Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2004: gennaio |
2 gennaio 2003 - ARGENTINA: LIBRO SU LOPEZ REGA
ANSA:
ARGENTINA: LOPEZ REGA UOMO CHIAVE DELLA P2, LIBRO-INCHIESTA
L'AUTORE PARLA DEI RAPPORTI CON GELLI E INTERVISTA VALORI
(di Maurizio Salvi)
Jose' Lopez Rega, l'argentino venuto dal nulla e la cui massima ambizione pareva essere quella di cantare alla Scala di Milano, si trasformo' invece negli anni '70 nella 'eminenza grigia' di Juan Domingo Peron e della moglie Isabel, permettendo inoltre al 'venerabile' Licio Gelli di estendere l'influenza della P2 sulle rive del Rio de la Plata.
Personalita' temutissima ed enigmatica, Lopez Rega e' oggetto per la prima volta di un'analitica biografia firmata dal giornalista argentino Marcelo Larraquy, che ne illustra gli esordi politici, rivela la storia segreta della costruzione di un apparato terroristico statale che utilizzava la temibile 'Triple A' di estrema destra, e analizza i suoi legami con i servizi segreti, la polizia, la massoneria argentina, e la P2.
In 'Lopez Rega - La biografia' si sottolinea che l'amicizia con Gelli miro' ad impedire che "l'Argentina andasse fuori strada ed imitasse il cammino rivoluzionario del Cile, dove il socialista Allende era giunto al potere per via elettorale".
L'idea di utilizzare Peron come parte di uno schema istituzionale per contenere il pericolo del comunismo in America latina, sostiene Larraquy, "fu spiegata da Gelli al Vaticano e al Segretario di stato americano Henry Kissinger, che la riferi' al presidente Richard Nixon".
Il piano disegnato per il ritorno del 'Caudillo' argentino, si dice ancora, "univa quindi la massoneria della P2, il rabbinato di New York - il cui uomo al potere era lo stesso Kissinger - il Vaticano e il governo degli Usa".
Oltre alla lotta al comunismo, obiettivo di Gelli era quella di accrescere la sua influenza nel mondo degli affari argentini, ed e' per questo fine che nel 1973 era stato riconsegnato al generale in esilio a Madrid il cadavere di Evita, per anni sepolto a Milano.
Come e' noto, sull'aereo che riporto' Peron a Buenos Aires il 20 giugno 1973 si trovavano lo stesso Gelli e Giancarlo Elia Valori. Quest'ultimo si era installato a Buenos Aires da tempo e sperava di poter realizzare, con l'aiuto di una serie di imprese italiane (Fiat, Pirelli e Techint) e della Comunita' economica europea, un 'Piano Europa' che avrebbe permesso all'Argentina di insediarsi commercialmente nel Vecchio continente.
In una intervista concessa a Roma all'autore della biografia di Lopez Rega, che ne pubblica stralci nel suo libro, Valori ha ricordato che l'idea del 'Piano' nacque dalla sua amicizia con Peron, ma anche con l'ex presidente Arturo Frondizi, acquisite attraverso il fratello Leo, rappresentante dell'Eni a Buenos Aires.
Durante il colloquio, dice ancora Larraqui, Valori ha sostenuto che l'azione congiunta di Gelli e Lopez Rega lo escluse poco a poco dal circolo ristretto del capo di stato argentino. In particolare, egli cerco' di raggiungere Peron nel luglio 1973 a Gaspar Campos, dove era convalescente dopo un attacco cardiaco, ma trovo' il 'venerabile' di Arezzo che gli disse senza mezzi termini: "Che fai qui? E' meglio che tu te ne vada. E che dimentichi l'Argentina!".
Gelli, che fu nominato addetto commerciale dell'Ambasciata argentina a Roma, ottenne l'adesione alla P2, oltre che di Lopez Rega, di militari di altissimo rango, come l'ammiraglio Emilio Massera e il generale Carlos Suarez Mason.
L'ultimo tentativo che fece Valori per avvicinarsi a Peron fu il 14 dicembre 1973 nella residenza di Olivos. Ma un membro dei servizi segreti, assicura Larraqui, gli diede un consiglio: doveva andarsene subito perche' esisteva un piano per ucciderlo davanti alla tomba del fratello Leo nel cimitero di Castelar.
Quella stessa notte, lascio' l'Argentina in aereo per Parigi. "Non potevo piu' fare nulla - conclude Valori - visto che a quell'epoca si era insediato un comitato d'affari in Argentina formato dall' (imprenditore Jose' Ber) Gelbard, da Lopez Rega, Massera e Licio Gelli".7 gennaio 2004 - RAI: 50 ANNI DI CENSURA
"Il Manifesto"
TELEVISIONE
Rai, storia di una censura di mezza età
Ugo Gregoretti Alla fine degli anni Cinquanta fu la prima vittima dichiarata della censura in casa Rai. Colpa di "Controfagotto", come si racconta in un lungo servizio trasmesso ieri (alle 7 del mattino su Raitre) da Rainews Enzo Biagi E' la prima vittima eccellente del diktat berlusconiano da quel di Bulgaria: via dalla Rai lui e Michele Santoro. Un vero "fattaccio", cui Biagi risponde senza peli sulla lingua in una intervista: "E' un regime"
Norma Rangeri
Da un Ugo Gregoretti del 1955 a un Enzo Biagi del 2003, due grandi firme dell'informazione televisiva e un lungo arco temporale per capire cosa è stata l'altra Rai, quella più ruvida e scomoda, quella più censurata. Titolo del reportage Io e la telecamera, 50 anni di inchiesta, firmato da Sigfrido Ranucci e coadiuvato nelle ricerche da Maria Collettini. Ranucci, ricordiamolo, è quel giornalista che recuperò dai francesi la drammatica intervista al giudice Paolo Borsellino, ucciso dopo breve tempo. Si parlava delle responsabilità politiche dei grandi attentati, si parlava di Giovanni Falcone. Una sorta di testamento trasmesso in una puntata del Raggio Verde di Michele Santoro, così indigesto da scatenare l'intervento in trasmissione di Silvio Berlusconi ("Santoro si contenga, lei è un dipendente Rai!", urlò il Cavaliere. "Ma non sono un suo dipendente" replicò il giornalista). In questi giorni di celebrazioni un po' bolse, avvolte dall'ipocrisia della grande famiglia Rai, una passeggiata tra i protagonisti più autorevoli del piccolo schermo che raccontano tutti gli ostacoli incontrati nel corso del loro lavoro (facendo anche i nomi dei solerti dirigenti che volevano sbianchettare), è un buon esercizio di memoria.
Si comincia con un Gregoretti doc, mentre su un calesse va a trovare il contadino di Narni che ha vinto la lotteria di Capodanno (siamo in clima). Con Controfagotto (1960), quindicinale di "sguardi sul costume", Gregoretti conosce la prima censura. Lo incuriosisce l'italietta della raccomandazione e fa un "pezzo" su un onorevole che ne aveva il record. L'iniziativa del giornalista non piacque agli inquilini dei piani alti di viale Mazzini. "Con quel servizio credo di aver contribuito alla cacciata di Enzo Biagi che allora dirigeva il Tg1", commenta seduto nel salotto romano. Così come venne censurato un suo reportage sugli immigrati italiani in Argentina. Altro che integrazione: erano partiti come operai specializzati e lui li ritrovò che facevano i mestieri più improbabili (prestigiatore, per esempio), o più innominabili (il malavitoso). Inutile dire che quel reportage non fu mai trasmesso, "così dispose il dirigente Massimo Rendina". Non solo: "Di quella pellicola se ne è persa traccia".
Altro grande nome Rai, Brando Giordani. E' lui a raccontare della stagione d'oro di Tv7 (1964), con le sue luci e gli asfissianti controlli. "Ogni settimana un alto dirigente veniva a controllare personalmente il contenuto del programma, fino allo stesso Ettore Bernabei. Fu proprio per un servizio sui bombardamenti americani su Hanoi, firmato da Furio Colombo, che il direttore del telegiornale Fabiano Fabiani fu costretto ad andarsene".
Poi tocca a Sergio Zavoli, allontanato per un'inchiesta sul Codice Rocco, segue Tg2-Dossier (1979) con Giuseppe Jo Marrazzo, per due volte censurato dal consiglio di amministrazione della Rai. La catena si allunga con Ennio Remondino, protagonista del famoso Speciale Tg1 in cui denunciò i legami tra la Cia e la P2, toccando i fili di Stay-Behind, la struttura parallela anticomunista. Francesco Cossiga si infuriò chiedendone la testa. Allora il Tg1 era diretto dal demitiano Nuccio Fava, e come capocronista c'era Roberto Morrione. Furono entrambi immediatamente allontanati e come direttore del Tg1 fu nominata la persona giusta: Bruno Vespa.
