Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - 16 marzo
16 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI (Nota della redazione dell' Almanacco dei misteri d'Italia: Ci sono anche molti articoli interessanti su giornali che non hanno edizione internet, o che l' hanno a pagamento. Dovremo riprenderli con lo scanner e l' Ocr e questo prendera' un po' di tempo. Quindi, per ora, la rassegna stampa e' incompleta)
ANSA:
Nei ricordi del ministro delle Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione sugli eventi che 25 anni fa portarono al rapimento e poi all'assassinio di Aldo Moro c'e' l'offerta di denaro da parte del Pontefice alle Br per liberare il presidente Moro. Ma si tratterebbe di una somma molto inferiore a quella resa nota nei giorni scorsi da Giulio Andreotti e confermata da Francesco Cossiga. "So per certo - ha detto Buttiglione parlando a margine della cerimonia di commemorazione dei 25 anni del rapimento in via Fani, promossa dai giovani Udc - che Paolo VI offri' un miliardo di lire per liberare Moro. Cento miliardi mi sembrano francamente una somma iperbolica. Credo, tra l'altro, che sarebbe stato difficile per lo Stato italiano accettare di finanziare con un simile somma il terrorismo delle Brigate Rosse".

ANSA:
Per il ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, a 25 anni di distanza dal sequestro di Aldo Moro "dobbiamo con amarezza riconoscere che, nonostante tanti processi, restano ancora diverse zone d' ombra sulla tragedia di via Fani: forse per incompletezza di indagini, certamente per la riluttanza di alcuni brigatisti a dire tutta la verita'".
Lo afferma il responsabile del Viminale, costretto a letto dall' influenza, in una dichiarazione letta dal presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, in occasione di un cerimonia tenuta a Bari in ricordo del venticinquesimo anniversario della strage di via Fani.

ANSA:
"E cosi' anche Beppe Pisanu, tradendo spero solo per un istante, io spero, la sua responsabilita' di ministro dell'Interno si aggrega ai dietrologi del caso Moro forse per continuare a compiacere a Violante e Caselli". Francesco Cossiga, ministro dell'Interno durante il caso Moro attacca Beppe Pisanu, che durante i 55 giorni era capo della segretaria di Benigno Zaccagnini, segretario delle Dc. "Se vi sono zone d'ombra sul caso Moro le denunzi ai magistrati del Pm competenti e si astenga dal dire stupidaggini. Certo due zone d'ombra vi sono: come alcune notizie in possesso solo della segretaria politica e del ministro dell'Interno siano arrivate ad Aldo Moro quando era nelle mani dei brigatisti e come svelato da dossier Mitrokhin nel testo trasmesso da servizi inglesi, gli effetti della disinformazione del Kgb in Italia siano arrivati, forse suo tramite, sul tavolo dell'innocente Benigno Zaccagnini e siano state da questo ripetute nel formulare, ed era questo lo scopo del Kgb, ipotesi che dietro l'assassinio ci fosse la Cia. Sia piu' serio e si occupi di fronteggiare il terrorismo risorgente anche a costo di perdere le sue protezioni", conclude
Cossiga.

ANSA:
"La storia italiana e' fatta di misteri, non soltanto per il caso Moro ma per tante stragi di cui ancora non hanno trovato responsabili, delitti per i quali non si e' fatta piena luce". Lo ha detto l' esponente della Margherita Dario Franceschini, che stamani ha presentato a Copertino il libro di Giuseppe Giacovazzo, "Moro 25 anni dopo - misteri".
"Io credo - ha proseguito Franceschini - che 25 anni dopo si possa passare da una lettura storica ad una ricerca ancora piu' approfondita della verita"'. Per Franceschini "occorre fare chiarezza, lo ha chiesto il figlio dello statista, Giovanni Moro". "Alla sua richiesta, lo Stato e il Parlamento italiano debbono rispondere - ha concluso Franceschini - provando a scoprire gli ultimi misteri".

ANSA:
Ne' dietrologie, ne' ipotesi di complotti orchestrati da servizi segreti o altre entita' internazionali sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro: il libro "La 'pazzia' di Aldo Moro" (edizioni Odradek) del giovane storico romano Marco Clementi, presentato alla libreria 'In der Tat' di Trieste, e' il primo - a giudizio dell' autore e del suo editore - di stampo prettamente 'storico', basandosi soltanto sui documenti dell' epoca.
"Molte ricostruzioni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, da parte delle Br e dei 55 giorni del sequestro - ha spiegato Clementi, che insegna storia dell' Europa orientale all' Universita' di Cosenza - prodotte fino a oggi sono caratterizzate dalla preferenza accordata dagli autori a un lavoro deduttivo e indiziale che si puo' definire 'dietrologico', piuttosto che a un' analisi della documentazione originale, composta dalle lettere di Moro, dal suo memoriale, dai documenti politici delle Brigate Rosse, dalle memorie di politici e terroristi, dai risultati delle Commissioni di inchiesta parlamentari e dai vari processi che si sono succeduti".
"L' ampia bibliografia sul caso Moro - ha aggiunto - non costituisce ancora una vera tradizione storiografica, perche' il lavoro analitico e si ricerca ha troppo spesso lasciato il campo a ricerche di taglio giornalistico, politico o addirittura a vere e proprie monografie basate su teoremi non dimostrati".
"Le fonti maggiori del mio lavoro - ha rilevato Clementi - sono la produzione di Moro dal carcere (un' ottantina di lettere, di cui solo 36 sono state rese pubbliche) e quello che le Br avevano prodotto prima e durante i 55 giorni e questo per cercare di storicizzare il loro discorso. Dall' esame dei documenti emerge, secondo me molto nettamente, che le lettere di Moro erano vere, scritte senza costrizione e non quindi 'folli' come si cerco' di farle passare - anche se negli ultimi anni, molti dei politici di allora ne hanno riconosciuto l' 'autenticita" - e che dietro l' azione delle Br non ci fu nessuna entita', ma era solo il 'naturale' sbocco della loro strategia politica che aveva individuato da subito un unico, vero nemico e cioe ' la Democrazia Cristiana e i suoi leader - soprattutto Moro, Fanfani e Andreotti - considerati i referenti in Italia di quello che le Br definivano il Sim (Sistema Internazionale delle Multinazionali. E Moro tra i tre - ha rilevato - era considerato il 'bersaglio' piu' facile. Il rapimento quindi - ha sottolineato - era contro la Dc e non per far saltare il compromesso storico che stava nascendo come da piu' parti e' stato sostenuto".

"La Stampa"
L´EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, ALL´EPOCA MINISTRO DELL´INTERNO, RITORNA AI DRAMMATICI GIORNI DEL RAPIMENTO E DELL´UCCISIONE DEL LEADER DC
COSSIGA La mattina mi svegliavo pensando: l´ho ucciso io
ROMA NEL salotto, tra la foto con dedica della regina Elisabetta e quella della Thatcher, ce n´è una in un portaritratto d´argento: "A Francesco Cossiga, con vivissima riconoscenza e grande cordialità. Aldo Moro". Di Moro Cossiga non vorrebbe parlare. Accetta dopo lunghe insistenze. E lo fa per un pomeriggio intero, interrotto solo dal latrare elettronico del suo cane interattivo di nome Aibo, e dalle telefonate, che sbriga rapidamente, di D´Alema, Bertinotti e altri leader della sinistra che vogliono sapere della mozione che sta preparando in caso di guerra. Poi riprende. "Per giorni, per mesi, dopo via Caetani e le mie dimissioni, mi sono svegliato di soprassalto dicendo: "Io ho ucciso Aldo Moro". E ne ero consapevole, sin dall´inizio".
Che cosa significa questo, presidente?
"Che fin da quando, nell´edicola di Monte Mario dove stavo sfogliando riviste di elettronica, appresi dalla radio dell´auto di scorta collegata con il capo della polizia che Moro era stato rapito, fui certo che sarebbe stato ucciso".
Perché?
"Perché scegliendo la linea della fermezza, noi stabilivamo la sua condanna a morte. Così scrissi subito due lettere di dimissioni: una nel caso le Br l´avessero ucciso; l´altra nel caso, che mi pareva remoto, l´avessero liberato".
Escludendo così che Moro avrebbe potuto essere liberato dalle forze dell´ordine?
"Assolutamente sì. Lo Stato era impreparato. Con servizi segreti sputtanati, investiti dalla riforma, a tal punto che mi chiedo se il loro indebolimento non sia stato una delle migliori operazioni del Kgb. Con la polizia che due anni prima i socialisti intendevano disarmare; e rammento che proprio Moro, in una riunione nella sala verde di Palazzo Chigi, si oppose alla richiesta di De Martino. Ricordo una vignetta di Forattini successiva alle mie dimissioni: ci sono io che consegno al ministro dell´Interno ad interim Andreotti le armi di cui dispongo: un elastico".
A un certo punto però la linea della fermezza entrò in discussione.
"E io scrissi la terza lettera di dimissioni. Il giorno in cui fu trovato il corpo di Moro, Fanfani avrebbe proposto alla direzione Dc di convocare il consiglio nazionale, per decidere se avviare la trattativa".
E come sarebbe finita?
"Di sicuro la trattativa sarebbe stata avviata. Sancendo la fine della linea della fermezza e del compromesso storico. E in tal caso io mi sarei dimesso, non tanto per protesta, ma perché al Viminale non avrebbe potuto sedere un intransigente".
Di recente Andreotti ha escluso questo scenario.
"Su questo punto Giulio, che ricordo come uno degli uomini più angosciati e più impegnati nel tentativo di salvare Moro, sbaglia".
Lei però non era alla direzione Dc. Come apprese la notizia dell´assassinio di Moro?
"Dalla polizia, che intercettò la telefonata di Moretti a Tritto. I telefoni dei familiari e dei collaboratori di Moro erano sotto controllo. Me lo dissero mentre nella mia stanza c´era Signorile".
Lei non ha mai creduto a grandi vecchi, non ha mai dato credito a dietrologie. Restano da spiegare molte circostanze poco chiare. A cominciare dal ruolo dei piduisti al vertice dei servizi o nel comitato d´emergenza che lei riuniva al Viminale. Santovito, Grassini, Pelosi.
"Tutti devoti a Moro. Così come altri piduisti, uno dei quali Moro impose contro il suo consigliere personale alla segreteria generale della Farnesina. L´Unità scrisse che ero stato plagiato da Gelli. In realtà Moro scrive che ero plagiato da Berlinguer, per motivi di sardità, e perché credevo davvero al compromesso storico. La prima ragione era falsa. La seconda, no".
È possibile che Igor Markevic abbia avuto un ruolo?
"Uno dei capi delle Br mi disse un giorno: se mai facessimo i nomi dei nostri fiancheggiatori, di tutte le classi sociali, che ci diedero asilo, vi meravigliereste molto".
E il falso comunicato che indicò il corpo di Moro nel Lago della Duchessa?
"Fui depistato dal fatto che tutti gli esperti di polizia, carabinieri e procura mi dissero, in buona fede, che era autentico. Oggi si può pensare a un´operazione per dare impulso al partito della trattativa, o per far uscire le Br allo scoperto. Certo non per per perdere Moro".
C´è chi sostiene che Moro fu ucciso dai democristiani, chi dagli americani.
"Moro fu ucciso dalle Br, di cui fu il primo a comprendere la natura non di brutali terroristi, ma di eredi di una linea di sovversione che discende dalla Resistenza".
Cosa sarebbe stato di lui in caso di liberazione? È vero che sarebbe stato portato in clinica?
"No; alla Cattolica. È il piano "Mike&Victor", di cui fui considerato responsabile, sino a quando non mostrai che era scritto su carta intestata della procura della Repubblica. Nella versione originale, prevedeva che Moro avrebbe dovuto essere sottratto alla famiglia. Ne parlai con uno psichiatra che era anche politologo, Pieczenik, mandatomi dagli americani, il quale mi suggerì di affidare Moro a uno psicoterapeuta che parlasse italiano ma non fosse italiano, e si impegnasse a distruggere il nastro delle conversazioni".
Quale fu il ruolo degli americani?
"All´inizio si disinteressarono: Carter aveva ordinato alla Cia di occuparsi di operazioni antiterrorismo all´estero solo qualora riguardassero interessi nazionali".
E se Moro avesse rivelato segreti Nato?
"Fu la prima cosa che chiedemmo: se Moro fosse a conoscenza di segreti. Ci risposero: non di segreti vitali. Comunque, io insistetti, chiesi l´interessamento del residente della Cia, e ottenemmo così la collaborazione di un ufficiale dell´ufficio antiterrorismo del dipartimento di Stato".
Le carte Cia rivelate dalla "Stampa" indicano una viva preoccupazione Usa per l´avvento dei comunisti al governo. Quale era per Moro l´approdo del compromesso storico?
"Il compromesso storico avrebbe dovuto essere una fase transitoria verso la democrazia dell´alternanza. La visione di Moro era quella del cardinal Casaroli: il comunismo non poteva essere vinto sul piano politico; i barbari non si potevano respingere; li si poteva semmai, con pazienza, battezzare".
Lei ha denunciato lo stravolgimento postumo della figura di Moro.
"Ritengo che Moro debba essere inquadrato tra i grandi teorici del pensiero politico e tra i grandi operatori della politica, non tra i grandi uomini di Stato. Moro non appartiene alla schiera dei Cavour, dei Giolitti, dei Mussolini, dei De Gasperi. Semmai a un´altra categoria, composta da personaggi intellettualmente e forse anche moralmente più alti come Gioberti, Cesare Balbo, Mazzini, Cattaneo, don Sturzo, più attenti alle ragioni della politica intesa come arte di sviluppo della società civile che come arte di governo dello Stato. Le ricordo che quando De Gasperi chiese a Montini un giovane della Fuci per fargli da sottosegretario, il futuro Paolo VI indicò Andreotti, non Moro".
Nel suo libro "La passione e la politica" lei sostiene che vent´anni prima Moro avrebbe potuto essere un grande uomo politico fascista.
"Sì, se il fascismo, anziché degenerare nella follia filonazista e antisemita, fosse diventato un lungo regime nazionale. Moro era un cattolico sociale più che un cattolico liberale. Più Mounier che Maritain. Respingendo ogni suggestione liberale e idealista, Moro considerava lo Stato una sovrastruttura tecnica della società civile, e quindi non considerava lo Stato titolare di un prestigio più importante della salvezza della sua famiglia, come di qualsiasi altra famiglia, o dell´interesse del suo Luca, come di qualsiasi altro Luca".
Si riferisce alle lettere inviate dalla "prigione del popolo"? Ma quello non era forse il tentativo disperato di salvarsi la vita?
"Non è così. Il modo con cui Moro affrontò il problema della sua carcerazione è coerente con la sua visione della società e dello Stato, e lo pone appunto non tra i grandi statisti ma tra i grandi teorici politici. Ho commesso un errore, sia pure in buona compagnia, dal cardinal Pellegrino a monsignor Riva al professor Scoppola, a non considerare autentiche moralmente e intellettualmente le lettere di Moro. E ho cambiato idea per due motivi. I giudizi sui politici sono gli stessi che Aldo mi confidava nel suo studio di via Savoia, di fronte alla bottiglia di whisky che aveva comprato per me. Ed emerge, nel suo respingere la linea della fermezza, il disprezzo per il prestigio dello Stato democratico; da cui la condanna senza appello che l´avrebbe colpito da parte dei comunisti qualora fosse sopravvissuto".
A cosa si riferisce?
"Quando mi arrivò la prima lettera di Moro, venne da me Pecchioli. E mi disse una frase terribile: "Qualunque cosa accada, per noi da questo momento Moro è politicamente morto". Conoscendo Pecchioli, escludo parlasse a titolo personale. Eppure Moro fu leale durante la sua prigionia. Ai brigatisti parlò di segreti di Stato, ad esempio di Gladio, ma in modo che loro non potessero capire. E infatti non capirono".
Quindi l´immagine del Moro progressista con l´"Unità" in tasca è un falso storico.
"Moro fu un grande conservatore democratico. Non si è mai definito di sinistra. La gente ignora che Moro stracciò il progetto di riforma sanitaria in faccia al ministro proponente, Tina Anselmi. Che si oppose sempre alla riforma della scuola e dell´università. Che fu, insieme con Taviani, il politico che più si avvalse dei servizi segreti. Per uomini come Martini il mito era Moro, seguito da Craxi e, in secondo piano, da me e da D´Alema".
I grandi democristiani parlano ancora oggi di Moro con rimpianto se non con rimorso. La sua previsione - "Il mio sangue ricadrà su di loro" - si è avverata?
"Sì. E non si capisce quella maledizione se non la si collega alla difesa che egli fece della Dc: "Non ci processerete sulle piazze". Quella di Moro non era un´intimazione, ma una profezia. Moro conosceva i comunisti e sapeva bene che potendo ci avrebbero processato sulle piazze; come poi hanno fatto. Quanto a me, l´ossessione mi è passata solo quando ho saputo distinguere tra rimorso psicologico e rimorso morale. Tra quel che passa, e quel che resta".
Aldo Cazzullo

