Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2004: marzo-aprile |
2 marzo 2004 - LE MEMORIE DELL' EDITORE PIRONTI
"Il Tempo"
di PAOLO CALCAGNO "LIBRI e cazzotti" sono stati sferrati da Tullio Pironti, editore napoletano, ex pugile, con la stessa epica incoscienza e la stessa travolgente simpatia. L'abilita' e la tecnica nello schivare i colpi (e i "bidoni") gli hanno permesso di centrare spesso il "colpo" vincente, ma i ko (subiti) non sono mancati nella "Vita piena di pugni" del 66enne editore, come si intitola la sua autobiografia tra poco in libreria.
Pironti, lei sali' sul ring a 15 anni e fece boxe fino a 21. Poi, il primo ko. Perche', dopo circa 50 incontri, quasi tutti vinti, abbandono' alla prima sofferenza?
"Feci bene a lasciare, perche' chi si ostina a continuare, spesso, diventa suonato: i cazzotti danneggiano molto il cervello. E, infatti, il mio un po' non funziona".
Com'era la boxe ai suoi tempi?
"Eroica. Spesso andavamo a combattere sulle navi americane, nel porto di Napoli. Il piu'delle volte serviva un peso massimo e a Napoli c'era Giuseppone che viveva in un casa chiusa e non si allenava quasi mai. Aveva un tariffario: se veniva pagato poco, andava giu'alla prima ripresa; se la paga era discreta, durava fino alla seconda; se era buona, vinceva il match. L'ultimo grande pugile e'¨ stato Cassius Clay, indimenticabile. In Italia gli ultimi grandi sono stati Mazzinghi e Benevenuti. Io preferivo Mazzinghi, che era veramente un gladiatore, anche se somigliavo di piu'a Benvenuti, un grande tecnico"
Che cosa le ha dato la boxe che, poi, le e'¨ stato utile come editore?
"L'incoscienza. Pubblicare libri e'¨ come il gioco della roullette: punti su un titolo, ci credi, ma spesso ti sbagli. Nessun editore in Italia puo'dire con sicurezza questo titolo diverra' un best-seller. Il mio piu'grande fiasco e'¨ stato "Patto d'amore", il libro sul cannibale giapponese che divoro'le parti erotiche di una ragazza olandese: in Giappone aveva venduto un milione di copie, in Italia solo 50".
Il libro di cui va piu'fiero?
""Il camorrista" di Gio'Marrazzo, lo inventai io. Poi, ci furiono le 100mila copie di "In nome di Dio", sulla morte di Papa Luciani. Ma il libro piu'difficile da prendere, per me, e'¨ stato "Meno di zero" di Bret Easton Ellis, grande esponente del "Minimalismo" americano. Nell'88 partecipai all'asta telefonica con l'agenzia letteraria Linder, avevo contro Mondadori. Vinsi io, perche' oltre il tetto di 50 milioni di lire, a quel tempo, in Mondadori dovevano riunire il consiglio d'amministrazione. Io offrii 51 milioni e li fregai. Fernanda Pivano volle conoscere il piccolo editore napoletano che aveva battuto il colosso Mondadori. Accetto'di scrivere gratis la prefazione del libro. Inoltre, mi segnalo'il piu'grande degli scrittori americani del nostro tempo: Don De Lillo. Ottenni un contratto di 7 anni e stampai 7 titoli di De Lillo. Poi, con Fernanda siamo diventati amici. Qualche anno fa pubblicai i suoi incontri, da Allen Ginsberg a Andy Warhol".
Il libro che si e'¨ pentito di non aver pubblicato?
"Licio Gelli, quando era latitante, mi propose il suo diario "La mia Loggia". Ci fu un incontro notturno nelle campagne intorno a Bologna. Pagai l'anticipo a scatola chiusa e presi il dattiloscritto. Mi aspettavo denunce a raffica, nomi eccellenti, invece era solo la sua autodifesa. Non lo pubblicai. Persi centinaia di milioni per un atto di etica. Oggi, quei soldi mi farebbero comodo".
L'autore che sogna di pubblicare?
"Guido Ceronetti".2 marzo 2004 - LEGA E MASSONERIA SECONDO IL VATICANO
"Il Messaggero"
DIETRO LE QUINTE
il Vaticano: dietro la Lega i massoni
Irritazione anche per i provvedimenti contro le fondazioni bancarie vicine ai cattolici
di ORAZIO PETROSILLO
ROMA - Singolare destino di certe parole. Considerate soltanto delle battute ma dagli effetti sorprendenti. Come il mozzicone di sigaretta buttato per sbadataggine in un bosco o la palletta di neve fatta rotolare per gioco da un ripido pendio. Le alte sfere ecclesiastiche non condividono però il parere di don Baget Bozzo secondo il quale "Bossi spara solo a salve e le sue cartucce non sono vere". Il mozzicone bossiano, con qualunque intenzione lanciato, sta provocando un incendio nel mondo cattolico. E, alla fine, potrebbe risultare decisivo per una presa di distanza degli ambienti ecclesiastici che contano da mezzo centro-destra. Nonostante la... positiva bilancia dei pagamenti del Governo Berlusconi verso la Chiesa italiana, per usare un concetto mercantile evocato dallo stesso premier o ricordato in modo polemico dal presidente dei senatori leghisti, Francesco Moro.
Le ormai frequenti battute da anticlericalismo militante cui Bossi e la Lega fanno ricorso, inducono gli strateghi in talare a derubricare in tattica quello che poteva essere apprezzato come strategia. Le ultime esternazioni di Bossi hanno avuto la conseguenza di rendere evidente ai vertici del mondo cattolico un convincimento segreto di cui non amano parlare. E cioè che alcuni settori della Lega siano un punto di riferimento per la massoneria internazionale al fine di una "destabilizzazione anticlericale in Italia". L'irritazione ecclesiastica tocca anche ambienti governativi per quei provvedimenti contro le Fondazioni bancarie che finanziano attività culturali cattoliche.
In questo quadro, ricevono una interpretazione unitaria, al di là delle motivazioni specifiche, gli attacchi a Fazio e alla Banca d'Italia, a Geronzi, ad una certa finanza o imprenditoria cattolica e, in tutt'altro campo, gli attacchi alla Caritas.
In aggiunta a tutto ciò, viene giudicato insufficiente l'atteggiamento del premier che non prende posizione esplicita contro le esternazioni anticlericali di Bossi e viene vagliato soprattutto quello che sta accadendo negli ultimi tempi all'interno di Forza Italia. Berlusconi non fa mistero di non fidarsi degli ex-Dc, ossia di quei politici che sono espressione del mondo cattolico: li attacca in generale quali esponenti della Prima Repubblica e non li premia all'interno di Fi. Al tempo stesso, coerentemente, nel suo partito sta facendo emergere gli esponenti dell'area laica liberal-socialista-repubblicana. In particolare, secondo gli analisti d'Oltretevere e dell'episcopato, Berlusconi starebbe marginalizzando il mondo cattolico dalla leadership di Fi. Come, del resto, conferma il fatto che "dall'alto" sia venuto l'ordine di sostituire ai vertici di Fi romana il cattolico Barelli con il socialista Sodano.
Dopo alcuni approcci considerati tattici verso la Chiesa e la stessa Santa Sede (entrò persino in Vaticano una sera del dicembre 2002 per discutere di immigrati con l'arcivescovo vicentino di Curia, Marchetto), Bossi si è reso conto che il voto cattolico prende in misura minima la via della Lega. In ogni caso, il particolarismo leghista, anima della devoluzione, fa a pugni con la dottrina sociale della Chiesa ed il sentire cristiano. Una riga e mezza soltanto della prolusione del cardinale Ruini il 19 gennaio al Consiglio permanente della Cei, è risuonata alle orecchie di Bossi come una dichiarazione di guerra. Parlando di riforme istituzionali, il presidente dell'episcopato italiano ne auspicò il compimento "con una visione il più possibile organica e lungimirante, senza mettere nemmeno apparentemente in discussione l'unità della nazione".6 marzo 2004 - BERLUSCONI ANNUNCIA QUERELA AD ECONOMIST
"Il Messaggero"
L' Economist e Provenzano, Berlusconi sporge querela
ROMA - La finta lettera di Bernardo Provenzano pubblicata dall'Economist, nella quale il boss elogiava alcuni provvedimenti del governo come la riforma del falso in bilancio, non è piaciuta a Silvio Berlusconi. Il premier ha dato mandato al suo legale, Niccolò Ghedini, di querelare il giornale inglese. E Ghedini ha dichiarato: "E' l'ennesimo articolo diffamatorio. L'Economist, dimostra la volontà non già di informare, ma di attaccare con immutata violenza il premier e l'Italia. La mafia e coloro che sono morti per combatterla, non sono argomento da trattare con toni e modi siffatti. Ancora una volta, dunque, dovrà essere l'autorità giudiziaria a intervenire".9 marzo 2004 - ROMANO GATTONI, LOMBARD E IL "SISTEMA SINDONA"
"Il Manifesto"
ROMANO GATTONI
Lombard e il "sistema Sindona"
GALAPAGOS
La prima volta che Guido Carli incontrò Romano Gattoni per il governatore di Bankitalia fu un piccolo shock: quel funzionario del servizio tecnologico, assieme a un altro dipendente, aveva ai piedi un paio di zoccoli bianchi, tipo quelli che abitualmente calzano i medici e gli infermieri negli ospedale. Certo, l'estate era caldo, ma quel particolare a Carli rimase impresso negli anni. A volte lo ricordava, ma su Romano cambiò presto idea: scoprì che quel giovane "barbuto" (che intanto era diventato rappresentante sindacale e aveva spesso occasione di incontrare il governatore di Bankitalia) era un fine intellettuale (a Carli piacevano molto) che si interessava non solo di economia e finanza, ma anche di architettura (la sua prima laurea), musica, letteratura. Ma anche una passione per lo sport. Anzi il calcio. Romano era un fine intellettuale, pacato e forbito, niente affatto estremista anche se Andreini, mitico ex segretario della Cgil di Bankitalia, lo chiamava "il cinese" non per gli occhi a mandorla, ma per il suo estremismo politico.
