Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2001 (dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa) |
18 gennaio - Comincia davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano il processo in cui Massimo De Carolis, l'ex presidente del Consiglio Comunale di Milano e attuale presidente della Commissione Stranieri, e' imputato di corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio nella vicenda dell'appalto del depuratore Milano Sud. De Carolis che, a differenza degli altri cinque imputati ha chiesto il giudizio immediato, e' accusato dai pm Gherardo Colombo e Ilda Boccassini di aver ricevuto 25 milioni - una parte dei 200 che gli sarebbero stati promessi - per favorire la Compagnie General des Eaux e altre sue collegate nelle "prequalifiche dell'appalto". Per l'accusa De Carolis avrebbe ricevuto il denaro da Alain Maetz, dipendente della Otv, una societa' specializzata nell' ingegneria e nella gestione degli impianti per il trattamento delle acque che, insieme alla Compagnie General e ad altre societa', fa capo ad un'unica holding. Maetz in cambio, nel settembre del '98, avrebbe ottenuto l'elenco delle imprese che avevano fatto domanda per partecipare alla gara, e una "continua assistenza". L'elenco doveva rimanere segreto. De Carolis si e' sempre difeso sostenendo la sua estraneita' a qualsiasi irregolarita' perche' non ebbe alcun ruolo nelle procedure d'appalto. L'accusa di corruzione riguarda anche Luigi Franconi, Ezio Cartotto e Luigi Sirna: avrebbero messo in contatto De Carolis e Maetz. Agostino Schiavio, il rappresentante di Passavant Italiana, e' invece imputato in violazione del segreto d'ufficio in concorso con Nicola Colicchi, rappresentante di Aerimpianti, e De Carolis. Il difensore di De Carolis, Francesco Isolabella, oggi ha chiesto la nullita' del capo di imputazione e di tutti gli atti precedenti alla sua formulazione: "E' stato violato il diritto di difesa - ha detto l'avv. Isolabella - in relazione agli interrogatori, alle intercettazioni, al deposito atti e alla richiesta di un'ulteriore istruttoria". A tale richiesta in sostanza si sono associate tutte le difese. I giudici del Tribunale scioglieranno la riserva il 6 febbraio, data della prossima udienza.18 gennaio - Muore il generale di Corpo d' Armata Nino Lugaresi, che fu direttore del Sismi dal 1981 al 1984 e gia' comandante della Regione militare meridionale. Il gen. Lugaresi guido' il Sismi riformato dopo lo scandalo P2. Subentro' a Giuseppe Santovito e nel 1987 fu ascoltato come testimone al processo per la strage di Bologna in cui Licio Gelli, Francesco Pazienza e due ex alti ufficiali del Sismi furono condannati per il depistaggio delle indagini. I funerali del gen.Lugaresi, ravennate di origine, si svolgeranno il 20 gennaio a Ravenna.
20 gennaio - Il presidente della Commissione stranieri del Comune di Milano, Massimo De Carolis, dichiara di essere stato aggredito da due esponenti dei centri sociali che stavano manifestando all'esterno della tensostruttura dove si stanno svolgendo gli Stati Generali del Comune di Milano. “Appena sono uscito dalla macchina - ha detto De Carolis, consigliere comunale di Forza Italia - uno di questi si e' avvicinato definendomi 'bastardo fascista' e poi mi ha sputato in faccia. Subito dopo, un altro mi ha tirato due calci su una gamba. E' stata la polizia a tirarmi fuori da questa situazione e ad accompagnarmi dentro”. “Questi - ha commentato ironicamente De Carolis - sono i positivi fermenti giovanili tanto apprezzati dalla sinistra milanese”.
25 gennaio – Muore a Roma Gianfranco Piazzesi, 77 anni, giornalista. Era malato da tempo. Era nato a San Frediano, il 2 luglio del 1923, e aveva esordito nel quotidiano fiorentino “La Nazione” . Fu inviato speciale alla Stampa , poi nei primi anni Sessanta quando Alfio Russo passò dalla direzione della Nazione a quella del Corriere lo volle a Milano per affiancarlo alla pattuglia di giovani inviati, Enzo Bettiza, Alberto Cavallari, Piero Ottone. Si occupò soprattutto di cronaca politica, partecipò alle grandi inchieste sull'Italia, fece servizi all'estero. Quando Montanelli fondò il suo Giornale lo portò con sé come inviato e commentatore. Nel marzo del 1975 uscì da Rizzoli un libro di autore anonimo “Berlinguer e il professore”, primo esempio di romanzo fantapolitico in Italia. Un successo straordinario di vendita: oltre 400 mila copie, con traduzione in sei lingue. In un Paese dove i segreti hanno vita breve, la casa editrice seppe mantenere a lungo l'anonimato dell'autore, mentre si intrecciavano le ipotesi. Tanto che lo stesso Anonimo fece il bis con “I soldi in Paradiso”, protagonista Gianni Agnelli. Intanto Piazzesi si era dimesso dal Giornale, era tornato al Corriere . Solo nel febbraio del 1976 si decise a rivelare che l'Anonimo dei due libri era lui: aveva voluto fare uno scherzo a colleghi e lettori e, nell'ombra, si era goduto la celebrità. Chiese scusa, ovviamente affatto pentito della mascheratura. Alla fine del 1980 fu chiamato a dirigere La Nazione , nella sua Firenze, ma alcune inchieste sulla P2 gli costarono il posto nel novembre 1981 e torno’ a scrivere per “La Stampa” e “Il Corriere della Sera”. Nel 1983 Garzanti ha pubblicato un suo libro:”Gelli – la carriera di un eroe di questa Italia”.
26 gennaio – Il quotidiano “La Repubblica” pubblica con grande rilievo un servizio di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano sull’ uccisione di Mauro De Mauro, che sarebbe legata non al caso Mattei, ma al legame della mafia con il principe Junio Valerio Borghese per il tentato colpo di Stato del 1970.
Il titolo del servizio e’:"De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe - Il capomafia: "Lo sepellimmo alla foce dell'Oreto"
Scrive “La Repubblica”:“Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: "E' qui, alla foce dell'Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi racconto...". Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende lentamente verso il mare di Palermo - si vedono le case popolari del villaggio di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale - che si chiuse la vita e oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i cunicoli scavati dall'acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu la Conca d'Oro. A tre chilometri dalle stanze gonfie di fumo de "L'Ora", il suo giornale in piazzale Ungheria. A sei chilometri dalla sua casa in via delle Magnolie. A due chilometri dalla strada dove poi ritrovarono la sua Bmw color blu notte. Trent'anni fa morì Mauro e aveva tra le mani lo scoop "che - diceva - avrebbe fatto tremare l'Italia" e che invece lo trascinò all'inferno. Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che, quando ancora i "pezzi" si dettavano al telefono e i giornalisti si dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti. Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell'estate del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne era sul "libero" Alberto Malavasi, ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In redazione c'era chi diceva: "Povero Mauro...". Mauro se la rideva tra sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop era questo: i fascisti di Junio Valerio Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l'aiuto di Cosa Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e di conferme e di dettagli. E, per averne, devi scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui aveva bisogno. A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli "uomini d' onore" ci andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò. Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi. "C'è quel De Mauro che fa troppo domande sul 'fatto di Roma'". Mauro fu trascinato in una masseria a Santa Maria del Gesù. La borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu torturato e "interrogato". Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo alla gola. La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia annunciata dal "segugio" de "L'Ora" di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi il "principe nero" Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra. Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in quelli neofascisti, magari gliele aveva "soffiate" un suo compagno d' armi o un vecchio "camerata". Era un mondo, quello, che De Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda. "Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la mafia si erano alleati per il golpe... il giornalista si fece scappare qualcosa con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era dentro il teatro Massimo", ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di Altofonte che è in qualche modo invischiato anche nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell'uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli degli assassini. C'era anche Bernardo Provenzano quella sera in via delle Magnolie, il corleonese latitante dal 1963. Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo scirocco soffiava a 65 l'ora. Mauro sbrigò il suo lavoro in redazione e, come sempre solo, lasciò il palazzo di vetro dell'Ora. Si fermò a un bar di via Pirandello, comprò due etti di caffè macinato, tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e la solita bottiglia di bourbon. Sua figlia Franca - che si sarebbe dovuta sposare il mattino seguente - stava aprendo la porta di casa e lo vide vicino alla sua Bmw "parlare con due o tre uomini". Un paio di minuti dopo, via delle Magnolie era deserta. E nessuno - fino a sette giorni fa - ha saputo più nulla di lui. Con chi andò via? Chi lo uccise, e dove? Perché fu ucciso? Mauro De Mauro parlottava sotto casa con quegli uomini e poi la sua Bmw improvvisamente ripartì. Spiega Di Carlo nel suo verbale: "Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D'Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia". Forse Mauro non si insospettì più di tanto, quando i tre gli chiesero di seguirlo. Aveva lavorato duro, alle 7 del mattino in redazione, all'una al lido dell'hotel "La Torre" di Mondello per mangiar qualcosa, nel pomeriggio ancora in redazione. Valeva la pena di lavorare ancora per ore, per tutta la notte se necessario: quell'amico - Emanuele D'Agostino - gli prometteva il pezzo mancante della "sua" storia, del suo scoop. Mauro li fece salire sulla sua auto. Si diressero dal lato opposto della città. Scesero da via Sciuti, poi da via Terrasanta, forse a quel punto svoltarono in piazza Diodoro Siculo e abbandonarono la Bmw di Mauro in via Pietro D'Asaro. Su un'altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi: "Quando Emanuele D'Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano "l'avvocato", non esercitava la professione ma era laureato... Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il Servizio informazioni difesa? ndr) che forse era un militare e forse con un certo Maletti (il generale Gianadelio Maletti, capo dell'ufficio "D" del Sid? ndr)...". Generali e mafiosi si incontrarono, parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in circolazione "quello lì". A quel punto, era chiaro a tutti i presenti quale sarebbe sato il passo successivo dell'affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il giornalista: "Da Roma partì subito l'ordine di chiudergli la bocca... I miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull'operazione che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati...". Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c'era sempre Tommaso Buscetta. Dove andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso contrabbandiere di "bionde" del Mediterraneo. Dove c'era sempre Emanuele D'Agostino che era l'autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa ("Ci sono novità?") e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare come "uomo con una sola faccia" e anche voler bene come un amico sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della cronaca e ripeteva l'altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi i tasti della macchina per scrivere: "Minchiate...sono tutte minchiate...". Mauro era scuro, alto, claudicante e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in guerra e un altro, Tullio, (l'attuale ministro della Pubblica istruzione) era già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49 anni Mauro De Mauro, la sera che incontrò D'Agostino, Provenzano e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra le mani, ma non intuì che era stato già tradito. "Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d'accordo con quel golpe", ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l'aggiunto Guido Lo Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli dell'operazione "Tora Tora", nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi prima. Seppe che il principe Borghese aveva "arruolato" anche Cosa Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi per gli uomini d'onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece il nome di chi per primo gli "soffiò" la notizia. Ricorda Francesco Di Carlo: "Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato... ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti". Una parte era d'accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una "lista" di tutti i mafiosi dell'isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa fare. C'era tutta la Cupola. E c'era anche Francesco Di Carlo quel giorno con gli altri boss. Il golpe non ci fu più, ma anche Mauro De Mauro non c'era più. Era stato inghiottito nel nulla. Là dove le acque dell'Oreto seguono le colline e poi, lentamente e sempre più torbide, finiscono nel mare di Palermo”.27 gennaio - Il quotidiano "Il Mattino" intervista il presidente della commisione stragi, Giovanni Pellegrino, sulle nuove rivelazioni sull' uccisione di Mauro De Mauro:
"La ricostruzione potrebbe essere coerente, ma c'è una circostanza narrata dal boss pentito che mi lascia perplesso": il racconto che Franco Di Carlo fa dell'uccisione di Mauro De Mauro non convince Giovanni Pellegrino. Per il presidente Ds della commissione stragi non siamo ancora giunti alla verità su De Mauro. Il racconto di De Carlo appare molto circostanziato. Si indica perfino il luogo dove sarebbe sepolto il giornalista. Cosa non la convince?
"Cominciamo con il dire che si tratta di una ricostruzione che appare coerente con quello che fu il "golpe Borghese", che non fu affatto un golpe da operetta come ci hanno fatto credere per troppo tempo. Detto ciò, mi sembra che vengano utilizzati scenari così noti da fare da sfondo a qualsiasi ricostruzione. E a tanti anni di distanza è facile inserirci anche una vicenda come quella di De Mauro".
Quindi non fu ammazzato per i segreti "Borghese"
"Siamo di recente venuti a conoscenza della documentazione statunitense che dimostra come i servizi segreti di quel paese monitorassero costantemente la preparazione del golpe. Quindi è probabile che ciò che non era sfuggito ai servizi segreti americani non fosse sfuggito a un giornalista come De Mauro. Ma il racconto mi convince poco quando si sofferma sul momento della decisione dell'assassinio".
Poco probabile che lo abbiano ammazzato i mafiosi?
"No, questo è certo. Resto, però, sorpreso di quanto Di Carlo dice a proposito dei vertici dei servizi segreti italiani. Mi sembra abbastanza inverosimile che il generale Miceli abbia accettato di incontrare i vertici della mafia, così come mi appare addirittura improbabile che i vertici mafiosi abbiano incontrato insieme Maletti e Miceli".
Per quale ragione?
"Che Miceli fosse a conoscenza di cosa stesse tramando il generale Borghese è risaputo. Ma che Maletti e Miceli, notoriamente in aperto contrasto tra loro e appartenenti a due "cordate" contrapposte, siano andati insieme dai capimafia mi sembra una ricostruzione a dir poco temeraria. Io, comunque, approfondirei un aspetto mai abbastanza studiato".
Quale?
"La Sicilia restò solo apparentemente estranea alla strategia della tensione. Ecco io comincerei a indagare anche sui rapporti tra terroristi e mafia"".
27 gennaio - "La Repubblica" pubblica un' intervista di Daniele Mastrogiacomo al gen. Maletti sulle ipotesi di legami tra il golpe Borghese e l' uccisione di Mauro De Mauro:
"Generale Maletti, si ricorda del giornalista Mauro De Mauro?
