Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002: agosto-settembre |
1 agosto 2002 - INTERROGAZIONE COSSIGA, CHI HA FATTO FARE CARRIERA A GEN. LIBERATI?
ANSA:
Il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga continua nella polemica contro il presidente del Cocer dei carabinieri, il generale di brigata Serafino Liberati, presentando un'interpellanza in cui chiede di sapere chi lo abbia appoggiato per fare carriera, diversamente da quanto accaduto ad altri militari i cui nomi erano nell'elenco degli affiliati alla loggia massonica P2. Cossiga premette di aver "condannato come 'maccarthista' la persecuzione posta in essere dal governo dell' epoca, da settori illiberali dei partiti politici, ed in particolare dal Consiglio superiore della Magistratura contro la cosiddetta Loggia Massonica P2, e coloro che ne risultavano iscritti". Tuttavia, Cossiga chiede "per l'appoggio di quali centrali occulte di potere il piduista Gen. di Brigata dei carabinieri Serafino Liberati abbia potuto pacificamente percorrere la carriera fino al grado ora ricoperto" nonostante risulti "iscritto per atti ufficiali alla Loggia massonica P2". Cossiga chiede anche "per l'appoggio di chi, entro o fuori l'Amministrazione militare, e in particolare l'Arma dei carabinieri, sia stato addirittura designato a presidente del Cocer". Il senatore a vita mette questa carriera a confronto con quanto successo ad altri militari, "massacrati nella carriera e nell'onore" per essere risultati iscritti alla P2, citando fra l'altro le destituzioni dell'ammiraglio Torrisi, capo di stato maggiore della difesa, del generale dei carabinieri Giulio Grassini, direttore del Sisde, e del generale di corso d'armata Giuseppe Santovito, direttore del Sismi. "E tutto cio' - conclude Cossiga - quando poi la Corte d'Assise di Roma, con sentenza passata in giudicato per rinunzia all'appello da parte di un noto Pm di Magistratura Democratica che aveva promosso l'azione penale, tutti i membri della Loggia massonica P2 furono assolti dall'accusa di partecipazione ad associazione segreta e ad associazione sovversiva, e mandati liberi per qualsiasi altro reato".1 agosto 2002 - GIROTONDINI ANCHE CON CARTELLO TESSERA P2 DI BERLUSCONI
"Liberazione"
Alla conferenza dei capigruppo la maggioranza impone il voto in Aula del disegno di legge Cirami. "Speriamo di approvarlo in poche ore". Anche Berlusconi e Pera in campo Il Senato delle impunità Frida Nacinovich Non ci sarà nemmeno la diretta tv. "Perché vi vergognate di voi stessi", urla in aula la senatrice Maria Ida Dentamaro dell'Udeur. La pensano più o meno allo stesso modo i diecimila che circondano palazzo Madama. "Vergogna, vergogna, vergogna", gridano i girotondisti, abituali e non. Hanno appena saputo che il disegno di legge Cirami arriverà in aula nel giro di poche ore. Il calendario dei lavori parlamentari è stato cambiato per la quarta volta in una settimana, e il presidente Pera deve sospendere la seduta "per rasserenare gli animi e il clima". "Che ci posso fare, la maggioranza la scelgono i cittadini", aveva detto poco prima la seconda carica dello Stato, teorico (molto teorico) garante della Costituzione.
Il Senato voterà la legge sul legittimo sospetto nel testo originario, senza nessuna modifica. Questo perché la commissione giustizia ha dovuto sospendere i lavori. Non avrebbe avuto il tempo di finire la discussione, e allora via in aula. Di corsa, prima che il processo Imi-Sir arrivi a sentenza. Tanti saluti anche all'emendamento presentato da Mario "è stata una svista" Cavallaro. Nando Dalla Chiesa è sconvolto: "Quello che sta accadendo in Senato è terribile". Antonello Falomi sventola un fazzoletto tricolore. Più o meno nello stesso momento le agenzie battono la notizia della pace fatta fra Nanni Moretti e i vertici Ds. Il gesto del senatore viene bloccato dal presidente Pera, che lo richiama all'ordine. Va meglio ai manifestanti, guardati a vista da un cordone di agenti chiamato a proteggere l'ingresso del Senato. In piazza si può ancora fare esercizio di democrazia. Con cartelli, striscioni e cori. Perfino con la gigantografia della tessera P2 di Silvio Berlusconi, l'uomo con cui Massimo D'Alema aveva avviato la commissione Bicamerale per la riforma della Costituzione.