Il mestiere di giornalista in Rai non è costato solo umiliazioni ed emarginazioni. C'è chi, come Ilaria Alpi, ha perso la vita per aver messo il naso e la telecamera nel posto sbagliato. Ancora oggi i genitori non hanno avuto giustizia e accusano gli apparati dello stato di aver nascosto la verità. Naturalmente in una carrellata sull'altra tv un posto in prima fila spetta a Michele Santoro, testa scomoda per la destra e per la sinistra. Quando l'Ulivo era a palazzo Chigi, "Michele chi?" scelse Mediaset e fu l'unico a trasferire il programma sul ponte di Belgrado, sotto le bombe controfirmate dal governo di Massimo D'Alema. Che, insieme a Prodi, disertava il suo talk-show preferendogli gli appetitosi risotti di Porta a Porta. E' storia anche questa.
Si chiude con Biagi. Per lui parla il suo alter-ego, il regista de Il Fatto, Loris Mazzetti. Riascoltare quella sigla, rivedere la silohuette del vecchio giornalista fa un certo effetto. Viene rimandata in onda la puntata del 18 aprile del 2002, Biagi risponde all'editto bulgaro del Cavaliere. Dice che non se ne andrà, che dovranno cacciarlo. Non ci hanno pensato due volte. Mazzetti ha davanti a sé, nei locali dove si registrava Il fatto ora adibiti alle telepromozioni, un registratore. Nel nastro è incisa un'intervista a Biagi. Gli chiede che aria tira. La sua risposta è secca, come nello stile di chi ha saputo inventare un programma di cinque minuti: "E' un regime".
PS. Il bel programma di Rainews è andato in onda ieri alle sette del mattino su Raitre. Non è censura anche questa?9 gennaio 2004 - SELVA E ANNA LA ROSA
"Il Tempo"
LA PROTESTA DI SELVA "Anna la Rosa è una privilegiata" "MI congratulo con la RAI che non sospende (come fece con me) e non caccia dal giornalismo (come fece con me) la collega Anna La Rosa, Direttore dei Servizi parlamentari, chiamata in causa dalle intercettazioni disposte dal PM John Woodcock di Potenza, arrivato a chiedere gli arresti domiciliari non accolti dal GIP". Lo sostiene il presidente della Commissione esteri della camera Gustavo Selva sottolineando: "Questo è il rispetto dovuto all'art. 27 della Costituzione: "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva"".
"Nel 1981 - ha continuato Selva - la Rai mi riservò il trattamento opposto: fui sospeso, poi cacciato dalla direzione del GR2 soltanto perché‚ sospettato di far parte della P2, nonostante fosse stato dimostrato, durante i nove mesi della sospensione, che non avevo violato alcuna legge civile o penale e nella P2 non ero minimamente coinvolto. Mi congratulo con Anna la Rosa e le auguro di dimostrare la sua estraneità alla vicenda in meno dei nove mesi occorsi alla RAI per maturare la decisione di sollevarmi dalla direzione del GR2; noto anche - ha concluso - il silenzio della rappresentanza sindacale dei giornalisti Rai (USIGRAI) e della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI)".9 gennaio 2004 - ANCORA IL LIBRO DI BISCIONE
ANSA:
BISCIONE, ISTITUZIONI PIU' IMPORTANTI VITTORIA CENTROSINISTRA
(NOTIZIARIO LIBRI)
(ANSA) - ROMA, 9 GEN - FRANCESCO M.BISCIONE:'IL SOMMERSO DELLA REPUBBLICA' (BOLLATI BORINGHIERI; PP. 171; EURO 13) - "Il quadro istituzionale e' piu' importante di una vittoria del centro-sinistra". Francesco M.Biscione lancia una miccia accesa nella parte sinistra del campo politico.
In realta' e' un invito a tutto lo schieramento a lavorare all' individuazione di regole che costruiscano una cornice in cui agisca il bipolarismo e si svolga l' alternanza.
"Nel centrodestra - spiega Biscione - anche Berlusconi e' un'anomalia perche' e' portatore di una carica anti-istituzionale che non appartiene ne' alla tradizione cattolica ne' a quella di An, specie dopo quanto e' avvenuto a Gerusalemme". In altre parole "l'anomalia di Berlusconi andrebbe risolta nel piu' breve tempo possibile e con il contributo degli elettori del centrodestra".
Il saggio affonda le radici nel lavoro di un altro storico, Franco De Felice, 'Doppia lealta' e doppio Stato', e in 'Segreto di Stato' dell'ex presidente della Commissione Stragi Vittorio Pellegrino. 'Il sommerso della Repubblica' vuole essere un ulteriore contributo alla comprensione dei tanti misteri italiani. Non per gusto investigativo quanto per la necessita' di spiegare storiograficamente gli avvenimenti nell' ambizione-speranza di un loro superamento. Il sommerso e' proprio quel coacervo di forze che hanno agito per decenni nell'oscurita' e che si riconoscono nell'opposizione all' antifascismo sui cui valori poggia invece la Repubblica Italiana, nell' anticomunismo piu' miope, nell'intolleranza diffusa alla democrazia, alle regole, alla legalita'. Biscione scopre insomma un paese culturalmente molto piu' di destra di quanto esso pensi di essere, prescindendo dagli esiti elettorali. Un paese in cui spicca la figura coraggiosa e di statista di Aldo Moro.
Con queste finalita' hanno operato (in tempi diversi, non fianco a fianco) da Tambroni in poi, l' estremismo neofascista figlio del livore dei repubblichini sconfitti ed esponenti della Resistenza. Servizi segreti, forze militari e carabinieri deviati completano il cast di coloro che diedero vita con la strage di piazza Fontana nel 1969 alla strategia della tensione e poi allo stragismo. Tutti elementi questi che, associati anche a sfrenate ambizioni personali, troveranno qualche anno dopo nella Loggia P2 il luogo di sublimazione, coinvolgendo anche Cosa Nostra e Banda della Magliana. Eppure, proprio la P2 produsse quello che per Biscione e' "uno dei documenti politici italiani piu' suggestivi del Novecento", meritevole di una "disamina analitica", "non privo di finezza giuridica" che "disegna il progetto di superamento della democrazia dei partiti nel momento di piu' ampio confronto tra Dc e Pci". Si riferisce al 'Piano di rinascita democratica' che Licio Gelli e il Gran Maestro Lino Salvini sottoposero all'allora Capo dello Stato Giovanni Leone nella versione piu' rozza e dittatoriale di 'Schema di massima per un risanamento generale del Paese'. Il Piano almeno per quanto riguarda il controllo dell'intelligence trovo' una diffusa applicazione.
Dall'interminabile elenco di assassini, bombe, attentati, e dal catalogo dei Giuseppe Aloia, Giuseppe Santovito, Vito Miceli, Guido Giannettini, Stefano Delle Chiaie, Umberto Federico D'Amato, Biscione estrapola il rapimento Moro, oggetto di un precedente libro con attenzione al ruolo di Israele e Unione Sovietica, e due episodi fondamentali del 1980, la strage alla stazione di Bologna e il disastro di Ustica, forse "collegati da una vicenda internazionale mai chiarita".
E il ruolo degli Stati Uniti? "C'e' una letteratura dietrologica che attribuisce agli Stati Uniti tutta la responsabilita', ma non e' cosi', le carogne sono italiane, gli strateghi la manovalanza della strategia della tensione sono italiani, la P2 e' tutta italiana; tuttavia gli Usa ci abbiano messo lo zampino in modo piu' o meno palese".
Biscione, lei fa anche riferimento a Craxi, "probabilmente il maggior esponente politico degli anni Ottanta" ed a Berlusconi, "combattente tenace, fantasione e capace di imparare dagli errori", personaggi non proprio amati dalla sinistra. "Beh, e' stato Berlusconi che ha creato il bipolarismo unificando uno dei due poli e costringendo le altre forze politiche a fare altrettanto; e poi e' riuscito a riportare la vittoria elettorale nel 2001. Berlusconi e' comunque la gemma di un lungo processo di cui non e' stato ancora trovato l' antidoto".