Poi Romano passò al servizio "sconti e anticipazioni" della banca centrale, mentre Carli passò il testimone a Paolo Baffi, altro governatore con il quale Romano ebbe un ottimo rapporto, consolidatosi dopo l'arresto nel `79 di Sarcinelli e il ritiro del passaporto al governatore con accuse deliranti. Erano anni difficili per l'Italia: gli anni del crack Sindona e poi di quello Calvi; gli anni di piombo e quelli della P2, cioè dell'intreccio tra politica e affari. Gli anni dell'omicidio Ambrosoli e quello di Boris Giuliano. All'inizio del 1980 in Italia fece scalpore un libro edito da Feltrinelli dal titolo "I soldi truccati: il sistema Sindona". Fu un successo editoriale clamoroso: oltre 50 mila copie solo nella prima edizione. Quel libro anticipava tutto quello che la commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sindona avrebbe rivelato nei mesi e negli anni successivi. Il libro era firmato con uno pseudonimo: Lombard. "Lombard è un alto esponente del mondo bancario e della finanza" era scritto nella prefazione del libro. In realtà Lombard era Romano Gattoni. Era, perché alcuni giorni fa è morto.
"Sembra una riunione della carboneria", mi disse ai primi di aprile del 1981 quando andai a intervistarlo sugli svolgimenti delle indagini Sindona e in particolare sulle rivelazioni della lista dalla lista dei 500 che stava facendo l'ex braccio destro del finanziere siciliano. Il richiamo alla carboneria era tutto nella stranezza di Galapagos che intervistava Lombard: un colloquio tra pseudonimi.
Il suo, Romano l'aveva mutuato dall'autore di una famosa rubrica del Financial times. Lo pseudonimo apparve moltissime volte su Lotta continua. Più raramente sulle pagine del manifesto per il quale Romano preferiva la forma delle interviste. O più spesso con chiacchierate attraverso le quali cercavamo di decifrare gli avvenimenti e le notizie. Quando Lombard scrisse "I soldi truccati" non lavorava ancora nel servizio vigilanza della banca al quale poi dedicò gli ultimi anni della sua attività lavorativa. Lo pseudonimo fu però una necessità: non voleva coinvolgere con il suo nome via Nazionale. E scrisse quel libro proprio perché non coinvolgeva il suo lavoro.
Nei successivi anni `80 e `90 di libri ne avrebbe potuti scrivere tanti altri. La sua attività di vigilanza, infatti, lo portò a importanti ispezioni presso grandi banche. Di più: negli ultimi anni fu chiamato spesso dai tribunali per svolgere perizie presso le banche. Ma del suo lavoro diretto Romano non amava parlare. Quando lo raggiungevo telefonicamente in qualche città che non era Roma dove stava lavorando e gli chiedevo di cosa si stesse occupando mi rispondeva immancabilmente: "scoprilo".
Romano da alcuni anni era tornato a Napoli. Aveva lasciato la Banca d'Italia e non lavorava più. E' morto a 65 anni. Un abbraccio da il manifesto a Mara, Ninno e Francesca.15 marzo 2004 - CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
ANSA:
MAFIA: CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
DOMANI PRIMA UDIENZA PRELIMINARE MORTE ROBERTO CALVI
"Io non ho mai accusato Riina, nel confronto con Salvatore Cangemi, di qualsivoglia responsabilita' di omicidio, sia eccellente o meno, sia delle stragi". La precisazione, autorizzata dai giudici di sorveglianza, giunge da Giuseppe (Pippo) Calo', detenuto nel supercarere di Marino del Tronto, e protagonista, lo scorso gennaio, di un animato confronto in videocollegamento con Cangemi, nel processo di appello per la strage di Capaci, innanzi la Corte di Assise di Appello di Catania.
Secondo Calo', la stampa avrebbe travisato il contenuto del confronto, riportando affermazioni non corrispondenti alla realta', tanto da ottenere il permesso di far pervenire una lettera di rettifica. "Quando ho detto nel confronto - scrive oggi l' ex capo mandamento di Porta Nuova - se c' era qualcuno che mi mandava a dire in carcere se ero d' accordo di uccidere il dott. Falcone, gli avrei risposto: 'chi ha deciso questo dovete portarlo in manicomio o ucciderlo'. Ma chi l' ha stabilito che io mi riferivo a Riina? E' sicuro che e' stato Riina a volere la morte del dott. Falcone? Perche' lo dicono i collaboratori?".
Calo' ha chiesto al presidente del collegio giudicante di fare una dichiarazione spontanea su quanto pubblicato dalla stampa "e cioe' che io davo la responsabilita' a Riina degli omicidi eccellenti che avevo elencato nel confronto e della strage del dott. Falcone. Mentre io - sottolinea - non ho dato nessuna responsabilita'. Ed e' stato lo stesso presidente a consigliargli di chiedere una rettifica".
Inoltre, "per quanto riguarda l' accusa che mi ha rivolto Cangemi sull' uccisione dei figli di Buscetta, il giornalista ha scritto che non ho dato risposta a questa accusa. Ma faccio presente che Cangemi non lo aveva mai detto prima di quel giorno. E poi per la scomparsa dei figli di Buscetta sono stato processato nel primo maxi processato e sono stato assolto con sentenza passata in giudicato".
Calo' figura come primo imputato anche nella prima udienza preliminare, in programma per domani al Tribunale di Roma, per il processo per la morte del banchiere Roberto Calvi. L' ex capo mandamento, assistito dagli avv. Gionni e Olivieri, seguira' l' udienza in videoconferenza. Gli altri imputati sono Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleiszig. Secondo l' accusa avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Guido Calvi, trovato impiccato nel giugno 1982, sotto il Blackfriars Bridge a Londra per punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra. Quella di domani sara' la prima di quattro udienze gia' fissate fino alla fine di aprile, al termine delle quali il giudice decidera' se rinviare a giudizio gli imputati.16 marzo 2004 - LEGALE MARIA FIDA MORO DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
ANSA:
MORO: LEGALE FAMIGLIA DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
L' avvocato di Maria Fida Moro, Nino Marazzita, ha presentato oggi alla Procura della Repubblica di Roma una istanza per chiedere la riapertura del fascicolo sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro e della sua scorta.MORO: AVV.MARAZZITA, BR COSTRETTE DA P2, KGB E CIA A UCCIDERLO
"Una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia, il cui scopo era bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". Sono queste per l' avvocato della famiglia Moro, Nino Marazzita, i responsabili indiretti e le ragioni per cui fu ammazzato lo statista.
Secondo il legale, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Marazzita ha sostenuto che nuovi elementi, tali da motivare la riapertura dell' inchiesta, sono contenuti nel cosiddetto dossier Mitrokhin. L' intero incartamento e' stato allegato in copia all' istanza. Si tratta di "un primo livello - ha spiegato il legale - poi forniro' documentazione per salire ad un livello piu' alto".
Dallo studio del dossier con le varie audizioni - le piu' significative quelle di esponenti del Sismi, tra cui il capo Fulvio Martini, e del magistrato Rosario Priore - il legale ha detto di aver trovato la conferma ad una ipotesi formulata negli anni e da piu' parti, secondo la quale ad uccidere Moro sia stato un insieme di interessi nazionali ed internazionali contrari alla sua intenzione di formare un governo di centro-sinistra.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l' evento". In altre parole l' avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l' allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L' istanza del legale e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell' uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, ed altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell' omicidio - ha specificato Marazzita - ed il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l' operato".
Il ruolo del Kgb sarebbe stato quello di "supportare questo scopo nella fase iniziale della vicenda, poi subentrera' anche la Cia, con un ruolo piu' importante. Gli israeliani - ha concluso Marazzita - ebbero invece un ruolo marginale, di supporto, cercarono di aiutare le Br ma poi queste presero le distanze da loro".MORO: LEGALE FAMIGLIA, UNA COMBINE TRA P2, KGB E CIA
CHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
L'avvocato Nino Marazzita, legale della famiglia Moro, ha scelto una data simbolica, quella del 26/o anniversario del sequestro e dell'uccisione della scorta, per far riesplodere il caso Moro. Lo ha fatto depositando alla Procura di Roma una istanza allegata a una ponderosa documentazione (il dossier Mitrokhin) in cui chiede la riapertura delle indagini.
Alla Procura di Roma non ci sono fascicoli aperti sul caso Moro. Secondo il legale proprio dal dossier sarebbero emersi nuovi elementi nella responsabilita' della vicenda, che confermerebbero uno scenario, sempre ipotizzato, quello di "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia". Lo scopo era "bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". In altre parole, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell'omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l'evento". In altre parole l'avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l'allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L'istanza e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell'uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, e altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell'omicidio - ha specificato Marazzita - e il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l'operato".16 marzo 2004 - CALVI: PRIMA UDIENZA GUP, DEPOSITATI NUOVI ATTI
ANSA:
CALVI: PRIMA UDIENZA GUP, DEPOSITATI NUOVI ATTI
E' cominciata oggi con il deposito di 11 scatoloni e sette faldoni di nuovi atti, l' udienza preliminare per l' omicidio del banchiere, Roberto Calvi, in cui sono imputati Flavio Carboni, presente in aula, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleinzig e Pippo Calo' collegato in videoconferenza dal carcere di Ascoli.
Davanti al giudice Orlando Villone, i Pm Maria Monteleone e Luca Tescaroli hanno fatto scaricare due carrelli di documenti tra i quali c'e' materiale sequestrato nella cantina di Emilio Pellicani, un collaboratore di Carboni, e le dichiarazioni di alcuni pentiti provenienti anche da altri processi. Sono state anche depositate questa mattina le dichiarazioni di Odette Morris, arrestata a Londra nei mesi scorsi. L' udienza e' stata rinviata al 22 aprile prossimo.
Tra i documenti depositati dai pubblici ministeri ci sono anche le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali realizzate negli anni scorsi. Per qualcuna di queste, visto che si tratta di conversazioni in tedesco, sara' necessario che un perito le traduca in italiano.
I difensori di Flavio Carboni, avv. Renato Borzone e Anselmo De Cataldo, e di Manuela Kleinzig, Ersilia Barracca, hanno chiesto di prendere visione del nuovo materiale depositato.CALVI: DOPO 22 ANNI LA PRIMA UDIENZA PRELIMINARE/ ANSA
A distanza di 22 anni dalla morte, si e' aperta questa mattina l' udienza preliminare per l' omicidio di Roberto Calvi, avvenuto nel giugno 1982, quando il banchiere fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra.
Questa prima udienza si e' chiusa con un rinvio (al 22 aprile) ed e' stata l' occasione perche' i pubblici ministeri - Maria Monteleone e Luca Tescaroli - depositassero otto scatoloni e undici fascicoli di nuova documentazione da mettere agli atti. Documenti che vanno ad aggiungersi alle centinaia di faldoni occorsi per istruire il procedimento.
