Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: novembre-dicembre |
4 novembre 2003 - LIBRO SU MORO E TOBAGI
"Il Giorno"
Nel dossier Moro la verità su Tobagi
MILANO - Chi portò via dal covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, ancora caldo e ribollente, il dossier di Aldo Moro, ostaggio delle Brigate rosse? E la precisa segnalazione di un sottufficiale dei carabinieri che sette mesi prima avvertiva dell'attentato a Walter Tobagi? Quale fu il ruolo di Umberto Bonaventura, all'epoca capitano dell'Arma, poi colonnello del Sismi, ucciso da un infarto un anno fa nella sua abitazione romana? Un ex capitano dei carabinieri: Roberto Arlati. Un giornalista: Renzo Magosso. Il libro scritto a quattro mani, "Le carte di Moro, perché Tobagi", pubblicato da Franco Angeli, sta per uscire in libreria.
Magosso, perché questo titolo?
"Il primo settembre del '78 il governo Andreotti istituisce l'Antiterrorismo e mette a capo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. A Milano è comandato dal capitano Umberto Bonaventura, che ha con sé i capitani Roberto Arlati e Alessandro Ruffino. Quando il primo ottobre i carabinieri entrano in via Monte Nevoso e scoprono le carte di Moro il merito è tutto di Arlati, che ha agito contro il parere dei superiori".
Un'affermazione pesante.
"Ma che risponde a verità. Nel mese di giugno, pochi mesi prima, a Firenze viene trovato un borsello con una pistola 7,65, fogli di rivendicazione di azioni brigatiste, il documento di uno studio dentistico di Milano, la fotocopia dell'atto di vendita di un motorino in piazza Sire Raul a Milano. Arlati vorrebbe avviare le indagini a Milano. Gli rispondono di no, la competenza è di Firenze. Arlati disobbedisce. Il proprietario del motorino e il paziente del dentista sono la stessa persona: Lauro Azzolini, uno dei capi storici delle Br. Vive a Milano in via Monte Nevoso all'8. La storia che Azzolini sarebbe stato "venduto" dalla Cia è un'enorme balla. La mattina del primo ottobre, irruzione in via Monte Nevoso. I carabinieri trovano carte dappertutto, anche sul lavello della cucina, sui fornelli, nel bagno. E' l'archivio delle Brigate Rosse. C'è un plico avvolto in una copertina azzurra. Sono le lettere di Moro prigioniero, gli interrogatori dattiloscritti, riflessioni sul partito, il terrorismo palestinese, lo scandalo dei petroli, gli accordi con la Nato, i finanziamenti alla Dc".
Che cosa accade?
"Alle 10.45 il capitano Bonaventura è in via Monte Nevoso. Ordina di consegnarli le carte. Arlati obietta. L'altro lo rassicura: giusto il tempo di fare le fotocopie. Alle cinque e mezzo del pomeriggio Arlati si vede ritornare un malloppo molto smagrito. Si scoprirà solo vent'anni dopo che su 450 carte non ne sono state restituite almeno 150".
Che cosa succede alle carte?
"Una parte viene consegnata a Dalla Chiesa. Il resto rimane a Bonaventura. Dalla Chiesa nota la sparizione, s'insospettisce. Mino Pecorelli parla su "Op" degli incarti scomparsi".
Perché Bonaventura tratterrebbe parte del dossier?
"Non lo sappiamo. Sappiamo però che a Milano la legione è comandata dal colonnello Rocco Mazzei, iscritto alla P2. Anche il generale Palumbo, comandante della divisione Pastrengo e poi vice comandante dell'Arma, è legato alla P2. Dalla Chiesa viene di fatto estromesso".
E Dalla Chiesa accetta?
"Forse non vuole urtarsi coi vertici dell'Arma. Ha comunque in mano molte carte".
Perché Tobagi?
"Nel novembre del '79 Arlati si congeda. Un suo sottufficiale, nome in codice Ciondolo, riceve una notizia da Rocco Ricciardi, confidente importante. C'è un gruppo che progetta di uccidere Tobagi. Ciondolo informa Bonaventura, gli fornisce anche i nomi degli attentatori. Bonaventura gli commissiona un rapporto. Passano due o tre mesi. Ciondolo protesta e viene trasferito a Palazzo di Giustizia, incaricato delle intercettazioni, non di terroristi ma di piccoli malavitosi. Il 28 maggio '80 uccidono Tobagi. Ciondolo riesce ad ascoltare le intercettazioni: le persone controllate sono le stesse che lui ha segnalato a suo tempo. In settembre viene arrestato Marco Barbone. Ciondolo è trasferito in una casermetta al confine con la Svizzera".
E i magistrati che si sono occupati di queste vicende?
"Quello che si può pensare è che siano stati tenuti all'oscuro dei retroscena più sconvolgenti".
di Gabriele Moroni9 novembre 2003 - FAMIGLIA MORO PREPARA LIBRO
"La Repubblica"
Sequestro Moro, la famiglia raccontera' la storia in breve
Roma - "La nebulosa: il Bignami del caso Moro" e' un libro che racconta i fatti cosi' come si sono svolti nei 55 giorni del sequestro Moro, La storia raccontata in pillole per spiegare ai giovani che cosa successe nel marzo del '78. Il libro e' diviso in capitoli affidati a giornalisti, esperti come Marina Giannetto dell' Archivio di Stato, e magistrati come Ferdinando Imposimato. La figlia maggiore dell' onorevole Dc, Maria Fida, sta seguendo personalmente il progetto:"La prefazione sara' di mio figlio Luca. Avevo chiesto a mia madre Eleonora di scriverla. Purtroppo, non se la sente, sta pero' dettando alle nipotine la storia della famiglia".10 novembre 2003 - LA MOGLIE DI MORO CHIEDERA' LA RIAPERTURA DELLE INDAGINI ?
"Dagospia"
NORINA MORO CHIEDE: RIAPRITE LE INDAGINI SULLA MORTE DI MIO MARITO
PRIMO PASSO: RIESUMARE LE SPOGLIE DI MORO
(DOVE E' FINITA L'AUTOPSIA?)
In queste ore Nino Marazzita - avvocato di Eleonora Moro e della di lei figlia Maria Fida - sta preparando la richiesta di riapertura delle indagini dell'assassinio di Aldo Moro. Tra una settimana il documento verrà inoltrata alla Procura della Repubblica,
Dopo 25 anni di dolorissimo e ostinato silenzio, Eleonora Moro, detta Norina, ha deciso che era ora di farla finita con i vari processi Moro. Azzeriamo tutto. Si ricomincia da capo. Mettendo in rilievo depistaggi di servizi segreti, indagini sbagliate e/o carenti, conclusioni aberranti. Quindi ha dato incarico all'avvocato Marazzita di riassembleare e rispulciare quel milione di pagine che, nel corso di 5 lustri, ha formato il fascicolo (e il mistero) della morte Aldo Moro.
Il primo passo ha per oggetto la consegna del documento certificante l'autopsia dello statista assassinato dalle Brigate Rosse. Tutti l'hanno avuto e letto, sia chiaro, ma nessuno lo ritrova. Se tale documento non spunta fuori, Eleonora Moro ha intenzione di chiedere la riesumazione delle spoglie del marito.
All'origine c'è il bisogno di Maria Fida Moro di riprendere in mano il documento dell'autopsia - ma la richiesta formalmente la può inoltrare solo la vedova Moro - perché sta preparando un libro - che ha per titolo "La Nebulosa - Il Bignami del Caso Moro" - che dovrebbe essere in libreria a marzo 2004.
Dall'autopsia di ieri o dalla riesumazione di oggi, secondo Maria Fida, dovrebbe saltare fuori un "dettaglio" importantissimo. Coadiuvata dal medico legale Alberto Bellocco, la figlia di Moro è convinta che dall'analisi delle spoglie potrà risultare evidente che la morte non è avvenuta a undici kilometri di distanza da via Caetani bensì a 50 metri dalla viuzza che sbocca in via delle Botteghe Oscure.
Un altro aspetto da indagare riguarda le molte minacce che Aldo Moro ebbe durante i mesi che precedettero il fatidico 9 maggio 1978. A partire dal treno Italicus del 4 agosto 1974, un espresso che si avviò dalla stazione Termini di Roma con a bordo...10 novembre 2003 - FARANDA SU BR DI OGGI E DI IERI
ANSA:
TERRORISMO: FARANDA, BR HANNO BRUCIATO UN'INTERA GENERAZIONE
POTEVA ESPRIMERSI MOLTO DI PIU' MA GLI ABBIAMO TAGLIATO LE GAMBE
"Compiendo la scelta cosi' brutale della violenza e della lotta armata abbiamo tagliato le gambe alla nostra generazione che avrebbe potuto esprimersi meglio e piu' a lungo. Ma mi sento, almeno in parte, anche la responsabilita' di aver bruciato molti terreni anche alle generazioni successive, ai giovani che oggi vengono rimproverati di eccessivo individualismo": per Adriana Faranda - ospite della trasmissione di Pierluigi Diaco su SkyTg24 - non ci sono "attenuanti" per le Br, ne' quelle vecchie, ne' quelle nuove che lei non conosce, ma con le quali vede comunque un filo di continuita' nonostante le "profonde differenze" legate alle enormi trasformazioni avvenute nel mondo da allora ad oggi.
LE BR DI IERI E DI OGGI: stessi comportamenti "standardizzati", come quello tenuto da Nadia Desdemona Lioce dopo l' arresto, e stesso identikit dei 'rivoluzionari' vecchi e nuovi, perche' - ha spiegato l' ex terrorista - anche negli anni di piombo non tutti i brigatisti erano clandestini e "il corpo dell' organizzazione" era costituito da "persone normali che conducevano una doppia vita". Stessa "intransigenza" e anche stesso "manicheismo" che divide il mondo in buoni e cattivi. E nessuna attenuante ne' per le Br di quella stagione, ne' per le nuove Br: "Quando si compie il passaggio politico dalle manifestazioni violente 'a bassa intensita" alle azioni contro le persone e all' omicidio e' gia' una negazione gravissima dei valori umani fondamentali. Lo era in passato e lo e' oggi, anche se la rottura e' stata fatta ai miei tempi", ha sottolineato Faranda, sentendo "tutto il peso" della scelta compiuta allora, per la quale ha pagato ma con la quale continua tutti i giorni a fare i conti: "E' il senso di colpa per il passato di cui siamo stati artefici: si sono commessi atti irreparabili, si sono colpiti degli esseri umani, i loro familiari e i loro affetti. Non ci sono attenuanti di fronte ad atti che sono senza ritorno".
VIA FANI E IL DOPO-MORO: l' uccisione del presidente della Dc spinse Adriana Faranda e il suo compagno di allora Valerio Morucci, che fino alla fine fecero da sponda al 'partito della trattativa', ad uscire dalla Direzione strategica delle Br: "Sono uscita un po' di tempo dopo, lo dico per onesta' - ha precisato l' ex terrorista - E quando ne sono uscita credevo ancora nella lotta armata, pensavo che si potesse continuare, ma rifiutavo l' omicidio politico, lo escludevo a priori. Ero pero' ancora convinta della possibilita' di continuare a dare voce a settori sociali interpretandone i bisogni. Ma anche questa sarebbe stata una scelta sbagliata". E' stato il film di Bellocchio sul rapimento Moro a far rivivere alla Faranda il clima pesante di quel tragico '78: "Mi ha riproiettata nel passato, comunicandomi lo stesso senso di claustrofobia e l' impressione di essere in un vicolo cieco, la stessa mancanza di respiro e di ossigeno che si provava a quei tempi quando non si riusciva ad intravedere una via d' uscita che avrebbe potuto evitare la tragedia". Un film, "Buongiorno notte", carico di emozioni "che estrae da quella storia terribile la tragedia umana e lo fa nel modo migliore", ma che per la mancanza di "di coraggio delle produzioni" e' stato possibile realizzare solo solo oggi, a tanto tempo di distanza da quei drammatici avvenimenti: "Anni fa c' era molto timore ad affrontare certi argomenti", ha detto Faranda che, quando usci' il libro di Anna Laura Braghetti a cui il film si ispira, incontro' piu' volte Bellocchio per parlare del progetto: "Questa scelta forse non era ancora matura neanche per lui, anche se l' idea l' aveva in testa da molto tempo".
LE BR E LE DONNE: le brigatiste sparano, uccidono, comandano. Al processo di emancipazione delle donne nel lavoro e nella societa' corrisponde quello nella lotta armata. "Rispetto ai tempi delle staffette partigiane, hanno assunto maggiori responsabilita', indipendenza e autonomia perche' quando sono confluite nell' organizzazione avevano gia' maturato questo processo". Ma se sembrano ancora piu' "dure" dei loro compagni e' anche perche', rispetto agli uomini, fanno piu' fatica "a saltare il fosso" della lotta armata" e quando lo fanno vogliono dimostrare a se stesse, con il massimo della coerenza, "che e' stata la scelta giusta". "Le donne, che per loro natura sono piu' portate a scelte solidaristiche - ha sostenuto Faranda - ci si dedicano quindi con la stessa passione totalizzante con cui si dedicano all' amore per il proprio uomo e con cui curano i figli". E se nell' organizzazione milita gia' il loro compagno o marito, il 'salto' e' piu' facile. Senza contare che chi sceglie di militare nelle Br - ha spiegato l' ex terrorista - lo fa con "un' adesione quasi religiosa ad una chiesa": l' organizzazione diventa la "nuova famiglia" ed e' poi difficile "rompere i legami umani" che si sono creati. Ma fra le donne delle Br non c'e' ne' gelosia, ne' competizione personale: "Esiste solo la dimensione la collettiva".
LA SINISTRA DEGLI ANNI DUEMILA: Dopo la lotta armata e il 'sogno rivoluzionario', per Adriana Faranda c' e' stato il carcere e oggi una nuova vita: un lavoro, una figlia e un nuovo compagno: "Continuo a credere nella difesa dei deboli e in una maggiore giustizia sociale. Ma non credo piu' che queste cose possano realizzarsi dall' oggi al domani". Sul modo di fare politica della sinistra di oggi, sulla sua capacita' di interpretare, dentro e fuori il Parlamento, le istanze della parte di societa' che rappresenta, l' ex terrorista preferisce, pero' non dare giudizi: "Mi sento in imbarazzo a valutare gli eventi politici, percio' a questa domanda mi sottraggo. Ho scelto di privilegiare un terreno indiretto di intervento, un piano culturale e non politico. Mi sto occupando di solidarieta' con il popolo irakeno".11 novembre 2003 - CASO MORO: SU RICHIESTA RIAPERTURA INCHIESTA
"Dagospia"
PERCHE' LA VEDOVA MORO CHIEDE DI RIAPRIRE IL CASO MORO
LO STATISTA DC NON FU UCCISO NELLA PRIGIONE DI VIA MONTALCINI
LE MENZOGNE BR E LA TESI DI CRAXI: MORO FU CONSEGNATO AD ALTRI
ANCORA OGGI BRIGATISTI E APPARATI PROTEGGONO QUESTI "ALTRI"
E' in via Caetani, dunque, la chiave per decifrare gli ultimi misteri del caso Moro. Ne è sempre più convinta la famiglia dello statista democristiano, che chiederà alla magistratura di riaprire l'inchiesta, come ha anticipato Dagospia (notizia ripresa oggi dai maggiori quotidiani che, deontologicamente mascalzoni e cialtroni e rosiconi quali sono, dal Corriere a La Stampa, si son ben guardati di citare il sito che l'ha scovata - eccezion fatta per La Repubblica).
