Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - dal 17 al 31 marzo
17 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO: DAI GIORNALI
"L' Avvenire"
A 25 ANNI DA VIA FANI
Parla Virginio Rognoni, ministro dell'Interno nel corso degli Anni di piombo:"Con Aldo Moro un pezzo della storia d'Italia fu rapito prim'ancora d'essere scritto"
"Dopo 55 giorni d'angoscia l'Italia perse il moderatore"
Da Roma Danilo Paolini
Quella mattina di marzo del 1978 le Brigate rosse si portarono via non solo le vite degli uomini della scorta e un ostaggio fino a quel momento impensabile, il presidente della Democrazia cristiana, ma rapirono anche un pezzo di storia d'Italia. Un capitolo che nessuno ha mai potuto leggere, perché da allora tutto è cambiato. Pagine strappate e lordate di sangue: oltre all'orrore - dice Virginio Rognoni - rimane "il rimpianto delle cose che potevano accadere e non sono accadute". Oggi i carnefici di Aldo Moro (e di tanti altri) hanno ancora seguaci che sparano, uccidono, elaborano contorti testi ideologici. Sono pochi? Probabilmente sì, ma pericolosi. E la loro "disperata e scoperta autopromozione" potrebbe alla fine trovare agganci anche negli ambienti del terrorismo internazionale di matrice islamica, avverte il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Rognoni accetta però di farsi intervistare "come ex-ministro dell'Interno in quegli anni" ed esponente di s picco della Dc, declinando con ferma cortesia molte domande riguardanti il suo ruolo attuale.
Oggi è il venticinquesimo anniversario del rapimento di Moro. Quale ricordo personale conserva di quei tragici 55 giorni?
Ricordo l'angoscia e lo sgomento che presero tutti; ricordo quella seduta alla Camera così drammatica, il senso d'impotenza che ci investì. Moro era il moderatore e il protagonista assoluto di un passaggio politico di estrema difficoltà. Tutti avvertivano il timore di una deriva pericolosissima, nelle istituzioni e nella pubblica opinione, che il colpo terroristico avrebbe potuto provocare e che per tanti aspetti ha, poi, di fatto provocato. Una democrazia difficile come la nostra non poteva fare a meno, senza registrare contraccolpi e distorsioni nel suo ordinato sviluppo, di una guida politica come quella di Aldo Moro.
Qual era il disegno strategico di Moro?
Avvertiva che doveva essere progressivamente sbloccata una situazione caratte rizzata dal l'impossibilità di un'alternativa di governo fra partiti o coalizioni di partiti e che per farlo occorreva adoperarsi nell'unico modo allora possibile: allargare la base di consenso al governo per garantire quegli effetti democratici di esperienza e di pratica del potere che più correttamente sarebbero stati assicurati dal gioco dell'alternanza. L'obiettivo vero di Moro non era affatto l'alleanza con il Pci (il compromesso storico) ma la costituzione di un sistema, appunto, di alternanza, basato su uno schieramento che facesse capo a una Dc liberata dalle "rendite" dell'anticomunismo e un Pci che, scontato lo strappo con Mosca, si integrasse senza ambiguità nella sinistra socialista e costituzionale europea. Questo obiettivo strategico doveva essere preparato in una fase intermedia, dalla formula cosiddetta di "solidarietà nazionale".
Oggi che cosa rimane di quel disegno?
La scomparsa di Moro, che, come è stato ricordato in questi giorni, sarebbe divenuto assai proba bilmente presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Giovanni Leone, ha disperso quel disegno e avviato verso percorsi diversi il processo democratico del Paese. C'è il rimpianto delle cose che potevano accadere e non sono accadute. Ma al di là di questo rimane, della lezione di Moro, il costante e ostinato richiamo alla complessità della politica, alla necessità di coltivarla giorno dopo giorno sulla linea lunga e difficile della costruzione persuasiva del consenso democratico.
Massimo D'Antona, Marco Biagi, Emanuele Petri. A trent'anni dai suoi esordi, il terrorismo continua a mietere vittime. Gli "anni di piombo" non sono ancora terminati?
A chi, negli "anni di piombo", mi domandava quando sarebbe finito il terrorismo io rispondevo: "Sarà finito quando gli italiani avranno dimenticato l'ultimo atto terroristico". Una stagione terroristica certamente è finita: quella degli anni 70-80. Quegli atti, infatti, sono lontani nel tempo e, forse, la gente non ne ha neppu re memoria. Purtroppo, con gli agguati mortali a D'Antona e Biagi, e ora con lo scontro a fuoco in cui è rimasto vittima Petri, c'è un ritorno preoccupante della violenza terroristica, in un lasso di tempo abbastanza breve.
Le indagini stanno confermando che nelle nuove Br c'è molto, moltissimo delle vecchie. Secondo lei i "cattivi maestri" possono ancora trovare allievi?
I nuovi terroristi, gli assassini di D'Antona, Biagi e Petri - siano br o altro - hanno certamente un legame, quanto meno ideologico, con gli "irriducibili" che sono in carcere e che ancora esultano e inneggiano agli agguati criminali di oggi. Non ho elementi per dire che c'è anche una continuità organizzativa, ma non mi pare. Del vecchio bagaglio brigatista - ideologia e propaganda - rimangono rigurgiti di un operaismo datato e ripetitivo. Quanto ai "cattivi maestri" essi possono sempre entrare in scena, ma all'interno di una cultura diversa da quella degli anni 70 e 80,così come è diverso il quadr o politico, sia in Italia che in Europa e nel mondo.
C'è chi accusa la magistratura di avere per troppo tempo considerato "residuale" la nuova eversione rispetto alla criminalità organizzata e al terrorismo internazionale. Condivide questa critica?
Ripeto, gli atti terroristici di oggi non sono comparabili, come fenomeno, a quelli di una volta; questi avevano alle spalle un'organizzazione strutturata e godevano di una "complicità" sociale ristretta, ma assai inquietante: ricordiamoci la famosa frase, detta e ripetuta mille volte, "né con lo Stato né con le Br". Oggi lo scenario è diverso e, rispetto alla criminalità organizzata e al terrorismo internazionale, quello che negli ultimi anni si è riversato nelle nostre strade può anche essere considerato "residuale", ma non per questo meno preoccupante. I delitti D'Antona e Biagi non hanno ancora il volto di chi li ha perpetrati; c'è la sparatoria di Arezzo. Magistratura e forze dell'ordine devono e sono impegnate fino a l collo per fare luce e giustizia. Questo non è certamente un compito residuale, lasciamo che lavorino con forza e tranquillità.
È credibile, anche dopo il proclama della brigatista Nadia Lioce, un collegamento tra le nuove Br e il terrorismo islamico?
Non ho elementi per una risposta adeguata, ma non lo credo. Mi pare che il richiamo che è stato fatto al terrorismo islamico sia del tutto rituale, con finalità di disperata e scoperta autopromozione. Ma anche qui dobbiamo stare attenti, perché questa "autopromozione" potrebbe essere interpretata, presto o tardi, come un'offerta di manovalanza terroristica per raggiungere obiettivi comunque devastanti.
È necessaria una "Super Procura" contro il terrorismo?
Occorre riflettere sull'opportunità o meno di una nuova struttura. Il problema vero è un effettivo coordinamento delle investigazioni e delle indagini a livello nazionale.

"Il Manifesto"
16 MARZO-9 MAGGIO 1978, UNA CRONOLOGIA DEI 55 GIORNI
16 marzo. Aldo Moro viene rapito in via Mario Fani. Uccisi i cinque uomini della scorta. Moro viene trasportato in via Montalcini. La Camera vota la fiducia al governo di "unità nazionale" guidato da Andreotti e sostenuto anche dal Pci. Principale artefice dell'apertura al Pci è proprio Moro. 18 marzo. Una telefonata al "Messaggero" segnala il comunicato n. 1 con la foto di Moro nella "prigione del popolo". Le Br rivendicano l'azione e annunciano l'avvio del "processo" a Moro.
21 marzo. Il governo vara le norme antiterrorismo d'emergenza.
29 marzo. Le Br recapitano tre lettere di Moro in cui si definisce "prigioniero politico" e chiede l'avvio di una trattativa.
4 aprile. Moro scrive alla Dc: "l'unica soluzione positiva possibile è la liberazione dei prigionieri di ambo le parti".
5 aprile. Duro scontro tra i familiari di Moro e Zaccagnini: chiedono che la Dc accetti lo scambio di prigionieri.
9 aprile. Il governo tenta inutilmente di convincere i familiari a non divulgare la lettera dove Moro afferma, rivolto ai vertici Dc: "Il mio sangue ricadrà su di loro".
15 aprile. Il comunicato n. 6 annuncia la fine del processo e la condanna a morte.
19 aprile. "Lotta continua" pubblica un appello a favore della trattativa, firmato da intellettuali laici e cattolici.
20 aprile. Comunicato n. 7: governo e Dc hanno 40 ore per decidere sulla proposta dello scambio fra l'ostaggio e "prigionieri comunisti". Craxi rompe il muro della fermezza. La direzione Dc conferma la fermezza. Il Pci lancia un monito agli altri partiti perché non si rompa la fermezza.
21 aprile. Lettera del papa alle Br. Paolo VI chiede che Moro sia liberato "senza condizioni".
24 aprile. Comunicato n. 8 e nuova lettera di Moro a Zaccagnini. Le Br precisano: per liberare Moro vogliono la libertà per 13 detenuti politici.
26 aprile. Incontrando Zaccagnini, Craxi allude alla possibilità di graziare tre terroristi non condannati per reati di sangue e eliminare le carceri speciali.
27 aprile. Curcio, raccogliendo l'indicazione del Psi, propone modifiche al regime delle carceri speciali. Si fa più intenso il tentativo di mediazione del Psi.
29 aprile. Lettere di Moro alla Dc, a Craxi, Piccoli, Fanfani, Ingrao, Andreotti, Misasi, Leone. Tullio Ancora, su richiesta di Moro, parla con i dirigenti del Pci cui Moro chiede di non opporsi attivamente allo scambio.
30 aprile. Moretti telefona alla famiglia Moro: solo l'intervento di Zaccagnini può impedire l'uccisione.
3 maggio. Nella Dc si è formato un ampio fronte favorevole alla trattativa. Ne fanno parte Fanfani e il capo dei senatori Bartolomei. Dopo uno scontro frontale, la Dc decide di delegare al governo il compito di vagliare la proposta socialista. Il no di Andreotti arriva in poche ore. Anche il Pci è contrario a ipotesi di mediazione. Scontro anche nelle Br. Morucci e Faranda discutono con Moretti, Balzerani e Seghetti senza riuscire a modificare la decisione di uccidere Moro.
4 maggio. La Dc insiste sulla fermezza.
5 maggio. Comunicato n. 9: "Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza". Ultima lettera di Moro alla moglie: "Siamo, credo, al momento conclusivo".
9 maggio. Moro viene ucciso in via Montalcini con due diverse armi da fuoco nel bagagliaio di una Renault. Sarà fatto trovare in via Caetani, a due passi dalle sedi nazionali di Pci e Dc.