Dall'altro capo del telefono, a circa 7 mila chilometri di distanza, si sente solo il gracchiare della linea disturbata. Pochi secondi. Poi la voce nasale e un po' anglosassone della vecchia spia del Sid accenna ad un secco sì.
"E' un nome che non si scorda. Se ne parlò molto negli Anni 70".
Un boss mafioso, oggi collaboratore di giustizia, indica il nome del generale Vito Miceli e il suo come mandanti dell'omicidio del giornalista. De Mauro aveva scoperto i piani golpisti di Junio Valerio Borghese. Lei e Miceli, secondo il boss mafioso, avreste partecipato ad una riunione con esponenti di rilievo di Cosa nostra durante la quale sarebbe stata decretata la sua morte.
"E quando sarebbe avvenuto questo incontro?".
Nell'estate del 1970.
"Fare il nome di Gianadelio Maletti è comodo, visto che quasi tutti i dirigenti del Sid sono morti... Se vogliamo spaccare il capello, nell' agosto del 1970 non ero al Sid. Sono stato nominato capo dell'ufficio D il 15 giugno del 1971".
Ma dopo il suo ingresso al Sid non ha mai saputo qualcosa di simile?
"Mai. Erano note le divergenze tra me e Vito Miceli. Su di lui non posso certo giurare nulla. Se Miceli può essere stato il grilletto che ha esploso il colpo contro il giornalista io non avrei mai potuto essere il calcio che impugnava l'arma".
Il generale Miceli fu coinvolto nel golpe Borghese. Non è quindi inverosimile la tesi del collaboratore di giustizia.
"Il generale Miceli era anche siciliano, oltre che notoriamente su posizioni di destra estrema. Era chiuso, sospettoso e si circondava di una serie di ufficiali del Sid di cui si fidava ciecamente. Volendo credere a quella riunione è molto più facile che abbia coinvolto qualcuno di loro".
Chi, per esempio?
"Il colonnello Pace. Faceva parte di quel gruppo di ufficiali ad alto livello di impiego legatissimi a Miceli".
Nel libro "Delitto al potere", di Riccardo De Santis, pubblicato nel 1972 ma tolto dalla circolazione in poche ore, si ricostruisce la vicenda De Mauro. Si parla di un certo maggiore P., del Sid, che nei giorni precedenti l'omicidio era presente a Palermo. Potrebbe essere Cosimo Pace?
"Nel 1971, quando sono entrato al Sid, Pace era tenente colonello. Può darsi che fosse lui e che un anno prima avesse il grado di maggiore. Lui era legatissimo a Miceli, siciliano anche lui, credo di Palermo o di Trapani. Non so se sia ancora vivo".
Alla riunione, sempre secondo il pentito, avrebbe partecipato anche un ufficiale del Sid, conosciuto come "l'avvocato". Molte persone dell'epoca sostengono si tratti del colonnello Bonaventura. Lei, generale, lo conosceva?
"Certo. Era un colonnello dei carabinieri, capo del Controspionaggio di Palermo. Morì qualche anno dopo, assieme alla moglie, in un incidente stradale. Un incidente misterioso".
Il Sid si occupò mai del caso De Mauro?
"Se ne occupò in termini molto vaghi. Era scomparso, si parlava di mafia, di droga, di armi. L'ufficio indagò, raccogliendo le informazioni di routine. Tutto ciò che faceva clamore rientrava nella sfera dei nostri interessi. Il nome di Mauro De Mauro era famoso, lo ricordavano tutti. Ma quando arrivai al Sid e durante la mia permanenza a Forte Braschi non ho mai visto un rapporto, un atto ufficiale su di lui".
Il boss Francesco Di Carlo è considerato attendibile dai magistrati. Ha svelato molti retroscena su casi difficili e rimasti nell'ombra per anni.
"Non voglio mettere in discussione l'attendibilità di quel pentito. Il generale Miceli era sicuramente interessato a nascondere qualsiasi voce legata ai progetti di golpe di Junio Valerio Borghese e a coprire i promotori del colpo di Stato. In quei mesi, infatti, entrò in contatto con Remo Orlandini, l'imprenditore assai attivo nel progetto".
Lei, generale, raccolse un dossier sul golpe. Nella lista dei promotori c'era anche il nome di Miceli?
"Non lo ricordo. Un fatto è certo. Quando consegnai il famoso malloppone all'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, il generale Miceli figurava tra i sostenitori e i probabili protagonisti del progetto".
Quel malloppone le procurò dei guai.
"Fu l'inizio dei miei guai. Ma questa è un'altra storia. Voglio solo ricordare, a chi ha la memoria corta, che io fui l'unico tra i dirigenti del Sid ad aver svolto un lavoro di vero controspionaggio interno nei confronti dei movimenti eversivi di destra. E che segnalò all'autorità politica e poi a quella giudiziaria i nomi dei promotori dei vari golpe. Primo fra tutti quello di Junio Valerio Borghese che considero il più serio e il più pericoloso messo in atto in quel periodo".
Nel dossier non emerse il ruolo della mafia nel golpe?
"Il malloppone era soprattutto una lista di nomi. Gente coinvolta nel piano della notte dell'Immacolata. Furono processati. Il pm era Claudio Vitalone, legatissimo a Miceli, che svolse una requisitoria durissima. Credo che fosse un gioco delle parti, la soluzione era già stata trovata: vennero tutti assolti"."
"La Repubblica" pubblica anche un' intervista a Bruno Carbone, "compagno di scrivania" di Mauro De Mauro a "L'Ora":
"Sulla sua scrivania di ferro color verdastro c'erano sempre due o tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e una bottiglia di whisky. E poi ci faceva volare su anche il solito maglione un po' largo che si sfilava ogni volta che doveva picchiare le dita sulla macchina per scrivere, cinque o sei cartelle di trenta righe l'una buttate giù in meno di un paio d'ore, fogli che scivolavano via cronaca dopo cronaca, giorno dopo giorno. "Fumava come un turco ma beveva solo dopo che avevamo chiuso, cioè solo di pomeriggio...io ho sempre creduto che l'avessero ucciso per il golpe ma ormai si sono persi 30 anni prima di seguire la pista giusta", ricorda il collega che ha vissuto a fianco di Mauro De Mauro, prima stanza a sinistra al secondo piano del palazzotto di vetro dove si stampava "L'Ora", quotidiano della sera che in quell'epoca era voce e cuore dell'altra Palermo, "L'Ora morti e feriti" venduto dagli strilloni che annunciavano sempre nuove sparatorie agli angoli delle vie. Si chiama Bruno Carbone, il giovanissimo "compagno di banco" del povero Mauro alla fine di quell'estate del 1970. Aveva cominciato con Achille Occhetto a "Nuova Generazione", l'avevano mandato giù in Sicilia a farsi le ossa affidandolo proprio a lui, il principe della "nera", quel De Mauro che era già famoso per i suoi scoop sui fatti di mafia. La memoria di Bruno Carbone - che poi sarebbe anche diventato direttore di quel giornale - torna all'estate del 1970: "Era sempre in contatto con quel mondo neofascista, io prendevo le sue telefonate, lo sentivo parlare, mi aveva detto che aveva per le mani un colpo straordinario... eppure nessun poliziotto e nessun magistrato mi ha mai ascoltato: sono stato testimone della vita e forse della morte di Mauro e nessuno mi ha mai chiesto nulla: è incredibile ma è così. Certi miei sospetti li ho confidati solo in privato, sono sempre stato convinto che De Mauro era stato ucciso perché a conoscenza di qualcosa sul quel piano militare...". Un altro ricordo: "Pochi giorni prima di sparire gli suggerii di parlare con il procuratore capo Pietro Scaglione, lui ci andò... dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione". Il giornale era proprio al centro di Palermo, le finestre della stanza di De Mauro e di Carbone davano sul fioraio di piazzetta Napoli. "L'avevo conosciuto lì, primo servizio con lui in un paesino dove un uomo era fuggito con la cognata ma dopo poche ore li trovarono morti tutti e due: si erano suicidati. De Mauro mi portò a casa della moglie, c'era anche Gigi Petix il fotografo, appena quella aprì la porta lui la tramortì raccontandole cosa era successo al marito e alla sorella. Intanto Mauro aveva già ripulito la casa di tutte le foto e quando arrivarono quelli del "Giornale di Sicilia" non trovarono più niente. Io ero sconvolto, ma allora si faceva così...". Bruno Carbone racconta le scorribande di De Mauro cronista e poi torna a quei rapporti che aveva sempre mantenuto con i neri: "Sentiva tanta gente che era stata come lui nella Decima Mas, conosceva sicuramente bene anche quel Giacomo Micalizio che poi fu coinvolto e poi ancora assolto per il golpe Borghese... non so se ebbe contatti con lui in quegli ultimi giorni, questo non mi risulta...". Giacomo Micalizio è un medico che ha un laboratorio di analisi a Palermo. Risponde al telefono: "Non ho sentito De Mauro in quei giorni, lo frequentavo ma tantissimi anni prima. Non voglio parlare di queste cose fino a quando non capirò che piega prende tutta questa vicenda... quando capirò, e solo allora, offrirò la mia testimonianza". Caporedattore de "L'Ora" in quell'anno, il 70, era Etrio Fidora. Ricorda come se fosse ieri la mattina di quel 17 settembre, quando "quello straordinario giornalista che era Mauro" non si trovava dalla notte prima. "Non ci preoccupammo più di tanto, era già accaduto altre volte...qualche mese prima non era venuto al giornale per due giorni, io e il direttore amministrativo Giovanni Fantozzi lo trovammo a casa completamente sbronzo". Fu sempre Etrio Fidora a entrare nella stessa casa di via delle Magnolie tre giorni dopo la scomparsa, quando ritrovarono la sua auto, la Bmw blu. Accade qualcosa che non è facile dimenticare. E' sempre Fidora che parla: "Il commissario Boris Giuliano voleva prendere impronte digitali di Mauro ma in casa sua non ne aveva trovata neanche una, allora io gli dissi che c'era un posto dove sicuramente le avrebbe trovate: sui tasti della sua macchina per scrivere. Mi sbagliavo... non c'erano neppure lì sopra... in casa mi dissero che avevano pulito tutto, che era loro abitudine pulire tutto ogni mattina"."28 gennaio - "La Repubblica" scrive:
"Sulla morte del giornalista Mauro De Mauro le vere indagini stanno cominciando dopo trent'anni. Forse cercheranno anche i resti del suo corpo alla foce del fiume Oreto, sicuramente scaverrano di più e meglio nei misteri della sua scomparsa. Dopo aver annunciato che l'inchiesta è stata ufficialmente riaperta, ecco cosa dichiara il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso all'agenzia Ansa: "Ci siamo resi conto che molti personaggi legati a De Mauro e al contesto in cui si muoveva non sono stati mai sentiti. Dobbiamo riprendere le fila di tutto il caso". E' stato chiaro il procuratore di Palermo: sul sequestro del 16 settembre 1970 si ricomincia daccapo. Dopo le rivelazioni del pentito Francesco Di Carlo sull'ordine venuto da Roma "di chiudere la bocca al giornalista" che aveva saputo del golpe Borghese, i magistrati del pool ripescano tutti i fascicoli, seguono tutte le piste, Mattei, le esattorie dei Salvo, naturalmente s'indaga soprattutto tra i "neri" che volevano fare il colpo di Stato con i mafiosi. S'indaga anche su quel "livello clandestino" del Fuan (l'organizzazione universitaria del Movimento sociale) di cui parlò qualche anno fa il terrorista nero palermitano Pierluigi Concutelli, si ascolteranno i giornalisti che non si sono incredibilmente mai ascoltati (i colleghi più vicini a Mauro De Mauro in quell'estate di 30 anni fa), si interrogheranno vecchi personaggi a cavallo tra ambienti neofascisti e ambienti mafiosi. Insomma, si rileggerà ogni singola carta. Ma qualcosa "agli atti" c'è già, qualcosa che nei giorni scorsi ha spinto la Procura a chiedere al giudice degli indagini preliminari la riapertura dell'inchiesta. Un paio di personaggi sono nel mirino delle ultime investigazioni. E dagli archivi blindati è già stata prelevata una bobina che era in mano ai vecchi servizi segreti, il Sid. E' un nastro dove è ricostruita la storia dell'operazione "Tora Tora", il golpe che vide - ma solo fino a un certo punto - mafiosi e fascisti a braccetto. Il contenuto delle registrazioni all'epoca non finì mai nel "rapporto" degli ufficiali del Servizio. Fu consegnato - e solo nel 1992 - dal capitano Antonio La Bruna al giudice milanese Guido Salvini che istruiva il processo sulla strage di piazza Fontana. Tre anni dopo il giudice Salvini inviò le sue carte a Palermo. Finirono in mezzo a quel milione di pagine che è diventato il processo Andreotti. Nella bobina sparita ci sono voci che parlano, ci sono nomi che si sentono, ci sono legami che riaffiorano da vicende molto lontane. Lì dentro c'è la voce di un ufficiale che chiede: "Tu mi dici che un nucleo di uomini provenienti dalla Sicilia era già stato messo a disposizione per far fuori il capo della polizia Vicari?". Risponde la voce di una fonte: "Da quello che so, c'era un'intesa mafia e...". E cita il nome di due uomini, uno di Palermo e l'altro di Catania. Il primo è Giacomo Micalizio, l'analista arrestato, processato e assolto per il colpo di Stato. Il secondo era Salvatore Drago, medico all'epoca in servizio al ministero degli Interni. Il "caso De Mauro" riparte anche da qui. Da due lunghe conversazione avvenute il 30 e il 31 maggio 1974 in un appartamento del Servizio informazione difesa in via degli Avignonesi a Roma. Presenti due ufficiali, lo stesso La Bruna e il vice del comandante Gianadelio Maletti, il tenente colonnello Sandro Romagnoli. E presenti anche due "fonti", l'avvocato romano Maurizio degli Innocenti e l'odontotecnico spezzino Torquato Nicoli. Tutti parlavano del golpe Borghese e di "quei siciliani" che erano sbarcati a Roma quattro anni prima. Alloggiavano al "Residence Cavalieri" dove non si erano fatti registrare. Torniamo a quell'intercettazione negli uffici del Sid. Raccontava ancora una delle fonti - l'odontotecnico Nicoli - al tenente colonnello Romagnoli: "Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari ma non avevano le armi". La voce del capitano La Bruna: "E questi mafiosi che poi conoscevano le abitudini di Vicari...". Ancora Nicoli: "A me sembrò molto impossibile... improbabile che dei mafiosi non venissero armati con i loro ferri....". Il colonello Romagnoli: "Adesso da dimostrare è questo: c'era uno al ministero degli Interni... che lì si vede che c'era una certa azione che andava fatta in una certa maniera". La chiacchierata va avanti ancora. Si parla della Forestale che avrebbe dovuto occuparsi della Rai, "degli spezzini e dei genovesi" che sarebbero dovuti entrare al ministero della Difesa, poi sempre di quei siciliani che dovevano uccidere il capo della Polizia. Scrive il giudice Salvini: "Nel discorso di Torquato Nicoli il collegamento fra il gruppo dei mafiosi e il medico catanese e l'altro importante congiurato Giacomo Micalizio non è l'elemento che basta a spiegare l'omissione operata dal rapporto...". E aggiunge: "E' probabile che il generale Maletti... aveva espunto il nome ed il ruolo di Gelli dal rapporto sul golpe censurando l'intero episodio relativo alla presenza del gruppo di mafiosi collegati allo stesso dottor Drago...". La mafia che "sparisce" dal piano golpista grazie ai servizi segreti. Saranno poi pentiti come Buscetta o boss come Liggio e per ultimo Francesco Di Carlo, a ricordare cosa in realtà era accaduto. E' tutta materia per le nuove indagini su Mauro De Mauro”.29 gennaio – “La Stampa” pubblica un’ intervista a Graziano Verzotto, a Parigi, che ricostruisce in maniera del tutto diversa da Di Carlo lo scenario dell’ uccisione di De Mauro:
“Era mio amico, Mauro De Mauro. Ci davamo del tu. Venne a trovarmi, quell' estate, chiedendomi se fosse stato risolto il problema legato al contratto di collaborazione saltuaria che aveva chiesto all'Ente minerario siciliano, all'Ems. Ma forse era un pretesto, un modo di entrare in conversazione, per arrivare al dunque. Voleva sapere di Enrico Mattei, della sua morte, dell'incidente di Bascapè, degli ultimi due giorni di vita che il presidente dell'Eni trascorse in Sicilia, prima di schiantarsi con l'aereo. E io ho cercato di aiutarlo". Parla a fatica Graziano Verzotto, a Parigi - a lui cara tanto da averla scelta come luogo di una quindicennale latitanza – per sottoporsi ad una terapia specialistica. Fu un personaggio, in Sicilia, l'ex senatore democristiano originario di Padova ma siracusano di adozione. Prima segretario provinciale del partito, poi vicesegretario regionale, quindi segretario e presidente dell'Ems dopo essere stato responsabile, nell'Isola, per le relazioni esterne dell'Eni di Enrico Mattei. Un vero uomo di potere. E, come tale, gli sono passati davanti vicende e personaggi che hanno segnato la storia siciliana e non soltanto. Per questo stesso motivo non si può dire sia stato uomo facilmente decifrabile, almeno fino al suo inarrestabile declino, dopo un trentennio che lo vide protagonista insieme con una galleria di ritratti che vanno da Lucky Luciano al procuratore Scaglione, da Silvio Milazzo al misterioso "avvocato", Vito Guarrasi, considerato come una sorta di stratega delle intricate vicende politico-economiche (e non sempre chiare) dell'autonomia siciliana. Graziano Verzotto ancora oggi ha paura, si porta dietro le tracce indelebili di una stagione difficile, pericolosa, si porta dentro ancora oggi le "cicatrici" di quella stagione e, quando gli si chiede di affrontare alcuni temi cruciali, la sua risposta tradisce ancora il peso del passato: "Lasciatemi campare ancora qualche anno....". Certo, come dare torto a uno che - seppure tra luci e ombre, tra omissioni e silenzi – dice che si è imbattuto in un attentato dinamitardo, è stato vittima di minacce ed è rimasto ferito mentre cercavano di sequestrarlo? Senatore Verzotto, procediamo con ordine. Iniziamo da Mauro DE MAURO. Lei lo incontrò due volte, prima di quel tragico 16 settembre 1970. Cosa gli disse? "Gli raccontai tutto quello che sapevo dei due giorni di Mattei in Sicilia. Gli indicai pure le persone che potevano completare quel quadro: Vito Guarrasi, Pompeo Colajanni, partigiano con Mattei, intellettuale e dirigente comunista, e l'ex presidente della Regione Mario D'Angelo". Parlaste anche dell'attentato? "Certamente. Mi sembrò convinto che l'aereo di Mattei fosse stato sabotato. Ricordo che eravamo nel suo studio, a casa sua. Sfogliava quegli appunti che stava preparando per il regista Franco Rosi, che gli aveva commissionato una sorta di sceneggiatura degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia. E in quegli appunti lui aveva scritto le ragioni di quell'attentato. Ne parlammo insieme, chiedendoci a chi avesse giovato la scomparsa di Mattei. La risposta portava a Cefis, che divenne presidente dell'Eni, e all'avvocato Vito Guarrasi, che era stato allontanato dall'Eni di Mattei". Senta senatore, sta dicendo che Cefis e Guarrasi hanno firmato la condanna a morte di Mauro DE MAURO e di conseguenza di Enrico Mattei? "Non riesco a convincermene neppure adesso: decidere la soppressione di Mattei per trarre vantaggi a venire... ci vuole uno stomaco d'acciaio. Mah... tutto è possibile, mi fa fatica a crederlo... in ogni caso un conto è parlarne e un altro è provarlo in un'aula di Tribunale". Ma DE MAURO in quei giorni bussò anche alla porta di Vito Guarrasi? "Io gli suggerii di andare e Guarrasi non me lo perdonò. Credette volessi metterlo in cattiva luce e dargli un ruolo in quel contesto. Sapete perché? Perché quando Mattei venne in Sicilia in quell'ottobre del 1962, Guarrasi era stato allontanato dal Consiglio di amministrazione dell'Anic di Gela". Quindi il giornalista aveva ultimato il lavoro per Rosi? "Immagino di sì. Io vidi quello che aveva scritto". E lei condivideva il pensiero di DE MAURO sulla morte del presidente dell'Eni, Enrico Mattei? "In un primo momento credetti alle risultanze dell'inchiesta della commissione nominata dalla Difesa, e d'altra parte era impossibile non prendere atto della categoricità con cui veniva esclusa la pista dell'attentato. Nel 1970 mi convinsi che Mattei era rimasto vittima di un attentato". Come mai tanta certezza? "Ho vissuto la scomparsa di DE MAURO anche come una sorta di avvertimento nei miei confronti, tant'è che subito dopo ho cominciato ad avvertire un tam tam sotterraneo che mi coinvolgeva direttamente nei misteri di Bascapè e di Palermo. Ho avuto paura. Ricordo un giorno, appena atterrato a Punta Raisi, chiesi al mio addetto stampa, Tonino Zito, di convocare gli inviati dei grandi giornali che seguivano l'inchiesta DE MAURO, per far sapere che io con quelle vicende non c'entravo nulla". Temeva che cosa, senatore? "Avevo la sensazione che il corridoio che metteva in giro la parola d'ordine: "DE MAURO scomparso, Verzotto sa", fosse organizzato da qualcuno, un piromane che voleva incendiare Palermo". Ma chi erano i suoi nemici? "Ne ho avuti sempre tanti, sin da quando sbarcai in Sicilia. In quella terra non puoi prevedere le conseguenze di certe decisioni importanti. Ricordo quella volta che mi toccò di bloccare la nomina fatta dal ministro Emilio Colombo del presidente del Banco di Sicilia. Il governo scelse il professore Orlando Cascio. Io dovetti andare a Roma a far cambiare idea al ministro. Fu così nominato un ispettore della Banca d'Italia, mi pare si chiamasse Di Martino. E durò sedici anni". Sono stati, dunque, i nemici la causa delle sue disavventure giudiziarie? "Sono rimasto coinvolto nella vicenda dei fondi neri di Sindona. La regione Sicilia aveva stanziato un finanziamento di 20 miliardi per costituire una società con il petroliere Rovelli. Nell'attesa che il progetto partisse ci siamo trovati a dover decidere dove depositare quei finanziamenti. Scegliemmo la Banca privata di Sindona - i cui dirigenti mi erano stati indicati dall'amministratore delegato dei giornali Paese Sera e L'Ora - perché offriva il miglior tasso d'interesse. Ebbi la premonizione che qualcosa non andava per il verso giusto. E dopo solo nove mesi prelevai i depositi, proprio in tempo per non essere travolto dal crack di Sindona. Altri enti avevano fatto la nostra stessa operazione, come la Gescal di Franco Briatico (30 miliardi) o la Finmeccanica di Giorgio Tupini (40 miliardi). Un anno dopo, un'ispezione della Banca d'Italia scopre il meccanismo dei cosiddetti fondi neri ma a pagare sarò solo io. Eppure chi mi chiamò in causa, un funzionario della banca di Sindona, disse che quei soldi al nero servivano per finanziare Fanfani, Andreotti, Colombo e Verzotto. Ma a pagare fui solo io". Ma, tra amici e nemici, ha mai sentito qualcosa sulla cosiddetta pista Borghese? DE MAURO le parlò mai del tentativo di golpe di Stato del principe Junio Valerio Borghese? "Cado dalle nuvole. Con me ha sempre parlato di Mattei. E anche con altri. Dall'avvocato Guarrasi cercava risposte sui misteri siciliani di Mattei". Lei descrive Guarrasi quasi come il "Grande Vecchio" siciliano. Anch'egli un nemico? "Era un uomo abile, la sua forza stava nell'abilità con cui riusciva a trovare una soluzione giuridica per ogni problema. Conosceva tutti e tutti si rivolgevano a lui. Lui fu la grande levatrice del governo Milazzo, quella scandalosa anomalia che per la prima volta mise insieme comunisti e destra per relegare all'opposizione la Democrazia Cristiana nel governo autonomista. La sua mente ha partorito i progetti più ambiziosi, lui è stato presente, come consulente o membro dei consigli d'amministrazione, in quasi tutte le imprese e società regionali". Però Mattei lo allontana dall'Eni. "Questo resta un mistero. Non so se fu Mattei o addirittura lo stesso Cefis ad allontanare Guarrasi. E restano un mistero anche i motivi di quell'allontanamento. Forse, Giorgio Ruffolo potrebbe spiegarli e anche il dottor Gandolfi, che di Mattei era il segretario". Pure lei, però, ha qualcosa da farsi perdonare. Per esempio, l'assunzione del mafioso Beppe Di Cristina di Riesi all'Ente Minerario Siciliano... "Fu Aristide Gunnella il repubblicano ad assumerlo. Io commisi la leggerezza, da stupido "polentone", di essere il suo testimone di nozze. Me lo chiese il partito di Caltanissetta: Di Cristina sposava la figlia del segretario della sezione comunista. Alcuni anni dopo lo stesso Di Cristina venne nel mio ufficio a chiedere una promozione, gliela negai e raccontai tutto all'allora colonnello Dalla Chiesa. Mi portarono a confronto con Di Cristina, recluso all'Ucciardone. Una esperienza terrificante: quello che gridava e sputava e mi chiamava "vigliacco e traditore"". L'ha vista da vicino, la mafia. "Una volta mi volevano costringere ad assumere quattro mafiosi. Mi bloccarono per strada ma io ho resistito. Ricordo i Salvo. C'era un problema da risolvere: una concessione per lo sfruttamento del giacimento di Gagliano. L'assessore regionale D'Antoni voleva centocinquanta assunzioni in cambio della concessione. Il capogruppo della Dc all'Assemblea Regionale, all'epoca, era Alessi che mi avversava. Convinco il gruppo regionale della necessità della concessione, ma non D'Antoni, che era un repubblicano. Mi rivolsi all'amico Nino Salvo che mi suggerì la soluzione: mi portò nel giorno di San Pietro nelle terre di D'Antoni, mentre si trebbiava. Ebbi con l'assessore una discussione tanto calorosa quanto polverosa. Alla fine, D'Antoni capitolò e firmò. Questo lo devo a Nino Salvo, lo devo alla sua presenza quel giorno. Mi aspettavo qualche richiesta in cambio, ma lui non pretese nulla. Evidentemente gli bastava di aver dimostrato quanto valesse la sua presenza". Senatore Verzotto, nella Sicilia degli Anni 50 e 60, la Dc i mafiosi li aveva in lista. Erano suoi iscritti.... "E' vero, non si può negarlo. Anche Genco Russo fu candidato nelle nostre liste a Mussomeli. La cosa non piacque a Roma. Il segretario Rumor mi diede mandato di depennare quel nome. Andai a Mussomeli e portai con me il giovane Lillo Pumilia, che poi sarebbe diventato parlamentare, dicendogli: "Adesso ti faccio fare una bella esperienza". L'assemblea fu convocata al Circolo dei Nobili. Bel palazzo, spazioso, con grandi saloni. Il primo, il secondo, il terzo erano pieni di "coppole storte". La riunione si tenne in uno stanzino. Dissi senza perifrasi che volevo vedere la lista elettorale. Arrivammo al nome di Genco Russo. Chiesi a quale titolo stava in lista. Mi fu risposto che rappresentava la Confraternita del Santissimo Sacramento. Andai dal parroco che mi confidò di averlo dovuto fare presidente della Confraternita perché solo lui era capace di garantire una presenza di popolo in chiesa e nelle processioni. Convinsi il partito che un cotanto candidato andava speso per consultazioni più impegnative e il nome di Genco Russo fu cancellato". Altri "incontri ravvicinati"? "A parte il tentativo di sequestro, che è storia risaputa, ricordo una notte sulla strada di Valguarnera. Ero rimasto in panne. Una macchina sbucata dal nulla mi prende a bordo e mi porta al ristorante. Quando esco la mia auto è di nuovo in condizione di camminare. Chiedo: "Quant'è il disturbo?". E mi viene risposto: "Lei è persona conosciuta. Non ci deve nulla". Quello era il territorio di Calogero Volpe, mio grande elettore. Un'altra volta incontrai Lucky Luciano all'Hotel Des Palmes di Palermo. Mi volle incontrare per ringraziarmi di aver liberato la Sicilia e il Paese da quella iattura che era il governo Milazzo. Con me c'era Mauro De Mauro ed ero contento di poter offrire al mio amico un vero scoop. Luciano, infatti, parlò a ruota libera affermando che la mafia aveva collaborato per lo sbarco degli alleati in Sicilia. Anzi, era andata oltre eliminando nel porto di New York le spie tedesche che sabotavano le navi destinate agli Alleati. Ma DE MAURO preferì non scrivere nulla". Ci dica, senatore: è vero che lei incontrò il 4 maggio del 1971, il giorno prima che fosse assassinato da Cosa nostra, il procuratore Scaglione? "E' vero. Ci vedemmo a cena, e c'era anche il presidente del Tribunale Piraino Leto, suocero di Paolo Borsellino. Il procuratore era avido di notizie sulla storia del metanodotto. Era scomparso DE MAURO e la cosiddetta pista Eni non era ancora del tutto dimenticata". E la corruzione, Verzotto? Lei ha finanziato i partiti siciliani? "Come? Non sento bene. Il traffico di Parigi è troppo assordante".8 febbraio - "La