Torniamo a bomba. La versione fornita dai brigatisti, secondo cui il presidente Dc fu ucciso nella prigione di via Montalcini e poi trasportato a bordo di una R4 in via Caetani, non regge alla prova dei fatti. E' contraddetta in particolare dai risultati dell'autopsia eseguita subito dopo il ritrovamento del corpo e dall'analisi dei materiali rinvenuti sull'auto: Moro fu ucciso in un luogo distante non più di 50 metri da via Caetani. (Di qui la particolare attenzione al ritrovamento del documento dell'autopsia da parte di Eleonora e Maria Fida Moro).
E' questa la convinzione anche di Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo. Secondo la sua ricostruzione, i servizi segreti trattarono con le Br la liberazione del prigioniero, la trattativa giunse a un passo dal risultato positivo, ma all'ultimo momento qualcuno non rispettò i patti.
Ecco alcuni brani tratti da Segreto di Stato, l'intervista concessa da Pellegrino a Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, pubblicata da Einaudi nel 2000 (50 mila copie vendute, editoriali entusiastici di Eugenio Scalfari su Repubblica ed Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera). Ne leggerete delle belle...Quindi, c'è un momento, nella fase finale del sequestro, in cui Moro è convinto che sta per essere liberato? Lei poco fa ha alluso alla possibilità che, mentre scriveva quelle tre pagine, Moro non fosse nella prigione di via Montalcini. Dunque era stato trasferito in un altro posto?
La versione dei brigatisti è che Moro non si sia mosso mai da via Montalcini. C'è però il sospetto, rafforzato proprio dall'ultimo brano del suo memoriale, che negli ultimissimi giorni non sia stato in via Montalcini. Potrebbe essere stato spostato altrove. E dunque, tutto ciò che di inverosimile c'è nella storia raccontata dai brigatisti su come uccidano Moro nel garage di via Montalcini, potrebbe servire in realtà a coprire il vero luogo dell'esecuzione, per non mettere nei guai persone che hanno collaborato al trasferimento dell'ostaggio in un luogo diverso.
Avete qualche idea del luogo in cui potesse trovarsi la prigione finale?
Alcuni ritengono che dovesse essere molto vicina a via Caetani, il luogo dove venne fatta ritrovare la Renault rossa con il cadavere di Moro. Anche perché la versione brigatista (Moro ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani) non regge dal punto di vista della ricostruzione dei tempi.
Rileggete l'audizione di Maccari, noterete le contraddizioni e i dubbi proprio sui tempi. Fu un'audizione obiettivamente difficile, perché il racconto dell'ex brigatista non quadrava con i risultati dell'autopsia sul cadavere di Moro. Lui sosteneva che il prigioniero fu ammazzato in via Montalcini e poi immediatamente trasportato in via Caetani. Ma l'autopsia ha stabilito che Moro non morì subito, visse ancora dopo gli ultimi colpi. Allora bisognerebbe pensare, stando a quello che dice Maccari, che i brigatisti non si fossero accorti che Moro, mentre veniva trasportato in via Caetani, fosse ancora vivo, e francamente non è credibile.
Dunque, l'ultima prigione, come lei dice, poteva trovarsi in una zona non lontana da via Caetani. Ma dove, verosimilmente?
Direi in un luogo molto più vicino a via Caetani e comunque nella zona del ghetto ebraico. È questo il convincimento di Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, due magistrati che hanno indagato a lungo sul caso Moro: mentre ispezionavano quella zona, qualcuno li controllò e li fotografò.
In via Caetani, dove venne trovato il cadavere di Moro, c'è il palazzo dei Caetani, la famiglia a cui apparteneva la moglie di Markevitch. Coincidenza quantomeno curiosa, non le sembra?
Non penso che Markevitch abbia mai abitato in quel palazzo. Semmai, altre furono in quel luogo le presenze che hanno suscitato il nostro interesse. Ad esempio, quella di Hubert Howard, l'ufficiale dell'intelligence inglese che per primo entrò nella Firenze liberata dall'occupazione nazista, e che affidò a Markevitch l'incarico di redigere i programmi musicali della radio Firenze libera. Nominato nel suo Paese baronetto per meriti di guerra, Howard decise poi di vivere in Italia, sposò anche lui una Caetani, cugina di Markevitch, e frequentò a lungo sia il palazzo a ridosso del ghetto, sia la meravigliosa tenuta di Ninfa, nel Lazio meridionale.
Quando l'indagine dei giudici bresciani ha riportato alla nostra attenzione la figura di Markevitch, ipotizzando un suo possibile ruolo nella vicenda Moro, ci siamo ovviamente domandati se proprio il suo antico sponsor fiorentino, divenuto poi suo cugino, avrebbe potuto essere il suo contatto con i Servizi occidentali. Un nostro consulente ha indagato anche negli archivi della Fondazione Caetani, che ha sede proprio in quel palazzo, ma stranamente non abbiamo trovato nulla, né sul maestro di musica né su Howard. Il nostro consulente ebbe l'impressione che qualcuno lo avesse preceduto, visto che non c'erano neppure i ritagli di stampa che descrivevano l'intensa vita pubblica di quei due personaggi, e di cui noi eravamo già in possesso.
Dunque, qual è la sua conclusione?
Nessuna, per il momento. Queste sono linee di una nostra inchiesta ancora in corso, non ancora fatti certi.
Concentriamoci allora sui fatti certi. Un punto sul quale lei non sembra nutrire dubbi, è che durante gli ultimi giorni del sequestro, Moro poteva trovarsi in un luogo diverso da via Montalcini...
Sí, è cosí...
... ed era convinto di essere a un passo dalla libertà...
Certamente...
Ora, se tutto questo è vero, non c'è che un'ipotesi, per spiegare quello che può essere accaduto. I brigatisti, convinti ormai che la trattativa sia a un passo dalla sua positiva conclusione, consegnano l'ostaggio all'intermediario o a qualcuno di sua fiducia: una sorta di parcheggio, insomma, in attesa della chiusura formale dell'accordo, che avrebbe consentito il rilascio definitivo del prigioniero.
Per stare ai dati oggettivi in mio possesso, posso confermare che il racconto dell'esecuzione fatto dai brigatisti contiene molte inverosimiglianze, molte aporie, che il fratello di Moro, un alto magistrato, ha evidenziato in un ottimo libro. A cominciare dal rischio che incredibilmente i brigatisti avrebbero assunto, scegliendo come luogo dell'esecuzione l'autorimessa di un immobile condominiale accessibile dall'esterno. Per rendere più verosimile la sua versione, Maccari situa l'esecuzione nel primissimo mattino, poco dopo le sei, se ricordo bene. Ma questo innesca una tempistica nel trasporto del corpo esanime di Moro in via Caetani, che assolutamente non torna e non collima, tra l'altro, con i dati dell'autopsia sull'ora della morte.
Inoltre, Moretti e Maccari non dicono la verità quando raccontano che l'esecuzione non fu annunciata al condannato, ma soltanto intuita e accettata con rassegnazione. Ancora una volta è Moro a smentirli, perché nella sua ultima lettera alla moglie, come abbiamo visto, scrive espressamente di aver ricevuto l'annuncio dell'esecuzione, che definisce terribile e inaspettato dopo il cauto ottimismo dei giorni precedenti.
A tutto ciò riesco a dare solo una spiegazione: che Moro sia stato trasportato ancora vivo (con le modalità e nell'ora - ma non nel giorno - descritte da Maccari) nel luogo (più prossimo a via Caetani) dove, convinto che il trasferimento preludesse alla sua liberazione, scrisse le ultime pagine del suo memoriale. Quelle in cui, appunto, ringrazia le Br per la loro generosità. Ma lì, invece, fu raggiunto dall'annuncio dell'esecuzione, che può essere avvenuta con la collaborazione di qualcuno che non aveva fatto parte del gruppo dei suoi carcerieri. Almeno, questo era ciò che pensava Craxi...
Craxi pensava questo?
Sí, questa era la sua ipotesi. Craxi, infatti, va a deporre in Commissione Moro, sostenendo che chiunque abbia un'idea di come si svolge un sequestro, non può credere che l'ostaggio sia stato ucciso dalle stesse persone che lo hanno tenuto prigioniero così a lungo. Poi aggiunge: è noto, infatti, che in queste circostanze, tra carceriere e prigioniero, si stabilisce una tale relazione umana, che è assai raro che chi ha custodito un prigioniero sia anche quello che lo uccide. Dunque, Craxi pensava che Moro fosse stato affidato ad altri, o che fossero sopraggiunti altri a cui poi era stato assegnato il compito dell'esecuzione.
Io volevo andare ad Hammamet per interrogare Craxi, ma purtroppo il conformismo di sinistra me lo ha impedito. La Commissione aveva deliberato all'unanimità la missione in Tunisia, ci eravamo preparati a lungo e stavamo per partire quando, divenuta pubblica la notizia del nostro viaggio, cominciarono subito i problemi. Anche dei miei amici, come i senatori Libero Gualtieri e Raffaele Bertoni, presero posizione chiedendo addirittura ai presidenti delle Camere che mi venisse impedito di andare ad Hammamet. A quel punto, Craxi cominciò ad accampare motivi di salute per rinviare l'audizione. In seguito, però, venimmo a sapere che, in realtà, era il governo tunisino che si era improvvisamente allarmato. La mia impressione, nettissima, fu che dall'Italia fosse arrivato un messaggio autorevole allo Stato tunisino, il cui senso era questo: possiamo tollerare la vostra ospitalità a Craxi, ma non il fatto che una Commissione d'inchiesta del Parlamento italiano interroghi un latitante. Chissà perché, invece, quando eravamo andati in Sudafrica a interrogare il generale Maletti, non si era scandalizzato nessuno.
Fu dunque il Governo italiano a porre il problema?
No, non il Governo... ma qualcuno che poteva comunque chiedere al Governo tunisino di ostacolare l'audizione.
Ma di che ambito? Politico-parlamentare o istituzionale?
Direi, piuttosto, autorità istituzionali sulle quali soprattutto la Procura di Milano poteva avere un'influenza...
Il Quirinale?
... Autorità istituzionali sulle quali la Procura milanese aveva una certa influenza. In ambienti giudiziari milanesi, infatti, questa nostra iniziativa fu molto mal vista, fu considerata un errore. Io, naturalmente, mi faccio carico del significato politico che si sarebbe potuto attribuire a questo episodio, però presiedevo una Commissione d'inchiesta e quello che per tutti noi contava era la possibilità di indagare. Avevamo interrogato tutti i "padri della Patria": Andreotti, Rognoni, Gui, Taviani, Forlani, perché non sentire anche Craxi ?
Ritengo che sia stato anche un errore politico impedircelo. Parlo di un errore anche della sinistra, perché alla fine, a causa di questo accanimento, è sembrato quasi che Craxi lo avessimo ammazzato noi. Ricordiamoci che cosa è successo quando è morto Craxi, quanto veleno è stato sparato sul mio partito, i Ds, su D'Alema. Se una Commissione del Parlamento come la nostra fosse andata a sentirlo, la politica avrebbe dimostrato una sua autonomia dalla magistratura.
Per quanto mi riguarda, lo avrei interrogato con grande cortesia, non come un latitante, anche perché latitava per problemi che non riguardavano la mia Commissione. Lo avrei sentito con lo stesso rispetto con cui ho interrogato Taviani, Andreotti, Forlani, Gui, Rognoni...
Non avete pensato di chiedergli qualcosa per scritto?
Sì, certo, ci avevamo pensato ma, francamente, finché non è stato male, ho sempre avuto la speranza di poterlo interrogare di persona. Poi, quando ha cominciato davvero ad aggravarsi, mi sembrò poco rispettoso della sua condizione umana sollecitare delle risposte scritte. Ritengo, comunque, che il fatto che gli abbiano impedito di testimoniare abbia rappresentato non solo un errore politico, ma anche un ostacolo per la nostra inchiesta.
Che cosa speravate che vi potesse dire di nuovo, Craxi, a tanti anni di distanza e nella sua diversa condizione di "esule" ad Hammamet?
Craxi aveva un ottimo rapporto con Dalla Chiesa e pensavo che avrebbe potuto anche dirci delle cose che il generale gli aveva confidato. Sì, questo era uno dei motivi per cui lo volevo interrogare. E poi, naturalmente, la storia dell'iniziativa socialista per una trattativa. E che fosse giusto sentirlo, è dimostrato dal fatto che una delle audizioni che ci ha fatto capire più cose sulla vicenda Moro è stata proprio quella di Signorile: abbiamo deciso di interrogarlo quando ho capito che non potevo più parlare con Craxi.
Agli atti della vostra Commissione c'è la storia di un'altra testimonianza concordata e poi saltata all'ultimo momento, per ragioni misteriose. Quella di Steve Pieczenik, il consulente inviato dal governo americano che, dopo una quindicina di giorni in Italia, perse la pazienza e decise di tornarsene a casa.
Sì, una vicenda davvero strana. Per l'improvvisa partenza di Pieczenik dall'Italia durante il sequestro Moro. Ma anche, appunto, per l'ancor più misterioso rapporto che il consulente americano ha tenuto con la nostra Commissione. A un certo punto, infatti, acquisiti finalmente i documenti del Comitato di crisi al Viminale, ci siamo resi conto che Pieczenik aveva dato dei buoni consigli. Volevamo dunque capire i motivi del suo improvviso abbandono e, dopo una serie di contatti, avevamo ottenuto di farlo venire a Roma. Lui ci aveva solo chiesto di assumerci l'onere delle spese e ci aveva persino comunicato il giorno del suo arrivo. Ma subito dopo aver ricevuto la nostra conferma definitiva, Pieczenik ci inviò un fax in cui ci comunicava di aver cambiato idea. In Italia dev'esserci proprio qualcuno che non aveva piacere che noi ascoltassimo Pieczenik.
Insomma, Craxi non si poteva sentire perché era un latitante; qual era il motivo "ufficiale" per cui non si doveva sentire nemmeno Pieczenik?