Le difese dei quattro imputati - il cassiere della mafia Pippo Calo', Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig e l' imprenditore Ernesto Diotallevi, accusati di omicidio - hanno chiesto un congruo periodo di tempo per visionare la documentazione. Si tratta in gran parte di dichiarazioni di pentiti rilasciate nel corso di altri procedimenti giudiziari, trascrizioni di intercettazioni ambientali e telefoniche (alcune sono in tedesco e dovranno essere tradotte) nonche' delle dichiarazioni di Odette Morris, parente di Flavio Carboni, teste fondamentale nella vicenda. Fu lei a sostenere che il giorno della morte di Calvi, il 18 giugno 1982, Carboni era con lei in gita fuori Londra. La donna, nell' ambito di un piu' stretto rapporto tra le autorita' inglesi e quelle italiane, fu arrestata nei mesi scorsi dalla polizia inglese con l' accusa di falsa testimonianza e favoreggiamento. L' accusa si riferisce proprio alle dichiarazioni che scagionarono Carboni e che oggi sono ritenute false.
In aula, leggermente ingrassato, e' giunto Carboni, con i suoi difensori Renato Borzone e Anselmo De Cataldo; in videoconferenza dal carcere di Ascoli era collegato Pippo Calo', in compagnia di uno dei suoi avvocati, Mauro Gionni. Assenti gli altri imputati, rappresentati dai rispettivi avvocati difensori. All' esterno dell' aula del Gip Orlando Villoni, attendeva uno dei collaboratori di Carboni, Emilio Pellicani, nella cui cantina e' stato sequestrato materiale e documenti, portato in aula insieme con gli altri atti.
Per l' accusa i quattro avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Guido Calvi per punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra.17 marzo 2004 - IL "LIBRO NERO DELLA PRIMA REPUBBLICA" DI RITA DI GIOVACCHINO
"Il Manifesto"
Le strade d'Italia che portano a Capaci
Per Fazi Editore, "Il libro nero della prima Repubblica" di Rita Di Giovacchino
FRANCESCO NERI
Perché il 20 marzo 1979 è stato ucciso a Roma, in via Tacito, il giornalista Mino Pecorelli, direttore di Op, in procinto di pubblicare ampi stralci della parte sconosciuta del Memoriale Moro? Perché nel 1980 lo Stato scese a patti con le Br e pagò un riscatto per la liberazione dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, rinnegando la linea della fermezza che solo due anni prima aveva adottato per il sequestro di Aldo Moro? Chi è veramente il senatore Giulio Andreotti, uno dei pochi politici italiani uscito indenne dal terremoto che ha distrutto la prima repubblica? Sono solo alcune domande a cui cerca di rispondere Il libro nero della prima repubblica (Fazi editore, pag. 443, 18 euro). L'autrice, Rita Di Giovacchino, da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il Messaggero. Ha seguito quasi tutte le grandi tragedie italiane: dal caso Moro alla morte di Falcone e Borsellino. Con questo volume, uscito solo qualche mese fa e già alla seconda ristampa, la giornalista tenta di ricostruire l'intreccio dei poteri, visibili e invisibili, che hanno caratterizzato e condizionato decenni di vita politica nazionale.
Il libro è articolato in cinque parti: un prologo, tre capitoli, un epilogo. "Il mio criterio - dice Di Giovacchino - sarà quello di raccontare i fatti".
La prima parte del volume è dedicata agli anni del golpe Borghese: la notte dell' 8 dicembre 1970 alcune migliaia di uomini guidate dal principe Junio Valerio Borghese occuparono il Viminale per ritirarsi poche ore dopo. Sono anche gli anni di Gelli e della P2. Quelli di Sindona che morirà il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè al cianuro, proprio come Gaspare Pisciotta nel `54. Sono gli anni di Gladio, un'organizzazione segretissima di cui facevano parte tre componenti operative: il Superservizio, sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione, identificato con l'ufficio R del Sid e poi del Sismi; i reparti militari Stay Behind regolari; la rete parallela, costituita da civili o ex militari, in cui erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.
La seconda descrive il delitto Moro: l'agguato di via Fani, il carcere del popolo, il Memoriale. Rita Di Giovacchino riporta molti documenti di quei tragici fatti e, commentando alcune lettere del leader democristiano, scrive: "È proprio la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo".
La terza parte è relativa all'agenzia del crimine: la banda della Magliana, il patto intercorso tra questa, Cosa Nostra e ambienti dell'eversione di destra "cominciato - come si legge nel volume - con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine e dei malavitosi agli attentati".
Nell'epilogo, sul tramonto della prima repubblica, Rita Di Giovacchino riporta alla memoria del lettore quel 23 maggio 1992 quando, sull'autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, all'altezza di Capaci, 500 chili di tritolo dilaniarono il giudice Falcone, la moglie e cinque agenti di scorta. E poi il 19 luglio quando, solo 57 giorni dopo, stessa sorte sarebbe toccata al giudice Borsellino in via D'Amelio.20 marzo 2004 - MASSONERIA: RAFFI CONFERMATO GUIDA GRANDE ORIENTE D'ITALIA
ANSA:
MASSONERIA: RAFFI CONFERMATO GUIDA GRANDE ORIENTE D'ITALIA
'TRASPARENZA PUNTO FERMO, CONDANNA P2 INAPPELLABILE'
L' avvocato Gustavo Raffi e' stato riconfermato, a maggioranza assoluta per il quinquennio 2004-2009, alla guida del Grande Oriente d' Italia di Palazzo Giustiniani. Ne da' notizia un comunicato dell' organizzazione.
Il Gran Maestro, dopo la riconferma, ha sottolineato come "la trasparenza" sia ormai "un punto fermo" per il Grande Oriente: "oggi rivendichiamo con orgoglio la nostra appartenenza massonica, abbiamo saputo fare con lealta' e fino in fondo i conti con la nostra storia recente". "La nostra condanna della P2, infatti - ha aggiunto - e' stata ed e' una condanna inappellabile: di quella brutta pagina noi siamo stati le prime vittime, ma siamo stati anche i primi a isolare quanti, con quella vicenda, avevano infangato il nostro nome".
Oggi, secondo Raffi, il Libero-Muratore e' tornato ad assumere un ruolo "eticamente attivo" nella societa'. La Massoneria, ha aggiunto, "puo' e deve assumere un ruolo primario" propugnando "i valori fondamentali della dignita', della liberta' e del rispetto del singolo nella diversita"".
La proclamazione di Raffi avra' luogo nel corso della Grande Loggia 2004, tradizionale assise annuale dell' istituzione, che si svolgera' a Rimini dal 2 al 4 aprile. Centrata sul tema "la citta' dell' uomo", la Gran Loggia propone quest' anno una riflessione sul significato dell' essere oggi cittadino nel proprio Paese ma anche dell' essere cittadino immigrato, espressione di culture, religione e sensibilita' differenti.21 marzo 2004 - PARMALAT: CRAC ANNUNCIATO
"La Repubblica"
Le prime fortune di Tanzi tra voci di appoggio della massoneria e interventi dell' Opus Dei
Parmalat, un crac annunciato negli Anni 80
l' inchiesta
CARLO BONINI E GIUSEPPE D' AVANZO
Se si guarda al crac della Parlamat, la giustizia italiana svela di poter essere anche rapida come una lepre. I fatti sono questi, e occhio alle date, per favore. Il 17 dicembre 2003 la Bank of America svela la "bufala" più farfallina inventata a Collecchio. New York fa sapere, a un' Italia imbambolata dalle menzogne e dai numeri, che il conto corrente intestato a Bonlat presso la sede di New York non esiste. Non c' è. Non c' è mai stato (forse, come vedremo). Come non ci sono i 3, 95 miliardi di euro che avrebbero dovuto esserci a sentire gli amministratori della Parmalat e i revisori dei bilanci. è il sorprendente, straordinario, inaspettatissimo schianto dell' ottavo gruppo industriale italiano. Dieci giorni dopo. 27 dicembre 2003. Sono le otto della sera. Milano. Un investigatore della Guardia di Finanza chiede a un signore ingobbito ma sorridente, reduce da sette giorni in giro per il mondo (Parma, Lisbona, Fatima, Lisbona, Madrid, Quito e Guayaquil - in Ecuador - Madrid, Zurigo, Milano, Collecchio): "è lei, il dottor Tanzi?". Calisto Tanzi trova la forza (o l' avventatezza) di fare ancora un mezzo sorriso e ciao ciao alle telecamere prima di infilarsi nell' auto degli investigatori e trasferirsi nel carcere di San Vittore.