Il fatto di auspicare "piu' che la vittoria elettorale del centrosinistra" una ridefinizione "interna del centrodestra che ne valorizzi le correnti piu' coerenti con la tradizione istituzionale del paese", non rappresenta certo il passo indietro di uno storico di sinistra. "Ritengo piu' importante - spiega l'autore - la definizione di un quadro istituzionale corretto e rigoroso rispetto ad una vittoria del centrosinisra. Poi... vinca il migliore".10 gennaio 2004 - CHI E' IL GIUDICE CORDOVA
"La Padania"
Chi è il giudice "punito"
In prima linea contro mafia e massoneria
Cordova arrivò a Napoli sull'onda di Tangentopoli accompagnato dalla reputazione di "duro", di essere uno che va avanti per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. E i suoi colleghi partenopei gli resero la vita tutt'altro che facile, quando si resero conto che quella fama non era usurpata. Agostino Cordova è nato in provincia di Reggio Calabria. Nel capoluogo, negli anni ´70, da giudice istruttore condusse una delle indagini più importanti sulla ´Ndrangheta, poi divenne procuratore di Palmi, nella piana di Gioia Tauro, e a partire dalla metà degli anni ´80 in poi, fu protagonista di inchieste clamorose. Arrivò a far sequestrare i terreni dove l´Enel voleva costruire la centrale a carbone, sospettando interessi mafiosi, mandò in galera politici e mafiosi e, soprattutto, dichiarò guerra ai "poteri occulti", alla Massoneria. Quell´inchiesta partì dall'indagine sulle attività di una piccola banca di Palmi: spuntò fuori la massoneria e da quel momento l´inchiesta si allargò coinvolgendo non solo Licio Gelli, capo della P2, ma la massoneria cosiddetta ufficiale. Cordova fece sequestrare gli elenchi di iscritti di tutte le logge e anche palazzo Giustiniani finì nella bufera. L´inchiesta, che gettò trepidazione nei palazzi della politica e dell'economia, alla fine venne stoppata. Nel ´92, prima di approdare a Napoli, Agostino Cordova si ritrovò candidato a dirigere la nascente Superprocura nazionale antimafia, in corsa con Giovanni Falcone, appoggiato anche da una parte della sinistra e di Magistratura democratica. Nel capoluogo campano venne accolto con molta ostilità perchè Cordova non aveva nascosto di considerare Napoli come la città principe della legalità. Clamorose le sue inchieste anche contro la giunta di Antonio Bassolino, col sindaco diessino, oggi governatore della Campania, indagato anche per svariate "disinvolture". Contro il procuratore scomodo si concentrò il fuoco di sbarramento: vennero persino organizzati scioperi contro di lui in tribunale e, alla fine, è arrivato l'allontanamento deciso dal Csm.10 gennaio 2004 - ARGENTINA: MORTO STORICO PAVON PEREYRA, ACCUSO' P2
ANSA:
ARGENTINA: MORTO STORICO PAVON PEREYRA, ACCUSO' P2
Un infarto ha stroncato la vita di Enrique Pavon Pereyra, biografo dell'ex presidente argentino Juan Domingo Peron che conobbe quando aveva 22 anni. Lo scrive oggi il quotidiano 'Clarin'.
La figlia dello storico, che aveva 82 anni, Valeria, ha indicato che il padre aveva appena terminato di riordinare numerosi inediti e lettere di Peron che saranno pubblicati prossimamente.
Autore di 'Il diaro segreto di Peron' (1985), Pavon Pereyra getto' nel 1991 sospetti sulla P2 di Licio Gelli quale possibile responsabile per il taglio delle mani del cadavere del caudillo argentino, l'1 luglio 1987.
In occasione della chiusura dell'inchiesta ufficiale della magistratura argentina sulla misteriosa profanazione, nel 1991, Pavon Pereyra rilascio' una intervista al settimanale 'Gente' in cui sostenne che secondo lui la P2 si vendico' in questo modo per il rifiuto di Peron di pagare un forte debito contratto con essa per numerosi viaggi realizzati, anche in Italia, prima del suo ritorno al potere nel 1973.
Il debito, secondo lo storico, era di due milioni di dollari, ma la P2 ne chiese otto, e Peron disse di no.13 gennaio 2004 - ANNO GIUDIZIARIO: MOVIMENTO GIUSTIZIA,NON SCORDARE DUCE E P2
ANSA:
ANNO GIUDIZIARIO: MOVIMENTO GIUSTIZIA,NON SCORDARE DUCE E P2
APPELLO A CITTADINI, NON PERDERE MEMORIA A DIFESA DEMOCRAZIA
"Non perdere la memoria, in difesa della democrazia". Non dimenticare quel che accadde alla magistratura sotto il fascismo e le riforme a cui la loggia massonica P2 voleva sottoporre l'ordine giudiziario. E' l'appello che il Movimento per la Giustizia, rivolge ai magistrati e a tutti i cittadini, chiamandoli alla "mobilitazione permanente in difesa dei principi costituzionali di legalita', di separazione dei poteri, dell'autonomia della magistratura e dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge".
L'invito e' contenuto in un volantino che la corrente di sinistra dei magistrati sta facendo distribuire in tutti gli uffici giudiziari italiani per l'inaugurazione dell'anno giudiziario e intitolato il "il dovere della memoria".
Il volantino riporta un passo della Cronaca della cerimonia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del 1940 (tratta dagli "Annali di diritto e procedura penale" della Storia d'Italia di Einaudi): davanti ai magistrati che acclamano il duce, l'allora ministro della giustizia afferma che "il magistrato attua il comando del legislatore". E Mussolini dice che nella sua concezione "non esiste una divisione dei poteri nell'ambito dello Stato... Il potere e' unitario : non c'e' piu' divisione, c'e' divisione di funzioni". Frasi evidenziate nel volantino in neretto e precedute da una significativa premessa: allora, ricorda il Movimento,"gia' da due anni, erano stati aboliti i discorsi inaugurali dei Procuratori Generali e l'apertura dell'anno giudiziario non avveniva piu' nelle aule di udienza ma a Palazzo Venezia, nelle sale attigue allo studio del Duce. L'abbandono dei luoghi istituzionali, la confusione tra sedi pubbliche, private e sedi di partito, la distruzione dei poteri indipendenti e di controllo, da tempo ormai non turbava piu' se non poche, tenaci, persone".
Dal fascismo si passa poi alla P2. Il volantino riporta i passaggi qualificanti sulla magistratura del piano di Rinascita di Licio Gelli, contenuti nella relazione della Commissione parlamentare di inchiesta : "þrapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della societa' e non gia' di eversione"; l' "urgente modifica dell'accesso in carriera della magistratura con esami psico-attitudinali preliminari"; "la responsabilita' del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M"; la "riforma costituzionale del CSM"; la "separazione delle carriere requirente e giudicante e un esperimento di elezione di magistrati", "criteri di selezione per merito delle promozione dei magistrati".
Il volantino si chiude con le parole pronunciate dall'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro alla "giornata della giustizia" dell'Anm :"Ciascuno di noi, anche semplice cittadino, e' garante della Costituzioneþsi deve lottare per il vero ed il giusto anche se si ha la certezza di perdere". Affermazioni che, sottolinea il Movimento, "costituiscono per la magistratura italiana un monito ed una precisa indicazione etica".14 gennaio 2004 - MISTERI PARMALAT E MISTERI CALVI
"Il Sole 24 Ore"
Le Coincidenze con i misteri di Calvi
Fabio Tamburini
Lussemburgo e ipotesi di riciclaggio, stretti legami con la politica, P2 e Vaticano, Sud America e Nicaragua, back to back e capitali misteriosi, società off-shore di ieri e di oggi: le inchieste sul crollo clamoroso della Parmalat stanno rivelando analogie con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Semplici coincidenze? Oppure il re del latte, ben conosciuto per la profonda fede cattolica, e il banchiere alla guida di quella che era definita "la banca dei preti" hanno percorso pezzi degli stessi percorsi, sia pure a distanza di una ventina d'anni.
Certo la sensazione che il fallimento di Parmalat non sia soltanto un caso di Caporetto industriale e finanziaria è forte e acquista peso ogni giorno che passa perché si stanno delineando circostanze inquietanti. A partire dalla difficoltà di rispondere ad una domanda molto semplice: come è possibile che il gruppo abbia accumulato perdite così gigantesche? Ecco perché, ormai da un paio di settimane, l'attenzione è rivolta a verificare se c'è dell'altro.
E ogni segnale viene vagliato con estrema attenzione sia da chi sta seguendo le vicende Parmalat al massimo livello investigativo sia dalla task force dell'americana Sec, arrivata in Italia il 1 gennaio scorso. In più contribuiscono ad alimentare i sospetti la ricostruzione delle ultime mosse di Calisto Tanzi prima dell'arresto e capitali misteriosi che risultano dalle dichiarazioni rese ai magistrati dallo stesso imprenditore.
Vicende che ricordano alla memoria proprio il crack dell'Ambrosiano. Perchè Tanzi è volato in Svizzera e in Ecuador facendo tappa in Portogallo? E perché ha accreditato con il Sanpaolo Imi e negli interrogatori la possibilità che un imprenditore, Luigi Manieri, rilevasse asset del gruppo per 3,7 miliardi di euro all'inizio del dicembre scorso? Manieri smentisce seccamente i verbali di Tanzi ma, almeno per il momento, il giallo rimane.
Così come, vent'anni dopo, rimangono oscuri i veri motivi che spiegano il viaggio a Londra di Calvi. Il banchiere, dopo l'ultima cena a cui parteciparono Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell'Eni nonché fondatore della Sasea, rilevata dal Credito svizzero e dal Vaticano, e Karl Kahane, l'uomo d'affari austriaco con interessi in mille faccende, passò gli ultimi giorni della sua vita nella capitale inglese. Con ogni probabilità, anche se non risultano conferme, cercava capitali di soccorso, stava tentando di organizzare investimenti significativi che sarebbero serviti a scongiurare, sia pure all'ultimo minuto, il crollo del gruppo. Il faccendiere Francesco Pazienza, tramite tra Calvi e l'allora capo del Sismi, Giuseppe Santovito, è arrivato ad evocare interventi dell'Opus Dei ma, in proposito, non esiste alcun riscontro.
Suscita curiosità la partecipazione di Calisto Tanzi al capitale di una finanziaria lanciata da Fiorini all'inizio degli anni Ottanta, la Sidit, Società italo-danubiana d'investimenti e trading, di cui era azionista anche l'austriaco Kahane. Proprio Sidit, come hanno scritto le cronache finanziare dell'anno 1983, doveva essere il veicolo del tentativo di salvataggio dell'Ambrosiano, di cui Fiorini è stato l'artefice. E sempre Tanzi ha rilevato dal patron di Sasea una società decotta, Odeon tv, con il carico di deficit per 90 miliardi di lire che ha rappresentato uno dei primi buchi, coperto ricorrendo a falsificazioni di bilancio.