Non so proprio chi e perché abbia brigato per non farci incontrare il consigliere americano. Posso dire che da quello che abbiamo letto nei documenti sull'attività del Comitato di crisi, ci siamo fatti l'idea che Pieczenik sia una persona seria. Con noi, invece, non si è comportato seriamente. L'unica spiegazione, quindi, può essere che qualcuno lo abbia convinto della inopportunità di venire a deporre in Commissione stragi.
Sulla base di quello che voi avete letto nei documenti, che idea vi siete fatti circa il ruolo del Comitato di crisi istituito al Viminale. A proposito della sua composizione, qualcuno ipotizza che riflettesse quasi plasticamente il contesto geopolitico italiano e persino la frontiera. Insomma, c'era l'Occidente, ma c'era anche l'Oriente che teneva l'occhio e l'orecchio sul ministro dell'Interno.
Penso che un'ipotesi del genere sia estremamente credibile e coerente con la personalità di Cossiga: è sempre stato un uomo di fedeltà occidentale, ma non ha mai sottovalutato il fatto che l'Italia fosse un Paese cruciale nel delicatissimo equilibrio fra l'Occidente e l'Oriente.
Sono convinto, infatti, che in quel Comitato (in realtà i comitati erano almeno due, uno di consulenti, l'altro operativo) l'unico vero esperto nel settore della sicurezza fosse proprio Pieczenik. Gli altri, appunto, mi sembra che fossero lì più che altro per sorvegliare e riferire altrove. Quel Comitato mi è sembrato un sistema di antenne, ma ciò che veniva antennizzato non era Moro, non era Moretti, non era Morucci, non era la Faranda, ma il sistema italiano. Bisognava, insomma, controllare che non facesse qualche sciocchezza. Il che mi fa pensare che, effettivamente, c'era una reale preoccupazione su quel che Moro potesse dire, e che il compito del comitato andasse quindi ben al di là della consulenza.
Tornando a Pieczenik, che genere di consigli diede, prima di abbandonare il Comitato di crisi?
Analizzò le prime lettere di Moro, i comunicati delle Br, e propose di trattare, ma tenendo fuori il potere politico. Però, come abbiamo visto, andò via quasi subito. Perché? Secondo molti, e tra questi Stefano Silvestri, se ne andò perché aveva avuto l'impressione che in Italia non fosse possibile fare niente di serio. Silvestri ci ha anche detto che fecero fare a Piecznik un briefing con gli uomini dei Servizi, i quali sembravano preoccupatissimi di Cossiga, e del suo rapporto con le intelligence straniere. Insomma, il problema era: antennizzare tutto e creare un cordone sanitario intorno al ministro degli Interni.
Durante il sequestro, il mondo politico si divise tra i fautori della fermezza e quelli della trattativa. Tra i primi c'erano soprattutto democristiani e comunisti. Come possono essere interpretati, oggi, i motivi di quella posizione?
Le acquisizioni più recenti dimostrano che, effettivamente, da parte del Pci ci fu una posizione nettissima. Cossiga mi ha scritto un biglietto invitandomi ad acquisire dalla Fondazione Spadolini una lettera che lui, non più ministro dell'Interno, aveva indirizzato al leader repubblicano. In quella lettera Cossiga raccontava che, nei primi giorni del sequestro Moro, l'esponente comunista Paolo Bufalini gli aveva detto che, per Berlinguer, Moro era come se fosse già morto. Un chiaro segnale che il Pci era nettamente contrario ad ogni trattativa. D'altra parte, era una posizione assolutamente comprensibile dal punto di vista del Pci in difficoltà in quella fase perché, come sempre, aveva il problema di legittimarsi: qualsiasi cedimento alle Br doveva essere fortemente contrastato dal Partito, proprio perché c'era quell'album di famiglia in comune...
Oggi, comunque, sappiamo che anche nel monolite del Pci esisteva qualche crepa. Piperno ci ha fatto capire, e Barca ce lo ha detto chiaramente, che proprio Bufalini era più possibilista, meno convinto dell'utilità della linea della fermezza. Non a caso, latinista e finissimo traduttore dei classici, Bufalini aveva ricordato l'episodio di Cesare che, sequestrato dai pirati, prima accettò di pagare il riscatto e poi passò alla controffensiva, sterminandoli. Lo stesso Barca mi sembra che non condividesse del tutto la linea di assoluta intransigenza del partito. Infine, credo che anche Pietro Ingrao fosse molto dubbioso in proposito.
Se la motivazione vera e più profonda dell'atteggiamento comunista fu il bisogno di legittimarsi, quale ragione poteva spingere invece la Dc a sostenere la linea della fermezza? E inoltre: la rigidità del fronte della fermezza contribuì a indirizzare le vicende verso il tragico epilogo?
Il problema, in realtà, era un altro, come ci ha spiegato bene Signorile. La vera scelta non era quella tra fermezza e trattativa, perché anche i socialisti ammettevano che non era pensabile che lo Stato aprisse ufficialmente una trattativa con le Br. La vera scelta era, invece, tra fermezza e immobilismo. Un conto era la fermezza, consigliata ufficialmente perfino dal consulente americano. E un altro era mettere in campo una serie di iniziative di gruppi politici, associazioni umanitarie, Vaticano e, soprattutto, operazioni coperte degli apparati. Ma in quale sequestro di persona conclusosi felicemente, malgrado le dichiarazioni pubbliche, non si è in qualche modo trattato? La liberazione dell'ostaggio è sempre o il frutto diretto della trattativa, o la conseguenza indiretta, perché il dialogo con i rapitori è servito magari a far guadagnare il tempo necessario per preparare un blitz. Perciò, oggi, criticare la posizione politica della fermezza, alla luce delle conoscenze che abbiamo acquisito, mi sembra una cattiveria gratuita o una sciocchezza vera e propria. Lo Stato, nella sua veste ufficiale, non poteva fare cosa diversa da quella che fece. Però, come ha osservato giustamente Signorile, un conto è lo Stato-ordinamento, lo Stato-istituzione, altro è lo Stato-apparato, che può cercare di aprire una trattativa e utilizzarla per liberare l'ostaggio, in un modo o nell'altro...
Senza dubbio è così. Ma nel nostro caso, il problema è che l'ostaggio non è stato liberato, né in un modo, né nell'altro.
Nel caso specifico di Moro, si era cominciato a fare qualcosa per giungere alla sua liberazione, ma come ho già spiegato, è possibile che tutto abbia finito per incepparsi a causa delle complicazioni provocate dal fatto che l'ostaggio aveva cominciato a parlare con le Br.
O che il meccanismo della trattativa sotterranea si sia inceppato quando, a un certo punto, una rotella dell'ingranaggio ha deciso di fermarsi perché non aveva più nessun interesse a salvare Moro.
Purtroppo, noi non siamo riusciti ad acquisire elementi sufficienti per avere una certezza in un senso o nell'altro. Il dato sicuro è che tutt'ora ci sono delle zone di reticenza o delle zone di omertà che, a mio avviso, tendono non solo a proteggere qualcosa che è avvenuto, ma anche a proteggere qualcuno. Ancora oggi dev'esserci qualcuno che viene protetto, sia dai brigatisti sia dagli apparati perché questo qualcuno, o durante il sequestro Moro o più probabilmente nella fase successiva, ha dato dei contributi, patteggiando, in cambio, la propria impunità."Il Nuovo"
Moro, la vedova chiede nuove indagini
La famiglia dello statista della Democrazia Cristiana ucciso dalla Brigate Rosse il 9 maggio 1978, chiede la riapertura delle indagini. L'avvocato Marazzita: "Sono emersi nuovi elementi".
ROMA - Non c'è pace per Aldo Moro. Forse all'orizzonte ci sono nuove indagini, la riesumazione del corpo, un nuovo processo. Ma stavolta a turbare la memoria e a chiedere verità sono Eleonora e Maria Fida Moro, moglie e figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse. Il loro avvocato di fiducia, Nino Marazzita, chiederà nei prossimi giorni, alla procura di Roma la riapertura dell'inchiesta. La decisione, "la richiesta di giustizia", a sorpresa, è stata annunciata ieri, ed ancora oggi nello studio del legale c'è si la calma di sempre che "telefoni infuocati". Ed è complicato capire, anche da qui, la scelta della famiglia. Dopo tanto tempo, 5 processi con relative sentenze definitive, commissioni parlamentari, una manciata di film scandalo, un bel gruppo di saggi e reportage dei 55 giorni del rapimento "che ha marchiato l'Italia con gli anni di piombo", come scritto da Indro Montanelli.
Maria Fida, da parte sua è comunque sempre stata chiara. Lo ripeterà "tranquillamente" nel suo libro di prossima pubblicazione "La nebulosa - il Bignami del Caso Moro". E' convinzione dei familiari - si spiega - che bisogna approfondire alcuni punti mai realmente spiegati. E che partono da altrettanti assunti: il nucleo di terroristi che "gestì" Aldo Moro non è mai stato individuato nella sua completezza; chi ne faceva parte ed è stato arrestato non ha detto la verità; la dinamica dell'agguato a via Fani così come il ritrovamento nel pieno centro di Roma dentro un'auto. Il fratello del presidente Dc, Carlo Alberto Moro, nel suo libro scrive senza timore che "è difficile credere che i brigatisti abbiano attraversato una città, presidiata da migliaia di uomini delle forze dell'ordine, con un cadavere nel portabagagli".
Altri elementi, saltati fuori spesso, sono quelli "contesto politico", che partono da una strana "minaccia" ricevuta da Moro durante una visita negli Stati Uniti e che possono giungere alla sua volontà nel firmare il patto per il "Compromesso storico", che avrebbe fatto entrare, in tempi di guerra fredda, il Partito comunista italiano nel governo. In mezzo, c'è la responsabilità delle indagini durante i giorni del rapimento di appartenenti grandi e piccoli, alla P2, con relativo contorno di servizi segreti deviati, e collusioni con diverse organizzazioni criminali, dalla mafia alla banda della Magliana. Il legale della Dc in tutti i processi Moro, Pino De Gori, smentisce che l'autopsia di Aldo Moro sia sparita "basta chiederne fotocopia alla cancelleria della Corte di Assise" e poi aggiunge: "Non riesco ad individuare niente di nuovo, che possa giustificare una riapertura delle indagini mirate sulla morte dello statista".
"Dopo il dolore serve il riposo e non altro dolore". Caroline Kennedy, ormai unica erede diretta del compianto John Fitzgerald Kennedy, alcuni anni fa ha spiegato così il motivo per cui una delle famiglie più potenti d'America non ha mai fatto indagini dirette sugli omicidi che hanno "strappato agli Usa" suo padre e lo zio Robert. E se per Maria Fida Moro, l'azione anche polemica, è qualcosa di già percorso, per la vedova di Moro, Eleonora, "Doretta", è senza dubbio una "strada nuova". Per questo l'attenzione sul "dossier" che Marazzita presenterà alla Procura è ora dopo ora più forte. "Vi si adombra di un super servizio segreto definito Anello che ha forti responsabilità - si spiega - Ma anche del sospetto che Moro fu ucciso in altro luogo rispetto al garage di via Montalcini.
Agli atti della commissione stragi, risultano poi due deposizioni della famiglia, in cui si racconta che in quei "giorni maledetti del '78" che le forze dell'ordine avevano individuato una probabile prigione di Moro vicino Palo Laziale; e stavano preparando un blitz per liberarlo. "Ma, per misteriose ragioni, tutto si era fermato".
Enzo Fragalà, capogruppo di An in commissione Mitrokhin, condivide pienamente la richiesta di riaprire le indagini: "Chiederemo alla commissione di mettere a disposizione della famiglia, oltre alle risultanze dell'inchiesta parlamentare, i documenti relativi ai contatti fra la rete spionistica dell'Est e le Br, e il falso borsista Serghei Sokolov". Fragalà dice che tra i temi da affrontare c'é quello di Giorgio Conforto, agente "Dario" del Kgb, e padre di Giuliana Conforto, nella cui casa furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Ma quel che "deve far riflettere" sono invece due scritte, "solidarietà alle Br" e "abbasso Berlusconi" che sono state trovate questa mattina sui muri di un corridoio interno dello stabilimento Fiat Auto Lastrature di Rivalta (To). A scoprirle, all'arrivo in fabbrica, sono stati alcuni operai che hanno immediatamente segnalato l'episodio e sul posto sono intervenuti gli uomini della Digos per gli accertamenti del caso. Ferma condanna è stata espressa dalla Uilm "per gli ignobili atti e le idee dei violenti"."La Stampa"
La famiglia alla procura: riaprite il caso Moro
La vedova Eleonora punta il dito sul Kgb: prima di morire voglio sapere la verità
Francesco Grignetti
ROMA
La signora Eleonora Moro l'ha chiesto spesso, insistentemente, al suo avvocato: "Prima di morire, voglio sapere la verità". Già, la verità. Il caso Moro è sempre lì, uno scoglio attorno a cui ruota la politica italiana da venticinque anni. Eppure pochi sarebbero disposti a mettere la mano sul fuoco che la verità sia venuta fuori. Ogni tanto si celebra un processo -siamo al quinto - e piove qualche condanna. Ci sono i tomi delle commissioni parlamentari d'inchiesta. Escono libri. Spuntano brandelli di diari o frammenti di archivi. Si azzardano ricostruzioni più o meno fantastiche. Ma la vedova, irremovibile: "Voglio la verità. Quella vera". E così, nella primavera scorsa, l'avvocato Nino Marazzita ha messo mano agli incartamenti. Sono almeno un milione di fogli. Centoventimila faldoni: un lavoro ciclopico. "Ma siamo quasi pronti -dice il legale -.Entro una settimana, dieci giorni al massimo, presenteremo alla Procura di Roma un'istanza, ferratissima, documentata, inoppugnabile, per chiedere la riapertura delle indagini". Sarà una bomba: la vedova Moro, e con lei il suo avvocato Marazzita, è convinta che dietro la morte del marito ci sia il Kgb.
Su questo, infatti, Eleonora Moro chiederà di indagare: quanto ha giocato il terribile Kgb nella morte di suo marito? Quali sono stati i depistaggi dietro l'uccisione dello statista dc? Cosa significano, messi uno dietro l'altro, i segnali riconducibili a Aldo Moro che punteggiano il dossier Mitrokhin?
Misteri a cui non sarà affatto semplice dare una risposta. Ci hanno provato i commissari della passata legislatura, alla Stragi. Un po' anche quelli dell'attuale Parlamento, membri appunto della cosiddetta Mitrokhin. Il fatto è che a Mosca gli archivi dei servizi segreti, passato il comprensibile sbandamento del dopo-Urss, si sono richiusi a riccio. Nel dossier Mitrokhin, per come lo si conosce, ci sono alcune singolari coincidenze: su tutte, l'incredibile caso di quel Giorgio Conforto, spia di lungo corso, che lavora per conto del Kgb dal 1933 fino al 1978, magari bordeggiando oltre il consentito nel doppio gioco, e quindi avendo anche rapporti con il Viminale, ma che fa in tempo a conoscere - ospiti a casa della figlia - due terroristi che conoscono i segreti delle Br e dell'intero affaire Moro.