"Il Manifesto"
Quei giorni in piena luce
Arriva in questi giorni nelle librerie un volume che smonta definitivamente la dietrologia sui "misteri" del caso Moro. Per scriverlo Vladimiro Satta, documentarista al senato, ha consultato il milione e mezzo di pagine su cui si è basato il lavoro della commissione stragi
ANDREA COLOMBO
In non casuale coincidenza con il venticinquesimo anniversario della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro arriva nelle librerie quello che è destinato a diventare il testo definitivo, se non sul caso Moro, di certo sui "misteri" che si addenserebbero intorno a quel caso. Non si tratta di un aspetto secondario perché solo quei "misteri" si è concentrata l'attenzione generale in questi 25 anni. Odissea nel caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi, di Vladimiro Satta (Edup, pp. 445, € 16) è un libro ricchissimo e denso, di non facile lettura per chi non si sia mai addentrato nel labirinto delle illazioni e delle fantasticherie costruito intorno al sequestro e all'assassinio di Moro, ma a tratti anche irresistibilmente comico. L'autore è documentarista al senato, e in questa veste si è occupato di curare la documentazione della commissione Stragi dall'89 al 2001. Da questa postazione ha potuto consultare il milione e mezzo di pagine su cui si è basato il lavoro della commissione, lo ha integrato con l'ampia bibliografia esistente, ha passato al vaglio episodio per episodio, verificando quanta sostanza ci sia dietro gli "episodi oscuri" di cui sarebbero costellati quei 55 giorni.
Satta affronta il mastodontico impianto delle varie e peraltro contrastanti dietrologie con tre approcci distinti e intrecciati. Al primo e fondamentale, la verifica di tutti gli episodi incriminati, ne accosta altri due: l'analisi della credibilità logica dei diversi sospetti e il tentativo di immedesimarsi nella particolare situazione dei brigatisti, clandestini e ricercatissimi, per cercare la motivazione di atti e scelte considerati "inspiegabili". Vale la pena di elencare qui ciò che una ricerca così rigorosa ha da dire su alcune fra le principali zone d'ombra nella vicenda.
Per decenni un coro di investigatori dilettanti ha sostenuto che la scoperta del "covo" di via Gradoli, il 18 aprile 1978, fosse stata provocata ad arte. Di qui una lista di teorie e teoremi che basterebbe da sola a riempire un'enciclopedia. Qualcuno, i brigatisti, i servizi segreti di questo o quel paese, oppure chissà chi, avrebbe fatto in modo che il covo venisse scoperto lasciando aperta la doccia a telefono e indirizzando il getto verso una crepa nel muro, in modo da provocare l'allagamento dell'appartamento sottostante. Satta va a spulciare le carte. Trova (e riproduce nel libro) le fotografie scattate al momento dell'irruzione in via Gradoli, scoprendo che la doccia era sì aperta, ma regolarmente appoggiata al suo posto."Se per circa vent'anni - conclude lo storico - tanti scrupolosi osservatori non si sono accorti che agli atti c'erano foto, documenti e dichiarazioni che demolivano l'ipotesi di una allagamento intenzionale, si concederà che è ben possibile che Barbara Balzerani non si sia accorta di aver lasciato un rubinetto aperto".
Tornando indietro, all'attacco in via Fani, tra i capisaldi della teoria per cui i brigatisti sarebbero stati coadiuvati da qualcuno assai più di loro esperto nell'uso delle armi (smentita da tutti i consulenti auditi dalla Stragi) c'è un teste appassionato d'armi, secondo cui tra i partecipanti all'azione ce n'era uno infinitamente più efficiente. Satta rintraccia la testimonianza. Eccola: "Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell'arma". Un po' poco per chiamare in causa 007.
La dietrologia è divisa fra un'ala sinistra, che addebita la tragedia agli americani e/o agli israeliani, e un'ala destra, che punta sui paesi dell'est e in particolare sulla Cecoslovacchia. Farebbe fede, in questo caso, la protesta rivolta dal Pci al partito fratello per l'aiuto offerto alle Br. Ma il carteggio tra Salvatore Cacciapuoti e i referenti del partito cecoslovacco, riprodotto da Satta, dimostra solto quanto i sospetti dei comunisti italiani fossero infondati: Cacciapuoti accusa i cechi di ospitare e addestrare persone che, mentre scrive, sono già in carcere da due o più anni. Per quanto riguarda l'altra pista, quella americana, Satta non solo sgretola una dopo l'altra le sedicenti prove di un qualche occulto coinvolgimento, ma mette in campo, come già prima di lui lo storico Giovanni Sabbatucci, una sorta di controprova logica: se l'obiettivo dei brigatisti, per conto degli americani, era quello di eliminare Moro, perché invece di finirlo in via Fani se lo sarebbero tenuti in casa per 55 giorni?
Un'attenzione particolare è dedicata alla teoria elaborata, e tempestivamente esposta in apposito volume, dal presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, detta del "doppio ostaggio". La chiave di tutti i segreti, secondo questa ipotesi, è nel fatto che Moretti e compagni tennero in ostaggio non solo Aldo Moro, ma anche le temibili informazioni di cui il presidente della Dc era depositario. Del resto, quello delle informazioni top secret di Moro, è uno dei principali leit-motiv di ogni ricostruzione dietrologica. Nella sterminata mole di materiali accumulatasi sull'affaire, è però possibile rintracciare le risposte dei ministeri direttamente interessati, nonché della Nato, alla preoccupata domanda che l'allora ministro degli Interni Cossiga rivolse immediatamente dopo il sequestro: "Può Moro svelare qualcosa di seriamente compromettente?". Risposta unanime: "Niente da temere".
Impossibile proseguire. La leggenda dei misteri del caso Moro è un monumento insieme orrido e affascinante, comunque imponente, nel quale la fantasticheria ha sempre avuto la meglio sul realismo, le convinzioni pregiudiziali sulle prove, l'incredibile sul verosimile. Quel labirinto diventato negli anni gigantesco, Satta lo percorre tutto con infinita pazienza. Quasi sempre lo smonta. Quasi altrettanto spesso lo ridicolizza. Solo quattro sembrano essere, a conti fatti, gli interrogativi ancora in sospeso: l'eventuale presenza in via Fani di altri due Br (quelli sulla Honda rossa); gli altrettanto eventuali appoggi che permisero ai br di abbandonare le auto usate per l'agguato in una via della Balduina in giorni diversi, nonostante la sorveglianza; l'identificazione di chi commissionò al falsario Toni Chicchiarelli il falso comunicato sull'uccisione di Moro del 18 aprile; il luogo di un incontro che si sarebbe svolto tra il leader di Autonomia Franco Piperno e Mario Moretti nell'estate del `78. Nessuno di questi enigmi è tale da modificare l'interpretazione storica di quel che avvenne tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978. Al contrario, tutte le nuove scoperte, quelle reali, degli ultimi anni (come l'identificazione del "quarto uomo" che abitò nella prigione di via Montalcini, Germano Maccari) possono aver modificato la verità giudiziaria con l'aggiunta di nuovi imputati, mai quella storica. E nel complesso, la ricerca di Satta dimostra che la verità processuale acclarata in cinque processi, coincide con quella storica.
Forse però non con quella politica. Da questo punto di vista, la storia del sequestro Moro è ancora tutta da scrivere. E' stato impossibile farlo proprio perché l'assordante cacofonia dietrologica confondeva l'orecchio. Quello che c'era da sapere sulla tragedia di Moro è tutto lì: forse mai prima un delitto politico è stato altrettanto raccontato, discusso, dissezionato ovunque, nelle memorie, nelle interviste, in libri, giornali, televisioni. Ma i frammenti del puzzle che permetterebbero di ricostruire la vicenda dal solo punto di vista rimasto oscuro, l'unico davvero importante, quello della storia politica, erano confusi con paccottiglia d'ogni genere. Nascosti dalla proliferazione di rivelazioni sempre più roboanti, sempre meno credibili. La dietrologia è stata un depistaggio. Il lavoro di Satta rende possibile superarlo.
Nella sua prefazione, Giovanni Sabatucci pone la questione che deriva inevitabilmente dalla lettura del libro: la necessità di interrogare "la straordinaria facilità con cui ipotesi oggettivamente implausibili e mai verificate si sono imposte sino a risultare impermeabili alle più elementari obiezioni". Sabbatucci azzarda alcune risposte. La "spiegazione politica", cioè la tentazione per il Pci e per la sinistra Dc di attribuire la responsabilità del colpo ai "nemici della solidarietà nazionale". La "diffusa propensione a stabilire una correlazione diretta tra la gravità di un crimine, soprattutto se politico, e la potenza dei suoi autori". Infine la "disposizione psicologica che induce gli uomini a diffidare delle spiegazioni più semplici". Tutto vero, ma insufficiente a rendere ragione delle proporzioni raggiunte dalle leggende fiorite intorno alla morte di Moro. Dimensioni inaudite che indicano qualcosa di più profondo. Forse la rimozione dei nodi politici che portarono alla morte di Moro, la volontà di non confrontarsi con le scelte di allora e con le loro reali motivazioni. Che forse non furono affatto grandiosamente torve come apparirebbero nelle teorie del complotto, ma infinitamente più meschine, inconfessabili. Che forse furono solo la paura di affrontare nella primavera del `78 quella crisi di governo che sarebbe inevitabilmente seguita alla trattiva e che fu invece provocata senza rimorsi meno di un anno dopo. Quando la Dc si sentì pronta ad affrontare le urne.

"Il Manifesto"
Da Aldo Moro al "caso Moro"
16 marzo 1978. Venticinque anni dopo, l'archivio della memoria collettiva su Aldo Moro: parole, immagini, buchi, fantasmi. Schiacciata tra ricordi individuali e polemiche retrospettive la storia di una intera stagione politica attende ancora di essere scritta
GIANPASQUALE SANTOMASSIMO
Dopo un quarto di secolo, Aldo Moro appare un grande personaggio la cui memoria è come schiacciata dalla sua fine. Fuori dal clamore delle controversie del passato o dai riflettori della grande stampa, la consapevolezza del suo ruolo e la centralità del suo operato si delineano e si precisano in termini più complessi ma anche molto più definiti rispetto al giudizio (o pregiudizio) che lo accompagnò in vita. Era stato raffigurato come la quintessenza dello spirito "bizantino", dal linguaggio incomprensibile, che si attribuiva alla politica italiana. Apparteneva del resto a un'epoca nella quale i politici apparivano ed erano distanti e diversi, mai del tutto corrivi, rispetto agli umori profondi del loro elettorato. Eppure riletto oggi appare un politico di rara coerenza e di solidissimi principi, nel fondo molto determinati pure attraverso tutte le prudenze e le cautele imposte dall'incedere lento, a volte impercettibile, della mediazione politica.
Uomo che comprende dopo il Sessantotto che occorre "aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati, per farvi entrare il vento che soffia nella vita, intorno a noi". Per ripensare le forme della politica e della "democrazia difficile" che all'Italia era dato vivere, da irrobustire ampliando in forma acquisitiva le basi del consenso e della partecipazione, in una "terza fase" successiva al centro-sinistra. Che negli ultimi anni della sua vita si interroga, con angoscia, sul possibile esaurimento dei margini della mediazione possibile, sul terreno dei vincoli nazionali e soprattutto internazionali, e che poteva rendere impossibile "controllare gli avvenimenti".
Di tutto questo, che è ben presente nella storiografia degli specialisti, pochissimo filtra nella memoria comune. Anche i giudizi di sintesi, rintracciabili nelle "storie generali", sono diversificati ma inevitabilmente semplificatori. Possono essere tra loro contrastanti nel giudizio, che si biforca per gli anni `60 e `70: apprezzamento o deprecazione del ripiegamento cauto e moderato del 1964, tra "tintinnare di sciabole" e affievolimento dell'impulso riformatore; e, poi, valutazione controversa di intenti e portata della regia discreta ma avvertibile e autorevole della "solidarietà nazionale". Possiamo trovare anche un riaffiorante emergere della categoria duratura e invadente del "trasformismo", e sulla stampa, i giudizi liquidatori invalsi negli ultimi anni che lo riducono a "esponente del consociativismo della Prima Repubblica". Del resto quello dell'oblio sostanziale pare un destino comune a tutto il mondo della democrazia repubblicana e costituzionale a cui Moro appartenne, che lo accomuna ad amici, antagonisti, avversari, da Fanfani a Nenni, a Zaccagnini e allo stesso Berlinguer. Un mondo che appare distante per costume, linguaggio, sobrietà, idealità profonde rispetto alla politica vissuta o subita nel nostro tempo e che forse potrà essere riscoperto solo all'esaurirsi del ciclo lungo e fin troppo estenuato che stiamo vivendo.
Ciò che resta nella memoria collettiva non è Moro, ma è il Caso Moro, così come si definisce negli anni, nel sovrapporsi di memorie individuali e giudizi retrospettivi, attraverso un procedimento che è però del tutto particolare e che va compreso e scomposto nei suoi elementi. Se raffrontiamo consistenza e durata dei singoli elementi di discussione e polemica che si formano nel corso del dramma e quelli che si innestano successivamente ci accorgeremo che questa memoria opera per progressiva riduzione, espunzione e giustapposizione di elementi. Attraverso una sedimentazione che è anche e soprattutto progressiva semplificazione.
E' facile individuare cosa si cancella nel tempo: scompare subito la polemica congiunturale sul "coraggio degli intellettuali" che aveva contrapposto Amendola e Sciascia, ma non solo loro, e che non solo al "caso Moro" era legata.
Anche la grande controversia collettiva su fermezza o trattativa si ripropone a lungo postuma e retrospettiva nel corso degli anni '80, ma si inabissa sostanzialmente con il diradarsi dei più diretti protagonisti e soprattutto con l'estinguersi dei soggetti politici che avevano finito per impersonare ruoli contrapposti.
Dura per molti anni il dibattito sulle lettere scritte dalla prigione, che rimane del resto uno dei dati più strazianti e controversi nella memoria. Per lo stillicidio della loro comparsa, per il senso di spaesamento che provocano, per la loro apparente incongruità con la personalità riconosciuta di chi le scrive. A mente fredda un'esegesi accurata, di Sciascia e molti altri, farà emergere la presenza di messaggi, allusioni, piste suggerite. Il "dominio pieno e incontrollato" (un condominio affollato che non è stato perquisito), l'avverbio "qui" (a Roma) e altre sottigliezze. Provocano anche reazioni ingenerose, accostamenti assurdi, che spesso riaffiorano a distanza nel tempo. Molti antifascisti si accaniscono, istituendo il paragone tra le lettere dei condannati a morte della Resistenza e quelle del nuovo prigioniero, come se le vicende fossero commensurabili, come se fosse lo stesso affrontare consapevolmente la morte in una situazione che la dà per implicita e sempre possibile e vedersi rapito tra cadaveri sanguinanti in tempo di pace e sottoposto a un assurdo processo da un "tribunale del popolo" che si arroga diritto di vita e di morte. Col tempo si comprende, da parte di tutti, che è impossibile disconoscere paternità e autenticità delle lettere. Comprendiamo a distanza che è lui, con la stessa predisposizione al compromesso, un Moro che saggia le strade della mediazione possibile, che si rimpicciolisce nella dimensione puramente umana e familiare perché pensa che solo attraverso questa riduzione, nella rinuncia alla dimensione "politica", può salvarsi.
Scompaiono quasi del tutto dalla memoria alcuni degli elementi che più colpirono i contemporanei, come l'inginocchiarsi di Paolo VI, nell'appello più alto e accorato di quei giorni, di fronte agli uomini delle Brigate Rosse, in nome di un vittorioso sentimento di umanità, nel chiedere la liberazione semplicemente, senza condizioni. Lo stesso Paolo VI vicino a morte che nella messa di suffragio davanti a tutte le autorità radunate ma isolate, senza la salma e senza familiari, sembrerà quasi protestare contro il Dio che non ha voluto o potuto esaudire la sua preghiera.
Ma la piega assunta dalla memoria e l'elemento di dibattito ricorrente e nel tempo esclusivo si concentrano essenzialmente attorno a un terreno che sembra ricondurre e forse seppellire la questione nella categoria, molto ampia, dei "misteri d'Italia". E' solo sul versante "dietrologico" che la questione riemerge, a scatti, di fronte a ogni nuova scoperta o nuovo sospetto che nel tempo prende forma.
All'origine tutto questo è molto limitato e circoscritto. Nel corso del dramma i sospetti di interferenze emergono, ma sono vaghi e indeterminati: i servizi stranieri, l'inevitabile Cia o il Kgb, a seconda dei gusti, per i più esotici il Mossad. Al fondo, credo si possa dire che c'era soprattutto in molti la volontà di rifiutare mentalmente una evidenza: un atto firmato con nome e cognome da una organizzazione che non era "sedicente", ma esisteva, operava, uccideva, che forse era stata lasciata crescere colpevolmente, scientemente, irresponsabilmente, ma che ormai viveva con una sua ideologia, una prassi, una mentalità che non erano del tutto isolate, avevano un retroterra esiguo ma non marginale né residuale.
Non possono essere italiani, saranno tedeschi, troppo precisi, meticolosi, spietati, si diceva e talvolta si scriveva. In ogni caso sono "manovrati" da qualcuno. L'evidenza degli atti processuali, l'approfondimento delle personalità dei brigatisti, delle loro motivazioni e della loro cultura sgombrano di fatto il campo da questa ideologia consolatoria. Che però riaffiora di tanto in tanto, anche da personalità autorevoli, che ripropongono il tema dei "mandanti" esterni di esecutori "manovrati".
Ma è solo pochi anni dopo che la questione assumerà uno spessore e una corposità innegabili. Quando emergerà l'esistenza e la consistenza della Loggia P2, del suo completo controllo sulle indagini: da quel momento in poi la discussione sul "Caso Moro" prende una forma definita e verterà appunto più sulle indagini, sulle omissioni, le inefficienze (volute?), le interferenze di elementi esterni, assai più che sulla sostanza dell'atto, anche se la compiuta interpretazione di esso non può non risentire del contorno in cui viene collocata. E' questo al fondo l'asse portante di ciò che resta del "Caso Moro" come polemica tuttora ininterrotta, prima viva e palpitante, poi postuma e avvelenata. Che si collega, in un intreccio davvero inestricabile, a tanti "misteri d'Italia" tuttora in attesa di soluzione. Le carte Moro, i loro ritrovamenti, la loro selezione sono al centro della vicenda Pecorelli e dei processi ad Andreotti. Il dubbio "ritrovamento" tardivo della parte riguardante Gladio avvelenerà esplodendo gli ultimi anni di una presidenza Cossiga che si era dipanata in forme fino allora tranquille.
Su questo terreno l'esigenza ricorrente e ribadita del "tutta la verità sul caso Moro" e sullo scioglimento dei suoi "misteri" rimane ancora valida.
Nel frattempo Moro è per una metà degli italiani un politico "ucciso dai comunisti" e per l'altra metà uno statista assassinato "perché voleva aprire ai comunisti". La statua che gli è stata dedicata nel paese natale, a Maglie, lo raffigura con l'Unità in tasca.
Fuori dalle banalizzazioni e dalle forzature la portata del suo ruolo nella storia repubblicana attende ancora una comprensione piena e onesta, al di là della dimensione del martire a cui sono dedicate strade e piazze. Ci vorrà un'epoca capace di intendere le sfumature e di rileggere e comprendere linguaggio e ispirazione di un tempo molto più lontano del quarto di secolo che ci separa da lui. Non sarà per quest'anno.