Repubblica" scrive che a Genova il movimento di Antonio Di Pietro intenderebbe candidare l' anziano avv. Filippo De Jorio, il cui nome era nelle liste dei presunti iscritti alla P2 (tessera 511), accusato e assolto per il golpe Borghese del 1970. La candidatura di De Jorio avrebbe provocato malumori nel movimento. Filippo De Jorio, che ormai ha 80 anni passati, ha fatto a lungo parte della destra democristiana, legata a certi ambienti militari. Per la Dc e’ stato consigliere regionale del Lazio. Ha diretto per molto tempo la rivista “Politica e strategia”. Nell’ aprile 1975 sarebbe stato oggetto di un fallito agguato da parte dei Nap (Nuclei armati proletari). Nel 1981, quando negli uffici della Gio.Le. a Castiglion Fibocchi (Arezzo) la Guardia di finanza trova gli elenchi dei presunti iscritti alla loggia P2 guidata ufficialmente da Licio Gelli, nelle liste c’ e’ anche il nome di De Jorio, che naturalmente smentisce, minaccia querele e precisa:”c' e' una circostanza che, semmai ce ne fosse bisogno, chiarisce la mia estraneita': la data della mia pretesa iscrizione recata nel famoso elenco accanto al mio nome e' 1/1/1977; ebbene dai primi mesi del 1975 io mi trovavo all' estero donde sono tornato, dopo la sentenza di assoluzione con formula piena, nella seconda meta' del 1978. Si deve, quindi, concludere che l' inclusione del mio nome nella lista e' un falso”. In effetti nel 1977 De Jorio si trovava all’ estero, tra Parigi e Montecarlo, dove era fuggito dopo che nei suoi confronti era stato emesso un mandato di cattura per insurrezione armata contro le istituzioni dello Stato per il tentativo di colpo di stato del principe Junio Valerio Borghese (dicembre 1970). Dall’ accusa di aver partecipato in primo piano al golpe Borghese (gli sarebbe stato promesso un posto di ministro degli Esteri nel governo golpista), De Jorio viene pero’ assolto nel luglio 1978. Per la vicenda P2 comunque, il collegio dei probiviri della Dc adotta nei confronti di De Jorio il provvedimento disciplinare della sospensione per sei mesi. Negli anni ottanta De Jorio fonda un partito dei pensionati e riesce a farsi eleggere di nuovo nel consiglio regionale del Lazio con la lista “Alleanza italiana pensionati-Liga veneta”. Nell’ ottobre 1986 pero’ l' Alleanza italiana pensionati fa sapere di aver deliberato il “dimissionamento” dal movimento dell' avv. Filippo De Jorio, co-segretario e co-tesoriere dell' Aip, “per ragioni politiche e morali”, invitandolo a dimettersi anche dalla carica di consigliere regionale del Lazio per far subentrare il primo dei non eletti, gen. Giulio Cesare Graziani. Nel 1988, al processo per la strage di Bologna, Paolo Aleandri, terrorista neofascista che teneva contatti diretti con Licio Gelli e che e' diventato uno dei pentiti della destra eversiva, racconta che avrebbe avuto, tra l’ altro, l' incarico di far da tramite tra il capo della P2 e De Jorio, quando questi era latitante perche' coinvolto nell' inchiesta sul golpe Borghese. Poi De Jorio comincia un lungo girovagare tra partiti diversi, tenendo sempre un suo “zoccolo duro” di organizzatore di movimenti di pensionati. Nel 1988 De Jorio e’ alla testa di una alleanza tra una serie di associazioni dei pensionati (partito nazionale pensionati, alleanza italiana pensionati, movimento pensionati e alleanza pensionati), nel 1989 e’ candidato (non eletto) alle elezioni europee nelle liste del Psdi, nel 1992 e’ candidato (non eletto) in Liguria alle elezioni politiche per la lista “Lega casalinghe pensionati”, nel 1996 e’ candidato (sconfitto) alle politiche per Alleanza nazionale in un collegio uninominale, nel 1999 e’ candidato (ancora sconfitto), per il Movimento Sociale-Fiamma tricolore di Rauti, alle elezioni comunali di Avellino e anche alle elezioni europee.
8 febbraio – Paolo Flores D’Arcais, in un' intervista al "Secolo XIX" che sara' pubblicata domani e di cui il quotidiano ha anticipato alcuni brani, definisce De Jorio come "l' antitesi perfetta di quello che l' Italia dei Valori rappresenta in quanto frequentatore non occasionale, per anni, di ambienti golpisti, democristiani e piduisti" e "se Antonio Di Pietro confermasse la candidatura come capolista in Liguria dell' avvocato Filippo De Jorio, per lui sarebbe un suicidio politico". Filippo De Jorio intanto smentisce quanto scritto da 'Repubblica', che lo definisce "un ex della P2", coinvolto inoltre nell'inchiesta sul golpe Borghese e avverte che per aver scritto queste cose l'Unita' e' gia' stata "condannata quattro volte in sede civile e penale". De Jorio chiede una smentita a ”Repubblica” e annuncia querela contro il direttore, Ezio Mauro, e l'autore dell'articolo, Ferruccio Sansa. Un articolo che, secondo De Jorio, ha lo scopo di "infangare il mio nome" e "colpire e denigrare" il movimento di Antonio Di Pietro. "Nessuno ha mai provato che io facessi parte della P2", scrive fra l'altro De Jorio in una lettera alla Repubblica, ricordando di non essere stato mai coinvolto nel processo contro gli appartenenti alla disciolta loggia massonica, e di aver anzi difeso alcuni imputati che sono stati assolti (come i generali Picchiotti e Russo). Il senatore Antonio Di Pietro ha inviato ai direttori del Secolo XIX e al direttore della Repubblica una lettera sul caso De Jorio in cui spiega che sulla vicenda di una presunta appartenenza del candidato dell'Italia dei Valori alla P2 sara' fatta piena luce. "Noi da parte nostra - scrive Di Pietro - abbiamo provveduto immediatamente a congelare la candidatura in attesa di verificare come stanno le cose, e stia pur certo che non candideremo appartenenti alla P2 o golpisti. Il problema sta proprio qui: fino ad oggi tale circostanza non era e non e' a noi nota e siccome siamo per la legalita', quella vera a 360 gradi, non demonizziamo nessuno prima di prendere decisioni e diamo la possibilita' a tutti, quindi anche all'avv. De Jorio di esercitare il diritto di replica". Nella lettera l'ex pm di Mani Pulite rivendica la "trasparenza" del suo movimento. "Le candidature come lei sa - sottolinea - vengono depositate 40 giorni prima delle elezioni, mentre noi abbiamo posto all'attenzione dell'opinione pubblica le nostre ipotesi di candidature molto prima al fine di verificarne la bonta’". "Quanti altri partiti - sostiene Di Pietro - possono comportarsi con eguale trasparenza, con il coraggio di fermarsi e con l'umilta' di verificare in tempo utile cio' che ci viene segnalato?".
9 febbraio - Filippo De Jorio lascia Italia dei Valori accusando Antonio Di Pietro di "'slealta"', e di credere piu' alle accuse degli "ex comunisti" e giornali "notoriamente di sinistra" che alla magistratura. Per questo De Jorio, la cui candidatura per Idv in Liguria era stata sospesa da Di Pietro dopo le accuse rivoltegli, chiedera' il risarcimento dei danni. I “Pensionati uniti”, il movimento di De Jorio, ha diffuso un comunicato in cui rivela che Di Pietro, poco prima di annunciare la sospensione di De Jorio, aveva inviato un fax ai responsabili liguri del movimento e allo stesso De Jorio, in cui invitava invece "ad andare avanti con serenita"' e definiva De Jorio vittima di una "grave intimidazione". La stessa accusa, De Jorio l'ha rivolta a Di Pietro in una lettera, che accusa l'ex magistrato di "atti di slealta' che parlano da soli". "Trovo grave che un leader politico possa esprimersi cosi' diversamente a un'ora di distanza", scrive De Jorio, che considera "annullato ogni precedente accordo e annullata ogni candidatura" con Idv, dove "la presenza degli ex comunisti e' ancora troppo forte". De Jorio rinfaccia poi a Di Pietro di essere stato eletto nel Mugello "con il determinante appoggio del Pds", e di credere piu' alle "farneticazioni degli ex comunisti" che alle sentenze della magistratura "cui tu hai appartenuto", nonostante che, nota il comunicato dei Pensionati Uniti, lo stesso ex pm sia stato "sottoposto a numerosi procedimenti giudiziari, dai quali fu prosciolto". Antonio Di Pietro contesta l'accusa di 'slealta” rivoltagli da Filippo De Jorio, al quale rimprovera di aver taciuto le accuse rivoltegli a suo tempo relativamente alla P2 e al golpe Borghese. Un silenzio che, secondo Di Pietro, rende ora impossibile la sua candidatura con Italia dei valori nonostante assoluzioni e proscioglimenti. “Caro De Jorio, non e' cosi”', risponde Di Pietro alle accuse del leader dei Pensionati uniti “quando sei venuto da noi, presente Elio Lannutti, a mia specifica domanda - afferma Di Pietro - hai taciuto il fatto che su di te in passato qualcuno aveva avuto da ridire in merito al tuo ruolo nella P2 e nel Golpe Borghese”. “Tu ieri, e solo ieri - prosegue Di Pietro - dopo che erano uscite le notizie, hai detto che non ci entravi niente, e ne sono contento per te, ma tu avresti dovuto dirmi prima cosa ti era accaduto nel passato”. “Ti faccio i miei migliori auguri - conclude Di Pietro – ma non possiamo candidarti”.
15 febbraio - La sesta sezione del tribunale di Roma respinge la richiesta di sequestro dei beni di Licio Gelli e dei suoi familiari giudicandola inammissibile per incompetenza territoriale. A sollecitare la misura di prevenzione era stata nell' aprile scorso la Questura di Roma che ritiene tali beni provento di attivita' illecita. Analogo rigetto era stato deciso nel novembre 1998 dalla magistratura di Arezzo, dove vive Gelli, e sempre per incompetenza territoriale. Quella decisione era stata confermata dalla corte d' Appello di Firenze. Soddisfazione per l' esito del procedimento romano e' stato espresso dal legale di Gelli, Michele Gentiloni. "Giustamente - ha sottolineato il penalista - il tribunale ha respinto una richiesta immotivata".
17 febbraio - L' edizione napoletana di "La Repubblica" scrive:
"Arriva davanti al giudice dell'udienza preliminare il casomassoneria. Chiuso dal pubblico ministero Antonio D'Amato con tre richieste di rinvio a giudizio. La Procura di Napoli vuole il processo per Salvatore e Nicola Spinello, padre e figlio (difesi dagli avvocati Massimo Gizzi e Lorenzo D'Agostini); e per il commercialista napoletano Ubaldo Procaccini (assistito dal penalista Clemente Biondi). Il capo di accusa: "(...) perché, operando dall'interno di organizzazioni massoniche palesi, promuovevano e dirigevano un'associazione segreta, della quale occultavano esistenza, finalità ed attività sociali, rendendone sconosciuti gli aderenti". Per il pm Antonio D'Amato "(...) in tal modo svolgevano attività dirette ad interferire nell'esercizio delle funzioni di organi costituzionali (del Parlamento in particolare), nonché di enti pubblici, con la finalità di acquisire posizioni di potere in ambito economico, finanziario e politico". In sostanza sono stati contestati gli articoli 1 e 2 della legge Anselmi, nata dopo lo scandalo P2. La Procura identifica la parte lesa nel ministero dell'Interno. Fissata la data dell'udienza preliminare: giovedì prossimo davanti al giudice Todisco.19 febbraio - Due consulenti della Commissione stragi hanno acquisito dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi che sembrano diversi da quelli finora conosciuti, e la vicenda del ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso, il 9 ottobre del 1990. I due faldoni della Digos, classificati in passato con "segretissimo" recano le intestazioni: "A-4. Sequestro Moro-Covo di via Monte Nevoso-Rinvenimento del 9 ottobre 1990-Carteggio" e "Sequestro Moro-Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio". La titolazione del secondo faldone e' "sorprendente" , affermano i due consulenti Gerardo Padulo e Libero Mancuso, perche' "nessuno aveva mai accostato, alle carte di Moro, gli elenchi dei gladiatori". Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato pero' 'MORONOMI' e riguardante persone che per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Nel secondo faldone c'e' la richiesta di stilare dei "cartellini" per tutti i nominativi, comprese le date di nascita presenti nel fascicolo "Sequestro Moro-Via Monte Nevoso- Elenchi". L'originale del fascicolo, classificato "segretissimo", venne conservato in cassaforte. Ci sono poi una serie di elenchi con indicazioni diverse di segretezza, l'ultimo del 1991, che riportano elenchi di aderenti a Gladio. Da un primo esame degli elenchi, segnalano i due consulenti nel documento inviato in commissione, "sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622". Attualmente e' in corso un processo nel quale si ipotizza che gli aderenti a Gladio possano essere stati 860 e 1909 i nominativi complessivamente sequestrati a Forte Braschi nel 1991. Le note manoscritte sul registro di protocollo "appaiono redatte contestualmente con la medesima penna e successivamente alle date di riferimento". I due consulenti rinviano ad un piu' approfondito esame degli elenchi ma se dovesse essere confermata la prima impressione non ci sarebbe che da ritenere che in occasione della diffusione dell'elenco degli aderenti a Gladio "vi sarebbero state opportune scremature presso il Sismi prima e dopo l'acquisizione di notizie richieste a Ucigos, Gdf a Carabinieri e che dunque le richieste avanzate a tali Autorita' di Polizia erano dirette ad impedire che figurassero nominativi privi di quelle caratteristiche tranquillizzanti gia' riferiti dal Sismi". I consulenti avanzano due ipotesi su questa commistione di temi tra Gladio e le carte di Moro ritrovate nel 1990. Un "passaggio", quello individuato, per provvedere a ripulire le liste prima di inviarle al giudice; un modo per avere una sorta di giustificazione nel non averle mai inviate al giudici. "Altra ipotesi, ben piu' inquietante, si potrebbe formulare se - affermano - quelle intestazioni di fascicoli cosi' delicati da meritare 'segretissimo', corrispondessero al vero, se cioe' si trattasse di elenchi acquisiti in occasione del secondo sequestro delle carte di Moro in via Monte Nevoso. In proposito non si sono rinvenuti ulteriori atti che in qualche modo riconducano a tale ipotesi."