Novantauno giorno dopo. 17 marzo 2004. Procura di Milano. I pubblici ministeri appaiono stanchi del tour de force, ma alquanto soddisfatti. Ancora 24 ore e sono in grado di chiedere il giudizio immediato contro Calisto Tanzi, i manager di Collecchio, i dirigenti delle sedi estere della Parmalat, i revisori "primari" (Deloitte&Touche) e "secondari" (Grant Thornton), i "controllori" (internal auditors), e tre dirigenti di Bank of America, l' avvocato d' affari Gianpaolo Zini e, infine, come "persone giuridiche" Bank of America, Deloitte&Touche e Gran Thornton. Ipotesi di reato: aggiotaggio, ostacolo alla Consob e concorso nel falso dei revisori. Il reato di aggiotaggio è disciplinato dall' art. 501 del codice penale: "Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo dei valori ammessi nelle liste di borsa è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire~.". Dicono in Procura: "Sarà un processo senza storia perché gli imputati, da Calisto Tanzi al vero dominus finanziario della società Fausto Tonna, hanno confessato e dimostrato di aver falsificato i bilanci, deformandone le poste, occultandone le perdite, inventato di sana pianta liquidità inesistenti". A giudicare dalle facce rassegnate degli avvocati delle difese i pubblici ministeri non esagerano: l' esito del giudizio appare molto prevedibile. Tira un sospiro di sollievo soltanto Gian Piero Biancolella, avvocato di Tanzi. Il patron di Collecchio, seduto accanto agli uomini di Bank of America, intravede una possibilità di poter ridimensionare le sue responsabilità. Da Milano a Parma. Qui i pubblici ministeri ipotizzano contro Tanzi & soci la bancarotta fraudolenta, la truffa aggravata, il falso in bilancio. Come a Milano, i procuratori non hanno incertezze sulla conclusione del processo. "Le distrazioni di denaro dalle casse della Parmalat sono dimostrate per tabulas e di conseguenza la truffa e il falso bilancio. Contiamo di andare a giudizio entro giugno". Dicembre 2003/Giugno 2004. In soli 180 giorni, indicando responsabilità e assegnando colpe, la giustizia italiana offre una (prima) conclusione al crac industriale e finanziario più clamoroso della storia italiana, un default pari a 14,4 miliardi di euro (quasi 28 mila miliardi di lire), lo 0,7 per cento del nostro prodotto interno lordo. * * * Anche in quest' ultimo atto della Parmalat, come in molti degli atti precedenti, il padrone della scena (e della sceneggiatura) è il ragioniere Fausto Tonna. Tanzi (pare) gliel' ha lasciata volentieri. Gli interrogatori di don Calisto sono sempre zoppicanti, monchi di circostanze e punti fermi. Si sviluppano come un tormentone. Di questo tipo: "E' vero, con promissory notes verso terzi, cambiali finanziarie insomma, abbassavamo l' indebitamento delle società, ma per i dettagli di questa o quella operazione dovete chiedere a Tonna, lui sa tutto~ E' vero, per aumentare l' attivo di Bonlat abbiamo fatto degli swaps con il fondo Epicurum che avevamo creato apposta. No, non ricordo quanti. Uno, forse tre, forse quattro~ Dovete chiedere a Tonna, queste cose le sa lui~". Alter ego e doppio di Calisto Tanzi. Arrogante. Irascibilissimo. Decisionista. Consapevole di sé fino al punto da coltivare, con la nipote del patron Paola Visconti, l' ambizione di "scippare" al "padrone" addirittura la società (come è emerso in alcuni interrogatori), Fausto Tonna indica ai pubblici ministeri di Milano e di Parma la strada da percorrere e undici tappe da seguire e vagliare. Undici come "i protocolli" per creare dal nulla voci attive nel bilancio e cancellare nel nulla le perdite. Gli interrogatori di Fausto Tonna, le sue visite negli uffici della Parmalat in via Oreste Grassi a Collecchio, diventano così il canovaccio dell' inchiesta e l' intreccio della pubblica ricostruzione della truffa. Il "servo padrone" di don Calisto ha in mano tutti i fili dello spettacolo, quali che siano spettatore e attore. Delle magie finanziarie che hanno tenuto in vita e sui mercati Parmalat, conosce i segreti e il doppio fondo. Dell' inchiesta giudiziaria è il pivot. E' consapevole di poter dire, tacere o dissimulare piegando nella direzione voluta le indagini. Soprattutto sa di poter rallentare o accelerare il gioco del disvelamento. Quanto tempo occorrerebbe ai pubblici ministeri per decrittare i "protocolli" della falsificazione dei bilanci, ammesso che senza il suo aiuto l' impresa riesca? E quanto ancora sarebbe il tempo necessario agli investigatori per correre in tre continenti, dove è presente Parmalat, per rintracciare le prove della truffa e le ragioni del crack? Fausto Tonna regala preziosissimo tempo ai magistrati - non v' ha dubbio - e i magistrati, tra Milano e Parma, non stanno lì a tormentarlo più di tanto. Per il momento, anzi, gliene sono addirittura grati. Chi con entusiasmo ("La collaborazione di Tonna all' inchiesta ha avuto anche un segno etico", si sente dire). Chi con più diffidenza e maggiore pragmatismo: "Sappiamo che Tonna non ci ha detto tutto. Come sappiamo che la sua confessione non scioglie il garbuglio. Semplicemente stiamo facendo di necessità virtù perché non abbiamo le forze né il tempo per dare una risposta a tutte le domande dell' affare e ci accontentiamo, dobbiamo accontentarci delle risposte che ci permettono di istruire il processo con solide fonti di prova". Buona ragione, perché economica, se si ha la toga sulle spalle. Non una ragione adeguata se si vuole capire che cosa è accaduto a Collecchio. Come è potuto accadere? Domande essenziali per comprendere dove il "sistema" finanziario (con i suoi controlli e le sue istituzioni e le sue regole) non ha funzionato. Il tableau disegnato da Fausto Tonna, nella lunga confessione, è minimalista fino al grottesco. Una banda di ragionieri di Collecchio per anni prende per il naso società di revisione, società di rating, banche nazionali e internazionali, analisti finanziari, fondi di investimento, Consob e soprattutto risparmiatori, con pochi tratti di penna, un computer e uno scanner. E' uno scenario che, accanto al buon senso, lascia in un canto troppe questioni. Non solo quella che naturalmente fiorisce sulla bocca di tutti: come è potuto accadere? Ma soprattutto, se Tonna non la racconta tutta, quella essenziale: che cosa è accaduto; da quanto tempo accadeva, e perché? Altri interrogativi ne sono il necessario corollario: chi è davvero Calisto Tanzi? Di quali protezioni ha goduto? Di quali capitali si è avvantaggiato per sopravvivere, e come? * * * "Chi è davvero Calisto Tanzi?" pare la prima domanda da affrontare. Cominciamo con definirlo furbissimo, e non per (non solo per) i trucchi dei bilanci della Parmalat. Tanzi è un furbissimo soprattutto perché ha fatto lievitare di sé, intorno a sé, su di sé, un' immagine efficacissima per il suo marketing personale e vincente per il marchio dell' azienda di famiglia. Religiosissimo. Morigeratissimo. Perbenissimo. Attaccatissimo alla moglie e ai figli (che poi curiosamente coinvolgerà nella catastrofe e rovinerà). Modernissimo imprenditore: non per caso, si diceva, Parmalat è l' unico marchio "globale" del Paese. Unicamente interessato ai prodotti delle sue fabbriche, e a null' altro. (Null' altro, se si esclude il football). Bene, ma era, è davvero così Calisto Tanzi? Per dirne una. Leggi che, nella cena di celebrazione in Italia dei cento anni della Chase Manhattan Bank, lo avevano sistemato alla sinistra di David Rockfeller che aveva alla sua destra Gianni Agnelli. Quella seggiola accanto al banchiere americano lo assegna a un empireo industriale, ne testimonia il successo e il prestigio personale, la collocazione in un ambito internazionale che nessun industriale italiano ha mai toccato, se non l' Avvocato e per via diciamo così "dinastica". Scopri poi, però, che non è vero niente, che quella storia è una delle tante favolette della storia di Tanzi. Chi c' era quella sera ricorda: "La cena è del 1994 e Tanzi non era seduto né alla destra né al tavolo di Rockfeller, per l' ovvia ragione che nessuno è tanto matto o scortese da far sedere chi non parla una parola di inglese accanto a chi parla solo inglese. Sicuramente Tanzi sedeva a uno tavolo importante, ma non accanto a Rockfeller. Quel che è certo è che la cosa non sembrò allora dare a Calisto alcun brivido o gratificazione. E' un pessimo conversatore e le occasioni mondane in società servivano soltanto ad appagare la sua ansia di offrire un' immagine di sé e del suo nome. Non aveva alcun interesse a conoscere Rockfeller, né era curioso di scambiarci due parole". Così era fatto, così è fatto don Calisto. * * * "Apparire" è apparso a Tanzi sempre più essenziale che "essere". Apparire "liquido", molto "liquido" era, poi, il primo degli imperativi della sua strategia. Liquido, Tanzi? Anche questa era una bufala. Parola di un banchiere: Gianmario Roveraro, che organizzò per Parmalat la quotazione in borsa alla fine del 1990. "La collocazione delle azioni - racconta Roveraro - aveva avuto, prima del nostro arrivo, qualche difficoltà per un motivo noto a tutti: Tanzi non pagava i fornitori. Lo sapevano tutti tra l' Emilia e la Lombardia, così le banche erano sul "chi vive" e prudenti i risparmiatori". Tanzi non pagava perché le casse della Parmalat erano stente, perché - in quel 1989 - era già ridotto maluccio. Tanto che, appena due anni dopo la quotazione in borsa, è costretto a chiedere, con un secondo aumento di capitale, ancora denaro fresco al mercato. L' aumento di capitale è di 430 miliardi. Per la metà lo avrebbe dovuto conferire la famiglia di Collecchio. Ma lo fece e, se lo fece, dove prese il denaro? "Mah! - sospira Roveraro - Allora Tanzi mi disse che aveva attinto al patrimonio della moglie". Per 215 miliardi? "Così mi disse e io gli credetti anche se cominciai ad avere dei dubbi quando, subito dopo, chiese a me come all' avvocato Sergio Erede e a Renato Picco (Eridania-Ferruzzi) di lasciare libero il posto nel consiglio d' amministrazione che da quel momento è stato sempre composto da familiari di Tanzi o da dipendenti della Parmalat". Le manipolazioni di bilancio cominciano in quell' anno, dunque, con le poste che la famiglia doveva conferire all' aumento di capitale. "E' - scrivono i pm di Milano - riscontrare oggettivamente che la contabilità del gruppo Parmalat è stata totalmente falsificata quanto meno dal 1990". A voce un pubblico ministero dice di più: "Saremo in grado di dimostrare che, già alla fine degli anni Ottanta, la Parmalat era tecnicamente fallita". Tecnicamente fallita alla fine degli anni Ottanta. Si sa come don Calisto si salvò in quell' occasione. Ricorse ai buoni uffici di Giuseppe Gennari, un finanziere tanto oscuro quanto aggressivo che gli fu presentato da Mario Mutti, gladiatore dello "stay behind" e massone. Meno di pubblico dominio è che la società di Gennari, la Finanziaria Centronord (Fcn), come ricorda Florio Fiorini che vi investì una parte della sua liquidazione dell' Eni, fosse "più o meno una società di strozzo che erogava modesti prestiti a piccoli imprenditori, a commercianti e artigiani scontando i crediti presso il Monte dei Paschi di Siena