E poi c'è quell'altro strano caso di uno studente russo, un tal Sergjei Sokolov, classe 1953, che seguiva da vicino le lezioni del presidente Dc e subito dopo il sequestro tornò precipitosamente in Urss. Ebbene, ecco il vero profilo di Sokolov per come è stato possibile ricostruirlo oggi: ufficiale del Kgb, poi corrispondente dell'agenzia Tass, borsista di Storia del Risorgimento all'Università, frequentatore delle lezioni di Moro a Giurisprudenza.
Nello sfuggente mondo degli agenti segreti, le coincidenze sono sempre improbabili. Capita anche che siano volute, a futura memoria. Prove di depistaggio? Certo che d'indizi ce ne sono molti. Ed è comprensibile che la signora Eleonora voglia sapere. Sua figlia, Maria Fida, sta lavorando anche lei al caso. Sta preparando un libro, titolo provvisorio "La Nebulosa - Il Bignami del Caso Moro", che darà grande peso a un elemento forse sottovalutato. Sostiene Maria Fida essere scomparso il documento ufficiale dell'autopsia eseguita sul corpo del padre. Ma se il documento non salterà fuori, la famiglia si accingerebbe a chiedere anche la riesumazione del cadavere.
La questione dell'autopsia non è certo minore. Perche' la famiglia non si capacita di una ricostruzione - quella ufficiale - che vuole l'esecuzione dello statista effettuata nel garage del covo di via Montalcini, alla Magliana. Cosi' raccontano i brigatisti. Tutti. Ma evidentemente a casa Moro non credono a quel viaggio effettuato con un cadavere tanto scottante nel portabagagli dalla Magliana fino a via Caetani. No, sono convinti che la verita' sia un'altra. Che ci sia un altro covo, mai trovato, molto piu' vicino. Magari in un palazzo li' vicino. E torna insomma la pista dell' antico ghetto ebraico. I magistrati Rosario Priore e Ferdinando Imposimato ci credettero, ma non trovarono nulla. Indagarono. Anche la commissione presieduta dall' ex senatore Giovanni Pellegrino ha accarezzato a lungo l' iposesi di un ultimo covo. In quel caso si era pensato che ci fosse di mezzo palazzo Caetani, che e' proprio li' sulla strada, e che addirittura c'entrasse un musicologo apolide, ma d' origine russa, come Igor Markevit che che abitava proprio li'. Di recente, Pellegrino ha sostenuto di non crederci piu'. E Eleonora Moro ?ANSA:
MORO: FRAGALA', GIUSTA RICHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Mitrokhin, condivide pienamente la richiesta della famiglia di Aldo Moro di riaprire le indagini. "Chiederemo alla commissione di mettere a disposizione della famiglia, oltre alle risultanze dell' inchiesta parlamentare, i documenti relativi ai contatti fra la rete spionistica dell' Est e le Br, e il falso borsista Serghei Sokolov. Cosi' una pagina della nostra storia potra' essere riscritta senza la lente deformante dell' ideologia, con la consapevolezza dell' abnorme livello di penetrazione che il Kgb ha raggiunto nel nostro Paese durante la guerra fredda".
Fragala', che di fatto preannuncia un interesse della commissione per il capitolo Moro, dice che tra i temi da affrontare c'e' quello di Giorgio Conforto, agente 'Dario' del Kgb, e padre di Giuliana Conforto, nella cui casa furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Fragala' fa notare che nella documentazione riguardante Conforto che il Sismi ha inviato alla commissione c'e' un vuoto che va dal febbraio 1978 al giugno 1979, "in singolare coincidenza con il periodo del sequestro Moro. C'e' inoltre una lettera datata 1982 in risposta ad una nota di quattro anni prima: cosa e' successo in quegli anni? I riferimenti ai contatti fra la spia del Kgb Giorgio Conforto e le Br erano presenti nella bozza del libro di Mitrokhin che i servizi inglesi inviarono al Sismi, ma sono misteriosamente spariti dalla versione definitiva".
Inoltre nella rete di Carlos, il famigerato terrorista internazionale, su cui la commissione ha ricevuto documenti di fonte francese, fra i nomi citati c'e' anche quello di Valerio Morucci.
Ultimo tema d'indagine che l'avvocato Marazzita, legale dei Moro, ha ben individuato, riguarda il luogo dove lo statista Dc fu ucciso e l'identita' di chi avverti' Moretti che il 9 maggio 1978 Fanfani avrebbe annunciato al consiglio nazionale del partito, convocato per le 11 del mattino, l'apertura delle trattative per la liberazione di Moro con la concessione della grazia alla brigatista Besuschio, detenuta in gravissime condizioni di salute.12 novembre 2003 - CASO MORO: SU RICHIESTA RIAPERTURA INCHIESTA
"Il Gazzettino"
IL DELITTO DELLO STATISTA Elementi nuovi dagli atti della commissione Mitrokhin. Marazzita: "La riapertura del caso potrebbe avere conseguenze politiche". Il legale della Dc replica De Gori: "Le carte dell'autopsia di Moro non sono sparite, ecco dove trovarle" Roma
La famiglia Moro vuole riaprire il capitolo più oscuro del sequestro dello statista, quello riguardante la fase finale dei 55 giorni, compreso il giorno dell'omicidio, avvenuto il 9 maggio '78. Per questo Nino Marazzita, il legale di Eleonora Moro, chiederà alla procura di Roma, nella memoria che sta per presentare, che venga "riesaminata da un medico legale l'autopsia del presidente della Dc. "Da quei dati -spiega l'avvocato- si potrà stabilire l'ora esatta della morte. È ragionevole credere che quella macchina non abbia compiuto un percorso così lungo come quello che corre tra via Montalcini, alla Magliana, e via Caetani, nel centro di Roma. L'onorevole Moro potrebbe essere stato ucciso in un altro luogo".Ieri mattina Marazzita ha incontrato a lungo Eleonora Moro. Gli elementi nuovi emersi dalle carte acquisite dal legale dalla commissione Mitrokhin e dalla procura della capitale, riguardanti per larga parte la vicenda del falso borsista sovietico Sergei Sokolov, sarebbero relativi anche ad ulteriori particolari sul ruolo del Kgb nel sequestro. "La presentazione di un nuovo fascicolo - dice - potrebbe riaprire il caso Moro e l'accertamento della verità potrebbe portare anche conseguenze politiche. Ci sono elementi nuovi che andrebbero valutati e derivano da una rilettura degli atti processuali. La procura di Roma ha fatto un buon lavoro, non è arrivata agli stessi risultati perché depistata".
Il legale della Dc in tutti i processi Moro, Pino De Gori, risponde all'iniziativa della famiglia Moro che punta anche a rintracciare la perizia dell'autopsia: "Quelle carte non sono affatto sparite - dice - ma sono agli atti di tanti processi, basta chiederne fotocopia alla cancelleria della Corte di Assise"."L'esame autoptico sul cadavere di Moro fu effettuato il 9 di maggio del 1978 all'istituto di medicina legale di Roma ed era presente l'allora avvocato di tutta la famiglia Moro, Prof. Giuliano Vassalli - ricorda De Gori -. La presenza dell'illustre giurista dovrebbe essere assoluta garanzia, lo è stata e lo è certamente per il legale della Dc. Le risultanze dell'esame sono agli atti di diversi processo Moro. Io stesso ne inviai copia all'estero, in Inghilterra, per valutarne tutte le implicazioni. Basta trarne copia agli archivi della Corte di Assise di Roma. In questi atti, che ben conosco, non c'è scritto certamente che Moro fu ucciso a 11 km dal luogo del ritrovamento". Da questi atti "non risulta certamente che Moro - aggiunge - fosse stato drogato. Potrei continuare, ma lasciamo riposare in pace il povero Moro. Non riesco ad individuare, del resto, niente di nuovo, che possa giustificare una riapertura delle indagini mirate sulla morte dello statista"."Il Messaggero"
Caso Moro, ritorna la "pista del Ghetto" La vedova vuole riaprire le indagini. Il punto chiave è la prigione: fu davvero in via Montalcini?
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Caso Moro, forse si ricomincia da capo. Dopo sei sentenze e ventitré inchieste, l'iniziativa della moglie Eleonora potrebbe azzerrare la ricostruzione finora basata sulla confessione dei brigatisti, grazie alla rilettura degli atti e dalla scoperta di nuovi elementi di indagine. A partire dall'autopsia compiuta sulle spoglie dello statista ucciso, per finire all'ultima prigione che avrebbe ospitato Moro nei giorni precedenti l'esecuzione. Non in via Montalcini (verità blindata e indimostrabile considerato che il covo fu scoperto dopo che l'appartamento era stato venduto e ristrutturato), ma nella zona del Ghetto ebraico dove fu ritrovata la Rénault rossa con il corpo ancora caldo dello statista ucciso.
L'avvocato Nino Marazzita, che entro dieci giorni depositerà la richiesta alla Procura di Roma, si è limitato ad osservare: "La presentazione di un nuovo fascicolo potrebbe riaprire il caso Moro non senza conseguenze politiche. La procura di Roma ha fatto un buon lavoro, ma è stata depistata". Poi aggiunge: "Da quei dati si potrà stabilire l'ora esatta della morte. La macchina non avrebbe fatto un percorso di 11 chilometri, Moro potrebbe essere stato ucciso in un altro luogo".
Torniamo all'autopsia dunque: "Il momento della morte può essere collegato tra le ore 9 e le ore 10 del 9 maggio 1978. La morte non è stata istantanea, l'agonia è durata all'incirca 15 minuti", affermava il pool di medici legali che effettuarono la perizia necroscopica sul corpo di Aldo Moro, tra i quali il professor Silvio Merli, e che oggi la famiglia Moro vorrebbe far riesaminare dal professor Bellocco. Anche il maggiore del Ros Massimo Giraudo, incaricato dal presidente della commissione stragi Pellegrino, ha posticipato l'ora dell'esecuzione a non prima delle 11 di mattina. Elementi che contraddicono la versione del capo delle Br, Mario Moretti, che nel libro intervista a Rossana Rossanda sostiene di aver "eseguito la sentenza" tra le sette e le otto di mattina. Altri dettagli lo smentiscono. Moro potrebbe esere stato ucciso mentre era in piedi e non sdraiato nel bagagliaio della Rénault: una pallottola ha scalfito il dorso di una mano come se avesse tentato di schermarsi e tracce ematiche sono state trovate sul finestrino e sui sedili posteriori. Forse si era appena seduto nell'auto e pensava di essere rilasciato.
Il giudice Rosario Priore, che istruì il processo, non appare sconcertato: "C'erano zone d'ombra nella ricostruzione dei brigatisti, lo scrivemmo. Non ricordo nei dettagli l'autopsia, se non che il corpo di Aldo Moro era molto curato e la muscolatura tonica. Questo ci fece ritenere che la prigione non fosse troppo angusta, ma dotata di servizi igienici". Anche voi indagaste sul ghetto ebraico? "Con Imposimato cercammo a lungo nella zona del ghetto la base Br che ci aveva indicato Elfino Mortati, un brigatista toscano". Qualcuno però cercò di fermarvi, foste fotografati dall'alto? "Non ho intenzione di parlarne".
I misteri di palazzo Caetani conducono al possibile ruolo di servizi segreti stranieri cui avrebbe fatto capo il musicista Igor Markèvitch che compare nell'ultima fase del sequestro come misterioso intermediario. Anche Imposimato allude ad una doppia pista: "Non dimentichiamo Sergej Sokolov, un agente sovietico che durante il sequestro Moro era in contatto con una vasta rete di personaggi anche italiani. Un quadro di contatti che sta per venire fuori"."Dagospia"
MORO PER SEMPRE/1 - LA FAMIGLIA VUOLE RIAPRIRE IL CASO MORO, UN LETTORE RIAPRE "OP" DI MINO PECORELLI (E QUELLO CHE SI LEGGE E' AGGHIACCIANTE...)
Riceviamo e pubblichiamo da un lettore che si firma Nembo Kid:
Il 16 gennaio 1979, 10 mesi dopo il rapimento Moro e poco piu' di due mesi prima di essere ucciso (ucciso pochi giorni dopo il primo anniversario del rapimento, un caso?), Pecorelli scriveva su "OP":
Tratto da I veleni di "OP" - Le "notizie riservate" di Mino Pecorelli, di Francesco Pecorelli e Roberto Sommella, Kaos Edizioni.
[...] Violenza politica che ha raggiunto il suo apice con l'uccisione di Aldo Moro. Aldo Moro che pensava di essere liberato dalle Brigate Rosse, e che temeva di rimanere ferito in un conflitto a fuoco tra i "carabinieri" e i suoi carcerieri, come ha pubblicato Panorama in un articolo non firmato, notizia che avrebbe attinto dai documenti sequestrati nel covo del brigatista (?) Alunni, notizia che viceversa nel memoriale diffuso dal Ministero degli Interni non risulta.
Ma torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all'operazione, del prete contattato dalle Brigate Rosse, della intempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo, dei partiti politici che si sono arrogati il diritto di parlare in nome del Parlamento, dei presunti memoriali, degli articoli redazionali, cervellotici, scritti in funzione del fatto che lo stesso Moro, che avrebbe intuito che i carabinieri potevano intervenire, aveva paura di restare ferito.
Parleremo di Steve R. Pieczenik, vice segretario di Stato al Governo Usa il quale, dopo aver partecipato per tre settimane alle riunioni di esperti al Viminale, ritornato in America prima che Moro venisse ucciso, ha riferito al Congresso che le disposizioni date da Cossiga in merito alla vicenda Moro erano quanto di meglio si potesse fare. Perché Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era insieme ad altri notabili Dc a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina.
A questo punto vogliamo fare anche noi un po' di fantapolitica. Le trattative con le Brigate Rosse ci sarebbero state. Come per i fedayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i "carabinieri" (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perché si voleva comunque l'anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il Presidente della Democrazia Cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama "De" e il macellaio Maurizio.