"Il Gazzettino"
di EDOARDO PITTALIS
Venticinque anni dopo forse non c'è ancora tutta la verità sul caso Moro. Lunghissime indagini, molte confessioni, qualche pentito, molti processi. Ma è stato come lanciare razzi bengala nella notte: s'illumina una parte, il resto rimane al buio.
Restano dubbi persino sul numero dei brigatisti rossi che la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani a Roma uccisero i cinque poliziotti della scorta e rapironoAldo Moro. Passarono 55 giorni, poi i brigatisti abbandonarono il cadavere dello statista nel bagagliaio di una "Renault" colore amaranto in via Caetani, una stradina nel cuore di Roma, esattamente a cento passi dalla sede della Dc e a cento passi dalla sede del Pci. Oggi la Dc e il Pci non esistono più e i due partiti, per fare fronte ai debiti, si sono dovuti vendere i palazzi di Piazza del Gesù e quello di via delle Botteghe Oscure. Allora quelle strade e quelle piazze avevano un senso preciso.
Ci sono versi terribili e dolcissimi insieme diMario Luzi che raccontano la scoperta del cadavere: "Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi,/ è lui, il capo di cinque governi/ punto fisso o stratega di almeno dieci altri,/ la mente fina, il maestro/ sottile/ di metodica pazienza, esempio/ vero di essa/ anche spiritualmente...". Era la fine.
L'inizio fu una mattina tiepida e luminosa di venticinque anni fa. Mancano pochi minuti alle 9, quando in via del Forte Trionfale il marescialloOreste Leonardi, 51 anni, capo dello scorta si avvicina al citofono di casa Moro e avverte: "Tutto sotto controllo, onorevole può scendere". Il sottufficiale va incontro al presidente della Dc, prende due borse piene di documenti, ha lasciato aperto lo sportello posteriore della "Fiat 130". Al volante siede l'appuntatoDomenico Ricci, 44 anni. Segue un'Alfetta con tre agenti a bordo: il brigadiereFrancesco Zizzi, 30 anni,Raffaele Iozzino eGiulio Rivera di 23 anni. Le due auto si muovono lentamente, davanti una "Fiat 128" bianca con targa Corpo Diplomatico occupa la carreggiata.
Sono le 9,15 e all'incrocio tra via Fani e via Stresa si scatena l'inferno. La "128" frena di colpo, l'auto di Moro tampona, in un attimo il commando dei brigatisti rossi entra in azione: due uomini in divisa blu dell'Alitalia sparano col mitra su Leonardi e Ricci. Altri quattro terroristi in divisa sbucano armati da dietro una siepe, cirondano l'Alfetta e fanno fuoco. In pochi secondi il commando ha sparato 83 volte, con precisione: la scorta è sterminata, Zizzi sopravviverà per poche ore senza riprendere conoscenza.
Moro è illeso, lo caricano a forza su una "Fiat 132" uguale a quella dei ministeri, raccolgono le borse dei documenti. La prima tappa è una "prigione" in via Montalcini. I pochi testimoni sono confusi, nessuno ha visto bene, qualcuno ha scattato forse tre fotografie che si perderanno nei corridoi di Palazzo di Giustizia. Il bar dietro la siepe è chiuso da mesi per fallimento, il fioraio all'angolo quella mattina non ha aperto perché durante la notte sono state bucate le quattro ruote del furgone della ditta.
Ci vorranno quattro anni per conoscere il nome di alcuni terroristi, non del commando completo. Con certezza c'eranoMario Moretti, Azzolini, Bonisoli e il killerRaffaele Fiore. Di guardia era rimasta Adriana Faranda, tra quelli pronti a intervenire c'eraBarbara Balzarani, a rubare le auto utilizzate erano statiValerio MoruccieProspero Gallinari.
Il ministro dell'InternoFrancesco Cossigaè appena uscito di casa, è fermo davanti all'edicola quando lo avvertono per radiotelefono: "Ministro, ministro, hanno rapito Moro".
Gli italiani apprendono la notizia dalla radio. Sulla rete due va in onda il programma "Due voci e un pianoforte", cantano Sheila e Peppino Gagliardi, entrambi da tempo non più popolari. Melodie rassicuranti che alle 9,25 vengono interrotte dal direttore del gr2Gustavo Selva: "Interrompiamo per una notizia che ha dell'incredibile e che... purtroppo sembra sia vera. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito poco fa a Roma da un commando terrorista...".
Moro ha 61 anni, è la figura più emblematica del potere, è stato cinque volte presidente del Consiglio e decine di volte ministro, è stato l'artefice del centrosinistra e ora cerca "l'intesa programmatica" con i comunisti. È l'uomo più importante della Dc e certo il più influente. Quattro figli, professore universitario, pugliese, un meridionale taciturno e malinconico con un fondo di pessimismo comune a molti cattolici della sua generazione. Il volto segnato da un sorriso triste, la testa con un curioso ciuffo candido. Va a Messa ogni mattina, è in politica dai tempi dell'università, ministro a 37 anni con Antonio Segni e da allora sempre al governo. All'alba degli anni '60 è stato, dopoAmintore Fanfani, per sei anni segretario della Dc. Al congresso di Napoli nel 1962 ha parlato per sette ore di fila per spiegare l'apertura a sinistra e la necessità di collaborare con i socialisti. È stato l'uomo del primo governo di centrosinistra nel '63, quello conPietro Nenni vicepresidente. In politica ha fama di mediatore, cauto ma sensibile al nuovo. DicevaGiovanni Spadolini: "Il professore in lui vinceva sul politico. Mai manate sulle spalle, ma abbandoni goliardici. Uno straordinario orgoglio pari alla volontà di comprendere tutto". Il moroteismo è ispirato alla prudenza, alla convinzione che i tempi lunghi avvicinano anche le posizioni più distanti. Capace di inventare formule come le "convergenze parallele". Ammette nel '73 il fallimento del centrosinistra: "L'avvenire non è più nelle nostre mani". Difende alla Camera due ministri per i quali i deputati devono decidere sul rinvio a giudizio per una brutta storia di tangenti, pronuncia parole che saranno attualissime quindici anni dopo in piena bufera di Tangentopoli: "Non ci devono essere vittime sacrificali... Non ci processerete sulle piazze".
Aldo Moro sa che le Br avevano minacciato: "È l'insieme della Dc che bisogna colpire... Colpiremo al cuore dello Stato". Sono momenti difficili per l'Italia, di gravi tensioni sociali e "anni di piombo" attraversati dal terrorismo rosso e nero, sequestri e omicidi, stragi nelle piazze, sui treni, nelle banche. Le istituzioni sono nel mirino. Per far fronte a quella che chiama "l'emergenza", Moro compie il suo capolavoro politico facendo accettare a tutta la Dc l'ingresso dei comunisti nella maggioranza. Quella mattina è diretto alla Camera per votare la fiducia al governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti, con l'appoggio esterno del Pci diEnrico Berlinguer. Non arriverà mai a Montecitorio.
Il Paese si ritrova nella bufera e sotto choc. Dirà Cossiga: "Lo Stato era impreparato anche teoricamente a quello che stava per succedere". Precisa Andreotti: "Un rapimento politico non era stato nemmeno ipotizzato".
Gli inquirenti vanno a tentativi, la questura di Roma diffonde 19 fotografie: ci sono quelle di Moretti, Gallinari e Azzolini, ma anche di terroristi già in carcere, di un informatore della polizia, di due che si sa per certo a Parigi, due foto della stessa persona, con e senza barba. Si spara nel mucchio, anche se sono le stesse Br nel giro di pochi minuti a rivendicare l'attentato e far capire meglio.
La risposta arriva da Torino dove si tiene la prima udienza del processo ai "capi storici" delle Br. Nella gabbia si alzaRenato Curcioe grida ai giudici che non sanno niente: "Abbiamo nelle nostre mani Moro, faremo il processo alla Dc e a tutta la classe politica italiana". Ha scritto in un libroAlberto Franceschini, brigatista pentito e ora in libertà: "Fu in quell'udienza che incominciammo a diventare dei personaggi... eravamo i capi e dovevamo comportarci come tali".
Il Consiglio dei ministri si riunisce d'urgenza, i tg e i giornali escono in edizione straordinaria, i sindacati proclamano lo sciopero generale, la gente scende spontaneamente nelle piazze. Il Parlamento reagisce emotivamente con confusione: l'anziano leader repubblicanoUgo La Malfachiede la pena di morte, il missinoGiorgio Almirantepropone un generale al posto di Cossiga, altri sollecitano l'intervento dell'esercito, lo stato d'assedio, il coprifuoco. Il governo ottiene in poche ore la fiducia alla Camera e al Senato, non era mai successo prima: si vota alle 20,30 e alle due di notte.
Incomincia l'agonia. Le br sono frenetiche nel far ritrovare in ogni angolo d'Italia centinaia di comunicati e documenti, li chiamano "risoluzioni". Il "comunicato numero 1" viene lasciato in una busta gialla vicino a un'edicola romana, dentro c'è la fotografia di Aldo Moro con un giornale tra le mani per far capire che è vivo, seduto davanti a una bandiera rossa con la stella a cinque punte delle Br. L'immagine riprodotta su giornali e tv ha l'effetto di un trauma collettivo. È una foto Polaroid in bianco e nero, Moro vi appare con un'espressione indecifrabile. Sembra che l'Italia si scopra indifesa davanti a qualcosa che non ha capito o che non ha saputo affrontare. Arrivano foto di un Moro sempre più stanco, i capelli ancora più bianchi, la barba lunga, la camicia sbottonata.
Poi le lettere: 39 in tutto, ma le vedova ne ha riconosciute come autografe soltanto 28. Lettere a tutti, ai familiari, agli amici, alle autorità. Davanti alle lettere l'Italia si divide: c'è il partito della fermezza (non si tratta coi terroristi), quello della trattativa (scambiare Moro con prigionieri politici), quello del senso umanitario. Il leader del PsiBettino Craxidà informalmente via libera a un contatto tramite l'avvocatoGiannino Guisoche a Torino difende Curcio e altri terroristi. Le Br il 24 aprile col "comunicato numero 8" fanno sapere che per Moro chiedono la liberazione di tredici detenuti: Curcio, Franceschini,Mario Rossi, Sante Notarnicola...
Pochi giorni prima in via Gradoli a Roma la polizia aveva fatto irruzione nel covo in cui era appena stato tenuto prigioniero Moro: troppo tardi, tutti scappati. C'è anche la beffa del lago della Duchessa, a 1800 metri tra Abruzzo e Lazio. Sembra di capire da un comunicato che un corpo è stato gettato nel lago, si rimuove la neve ancora alta, si rompe la crosta di ghiaccio, uomini-rana scandagliano il fondo. È il 14 aprile e c'è ancora una speranza: Moro è vivo.
PapaPaolo VIlancia un drammatico appello: "Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse, restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita sociale, l'onorevole Aldo Moro... Vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente senza condizioni... Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova". Non ci sarà risposta.
Scrive Moro nella sua ultima lettera: "Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana".
Il 9 maggio l'ultimo, terribile comunicato dei brigatisti: "Concludiamo la nostra battaglia eseguendo la sentenza con cui Aldo Moro è stato condannato a morte". Parte l'ultima telefonata a un amico della famiglia: "Perché le volontà, l'ultima volontà dell'onorevole è questa: cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo...".
Prospero Gallinari scarica il mitra sul corpo di Moro, gli altri caricano il cadavere nel bagagliaio della Renault, lo raggomitolano su un plaid. La barba è lunga e grigia, il vestito scuro è sgualcito, la camicia era stata candida. L'uomo è vestito come la mattina del rapimento.
I brigatisti fanno ritrovare l'auto in via Caetani. Accorrono poliziotti, politici, fotografi, curiosi. Si apre il bagagliaio davanti alla folla e si spalanca l'orrore alla curiosità di telecamere e flash. Davanti a quel cadavere Cossiga ha una crisi di pianto, poi corre al Viminale e si dimette, primo ministro della Repubblica a compiere un simile gesto. Dice: "Forse non sarà colpa mia, ma i cittadini debbono sapere che un ministro dell'Interno non è un buon ministro se qualcuno può rapirgli un amico che è anche presidente di un partito".
La vedovaEleonora Morofa sapere: "Nessuna manifestazione pubblica, o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, nè funerale di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia".
Così Aldo Moro ha due funerali: uno privato a Turrita Tiberina, l'altro senza bara nella basilica di San Giovanni. Il Papa dice: "Tu, o Signore, non hai esaudito la nostra supplica".
I mesi che seguono sembrano la storia accelerata di un'Italia nella quale molte cose cambiano in fretta.Giovanni Leoneè costretto a lasciare in anticipo il Quirinale, fa posto al socialistaSandro Pertini. Muore Paolo VI che detta nel testamento: "Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica chiamando ancora su di essa la bontà divina". Ed è quasi lo specchio di giorni recenti e terribili, con la speranza che si trovi la forza per uscire dal tunnel. Montini e Moro, in fondo, come uomini si erano somigliati: per il loro tormento interiore, per la loro attenzione al nuovo, per la cautela che non era mai mancanza di coraggio.
Cambia l'Italia del sindacato, il leader della CgilLuciano Lamaparla agli operai della politica del sacrificio. Il Pci di Enrico Berlinguer entra nella maggioranza, ma dopo la caduta del governo Andreotti per un solo voto (maggio '79) incomincia la fase discendente. Cambia anche la Dc che chiude definitivamente la porta ai comunisti. Il dopo-Moro nella Dc ha tensioni diverse, soprattutto morali.
E cambia il terrorismo che da quel momento incomincia a disfarsi sconfitto dalla pochezza delle sue idee e dalla sua stessa ferocia. Sconfitto anche dai "pentiti" e da nuove leggi.
Durante i 55 giorni dell'agonia di Moro il Parlamento non fu mai riunito, mentre sulle strade si davano il cambio 13 mila tra agenti e carabinieri. La prima istruttoria fu conclusa quattro anni dopo e ci volle un anno ancora per il processo nell'ex palestra del Foro Italico trasformata in aula bunker. Nove mesi di udienze, oltre agli interrogatori di Andreotti, Cossiga, Craxi e altri politici a Palazzo San Macuto. Il quadro di uno Stato andato all'attacco armato solo di una fionda: "Disponevo di una fionda, solo di una fionda. Eppure non vorrei uno Stato che, per attrezzarsi alla lotta contro il terrorismo, cambiasse natura", ha detto Francesco Cossiga.
Molti processi sono seguiti, il Moro-bis, ter...Molti terroristi sono all'ergastolo, altri hanno deciso di collaborare in cambio dello sconto della pena, qualcuno è in semilibertà, qualche altro proprio libero.
È la nostra storia, confusa e drammatica, terribile e grande insieme. Non si tratta di capire cosa è rimasto dell'eredità politica di Aldo Moro. L'Italia di oggi non è più la sua, è cambiata più rapidamente di quanto forse lo stesso Moro potesse immaginare. È un'altra Italia nella quale con follia il terrorismo ha colpi di coda e uccide ancora. Un'Italia che un'altra volta può rispondere con efficacia, solo se unita.