dov' era direttore generale Carlo Zini che la Fcn aveva fondato e poi abbandonato". Sarà per questi nomi e questi metodi e questa storia che il 1989 e il 1990 sono gli anni più oscuri dell' avventura di Tanzi. In una delle principali merchant bank del tempo si ritenne (lo ha ricordato Marco Vitale), che la società fosse "opaca, la natura dei nuovi capitali entrati ambigua, la fiducia nell' imprenditore Tanzi bassa". Non si comprende infatti con quali risorse Tanzi sia entrato, con la finanziaria di famiglia (la Coloniale), in Fcn e con quali quattrini Gennari abbia potuto fare ingresso nella Coloniale prima e in Parmalat poi (fino a possederne, a sentir lui, più del 50 per cento). Un uomo d' affari di Milano seppe, qualche tempo dopo, che "fu il gran maestro della massoneria Armando Corona a salvare il cattolicissimo Tanzi". Non ci mancava che questa. La massoneria. Il rumor, senza conferma, si diffonde. E ingrassa se si prende per buona la convinzione che il Monte Paschi fosse controllato dai massoni toscani e che a mediare tra Tanzi, la banca di Siena e Gennari fosse, come s' è detto, il massone Mario Mutti. Guai però a parlare di massoneria con Carlo Zini che, dei Paschi, era in quegli anni provveditore (direttore generale). "Ma quale massoneria - dice oggi - Che bisogno della massoneria aveva Tanzi! In quel tempo era la politica a governare il credito. La deputazione del Monte dei Paschi era composta con il bilancino. Otto membri. Tre alla Dc, due al Pci e due al Psi, uno alternativamente al Psdi e al Pri. Il provveditore nominato dal ministro del Tesoro. Tanzi non aveva bisogno dei massoni, gli era sufficiente l' amicizia dei politici. Anzi, a Siena era sufficiente saperlo amici dei politici". Così si spiega perché, nella primavera del 1989, la merchant bank dei Paschi (la Centrofinanziaria) organizzò in gran fretta alla Parmalat un prestito di 120 miliardi a patto che Tanzi si liberasse della disastrosa proprietà di Odeon Tv e si impegnasse, in caso di mancato rimborso entro tre anni, a consegnare alle banche il 22 per cento dell' azienda. "Che - ricorda oggi Zini - eravamo già pronti a cedere alla Kraft". Ancora debiti. Ancora con il fiato sospeso. Tuttavia Tanzi ce la fa. Ancora una volta, non si sa come. "Fu salvata - ha scritto Marco Vitale (Corriere della Sera) - dalla brillante operazione condotta dalla Akros di Gianmario Roveraro, mobilitando capitali imprenditoriali non chiarissimi e facendo ricorso al mercato". C' è chi sostiene che, fallito il tentativo di Gennari appoggiato dal Monte dei Paschi, sia stata l' Opus Dei a tirare fuori dai guai don Calisto. E, in effetti, tutti gli uomini chiave dello sbarco di Parmalat in Piazza Affari sono dell' Opus. Lo è Gianmario Roveraro. Lo è Ettore Gotti Tedeschi che introduce Tanzi da Roveraro. E' stato scritto che per ottenere i favori dell' Opus, don Calisto furbissimo abbia organizzato addirittura "un circolo di preghiera". "Posso dire - taglia corto, gentile e infastidito, Roveraro - che Calisto Tanzi non ha mai partecipato a iniziative dell' Opus Dei né a quelle collettive di dottrina né a quelle individuali di ascesi. E comunque l' Opus non c' entra nulla in questa storia e non si occupa di queste cose. La finanza non è cattolica né laica o massonica: è semplicemente finanza". Prendiamone atto e annotiamo qualche prima conclusione. Per i pubblici ministeri, che si preparano a portare in giudizio Tanzi&soci, a soli tre mesi dal crac, Parmalat è "tecnicamente fallita" già alla fine degli Anni Ottanta. I capitali che vi affluiscono in quella stagione (consentono la quotazione alla Borsa di Milano) sono, nell' opinione della comunità finanziaria, "oscuri e non chiarissimi". A cavallo del 1990, la formidabile politica di acquisizioni all' estero aggrava ancora di più l' indebitamento di Calisto Tanzi. Fausto Tonna manipola i bilanci, nasconde le perdite, gonfia gli attivi. Come entra, dunque, Parmalat negli anni Novanta? Per saperlo conviene incontrare un "bucaniere" della finanza opaca. Florio Fiorini. (1. continua)23 marzo 2004 - PARMALAT: CRAC ANNUNCIATO
"La Repubblica"
Ecco come il gruppo di Collecchio, per il forte indebitamento, fu costretto ad accettare le condizioni delle banche
Il patto scellerato di Tanzi
per tenere a galla Parmalat
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO
Florio Fiorini è stato un "bucaniere" della finanza internazionale, un fantasioso "lavandaio" (è un'autodefinizione). Oggi, dopo quattro anni di prigione in Svizzera, assegnato (come si dice) ai servizi sociali per le condanne in Italia, è un pacioso signore innamorato di numeri e percentuali, apparentemente pacificato con se stesso e gli altri, alle prese con qualche acciacco del corpo e molti ricordi.
Tra i suoi ricordi, c'è Calisto Tanzi. Florio Fiorini ebbe come socio don Calisto in una finanziaria che lanciò all'inizio degli Anni Ottanta, la Sidit, Società italo-danubiana d'investimenti e trading. Ma soprattutto lo liberò del "vuoto a perdere" di Odeon Tv dove il Lattaio aveva versato in pochi anni 80 milioni di euro (anno 1988/89): era la condizione essenziale offerta a don Calisto per incassare un prestito di 120 miliardi dalla merchant bank del Monte dei Paschi di Siena. Le cose andarono così (Fiorini le ha raccontate in un interrogatorio, pubblicato da Milano Finanza).
"Noi della Sasea, quando abbiamo acquistato Odeon Tv da Tanzi, l'abbiamo messa in fallimento e fatto il concordato fallimentare al 25 per cento, pagando cioè soltanto 25 miliardi anziché 100". Pagando? Si fa per dire. Fiorini: "I 25 miliardi ce li aveva dati il San Paolo. Ero andato a chiederli a Torino. Il vicedirettore della banca sentì il presidente Zandano e in mezz'ora ci concesse il credito. Naturalmente mi sono ben guardato dal restituire i 25 miliardi al San Paolo".
In poche righe, avete letto del "metodo Sasea". Si tratta di questo. Fiorini fonda la finanziaria Sasea. Apre una sede a Ginevra e attende i clienti che non mancano. I clienti non sono altro che le banche alle prese con crediti inesigibili e un cliente "praticamente fallito". I banchieri vanno allora da Fiorini a Ginevra ("C'era la fila davanti alla porta dell'ufficio") e gli propongono di acquistare - con un finanziamento della stessa banca - quella società a mal partito. Chiaro, no?
- Pubblicità -
La banca ha tra i clienti un'impresa che non è in grado rimborsare il debito concessole. Finanzia allora Fiorini che, con i soldi dei quella stessa banca, compra l'impresa. La banca elimina dai suoi bilanci il credito inesigibile, incassa addirittura le provvigioni per il nuovo affare. Gli azionisti sono contenti. Il management anche. Fiorini intasca il denaro che "naturalmente" non pensa di restituire e, in più, prova a fare qualche soldo da quel che ha comprato, magari smembrandolo, infiocchettandolo e vendendolo. I "bucanieri" chiamano quest'operazione "il cambio di cavallo".
Fiorini trova ora una posizione più comoda sul divano e dice: "Parmalat non è stata che una Sasea industriale". Come dire, una pattumiera dove le banche hanno scaricato imprese decotte e crediti inesigibili. In cambio, don Calisto ha potuto contare sul denaro fresco che lo ha tenuto a galla per quindici anni.Spiega Fiorini: "Parmalat è diventata una Sasea industriale soltanto nella fase terminale della sua lunga malattia. Conviene allora chiedersi che cosa ha provocato la malattia e, per rispondersi, bisogna conoscere la legge dell'interesse composto. Voi la conoscete, la legge dell'interesse composto?".
"La prima causa dell'indebitamento - sostiene Fiorini - la si può definire la "sindrome di Tapie"". Ricordate Bernard Tapie, il magnate francese? Un giorno, un giudice gli contesta di aver usato il denaro dell'Adidas per finanziare l'Olimpique Marsiglia. Tapie lo guarda stralunato e sbotta incredulo in una frase diventata celebre: "Ma si tratta sempre di mie società!".
La stessa incredulità ha mostrato don Calisto di fronte ai pubblici ministeri di Milano e di Parma. Per il Lattaio il portafoglio era sempre suo, che fosse nella tasca destra o in quella sinistra. Che fossero denari della "Coloniale", la finanziaria di famiglia. O della Parmalat finanziaria, quotata in Borsa. O della Sata, che custodisce le azioni di controllo del gruppo agroalimentare. E' un unico calderone, per Tanzi. Vi finisce di tutto. L'ingaggio di un goleador. L'acquisto di un villaggio vacanze. Il finanziamento della società di turismo Parmatour (non fa parte del bilancio consolidato Parmalat). L'impresa disastrosa di Odeon Tv, e le barche e le case e l'aereo e l'elicottero. Tutto suo. Tutto frutto del suo lavoro. E quindi? Questa però è solo una premessa per comprendere le cause dell'indebitamento della società di Collecchio. Affrontiamone ora le ragioni.
In cima alla lista, c'è la mancanza di "mezzi propri". Tanzi, di suo, non ha il becco di un quattrino da investire. Come sanno i banchieri che lo hanno "portato" in borsa, non ha capitali da conferire alla società. Quando versa le sue quote capitale, si indebita. Quando non le versa, crea una ricchezza virtuale, falsificata nei rendiconti.
Secondo il bilancio consolidato della Parmalat al 31 dicembre 2002, approvato dall'assemblea del 30 aprile 2003, i fondi versati dall'azionista ammontano a 872 milioni di euro. La finanziaria di famiglia, la Coloniale, controlla il 50,1% della Parmalat. Avrebbe dunque dovuto versare 436 milioni di euro. Tanzi non li ha. Può reperirli soltanto Tonna "il mago" con un qualche artificio contabile. E' stato quindi creato un indebitamento di 436 milioni di euro. L'indebitamento ci obbliga finalmente a comprendere che cosa diavolo è l'interesse composto. E' meno complicato di quanto non lasci pensare la formula: nell'interesse composto, gli interessi si sommano al capitale per produrre a loro volta interessi. E' un'esposizione che, nel tempo, diventa esponenziale e così quei 436 milioni di euro che Tanzi non versa, diventano l'anno successivo 745 milioni.
Un'altra causa evidente dell'indebitamento è, secondo Florio Fiorini, la distribuzione indebita dei dividendi. Già, perché Tanzi ostinatamente aggrappato alla sua luccicante immagine di self made man, costruttore di un impero agroalimentare mondiale, finge di guadagnare quel che non guadagnava. Ne distribuisce i dividendi e ci paga le tasse. Nel solo 2002 sono stati pagati 104 milioni di imposte mentre la Parmalat ha distribuito, negli ultimi esercizi, dividendi per ben 16 milioni di euro all'anno. Ossia un totale di 150 milioni nell'ultimo decennio. E' un'altra accelerazione all'indebitamento, che si è incrementato, dati del 2003, di circa 250 milioni.
Ci sono poi gli investimenti. Quella campagna napoleonica di acquisizioni in tre continenti che ha fatto di Parmalat il marchio di successo (presunto) che tutti credevamo di conoscere. Il bilancio al 31 dicembre 2002 dà conto di investimenti finanziari e tecnici di ben 3.980 milioni di euro. "Io calcolo - dice Fiorini - che, in assenza di fondi propri, gli investimenti senza adeguata copertura finanziaria hanno prodotto un indebitamento pari a 6,805 milioni di euro nel 2003".
