosa ne pensa? E ritiene che il terrorismo rosso sia stato un fenomeno esclusivamente nazionale con radici nella storia della sinistra italiana?
"Non ci sono prove di un mandato occidentale e neppure di un mandato orientale riferibile direttamente o indirettamente ai Servivi segreti sovietici del Kgb tramite i bulgari o i cecoslovacchi. Certamente Moro era una persona all'attenzione dei due Servizi, sia perché era il principale uomo politico italiano sia perché la lungimiranza delle sue posizioni lo poneva in contrasto con gli equilibri consolidati. In questa situazione ritengo ancora valida la valutazione secondo la quale le Br erano quello che dicevano di essere, ovvero: rapiscono, processano e - sia pure dopo un aspro contrasto interno - condannano Moro secondo un loro codice".
Lei parla di un doppio ostaggio: lo statista e i segreti che custodiva.
"Sì, su questo ho elaborato la teoria del doppio ostaggio. Da marzo ci sono due ostaggi nelle mani delle Br: la vita di Moro e i segreti che poteva rivelare. Opporre a questa teoria il fatto che poi il leader Dc non rivelò niente di importante non è una contestazione valida, perché sconta una prospettiva ex-post. Oggi sappiamo che le Br non percepirono l'importanza delle cose che Moro disse nel memoriale, però nei 55 giorni del rapimento questo ancora non lo si poteva sapere".
Quei giorni restano comunque pieni di buchi neri.
"La ricostruzione giudiziaria, con sei processi, è stata molto insistita e io ho grande stima di questi magistrati. Però il fratello di Moro, Alfredo Carlo, che è un alto magistrato, in un bel libro dimostra le contraddizioni e le inverosimiglianze che ci sono in questa ricostruzione. Di certo, sull'aspetto politico del sequestro, non s'è indagato molto. Nel senso che nessuno sa dire ancora oggi, per esempio, chi abbia fatto il falso comunicato del lago della Duchessa, quali furono le attività degli apparati italiani ed esteri in quel periodo. Tutto questo è un buco nero".
Lei allude ai Servizi segreti deviati?
"Servizi segreti? Il termine fa pensare ad entità misteriose. Io preferisco parlare di "apparati di forza". Questo aspetto non è stato per niente scandagliato e ricostruito e probabilmente le inverosimiglianze, di cui ha parlato il fratello di Moro, corrispondono ai momenti in cui la storia criminale del rapimento s'è più intimamente intrecciata con la storia politica del sequestro".
A lungo si è parlato del Grande Vecchio, del Grande Burattinaio che avrebbe pilotato i terroristi: siamo nella fantacronaca?
"Grande Vecchio? Credervi significa correre dietro ai miti. Che ci possa essere stata un'area di contiguità in cui ci fossero altre intelligenze mi sembra non solo probabile ma addirittura certo. Questo ambiente, tuttavia, non è mai stato indagato a sufficienza ed è probabilmente l'ambito in cui più intensa è stata l'inesplorata attività degli apparati".
Lei però osserva che quando si ha la certezza che l'ostaggio parla, la vicenda s'ingarbuglia ulteriormente: nelle istituzioni, negli apparati e nel mondo politico si ha paura di quello che Moro potrebbe rivelare.
"Io ho parlato di "patto del silenzio" fra Br e apparati: i primi non raccontano e gli apparati non ci dicono, per restare a noi, chi ha stilato e perchè fu redatto il falso documento del lago della Duchessa".
La sua Commissione, in ogni caso, qualche obiettivo concreto lo ha raggiunto.
"Il più grosso risultato investigativo della Commissione è stato quello di aver individuato a Firenze, grazie all'audizione di un magistrato, il luogo fisico, la casa - affittata da un architetto, membro del comitato rivoluzionario fiorentino delle Br - da cui partì l'ordine di uccidere Moro. Sappiamo che l'ordine, giunto da Firenze, doveva essere eseguito e che, anzi, nel ritardare di qualche giorno l'esecuzione, Moretti (uno dei brigatisti: n. d. r.) si assumeva qualche rischio. Il comitato rivoluzionario delle Br fiorentino era una colonna non di regolari, ma di irregolari, cioé di persone che non avevano fatto una scelta di clandestinità. Noi, tuttavia, non abbiamo potuto andare oltre l'individuazione della casa e dell'architetto. Mancano l'anfitrione, ovvero l'organizzatore degli incontri, e chi fosse l'irregolare che batteva a macchina i comunicati dei brigatisti. Sarebbe interessante sapere quali passi ulteriori ha compiuto la Procura di Roma, alla quale abbiamo trasmesso la nostra documentazione".
Ci aiuti a capire: un passato che non passa?
"Abbiamo risposto ad alcune domande, ma i fatti da noi accertati che si aggiungono agli altri non rispondono a tutti gli interrogativi, bensì ne pongono altri. Noi abbiamo suggerito una pista investigativa, come quella del doppio ostaggio, e può darsi che questa sia stata percorsa e che non abbia portato da alcuna parte. Avrei la curiosità intellettuale di sapere che fine ha fatto questa ipotesi d'indagine. Arrivano però strani suggerimenti a lasciar perdere. Un ex funzionario della Commissione ha scritto un libro in cui dice che su Moro tutto è chiaro e che quindi voler vedere misteri è un esercizio di deteriore dietrologia. Un libro di altri autori rielabora l'ipotesi di una possibile trattativa per salvare l'esponente democristiano. Questo libro è stato stroncato da un quotidiano ed è singolare che nella recensione ci fosse un chiaro invito a lasciar perdere, perché si sostiene che ciò che non è stato chiarito non potrà mai esserlo e che pertanto è inutile arrovellarsi in ipotesi".
Ieri, 25 anni fa la "Notte della Repubblica", oggi i colpi di coda di un terrorismo che non conosciamo a sufficienza.
"Il terrorismo di oggi rinvia alla stagione finale del brigatismo, successiva al rapimento Moro, e si collega all'esperienza della seconda metà degli Anni Ottanta. I terroristi rilanciano l'ipotesi rivoluzionaria in un contesto radicalmente diverso rispetto a quello degli Anni Settanta e tale da renderlo ancora più drammaticamente velleitario, in quanto le Br storiche avevano alle spalle una larga fascia di consenso e di contiguità che le attuali non hanno".
Franco Cattaneo

