Almanacco dei misteri d' Italia


il caso Moro
le notizie del 2003 - settembre
4 settembre 2003 - CASO MORO: NUOVA USCITA PER 'IL PRIGIONIERO' DELLA BRAGHETTI
ANSA:
VENEZIA: ANNA LAURA BRAGHETTI, IL 17 OTTOBRE ESCE IL LIBRO
'IL PRIGIONIERO', PUBBLICATO PER LA PRIMA VOLTA NEL '98
Uscira' di nuovo il 17 ottobre, da Feltrinelli, il libro di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella 'Il prigioniero', da cui e' liberamente tratto il film di Marco Bellocchio. Pubblicato per la prima volta da Mondadori nel '98, il libro ricostruisce i 55 giorni del sequestro Moro attraverso i ricordi della Braghetti che compero', arredo' e preparo' il covo di via Montalcini.
Romana, condannata all'ergastolo, Anna Laura Braghetti non ha mai usufruito di sconti di pena e dopo 22 anni di carcere ha avuto nel 2002 la liberta' condizionale. Coordina da qualche anno un servizio sociale rivolto ai detenuti e alle loro famiglie. Nel '95 con l'ex militante dei Nar, Francesca Mambro, ha pubblicato 'Nel cerchio della prigione' (Sperling & Kupfer).
Impiegata e militante clandestina, la Braghetti e' stata tra i responsabili dell'omicidio di Vittorio Bachelet ed e' stata arrestata nel 1980. "La mia scelta di entrare in un'organizzazione armata e' stata il frutto di un lungo, lento corteggiamento - scrive nel libro - era un tempo d'attesa, cercavo un modo per cambiare il mondo e tentavo di capire se le Brigate Rosse fossero o meno uno strumento per far diventare realta' il sogno rivoluzionario".

4 settembre 2003 - CASO MORO: IL FILM DI BELLOCCHIO A VENEZIA
"Il Nuovo"
Il terrorismo secondo Bellocchio
Ispirato al libro della brigatista Laura Braghetti Il prigioniero, il nuovo film del regista de I pugni in tasca conquista la platea veneziana
da Venezia, Marina Visentin
VENEZIA -Buongiorno notte: un verso di una poesia di Emily Dickinson per parlare del sequestro Moro, di quello sciagurato "attacco al cuore dello Stato" che ha segnato il punto culminante della tragica stagione terroristica delle Brigate Rosse e l'inizio della sua fine. Una scelta curiosa che dichiara subito l'intenzione del regista: non una cronaca degli anni di piombo, un film immediatamente politico o comunque a tesi, e neppure il tentativo di ricostruire nei dettagli la realtà storica di quei drammatici giorni, ma piuttosto un'interrogazione morale, la messa in scena di un conflitto etico, della sanguinosa contraddizione fra lo splendore feroce dell'utopia rivoluzionaria e i grigi rituali quotidiani della clandestinità, fra l'ideale astratto della giustizia proletaria e la realtà concreta della morte di un uomo, un singolo individuo chiamato suo malgrado a farsi simbolo e martire.
Aldo Moro, il presidente dell'ormai defunta Democrazia Cristiana rapito e ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse, nel film di Marco Bellocchio ha il viso malinconico, scavato e sofferente di Roberto Herlitzka. Il suo processo e la sua condanna a morte, nella claustrofobica e oscura celletta costruita all'interno di un grande e luminoso appartamento con giardino, segue i ritmi paradossali di una perversa "normalità", nell'alternanza ripetitiva e assurda di giorni e notti, luce e buio, sonno e pasti che segnano la vita quotidiana del prigioniero e dei suoi carcerieri. Fra questi un messianico capo dagli occhi ardenti mai appannati dal dubbio (Luigi Lo Cascio) e una donna (la bravissima Maya Sansa), giovanissima e impaurita, ciecamente fiduciosa nell'imminente avvento della rivoluzione eppure inquieta, fin dall'inizio sottilmente a disagio nel suo ruolo di soldato, di combattente disposto a morire (e ad uccidere) per un'idea.
All'interno di un universo esclusivamente maschile, dominato dall'opposta ma perfettamente speculare ideologia dei terroristi da una parte e dei difensori dello Stato dall'altra, entrambi graniticamente convinti della razionalità delle proprie azioni e sovranamente indifferenti alle conseguenze pratiche, umanamente concrete delle proprie scelte, Bellocchio concentra la sua attenzione sull'unica figura femminile e attraverso il suo sguardo incerto immagina come avrebbero potuto andare le cose se a prevalere non fossero state le ragioni dei padri chiusi in difesa dell'esistente e neppure quelle dei figli accecati dal fanatico e religioso bisogno di martirio (il proprio come quello altrui).
Immagina, fra sogno e realtà, un puro e semplice atto di pietà, l'aprirsi di uno spiraglio di luce all'interno di un universo reso cieco e immobile dalla pretesa di cancellare emozioni e sentimenti per lasciar solo posto alla ragione astratta che calpesta gli individui e ne azzera le esigenze. Immagina dunque la liberazione di Aldo Moro, mostrandola però in montaggio alternato con le immagini del suo funerale.
Come è noto, secondo molti lo statista democristiano fu sostanzialmente abbandonato dai suoi compagni di partito durante la sua lunga prigionia e ancora oggi non si sono del tutto spente le polemiche riguardo a ciò che si sarebbe potuto fare per salvare Moro e non si fece.
Bellocchio non prende posizione al riguardo e non tenta neppure di andare alla ricerca di una verità definitiva o presunta tale su quello che tuttora si presenta come un caso non del tutto chiuso e una ferita ancora aperta. Rivendica, da artista, il diritto ad essere infedele e a scegliere la libertà dell'invenzione, in nome dell'esigenza civile e morale di ragionare sulla nostra storia e di immaginare come avrebbe potuto essere diversa. In nome di un bisogno etico di capire e ricordare che non tollera facili indulgenze né comodi schematismi mentali.

"Il Nuovo"
Giovanni Moro: "Grazie a Bellocchio per il suo film"
In una lettera il figlio di Aldo Moro esprime il suo apprezzamento per Buongiorno notte: "Bellocchio ha davvero illuminato aspetti importanti di quella tragica vicenda".
ROMA - "Ho molto apprezzato il film; trovo che Bellocchio scegliendo deliberatamente di riflettere sull'esperienza dell'uomo Aldo Moro in carcere, senza vincoli o ambizioni di ricostruzione storica o di fedeltà all'insieme dei fatti, abbia davvero illuminato aspetti importanti di quella vicenda". Giovanni Moro, figlio del segretario della DC ucciso dalle Brigate Rosse, così giudica "a caldo" Buongiorno notte in una lettera di ringrazimanento all'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone.
"Questo film è stato capace di accrescere la conoscenza della realtà - continua Moro - e penso che chi vedrà il film potrà cogliere il senso del dramma di un uomo posto di fronte a un destino tragico quanto insensato e non necessario, da lui vissuto in modo tanto più acuto quanto più era netta la sua percezione della incombente fine del mondo diviso in blocchi".
"La compresenza nel film di due opposte conclusioni - la libertà e la morte - "sono persuaso - conclude Giovanni Moro - che corrisponda a quanto fu vissuto dal prigioniero e insieme metta in luce in modo pacato ma netto il nodo ancora non sciolto di quella vicenda anche dal punto di vista storico, politico e giudiziario. Si tratta della questione di come mai, in quel caso e solo in quello, lo Stato italiano decise di non trattare con i terroristi né cercare seriamente di liberare il prigioniero".
Nella lettera Giovanni Moro ringrazia anche per aver visto in anteprima il film, "invito tanto più gradito in quanto non dovuto giacché il film non richiedeva alcun visto o imprimatur da parte della famiglia. Né d'altra parte l'eventuale consenso o dissenso dei familiari avrebbe potuto aggiungere o togliere nulla al suo valore.

5 settembre 2003 - CASO MORO: IL FILM DI BELLOCCHIO
"Il Manifesto"
Aldo Moro, la storia in una stanza
Applausi per il film di Marco Bellocchio "Buongiorno, notte" che rievoca il sequestro del leader Dc. E in un trittico conclude le "lezioni" veneziane, dopo "Segreti di stato" e "The Dreamers"
Io ho sempre pensato che si dovesse trattare, non era accettabile che un uomo morisse in quel modo. La cosa più folle è quell'assassinio a freddo. Forse per questo, al di là di quanto c'è nel libro, l'ho voluto mettere in relazione ai tedeschi che gettavano i partigiani nel fiume
ROBERTO SILVESTRI
INVIATO A VENEZIA
Millenovecentosettantotto, cinque cadaveri in divisa sul selciato, Moro, sequestrato, dopo un processo nazional-proletario, verrà condannato. Lo scambio di prigionieri politici non ci sarà. Scaduti gli ultimatum, il brigatista Maccari lo giustizierà (fuori campo) con una scarica di mitra... Il film, come in Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, è un kammerspiele non manicheo. Un appartamento agiato. Una libreria col doppio fondo prigione. Una branda. La stella a cinque punte. La scritta troppo gialla sopra il drappo troppo rosso. Chiara, l'affittuaria-sequestratrice di 23 anni, bibliotecaria, figlia di partigiani. Lei, dentro e fuori il covo. Al lavoro e al lavoro politico. Coi suoi occhi e con i suoi sogni, deformati, umidi e secchi, vedremo un pezzo nevralgico della nostra storia. Ma c'è anche Marco Bellocchio in quell'appartamento. Tra le mani di Chiara il regista le impone, attraverso un collega d'ufficio inventato, una sua sceneggiatura. Contiene quel che il movimento, superato lo sbigottimento e il cinico umorismo della indecente notizia, pensò in quei giorni dell'insurrezione scippata sperando in un finale più "aperto". La coscienza di Chiara è un po' il coro di quella tragedia greca... Invece. I cappucci neri dei rivoluzionari rossi, impazziti a forza di difendersi da anni con le armi, paiono una macchia grigia, di piombo, indelebilmente analoga, nell'immaginario, agli incappucciati della P2, che tolgono la parola politica a tutti gli altri soggetti sociali, come Maurizio Costanzo fa oggi, fanaticamente, privando di etere ogni altra comunità che non sia il partito-azienda. E, nel loro internazionalismo al sangue, visionario e troppo lucido nell'assalto al sistema militar-industriale delle multinazionali, Moretti (nel film un Luigi Lo Cascio già "abbattuto" in partenza) e compagni ricordano le goffaggini spietate di qualche cupola segreta cattolica reazionaria italo-latino-americana che in quel momento, il Mundial di calcio dei torturatori di Videla è alle porte, sta pianificando, dopo il Cile, la soluzione finale contro la gioventù democratica di Argentina e Brasile...e se strettamente necessario anche d'Italia. Forse furono i demenziali metropolitani del `77, più che le ritirate strategiche del Pci, a salvarci la vita? Le lettere di Moro vanno in dissolvenza incrociata su quelle, pubblicate da Einaudi, dei condannati a morte della Resistenza. Le immagini di Roberto Herlizka, il sequestrato, mostro della recitazione minimalista cui a stento Riccardo Giagni restituisce spessore e calore umano, viste dallo spioncino della sua cella nel covo insonorizzato, sembrano a Chiara quelle di un divo di Griffith, con l'alone circolare nero, ancora più antiche e mitiche delle immagini di un altro illustre collega statista, Stalin, e di quelle dei partigiani trucidati per mano nazi-fascista...E di Emanuele Rocco, Santalmassi, Vespa in contumacia, che certificano invece il passaggio alla tv e all'Italia a colori di La Repubblica e dei suoi sondaggi "basta `68!". In Il ritorno di Cagliostro una statua nuda e urlante prende a un tratto vita ma le ombre prefabbricate di Ciprì la trasformano nella silhouette nera di una "donna con il burka". E la morale è: siamo nella fase del cinema obliquo, anfibio. Traducete ogni informazione nel suo contrario. Per fare resistenza occorrono occhi biforcuti. Se tutto sembra andare a rotoli, traduce John Sayles nel bellissimo Casa de los Babys (concorso B, perché non A?) consideratevi l'unica stella sopravvissuta in un firmamento totalmente buio. Bel titolo, Buongiorno, notte, dunque, tratto dal verso di Emily Dickinson "Buongiorno, mezzanotte". Il dio dei cristiani separò il giorno e la notte, ma una divinità yoruba inventò Mezzogiono e Mezzanotte. Eccoci allora a dare il benvenuto a un film non cristiano e d'anticlericalismo fertile, alla Ernesto Rossi, dove si spiega che lo Stato, da Almirante a Ingrao, da papa Montini agli amici più fidati e affranti dello statista rapito (Zaccagnini, Galloni, Prodi e Cossiga) non impedirono l'esecuzione di Aldo Moro. Anzi, fecero anche qualche seduta spiritica fraintesa, superstiziosa, forse propiziatoria...
Il film esplicitamente "infedele", "falso" di Marco Bellocchio (non apprenderemo un solo capo d'accusa proletario contro il presidente della Dc, né Avola né una delle tanti stragi di stato) sul rapimento e sul sequestro di Aldo Moro, chiude le tre lezioni di storia sul secondo dopoguerra italiano aperte, qui alla Mostra di Venezia, da Paolo Benvenuti, con Segreti di stato, sui crimini mai processati della Dc (e parodia del teorema Calogero?), proseguito da Bertolucci, sull'immaginazione pericolosamente al potere tra il maggio `68 e via Caetani (The Dreamers), e chiuso appunto nel 1978 da Buongiorno, notte, quando l'immaginazione di potere ne prese fin troppo, morendone d'indigestione, a patricidio compiuto. Un film compatto, dark, suggestivo, spalmato di musica mai d'ambiente, come dire: se Curcio e Moretti avessero frequentato Art Ensemble of Chicago e Pink Floyd quanto Raniero Panzieri e Renzo Del Carria, la storia d'Italia sarebbe cambiata in meglio e il proletariato giovanile avrebbe ottenuto qualche sconto in più sui biglietti d'ingressi del Palalido. Che ha utilizzato Il prigioniero di Tavella-Braghetti per tratteggiare con l'ipnosi in una mano e Brecht nell'altra, il personaggio centrale, la combattente per il comunismo Chiara, le lettere del dc di Maglie e i ricordi della famiglia Bellocchio (il film è dedicato al padre) che una certa responsabilità nella nascita del movimento di contestazione generale ce l'ha: il "caso Braibanti" fu la prova generale della cospirazione Valpreda, e fu architettato per motivi di speculazioni edilizie a Piacenza proprio dai dc nemici d'affari della famiglia del regista.

