Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003: ottobre
1 ottobre 2003 - DIBATTITO A BRESCIA SU "PIAZZA DELLE CINQUE LUNE"
"Brescia oggi"
La tesi di "Piazza delle Cinque Lune", proiettato con successo al "Moretto"
"Il caso Moro? È ancora aperto"
Il caso Moro è un caso mai chiuso, che si porta dietro molte ombre e molti misteri. Un pubblico numeroso e attento ha presenziato ieri sera al Moretto alla visione di "Piazza delle Cinque Lune" e ha poi seguito l'animato dibattito in sala. La proiezione, organizzata dal Circolo del Cinema Nuovo Mascherino, è stata corroborata dalla presenza del regista, Renzo Martinelli, che ha interloquito davanti alla platea con il sindaco Paolo Corsini e il vice-sindaco Luigi Morgano, soffermandosi sui lati oscuri e sulle implicanze politiche di una vicenda che ha cambiato la storia del Paese. La tesi del film, documentata da anni di studi e ricerche, instilla più di un dubbio sulle versioni ufficiali, sposando l'idea che la "realtà è molto più sporca": le brigate rosse erano "infiltrate" e il sequestro Moro ebbe una regia internazionale. Temperamento diretto e sanguigno, Martinelli non ha usato mezzi termini: "Io per carattere non ci sto quando vengo a contatto con delle verità che non sono verità. E quindi quando mi sento dire che nel 2003 sul caso Moro si sa tutto, io mi ribello e mi indigno, anche perché quando comincio ad analizzare certi documenti scopro che non è così".
n.d.

2 ottobre 2003 - CASO MORO: DIBATTITO A BRESCIA
"Giornale di Brescia"
Martinelli e Corsini, due sguardi sul "caso Moro"
IL DIBATTITO AL CIRCOLO DEL CINEMA TRA IL REGISTA DI "LA PIAZZA DELLE CINQUE LUNE" E IL SINDACO
Non è stato dibattito a più voci, piuttosto una conversazione a quattro quella seguita martedì, nella serata inaugurale del Circolo del Cinema dopo la seconda proiezione al Moretto di "La piazza delle Cinque Lune". Conversazione che anche sotto lo stimolo del moderatore Nino Dolfo si è subito imbinariata su due percorsi distinti e paralleli, quello del regista del film Renzo Martinelli teso con fervore appassionato a chiarire tutto il profilmico di un progetto thriller sul caso Moro, e quello del sindaco di Brescia Paolo Corsini e del vicesindaco Luigi Morgano indotti piuttosto a ragionare in chiave storico-politica. In particolare, Corsini, dopo aver motivato il patrocinio alla serata concesso dall'Assessorato alla cultura del Comune di Brescia, ha ricordato le sue esperienze come membro della Commissione parlamentare stragi, dallo sconcerto per il modo con cui sul piano istituzionale tra connivenze e omertà fosse stata parziale e depistante la ricostruzione del crimine brigatista, sino all'episodio della sua audizione del brigatista Morucci, figura "ripugnante" di cui ancor oggi ha ricordo "sgradevole e sbiadito", senza mai una parola autocritica o di cristiana pietà. Ma Corsini, studioso storico prima che sindaco, non ha mancato di concentrarsi sul valore della figura di Moro, sul suo "contributo ai principi etico-politici della Costituzione", e di riscontro sulla volontà ancor oggi persistente, come appare anche da una recente intervista di Licio Gelli, di rimuovere il ricordo di Moro e della sua "teoria di terza fase a superamento di una democrazia bloccata". A sua volta, Renzo Martinelli si è tenuto stretto alla sua vocazione del teatro-inchiesta già sperimentata in "Porzus" e in "Vajont" (che Raiuno presenterà mercoledì prossimo in prima visione televisiva) e illustrare la progressione di un progetto-film via via "aggiustato" a mano a mano che venivano consultati e studiati i molti documenti a volte stranamente ignorati nelle indagini. Ha accennato anche a ragioni di scelte narrative, il valore emotivo della figura del protagonista giudice di provincia, la metafora della torre che vede e domina dall'alto. Ma soprattutto Martinelli ha voluto insistere su contraddizioni e ambigue coincidenze di una ricostruzione ufficiale, a cominciare dalla scena in via Fani del rapimento dell'on. Moro e del massacro della sua scorta con una ben diversa dinamica di sparatorie e una misteriosa presenza laterale di un colonnello dei Servizi segreti. a. pe.

3 ottobre 2003 - FALCO ACCAME SU DIBATTITO TV SU CASO MORO
"Liberazione"
Le Brigate rosse a "Porta e Porta"
Caro direttore, le più emozionate di tutti saranno state le nuove Br degli attentati di Roma, Bologna, Arezzo. Certamente è una buona dose di Prozac il vedere giustificati nel vice-Parlamento italiano, cioè "Porta a Porta", i vari comportamenti delle "vecchie" Br nel clima di revisionismo psicologico che si è instaurato da qualche tempo. La verità storica è stravolta? Non importa, dice il regista, è una licenza artistica cinematografica. Ciò che conta è che il film emozioni i giovani e riempia le sale. Dunque il regista impartisce una generale assoluzione urbi et orbi a tutti coloro che hanno avuto responsabilità, a vari livelli, nel delitto Moro: ma si tratta anche della strage di via Fani, cioè di un "Moro più cinque", anzi cronologicamente e non solo, di un "cinque più Moro". E alla trasmissione televisiva dove erano stati invitati solo revisionisti psicologici, non era doveroso per un minimo di par condicio, invitare qualche parente delle vittime anche se creava qualche disturbo ai presenti?
Falco Accame Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti

3 ottobre 2003 - PISANU E "BUONGIORNO NOTTE"
"Panorama"
VISTO IL FILM RESTA IL BUIO
Bruno Vespa e Beppe Pisanu vissero nel '78 il caso Moro da giornalista e da politico dc. Hanno guardato "Buongiorno notte" che rievoca quei giorni. Il ministro dell' Interno e' rimasto perplesso e commosso. Pieno di dubbi (e certezze) sulle Br di ieri e di oggi.
Di Bruno Vespa
Una bella sofferenza, vero? Beppe Pisanu annuisce senza voltarsi. Il televisore del suo studio è ormai spento. La cassetta di Buongiorno, notte, il film di Marco Bellocchio su Aldo Moro, ha smesso di girare. Nella penombra della stanza, la stessa da dove per 55 giorni Francesco Cossiga tentò di salvare Moro senza riuscirvi, vedo che il ministro dell'Interno ha gli occhi lucidi. Gli si sono inumiditi una prima volta alle inquadrature iniziali del prigioniero mite e impotente, poi ancora quando Moro legge ai brigatisti la lettera alla moglie Noretta.
Pisanu era uno della "banda dei quattro", i quattro pretoriani del segretario della Dc Benigno Zaccagnini. Gli altri erano Corrado Belci, Guido Bodrato, Giovanni Galloni. Tutti morotei, tutti crocifissi dall'angoscia impotente di quel calvario sfociato nell'omicidio che segnò l'inizio della fine delle vecchie Br.
"Ricordo quei 55 giorni come un unico, interminabile giorno" mormora Pisanu. Al ministro il film non è piaciuto ("Non ne condivido quasi niente"), ma la figura di Moro gli sembra "plausibile": "C'è qualcosa della sua umanità, della sua mitezza, della sua straordinaria intelligenza che arrivava sempre al cuore e alla mente dell'interlocutore non prevenuto".
C'è una scena in cui i quattro brigatisti che tengono prigioniero Moro (Mario Moretti e Prospero Gallinari, innanzitutto) guardando una manifestazione in tv mormorano tutti insieme ritmicamente: "La classe operaia/ deve decidere tutto. La classe operaia/ deve decidere tutto". Erano davvero così, come dire?, scemi?
"No. Ciò che mi sembra di condividere della ricostruzione del film è la loro feroce ottusità rivoluzionaria. Ma si tratta comunque di personaggi trasfigurati dalla fantasia e dalla cultura di Bellocchio".
L'elemento che forse angosciò più di tutti gli amici di Moro furono le lettere. A nessuno di loro sembrarono autentiche. Ricordo che anche noi del telegiornale, che seguimmo quei 55 giorni senza un momento di respiro, ce le scambiavamo scuotendo la testa. Per quanto tempo, chiedo a Pisanu, voi pensaste che quegli appelli fossero imposti?
"Per un bel po'. Fummo influenzati certamente dalle analisi degli specialisti che ne facevano una lettura, diciamo così, scientifica. Ma alcuni di noi, e io tra questi, eravamo convinti che attraverso le lettere Moro parlasse ai brigatisti, che fossero i brigatisti i primi destinatari dei suoi pensieri e delle sue considerazioni. Il film mostra di credere a questa ipotesi quando fa dialogare Moro con i terroristi sulla lettera al Papa".
Eppure Moro parlava anche a voi, ai suoi amici.
"Non era facile essere lucidi in quei momenti in cui l'angoscia prodotta dal timore di non capire i fatti si mescolava alla paura di cedere alla violenza, umiliando lo Stato. E forse ancor di più al pensiero delle mortificazioni alle quali chissà come Moro, così sensibile, così delicato, poteva reagire in quei momenti".
Quando vi accorgeste che in quelle lettere c'era Moro per davvero?
"Non mi sento di parlare per gli altri amici di partito. Io ho sempre percepito in quelle lettere le vibrazioni del suo animo e della sua intelligenza, ma ho anche creduto ai condizionamenti che egli subiva e ho condiviso consapevolmente tutte le valutazioni che furono fatte in quei 55 giorni". Una pausa: "Non voglio ragionare col senno di poi".
Fui incaricato subito dopo il sequestro di fare la telecronaca dei funerali degli uomini della scorta. Ricordo che la voce mi si ruppe in diretta per la commozione, dinanzi a quelle bare coperte dal tricolore e abbracciate da vedove, fidanzate, figli.
Quanto influì la reazione durissima delle famiglie sulla vostra scelta di non aprire vere trattative?
"Influì con tutto il peso della tragedia che le aveva investite. Alcuni familiari degli agenti uccisi minacciarono di bruciarsi in piazza se noi avessimo aperto una trattativa con le Br. Furono momenti tremendi".
Eppure, qualche cauto sondaggio fu fatto.
"Pur senza cedere al ricatto brigatista, non si lasciò nulla di intentato per salvare Moro. Per esempio, fu presa in considerazione la possibilità di pagare come riscatto una cifra enorme per l'epoca, 5 miliardi di lire".
Fu il Vaticano a occuparsene, vero?
"Sapevamo che non ci sarebbero stati problemi per raccogliere una somma così grande e per versarla come riscatto".
Furono le Br a condurvi su quella strada?
"Non so francamente come nacque quella ipotesi. Ricordo che ci fu una ricerca affannosa di tutte le strade percorribili".
Il film di Bellocchio sposa la tesi che soltanto il riconoscimento politico delle Br come esercito combattente avrebbe potuto salvare Moro. Era davvero l'unica soluzione?
"Oggi penso che la richiesta principale dei terroristi fosse proprio il loro riconoscimento politico, nella convinzione che questo avrebbe aperto la strada a una adesione di massa alle Br e a una concreta esperienza rivoluzionaria".
Era quello che temeva soprattutto il Pci. Quanto ha influito la durezza di Enrico Berlinguer sulla decisione del governo di sposare la linea della fermezza?
"Ci fu indubbiamente una rilevante influenza".
Se non foste stati così duri, forse uno spiraglio in più per trattare si sarebbe aperto.
"Non posso dirlo perché nel gruppo dirigente democristiano la scelta della fermezza maturò autonomamente. La posizione del Pci servì solo a rafforzarla, non a determinarla".
Venticinque anni dopo si può dire che fu una scelta giusta?
Pisanu tace. E dopo una lunghissima pausa sofferta dice: "Forse si sarebbe potuto fare qualcosa con lo scambio dei "prigionieri". In effetti si stava lavorando anche in quella direzione e il presidente della Repubblica Giovanni Leone era pronto a firmare la grazia per qualche brigatista non coinvolto in atti sanguinosi di terrorismo. Forse si sarebbe potuta esplorare anche una qualche forma di trattativa. Ma sono le mie riflessioni di oggi e, ripeto, ho una qualche riluttanza a parlare col senno di poi". Poi aggiunge deciso: "Non voglio cercare alibi di alcun genere per responsabilità che ho condiviso a carissimo prezzo con altri amici".
Come visse Zaccagnini quei giorni? Chi teneva in mano il timone, chi stabiliva la rotta?
"È difficile indicare una sola persona. Il gruppo dirigente si riunì con molta frequenza. Di certo ci fu una intesa costante tra segreteria del partito, presidenza del Consiglio e ministero dell'Interno".
Una delle immagini più controverse del film è quella che mostra Paolo VI mentre legge un appunto scritto di pugno da Giulio Andreotti su carta intestata della presidenza del Consiglio con la frase chiave della lettera del Papa agli "uomini delle Brigate rosse". Quella frase suggerisce che il rilascio di Moro avvenga "semplicemente, senza condizioni".
Dal momento in cui è entrato al Viminale, Pisanu ha appeso alle spalle della sua scrivania una copia di quella memorabile lettera del Papa che noi cronisti leggemmo con grande, emozionata trepidazione prima di darne notizia in una delle tante edizioni straordinarie del Tg1 di quei giorni.
"Rileggo spesso quella lettera" mi dice Pisanu "la conosco a memoria. Basta conoscerla, e basterebbe conoscere anche vagamente la personalità di Paolo VI per capire che fu scritta in assoluta solitudine e in preghiera".
Senza raccogliere suggerimenti da Andreotti?
"Né da Andreotti né da nessun altro. Nessuno avrebbe osato interferire con l'iniziativa del Santo Padre che godeva di un rispetto incondizionato e profondo da parte di tutti".
Ai funerali celebrati dal Papa non c'era la bara di Moro e non c'erano i familiari. Quando si interruppero i vostri rapporti con la famiglia Moro?
"Non so indicare un momento preciso. Ma non vorrei parlare di questo. Riconosco alla famiglia Moro il diritto di essere dura e severa dopo quello che ha patito e che continua a patire".
Mi è sembrato che Bellocchio abbia individuato nel Pci il difensore dello Stato e della legalità democratica (si veda il comizio di Luciano Lama e il ruolo dei vecchi partigiani), mentre la Dc appare come un partito di fantasmi prodighi di buone parole (Galloni, Flaminio Piccoli), ma esperti di veleni (il suggerimento di Andreotti al Papa).
"Il gruppo di partigiani descritto nel film" osserva Pisanu "mi è sembrato un pochino folcloristico. Ma è servito a sottolineare una sorta di loro paternità rispetto alle Br. Come spiega del resto il brigatista Alberto Franceschini nel suo libro".
E la Dc?
"È stata un grande partito democratico e popolare che ha fatto grande la democrazia italiana grazie a uomini come Alcide De Gasperi e Moro".
Non è ricostruita in modo grottesco la seduta spiritica alla quale partecipò anche Romano Prodi per l'individuazione del nome Gradoli?
"Sì, una scena grottesca e fastidiosa".
Ci si chiede spesso se la liberazione di Moro avrebbe disintegrato la Dc. Avreste retto?
"Sono certo che Moro non avrebbe fatto nulla per nuocere alla Dc, depositaria della storia e della sapienza, a lui strettamente legate, del movimento politico dei cattolici italiani. Del resto, durante la prigionia Moro non ha detto una sola parola, non ha fatto una sola rivelazione che potesse danneggiare lo Stato, le relazioni internazionali dell'Italia e lo stesso partito".
In conclusione, che cosa le è piaciuto del film?
"Il tentativo di riconoscere il comportamento di Moro dignitoso fino all'eroismo".
Da che cosa dissente?
"Da quasi tutto il resto. Anche la giovane brigatista che interpreta la Braghetti, se è credibile come personaggio di fantasia, a mio giudizio è del tutto inattendibile come riferimento al personaggio reale. Non dimentichiamo che nell'80, due anni dopo l'assassinio di Moro e quindi con tutto il tempo che aveva avuto per riflettere, quella donna ha partecipato all'assassinio di un altro uomo buono e giusto come Vittorio Bachelet".
Adesso parlo al ministro dell'Interno in carica. Che cosa lega le nuove Brigate rosse alle vecchie?
"Penso che ci siano alcuni elementi di continuità che passano in gran parte attraverso i brigatisti irriducibili ancora in carcere. Naturalmente il contesto storico è completamente mutato. L'antimperialismo delle nuove Br, per esempio, è una bandiera che non sventola più, anche perché è scomparsa l'Urss che rendeva credibile la lotta contro gli americani e l'Alleanza atlantica. Oggi le nuove Br sono concentrate sulla difesa intransigente di quel che resta della classe operaia, nella sua accezione marxista-leninista, come unica forza rivoluzionaria ancora disponibile. Per questo si battono contro tutto ciò che può alterare la fisionomia ideale della classe operaia e prendono di mira i riformisti che sostengono la flessibilità del mercato del lavoro e quindi il suo rinnovamento".
Avete arrestato una brigatista come Nadia Lioce che sembra della scuola dei vecchi irriducibili.
"Ha la stessa ottusa ferocia rivoluzionaria di un Mario Moretti. Crede che l'assassinio politico e l'uso sistematico della violenza possa ancor oggi spingere le masse alla rivoluzione".
Uno stato deve guardare alla storia e al futuro e chiudere certi capitoli del passato. Ma non trova che sia stato un gravissimo errore concedere libertà molto anticipata a brigatisti che custodiscono segreti vitali sul caso Moro e su tante pagine degli anni di piombo?
"Penso che il dovere preminente dello Stato sia accertare tutta la verità e poi stabilire se e in quale misura essere magnanimi".
Non mi pare che questa procedura sia stata seguita.
"Prima la verità, poi eventualmente la magnanimità".
Lei si sente tuttora impegnato a cercare la verità sul caso Moro?
"L'accertamento della verità è compito della magistratura".
Ma è compito degli investigatori metterla in condizioni di farlo.
"Nessuno qui al Viminale ne dubita. Peraltro, il sangue del sovrintendente della Polizia Emanuele Petri, caduto ad Arezzo, è ancora caldo, ma lo è anche quello di Biagi, D'Antona e via via fino a Moro, al maresciallo Leonardi e agli altri agenti della scorta. Le indagini che stiamo conducendo sulle nuove Br potrebbero aiutarci a completare il quadro complessivo di una vicenda storica non conclusa e che deve concludersi secondo verità e giustizia".
Ancora una pausa. Poi la conclusione, ferma e amara. "Sono persuaso che se ci sono zone d'ombra in quella vicenda, esse dipendono dal comportamento mai lineare e sincero dei brigatisti ora in libertà e dal silenzio impenetrabile di quelli che si sono rifugiati all'estero. Su di essi, clemenza o non clemenza, io non ho mai cambiato opinione".
Sbaglierò, ma Beppe Pisanu "quella" verità non ha mai smesso di cercarla.