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
intervista
Parla il senatore leccese che guidò la Commissione Stragi
"Le Brigate Rosse hanno mentito"
Pellegrino: ancora non conosciamo la verità sugli ultimi giorni di Moro
BARI Ci sono ancora punti oscuri nel caso Moro? "Le Br hanno mentito e ancora non conosciamo la verità sugli ultimi giorni del presidente della Dc nella prigione del popolo". Il senatore Pellegrino, leccese, dei Ds, per sette alla guida della commissione Stragi, è convinto che "ci fu un patto di silenzio delle Brigate Rosse con qualcuno, o parte della società civile, o del potere politico o degli apparati. Nella ricostruzione giudiziaria della vicenda, che si basa sulle dichiarazioni dei terroristi, ci sono una serie di contraddizioni".
Ma perché i brigatisti non avrebbero detto tutta la verità?
"Perchè in parte vogliono coprire qualche altro compagno che non è stato individuato ma più probabilmente non vogliono parlare dell'area della contiguità che resta un campo inesplorato. Non hanno mai voluto riferire di una serie di trattative che ci sono state per salvare Moro e che sicuramente hanno attraversato l'area del fiancheggiamento delle Br. Moretti, Maccari, Gallinari e la Braghetti hanno detto che a Moro fu annunciata l'esecuzione. Questa è una menzogna perchè ci sono autografi del presidente, la lettera alla moglie del 5 maggio, un bigliettino senza data e infine la telefonata al professor Tritto del 9 maggio in cui si capisce che il presidente aveva dato istruzioni su come la famiglia dovesse essere avvertita. Non solo nessuno in questi giorni ha ricordato un altro fatto inspiegabile".
Quale?
"C'è un documento di Moro, che a torto viene considerato l'ultima parte del memoriale, dove ringrazia le Br di averlo liberato".
Ma non è venuto fuori?
"No, è uno dei fatti più importanti perchè queste due pagine sembrano scritte in un momento in cui la trattattiva sembra essere andata in porto, Moro non è più prigioniero delle Br ma è in mano a qualcuno altro. Da tutto questo nasce la mia convinzione che Moro non è morto in via Montalcini e che le Br mentiscono sugli ultimi giorni 5- 6 giorni. L'ordine di ammazzarlo partì da Firenze il 3-4 maggio, fu ucciso il 9 maggio. Che cosa è successo in quei cinque giorni?
Secondo lei, l'assassinio è solo opera delle Br o c'è anche qualche forza convergente?
"Una convergenza ci può essere stata nel fare fallire la trattattiva. Ma non nel dare il mandato del rapimento. Non ho trovato nulla che mi possa autorizzare a dire che il sequestro è stato effettuato su mandato occidentale o orientale. Mentre ci sono una serie di segni per cui, a trattativa quasi conclusa, avviene qualcosa che non la fa funzionare. Aggiungo che l'interesse degli apparati di sicurezza da un certo momento puntava, oltre che alla sorte di Moro, soprattutto sul tentativo di capire cosa aveva raccontato alle Br"
Chi aveva interesse ad uccidere Moro?
"Le Br avevano un loro interesse. Moro era il vertice della Dc, il partito in cui individuavano il potere italiano. Ma era l'uomo che aveva spinto il Pci a quella posizione che per le Br era un tradimento della classe operaia. C'è da dire anche che la figura di Moro era letale per l'equilibrio di Yalta, cioè non piaceva né agli uni, né agli altri".
Moro è stato lasciato solo durante i 55 giorni ed anche dopo? Lei cosa ne pensa?
"Uno Stato forte avrebbe avuto la capacità di trattare ma la situazione di allora era tale che la Dc ed il Pci erano inchiodati alla linea della fermezza. La maggior parte della Dc si rendeva conto che non c'era uno spazio politico per trattare e, nello stesso tempo, il Pci sapeva benissino che le Br avevano lo stesso album di famiglia, e quindi non poteva non assumere quella posizione. Detto ciò, i modi per liberare un ostaggio sono tantissimi, c'è stata una attività sotterranea che ad un certo punto si è fermata. Bene, ci possono essere state convergenze di diverso tipo e forse anche di tipo opposto".
E dopo?
"C'è un problema che lentamente sta affiorando e che non è stato mai esplorato. In realtà si è voluto tentare di mantenere nascosto quanto le Br fossero inserite nella società italiana. Maccari disse in commissione Stragi: "resterete meravigliati come l'alta borgesia faceva a gara ad avere a cena il capo guerrigliero". Secondo me la rimozione è quella, c'è un sacco di gente che magari ha posti importanti nella nostra società ed ha un passato personale che vuole dimenticare, per una sorta di senso di colpa, o di comprensibile difesa".
Castagnetti ha proposto di riaprire la commissione Stragi. Sarebbe utile?
"Meglio estendere le competenze dell'Antimafia ai problemi del terrorismo. Manca un luogo in Parlamento che possa monitorare il fenomeno del terrorismo"
Franzi de Palma

"Il Resto del Carlino"
Il tormento di Zaccagnini
Ieri l'Italia ha ricordato Aldo Moro, a 25 anni dal rapimento e dalla morte.
La celebrazione, in oltre due decenni, è diventata quasi un "atto dovuto", rientrando ormai nel novero dei nostri obblighi civili e morali; omaggio, ritualità, declamazione.
In altre epoche era il tempo a decretare la fine o il perdurare nella memoria di questo o quell'evento; oggi, a tenerne vivo il ricordo, a risvegliarlo di continuo, riproponendolo ai nostri occhi ancor prima che alla nostra coscienza, è la civiltà mediatica: le teche, con i loro depositi di cose morte, resuscitano in un attimo realtà sempre più remote, ma sempre pronte a mostrarsi di nuovo e a farsi ancora giudicare. Ciò accadrà finché la storia, finalmente, scegliendo in quei preziosi depositi, avrà deciso che cosa prendere per sé, facendo giustizia di tutto il resto.
Mentre ieri ero presente a una di queste rievocazioni pensavo che, dopo 25 anni, non si è riusciti a fissare i dati conclusivi delle Commissioni parlamentari d'inchiesta via via succedutesi, e riflettevo sui motivi per i quali non è stato possibile venire a capo di questa tragedia italiana. Al punto che, scorrendo i giornali, e seguendo gli speciali della TV, abbiamo visto per l'ennesima volta riproporsi o affacciarsi questa o quella verità sulla cattura, la prigionia e l'uccisione dello statista democristiano.
* * *
Ho sempre pensato che sul "caso Moro" gravasse l'ipoteca dell'incompletezza, ma comincio a credere nel fattore dell'inconfessabilità. Questo elemento, introdotto da Leonardo Sciascia, mentre giovava alla "letterarietà" e alla "drammaturgia" dell'affaire Moro, ci costringeva ad accettare - anzi, a portarci addosso - il peso delle nostre doppiezze, ambiguità e ignavie; tre fardelli che siamo, sì, disposti a indagare ogni volta con partecipe sollecitudine perché se ne giovi la verità giudiziaria, ma senza che ci facciano compiere un solo passo avanti nella ricerca della verità politica. E non potrà essere altrimenti fino a quando l'occuparsi di Moro non significherà parlare anche di "democrazia bloccata" e di "sovranità limitata", due condizioni oggettive all'interno delle quali soltanto fu possibile uno scenario come quello cui, da 25 anni, stiamo richiamandoci senza potervi aggiungere un barlume di autentica novità; per ciò stesso lasciando che la tragedia nasca e si compia nel circuito chiuso delle BR, grande alibi che lascia questo evento terribile al suo, inaccessibile, teorema politico.
Eppure, più di quanto non lo si voglia ammettere, siamo figli di quella storia, anche per non avere saputo trovare il filo con cui uscire dal suo labirinto.
Marco Follini, e gli fa onore dirlo dal versante della maggioranza, ha scritto sabato scorso, sul Messaggero, un bellissimo articolo nel quale dice che il tempo trascorso senza Moro ci ha invecchiato senza farci crescere. L'abbiamo sempre tacciato di pigrizia, di astrattezza, di evanescenza, e siamo invece qui a inseguire un fantasma che ci precede, e noi si arranca nel tentativo di raggiungerlo.
* * *
Ma ciò che più colpisce, di questo anniversario, è il vedere riproporre, con tutta la loro raggelata "inattualità", le immagini di una vicenda reale, controversa, difficile, fatta di dolore e di sangue, che lascia intatti i casi di coscienza di quanti dovettero far fronte a quella situazione disperata, e sempre meno governabile.
La chiave stessa di queste "storie" del lunedì mi autorizza a citarmi, cioè a rinnovare la mia testimonianza perché sia restituito a Benigno Zaccagnini ciò che gli fu tolto ai tempi in cui venne diffusa l'idea di una sua presunta fragilità politica e caratteriale, riconoscendogli solo di rappresentare il "volto buono" della politica; quasi che il mettervi anche l'animo, oltre alle necessarie durezze, fosse un modo di screditarla, di ridurla a qualcosa di meno.
Il giorno in cui fu noto il testo della lettera inviata da Moro a Zaccagnini, con altri tre amici ravennati - Umberto Cavina, Arrigo Righi e Giorgio Fenati - mi recai nel suo studio, a Piazza del Gesù, per confortarlo. Fu un'ora difficile, per la solidarietà umana che la circostanza esigeva verso chi aveva scritto e ricevuto la lettera, e la tensione che essa aveva generato nel segretario della DC.
* * *
A tragedia conclusa incontrai di nuovo Zaccagnini, a Ravenna, per un'intervista destinata a La notte della Repubblica.
- Che cosa non dimenticherà?
"Ricordo che da allora c'è stata un'unica giornata... giorno e notte, tutto un percorso profondamente doloroso, di ansia e di interrogativi continui. Ancora oggi mi domando se quello che legittimamente si poteva fare per salvare la vita di Moro l'ho fatto, fino in fondo".
- C'è chi la vide, a Piazza del Gesù, piangere e tener duro. Una poesia in dialetto ravennate dice più o meno così: "Vado per la mia strada incontro alla mia guerra, se casco casco in terra e accidenti a chi mi tira su". Vorrei usare questi versi come una metafora, riconducendola proprio a quel giorno. Quando ricevette la terribile lettera di Moro, che la faceva arbitro della sua liberazione, lei venne a trovarsi sotto un peso quasi insopportabile. Poi, non appena Moro fu ucciso, spiegò in televisione perché un Paese deve "andare incontro alla sua guerra".
"Mi chiedo ancora se, per salvare Moro, avremmo potuto fare di più. Ma con una distinzione tra ciò che si poteva e si doveva fare per liberare Moro, e ciò che non si poteva e non si doveva fare perché non era nella facoltà di partiti o di uomini. Dopo una proposta di Craxi, ricordo, avemmo un incontro a Piazza del Gesù per vedere quali risposte si potevano dare. L'Avanti! aveva pubblicato un articolo molto forte su questo tema. Mi precipitai da Piazza del Gesù in via del Corso per parlare con Craxi, per vedere che cosa in concreto si riuscisse a escogitare. Ci fu questa riunione, ma non emerse nessuna strada veramente praticabile".
- C'era un prezzo, lei dice, che lo Stato non poteva pagare. Mi perdoni se la invito a parlare di un altro prezzo, quello che nella lettera famosa le veniva chiesto di pagare in termini personali: in nome dei princìpi, infatti, era costretto a venir meno all'idea che la vita di Moro fosse più importante di qualunque altro bene.
"Questo è vero! Questo è l'aspetto più angoscioso che ancora mi porto dentro: la scissione tra quello che era l'affetto, la stima, la venerazione per Moro, e l'obbligo di dovere ugualmente tenere fermo quello che mi sembrava fosse un limite invalicabile. In quel momento ero una persona che aveva anche un ruolo pubblico, ero il segretario di un partito, di un partito di governo".
- Mi faccia, se crede, una confidenza. Sentì mai maturare, dopo quella lettera, un sia pur piccolo moto di protesta nei confronti di chi gliela aveva scritta?
"No, no! Sentii un'altra cosa, quella la devo confessare, e la confesso a lei per la prima volta. Sentii fortissima la tentazione di abbandonare il posto, di dimettermi! Perché temevo di non reggere a quella prova! Considerai però che non era possibile neanche questo. Quale significato avrebbe avuto una diserzione? Quali sarebbero state le ripercussioni? Non è stato un problema di coraggio o di viltà, no, questo no! E' stato solo per una responsabilità della quale non potevo scaricarmi con l'atto, molto, troppo semplice, di dimettermi".
- A chi confidò i suoi pensieri su quell'ipotesi?
"Li confidai solo a Umberto Cavina. Era stato il mio amico più caro, quello che avevo avuto sempre vicino, che anche un po' per differenza di età ho sempre considerato un figliolo".
- Non ne ha parlato con sua moglie?
"No, non ne ho parlato con mia moglie!"
- E' strano, perché...
"... con mia moglie non ho parlato perché lei sapeva già tutto. Ci siamo sempre detti ogni cosa! Eppoi, non credo che avessi il diritto di metterle addosso questo peso, neppure in parte".
- Ma poi tutto ha preso il suo corso. "Vado per la mia strada incontro alla mia guerra..."
"Questo verso, pensi, mi venne in mente quando, sebbene non me lo aspettassi assolutamente, mi elessero segretario del partito. Da allora ho visto la tragedia di Moro; poi quella di Bachelet, quindi di Mattarella, eppoi, in questa continuità di sangue e di dolore, di Ruffilli, a Forlì. Credo che non si possa sottovalutare quella realtà...".
- Ha mai incontrato, dopo, la signora Moro?
"Ho cercato di incontrarla, ma non è stato possibile".
- Mi può confidare che cosa le avrebbe detto?
"Credo che le avrei detto... se avevo sbagliato, di capirmi, di scusarmi, e di perdonarmi! Solo questo".
* * *
Solo questo? Ma non fu una grandezza solitaria, disadorna, stoica quella di prendere su di sé tutti i "sì" e tutti i "no" che avrebbe voluto gridare, e che gli rimasero in gola perché c'era un solo "sì" da accettare, un solo "no" da dire?
Mi torna alla mente il tardo pomeriggio di quel giorno, quando Zac, rigirando tra le mani la lettera di Moro, disse: "Tutto è orribile! Ma più di tutto è orribile che al di là di quella porta vi sia, nientemeno, la storia del nostro Paese in attesa di una risposta. E che quella risposta possa essere soltanto una".