Strane carte e strani elenchi hanno gia' fatto capolino nel caso Moro in diverse circostanze: Il 14 marzo 2000, in un' audizione in commissione stragi, il giornalista Mario Scialoja viene sentito su un articolo pubblicato il 15 ottobre 1978 sull' "Espresso" con il titolo "Libro bianco sul caso Moro". Nell' articolo Scialoja scrive tra l' altro che in via Monte Nevoso "sono state trovate piu' cose di quante gli inquirenti e la stampa abbiano detto" e "e' stata anche trovata la fotocopia di un accordo di cooperazione internazionale tra i servizi segreti italiani e quelli degli altri paesi NATO". Nell' audizione, rispondendo ad una domanda, Scialoja dice che in uno dei processi sul rapimento del Presidente della Dc aveva gia' detto"che Moro aveva ricevuto, durante il suo sequestro, dei documenti, perche' durante gli interrogatori delle Brigate rosse aveva parlato di certi argomenti. Aveva ricevuto dei documenti che aveva indicato ai suoi collaboratori assistenti e che aveva nel suo studio privato di via Savoia. Su sua indicazione, questi documenti erano stati consegnati alle Brigate rosse". Le stesse cose, Scialoja le aveva in effetti scritte in un articolo del febbraio 1980, pubblicato su "L'Espresso" e intitolato "Cinque segreti intorno al caso Moro":"Qualche tempo dopo un altro episodio venne a confermare che tra le Brigate rosse e la famiglia e gli amici di Moro esisteva un canale che sfuggiva ai controlli. Mediante una serie di messaggi che riuscirono ad aggirare la rete di sorveglianza, Moro fece pervenire ai suoi intimi la richiesta di alcuni documenti riservati contenuti nella sua biblioteca che aveva sede in via Savoia 88 a Roma e da consegnare ad un emissario delle Brigate rosse. Alcuni fascicoli furono effettivamente consegnati ed arrivarono ai brigatisti, ma il fatto si seppe e ne fu informato Cossiga. Il quale si arrabbio' molto e fece sapere che se un altro episodio di quel genere fosse accaduto il Governo avrebbe preso misure severe. In che consistano i documenti di Moro consegnati alle Brigate rosse non si sa. Si sa pero' che quando il Ministro dell'interno espose il problema ad uno staff ristretto di suoi collaboratori e gli fu chiesto se l'importanza dei documenti era tale da costringere il Governo a cambiare strategia, egli rispose di no. Una certa importanza pero' quei documenti la dovevano avere, tant'e' che gli specialisti furono subito incaricati di fare una analisi sul potere destabilizzante di un eventuale loro uso illegittimo". Nel 1982, al processo Moro, l' ex direttore dell' Espresso Livio Zanetti disse che sarebbe stato "qualcuno dello staff di tecnici predisposti all' epoca dal Viminale" a rivelare a Scialoja le informazioni su via Savoia. L' 8 maggio 1978, alla vigilia dell' uccisione di Moro, un quotidiano aveva scritto che a via Gradoli sarebbero stati trovati due elenchi: uno contenente nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti regionali della Dc. Del primo elenco si fanno i nomi di Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe e Publio Fiori. Il giorno escono anche i nomi di Gustavo Selva e Giacomo Sedati e le notizie vengono riprese da tutta la stampa. Il 9 pero' Moro viene ucciso e quindi le rivelazioni si interrompono. Il 31 ottobre 1990, i magistrati Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, che indagavano sul secondo ritrovamento di via Monte Nevoso a Milano, ascoltano il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli che in un' intervista riportata dal settimanale "L' Espresso", a proposito dell' irruzione dei carabinieri in via Monte Nevoso nel 1978, aveva sostenuto che nel covo era stato trovato "un archivio con ingente materiale di natura militare di massima segretezza". Nel libro "Anni di Piombo", il gen. Morelli aveva scritto che tra le altre cose, in via Monte Nevoso, fu trovata una "schedatura di uomini politici, di dirigenti politici, di uomini di partito, di ufficiali dei carabinieri, di magistrati, di esponenti sindacali". Il 15 ottobre 1993, il giorno dopo l' arresto di Germano Maccari e la pubblicazioni delle dichiarazioni di un pentito calabrese sulla presenza in via Fani di un killer della 'ndrangheta, un giornale scrive che il gen. Francesco Delfino "dal 1978 venne inviato dall' allora ministro Francesco Cossiga ad Ankara come capo settore del Sismi, per essere allontanato dall' Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso era stato infatti trovato un documento con i nomi di tre vittime designate: insieme col colonnello Antonio Varisco e il capitano Cornacchia, c' era anche lui". Anche di questi nomi non si troverebbe pero' traccia negli atti.
Per Walter Bielli, capogruppo Ds in Commissione stragi, "E' comunque un episodio inquietante pero' puo' trovare una spiegazione qualora il senatore Andreotti fornisse ulteriori informazioni che ci potrebbero venire anche dal colonnello Fasano, che della questione pare essersene interessato". "In ogni caso da una prima sommaria analisi dei documenti si capisce che l'elenco dei gladiatori fissato in 622 risulta essere diverso. Il che ha un suo significato non trascurabile. Forse si son voluti coprire dei nomi e anche la 'pericolosita" di Gladio. La dicitura 'sequestro Moro covo di via Monte Nevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990- Carteggio' e quella sugli elenchi degli appartenenti a Gladio fa ipotizzare una possibilita': quella che i brigatisti potrebbero essere venuti in possesso dell'elenco dei gladiatori quindi con un effetto straordinario per quanto riguarda la conoscenza di organizzazioni segrete paramilitari in questo paese. A questo punto chi sa parli per evitare illazioni, fraintendimenti ma in ogni caso per spiegare atti e fatti che non hanno trovato una spiegazione logica e seria". Bielli nota che il 6 e 7 novembre 1990 si chiede esplicitamente di fare una indagine sui nomi. L'8 Androtti si reca alla Camera. C'e' da chiedersi - conclude - se c'e' una connessione tra queste tre date". An invece, con Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, attacca il documento che da' conto dei due faldoni della Digos recentemente acquisiti: "prendiamo atto, con enorme preoccupazione, di questi giochini, che una certa componente della sinistra - dicono - sta mettendo in atto, in vista dell'imminente campagna elettorale. Per rispetto della verita' e a dispetto della menzogna chiediamo formalmente che il contenuto di questa relazione venga immmediatamente sottoposta a rigorosissima attivita' di verifica da parte dell'autorita' giudiziaria e, nel caso, qualora, come siamo certi, le notizie contenute non trovino nessun riscontro con la realta', venga promossa immediatamente l'obbligatoria azione penale da parte del pm per tutti i reati ravvisabili". "In questi fascicoli - proseguono i due parlamentari di An - non esiste alcun collegamento tra gli elenchi della Gladio e il secondo ritrovamento delle carte di Moro nel covo di Milano, in via Monte Nevoso".20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.
20 febbraio - Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".
20 febbraio - La procura di Roma ha aperto un fascicolo per verificare se sia fondata l' ipotesi di un legame tra un nuovo elenco di appartenenti a Gladio e la vicenda del ritrovamento delle dossier Moro in via Monte Nevoso, come sembrerebbe emergere dopo l' acquisizione di due faldoni di documenti da parte dei consulenti della Commissione stragi. Il fascicolo, intestato "atti relativi a", e' stato aperto dai pm Franco Ionta e Giovanni Salvi, gia' titolari dei procedimenti sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro nonche' sulla struttura cosiddetta 'Stay Behind". I magistrati hanno gia' ricevuto dalla Commissione i faldoni, classificati in passato con "segretissimo", recanti le intestazioni "A-4. Sequestro Moro - covo di via Montenevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990 - carteggio" e "sequestro Moro - elenchi appartenenti organizzazione Gladio". I magistrati dovranno accertare se l' eventuale legame sia frutto anche di una casualita' dovuta alla 'coincidenza' dei tempi in cui si sono verificati i fatti.
22 febbraio - Muore l'ex direttore della Banca Rothschild di Zurigo Jurg Heer, 65 anni. Heer, detto anche il 'banchiere dei misteri', colpito dal virus hiv, ha trascorso le ultime settimane della sua vita al 'Lighthouse', un ospizio per malati di aids in fin di vita. Ex responsabile della sezione crediti della Banca Rothschild di Zurigo, dalla quale fu licenziato in tronco con accuse di frode e irregolarita', Heer usci' allo scoperto nel novembre 1992 con rivelazioni al settimanale tedesco "Bild" e al "Wall Street Journal". "Facevo parte di un sistema criminale", disse Heer, aggiungendo che "il barone Rothschild copriva una gigantesca fuga di capitali dall' Italia" con "collegamenti con la mafia nel nord d' Italia". Heer sosteneva anche di aver consegnato personalmente, con un sistema di riconoscimento basato su una banconota da 100 dollari tagliata a meta', una valigetta che, a quanto avrebbe saputo dopo, conteneva 5 milioni di dollari per i killer di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato nel 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. A dicembre 1992, in un' intervista a "Panorama", Heer aggiungeva che la banca Rothschild aveva costituito una struttura parallela proprio per le operazioni "delicate" (la "Orion") e aveva legami di affari con la "P2". E sulla vicenda Calvi precisava che l' ordine di consegnare la valigia era partito da "una persona con funzione elevata nella P2", "una persona di fiducia di Gelli". Heer, che possedeva diverse ville, aveva collezionato una ottantina di vetture d'epoca ed aveva un livello di vita estremamente lussuoso, era stato arrestato nel luglio 1992 su ordine della magistratura elvetica per aver causato perdite all' istituto di credito per oltre 200 milioni di franchi svizzeri con la concessione di crediti "scoperti". Due mesi dopo venne scarcerato e scomparve. Venne' segnalato in Italia, in Turchia e in Azerbaigian e fu arrestato di nuovo nell' ottobre 1997 a Hat Yai, in Thailandia. Nell' ottobre 1998, la Corte distrettuale di Zurigo lo riconobbe colpevole di appropriazione indebita per 55 milioni di franchi e lo condanno' a quattro anni di reclusione e a 10 mila franchi d'ammenda. Stanco, invecchiato e malato di aids, Heer rinuncio' a presentare appello.
23 febbraio - "La Repubblica" edizione napoletana pubblica una breve intervista con Salvatore Spinello, massone accusato di voler creare una sorta di Loggia P3:
""Io sono il Gran Maestro del Gosi, Grande oriente scozzese d'Italia, Piazza del Gesù, per intenderci, massoneria regolare e non un sovversivo, vorrei tanto poterlo spiegare al procuratore Agostino Cordova, parlandogli di persona...".
Eccolo qui il professore Salvatore Spinello, accusato dalla Procura di voler fondare una sorta di P3. Un'indagine che in ottobre portò agli arresti domiciliari il professore e suo figlio con l'accusa di aver violato la legge Anselmi nata subito dopo lo scandalo P2. Settantanove anni portati gagliardamente, barba e pizzetto bianchi, attende davanti all'aula 211 che si svolga l'udienza preliminare dell'inchiesta che lo vede imputato assieme al figlio Nicola e al commercialista napoletano Ubaldo Procaccini.
"Posso spiegare tutto, io: la massoneria napoletana, Craxi e il pentito della mafia", dice con enfasi a Repubblica.
Allora, professore, voleva imitare Licio Gelli?
"Nooo, noi siamo contro la P2 di Gelli".
Sarà, ma la Procura dice che volevate riscrivere la Costituzione e interferire con il Parlamento...
"Certo che voglio riscrivere la Costituzione, vecchia com'è... Anzi, l'ho già riscritta e spedita a tutti i parlamentari. La prima volta che mi dedicai alla Costituzione fu da consulente di Bettino Craxi, che mi ringraziò ma poi non fece nulla del mio documento".
A Napoli stavate costituendo una loggia segreta, recita l'accusa.
"Per Napoli avevo un progetto...".
Quale?
"Rimettere assieme gli appartenenti a logge regolari. Trovare una sede, aprirla. Niente di segreto. Mi hanno fermato prima".
La Procura le addebita comportamenti a dir poco inquietanti.
"Quel signore che mi accusa non dice il vero".
Si riferisce a...
"Angelo Siino".
Lei conosceva il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra?
"L'ho conosciuto, per 15 minuti 15, negli anni 80, quando era uno stimato imprenditore sposato con una nobildonna e non un mafioso pentito".
Chi glielo presentò?
"Un fratello siciliano. Ma guardi che io conosco tutti, da Craxi ad Andreotti...".
Lei è il Gran Maestro di quanti massoni?
"Sono 8 mila nella mia area. Di tutte le professioni".
È già stato inquisito per vicende massoniche?
"Sì, ed anche prosciolto. Indagini sempre di Cordova, contro il quale non ho nulla. È in buonafede e vuol far qualcosa per il Paese, peccato non abbia mai voluto interrogarmi di persona, guardarmi negli occhi, sentire le mie risposte".