In aula prende la parola l'Udc Francesco D'Onofrio, collega di partito di Cirami. Patatrac, la campanella di Pera impazzisce. "Dico ai colleghi che potremo andare tranquilli in mezzo alla gente, perché abbiamo impedito che l'opposizione ostacolasse il procedimento democratico in commissione". Le parole si perdono sull'eco che arriva dall'esterno: "Vergogna, vergogna, vergogna". "Il presidente Pera - dice Gigi Malabarba, Rifondazione comunista - ha perso la fiducia istituzionale. Il Senato non è e non può diventare l'ufficio di due sole persone: l'onorevole Previti e il presidente del Consiglio Berlusconi. Non abbiamo mai chiamato in causa il capo dello Stato, ma ora non ci resta altro che fare appello alla sua funzione di garante della democrazia". A ruota Tommaso Sodano: "Si calpestano le regole democratiche e il rispetto delle istituzioni".
L'uscita più infelice? Quella di Domenico Nania di An: "Questo ddl non riguarda Berlusconi, ma difende i diritti dei cittadini. E poi anche ammesso e non concesso che il processo di Milano possa essere interessato a questa legge, si tratta di fatti che riguardano il cittadino Berlusconi, non il politico Berlusconi". Insomma, mettiti in politica e scamperai al carcere. Con tanti saluti alle mani pulite sbandierate per anni e anni dal partito di Gianfranco Fini. Ma tant'è, per il padrone e i suoi amici si fa questo ed altro. Il Verde Stefano Boco non ha più voce: "Voi avete perso la testa, e avete deciso di tentare il possibile e l'impossibile pur di approvare in tutta fretta questo provvedimento. State dando uno spettacolo indegno, senza pudore e senza vergogna".
Comunque sia oggi arriva nell'aula del Senato il disegno di legge sul "legittimo sospetto". "Si tratta di un'iniziativa molto grave - dice Gavino Angius ad una voce con il capogruppo della Margherita Willer Bordon - che lascerà il segno nella storia di questo Senato". Si chiude così, con una decisione presa a maggioranza dalla conferenza dei capigruppo, la terza consecutiva giornata di corpo a corpo. I girotondini manifestano fuori del palazzo, l'opposizione protesta, e il centrodestra se ne frega. E le intenzioni della maggioranza erano chiarissime fin dalla mattina, quando i senatori della casa delle libertà hanno bloccato i lavori in aula sacrificando l'approvazione del decreto "omnibus" (che contiene inquietanti provvedimenti dalla sanità all'emergenza idrica) pur di centrare l'obiettivo di portare la legge "salva-processi" ad una rapida approvazione.
In aula, dunque, e senza il voto della commissione Giustizia, dove l'ostruzionismo dell'Ulivo e di Rifondazione per una volta funzionava davvero. "Si sono arresi, questa è la verità. Non sono riusciti a reggere il confronto con l'opposizione", commenta amaro Guido Calvi. L'ennesimo colpo di mano. E allora ecco l'ennesimo appello di Francesco Rutelli e Piero Fassino: "Chiediamo il ritiro da parte del governo e di Berlusconi in persona del disegno di legge Cirami". Parole che cadono nel pozzo senza fondo dell'impunità. "La legge è uguale per tutti e due...", dice Gavino Angius con una felice battuta rivolta ai banchi della maggioranza.
In segno di protesta le opposizioni disertano anche la cerimonia del Ventaglio. E' qui che il padrone di casa Marcello Pera perde le staffe: "C'è il tentativo dell'opposizione di screditarmi". Era stato d'altronde lo stesso premier Berlusconi, appena un'ora prima, al termine di un lungo colloquio a Montecitorio con Casini e Follini, a far capire che il governo era intenzionato a tenere duro e non arretrare. "La maggioranza sta dando prova di grande compattezza", la battaglia del Polo è per la "difesa del diritto giusto", aveva detto il premier. "Non ho parole per descrivere lo sconcio di questo comportamento. Veramente non riesco più a capirli". Senza parole.