"Il Messaggero"
Troppe chiusure impedirono di salvare Moro
di TULLIO ANCORA *
IL 9 MAGGIO 1979 Gianni Letta, da me non ricercato e col quale da allora si stabilì una consapevole amicizia, mi chiese un articolo per ricordare Aldo Moro nella sua complessa personalità. L'allora direttore del Tempo ritenne che io fossi in grado per lunga consuetudine di vicinanza ad Aldo Moro di illustrare la sua lineare e pur composita gestione dello Stato. E forse non sbagliava: già suo assistente universitario, poi come alto funzionario della Camera sono stato assistente istituzionale suo per i rapporti con gli alti esponenti politici anche di opposizione.
Tra questi Enrico Berlinguer, che per mio tramite attraverso l'onorevole Barca, volle far sapere a Moro che un grande partito popolare aveva individuato in Lui l'uomo di Stato col quale avviare un'azione di completamento culturale e politico nei punti essenziali per uno sbocco in una congiunta azione di governo.
Moro colse l'invito per avviare i due partiti a questa azione comune di governo, ravvisandola possibile con l'apporto anche di altri partiti minori nella loro intellettualità, e senza chiusura verso le opposizioni. Azione comune suscettibile anche di interruzioni per ristabilirsi magari in successive fasi con i completamenti di contenuti derivanti da analisi e riflessioni negli sviluppi successivi.
In altre parole quella terza fase cui Moro accennava e della quale si è discusso non comprendendola. Moro lavorava sempre con la veggenza di fasi successive. Lineare e complesso il pensiero di Moro, frutto di una cultura rielaborata e ingrandita da un continuo ripiegamento su se stesso. Una simile personalità bene era compresa da Enrico Berlinguer, anche lui impegnato nella individuazione ed elaborazione di valori.
Il valore della vita umana nella sua pienezza era preminente per Moro. Nella convinzione che nella sua assolutezza quello della vita di uno stava alla pari con quello di tutti, e così pure per l'insieme dei diritti fondamentali. Quale presidente del Consiglio nel '60 Moro si limitò ad esprimere alla Camera comprensione agli Stati Uniti per la guerra nel Vietnam. Era quindi egli coerente nella sua paziente tessitura nei suoi 55 giorni di prigionia perché ad opera di uomini politici non fosse ammessa la sua morte.
Ancora adesso si fruga in quel periodo e si vogliono capire lati oscuri, ma si tralascia di considerare che poteva essere salvato o che comunque andava fatto di tutto per questo scopo. I comunisti erano fermi nella contrarietà a questa ipotesi in quanto volevano stabilire una netta separazione con i cosiddetti brigatisti, proseliti degeneri. E quindi non volevano assolutamente assentire a qualsiasi trattativa con questi. Ma i democristiani invece potevano essere fermi per l'ipotesi della salvezza. Ed anche in seno al Partito comunista Bufalini, con la sua elevata cultura ricordò che Giulio Cesare trattò con i pirati e dopo l'accoglimento delle loro richieste li fece uccidere non ritenendo di essere tenuto a rispettare patti con persone riprovevoli (l'episodio è riportato anche in un volume di Luciano Canfora su Giulio Cesare - edizioni Laterza). Comunque i brigatisti erano dei fanatici di una cultura in via di superamento che non volevano fosse ripudiata. Hanno così tagliato la linfa del nostro Stato essiccandola non poco. E qui ricordo che in un incontro me presente con Berlinguer Moro precisò che il partito democristiano non è quale è ma quale lo si vuol far essere.
* Già assistente istituzionale di Aldo Moro

"La Gazzetta del Mezzogiorno"
MONOPOLI
La vedova dello statista assassinato
Eleonora Moro:quel colpo sulla fronte di Iozzino
"In via Fani forse non ci furono solo brigatisti"
MONOPOLI "Venticinque anni di un dolore vissuto cristianamente in silenzio". E' tutto qui il dramma della famiglia Moro. "Silenzio" che è rispetto per chi non c'è più, per l'uomo, per il politico, per il pugliese, per l'amico, come per il marito Aldo Moro. Eleonora, prossima agli 88 anni, la moglie dello statista assassinato dalle Br dopo 55 lunghissimi giorni, non ha voglia di parlare con i giornalisti, ma alla "Gazzetta" confida il suo attaccamento alla Puglia e ai pugliesi. Non poteva mancare ieri, insieme a sua figlia Agnese, alla consueta cerimonia di commemorazione che l'avvocato Antonio Muolo organizza ogni anno in ricordo di Aldo Moro, del suo professore a cui ha anche intitolato la Casa d'Europa da lui presieduta.
Prima uno spazio alle testimonianze, nel Palazzo di città, alla presenza del magnifico rettore dell'Università di Bari, prof. Giovanni Girone e di varie autorità del mondo politico, poi la tappa in cattedrale per la celebrazione eucaristica di suffragio. Il vescovo Domenico Padovano, durante l'omelia ha ricordato la figura di Aldo Moro, le suppliche fatte dall'allora Papa Paolo VI alle BR, "per un evento che ha colpito cosí profondamente l'Italia - ha detto - per cui il popolo chiede ancora chiarezza. Era un uomo buono, degno e innocente".
Il mistero resta irrisolto. Il caso Moro è una matassa troppo intricata per venirne a capo. Ad esempio, dei 100 colpi sparati in via Fani ne furono ritrovati soltanto 39, e senza indicazione della data di fabbricazione come quelli in uso a forze militari non convenzionali. E in quella maledetta mattina, in via Mario Fani, i due carabinieri e i tre poliziotti della scorta dell'onorevole Aldo Moro, quando erano da poco passate le ore 9, si trovarono di fronte a un insormontabile "muro di fuoco". La signora Eleonora ricorda con lucidità quel giorno. "Arrivai quasi subito. Facevo catechismo proprio in una chiesa nei paraggi. Mi ritrovai di fronte a una scena indescrivibile.
Il sangue schizzava ancora da quei poveretti. Nei tre anni precedenti sapevamo che quel giorno poteva arrivare in ogni momento. Ne erano coscienti anche gli uomini della scorta. Sono dei martiri innocenti, ligi al loro dovere fino all'ultimo. Provai a soccorrerli ma purtroppo erano ormai tutti morti. Il Ricci teneva ancora forte il piede sul freno. L'estremo gesto di protezione verso mio marito. Non dimenticherò mai Iozzino con un foro in fronte. Era a terra con le braccia spalancate come il Cristo. Era l'emblema del loro martirio. Ritengo che quel foro fosse di un colpo di pistola e non credo - rilancia sollevando un inquietante dubbio - sia stato un brigatista a spararlo". Resta il ricordo. Quello di Moro rivive attraverso le testimonianze di chi lo conobbe. Gli amici rimasti in Puglia che ne conservano le foto, i discorsi, l'eco dei momenti passati insieme, al di là di ogni facile edulcorazione a 25 anni di distanza.
Eustachio Cazzorla

"Il Messaggero"
Venticinque anni fa la strage e il sequestro. Il ministro dell'Interno: "Terrorismo, minaccia ancora attuale"
Pisanu: ombre sul caso Moro
Il presidente Casini: "E' un martire per tutto il Paese"
di AMEDEO CORTESE
ROMA - "Dobbiamo riconoscere con amarezza che, nonostante tanti processi, restano ancora molte zone d'ombra sulla tragedia di Via Fani: forse per incompletezza delle indagini, certamente per la riluttanza di alcuni brigatisti a dire tutta la verità". Lo afferma il ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, in una dichiarazione letta a Bari dal presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, in occasione di una cerimonia per il venticinquesimo anniversario dell'assassinio di Aldo Moro e dell'eccidio della scorta. Pisanu (costretto a letto da un'indisposizione) sottolinea nel suo messaggio che "le Brigate rosse appaiono meno forti ed organizzate di 25 anni fa", ma che "cresce il rischio che il terrorismo endogeno si colleghi a quello internazionale di matrice islamica".
"Mi sento di ribadire con cognizione di causa - afferma Pisanu- che il terrorismo incombe sul nostro Paese e che sarebbe una grave colpa sottovalutarne la minaccia". E ancora: "Non voglio lanciare grida d'allarme ma debbo pure ricordare che oltre alle Br-Pcc, responsabili di tre omicidi, operano in Italia altri gruppi di matrice marxista-leninista e anarco-insurrezionalista, che si sono dimostrati capaci di compiere attentati, omicidi e stragi". Il terrorismo - sottolinea il responsabile del Viminale - internazionale ha "una sua innegabile consistenza" e con l'inasprirsi del conflitto sociale e politico, "può suggestionare e contagiare l'area vasta della violenza e dell'illegalità politica diffusa". "Io sono certo - insiste Pisanu - che lo Stato batterà ancora una volta il terrorismo, ma la vittoria ci costerà molto se sottovalutassimo la forza dei terroristi".
Il ministro ricorda che "nei passaggi cruciali di questa storia, dalla Costituente al centrismo, al centrosinistra e infine alla progettazione della Terza Fase, Aldo Moro fu innanzitutto l'uomo del confronto, del dialogo".
Anche la commemorazione dello statista a via Fani è stata dominata dall'impressione ancora viva per il riemergere del terrorismo. La figura di Moro è stata ricordata con commozione dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, secondo cui "Moro senza dubbio appartiene all'Italia, alla Repubblica e alle sue istituzioni" e rappresenta "un patrimonio comune, un martire, caduto nella lotta lunga che il nostro Paese ha condotto, in questi anni, contro il terrorismo".
"Le istituzioni democratiche - osserva Casini dopo essersi trattenuto in raccoglimento, in via Fani, davanti alla lapide che ricorda il sacrificio dei cinque uomini della scorta di Moro - sono forti e solide, ma abbiamo troppi caduti, sul versante della lotta contro il terrorismo, non solo in Italia, ma in tutta Europa".
"In una fase di cannibalizzazione della politica - soggiunge Casini - si sente la mancanza di persone come Moro che seppe fare dell'ascolto e del rispetto dell'avversario la sua regola di vita".
Anche il sindaco di Roma, Veltroni, si sofferma sugli agenti "caduti mentre cercavano di compiere il loro dovere" e parla di "un terrorismo che continua a uccidere poliziotti e carabinieri".
Venticinque anni dopo quelle drammatiche giornate del sequestro di Moro e dell'eccidio della scorta, è ancora aperto il dibattito sulla "linea della fermezza". Fu giusta e inevitabile? Il portavoce della Margherita, Dario Franceschini, ritiene di sì. "La Dc scelse una linea - sostiene - che, a tutt'oggi, io credo che fosse giusta". "Se lo Stato avesse allora accettato di trattare con le Brigate rosse - sostiene Franceschini - si sarebbe avviato un processo difficilmente arrestabile".

"Il Messaggero"
Ventitré sentenze: 127 le condanne con 27 ergastoli
Tanti misteri irrisolti, a partire dal commando
E la sesta inchiesta è ancora in piedi
ROMA - Quante persone parteciparono all'agguato di via Fani? Chi erano i brigatisti che gestirono la prigionia di Aldo Moro (il nome di Germano Maccari come "quarto uomo" di via Montalcini verrà fuori successivamente)? E chi sparò al presidente dc prima che venisse trasportato in via Caetani? Il caso Moro, venticinque anni dopo, è ancora un'indagine aperta. È un nuovo fascicolo, il "Moro-sexies", che proprio sulle ombre e i misteri prova a cercare l'ultima verità. Sei inchieste, 23 sentenze, 127 condanne, 27 ergastoli, non sono bastati a dare delle risposte definitive alle false piste e ai dubbi seguiti all'uccisione dello statista democristiano.
Si parte dalla mattina del 16 marzo del '78, alle ore nove, quando i brigatisti assaltano l'auto di scorta con Moro a bordo. La ricostruzione della dinamica è piena di "buchi neri", quanti terroristi vi prendano parte non è ancora un dato certo. Alcuni testimoni dicono di aver visto due persone sparare. Mario Moretti, l'ambiguo capo delle br che ha raccontato di essere lui l'assassino materiale del leader dc, negherà. Nei dintorni di via Fani, quella stessa mattina e proprio alle ore nove, si aggira il colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, che spiegherà: "Stavo andando a pranzo da un amico". Anche questa, una stranezza.
E non è tutto: scompaiono dal fascicolo della Procura dodici foto scattate da un inquilino che abita al numero 109 di via Fani. Senza contare il nascondiglio nel quale viene tenuto lo statista durante la prigionia. Il 18 marzo la polizia si reca in via Gradoli e perquisisce tutti gli appartamenti tranne quello dove stavano le Br. Durante una seduta spiritica fra professori universitari bolognesi viene fuori nuovamente la parola Gradoli, ma le indagini puntano al paesino nel viterbese. Solo una strana perdita d'acqua, il 18 aprile, permetterà di scoprire la base di Mario Moretti. Qualcuno lascia una doccia aperta e chiude la bocchetta d'uscita con uno scopettone. Il tutto in un palazzo, al numero 96, dove già nella primavera del '78 oltre venti appartamenti risulteranno collegati a immobiliari di copertura dei servizi segreti. Entrano in scena anche i piduisti e i gladiatori. E infine i depistatori: il comunicato numero 7 delle Brigate rosse avvertiva che il corpo di Aldo Moro giaceva sul fondo del lago della Duchessa, ai confini tra il Lazio e l'Abruzzo. La ricerca si è rivelata inutile: era un falso, così come il documento redatto da un losco personaggio legato alla Banda della Magliana, che anni dopo verrà ucciso davanti alla sua villa.
C.Man.