Ci sono poi gli oneri del finanziamento e del rifinanziamento. Price Waterhouse & Cooper's, per conto del commissario Bondi, determina l'indebitamento reale in 14,4 miliardi di euro circa. "Ipotizziamo - ragiona il "bucaniere" - che, nell'ultimo decennio, i finanziamenti siano stati rinnovati almeno una volta. Si arriva a una "cifra d'affari" di 28 miliardi di euro. Applicando le commissioni usuali del 2,50% si ottiene una cifra di 700 milioni di euro che, per il benedetto interesse composto, provocano un indebitamento di circa 1 miliardo e 200 milioni di euro nel 2003". "Se tiriamo qualche somma - conclude Fiorini - si ottiene un totale di circa 9 miliardi di euro per cause interne alla Parmalat".
Consideriamo ora le cause esterne alla società. Di Odeon Tv si è detto. Dal rapporto Price Waterhouse appare evidente che la perdita Odeon Tv è stata trasferita dalla Sata alla Parmalat mediante la maggiorazione del prezzo delle società concessionarie e della loro "intermediazione" nella distribuzione dei prodotti Parmalat in Italia. Non è l'unica operazione della Sata. In questa finanziaria si sarebbero concentrati gli "attivi" della famiglia (barche, aziende agricole) che, a una prima stima, ammontano a 150 milioni di euro. Nel 2003, la loro influenza sui conti della Parmalat è di 250 milioni di euro. La cifra coincide con le analisi di Price Waterhouse, che indica un totale di pagamenti da Parmalat a Sata di 171 milioni nei soli anni 1997-2003.
C'è poi la squadra di calcio. Il costo del "giocattolo di famiglia" ammonta, più o meno, a 300 milioni di euro che influiscono nel 2003 per circa 500 milioni di euro. Anche questa stima è coerente con il "Rapporto Price" che indica in 69 milioni di euro i pagamenti di Parmalat a favore del football club per il solo 2003. Infine, il turismo. Misteriosissimo affare. Potrebbe riservare delle sorprese in un affare che è già di per sé sorprendente. Neppure Tonna ne vuole sapere niente di quel che è accaduto. Se ne tiene alla larga nelle sue confessioni. Dice che "non se n'è mai occupato".
Anche i banchieri che conoscono buona parte della storia della famiglia di Collecchio si meravigliano dell'imponenza delle perdite. Forse le ragioni sono in alcune impensierite supposizioni avanzate a mezza bocca dai pubblici ministeri. "Ci sono intorno alla Parmatour degli strani personaggi che possono aver avuto legami con la criminalità organizzata". In via ufficiosa, qualche pubblico ministero ammette che "per il turismo bisognerà organizzare presto un'indagine a parte" perché non si esclude che quella società sia diventata, con Tanzi con l'acqua alla gola, una "lavanderia di denaro sporco".
Comunque, secondo stime dedotte dai bilanci disponibili delle società turistiche, i trasferimenti da Parmalat a Parmatour ammonterebbero a 500 milioni di euro. Per l'interesse composto, questi trasferimenti impropri influirebbero per 850 milioni nel 2003. Ancora una volta, il risultato è congruo con i valori del "Rapporto Price" che valuta i trasferimenti da Parmalat a Parmatour in 287 milioni di euro nei soli anni 1997-2003.
Bisogna anche qui fare qualche somma. Gli esborsi per le aziende della famiglia Tanzi influiscono nel 2003 per una cifra complessiva di 2 miliardi di euro. Nove (cause interne a Parmalat) più due (cause esterne), undici miliardi di euro. Se la voragine è di 14, 4 miliardi di euro, dove sono finiti 3 miliardi e mezzo di euro, che sono la bella somma di settemila miliardi di lire? Fiorini ridacchia e puntualizza. "Questo importo va depurato del coefficiente di conversione dovuto agli interessi composti e scende dunque a 2,3 miliardi di euro".
A questo ammonta, dunque, il tesoro dilapidato o custodito chi lo sa dove da don Calisto? Fiorini: "Certo, qui ci può soccorrere frà Paolo Sarpi, quando descrive come utilizzavano i soldi delle indulgenze gli inviati di Papa Leone Medici in Germania: "? Spendevano in osterie e vino e in cose ancor più da tacere i soldi che il popolo aveva risparmiato?". Ma delle cose ancor più da tacere è meglio che ne parlino i magistrati e non un bucaniere come me". Un "bucaniere" come Fiorini può invece vedere nelle ultime acquisizioni della Parmalat finanziata dalle banche americane il vecchio gioco del "cambio di cavallo". Come l'acquisto delle obbligazioni del Banco Totta o gli oneri finanziari aggiuntivi per 52 milioni di euro a favore di Credit Suisse First Boston. E' la trasformazione della Parmalat in "Sasea industriale".
E' la favola rovesciata di Collecchio. L'azienda globale e di successo diventa la pattumiera dove le banche scaricano le industrie agroalimentari disastrate che hanno finanziato. Il bel principe azzurro diventa un brutto ranocchio preso a calci da chi passa. Ma questa è una storia che affronteremo nella prossima puntata.
(2. continua)23 marzo 2004 - CASO CALVI: GIUFFRE'
"La Repubblica"
le nuove rivelazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Angelo Siino Agli atti dell´inchiesta sull´omicidio del banchiere Il buco nero dei soldi dei boss "Dopo Calvi il gruppo Ferruzzi" "Ulteriori canali utilizzati furono quelli dell´industriale del tondino Oliviero Tognoli e dell´ingegnere Giovanni Bini della Calcestruzzi Calvi era diventato inaffidabile per la mafia e per gli sponsor politici" "Nella seconda metà degli anni Ottanta il riciclaggio di denaro imboccò la strada della Svizzera Falcone l´aveva intuito, per questo fu preparato l´attentato all´Addaura quando c´era il giudice Del Ponte"
FRANCESCO VIVIANO
Dopo la morte di Michele Sindona e di Roberto Calvi, Cosa nostra cambiò cavallo e per investire e riciclare le ingenti somme di denaro provenienti dal traffico di stupefacenti, dalle estorsioni, dalle tangenti degli appalti pilotati, si rivolse alle banche svizzere e a personaggi che a quell´epoca erano al di sopra di ogni sospetto: l´ingegnere Giovanni Bini, che rappresentava il gruppo Ferruzzi in Sicilia, e l´industriale del tondino di ferro, Oliviero Tognoli. Due personaggi poi finiti in galera, processati e anche condannati per i loro rapporti con Cosa nostra.
A rivelarlo è stato nei giorni scorsi l´ultimo pentito di mafia, l´ex capomafia di Caccamo, Antonino Giuffrè, le cui dichiarazioni sono state depositate agli atti del procedimento per l´omicidio del banchiere Roberto Calvi condotto dai sostituti procuratori di Roma, Anna Maria Monteleone e Luca Tescaroli. Un verbale che ricostruisce un pezzo di storia di Cosa nostra, quello che va dagli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, dove Giuffrè racconta i rapporti non solo economici di Cosa nostra con ambienti finanziari ma anche quelli con la massoneria e con i faccendieri Flavio Carboni (imputato con Pippo Calò e altri nel processo Calvi, ndr) e Francesco Pazienza i cui nomi ricorrono ancora nelle cronache di questi ultimi anni.
Giuffrè rivela che Roberto Calvi era stato "sponsorizzato" dal banchiere Michele Sindona (morto poi in carcere in circostanze ancora non chiare) legato alla mafia, a Cosa nostra, a Stefano Bontate e agli "americani": "Sindona aveva rapporti anche con la massoneria e lo Ior (la banca del Vaticano, ndr) e in particolare con il cardinale americano che la dirigeva, monsignor Marcinkus".
L´ex braccio destro di Bernardo Provenzano ricorda di avere appreso queste notizie da Pippo Calò, da Michele Greco e dal defunto fratello Salvatore, dal suo ex capo Francesco Intile e da altri uomini d´onore di Termini e Caccamo, Lorenzo Di Gesù e Giuseppe Gaeta.
Giuffrè racconta ancora che "il trampolino di lancio di Calvi fu il Banco Ambrosiano, che noi all´origine scherzosamente definivamo una "bancarella". Poi, Calvi e altre persone hanno contribuito a fare decollare economicamente questo banco, garantendogli una buona espansione anche grazie ad appoggi del mondo politico. Mentre Sindona si brucia, Calvi "decolla". Preciso che nel Banco Ambrosiano c´è stata un´immissione di denaro e di capitali che ha contribuito a fargli acquisire importanza, e in questo entra Cosa nostra che investe in questa banca i suoi capitali. Mi sembra di ricordare che il Banco Ambrosiano aprì anche agenzie all´estero. Per ottenere tutto questo è stata necessaria anche una buona copertura politica". E a questo proposito Giuffrè ricorda che i "protettori" politici di Calvi erano stati Giulio Andreotti e Bettino Craxi e che la Dc e il Psi avrebbero ricevuto finanziamenti da parte del Banco Ambrosiano.
Il pentito ha sostenuto che con la morte di Roberto Calvi si era chiusa una pagina importante di quel periodo e dice di non sapere chi abbia preso poi il posto del banchiere. Anche se, precisa Giuffrè, nella seconda metà degli anni Ottanta "Cosa nostra troverà un´altra strada per riciclare il denaro: la Svizzera". E a questo proposito Giuffrè ricorda che il giudice Falcone aveva individuato questo canale e per questa ragione fu messo in atto l´attentato, fallito, alla villa di Falcone all´Addaura, dove quel giorno si trovava anche il giudice svizzero Carla del Ponte. L´ex boss di Caccamo afferma poi di avere conosciuto gli ingegneri Oliviero Tognoli e Giovanni Bini del gruppo Ferruzzi: "Si tratta di ulteriori canali utilizzati per il riciclaggio dopo l´omicidio di Calvi".
Altre notizie sul ruolo di Calvi nel riciclaggio di denaro di Cosa nostra Giuffrè dice di averle apprese da Michele e Salvatore Greco. "Ricordo perfettamente che, essendo Michele Greco fino al 1982 responsabile provinciale e regionale di Cosa nostra, le notizie relative alla Chiesa e alla massoneria le ho apprese da lui e dal fratello Salvatore Greco. In quel periodo io ero ancora agli esordi perché ero stato "combinato" nel 1980, ma successivamente, con il passare del tempo, ho preso cognizione delle cose importanti, e in particolare che c´erano legami stretti tra la massoneria, Cosa nostra, la politica e la banca vaticana. Esisteva un consistente legame economico con la Chiesa. In questo modo cominciai a capire il contesto dei rapporti tra Cosa nostra e queste entità e Salvatore Greco e Stefano Bontate".
"Per quanto riguarda le motivazioni per le quali si è deciso di uccidere Calvi - continua Giuffrè - preciso che le stesse si rinvengono nella cattiva gestione dei capitali di Cosa nostra e nella sua divenuta inaffidabilità per ambienti diversi da Cosa nostra e coloro che hanno appoggiato l´ascesa di Calvi hanno avuto paura e si sono rivolti a Cosa nostra per eliminarlo. Le persone che lo avevano sostenuto fanno un passo indietro e molti cominciano a temere che potesse diventare pericoloso soprattutto se avesse cominciato a parlare. A quel punto intervenne Cosa nostra che, avuto sentore o consapevolezza dei timori di tutti, cominciò ad organizzare l´eliminazione fisica di Calvi e a risolvere il problema comune a tutti".