"Op", 16 gennaio 1979"L' Unita'"
Cossiga:"Sul delitto Moro i giudici hanno fatto piena luce"
Interrogativi dopo l' iniziativa del legale della famiglia che vorrebbe riaprire il caso. L'ex presidente della Repubblica:"L'omicidio fu opera esclusiva delle Br"
Wladimiro Settimelli
Dubbi, interrogativi e nuove domande, dopo l'annuncio dell'avvocato Nino Marazzita sulla richiesta di riapertura delle indagini per l'uccisione di Aldo Moro. Il legale della famiglia Moro, entro dieci giorni, presenterà una rilettura delle indagini alla Procura di Roma, per conto della signora Eleonora, moglie dello statista. La notizia ha destato scalpore anche se tutto, dalle indiscrezioni, appare stranamente nebuloso. Si è, per esempio, parlato di una eventuale riesumazione dei poveri resti dell'ex presidente Dc, ma a venticinque anni di distanza dalla strage di via Fani, è praticamente impossibile eseguire qualunque nuova perizia.
Tra l'altro, le carte di quella eseguita dopo il recupero del corpo in via Caetani, non sono affatto sparite come era stato detto. E allora quali sono le novità sulla base delle quali i giudici dovrebbero accogliere le richieste della famiglia Moro? La commissione Mitrokhin ha sussurrato, per esempio, il giudice veneziano Mastelloni che della Mitrokin è consulente. E che cosa in particolare?
La faccenda del borsista russo Sergei Sokolov che seguiva le lezioni di Moro all'Università e che, invece, sarebbe stato una spia del Kgb. Secondo alcuni, il falso borsista, forse, era collegato con altre spie italiane. La faccenda, a suo tempo, venne presa in esame e si risolse con un nulla di fatto. Si prestò, anzi, ad una serie di ridicole e assurde speculazioni che finirono per coinvolgere persone assolutamente innocenti. Insomma, era stata scelta una strada che non portava da nessuna parte.
Comunque, sulla eventuale iniziativa della famiglia Moro e dell'avvocato Marazzita, abbiamo chiesto l'opinione dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ministro dell'interno durante il caso Moro. Ecco che cosa ci ha detto: "Esco dal mio riserbo sulla tragedia Moro, ricordando quanto l'Unità fece in quei giorni terribili, per battere insieme il terrorismo. Sono contrario ad ogni dietrologia e convintissimo che il lavoro dei giudici italiani, delle Commissioni parlamentari d'inchiesta, della polizia e dei carabinieri, fece chiarezza sul sequestro e l'uccisione di Moro. Escludo - ha detto ancora Cossiga - che le brigate rosse fossero eterodirette dalla Cia o dal Kgb. Conosco la faccenda del falso borsista Sokolov, scomparso dalla circolazione dopo via Fani. Voglio dire che, in quel periodo, Aldo Moro stava portando a termine un esperimento politico di grandissimo livello e di altissimo significato. Un esperimento che interessava sicuramente tutta l'Europa. Intorno a lui, all'Università, ci sarà stato non solo Sokolov, ma anche uomini della Cia e dei servizi segreti bulgari, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi dell'Est e dell'Ovest e quant'altro".
"Se ben ricordo - ha aggiunto ancora Cossiga - un tentativo di" disinformazia" da parte del Kgb, ci fu e nei confronti di Enrico Berlinguer. Fecero sapere a tutti che le famiglia Berlinguer era ricchissima e proprietaria di vasti appezzamenti di terreni. Ma quelle terre non erano dei Berlinguer. Insomma, una operazione condotta con molta superficialità, proprio nel momento in cui molti, moltissimi, qui in Italia, erano pieni di speranza perché l'eurocomunismo stava andando in porto. Voglio molto bene ai Moro, comprendo tutto il loro dolore e capisco il dramma che si abbatté sulla loro famiglia e la inesausta volontà di sapere ogni dettaglio, ogni particolare e risolvere anche ogni più piccolo dubbio. Ma l'iniziativa di queste ore...Non saprei ...Non capisco bene...".
Comunque, il momento della morte di Moro venne fissato dai periti tra le ore 9 e le ore 10 del 9 maggio 1978. Il presidente Dc venne massacrato da ben undici colpi di mitraglietta all'interno del bagagliaio della Renault rossa. Un colpo alla volta, affermarono i periti. Moro morì almeno una quindicina di minuti più tardi. La famiglia vorrebbe far rileggere le perizie e anche tutti gli orari e movimenti dei brigatisti in quella terribile mattina. Che la verità non sia mai stata raccontata, fino in fondo, dai terroristi delle Br, ormai tutti liberi e anche autori di celebrate autobiografie, dopo tanti, tantissimi anni, è ancora chiaro. Decideranno, una volta o l'altra, di parlare davvero e chiarire tutto, ma proprio tutto?14 novembre 2003 - INEDITI DI CRAXI SU MORO, TOBAGI E ALTRO
"Il Riformista"
RITROVAMENTI
Quel libro mai finito
Un bilancio franco e spesso amaro di una vita spesa per il partito e le istituzioni, scritto però dal punto di vista dell'uomo, più che da quello del protagonista politico, anche se non mancano riferimenti pungenti a personaggi e circostanze d'attualità. È quanto emerge da una prima lettura del libro autobiografico cui Bettino Craxi stava lavorando ad Hammamet.
Il testo è stato ritrovato casualmente appena pochi giorni fa dalla figlia Stefania e dai suoi collaboratori della Fondazione Bettino Craxi, mentre insieme al Riformista cercavano testi e appunti inediti (anch'essi pubblicati oggi sul nostro giornale) che anticipassero i temi del convegno su Craxi promosso per lunedì prossimo dalla Fondazione Italianieuropei.
Il ritrovamento è avvenuto frugando tra le decine di migliaia di carte che compongono l'archivio di Hammamet, recentemente trasferito in Italia, in un luogo riservato, per essere organizzato. Dall'impolverato materiale cartaceo - composto da circa 150 pagine, incompleto per il sopraggiungere della morte del leader socialista - affiorano qua e là dei foglietti scritti a penna, ma la gran parte dei testi sono dattiloscritti, e questo non consente di risalire per il momento né a date precise né al nome di eventuali collaboratori, poiché come molti sanno Craxi era solito scrivere a mano per poi passare i suoi appunti a chi provvedeva alla stesura con una vecchia Olivetti (che lui preferiva) o con l'uso del computer, cestinando poi i manoscritti. Tanto che molti dei documenti autografi poi ritrovati in Tunisia, sono quelli nascosti per pudore ai collaboratori. È dunque probabile che se qualcuno ha raccolto le memorie di Hammamet, non può essere che un intimo, una persona però molto riservata, il cui nome potrebbe rimanere avvolto nel mistero.
Certo è comunque l'estremo interesse storico e umano del testo. I vari argomenti, che spesso corrispondono a fasi cruciali della vita della Repubblica, vengono trattati come racconti dell'intimo e scritti in una forma letteraria - seppur velata dalla malinconia - sorprendentemente fresca e coinvolgente. È così, ad esempio, per le ricostruzioni inedite sugli omicidi di Walter Tobagi ("Piansi come una donna, come una fata, quando fui costretto a guardare le immagini del suo corpo schiantato sull'asfalto, l'impermeabile intriso di umidità e di sangue") e Aldo Moro ("Nel suo destino entrano in gioco torme di stupidi, di strampalati, di difensori della democrazia, di possibilisti, di censori, di pagliacci, di incompetenti"). Emotivamente molto intense sono poi le pagine dedicate ai compagni del Psi ("Le notti romane diventarono riedizioni di basso Impero con locali notturni e ristoranti rigurgitanti della socialità trasversale romana, di personaggi accompagnati più o meno discretamente dai loro gorilla, di faccendieri, di questuanti, di signore blasonate e questori di polizia, di agenti dei servizi segreti e finanzieri"). Il linguaggio si fa però più crudo sulla vicenda di Sigonella ("qualsiasi avvenimento può essere presentato in maniera mistificante" dai giornalisti) e - soprattutto - sui fatti di Tangentopoli. Questa parte, però, la Fondazione Craxi, d'accordo con il Riformista, non ha voluto pubblicare oggi: è un'altra storia, e verrà il tempo di leggerla.TERRORISMO 1. "UNA TORBIDA STORIA SCRITTA DAGLI ADDETTI AI LAVORI DEI SERVIZI, DELLA POLITICA, DEL GOVERNO"
Il 16 marzo fu un giorno di sole, Moro venne rapito e il suo destino fu segnato da torme di strampalati
"La Dc che non lo amava e Berlinguer pressato dall'anima moralista portarono il paese sull'orlo della guerra civile"
Brano tratto dall'autobiografia di Bettino Craxi
Il 16 marzo 1978 fu un giorno di sole. Roma si sveglia con una morbida e progressiva ripresa del lavoro. Dalle periferie fino al centro storico dei ministeri e della politica dove i colombi volano da una facciata all'altra delle case posandosi sui cornicioni, o scendendo sul selciato tra le macchine come spodestati abitanti di un Impero le cui tracce sono per lo più ignorate, è un grande respiro che si solleva, e la città richiama i suoi colori rosso e ocra nella luce dorata. Prima di riprendere il suo ritmo vitale, Roma ci mette un po'. I secoli e i millenni l'hanno resa pigra.
Aldo Moro è invece un uomo preciso, gran lavoratore, con rituali nell'organizzazione del suo lavoro che sono regolati da una quasi immutabile tabella di marcia. È già sveglio e in piedi quando altri, in questa città sonnolenta, indugiano a riprendere contatto col giorno. Dal primo mattino, la sua macchina d'ordinanza lo aspetta sotto casa. (...) Via Fani è tranquilla, semi-residenziale, semi-periferica. Non c'è grande traffico automobilistico, ed è controllabile da un capo all'altro. Chi voglia registrare le abitudini di Moro e degli altri abitanti della zona ha compito facile, ma anche chi lo deve proteggere. Tuttavia, in quel primo, sereno mattino di marzo, un piccolo gruppo di terroristi sbuca come materializzato dal nulla e la tranquillità della strada viene lacerata da raffiche di mitra che abbattono cinque uomini della scorta, e il Presidente della Democrazia Cristiana viene afferrato e sbattuto in una macchina che si allontana indisturbata.
Da quel momento, nel destino di Moro, entrano in gioco torme di stupidi, di strampalati, di difensori della democrazia, di possibilisti, di censori, di pagliacci, di incompetenti, oltre agli addetti ai lavori dei servizi segreti, della politica, del Governo dei corpi di polizia e dell'Arma dei carabinieri, dei mass-media, della leadership culturale moderata e non. (...) Dietro la sgangherata conduzione della vicenda Moro, altre e più scellerate responsabilità la resero una delle pagine più infamanti della storia della nostra Repubblica.
Io mi stavo facendo la barba, quando mi arrivò la telefonata che mi comunicava l'accaduto, ricordo perfettamente il gesto di posare il pennello e andare a rispondere con le mani bagnate, irritato che già a quell'ora qualcuno violasse la mia intimità, e poi il tempo si spaccò e rimasi con il telefono appiccicato all'orecchio, inebetito. Poi di nuovo un crac e si riprecipitò nel presente, io e il mio interlocutore. Un peso tremendo, una responsabilità gigantesca ci era caduta sulle spalle. Cominciarono riunioni frenetiche tra i compagni socialisti, così come tra gli uomini del governo, degli altri partiti e tra i rappresentanti dei partiti. È subito chiaro che i massimi organi della Dc hanno scelto la linea della "fermezza": nessuna trattativa, nessuna debolezza verso i terroristi che chiedono la liberazione di "prigionieri politici" in cambio di Moro. Una fermezza e un'intransigenza che neppure il governo tedesco adoperò quando fu rapito dai terroristi il segretario della Democrazia Cristiana berlinese Peter Lorenz (...), e che neppure il governo israeliano manifestò nei giorni del dirottamento dell'aereo dell'El Al a Entebbe (...). Una fermezza e un'intransigenza che peraltro vennero meno quando il governo italiano, alcuni partiti e magistrati, decisero che si poteva "trattare" con i pentiti per ottenere strumenti per combattere la criminalità.
Ho ancora davanti agli occhi le foto di Moro scattate nel "carcere del popolo", la barba lunga, lo sguardo spento di chi sa di essere un morto vivente, e le sue lettere in cui le responsabilità della dirigenza del suo partito vennero chiaramente indicate. (...) Moro visse il suo calvario lottando la battaglia, che sapeva disperata, per la sua vita. Alle voci che lontano gli giungevano nel carcere e che non poteva non accogliere con sbalordimento, quando si sentiva invitare a comportarsi come Socrate che bevve la cicuta; quando vedeva che venivano pubblicate le lettere dei condannati a morte della Resistenza con un parallelismo grottesco rispetto alla sua situazione; quando leggeva autorevoli direttori della stampa democratica, come il profeta con la barba, che scrivevano "bisogna salvare la Repubblica e sacrificare un uomo", rispose con lucidità e intelligenza. Oppose argomenti politici, giuridici, morali e umani. Sviluppò ragionamenti politici e di principio sul governo che nasceva per merito suo, sulla "Ragion di Stato" e sul senso di giustizia, sulla eccezionale condizione scatenata dal terrorismo e dalla guerriglia, sul comportamento di altri Stati in casi analoghi, sulle conseguenze politiche di un diverso atteggiamento. Dice in una sua lettera: "Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e a compenso altra persona va invece che in prigione in esilio?".
Ma non ci furono analisi politiche, suppliche, schieramenti per la sua liberazione, che potessero riportare indietro il suo orologio. Dal momento in cui fu preso, Moro era condannato a morte. All'interno del suo partito aveva avuto da sempre avversari temibili, prima per il suo aderire allo spirito dell'Enciclica Mater e Magistra di Giovanni XXIII volto alla necessità di una collaborazione con le sinistre, poi per la sua strategia di cauto rinvio delle riforme e infine per l'apertura ai comunisti contro i quali sperava di ripetere la stessa strategia messa a punto contro il Psi negli anni Sessanta, cioè di renderli di fatto inoperanti smussando gradualmente la loro opposizione alle politiche governative. Cattolico fervente e praticante, Moro non era riformista più di quanto non lo fossero i dorotei della sua corrente, il suo vero intento fu sempre quello di mediare tra elementi in conflitto portandoli all'immobilismo e favorendo in realtà quei settori del capitalismo italiano che fin dal 1962 operarono per indebolire il centro-sinistra e successivamente le altre forze che non servivano i loro interessi. I comunisti erano di conseguenza rimasti anche negli anni del compromesso storico ai margini del governo, non riuscendo a rapportarsi da pari a pari con la Dc, ma non solo per la responsabilità dei democristiani: erano in una situazione bloccata tanto all'interno quanto all'esterno. Nel 1976 la fine del compromesso storico decisa da Berlinguer era stata accolta con grande esultanza dal suo partito ma non aveva mutato le cose, la linea "morbida" di Moro continuava a produrre i suoi effetti anche nei governi guidati da Andreotti che, scaltro e molto più cinico di lui, era l'uomo ideale per continuare un lento logoramento del Pci. Nel momento in cui fu rapito, quelle forze della Dc e del Pci che erano avverse da sempre a Moro, si allinearono sulla linea dell'intransigenza e decretarono la sua morte.