"Il Corriere della sera"
Spie e false piste, 25 anni di misteri
I dubbi rimasti irrisolti nelle indagini sul sequestro Moro. L'ombra della P2 e di Gladio
ROMA - La spia che andava a un pranzo alle nove di mattina, i curiosi in motocicletta armati di mitra, le foto scomparse in Procura, l'ombra di un killer della 'ndrangheta. E poi ancora l'imbarazzante perdita d'acqua di via Gradoli, gli strani inquilini dei servizi segreti, il falsario che preparava comunicati brigatisti, lo stato maggiore della P2 che guidava le indagini, una seduta spiritica poco credibile. E' una storia di sangue e di orrore, il caso Moro, ma soprattutto una storia di misteri. Di ombre, di coincidenze troppo strane per essere davvero tali, di omissioni e fantasie, di bugie e mezze verità. Non sono bastati venticinque anni di tempo, cinque processi e il lavoro di due commissioni parlamentari per fugare tutti i dubbi. E probabilmente a questo punto non ci si riuscirà più.
VIA FANI - Solo dieci anni dopo la strage si è scoperto che quella mattina, a duecento metri dall'incrocio della sparatoria, c'era anche il colonnello Camillo Guglielmi, un uomo del Sismi. "Dovevo andare a pranzo da un amico" aveva detto per spiegare la sua presenza sul posto. Un pranzo alle 9 di mattina. Ma non è l'unica incongruenza di quel 16 marzo. Chi era, ad esempio, l'abilissimo tiratore che aveva esploso da solo 49 dei 93 proiettili trovati dopo il massacro? Colpi andati quasi tutti a segno, oltretutto. Antonio Nirta detto "due nasche", killer della 'ndrangheta calabrese, secondo la testimonianza del pentito Saverio Morabito. Circostanza sempre smentita con decisione da Valerio Morucci, uno dei br che avevano sparato in via Fani. Ma quella mattina un inquilino del palazzo al numero 109 di via Fani, Gherardo Nucci, aveva scattato 12 fotografie subito dopo la sparatoria, e le aveva consegnate alla magistratura. Di quelle foto, mai ritrovate, parlano al telefono il deputato dc calabrese Benito Cazora e il segretario particolare di Moro, Sereno Freato. "Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto presa sul posto si individua un personaggio... noto a loro, dice Cazora e chiede di poter avere il rullino. Ultimo elemento inquietante: la moto Honda blu incrociata dal teste Alessandro Marini, con due uomini a bordo. "Quello dietro teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra - aveva raccontato Marini - sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino". Chi erano quei due? Non si è mai saputo.
VIA GRADOLI 96 - Il nome era saltato fuori, vuole la leggenda, nel corso di una seduta spiritica fra professori universitari bolognesi (fra i quali Romano Prodi). Ma in realtà erano in molti, nell'ambiente dell'estremismo romano, a conoscere quell'indirizzo, considerato la "foresteria" dei compagni in visita nella capitale. Nello stesso palazzo, peraltro, c'erano diversi uffici di copertura del Sisde. Dopo la segnalazione arrivata da Bologna la polizia era andata a cercare nel paesino di Gradoli, nel viterbese, con enorme quanto inutile spiegamento di mezzi. Solo una perdita d'acqua aveva consentito, il 18 aprile, di scoprire la base di Mario Moretti, capo della colonna romana delle br. Ma una strana perdita: qualcuno (le foto scattate dai vigili del fuoco sono chiarissime) aveva piazzato nella vasca uno scopettone, appoggiandoci sopra il telefono della doccia, aperto e diretto verso una fessura nelle mattonelle. Chi aveva preparato quel giochino? Non si è mai saputo.
IL LAGO DELLA DUCHESSA - Mentre i vigili sfondavano la porta della "casa" di Moretti, al Viminale arrivava il comunicato numero 7 delle Brigate rosse. Nel quale si annunciava che il corpo di Aldo Moro giaceva sul fondo del lago della Duchessa, ai confini fra Lazio e Abruzzo. Era un falso, come si scoprì nel giro di poche ore. Ma confezionato da chi? Da Toni Chicchiarelli, falsario di opere d'arte legato alla banda della Magliana, che anni dopo finirà ammazzato davanti al cancello della sua villa. Ma Chicchiarelli per conto di chi aveva preparato il falso comunicato? Mistero.
PIDUISTI E GLADIATORI - Il colonnello Guglielmi, quello del pranzo alle 9 di mattina, dipendeva dal generale Musumeci, iscritto alla P2 e negli anni successivi condannato per depistaggio nel processo per la strage di Bologna. Piduista anche il commissario Antonio Esposito, il cui numero di telefono era stato trovato nelle tasche di Morucci. Ma iscritti alla P2 di Licio Gelli erano anche i capi dei servizi segreti, dei carabinieri e della finanza incaricati di gestire le indagini nei giorni del sequestro. Agente dei servizi ed ex "gladiatore", membro cioè di Stay behind, l'organizzazione nata negli anni Cinquanta in ambito Nato, era Pierluigi Ravasio. Racconta che il suo gruppo aveva indagato sul sequestro ed era venuto a conoscenza del fatto che "Moro era tenuto da malavitosi". Una volta riferita la circostanza ai superiori, dice Ravasio, "le indagini vennero fermate, il gruppo sciolto e i componenti dispersi". Nessuno ha mai approfondito quella testimonianza. "Gladiatore" anche Antonino Arconte, che nei giorni scorsi ha tirato fuori un documento datato 2 marzo 1978 nel quale si parla di "ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro". Il tutto 14 giorni "prima" del sequestro. Depistaggio postumo? Chi può dirlo.
Giuliano Gallo ggallo@corriere.it

"Il Giornale di Brescia"
Il 16 marzo 1978 un commando di brigatisti sequestrò Aldo Moro, presidente della Dc, uccidendo i cinque uomini della scorta
Venticinque anni fa il tragico agguato di via Fani
Moro fu ucciso 55 giorni dopo. Oggi la commemorazione
ROMA
È il 16 marzo 1978. Pochi minuti dopo le 9, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uscito poco prima dalla sua abitazione in via di Forte Trionfale a bordo della sua auto di servizio, una Fiat 130 blu, ha da poco imboccato via Mario Fani: destinazione la Camera dei Deputati dove il quarto Governo Andreotti, nato dopo dure polemiche politiche e sostenuto da una maggioranza che comprende il Pci, sta per chiedere la fiducia al Parlamento. Alle 9,15 quando l'auto del presidente della Dc, scortata da una "Alfetta" civetta dei carabinieri, imbocca via Mario Fani. La Fiat 130, guidata dall'appuntato Domenico Ricci e sulla quale viaggia Aldo Moro e il maresciallo Oreste Leonardi si trova un improvviso ostacolo: una Fiat 128 bianca, con targa diplomatica, che viaggiava poco avanti, frena di colpo proprio all'incrocio tra via Fani e via Stresa, costringendo l'auto dello statista Dc a fare altrettanto. Dalla 128 esce un commando di terroristi, altri scendono da una A 112 che seguiva l'auto di scorta di Moro, mentre dai cespugli di alcune piante vicino ad un bar d'angolo spuntano altri uomini con la divisa di piloti dell'Alitalia. In tutto il commando armato è composto da nove persone e, forse, da una staffetta di altri due terroristi a bordo di una moto. Tutti sono armati. In tre minuti si scatena un inferno di fuoco. I terroristi non lasciano il tempo di reagire né agli uomini della scorta, (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Ziozzi), i primi a rimanere fulminati da una raffica di colpi (91 i bossoli lasciati sull'asfalto), né al maresciallo Leonardi e all'appuntato Ricci. Tre minuti dopo, il più "alto in grado" del commando brigatista - che poi si accerterà trattarsi di Raffaele Fiore - si avvicina alla Fiat 130 e preleva di peso Aldo Moro e la sua valigetta 24 ore che lo statista Dc portava con sè. Nell'auto dello statista rimane un'altra borsa, dove sono custodite anche delle medicine. Il sequestro di via Fani è un'operazione studiata nei minimi particolari e i nove componenti del commando hanno ruoli precisi: Mario Moretti (capo delle Br), guida la 128 che blocca la corsa dell'auto di Aldo Moro, davanti alla quale si presentano Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono; di lato, dai cespugli (travestiti da piloti Alitalia) escono Franco Bonisoli, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Prospero Gallinari; dietro, invece (a chiudere l'auto di scorta) Bruno Seghetti e Barbara Balzerani (l'unica che non spara materialmente in via Fani). Aldo Moro viene caricato di peso sulla Fiat 128 che parte a razzo fino alla zona di Monte Mario alta, dove, in via Massimi, è pronto un furgone sul quale viene fatto salire lo statista. La corsa del furgone finisce in via Montalcini (al Portuense) dove è già stata allestita la "prigione del popolo" che per 55 giorni terrà in ostaggio Aldo Moro. Nel "carcere" di poco più di 2 metri quadrati lo statista sarà accudito e controllato da Anna Laura Braghetti (vivandiera) e Prospero Gallinari (carceriere). A interrogare Moro sarà l'ing. "Mario Borghi", all'anagrafe Mario Moretti. La drammatica vicenda che sconvolse l'Italia si concluderà il 9 maggio del 1978, dopo 55 giorni, quando Mario Moretti eseguirà "la sentenza" di morte. Il corpo di Aldo Moro, raggomitolato ed avvolto da una coperta, viene fatto trovare nel vano posteriore di una Renault R4 rossa in via Caetani, luogo " simbolo" scelto dai terroristi perchè si trova tra Piazza del Gesù (sede della Dc) e via delle Botteghe Oscure (sede del Pci). Oggi, in occasione del venticinquesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell'uccisione dei cinque uomini della sua scorta ci sarà l'omaggio di autorità e cittadini in via Fani. Alle 12 è previsto l'arrivo del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, del sindaco di Roma Walter Veltroni e del senatore Mauro Cutrufo, in rappresentanza del Senato, che deporranno una corona di alloro davanti alla lapide che ricorda quel tragico 16 marzo.