Erano tempi in cui la triangolazione imprese, affari e politica generava rapporti perversi. Calvi, banchiere cattolico per definizione, finanziava massicciamente Pci e Psi. Tanzi, anche se non risultano prove di tangenti, ha sempre seguito passo dopo passo le campagne elettorali della Democrazia Cristiana e della opposizione. Ben conosciuti sono gli stretti legami con l'allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita, che festeggiò nomine al vertice del potere brindando a casa di Tanzi, la cui Parmalat ha costruito una presenza industriale importante proprio nel feudo demitiano di Nusco, in provincia di Avellino.
L'elicottero dell'imprenditore era sempre disponibile per trasportare esponenti di spicco del mondo vaticano, tra cui monsignor Agostino Casaroli, in passato segretario di Stato. E Calvi aveva come partner privilegiato lo Ior, guidato da un altro monsignore influente: Paul Marcinkus, crocevia dei sospetti su una lunga serie di attività dell'Ambrosiano. Lo strumento, fin da allora, erano operazioni back to back, sospettate di coprire finanziamenti allo lor. Back to back che risultano ricorrenti, su altri versanti, tra società Parmalat. Il network di Tanzi spaziava dal Lussemburgo, sede della finanziaria capofila delle partecipazioni estere dell'Ambrosiano, utilizzata da Calvi per controllare il gruppo, al Centro e Sud America.
Nel primo caso il regno di Calvi era il Nicaragua, dove il gruppo controllava una delle maggiori banche del Paese e dove Parmalat stava considerando l'acquisto di due istituti. Per quanto riguarda il Sud America, invece, il ricordo del Banco Andino, in Perù, formidabile generatore di transazioni irregolari per conto di Calvi, è ancora ben presente, mentre Tanzi ha roccaforti in Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador, laboratori di operazioni sospette.
Ultime analogie: i rapporti con Giuseppe Ciarrapico e i revisori della Touche Ross, poi Deloitte Touche. Ciarrapico è stato processato per concorso in bancarotta fraudolenta nel crack dell'Ambrosiano. Tanzi ha accusato il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, di avergli fatto acquistare la società di acque minerali Ciappazzi, controllata da Ciarrapico, ad un prezzo di gran lunga superiore al valore reale. Touche Ross, secondo Pazienza, è la società di revisione che nella sede londinese ha custodito un rapporto rimasto segreto sulle società estere dell'Ambrosiano. Deloitte Toúche è una delle due società di revisione della Parmalat.15 gennaio 2004 - FRANCO FOSCHI RICOVERATO IN OSPEDALE
ANSA:
UDEUR: FRANCO FOSCHI RICOVERATO IN OSPEDALE, STA MEGLIO
EX MINISTRO DC COLPITO DA CRISI CARDIACA
Sono migliorate le condizioni dell' ex ministro democristiano del lavoro, ora passato all' Udeur, Franco Foschi, 72 anni, colpito ieri da una crisi cardiaca e ricoverato nell' ospedale cardiologico 'Lancisi' di Ancona. Stamane Foschi, che in passato aveva subito un intervento per l' impianto di by-pass, ha potuto ricevere la visita dei familiari.
Presidente del Centro nazionale di studi leopardiani ed assessore nella sua citta', Recanati, Foschi, ex parlamentare, ha aderito alla formazione di Mastella Udeur-Alleanza popolare che nei giorni scorsi lo aveva indicato come possibile candidato alle elezioni europee di giugno.L' ex ministro del lavoro Franco Foschi, ricoverato ieri per un infarto nell' ospedale cardiologico 'Lancisi' di Ancona, e' fuori pericolo. Lo ha reso noto il consigliere regionale di Alleanza popolare-Udeur David Favia, dopo aver parlato con i sanitari.
La crisi, non grave, che ha colpito l' ex parlamentare e' stata complicata da un edema polmonare, ma le condizioni del paziente sono migliorate al punto da rendere possibile il suo trasferimento dall' Unita' di terapia intensiva coronarica al reparto.20 gennaio 2004 - LA PADANIA SU CORDOVA
"La Padania"
PARLA IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI NAPOLI
INTERESSI POLITICI E CORPORATIVI CONTRO L'ONESTÀ DI CORDOVA
SIMONE GIRARDIN
Il 9 gennaio scrisse una lettera aperta al nostro quotidiano per congratularsi con il ministro della Giustizia Roberto Castelli per il suo intervento a Napoli in occasione della cerimonia delle "Toghe d'oro" dell'avvocatura partenopea. Uno scritto quello di Angelica Di Giovanni, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, il più grande d'Italia, nel quale faceva un accorato appello al Guardasigilli perchè "difenda fino in fondo la seria e onesta operosità del procuratore generale Agostino Cordova che interessi trasversali vogliono "spazzar via"".
Di Giovanni torna a parlare con "la Padania" di quella lettera e della coraggiosa volontà di Castelli nella tutela di chi "come me e tanti altri magistrati - ricorda il presidente del Tribunale di Sorveglianza - è oggetto di pesanti forme di strumentalizzazioni corporative".
E' riuscito a parlare con il Guardasigilli?
"Non ancora, purtroppo. Durante la sua visita a Napoli non sono riuscita ad avvicinarmi per parlargli. Spero di incontrarlo presto così da potergli portare la mia solidarietà e il mio appoggio. Durante la cerimonia il ministro Castelli ha fatto un intervento coraggioso, forte, onesto. Sta facendo un lavoro eccellente, questo la gente deve saperlo".
Dottoressa Di Giovanni, perchè questa presa di posizione a favore del ministro della Giustizia Roberto Castelli sul caso Cordova?
"Semplicemente perchè il Guardasigilli ha ragione. Castelli è stato chiaro: il Csm non gli ha mai fatto pervenire il nome del possibile successore del pg Cordova. Quando l'ha detto, la sala è ammutolita. Non se lo aspettavano. Il Consiglio Superiore della magistratura non aveva indicato nessuno. Come non si aspettavano una così forte presa di posizione di rivendicazione sull'autonomia decisionale. Il ministro si assume la responsabilità di quella firma. Spetta a lui l'ultima parola. Va poi ricordato che la stampa locale e nazionale è stata molto dura nei confronti del ministro, arrivando ad accusarlo di fatti inesatti. Una campagna diffamatoria in piena regola. In più, durante la cerimonia molti magistrati si sono avvicinati al Guardasigilli per convincerlo a smuovere la situazione alla Procura di Napoli. Roba d'altri tempi".
Presidente, ma perchè questo accanimento nei confronti del procuratore Cordova?
"Ci sono una miriade di interessi trasversali che oggi si sono congiunti. Vogliono la testa di Cordova. Guardi, le dico una cosa sola. Sulla questione sono intervenuti due accademici di grande fama: il professore Antonio Guarino e il professor Franco Casavola (presidente emerito della Corte Costituzionale, ndr). Quest'ultimo ha detto chiaramente a Cordova: "Mettiti da parte". Guarino invece disse che le azioni disciplinari nei confronti del procuratore potevano anche essere ingiuste ma Cordova le "doveva accettare". Non è possibile che due professori, che per tutta la vita ci hanno insegnato a promuovere la tutela del diritto di difesa, si mettano ora a criticare tale diritto. Mi spieghino perchè il procuratore Cordova non possa esercitarlo?".
Poco fa ha parlato di interessi trasversali. Quali sarebbero?
"Il presidente della giunta regionale rilasciò un'intervista in cui disse che la situazione alla Procura di Napoli aveva raggiunto livelli insostenibili per colpa del ministro Castelli e del pg Cordova, affermando che la Procura non lavorava e non contrastava la camorra. Sapete chi è quel presidente?".
Certo, il diessino Antonio Bassolino.
"Ecco. Qualcuno mi spieghi allora a che titolo parla Bassolino? Chi è per intervenire in questa storia? Perchè non ha parlato prima? Fino al 2001 Cordova era considerato il migliore del mondo e oggi invece... Allora basta mischiare politica e giustizia".
Accuse pesanti quelle dell'esponente dei Ds?
"Sì ma totalmente prive di ogni fondamento. I pm di Napoli, proprio l'altro giorno, l'hanno clamorosamente sbugiardato ricordando come gli arresti siano aumentati del 23 per cento, e i procedimenti pendenti, 450mila nel 2002, oggi sono 370mila. La Procura non ha mai abbassato la guardia, lavorando sempre con estrema professionalità. Ecco perchè le accuse a Cordova e allo stesso Castelli sono infondate e fuori luogo. Anzi questi pochi dati ci dicono che con il procuratore Cordova si è lavorato molto e con grande serietà e responsabilità".
Ma c'è o no questa incompatibilità per Cordova?
"Ma non scherziamo. Cordova andò all'Antimafia e non disse mai nessuno nome di magistrato. Parlò solo dei casi, fu poi il Csm a fare l'elenco dei nomi".
Come crede che andrà a finire il "caso Cordova"?
"Non posso saperlo. Spero nel migliore dei modi".