Insieme a pochi altri, i socialisti furono i soli a rendersi conto che la prigionia di Moro stava avviandosi a una conclusione tragica e che per impedirlo bisognava tentare il possibile e l'impossibile pur mantenendosi nell'ambito della legalità repubblicana. La nostra, oltre ad essere ispirata dalla pietas, era la visione costituzionale del dovere dello Stato di adoperarsi a salvare la vita dei propri cittadini. Nella nostra concezione democratica delle istituzioni, lo Stato è uno strumento, non un fine a sé. Il valore-Stato in astratto non può valere la vita umana. Eravamo convinti, inoltre, che una decisione umanitaria quale lo scambio dei prigionieri, avrebbe avuto l'appoggio della popolazione, non avrebbe indebolito la democrazia, ma l'avrebbe rafforzata. Una di quelle verità abbaglianti nella loro semplicità che un popolo, quando viene chiamato a valutare, riconosce senza tentennamenti.
Berlinguer, invece, pressato da quell'anima moralista che irrigidisce il suo partito in concetti e posizioni schematiche, si perse in distinguo e sottigliezze, che sono il modo dei comunisti per nascondere l'incapacità a scegliere, prima che i fatti della storia ve li conducano, di misurarsi con la realtà, di dare una svolta al pensiero. E proprio queste caratteristiche, sul cui fondo malgrado l'esercizio dialettico pesa qualcosa di brutale, di non civilizzato, di reazionario, avevano indotto Berlinguer a sottovalutare le spinte sociali ed economiche della politicizzazione di un'intera fascia di giovani, allo sbando per il vuoto politico che ormai trovava nel suo referente principale, il Pci, che dalla fine degli anni Sessanta si era andata strutturando per sfociare infine nella lotta armata.
Pertini, al suo funerale, pianse. "È stato colpito un uomo giusto", disse. Che Berlinguer lo fosse, dentro gli schematismi a cui rispondeva, nessuno, neanche i suoi compagni di partito, lo può negare. Ma che i suoi difetti, insieme a una sorta di miopia nei confronti del proprio partito e del ruolo che avrebbe potuto sostenere in un'alleanza con la Dc, portarono il paese sull'orlo della guerra civile e ad avallare un assassinio di Stato, per me era altrettanto innegabile. E sono sicuro che in un giorno che verrà, quando la storia che abbiamo vissuto in questi anni non sarà più contemporanea, le sue responsabilità risulteranno chiare a tutti.TERRORISMO 2. LETTERA DEL 1998 (SENZA RISPOSTA) A LUCIANO VIOLANTE, ALLORA PRESIDENTE DELLA CAMERA
Venti anni dopo, ipocrisia di una celebrazione
"Non si può ricordarlo senza ricordare chi allora aveva ragione e chi sbagliò, senza sollevare un dubbio sulla linea dura"
Questa lettera, dal titolo Ipocrisia di una celebrazione, fu indirizzata nel 1998 a Luciano Violante, allora presidente della Camera, ed è stata trovata in copia nell'archivio di Hammamet. Denuncia la violazione della verità storica durante la celebrazione dei venti anni dall'uccisione di Aldo Moro. La lettera non ha ottenuto risposta.
Caro Presidente, scrivo a lei nella convinzione che dai banchi dell'Assemblea che lei presiede ci si dovrebbe sempre proporre il rispetto della verità storica. In questo senso lei certamente ricorda e tutti egualmente ricorderanno che rinchiuso nel carcere delle Brigate Rosse l'onorevole Aldo Moro scrisse di suo pugno e riuscì a far pervenire ai destinatari 39 lettere. (...) Non scrisse alcuna lettera né al Pci, né a Berlinguer, né ad altra personalità comunista fatta eccezione per Ingrao, al quale tuttavia si rivolse solo nella sua qualità di Presidente della Camera.
Dalla sua prigione Moro vedeva diverse posizioni di campo. Da un lato descrisse la posizione di Andreotti "che con il Pci - scrive - guida nei sui messaggi la linea dura" e dall'altro invitò a "valorizzare l'umanitarismo socialista che ha sempre goduto e specie in questa legislatura maggiore simpatia". Moro aveva l'assoluta e ben fondata certezza che la sua vita dipendeva dall'avvio e dal buon esito di una trattativa con le Br e quindi denunciava la rigidità della posizione comunista, che si dichiarava assolutamente contraria a qualsiasi genere di concessione. (...) Governo e comunisti stavano e stettero ancorati fino al tragico finale alla stessa posizione. Era per questo che Moro sosteneva: "È necessario avere una seria linea alternativa a quella del governo che riecheggi un po' l'ispirazione socialista". Ed è ancora in questo senso che cercò di scuotere i suoi amici di Partito: "Date, fiducia, ora che si manifesta intero, all'umanitarismo socialista, anche se vi fosse la crisi. La crisi per questi motivi che lascia allo scoperto i comunisti non ci sarebbe o sarebbe almeno risolvibile". E su questo punto tornava ad insistere: "Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista, è difficile pensare che il Pci voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature". Scrivendo a Piccoli annotava: "Forse i comunisti vogliono restare soli a difendere l'autorità dello Stato o vogliono di più. Ma la Dc non ci può stare. Perché nel nostro impasto c'è una irriducibile umanità e pietà. Una scelta a favore della durezza comunista contro l'umanitarismo socialista sarebbe contro natura". Ai comunisti si rivolse solo indirettamente: "Dicano, se credono, che la loro è una posizione dura e intransigente e poi la lascino come termine di riferimento". Scrisse invece al Presidente del Consiglio Andreotti per dirgli: "La certezza che questa nuova fase politica se comincia con il sangue, e specie in contraddizione con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il governo". Scriveva poi a Cossiga: "Forse che non ho indovinato, con mesi di anticipo, che con i comunisti si andava verso la crisi e che bisognava prepararvicisi per febbraio-marzo?".
Mentre la situazione si faceva sempre più disperata il prigioniero Moro fece appello anche alla moglie Noretta: "Mia moglie si rechi al Partito e dica loro nettamente che il rifiuto a trattare seriamente anche nelle forme minime proposte da Craxi, comporta la mia morte". Di fronte al prevalere della intransigenza ed al silenzio della maggioranza dei capi politici Aldo Moro, in diverse lettere mi indirizzò continui appelli: "Guai, caro Craxi, se la tua iniziativa fallisse"; e ancora: "E ora nessuno si pone un problema di coscienza? Chiedo a Craxi se questo è giusto". In una lettera che mi pervenne alla sede del Partito scriveva: "Anche la Dc sembra non capire. Ti sarei grato se gliela spiegassi anche tu con l'urgenza che si richiede. Credi, non c'è un minuto da perdere". E così era.
Era cominciato il conto alla rovescia. La linea "dura", la linea che si proclamava con orgogliosa sicurezza della "fermezza", non era altro che una resa pregiudiziale di fronte ad una inevitabile sentenza di morte e quindi alla sua esecuzione. I comunisti, inspiegabilmente, come scrive lo stesso Moro, furono l'asse portante di questa linea. Ogni tentativo diverso si infranse inesorabilmente contro un muro di ghiaccio elevato dai comunisti, da Andreotti, da Zaccagnini e da tanti altri. Non si può allora citare e ricordare Moro di fronte alla Camera, cancellando le pagine tragiche e dolorose della sua ultima infelice battaglia e della sua sconfitta ad opera di chi ignorò i suoi appelli disperati e le sue indicazioni di umanità e di saggezza, e per la responsabilità di uno Stato che fu incapace di salvarlo dalla morte, che gli fu data per mano del fanatismo terrorista. Non si può ricordarlo nell'Aula della Camera senza dire una parola su chi allora aveva ragione e su chi sbagliò, senza ricordare il tragico conflitto che divise le forze politiche, senza almeno sollevare un dubbio su ciò che avvenne e sul fallimento della linea che fu seguita in primo luogo dal governo della Dc e del Pci "a difesa dello Stato". Lo si sarebbe dovuto fare in segno di rispetto della figura di Moro, del suo coraggio, della sua intelligenza e del suo sacrificio. Lo si dovrebbe fare per rispetto della verità storica. Con ossequioTERRORISMO 3. "APPARTENEVA ALLA MIA FAMIGLIA, QUANDO MORÌ PIANSI COME UNA FATA"
Così fecero di Tobagi una pecora zoppa
Il "postino" e gli altri: qualcuno sapeva ma non alzò un dito. E solo l'Avanti lo denunciò
Brano tratto dall'autobiografia di Bettino Craxi
Walter Tobagi, mio amico personale, fu ucciso il 28 maggio del 1980. Era uscito in quella desolazione di certe giornate di Milano composta dall'umidità della pioggia, di fumi di scarico, di cemento intriso di sporco, che sembra impenetrabile all'avvistamento di uno stracciato pezzo di azzurro nel cielo, di un alito di primavera che porti profumi di terra, di fiori. Attrezzato di ombrello e impermeabile si dirigeva verso il lavoro, la testa dietro alla composizione del prossimo articolo, o all'appuntamento con qualcuno che gli doveva fornire notizie per un'inchiesta che aveva in mente. I suoi pensieri, probabilmente, giravano attorno all'argomento che più degli altri sollecitava il suo sincero impegno di cattolico di sinistra, il terrorismo, di cui si andava occupando da anni. Solo un anno prima, nel 1979, aveva scritto a proposito delle responsabilità che un'intera area di sinistra ebbe nella genesi e nel diffondersi di quest'aberrazione del pensiero leninista fino al culmine del rapimento e l'uccisione di Moro (...) Com'è ovvio, se non lodevole, la stampa di "sinistra" separò dal gruppo la pecora zoppa. In quel panorama appiattito e conformista solo alcuni ebbero il coraggio di convenire con le sue idee.
Isolato e contestato dai suoi stessi colleghi, amareggiato, tuttavia fiducioso che l'esercizio della verità alla fine possa sconfiggere la disonestà e l'ipocrisia, quella mattina Tobagi ebbe appena il tempo di fare qualche passo fuori dal portone prima di essere abbattuto come un animale da macello. Qualcuno sapeva, prima della sua uccisione, ma non alzò un dito per salvarlo. Nel 1983 pervenne all'Avanti! la copia di un documento attestante in modo incontrovertibile che Walter era già da tempo nel mirino delle Br e che ambienti della Magistratura, dell'Arma dei carabinieri, della Stampa e dei Servizi Segreti ne erano perfettamente a conoscenza fin dal 1979. "Per quanto riguarda l'azione da compiere qui a Milano e la zona nella quale il gruppo sta operando, il postino ritiene che vi sia in programma un attentato o il rapimento di Walter Tobagi, esponente del Corriere della Sera. La zona in cui il gruppo sta operando dovrebbe essere quella di Piazza Napoli - Piazza Amendola - via Solari dove il Tobagi dovrebbe abitare...". Il postino era un personaggio ben conosciuto dai carabinieri, il terrorista Rocco Ricciardi, una di quelle persone vili e sguscianti che fanno una professione del tradimento e la delazione, diventato l'informatore di un sottufficiale del reparto Milano Uno dell'Arma; lo stile del documento era quello dei Servizi Segreti o delle note informative delle forze di sicurezza. Perché nessuno di coloro che erano stati informati di quanto si stava tramando prese provvedimenti e successivamente, al processo contro gli imputati del suo assassinio, la Magistratura non espose questi fatti esibendo il documento? E, infine, perché la sentenza per assassini riconosciuti e confessi fu mite come per un ladro di polli?
Su tutte queste connivenze, complicità, omissioni prodottesi prima e dopo l'assassinio e il processo, muniti della copia del documento che ci era pervenuta, noi socialisti chiedemmo l'intervento di Scalfaro, allora ministro dell'Interno, il quale ci assicurò che l'originale del documento di cui temevamo la scomparsa sarebbe stato ufficialmente messo al sicuro. Il 16 dicembre l'Avanti! ne pubblicò il contenuto, provocando una reazione a catena: i giudici del processo negarono di esserne a conoscenza, la Procura di Milano pur ammettendo la possibilità che il documento fosse noto negò che l'interpretazione fatta da noi fosse corretta, il Consiglio Superiore della Magistratura negò la legittimità di un Ministro della Repubblica a rispondere in Parlamento su "una questione delicata" senza avere preventivamente interpellato la Magistratura interessata. Lo scontro tra potere politico e giudiziario portò un'autorizzazione a procedere contro i giornalisti dell'Avanti! e i deputati socialisti per "l'enormità" di aver voluto chiarezza sull'operato della Magistratura, e il Csm prese posizione contro di me per aver dichiarato che l'affare Tobagi era un altro capitolo oscuro della vita della democrazia. Cossiga infine si schierò dalla nostra parte sottolineando che in qualità di presidente della Repubblica e quindi di presidente del Csm avrebbe "mandato i carabinieri" al supremo organo della Magistratura se i suoi membri si fossero riuniti per decidere sul mio operato senza la sua autorizzazione, poiché si configurava un conflitto istituzionale essendo il Csm un organo di amministrazione e non un potere dello Stato... "la valutazione dei comportamenti del Presidente del Consiglio dei Ministri è attribuita in via esclusiva al Parlamento nazionale e non può di essa intendersi sotto nessun profilo investito un organo, anche se di alta amministrazione, quale il Csm".
Un pasticciaccio, un brutale attacco della Magistratura agli organi costituzionali dello Stato, che durante due anni costituì la prova generale di quanto fu poi portato a termine negli anni Novanta. Ma in quell'epoca la democrazia teneva ancora, e ancora l'usurpazione da parte della Magistratura di competenze esclusive degli altri poteri dello Stato Costituzionale non veniva avallata apertamente dai partiti e dalla stampa che ci vollero distruggere. Non avrebbero osato, anche se il 18 aprile 1985 la Camera, in contemporanea alla negazione dell'autorizzazione a procedere contro il Segretario del Pci Occhetto per lo stesso reato che ci veniva imputato, grazie al voto segreto di comunisti e franchi tiratori la liberò invece nei nostri confronti.
Quando scompaiono le persone con le quali avevamo in comune uno stile di vita, idee, o ricordi, si è sempre detto che se ne va una parte di noi. Il luogo comune avrà qualcosa di fondato, nella sua banalità. Io ne sono sempre rifuggito, ma posso dire che certamente accade qualcosa in noi di irrimediabile, più irrimediabile della morte stessa. Con la scomparsa di Tobagi quel qualcosa di luminoso e di eroico che c'è nell'illusione della giovinezza di poter cambiare il mondo con le proprie idee, si rattrappì fino a diventare dentro di me una concezione pragmatica dei rapporti con la politica e della funzione stessa della politica. Non voglio dire che lì iniziò una mia rivoluzione copernicana, non potrei mai essere incline all'idea hegeliana che tutto il reale è razionale, ma quella degradante parodia di esecuzione credo abbia contribuito a costruire in me la coscienza della realtà delle cose, che sempre opera a danno del fuoco che accende di idealismi i sogni giovani.