Secondo Giuffrè, quando Calvi era quasi "bruciato" per il crac del Banco Ambrosiano, si avvicinarono a lui "i soliti amici" che si proposero per salvarlo; e tra questi "amici" Giuffrè cita Pippo Calò, Lorenzo Di Gesù, Flavio Carboni, Ernesto Dioatallevi (imputato anche lui nel processo Calvi), Danilo Abbruciati e Domenico Balducci che facevano parte della banda della Magliana di Roma. Furono questi personaggi, secondo Giuffrè, che presero la situazione in mano proponendosi a Calvi come la soluzione a ogni suo problema: "Invece lo hanno portato alla morte". E sarebbe stato Pippo Calò a decidere la morte del banchiere, trovato impiccato nel giugno del 1982 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Organizzatori del delitto, Carboni e Di Gesù.LA TESTIMONIANZA
L´ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra incontrò il presidente dell´Ambrosiano
Siino conferma il movente "Aveva rubato i denari di tutti"
ALESSANDRA ZINITI
Calvi, Gelli, Carboni, ville in Sardegna, macchine di lusso, massoneria, maxirapine. E, naturalmente, soldi, soldi di Cosa nostra affidati nelle mani del jet set dell´alta finanza italiana. Anche Angelo Siino, l´ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra ormai da anni collaboratore di giustizia, dà il suo contributo all´inchiesta sull´omicidio del banchiere Roberto Calvi. E conferma il movente già indicato dagli altri pentiti e fatto proprio dagli investigatori: e cioè che Calvi fu ucciso per aver cercato di far sparire centinaia di miliardi di Cosa nostra.
Interrogato il 18 febbraio scorso dal sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli, Angelo Siino racconta: " Nel 1982, subito dopo la morte di Calvi, quando si accese l´interesse dei media, mi trovavo a Sigonella, nella mia proprietà, insieme con Nitto Santapaola. Commentando il fatto, quest´ultimo disse che non si trattava di un suicidio e fece espresso riferimento al fatto che Calvi era stato ucciso perché "s´avia fottuto i soldi di tutti". Ricordo anche che mi disse che "ci tiraru o´coddo" (gli tirarono il collo) e che si era impadronito dei soldi non solo di Cosa nostra ma anche di altri. Fece menzione dei marsigliesi e dei sudamericani".
Conferma di questa versione dei fatti, nove anni dopo, nel 1991, Siino ebbe dal boss di Caltanissetta Piddu Madonia. "Madonia - ha raccontato il pentito al pm Tescaroli - mi disse che Calvi era stato ucciso perché si era impadronito di un sacco di soldi di Cosa nostra e di altre organizzazioni criminali. La causa scatenante era stata, però, la paura che egli potesse parlare e rivelare quanto a sua conoscenza riguardo ai depositi confluiti nel Banco Ambrosiano".
Notizie quelle ricevute dai boss della Cupola che Siino incrociò con il suo casuale incontro con Roberto Calvi avvenuto nel 1980 in una chiesa sconsacrata di Santa Margherita Ligure. Siino ricostruisce così l´incontro con il banchiere. "Mi ero recato a Santa Margherita Ligure assieme a Giacomino Vitale per partecipare a una riunione della loggia massonica Camea alla quale appartenevo. Entrato nella sede della loggia, che si trovava in una chiesa sconsacrata, mi recai immediatamente a salutare Aldo Vitale, amico di Gelli e gran maestro della loggia Camea. Quando entrai nell´ufficio era presente un personaggio che io non conoscevo. Nell´occasione, Aldo Vitale, generalmente espansivo nei miei confronti, si scusò dicendomi di attendere alcuni secondi perché era impegnato. Incuriosito, domandai a Giacomino Vitale chi fosse quella persona ed egli mi rispose che era un pezzo grosso, un banchiere milanese che teneva i soldi di tutti".
Ai pm romani Siino racconta anche alcune curiosità, come la villa di Porto Rotondo, vicino a quella di Marta Marzotto, che il faccendiere Flavio Carboni metteva a disposizione di Pippo Calò per le vacanze estive. O come la Mercedes SL 500 datagli in uso da Giuseppe Moccia, la stessa prima utilizzata da Falvio Carboni e sulla quale, tempo prima, aveva perso la vita la figlia di Licio Gelli.25 marzo 2004 - RIFORME: SENATO; FALOMI, E' IL PROGETTO DELLA P2
ANSA:
RIFORME: SENATO; FALOMI, E' IL PROGETTO DELLA P2
Antonello Falomi, senatore che aderisce alla lista Occhetto-Di Pietro, si scaglia contro il disegno di legge sulle riforme. "Questa - dice - e' una riforma che riprende in pieno il piano della P2, della quale Silvio Berlusconi e' stato socio con la tessera n. 1816. Tutto questo richiede una mobilitazione straordinaria nel Paese".27 marzo 2004 - LETTERA AL CORRIERE SU SCHEDA TINA ANSELMI
"Il Corriere della sera"
LETTERE AL CORRIERE
"ITALIANE" / 1 Scelta discutibile Caro Mieli, contesto in radice la risposta di Roccella e Scaraffia a Emma Fattorini. Nell' introduzione i criteri della scelta non sono affatto stati spiegati: l' unico che poteva valere come criterio era il dato, citato, che la conquista dello spazio pubblico è il fatto più nuovo dell' ultimo secolo e mezzo. A questo si è risposto non con un giusto, ovvio equilibrio fra presenze politiche e presenze in altri campi, ma cancellando praticamente la presenza delle politiche. Mancano infatti: 1) 18 Costituenti su 21, fra cui la Federici, con il suo contributo fondamentale alla Commissione dei 75; 2) 4 vicepresidenti delle Assemblee parlamentari, Rodano, Martini, Tedesco,Carrettoni; 3) una donna ministro, Falcucci, e tutte le sottosegretarie; 4) donne che hanno contato nel dibattito italiano come la Rossanda e la Castellina; 5) la prima donna sindaco di capoluogo di regione, anche parlamentare, Maria Magnani Noya. Per le 14 legislature repubblicane ci sono 6 comuniste, due radicali, una socialista, una repubblicana e una sola democristiana, Tina Anselmi. Non credo che tutte le cancellate fossero donne scialbe: per non parlare delle non parlamentari politiche ignorate. Si dica quel che si vuole questa non è una scelta di metodo storiografico, questa è un' operazione politica volta a cancellare le differenze fra un' epoca in cui le donne sono fuori dallo spazio pubblico e un' epoca in cui sono dentro. Tina Anselmi, unica democristiana presente, è stata affidata a Pia Luisa Bianco che non ha disegnato né un ritratto né una biografia (ha perfino ignorato che è stata il ministro della Sanità della riforma sanitaria); ne ha fatto la caricatura di un soggetto inconsapevole che traversa la storia democristiana come simbolo e copertura dei vizi, delle contraddizioni della Dc e spendendo un terzo del suo breve testo per inveire contro la Commissione P2. Questo testo è passato senza nessuna censura. Questa operazione politica, scoperta nel confronto fra una Rachele Mussolini "eroina di Euripide" e la Anselmi, cacciatrice di fantasmi, porta la firma di un membro del governo (che contemporaneamente sostiene chissà perché le quote per le liste elettorali) è finanziata con i soldi degli italiani, vorrebbe essere leggera, ma forse il suo difetto è la leggerezza con cui è stato affrontato.
Paola Gaiotti De Biase30 marzo 2004 - LETTERA AL CORRIERE SU SCHEDA TINA ANSELMI
"Il Corriere della sera"
"ITALIANE" Tina Anselmi
Caro Mieli, dopo aver ignorato la debordante emotività di Emma Fattorini, mi rendo conto che le poche righe nelle quali ho tracciato un profilo di Tina Anselmi stanno diventando un caso. Emblematico della mancanza di argomenti delle detrattrici dell'iniziativa editoriale "Italiane" e delle motivazioni, palesemente inconfessabili, di molte di esse.
È evidente infatti che l'oggetto della contestazione è la scelta dei personaggi inseriti nel dizionario e degli autori cui sono stati affidati. Perché Tina Anselmi e non io? Perché Pialuisa Bianco e non io?, in nome della lesa maestà di chi si ascrive il diritto esclusivo di distribuire meriti e colpe.
Qualunque discussione seria, con argomenti, avrebbe infatti tutt'altro tono. Qui invece si invoca la "censura" contro "la caricatura" che, parole di Paola Gaiotta di Biase, avrei tracciato di Tina Anselmi.
È una "caricatura" dunque averla resa la dramatis persona della democristianità (così è scritto), testimone con la sua vita stessa di quel passaggio che rese l'avventura dei cattolici in politica non movimento soltanto ma partito governante, il partito che forgiò il modello del potere democratico nel dopoguerra?
O non è forse caricaturale questo meschinamente donnesco dramma delle gelosie? Quanto alla presidenza della commissione P2, resto convinta che questo episodio non fu la cosa più importante della sua vita. Rese famosa e popolare Tina Anselmi a causa di quell'ansia inquisitoria a caccia di mostri che ancora avvelena la nostra vita politica .
Pialuisa Bianco31 marzo 2004 - CARLO CALVI, SPERO CHE EMERGA TUTTA LA VERITA'
ANSA:
CALVI: CARLO CALVI, SPERO CHE EMERGA TUTTA LA VERITA'
ASSASSINIO E' STATO SIMBOLICO, DICE FIGLIO ALLA BBC
"Spero che (dal processo) emerga tutta la verita', ma non credo che ci stiamo avvicinando alla fine. Nessuno dei misteri dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta e' stato risolto: perche' il nostro caso dovrebbe essere diverso?". E' quanto ha dichiarato oggi alla BBC online Carlo Calvi, il figlio del banchiere scomparso 22 anni fa Roberto Calvi.
Il figlio di Calvi non cerca vendetta. In vista dell'inizio del processo, il 50/enne ha affermato che, "come la maggior parte delle famiglie delle vittime, voglio che (dal processo) esca qualcosa di buono".
"Io non provo rancore contro gli assassini, non ho un bisogno personale che qualcuno sia condannato o mandato in prigione". E poi: "Sarebbe bene se confessassero, ma io non ho l'obiettivo di vedere che qualcuno venga punito per questo crimine. Io voglio che la gente impari qualcosa da questo processo".