"Liberta'"
I commenti degli ex brigatisti
Gallinari si ribella, il sì di Morucci
Venezia - Buon giorno, notte, il film di Bellocchio su Moro, ovviamente non lo ha visto, anche se ne ha sentito parlare. Dalla sua casa in Emilia Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che fu protagonista del sequestro Moro, esordisce: "Si tratta di un film di fronte al quale ognuno può pensare e sentire quello che crede; i fatti sono una cosa, l'arte è un'altra". Ma senza mezzi termini contesta il fatto che fossero, loro del gruppo di br, carcerieri di Moro, deliranti e avulsi dalla realtà: "E' storicamente falso sostenere che fossimo "chiusi". Come organizzazione politica osservavamo, calcolavamo ed eravamo radicati nei quartieri, nelle fabbriche, sapevamo dunque quello che la gente pensava". "Mi auguro che il film di Bellocchio sia un film d'autore cioè si preoccupi finalmente di raccontare le emozioni, la vicenda e le contraddizioni umane". Valerio Morucci, ex br tra gli autori del sequestro Moro, è perentorio. Il film ovviamente non lo ha visto, ma non esclude che potrebbe andarlo a vedere. Se il film non pretende di raccontare la verità storica, "ben venga, ne sono contento. Sui fatti si scrivono documentari".

"La Gazzetta del sud"
Commuoversi più per una br che per Moro?
NON POSPORRE LE VITTIME
Umberto Cecchi
Stiamo attraversando una lunga stagione di perdono. E di buonismo. Ma mentre la Chiesa per perdonare chiede il pentimento, la nostra società laica, e pigramente cinica, non chiede niente. Spesso perdona per stanchezza. Perché non perdonare è faticoso. Almeno in certi casi. E c'è qualcosa di più inquietante ancora nel nostro senso del perdono, c'è il plusvalore delle parole: chi parla meglio e con maggior convinzione, finisce per aver ragione sui morti ammazzati. Fa breccia nelle nostre intelligenze intorpidite da carriere, week end e consumi. Così ci domandiamo perché c'è chi deve soffrire in carcere per vecchie cose dimenticate, mentre noi ci azzuffiamo per il quotidiano. A Venezia, "Buongiorno notte" di Bellocchio, ci ripropone il dramma di una giovane terrorista. La vivandiera di Moro. E ci commuove con lo strazio di una militante severa e sensibile costretta a mediare fra la vita quotidiana, gli affetti e il terrore in nome di una militanza rigorosa. E assurdamente finisce per commuoverci più del cadavere di Moro ripigiato in quel portabagli. Oggi Sergio Segio, uno degli attori di quello specioso atto di terrorismo, esce di carcere. Forse ci commuoverà anche lui con le sue memorie di bravo ragazzo impegnato a lottare per un mondo migliore. Scriverà di certo un libro che leggeremo, e lo ascolteremo nei salotti. È la prassi. Proprio ieri l'Europa con i suoi apparati burocratico-giuridici ci ha rimproverato di tenere in carcere Adriano Sofri, sostenendo che con il suo comportamento ha già pagato. Non sono d'accordo, ma credo sia ormai il caso di lasciar definitivamente libero questo carcerato anomalo e privilegiato, che a differenza di tutti gli altri, scrive su decine di giornali, fa della Tv e riceve segretari di partito. Ha pagato, dicono. Sarà. Ma quanto ha pagato la famiglia Calabresi che ha avuto la sventura d'essere famiglia di commissario e non di rivoluzionario? Insomma, Signora Europa, maestrina dalla penna rossa sempre severa con l'Italietta Berlusconiana, liberiamolo pure Sofri, ma per favore, senza inni di gioia né lacrime di commozione. Certo, siamo in un momento di gran voglia di dimenticare. Ma è davvero così facile? Togliatti amnistiò crimini politici e quant'altro per poter ripartire con un'Italia nuova. Chiuse burocraticamente con la storia, ma i moti dell'animo sono ancora aperti. Perché l'animo umano non è un archivio di tribunale. Va bene, perdoniamo, ma per favore non creiamo la melassa del perdono: ci sono ferite aperte. Alcune recentissime. C'è ancora qualcuno, Stato compreso, che si ricorda di Biagi?

6 settembre 2003 - CASO MORO: MACALUSO
"La Sicilia"
Macaluso: "Moro, il Pci e le Br"
Tony Zermo
Ora che si riparla del caso Moro dopo il film di Bellocchio a Venezia, e dopo la "Piazza delle cinque lune", due film di cui si discute molto, ci chiediamo se la linea della non trattativa con le Br sia stata giusta. Liberi pensatori come Sciascia erano per lo scambio perché "la ragion di Stato non vale una vita". Quelli che bloccarono qualunque trattativa, a distanza di 25 anni hanno avuto dei ripensamenti? Lo chiediamo a Emanuele Macaluso, uno dei leader storici del Pci di allora. "Io in quel periodo - dice - ho sostenuto con convinzione la linea della fermezza con Berlinguer, Amendola, Pertini e gli altri. E questo per tre motivi: primo perché una trattativa avrebbe dato legittimazione alle Brigate rosse e quindi avrebbe allargato la loro presenza e l'area del consenso; la seconda preoccupazione era che in definitiva il Pci, che era stato indicato come "padre" delle Br anche dalla Rossanda, perché loro parlavano di leninismo, di comunismo, aveva l'esigenza di marcare una rottura radicale; terzo perché eravano arrivati nell'area di governo e quindi era necessario segnare con forza che il Pci era un partito dello Stato, dell'arco costituzionale. Infine nel Pci c'era ancora molta gente come Pajetta, Amendola e altri che avevano fatto anni e anni di carcere i quali avevano trasmesso anche a noi che quando si fa politica si deve rischiare, quando si sta in carcere non bisogna piegarsi, che chi fa questa scelta la deve fare fino in fondo. C'era insomma anche una questione morale, tutta una concatenazione di motivi per cui il Pci su questo fronte fu abbastanza compatto".
Nemmeno quando le Br proposero lo scambio uno contro uno, la vita di Moro in cambio della liberazione di Paola Besuschio, che tra l'altro era ammalata e non aveva ucciso nessuno?
"Anzitutto nessuno credeva alla serietà di quella proposta, si pensava che l'avrebbero ucciso lo stesso e che quella richiesta dell'ltimo momento era solo un modo per fare dire di sì e poi ucciderlo lo stesso. Ci fu solo Bufalini che disse: ma in fondo si potrebbe liberare la Besuchio.Ma come ricordava Andreotti la Besuschio aveva una condanna definitiva e non si capiva come potesse uscire dal carcere".
Avete mai valutato cosa sarebbe stato di Moro se le Br lo avessero lasciato libero?
"In effetti molti si sono chiesti come mai le Brigate rosse non lo abbiano liberato, perché Moro libero sarebbe stato un elemento destabilizzante per il maggiore partito di governo. Però dai calcoli fatti, in definitiva loro, o chi per loro o con loro, pensavano che era necessario dare una prova di forza, per significare che non si fermavano davanti a nulla, che non avevano scherzato, che con loro non si scherzava".
Eppure il giudice Sossi di Genova l'avevano liberato.
"Ma Sossi non era Moro. Moro era lo Stato. Infatti loro avevano detto: abbiamo colpito il cuore dello Stato. Era qualcosa di diverso, la trattativa era con il cuore dello Stato, per il cuore dello Stato".
Tre settimane dopo il rapimento di Moro entrai nella sede della Dc in Piazza del Gesù per una conferenza del segretario dc Zaccagnini. In una stanza deserta vidi arrotolati dei grandi manifesti a lutto "per la morte di Moro". E Moro era ancora vivo.
"Questa è una cosa che non ho mai saputo. Forse quei manifesti furono stampati quando ci fu quel volantino che diceva: cercate il cadavere di Moro nel Lago della Duchessa. O forse è stato lo zelo di qualcuno. Se lei dice di averli visti, ci credo, ma francamente resto sorpreso".
Lo chieda a Beppe Sangiorgi, allora addetto stampa della Dc, il quale mi disse: "Sai, è per essere preparati al peggio".
"Se dovessi incontrare Sangiorgi glielo chiederò".

8 settembre 2003 - FILM BELLOCCHIO: DAI GIORNALI
ANSA:
CINEMA: MARIA FIDA MORO, 'VORREI IL SILENZIO SUL CASO MORO'
NON SU SUA MEMORIA, DOPO FILM BELLOCCHIO E LIBRO BRAGHETTI
"Vorrei silenzio sul caso Moro, visto che le parole i ricordi sono quasi sempre a sproposito", scrive Maria Fida Moro, figlia dello statista assassinato dalle Br, in un articolo per la rivista 'Rinascita', dopo l'uscita del film di "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio. E aggiunge: "Non il silenzio su Moro, del quale anzi auspico si tenga ben viva la memoria, ma su quello che viene impropriamente chiamato il caso".
"Siamo in un paese libero e quindi la signora Laura Braghetti ha il diritto, sancito dalla costituzione, di esprimersi e il regista Marco Bellocchio ha la facolta' di fare un film, magari estrapolandolo o prendendo spunto da quello o altri libri - si legge sempre nell'articolo della Moro - Ma io ho il diritto sacrosanto di gridare il mio disappunto, la mia contrarieta', il mio schifo".
Cosi', dopo aver definito "violenza pura" il trovarsi costretta a continuare a sentir parlare di suo padre in un certo modo, confessa che le sarebbe piaciuto "un film sulla tenerezza, la sollecitudine, e sull'amorevolezza di papà, brutalmente strappate, interrotte, annullate". E aggiunge di sentirsi "ferita dalla superficialita' e approssimazione":
Mari Fida Moro aggiunge, alludendo alla Braghetti, che "il minimo che possa fare un brigatista, coinvolto di persona in questa vicenda, sarebbe dire 'Mi spiace, e poi fare silenzio, un silenzio assoluto e definitivo". Quindi, a proposito del padre, afferma: "Non voglio piu' sentir parlare della sua tragica morte".

"Il Mattino"
La lezione di Moro
E perfino il suo antagonista più severo, Bettino Craxi, rompendo il fronte dei contrari alla trattativa con le Brigate Rosse, difendeva l'insostituibilità di Moro come interlocutore di una fase politica che, senza iniziative forti, avrebbe portato alla fine della Prima Repubblica. Come poi puntualmente è avvenuto.
Si deve a Moro, infine, a quella sua straordinaria capacità di mediazione, l'essenza della politica come "arte del possibile", la tenuta dell'unità dei cattolici, laddove stavano venendo meno le condizioni internazionali di questo delicatissimo equilibrio. Oggi che gli ex democristiani sono schierati nel centrodestra e nel centrosinistra, con evidenti casi di incompatibilità, risulta più chiaro il capolavoro di Moro che, senza una forte corrente organizzata o un particolare collateralismo con apparati di potere, riuscì a non rompere mai il mosaico democristiano. Il suo era il miracolo di una vera leadership politica. Quanto questo fosse precario e provvisorio, Moro l'aveva intuito molto prima dei cinquantacinque giorni del suo calvario.
Agli inizi degli anni Settanta, parlando agli studenti dell'università di Pisa, riconobbe il valore innovativo della protesta sessantottina, ma allo stesso tempo avvertì il rischio dello slittamento verso la lotta armata delle frange più estremiste. "Una protesta così violenta, se non troverà adeguate risposte, si sposterà prima o poi dal terreno delle università e delle fabbriche al cuore dello Stato". Quelle parole possiamo considerarle il necrologio autografo di un leader politico che poteva cambiare la Storia d'Italia. E perciò fu spietatamente eliminato.
Antonio Galdo

"Il Resto del Carlino"
"Non ho ucciso Aldo Moro né sono mai stato brigatista"
Gentile Direttore, leggo sul suo giornale un articolo a firma di Umberto Cecchi. Non entro nel merito di giudizi e valutazioni espresse da Cecchi, tuttavia, essendo stato citato del tutto a sproposito, mi permetto di scriverle. Le mie responsabilità nelle drammatiche storie degli anni '70 e della lotta armata sono molte e gravi. Tra di esse, però, non c'è la morte dell'onorevole Moro, né alcuna vicenda riferibile alle Br. Immagino che questo non sposti il suo giudizio nei miei confronti, ma forse può evitargli in futuro di incorrere in nuove inesattezze. Grazie e buon lavoro. Sergio Segio

"Il Messaggero"
Per il regista "tradito" al festival ovazioni e bagno di folla in un cinema romano "A Venezia preferisco il mio pubblico"
di ROBERTA BOTTARI
ROMA - La sua battaglia personale, Marco Bellocchio, l'ha vinta ieri sera. Un applauso interminabile e una folla davvero commossa hanno accolto il regista davanti al cinema Eden di Roma, dove proiettano Buongiorno, notte . Bellocchio e gli attori si sono presentati con semplicità, senza glamour. Il regista e Roberto Herlitzka sono arrivati con le loro giacche di lino e l'aria spiegazzata, Maya Sansa con i jeans e la maglietta del film. Ma non erano così lontani dalla passerella della Mostra di Venezia come si sarebbe potuto pensare. E, quando dopo più di dieci minuti di applausi, il pubblico ha gridato: "Avete vinto voi", l'emozione si tagliava a fette.
Dentro il cinema è stato un tripudio. Gli spettatori che avevano appena visto Buongiorno, notte hanno dedicato al regista e al cast una vera e propria standing ovation. "Siamo qui - ha detto Marco Bellocchio appena è riuscito a prendere la parola - perché ci sentiamo più a nostro agio con il pubblico che al Lido. D'istinto, abbiamo preferito essere qui con voi, piuttosto che a Venezia, per ritirare un premio, di per sé dignitosissimo, che però non ci rappresenta. Al contrario, sono molto contento dei riconoscimenti arrivati dalle giurie di giovani. Si tratta di ragazzi che quando è stato rapito Moro non erano nemmeno nati. Forse tutto ciò vuole dire che è arrivato il momento di fare i conti con quella pagina di Storia. D'altronde, sono convinto che la crisi della Prima Repubblica sia iniziata proprio dall'omicidio di Aldo Moro".
E la delusione per il mancato Leone d'oro? "Se si sceglie di partecipare a una gara, bisogna anche accettarne le regole. Ma - ha ammesso il regista - sento una piccola amarezza nel cuore. Non ho visto gli altri film, quindi su questo argomento non posso aggiungere altro. Certo, alla Mostra siamo stati accolti molto bene sia dal pubblico, sia dalla critica, ma poi le cose sono andate diversamente. Maya Sansa e Roberto Herlitzka hanno vinto il Premio Pasinetti: lo ritireranno in un'altra occasione. Lo ripeto: mi sento molto più a mio agio qui, in una sala cinematografica a parlare con la gente che ha visto il mio film, che a Venezia".