"L' Eco di Bergamo"
Per Londra siamo ancora "l'Italia dei misteri" e degli anni di piombo
L' immagine dell'Italia come un calderone politico confuso, e a tratti pericoloso, domina ancora l'immaginario dei giornalisti e dei commentatori esteri. A venticinque anni dal delitto Moro, che è ancora citato come l'archetipo dell'instabilità politica italiana, pagine di commenti e fiumi di inchiostro si versano ancora sulla stampa estera riguardo le minacce alle quali è sottoposto l'ordine civile e politico della Penisola. Ad ogni ricomparsa occasionale della stella a cinque punte delle Brigate rosse, la sensazione - leggendo la stampa estera - è che l'Italia si trovi ancora nelle medesime condizioni degli anni di piombo.
La Bbc, in una tirata di William Horseley, il suo commentatore politico di affari europei, intitolata "La democrazia fragile dell'Italia", ha sostenuto di recente che, fino a quando non saranno assicurati alla giustizia i responsabili degli ultimi omicidi politici "rimarranno seri dubbi a riguardo della stabilità politica italiana". Il tono è perentorio e l'appello è lanciato al governo italiano affinché porti a conclusione le riforme del sistema economico, che è ritenuto il cancro che affligge la società italiana e la causa principale dell'instabilità politica. "È tutto da vedersi - continua Hornsley - se Berlusconi riuscirà a tener fede ai suoi impegni e riformare le leggi sul lavoro per allinearle alle politiche dell'Unione Europea". L'approccio è scettico e il giudizio è caustico sull'inconcludenza dei governi che si sono succeduti dalla fine degli anni di piombo. In Inghilterra l'ultimo caso politico-letterario è un libro sull'argomento, intitolato "The dark heart of Italy" (Il cuore oscuro dell'Italia), che è in testa alle classifiche di vendita e raccomandato in tutte le librerie. Scritto da quello stesso Tobias Jones, il giornalista inglese che ha recentemente polemizzato sulla qualità della Tv italiana, il libro muove serie critiche al nostro sistema giudiziario e alla maniera con cui sono stati riletti - o alle volte non riletti - i fatti di sangue degli anni '70.
"Mi chiedo perché ci siano così tanti misteri in Italia. Perché nessun giornalista, o storico, o giudice, riesce mai a capire cosa stia succedendo? Non sono interessato a trovare la verità a riguardo delle stragi [degli anni '70], ma nello spiegare a me stesso perché, in Italia, la verità sembra non debba mai venire a galla".
L'approccio di Jones, che intervista Sofri e Pino Rauti e partecipa a riunioni politiche a riguardo della Commissione stragi, confessando di non comprenderne la natura, è critico. Il libro, che dovrebbe introdurre il pubblico di lingua inglese nel labirinto della nostra turbolenta storia politica, soffre però di quel complesso per il quale gli stranieri si avvicinano agli affari italiani con la ferma intenzione di trovarne la chiave di volta applicando le loro proprie dinamiche politiche. La cosa quasi mai funziona e la conclusione di Jones è proprio che l'Italia abbia un "cuore oscuro", qualcosa d'incomprensibile che metta necessariamente gli italiani l'uno contro l'altro, guelfi e ghibellini, rossi e neri, pepponi e doncamilli, per soddisfare le brame della nostra forza polemica e della nostra "intelligenza irrequieta". Una spiegazione forse troppo semplice, com'è troppo semplice pensare che in Italia le cose non siano cambiate, dagli anni di piombo in avanti. Ma a guardare l'Italia dall'estero, alle volte, l'impressione è proprio quella.
Piersante Sfredda
 
 


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