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
il 16 marzo
L'Ulivo e il Polo divisi anche nella memoria dello statista ucciso 25 anni fa dalle Brigate Rosse
Tutti eredi di Aldo Moro
E Castagnetti chiede di ricostituire la commissione Stragi
ROMA - Tutti eredi di Moro? Ulivo e Casa delle libertà , a venticinque anni dalla strage di via Fani, si contendono l'eredità dello statista ucciso dalle Brigate Rosse. L'Ulivo ha celebrato Moro in un convegno a Roma con D'Alema, Castagnetti e Martinazzoli; ma anche Forza Italia e Udc si sono richiamati al suo pensiero e hanno detto di considerarlo un punto di riferimento essenziale. Al convegno dell'Ulivo, D'Alema si è presentato come discepolo di Moro: ha invitato i partiti della coalizione a fare tesoro della lezione dell' ex leader democristiano e riprendere in mano "la bandiera di un bipolarismo mite". Secondo D'Alema, i due poli dovrebbero cercare una "reciproca legittimazione", all'interno di una "visione civile del confronto politico". Lui, D'Alema, lo ha sempre sostenuto, e oggi ne è ancora convinto: "Non mi arrenderò mai su questo tema che mi è costato lacrime e sangue".
Moro, per D'Alema, può servire anche per ristabilire il giusto rapporto tra politica e movimenti, un tema su cui lo statista vittima delle br conserva una sua "'attualità controcorrente": Moro infatti, ha detto il presidente dei Ds, rifiutava "l'ideologia dei movimenti" e la visione di una "società eticamente superiore alla politica".
"Occorre tornare a Moro - gli ha fatto eco l'ex segretario della Dc e del Ppi Martinazzoli - che sapeva che la compiutezza della democrazia sta nella democrazia dell'alternanza".
Dallo stesso palco, il capogruppo della Margherita alla Camera Castagnetti ha chiesto la riapertura della commissione stragi, per portare a compimento il lavoro di indagine sul caso Moro. La commissione, non riconfermata in questa legislatura, non è riuscita a votare la relazione finale: secondo Castagnetti, anche se probabilmente ha ragione Adriano Sofri quando dice che intorno al caso Moro ci sono "tanti misteri immaginari e pochi misteri realì, il Parlamento deve comunque arrivare fino in fondo "perchè non si possa dire che si è rinunciato a esprimere una parola definitiva".
Da Castagnetti è arrivato anche un giudizio al vetriolo su un articolo del segretario dell'Udc Follini su Moro. "Bell'articolo ma rischia di mettere Moro in una teca come se fosse troppo inattuale". "Non voglio certo mettere Moro in una teca, ma non vorrei neppure vederlo tra i ramoscelli dell'Ulivo...", gli ha replicato Follini. Moro - ha aggiunto - è stato un grande leader che appartiene ai democratici cristiani tutti e più in generale a tutti gli italiani di sentimento democratico". Per D'Antoni, altro esponente dell'Udc, la sua più grande lezione "è stata quella del rispetto dell'avversario". una lezione che è servita durante la guerra fredda e che oggi "serve ancora di più ".
Anche Forza Italia rivendica l'eredità morotea: "Forza Italia - ha detto il portavoce Bondi - considera il suo lascito politico e morale parte integrante dei propri valori cristiani e liberali e del proprio impegno per rinnovare l'Italia". Secondo Bondi, la scomparsa di Moro "continua a pesare nell'evoluzione della nostra vita democratica".

"Il Corriere della sera"
Solo Bruno Seghetti è ancora recluso a tempo pieno, gli altri sono stati scarcerati o hanno l'obbligo di tornare in cella di sera
Ecologia e computer, la nuova vita dei tredici br del rapimento
ROMA - Quella mattina di marzo guidava la 132 sulla quale fu caricato Aldo Moro subito dopo la strage dei cinque uomini della scorta. Un quarto di secolo più tardi - quando la Dc è scomparsa da un pezzo, come il Pci e il muro di Berlino, e nuovi brigatisti si riaffacciano sulla scena del terrorismo nostrano - Bruno Seghetti è l'unico dei rapitori di Moro a trascorrere le sue giornate dietro le sbarre di un carcere. Anche quella di oggi, 16 marzo 2003, venticinquesimo anniversario dell'impresa più clamorosa e delle Brigate rosse. Gli altri, grazie ai benefici di legge, hanno chiuso i conti con la giustizia, godono della libertà condizionale o della semilibertà: la notte in prigione e il giorno fuori al lavoro. In verità anche Seghetti, arrestato nel 1980 e condannato a diversi ergastoli, nel 1999 era stato ammesso alla semilibertà. Lavorava nella cooperativa "32 dicembre", che gestisce corsi di informatica per ex detenuti o ex tossicodipendenti, ma nel 2001 l'hanno richiuso in carcere per alcune infrazioni al "programma di trattamento". Tra queste, la partecipazione senza permesso ai funerali di Germano Maccari, un altro protagonista del caso Moro: era uno dei carcerieri del presidente democristiano, individuato dai magistrati solo quindici anni dopo il sequestro, nel 1993. Maccari ammise le sue responsabilità durante il processo, fu condannato a 23 anni di pena ed è morto in cella per un aneurisma cerebrale nell'agosto 2001.
Al funerale di Maccari era presente anche Valerio Morucci, un altro del "commando" di via Fani, che non dovette chiedere alcun permesso. E' libero da tempo, perché nel 1985 fu tra i primi "dissociati" delle Br, ottenne la riduzione di pena e ora non ha più pendenze con la giustizia. Fa il consulente informatico, scrive libri e racconti. L'ultimo, che ricorda proprio il rapimento di Moro, uscirà nei prossimi giorni sulla nuova rivista "Accattone".
L'informatica è la via imboccata da quasi tutti gli ex brigatisti per costruirsi un futuro fuori dalla galera. Finito il tempo dei processi e dei proclami contro lo Stato, hanno imparato a usare i computer in cella, si sono organizzati e continuano fuori. Così Mario Moretti, il "regista" dell'operazione Moro che oggi è semilibero e a Milano si occupa di attività multiproduttive; è diventato padre di una bambina e la sera torna a dormire nel carcere di Opera. Anche Raffaele Fiore, ex della colonna torinese delle Br sceso a Roma il 16 marzo '78 per partecipare al sequestro Moro, dorme a Opera e di giorno lavora per un consorzio a progetti di reinserimento socio-lavorativo.
In via Fani era "in trasferta" pure Franco Bonisoli, membro del comitato esecutivo delle Br. S'è dissociato dalla lotta armata a metà degli anni Ottanta, l'ergastolo è stato tramutato in una pena a termine, da un paio d'anni è un uomo libero e dirige una società di consulenza nel settore ecologico. Libero grazie alla dissociazione è anche Lauro Azzolini, che non partecipò al rapimento di Moro ma ne decise l'esito in seno al comitato esecutivo delle Br; vive a Milano e si occupa della raccolta differenziata di materiale informatico attraverso una rete di cooperative che lavorano in convenzione con la Regione Lombardia.
Gli altri due componenti del comitato esecutivo erano Moretti e Rocco Micaletto, arrestato a Torino insieme a Patrizio Peci nel 1980. Ammesso al "lavoro esterno" e poi alla semilibertà nella seconda metà degli anni Novanta, di giorno lavora al servizio librario della comunità di don Gallo a Genova e la sera rientra nel carcere di Marassi.
Tra i rapitori di Moro c'era Barbara Balzerani, militante della colonna romana delle Br arrestata nel 1985, semilibera grazie a un impiego nel settore informatico. Insieme a Curcio e Moretti, nel 1987 andò in tv per dichiarare definitivamente conclusa l'esperienza della lotta armata in Italia condotta dalle Brigate rosse, ma resta un'ergastolana alla quale di tanto in tanto - com'è successo dopo la sparatoria del 2 marzo scorso sul treno Roma-Firenze - la polizia va a far visita. Senza trovare nulla che possa legarla al nuovo terrorismo.
A Reggio Emilia, con l'esecuzione della pena al carcere a vita sospesa per via di una grave malattia al cuore, vive Prospero Gallinari, che partecipò al sequestro e poi rimase con Moro nella "prigione" di via Montalcini fino all'epilogo del 9 maggio '78. L'altra carceriera del presidente dc, Anna Laura Braghetti, arrestata nell'80, lavora all'Arci di Roma da quasi dieci anni e dall'estate scorsa ha ottenuto la libertà condizionale: non deve più rientrare in cella nemmeno la sera.
Dalla prigione non sono mai passati Alessio Casimirri (le ultime notizie lo davano in Nicaragua) e Rita Algranati, che pure il 16 marzo '78 impugnavano le armi in via Fani. C'è invece passato, ma in Svizzera, Alvaro Lojacono. Grazie alle origini della madre ha avuto la cittadinanza della Confederazione elvetica che l'ha processato e condannato per le sue gesta in Italia e a fine pena l'ha fatto tornare un uomo libero. Nel giugno del 2000 fu arrestato in Corsica su richiesta dell'Italia, ma la Francia non ha concesso l'estradizione. E' tornato in Svizzera, dove conduce una tranquilla esistenza. Un quarto di secolo è passato anche per lui, basta non rimettere piede in Italia.
Giovanni Bianconi

"Il Corriere della sera"
Via Fani, viaggio nella memoria della strage
Aldo Moro sequestrato 25 anni fa: la casa, la prigione, via Caetani. E quel salice che resistette solo tre mesi
Via Fani, 25 anni fa. I corpi dei cinque agenti straziati dai colpi sparati dai brigatisti per sequestrare Aldo Moro, poi i fiori che si accumulano su quel marciapiede, sotto i lunghi ramoscelli, che scendono dall'alto, di un grande salice piangente. Quell'albero però non c'è più. Segna forse la differenza più grossa, in un paesaggio che sembra quasi lo stesso di allora, tra le palazzine sobriamente eleganti di pochi piani che circondano quel crocicchio della morte, all'angolo tra via Fani e via Stresa. Lì, al posto del salice, c'è ora una mimosa. La guardava l'altro giorno Ferdinando Imposimato, l'ex magistrato passato a dare un'occhiata, in privato, fuori dalle commemorazioni previste per questa mattina con questore, sindaco, presidente della Camera. "E pensare - rifletteva Imposimato - che i brigatisti avevano inizialmente ideato il sequestro nella chiesa di Santa Chiara ai Giochi Delfici. Non qui sotto un albero...".
Un salice piangente. Morì pochi mesi dopo il tragico agguato. Lo rivela il proprietario del giardino di allora, Gianni De Chiara, giornalista del Tg3, che quella mattina si salvò per miracolo, rientrando in casa in leggero ritardo dopo aver accompagnato i figli a scuola ed evitando così le pallottole che si conficcarono ad altezza d'uomo dentro casa sua. "Quel salice - spiega De Chiara - era una pianta robusta che stava all'angolo del mio giardinetto. Si ammalò all'improvviso. E morì disseccato...". Il salice piangente, una pianta arrivata dalla Cina alla fine del '600, per Linneo era "Salix babylonica": secondo il naturalista gli ebrei portati prigionieri a Babilonia avevano pianto sotto salici di questo tipo. Non sarà stato vero, perlomeno il tipo di salice sarà stato diverso. Ma da allora quest'albero dalle chiome mestamente rivolte a terra ha fama di sentinella del dolore. E forse lo è stata anche in via Fani. "Abbiamo cercato di annaffiarlo e di dargli acqua - conferma Alvaro, il vecchio portiere di via Fani 106 - Niente da fare. Aveva deciso di morire".
Nella strada della strage, che avviò il calvario di 55 giorni nel quale si consumò la vita di Aldo Moro, bisogna trovarsi al mattino per vedere però il cambiamento di fondo. "Oggi lì - dice De Chiara, che da qualche anno è andato a vivere altrove - un agguato come quello di 25 anni fa, non sarebbe possibile. Alle nove c'è la coda di auto. Vanno a passo d'uomo, tra i camion del cantiere per il sottopasso in costruzione tra Foro Italico e Pineta Sacchetti. Allora, di auto ce n'era tutt'al più una al minuto...".
Guardando bene, ci sono anche altri cambiamenti. Il fioraio Antonio Spiriticchio, che vendeva i suoi fiori su quell'angolo e che quella mattina fu bloccato in via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo, con le gomme del furgone tagliate, è ormai in pensione: "Fino al '93 abbiamo tenuto il banco, che da ultimo avevo ceduto però a mio figlio Giuliano - dice Spiriticchio - Poi anche mio figlio ha deciso di smettere e si è messo a fare il tassista". Di fronte, lo snack bar "Olivetti", che con i suoi pitosfori aveva fatto da nascondiglio ai brigatisti, è diventato ora un ristorante, "La Camilluccia". "Io allora ero un ragazzino", si scusa il titolare Luca Porcu. I Pistolesi, padre e figlio, che gestivano, sempre su quel marciapiede, un'edicola di giornali, subito dopo la strage si spostarono nella parte alta di via Fani. Poi hanno ceduto la licenza. Un distributore di benzina, più in basso, è diventato uno spettrale lavaggio fai-da-te.
La memoria di allora resta affidata alle case, uguali a com'erano 25 anni fa. Solo che in questi condomìni non c'è quasi più nessuno di quelli d'allora. Uno dei pochi è Ernesto Viglione, lavorava a Radio Montecarlo, fu arrestato per aver avuto contatti con brigatisti che gli offrivano la possibilità di un'intervista a Moro.
E anche altrove, nei luoghi del calvario di Aldo Moro, è la stessa storia. La vedova, Eleonora, ha lasciato da pochissimi mesi la casa di via del Forte Trionfale, al 79. L'ha venduta, alla vigilia di questo mesto anniversario, al signor Giuseppe Di Paola. Il quale, interpellato, preferisce non commentare. In via Caetani, dove fu lasciato il povero corpo di Moro, le corone compaiono alle scadenze obbligate e poi ingialliscono. Di "Renault 4" in circolazione non ce ne sono quasi più. Nel covo di via Montalcini, la prigione di Moro, subentrò subito dopo una pensionata delle imposte dirette, la signora siciliana Assuntina Lo Iacono Monterosso. Oggi ha 92 anni e protesta: "Che volete da me? Che dovrei dirvi...".
Paolo Brogi

"La Gazzetta di Reggio"
Gallinari: "Sono in pace con Moro"
L'ex Br ricorda, 25 anni dopo, i giorni del sequestro
Erano cinque anni che le Br progettavano il rapimento di Aldo Moro. Lo dice il reggiano Prospero Gallinari, uno dei capi storici delle vecchie Br e uno dei carcerieri di Moro, assieme a Mario Moretti (l'uomo che poi sparò al presidente della Dc), Germano Maccari e Anna Laura Braghetti.
Secondo Gallinari, su questa vicenda "non c'è niente da scoprire, non ci sono segreti. Il problema è che quella è una storia che ha bisogno di segreti, di pagine oscure, di non arrivare ad una soluzione, così tutti la possono utilizzare". Sui memoriali scritti dallo statista Dc durante la prigionia, Gallinari dice che le Br non vollero darvi rilievo. "Erano cose che sapevamo già... Eravamo forse ottusi, non riuscivamo a cogliere le finezze della lotta fra le forze istituzionali, tra i partiti del palazzo... Il progetto per noi era il potere, la distruzione della Dc, quegli scritti per noi non valevano niente". E secondo Gallinari, nemmeno il mondo politico vi diede importanza: "Basta leggere i giornali di allora... dicevano che Moro era un pazzo, che scriveva cose dettate... Nel momento in cui è iniziata la lotta sul cadavere, su come utilizzarlo, a quel punto quegli scritti sono diventati importantissimi, sconvolgendo il quadro politico". L'ex brigatista ricorda anche alcuni momenti della prigionia di Moro: "Nella condizione drammatica in cui si trovava... aveva visto i suoi amici fargli vuoto intorno... Si è comportato da grande uomo". "Sono in pace con lui - dice ancora Gallinari - perché uno scontro, come era quello di quegli anni, ha tante sofferenze. Era una guerra, c'erano alleati e avversari". Gallinari ammette, infine, la difficoltà di parlare oggi alle giovani generazioni e di spiegare loro quegli anni: "Oggi vedo tante bandiere per la pace... Noi non eravamo per la pace, eravamo con i vietnamiti e contro gli americani".