Tobagi, a quel tempo aveva raggiunto una posizione importante, portato dall'onda della passione che fin da ragazzo aveva avuto per il suo lavoro. (...) Ma per me era ancora il ragazzo che negli anni Cinquanta e Sessanta della Milano del fervore delle idee, dell'abbraccio alla politica e all'impegno civile, ci era stato compagno come tanti e tanti altri. Era l'amico delle cene nei ristoranti, delle discussioni che a volte si protraevano fino al midollo e che dopo le dieci di sera, con la gente rintanata nelle case, diventava un po' spettrale. Mi piaceva averlo lì, insieme alla mia "famiglia". Certamente, in quel periodo, lui era uno dei più cari tra gli amici e i compagni di partito con i quali si concludevano le mie giornate. La chiarezza del suo stile di giornalista si riversava anche nel linguaggio parlato, la precisione e la profondità dei giudizi non diventavano mai le pietre tombali con cui certi intellettuali soffocano la vivacità di discussione, di uno scambio di idee.
Non ho mai avuto l'amichetto del cuore quand'ero bambino, né più tardi mentre passavano gli anni mi sono mai lasciato andare a quell'effusiva amicizia per cui si confidano all'altro i sentimenti più intimi e i pensieri più segreti - anche questo probabilmente è un retaggio della mia natura siciliana - ma se mai ne avessi sentito la necessità lui sarebbe stato dei più prossimi a ricoprire questo ruolo. Piansi come una donna, come una fata, quando fui costretto a guardare le immagini del suo corpo schiantato sull'asfalto, l'impermeabile intriso di umidità e di sangue, l'ombrello caduto un po' più in là, come piansi più tardi la morte del mio amico Moroni. Ma le lacrime, il dolore, non potevano produrre l'incantesimo di far sbocciare il fiore della verità sulla sua morte, né la neve si sciolse e al suo posto crebbe un giardino lussureggiante.15 novembre 2003 - MARTINELLI SU CASO MORO
"Liberta'"
Il regista ha commentato "Piazza delle cinque lune" all'Università Cattolica
Moro, il mistero senza fine
Fedele ricostruzione storica di Martinelli
Preciso ed infervorato. Così Renzo Martinelli si presenta al cineforum dell'università Cattolica di Piacenza per commentare la sua ultima fatica, Piazza delle cinque lune, scritta con l'aiuto dell'ex senatore Sergio Flamigni e di Carlo Alfredo Moro, fratello dello statista della D.C. assassinato dalle Brigate Rosse venticinque anni fa.
Non è un mistero che il suo film sia nato sotto una cattiva stella; Martinelli ha realizzato una pellicola improntata alla vivisezione del caso Aldo Moro nelle sue dinamiche e nei suoi meccanismi ad orologeria: non il racconto della "cattività", bensì uno sguardo a ritroso che, dall'alto, procede alla ricognizione dei complotti orditi all'interno del più intricato fatto di sangue della nostra storia.
Eppure la sua opera è stata martoriata dalla critica e "scansata" dai canali massmediatici che tutto ingigantiscono, incensano o distruggono.
Qualche notte l'avrà passata insonne, Martinelli, se è vero che per un certo periodo ha ricevuto volantini e telefonate dal tono intimidatorio. Ma ciò che più lo ha ferito è stata l'indifferenza dei
mezzi di informazione ai quali aveva chiesto un po' di attenzione. "Quando chiamai Bruno Vespa per sollecitarlo a organizzare una serata a tema su Porta a Porta, la segretaria mi chiese: "Moro chi?"", confessa il cineasta. "E Vespa mi rispose che una cosa del genere non avrebbe fatto audience; Maurizio Costanzo si disse non interessato; Ferrara mi avrebbe accolto solo in un talk show in differita. Il problema è che questo Paese ha rimosso il proprio passato" conclude Martinelli. Peccato, perché secondo lo storico Fernand Braudel è proprio il passato la necessaria chiave di lettura del presente. Prosegue il regista: "Contattai Giampaolo Pansa dell'Espresso. Accettò di dare risalto al mio film a patto che convincessi la moglie di Moro a farsi intervistare da lui". Ma non ci fu nulla da fare: "Non insista. Innanzitutto, il mio telefono è sotto controllo. E comunque, questa è una questione di incolumità fisica!" fu la risposta. E anche dopo che lo storico brigatista Alberto Franceschini dette ragione alla realtà ricostruita da Martinelli, solo il "Corriere della sera" si interessò a Piazza delle cinque lune.
Ci vorrebbero giorni interi per ricostruire l'"affaire" Moro e riesaminarne i tanti interrogativi insoluti. Ad incominciare dalla dinamica della strage di via Fani, dal luogo dell'uccisione del politico o dal ruolo di Tony Chicchiarelli, per proseguire con il falso comunicato stampa che indusse il brigatista Mario Moretti ad accelerare i tempi dell'assassinio. E, poi, "l'avvertimento" che quest'ultimo ricevette una volta in carcere, la mancata perquisizione del covo delle Br in via Gradoli a Roma, le morti di uomini come il giornalista Pecorelli, il colonnello dei servizi segreti Varisco e il generale Dalla Chiesa che, nell'ottobre '78, setacciò il nascondiglio brigatista di via Montenevoso, a Milano, trovando e fotocopiando 44 delle 440 pagine del "memoriale Moro" che ivi verranno ritrovate, casualmente, dodici anni dopo.
Martinelli prosegue la sua lucida analisi soffermandosi sulla doppia chiave di lettura delle lettere che il leader democristiano scriveva nei giorni del sequestro. Frasi apparentemente fuori contesto, che svelavano importanti indizi della propria prigionia: un "livello manifesto" e un "livello latente" che non si riuscì o non si volle decodificare.
Nel 1974 il segretario di Stato americano Kissinger lo minacciò: "O la smette, o la pagherà molto cara!". Nessuno colse, nella missiva indirizzata al collega Zaccagnini, il richiamo a quell'episodio che lo stesso Moro indicò, probabilmente, come la vera e propria genesi della sua condanna a morte.
Manuel Monteverdi17 novembre 2003 - RICHIESTA RIAPERTURA INCHIESTA MORO: DAI GIORNALI
"Il Resto del Carlino"
Moro: ora parli la politica
Mentre leggete questa "storia" è in corso, da parte dell'avvocato Nino Marazzita, l'agguerrito legale della famiglia Moro, la richiesta alla Procura di Roma di "una rilettura delle indagini sul caso Moro". La notizia ha fatto scalpore, ridando fiato a una ridda di vecchie ipotesi già passate al vaglio degli inquirenti, che ne hanno valutato l'infondatezza, oppure, se nuove, tali da suscitare, perlopiù, un sentimento che inclina allo scetticismo.
Qualcuno, adesso, vorrebbe riesumare la salma dello statista. Ne ho parlato con l'ex senatore Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare per le indagini sul terrorismo e le stragi. Abbiamo un rapporto cordiale da quando intervenne, su questa materia, nel mio Diario di un cronista. È' di questa opinione: "Non so che cosa potrà venir fuori di significativo - cioè, in sostanza, di nuovo - dall'iniziativa di Marazzita. Una tesi della famiglia, mi si dice, è che Moro, negli ultimi giorni, fosse stato trasferito in un altro covo (brigatista?) poco distante da via Caetani. Perché altrimenti - a parte, ovviamente, le ferite - non si spiegherebbe la condizione in cui fu trovata una persona che aveva trascorso 55 giorni di segregazione, soggetto a privazioni di vario genere. Per giunta, la relazione autoptica - che dava conto anche dello stato complessivo dell'ucciso - è scomparsa, nessuno sa dire come, quando, e soprattutto perché, cioè a opera di chi".
C'è dell'altro: è tornata a galla la faccenda del "borsista russo", Sergei Sokolov, che seguiva le lezioni di Moro all'Università, e si credette fosse una spia del Kgb, in collegamento con spie italiane; ma l'ipotesi fu esplorata in lungo e in largo, con il risultato di venire risolutamente respinta.
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Su queste e altre presunte zone d'ombra è intervenuto anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il quale ha ribadito la sua tesi sul delitto Moro: "i giudici - i giudici, non ha detto i politici - hanno fatto piena luce". Questa conclusione mi rimanda a una telefonata che Cossiga ebbe l'amabilità di farmi, una mattina presto, quando uscì Diario di un cronista, per dirmi che condivideva la mia ricostruzione televisiva, ripresa e aggiornata in forma di libro. Dopo l'ultima iniziativa dell'avvocato Marazzita, l'allora ministro dell'Interno Cossiga - poi austeramente dimissionario - taglia corto: "Conosco la faccenda del falso borsista Sokolov. È' ormai noto che in quel periodo Aldo Moro stava portando a termine un esperimento politico di grandissimo livello, e intorno a lui, all'Università, ci sarà stato non solo Sokolov, ma anche qualcuno della CIA, dei servizi segreti bulgari, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi dell'Est e dell'Ovest, ecc". Poi conclude: "Voglio molto bene ai Moro, comprendo tutto il loro dolore ma l'iniziativa di queste ultime ore... non saprei, non capisco bene...".
Una circostanza drammaticamente certa di quel 9 maggio 1978, giorno del delitto, è che la morte di Moro, secondo la perizia medica, avvenne tra le 9 e le 10 del mattino, dopo essere stato raggiunto da undici colpi e, ciò nonostante, rimanendo clinicamente vivo per 15 minuti. Un altro mistero.
Chi segue le mie "storie" del lunedì ricorderà la lettera indirizzata a Mario Moretti per chiedere al più autorevole dei brigatisti se non avesse qualcosa da "rivelare", non foss'altro per spegnere i fuochi via via accesi dalla mai domata, fuorviante dietrologia. Devo averlo, se posso dir così, deluso: non ho avuto risposta.
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Avevo contribuito anch'io, seppure aggiornando il percorso de La notte della Repubblica attraverso documenti e testimonianze di prima mano, non dico ad aprire spiragli, ma a formulare ipotesi. Nella ridda delle "rivelazioni" una delle più taglienti, e non la meno sgradevole, sarà quella fornita da un americano, Steve Pieczevik, che fu un alto funzionario del dipartimento di Stato, del Pentagono e della Casa Bianca. Giunse in Italia durante il sequestro Moro, ufficialmente per mettere le sue esperienze al servizio delle indagini. A distanza d'anni rilascerà un'intervista all'Herald Tribune, di cui un giornale italiano ha riportato alcuni passi sconcertanti: "La mia missione non fu mai di salvare la vita del presidente democristiano: nella mia qualità di vice assistente del segretario di Stato, Henry Kissinger, era di stabilizzare l'Italia, evitando il collasso della Democrazia cristiana e assicurando che il sequestro non portasse i comunisti a prendere il governo In quei giorni il Pci di Berlinguer era molto vicino a quella possibilità. E noi non volevamo che ciò accadesse Credo di avere adempiuto al mio dovere". E qui Pieczevik aggiungerà: "Una delle spiacevoli conseguenze di tutto questo fu che Moro doveva morire. Nelle sue lettere ci mostrò che stava cedendo. A quel punto venne presa la decisione di non negoziare. Politicamente, a nostro avviso, non c'era altra scelta. Ciò significava, però, che Moro sarebbe stato ucciso!" Il funzionario, ragionando in base alla più cinica logica politica, concluderà: "Il fatto è che egli non era più indispensabile per la stabilità dell'Italia". Non ci sono elementi assoluti di prova che ci aiutino a stabilire il tasso di fondatezza della dichiarazione di Pieczevik; si sa soltanto che non sarà mai, ufficialmente, smentita.
Un altro grande giornale, il NewYork Times, il 9 maggio 1998 ha pubblicato un articolo di Alessandra Stanley che fa l'elenco puntiglioso e documentato dei "riscontri oggettivi" - per usare un linguaggio giudiziario - del gran numero di teorie cospiratorie riguardanti il "caso Moro", senza trovarne una che regga il confronto con i dati reali dell'affaire, a cominciare dal ruolo di Kissinger.
Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, rilevando che la Stanley prende atto della difficoltà, se non dell'impossibilità, di far tornare tutti i conti, ha sottolineato come "manchi del tutto un conto complessivo che invece torni". La colpa, forse, sta nell'inconfessabilità di una politica che ancor oggi percorre troppe strade in un senso, e altrettante in un altro, per poter giungere a una verità completa e univoca.
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Quanto all'ipotesi che Moro sia stato trasferito in extremis "dal covo di via Montalcini a un altro, in prossimità di via Caetani", credo che rimanga risolutiva la lunga e dettagliata testimonianza di Germano Maccari, il quarto carceriere di Moro, il fantomatico, ricordate?, ingegner Altobelli. Dopo la drammatica confessione davanti alle mie telecamere, feci a Giovanni Moro, il figlio maggiore, pacato ma fermo, queste domande:
Si torna a parlare di infiltrati tra le Br, è un'ipotesi sostenibile?
"Da questo punto di vista, non abbiamo certezze, né possiamo dire se i documenti, e le notizie di documenti che ogni tanto emergono, possano portare un chiarimento. Certamente è un altro dei punti su cui sarebbe bene, per chiudere i conti col passato, fare chiarezza. Finalmente, definitivamente".
Un solo covo o più covi hanno ospitato suo padre in quei 55 giorni?
"Credo che fosse uno solo, ma la questione più rilevante è chiedersi perché, potendolo, non si sia andati per tempo nel covo di via Montalcini...".
Prima di congedarmi gli ho fatto ascoltare la registrazione di quanto Germano Maccari mi aveva appena detto, dopo avere ricostruito con lui, su un'auto, il viaggio attraverso Roma con il corpo inanimato di Aldo Moro nel bagagliaio. C'è un momento in cui il brigatista riconosce la propria colpa e si rivolge ai familiari dell'ucciso, atrocemente offesi: "Affronterei il carcere con più serenità se sapessi che, in qualche modo, un giorno mi perdoneranno".
Che cosa provocano, in lei, queste parole di Maccari?
"Parlo per me, esclusivamente per me: mi colpisce - non l'avevo mai sentito prima da nessun altro - un ripudio così completo, radicale, dell'atto compiuto da uno dei protagonisti. E a questo non posso essere indifferente. D'altra parte, mi fa un po' orrore l'idea di avere un così grande potere nei confronti di una persona. Io non desidero averlo. Quindi, per quello che mi riguarda, quest'uomo può andare in pace! Ciò che non è in mio potere è contribuire a chiudere questa vicenda non nell'interesse mio, o della famiglia, ma del Paese".