"La Gazzetta di Parma"
ANNIVERSARIO-Ucciso dalle Brigate Rosse: lavorò due anni nella nostra Questura
Moro, il sacrificio di Zizzi
Commemorato il poliziotto che 25 anni fa morì in via Fani. Il questore interviene sui "nuovi" terroristi:
"Pochi elementi, ma pericolosi. A Parma non ci sono segnali d'allarme, però siamo sempre all'erta "
Ci sono giorni che rimangono incastrati nella memoria comune, giorni che non perdi per strada: ma che restano lì, da qualche parte. Che se ti chiedono dov'eri non hai bisogno di ricordare: perché, semplicemente, lo sai. L'assassinio di Kennedy, quella sera a Madrid quando l'Italia vinse il suo ultimo mondiale, l'attacco alle Torri Gemelle. E il giorno in cui rapirono Moro. Quel giorno in cui, per un attimo (ve lo ricordate quell'"attimo"?), tutto sembrò impazzire.
Era il 16 marzo del 1978: 25 anni fa. La mattina in cui l'Italia si fermò: in via Fani le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Dc. Circa due mesi dopo, il 9 maggio, lo uccisero, lasciando il suo corpo senza vita, crivellato di colpi, in una Renault rossa, firmando con la sua anche la loro condanna.
Ma il 16 marzo _ quel giorno _ i terroristi non si accontentarono di prendere Moro: ma lasciarono dietro di sè, sulla strada, in una pozza di sangue, cinque ragazzi come tanti, la sua scorta. Un massacro deciso a tavolino: cinque uomini abbattuti come birilli, calpestati, spezzati. Li uccisero senza pietà, con una furia fredda e inumana: ostacoli in divisa che li separavano dal loro unico obiettivo. Cinque persone che la Storia, a cui spesso sfugge il senso delle cose, ha trasformato nelle comparse della tragedia. Comprimari anche da morti, il coro senza voce di un dramma troppo più grande di loro.
Quel giorno, in via Fani, c'era anche Francesco Zizzi. Uno di quei ragazzi come tanti. Poliziotto della Questura di Parma dal '76 al '77: poi, il trasferimento. Era contento Zizzi di andare a Roma: si avvicinava alla famiglia. Era bravo, efficiente, fidato: per lui, un incarico importante. Agente nella scorta di Moro.
C'è una targa nel cortile della Questura: una lapide semplice, essenziale. Dice "caduto nell'adempimento del dovere". Sotto, la data: quella di "quel giorno". Sopra, solo un nome, il suo: Francesco Zizzi. Non l'hanno dimenticato. Ricordandolo anzi, nel silenzio che può più delle parole, proprio ieri, nel 25esimo anniversario della morte, in Questura.
Una cerimonia breve, sentita, priva di inutili sermoni: alla presenza del questore Gaetano Chiusolo, del capo di Gabinetto Franco Vitale e del presidente della sezione parmigiana dell'associazione nazionale Polizia di Stato Gennaro Caruso, è stata deposta, sotto quella targa, una corona d'alloro. "Mi hanno raccontato _ spiega il Questore _ che era un ottimo poliziotto, un giovane che qui a Parma era molto apprezzato: il suo è il caso emblematico di come i poliziotti spesso sono chiamati a servire fino al sacrificio, un esempio per tutti".
Venticinque anni dopo da quel giorno non è, non può essere un giorno qualsiasi: il terrorismo ha rialzato la testa, è di nuovo emergenza. "Il fenomeno _ commenta Chiusolo _ è ridotto rispetto a un tempo, ma non meno pericoloso: si tratta di pochi elementi, ma, l'abbiamo visto, decisi a colpire". L'arresto della Lioce ha portato le indagini degli inquirenti nella vicina Modena: e a Parma? "Non ci sono segnali, siamo abbastanza sereni da questo punto di vista: ma siamo sempre vigili, sempre all'erta. Il nostro apparato investigativo lavora costantemente: in particolare la Digos sta monitorando costantemente la situazione".
Perché l'attenzione resti alta: e non ci sia mai più un altro Francesco Zizzi, una targa sul muro, una corona d'alloro.
Filiberto Molossi

"Il Resto del Carlino"
Ricordati due agenti della scorta di Moro
PARMA - A Parma ieri mattina è stato ricordato l'agente di polizia Francesco Zizzi, morto nella strage di via Fani. Il questore di Parma Gaetano Chiusolo e una rappresentanza dell'Associazione Polizia di Stato hanno deposto una corona davanti alla lapide (nella foto) che in Questura ricorda il sacrificio di Zizzi, in servizio a Parma fino a pochi mesi prima del rapimento Moro. L'agente, trasferito a Roma, era poi entrato a far parte della scorta. Una corona d'alloro è stata deposta ieri anche sulla tomba del carabiniere Domenico Ricci, anch'egli della scorta di Moro, nel cimitero di San Paolo di Jesi, suo paese di origine.
A Ricci, che viaggiava sull'auto di Moro, sono stati dedicati tempo fa un busto e una lapide nel municipio di San Paolo.

"Il Corriere della Sera"
"Le Br sono sopravvissute, la colpa è dello Stato"
La sorella di uno degli agenti della scorta uccisi: "Ora sono liberi, ma non li perdono Mi sembra ieri, la mia vita è ancora distrutta"
ROMA - Maria Pia Zizzi, il suo dolore è ancora vivo? "Vivo? Per me Francesco è morto ieri, semplicemente. Aveva 29 anni mio fratello, quel giorno ".
Suo fratello: il brigadiere F rancesco Zizzi, uno dei cinque uomini della scort a di Aldo Moro trucidati dalle Br in via Fani, venticinque anni fa.. .
" In realtà mio fratello non era della scorta di Moro. Quella mattina in via Fani era lì in sostituzione di un collega malato. Di più: era stato assegnato a Roma dal primo marzo, da sedici giorni appena. E da quel giorno la mia vita, la nostra vita, non è stata più la stessa. Passano gli anni, tento di reprimere i sentimenti ma quelli tornano sempre a galla ed esplodono ad ogni anniversario. Una tortura".
Ma le Brigate rosse esistono ancora. Ha seguito gli episodi di questi giorni? Quella sparatoria dei terroristi sul treno tra Roma e Fi renze?
" Sì. E non riesco a farmene una ragione. Non riesco ad accettare che dopo venticinque anni queste cose succedono ancora. E' assurdo. Qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto".
Che cosa?
" Le leggi. Lo Stato. Lo Stato non è riuscito a fermare una simile follia omicida. Ha fatto leggi assurde".
Quali leggi?
" Tutte quelle sul pentitismo. Quelle che hanno permesso ai terroristi di tornare in libertà, di fare una vita normale. Non è stato certo un deterrente per le nuove leve. In fondo sapevano che non rischiavano più di tanto: gli basta pentirsi, dissociarsi. E via. Comunque mi rendo conto: non ho nessuna capacità di essere serena nel giudizio di questi eventi. Non sono serena nel giudicare i terroristi".
Non riesce proprio a liberarsi dal ricordo d i quella tragedia? Non ce la fa perdonare gli uomini che hanno troncato con le pallottole la vita di Francesco?
" Sono cristiana e credente e ritengo che il perdono possa essere concesso da un essere superiore, non certo da me. C'è un'altra possibilità: avrebbe potuto decidere Francesco se perdonare o meno quegli assassini, qualora da quel conflitto a fuoco fosse rimasto vivo. Ma così non è successo".
Secondo lei lo Stato non è riuscito a fermare il fenomeno del terrorismo. Secondo lei sono state fatte leggi sbagliate. Ma adesso se potesse dare un suggerimento a chi governa quali leggi proporrebbe per fermare le nuove leve armate?
"Adesso mi sembra troppo tardi. Adesso non servono leggi, i danni sono già stati fatti. Questo rigurgito di violenza terroristica non avrebbe dovuto proprio esistere ed è semplicemente la conseguenza degli errori passati".
Lei ha figli?
"Sì, una ragazza di venticinque anni. Aveva pochi mesi quando suo zio fu trucidato".
E cosa le ha raccontato in questi anni?
"E' cresciuta insieme al nostro dolore. Nonostante tutto non sono riuscita ad evitarglielo. Ripeto: per me è come se il tempo non fosse passato. Per me Francesco è stato ucciso ieri".
Alessandra Arachi

ANSA:
"E' un leggero. Egli ha offeso con le sue dichiarazioni gli investigatori della polizia, i magistrati inquirenti che operarono nel caso Moro, attribuendo alla loro incuria o imperizia l'esistenza di ombre nere che sono solo dentro la sua testa...". Lo afferma Francesco tornando sulle critiche rivolte al ministro Pisanu per le sue affermazioni di ieri sulla vicenda Moro.
"Una cosa e' certa - prosegue - che con la 'mia' polizia, quella guidata dal prefetto Parlato e da Santillo e con i magistrati della procura della Repubblica di Roma, i rapitori, i carcerieri e gli uccisori di Moro sono stati assicurati alla giustizia. Cosi' come e' altrettanto certo che con la 'sua' polizia, quella guidata da lui e De Gennaro e con altre procure della Repubblica, nulla di serio si e' fatto ed ottenuto in relazione all'assassino di D'Antona e Biagi, forse per mancanza di coraggio nei confronti di alcuni ambienti dell'estrema sinistra sindacale antiglobale, alternativista e pacifista alla cui protezione, oltre che a quella di Violante e Caselli, il ministro dell'Interno e Capo della Polizia tengono assai. Mi sto chiedendo se, specie dopo che e' venuto alla luce il dossier Mitrokhin, la magistratura inquirente - aggiunge Cossiga - non si debba invece chiedere se per caso esistesse un canale dalla segreteria della Dc al covo delle Br e un altro canale dalla 'residentura' del Kgb a Piazza del Gesu' allora governata dall'esponente di estrema sinistra Dc membro della banda dei quattro, il convertito Peppe Pisanu. Certo, se io fossi responsabile dei servizi di intelligence britannici, americani e spagnoli, prima di passare una notizia riservata al ministro dell'Interno ci penserei due volte perche' non potrebbero essere certi che non finiscano sul tavolino di... Saddam".

ANSA:
"Mi addolora che un passaggio del mio intervento a Bari, tutto teso ad illustrare la figura di Aldo Moro come uomo del dialogo e della concordia, sia stato frainteso ed abbia dato luogo ad una grave incomprensione". Cosi' il ministro dell'Interno Beppe Pisanu commenta la polemica, innescata dal suo intervento di ieri, con l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Pisanu, che non cita mai per nome il suo predecessore al Viminale ai tempi del rapimento di Aldo Moro, precisa poi: "Io ho condiviso totalmente la gestione politica della vicenda Moro e, oggi come allora, non ho nulla, ma proprio nulla, da rimproverare a nessuno di coloro che, da posizioni diverse, dovettero assumersi terribili responsabilita', spesso pagando il prezzo di profonde, dolorose lacerazioni".

18 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO
"Dagospia"
Dopo le risate, qualcosa di serio, anche tragico - di cui Dagospia ha pubblicato una anticipazione. Giovedì 20 marzo 2003 - ore 17 della Capitale - alla Libreria Bibli in Via dei Fienaroli verrà presentato "Il misterioso intermediario - Igor Markevic e il caso Moro" di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, Einaudi editore. Alle domande: perché il corpo di Aldo Moro fu abbandonato proprio in Via Caetani? e chi era Igor Markevic, l'uomo che trattò con le BR la liberazione dello statista democristiano?, risponderanno Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta su stragi e terrorismo, Rosario Priore, ex giudice istruttore dell'inchiesta sul caso Moro, Paolo Guzzanti, giornalista e presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin, Alberto Franceschini, fondatore, con Renato Curcio, delle Brigate rosse, Ugo Pirro, sceneggiatore cinematografico, Renzo Martinelli, regista di un film in uscita - "Piazza delle Cinque Lune" - che racconta le misteriose trame del delitto BR.