9 settembre 2003 - LETTERA APERTA MARIA FIDA MORO A BELLOCCHIO
"Dagospia"
LETTERA APERTA DI MARIA FIDA MORO A MARCO BELLOCCHIO
"ARROGARSI IL DIRITTO DI IRROMPERE NELLE VITE ALTRUI, FACENDO VEDERE COSE "FALSE" COME FOSSERO VERE, NON E' IL MASSIMO ESEMPIO DI UMANITA'..."
Riceviamo e pubblichiamo:
Lettera aperta di Maria Fida Moro, figlia dello statista assassinato dalla Brigate Rosse, al regista Marco Bellocchio, autore di "Buongiorno, notte".
Gentile Signore,
so che le mie parole hanno poco peso, ma intendo pronunciarle ugualmente per amore di verità. È stato detto di tutto e di più tranne poche cose essenziali. Tanto più sono forti i legami di affetto che ci legano a qualcosa che amiamo, tanto più risulta intollerabile l'indebita intrusione nella sfera intima, quella privata appunto che appartiene a chi l'ha vissuta. Arrogarsi a qualsiasi titolo il diritto di irrompere nella vite altrui e di farne scempio non è il massimo esempio di umanità. Farne scempio è per esempio far veder cose che sono "false" come se fossero vere.
Forse il termine più esatto è illusorie. Lei lo sa di che colore era la vestaglia di papà? Ci ha mai mangiato insieme? E' andato al cinema con lui? Ha viaggiato con lui? Gli ha mai visto mimare gli articoli di Fortebraccio o sedare le dispute o far ridere a crepapelle tutti i presenti? Non lo ha mai conosciuto davvero e non potrà più conoscerlo. Può immaginare, ipotizzare, fare delle supposizioni. È questa approssimazione che mi ferisce e mi dà dolore, un dolore davvero insopportabile.
Ma lei, Martinelli e Ferrara avevano il diritto giuridico di creare o ricreare una fattispecie di realtà. Ma si tratta di un atto che produce ulteriore dolore nel caso non ce ne fosse già stato abbastanza. Non riporta in vita mio padre, né cancella la sua agonia. Se riaprisse una questione politica irrisolta avrebbe forse più senso ed almeno il prezzo del dolore sembrerebbe meno salato; se fosse di pura fantasia e visto da lontano risulterebbe meno insopportabile. E poi perché questa fissazione di interessarsi solo all'agonia ed alla morte. La vita deve prevalere sempre nella sua essenza amorevole e totalizzante, la vita conta più della morte, la luce vince le tenebre. lo ci credo e mio padre ci credeva.
Se Lei avesse potuto verificare che effetto hanno prodotto i manifesti del suo film su mio figlio e su di me non crederebbe ai suoi occhi. Manifesti belli e ben fatti, ma terribili. Come spiegare quanto sia tremendo percorrere e ripercorrere per sempre il sentiero obbligato dei 55 giorni. Aldo Moro era ben altro e ben di più della vittima sacrificale dei marzo 1978. Non imputo a lei di aver configurato un'immagine di mio padre non rispettosa, ma semplicemente di aver attinto a fonti non cristalline e di aver voluto, a sua volta, ridurre i 62 anni della sua vita ad un imbuto di due mesi. Lo so, lo so aveva il diritto di farlo, altri hanno approvato il suo lavoro, ci sono stati gli applausi e non ha vinto (già, non si può vincere con il caso Moro da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare, perché perfino il potere ha paura delle ingiustizie perpetrate e cancella ogni traccia).
Davanti alla pubblicità del film di Ferrara mio figlio che era piccolo e stava guardando i cartoni animati, ha perso la parola per tre giorni. Il film di Martinelli in coda al quale Luca ha suonato è stata un'esperienza forte, un impatto, la stessa prima a Siena non è stata senza sofferenza. Il suo ha rovinato i miei due giorni di vacanza, ed ha funestato l'estate. Certo che vuole che conti. quello che Luca ed io abbiamo provato quando ogni minuto arriva qualcuno a ricordarti questa vicenda, a chiedere la tua opinione - e parlo degli amici - a valutare i manifesti che sono sempre insanguinati anche se il sangue dovesse essere invisibile come l'inchiostro simpatico.
Certo non conta, ma questa è la vita vera a fronte della finzione cinematografica. Lo sa lei che significa per noi passare da Via Fani, vedere sventolare il tricolore, un rombo di elicottero, un uomo in divisa, un'arma? I televisori ronzanti sono un pericolo micidiale non si sa mai cosa diranno e come si rimetterà in moto la spirale del dolore. Non è colpa sua. Già, la vicenda Moro non è colpa di nessuno o almeno questo vogliono farci credere. E su questo scenario plumbeo non traspare mai la bellezza, ma sono l'agonia e la morte. Non è un film e non finisce mai. Ma papà è nell'altrove in salvo, nella perfetta letizia e coloro che lo hanno amato continuano ad amarlo. Era solo un film, potrebbe dire lei, eppure mi ha spezzato il cuore.

9 settembre 2003 - CASO MORO: FILM BELLOCCHIO
ANSA:
CINEMA: BELLOCCHIO; ACCAME, MARIA FIDA MORO HA RAGIONE
REGISTA CHIEDA SCUSA A FAMILIARI VITTIME VIA FANI
"Maria Fida Moro ha ragione: Marco Bellocchio chieda scusa ai familiari delle vittime dell' eccidio di via Fani che non ha ascoltato". Lo afferma Falco Accame, presidente dell' Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolati nelle forze armate e famiglie dei caduti), in merico alle polemiche sul film 'Buongiorno, notte'.
"Il giudizio senza appello della figlia di Moro sul film - secondo Accame - deve far riflettere. La tragica vicenda non puo' essere trattata come una fiction tratta da un copione scritto da una brigatista piu' o meno pentita che sembra si preoccupi piu' della fuga di un cardellino dalla gabbia che dalla spietata uccisione dei cinque agenti della scorta".
"Giustamente - prosegue il presidente dell' associazione - Maria Fida Moro ritiene che la brigatista avrebbe fatto meglio a fare silenzio e a chiedere perdono per i lutti che aveva causato. Il regista avrebbe fatto bene a sentire anche la voce dei familiari di queste vittime. E quale messaggio vuole inviarci con il ricordare che il brigatista curava un cardellino? Il film rompe canoni universalmente accettati della distinzione tra bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto, criminali e vittime. La vicenda di via Fani - conclude - e' un pezzo di storia e non puo' essere considerato solo spettacolo come le avventure di Montalbano o dei carabinieri. Il regista ha mutilato la verita' (o quelle verita' che non lo interessavano) come faceva Procuste degli arti che considerava protuberanti".

CINEMA: BELLOCCHIO; IMPOSIMATO, MORO POTEVA ESSERE SALVATO
IL GIUDICE, 'BUONGIORNO, NOTTE' AFFRONTA TEMA CON SERIETA'
"So per certo che Moro poteva essere salvato e che si e' fatto di tutto per farlo morire". Parola di Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dei processo Moro uno, bis e ter, che si compiace con Marco Bellocchio "perche' il suo film 'Buongiorno, notte' affronta con serieta' questo tema. Andro' a vederlo sicuramente".
"Sono 25 anni che mi occupo del caso Moro - ha spiegato Imposimato a margine della presentazione della nuova edizione di 'Forum', il programma di Retequattro che lo vede nel cast -, esattamente dal 17 maggio del 1978: fui chiamato come giudice istruttore dopo il sequestro, quando Moro era gia' morto. E gia' questa e' un'anomalia. E sono stato io il primo ad aver scoperto la prigione di via Montalcini", dove e' ambientato il film di Bellocchio.
Da quanto ha letto su 'Buongiorno, notte', pero', Imposimato ha tratto la convinzione che il film, passato in concorso alla 60/ma Mostra di Venezia, "non affronta il problema della verita' storica, secondo me piu' complessa di quella che viene presentata. Nel mio libro 'Vaticano, un affare di Stato' - ha detto ancora Imposimato - ho parlato della presenza di un agente del Kgb che ha pedinato Moro per tre mesi prima del sequestro. Un elemento che e' stato poi confermato dal dossier Mitrokhin".
"Anche Renzo Martinelli - ha aggiunto Imposimato, riferendosi a 'Piazza delle Cinque Lune', sempre dedicato al caso Moro - ha fatto un film abbastanza coraggioso, sposando pero' la tesi del coinvolgimento della Cia. E durante il sequestro, nel comitato di crisi costituito presso il ministero dell'Interno, e' confermato che c'erano agenti della Cia e del Kgb".