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Germano Maccari muore d'infarto, nel carcere di Rebibbia, il 26 agosto 2001. I vocii, irresistibili, si rifanno vivi. Dieci giorni dopo, Lanfranco Pace - figura di rilievo, con Franco Piperno e Oreste Scalzone, di Potere operaio e Autonomia operaia - dichiara in una intervista che a uccidere Moro fu Maccari, e non Moretti, aggiungendo di averlo saputo da Maccari stesso. Secondo il racconto di Pace, nel momento di sopprimere il prigioniero, Moretti era in preda a una crisi di panico, gli tremavano le mani, provò ugualmente a sparare, ma la pistola s'inceppò. Allora si rivolse a Gallinari, il quale però singhiozzava. Fu a quel punto che Maccari, scansando l'uno e l'altro, si fece avanti "con la mitraglietta Skorpion" e finì il prigioniero. Nell'intervista Pace riconosce, bontà sua, che Maccari era nettamente contrario all'uccisione di Moro: "Considerava quell'omicidio una ignominia assoluta. Ma prese su di sé il peso di quella decisione tremenda perché si riteneva un soldato. Dopo quarantott'ore abbandonò le Brigate rosse. Io lo incontrai all'Università la settimana successiva. Era irriconoscibile. I capelli gli erano diventati tutti bianchi". Dall'intervista emerge una verità: i capelli davvero incanutiti, tutti, di colpo. In una notte. Ma perché raccontare la scena dell'omicidio in quel modo caricaturale: Moretti che trema e non ce la fa, Gallinari che singhiozza? Stramberie, confuse nella mormorazione. Bruno Seghetti, che partecipò all'azione di via Fani, è lapidario. "La verità è già stata detta, scritta e testimoniata. Il resto è voglia di stupire".
Il vocio nasce anche dalla perdurante reticenza della politica. I giudici non c'entrano. "La verità - è stato detto - ha il respiro calmo". Al "caso Moro" manca il fiato per dire: "Andò così! Ecco la sua storia politica". Ma non credo che qualcuno si farà avanti e alzerà la mano.18 novembre 2003 - GUERZONI SU CASO MORO
"Il Corriere della sera"
Corrado Guerzoni, stretto collaboratore dello statista democristiano assassinato nel 1978, rilancia la tesi secondo cui il delitto venne dato "in appalto" ai terroristi
Non solo Br, tutti i nemici del Gran Tessitore
di PAOLO FRANCHI
Corrado Guerzoni, giornalista e dirigente della Rai, è stato uno dei collaboratori più stretti di Aldo Moro. Dal 9 di maggio del '78, quando il cadavere del leader democristiano fu restituito dalle Brigate Rosse, ha parlato pochissimo. Ma non ha cambiato idea. Continua a trovare "incredibile" che le Br abbiano fatto tutto da sole. Non crede nemmeno, però, che fossero eterodirette. "È come quando si getta un sasso in un lago. Il sasso va subito a fondo, in superficie si formano dei cerchi concentrici, ognuno dei quali ha una forma e una vita sue proprie. Il sasso è stato lanciato il 12 dicembre 1969, con la strage di Piazza Fontana. Il rapimento e l'assassinio di Moro sono stati l'ultimo dei cerchi concentrici che ha provocato. Il potere politico non è mai implicabile in prima persona, Moro lo hanno sequestrato le Br, ma in accordo, di fatto, con i nemici interni e internazionali della sua politica. Una specie di appalto: fate quello che dovete fare, ma il più possibile in fretta, quest'uomo deve morire". Di nuovo partito della trattativa contro partito della fermezza, 25 anni dopo? "No. La verità su Moro bisogna cercarla dietro lo schermo di questa contesa. Era stato detto: non lasceremo niente di intentato. Ma non si fece nulla di serio per arrivare alla prigione e al prigioniero. E non credo si sia trattato solo di incapacità". Al Corriere , Guerzoni rivela alcuni particolari inediti di quelle terribili settimane. Ma prende le mosse più di lontano. Anche per chiarire, sulla scorta dei suoi ricordi, chi fossero, a suo giudizio, i nemici di Moro.
Henry Kissinger, per cominciare. Nel 1974, Moro, ministro degli Esteri, è negli Stati Uniti con il presidente della Repubblica, Giovanni Leone. "Moro cercava di spiegare la situazione italiana, Kissinger gli rispondeva duramente. A un certo punto, tagliò corto: "Se fossi cattolico, come lei, crederei anche nel dogma dell'Immacolata Concezione. Ma non sono cattolico, e non credo né a questo dogma né all'evoluzione democratica dei comunisti italiani". Il giorno dopo, a New York, Leone andò al porto, a cantare "O Sole mio", Moro andò in chiesa, a Saint Patrick, e si sentì male. Di ritorno a Roma, mi chiamò e mi disse: "Cominci a far circolare nei giornali la notizia che io intendo abbandonare la politica attiva". Non andò così, in estate divenne presidente del Consiglio". Ma il rapporto con Kissinger rimase teso.
Luglio '76, vertice di Portorico. "Il cancelliere tedesco Helmut Schmidt e il presidente francese Giscard d'Estaing, appoggiati ovviamente dagli americani, sostenevano che all'Italia, in piena crisi economica, non si dovesse dare neanche un soldo, se il Pci fosse entrato nell'area di governo, come stava avvenendo in quei giorni. La leggenda vuole che Moro non sia stato invitato alla cena conclusiva. È falso, fu lui a decidere di non andarci, ma certo così tolse dall'imbarazzo anche i suoi interlocutori, convinti che Moro fosse pregiudizialmente filocomunista".
Ma anche una parte consistente della Dc guardava talvolta con ostilità, sempre con diffidenza la sua politica. Per non dire della destra. "Moro era convinto che la Dc avesse un solo, grande nemico: se stessa. No, non è mai stato un doroteo nel senso vero del termine. Già nel '59, quando diventa segretario, è piuttosto un politico convinto che senza portarsi appresso i dorotei il centrosinistra non si farà mai. Nel luglio del '60, nei giorni tesissimi che portarono alle dimissioni di Tambroni, Moro, per sicurezza, dormiva fuori casa. Non si fidava della polizia, si rivolse ai carabinieri, al generale Ferrara, che gli mandò un giovane militare. Si chiamava Oreste Leonardi, restò con lui per quasi 18 anni. Le Br lo uccisero, con altri quattro, in via Fani".
Moro, insiste Guerzoni, per fare la sua politica, era convinto di non poter avere contro né la Chiesa né gli Stati Uniti. E di dovere rassicurare i conservatori, i moderati, e gli apparati. Pietro Nenni lo comprendeva bene. "Nel luglio del '64, quello del Piano Solo, fu il presidente della Repubblica Antonio Segni a dirgli: "Io non sono contrario al tuo tentativo di ricostituire il centrosinistra, ma ti avverto, il generale De Lorenzo mi segnala che la situazione è drammatica". Francesco Cossiga sostiene che Moro, come lui, era attentissimo alle informazioni dei servizi. Non è vero, posso testimoniare che non leggeva nemmeno i mattinali. Per sbloccare la situazione, assieme ad altri dirigenti della Dc incontrò, a casa di Morlino, De Lorenzo e il capo della polizia Angelo Vicari. Ascoltò, prese atto delle preoccupazioni, rassicurò. E riferì a Nenni, che capì alla perfezione, tanto è vero che parlò di tintinnar di sciabole e tornò al governo, come stavano esattamente le cose. Tornò a Palazzo Chigi. Nel '66 provarono ancora a disarcionarlo. Glielo disse Giuseppe Saragat, succeduto a Segni alla presidenza: "Il tuo partito ti sta mollando, i dorotei, soprattutto Flaminio Piccoli, sostengono che devi compiere un atto di generosità verso la Dc, e ritirarti". Credo di aver avuto un ruolo nel far fallire il progetto: feci informare Paese sera , che diede la notizia con grandissimo risalto. Così Moro guadagnò due anni. Fino al '68, quando si ritrovò non in minoranza, ma letteralmente solo. Ricordo bene quell'estate nel suo ufficio in via Savoia. Cercò Taviani, ma Taviani gli fece sapere che sarebbe andato per la sua strada. Cercò Cossiga, ma Cossiga gli rispose che sarebbe andato con Taviani: la pace la fecero solo vari anni più tardi, in un paesino sardo, Pattada. Moro piangeva. Una volta mi disse: "Ormai vedo solo schiene di persone che si allontanano, mai il volto di qualcuno che si avvicini"".
Dieci anni dopo, però, Moro non è soltanto il presidente della Dc, ma anche il principale interprete, e il garante, della politica di unità nazionale. È a questo punto che le Br lo rapiscono. Cominciano le settimane più drammatiche della storia repubblicana. "Sembrava che si aspettasse l'ineluttabile. Nicola Rana ed io eravamo considerati gli ambasciatori del "partito della famiglia", pareva che il principale desiderio di Ugo Pecchioli fosse quello di vederci in galera. Ma, nell'inazione generale, nemmeno i nostri telefoni erano controllati. Un ricordo per tutti. Le Br avevano fatto sapere a Rana che la lettera di Moro per Cossiga, la prima, era dietro un juke box, in un bar di viale Trastevere. Lo accompagnai. Entrati nel bar, non sapevamo bene cosa fare. Premuroso, il barista ci porse una scopa: vi può servire, ci disse, per tirare fuori quello che dovete recuperare dietro il juke box".
"Noi non chiedemmo alla Dc di aprire una trattativa con le Br. Chiedemmo un atteggiamento flessibile, aperto a verificare tutte le possibilità. Lo dissi a Benigno Zaccagnini, a piazza del Gesù, subito dopo il sequestro. Mi chiese di parlarne con Corrado Belci, che doveva buttar giù un primo comunicato. Stavo per farlo, quando mi chiamò Leopoldo Elia: "Nulla da fare, la linea sarà quella del massimo rigore, chi lo invoca più di tutti è Piccoli". Proprio quel Piccoli che Moro aveva definito "un misto di abnegazione e di opportunismo"... Fatto è che per seguire il caso, nella Dc, fu costituito un gruppo ad hoc . E per 54 dei 55 giorni gli organismi dirigenti non furono mai convocati".
Ma la mattina del 9 maggio la direzione democristiana si riunì. E Cossiga, in una recente intervista a Sette , ha detto che le Br, se avessero aspettato solo un altro po', avrebbero avuto partita vinta: Amintore Fanfani si sarebbe pubblicamente pronunciato per una soluzione umanitaria, e la maggioranza del partito, in Consiglio nazionale, lo avrebbe seguito. "Non è così. Fanfani si è comportato personalmente bene, in tutta la vicenda. Soprattutto con la famiglia, e in particolare con Eleonora Moro. C'ero, quando andò a trovarla subito dopo il ritrovamento del corpo del marito. La signora Moro voleva assolutamente vederlo intatto. Fu Fanfani, davanti a noi, a telefonare al Procuratore generale Pietro Pascalino, che pretendeva di procedere immediatamente all'autopsia, e ad ottenere di rinviarla del pochissimo tempo necessario a rendere possibile l'ultimo saluto della moglie. Ma qualche ora prima, in direzione, se avesse parlato, Fanfani avrebbe richiesto al partito solo una maggiore apertura, una maggiore flessibilità, proprio come avevamo detto noi, all'inizio della tragedia. Chiedere, ed ottenere, di più avrebbe significato rompere con i comunisti, far saltare il quadro politico, andare, in un frangente drammatico, ad elezioni anticipate. E questo era assolutamente impensabile".
"La linea della fermezza era stata letteralmente imposta alla Dc dai comunisti. E che i comunisti sarebbero stati irremovibili fu Enrico Berlinguer in persona a dirlo alla signora Moro: noi non possiamo fare niente di diverso, da noi non si aspetti nulla. Andreotti prese atto della situazione, non era certo il realismo a fargli difetto, e si comportò di conseguenza. Qualche speranza la avevamo riposta nel Papa, che nella notte tra il 21 e il 22 aprile scrisse la sua lettera agli "uomini delle Brigate Rosse". Padre Carlo Cremona, nella sua biografia di Paolo VI, ricorda che il Papa fece recapitare lo scritto al cardinal Casaroli, che glielo restituì con qualche correzione. Sarebbe interessante sapere di quali correzioni si trattasse...". Forse, tra queste, c'era anche l'esortazione a liberare il prigioniero "senza condizioni"? Guerzoni non lo dice, ma racconta di una visita importante a casa Moro, poco prima della doppia cerimonia funebre. Quella di Stato, con Paolo VI, a San Giovanni, e quella, privatissima, di Torrita Tiberina.
"Il cardinale Ugo Poletti, Vicario di Roma, che teneva i rapporti con la signora Moro, insisteva perché partecipasse al funerale a San Giovanni. Eleonora Moro si disse mortificata di dover rispondere di no al Papa, ma tenne duro: le ultime volontà del marito erano chiarissime, e poi era stato lo stesso Moro, dalla prigione brigatista, a lamentare che Paolo VI aveva fatto "pochino". E il cardinal Poletti allargò le braccia e le rispose: "Non è colpa del Papa, è stato il governo a imporglielo...".
Corrado Guerzoni ( foto ) è nato nel 1930 a Modena dove ha cominciato l'attività giornalistica per La Gazzetta di Modena . Fu fra i collaboratori più stretti di Aldo Moro. Giornalista e dirigente Rai, è stato direttore di Radiodue e poi vicedirettore Rai
Aldo Moro nacque a Maglie (Lecce) nel 1916. Docente di Filosofia del diritto a Bari, dal '63 insegnò Diritto penale a Roma. Segretario della Democrazia cristiana (dal 1959 al '63), fu più volte ministro e poi presidente del Consiglio ('63-'68 e '74-'76). Presidente della Dc dal '76, favorì l'avvicinamento del Pci al governo. Rapito dalle Brigate rosse il 16 marzo '78, venne ritrovato morto il 9 maggio.18 novembre 2003 - OSCAR EUROPEI, BELLOCCHIO VINCE PREMIO CRITICA
ANSA:
CINEMA: OSCAR EUROPEI, BELLOCCHIO VINCE PREMIO CRITICA
DOCUMENTARIO FRANCESE SU CAMBOGIA VINCE PREMIO ARTE
'Buongiorno, notte', il film di Marco Bellocchio sul caso Moro e' il vincitore del premio della critica degli Oscar europei 2003. La European Film Academy ha annunciato oggi i primi due European Film Awards 2003: quello della critica Fipresci a Bellocchio e quello per il miglior documentario, assegnato in cooperazione con il canale culturale europeo ARTE.
Michel Cimenti, presidente della associazione dei critici Fipresci, sottolinea che "il premio a 'Buongiorno, notte' non e' soltanto riferito ad uno dei film migliori di Bellocchio ma anche a tutta l'acclamata filmografia dell'autore, che dal '65 a oggi comprende piu' di 20 film". La giuria di quest'anno, composta d