10 ottobre 2003 - INTERVISTA COSSIGA SULLA MASSONERIA
"La Repubblica"
LE CONFESSIONI DI COSSIGA: "Io, Gelli e la massoneria"
L' ex presidente della Repubblica parla della P2 e racconta i suoi rapporti con le logge
Concita De Gregorio
Dice che la massoneria ha "ripreso respiro", in Italia. "Non nei quadri altissimi, piuttosto ai livelli intermedi dello Stato". Dice che la fase della grande epurazione che seguì lo scandalo della P2 è finita da tempo. "Persino Licio Gelli, mi risulta, è stato riammesso mesi fa alla massoneria". È vero: Gelli è stato riammesso a una delle logge, ed ha così ripreso anche ufficialmente la sua attività. Un rifiorire, insomma. Una nuova "cattedrale invisibile" che i liberi muratori riedificano sulle macerie della vecchia.
Nella biblioteca dell'appartamento privato di Francesco Cossiga una parete intera è dedicata a testi esoterici: la sezione "massoneria" viene dopo quella "Templari". Ne conosce i capitoli e ne cita brani a memoria. Ha sempre avuto una passione per i misteri, in parecchi casi anche un ruolo. Per le 'intelligence', "che - sillaba - non fabbricano segreti ma forniscono gli strumenti per conoscerli e difenderli". Per le reti invisibili, per i dossier e per le spie. "A me piacciono le spie come ad altri piacciono i fiori", si legge nel sua ultimo libro, "Per carità di patria".
Qui parla dei suoi rapporti coi massoni, con Licio Gelli ('"l'ho incontrato quattro volte, la prima a palazzo Chigi"), coi piduisti di allora e di oggi. Parla di Moro, perché è a proposito di Moro che Gelli lo ha chiamato in causa nella sua conversazione con Repubblica. Di Berlusconi e di alcuni suoi ministri e collaboratori. Infine della sua presunta pazzia, "una leggenda nata proprio da un dossier che il Sid confezionò su di me su commissione". Nel corso di questo incontro squilla tre volte il telefono. Tre persone diverse, ogni volta l'ex presidente risponde: "Buonasera, generale".
Senatore Cossiga, lei è massone?
"Au contraire, madame. Una volta me lo chiese anche un pm, voleva impugnare la mia deposizione perché riteneva che ci fosse comunanza di interessi fra me e l'imputato, massone. Io non posso essere massone perché sono cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano incompatibili".
Non è mai stato tentato, nessuno glielo ha mai proposto?
"Mai. Tutti sanno che sono un fedele suddito di Santa Romana Chiesa.
Tra i non massoni, è tuttavia uno dei massimi esperti del ramo.
"Massimo non so. Ho tre buoni motivi per occuparmi di massoneria. Il primo è familiare: la mia famiglia materna, borghesia commerciale sassarese, ha antiche tradizioni massoniche. Mio nonno Antonio Zanfarini, medico e politico repubblicano, è stato Venerabile della loggia di Sassari. D'estate quando ero ragazzo dormivo in casa sua, una volta scoprii in una libreria chiusa tutta la collezione della rivista della massoneria italiana, quella con la copertina azzurra. Purtroppo poi mia, zia la distrusse".
Seconda e terza ragione.
"Seconda: la curiosità. Terza: la cocciutaggine. Io sono un liberal, molto rispettoso delle idee altrui. La massoneria è stata oggetto di grandi pregiudizi. Intendiamoci: ci sono anche associazioni sportive di ladroni, come ci sono logge pulite e logge sporche. La massoneria tradizionale, quando gli altri la attaccavano io la difendevo".
Ci sarà stata poi quella sua passione per i segreti, per le "cattedrali invisibili".
"Sì, guardi comunque che le reti di spionaggio e la massoneria sono cose diverse. La massoneria non è un mondo segreto, è un mondo esoterico, non un'associazione segreta ma un'associazione di segreti iniziatici. Quanto alle intelligence, è vero: la Dc che era un grande partito formava degli specialisti. I due che formò in questo ramo fummo io e Peppino Zamberletti. Amo i romanzi di Le Carrè, che è lo pseudonimo di un alto agente dell'intelligence inglese. Sono gli unici verosimili. James Bond è uno che verrebbe arrestato da un vigile urbano".
I due mondi - reti spionistiche e massoneria deviata - si sono però spesso sovrapposti. Di Gelli si è detto che lavorasse peri servizi americani, e che facesse il doppio gioco coi sovietici.
"Gelli non aveva legami con la Cia. Con gli americani sì: con ambienti iperatlantici, in chiave anticomunista. Fare il doppio gioco è stata sempre una delle sue caratteristiche. È un uomo complesso, Gelli. Aveva rapporti con tutti, a destra e a sinistra. Tra gli esponenti della P2 c'erano uomini vicini a Moro, a Pecchioli, a Pertini. L'ammiraglio Torrisi era grande amico di Pertini, e d'altra parte fu Teardo, altro piduista, il grande elettore del presidente socialista".
Lei quando ha conosciuto Gelli?
"Lo convocai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio. Il Corriere della Sera aveva iniziato una campagna violenta contro di me: erano pressioni per avere la famosa legge sulla stampa. Mi dissero sottovoce: dipende da Gelli. Venne da me, si presentava come ingegner Luciani: Gli chiesi: che succede, mi dicono che lei controlli il Corriere. Mi rispose sorridendo: ho alcuni amici".
Da allora vi siete frequentati?
"L'ho visto quattro volte. La seconda fu lui a cercarmi, tramite un alto esponente dc. Voleva mettermi in contatto con l'ammiraglio Massera, uno dei comandanti militari argentini che era uscito dal triumvirato militare, e voleva rifarsi una verginità creando nel suo paese un partito socialdemocratico. Era massone ma non piduista. Chiesi a Massera di aiutarci ad avere le liste dei desaparecidos detenuti nelle loro carceri. Volevamo aiutare gli italiani. Un lavoro in cui mi fece da mediatore Lelio Basso. Un giorno mi portò i referenti della guerriglia argentina che vivevano a Parigi".
Non otteneste grandi risultati, coi desaparecidos. Torniamo a Gelli. Dice che gli elenchi sequestrati ad Arezzo erano parziali.
"È vero, lo ha confermato anche a me. Intanto c'è quella pagina mancante, quella che conteneva i nomi del generale Dalla Chiesa e di suo fratello. Fu strappata perché se si fosse saputo che nella P2 c'era Dalla Chiesa la vicenda avrebbe avuto tutto un altro spessore".
Non che non l'abbia avuto comunque.
"Guardi, le racconto un episodio. Io non conoscevo il contenuto degli elenchi della P2. Convocai il capo di stato maggiore dell'Arma dei Carabinieri generale Ferrara; gli chiesi cosa ne sapesse lui. Mi rispose: niente. Poi il responsabile della sicurezza del Viminale; un socialista, mi disse che con un'auto borghese il comandante generale dell'Arma si recava regolarmente ad Arezzo. Mi chiese se volessi saperne di più. Gli dissi di no: se avessero scoperto che pedinavamo il comandante dell'Arma, s'immagina...".
Senatore, all'epoca del Sequestro Moro c'erano piduisti al vertice dei Servizi e nel comitato di emergenza che lei riuniva al Viminale. Santovito, Grassini, Pelosi. Non ne sapeva niente?
"All'epoca non si sapeva della P2. Grassini era un vero galantuomo, amico di Pecchioli. Sa come si lavorava col Pci?".
Dica.
"lo chiamavo Pecchioli, gli dicevo vorrei nominare Dalla Chiesa capo del Servizio. Lui andava al partito, tornava e diceva: no. Però senta anche questo. Quando ero presidente della Repubblica si doveva nominare il capo di stato maggiore della Marina, uno dei candidati, Cervetti, aveva fatto parte della P2. Venne da me, e andò da Martinazzoli, un alto esponente del Pci. Disse: se non lo nominate non dite poi che siamo stati noi ad impedirvelo. È una partita fra voi e la Anselmi".
Sta dicendo che il Pci,aveva rapporti con uomini della P2?
" È stato Gelli che ha fatto arrivare al Pci attraverso il Banco Ambrosiano il prestito per Paese sera, o no? Una volta ho chiesto a Gelli: ma come mai nessuno ha mai detto dei suoi rapporti con Moro? Lo sa che Gelli si adoperò, coi rumeni, per farlo liberare?".
Veramente Gelli ha detto a Repubblica che per liberare Moro non avrebbe fatto niente. Ha raccontato dell'antipatia reciproca. Ha invece manifestato grande stima per lei, senatore.
"Io non credo che Moro abbia contestato al diplomatico Gelli di essere il rappresentante di un governo autoritario: era troppo fine per una tale grossolanità. D'altra parte non è nemmeno vero che la politica di Moro dispiacesse agli Usa, almeno non più dal momento in cui nasce il governo Andreotti".
La versione di Moro benvoluto dagli americani e di Gelli che si adopera per liberarlo è perlomeno stravagante.
"La verità è sempre più complessa di quel che sembra e quella che lei chiama stravaganza è un aspetto della storia. Sono convinto che la P2 nel sequestro Moro non abbia avuto un ruolo. L'intelligence americana era in contrasto con noi perché non volevamo trattare. Credo che il sequestro sia stato opera delle Br. l brigatisti non volevano soldi, né scambio di prigionieri. Volevano il riconoscimento politico. Sono gente di intelligenza e cultura superiore alla media. Li ho avuti qui, in questo salotto".
Torniamo alla massoneria. Lei dice che oggi vive una nuova primavera.
"Sì, dopo l'epurazione operata da Armando Corona. Fiorisce, come da tradizione: fra le forze armate, soprattutto Marina, nella magistratura, al ministero dei lavori pubblici. E molto altro, ovviamente".
Non le sfuggirà che, nonostante l'epurazione, le persone fisiche sono spesso le stesse di allora.
"Non è così. Ci sono moltissimi nuovi massoni. Inoltre fra i piduisti non erano molti i massoni autentici. C'era gente che aveva aderito per opportunità".
Berlusconi?
"Si è iscritto per convenienza, e difatti gli è convenuto. E' completamente a-massone. Un uomo pratico. Si figuri cosa gliene importa del rito di Osiride. E anche la scelta che fa adesso dei suoi collaboratori non credo sia da ricondurre all'appartenenza massonica: di Cicchetto si fida perché è un ex socialista come lui, e perché conosce il mondo dei servizi segreti. Diverso il caso di Martino".
Il ministro Martino?
"Massone di piazza del Gesù, loggia elegante, liberale, piemontese. Massone autentico, difatti uomo diversissimo da Berlusconi. Ma, scusi: non le ho raccontato di quando mandarono Pazienza ad Hong Kong per sputtanarmi".
No in effetti.
"Pazienza, che non era uomo della P2 ma dei servizi, dicevano lavorasse per i servizi francesi, era molto amico del nipote di Santovito. Un giorno lo contattarono i servizi segreti italiani perché andasse ad Hong Kong in missione coperta. Quando arrivò nell'albergo dove doveva attendere il contatto seppe che in quello stesso hotel stavo arrivando io, che ero presidente del Senato in predicato per il Quirinale. Capì che il suo compito era di farsi fotografare accanto a me, e se ne andò. Di sicuro anche questa storia è nel dossier".
Quale dossier?
"Quello del Servizio segreto su di me. Quello in cui si dice che andavo a fare l'elettrochoc in Romania".
Ma ci andava in Romania?
"Sì, ma non a fare l'elettrochoc. E nemmeno ero in cura da quel famoso psichiatra di Pisa, che ho sentito al telefono una sola volta per un amico. E neppure faccio uso di litio. Di farmaci antidepressivi sì, ho avuto periodi di depressione. Ma fra essere depresso ed essere pazzo c'è differenza. Questa faccenda della mia pazzia l'hanno messa in giro i miei colleghi di partito, e mi diverte molto. Quando ero presidente della Repubblica si facevano riunioni per decidere se sottopormi a perizia psichiatríca. Ma io parlavo così perché non avendo dietro nessuno del mio partito o usavo quel linguaggio o nessuno sarebbe stato a sentire".
Le picconate erano un'astuzia, insomma.
"Un espediente per dire sempre a voce alta la verità. Io non parlo mai a sproposito, mi creda. Ho buona memoria e una certa esperienza di vita. Se dico che la massoneria in Italia sta riacquistando vigore ho gli elementi per farlo. Inoltre, vengo dalla politica e so cosa sia. Non siamo rimasti in tanti con questo curriculum, non sembra anche a lei, madame?".