In aula, il figlio del Gran Maestro, Nicola Spinello, annuncia due iniziative. Dice di aver chiesto alla Procura generale l'avocazione di un'indagine su suo padre e lui; aggiunge di voler ricusare il gup per essersi già pronunciato su un aspetto della vicenda. Poi, le solite schermaglie procedurali. Ed il rinvio. Lontano. Al 4 maggio."26 febbraio - Presentato in Francia il libro "Revelations", di Denis Robert, un giornalista non nuovo ad inchieste sul mondo della finanza e sui paradisi fiscali. Il libro parla di una "camera di compensazione" finanziaria, con base a Lussemburgo, che sarebbe diventata in qualche anno base di un vorticoso giro di conti segreti per centinaia di miliardi di dollari. Il libro, che uscira' in settimana in Francia, cita banche ed imprese di molti paesi che sarebbero coinvolte, lasciando intendere che quei conti segreti servivano per loschi affari, come il riciclaggio di denaro e si basa quasi esclusivamente sulla testimonianza di Ernest Backes, che fu dirigente della Cedel (la "camera di compensazione" lussemburghese che adesso si chiama Clearstream) e che fu poi licenziato. Backes sostiene di essere in possesso di un'impressionante documentazione fatta di dischetti, videocassette, roba da "riempire decine di metri di scaffali" e che rappresenta "un'assicurazione sulla vita". C'e' di tutto, dalla Elf all'Ambrosiano, dalla banca spagnola Banesto ai fondi pensione Chrysler Canada, ai pesos d'oro messicani del dittatore cubano Batista. Per 'Le Figaro', che ha aperto la sua prima pagina con la presentazione del libro, il sistema della Cedel-Clearstream potrebbe essere "la piu' grande macchina di riciclaggio di denaro sporco al mondo". Da parte della finanziaria lussemburghese e' giunta subito una secca smentita, che parla di controlli "draconiani" sui propri conti. La Cedel nacque alla fine degli anni Sessanta per venire incontro alla legittima esigenza delle banche internazionali di minimizzare i tempi e i costi per i trasferimenti di documenti contabili, annullando fra l'altro le somme che gli istituti dovrebbero ogni volta versarsi l'un l'altro. Ma, all'inizio degli anni Novanta, questa la tesi di 'Revelations', si sviluppo' in poco tempo la pratica dei "conti segreti". Prima ogni banca aveva un conto presso Cedel, da un certo momento in poi tutte - comprese quelle con sede nei paradisi fiscali o un'esercito di neonate banche russe di dubbia origine - sono state autorizzate ad aprire dei "sottoconti" in codice. In alcuni casi, grandi gruppi industriali avevano accesso diretto a questi conti. Denis Robert, quando parla di coinvolgimenti italiani, cita praticamente tutti i grandi misteri e scandali italiani degli ultimi anni, da Calvi alla P2, dallo IOR a Gladio, sempre affidandosi a documentazioni gia' note e pubblicate. I conti delle banche italiane, secondo lui, erano particolarmente numerosi (a fine anni Settanta apportavano il 60% del volume di affari trattati da Cedel) in quanto "nel loro paese erano sottomesse a pesanti tassazioni di capitali". "Le Monde", che giudica relativamente affidabilel'inchiesta, scrive pero' oggi che "i fatti che 'Revelations' denuncia restano da provare".
27 febbraio - Il quotidiano online "Il Nuovo" pubblica un altro articolo di Gianni Cipriani sulle carte dell' archivio Cogliandro. Le rivelazioni riguardano i giornalisti e le testate spiate dal Sismi:
"Spie in redazione
Nome per nome, tutti i giornalisti schedati dal Sismi negli anni della gestione Santovito-Cogliandro. Notizie su testate di ogni tendenza e colore finivano negli archivi di Forte Braschi.
ROMA - Quando un giorno sarà scritta una prima storia dello spionaggio in Italia, sicuramente una delle categorie che raggiungerà il vertice tra quelle che hanno prestato ai servizi segreti agenti, informatori, fiduciari e spie, sarà quella dei giornalisti i quali, per la natura stessa del loro mestiere che li autorizza a muoversi e a "domandare", sono sempre stati considerati dagli esperti di intelligence una delle principali fonti. E come tali utilizzati, spesso con il consenso del giornalista stesso. Ma i giornalisti, proprio per la delicatezza del loro ruolo - si pensi solo ai vaticanisti, ai giudiziari e a quelli dei servizi politici - sono stati molte volte anche vittime di attività spionistiche dei servizi segreti stessi, i quali avevano interesse a raccogliere ogni tipo di informazione soprattutto sui personaggi più "scomodi" e, comunque, su ogni persona che, in un futuro indefinito, avrebbe potuto essere avvicinata e convinta a collaborare con le lusinghe o con il ricatto. Ed in effetti l'esame del carteggio del Controspionaggio a suo tempo sequestrato dal giudice Rosario Priore nell'ambito della maxi-inchiesta sulla strage di Ustica, fa emergere una vera e propria schedatura di massa che vede, tra testate e giornalisti, circa 100 fascicoli aperti dal Sismi, molti dei quali sono stati opportunamente distrutti perché, c'è da ritenere, contevano informazioni di natura privata o raccolte in maniera illegittima. Proprio perché la schedatura è di massa, è difficile individuare uno dei criteri seguiti dal servizio segreto, che ha inserito nelle sue liste giornalisti e testate di ogni tendenza politica, con particolare riferimento alle "personalità" e ai cronisti d'inchiesta. Ad ogni modo, da un rapporto, è possibile comprendere che uno degli interessi del Sismi, come detto, era quello di non escludere di poter tentare di "agganciare" in futuro il giornalista, se ciò fosse stato ritenuto utile. Naturalmente i giornalisti nulla sapevano di questo interesse degli 007. La vicenda più significativa, in questo caso, è quella di Jas Gawronsky , corrispondente della Rai da Mosca, sul quale, al momento della nomina, fu preparata una velina. Le indicazioni a margine erano assai eloquenti: "E' possibile avvicinarlo?". Il nome di Gawronsky, tra l'altro, era finito anche all'interno del dossier Mitrokhin sulle spie sovietiche in Italia, ma il dossier, nonostante l'infinita polemica politica, si è dimostrato largamente inattendibile, pieno di imprecisioni. E comunque è da escludere che il giornalista della Rai fosse una spia russa. Al contrario, è evidente come il ruolo di corrispondente da Mosca fosse considerato, sia dal Sismi che dal Kgb, come un posto privilegiato per inserire un informatore. Un "blocco" di giornalisti schedati riguarda, come detto, quelli che si sono più di altri misurati con il terrorismo e i "misteri d'Italia". Molti i nomi di rilievo che non hanno bisogno di presentazioni: Chiara Beria D'Argentine ; Pietro Calderoni; Romano Cantore ; Roberto Chiodi; Roberto Fabiani; Francesco Paolo Giustolisi; Fabio Isman, il giornalista del Messaggero che fu arrestato per aver pubblicato i verbali segreti di Patrizio Peci che gli erano stati dati dal vice-capo del Sisde, Silvano Russomanno; Giulio Obici, inviato di punta di Paese Sera; Mario Scialoia, che realizzò l'intevista-scoop con il brigatista Giovanni Senzani mentre questi era latitante; Pino Bongiorno; Andrea Santini di Paese Sera, "monitorato" per una sua inchiesta sulle Forze Armate e poi Mino Pecorelli, il suo primo direttore Franco Simeoni e Paolo Senise, che negli anni successivi avrebbe collaborato proprio con il colonnello del Sismi, Demetrio Cogliandro. In questo elenco c'era anche Marco Ligini, l'autore del libro-inchiesta Strage di Stato su piazza Fontana, il quale "godeva" di una sorveglianza continua. Nutrito anche il "pacchetto" dei direttori di giornale o di coloro i quali lo sarebbero diventati: Rodolfo Brancoli, per un breve periodo alla guida del Tg1; Ugo Stille del Corriere della Sera; Livio Zanetti ; Emilio Fede, all'epoca celebrato giornalista Rai e adesso alla guida del Tg4; Giuseppe Fiori, di Paese Sera; Antonio Ghirelli, già collaboratore di Pertini; Claudio Rinaldi, finito all'Espresso; Gaetano Scardocchia della Stampa; Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica ; Luigi d'Amato, direttore di Vita; Giano Accame, direttore del Secolo d'Italia. Molti anche i giornalisti autorevoli e famosi tra cui (con la qualifica di giornalista-scrittore) era stato inserito anche Alberto Moravia. Tra loro Giorgio Bocca, Gianni Corbi, Barbara Spinelli, Giulietto Chiesa (chiamato dal Sismi Lucietto, ndr) il vaticanista Alceste Santini, vero e proprio "ambasciatore" del Pci presso la Santa Sede, Giancesare Flesca e Antonio Gambino, Paolo Guzzanti, Alberto Jacoviello, ex Unità passato a Repubblica e Ulderico Munzi . L'elenco, ad ogni modo, è sterminato. Vi compaiono i nomi di molti giornalisti ancora oggi - ma non sempre - in piena attività: Pino Barile, Vincenzo Piero Baroni , Stefano Brusadelli, Matteo Spina, Rosy Talamone, Michele Topa, Paolo Torresani, Massimo Tosti, Massimo Uffreduzzi, Ernesto Viglione, Giuseppe Catalano, Sergio Cecchini, Paolo Cichero, Fabrizio Coisson, Lionello Colozza, Gabriele Invernizzi, Nino Longobardi, Gianni Lazotti, Marcella Leone, Goffredo Parise, Rita Porena, Giorgio Porreca, Eric Salerno, Francesco Lisi, Paolo Torresani , Giuseppe Catalano, Lionello Calozza, Sergio Cecchini e Gianni Rossi. Ciascuno di loro aveva un fascicolo. Anche in questo caso, come era accaduto per i rapporti su Papa Giovanni Paolo II, molte delle carte sono andate distrutte, altre ancora sono conservate negli archivi di Forte Braschi. Infine, tra le persone titolari di un fascicolo, era stato inserito Giorgio Boatti, studioso delle Forze Armate e autore di molti libri sulla strategia della tensione, nonché gli esperti di questioni militari e strategiche Stefano Silvestri ed Enrico Iacchia. Ma non è finita: nella schedatura di massa fatta dal Sismi dell'epoca non solo erano previsti i dossier sui singoli giornalisti, ma anche le pratiche su ogni singola testata. Così, nel carteggio non solo erano finiti i faldoni relativi all'organo del Pci, l'Unità , o al giornale filo-comunista Paese Sera o a Lotta Continua o, ancora, al settimanale satirico il Male , ma anche giornali i quali, almeno secondo le logiche dell'epoca, avrebbero dovuto essere considerati più affidabili. Ecco così che era stata fatta una schedatura addirittura sul quotidiano della Santa Sede l'Osservatore Romano e sull'altro periodico Civiltà Cattolica (forse l'attività era parte integrante dello spionaggio verso il Vaticano) e verso le principali agenzie di stampa: l'Ansa, la Kronos, Radiocor. Tra i quotidiani il Corriere della Sera, il Giorno, il Giornale d'Italia, il quotidiano di Napoli, Roma e il Messaggero. E infine l'Occhio, diretto da Maurizio Costanzo che ebbe vita breve. Non potevano, naturalmente, mancare i settimanali. L'Europeo, il Mondo , l'Espresso e Rivista Confidenziale. E infine Panorama. Una redazione, all'epoca, particolarmente controllata: a margine del registro, infatti, c'era scritto a proposito di un rapporto datato 4 gennaio 1980: collusioni tra giornalisti e presunti capi delle Brigate Rosse. Le accuse non sarebbero mai state provate. Eppure quella "maldicenza" ha continuato a circolare per molto tempo. Tant'è che le stesse cose sarebbero state ripetute, circa dieci anni dopo, da un informatore (un giornalista) del Sismi, che lavorava proprio per il colonnello Cogliandro. Ossia per il responsabile dell'archivio del Controspionaggio."8 marzo - "La Repubblica", edizione di Firenze, scrive che una lettera intimidatoria su "Berlusconi piduista" è stata recapitata a due consiglieri di Forza Italia in palazzo Vecchio, Bianca Maria Giocoli e Massimo Pieri. La lettera, spedita da Roma, conterrebbe offese ad esponenti di Forza Italia ed a Berlusconi, assieme al riferimento che il leader azzurro è stato iscritto alla loggia massonica P2. "All'inizio non gli avevamo dato molta importanza, ma ci hanno consigliato di non sottovalutare la cosa" afferma Massimo Pieri che, insieme alla sua compagna di partito Giocoli, ha consegnato il testo della lettera al responsabile dell'Ufficio città sicura Stefano Filucchi con il quale hanno poi incontrato il dirigente della Digos fiorentina Benedetti.
13 marzo - Il presidente dell'Unione degli Industriali di Roma Giancarlo Elia Valori, nel convegno “La tesi di Roma per la competitivita': coniugare saperi e nuova economia”, afferma che per gestire il nuovo processo di informatizzazione “e' forse giunto il momento di riconsiderare il modello di organizzazione del mondo del lavoro, delineato dall'articolo 39 della Costituzione” sui sindacati. La proposta parte dalla considerazione che “e' indiscutibile - ha spiegato Valori - che la new economy avra' un'incidenza quanto mai negativa sull'occupazione. Il che si iscrive, a ben vedere, in un trend che possiamo definire storico. I sistemi industriali si sono da sempre evoluti, deprimendo quantitativamente la mano d'opera coinvolta nei processi produttivi. Adesso occorre gestire questo nuovo processo di informatizzazione, che fa paventare lacrime e sangue, se non verra' amministrato con la completa collaborazione di tutti”. Valori afferma anche che, dopo aver incontrato i candidati sindaci dei due schieramenti, Veltroni e Tajani, incontrera' i candidati premier Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi.
14 marzo - Daniele Luttazzi, durante la puntata di Satyricon, intervista Marco Travaglio, autore del libro “L'odore dei soldi”, parlando di lui come di “un uomo che ha coraggio” e definendo l' Italia “un paese di merda”. In un' intervista, che fara' probabilmente discutere come alcune delle precedenti andate in onda del programma di Raidue, Luttazzi ha dato spazio all' autore del libro in gran parte dedicato a Silvio Berlusconi. Fra le altre parti del suo libro, Travaglio ha ricordato quella in cui viene citata l' intervista di Paolo Borsellino in cui si parla anche dei rapporti tra Berlusconi e Mangano. Quell' intervista, secondo Luttazzi, se fosse stata fatta oggi avrebbe fatto guadagnare anche a Borsellino, che aveva notoriamente simpatie di destra, l' epiteto di toga rossa. Alla fine Luttazzi, rivolto a Travaglio, ha concluso: “In questo paese di merda tu sei uno che ha coraggio”.