"Dagospia"
Il 29 gennaio Repubblica ha pubblicato una recensione-stroncatura del libro di cui voi avete riportato l'ultimo capitolo, che mi sembra difficile non condividere. Il libro di Fasanella e Rocca si dilunga fino quasi alla fine in una lunghissima ricostruzione della vita di Markevich, cercando in tutti i modi di collegarlo a contatti con il mondo dell' esoterismo, per poi tentare, solo nelle ultime pagine e in maniera quanto meno scombinata, di collegarlo al caso Moro in base ad un' estremamente improbabile lettura della parola Gradoli, uscita dalla pseudo-seduta spiritica alla quale partecipo' Prodi nella casa di campagna di Clo', come "Grado LI", dove "LI" sta per 51 in numeri romani, che corrisponderebbe al massimo grado, segreto, di strane organizzazioni massoniche, grado che in un "rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870" sarebbe collegato ad un "Signore del Gladio". Quanto meno cervellotico, per non dire demenziale. Oltre che a cavalcare un depistaggio, mi sembra che l' unico serio obiettivo del libro sia quello di attaccare Prodi (il quale, comunque, sarebbe ormai ora che si decidesse a spiegare quale era la fonte reale dell' informazione mascherata dietro la bufala della seduta spiritica). Saluti.
Nembokid

18 marzo 2003 - CASO MORO: INTERVISTA FRANCESCHINI
"www.clorofilla.it"
L'intervista. Il fondatore delle Br, Alberto Franceschini, era in carcere nel 1978, ma ''dalla galera ho iniziato a pensare che c’erano complicità ad alti livelli per un’operazione militarmente così importante come quel sequestro. Lo statista Dc minacciava gli equilibri di Yalta''
''Le superpotenze volevano la morte di Moro''
di Ulisse Spinnato Vega
 Roma - «Lui stava andando contro un patto di potere, con la sua condotta politica rischiava di mandare in frantumi certi equilibri». Alberto Franceschini ha la sua personale idea sulla vicenda Moro, sulle forze occulte in campo e sui reali interessi in gioco. Lo storico fondatore, insieme a Renato Curcio, della lotta armata di sinistra era in carcere già dal 1974. In seguito la sua dissociazione. Ma intanto le Br cambiavano volto, iniziava l’era di Mario Moretti e i terroristi cominciavano a fare vittime.
Oggi Franceschini è impegnato nel sociale, non si tira però indietro quando si tratta di ricostruire. Chiacchiera a lungo e volentieri, seguendo il filo dei ricordi.
Ritiene attendibile l’ipotesi di Markevic come possibile intermediario?
Credo possibile che ci sia stata una strana figura di questo genere. Markevic chiaramente non era il capo delle Br ma era uno che le vedeva di buon occhio ed era visto da loro di buon occhio.
Dove ci porterebbe uno schema di questo genere?
Intanto premetto che ci credo perché una soluzione del genere l’avevamo adottata anche noi brigatisti della prima ora ai tempi del sequestro Sossi. Non posso fare il nome di quel nostro mediatore perché è un personaggio ancora vivente. Posso dire che è un personaggio vicino al Vaticano, un intellettuale, direi anche uno scrittore, nonché un ex politico. Fino a poco tempo fa stava nel volontariato. Abita in Toscana.
Non può proprio dire chi è?
E’ uno molto cattolico, quasi un prete. Ma non posso dire altro. Al tempo la magistratura aveva a un tratto liberato i nostri compagni della “22 ottobre”, ma Taviani, allora ministro dell’Interno, ne aveva bloccato la liberazione. Siccome la destinazione finale era Cuba, noi chiedemmo che loro venissero trasferiti nella legazione vaticana, visto che non esisteva l’ambasciata cubana in Italia. Pensammo di fare questa richiesta proprio perché individuammo in questo intermediario una figura sensibile alle nostre istanze. Era una sorta di ambasciatore itinerante, molto amico di Castro e Guevara, uno di questi cattolici alla Padre Camillo Torres, simpatizzanti della lotta armata. Lui ci disse di questa possibile ospitalità, salvo poi chiamarci – ci incontrammo in una chiesa anche con Renato (Curcio, nda ) – e dirci che tutto era andato a monte. Era infatti intervenuto personalmente Berlinguer che si era messo di traverso. E in cambio i cubani avevano avuto 50 trattori dalla Fiat.
Ha detto che Moro rompeva un patto di potere.
E’ chiaro che il patto riguardasse ciò che Moro sapeva e diceva. E dopo la sua morte divenne un patto del silenzio. I contraenti erano i brigatisti sicuramente, ma anche settori della Dc e dello Stato, certa magistratura e ci metterei dentro anche Imposimato. Ma la vicenda ha un suo livello internazionale. Lo stesso Pecorelli disse che sia Usa sia Urss volevano la morte di Moro. Bisognava difendere Yalta, cioè un accordo mondiale di potere e la sua gestione, accordo che Moro combatté sia prima che durante il sequestro. Né la Cia né il Kgb potevano comunque portare a compimento un’azione del genere senza l’assenso dell’altro. Dunque tutti erano coinvolti. Moro ha giocato politicamente per salvarsi e per portare avanti il compromesso storico, che allora piaceva ai russi ancor meno che agli americani. Un eurocomunismo con al centro il Pci avrebbe infatti portato sconquasso nell’Europa dell’est. Ma Breznev non era Gorbaciov e non lo permise, non diede il minimo spazio di apertura.
Questa è l’idea che si è fatto in carcere.
In galera eravamo isolati. Ma la mia idea, poi man mano confermata dal passare del tempo e maturata dopo l’89, veniva rafforzata dalle cose che mi dicevano quelli che man mano entravano in prigione. Come Gallinari. Era chiaro che si trattasse di un sequestro con complicità ad alto livello. Poi c’è di mezzo tutta la vicenda del segreto di Gladio. In ogni caso, Moro aveva rotto il patto del potere vero. E loro hanno tagliato di netto con la trattativa. C’entra anche Markevic. Questo però è un discorso che ci porta molto lontano.
Può spiegarsi meglio?
Secondo me, appunto, un’operazione di grande portata come quella del sequestro Moro non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente eravamo impreparati. Io conosco quelli che hanno portato a compimento l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Morucci e Moretti. Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli solo uno o due dell’intero commando.
Torniamo a Markevic…
Seppi di lui quando fui interrogato dal capitano dei carabinieri Giraudo, un militare dal carattere molto particolare. Posso proprio dire che tra noi c’era un buon rapporto. Il punto chiave per il quale lui chiamò me e Curcio a testimoniare è la figura di Arialdo Lintrami, uno dei nostri fin dalla prima ora. A un certo punto emerse questa strana storia del rapporto di Lintrami con Ermanno Bucci, il fascista coinvolto nella strage di Brescia e pare che Lintrami fosse a Brescia e sia stato fotografato sulla piazza proprio il giorno della strage. Lui lavorava alla Breda di Milano, ma quel giorno non era al lavoro. E, cosa strana, aveva chiesto ben 15 giorni prima il permesso per quel giorno. Io dissi che Lintrami non era un fascista, lo conoscevo bene, non avrei mai potuto pensarlo, anche per la sua storia familiare. L’altra ipotesi, dunque, poteva essere che lui fosse un nostro infiltrato nei fascisti, ma io dissi che era da escludere, nessuno di noi gli aveva mai dato questo mandato.
Quindi?
Mi venne allora in mente che c’era nella brigata di Quartoggiaro (quartiere milanese, ndr) in cui stava Lintrami, c’era il capobrigata Francesco Marra. Un ex parà che veniva dal Pci e poi passò con noi. Lui raccontava di aver fatto il parà come infiltrato dal Partito comunista. Ma comunque Marra era uno che aveva rapporti con gli ambienti fascisti e questa cosa mi è sempre rimasta in mente. Quindi Lintrami potrebbe essere entrato in contatto con i fascisti tramite Marra. Poteva magari essere stato del giro del superclan e poi essere entrato da noi.
Il superclan?
Sì, è possibile che Lintrami stesse con noi e al tempo stesso con quest’altra struttura. E che, tramite loro, si fosse infiltrato dall’altra parte, nei neri. D’altronde emerse subito questa commistione strana tra estremisti di destra e alcuni di noi. Oltre qui le indagini non vanno, ma una mia ipotesi è quella appunto del superclan e del suo ruolo chiave. Una struttura superiore che penetrava in entrambi gli estremismi, perseguendo la strategia della destabilizzazione e del caos progressivamente sempre più grande. “Tanto peggio, tanto meglio” era il loro motto e il loro obiettivo era quello di precipitare il Paese in una vera guerra civile. Un organismo che aveva tangenze con gli ambienti eversivi francesi e di cui faceva parte anche Corrado Simioni, uno dei nostri fin dalla prima ora, ex enfant prodige – poi espulso – del Psi milanese, raffinato intellettuale e grande amante dell’esoterismo. Non a caso Simioni aveva contatti anche con l’area di Edgardo Sogno attraverso figure quali Roberto Dotti e Andrea Garibaldi. Questo emerge chiaramente dall’inchiesta veneziana di Carlo Mastelloni.
Ambienti cui era vicino anche Markevic
Credo di sì. Direi comunque che il superclan era il vero cervello politico delle Br, da cui però ci separammo nell’ottobre del ’70.
Quindi Marra era un possibile infiltrato nelle Br.
E questo si legherebbe al fatto che Marra fu stranamente l’unico di noi a partecipare al sequestro Sossi senza mai essere poi imputato. E’ uno dei quattro che ha preso materialmente Sossi. Eppure lo stesso Alfredo Bonavita, il nostro pentito della prima ora, anche lui tra quelli che acchiapparono Sossi per il collo, ricostruì i fatti senza mai coinvolgerlo. Piuttosto accusò Mario Moretti che però non faceva parte del sequestro. Bonavita coprì dunque Marra e questo mi fece scattare un campanello.
Lei si è mosso in qualche modo dopo aver capito questo?
A Giraudo rivelai il nome di Marra, raccontai la sua storia, lui fece una verifica ed era tutto vero. Ma mi disse che dal ’71 in poi non c’è più nulla su di lui. Quindi era tutto sotto copertura. Allora Giraudo lo interrogò, gli addebitò il fatto di essere un brigatista e Marra si difese dicendo di essere un confidente della polizia sul mondo dei fascisti.
Dunque, tornando a Moro, secondo lei ci sono diversi livelli di coinvolgimento. Che idea si è fatto durante tanti anni di prigionia?
Tra quelli che lo hanno sequestrato, l’unico a parlare è sostanzialmente Morucci, tutti gli altri stanno in una sorta di silenzio-assenso. Il problema è che lui è un tipo strano, ambiguo e fornisce sempre ricostruzioni di comodo, di facciata. Ci sono troppe incongruenze dal punto di vista tecnico-militare in quel che Morucci dice. Ci sono dei buchi logici enormi ed è strano che gli inquirenti abbiano accettato quel tipo di verità senza metterla in discussione.
Per esempio?
Intanto, uscendo di galera, ho subito pensato di andare a vedere via Caetani ed ho subito constatato come non fosse affatto a metà strada tra piazza del Gesù e Botteghe Oscure. E’ stata fatta troppa propaganda su questa tesi relativa al punto in cui era stato trovato Moro, punto considerato a metà strada tra Dc e Pci. Le ricostruzioni fatte da Morucci secondo me sono concordate con i vari magistrati con cui ha avuto a che fare. In quel sequestro, a suo dire, sono state utilizzate tecniche che non hanno nulla a che fare col nostro tipo di azione. Ad esempio, si sostiene che Moro fu fatto salire in auto. Noi, invece, nel caso del sequestro Sossi, abbiamo agito prima mettendo un furgoncino sotto casa sua: quando lui arrivò, uscirono fuori i nostri, lo presero e lo buttarono nel furgone, chiudendolo poi in un sacco. Quindi si spostarono verso di noi che stavamo in una macchina, lo scaricarono col favore del buio serale e andammo via.
Una prassi diversa da quella del sequestro Moro.
Invertita. Loro lo fanno salire in macchina, arrivano in una piazza frequentatissima e lo trasferiscono su un furgone con dentro una cassa. Tutto questo una ventina di minuti dopo il sequestro, in mezzo al traffico e alla folla. Mi pare sinceramente impossibile che nessun testimone abbia visto. Questo furgone, inoltre, non è mai stato trovato. Morucci dice che fu lasciato in un parcheggio sotterraneo, lì fu tirato fuori Moro e quindi portato, forse sulla Renault rossa, in via Montalcini. Il furgone non esiste, e questo sequestro non può essere certamente stato fatto così, non sta in piedi. L’assurdo è che nessun magistrato ha mai contestato una cosa del genere. E questo dà l’idea della commistione, del patto del silenzio che si era instaurato.
Dalla prima fase della lotta al sequestro Moro le Br cambiarono parecchio.
A noi della prima ora non interessava attaccare la Dc in toto, ma piuttosto sequestrare Andreotti e distruggere quel suo progetto che allora definivamo neogaullista. Quando molti anni dopo, in carcere, chiesi a Bonisoli e alla Azzolini il perché del sequestro Moro, loro non dissero di voler interrompere il compromesso storico, ma parlavano di generico processo alla Democrazia Cristiana, espressione che non vuol dire proprio nulla. Loro sostenevano che Andreotti era inavvicinabile mentre, invece, avevano avuto diverse informazioni per riuscire a sequestrare Moro. Ebbero quindi aiuti esterni per quell’operazione, furono anche istradati militarmente. Molti di loro, ripeto, erano manovrati inconsapevolmente, ma qualcuno di loro agiva sapendo, avendo coscienza di quel che faceva e di cosa c’era in ballo.

18 marzo 2003 - TERRORISMO:EX QUESTORE SU PADANIA, ECCO IDENTIKIT DELLA TALPA
ANSA:
Poco meno di 60 anni di eta', consulente del ministero del lavoro da almeno venti dopo essere stato ricercatore all' universita' di Modena e che, alla fine degli anni Settanta, sarebbe stato in contatto con Giovanni Senzani: e' questo l' identikit della cosiddetta talpa brigatista secondo quanto ricostruito oggi dall' ex questore Arrigo Molinari in un articolo pubblicato dal quotidiano La Padania (nota della redazione di Almanacco dei misteri d'Italia: il nome di Molinari era nell' elenco dei presunti iscritti alla P2. Inoltre, da qualche tempo, "La Padania" non ha piu' l' edizione online e il lavoro di recupero tramite scanner dell' articolo, che occupa un intero paginone, avra' bisogno di un po' di tempo. Lo inseriremo quindi quando potremo).
Una talpa "forse inconsapevole", sostiene ancora Molinari, al cui nome, per ora top secret, gli inquirenti sono arrivati "seguendo sia la pista logico-deduttiva, sia coi riscontri dei documenti e appunti trovati addosso ai due Br della sparatoria sul treno Roma-Firenze". Al nome di questo "topo di segreteria", prosegue l' ex questore, si sarebbe giunti "enucleando il suo nome da una rosa di 30 possibili candidati al poco invidiabile ruolo di talpa". "La coincidenza che ha messo in allarme gli investigatori - prosegue Molinari - e' quella che l' attuale sospettato sia un criminologo come lo era Senzani",il quale, ricorda ancora, prima di essere scoperto come capo brigatista era consulente del ministero della giustizia. Infine uno spunto: negli anni Ottanta "Marco Galesi abitava in via Ugo Pesci, al Tiburtino, proprio nello stesso stabile dove nel gennaio 1981 fu arrestato Giovanni Senzani".