La commissione giustizia aveva lavorato fino alle 5:30 del mattino. Dovevano arrivare alle sette e mezza, ma alla fine si erano addormentati anche gli stakanovisti del Polo. E allora ecco il presunto super partes Pera. Il presidente del Senato non ci sta ad essere immolato dall'opposizione che nei corridoi di palazzo Madama mette costantemente in evidenza la maggior pacatezza di Casini. No, non ci sta. La maggioranza, riconosce, si è certamente "irrigidita" ma l'opposizione "torna a fare i girotondi". Poi sbotta: "Io sono al vertice di un'istituzione e non sono il capo di un partito". Di nuovo senza parole.
Ma la battuta finale spetta di diritto a Silvio Berlusconi. Il premier dice di essere "estraneo" all'iter del disegno di legge Cirami, tant'è che non conosce neanche le motivazioni della sua "urgenza", sulla quale non ha peraltro "alcun interesse". Prende anche per i fondelli Silvio Berlusconi, come è nello stile del personaggio.6 agosto - ROSONE RACCONTA IL FALLIMENTO DEL BANCO AMBROSIANO
"Il Corriere della sera"
Dal crac alla pensione
AL VERTICE Vicepresidente e direttore generale del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone ne diventa il numero uno dopo la morte di Calvi. Processato per bancarotta, è condannato a 3 anni, pena commutata in servizio sociale
OGGI
Dopo vent'anni, Rosone racconta la sua verità. Oggi ha 74 anni, abita a Milano ed è in pensioneLE TAPPE
MILANO - Grande finanza, massoneria, politica internazionale, perfino la malavita organizzata. Ci sono, nella storia del crac del Banco Ambrosiano, tutti gli ingredienti di un thriller. Non a caso ne è stato tratto un film. E sull'argomento sono stati scritti numerosi libri. A vent'anni dal suo epilogo, del Banco Ambrosiano resta soltanto una traccia nel marchio (Banco Ambrosiano Veneto) appartenente a una nuova realtà bancaria, il gruppo Intesa-Bci. Tuttavia non tutti gli aspetti di questa pagina della storia recente d'Italia sono stati chiariti. Uno di questi è la morte (suicidio, versione ufficiale, o omicidio, come molti sospettano?) di Roberto Calvi, l'uomo attorno al quale ruota la parabola del Banco. "Soltanto di recente sono emersi particolari essenziali su quella morte - dice per esempio Roberto Rosone, l'uomo che nell'ultimo anno di vita del Banco era stato il più diretto collaboratore di Calvi -. Adesso ci si accorge che quando un uomo si impicca gli si rompe l'osso del collo. Per me dovrebbe saperlo anche uno studente di medicina al primo anno di corso...". Come dire: la tesi del suicidio non regge. Anche se il caso è ormai archiviato. Oggi Rosone è un tranquillo pensionato che si dedica ai nipotini. Abita ancora nella stessa casa di via Oldofredi a Milano, "comprata col mutuo nel 1970", davanti alla quale il 27 aprile del 1982 un uomo gli sparò alle gambe venendo immediatamente freddato da una guardia giurata che sorvegliava l'ingresso dell'adiacente agenzia bancaria (ovviamente del Banco Ambrosiano). Si trattava di un sicario venuto da Roma. Si chiamava Danilo Abbruciati e apparteneva alla banda della Magliana. Quella esperienza ha segnato l'ex manager, che oggi ha 74 anni. "E non solo nel fisico - dice -. Ogni tanto mi sveglio nel cuore della notte e ripensando a quei momenti non riesco a riprendere sonno". Per vent'anni Rosone è rimasto in silenzio (anche per rispettare il corso delle indagini). Oggi però, patteggiata la pena per le sue responsabilità di amministratore nella bancarotta (condanna a tre anni commutata in servizio sociale), ha deciso di raccontare la sua verità.