10 settembre 2003 - FILM BELLOCCHIO: DAI GIORNALI
"Il Giornale"
FARANDA E IL CASO MORO:"POTEVANO PRENDERCI"
"BUONGIORNO NOTTE", IL FILM DI BELLOCCHIO, VISTO INSIEME CON LA BRIGATISTA PROTAGONISTA DEL SEQUESTRO
Luca Telese
"Forse potevano prenderci. Non posso avere una certezza, ma è una domanda che oggi mi faccio. Come è possibile che non siano riusciti ad arrestarci? Nel movimento, o all'Università di Roma, molti sapevano dove eravamo, chi eravamo. I nostri contatti con la famiglia Moro erano sotto gli occhi di molti, i nostri interlocutori noti agli inquirenti". Adriana Faranda guarda la scena in cui Roberto Herlitska-Aldo Moro scrive le minute delle sue lettere, osserva i giochi di sguardi tra carceriere e prigioniero. Valuta le parole, i tic, i dettagli. E poi quasi sobbalza per la scena in cui la terrorista Maya Sansa-Annalaura Braghetti litiga con un suo amico che le parla del dilemma di una terrorista che arriva a perdere le sue certezze.
Alla fine, quando il film è finito, scuote la testa: "Per me è bellissimo. E' incredibile come Bellocchio sia riuscito a calarsi nella nostra psicologia, nel clima di quel tempo e a scavare una verità più profonda di quella esteriore. Non mi stupisce che uno straniero possa non averlo capito: la sceneggiatura è così immersa dentro il nostro stato d'animo, che in ogni immagine racconta qualcosa, forse più agli ex brigatisti che agli altri. Lo è al punto che spiega anche a noi cose che non avevamo capito, o che abbiamo capito dopo, o che non abbiamo ancora capito nemmeno oggi. Bellocchio ha messo le Br sul lettino dello psicanalista".
Adriana Faranda, venticinque anni dopo via Fani. Adriana Faranda davanti a Buongiono notte, il film che ha infiammato Venezia. Di quella pagina di storia italiana lei è stata protagonista. Dirigente Br di primo piano, unica a dissociarsi - con Valerio Morucci - sulla condanna a morte. Ma non per questo si sente meno in causa, al contrario: si riconosce anche lei nel meccanismo descritto dal regista.
Non è stata facile convincerla a parlare: fino ad oggi aveva schivato tutte le richieste di intervista sul film. La conosco bene da anni, ho lavorato spesso insieme al suo compagno, Gerald Bruneau, francese, uno dei più famosi e fantasiosi fotografi che oggi lavorino in Italia. Malgrado questo, la sua riluttanza a vedere insieme Buongiorno notte era molto forte: "La brigatista in sala per il film sui brigatisti non mi pare una buona idea. E' una scelta inopportuna". Sono tornato alla carica con una cassetta strappata alla produzione: "E se lo vedessimo a casa tua?". Ma i dubbi restavano: "Temo il clichè della frase rituale, l'ex br racconta.... Accade due o tre volte l'anno e poi ripetiamo sempre le stesse cose: stereotipate, tranquillizzanti per tutti, verità comode anche per noi". Eppure è stato proprio il film di Bellocchio a far sì che questa analisi impietosa non si ripetesse. Sono andato con una collega a Martignano, nella casetta di campagna dove la Faranda lavora discretamente, lontana dai riflettori e da Roma: fa la fotografa, si occupa di un progetto di solidarietà con l'Iraq, ha due cani enormi. Dopo il film abbiamo parlato, fino alle quattro del mattino. Adriana è diversa da molti altri ex br, e tende a raccontare le cose come le ha vissute allora.
Spiega i suoi ragionamenti a distanza di un quarto di secolo, ma documenta sia le cose che si sono rivelate giuste che quelle sbagliate, sia le ipotesi centrate che quelle ormai inverosimili, se non deliranti. Ripercorre le decisioni più drammatiche, la dinamica del sequestro vista da "dentro", distingue l'analisi sul piano "politico", "umano" e "storico": "tre livelli: che - spiega - si sono intrecciati, ma sono sempre rimasti divisi. Non nasconde le sue zone d'ombra, proprio lei che ha fatto 15 anni di carcere senza pentirsi. Dice cose nuove rispetto a quelle che ha scritto nel suo libro, e inizia con una piccola "rivelazione" sul film.
Bellocchio spiega che nel personaggio ispirato alla Braghetti e recitato da Maya Sansa ha messo anche cose di altri protagonisti e di sé. Ma stupisce che l'attrice abbia nel film la linea di opposizione all'esecuzione che fu tua e di Valerio Morucci. E' una forzatura?
"Tre anni fa Marco venne da me a chiedermi se poteva adoperare il mio libro, "Nell'anno della tigre", scritto con Silvana Mazzocchi, come palinsesto della sua sceneggiatura, come poi ha fatto con Il prigioniero di Annalaura. Mi poneva solo una condizioni: l'assoluta liberta di scrittura. Avrebbe adoperato la formula "liberamente tratto" e pensava ad un titolo che evocasse direttamente la mia storia".
Chissà, "Adriana F."... Eri onorata e hai risposto sì?
"Ero turbata e ho risposto no".
Come mai?
"Confesso, la richiesta di assoluta libertà creativa mi spaventava: la mia storia è abbastanza drammatica e complessa in sé. E sinceramente non pensavo che potesse fare uno scavo di questo tipo. Oggi ritrovo nella sceneggiatura molti dei problemi di cui abbiamo discusso all'epoca nel lavoro di Marco. E sono colpita dalla forza del film. Tutto è semplificato, ma reso con grande efficacia. Soprattutto il nodo per me più importante".
Quale?
"La metafora della nostra claustrofobia. E' vero: eravamo tutti chiusi in quell'appartamento. Tutte le Br imprigionate con Moro, asfittiche, chiuse e cieche, prive di legami con il modo reale. E' rappresentato per la prima volta, quel nostro senso di angoscia".
Sono verosimili i dialoghi?
"Non realistici: ma la loro scarnezza evoca bene la povertà di un dibattito chiuso nella camicia di forza dell'ideologia. E' bellissimo quel gioco di sguardi separati dalla spioncino e imprigionati in un silenzio pregno di emozioni che allude alla ricerca di un dialogo allora impossibile".
Un punto decisivo è il dramma di Maya Sansa-Braghetti, contraria alla condanna ma incapace di opporsi. Ma era verosimile, data la ferrea disciplina interna?
"Nelle Br c'era una sorta di scissione. Per capire quei processi bisogna pensare cos'è la clandestinità. Io nella vita normale posso dirti, "Andiamo a Roma perchè è bello". Ma in quel contesto bisognava motivarlo sul piano di una razionale convenienza e su quello politico-dottrinario. E' impensabile che Annalura dicesse: salviamo Moro perchè è un uomo: o si traduceva in una linea politica, oppure era come non dirlo".
E tu come lo dicesti?
"C'erano motivazioni che hanno senso ancora oggi e altre che si rivelarono infondate. Dicevamo che una esecuzione avrebbe autorizzato lo Stato a una rappresaglia sui detenuti, come in Germania. Lo temevo, non accadde. Poi spiegavamo che liberare Moro sarebbe stata la nostra più grande prova di forza. Citavo la convenzione di Ginevra: un conto era assassinare un "bersaglio" in azione di guerriglia, come dicevamo allora, un altro assassinare un prigioniero nutrito, lavato, vestito per due mesi".
Non è una ricostruzione ex-post, troppo edulcorata questa?
"Nel documento con cui siamo usciti dalla Br usiamo per la prima volta la parola "terrorismo": fece scandalo, anche nel movimento, era la parola dei nostri avversari. Ma non voglio nemmeno idealizzarci, far credere che fosse solo una logica umanitaria, la nostra: era anche un problema politico. Dicevo: partivamo per fare la guerra di classe e finiamo sequestratori. Eravamo nati per abbattere lo stato, siamo diventati come lui. Non è facile da spiegare, oggi".
Le Br di Bellocchio vacillano nelle loro certezze dopo il messaggio del Papa, è verosimile?
"Altro che: ricordo un impatto molto forte tra i compagni, un turbamento vero. Fu il momento in cui l'idea della condanna a morte fu maggiormente in discussione".
Ma come? Paolo VI aveva detto: liberatelo senza contropartite, e Bellocchio immagina che fosse una formula suggerita da Andreotti...
"Si, ma anche qui bisogna pesare le parole: il Papa si rivolgeva a noi dicendo: "Uomini" delle Br. Uomini, chiaro? Era un forte ribaltamento del lessico ufficiale, quello per cui eravamo solo assassini. Partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. Sarebbe bastato poco di più per far vacillare un'organizzazione che, come giustamente mostra Bellocchio, era sull'orlo del cedimento per le dinamiche che Moro aveva innescato. Anche il personaggio di Moretti-Lo Cascio ("capo" dei sequestratori, ndr.), pur nella sua feroce determinazione, dubita. E io sono convinto che sia vero, Mario era così. Bastava un gesto, anche slegato dalle nostre richieste, chessò, un cambiamento nelle condizioni di detenzione dei politici... se ci fosse stato, le persone come Annalaura avrebbero avuto la forza di opporsi, invece di vivere solo il dramma interiore che Bellocchio racconta benissimo, con l'associazione simbolica tra lettera di addio di Moro alla moglie Noretta, e le lettere dei condannati a morte della Resistenza".
E' credibile una brigatista che associa le SS naziste alle sue Br? Due anni dopo la stessa Braghetti che dubita ucciderà Bachelet!
"Sì, io credo al dramma di Annalaura, la conosco. C'è quella frase, nel film, che un amico (Paolo Briguglia), le dice: "Non vuoi uccidere Moro ma non puoi opporti, non puoi chiamare la polizia, puoi solo impazzire... Questa condizione l'ho vissuta: sei un né-né, ti si rompe qualcosa dentro, ma non puoi passare dall'altra parte, tradire i tuoi compagni. Nel film il Moro di Bellocchio dice: "Anche la vostra è una religione". Verissimo, eravamo come una chiesa: e se non abiuri non esci dalla chiesa".
Devo chiederlo in maniera più netta. Avevate pianificato il sequestro, era il vostro atto più importante: le parole di Moro potevano farvi piangere?
"Moro aveva una sua lingua che stupì da subito Moretti. Eravamo partiti per processarlo, e non riuscivamo ad incastrarlo. Moretti ci diceva: "E' elusivo, sfugge il confronto, mi porta in giro...". Questa diversità ci scosse. Ma la lettera di Moro alla moglie fu uno choc: quella lingua bizantina diventasse improvvisamente così diretta, toccante... è una cosa che ti stupisce, e può spaccarti il cuore. Su me, su molti di noi ebbe questo effetto".
Non era fino a poco prima il capo del Sim, il fantomatico Sistema internazionale delle multinazionali caro al brigatese?
"Sì, ma di questo Sim non emerse traccia negli interrogatori, e il fatto ci deluse molto. Saltò fuori Gladio, che non era poca cosa. Ma non era il legame politico economico che era alla base della nostra teoria,. E invece usciva la carica umana di quest'uomo, che noi vedevamo scaricato da tutti i suoi amici, dal sistema in cui aveva creduto. Lo pensavamo l'uomo-chiave del potere, e dopo non potevamo non vederlo come vittima di quello stesso potere. Ecco perchè molto freddamente usavo l'argomentazione - politica, non umanitaria - che a quel sistema Moro libero avrebbe fatto più danni che Moro morto".
Eri nel vertice che decise. Ma chi decise? Pare incredibile che si scelse solo in base dei resoconti di Moretti e dei carcerieri. Quale fu il meccanismo?
"Si sondarono le colonne e seppi che la maggioranza dell'organizzazione era per l'esecuzione: non sapevo quante Annnalaura ci fossero, contrarie ma disciplinate. A Roma ci opponemmo solo in due".
Si decise col.... "maggioritario"?
"Se aiuta a capire... a maggioranza sì: il parere delle colonne fu unanime, ma nessuno ha mai saputo in quanti si opposero".
La tua riflessione sul mancato arresto prende spunto da uno dei sogni della brigatista nel film, quello in cui lei e Moro stanno uscendo dalla porta di casa e la trovano piantonata da un plotone di agenti che li bloccano....
"Immagine straordinaria. Marco rappresenta così il paradosso delle forze dell'ordine che non riuscivano trovare Moro, e che per lui non lo volevano trovare. Io oggi sono sicura che persone come Cossiga, si adoperarono al massimo delle loro possibilità. Certo, di lettere di Moro io e Valerio ne abbiamo recapitate decine. Una l'abbiamo messa persino davanti a casa di Giulio Andreotti, a Corso Vittorio Emanuele, perchè giocavano d'azzardo, perchè volevamo... "toccargli il naso". Ma i nostri destinatari erano sorvegliati, erano sempre gli stessi, il segretario di Moro e i suoi collaboratori più stretti. la procedura si ripeteva sempre... ecco, io vedo quella scena del film e penso. Come è possibile che non ci abbiano preso?".
Lo pensavi anche allora?
"No, non lucidamente, ci credevamo invincibili. Certo, quando incontravamo Lanfranco Pace gli facevamo fare cento giri, ma come è possibile che nessuno lo pedinasse? Prima del sequestro fecero irruzione nella mia vecchia casa dove e sapevano che ero nel direttivo, o come si chiamava. Possibile non sapessero chi fossero gli altri? Ad esempio Roberto Seghetti che non era nemmeno latitante? Certo, forse non era automatico arrivare fino a Moro, ma fino a noi sì: eravamo noi l'anello debole della struttura clandestina".
Non ti posso non fare la domanda più importante. Ti pare possibile che Moretti potesse essere un infiltrato?
"No".
Ne sei così sicura? E' incredibile quanto potere ha avuto. Quanto peso ha avuto in quelle scelte...
"Questa storia la sostiene Alberto Franceschini, ed ha una radice chiara: dividere un prima e un dopo. Le Bierre buone dei vecchi tempi e quelle cattive del sequestro. Le Br che non uccidono e quelle che non uccidono... a me pare una sciocchezza . E poi Moretti si sarebbe fatto vent'anni di carcere per custodire questo segreto? Perchè mai? Con quale contropartita? L'avessero messo fuori avrei potuto capire. No, la verità invece è una, e una sola, purtroppo: e la risposta sta nel film".
In che senso?
"Perchè come ti spiega Bellocchio, quel delitto è nato è cresciuto dentro le bierre: sostenuto da una logica ferrea, dentro la nostra visione del modo, il nostro modo di pensare e agire, le nostre scelte. I condizionamenti esterni ci possono essere stati e come vedi sono la prima a non escluderli. Ma nessun infiltrato da solo avrebbe potuto fare tutto questo. Moro lo abbiamo ucciso noi, mica i servizi".
In questi anni hai mantenuto un rapporto stretto con la figlia dell'uomo che hai sequestrato, come è possibile?
"Preferirei non parlarne troppo. Ma Maria Fida ha avuto un coraggio incredibile allacciando questo rapporto con noi quando ancora eravamo in carcere: quando veniva a trovarci subì critiche spietate, soprattutto dai familiari delle vittime della scorta".
E se davvero Moro avesse fatto quella passeggiata da uomo libero, come volevate tu e Morucci?
"Sarebbe stata un'altra storia. La trattativa avrebbe messo in crisi il regime che volevamo abbattere, ma anche le Br. Io di questo oggi resto convinta".
Non ho ancora capito se, per restare nella metafora ecclesiale, Adriana Faranda sia una "convertita" o una "spretata"....
"Spretata perché non ho più e non cerco un'altra chiesa, e quelle che vedo oggi, in giro, non mi paiono meglio. Sono riconvertita alle ragioni del dialogo. Ma sopratutto sono tornata al primato del diritto alla vita. Allora ero accecata dalle certezze, e che ora non vedo più una linea netta di demarcazione tra bene e male, dove io sto dalla parte del bene e gli altri al di là del confine".

"Il Tempo"
Quante balle anche nel film di Bellocchio
"VI PREGO in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni". Con questo disperato messaggio, datato 21 aprile 1978, papa Paolo VI provava a salvare la vita di Moro. Parole irricevibili per i brigatisti che lo avevano rapito: la lettera del Pontefice rappresentava, ai loro occhi, "l'ennesimo appello umanitario", inutile in un momento nel quale lo Stato stava valutando l'opportunità di intavolare una trattativa con i terroristi. "Per noi lasciava il tempo che trovava", racconta l'ex br Anna Laura Braghetti, alle cui memorie, pubblicate nel 1997 da Mondadori, è liberamente ispirato il film Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Distratti dalla querelle sul valore artistico, giornali e tv hanno trascurato un aspetto importante della ricostruzione storica che il film propone: la riproposizione della tesi, più volte sostenuta dagli appassionati di dietrologia, secondo cui papa Montini avrebbe scritto la lettera ai brigatisti sotto dettatura del governo. Una ricostruzione che Bellocchio avvalora mostrando un Pontefice disperato che, ricevuto un biglietto nel quale - sotto l'intestazione "presidenza del Consiglio" - sono riportate le parole "semplicemente, senza condizioni", spazza via dalla scrivania le carte sparse e comincia a scrivere l'appello ai terroristi. "Cretinate", commenta il senatore Giulio Andreotti, all'epoca capo del governo. Interpellato dal Velino, Andreotti liquida la ricostruzione di Bellocchio come una "balla assoluta, già sostenuta in televisione da uno dei segretari di Moro. Si tratta di pura invenzione: rimando in proposito al libro di monsignor Pasquale Macchi, che racconta quella vicenda momento per momento. Il messaggio di Paolo VI corrispondeva alla linea del governo, ma dall'esecutivo non ci fu alcun suggerimento - né orale né scritto. Il Pontefice scrisse la lettera di sua iniziativa. Almeno su queste cose", conclude il senatore, "bisognerebbe essere seri".
Da Il Velino

11 settembre 2003 - MORO: ANDREOTTI, AUTORIZZAI VATICANO A PAGARE UN RISCATTO
ANSA:
MORO: ANDREOTTI, AUTORIZZAI VATICANO A PAGARE UN RISCATTO
INTERVISTA A IL GIORNALE
"Scartata l'idea di una contropartita politica, il Vaticano mi sottopose un progetto diverso: un riscatto economico da pagare alle Br. Che io concessi, in linea di principio, anche dopo essermi consultato con Berlinguer". Giulio Andreotti, in un'intervista a IL GIORNALE, rivela nuovi retroscena della trattativa tra lo Stato italiano e le Brigate Rosse durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro. All'epoca, il senatore a vita era presidente del Consiglio. L'occasione e' il film di Marco Bellocchio "Buongiorno notte" presentato alla 60esima Mostra del Cinema di Venezia. "Il contatto - prosegue Andreotti - arrivava dal carcere di San Vittore ed era filtrato attraverso la rete dei cappellani carcerari. Un certo signor "X", un detenuto di cui io non ho mai conosciuto il nome, disse che avrebbe potuto fare da intermediario per il pagamento della somma. (...) Mi sentivo tutti i giorni con Berlinguer che ebbe nei 55 giorni del sequestro un comportamento integerrimo: noi i comunisti non li conoscevamo, non ci parlavamo, allora scoprimmo il loro senso dello Stato. Perche' uno degli obiettivi delle Br era far fuori il Pci e accreditarsi come un interlocutore politico. (...) Posto che il governo, lo Stato, non potevano aprire la via ad un qualsiasi riconoscimento (delle Br), posto che non si potevano rilasciare terroristi, nemmeno quelli che non erano stati designati dai brigatisti... Fu individuata una sola che potesse essere liberata, la Besucchio. Il presidente Leone era gia' pronto a firmare la grazia ma si scopri' che aveva un altro procedimento in corso. (...) Piu' che un'apertura, sarebbe parsa una beffa. Io - continua il senatore a vita - avevo chiesto persino ad Arafat e a Gheddafi di aiutarci, se avevano dei contatti. (...) Il riscatto economico era l'unica via possibile. Quando il Vaticano mi consulto' io non mi opposi. Ma la trattativa non ando' comunque in porto, i tempi si erano fatti strettissimi, la situazione precipitava. Moro era gia' condannato". Alla domanda, infine, "Ha avuto dei ripensamenti sulla mancata trattativa?" Andreotti risponde: "Abbiamo pagato un prezzo alto, ma ne avremmo pagato uno peggiore: credo che la linea della fermezza abbia vinto e... Be', non ne ho le prove, ma penso che Moro, se fosse stato al mio posto avrebbe fatto lo stesso. E che dall'altro mondo, se ci vede, a noi della Dc non ci vuole male".