E cioè?
Non l'ha capito? Mi sembra di essere stata chiara. La mia speranza si chiama Roberto Castelli".
Facciamo un passo indietro. Nella sua lettera aperta pubblicata dal nostro quotidiano il 9 gennaio disse che ci sono numerosi magistrati che sono oggetto di pesanti forme di strumentalizzazioni corporative. Che cosa voleva dire?
"Tra questi ci sono io stessa. Quando fui oggetto di attacchi e strumentalizzazioni per alcune mie dichiarazioni o iniziative, nessuna delle associazioni dei magistrati mosse un dito in mia difesa".
Si dice che la Procura di Napoli sia allo sbando, è vero?
"Sono alcuni giornali che lo dicono. E' la prova che si sono superati tutti i limiti. Ma chi lo dice vorrei che lo argomentasse con dati e prove concrete. Forse è allo sfascio perchè il ministro Castelli non ha firmato?".
Come presidente del Tribunale di sorveglianza più grande del Paese, quali sono i problemi principali che deve quotidianamente affrontare?
"La mancanza di personale qualificato e di mezzi adeguati rende il nostro lavoro certamente più difficile. Sono gli stessi problemi che si riscontrano in altri tribunali anche se credo che i veri problemi siano soprattutto culturali".
In che senso, mi scusi?
"Nel senso che dobbiamo renderci conto che bisogna investire risorse e capacità affinchè le pene siano certe e fondate. I tempi processuali devono essere dimezzati, ma naturalmente con tutte le garanzie del caso. Questa è la vera sfida per la giustizia italiana".
Secondo lei, quale deve essere la strada da seguire per sconfiggere una volta per tutte la piaga della "giustizia politicizzata"?
"Il discorso è molto complesso. Credo che ci vorrà molto tempo per migliorare l'attuale situazione ma la strada della separazione delle funzioni e delle carriere è l'unica percorribile".
Cambiamo argomento. Condivide la posizione del ministro Castelli sul caso Sofri?
"E' una storia su cui si fa molta confusione con politici che continuano a spostare la questione dal giuridico al sociale. Questo è sbagliato, e il Guardasigilli l'ha ricordato. Siamo davanti ad una sentenza definitiva e solo la grazia può restituirgli la libertà. Ma ricordo che il ministro della Giustizia non può firmare nulla se prima non ha il parere proprio del magistrato di sorveglianza. E l'ha?".20 gennaio 2004 - BOSSI SU NUOVA P2
"La Repubblica"
Intervista a Bossi: i poteri forti dell'economia
e della politica romana non ci fermeranno
Il Senatur accusa la "nuova P2":
giovedì devolution, o tutti a casa
Ruini? No comment, non parlo del Vaticano
Certo ci sono mondi contrari al governo Berlusconi
di GUIDO PASSALACQUA
MILANO - Dopo due giorni a letto con l'influenza Umberto Bossi ritorna in pista e accusa quella che lui definisce "una nuova P2", un misto di poteri forti politico-economici che puntano a fare saltare gli equilibri governativi, a sabotare la riforma federalista. Bossi ne ha per tutti, ma contemporaneamente sta bene attento a non chiudersi le porte alle spalle. Si vedrà giovedì in Senato e domenica mattina in piazza a Milano, durante il corteo e comizio per il federalismo.
Ministro Bossi, il cardinale Ruini ha detto che le riforme vanno perseguite "senza nemmeno mettere apparentemente in discussione l'unità nazionale". Che ne dice?
"Io non parlo del Vaticano. Io le dico che il governo Berlusconi è favorevole a fare le riforme. Certo ci sono mondi che non sono favorevoli alle riforme, anzi che non sono favorevoli al governo Berlusconi".
Ma vuole dividere l'Italia in tre macroregioni, come diceva Miglio? Sta rifacendo il Parlamento del Nord?
"Ma quale Parlamento del Nord. Quelli che ipotizzo sono solo dei coordinamenti politici, cose di tipo consultivo".
Che si tratti di una sorta del Parlamento del Nord lo dicono i suoi alleati.
"Se così fosse sarebbero molto poco alleati. Stiamo parlando di assemblee consultive".
Venerdì sera lei a Brescia era moderatamente soddisfatto, passate poche ore c'è stato un fuoco di sbarramento da parte di An e Udc.
"Vedo che ci sono segnali che qualcuno non vuole fare le riforme. Ma questa cosa non esiste, non esisterà. Altrimenti li dovrò considerare alleati riluttanti. Cioè alleati molto poco".
Non è che lei abbia molto tempo, giovedì si vota la devoluzione nell'aula del Senato, sarà la prima prova del nove.
"Se non passa si va a casa subito".
La sinistra l'accusa di sfasciare il paese.
"Sono scemi. Se loro stanno a sentire Violante..."
La sua strategia politica?
"Ma che strategia, penso al Nord che mantiene il Paese".
An ha dei dubbi, idem l'Udc, ma su cosa vi siete trovati d'accordo in commissione Affari costituzionali?
"Le dico che se non passa in aula, se non mantengono la parola...".
Si parla di uno scambio tra devoluzione e verifica di governo.
"Ma che. Se non passa questa volta... Del resto, se non si arriva al risultato attraverso le riforme, allora vuole dire che non c'è più da sperare. Se a metà settimana non passa in aula la devoluzione, vuole dire che ognuno è libero di andare per la sua strada".
Cioè?
"Sarà chiaro a tutti chi è Berlusconi, chi è Fini, chi è Follini, chi è Casini".
Ma lei è disponibile a eventuali emendamenti in aula?
"Ma insomma, non c'è niente da emendare. Alla sinistra abbiamo già dato tutto".
Sulla devoluzione c'è stato un fuoco di sbarramento da parte dei principali quotidiani italiani.
"Sappiamo chi sono. E non mi illudo che siano favorevoli al Nord. Magari ci sono uomini collegati a quelle parti che sono interni al Nord. Ma io le dico che c'è un nuovo gruppo, la potrei definire la nuova P2, che è organizzata trasversalmente, che mira a fare pasticci e imbrogli".
C'è chi sta sabotando le riforme all'interno della coalizione?
"No, non mi pare che all'interno della maggioranza ci siano cose di questo tipo. Certo, le riforme si devono fare. Ma insisto: c'è un coacervo forte di tipo economico e politico che vuole i soldi e che è trasversale alla politica".
La riforma federalista passerà al Senato?
"Io mi aspetto che passi. Se non passerà, saranno i fatti a parlare. Non posso pensare che vinca la nuova P2 che sta cercando di metterci in difficoltà. Non c'è il minimo dubbio che la riforma passerà, altrimenti il Nord batterà un'altra strada. Certo che è fatale che non ci si trovi sulla stessa lunghezza d'onda del mondo romano"."Il Corriere della sera"
Bossi: la nuova P2 non vincerà. Tutti a casa se non passa la riforma
MILANO - "Nessun emendamento. Alla sinistra abbiamo già dato tanto in Commissione. Ora non resta che approvare la riforma federalista anche in Aula. Altrimenti avrà vinto la nuova P2". Umberto Bossi sente aria di "complotto". Min istro, non c'è solo il centrosinistra sulle barricate: i suoi alleati, An e Udc, non sono affatto contenti. Anzi: minacciano di non dare il via libera al federalismo.
"Se è così li dovrò considerare alleati riluttanti... cioè alleati... ma molto poco o per nulla".
C'è un bel fuoco di sbarramento: il federalismo alla padana non piace.
"In effetti osservo segnali non belli: qualcuno non vuole il federalismo; ma questa cosa proprio non esiste".
Che cosa intende dire? Che cosa non esiste?
"La riforma si fa, punto e basta. L'hanno votata in Commissione e adesso cambiano improvvisamente rotta? Non ha senso: ma se davvero anche i miei alleati dovessero comportarsi così, ebbene allora sarà chiaro a tutti chi è Berlusconi, chi è Casini, chi è Fini, chi è Follini".
Da giovedì l'Aula: se il federalismo fosse bocciato?
"Le conseguenze sarebbero immediate. Tutti a casa e ognuno per la propria strada".
Alleanza nazionale e Udc mettono sotto accusa il cosiddetto Parlamento del Nord: spacca l'unità nazionale.
"Ma quale Parlamento del Nord... quale spaccatura dell'unità nazionale... nel disegno di legge si parla di organo consultivo a livello macroregionale. Non di organo legislativo o deliberativo. Se davvero la riforma prevedesse un Parlamento del Nord le cose sarebbero, sì, diverse. Ma non è questo il contenuto del disegno di legge che, ripeto, è già stato votato in Commissione e che traduce il contenuto degli accordi fra i partiti della Casa delle Libertà. Se non mantengono la parola, se tradiscono i patti, se si rimangiano il voto già dato in Commissione significherà che non ci sarà più nulla da sperare e ci sentiremo liberi. E poi non posso pensare che vinca la nuova P2".
A chi e a che cosa si riferisce? Che cosa sarebbe questa nuova P2?
"E' sotto gli occhi di tutti".
Ovvero?
"Una organizzazione trasversale agli schieramenti che mira a combinare pasticci e imbrogli".
Sia più chiaro?