15 marzo – Per Silvio Berlusconi, quelle lanciate nella trasmissione Satyricon sono accuse inverosimili, formulate in base a una "intervista manipolata" e di fronte alle quali non si "abbassa a rispondere", ma annuncia querele. Berlusconi chiede le dimissioni del presidente della Rai Roberto Zaccaria e subito dopo ribadisce: "Evidentemente la sinistra è alla disperazione e deve ricorrere a queste bassezze. Sono sicuri di perdere e questa trasmissione è un boomerang per la sinistra". Prima delle esternazioni serali il leader della Casa delle libertà aveva affidato i suoi giudizi a una lunga dichiarazione scritta. La Rai, sostiene Berlusconi, si è trasformata "in cassa di risonanza di un libercolo diffamatorio presentato come una raccolta di verità da un suo autore" e le "sconvolgenti verità" esposte nella trasmissione Satyricon sono "null'altro che tesi affacciate, scegliendo fior da fiore, e omettendo quanto non di comodo in sede giudiziaria: tesi tanto sballate da non aver mai portato neanche all'emissione di un avviso di garanzia" nei suoi confronti. La cassetta con l'intervista di Paolo Borsellino, dice il Cavaliere, "è stata manipolata". "Davanti all'accusa secondo la quale sarei tra i mandanti occulti delle stragi di Capaci, di via D'Amelio, degli Uffizi - insiste - non mi abbasso a risponderne. Dovranno invece renderne conto l'autore del libercolo, il conduttore della trasmissione e i vertici della Rai". "Con l'avvicinarsi delle elezioni - scrive ancora il leader di Forza Italia - ero stato facile profeta nel prevedere che ne avremmo viste delle belle. Quello che non potevo nemmeno immaginare era che l'azienda che gestisce il servizio pubblico dell'informazione si trasformasse in cassa di risonanza di un libercolo diffamatorio presentato come una raccolta di verità da un suo autore, già condannato per diffamazione, con la complicità di un conduttore che lo aizzava a dire di tutto, di più e anzi di peggio". Berlusconi annuncia quindi che "ovviamente" i suoi legali chiederanno conto nelle opportune sedi giudiziarie del loro operato "ai diffamatori autori del libercolo". "La qualità dell'aggressione, concertata in mio danno - aggiunge - può essere percepita da chiunque quando si consideri il modo in cui il diffamatore e il suo complice hanno sfruttato il nome di Paolo Borsellino e l'intervista, presentata come una sorta di testamento spirituale, da lui resa due giorni prima della strage di Capaci: tutti sanno, e soprattutto lo sa la Rai, che la mandò in onda nel settembre 2000, che quella cassetta è stata manipolata, come risulta dalla trascrizione integrale dell'intervista pubblicata da 'L'Espresso' dell'8 aprile 1994, a pagina 80-84".
15 marzo – In una cerimonia a Palazzo Ruspoli a Roma, il direttore generale dell' Unesco, Koichiro Matsura, conferisce l’ importante riconoscimento internazionale di ambasciatore dell’ Unesco al presidente dell' Unione degli Industriali di Roma. Giancarlo Elia Valori.
19 marzo - Dopo un esilio in Sudafrica durato 21 anni, Gianadelio Maletti ha lasciato ieri sera Johannesburg per Milano dove e' arrivato in mattinata. L'ex capo del Reparto D del Sid, latitante da anni, ha accettato di tornare in patria e domani deporra' davanti alla Corte d'Assise di Milano sulla strage di Piazza Fontana. Il generale Maletti sara' in Italia per alcuni giorni, protetto da un salvacondotto previsto dall'articolo 728 del Codice di Procedura penale, che stabilisce come una persona che compare per deporre non possa essere sottoposta a restrizioni della liberta' personale. L'estate scorsa Maletti e' stato condannato a 15 anni per strage, al termine del processo per l'attentato alla questura di Milano del 17 maggio 1973. La condanna ha spronato Maletti, che in tutti gli anni di latitanza aveva mantenuto il piu' assoluto silenzio sul suo ruolo nella "strategia della tensione", a decidere di parlare. Dopo lunghi e delicati negoziati condotti dal suo legale di fiducia, avvocato Michele Gentiloni, con la Procura di Milano, il generale ha accettato di tornare in Italia per deporre. Considerazioni di natura personale hanno anche giocato un ruolo nella decisone di rientrare: Maletti, hanno fatto sapere fonti a lui vicine, non e' in buona salute e desiderava da tempo rientrare in patria, dove vive sua figlia. Dopo ventuno anni di silenzio, c'e grande attesa per le parole di Maletti, da molti considerato l'unico in grado di rivelare i retroscena e i segreti di uno dei periodi piu' bui della storia della Repubblica italiana. L'ex capo dell'Ufficio D del Sid Gianadelio Maletti, giunto stamani a Milano con un aereo proveniente Johannesburg rimarra' in Italia per cinque giorni. L'ex generale, che domani sara' sentito come imputato in procedimento connesso al processo per la strage di piazza Fontana, in corso a Milano davanti ai giudici della seconda Corte d'Assise, non potra' usufruire dell'intero salvacondotto di 15 giorni che gli e' stato accordato. Dal 24 marzo, infatti, sara' soppresso il volo diretto da Milano per il Sud Africa, sicche' l'ex generale dovrebbe imbarcarsi su altri voli e fare scalo in altri aeroporti europei dove, in teoria, potrebbe esser fermato e arrestato non essendo coperto dal salvacondotto. Dopo la deposizione di domani l'ex generale, giovedi', sara' sentito anche dai magistrati della Procura di Brescia che indagano sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (otto morti e un centinaio di feriti).
20 marzo - L' ex capo dell' ufficio del Sid, Gianadelio Maletti, arriva alle 9.45 all' aula bunker di piazza Filangeri, a Milano, dove si svolge il processo per la strage di piazza Fontana. Maletti, condannato a 14 anni di reclusione per depistaggio e a 15 anni di reclusione nel processo per la bomba davanti alla questura di Milano, ha ottenuto un salvacondotto di 15 giorni per poter deporre. Maletti da 21 anni vive in Sud Africa dove dal 1980 ha anche ottenuto la cittadinanza. Durante l’ interrogatorio Maletti dice che "E' probabile che la Cia abbia aiutato movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana" e spiega i rapporti che esistevano all'epoca tra il Sid e la Cia. Rapporti sostanzialmente di "sudditanza" da parte del servizio italiano nei confronti di quello americano. A quanto ha raccontato Maletti, insomma, gli agenti della Cia poco o nulla riferivano ai nostri servizi, anche se indagavano sulle questioni italiane. Per fare un esempio, ha citato Edgardo Sogno. "Sogno - ha detto Maletti - ha avuto rapporti con uomini della Cia. Stava raccogliendo le fila per un golpe, di questo ne ha parlato con la Cia che pero' non ha informato i nostri servizi. Questa mi pare una politica scaltra tra alleati". Maletti ha anche spiegato che il servizio americano aveva avuto precise informazioni sulla vicenda della 'Rosa dei Venti'. All'inizio dell' udienza le difese di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi hanno sollevato un' eccezione sulla possibilita' di sentire l' ex generale del Sid. Secondo gli avvocati delle difese, Maletti dovrebbe essere sentito come testimone e quindi giurare; secondo il pm, invece, Maletti doveva essere sentito come indagato in procedimento connesso. La Corte ha deciso di sentire Maletti in quest'ultima veste. Maletti racconta anche che il Sid aveva infiltrati in Ordine Nuovo e in Avanguardia Nazionale:”Avevamo infiltrati e informatori". Il generale ha spiegato alla corte che, per i servizi, era "normale" infiltrare le organizzazioni di estrema destra, e dice anche che "Il servizio americano contribuiva a finanziare a livello economico il Sid". "Il servizio americano –per Maletti - ha avuto anche una parte importante nella costituzione di Capo Marrargiu". L' ex capo del reparto D del Sid ha riferito che la Cia in Italia aveva molte basi, e tra queste erano operative anche le caserme della Setaf e della Ftase. "Nel 1971 ho appreso che anni prima, attraverso il passo del Brennero, era arrivato dell' esplosivo direttamente dalla Germania per una cellula veneta di destra" afferma anche l' ex capo del reparto D del Sid, spiegando di avere appreso questa notizia nel 1971 direttamente dal capo centro del servizio a Padova. Conversando con i giornalisti durante la pausa dell'udienza, Maletti dice anche:"Ho sempre avuto la sensazione che ci sia stata una matrice e un appoggio oltre frontiera. Certo, non penso ai tedeschi" ha detto ancora Maletti, aggiungendo "L'aiuto non poteva venire che da la'. Pensate che negli Stati Uniti ci sono tutt'oggi gruppi neonazisti". Maletti, che aveva parlato del suo trasferimento durante l' udienza, e' ritornato su questo punto conversando con i giornalisti: "Nel '75 sono stato trasferito. C'e' stato in me un senso di frustrazione, perche' per la strage di Piazza Fontana, come servizio non ci interessavamo piu', in quanto si occupava l'autorita' giudiziaria. C'erano pero' stati altri attentati e io stavo indagando su gruppi dell'eversione di destra e di sinistra". Sul ruolo della Cia e dei servizi militari statunitensi, Maletti ha un' idea chiara: "Aiutavano i movimenti eversivi italiani che facevano comodo alla politica americana". Lo facevano in modo prepotente, senza coinvolgere i servizi italiani: "Un esempio questo - ha detto Maletti - di sovranita' limitata. Loro sostenevano economicamente il Sid ma non davano alcuna informazione". Le basi degli agenti della Cia, proprio come ha detto Digilio, erano le caserme della Ftase e della Setaf di Verona e Vicenza. Anche su questo punto ha detto di non avere prove, ma ha aggiunto: "Io so che le cose stanno cosi' anche perche' ho fatto un corso di due anni negli Usa. Lo so per esperienza, lo so perche' sapere quelle cose era il mio mestiere". L'ex generale ha anche confermato che il servizio segreto italiano infiltrava le organizzazioni di estrema destra. "Tutti infiltravano tutti. Era un groviglio inestricabile". E ha anche ricordato che tra le fonti c'era quella denominata 'Tritone', ovvero l'ordinovista Maurizio Tremonte, ora indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Piu' reticente, invece, e' stato sulla riunione del 18 aprile del 1969 avvenuta a Padova, nel corso della quale, secondo Marco Pozzan, che ha poi ritrattato, vennero decisi gli attentati ai treni dell'estate. A quella riunione, secondo il primo racconto di Pozzan, oltre a Freda e Ventura era presente anche Pino Rauti. Su questa vicenda, Maletti non ha detto chi fu la fonte che lo informo' nonostante esista un suo manoscritto nel quale scriveva al capitano La Bruna che non avrebbe fatto quel nome. Di voler tornare in Italia per deporre, a certe condizioni, Maletti aveva parlato all' inizio di agosto del 2000, in un' intervista a “La Repubblica”. Maletti aveva detto:"Ripetero' tutto davanti all' autorita' giudiziaria, purche' ci siano le condizioni. E'chiaro che mi voglio tutelare, ho gia' pagato abbastanza per delle accuse infondate". Ottanta anni ancora da compiere, Maletti e' stato al centro di molte delle vicende piu' oscure della storia italiana. Nato il 30 settembre 1921 a Milano, da una famiglia piemontese di antiche tradizioni militari, finisce anche lui nell' esercito e poi nel Sid, che allora era l' unico servizio segreto italiano. Dirige l' ufficio "D" dal 1971 al 1975 quando il capo del Sid era il gen. Vito Miceli. I due erano divisi da una fiera rivalita', nonostante i nomi di entrambi comparissero poi nelle liste dei presunti iscritti alla loggia massonica P2, trovate nel 1981 negli uffici della Gio.Le. di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Quando scoppia lo scandalo P2 Maletti si trovava gia' in Sudafrica. Dalla carica nel Sid, secondo quanto scrisse allora Lino Jannuzzi sul settimanale "Tempo", Maletti fu destituito improvvisamente dopo un' intervista rilasciata allo stesso settimanale in cui parlava di una riorganizzazione delle Brigate rosse "sotto forma di un gruppo ancora piu' segreto e clandestino e costituito da persone insospettabili, anche per censo e per cultura, e con programmi piu' cruenti" e che "i mandanti restavano nell' ombra, ma non direi che si potessero definire 'di sinistra"'. Maletti era gia' stato arrestato per qualche settimana nel 1976, insieme al suo braccio destro, il cap. Antonio Labruna, nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana. Per la strage del 1969 alla Banca nazionale dell' Agricoltura il generale ebbe una condanna definitiva ad un anno per falsita' ideologica in atti pubblici (per il passaporto procurato a Marco Pozzan, all' epoca imputato di strage). Ma il gen. Maletti ha avuto anche altri problemi con la giustizia italiana. Nel 1996 e' passata in giudicato anche la condanna a 14 anni subita nel processo per l' attivita' della P2, per procacciamento di notizie riservate. Di un anno fa e' invece la condanna in primo grado a 15 anni nel processo davanti alla quinta Corte d'Assise di Milano sulla strage davanti la questura di Milano del 1973 per l' accusa di occultamento di notizie riguardanti la sicurezza dello Stato. Nelle motivazioni la sua responsabilita' viene definita "manifesta e gravissima". L'allora capo del reparto 'D' del Sid "seppe dei propositi di attentato a Rumor addirittura prima che venisse perpetrato", omise di riferirli alla magistratura e occulto' documenti e nastri magnetici importanti. Nel 1999 invece il generale era stato assolto nel processo per il disastro dell' "Argo 16", l' aereo dei servizi segreti precipitato nel 1973. Per lui il pm aveva chiesto una condanna a 8 anni per soppressione di atti concernenti la sicurezza dello Stato. Nel 1997, la commissione stragi va in Sudafrica per sentire Maletti (che era gia' stato interrogato a Johannesburg l' anno precedente dai giudici perugini del processo Pecorelli e nel 1991 dal giudice veneziano Casson, che indagava su Gladio). Nell' audizione, durata quasi tutto il giorno, Maletti delineo' un quadro di forte dipendenza dei servizi italiani da quelli americani, e disse di aver informato il ministro della Difesa sul "salto di qualita"' delle Br ma che il suo allarme non venne raccolto. Maletti avrebbe avvalorato anche l' ipotesi di una pluralita' di reti anticomuniste operanti in Italia e detto di aver ricevuto, fino a meta' degli anni ottanta, minacce riconducibili ad ambienti italiani. Maletti accuso' politici italiani di aver chiuso gli occhi, volontariamente e per fini politici, prima nei confronti del terrorismo di destra e poi, quando ne venne denunciata la pericolosita', anche verso le Br. "Ci sono stati episodi, non solo nel Sid - disse Maletti - che fanno pensare che alcune direttive venissero impartite nel senso di tollerare, e di chiudere gli occhi su avvenimenti molto gravi. Con cio' mi riferisco al ministro della Difesa, dell' Interno ed anche alla Presidenza del Consiglio". Piu' o meno gli stessi concetti, Maletti li ripete nell' intervista dell' agosto del 2000:"La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l'arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo e' il presupposto di base della strategia della tensione". L' ultima intervista rilasciata da Maletti e' del gennaio di quest' anno, dopo le rivelazioni di un pentito di mafia su un presunto collegamento dell' uccisione del giornalista Mauro De Mauro con il golpe Borghese.