11 settembre 2003 - FILM DI BELLOCCHIO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
I BRIGATISTI E MORO, SOGNI FINTI E TRAGICHE REALTA'
Dopo il film di Bellocchio: le ricostruzioni psicologiche, il ritorno del "doppio Stato"
Di Francesco Merlo
Dunque di nuovo saremmo scemi, noi che già allora eravamo scemi perché antidemocristiani ma democratici. Dunque ora saremmo scemi perché non capiamo, anzi non sappiamo e neppure immaginiamo quanti bei sogni di libertà facevano, tra un omicidio e l'altro, i criminali delle Brigate rosse. E, scemi come siamo, benché pazientemente ce lo spieghino un film celebratissimo, la Braghetti, la Faranda, il Foglio, e persino l'Unità, ancora oggi non vediamo com'era bello e simbolico e candido il sogno di riscatto e di purezza che la brigatista, carceriera e assassina di Moro, fece poco prima di partecipare alla sua uccisione.
E chissà dopo la morte di Moro cosa ancora sognò, prima di commettere gli altri delitti, questa stessa signora Braghetti, che ora fa la scrittrice ed è l'ispiratrice del film di Marco Bellocchio, Buongiorno, notte, che noi a Venezia non avremmo premiato neppure se ci fosse piaciuto, perché non se ne può più dei pazzi che devono anche avere ragione, di queste anime aride che non sognano ma delirano, visto che i sogni veri sono privati e solo i mostri non hanno privato ma ambientano le loro visioni sulla panchina di Lenin o sulla locomotiva proletaria, e nel sonno vedono la faccia di Stalin e sentono il coro dell'Aida, Schubert e i Pink Floyd. Questi sono sogni? Chissà come ci resterebbero male Fellini e Buñuel... In somma non ne possiamo più di questa psicologia degli assassini, che avrebbe bisogno più di un infermiere che di un regista cinematografico.
D'altra parte siamo scemi anche perché non ci convince che sarebbe bastata una scoppoletta a fermarli, e che gli assassini di Moro non erano mostri ma mostriciattoli sognatori, e che anzi c'era una delicatezza nascosta in loro, come un fiore nel corpo di una iena, e che il vero mostro stava invece altrove, nel sottofondo dello Stato, nel doppio Stato che con una mano combatteva e con l'altra proteggeva le brigate rosse, come ha raccontato Adriana Faranda al Giornale e all'Unità: "Ancora mi chiedo perché non ci hanno mai preso. Eravamo l'anello debole, abbiamo consegnato decine di lettere, eravamo così vulnerabili e non capisco perché non ci prendevano". Insomma, erano, in fondo in fondo, tutti buoni i protagonisti di quei terribili giorni di morte. Tutti buoni, ci suggerisce questa ricostruzione psicanalitica, tranne il Papa, Andreotti e il Pci.
È come se ci fosse una stessa tensione che corre tra la Faranda di allora e alcuni giornali di oggi, tra i quali incredibilmente l'Unità, ovviamente di ora e non certo di allora, che fu il giornale della fermezza dello Stato (tutto intero), quello del compromesso storico, quello che fece giganteggiare sul piedistallo della democrazia e della civiltà un leader politico discutibile come Aldo Moro. E va bene che siamo in tempi di moralismo politico semplificatorio che, a testa bassa, non sopporta le mediazioni e le articolazioni complesse, ma davvero non si capisce perché i brigatisti debbano parlare così tanto, visto che l'unica cosa che sanno fare in più di noi è ammazzare qualcuno, e dunque forse dovrebbero ascoltare noi piuttosto che parlare a noi.
Si afferma invece una specie di sottocultura che li rende protagonisti, e che accoglie le loro foto segnaletiche non nelle stanze del Museo Pitrè, quello dei briganti siciliani, ma nei dibattiti della vita civile. Chissà dunque cosa sognò Maria Laura Braghetti prima di uccidere ancora, due anni dopo l'assassinio di Moro. Chissà come fu onirica la sua notte il 12 febbraio 1980, poche ora prima che ammazzasse come un cane il professore Vittorio Bachelet in un altro di quei vigliacchi agguati che ovviamente non sono agguati e criminalità ma rivoluzione, lotta di classe, ideologia, religione. E chissà com'erano dolci le kapò naziste quando sognavano nel loro letto, tra una tortura e l'altra.
Spiace doverlo dire con crudezza ma se fossero dignitosi, Maria Laura Braghetti, Adriana Faranda, Valerio Morucci e tutti - ma proprio tutti - gli altri brigatisti, tutti assassini in libertà, dovrebbero farsi dimenticare, piuttosto che partecipare al dibattito sull'ingegneria istituzionale, sul regime che fu e su quello che avrebbe potuto essere. E se fossimo dignitosi noi, che bene abbiamo fatto a liberarli per civiltà giuridica e per generosità sociale, ora li relegheremmo in un obitorio culturale.
Non è dignitoso, non è educativo, non è giusto e non è nemmeno interessante che proprio loro ci vengano a raccontare come e perché la morte di Moro ha cambiato l'Italia. In piena sintonia con i sogni della Braghetti e con le tesi della Faranda, un fondo dell'autorevole, e solitamente ragionevole, compagno Bruno Ugolini sull'Unità ("Moro, e se lo avessero liberato?"), ci ha spiegato che "con Moro vivo, Berlusconi Previti e Bossi non sarebbero comparsi all'improvviso a fare il bello e il cattivo tempo in questo paese". L'astuzia del doppio Stato insomma ha usato la Faranda per rifilarci Berlusconi e Previti. Quale Letta e quale Ferrara!, ora finalmente sappiamo con chi prendercela: con la Faranda, con l'ingenuità della Faranda, povera donna.
Anche l'Unità di oggi avrebbe dunque voluto salvare Moro, trattare con le Br di allora, fermare il secondo Stato, lo Stato della fermezza, vale a dire il Pci? L'Unità di oggi contro l'Unità di ieri? Lilliput contro Berlinguer? Inutile chiedere in quale ideologia sognatrice si siano dissolti i drammi umani e familiari, reali e duraturi dei cinque proletari della scorta di Moro. In cambio di quale chiacchiera politologica e per quale aberrante ragione si potrebbe dimenticare il sangue di quella mattina? Un poco meno visionari di Ugolini, i brigatisti si sono limitati a farfugliare che se avessero restituito Moro ai suoi familiari invece di ucciderlo, non ci sarebbe stato bisogno di attendere la caduta del muro di Berlino, le inchieste di tangentopoli, il referendum di Mario Segni e tutto il resto per liberare l'Italia.
Ma liberarla da che cosa? Non è vero che in quel covo Moro e i suoi assassini erano prigionieri di una stessa miseria nazionale. Moro era un uomo che faceva politica, che non trattava la classe operaia con i cannoni di Bava Beccaris o con le milizie padronali, era un interlocutore anche dei ceti poveri, un interlocutore politico e non un sequestratore o un bombardiere. La figura di Moro, morte compresa, appartiene alla storia della politica italiana. Quella dei suoi assassini alla criminologia che, grazie a Dio, non è più razzismo lombrosiano. E infatti il presunto regime non ha fucilato i brigatisti, li ha sottratti anche all'ergastolo, e non riserva ai loro cervelli la conservazione in formalina. Ma tutti questi microfoni e cineprese, questo compiacerli, e tutto questo sdolcinarli e somministrarceli in un dibattito psicopolitico che, va detto chiaro, non interessa a nessuno, salvo a qualche allievo di Freud e di Lombroso, sono altrettanto aberranti, forse persino peggio della formalina.

12 settembre 2003 - COMPROMESSO STORICO: INTERVISTA ANDREOTTI ALLA STAMPA
ANSA:
COMPROMESSO STORICO: ANDREOTTI, NESSUNA INTERFERENZA USA
INTERVISTA A LA STAMPA
Giulio Andreotti, in un'intervista a LA STAMPA, commenta i memorandum spediti a Washington dagli analisti della Cia durante gli anni della solidarieta' nazionale. Negli 11 rapporti - rivelati dalla STAMPA - i servizi segreti americani "benedirono" l'accordo tra la Dc e il Pci. I due maggiori partiti italiani dell'epoca. "Sarebbe stato utile conoscere questi documenti in tempo reale - dice il senatore a vita -. Vediamo l'analisi del governo del '76 che e' serena e anche abbastanza ottimistica. E questo e' molto interessante se consideriamo che pochi mesi prima c'era stata la dichiarazione di Portorico, che, con grande avvilimento di Moro, aveva diffidato l'Italia dal cambiare politica".
Sul coinvolgimento del Pci nel governo, Andreotti dice: "Si trattava di un'operazione preparata nel tempo. Ricordo che fu proprio Moro a volere che fossi io a fare il governo. Lui aveva appena presieduto un governo (un centro sinistra con l'appoggio esterno dei socialisti), molto sostenuto dagli americani, a cui io non fui favorevole, perche' ritenevo che dovevamo avere la pazienza di portare i comunisti dentro il Patto Atlantico. E volle che assumessi la Difesa. Poi ci fu la crisi, provocata dalla posizione di De Martino "mai piu' al governo senza i comunisti". E, come dicevo, Moro volle che fossi io a fare il governo. (...) Tocco' a me trattare direttamente con Berlinguer. (...) Durante la solidarieta' nazionale - presidente per tutta la prima fase era Ford - non ho mai ricevuto pressioni, anche se in seguito il nuovo ambasciatore, Richard Gardner, sentiva ogni tanto il bisogno di fare qualche dichiarazione anti-solidarieta' nazionale. Ma penso si trattasse soprattutto di posizioni di immagine".
Alla domanda infine, "esisteva un impegno esplicito ad accogliere i comunisti nel governo? Andreotti risponde: "Certamente non fu mai formalizzato un impegno, ne' definito un calendario. Ma c'era un cammino comune da fare. Il rapimento Moro e' stato determinante nel troncare questa linea. Moro aveva un' autorevolezza personale, che gli dava un margine di manovra particolare. Paolo VI aveva una fiducia enorme in lui".