"Un coacervo politico, economico, editoriale contrario alle riforme. Uno schieramento politico che punta ad arraffare i soldi. Un nuovo gruppo, io la chiamo una nuova P2".
Molti l'accusano di volere sfasciare il Paese.
"Sono scemi. E del resto stanno a sentire Violante e soci... La verità è che la riforma comincia a realizzare il vecchio sogno risorgimentale della unità nella diversità. Non vi è proprio nessuna spaccatura o rottura del Paese".
Il Senato, secondo lei, approverà il federalismo?
"Continuo a sperare di sì e a respingere l'idea che rivinca la prepotenza di una nuova P2. Chi si assume la responsabilità di non rispettare i patti? Chi va a spiegare che, prima, in Commissione si è approvato e poi ci si è rimangiato tutto? Sono curioso di vedere le facce dei miei alleati e sono curioso di vedere se per davvero si mostreranno molto ma molto poco alleati".
Il cardinale Ruini...
"Ah no, del Vaticano non parlo".
Il cardinale Ruini ha espresso la convinzione che le riforme non possono dividere il Paese.
"No, no, no. Del Vaticano non parlo. Io so che ci sono certi mondi non favorevoli alle riforme e non favorevoli al governo Berlusconi. Ma del Vaticano non so proprio niente".
Fabio Cavalera21 gennaio 2004 - PARMALAT: FLORIO FIORINI
ANSA:
FLORIO FIORINI: IO IL LAVANDAIO, TANZI E I BANCHIERI
INTERVISTA AL SOLE 24 ORE
"Com'e' pensabile che una societa' di revisione abbia creduto che Parmalat avesse un deposito presso una sola banca, quando lavorava con moltissime banche? Una banca la prima cosa che ti chiede di versargli e' la liquidita'. Che e' cio' su cui guadagna ". Chi parla e' Florio Fiorini che, in un'intervista al SOLE 24 ORE, rievoca i rapporti con Calisto Tanzi fin dai tempi in cui ricopriva la carica di direttore finanziario dell'Eni. "Il banchiere interviene al momento della decisione del finanziamento - continua Fiorini -. Ma se il bilancio della societa' beneficiaria e' falso, non e'certo colpa della banca. E' impossibile che tutte le banche siano state complici di Tanzi. Probabilmente questi di Bank of America non sono del tutto puliti. Se falsifico il documento di qualcuno debbo avere un'arma di ricatto. Altrimenti sarei un matto".
Alla domanda del quotidiano della Confindustria: "In Sasea lei s'e' imbattuto in qualcuna di queste banche? (Banca di Roma, Comit, Bnl e Monte dei Paschi) " Fiorini risponde: "Lavoravamo con tutte. Ma il nostro rapporto era fondamentalmente diverso. Io facevo il lavandaio e lo dichiaravo apertamente. Era un mestiere pericoloso: prendevo le aziende vecchie e malate e cercavo di rimetterle in sesto per guadagnarci. Rendevamo servizi alle banche, alle societa' assicurative e anche a qualche azienda industriale. Ma le banche prima di darci i soldi ci pensavano su quattro volte".
Alla domanda, infine, "Vede analogie tra il crack Parmalat e quello dell'Ambrosiano?" Fiorini afferma: "L'Ambrosiano falli' perche' Calvi aveva comperato il controllo della banca attraverso fiduciarie panamensi che erano state finanziate dallo stesso Ambrosiano. Questo determino' un buco che Calvi credeva di poter rimborsare, ma che invece ando' ingigantendosi per la svalutazione del dollaro e l'esplosione dei tassi d'interesse. (...) Per me, Tanzi non era Calvi. E il ragionier Tonna non era ne' Licio Gelli ne' Umberto Ortolani".23 gennaio 2004 – STAJANO SULL’ UNITA’
"L' Unita'"
Se società fa rima con civiltà
di Corrado Stajano
Dunque, il presidente del Senato Pera è andato a far visita alla tomba di Craxi di Hammamet e sul libro d'onore ha scritto: "Per una memoria unita degli italiani". Chissà che cosa avrebbe scritto dieci anni fa quando era un "giustizialista" furibondo e affidava alla Stampa i suoi pensieri in difesa dei giudici di Milano bollando con parole scarlatte la corruzione, i partiti mangiastato, il malandrinaggio che infestava la Repubblica. Si è revisionato da sé. Adesso dice e scrive tutto il contrario, sempre con toni accesi. Non è vietato. Anche Picasso ha avuto il periodo blu, il periodo rosa. Di recente il presidente del Senato ha fatto sfoggio delle sue ricordanze sul tema dell'antifascismo e della Resistenza: è arrivato il momento, ha detto, di mettere in discussione quel mito, di abbandonarlo, di pensare soltanto a scrivere la storia. Mentre Fini, l'alleato, parlava del fascismo come del male assoluto.
La memoria è un punto forte di Pera. Dev'essere un estimatore di Proust, di Joyce, di Rilke, di Alain Fournier. Chissà se ricorda ancora quel che alla Camera dei deputati disse Craxi il 10 luglio 1981, pochi mesi dopo la scoperta delle carte della P2, nei giorni successivi al tentato suicidio nel carcere di Lodi del banchiere Calvi: "Straordinaria è la crisi che investe la Borsa di Milano, in preda al panico e all'avventura. I giornali di ieri hanno titolato le vicende della Borsa milanese ricordando Caporetto, non in senso figurativo, ma riandando al reale precedente storico, che pare appunto risalire alla giornata che nel 1917 seguì la sconfitta militare". (...) "Quando si mettono le manette, senza alcun obbligo di legge, o senza ricorrere ad istituti di cautela, che pure la legge prevede, a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto gruppi che contano per quasi metà del listino di Borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative che si sono messe al galoppo. La verità è che, contemporaneamente, assistiamo all'intrecciarsi di torbide manovre di potere attorno a grandi giornali, a grandi banche, a grandi gruppi finanziari".
Sappiamo quel che è accaduto dopo. Il banchiere Calvi appeso - assassinato - a un pilone del Blackfriars bridge di Londra nel giugno 1982, la stagione del terrorismo sanguinario, Craxi presidente del Consiglio nel 1983, la grande corruzione nella famosa "Milano da bere", con l'ufficio di Craxi diventato la più importante centrale delle mazzette, un va e vieni da stazione ferroviaria, in piazza del Duomo 19 dove adesso Forza Italia, gli eredi, vorrebbero murare una lapide celebrativa dedicata allo statista. Vicino a un'altra lapide, quella che ricorda Turati e la Kuliscioff, inquilini nella stessa casa sopra i portici settentrionali della Galleria.
Nella Milano di allora le tariffe delle tangenti erano di pubblico dominio, Silvano Larini, l'eminenza grigia di Craxi, ha rivelato ai giudici i particolari più minuti. E anche tanti altri l'hanno fatto e le carte parlano. Le sentenze di condanna di Craxi sono passate in giudicato.
Il ladrocinio era palpabile e quel che allora accadde non può non far venire in mente la cupa vicenda della Parmalat, con il suo groviglio di bond e di finzione, le compravendite di titoli inesistenti, i contratti fiduciari, le falsificazioni, l'uso delle società off-shore, le complicità e le coperture politiche e amministrative che non possono non sussistere in un meccanismo così complicato come quello di Collecchio. Vittime i risparmiatori imbrogliati o malconsigliati dalle banche come ai tempi del crac delle banche di Sindona e del Banco Ambrosiano di Calvi, ma in una dimensione assai più ampia, e con loro i contadini sudamericani, i produttori di latte, i lavoratori delle aziende sparse in tutto il mondo, la miriade di società dell'indotto.
Vent'anni fa le reazioni dei cittadini che comprendevano di vivere in una società profondamente corrotta furono lente, difficili da esprimere. Come oggi: cominciano adesso le prese di coscienza, le proteste. A Milano, dopo l'83-'84 la ribellione, mentre stava cambiando l'assetto sociale, fu sotterranea e timida, poi più aperta, coraggiosa e diffusa. Uno dei segni, forse il più rilevante, fu nel 1985 la nascita del Circolo Società civile, 101 soci fondatori, 400 venuti dopo, grandi nomi e piccoli nomi, in buona parte la borghesia responsabile della città che rifiutava le pratiche corrotte di quella politica della spettacolarizzazione, manifestava disagio profondo nei confronti dei partiti che su tutto quanto volevano imporre le loro decisioni e la loro prepotenza. Il Circolo non nasceva contro i politici-irritati, furiosi - ma in nome di una nuova politica. Lo statuto non mitizzava il concetto di società civile che non spuntava certo allora (August Ludwig von Schlozer, 1794) rifiutava l'idea che tutto quanto è fuori dai partiti fosse per se stesso civile, escludeva i politici di professione perché hanno altri spazi per esprimersi, denunziava il malaffare, sosteneva l'importenza sociale e politica della questione morale. Nando Dalla Chiesa ne fu l'anima. Un mensile, Società civile, pubblicato per quasi dieci anni con difficoltà di ogni genere fu una libera voce odiata dai profittatori e dagli speculatori. Manifestazioni, dibattiti, convengi su temi scottanti ravvivarono una città malandata, mezza morta, proprio come adesso.