20 marzo – Nel link potete trovare a confronto i resoconti di “Corriere della Sera”, “Stampa”, “Repubblica” e “Messaggero” sull’ interrogatorio del gen. Gianadelio Maletti, al processo per la strage di piazza Fontana.
20 marzo - "Fino ad ora mi pare che si sia scoperta l'acqua calda". Lo ha detto il giudice veneziano Carlo Mastelloni, commentando le dichiarazioni dell'ex capo del reparto D del Sid, gen. Gianadelio Maletti, sentito al processo per la strage di piazza Fontana come testimone indagato in procedimento connesso.
20 marzo - Al processo per la strage di piazza Fontana, il pm Massimo Meroni chiede la testimonianza di Anna Fusco, figlia di Matteo Fusco, ufficiale del Sid che il giorno della strage di piazza Fontana sarebbe dovuto essere a Milano per sventare l'attentato, e qulla di Paolo Emilio Taviani. La vicenda era emersa nel settembre dello scorso anno quando l'ex ministro Paolo Emilio Taviani, sentito dai Ros, aveva raccontato di avere appreso che un uomo del Sid era stato inviato da Roma a Milano per bloccare il piano stragista. In realta' Matteo Fusco, giunto all'aeroporto di Roma aveva appreso alla radio che una bomba era scoppiata alla Banca nazionale dell'Agricoltura, per cui aveva fatto marcia indietro. In questi giorni Anna Fusco, figlia dell'ufficiale del Sid morto qualche anno fa, e' stata sentita e ha sostanzialmente confermato questa versione. La donna, che e' molto malata, e che all'epoca era vicina al Movimento studentesco, ha confermato che il padre visse con il cruccio di non essere riuscito ad evitare la strage.
21 marzo - Il senatore Vincenzo Manca (FI), vicepresidente della commissione stragi, dichiara che la commissione ha condotto riscontri sulle affermazioni fatte nell' agosto dell' anno scorso dal generale Gian Adelio Maletti, gia' responsabile dell' Ufficio D del Sid, sul fatto che l' esplosivo utilizzato per la strage utilizzato per la strage di Piazza Fontana venisse dalla Germania. Questi riscontri sarebbero stati negativi e Manca accusa l' alto ufficiale di aver detto cose false e destituite di ogni riferimento e riscontro probatorio" "Va rilevato con amarezza - dice il senatore di Fi - che un personaggio delle istituzioni che ha indossato l' uniforme non puo' centellinare verita' a rate o, addirittura, affermando l' esatto contrario (arrivando a smentire se' stesso) cosi' come accaduto davanti alla commissione Stragi, durante la sua lunga audizione in Sud Africa nel marzo 1997". Manca afferma infatti che la Commissione ha verificato che l' unico elemento che conforta le affermazioni di Maletti sulla provenienza dell' esplosivo utilizzato per la strage del 12 dicembre 1969 e' contenuta in un appunto generico, datato 1974, relativo a presunte partite di armi ed esplosivo provenienti non gia' dalla Germania ma dall' Olanda. "Ma dalle cronache apprendiamo, inoltre, che il gen. Maletti avrebbe maturato il convincimento di venir a deporre al processo per 'amor di patria'. Dalle stesse apprendiamo che la sua latitanza in Sud Africa e' stata resa possibile oltreche' dalla pensione di ufficiale delle forze armate italiane, anche da un vitalizio versatogli dal Mossad, il servizio di sicurezza israeliano. La domanda e' questa: a quale amor di patria ha fatto riferimento ieri Maletti durante l' udienza in Corte d' Assise?".
22 marzo – Il gen. Gianadelio Maletti non si presenta negli uffici della Procura di Brescia per essere interrogato dai pm bresciani titolari dell'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia. Si e' saputo, nel frattempo, che la difesa del generale dei carabinieri Francesco Delfino, indagato nell'inchiesta, ha chiesto che Maletti venga sentito con la formula dell'incidente probatorio. Il gip Francesca Morelli non ha ancora deciso se disporlo o meno. Maletti, che e' giunto in Italia con un salvacondotto dovrebbe pero' ripartire per il Sud Africa gia' domani. Pur avendo ottenuto un salvacondotto di 15 giorni, infatti, Maletti e' costretto ad anticipare il suo rientro in quanto poi sara' soppresso il volo diretto Milano Johannesburg. Il generale dovrebbe quindi fare scalo in altri aeroporti e, in teoria, essere arrestato. Della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e un centinaio di feriti), l'ex capo del reparto D del Sid, Gianadelio Maletti, non ha mai detto nulla. Il 3 marzo 1997, davanti alla commissione Stragi che lo aveva sentito a Johannesburg, si era limitato a dire che non ricordava nulla. Eppure il generale Gianadelio Maletti era stato nominato capo del Reparto D del Sid nel 1971 ed era rimasto fino al 1975. Alla domanda del senatore Co' se poteva dire qualche cosa sulla strage di Piazza Loggia, Maletti aveva replicato: "No senatore, mi dispiace, ma non ricordo proprio piu' niente di questa questione di piazza Loggia. E' stata purtroppo una delle questioni molto serie e molto gravi, ma non e' stato uno degli elementi della sovversione sul quale noi abbiamo ottenuto successo, se non mi sbaglio: quindi non mi e' rimasto impresso granche' di quella vicenda". Il presidente Giovanni Pellegrino aveva sollecitato Maletti affinche' desse una spiegazione sul ruolo dell'Arma dei carabinieri in relazione alle inchieste sulla strage, sul Mar Fumagalli e sull'uccisione del neofascista Giancarlo Esposti a Pian del Rascino. "A distanza di tanti anni - era stata la risposta dell'ex capo del reparto D del Sid - direi che l'Arma dei carabinieri si e' sempre comportata bene e non so quanti e quali elementi avesse per poter intervenire in modo piu' efficace e se ci fossero state delle limitazioni politiche al suo intervento. Queste sono ipotesi che si possono formulare ma che hanno a mio parere, dette in questo modo da me come soltanto le posso dire, poco valore". A Paolo Corsini, all'epoca parlamentare Ds e membro della commissione Stragi, ora sindaco di Brescia, Maletti aveva risposto di non avere mai conosciuto il generale Francesco Delfino, all' epoca della strage capitano comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Brescia. Delfino, recentemente condannato per truffa in relazione al sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini, aveva condotto le indagini oltre che sulla strage, anche sul Mar Fumagalli. Maletti aveva anche spiegato di non avere avuto conoscenza di eventuali rapporti di Delfino con i servizi italiani e stranieri. Quindi sull'uccisione da parte di Mario Tuti e Pierluigi Concutelli in carcere a Novara di Ermanno Buzzi, l'estremista di destra, condannato all'ergastolo al processo di primo grado per la strage, Maletti aveva replicato di non essersi fatto un'idea. All'insistenza di Corsini, Maletti aveva replicato di non avere seguito quelle vicende. Della strage di piazza della Loggia, l'ex generale, forse, aveva detto piu' cose in un' intervista giornalistica dell' estate scorsa. Parlando del ruolo della Cia nella strategia della tensione, aveva affermato: "La Cia ha cercato di fare cio' che aveva fatto in Grecia nel '67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia le e' sfuggita di mano la situazione. L'effetto che alcuni attentati dovevano produrre e' andato oltre. Piazza Fontana, che io sappia, e' andata cosi'. Devo presumere anche per piazza della Loggia, per l'Italicus, per Bologna". E aveva aggiunto: "Riguardo ai politici voglio aggiungere una sensazione che per me e' quasi una certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco".
22 marzo - All'unanimita' e dopo un confronto dai toni pacati la commissione di inchiesta sulle stragi e il terrorismo chiude i lavori, dopo 13 anni, con l'approvazione di un ordine del giorno che autorizza la pubblicazione immediata ed integrale di tutti gli elaborati prodotti dai gruppi o dai singoli commissari (18). Quindi nessuna votazione, nessuna trasmissione di documenti al Parlamento, ma solo la presa d'atto, la "fotografia" della situazione di stallo che si e' venuta a creare e che non ha permesso di arrivare ad un voto. Un verdetto di 'no contest' che chiude un confronto politico-storico aspro che non si e' concretizzato in un giudizio condiviso sui principali temi dei rapporti fra eversione e politica nella storia della Repubblica italiana. La scelta di pubblicare i 18 contributi presentati dai vari gruppi e' stata fatta "ritenendo indubbia l'utilita' e il senso complessivo della esperienza della commissione" dato che il materiale raccolto dalla Commissione "e' di notevole importanza per una valutazione complessiva della storia piu' recente del nostro Paese" Tutti i gruppi hanno condiviso, alla fine, l'ordine del giorno che prende atto della situazione politica che si e' venuta a determinare con l'impossibilita' pratica di esprimere un giudizio. "La mia sconfitta - ha detto al termine Giovanni Pellegrino - presidente della commissione - e il mio rammarico e di non aver potuto concludere con un risultato e giudizio condiviso ma questa commissione non e' niente altro che lo specchio del Paese. Un Paese ancora incapace di guardare al suo passato e di esprimere un giudizio maturo. Mi sarebbe piaciuto che la destra facesse la storia dei rapporti dell'Msi con An e Avanguardia nazionale e che la sinistra narrasse per intero la vicenda del Pci e i contributi dall'Est. Avremmo avuto una storia politica complessiva permeata di pietas. Ma cio' non e' stato possibile". Pellegrino si e' riservato di spiegare come si e' giunti a questo risultato di 'no contest' nella prossima e ultima relazione semestrale che inviera' ai presidenti delle Camere per illustrare il lavoro fatto. La commissione ha anche deliberato i criteri di pubblicazione degli atti. Saranno pubblicati, oltre ai 18 documenti finali, i resoconti stenografici delle sedute e le relazioni semestrali. La commissione ha deliberato la pubblicazione integrale, ma su cd-rom, di tutti i documenti che ha prodotto o che sono stati inviati a San Macuto o comunque che sono stati acquisiti nel periodo tra la X e la XIII legislatura. I documenti coperti da una qualche forma di segreto saranno pubblicati dopo aver verificato la presenza o meno di questa condizione. Sara' pubblicata anche la raccolta della rassegna stampa e gli elaborati prodotti dai collaboratori della commissione. Sono stati esclusi dalla pubblicazione gli scritti anonimi o quelli che sono stati inviati a titolo personale da soggetti privati o pubblici. Gli atti e i documenti originali, compresi quelli per i quali non e' consentita la pubblicazione, verranno versati all'archivio storico del Senato.
Nella X Legislatura la Commissione ha approvato quattro relazioni: Ustica, Caso Moro, Terrorismo in Alto Adige, Gladio; nella XI Legislatura la Commissione ha approvato tre relazioni (sull'attivita' svolta nel periodo giugno '93 - febbraio '94, relazione sulle stragi meno recenti, relazioni sugli ultimi sviluppi del caso Moro); nella XIII Legislatura la Commissione ha approvato una relazione sull'omicidio del professor Massimo D'Antona.
Queste sono le relazioni presentate e non messe ai voti nell' ultima legislatura:
Sen. Follieri (Ppi) - "Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra il 1969 e il 1975";
On. Fragala' (An) - "Il Piano solo e la teoria del golpe negli anni '60";
Gruppo Ds - "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974";
Sen. Mantica (An) - "Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta Br su Piazza Fontana";
Sen. Mantica (An) - "Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia - Brescia 28 maggio 1974";
Sen. Mantica (An) - "Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-1975";
Sen. Manca (Fi) - "Relazione sulla sciagura aerea del 27 giugno 1980' (Ustica)";
Sen Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi in Italia";
Sen. De Luca (Verdi) - "Contributo sul periodo 1969-1974";
Sen Mantica (An) - "Il problema di definire una memoria storica condivisa della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica";
Sen. Mantica (An) - "Per una rilettura degli anni '60";
On. Taradash (Fi) - "L'ombra del Kgb sulla politica italiana";
Sen. Mantica (An) - "La dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia";
Sen. Bielli (Ds) - "Nuovi elementi concernenti il brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza";
Sen. Mantica (An) - "La strage di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: cosi' si e' nascosta la verita' ";
De Luca (Verdi) - "Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro";
On. Bielli (Ds) - "La controversa figura di Giorgio Conforto";
Sen. Manca (Fi) - "Il terrorismo e le stragi impunite in Italia".22 marzo – Per Enzo Fragala' (An) e il suo collega di gruppo Nino Lo Presti la Commissione stragi non ha piu' senso. Fragala’ annuncia l’ intenzione di battersi, nella prossima legislatura, qualora dovesse governare la Cdl, affinche' venga istituita un'unica 'Commissione Mitrokhin' che dovra' occuparsi di tutte le vicende riguardanti la guerra fredda. Per Fragala’ i lavori della Commissione sono stati "inconcludenti" per volonta' della sinistra e le conclusioni sono state "a coda di topo". Per quanto riguarda Pellegrino "riconosciamo il suo spessore umano e politico ma critichiamo il ruolo di 'arbitro parziale' recitato per salvaguardare la sinistra da quelle verita' storiche e giudiziarie pericolose per i post c