15 settembre 2003 - CASO MORO E MARIO MORETTI
"Il Resto del Carlino"
La verità su Moro?
Moretti, ora trovi la forza di parlare
"Ieri sera, avendo imprudentemente lasciato la televisione accesa su Rai 3 mentre facevo altro, mi è capitato di vedere Blob. Una decina di minuti di sue martellanti domande a Mario Moretti (riprese dall'intervista de "La notte della Repubblica" a Mario Moretti, rimontate senza le risposte, ndr). Lei domanda e Moretti non risponde. Lei domanda e Moretti pensa e non sa che dire. Lei domanda e Moretti sospira, strabuzza gli occhi, si agita sulla sedia (ho sempre sospettato che quella poltroncina fosse così scomoda volutamente), si contorce le mani, si tira i baffi, fa un sacco di altre cose tranne che farsi uscire la voce. In pratica lei fa la domanda e la faccia di Moretti risponde. La faccia, con quelle luci, quei colori, quello sfondo...
E' come se l'intervistatore avesse messo un tirapugni alla sua voce, ogni domanda un cazzotto che finisce diretto sulla faccia del malcapitato senza neanche consentirgli la tenue protezione di una risposta: sarebbe inadeguata e sempre al di sotto della sua immagine, ma pure qualcosa sarebbe.
Se da qualche parte c'è una scuola di giornalismo televisivo, dovrebbe prendere quei dieci minuti per una lezione impareggiabile di come si fa un linciaggio: un linciaggio mediatico. Non scorre sangue e non uccide mai definitivamente, ma solo perché può durare in eterno, può ricominciare tutte le sere (lo fanno da decine di anni).
Non le chiedo conto di Blob, naturalmente, né del perché la catena degli ex-comunisti italiani e zone limitrofe abbia una tale, feroce attenzione nei miei confronti: ho già le mie risposte. Non le chiedo neppure dell'uso che altri fanno dei suoi filmati girati quando ero prigioniero nel carcere di Opera (d'epoca ormai, mi guardo allo specchio tutte le mattine...). Vorrei invece farle una domanda: che cosa prova a vedersi coinvolto in un linciaggio?
Nell'anno in cui sugli avvenimenti di quegli anni si son dette molte sciocchezze, qualche infamia e fatti tanti affari, scopro che a me interessa solo farle una domanda personale, conoscere che cosa lei pensa e prova di fronte a quelle immagini. Forse perché invecchiando ho bisogno di ancorare i miei ricordi alle persone, quasi di certificare a me stesso l'esistenza di uomini con i quali valga la pena di essere in disaccordo, con i quali pensare di avere comunque qualcosa in comune.
Per gli estenuanti, difficili, onesti "interrogatori" di Opera, con stima, Mario Moretti".
* * *
Mario Moretti è una figura complessa della nomenclatura brigatista; credo fosse, e sia ancora, la più problematica e, al tempo stesso, la meno cedevole. Non aggiungo inflessibile, perché l'aggettivo appartiene a un altro ordine di giudizi. Certamente, è rimasto la persona, non credo il brigatista, più legata al proprio passato. Forse un rigore di principio coincide con una caratterialità già chiusa in sé, la quale implica più intransigenze che aperture.
E' vero, con il passare degli anni e delle esperienze vorremmo poterci ancorare a qualche certezza, come quella di non avere sbagliato nel giudicare le persone e i fatti che si sono affacciati, in modi e misure variamente significativi, lungo i percorsi cruciali della nostra esistenza. Nella lettera da me scritta in questa rubrica a Marco Bellocchio, autore di Buongiorno, notte - essenzialmente basata sul rapporto storia-fiction - finivo per confessare un sospetto: che una vicenda resa emozionante, e quindi suggestiva, dall'immaginazione possa a tal punto separarsi dal contesto reale da apparire - specialmente a chi non l'ha vissuta - più vera del vero. La storia, dicevo, soccombe alle sue interpretazioni mediatiche. Con il risultato che la verità - fin qui accettata, benché non tutta accertata - non è più ontologicamente in rapporto, se non molto lontano, colla sua storia.
E' un dubbio, temo, non infondato. Lo manifesto, in questo caso, non in relazione al film di Bellocchio, ma alle mie trasmissioni sul terrorismo. Vorrei citare, a questo proposito, Aldo Grasso: \ "La TV non ha la missione di ricostruire la verità nei suoi dettagli (è compito che spetta agli storici) ma ha quella, altrettanto fondamentale, di far condividere alla comunità del pubblico un'esperienza che ci riguarda come cittadini \." E' quanto di più netto e chiaro si possa dire sul mio mestiere, e oggi si attaglia perfettamente al disagio che provo nello scoprirmi un cronista attardato dall'aver voluto e dal voler cercare una verità che l'immaginazione, sentendosene svincolata, ha nel frattempo superato, fissandone la sola superstite: quella che si è scelto di rappresentare. Penso alla riflessione di Nietzsche, per me fino a ieri paradossale, secondo cui "non esistono i fatti, ma le loro interpretazioni"; e non mi risarcisce, anzi accresce la mia perplessità sulla sovrapposizione dei due piani - il reale e l'immaginario - il fatto che, per incardinare l'invenzione filmica, Bellocchio si valga di materiali di repertorio.
Ora, lei mi domanda che cosa provo di fronte a una "manomissione" mediatica che sembra in qualche modo corrispondere al giudizio del filosofo tedesco. Se si trattasse solo di un'intervista che - nata per dare la parola a un altro - per motivi, diciamo, spettacolari viene privata delle risposte, sarei in grave imbarazzo. Lo sono di meno, francamente, se considero quel montaggio una metafora, nello stile di Blob, che tende a sottolineare una storia di "silenzi" fatta di mancate o parziali risposte brigatiste a domande necessariamente stringenti. E' un modo di servirsi di una storia per ricavarne un'altra che, in forma dichiaratamente immaginativa, si fa portatrice di una diversa, provocatoria interpretazione. Ma ciò che a me sembra più inquietante - riesco solo a ripetermi - è che l'immaginazione possa prendere il posto della realtà, o aspirare a prenderlo, fino a produrne e a suggerirne un'altra, per di più allegorica, come l'unica possibile e definitiva. D'altronde, uccidendo "persone-simbolo", non avete fatto un uso addirittura tragico, voi stessi, proprio della metafora?
* * *
Persistono molti dilemmi, ed è la ragione del mio disagio, sentendomi sempre più allontanato, fattualmente, da ciò che pure continuo a considerare il mio mestiere, sebbene l'immaginazione mediatica sembri averlo ridotto a qualcosa di marginale, accessorio, fungibile. Non sto allontanandomi dalla sua domanda: è un problema che riguarda anche lei, e proverò a dirle il perché. Mi tengo, anch'io, a un'esperienza di questi giorni, al film di Bellocchio, cui Laura Braghetti, anch'essa carceriera di Moro, ha offerto il pretesto per fare di una tragedia - già in precedenza bistrattata, anche strumentalmente, tanto dalla fiction quanto dalla politica - un film d'impianto civile e morale che per i suoi effetti, psicologici ed estetici, ha il potere paradossale di consegnarci, come dicevo, la sola verità superstite, con tutto ciò che questa sorta di "plagio" comporta. Proprio perché la Braghetti ne è seppure indirettamente la protagonista, agli occhi dello spettatore più ignaro, soprattutto giovane, il film diventa, per la sua gran parte, il racconto di una storia oggettivamente accaduta.
Eppure il regista aveva più volte dichiarato che il suo intento non era, è ovvio, di fare un'inchiesta, o un documentario, ma un'opera creativa. Riaffermo l'assoluto rispetto di questo prezioso diritto d'artista, ma proprio il film mi conferma nella convinzione che sul fronte brigatista, a farsi pubblico e risoluto testimone di una tragedia della collettività, a questo punto debba essere soprattutto lei, con le sue responsabilità e la sua credibilità, anche se qualche spericolato dietrologo sciorina ancora dei dubbi, attribuendole doppiezze che, invero, non hanno trovato il minimo riscontro. Lei, al di là dei teoremi più balzani e adescanti, può far luce su un assassinio che è il lascito estremo di una rivoluzione senza popolo rimasta senza risposte. Ciò è frutto non soltanto di una vischiosa inconfessabilità che continua a trattenere la politica, ma anche delle sue stesse resistenze a rompere ogni residuo indugio e togliere gli ultimi alibi alla presente, ma anche presunta, impossibilità di rischiarare finalmente l'intera tragedia.
* * *
Quando stabilimmo le modalità della seconda intervista - quella, dopo "La notte della Repubblica", destinata a "C'era una volta la Prima Repubblica" - vi ho visti nella vostra casa, ho colto gli sguardi alla vostra piccola figlia, ho assistito ai rapidi preparativi per il rientro, come ogni sera, in carcere: a questa ritrovata "normalità" lei dovrebbe far corrispondere, a mio avviso, non solo il disagio per l'"anormalità" di un'invenzione mediatica - come quella di Blob, o di qualche film - ma anche il bisogno che si chiudano, una volta per sempre, ben più profonde e gravi ferite. Persuaso, in quanto giornalista, di dovermi limitare a cercare e possibilmente capire - un compito che mi spetta in coscienza e per contratto - pretenderei tuttavia che tutti facessero come in quel precetto allegorico cinese secondo cui "se ciascuno spazzasse davanti alla propria porta tutta la città sarebbe pulita". Questa nostra sempre incompiuta città, infatti, è tale per responsabilità di tutti: della classe politica e della società civile, degli storici ancora lontani dall'aver esaurito il loro compito, ma anche di chi, come lei, non compie l'atto più rivoluzionario della sua vita, che oggi è quello di dire tutto ciò che sa. Non riesco a dimenticare il suo drammatico "non posso", in risposta a una mia domanda. Non la invito, e quale titolo avrei per farlo, a riconnettersi - non oso dire a riconciliarsi - con il mondo nel quale pur vive e al quale chiede un rispetto della realtà che non dovrebbe esigere soltanto per sé. Ma fino a quando vivrà rinchiuso nel diritto di far la guardia alla "sua" verità limitandosi a difenderla dai nostri sfregi - quasi le toccasse di salvaguardare una purezza contaminabile da una società senz'anima e intelligenza - quella sua stessa sanguinosa verità rimarrà come sotto la pietra di un sepolcro.
Io credo che lei possa essere capace, in nome di ciò che questa tragedia da voi voluta è costata a tutti, cominciando dalle vittime e dai loro familiari, di rimuovere quella pietra. Dica, stavolta, che "può". E se non può perché non sente di farlo - ma non ripeta di averlo, tutto, già fatto - questa storia rischia davvero, anche per le sue riluttanze, di avere un solo destino: quello d'essere inventata.

17 settembre 2003 - GRIMALDI PREPARA TRILOGIA SU MORO E BR
ANSA:
CINEMA: AURELIO GRIMALDI PREPARA TRILOGIA SU MORO E BR
Dopo Martinelli e Bellocchio, anche Aurelio Grimaldi prepara un film sul caso Moro, anzi il regista siciliano ha sviluppato addirittura una trilogia. Tre episodi da 80 minuti ciascuno per raccontare non solo i 55 giorni di prigionia dello statista, ma anche le vicende giudiziarie dei terroristi e la loro vita in prigione.
"E' dal 1986 - spiega Grimaldi - che ho pensato seriamente di occuparmi del caso Moro e della storia delle Brigate Rosse. Dopo tanti anni di studio e di vane ricerche per finanziare il progetto, finalmente il Gruppo Pasquino ha trovato i fondi necessari per iniziare le riprese. Nel frattempo quello che doveva essere il racconto del rapimento di Moro si e' ampliato perche' si faceva sempre piu' urgente narrare l' Italia in quei 55 giorni che cambiarono il volto di un intero Paese".
Il film, le cui riprese si svolgono in parte a Londra, dove e' stato ricostruito il covo in cui i brigatisti tennero prigioniero Moro, e' interpretato da Roshan Seth, Pino Micol, Guia Jelo, Gaetano Amato, Sebastiano Lo Monaco, Arturo Paglia, Craig Fairbrass e Steffan Boye.

18 settembre 2003 - COSSIGA E "BUONGIORNO NOTTE"
"Sette" del "Corriere della sera"
COSSIGA:"ANCORA UN GIORNO E LA FERMEZZA SAREBBE SVANITA"
"Perche' io e Andreotti saremmo stati messi in minoranza dai trattativisti". L'uomo che era ministro dell' Interno quando le Br sequestrarono e uccisero il leader della Dc ha visto con "Sette" il film di Bellocchio. Si e' commosso, ha criticato, e si e' lasciato andare a molte ricostruzioni e ricordi. Assolutamente clamorosi.
Giorgio del Re
Del delitto Moro, del sequestro, di quello che è successo in quegli anni, ha parlato poco, pochissimo, e mai a cuor leggero. Francesco Cossiga all'epoca era ministro dell'Interno, e destinatario della lettera più dura di Aldo Moro, quella in cui dal covo brigatista lanciava la sua maledizione biblica: "Il mio sangue ricadrà su di voi". Ma dopo il dibattito che si è aperto sul film di Marco Bellocchio, il presidente emerito ha deciso di fare un'eccezione, vedere Buongiorno, notte per "Sette", e raccontare le emozioni e le riflessioni che questa visione gli ha provocato.
È in vacanza in Sardegna (quando gli altri tornano a lavorare lui parte) in una località amena, proprio di fronte a Tavolara, accompagnato dalla sua "famiglia allargata". Le due più giovani collaboratrici del suo staff, Sabrina e Alessandra ("Sono incantevoli, vero?"), gli uomini della scorta che vedono insieme a lui il film, in una cassetta della Rai. Durante la proiezione resta quasi sempre in silenzio: ogni tanto una notazione, un'immagine che ha colpito, un promemoria per quello che dirà dopo.
Si emoziona - gli occhi lucidi - quando nella tv dei brigatisti rivede le immagini dei funerali della scorta, un gesto della mano, come per fugare una nuvola di pensieri e una frase che sembra parlar d'altro: "Funerali militari...". E poi quando Aldo Moro-Roberto chiama i carcerieri per legger loro la sua lettera al Papa: "Sì, sì... penso proprio che il suo rapporto con loro poteva essere di questo tenore".
Una delle frasi più importanti di Giulio Andreotti sulle lettere di Moro gli provoca una piccola sorpresa ("La suggerii io"), e la passeggiata finale una rivelazione: "Avevo pronta la lettera di dimissioni, la terza che ho scritto in quei terribili giorni: loro non capirono di aver vinto politicamente. Se avessero resistito per un giorno in più, nella Dc la linea della fermezza sarebbe svanita, io e Andreotti saremmo stati messi in minoranza da Fanfani e dai trattativisti".
Dulcis in fundo la conferma di quello che Andreotti ha detto al Giornale: "Sì, è tutto vero, demmo il nulla osta all'ipotesi di un riscatto pagato dalla Santa Sede: Andreotti dice che informò Berlinguer, io posso dire che ne parlai con Pecchioli e lui mi rispose: "Se la cosa uscirà fuori protesteremo, ma non verrà meno il nostro sostegno"".
Presidente, posso iniziare da una domanda indiscreta e molto personale?
"Quale?".
È vera la leggenda che i capelli grigi le diventarono bianchi, in una notte, per l'angoscia del sequestro?
"In una notte è una leggenda. Certo si accelerò quel processo".
Che effetto le fa questo Bellocchio, venticinque anni dopo?
"Confesso, ho guardato il film con qualche prevenzione, temevo la solita ricostruzione dietrologica e priva di valore... ".
E invece?
"È un bel film. Lo dico anche forte della conoscenza di un vecchio amico, Franco Mauri, che nel 1940 scrisse da appassionato cinefilo un saggio sul realismo nel cinema sovietico".
Franco Mauri il suo discepolo trentenne?
"No, lo zio".
Quindi il film le piace...
"C'è del mestiere, nel senso alto del termine: l'arte senza l'artigianato non esiste. Naturalmente, si muove dalla realtà per creare un'altra storia e poi...".
E poi?
"Ho scoperto un'attrice straordinaria, Maya Sansa, grande interpretazione: non la conoscevo. Conosco invece la Braghetti, che ho incontrato quando venne da me a perorare - e le credetti - la causa dell'innocenza della Mambro e di Fioravanti. Non mi parlò delle loro cose, forse perché sapeva come la pensavo".
È vero che lei ha conosciuto tre dei carcerieri di Moro?
"Sì, sono uomini e donne, e questo rende ancora più drammatico quello che è avvenuto. Si è detto che Bellocchio ha messo le Br sul lettino della psicanalisi: penso piuttosto che lui, da ex ragazzo maoista, abbia proiettato molto se stesso nel film. Le Br sono come lui vorrebbe che fossero state, e la vicenda finisce come lui avrebbe voluto che finisse. Con i brigatisti che mostrano la loro potenza nel sequestro, e alla fine del processo di umanizzazione innescato dalla vicenda rilasciano Moro. In questo c'è più di un desiderio...".
Ovvero?
"Credo che Bellocchio sia più figlio del '68 che del '77. La critica che gli faccio è di non rendere fino in fondo la drammaticità dell'evento. Ma lo fa per un motivo preciso: il '68 fu fondamentalmente un movimento di ribellione borghese, di cui non a caso i due leader principali erano Marcuse, che non trovò nulla di sconveniente nel fare uno studio sul movimento per conto della Cia, e un uomo come Adorno, che aveva ucciso la moglie...".
Quindi secondo lei Bellocchio sovrappone date età diverse?
"Ma certo. Non capisce che il '77 e il brigatismo, invece, furono una rivoluzione, velleitaria forse, ma nata da radici storiche, sociali e culturali ben più profonde: era il vero frutto della guerra fredda, erano i nipotini di Yalta, come dimostra bene la sequenza del canto partigiano alla commemorazione del padre della terrorista. Le loro radici erano nel mito della Resistenza tradita, la terza Resistenza che sognava la lotta di classe, e fu soppiantata dalla guerra di Liberazione e dalla guerra partigiana".
C'è anche il comizio di Lama, però, in cui i brigatisti sono contrapposti ai partigiani, dal Pci...
"Era un modo per difendere la sinistra dal coinvolgimento. Anche noi abbiamo usato le armi della manipolazione politica per mantenere consenso: e a questo fine era più facile chiamarli assassini che rivoluzionari. Oggi in fondo le cose sono molto più grossolane: Berlusconi è un Duce e i comunisti mangiano i bambini...".
Non è che si sta ricredendo sulla fermezza?
"No! Io resto fermo, nonostante l'Unità, che allora fu colonna della fermezza e che ora, come scrive Francesco Merlo, inspiegabilmente diventa trattativista!".
Battutaccia...
"No, verità. Quell'articolo mi ha colpito: non condivido solo la parte sulla Faranda, perché non credo che debba tacere, non credo alla dannazione dei colpevoli. Morucci e Faranda hanno passato un travaglio autentico che io conosco. E poi ci sarebbero molti altri in Italia, allora, che avrebbero dovuto tacere. I Ds...".
Si prepara un'altra stilettata delle sue?
"...Avendo letto il bel libro di Piero Fassino mi rendo conto che gli ex comunisti sono ormai preda di un revisionismo così profondo che presto cancelleranno Berlinguer: per questo non hanno difficoltà a cancellare la fermezza. E non è nemmeno un caso che oggi i Ds si incontrino con Prodi, trattativista di ieri".
Ahi, ahi, quando lei cita quel nome...
"No, perché? Anzi, le dico che una caduta di stile il film ce l'ha quando racconta la seduta spiritica in cui c'era Prodi, e in cui Bellocchio mette un agente dei servizi, che se tale fosse stato, non sarebbe andato in divisa da colonnello! Prodi...".
Sempre a lui ritorna...
"Solo per dire che è prova della sua forza il fatto che per quell'episodio egli non fu mai interrogato da nessuna commissione e nessun magistrato: e dire che fu lui a passare questa notizia a Cavina, che poi la disse al mio capo-gabinetto, Zanda".
Le Br: perché lei dice che il film spiega la loro sconfitta?
"Perché non si accorsero di avere vinto: ma la parola fine alla solidarietà nazionale la scrissero loro. È la non compiutezza della solidarietà nazionale che impedisce il vero bipolarismo e che porta ancora oggi a una visione della politica come lotta tra bene e male".
Quindi le Br non capirono di essere a un passo dalla vittoria finale?
"Sì, e l'avrebbero avuta perché io e Andreotti saremmo finiti in minoranza. Poi non hanno capito che Moro libero avrebbe avuto effetti altrettanto dirompenti: io sono stato costretto a raccontare che Pecchioli venne da me a dire, dopo la lettera che mi mandò: "Per noi è politicamente morto". Malgrado ciò, noi li abbiamo sconfitti militarmente".
E il dibattito sul fatto che forse i brigatisti si potevano prendere?
"All'epoca del sequestro i servizi erano quasi smantellati: solo dopo appresi che qualcuno aveva contatti con le Br...".
Signorile?
"...Una parte del Psi. Se loro ce lo avessero detto, forse saremmo arrivati a Moro vivo".
E il fatto che ci fosse un pezzo di Stato che lavorava contro la liberazione? "Fesserie".
E l'influenza della P2?
"No... Vada da Licio Gelli e gli chieda cosa pensava di Moro".
È vero che quella frase sulle lettere di Moro, "moralmente inautentiche", la scrisse lei e la disse Andreotti?
"Sì: allora gli psichiatri del ministero avevano questa tesi, Scoppola lo pensa tuttora...".
E lei?
"Mi sono convinto di avere sbagliato. Quello era davvero Moro. Tentò fino all'ultimo di trattare con le Br, aveva capito fino in fondo il fatto che le Br erano un soggetto politico, e puntavano a un riconoscimento. Io non avevo capito fino in fondo che loro erano l'album di famiglia della sinistra, lui sì. Non dimentichiamo che solo Giampaolo Pansa ebbe il fegato di andare ai cancelli della Fiat e scri­vere in un pezzo che a molti operai non gliene fregava nulla di Moro".
Per questo l'idea brigatista della "propaganda armata" aveva spazio?
"Senza il Pci e senza la fermezza sarebbe passata senz'altro".
E cercare di salvarsi per Moro fu vigliaccheria, come pensarono molti?
"No. Io ho riletto le sue lettere infinite volte e ho capito la nostra diversità. Io ero un cattolico liberale e mettevo sopra tutto lo Stato. Lui era un cattolico sociale, e per lui la vita di suo nipote valeva più di ogni altra cosa. Andreotti aveva l'etica politica della Chiesa, che mai e poi mai avrebbe accettato la malvagità dell'atto violento".
Ma lei mi ha detto che era disposto a pagare!
"Pagare sì: mi dissero che avevano già trovato i soldi, ma era quasi una forma di disprezzo: il canale di contatto veniva dai cappellani carcerari e dalle confessioni, per questo è rimasto segreto. Ma riconoscere no".
Eppure lei pensa che la trattativa non poteva riuscire?
"Oggi so che le Br non avrebbero mai accettato un riscatto"