"Il Messaggero Veneto"
Intervista al magistrato che per primo condannò i brigatisti dell'agguato di via Fani
"Stava per piegare i carcerieri"
Santiapichi: nuove Br? Non c'è più quel clima
di SANDRO ACCIARI
ROMA. E' il primo presidente di Corte d'assise che ha giudicato e condannato i brigatisti responsabili della strage di via Fani, del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro. Un processo storico, seguito da giornalisti di mezzo mondo. Come di rilevanza storica è stato, successivamente, il processo per l'attentato al Papa, anche in questo caso la Corte era presieduta da lui. Oggi, 25 anni dopo, Severino Santiapichi è un magistrato in pensione, ma non ha smesso di leggere e documentarsi. E' considerato un esperto in materia, giovedì scorso ha ricordato il Caso Moro davanti a un'affollata platea di studenti di un liceo romano. Ma lui ci tiene a precisare di non essere uno storico. "Io faccio il giudice, nella ricostruzione dei fatti devo seguire regole precise. Gli storici possono documentarsi come meglio credono, il magistrato deve seguire un percorso secondo binari predeterminati dai quali non può discostarsi". Forse anche lui riteneva impossibile il ritorno in scena della lotta armata con il suo seguito di agguati e vittime innocenti. E invece, per dirla con una frase di moda, alle volte ritornano.
Presidente Santiapichi, siamo al 25º anniversario della strage di via Fani. E anche quest'anno tutti a puntare il dito contro i "misteri" del Caso Moro. Ne vogliamo parlare? "Non credo che sull'agguato di via Fani, il sequestro e l'omicidio dell'onorevole Moro possano venire alla luce aspetti nuovi così importanti da far saltare la ricostruzione processuale di quei fatti. Anche perché negli anni successivi altre persone rimaste fuori dalla prima inchiesta sono state identificate e condannate. Diverso il discorso per quanto riguarda ciò che era a monte di quell'attentato, al di là e forse al di sopra della catena di comando br che decise, mise in atto e gestì il sequestro del presidente della Democrazia cristiana. Però, bisogna essere molto cauti nell'ipotizzare l'esistenza di mandanti occulti. Sulla base delle nostre conoscenze attuali non c'è un solo elemento che possa confermare la tesi secondo cui le Brigate rosse erano, come si dice oggi, eterodirette".
Eppure, esistono indizi che sembrano confermare l'esistenza di rapporti tra Br e ambienti esterni all'organizzazione.
"E' vero, qualche novità potrebbe emergere proprio da questo fronte. Per esempio, sappiamo che Mario Moretti in quegli anni andava spesso a Parigi, dove probabilmente incontrava esponenti di altri gruppi eversivi non italiani. Moretti ci disse che le Brigate rosse rappresentavano l'aristocrazia delle organizzazioni terroristiche. Si può sospettare che nei suoi viaggi abbia incontrato "amici" di diverso genere, ma su questo aspetto non è stato possibile indagare a fondo. Però, credo di potere ripetere che le Br sono state un fenomeno tutto italiano e che hanno agito in modo totalmente autonomo".
Parlando, l'altro giorno, ai ragazzi del liceo Giulio Cesare di Roma, lei ha detto che bisognerebbe rileggere con attenzione tutte le lettere di Moro. Qual è il suo convincimento?
"Io penso che alla fine Moro era riuscito a condurre i carcerieri dalla sua parte. Se avesse avuto più tempo, avrebbe salvato la sua vita e probabilmente il suo disegno politico. Altro che sindrome di Stoccolma. Man mano che si è andati avanti nei processi, i giudici si sono accorti che Aldo Moro aveva continuato a fare politica anche là dentro, adottando una tattica che avrebbe portato alla sua liberazione. All'ultimo processo è emerso che vi era una maggioranza, all'interno della galassia Br, che avrebbe voluto salvarlo. Questo dato rovescia il ritratto di Moro quale preda assoluta nelle mani dei terroristi. Dagli ultimi atti emerge segnatamente che, con la sua opera di convincimento, egli riuscì a piegarli. Ma la direzione strategica decise di chiudere la vicenda nel modo deciso fin dall'inizio".
Alle volte ritornano. Che idea si è fatto di questi "nuovi" brigatisti?
"Sembra che abbiano fatto tesoro degli errori del passato, più clandestinità, più isolamento. Però non possono contare su quel brodo di coltura e di cultura nel quale si muovevano le vecchie Br. C'era in quegli anni un'aria diversa nelle scuole, nelle università, probabilmente nelle fabbriche. Secondo me, se impiegassimo tutti i poliziotti e i carabinieri oggi impegnati nella protezione di persone che possono essere un obiettivo delle Br nelle indagini sui sospettati, probabilmente risolveremmo rapidamente la questione".

"La Stampa"
L´EX BR RACCONTA COME FALLÌ L´IDEA DI UN "PIANO ALTERNATIVO"
Morucci: io volevo rapirlo in chiesa
per evitare il massacro "Quando andava a messa, la scorta si riduceva a due uomini. Avremmo potuto bloccarli con un colpo in testa, e portarlo via senza fare vittime"
ROMA VALERIO Morucci partecipò all´agguato di via Fani e durante i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro svolse anche il ruolo di "postino" delle Br. Nell´audizione alla commissione Stragi, il 18 giugno `97, il terrorista che abbandonò le Br nel 1979 ?, e che durante il sequestro Moro si espresse per la liberazione dell´"ostaggio" - accennò a un "piano alternativo" a via Fani, che "non prevedeva l´uccisione della scorta": "Il piano - rivelò - saltò per una serie di motivazioni, ed ancora oggi mi dispero perché poi, ripensandoci, ho scoperto che era davvero possibile attuarlo e le cose sarebbero certamente cambiate". Venticinque anni dopo via Fani, Morucci, in un racconto che sarà pubblicato nel prossimo numero del mensile romano Accattone, rievocando quei momenti si sofferma sul "piano alternativo": "Le due macchine sfrecciavano veloci per le lunghe curve che scendevano a valle e arrivavano lì, davanti a quella brutta chiesa pittata di rosa, alle nove. L´Uomo scendeva dall´auto e saliva i gradini con passi rapidi, lui così parco di movimenti, assecondando benevolo l´urgenza dei due guardiani. Poi, per mezz´ora, il tempo rintuzzava davanti alla chiesa rallentando, come rispettoso di una tregua. L´autista si affaccendava solitario attorno all´ammiraglia, il capo scorta incalzava sul marciapiede i suoi passi accorti di guardiano, l´altro autista sfogliava il giornale con pigrizia domenicale. Poi, finita la messa, la frenesia del primo mattino, come maroso troppo a lungo respinto, riconquistava anche quell´angolo di piazza. L´Uomo, imponente e curvo nel lungo cappotto scuro, l´espressione assorta a increspare una ruga di remoto smarrimento, ridiscendeva sbrigativo le scale, affiancato dai due uomini che faticavano a trovare i gradini tenendo alto lo sguardo vigile. Gli sportelli si chiudevano di scatto e le due auto ripartivano sollecite". "Matteo", era il nome di battaglia di Morucci, inizia a studiare l´azione, il sequestro di Moro nella chiesa, la fuga, le strade da seguire per raggiungere la prigione: "Alla chiesa la scorta di cinque uomini si divideva. Due soli lo accompagnavano all´interno. Era il punto migliore per agire. Contando sulla sorpresa era possibile bloccarli e prelevare l´Uomo. Ma come uscire? Il mattino successivo, appena le due auto si sono allontanate, entro nella chiesa. Un emiciclo luminoso con i marmi accesi dai raggi del sole. Percorro la curva parete e vedo davanti a me una porta a vetri che dà su un lungo corridoio. Al fondo mi ritrovo nell´androne di una scuola. L´ingresso dà sulla via laterale, a una cinquantina di metri dall´angolo della piazza. Da lì potevamo portare via l´Uomo senza esser visti". "Dal giorno dopo mi aggiro per le strade annusando il terreno per trovare la via di sganciamento. Devo scoprire lì intorno, a non troppa distanza dalla piazza, una variante per spezzare la via logica della ritirata. Quella cui avrebbero pensato subito gli uomini di "Doppia Vela 21". I vecchi marescialli che dalla Sala Operativa erano in grado di guidare via radio le volanti indicando ogni tombino della città. Un passaggio, una stradina secondaria, un cortile che poteva portaci altrove da dove loro avrebbero pensato che fossimo". E Morucci trova la "variante": "Dopo il sopralluogo vado con Serrano a controllare palmo a palmo la stradina del cavalcavia. La rimisuriamo ogni metro. Bastano pochi centimetri di restringimento e avremmo rischiato di rimanere imbottigliati. Ma i muratori hanno lavorato al meglio. Il problema viene dopo. La stradina finisce in un giardino e da lì, per riguadagnare la strada, bisogna scendere da un marciapiede. Una manovra che può dare nell´occhio. Riprendo ad annusare il terreno. Uscendo dalla scuola quella era l´unica strada possibile. Sto lì a farmi scorrere nella testa la mappa della zona, quando un´auto mi passa davanti, oltrepassa la traversa, e si dirige verso il fondo cieco della strada. La seguo con gli occhi, soprappensiero. L´auto si ferma davanti a una lastra di ferro. La mano che esce dal finestrino infila una chiave in un basso piantone di metallo. Subito la lastra comincia ad aprirsi e l´auto s´infila dentro. Attraverso e sbircio nel varco prima che si richiuda. Una strada in salita, larga costeggiata da ville. In alto vedo i pini della collina". "Forse ci siamo. Forse il caso ha portato la soluzione su quella lastra grigia di metallo. Mi studio la serratura. E´ piccola. Più piccola delle normali d´appartamento. Una chiave piccola. Forse da lucchetto. Tengo in una cassetta un´infinità di chiavi. Auto rubate, appartamenti abbandonati, motociclette. Ma nessuna abbastanza piccola. Mi fermo da un ferramenta, mi guardo intorno. Ecco. Prendo un lucchetto da telefono. A casa limo i denti della piccola chiave e li arrotondo fino a ridurla quasi un moncone. La mattina aspetto che cali il via vai degli abitanti del residence. Sbircio da una fessura per vedere che da dentro non arrivi nessuna macchina. Poi vado alla serratura. Infilo la chiave con cautela, come potesse attivare un allarme. La giro a destra e la serratura cede docilmente. Clack. Sento il cancello aprirsi alle mie spalle e mi assale un inatteso spavento. Come di bambino che abbia messo in moto un meccanismo sconosciuto e proibito". "E´ fatta". L´ottimismo di "Matteo" non convince gli altri: ""E se i due nella chiesa reagiscono? Scoppierebbe un putiferio che può arrivare fino a fuori." È Serrano a sollevare l´obiezione. "I nostri che gli arrivano da dietro gli danno un colpo in testa." Dago, convinto come sempre. "E credi che vadano giù come al cinema? Non hai idea di quanto sia difficile ridurre alla ragione uno che non ne vuole sapere. Quella volta dell´armatore ho dovuto prenderlo a cazzotti per infilarlo nella macchina. Ed era secco e allampanato. La paura fa brutti scherzi. Raddoppia le forze, non fa sentire i colpi". "Ma noi gli arriviamo davanti con mitra e pistole silenziate. Più di tanto non possono fare." Lo dico in tono interlocutorio come chiedendogli di accettare l´evidenza. Il piano è mio, è lui da convincere. Anche se forse sto tentando di convincere anche me". ""E se il capo scorta che fa la ronda arriva all´angolo proprio mentre usciamo?" Altra obiezione. "E che può fare da laggiù? Saranno almeno cinquanta metri." "Può sempre provare a spararci addosso." "Abbiamo lì due uomini di copertura. Mentre si finisce il trasbordo dell´Uomo lo tengono a bada. Se spara, spariamo anche noi." L´ho detto. E subito dopo le ultime parole accorgersi del buco e vederlo lì appeso per aria, sotto gli occhi di tutti. Una possibilità incerta. Una a cento. Ma se la ruota del caso fosse girata da quella parte, i colpi potevano finire nella piazza, in mezzo alla gente. Magari una vecchietta uscita dalla chiesa, o una donna in macchina che accompagnava i figli a scuola. Troppo rischioso. Anche uno a cento. Tutto da rifare. Eppure poteva essere perfetta".
Guido Ruotolo