19 marzo 2003 - CASO MORO 25 ANNI DOPO
"Dagospia"
DELITTO MORO - FASANELLA & ROCCA REPLICANO: "CHISSA' SE PRODI RIUSCIRA' FINALMENTE A DIRE CHI E' CHE MUOVEVA IL PIATTINO DELLA SEDUTA SPIRITICA..."
E bravo Nembo Kid! Chissà che con i suoi superpoteri non riesca finalmente a far dire a Prodi chi è che muoveva veramente quel piattino e come mai tante illuminate e serissime teste universitarie non abbiano trovato niente di meglio da fare per il loro povero compagno prigioniero.
Siamo d'accordo con il superman anche quando dice che il nostro libro "si dilunga fino quasi alla fine in una lunghissima ricostruzione della vita di Markevic". Ci permettiamo solo di togliere quel "quasi". Per il resto è tutto giusto: infatti è, per l'appunto, una dettagliata biografia di questo avvincente protagonista, che abbiamo seguito in tutti i variegati ambienti in cui ci ha condotto (e perché dovevamo escludere quelli esoterici? Forse per far piacere a qualcuno?).
A Nembo Kid, però, dobbiamo fare una tiratina di (super)orecchi: la recensione -non c'è dubbio- l'ha letta. Ma il libro? Sicuro che ha letto anche quello? (Maligni come siamo, del resto, abbiamo buoni motivi per ritenere che perfino l'articolista di Repubblica ne ha scorso solo alcune parti). Perché, se l'ha letto, come mai è sfuggito alla sua supervista che la nostra ipotesi sulla famosa seduta spiritica non collega al caso Moro il celebre direttore d'orchestra, quanto piuttosto un altro intrigante personaggio... E qui ci fermiamo, perché ci vorrebbe altro che Nembo Kid per saperne di piú.
Forse se Dagospia riesce a convincere tutti i suoi superlettori, si potrebbe radunare un girotondo di e-mail cosí potente da chiedere tutt'insieme le risposte a tante domande che riguardano la nostra vita democratica e che il nostro libro (piaccia o non piaccia) ha avuto l'impertinenza di continuare a porre.
Per ringraziare questo stimolante portale, vogliamo regalargli la copertina scannerizzata del libro "rarissimo", cosí se ne costaterà l'esistenza. Approfittiamo, anzi, per correggere un nostro refuso. Il libro di Ély Star non ha data, ma è stato pubblicato intorno al 1890 (e non 1870, come erroneamente stampato), dal momento che ha in prefazione una lettera di Flammarion datata "octobre 1887. Eccovi il documento insieme ai nostri supersaluti

(Nota della redazione dell' Almanacco dei misteri d' Italia: sul libro di Fasanella e Rocca, a questo punto, pubblichiamo anche alcune altre recensioni pescate in rete)
11 gennaio 2003 - "L'Opinione"
Il sequestro Moro e il complotto dei savi di Sion
di Dimitri Buffa
C'era una volta il complotto dei "savi di Sion" (di cui si parla nello scritto antisemita della Russia zarista intitolato appunto "I protocolli dei savi di Sion"), secondo cui la finanza ebraica internazionale progettava di conquistare il mondo attraverso le banche e l'usura. Ieri "Panorama" ha inventato un nuovo complotto, quello del "priorato di Sion", organismo che secondo un delirante capitolo del nuovo libro di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca dedicato ai misteri del caso Moro ("Il misterioso intermediario", Einaudi), avrebbe gestito per conto dei poteri forti anglo americani l'ultima fase del sequestro dell'ex presidente della Dc. Le carte su cui si basa il duo di "Panorama", cioè il giornalista Fasanella, redattore del settimanale (a proposito complimenti a Rossella per la marchetta aziendale) e il suo collaboratore Rocca, sono le ultime ridicole acquisizioni della ex Commissione Stragi del senatore Giovanni Pellegrino a proposito del musicista Igor Markevitch e dintorni. Un'indagine dei Ros antiterrorismo basata sul nulla.
Chi scrive ha avuto il privilegio quando era consulente di quell'organismo parlamentare poi trasformatosi in ente inutile, di visionare le complicate ricerche dinastiche sulla famiglia Markevitch - Gaetani compiute da un organismo dei carabinieri trasformato in un'agenzia di ricerche araldiche. Adesso Fasanella attraverso la rilettura di quelle indagini che è bene dirlo subito non approdarono a un cavolo di niente e anzi hanno sperperato un bel po' di denaro pubblico, rilegge così (in chiave vagamente eufemistica) la soffiata su via Gradoli uscita fuori durante la famosa seduta spiritica a casa del professor Clò in Emilia cui partecipò anche l'attuale presidente della Commissione Ue, Romano Prodi (episodio che Marco Pannella giustamente definì come consacrazione dello spiritismo nella politica italiana): il piattino forse non segnalò il nome di "Gradoli", ma quello di "Grado 51". Cioè un presunto grado di iniziazione massonico esoterica.
Ora siccome Prodi secondo questa delirante ricostruzione era vicino agli ambienti della London school of economics, quel piattino doveva dare un segnale ben preciso. Quale: che le trattative sul sequestro da quel momento in poi, 2 aprile 1978, sarebbero state gestite da "Gladio". E che minchia c'entra Gladio, dirà a questo punto il lettore? C'entra, c'entra. Perché se il piattino veramente ha indicato "Grado 51" esiste un testo rarissimo pubblicato in Francia nel 1870 da Ely Star ("pseudonimo di un seguace di Peladan e di Flammarion") che si chiama "Le mysteres de l'horoscope" in cui è svelato che il grado 51 corrisponde a quello del "maitre du Glave". Il signore del Gladio. Capita la logica di questa indagine dei Ros, travasata in un fondamentale capitolo del libro dell'ultimo esegeta del senatore Pellegrino nella fase terminale della Commissione stragi, quella del basso impero? Non basta. Si ipotizza che il signore del Gladio, da non confondere a questo punto con quello degli Anelli di Tolkien, sia tale Hubert Howard, "dominus rector di quel palazzo Caetani attorno al quale ruotano tutti gli enigmi del caso Moro". E chi è questo Howard? Uno che viveva appartato nel feudo di Sermoneta dei Caetani.
"Appartato ma non isolato", ammonisce l'esoterico Fasanella, infatti riceveva anche i membri della Trilateral, dell'Istituto atlantico, del club di Roma di Aurelio Peccei. Non solo: era anche a conoscenza dei veri fini del "priorato di Sion", di cui Jean Cocteau, amico di Markevitch, era stato anche "Nautonnier", cioè nocchiere. Dice Fasanella: "gli storici che hanno studiato questo ordine ce lo descrivono come immerso in una sfera tenebrosa dove politica, massoneria, Cavalieri di Malta, Cia e Vaticano e alta finanza si incontrano, si uniscono temporaneamente per uno scopo o per l'altro, poi riprendono la propria strada". Inutile dire che questo "priorato di Sion" potrebbe avere gestito le ultime trattative per Moro, ovviamente facendo in modo che l'ostaggio tacesse per sempre dopo i segreti atlantici che aveva rivelato. Capito tutto lettori? Che facciamo? La chiamo io la Croce verde o la chiamate voi? Il vero mistero che ruota intorno al caso Moro è come faccia un editore serio come Einaudi a pubblicare simili libri.
Dimitri Buffa
dimitribuffa@libero.it

http://www.zen-it.com/
Natale Mario di Luca recensisce
Fasanella Giovanni e Rocca Giuseppe
Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro
Einaudi, Torino, 2003, pagg. 266, 28,00.
Non metterebbe conto di segnalare uno dei tanti pamphlets che vengon fuori a getto pressoché continuo sull'inesauribile filone dietrologico in voga da un buon trentennio a margine delle vicende terroristico / mafioso / economico / politiche verificatesi nel nostro Paese, se quello in epigrafe non si distinguesse per una coloritura pseudo-esoterica che riecheggia da vicino il collaudato modello costituito dalla prolifica cucina Baigent-Leigh-Lincoln & epigoni.
Poiché buona parte della suddetta coloritura appare attinta dalla produzione dei fanta-scrittori appena citati, ci si esonera volentieri dall'addentrarsi nello scenario dei vari Priorati di Sion, sodalizi sinarchici etc. che popolano i fumettoni dello pseudo-esoterismo e che puntualmente sono riproposti dal Fasanella e dal Rocca, intrecciandosi con una narrazione, per la verità assai fluida e di piacevole lettura, nella quale avanti gli occhi del lettore scorrono i mitici personaggi della Parigi dei primi 30-40 anni del XX secolo riguardati soprattutto alla luce di vizi privati e financo pubblici, se non pure clamorosamente ostentati, con una spiccata predilezione per i ritrattini di omosessuali e di ninfomani così di alto come di infimo bordo.
Molto parcamente, per quanto concerne contenuti e tesi del libello, ci si contenterà di riprodurre e di condividere quanto ne ha scritto Andrea Casalegno sulla Domenica de Il Sole-24 Ore (2 febbraio 2003, pag. 30): "La parte biografica è affascinante, benché di seconda mano, per la sua galleria di personaggi: da Djagilev a Jean Cocteau, da Anna de Noailles, amica e ispiratrice di Proust, a Maria José, da Berenson a Marguerite Caetani, a tutti i maggiori musicisti contemporanei. E il caso Moro? Impossibile giudicare, poiché su pochi fatti, raccontati in modo confuso, si imbastisce un ragionamento in cui tutti i punti chiave sono introdotti da un "forse". E non si possono giudicare i "forse"".
Val la pena, invece, di sottolineare la scarsissima attendibilità della metodologia seguita dagli autori per mettere insieme il retroterra "esoterico" in qualche modo destinato a rendere più piccante ed intrigante il racconto. Per pescare qualche esempio basta sfogliare più o meno a caso. A pag. 33 Maurice Barrès (nato nel 1862) è detto "amico" di Jean-Marie Ragon (morto nel 1866!), il quale a sua volta è iscritto d'ufficio, tra Madame Blavatskij e Rudolf Steiner, nel novero dei "maggiori teosofi del tempo". Di peggio (ibidem) capita a Stanislas de Guaita, bollato come "mago nero" e fondatore di un ordine "a carattere spiccatamente satanico".
Alle pagg. 62-63 è "spiegato" come e perché il sulfureo Jean Cocteau debba ritenersi il capo del fantomatico Gran Priorato di Sion ed al tempo stesso l'incarnazione del Re del Mondo, citando a (s)proposito ed a presunta prova di quest'ultima qualificazione un brano di René Guénon. Subito dopo (pagg. 63-64) si dicono strettamente collegati tra loro la Gran Loggia Svizzera Alpina e... il Gran Priorato di Sion, con evidente confusione- sperabilmente involontaria, ma non per questo meno enorme - tra quest'ultimo ed il Gran Priorato d'Elvezia del Rito Scozzese Rettificato.
A pag. 196, al seguito delle fanta-ipotesi formulate di recente da Francesco Grignetti (Professione spia. Dal fascismo agli anni di piombo cinquant'anni al servizio del KGB, Marsilio, Venezia, 2002), peraltro non citato, viene riesumata la figura di Giorgio Conforto, già presidente dell'associazione di libero pensiero "Giordano Bruno", per attribuire con estrema disinvoltura al Conforto medesimo la qualifica di massone e per tramutare la "Giordano Bruno" in una "loggia radicaleggiante legata al Grande Oriente".
Immancabile, a pag. 206 torna a galla la famigerata storia della seduta di scrittura automatica, organizzata da Romano Prodi ed altri sodali in scudo crociato per scoprire il luogo ove Aldo Moro era tenuto prigioniero, da cui emersero le lettere GRADOLI. Perspicuamente gli Autori notano che le lettere in questione possono essere interpretate come GRADO-LI, ossia "grado 51", ed in merito prima informano il lettore che "si sarebbe rinviato, cioè, a un livello ancora più occulto del trentatreesimo, il gradino più alto della gerarchia massonica conosciuta" e poi si chiedono: "Quale poteva essere questo misterioso Grado LI?". Pronta la risposta: "Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ély Star (pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flammarion), Les Mystères de l'horoscope, svela che nel Cercle de la Rose+Croix il Grado LI corrisponde al Maître du Glaive, il Signore del Gladio. E l'autore precisa che non si parla di épée, ma di glaive: non spada, ma proprio gladio". Gladio, capito? Proprio come l'organizzazione segreta parallela alla NATO organizzata negli anni '50 dai governi democristiani, che a quell'epoca, come in quelle successive, con la massoneria ben poco avevano a che spartire. E se il lettore, stordito da tanta erudizione e da tanto acume, ancora non fosse convinto del nesso tra il Maestro del Gladio (chi scrive si permette, pour cause, di tradurre Maestro e non Signore) e la Gladio anticomunista dei vari Scelba, Andreotti, Moro, Cossiga, Taviani etc., ecco l'argomento conclusivo e definitivo: "L'ipotesi può acquistare una sua perturbante suggestione se si pensa appunto alla rete segreta Gladio e alla circostanza che al n. 68 di via Gradoli abita il pittore Ivan Mosca della loggia di Monte Sion, gran maestro, con il nome esoterico Hermetico, dell'Ordine dei Cavalieri Massoni eletti Cohen dell'Universo, confraternita in rapporto di fratellanza con i Rosacroce".
E' il caso di precisare che Joseph-Aimé Péladan nel 1870, epoca in cui il suo presunto seguace Ély Star avrebbe pubblicato il rarissimo testo citato, aveva appena 12 anni, essendo nato nel 1858? E c'è bisogno di ricordare che il Péladan dette vita al suo Ordine della Rosa-Croce soltanto nel 1887-1888? Oppure che il pittore Ivan Mosca (pseudonimo iniziatico: Hermete), membro-fondatore della loggia Monte Sion n. 705, già Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente d'Italia durante la gran maestranza di Ennio Battelli (1978-1882) e da alcuni anni Gran Maestro onorario, divenne effettivamente Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Eletti Cohen dell'Universo nel 1967, succedendo al francese Robert Ambelain, ma soltanto per porre l'Ordine "in sonno" a tempo indefinito fin dal 1968? O ancora che non sussiste alcuna parentela tra l'Ordine in questione, fondato nel XVIII secolo da Martinez de Pasqually, e la mitica confraternita dei Rosa+Croce, di cui ai noti Manifesti del 1614 e del 1615, come neppure tra i suddetti ed il cenacolo estetizzante fondato dal Péladan nella Parigi della Belle Époque?
Per altro verso, è ben noto che tra i numerosissimi "riti ad alti gradi" collaterali alla massoneria propriamente detta ve ne sono molti che prevedono ben più dei 33 gradi del Rito Scozzese Antico e Accettato. Fin dal 1861 il già nominato Ragon, nel suo Tuileur Général ou Manuel de l'initié contenant l'origine identique de l'écossisme et de Misraïm, les nomenclatures de 75 maçonneries, 52 rites, 34 ordres dits maçonniques, 26 ordres androgynes, 6 académies maçonniques, etc. et de plus de 1.400 grades (Colligon-Teissier, Paris) forniva gli elenchi completi dei 90 gradi del Rito di Misraïm e dei 92 gradi del Rito di Memphis, nei quali al 51° posto figuravano rispettivamente il Cavaliere del Sole ed il Cavaliere della Fenice: titoli altisonanti, che con un po' di buona volontà qualche suggestione politico-dietrologica potrebbero anch'essi ispirarla. Insomma, se si vuole giocare di fantasia con i numeri e con le sciarade, la massoneria offre una miniera inesauribile.
E' un vero peccato, in fondo, che gli Autori, i quali molto si sono soffermati nella loro esposizione sulla patrizia famiglia Caetani di Sermoneta, non abbiano avuto contezza delle cospicue dicerie - riportate, tra gli altri, da Massimo Introvigne (Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, SugarCo Edizioni, Milano, 1990, pagg. 300-303) - in merito al ruolo svolto dall'arabista ed uomo politico Leone Caetani tra le conventicole più esclusive di certo esoterismo nostrano. Se ne fossero stati al corrente, chissà cosa sarebbe stati capaci di ricavarne? Altro che Maestro del 51...
Si dirà che gli svarioni e le assurdità oggetto della presente nota, giacché concernono un campo molto specialistico e in fondo "minore", quello cioè della petite histoire della massoneria e dell'esoterismo occidentale, attengono ad aspetti di poco conto e, quindi, secondari, inidonei a sottrarre credibilità ed attendibilità ad una ricostruzione che mira principalmente alla materia "alta" della Storia con la maiuscola e della Grande Politica. Sommessamente è però il caso di sottoporre all'attenzione degli Autori che la suocera della defunta Maria Josè di Savoia non era la duchessa d'Aosta, come da essi affermato (pag. 78), ma l'ultima (o penultima) regina d'Italia, Elena di Montenegro: e questa è Storia.