10 ottobre 2003 - "UN UOMO COSI" DI AGNESE MORO
ANSA:
'UN UOMO COSI', L'ALBUM DI FAMIGLIA DI AGNESE MORO
(NOTIZIARIO LIBRI)
AGNESE MORO: 'UN UOMO COSI" (RIZZOLI; PP. 109; 7 euro). Una mano "morbida morbida", un padre che compra la mozzarella e "ogni tanto la burrata" o che, sprofondato a tarda sera nella poltrona del salotto, rideva fino alle lacrime leggendo i corsivi di Fortebraccio su 'L'Unita". Istantanee di famiglia, brevi e struggenti pennellate di ricordi sgorgano dalla penna di Agnese Moro, che racconta un'altro Moro, non lo statista, non lo stratega del compromesso storico ma il papa' amatissimo e perduto per mano delle Br.
Il sequestro e l'omicidio del segretario della Dc sono solo un'eco lontana in questo libro piccolo piccolo scritto solo con la sintassi degli affetti e con uno stile 'in levare', come in musica si chiama un ritmo sincopato e aereo. La figlia di Moro non fugge dalla storia ma filtra la storia politica del padre con i suoi occhi di bambina e cala la tragedia di una nazione in una tragedia piu' intima ma non meno devastante, quella di una famiglia.
La stampa, reportage televisi e piu' di recente film ci hanno gia' restituito la voce indimenticata di un padre, il suo amore assoluto per la "dolcissima Noretta", l'amatissimo nipotino Luca e per i figli nelle tre lettere scritte durante i 55 giorni di sequestro e trovate anni dopo in un covo delle Br. Ma Agnese Moro non si limita a queste "per ricordarlo cosi' come era, anche nella dimensione familiare".
In uno sforzo doloroso ma spontaneo, "nato dal desiderio di far conoscere ai miei figli qualcosa del loro nonno, che sono abituati a vedere riproposto alla televisione nella terribile fotografia da prigioniero delle Br", la figlia dello statista Dc raccoglie ricordi minimi. Una gita sulla spiaggia di Terracina con Moro che "scatta mille foto e gira filmini per fermare l'immensa tenerezza" del piccolo Luca, la sua voce "piccola" e un po' stonata quando coccola la figlia tra le braccia, il modo tutto particolare di sbucciare un'arancia per cerchi concentrici.
In 'Un uomo cosi" c'e' tutto l'uomo Moro: tenero e pronto alla carezza, premuroso senza essere mai possessivo, presente anche se spesso lontano. Il padre riservato e religioso, buffo e dolce ma prima di tutto profondamente umano che piange con "un suono terribile, ancestrale, che butta nel panico" quando muore il genitore.
Anche la dimensione politica e' filtrata da quella familiare e vista, a distanza di 25 anni, con gli occhi di una bambina. Come quando Moro era segretario politico della Dc e la sera "si ripeteva la noiosissima questione del 'pastone' de 'Il Popolo' (...) Non sapevamo cosa fosse questo 'pastone' e non ci sembrava importante". Oppure quando durante un viaggio a Parigi giunge la notizia della strage di piazza Fontana e la figlia lo vide "invecchiare in un istante".
Ricordi che solo una figlia puo' avere e che possono nel loro piccolo cambiare l'interpretazione della storia. "Da molti mio padre - scrive Agnese Moro - e' ritenuto persona ostile alla Nato. Non era alla Camera quando e' stato ratificato il Patto Atlantico e non lo ha votato. In realta' in quelle ore nasceva mia sorella Anna e lui era vicino a mia madre". In questa, come in altre istantanee di famiglia, e' dipinto un uomo che "rosicchiava" tempo agli impegni, sempre piu' pressanti, per stare vicino al suo amore piu' grande: la famiglia.
"Nel '70 mi scrive: 'Vorrei che potessimo stare tutti insieme per davvero e per un tempo ragionevole. Ma non si vede il principio". Otto anni dopo si vedra' la fine.