Riferendosi al padre, Carlo Calvi ha poi affermato che "c'era un elemento massonico nella sua morte e ritengo che il modo in cui e' stato ucciso era simbolico". Gli assassini, ha infatti aggiunto, hanno inviato "un messaggio uccidendolo in pubblico, nel cuore della City. C'era di sicuro qualcosa di teatrale e chiaramente il messaggio valeva il rischio".1 aprile 2004 - ALTOMONTE E BELLUSCIO
"Il Quotidiano della Calabria"
Ad Altomonte l'ex parlamentare defenestrato prepara la controffensiva'
Il sogno egemone di Belluscio
Pignataro (Cgil) benedice il listone della fronda da An ai Ds
ALTOMONTE- Costantino Belluscio accarezza l'idea di essere legato alla storia di Altomonte come quel Filippo di Sangineto che ai tempi degli Angioini resa bellezza storica questo incantevole pezzo di Calabria. Ma nel Trecento non c'erano elezioni e municipi. Il sindaco che ha legato la sua lunga storia politica alle sorti di questo paese, qualche settimana addietro è stato defenestrato da uomini fidati che con lui avevano diviso molta parte della lunga esperienza amministrativa.
Lui in ogni modo non si è per nulla prostrato. E considerato che non può presentarsi per il terzo mandato consecutivo ha già delineato la strategia per fermare quelli che definisce "i congiurati". A giugno Belluscio sarà capolista e candidato alla carica di vice sindaco e, insieme ai suoi alleati, sceglierà un primo cittadino che garantisca la sua politica di continuità.
Una vita in politica quella di Belluscio. A fianco di Giuseppe Saragat da Palazzo Barberini al Quirinale. Parlamentare per due decenni per il Psdi, ha rappresentato l'Italia alle Nazioni Unite, membro del governo, giornalista del Corriere della Sera. Il suo nome era anche nel celebre elenco di Licio Gelli, qualche riga prima di Silvio Berlusconi, ma in Calabria la gran parte dell'opinione pubblica lo ricorda come architetto del successo di questo splendido paese che offre turismo, benessere, ricchezze gastronomiche e cultura in un circuito virtuoso difficile da rintracciare sotto altri campanili. Un'opera iniziata nel lontano 1975 quando ancora i piccoli comuni non erano considerati una gemma del buon vivere.
Belluscio un'altra parentesi di vacatio con i suoi elettori l'ha già conosciuta. Negli anni Novanta la critica alla Prima Repubblica gli provocò una sconfitta alle comunali. Ma la luna di miele tradita durò poco perché nel '97 i cittadini di Altomonte preferirono far proprio quel proverbio che recita "Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova". Come voteranno ora a giugno ad Altomonte? Terrà banco l'assedio a Belluscio nella giunta capitolata e che ha fatto arrivare il commissario prefettizio. Il vicesindaco Coppola, An e Udc hanno provocato lo scioglimento. I motivi? Un selettore di rifiuti, ma soprattutto la centrale Edison fatta sorgere da Belluscio in zona. An ha lamentato di non essere stata informata delle selezioni del personale, ma ha anche accusato Belluscio di aver invitato il segretario dei Ds, Nicola Adamo, all'inaugurazione della centrale. In seguito sono nati scontri amministrativi su ogni questione, e per raddrizzare la situazione è salito sui tornanti di Altomonte il presidente provinciale di An, Gabriele Limido. E' successo lo scatafascio. Limido dirama una lettera aperta a Belluscio che è finita alla Procura perché ritenuta offensiva dal diretto interessato. Belluscio, non demorde e sui giornali della zona ricambia l'antagonista con frasi al vetriolo accusando "Gabriele lo sfascista" di aver mandato all'aria molte amministrazioni comunali del cosentino. Ma quello che ha veramente fatto imbestialire di più l'ex sindaco è stato un manifesto dell'Udc dove si affermava "che il benzinaio di Altomonte" che aveva fatto eleggere Belluscio, lo avrebbe ora mandato a casa. Belluscio non vuole abbandonare il municipio e il destino di Altomonte. In questa storia di politica comunale ora le fronde dovrebbero coalizzarsi contro il vecchio sindaco. I sostenitori di Belluscio raccontano che il segretario locale di An incontra oltre ai suoi fedeli, anche il collega dei Ds e gli antibellusciani dell'Udc. Presenzierebbe anche Fernando Pignataro, segretario regionale della Cgil, che segue le sorti del suo paese di residenza. Pignataro sarebbe favorevole ad una lista unitaria che proponga come leader l'ex vicesindaco di Belluscio. Ma una lista comune tra An e Ds, pur se in un paese piccolo, non sarebbe certo gradita da Nicola Adamo che conosce l'effetto immagine di Altomonte. Belluscio cosciente delle difficoltà dei suoi avversari annuncia sorprese e già dichiara "Miro ancora a grandi traguardi che diano tranquillità ai cittadini e speranza ai giovani nella possibile convivenza di turismo, agricoltura e industria". Parole legate a quel sogno di poter eguagliare Filippo di Sangineto nella storia di Altomonte. Il responso all'urna elettorale.17 aprile 2004 - 25 APRILE: QUAGLIENI, CORONA D'ALLORO PER EDGARDO SOGNO
ANSA:
25 APRILE: QUAGLIENI, CORONA D'ALLORO PER EDGARDO SOGNO
SOTTRARRE IL MONOPOLIO DELLA RESISTENZA ALLA SINISTRA
Una corona d'alloro verra' deposta la mattina del 25 aprile in via Donati a Torino, davanti alla lapide che ricorda Edgardo Sogno, Medaglia d'Oro della Resistenza, comandante della brigata "Franchi" da Francesco Forte e Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio.
"In questo modo - hanno sottolineato Forte e Quaglieni - vogliamo ricordare la Resistenza senza preconcetti ideologici e proporre una celebrazione del 25 aprile che superi le divisioni e ricerchi una storia patria condivisa, partendo dal Risorgimento per giungere alla guerra di Liberazione".
L'iniziativa e' promossa dal Comitato per la liberta' "Edgardo Sogno" e intende, spiega Quaglieni "sottrarre il monopolio della Resistenza alla sinistra, andando controcorrente rispetto a certa storiografia dominante".21 aprile 2004 - VALORI NEL DIRETTIVO DI CONFINDUSTRIA
"Dagospia"
Non lo vuole far sapere a nessuno, soprattutto a Berlusconi, ma Giancarlo Elia Valori gode come un pazzo di essere entrato nel direttivo della Confindustria montezemolina. Del resto, in mezzo a quella Razza Volpona, chi è più volpe di Valori?25 aprile 2004 - 25 APRILE: COMMEMORAZIONE EDGARDO SOGNO
ANSA:
25 APRILE: BONDI, RICORDIAMO ANCHE GIOVANI INGLESI E USA
CHI COMBATTE' PER LA NOSTRA LIBERTA' OGGI CI GIUDICA
Un pensiero per "i partigiani di ogni colore" ma anche per "i tanti giovani americani e inglesi che sacrificarono la loro vita per restituire a noi la liberta' e la democrazia" e' stato rivolto oggi da Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, a Torino in occasione del 25 aprile per commemorare l'ambasciatore Edgardo Sogno.
"Tutti coloro che hanno combattuto per la nostra liberta' - ha detto - formano un tribunale della storia che giudica le nostre azioni. Oggi dunque non deve essere il giorno della retorica, ma il giorno in cui dobbiamo ricordare tutti coloro che sacrificarono la loro vita, i partigiani di qualsiasi colore politico e i giovani americani e inglesi".
Alla commemorazione di Edgardo Sogno, liberale e monarchico, medaglia d'oro della Resistenza per la sua attivita' di partigiano "bianco" alla guida dell'Organizzazione Franchi da lui stesso creata, hanno preso parte una cinquantina di persone.
Bondi ha deposto fiori davanti all'abitazione di Sogno e una corona e' stata portata anche da una delegazione di An guidata dal parlamentare Agostino Ghiglia, che in mattinata aveva reso omaggio anche al Sacrario dei Caduti della Repubblica sociale italiana: "Auspichiamo - ha detto - che il 25 aprile sia la giornata della pacificazione e della riconciliazione nazionale".
Nel corso degli interventi e' stata sottolineata l' assenza delle istituzioni cittadine, mentre a rappresentare la Regione c'era l'assessore piemontese alla cultura, Giampiero Leo.29 aprile 2004 - CONTROPAROLA DIFENDE TINA ANSELMI
ANSA:
PARI OPPORTUNITA': CONTROPAROLA DIFENDE TINA ANSELMI
IN 'ITALIANE' SI FA DI LEI RITRATTO 'MALEVOLO E OFFENSIVO'
'Italiane', volume pubblicato dal ministero delle Pari Opportunita', offre un ritratto negativo dell' ex ministro Tina Anselmi. Lo sostiene Controparola, il gruppo di scrittrici e giornaliste che da una decina di anni si batte per i diritti e l'immagine delle donne, che ha inviato alla Anselmi una lettera di solidarieta'.
"Abbiamo letto nel terzo volume appena uscito di 'Italiane' il profilo che ti ha dedicato Pia Luisa Bianco. Siamo indignate - scrivono le donne di Controparola - per l'atteggiamento di preconcetta ostilita' e per il deliberato silenzio su quasi tutta la tua attivita' politica, in particolare per quel che riguarda le donne. Noi, invece, ti ricordiamo come una ministra del Lavoro a cui va, fra l'altro, il merito di una legge fondamentale per il nostro sesso, la legge di Parita'. Ti ricordiamo come ministra della Sanita' e come presidente della commissione per le Pari Opportunita', dove fra l'altro ti sei battuta per le norme sul riequilibrio della rappresentanza politica femminile, grande problema irrisolto dell'Italia. In quell'impresentabile ritratto ci ha colpito in modo speciale - prosegue la lettera - il disprezzo con cui viene bollata la tua coraggiosa presidenza della commissione P2, che ancor oggi evidentemente non ti si vuole perdonare. Accetta, cara Tina - concludono - tutta la nostra stima, solidarieta' e affetto".
Ricordando l'origine pubblica di Italiane ("opera pubblicata dal ministero retto da Stefania Prestigiacomo e distribuito nelle edicole gratis, cioe' a spese dei contribuenti"), le donne di Controparola segnalano anche altri ritratti "dai contenuti ambigui o comunque inaccettabili" ed "esclusioni clamorose".
La lettera alla Anselmi porta le firme di Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Paola Gaglianone, Elena Gianini Belotti, Lia Levi, Dacia Maraini, Nadia Pizzuti, Carla Ravaioli, Giuliana Sgrena, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini.
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
Le notizie del 2000
Le notizie del 2001
Le notizie del 2002
Le notizie del 2003
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|