"La Stampa"
Tutti i dubbi e i misteri
CONOSCERETE la verità, e la verità vi farà liberi", Giovanni, 8.32. Quelli della Cia ne hanno fatto il loro credo, adattandolo alle circostanze: "Conoscerete la verità, e la verità vi farà incazzare". Ma anche le menzogne mandano fuori dai gangheri, e lo sanno bene loro, così attenti alle cose anche italiane. Per questo un quarto di secolo dopo, chissà chi fra coloro che han dovuto occuparsi dell´"affaire Moro" può dirsi libero. Troppi interrogativi ancora ostinatamente irrisolti dopo sei inchieste che non sono approdate almeno a quella che chiamano "verità processuale". Perché le Brigate rosse rapirono Aldo Moro? Per "colpire il cuore dello Stato", la spiegazione. E nel "comunicato numero 6" con cui informavano che "l´interrogatorio al prigioniero è terminato", promettevano: "Tutto sarà reso noto al popolo, le informazioni in nostro possesso verranno diffuse attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestini delle Organizzazioni Combattenti, e soprattutto verranno utilizzate per proseguire con altre battaglie il processo al regime e allo Stato". Fatto è che non rendono pubblico un solo documento, così evapora l´idea stessa di un grande progetto politico e il procuratore Gian Carlo Caselli parla ora del "clamoroso fallimento "politico" dell´operazione Moro". Ancora: perché assassinare il prigioniero quando dalle sue lettere appariva fin troppo chiaro che la liberazione avrebbe rappresentato un rischio politico enorme? Ecco, le lettere del prigioniero, il nocciolo di un dramma non solo personale. Eppoi il "Memoriale" che si trascina dietro un cono d´ombra ancor oggi intatto. Lo trovano i carabinieri, nel `78, a Milano, in in covo in via Monte Nevoso: è un´edizione incompleta. Dodici anni più tardi, da un pannello di quell´appartamento, saltano fuori 300 pagine, consegnate in fotocopia al generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Sapremo mai come andò? Il dubbio e il sospetto scandiscono il tempo, nel sequestro Moro. L´appartamento di via Gradoli. Lo usano Mario Moretti e Barbara Balzerani: viene scoperto per una perdita d´acqua della doccia il giorno dopo che se ne sono andati. Il "comunicato numero 7" del 18 aprile: informa che il corpo è nel lago della Duchessa, quota 1800 sulle montagne del Reatino. Falso, diffuso in fotocopia, ha tuttavia l´effetto di un´atomica. Lo hanno mandato le Br o i servizi? E in questo caso i nostri, magari deviati, forse legati a Gladio, o quelli degli altri? La "prigione del popolo". Le bierre sostengono che sia sempre stata in via Montalcini. Nessuna certezza, naturalmente. Per decidere la morte del prigioniero, dove si riunirono i capi delle Brigate rosse? In quell´appartamento di via Barbieri Firenze, come sospetta Giovanni Pellegrino, già presidente della commissione stragi? E quale fu la parte del celebre musicista Igor Markevic? Ancora, perché lasciare il corpo del presidente della Democrazia cristiana in via Caetani? È credibile perché, come dicono le Br, si trova a metà fra la sede della Dc e quella del Pci, quindi, un simbolo? E quel documento su carta del ministero datato 2 marzo `78 col quale si autorizza la ricerca di "collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell´on. Aldo Moro da parte di gruppi mediorientali" è vero o falso? E come dev´esser letto? Troppi misteri per credere alla promessa: "Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi".
Vincenzo Tessandori

"La Stampa"
SEDICI MARZO lllVenticinque anni fa 3 In Campidoglio governa Argan, nelle scuole e alla Sapienza si riflette sui postumi del movimento
"Hanno rapito Moro" Quella mattina che Roma fu blindata
Il corteo di auto che immancabilmente scendeva e risaliva, da casa al centro e ritorno. Due volte al giorno. Le passeggiate pomeridiane tra i pini del Foro Italico. Le lezioni all'università a cui, cascasse il mondo, non mancava mai. Il cenacolo degli allievi e Franco Tritto, l'assistente preferito. Lo "studio", ossia la centrale della sua corrente, in via Savoia, dove erano i collaboratori più fidati. E poi i luoghi della dc: piazza del Gesù, l'Eur, il Parlamento. Ma anche la parrocchia di Santa Lucia, dove era di casa, e dove s'intratteneva spesso con il parroco, don Antonello Mennini. Improvvisamente, il 16 marzo. Moro era metodico; metodici lo attendevano i suoi carnefici. Alle 9 del mattino, a via Fani, angolo via Stresa, si scatena l'inferno. L'auto con a bordo il presidente della dc, diretta al Parlamento dove si sta per discutere la fiducia a un inedito governo Andreotti con sostegno esterno del pci, tampona bruscamente una macchina che s'è bloccata a metà discesa. Mentre l'auto di scorta, con tre agenti, sbatte a sua volta contro la vettura di Moro, dalla prima auto scendono in due e cominciano a sparare. Colpi mortali, a bruciapelo, contro l'autista e il caposcorta. La seconda macchina è investita da un sventagliata di colpi partiti da cinque-sei persone che si sono materializzate all'improvviso sul marciapiede. Moro resta incolume e viene portato via di peso. I brigatisti si dileguano. Restano a terra i corpi di cinque uomini (uno morirà in ospedale), sangue, tanti bossoli. La notizia si sparge per la città in un baleno. Non c'è nemmeno bisogno di aspettare il primo comunicato della Rai o la diretta televisiva di Paolo Frajese. Un lampo. Un elettro-choc attraversa Roma. Dalle case, dai portoni, dai terrazzi di via Fani si affacciano in tanti. C'è chi scatta fotografie. Chi chiama gli amici. Chi avverte la polizia: la società dei telefoni, che allora si chiamava Sip, sosterrà che tale era il sovraccarico delle linee da far saltare le centraline e isolare l'intera zona. Su questo particolare del black-out, i dietrologi hanno scritto interi capitoli di libri. Ma chi c'era, e ricorda lo sgomento che dilagava per la città come l'onda d'urto di una esplosione atomica, non fatica a credere che i telefoni finissero in tilt.
Alle 10, il presidente della Camera, Pietro Ingrao, sospese la seduta. L'area intorno a Montecitorio si popolò di capannelli dove deputati, giornalisti, semplici passanti, poliziotti, tutti ugualmente atterriti, si scambiavano impressioni.
Nelle scuole s'interruppero le lezioni. Al liceo Virgilio, a via Giulia, risuonò l'altoparlante interno ad ogni classe. "Tutti convocati in assemblea!". Era la voce del preside. Studenti e professori sciamarono perplessi. Di assemblee in quel periodo se ne facevano pure troppe, autorizzate e non. Ma in genere erano gli studenti del Movimento a indirle, non il preside. Dal palco dell'aula magna, un professore di Lettere, con la voce rotta, diede la notizia. Boato. Gli studenti non capivano. I professori capivano fin troppo. Fu come un rompete-le-righe. Qualche minuto dopo, i primissimi genitori, quelli che evidentemente erano a casa e abitavano lì vicino, erano già al portone e reclamavano i figli. Tutti vollero sentire i famigliari, i genitori, le fidanzate. La città era piombata di colpo nel clima più plumbeo. Non a caso, erano gli Anni di Piombo. Auto della polizia correvano all'impazzata con le sirene. Dicevano i telegiornali: è scattato il piano d'emergenza del ministero dell'Interno. Furono mobilitati tutti quelli che avevano una divisa e un'arma. Posti di blocco dappertutto. All'entrata e all'uscita della città, all'aeroporto, alla stazione. Come se i brigatisti non avessero avuto un piano: si saprà molti anni dopo quel 1978, grazie ai pentiti, che appena dieci minuti dopo l'assalto, correndo per stradine secondarie da Monte Mario alla Trionfale all'Olimpica, ai Colli Portuensi, Moro era già stato spostato da una macchina a un furgone, chiuso in una cassa di legno, trasbordato ancora una volta nel garage deserto di una Standa a viale Isacco Newton e quindi portato nel covo di via Montalcini, alla Magliana. I sindacati indissero immediatamente quindici minuti di sciopero. Al pomeriggio, manifestazione di massa in piazza. I giornali uscirono con le edizioni straordinarie. Si corse all'edicola come negli anni Cinquanta. Il Corriere della Sera titolava: "Il più grave delitto politico degli ultimi trent'anni mentre si chiudeva la crisi. Moro rapito, cinque uomini della scorta massacrati. Il Paese rifiuta il ricatto delle "Brigate rosse"". Il Manifesto presentava un lunghissimo sommario: "Aldo Moro rapito. E' quasi un colpo di stato. Le camere votano d'urgenza il governo Andreotti. La Malfa chiede leggi eccezionali e pena di morte. Le Br rivendicano e i servizi segreti spadroneggiano in Italia, Paese di frontiera. Gli operai nelle piazze, sola garanzia contro responsabilità e connivenze dello Stato. La democrazia si difende con la democrazia".
Chiusi nelle loro case, i brigatisti si sentivano onnipotenti. I simpatizzanti dell'ultrasinistra, alla Piperno, inneggiavano alla "geometrica potenza" del commando. Polizia, magistratura e servizi segreti cominciavano una frenetica indagine che non avrebbe portato da nessuna parte. E intanto la città viveva il suo peggiore dramma. Cominciavano 55 giorni di perquisizioni, di porte buttate giù a picconate, di posti di blocco, di soldati armati ai caselli autostradali, di comunicati fatti ritrovare nei cestini, di trattative confessabili e inconfessabili. Di angoscia per i parenti di Moro. Di lutto per i famigliari degli agenti ammazzati. Di paura per tutti.
Francesco Grignetti

"L' Eco di Bergamo"
"Caso Moro, le colpe della magistratura"
Il figlio dello statista: "Troppe cose non chiarite: ha solo fatto aumentare i dubbi"
ROMA "C'è una responsabilità grave della magistratura romana che era competente sulla vicenda Moro: quella di non avere ritenuto necessario quasi nessun approfondimento su alcuni argomenti se non altro per dirci: "no, queste ipotesi, queste informazioni, non rispondono a verità" o "le cose non sono andate così". Invece i dubbi sono via via aumentati".
Giovanni Moro, il figlio dello statista democristiano rapito e ucciso 25 anni fa dalle Brigate Rosse, critica la magistratura romana: "Man mano che gli anni sono passati su questa vicenda - ha sottolineato - i dubbi sono aumentati invece che diminuire. Sono convinto che ci siano molte persone che di questa vicenda ne sanno più di quanto hanno detto fino a questo momento. Mentre posso capire che ci fosse questo ritegno e questo riserbo, per non usare termini meno nobili, cinque, dieci, quindici anni dopo gli eventi, sinceramente mi riesce un po' difficile pensare che questo stesso riserbo ci sia 25 anni dopo gli eventi. Credo che sarebbe saggio ed utile per il Paese, e lo dico più da cittadino che da vittima, che noi chiudessimo con serenità questo conto in sospeso con il passato, come ce ne sono altri in Italia, perché se non si chiudono questi conti è difficile che ce ne liberiamo; è difficile costruire il futuro senza aver chiuso i conti, non con la rimozione e con il silenzio, con un passato che può essere scomodo quando si voglia, ma che fa parte della nostra storia".
Moro distingue poi diversi livelli della verità: "C'è una verità storica, una verità politica ed una giudiziaria. Ognuna di queste verità ha delle sue necessità, delle sue caratteristiche, dei suoi attori. La verità politica riguarda i comportamenti dello Stato e delle forze politiche; quella storica riguarda più il contesto, il sistema di "grandi cause" ed effetti cui è collegata questa vicenda così piccola, eppure importante nello scenario anche internazionale e nel lungo periodo in Italia, perché si può dire che nel '78 l'Italia ha fatto una svolta; la verità giudiziaria è legata al fatto che tante cose sono rimaste non chiarite, in primo luogo nei comportamenti dei terroristi".
In una lettera indirizzata a Francesco Rutelli, nella quale ha spiegato, ieri, le ragioni della sua assenza alla cerimonia di commemorazioni per il 25° anniversario della morte di Aldo Moro, organizzata dall'Ulivo, Giovanni Moro si sofferma invece sull'atteggiamento del mondo politico: "Provo disagio per la mancanza di una seria riflessione del mondo politico su quei fatti. La classe politica italiana - afferma Giovanni Moro nella lettera letta da Rutelli dal palco - ha un conto aperto con Moro e fatica ad ammetterlo. Ha permesso che la vicenda del suo assassinio fosse usata come un campo di battaglia e l'Italia è ancora oggi inseguita da un fantasma ed anche per questo non riesce ad essere un Paese normale".
Giovanni Moro denuncia quindi "il periodico riemergere di un estremismo politico in grado di lasciare la sua scia di sangue". E aggiunge: "Restano domande di grande importanza che attendono risposta. Ne cito alcune: perché fu rapito proprio Aldo Moro? E come mai, dopo il rapimento, un uomo che era il punto di equilibrio della Repubblica italiana subì un linciaggio, finendo per essere reietto da chi lo avrebbe eletto alla più alta carica dello stato? Perché si usarono due pesi e due misure nelle trattative in altri casi?".

"Il Piccolo"
ANNIVERSARIO Cinque processi e un'immensa mole di indagini parlamentari non sono bastati a dissipare la nebbia
Ancora buchi neri sui 55 giorni di prigionia
Dalle inchieste emerge che poteva essere liberato con un'azione di forza
ROMA - Venticinque anni di inchieste giudiziarie, cinque processi e un'immensa mole di indagini parlamentari non sono bastati a dissipare la nebbia. Sul caso Moro i conti non tornano ancora. Non quadra la ricostruzione del rapimento raccontata dai br che da anni si trovano liberi o semiliberi e non quadra nemmeno la dinamica dell'omicidio finale. Dal quadro storico mancano tasselli di verità politiche che il giornalista Mino Pecorelli, trucidato due anni dopo il sequestro, centellinava al Paese dalle pagine di Op. Ci sono lacune che la magistratura non ha potuto colmare. I responsabili di molti depistaggi, falsi ed omissioni sono rimasti impuniti o sono defunti e dopo un quarto di secolo resistono garanzie di impunità anche per brigatisti latitanti, come Alessio Casimirri, che a via Fani fecero strage della scorta dello statista dc.
La ragnatela del Viminale. Dagli atti delle inchieste parlamentari e giudiziarie emerge con chiarezza che Moro poteva essere liberato con un'azione di forza. Durante i 55 giorni del sequestro gli inquirenti ebbero numerose segnalazioni che li avrebbero condotti fino ai sequestratori, perlomeno dritti fino al covo di via Gradoli 96 dove, tra una selva di miniappartamenti di società legate ai servizi segreti, si nascondevano i pezzi grossi della colonna romana tra cui Mario Moretti e Barbara Balzerani. Al civico 96 gli investigatori avrebbero messo le mani anche sulla telescrivente che Moretti usava per contattare un'entità rimasta oscura. Ma molte "soffiate", per quanto precise e tempestive, non portarono a nulla; a cominciare da quella che avrebbe permesso di intercettare la tipografia clandestina di via Foà. Giorno dopo giorno le indagini realizzano anzi lo zero assoluto. E moltissime furono le carte e i verbali sulla gestione della crisi che sparirono misteriosamente dal Viminale dove, al fianco del ministro dell'Interno Francesco Cossiga, erano insediati consiglieri e collaboratori affiliati alla loggia P2.
Bugie e verità di comodo. I buchi neri dell'inchiesta riguardano anche le tantissime bugie raccontate dai br che parteciparono in prima persona al rapimento e gestirono il sequestro. Le loro testimonianze rese dinanzi alla Corti sono reticenti, illogiche e contradditorie su molti punti che restano oscuri. Le versioni divergono sulle fasi dell'agguato a Via Fani: a fatica la magistratura ha accertato la presenza di almeno nove uomini nel commando. Divergono sul trasporto dell'ostaggio fino al covo di Via Montalcini 8: un'azione rischiosissima e praticamente impossibile da realizzare nei termini e nei tempi in cui è stata raccontata. Divergono sulla gestione del prigioniero durante i 55 giorni successivi: rimane l'ipotesi di un secondo covo prigione. Ma i conti, stando ai risultati autoptici e balistici, non tornano nemmeno sulle modalità e sugli orari dell'esecuzione finale che Moretti rivendica unicamente a sè. La morte di Moro i medici la collocano alle 10 del mattino e non all'alba come raccontano i br. E i colpi di Skorpion e di calibro 9 furono sparati in una sequenza diversa da quella narrata, così come opposta fu la traiettoria seguita dai proiettili. I dubbi permangono persino sul trasporto della vittima dal garage di via Montalcini fino a via Caetani, il luogo dove fu poi ritrovata la R4 rossa con il cadavere dello statista: nove chilometri da coprire in pieno giorno in un centro cittadino minato dai posti di blocco con Moro morto nel bagagliaio.
Ancora silenzi. Le Br morettiane hanno taciuto e tacciono anche su altri aspetti della vicenda. Rimane ad esempio ignota la sede dove si riuniva, nei pressi di Firenze, il comitato esecutivo delle Br, il luogo dove sarebbero state ratificate o assunte le decisioni sulla gestione del sequestro o sulle azioni militari compiute durante la "campagna di primavera", il luogo dove era custodita la macchina Ibm a testina rotante e il ciclostile con cui sono stati approntati in originale i nove comunicati delle Br emessi durante il sequestro. E solo nel 1993, intervistato da Carla Mosca e Rossana Rossanda, Moretti parlò di un trasferimento a Rapallo del covo principale.
Natalia Andreani