17 ottobre 2003 - RIPRESENTATO LIBRO DI SELVA SU CASO MORO
"Il Giornale di Vicenza"
LIBRI /1. In Sala Stucchi a palazzo Trissino si presenta "Quei terribili 55 giorni"
Tutti i brividi del caso Moro
Il "diario" di Gustavo Selva dal fronte anti-trattativa
Questa sera in Sala Stucchi a palazzo Trissino è in programma (inizio alle 21) la presentazione del libro "Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni" di Gustavo Selva ed Eugenio Marcucci. Interverranno, con Selva, Paolo Armaroli, docente di diritto costituzionale all'università di Genova, e Antonio Trentin, cronista politico del Giornale di Vicenza. di Antonio Trentin
Con Piazza delle Cinque Lune , uscito in primavera e recente arrivo nelle videoteche, e poi con Buongiorno, notte , nelle sale in questi giorni dopo essere stato acclamato ma controversamente non premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, la vicenda di Aldo Moro - rapito, interrogato e "proletariamente" processato, prigioniero per tutta una drammatica primavera e alla fine assassinato dalle Brigate rosse nel 1978 - è due volte ritornata quest'anno sugli schermi.
Tutta una generazione che non c'era - più gli immemori e i distratti e i disinteressati di allora e di oggi - ha avuto almeno questo paio di occasioni-spettacolo per accostarsi a quello che è stato il più complesso e tragico momento dell'Italia repubblicana. Se prima già non era servita la sequenza delle molte ricostruzioni approdate su giornali e tivù, nelle date del venticinquesimo da commemorare.
C'era stato un altro film, nel 1986, che aveva raccontato la stagione del rapimento del leader della Democrazia cristiana. Portando davanti alla macchina da presa un indimenticabile Gian Maria Volontè, il regista Giuseppe Ferrara aveva scelto per la sua pellicola un titolo che rimane il titolo di quanto avvenne tra il 16 marzo e il 9 maggio del '78: Il caso Moro . "Caso" perché fatto di clamorosa realtà politico-criminale interpretata dal terrorismo brigatista che tingeva di sangue il rosso della sua ideologia, di imperscrutati retroscena partitici, di permanenti interrogativi sull'azione degli inquirenti e degli intermediari nell'ombra, di conseguenze decisive sulla storia politica nazionale.
La dizione "caso" non era accettata - venticinque anni fa, al momento di firmare con Eugenio Marcucci l' instant-book oggi riproposto con una postfazione che lo aggiorna - da Gustavo Selva, allora direttore del Gr2 fortino radiofonico della fermezza anti-brigatista, poi eurodeputato Dc, dal '94 parlamentare di Alleanza nazionale. "Come mi piace poco questa parola!" - scriveva nell'autunno 1978 in Aldo Moro. Il martirio di un uomo (Cappelli editore). "Ho l'impressione - si leggeva allora e si rilegge adesso in Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni - che per la forza sottile delle parole (?) il delitto Moro possa diventare un "caso": un evento casuale - sia pure tragico - nella vita di un paese, mentre invece fin che non sarà chiarito ogni mistero esso dovrà restare un tormento, un'ansia di ricerca della verità".
Dei due film citati, quello di Renzo Martinelli - emblematicamente intitolato alla piazza romana dove si incontravano personaggi dell'Italia occulta del 1978, un ufficiale dell' intelligence , un giornalista ammanicato col potere e col ricatto - è tutto un "caso": quello delle incredibili (?) coincidenze che costellano i giorni del rapimento, delle irruzioni mancate nel covo brigatista, delle tessere piduiste in tasca ai vertici dei servizi segreti, dei falsi comunicati dalla "prigione del popolo". Quello di Marco Bellocchio è tutto "tormento": del politico prigioniero e dei suoi carcerieri carcerizzati dal fanatismo ideologico omicida (che i "sogni" per così dire alternativi all'assassinio di Moro - mandato, appunto oniricamente, a passeggiare per Roma dopo il sequestro - non possono mitigare a posteriori ).
Il libro di Selva e Marcucci che cos'era e che cosa diventa, in rapporto a queste possibili conoscenze che il grande pubblico può avere della vicenda-Moro in questo 2003? Diciamo intanto che è il diario fondamentale, ritmato giorno dopo giorno, degli eventi interpretati sul fronte del "no alla trattativa" con i brigatisti - largamente prevalente tra i politici e nell'opinione pubblica - e poi che è soprattutto documentazione. Tutta quella che era nota e disponibile (ciclostilati con la stella a cinque punte, lettere del prigioniero, interrogatori fattigli dai rapitori) qualche mese dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in quella Renault rossa simbolicamente parcheggiata dai brigatisti in uno dei vicoli di Roma, a metà strada tra le sedi della Democrazia cristiana, il partito "strumento dello Stato imperialista delle multinazionali", e del Partito comunista, "traditore" del riscatto rivoluzionario. Tutta quella che, a rileggerla adesso, provoca gli stessi brividi di quando fu raccolta e trascritta, brividi provocati da una contorta sindrome fatta di impotenza poliziesca, risposte istituzionali bloccate, giochi di partito sulle ipotesi di rilascio, lucido delirio politico delle Br.
L'attualizzazione del testo proposta da Selva ( "Ho molto meditato prima di decidere se scrivere questa postfazione" annota nella riedizione presso Rubbettino) è dedicata tutta alla post-interpretazione del Moro-pensiero. E a una sorta di confessione su quella che fu - racconta oggi l'autore - una crisi di coscienza in extremis , neppure esplicitata in tempo negli editoriali alla radio, a proposito della trattativa possibile con le Brigate Rosse per la liberazione del presidente democristiano. L'una e l'altra cosa sono legate da uno stesso filo interpretativo in chiave critica verso il fu-Partito comunista.
Scrive Selva che a "non volere nemmeno discutere" sullo scambio tra il prigioniero Moro e la brigatista Paola Besuschio - ipotesi offerta dallo stesso Moro al dibattito e alla (non) scelta del partito trattativista - "fu, in particolare, il Pci" . Fermezza, come la si chiamava allora? Più che altro, nella lettura odierna di Selva, si trattò della volontà di legittimarsi "come forza di governo, che rinuncia per sempre ad ogni indulgenza verso i "compagni che sbagliano"" . Anche a costo di perdere Moro, in quella fase politica interprete principale dell'apertura a sinistra.
Ma è proprio su quest'ultimo dato - allora e oggi uno dei connotati dell'icona politica di Moro generalmente accettata - che Selva aggiorna le sue stesse convinzioni passate: per ciò che scrisse e disse nello scorcio di 1978 immediatamente precedente al rapimento, il presidente democristiano non sarebbe stato solo quel filo-aperturista che la tradizione fissò e tuttora vuole.
Moro anti-comunista implicito, giusto nel momento in cui fa entrare il Pci in maggioranza con la sua Dc? Il succo dell'interpretazione di Selva è questo, distillato dai testi di un intervento del presidente scudocrociato davanti ai parlamentari del suo partito e dai verbali degli interrogatori subiti davanti alle Br.
Insieme a questo tocco di confutazione storica, si legge in Aldo Moro. Quei terribili 55 giorni un'annotazione che ulteriormente ridipinge - con il pennello di un aneddoto estemporaneo ma politicamente gustoso - le tinte del '78 e le trasferisce nell'attualità partitica odierna.
Prigioniero dei brigatisti, Moro citò - e nel suo Memoriale restò trascritto - il titolo di un film di allora sulla Dc: Forza Italia di Roberto Faenza (1977) che dei democristiani e del sistema su di loro imperniato raccontava satiricamente il peggio del peggio. Gustavo Selva aggancia alla coincidenza lessicale un'interessante e curiosa interpretazione - e chissà quanto contestabile dagli avversari politici attuali, come prevede lo stesso autore - sulla rispondenza, un quarto di secolo dopo, dell'operazione-Forza Italia berlusconiana e del progetto-Casa delle libertà alla profezia moderata di Moro intimamente dubbioso sulla "solidarietà nazionale" di fine anni Settanta. Un Aldo Moro non più assegnato al ruolo di ""cattocomunista", esaltato a sinistra e detestato a destra" , ma cripticamente preannunciatore addirittura del moderno centrodestra.