19 settembre 2003 - FIGLIO DI PINO AMATO SU "BUONGIORNO NOTTE"
"Il Mattino"
LA STORIA
Dario Del Porto
"C'è un personaggio del film che viene ritratto da Bellocchio esattamente come me lo aspettavo: il fratello di Chiara, la protagonista, che a un tratto dice: "Quelli delle Brigate rosse almeno hanno le palle di sparare". Ecco, questa frase me la sono sentita ripetere anche io, in questi anni. Anche da chi conosceva la mia storia personale. "Scusa, sai, non è per tuo padre - aggiungevano - ma almeno i terroristi hanno il coraggio di uccidere"".
Il 19 maggio del 1980, in pieno centro di Napoli, tra piazza dei Martiri e vico Alabardieri, le Br assassinavano l'assessore regionale al Bilancio Pino Amato. L'agguato, seguito dall'immediato arresto dei quattro responsabili, segnava la nascita della colonna napoletana delle Brigate Rosse. Dopo ventitré anni di silenzio e riservatezza, il figlio di Pino Amato, Arnaldo, all'epoca poco più che adolescente, accetta per la prima volta di parlare della tragedia che ha colpito la sua famiglia. Lo fa senza mai alzare i toni, anche sull'onda delle emozioni risvegliate dal film di Marco Bellocchio sul caso Moro, "Buongiorno, notte". Così Amato risponde a tutti gli interrogativi che inevitabilmente un episodio tanto doloroso porta con sé, dal perdono all'amnistia. E ricorda la figura di un uomo "che credeva nelle sue idee e in quello che faceva. Aveva un sogno, uccidendolo gli è stato rubato".
Pino Amato viene ucciso nella primavera del 1980, l'anno che conterà il maggior numero di vittime del terrorismo.
Avevate mai avuto, in famiglia, segnali del pericolo che si avvicinava?
"No, nella maniera più assoluta. Mio padre era stato minacciato, un collega gli aveva prestato l'auto blindata con autista armato e cambiavano spesso percorso. Ma è riuscito a fare in modo che noi non ce ne accorgessimo".
Con suo padre avete mai parlato di terrorismo?
"Una volta, tre mesi prima che morisse. Mio padre era stato appena eletto nel Consiglio nazionale della Dc. Io ero in montagna e avevo appreso la notizia da un amico. Quando lo incontrai, poco dopo, gli chiesi perché non mi avesse detto niente. "Sai, non volevo che ti preoccupassi". "E di cosa?", replicai. "Dei terroristi, di queste cose che stanno accadendo", rispose".
Come venne a sapere dell'omicidio?
"Ero a scuola. Tutti eravamo a scuola, mio fratello e anche mia madre che insegnava. Il rettore del Pontano mi chiamò e in modo molto dolce, attento, mi spiegò tutto. Avevo quindici anni".
Come reagì?
"In quei momenti si viene invasi da una grande calma. Si è come anestetizzati dal dolore. Poi, tutti ti dicono che devi essere forte, e tu lo sei quasi per inerzia. E si avverte l'aiuto di Dio. Col tempo si avvicendano sensazioni differenti. Oggi mi piacerebbe parlare con mio padre, rileggere le cose che ha scritto alla luce dell'esperienza di questi anni".
C'è qualcosa che le manca più di altre?
"Mio padre era uno che ci credeva. Aveva rinunciato a fare il parlamentare nazionale per dedicarsi alla sua città. Fu ucciso alla vigilia delle elezioni regionali, era in predicato di diventare presidente della Regione. Aveva un sogno, gli è stato rubato in modo violento. Questo mi manca tantissimo. E ancora oggi mi fa molta rabbia".
Ha mai avuto contatti con gli assassini di suo padre?
"Non vorrei parlarne. Anche perché la mia famiglia, rispetto ad altre vittime del terrorismo, ha avuto la fortuna, se di fortuna si può parlare, di vedere i responsabili subito arrestati, grazie al coraggio dell'autista e della polizia napoletana, quindi processati e infine condannati".
Dunque nessun contatto?
"Uno c'è stato, a dire il vero. Ma non vorrei fare nomi. Preferisco dire solo che ho ricevuto una richiesta di perdono tardiva, maldestra, strumentale a ottenere un provvedimento di libertà condizionale e per questo poco credibile".
Ma al di là dei casi specifici, lei ha perdonato?
"Come cristiano sono disposto a perdonare. Ma anche così è problematico. Sul piano umano, penso solo che a mio padre è stato strappato un sogno troppo grande, inseguito per trent'anni da una persona venuta su dal nulla. Le sue idee sarebbero attuali ancora oggi eppure gli è stata tolta la possibilità di sostenerle".
Ha visto il film di Bellocchio sul caso Moro?
"Sì, l'ho visto. Non so dire se sia bello o meno. L'ho trovato indulgente nei confronti dei terroristi".
Perché?
"Vedendo il film ho ripensato a quei quattro ragazzi, poco più grandi di me, che decisero di ammazzare mio padre senza neppure conoscerlo, solo perché lo ritenevano parte di un meccanismo in realtà molto più grande di lui. Non credo che nel suo caso, come in quello di Aldo Moro, i brigatisti siano stati animati da dubbi o da sentimenti di pietà come invece accade ai protagonisti dell'opera di Bellocchio. Anzi, penso esattamente il contrario. Chi spara trenta proiettili al volto di un uomo indifeso non può avere né dubbi né pietà. E poi, i terroristi del film sono ritratti come avulsi da un contesto, non si fa cenno all'organizzazione delle Br che invece esisteva eccome. Infine, si ritrae la classe politica di governo dell'epoca come un gruppo di delinquenti, mentre io non credo che fosse così".
Niente da salvare, allora?
"Il personaggio del fratello di Chiara dice proprio le cose che mi aspettavo di sentire. Quella frase sui "terroristi che hanno il coraggio di sparare" l'ho sentita tante volte".
E che effetto le ha fatto?
"Uno che perde il padre a quindici anni mette nel conto anche questo. Di sicuro, fa male sentirlo dire. Ma poi, quando vedi gli omicidi di D'Antona e Biagi capisci perché si uccide ancora: perché c'è gente che ancora pensa cose del genere, anche dopo che il progetto politico delle Br è uscito innegabilmente sconfitto dalla storia. Se Bellocchio ha inserito questo personaggio nel film vuol dire che anche lui ha registrato discorsi così".
Che pensa dell'ipotesi di un'amnistia?
"Sono discorsi più grandi di me. Certo, non mi fa piacere, lo Stato dovrebbe fornire una risposta più matura. Inoltre, dovrebbero spiegarmi bene cosa intendono".
La città si è dimenticata troppo presto di Pino Amato?
"Non so. Poi bisogna capire cosa si intende per città. Ad esempio Nando Clemente con la "Associazione ex consiglieri regionali" ha intitolato a mio padre e a Raffaele Delcogliano una borsa di studio. Ci sono strade intitolate lui a Pompei e Casoria. Ma forse anche la mia famiglia e io avremmo potuto dare maggiore impulso a alcune iniziative. Ora però ho intitolato a mio padre un sito internet, "www.pinoamato.it". Può essere un modo per cominciare a ricordarlo, 23 anni dopo".

19 settembre 2003 - VEDOVA BRIGADIERE RICCI CRITICA "BUONGIORNO NOTTE"
"Il Resto del Carlino"
"Il film di Bellocchio infanga la verità storica"
"I brigatisti colpirono il cuore dello Stato. Marco Bellocchio ha colpito al cuore me. Quando ho visto la foto di mio marito sbattuta sullo schermo, in modo brutale, e soprattutto stridente rispetto alla sensibilità profusa per i terroristi, avrei dato fuoco alla pellicola e picchiato il regista...".
Laura Rocchini, 68 anni, vedova del brigadiere Domenico Ricci, vicecaposcorta di Aldo Moro, trucidato con gli altri quattro colleghi in via Fani, era andata a vedere Buongiorno, notte col cuore in subbuglio.
Perché, certo, si trattò di una tragedia nazionale, ma per lei e i suoi figli, Giovanni e Paolo, allora di 12 e 10 anni, fu molto di più: il 16 marzo 1978 la vita cambiò.
Laura sapeva che cosa voleva dire essere la moglie di un brigadiere. Per esempio, il fidanzamento durò due lustri perché i carabinieri non potevano sposarsi prima dei trent'anni. Poi il matrimonio. Felice. Ma spezzato dopo tredici anni dalle Br con la mitraglietta Skorpion e le pistole calibro 9. Quei proiettili sconvolsero tutto: compreso il tenue benessere. Sacrifici, rinunce, qualche debito per far studiare i figli. La legge 407, che riconosce alle vedove le pensioni dei poliziotti e dei carabinieri uccisi in servizio, è arrivata solo da qualche anno.
Signora, lei aveva visto altri film su via Fani?
"Sì, quello diretto da Renzo Martinelli, Piazza delle cinque lune. Una ricostruzione giusta. Questo no: sono rimasta di ghiaccio, disgustata e incredula".
Cosa l'ha ferita di più?
"Non si può accettare la sensibilità di una brigatista nei confronti di Moro. Quale sensibilità? La stessa persona, due anni dopo, partecipò all'uccisione di Bachelet. E' ingiusto e fuorviante farne una protagonista".
Bellocchio sostiene che bisognava avere il coraggio di rompere le regole...
"In questa società, che non è quella dei terroristi, tutti sono liberi di fare quello che vogliono, come scrivere libri e farci dei film. L'importante è che non si colpiscano le famiglie delle vittime, che continuano a soffrire".
Se glielo avessero chiesto, avrebbe offerto una consulenza per il film?
"Quando fu ucciso, mio marito aveva 44 anni, io 42. Eravamo nel pieno della nostra vita e della nostra unione. No, non cerco gloria. Magari avrebbero potuto avvertirci. Per evitare lo choc".
Bellocchio ha mostrato le foto vere dei cinque componenti della scorta...
"Già. Ed è apparso mio marito. Sembrava mi guardasse dallo schermo. Impressionante... I suoi ritratti li conservo gelosamente in casa. Ma al cinema, la sua faccia sbattuta lì un quarto di secolo dopo non è accettabile".
Non è troppo coinvolta per poter dare giudizi sereni?
"No, tanti la pensano come me. Ho ricevuto messaggi e telefonate. Si nota la disparità di trattamento fra quelli che ci rimisero la vita e i loro assassini. Vedendo la brigatista mi ha preso una grande agitazione...".
Rifiuta tutte le immagini?
"Voglio dire che lei e gli altri, invece che terroristi sembrano angeli con le ali d'oro... Dovrebbero ricordare quanti morti hanno lasciato sulle strade".
Anche Aurelio Grimaldi vuol fare un film sul caso Moro, gli vuole mandare a dire qualcosa?
"Io non pretendo d'insegnare niente. Però sono d'accordo con Maria Fida Moro: è ora di fare silenzio. Solo la storia ne dovrà parlare".
di Sandro Bennucci

21 settembre 2003 - FALCO ACCAME SU "BUONGIORNO NOTTE": CANCELLATI MORTI SCORTA
ANSA:
MORO: FALCO ACCAME SU BELLOCCHIO, CANCELLATI 5 MORTI SCORTA
Protesta del presidente dell' Associazione vittime tra i militari arruolati nelle forze armate, Falco Accame, dopo la trasmissione che La7 ha dedicato al caso Moro e al film di Marco Bellocchio.
"Nel raduno degli ex sessantottini nello studio di Gad Lerner" - dice Accame - si e' parlato dell'uccisione di Moro "anche se si trattava di una uccisione 'Moro piu' 5': sono scomparsi infatti dal delitto Moro i 5 proletari della scorta. E e chi mai erano costoro? Gli ex proletari di Lotta Continua sono cresciuti e sono piu' che benestanti. E per gli uomini di potere contano gli uomini di potere e solo Moro indubbiamente lo era".