"La Gazzetta di Parma"
"Il mondo politico non aiutò le indagini" L'ex magistrato Luciano Infelisi: "Alcuni aspetti non saranno mai chiariti" DALLA REDAZIONE ROMANA
ROMA - Venticinque anni indietro per ricordare. L'avvocato Luciano Infelisi, fino a un anno fa sostituto procuratore generale della Cassazione: a lui viene chiesto - a questo ex magistrato che per 55 giorni condusse le indagini sulla strage di via Fani e sul sequestro ed assassinio di Aldo Moro - cosa provò quel giorno, quando si trovò in via Fani. "L'impatto fu notevole e le emozioni tumultuose ma non fui sorpreso. Già mi occupavo di terrorismo. Negli anni precedenti, dal famoso processo Panzieri-Lojacono per l'omicidio Mantakas, avevo avuto modo di entrare nel vivo del problema soprattutto evidenziando una stretta colleganza tra gruppi armati e quelli che allora erano gli autonomi. Quindi in me, come in altri magistrati, c'era la consapevolezza che qualcosa di grosso sarebbe accaduto. Ciò che mi lasciò sconvolto quella mattina furono i cinque cadaveri degli uomini della scorta del presidente della Dc. Cinque servitori dello Stato che, tutti insieme, avevano dato il loro contributo di sangue. Mi ricordo di un sacerdote, il vice direttore dell'Osservatore Romano, che si mise in ginocchio a pregare e a dare la benedizione a quei corpi. Però dopo lo choc, prese il sopravvento quello che in modo brutale si può definire il mestiere. Ciò che era necessario, in quel momento così tragico, era non perdere la calma; magari rischiando di cancellare quel minimo di tracce lasciate sul posto. Tracce che risultarono poi preziose". Il terrorismo dell'epoca e quello dei nostri giorni. Quale connessione si può fare tra questi due momenti dell'eversione? "E' un fatto che la macroscopicità del problema del terrorismo, come era negli anni Ottanta, non si è ripetuta. Un filo rosso però c'è stato".
Torniamo ai 55 giorni del sequestro Moro. Polizia e magistratura - con le loro indagini - andarono per la loro strada, i politici - con le trattative - dall'altra. Ma questi ultimi intralciarono i primi? "La parte politica giocò le sue carte, completamente in autonomia, non collaborando in alcun modo (parlo per quel che mi riguarda, dalla strage di via Fani a quando spiccai l'ordine di cattura contro Prospero Gallinari e compagni) e nascondendo anche le lettere che arrivavano. Questo - dice Infelisi - vale comunque anche per i giornali. Ci fu perfino un centralinista di un quotidiano che disse al brigatista, che telefonava per comunicare dove si trovava una certa missiva, di fare un altro numero perché quello dove stava chiamando era sotto controllo. Insomma, ciascuno tirava l'acqua al proprio mulino. Ciò nondimeno, noi come inquirenti riuscimmo ad imboccare la strada giusta".
Piero Ferrari

16 marzo 2003 - CASO MORO E NON SOLO: PARLA NINO ARCONTE, IL GLADIATORE G-71
"Oggi 7"
Il Gladiatore e il caso Moro - G71, ultima missione
(di Stefano Vaccara)
Il caso Moro 25 anni dopo: quando la verita'?
Italia: spiega questo documento
PER il 25esimo anniversario del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978, il settimanale "Famiglia Cristiana" pubblica un servizio sul documento di Antonino Arconte, un uomo che da tempo sostiene di essere l' ex "gladiatore" G-71. I nostri lettori conoscono già sia la storia di Arconte che del documento. Sulla prima pagina del magazine Oggi7 infatti, pubblicammo un' intervista al gladiatore "G-71" già nel luglio del 1998 e poi, il 21 aprile di un anno fa, pubblicammo un altra intervista con Arconte e il famoso documento del ministero della Difesa, "Sezione militare della marina", datato 2 marzo 1978, e in cui si fa riferimento al rapimento Moro: cioè ben 14 giorni prima che il sequestro avvenisse.
Pochi giorni prima del rapimento Moro, Arconte dice che era stato inviato in missione segreta in Libano per consegnare a G-219 (che sarebbe il col. Mario Ferraro, il funzionario del Sismi trovato misteriosamente impiccato nella sua casa nel luglio 1995) un ordine di servizio che chiedeva di prendere contatto con organizzazioni terroristiche mediorientali allo scopo di "ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell 'onorevole Aldo Moro". Secondo Arconte il documento sarebbe stato consegnato a Ferraro il 12 marzo 1978, 4 giorni prima del rapimento Moro. "Famiglia Cristiana", "Primo Piano" del Tg3 e il quotidiano "Liberazione" si sono rivolti alla dottoressa Maria Gabella, che "fa parte del ristretto gruppo di studiosi italiani in grado di indagare su tracce e documenti", per una perizia sull' autenticità del documento. Arconte ha prelevato un campione dell' originale, consegnato alla dottoressa Gabella con altri documenti ufficiali del ministero della Difesa, datati anni Sessanta e Settanta. E il perito ha detto che "Il campione è compatibile con l' epoca dei documenti di raffronto" e che "non è un manufatto dozzinale; se falso, è opera di esperti".
Per "Famiglia Cristiana" e anche per noi, se il documento è vero, è clamoroso; se è falso, chi l'ha fatto e a che scopo?
Quando un anno fa cominciò ad apparire, solo su alcuni giornali (tra cui America Oggi) il documento fornito da Arconte, il senatore Giulio Andreotti (che durante il rapimento Moro era il capo del governo) fece una interpellanza al Ministero della Difesa dove in sostanza chiedeva chiarimenti su questo documento, di accertare al più presto possibile se si trattasse di un falso (e allora chi avebbe l'interesse a riprodurlo?) o di un originale, con le gravissime conseguenze per l'onore del nostro paese. Quando arriverà dalle autorità competenti una risposta?

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CON Nino Arconte ormai ci teniamo in contatto da 5 anni. G71 (Gladiatore, anno di addestramento 1971) lo avevamo incontrato nel '98 a New York. Ci aveva mostrato decine di documenti, ci aveva detto quello che aveva finito di dire all'Fbi, cioè la sua storia di appartenente ai servizi militari segreti italiani, un soldato poi "cancellato" dallo Stato italiano. Dopo decine di missioni all'estero, secondo il governo italiano G71 non era mai esistito. Nel '98 Arconte, che allora aveva 44 anni, sposato e padre di un bambino (ora ha anche una figlia), dopo aver visto molti sei suoi commilitoni sparire in circostanze "strane" ("suicidati" ci disse) temeva per la sua incolumità e per quella della sua famiglia ed era venuto negli Usa per chiedere asilo politico e consegnare dei documenti alle Nazioni Unite. Poi, prima di tornare in Italia, decise di raccontare la sua storia al giornale dgli italiani in America: "Credo che il mio sito internet e l'articolo su America Oggi mi abbiano salvato la vita" scrisse poi.

Nel '98 Arconte ci disse che l'Italia aveva cancellato i gladiatori come lui "per coprire i suoi misteri". In quella lunga prima intervista, Arconte toccò anche "la madre di tutti i misteri", il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, descrivendoci un'ombra lunga del Kgb che avrebbe manipolato le Brigate Rosse. Però non andò oltre, G71 allora non ci descrisse quello che dirà dopo su una missione a Beirut e non ci mostrò quel documento segreto intestato dal Ministero della Difesa che invece apparirà circa due anni dopo e che finalmente sembra svegliare una parte della stampa italiana che comincia a prestare attenzione alla vicenda.

Quando pubblicammo la sua storia, mettemmo in guardia i lettori e mantenemmo una certa dose di scetticismo. Era veramente un gladiatore Arconte? E se non lo era, chi lo aveva mandato? Ma dopo ci sembrò molto strano quel silenzio assordante, che in parte continua.Ora qualcosa si muove eppure si sente ancora la forza di chi si oppone ad ogni tentativo di chiarire un pezzo fondamentale della storia repubblicana.
Allora, la perizia è stata positiva, il documento é stato ritenuto "compatibile" con il 1978. Ma perché ci hanno messo tutto questo tempo? Su Oggi7 avevamo pubblicato il documento il 21 aprile 2002, perché si è dovuto aspettare un altro anno per sapere che è "compatibile"?
"I tuoi colleghi giornalisti che hanno sollecitato il laboratorio, mi dicono che c'è stato un incidente che ha portato via due mesi, ma la perizia non è ancora del tutto conclusa. Nella trasmissione di Rai 3 Primo Piano (di mercoledi sera, ndr) la perita ha detto che procede ancora con altri reagenti. Cosa che interessa sopratutto me, perchè finchè non ha completato tutte le analisi sugli altri pezzi non potrò avere la mia copia. In Italia, per questo genere di cose, gli anni volano! Il laboratorio esegue perizie anche per i Tribunali, è credibile che aveva troppo lavoro, ma ci ha spiegato che per ogni reagente i campioni che preleva devono restare in posa almeno venti giorni ciascuno ed erano parecchi! Posso anche ipotizzare che si sia usciti d'urgenza, vista l'intervista di Pino Scaccia per lo speciale di Rai 1 che andrà in onda domenica 16 (questa sera), sulla strage di via Fani, nonostante non fossero stati ancora pronti per evitare di arrivare secondi, dopo tutta questa attesa".

Nella trasmissione Primo Piano, è stato anche intervistato l'ex ministro e presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che ha giudicato il tuo documento un falso. Cossiga ha detto che sa riconoscere bene certi documenti. Cosa rispondi?
"Riguardo al Senatore Cossiga, non devo rispondere io, ma il perito e mi pare che lo abbia già fatto, il resto con la conclusione degli esami peritali. In ogni caso, proprio da quell'intervista mi pare evidente che è vero il contrario, non sa riconoscere certi documenti perchè non li ha mai visti, altrimenti avrebbe riconosciuto che il documento che non proveniva da me, ma dai Comsubin, riguardante l'operazione "Rescue Imperator" era datato 9 febbraio 1978 ed aveva esattamente lo stesso tipo di carta e intestazione di tutti gli altri che hai visto nel CD indirizzati ad Antonino Arconte G- 71 V0 155 M , come le cartoline di mobitazione del Ministero della Difesa.Ancora nessuno ha chiesto al sig. Gironda (ex portavoce di Gladio, ndr)l'esibizione di documenti atti a provare che egli abbia fatto parte - prima delle dichiarazioni di Andreotti e Cossiga datate 1991- dell'organizzazione Gladio - che tra l'altro preciso, era un Organizzazione di controspionaggio e non l'operazione come l'ha definita lo stesso Gironda ".

Il senatore Andreotti intanto ha fatto ormai quasi un anno fa una interrogazione al ministro della Difesa in cui chiede se il documento su Moro sia vero o falso. Su una questione dove ci va di mezzo l'onore dell'Italia, non dovrebbe essere difficile per il ministero appurarlo una volta per tutte, ma non risulta che abbia risposto. Secondo te perché?
"Esatto, un'osservazione attenta e intelligente la tua, ma sai da quanto tempo le massime istituzioni nazionali ed Europee sono in possesso di quei documenti? Esattamente dal 23 luglio 1993! Anche il sen. Cossiga, come si vede dal CD Rom allegato al mio libro, nelle raccomandate AR di cui pubblico la ricevuta di ritorno (anche a firma "AUTENTICA" del sen. Cossiga). Io, del resto, l'onore dell'Italia semmai lo difendo, non siamo stati certo noi ad offenderlo, considerato che per difenderlo siamo tutti morti meno un paio! Io, sai bene, che sto conducendo una guerra legale per i miei diritti e per la verità, non certo partecipando a pettegolezzi e sciocchezzai. L'attuale Ministro, del resto, cosa può saperne di fatti accaduti trenta, venticinque, venti anni orsono? Il Ministro Mattarella, in carica nel 2000, aveva risposto facendo quella figuraccia e sentendosi dare del bugiardo dai senatori interroganti, perchè smentito da altri documenti, sempre originali e autentici in mio possesso".

Ad un certo punto, quando eri stato "cancellato", hai scritto a Craxi e dici che fu l'unico dei politici a risponderti. E' vero che ti disse di tacere per non mettere in pericolo la sicurezza dello Stato?
"Certo, ma non solo a me, all'epoca della prima richiesta di silenzio ci presentammo a lui di persona e ci convinse a seguire il suo consiglio, ma perchè si era impegnato a regolarizzare la nostra situazione. Era ancora Presidente del Consiglio; pochi mesi dopo cadde il suo governo e attendemmo invano. La lettera è successiva, quando protestai per iscritto personalmente presso di lui, e ripetè le cose che hai letto nel libro anche a Tano ed a Franz (due commilitoni di G71, ndr), ma ormai era troppo tardi anche per Craxi!"