24 ottobre 2003 - MORO: LE RAGIONI DELLA FERMEZZA
"Il Corriere della sera"
Moro, le ragioni della fermezza
di PAOLO FRANCHI
Venticinque anni sono molti. Ma colpisce lo stesso che, nelle polemiche sul caso Moro riaccese, venticinque anni dopo, dal film di Marco Bellocchio Buongiorno notte , solo Mario Pirani su Repubblica , e con lui pochissimi altri, abbia avuto il coraggio politico e civile di tornare a difendere le ragioni del "partito della fermezza", all'epoca assolutamente preponderante nelle istituzioni, nel mondo politico e nell'informazione. Ancora di più colpisce che la grande maggioranza di quanti allora vi militarono con spirito pugnace e sovente intollerante, o tartufescamente feroce, verso le ragioni altrui (comprese quelle che Moro disperatamente difendeva dal carcere del popolo), e adesso in quell'arcigno rigore non scorgono più virtù repubblicane, ma solo retorica impotente, neanche provino a spiegare a se stessi e agli altri i perché di un simile, radicale cambiamento. Certo, ha pesato assai quel che negli anni successivi si è scoperto sulla colpevole inadeguatezza, o peggio, degli apparati; e il dubbio che ne è conseguito sulla reale volontà di cercare e trovare vivo il prigioniero, sconfiggendo sul campo i suoi rapitori, è valso a sopire molti astratti furori. Ma non soltanto di questo si tratta. Perché chi si levò (o almeno chi si levò sinceramente) a difesa della Repubblica, anche al prezzo della vita di Moro, lo fece sapendo o intuendo bene già allora quanto debole, inefficiente, infiltrato fosse lo Stato democratico che difendeva; e spesso immaginando anzi, con spirito giacobino, che quella tragedia, ormai impossibile da scongiurare, potesse e dovesse divenire il lavacro di tante nefandezze. Un'occasione, terribile quanto si vuole, ma un'occasione, per restituire ethos alla Repubblica, e per cambiare drasticamente il corso delle cose. Si disse: nulla sarà più come prima.
Fu peggio di prima, infatti. E il disincanto, la delusione, la sensazione di aver combattuto, magari per nobili motivi, una cattiva battaglia cominciano esattamente qui. Proprio il successivo corso delle cose, negli anni Ottanta e Novanta, ha provveduto a restituire al Moro delle lettere dal carcere non solo l'onore negatogli da chi, persino tra i suoi amici, lo disconobbe, considerandolo vile o narcotizzato o afflitto da sindrome di Stoccolma, ma anche la grandezza tragica del politico vero. Del capo caduto prigioniero del nemico che, mentre disperatamente combatte per salvare la propria vita, lucidamente spiega a chi chiude ogni spiraglio di trattativa che ha imboccato una via senza uscita, perché la sua morte sarà l'annuncio non della rinascita, ma della caduta della Prima Repubblica e in primo luogo del partito che più di tutti la incarna, la Democrazia cristiana.
Il politologo Piero Ignazi ha scritto qualche settimana fa al Corriere , in garbata polemica con un mio commento politico al film di Bellocchio, che tutto al contrario la Dc riuscì a mantenere la sua centralità nel sistema politico proprio grazie alla fermezza e al senso dello Stato dimostrati durante il caso Moro, consentendo così alla Prima Repubblica, già in crisi, di guadagnare più di un decennio di vita. Mi permetto di continuare a dissentire. Orfane di Moro, la Dc e la Prima Repubblica, più che vivere, stentatamente sopravvissero. È possibile, anzi, probabile che neanche Moro, da quel Quirinale che palesemente lo attendeva, sarebbe riuscito ad evitarne la consunzione e la rovina. Ma è certo che, a differenza di molti dei suoi successori, ne avrebbe avvertito il pericolo incombente. E avrebbe lottato per scongiurarlo.