22 settembre 2003 - SKY: A 'CONTROCORRENTE' FILM BELLOCCHIO E CASO MORO
ANSA:
SKY: A 'CONTROCORRENTE' FILM BELLOCCHIO E CASO MORO
L' uccisione dello statista dc, il partito della fermezza e quello della trattativa, i brigatisti nell'ultimo film di Bellocchio: a 'Buongiorno notte' e al caso Moro' e' dedicata la puntata di Controcorrente in onda domani su Sky Tg 24.
Ospiti del programma condotto da Corrado Formigli gli on.Rosi Bindi e Emanuele Macaluso, e l'ex br Adriana Faranda
A pochi giorni dalla discussa mancata premiazione alla Mostra del Cinema di Venezia, l' ultimo film di Marco Bellocchio e' per Controcorrente l' occasione per ritornare sui drammatici giorni del rapimento e dell' uccisione di Aldo Moro, attraverso il particolare punto di vista del film stesso: ne discuteranno in studio alcuni dei protagonisti di quel momento storico, ospiti della puntata in onda alle 22.05 sul canale all-news diretto da Emilio Carelli.
A venticinque anni dall' uccisione del presidente democristiano da parte delle Brigate Rosse, la scelta di un confronto attorno al particolarissimo sguardo posto dall' opera di Bellocchio sul rapporto tra Moro e i suoi carcerieri, e sul travaglio interiore degli stessi brigatisti che uccisero lo statista, e' oggi piu' che mai attuale, specie per gli ospiti della trasmissione, che quel momento storico lo hanno vissuto da molto vicino: Rosi Bindi, oggi responsabile della Margherita per le Politiche Sociali, all'epoca assistente universitaria a Roma nell' aula accanto a quella dello stesso Aldo Moro; Emanuele Macaluso, dirigente di lungo corso Dd, allora nella direzione di quel Partito Comunista Italiano che fu fautore del compromesso storico con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro; Adriana Faranda, ex leader di primo piano delle Brigate Rosse che rapirono il presidente DC, che con Valerio Morucci e altri terroristi si oppose pero' alla sua uccisione.
I funerali di Stato di Aldo Moro, la lettura della sue lettere scritte alla moglie e al papa Paolo VI, la scena finale del sogno mai avveratosi della liberazione dello statista, sono alcune delle sequenze di 'Buongiorno notte' che verranno trasmesse tra una pausa e l'altra della discussione, nel corso del programma.

23 settembre 2003 - MORO: ANNULLO FILATELICO PER 87/O ANNIVERSARIO NASCITA
ANSA:
MORO: ANNULLO FILATELICO PER 87/O ANNIVERSARIO NASCITA
Contiene la firma di Aldo Moro l' annullo filatelico presentato oggi a Turi per celebrare l' 87/o anniversario della nascita dello statista pugliese ucciso dalle Brigate Rosse.
La presentazione dell' annullo e del folder dedicato a Moro sono stati fatti alla presenza della moglie, Eleonora, e della figlia Agnese nell' ambito di una giornata di studi organizzata dal centro studi Aldo Moro di Turi. Era presente, tra gli altri, la direttrice della divisione filatelica di Poste Italiane, Marisa Giannini.
Le celebrazioni in onore di Moro continueranno nel pomeriggio con un convegno al quale e' prevista la partecipazione del segretario dell' Udc, Marco Follini, e del capogruppo dell' Udeur alla Camera, Pino Pisicchio.

28 settembre 2003 - INTERVISTA A LICIO GELLI
"La Repubblica"
Intervista a Gelli: "Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent'anni fa"
"Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io"
dal nostro inviato CONCITA DE GREGORIO
AREZZO - Son soddisfazioni, arrivare indenni a quell'età e godersi il copyright. "Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza. Tutto in quelle carte sequestrate qui a villa Wanda ventidue anni fa: 962 affiliati alla Loggia. C'erano militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. C'era l'attuale presidente del Consiglio, il suo nuovo braccio destro al partito Cicchitto: allora erano socialisti.
Chi ha condiviso quel progetto è oggi alla guida del paese. "Se le radici sono buone la pianta germoglia. Ma questo è un fatto che non ha più niente a che vedere con me". Niente, certo. Difatti quando parla di Berlusconi e di Cicchitto, di Fini di Costanzo e di Cossiga lo fa con la benevolenza lieve che si riserva ai ricordi di una stagione propizia. Sempre con una frase, però, con una parola che li fissa senza errore ad un'origine precisa della storia.
Quel che rende Licio Gelli ancora spaventosamente potente è la memoria. Lo si capisce dopo la prima mezz'ora di conversazione, atterrisce dopo due. Il Venerabile maestro della Loggia Propaganda 2 è in grado di ricordare l'indirizzo completo di numero civico della prima casa romana di Giorgio Almirante, l'abito che indossava la sua prima moglie quel giorno che gli fece visita a Natale, i nomi dei tre figli di Attilio Piccioni e da lì ricostruire nel dettaglio il caso Montesi che vide coinvolto uno dei tre, ricorda il numero di conto corrente su cui fece quel certo bonifico un giorno di sessant'anni fa, la targa della camionetta di quando era ufficiale di collegamento col comando nazista, quante volte esattamente ha incontrato Silvio Berlusconi e in che anni in che mesi in che giorni, come si chiamava il segretario di Giovanni Leone a cui consegnò la cartella coi 58 punti del piano R, che macchina guidava, se a Roma c'era il sole quella mattina e chi incontrò prima di arrivare a destinazione, che cosa gli disse, cosa quello rispose.
Questo di ogni giorno dei suoi 84 anni di vita, attualmente archiviata in 33 faldoni al primo piano di villa Wanda, dietro a una porta invisibile a scomparsa. "Ogni sera, sempre, ho scritto un appunto del giorno. Per il momento per fortuna non mi servono, perché ricordo tutto. Però sono tranquillo, gli appunti sono lì".
Il potere della memoria, ecco. Il resto è coreografia: il parco della villa che sembra il giardino di Bomarzo, con le statue le fontane i mostri, la villa in fondo a un sentiero di ghiaia dietro a un convento, le stanze con le pareti foderate di seta, i soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana che reggono i telefoni rossi, divani di cuoio da due da tre da sette posti, di velluto blu, di raso rosa, a elle e a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d'argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse al sole di settembre, scale, studi, studioli, sale d'attesa coi vassoi d'argento pieni di caramelle al limone. Ma lei vive qui da solo?. "Sì certo solo". E questi rumori, le ombre dietro le porte di vetro colorato? "La servitù".
Commendatore, gli sussurra una segretaria pallida porgendogli un biglietto: una visita. "Mi scusi, mi consente di assentarmi un attimo? E' un vecchio amico".
Gelli è in piena attività. Riceve in tre uffici: a Pistoia, a Montecatini, a Roma. Oltre che in villa, naturalmente, ma fino ad Arezzo si spingono gli intimi. Dedica ad ogni città un giorno della settimana. A Pistoia il venerdì, di solito. A Roma viene il mercoledì, e scende ancora all'Excelsior. Le liste d'attesa per incontrarlo sono di circa dodici giorni, ma dipende. Per alcuni il rito è abbreviato. Al telefono coi suoi segretari si è pregati di chiamarlo "lo zio": "La regola numero uno è non fare mai nomi ? insiste l'ultimo di una serie di intermediari ? Lei non dica niente, né chi la manda né perché. La richiameranno. Quando poi lo incontra vedrà: è una persona squisita. Solo: non gli parli di politica". Di poesia, vorrebbe si parlasse: perché Licio Gelli da quando ha ufficialmente smesso di lavorare alla trasformazione dell'Italia in un Paese "ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia", come lui dice, "per l'esclusivo bene del popolo" ha preso a scrivere libri di poesia, ovviamente premiati di norma con coppe e medaglie, gli "amici" nel '96 lo hanno anche candidato al Nobel.
"Vorrei scivolare dolcemente nell'oblio. Vedo che il mio nome compare anche nelle parole crociate, e ne soffro. Vorrei che di me come Venerabile maestro non si parlasse più. Siamo stati sottoposti a un massacro. Pensi a Carmelo Spagnolo, procuratore generale di Roma, pensi a Stammati che tentò di uccidersi. E' stata una gogna in confronto alla quale le conseguenze di Mani Pulite sono una sciocchezza. In fondo Mani pulite è stata solo una faccenda di corna. Lei crede che la corruzione sia scomparsa? Non vede che è ovunque, peggio di prima? Prima si prendeva facciamo il 3 per cento, ora il 10. Io non ho mai fatto niente di illegale né di illecito. Sono stato assolto da tutto. Le mie mani, eccole, sono nette di oro e di sangue".
Assolto da tutto non è vero, dev'essere per questo che lo ripete tre volte e s'indurisce. Indossa un abito principe di Galles, cravatta di seta, catena d'oro al taschino, occhiali con montatura leggerissima, all'anulare la fede e un grosso anello con stemma. Questo avrebbe detto dunque a Montecatini, a quel convegno a cui l'hanno invitata e poi non è andato? Dicono che Andreotti l'abbia chiamata per dissuaderla. "E' una sciocchezza. Andreotti non è uomo da fare un gesto simile. Si vede che lei non lo conosce".
Senz'altro lei lo conosce meglio. "Se Andreotti fosse un'azione avrebbe sul mercato mondiale centinaia di compratori. E' un uomo di grandissimo valore politico". Come molti della sua generazione. "Molti, non tutti. Cossiga certamente. Non Forlani, non aveva spina dorsale. Naturalmente Almirante, eravamo molto amici, siamo stati nella Repubblica sociale insieme. L'ho finanziato due volte: la seconda per Fini. Prometteva molto, Fini. Da un paio d'anni si è come appannato". Forse un po' schiacciato dalla personalità di Berlusconi. "Può darsi. Berlusconi è un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c'è bisogno in Italia: non di parole, di azioni".
Vi sentite ancora? "Che domanda impertinente. Piuttosto. L'editore Dino, lo conosce?, ha appena ripubblicato il mio primo libro: Fuoco! E' stata la mia opera più sofferta, anche perché ha coinciso con la morte di mio fratello nella nostra guerra di Spagna. E' un edizione pregiata a tiratura limitata, porta in copertina il mio bassorilievo in argento. Ci sono due altri solo autori in questo catalogo: il Santo padre, e Silvio Berlusconi". Anche Berlusconi col bassorilievo d'argento? "Certo, guardi". Il titolo dell'opera è "Cultura e valori di una società globalizzata". Pensa che Berlusconi abbia saputo scegliere con accortezza i suoi collaboratori? "Credo che in questa ultima fase si senta assediato. E' circondato da persone che pensano al "dopo". Non si fida, e fa bene.
E' stato giusto bonificare il partito, affidarlo a un uomo come Cicchitto. Cicchitto lo conosco bene: è bravo, preparato". Il coordinatore sarebbe Bondi in realtà. "Sì, d'accordo. Credo che anche Bondi sia preparato. E' uno che viene dalla disciplina di partito". Comunista. "Non importa. Quello che conta è la disciplina e il rispetto della gerarchia". Ha visto il progetto di riordino del sistema televisivo? "Sì, buono". E la riforma della giustizia? "Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque?
L'avevo messo per scritto trent'anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino. Pensa che chi voglia assaltare il comando consegni il piano al generale nemico, o al ministro dell'Interno? Ma comunque non è di questo che vogliamo parlare, no? Vuole anche lei avere i materiali per scrivere una mia biografia? Arriva tardi: ho già completato il lavoro con uno scrittore di gran fama". Su una poltrona è appoggiato l'ultimo libro di Roberto Gervaso. La scrive con Gervaso? "Ma no, ci vuole una persona estranea ai fatti. Se vuole le mostro lo scaffale con le opere che mi riguardano, le ho catalogate: sono 344". Certo: il burattinaio è un soggetto affascinante. "Andò così: venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?".
Sembra che ce ne siano diversi di burattinai in giro ultimamente. "Il burattinaio è sempre uno, non ce ne possono essere diversi". E adesso chi è? "Adesso? Questa è una classe politica molto modesta, mediocre. Sono tutti ricattabili". Tutti? Mettiamo: Bossi. "Bossi si è creato la sua fortezza con la Padania, ha portato 80 parlamentari è stato bravo. Ma aveva molti debiti... Per risollevare il Paese servono soldi, non proclami. Ho sentito che Berlusconi ha invitato gli americani a investire in Italia: ha fatto bene, se qualcuno abbocca?
Ma la situazione è molto seria. L'economia va malissimo, l'Europa è stata una sventura. Non abolire le barriere, bisognava: moltiplicarle. Fare la spesa è diventato un problema, il popolo è scontento. Serve un progetto preciso". Per la Rinascita del Paese. "Certo". C'è