Mani Pulite, nel 1992, rappresentò una liberazione. Da anni, ormai, si tenta di immiserire l'inchiesta, dimenticando in modo impudico la ruberia generalizzata che infettò le fondamenta di una città, la capitale morale: 4520 indagati per corruzione, concussione, altri reati; 3200 soltanto a Milano; 1400 condannati spesso confessi. La coda, davanti agli uffici della Procura della Repubblica, di imprenditori soprattutto, che volevano confessare, liberarsi da un peso e smettere di pagar mazzette, era interminabile. Con loro, amministratori pubblici, guardie di finanza di grado alto e basso e politici, soliti incontrarsi periodicamente tutti quanti intorno a un tavolo per dividersi le percentuali sugli appalti. Per il partito o per se stessi. Come si può dieci anni dopo negare ancora l'evidenza, mentire in modo spudorato, dare a un'inchiesta giudiziaria, con luci e ombre, significati falsi tentando di trasformarla nello strumento di un complotto contro il sistema politico? Seguitando a perseguitare i magistrati - avviene dal 1994 -, senza aver approvato una sola legge contro la corruzione, senza aver posto mai al primo posto delle cose da fare la legalità, il rispetto della legge che in uno stato di diritto è uguale per tutti.23 gennaio 2003 – BARBATO DI 10 ANNI FA
"L' Unita'"
Il fascino pericoloso dell'uomo di Arcore
di Andrea Barbato
Questo articolo è stato pubblicato dieci anni fa sull'Unità, il giorno della discesa in campo di Berlusconi.
Arriva, volando sull'onda elettronica come una Mary Poppins della politica, l'uomo di Arcore. Arriva già preconfezionato, precotto, in kit di montaggio, istruzioni incluse. Uguali come clonazioni, parlano le cassette registrate, non l'uomo in carne e ossa: non siamo nell'era dei messaggi? E del resto, in un'occasione ufficiale come una dichiarazione di guerra, perché sottoporsi a domande, tanto più se si possiedono personalmente microfoni e telecamere? Così, l'Italia pre-elettorale ascolta il sermone del replicante, magari cerca di articolarlo e spezzettarlo, ma il risultato è lo stesso. Forse si può partire da qui, da questa singolare scelta dell'autointervista, per cercare di capire chi è l'uomo del destino, e di indovinare se quello splendido villone brianzolo dai viali innevati sarà una Versailles o una Sant'Elena. Forse Berlusconi (insieme al diversissimo Di Pietro) è il personaggio più popolare d'Italia: e anzi ci sembra di ricordare un'indagine d'opinione nella quale precedeva - nella classifica di celebrità di tutti i tempi - addirittura Gesù Cristo. È diventato quasi un sinonimo: di abilità imprenditoriale, di successo rapido. Agnelli si nasce, Berlusconi si diventa. Ecco l'esempio pratico di come chiunque, con laboriosità spregiudicata, potrebbe diventare miliardario, tirare le fila di quel grande teatro dei burattini che è l'universo dell'informazione e dello spettacolo, mettere in riga i potenti magari esaudendo i loro desideri, e in fine presentarsi come il salvatore della patria, il raddrizzatore dei torti, la fata del libero mercato, il mago che può salvarci dal fisco incontentabile, ma soprattutto dal totalitarismo statalista e collettivista.
Piano-bar e finanza
Che si vuole di più? Di Berlusconi, gli italiani sanno tutto: la sua carriera, il suo passato di intrattenitore da crociera, l'edilizia, i quartieri residenziali milanesi, il gran salto nell'affare televisivo, l'infortunio della iscrizione alla P2, la conquista della Mondadori e della Standa, l'estensione di un immenso impero economico-finanziario sia pure lesionato da debiti immani, i successi sportivi con il Milan... C'è poco da raccontare, in una biografia così pubblica, che si svolge tutta all'aperto, sotto gli occhi di una folla che è anche utente e spettatrice. Cosa rivelare che già non si sappia sulle riunioni di Arcore, sulle amicizie politiche, sugli aneddoti personali? Berlusconi è stato senza dubbio, nel bene e nel male, il protagonista degli anni Ottanta, decennio di ascese e cadute, di spregiudicatezze e di rampantismo, di grinta e di complotti. Oggi che Berlusconi si ricicla, si propone come uomo nuovo, bisognerebbe ricordargli (ma si può dialogare con una cassetta magnetica?) che mai nessuno è stato fortunato come lui nei rapporti con la vecchia classe politica, quella che gli italiani dovrebbero essere chiamati a seppellire. Nessuno ha goduto dell'appoggio più diretto del lungo governo del suo strettissimo amico Craxi e dei suoi alleati dc, durante la IX legislatura. Prima con l'assenza di leggi, poi con leggi e decreti favorevoli, il tutto in una materia - la comunicazione - che è strettamente legata al consenso, alla manipolazione delle idee, e quindi in ultima analisi alle scelte politiche. Berlusconi ha avuto l'intuito e l'abilità di non indossare un'uniforme, di non percorrere la strada maestra del fiancheggiamento. Ha usato la benzina politica per crearsi una sua macchina particolare, colorata, sfavillante. Ha ricercato con meticolosità i gusti, le attese, le debolezze, i desideri della platea, e ha fatto di tutto per soddisfarli.
L'ingrediente soft
Il meccanismo è semplice e geniale: io somiglio a voi tutti, e vi do quello che chiedete e vi aspettate, e noi tutti cresciamo insieme e ci somigliamo sempre di più. Se questo ingranaggio fosse applicato (come accade nella storia) a pulsioni nazionalistiche, o militaresche, o etniche, o religiose, si avrebbe un regime di tipo mediorientale o sudamericano. Ma Berlusconi, nel trasferirlo in politica, si è portato via il suo materiale soffice: il consumo, l'applauso, il sorriso a tutta bocca, l'ammiccamento, la risata. Non è difficile, nell'Italia melensa e immemore, trasformare tutto questo in progetto, club di buongoverno, tricolore di Forza Italia. Dunque, sul fondo, c'è un'ideologia berlusconiana. Parte dal denaro, si occupa del denaro, arriva al denaro. Ma Paperone non c'entra: ora sappiamo che l'oro è anche uno strumento di potere. Prima di tutto, per difendere l'oro stesso, minacciato da statalismi, concorrenze, sinistrismi. Poi, per stimolare quel mondo di marionette litigiose che, visto da Arcore o dall'elicottero della Fininvest, sembra essere il mondo politico. Un mondo di ietti, ambiziosi, straccioni, incapaci di comunicare. Lui, Berlusconi, ha i soldi, che da sempre muovono la politica. Ma ha anche gli strumenti della comunicazione, che sono i mattoni del consenso. Le idee diverse, il pluralismo? Sono utili alle aziende, muovono la scena: non ci sarebbe Otello senza Iago, ma Iago è pur sempre il tortuoso traditore. Meglio rinchiudere tutto nella confezione di una cassetta.Su Berlusconi sono state scritte biografie, alcune perfide, altre agiografiche.
Disprezzo per la politica
Il suo stile sbrigativo piace a molti, che forse confondono quel carattere, così utile a un imprenditore, per una promettente qualità politica. Sarebbe anche lungo elencare le ragioni degli altri, di quelli che hanno riflettuto sui pericoli dell'ingresso di Berlusconi in un'area che in marzo potrebbe arrivare addirittura al governo. Si possono diluire i propri interessi personali negli interessi generali? Ci sarà una grave confusione fra chi sarà chiamato a decidere e chi beneficerà di quelle decisioni? Ci può essere lealtà competitiva se uno dei concorrenti dispone - malgrado rinunce formali - di un grandioso apparato di imbonimento, una fabbrica di cassette e di opinioni in cassetta? E su quale idea delle libertà, della società, dell'etica, della solidarietà, delle passioni civili, è fondato un progetto politico che sembra scritto su un fissato bollato? Si può fondare un movimento utile e duraturo basandolo sulla paura di qualcosa che non c'è (il comunismo), sulla caricatura degli avversari, su fantasiose promesse fiscali, su vaghezze nominali come la liberal-democrazia, su regole di mercato che lo stesso gruppo ha allegramente eluso e violato negli anni, sull'unico ideale del consumo...? Consumo di speranze, colori, musiche... La vita non è un quiz, l'amministrazione pubblica non è le ruota della fortuna, le idee della gente non sono un karaoke. Se il successo di Berlusconi invita a riflettere (anche sulla sua indubbia bravura) e rispecchia un'Italia che vorrebbe essere spensierata e spregiudicata anche a costo di chiudere gli occhi, è l'ambizione di Berlusconi il nuovo dato da esaminare, perché un uomo che ha già tutto gioca una partita così grossa e rischiosa? Le risposte possibili sono molte. Perché solo così può sperare di salvare ciò che ha. Perché è sempre stato un giocatore. Perché disprezza la politica. Perché il potere che ha non gli basta più. O, infine, perché crede in quel che dice. Fra tutte, questa, sarebbe la risposta più allarmante. Sbaglia chi contesta a Berlusconi il diritto di impegnarsi in politica. Sbagliano quei politici che vogliono scoraggiarlo per gelosia o per spirito corporativo. Sbaglia chi lo attacca sui lati privati o personali. Ma sbaglia anche, chi pensa di votare per lui.25 gennaio 2004 - PECORARO A BOSSI,SE PARLI MASSONERIA RICORDA ANCHE P2
ANSA:
VERDI: PECORARO A BOSSI,SE PARLI MASSONERIA RICORDA ANCHE P2
IGNOBILE IL SUO ATTACCO A CIAMPI. COMIZIO ISTERICO
«L'isterico comizio di Milano e gli ignobili attacchi della Lega al Presidente della Repubblica Ciampi rappresentano la reazione di un partito che, dietro gli insulti e le parate in strada, cerca di nascondere il suo totale fallimento al governo». E' la replica del presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio alle affermazioni degli esponenti leghisti nel corso della manifestazione di Milano.