26 ottobre 2003 -MARTINELLI, STRANO DIVERSO TRATTAMENTO TV PER ME E BELLOCCHIO
ANSA:
TV: MARTINELLI, STRANO DIVERSO TRATTAMENTO PER ME E BELLOCCHIO
UNA FICTION SU CARNERA POI THRILER SULLA SINDONE
Un film su Moro, "uscito non dieci anni fa ma qualche mese fa e per di piu' nel 25/ennale, il 9 maggio 2003" e' stato ignorato, mentre un altro, 'Buongiorno, notte' di Marco Bellocchio "e' stato straordinariamente sostenuto dai media": a sottolineare la "stranezza" e' Renzo Martinelli, regista di 'Piazza delle cinque lune'.
"La mia non e' una critica - dice - ma forse una domanda che ogni giornalista dovrebbe farsi: perche' quel silenzio e poi tanto sostegno? Certo, sono due film diversi: il mio e' una meticolosa ricostruzione, che ha avuto bisogno di tre anni di lavoro, per smontare le tesi di Moretti e Morucci e dimostrare che i due sicuramente mentono. IL film di Marco e' politically correct con brigatisti un po' cialtroni che fanno tutto da soli: per di piu' Anna Laura Braghetti si tormenta e poi ammazzera' Bachelet e Moretti e Gallinari si fanno il segno della croce prima di mangiare. Mio chiedo cosa avranno pensato i parenti delle vittime...".
Martinelli intanto, che e' stato ospite delle Telegrolle a Saint Vincent, lavora a due progetti: come regista e produttore alla fiction Rai su Primo Carnera, "un progetto nato qualche mese fa d'accordo con Agostino Sacca'. L'idea risale a parecchio tempo fa: dopo aver girato 'Porzus' e 'Vajont' sono stato praticamente adottato dal Friuli, ho visitato il museo Carnera e sono rimasto colpito ricordando che il pugile era un mito anche per mio padre. Ora stiamo lavorando alla sceneggiatura per metterlo in produzione l'anno prossimo: siamo in contato con i due figli di Carnera, Giovanna e Umberto, che vivono in Florida e che supervisioneranno la sceneggiatura".
Intanto Martinelli si mettera' a lavoro su "L'uomo della sindone" in coproduzione con Rai Cinema: e' un thriller con Murray Abraham, che e' stato gia' con Martinelli in 'Piazza delle 5 lune': "sara' forte e spettacolare e ha a che fare col mistero di quel volto che, dall' '88, con la datazione al carbonio 14 sappiamo essere un falso preparato nel XIV secolo. L' idea mi e' venuta parlando con Valerio Massimo Manredi, l'autore della saga su Alessandro Magno, che collabora alla sceneggiatura. Nel film un patologo avra' un'intuizione che lo porta a fare indagini convincendolo che il risultato dei tre laboratori dell' 88 nasconde un segreto ancora piu' devastante in quell' immagine".
Martinelli si aspetta un po' di polemica, "come sempre quando si affrontano certi temi: personalmente ritengo impensabile che un falsario nel XIV secolo possa aver prodotto quella cosa".

27 ottobre 2003 - MORO: PER PELLEGRINO NON FU UCCISO IN VIA MONTALCINI
dalla newsletter di www.misteriditalia.com
CASO MORO: PER PELLEGRINO NON FU UCCISO A VIA MONTALCINI
Aldo Moro non fu ucciso nel garage di via Montalcini. Da quel covo il presidente della DC "fu portato via prima del fatale 9 maggio: quando i brigatisti hanno descritto il trasporto di Moro da una cesta di vimini dall'appartamento di via Montalcini al bagagliaio della Renault 4 parcheggiata nel box dell'immobile, forse hanno raccontato una scena realmente avvenuta, ma qualche giorno prima".
Pellegrino, presidente della commissione Stragi per due legislature, dal 1994 al 2001, torna sul sequestro di Aldo Moro e sul mistero dei covi delle Brigate Rosse ancora sconosciuti.
Secondo Pellegrino, sulla base delle conoscenze acquisite in commissione, vi fu un'altra prigione dove Aldo Moro fu tenuto prigioniero per poco tempo prima dell'esecuzione. La nuova dichiarazione dell'ex senatore DS sono contenute nel volume di Rita Di Giovacchino, giornalista del Messaggero, dal titolo Il libro nero della Prima Repubblica (Edizione Fazi).
"In molti in commissione - afferma Pellegrino - ci eravamo convinti che Moro fosse stato trasferito nel ghetto ebraico, zona che era già stata oggetto di indagine da parte dei giudici Ferdinando Imposimato e Rosario Priore".
La seconda ipotesi che l'ex presidente della commissione Stragi avanza sul sequestro Moro riguarda il memoriale. Quelle carte furono oggetto di una sorta di "scambio" tra le BR ed apparati di intelligence. "Si trattava di documentazione sensibile e cioè tale da allertare i timori dei servizi segreti occidentali e gli apparati del KGB e di altri servizi segreti dei paesi del Patto di Varsavia: cecoslovacchi, rumeni, bulgari".
La strategia, secondo Pellegrino, fu duplice: "da un lato i servizi segreti orientali che si posero l'obiettivo di carpire questi segreti, dall'altro l'intelligence occidentale che tentò di coprirli. Credo che se Dalla Chiesa fosse stato ancora vivo ci avrebbe aiutato a far chiarezza su questo aspetto della vicenda".
Il riferimento di Pellegrino a Dalla Chiesa è particolarmente curioso e anche piuttosto malizioso. Tutti sanno che il primo ad occuparsi del memoriale di Aldo Moro - trovato nell'ottobre del 1978 nella base BR di via Moontenevoso a Milano - fu proprio il gen. Dalla Chiesa, e il primo a gestirlo fu un suo braccio destro, il col. Umberto Bonaventura.

29 ottobre 2003 - MORO: MONS BETTAZZI, PROPONEMMO SCAMBIO VESCOVI-OSTAGGIO BR
ANSA:
MORO: MONS BETTAZZI, PROPONEMMO SCAMBIO VESCOVI-OSTAGGIO BR
VESCOVO RICORDA TENTATIVI A NUOVO SITO PAX CHRISTI
Ambienti della Chiesa proposero uno scambio tra Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse, e alcuni vescovi. E' quanto ricorda mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea ed ex presidente di Pax Christi International, in un articolo che appare oggi sul sito di Mosaico di pace.
All'epoca del sequestro Moro, mons. Bettazzi propose che "alcuni vescovi si offrissero come ostaggio, dando cosi' alle Brigate rosse quel minimo di riconoscimento che esse attendevano". Naturalmente egli per primo si dichiaro' disponibile all'operazione. Purtroppo dagli ambienti Vaticani non venne il nulla osta: "Ha gia' fatto fin troppo il Papa a scrivere quella lettera...", fu quanto risposto a mons. Bettazzi.
Il sito Mosaico di Pace e' uno delle tre nuove iniziative on line di Pax Christi, movimento cattolico per la pace. Oltre al sito istituzionale di Pax Christi, ci sono appunto Mosaico di pace, la rivista mensile promossa dalla stesso movimento e della Casa per la pace, luogo di attivita' formative e di ospitalita'.
"Piu' che di una navigazione si puo' parlare di un porto in cui attraccare per ricercare e appassionarsi alla pace", ha detto con ironia Mons. Tommaso Valentinetti, vescovo di Termoli e presidente di Pax Christi.

30 ottobre 2003 - LIBRO SU CASO MORO E UCCISIONE TOBAGI
"Il Corriere della sera"
LA RICOSTRUZIONE
"Moro, ecco chi portò via le carte di Monte Nevoso"
"Faccio le fotocopie e te le rimando indietro". Domenica primo ottobre 1978; ore 11.15. A Milano in via Monte Nevoso un ufficiale dei carabinieri esce dal covo delle Brigate rosse appena scoperto con una valigetta di pelle marrone. Dentro ci sono le carte di Aldo Moro: interrogatori, appunti e lettere scritti durante il sequestro nella "prigione del popolo". Un mucchio di fogli che nessuno ha ancora contato o catalogato, portati via prima che qualunque magistrato possa esaminarle. Quelle pagine tornano in Monte Nevoso solo alle 17.30. Ed è intorno a questo buco nero lungo più di sei ore che continuano a intrecciarsi i misteri della Prima repubblica, inclusa la vicenda del delitto Pecorelli. Ora la cronaca dell'irruzione nella base brigatista viene descritta dal protagonista, Roberto Arlati, all'epoca capitano agli ordini di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Le memorie dell'ex ufficiale raccolte dal giornalista Renzo Magosso saranno in libreria la prossima settimana. E il volume edito da Franco Angeli è destinato a far discutere, a partire dal titolo "Le carte di Moro, perché Tobagi". Perché secondo Arlati e Magosso un unico filo oscuro unisce le due vicende. A portare via le carte di Monte Nevoso infatti sarebbe stato l'allora capitano Umberto Bonaventura. L'ufficiale, diventato poi dirigente del Sismi, è morto lo scorso ottobre alla vigilia della deposizione davanti alla Commissione Mitrokhin. E' lui che - ricorda Arlati - si fece consegnare i documenti: "E che non ti fidi di me? Tranquillo, giusto il tempo tecnico delle fotocopie. Ti faccio riavere tutto. Tra un paio d'ore arriva anche il generale. Le vuole leggere e non qui, davanti ai tuoi uomini". Davanti alla Commissione stragi Bonaventura nel 2000 si limitò a dire di "essersi fatto mandare" il dossier su Moro e non di averlo ritirato personalmente. E Arlati non può dire nulla sulla sorte delle pagine. Ma nel libro più volte vengono sottolineati i contrasti tra gli uomini dell'Antiterrorismo e altri ufficiali iscritti alla P2. Contrasti che avrebbero determinato l'allontanamento della squadra di Arlati dal covo prima che venissero completate le ispezioni nelle pareti alla ricerca di rifugi murati, come quello che solo 12 anni dopo fece riemergere altre carte di Moro. Giochi di potere che - secondo il libro - avrebbero influito su un terribile errore di valutazione. Arlati dichiara che uno dei suoi uomini - chiamato in codice "Ciondolo" - aveva segnalato con sei mesi di anticipo la minaccia a Walter Tobagi, il giornalista del Corriere assassinato il 28 maggio 1980. Ma la sua informativa rimase nei cassetti per anni.
G. D. F.