Ferraro, Giovannone, tutti i protagonisti della vicenda di questo documento muoiono in circostanze sospette. Tu invece sei vivo e da alcuni anni parli. Ti senti ancora in pericolo? E a chi converebbe che tu tenessi per sempre la bocca chiusa?
"Esattamente a quelli che hanno tentato di tutto per screditarmi, ed ancora ci provano. Se la storia d'Italia è ancora avvolta dai misteri è perchè sono troppi e troppo potenti quelli che vogliono restare impuniti. Ma io non accuso nessuno, come sai bene, ho solo creduto che i fatti accaduti a noi tutti erano da identificarsi con le ipotesi formulate durante i corsi di addestramento, trent'anni fa, ed in quel caso avrei dovuto rendere noto l'accaduto con ogni mezzo possibile ed è quello che ho fatto. Considero il mio libro la mia Ultima Missione compiuta e, come sai, sto occupandomi delle cause per il riconoscimento dei miei diritti, sia a Strasburgo, dove ne ho già vinte quattro e non certo perchè non ho documentazione probatoria a riprova di quanto affermo! E l'ultima, ancora in corso, quella per la persecuzione che ho subito a causa del mio essere testimone di fatti che interessano la storia del mio paese, oltre che la mia personale, conto di vincerla entro quest'anno".

Quando vedesti nel 1978 quel documento in Libano, nella cabina di una nave, prima di consegnarlo avevi capito di che si trattava? Ma perché i tuoi superiori mandavano un documento del genere e in quel modo? Perché con G-219 non tentaste di fare qualcosa per impedire il rapimento Moro? Hai dei rimorsi per quello che avresti potuto fare per salvare Moro e gli uomini della sua scorta?
"Niente, per me non era niente e non significava niente, non sapevo nemmeno chi fosse in quel momento l'On. Moro: ero un giovane militare che si limitava ad eseguire gli ordini ricevuti.Quel documento viaggiava in quel modo perchè quello era il modo più sicuro di trasmettere ordini riservati e supersegreti in zone di guerra come era il Libano del marzo 1978.C'era appena stata una tregua, ma si sparava lo stesso dappertutto e attraversare la città non era facile. Inoltre, l'aereoporto era in mano Musulmana ed ai controlli un plico sigillato di quelle dimensioni non sarebbe passato inosservato. Non conteneva solo quell'Ordinanza, ma anche altri documenti, per esempio cinque passaporti senza fotografia ma già completati e pronti all'uso e circolari per le nostre stazioni del medioriente e nordafrica. Chi avrebbe potuto correre un rischio del genere sapendo che poteva essere fucilato? Le navi, come detto nel libro, erano il mezzo più sicuro ed era anche più facile incontrarci senza dare nell'occhio e imbarcare anche persone da esfiltrare da zone come Beirut, o Tripoli e Bengasi per esempio o la Romania di Ceausescu. Come si sarebbe potuto fare un lavoro simile, con i Jet Executive di James Bond? Sono bei film, ma la realtà è un'altra cosa e quella era la realtà della guerra fredda, quella vera, non quella di Hollywood! G-219, a cui xconsegnai il documento, probabilmente, come me, non capì nemmeno di che si trattava, siamo stati assieme pochi minuti e poi ci siamo rivisti di nuovo, una sola volta, per andare a Tartus in Siria, ma Aldo Moro qui non c'entrava più nulla. Sono certo, invece, che G-216, che poi vengo a sapere che si trattava di Stefano d'Arabia, alias Giovannone, comprese allora tutto e dovette avvertire l'On. Moro di cui aveva la fiducia, altrimenti perchè proprio Moro poi, dalla prigionia ha richiesto espressamente che fosse fatto rientrare Giovannone? Si era ricordato di quel che gli fu detto? Solo un ipotesi la mia, ma molto attendibile viste le risultanze. Del resto anche Labruna, mio diretto superiore, aveva scoperto il covo di via Gradoli e ne aveva informato ufficialmente il Ministero. Di questo hanno prodotto prove inconfutabili anche a Primo Piano e non certo provenienti da me. Cosa ha fatto il Ministero? Niente! Cosa mai avremmmo potuto fare noi, non dico io, che compresi queste cose solo pochi anni fa, cercando di capire perchè ero perseguitato così e cancellato, bensì chi aveva il grado e le competenze per capire, se non avvertire e cercare di prevenire? Il compito di un organizzazione di controspionaggio è proprio quella di conoscere, prima che avvengano, gli eventi ostili, non certo leggerli sui giornali per poi farci le relazioni dei servizi segreti. Nel mio libro hai letto che Moro, poco prima della strage di via Fani, richiese un'autoblindata, dichiarata sul "Tempo" di Roma come notizia certa e non contestata da nessuno. Come mai la chiese se nessuno l'aveva avvertito? L'autoblindata avrebbe reso inutile l'agguato di via Fani. Giovannone? Fu perseguitato dalla magistratura ed arrestato persino ben due volte, prima di morire in quell'incidente del luglio 1985, la stessa cosa dicasi di Ferraro che una prima volta si convinse che il viaggio a Beirut del febbraio 1986 doveva essere una trappola alla quale sfuggì. Ma anche lui subì azioni giudiziarie prima di "suicidarsi". Io ho scelto di citare lo Stato davanti alle massime istanze nazionali e Europee e di rendere noto l'accaduto e sono ancora quì!"
Chi uccise secondo te Moro? Le Brigate rosse?
"Naturalmente, ma erano infiltrate dai servizi segreti sovietici ed alla strage di via Fani parteciparono uomini ben addestrati come solo il KGB poteva fare. Le auto usate per l'agguato erano diplomatiche, dell'ambasciata del Venezuela e lo Sciacallo, che in uno di quelle circolari del 2 marzo doveva essere intercettato, (la trovi nel CD Rom), era all'anagrafe Carlos Iljc Mendez ,Venezuelano e terrorista agli ordini di Mosca e del Direttorato del KGB di Tripoli, dove aveva un rifugio ben protetto. Il cappello da pilota Alitalia? e se il Trasformista Carlos, nonostante la nostra caccia, fosse arrivato in Italia travestito da pilota civile? Era abilissimo in questo, ed era un Terrorista Rosso anche lui molto più rosso di Curcio e compagni. Offriva, inoltre, garanzia del successo dell'azione ti immagini se l'agguato fosse fallito? Una vera tragedia per "Loro" non se lo potevano permettere. Chi depista dalla verità lascia intravvedere il coinvolgimento della CIA perchè ha paura che si scopra il vero coinvolgimento. Si tratterebbe di tradimento, perchè il KGB era una potenza nemica durante la guerra fredda. Mi spiego?"

Ora a sparare ed uccidere sono le nuove Brigate rosse dei comuisti combattenti. Come giudichi questo fenomeno terrorista, vedi punti in comune con il precedente?
"Naturalmente, ma ti rimando al libro perchè, come sai, è una storia lunga. A usare il terrorismo, in Italia e nel mondo, oggi come ieri, sono quanti vogliono pilotare in questo modo la politica. Ne hai molti esempi anche recenti. In Italia, coloro che hanno la possibilità di infiltrare Blak Blok ed agitatori nei cortei pacifisti o No Global sono gli stessi che ieri finanziavano ed addestravano le BR e gli altri gruppi terroristici, persino IRA ed Eta... sono forse stati scoperti e perseguiti? Gli si è forse fatta una guerra per liberare il mondo dalla loro presenza malefica? Come sai, chi ha fatto strage tra la nostra gente, non è mai stato disturbato nemmeno da un avviso di garanzia e troppi nostri politici hanno intrattenuto rapporti d'affari ed ancora li intrattengono. Insomma, non posso andare oltre e restare breve, ma tutto questo, lo ricordo anche ai tuoi lettori, è scritto ben chiaro sul sito Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido. e nel libro L'Ultima Missione. Quello che ha subito l'America l'11 Settembre, l'Italia lo ha subito negli anni di cui parlo, gli anni di piombo, ma noi non abbiamo potuto avere giustizia ed anche il perchè lo spiego nel libro! Oggi di nuovo non c'è nulla, nemmeno le BR alleate della masse Islamiche, (come dichiara la Brigatista Lioce nel suo comunicato). Non ti ricorda quello che hai letto nel mio libro due anni fa?"

Da pochi mesi é stata istituita la commissione d'inchiesta sull'affare Mitrokhin col compito di indagare sulla rete di spie del Kgb in Italia. Tu parlasti di agenti del Kgb in Italia ancora operativi nella nostra intervista del '98, proprio alla vigilia dello scoppio dell'affare Mitrokhin. Ti riferivi per caso alle spie poi rivelate da Mitrokin? E a che cosa può servire oggi una commissione del genere?
"Si e no, non mi riferivo alle spie rivelate da Mitrokhin, benchè avevo già saputo da un amico inglese che si stava recando a Mosca per aiutare l'archivista a disertare, e perchè sapevo che ce n'erano tante, ma non avevo letto nulla di esse. Mi riferivo, invece a quelle vere e potenti, ancora attive perchè mai scoperte e ben inserite nelle nostre istituzioni. Quelle che ci portano a sentire sui giornali "servizi deviati", invece che spie e traditori scoperti e arrestati, come è successo anche in America qualche volta. Quelle che creano i polveroni dietro cui si nascondono tutte, come piovre nel loro inchiostro, e che hanno fatto stragi tra la nostra gente, organizzando il terrorismo e la disinformazione ed ancora continuano. Quelle che fanno dichiarazioni pubbliche e che sembrano leggere le stesse circolari che leggono i Brigatisti che assassinarono Aldo Moro. Quelle che scrivono i comunicati delle BR via email partite da uffici pubblici, come aveva scoperto Landi, suicidato in ginocchio sul suo sofà, ad Aprile scorso. Parlo di chi ha organizzato la persecuzione mia e dei miei commilitoni e superiori. Parlo di quello che sentirai nella video cassetta che ti ho mandato e che spero ti aiuterà a capire di cosa parlo. La Commissione Mitrokhin? Le intenzioni erano buone, alcuni hanno acquistato il mio libro e lo hanno letto con attenzione. Ad essi ho inviato anche la video cassetta per collaborare alla verità, ma ancora non sapevo chi ne faceva parte. Pensa che ci sono anche magistrati del porto delle nebbie, proprio di quelli che mi hanno spinto a cercare asilo in America dalle "Loro" persecuzioni. La Commissione Mitrokhin è ormai presidiata, potrà fare solo quello che ha fatto la Commissione stragi: niente! Io, comunque, ho fatto volentieri il mio dovere anche con loro, se non altro per la stima che ho dei membri in buona fede, a cui ho indirizzato le documentazioni "autentiche" per aiutarli a capire che la rete del KGB in Italia non la trovano nel dossier Mitrokhin, li c'è solo quello che ormai è vecchio e inutile ...gli altri sono in commissione e tutt'intorno.
Ma ci sarà comunque qualcuno che cercherà di fare piena luce sul terrore in Italia e già questo vale la pena che ci sia. Non per condannare nessuno, ormai dopo tanti anni, ma perchè chi non capisce la propria storia è condannato a riviverla, come i singoli così le nazioni e l'Italia sembra dover rivivere gli anni di piombo. Speriamo di no!"

Da gladiatore eri stato impegnato soprattutto all'estero, conosci bene il Medio Oriente. Quale poteva essere, secondo te, il vero obiettivo di un attacco terroristico come quello dell'11 settembre? E la Guerra contro l'Iraq cosa c'entra con Al Qaeda e Bin Laden?
"Ti ricordo che la matrice mesopotamica dell'attentato dell'11 settembre l'ho dichiarata in una intervista al mesile GQ-Italia anche fornendo particolari all'epoca del settembre 2001 sconosciuti ai più, essa si trova nel libro L'Ultima Missione e sei certamente autorizzato a rileggertelo per estrarne tutte le informazioni sulla setta degli hashashin, vero e antico nome della setta Al Qaeda. Sarebbe troppo lungo ripeterti qui quelle dichiarazioni. In breve accenno posso ricordarti che gli attentati dell'11 settembre sono conseguenza dell'errore della CIA dell'estate del '99, quando tentarono di organizzare un modulo "Guerra del Pane" in Iraq, per destituire Saddam Hussein, come noi facemmo con Ben Bourghiba in Tunisia. Nel Giugno del '98 avevo lasciato ampia documentazione di questo modulo e di come attuarlo con successo. Certo dire di essere stato malamente plagiato da persone che, peraltro, avrebbero potuto chiedermi una consulenza, che non avrei certo rifiutato, poteva suonare stonato o una fanfaronata, ma io che amo la verità l'ho scritta a novembre 2001 nel mio Libro e l'ho anche documentata, dopo averla dichiarata a GQ due mesi prima. Ora, alla luce di quanto accaduto al Gen. Powel ed a quanto gli Americani hanno appurato sull'inadeguatezza dei propri servizi di sicurezza, forse sembra meno assurdo ritenere che con quel fallimento, costato 150 milioni di dollari ai contribuenti USA, si sia mostrato il tallone d'Achille al nemico giurato degli Stati Uniti ...i propri servizi di sicurezza! Ed è lì che ha colpito ...Ora, come ho detto e ripeto, si sarebbero potute fare tante cose per evitare di arrivare a questo punto e nell'Ultima Missione spiego anche cosa si può ancora fare per migliorare davvero la sicurezza Americana, ma non si può tornare indietro e credo che quello che sta facendo l'amministrazione USA sia l'unica cosa possibile per evitare che la politica americana sia condizionata dai terroristi.
Si, perchè, come in Italia si era riusciti a condizionare la politica, persino l'elezione di funzionari pubblici a suon di bombe (ed ancora e così) chi usa il terrorismo, sempre e comunque, lo fa per pilotare le scelte politiche e se l'America avesse ceduto sarebbe stata governata dai Tiranni.
Quello che sto vedendo fare dal Presidente Bush è esattamente la cosa giusta da fare arrivati a questo punto ...
Non c'è alcuna differenza tra Al Qaeda e tutte le altre sette di terrorismo Islamico, sono tutte guidate dalle stesse menti criminali, le sette Ariane di cui hai letto nel libro ed anche Saddam, come ormai è di dominio pubblico, è un Ariano. La setta degli Arii, uno dei tanti nomi occulti della setta degli Hashashin, su cui facemmo inchieste negli anni '70 ed '80. Ma dopo l'Iraq ci sono altre fortezze in mano alla stessa setta, io le conosco dall'epoca del SID, ha ragione chi l'ha chiamata "Enduring Freedom", è proprio così, spero che l'America ce la faccia. Io avevo cercato di avvertire, come sai, ma è andata diversamente. Ave".
 
 


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