6 marzo 2003 - www.clorofilla.it
L'uscita di un libro ha riaperto vecchie ferite legate al rapimento dello statista democristiano, sollevando un inquietante interrogativo: chi era Igor Markevic?
L'affaire Moro ed il mistero di Palazzo Caetani
di Francesca Onorati
Roma - Oltre mille copie vendute nei primi quattro giorni in libreria. Uscito meno di un mese fa, un libro racconta l'enigmatica figura di Igor Markevic e svela nuovi retroscena del caso Moro. Ma chi era Igor Markevic? Quali particolari nasconde la sua biografia? In che modo la sua figura si lega a quella di Aldo Moro? Quale ruolo ricoprì nella trattative segrete (miseramente fallite) avviate per liberare il leader democristiano? Qual è infine il filo rosso che lo lega alle Brigate Rosse?
A distanza di 25 anni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani a Roma, nuovi interrogativi emergono nella speranza di fare luce su uno dei casi più inquietanti e mai risolti della storia politica italiana. Le risposte vengono fornite da Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro un libro, edito da Einaudi che, uscito neanche un mese fa, ha già creato scompiglio e suscitato la diffidenza di molti intellettuali e politici. Gli autori, Giovanni Fasanella, giornalista parlamentare di Panorama e Giuseppe Rocca, sceneggiatore, regista e docente di Storia dello spettacolo all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, partono dalle dichiarazioni del senatore Giovanni Pellegrino, che per 7 anni ha presieduto la commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo. Pellegrino infatti, già 3 anni fa, in Segreto di Stato (un libro curato sempre da Fasanella per Einaudi) aveva tentato di far luce sulla figura di questo direttore d'orchestra di origine russa, un personaggio affascinate e complesso che sembra aver svolto un ruolo fondamentale nell'affaire Moro.
Fasanella, cominciamo dalla fine. Come mai il suo libro è stato così fortemente attaccato? Quale può esser la miccia che ha fatto scattare così tanta diffidenza nei confronti delle tesi esposte nel suo libro?
E' stata soprattutto la Repubblica ad attaccarlo. Ma non era una normale stroncatura, molto di più: un linciaggio degli autori sulla base di argomentazioni false, aggravato da un'intimidazione nei confronti della casa editrice che ha pubblicato il libro, Einaudi... Se ne stanno occupando i nostri avvocati. Quello che vorrei dire, ora, è che una reazione così livorosa e scomposta come quella di Repubblica fa venire il sospetto che abbiamo toccato qualche nervo scoperto. Che senso avrebbe, altrimenti, sprecare le due pagine centrali della sezione Cultura per invitare a non comprare un libro?
Potrebbe andare un po' più a fondo? Quale potrebbe essere il nervo scoperto in questione?
Per esempio, i rapporti di certe lobby culturali con gli ambienti di Palazzo Caetani... basta sfogliare l'indice dei nomi del nostro libro per capire. Niente di male, intendiamoci, aver avuto rapporti con quel mondo. Lì probabilmente c'era una sorta di quartier generale del "partito atlantico" in Italia, e se quel partito ha impedito che l'Italia scivolasse verso il mondo sovietico, è certamente un titolo di merito. Quello che non capisco, però, è perché non se ne possa parlare: per contattare le Br, durante le trattative per Moro, vennero forse attivati anche quei canali? Se fosse vero, io non mi scandalizzerei, perché il fine "la salvezza di Moro" era nobile. Ma perché non si deve indagare per capire come andarono effettivamente le cose? Certo colpisce che gli inviti a lasciar perdere vengano proprio da un quotidiano come Repubblica.
Chi era Igor Markevic e come nasce il vostro interesse per lui?
Markevic era un direttore d'orchestra di origine russa molto famoso. Un personaggio davvero affascinante, amico di molti dei grandi della cultura del Novecento, protagonista della vita mondana, legato a sovrani e banchieri, attratto dall'esoterismo e con rapporti con il mondo dell'intelligence... Una figura molto intrigante. Lei sa, che in Commissione Stragi Markevic venne indicato prima nel ruolo di "Grande Vecchio" delle Brigate Rosse, il regista occulto del sequestro Moro, poi, in quello assai più credibile del "misterioso intermediario" che trattò con le Br la liberazione dell'ostaggio. Ecco, il nostro interesse per lui è nato da una domanda molto semplice: come c'entra un personaggio come Markevic con il caso Moro? E così abbiamo seguito il filo della sua biografia per trovare una risposta.
Se non sbaglio già il Sismi, Bonfigli e Giraudo (due consulenti della commissione stragi, ndr) avevano collegato la figura del direttore d'orchestra con quella di Moro, ma la pista era stata abbandonata...
Sì, fu il Sismi ad occuparsi di lui già nel 1978, quando Moro era ancora vivo, in mano alle Brigate rosse. Il servizio segreto italiano, seguendo il filo del suo nome, arrivò a Palazzo Caetani, dove riteneva che potesse esserci addirittura la prigione di Moro. Quelle indagini vennero però subito occultate e non se ne seppe nulla per molto tempo. Intorno a Palazzo Caetani venne eretta una sorta di barriera protettiva, invisibile ma impenetrabile. Soltanto molti anni dopo, nel 1999, si riaccese l'interesse sul nome di Markevic, grazie al lavoro di due investigatori della Commissione Stragi: il maggiore del Ros Massimo Giraudo e il magistrato della procura di Brescia Silvio Bonfigli. Il loro lavoro però non venne portato a termine, perché nessuno ha voluto che la Commissione Stragi continuasse ad indagare. E' una costante di tutte le inchieste sul caso Moro, parlamentari, giudiziarie o giornalistiche: quando si arriva intorno a Palazzo Caetani, c'è sempre qualcuno che interviene per bloccare...
Potrebbe indicare il momento preciso in cui Markevic entra in scena?
E' alle conclusioni, sia pure parziali, della Commissione Stragi, che noi ci rifacciamo. E' in gran parte su quei materiali, che si basano i capitoli del nostro libro dedicati al caso Moro. Nulla di certo, ovviamente, ma l'ipotesi ha una certa consistenza: Markevic entra in scena quando si ha la certezza che Moro stia rivelando molti segreti sensibili ai suoi carcerieri. Il rischio di una destabilizzazione degli equilibri interni e internazionali è altissimo e da quel momento si tratta con le Br per la liberazione dell'ostaggio e per "neutralizzare" in qualche modo le sue rivelazioni.
In via Caetani c'è il palazzo dei Caetani, la famiglia a cui apparteneva la moglie di Markevic. Avete svolto ricerche determinanti negli archivi del palazzo? Quali sono stati gli interlocutori principali a cui vi siete rivolti per svolgere le indagini?
La Fondazione Caetani ci ha permesso, con molti limiti, di compiere nei suoi archivi ricerche sulla famiglia. Le notizie che abbiamo trovato ci hanno aiutato a comprendere il ruolo che i Caetani, la famiglia più cosmopolita dell'aristocrazia romana, hanno avuto nella storia italiana. Un ruolo assai più importante di quanto non sia finora apparso. In due secoli, Palazzo Caetani si era trasformato in un formidabile centro di potere, un incredibile luogo di intreccio delle relazioni più svariate. Molte altre, però, sono state le nostre fonti. Gli archivi della Commissione Stragi, come ho già detto, e quelli dell'Accademia di Santa Cecilia. Poi gli stessi scritti di Markevic e numerosi altri testi. E infine, testimonianze orali, fra cui tante di amici e orchestrali di Markevic. Ma il contributo davvero determinante ce lo ha dato suo figlio, Oleg Caetani.
Il quale se non sbaglio non crede alle ipotesi che fanno riferimento al padre quale "misterioso intermediario"...
No, lui non crede che il padre abbia avuto un ruolo nel caso Moro. E' un punto di vista del tutto legittimo. Tuttavia ci ha aiutati, e lo ha fatto con grande rispetto per il nostro lavoro. Di questo non possiamo che essergli grati.
La figura di mediatore fa pensare ad una persona che potesse andare a genio sia agli apparati occidentali sia a quelli orientali, contemporaneamente coinvolti nel momento in cui Moro fece le sue prime dichiarazioni ai terroristi e interessati ad una risoluzione (violenta o pacifica) che in qualche modo neutralizzasse certe rivelazioni. E' così?
Sì è così. Durante la guerra, Markevic era in contatto con i servizi segreti anglo-americani. Poi aveva avuto relazioni strette con ambienti israeliani e con il Kgb. A Firenze era stato anche un uomo della Resistenza, e questo certo non guastava agli occhi dei brigatisti rossi. Insomma, uno come lui poteva davvero garantire tutti i soggetti a vario titolo coinvolti in quella trattativa.
Moro, poco prima di morire era convinto che di lì a poco sarebbe stato liberato. Cosa è successo invece?
Era certo della liberazione: lo scrive lui stesso nelle ultime pagine del suo memoriale. Questo significa che la trattativa era giunta a un passo dall'esito positivo. E' possibile addirittura che Moro avesse lasciato il covo in cui era detenuto, via Montalcini, per essere trasferito in una zona più vicina al luogo in cui, forse, era prevista la sua liberazione: via Caetani. Che cosa sia successo è difficile dirlo, si può solo supporre che, all'ultimo momento, qualcuno non abbia mantenuto i patti. Con una certa sicurezza si può dire solo questo: Moro fu ucciso in un luogo assai vicino a via Caetani, e che la sua ultima prigione doveva trovarsi a non più di 50 metri. Lo stabilirono fin da subito l'autopsia e i risultati delle analisi su reperti prelevati dai vestiti e dall'auto in cui era stato lasciato il corpo.
Potrebbe dirci qualcosa sull'autobiografia che Markevic non ha mai terminato? Quali elementi "terribilmente scottanti" avrebbero potuto esserci?
Chissà, forse avrebbe potuto raccontare proprio la sua esperienza di "misterioso intermediario"...
Misteriosi intermediari o no, è indubbio che, qualunque sia il reale svolgimento dei fatti legati al caso Moro, i nuovi contributi da parte di scrittori, giornalisti, politici o registi in grado di esplorare percorsi alternativi, alla ricerca di una verità che probabilmente non verrà mai a galla, saranno comunque sempre utili. Querelle a parte.

20 marzo 2003 - CASO MORO: RAUL MORDENTI
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La città che sapeva di Moro
di Raul Mordenti
Ormai sappiamo bene che la città parla, e che ricorda, e cerca di ricordare; non sarebbe allora onesto da parte nostra negare che la città sa. Dunque anche sapeva del rapimento di Moro.
Ora del rapimento Moro, questo tornante assolutamente decisivo della nostra storia repubblicana [anzi: il vero punto di crisi irreparabile della nostra democrazia], nessuno sa più niente, a meno che non sia abbastanza vecchio per rammentarsi ciò che ha vissuto di persona in quel periodo.
A troppi, a quasi tutti, conviene avere dimenticato e fare dimenticare. Conviene ai veri responsabili e conviene agli sconfitti di quella vicenda. Pertanto, non sanno nulla del rapimento di Aldo Moro i ventenni e i trentenni, che pure sono la sostanza [e non solo "il futuro"] dei movimenti.
Ciò non accade per caso.
L'oblìo è sempre il segno inconfondibile di una sconfitta, perché, comescrive Orwell in 1984, "Chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente, controlla il passato".
Così, se vi è capitato di assistere al "Porta a porta" dedicato al rapimento Moro, con Andreotti in studio e Cossiga presente in epistola, allora avete potuto bere per intero la tesi che il potere di oggi e di ieri ha deciso che si debba credere; quella tesi cossighiana suona così: "Sul rapimento Moro nessun mistero: furono le Br, tutte sole, senza imbeccate e senza aiuti, che rapirono Moro e poi lo uccisero. Lo Stato fece di tutto per salvarlo. Scordatevi di Moro. Anzi, chi era 'sto Moro?".
Basta semplicemente rovesciare quella tesi del potere per avvicinarsi alla verità. E questa verità è semplicissima: Moro fu rapito e ucciso, fu lasciato rapire e lasciato uccidere, perché la sua morte conveniva [per motivi diversi] a troppi poteri e troppo forti, in Italia e fuori Italia, e per 55 giorni 55 Moro non fu trovato semplicemente perché non si volle trovarlo.
55 giorni sono un'enormità di tempo: in quel tempo furono recapitati decine di comunicati delle Br, oltre a molte lettere di Moro, furono fatte telefonate e incontri, più o men