30 ottobre 2003 - PECORELLI: CASSAZIONE, ASSOLTO ANDREOTTI
ANSA:
PECORELLI: ANDREOTTI DICHIARATO INNOCENTE
STESSO VERDETTO ANCHE PER BOSS GAETANO BADALAMENTI
Le sezioni unite penali della Corte di Cassazione hanno annullato senza rinvio la sentenza emessa dalla Corte d' Assise di Appello di Perugia il 17 novembre dello scorso anno, che aveva condannato a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti quali mandanti dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
L' annullamento senza rinvio della sentenza sancisce, in via definitiva, l' innocenza del senatore a vita riguardo al delitto, cosi' come quella di Badalamenti.
L' innocenza del senatore a vita e di Badalamenti - richiesta ieri dallo stesso Procuratore Generale - e' sancita dalla formula "per non aver commesso il fatto", indicata nel verdetto, definitivo, della Suprema Corte, di annullamento senza rinvio della sentenza di secondo grado di Perugia.
La Cassazione ha inoltre respinto il ricorso della Procura di Perugia contro le assoluzione di Claudio Vitalone, Massimo Carminati, Michelangelo La Barbera e Giuseppe Calo'.

31 ottobre 2003 - LA 'SEPOLCROLOGIA'
"Avvenimenti"
La sepolcrologia e chi si allinea
Di Antonio Cipriani
I nemici della verità, secondo Paolo Mieli, sono i dietrologi e complottomani. Definizioni forti, per definire chi dissente rispetto alla "verità-verità", si deve supporre. Ossia a quella verità al quadrato incarnata, per principio (seconda supposizione) nel verbo mielesco che emerge, con cadenza ormai regolare, dalla sua rubrica della posta sul Corriere della Sera. Ora, prima di affrontare questa verità al quadrato, indichiamo, per capirci, chi ne sono i sostenitori. Tanto per giocare ad armi linguisticamente pari. Se da una parte ci sono i complottomani e i dietrologi, dall'altra ci saranno sepolcrologi e allineomani (e coperti).
I sepolcrologi. Sono coloro che intendono mettere una bella pietra sepolcrale su ogni vicenda misteriosa, o per meglio dire, fastidiosa per chi ha interesse a far sparire ogni ruga di mistero. In modo da vivere sereni e contenti, in un mondo all'antica, fatto di cose semplici, dove tutto è chiaro perché "nella storia l'essenziale non è mai invisibile e cercare complotti e orchestrazioni segrete è un modo per non guardare alle responsabilità che in piccolo ciascuno ha". Ecco, usando la sepolcrologia applicata di Rossana Rossanda e traducendola per i comuni mortali non adepti all'essenza della questione: ma quale misteri, ma quale piduismi o deviazioni dei servizi o altro, la colpa è nostra.
Il lettore si chiederà: nostra di chi? La risposta è semplice: di chi scrive, ma anche di chi legge. Della gente comune, della stessa gente comune (dunque comunista) che complotta contro Berlusconi, che dietrologicamente pensa che la svendita del patrimonio artistico italiano da parte della ditta Urbani-Tremonti, sia una vergogna; che vuole sapere se davvero il piano di rinascita della P2 sia stato lentamente applicato fin nei dettagli. Che magari si chiede l'origine della fortuna miliardaria del premier. Un dettaglio anche questo, per di più fastidioso anche soltanto da sentir dire. Una pietra sopra e la strada della storia diventa più scorrevole, sorridente, patinata.
Gli allineomani (e coperti). Loro cadono dalle nuvole e applaudono, allineati e coperti, ogni mossa dei sepolcrologi. Sono storici, giornalisti, intellettuali, ma non si pongono neanche un dubbio. Per questo hanno la pelle liscia, il sorriso di chi ha appena saputo che la verità esiste e viene trasmessa, talvolta, a reti unificate. Non sono di destra o di sinistra. Sono oltre. Hanno già fatto tutto: il Sessantotto, le occupazioni, il Settantasette, le comuni, le carriere (soprattutto).
Agli altri non resta niente da fare, se non adeguarsi al modello vincente "Galli della Loggia-style". La rivoluzione? L'abbiamo già fatta, ma s'era fatta una certa ora e pioveva, così siamo tornati a casa a proseguirla sul sofà di mammà. Al massimo si possono chiedere come mai a capo del governo in Italia non ci sia uno di loro, un allineomane (e coperto) sessantottino per esempio. E qui cade la mela avvelenata: perché mentre loro si cambiavano il foulard, e a tempo perso cambiavano il mondo, c'era chi macinava potere e denari. E c'era la P2 che occupava tutte le poltrone doc nel reparto informazione e sicurezza; le Br sequestravano e uccidevano Aldo Moro. Craxi accumulava. C'erano le stragi.
Sarà pure vero che nella storia l'essenziale non è mai invisibile, per tornare alla scienza della Rossanda, ma in questo Paese i responsabili e i mandanti lo sono eccome invisibili. Forse non sarà essenziale per sepolcrologi e allineomani, loro hanno il loro bignamino storico già scritto nel taschino del doppiopetto. Ma per gli altri?
C'è chi si adegua. E chi no. Chi spegne le domande e si allinea plaudente, felice di sapere che tutto è chiaro e che "l'antidietrologia è una fede laica che non ammette eccezioni"; chi invece più laicamente non ha fede nella quadratura del cerchio mielesco, ed eccepisce. E non ritiene definitiva e indiscutibile la verità detta Moretti-Cossiga (dunque al quadrato). Ossia la convergente convenienza da parte del ministro degli Interni del tempo e degli assassini di Moro di chiuderla così, senza troppo farsi del male.
P.S. Una domanda sorge sincera. Ma per quale motivo c'è tutta questa fretta e voglia di chiudere una volta per sempre una vicenda così importante e dolorosa come quella che ha portato all'assassinio di Moro? E' il delitto più grave della storia della Repubblica. Perché ricercatori e giornalisti dovrebbero smettere di cercare e accontentarsi di una discutibile e stravagante "verità ufficiale", ipotizzando al massimo una geometrica potenza del caso? Solo perché lo "storico" Mieli ha stabilito che un libro sul caso Moro, quello scritto da Satta, ha chiuso una volta per tutte la vicenda? "La sua minuziosa ricostruzione documentaria in verità fa acqua da tutte le parti" (Francesco Biscione dixit, tanto per fare un esempio). Oppure la fascinazione è arrivata attraverso il film di Bellocchio?
Perché l'altra alternativa che emerge nella rubrica della posta del Corriere della sera è agghiacciante. Perché lo dice Paolo Persichetti, che ha così definito l'impasto delle "precostituite tesi cospirative": "Acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni". Sergio Flamigni (lui c'era nel mirino di queste affermazioni) sconfitto da questa lettura vaga e sconclusionata?
Ma lo sa Mieli chi è Flamigni e chi invece Persichetti? Beh, tra una lettura sepolcrale e l'altra, battendosi per affermare la sua verità al quadrato, e soprattutto indiscutibile, s'informi. E' meglio.
 
 
 


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