«Suona peraltro paradossale che Bossi parli di massoneria - aggiunge - dimenticando i noti rapporti tra Berlusconi e la loggia deviata P2...».31 gennaio 2004 - BANCA D'ITALIA E TESORO IN CASI CALVI E SINDONA
"Il Riformista"
CORSI&RICORSI. QUANDO BANCA D'ITALIA E TESORO COLLABORAVANO
Prima Carli-La Malfa, poi Ciampi-Andreatta Due coppie di ferro contro Sindona e Calvi
Via Nazionale bloccò la manovra del finanziere siciliano e via XX Settembre non riunì per il mesi il Cicr
Forse il "metodo Aspen" non piace al Cavaliere. Magari più realisticamente a non gradire è l'ala democristiana di Forza Italia: teme un asse Tremonti-Ciampi "per servirci Giuliano Amato alla Banca d'Italia senza che neppure ce ne accorgiamo", stando alle parole sussurrate a margine del consiglio dei ministri di giovedì 29 gennaio. O più probabilmente sulla riforma delle autorità per il risparmio Silvio Berlusconi sfrutta il classico stop and go tipico delle fasi di verifica: l'affaire Parmalat-Cirio va infatti disgraziatamente a intrecciarsi con i problemi ministeriali di Gianfranco Fini e con le aspirazioni di Marco Follini. Resta il fatto che le modifiche al progetto iniziale rischiano di creare un rimedio peggiore del male.
Le competenze sulla concorrenza bancaria verrebbero sì trasferite all'Antitrust, ma poi ci sarebbe l'obbligo di chiedere a Bankitalia un parere preventivo (secondo An, vincolante) su tutte le operazioni. Mentre restano in dubbio i poteri della SuperConsob: potrà per esempio muovere la Guardia di Finanza? In altri termini, c'è il fondato timore che i veleni corsi a fiumi negli ultimi mesi tra Via Venti Settembre e Via Nazionale inquinino abbondantemente la riforma. Esempio: perché la vigilanza non vigilava? Ahi sì? E perché la Finanza non ispezionava?
Eppure non è affatto vero che la separazione, o peggio la incomunicabilità, tra ruoli e palazzi sia congenita a queste istituzioni, e debba perpetuarsi un meccanismo di sospettosi veti reciproci e controlli incrociati. Il problema è di sostanza. E la storia ci racconta che sulla sostanza quando un governatore e un ministro collaborano (e si armano di responsabilità senza rifugiarsi nello steccato delle competenze), si esce dalle vicende più scabrose, da scandali realmente sanguinosi, salvando sia l'onore sia la pubblica pecunia.
Può essere utile una rilettura di Cinquant'anni di vita italiana di Guido Carli, scritto in collaborazione con Paolo Peluffo (oggi consigliere e portavoce di Carlo Azeglio Ciampi: quando si dice le coincidenze). Lo scomparso governatore di Bankitalia e presidente di Confindustria dedica un capitolo alle vicende di Michele Sindona e Roberto Calvi, capitolo intitolato significativamente "Banchieri ai tempi della peste".
Nei primi anni Settanta la peste era impersonata da Sindona e dalle sue scorribande sui mercati valutari internazionali. Nel '71 il finanziere vuole scalare la Bastogi. Scrive Carli: "L'annuncio dell'Opa provocò un'ondata di entusiasmo che coinvolse Corriere della Sera, Stampa, Sole 24 Ore, Espresso, Mondo, Europeo, ed ebbe il suo più strenuo difensore nel mio amico Eugenio Scalfari, allora deputato, che presentò interrogazioni per ammonire contro eventuali ostacoli frapposti all'Opa, un'operazione tanto innovativa e dissacrante. Deputati comunisti come Ferri e Barca intervennero ostentando una certa equidistanza e chiedendo al governo di pronunciarsi sia sull'Opa di Sindona sia sul tentativo Montedison di giungere al controllo della Bastogi attraverso le partecipazioni incrociate". Ahi, quando si vanno a riaprire i vecchi armadi...
Carli non fu per nulla affascinato. "Diedi ordine al fondo pensioni della Banca d'Italia di non cedere il pacchetto Bastogi, invitando alcuni presidenti di istituti di credito pubblico a comportarsi nello stesso modo. La decisione fu oggetto di critiche senza precedenti da parte dell'Espresso. L'11 ottobre fu annunciato ufficialmente il fallimento dell'Opa".
Sindona ci riprova nell'estate 1973. Il suo veicolo è la Finambro per la quale delibera un aumento di capitale. In Bankitalia c'è ancora Carli, al Tesoro c'è Ugo La Malfa. Carli: "Sindona venne in Via Nazionale per illustrarci il progetto e le sue finalità. Lo avvertii che nessun aumento di capitale sarebbe stato autorizzato fino a quando le nuove norme sulla regolamentazione dei mercati mobiliari non fossero state approvate dal Parlamento. Del colloquio fu redatto un processo verbale. Fu letto all'avvocato Sindona. Ne fu consegnata copia al ministro del Tesoro".
E il Tesoro? Per tutta l'estate evitò di convocare il Cicr; sì, il famoso Comitato del credito e risparmio che oggi pare diventato il luogo deputato dello scaricabarile, quasi un ente inutile. Invece nel '73 La Malfa e Carli si misero d'accordo e non ci pensarono due volte ad esercitare i loro poteri in maniera molto estensiva. "Avevamo deciso di sospendere temporaneamente gli aumenti di capitale, tranne per le società direttamente produttive. La stampa si scatenò contro La Malfa". Da lì a poco, il crack delle due banche sindoniane, la Franklin e la Banca privata italiana. Un buco da 1,7 miliardi di dollari, La Federal reserve negli Usa, Bankitalia e Tesoro da noi poterono farvi fronte grazie a quelle che Carli definisce pudicamente "soluzioni amministrative". Il fine giustificò ampiamente i mezzi.
Nel 1981-82 la storia si ripete con il caso Banco Ambrosiano-Ior. Roberto Calvi, il "banchiere di Dio" a capo dell'Ambrosiano, crea un'insolvenza di mille miliardi di lire dell'epoca, dalla quale l'istituto vaticano guidato da Paul Marcinkus cerca di tirarsi fuori esibendo una serie di lettere liberatorie firmate dallo stesso Calvi. Da parte dei protagonisti politici non esiste una testimonianza diretta come quella di Carli su Sindona: al Tesoro c'era Nino Andreatta, colpito da anni da una gravissima malattia. Era comunque un dc di sinistra, che la sinistra bollava però di "rigorismo sfrenato". Alla Banca d'Italia sedeva Ciampi. E' importante notare come l'attuale capo dello Stato fosse succeduto a Paolo Baffi. Il quale nel 1979, dopo avere tra l'altro disposto ispezioni sull'Ambrosiano, era stato incriminato dal magistrato Antonio Alibrandi (Mario Sarcinelli, capo della vigilanza, venne arrestato) con l'accusa di irregolarità nelle ispezioni sui finanziamenti alla Sir.
Insomma il clima non era precisamente da comitato di accoglienza. E bisogna pensare che in quegli anni si va avanti tra liste P2, suicidi e omicidi eccellenti (tra i quello di Calvi stesso), assassinii e sequestri delle Br. E naturalmente scorribande di borsa.
Ma nonostante tutto anche allora tra laici e parte della Dc si realizza una sorta di blindatura. Giovanni Spadolini a Palazzo Chigi, Giorgio La Malfa al Bilancio, Giovanni Marcora all'Industria e naturalmente Andreatta e Ciampi mettono in piedi una specie di situation room che consente di gestire il crack ambrosiano, fino a imporre al Vaticano la restituzione di gran parte dei mille miliardi. Dopodiché Andreatta non ottenne più ministeri economici.
Altri tempi? Probabilmente. Infatti bisognerebbe per completezza tener conto dell'altra metà della luna di quel sistema politico: a cominciare dal consociativismo economico e sociale, pendant del rigore.
Eppure una Banca d'Italia e un Tesoro coraggiosi e collaborativi dimostrarono, e potrebbero dimostrarlo tuttora, due cose. Che le responsabilità, se uno anche non ce l'ha garantite da norme e pandette (e vitalizi), se le può magari prendere. E che quando il nemico è alle porte, anzi è già in casa, c'è il dovere di intendersi. Così agì, almeno in quelle circostanze, la Prima Repubblica. Possibile che la Seconda non riesca a osare altrettanto?
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
Le notizie del 2000
Le notizie del 2001
Le notizie del 2002
Le notizie del 2003
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|