DOVE SONO FINITI I SOLDI? - Il "tesoro" del Banco Ambrosiano, quei 1.500 miliardi di vecchie lire che determinarono il fallimento dell'istituto, sembrano svaniti nel nulla. In realtà "sono sempre rimasti a disposizione del Vaticano", dice Rosone. Il quale ricorda come lo Ior, la banca della Santa Sede, fosse stato per anni il padrone occulto del Banco Ambrosiano: "A libro soci lo Ior, all'epoca guidato da monsignor Paul Marcinkus, figurava titolare di un piccolo pacchetto azionario, poco più del 3%. In realtà alla banca vaticana faceva capo una miriade di società offshore, domiciliate in vari paradisi fiscali, che a loro volta possedevano piccole quote dell'Ambrosiano. Sommandole insieme, si arrivava tranquillamente al controllo". E lo Ior, oltre a svolgere le normali attività bancarie, finanziava operazioni all'estero di carattere più "politico" che economico, utilizzando anche capitali presi a prestito dall'Ambrosiano. Per esempio, si dice che abbia contribuito a sostenere Solidarnosc, l'allora nascente sindacato cattolico polacco guidato da Lech Walesa. "Solo Calvi conosceva questa situazione - continua Rosone -. Il management della banca credeva a ciò che stava scritto sulle carte, anche se i sospetti c'erano, non foss'altro che per le illazioni puntualmente riportate sulla stampa finanziaria...".
In ogni caso, dopo il crac la verità è venuta a galla. Rosone, diventato il numero uno della banca dopo la scomparsa di Calvi (era vicepresidente e direttore generale), si recò in Vaticano per reclamare la restituzione dei prestiti. Ma lo Ior rispose picche. "In seguito - sono sempre parole di Rosone - la banca vaticana fu costretta, a quanto mi risulta, a una transazione con la liquidazione del Banco, avvenuta sulla base del 50% del debito originario". Ma la tesi di Rosone è stata fin dall'inizio contestata dalla Santa Sede con documenti che dimostravano l'estinzione del debito. Il caso controverso è spiegato anche in un libro recentemente pubblicato da Laterza.
LA PISTA ARGENTINA - Parla con distacco, Rosone, seduto nel salotto di casa. Ma nel corso della lunga chiacchierata spuntano altri particolari inediti della storia del Banco Ambrosiano. Come il ruolo giocato nella guerra tra Inghilterra e Argentina per il controllo delle isole Falkland. "Il Banco Andino - ricorda - di cui l'Ambrosiano possedeva il 100% del capitale, partecipò al maxi-prestito a favore della Repubblica Argentina destinato a finanziare l'operazione militare. Ma era uno dei tanti componenti del consorzio, che comprendeva decine e decine di banche. Si disse anche che la volta del Ponte dei Black Friars a Londra, dove fu trovato il cadavere di Calvi, fosse dipinto con i colori della bandiera argentina. Non so se sia vero. In ogni caso, personalmente non credo a una pista argentina dietro l'eliminazione di Calvi".
IL SALVATAGGIO - Oggi, 6 agosto, ricorre il ventennale della liquidazione del vecchio Banco e della contemporanea nascita del Nuovo Banco Ambrosiano, poi diventato Ambroveneto. Una ricorrenza che è già storia. E proprio con il distacco degli storici si può rievocarne lo svolgimento. "L'operazione durò lo spazio di un weekend - ricorda Rosone -. Il venerdì a mezzogiorno la banca chiuse i battenti e il successivo lunedì mattina riaprì con le nuove insegne". Alcuni protagonisti di quel salvataggio sono tuttora sulla breccia. Uno dei principali fu per esempio Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d'Italia e oggi capo dello Stato. Il secondo si chiama Giovanni Bazoli, il professore bresciano che oggi presiede Intesa-Bci. Il terzo è Beniamino Andreatta, economista, all'epoca senatore democristiano e ministro del Tesoro, uscito dalla scena politica nel dicembre 1999 dopo che un ictus lo colpì proprio sui banchi del Senato dove sedeva in rappresentanza del Ppi. Ciampi era alla guida dell'istituto centrale da appena un anno. "Era subentrato - spiega Rosone - a Paolo Baffi, costretto alle dimissioni dalle oscure manovre di quella stessa loggia massonica che aveva avuto un ruolo proprio nella gestione del Banco Ambrosiano e che aveva contribuito a saccheggiarlo". La patata bollente era finita nelle sue mani.
"Nel giugno dell'82, quando Calvi era ancora vivo - prosegue Rosone - andai dal Governatore per prospettargli la necessità di commissariare il Banco. Era presente anche l'allora direttore generale Lamberto Dini. Mi dissero che la proposta sarebbe dovuta venire dal consiglio di amministrazione. Al che obiettai che il consiglio era praticamente nelle mani di Calvi, il quale sarebbe riuscito a bloccare la decisione". In realtà il commissariamento arrivò subito dopo l'uscita di scena di Calvi. C'erano stati nel frattempo un suicidio vero, quello della segretaria-assistente di Calvi, Graziella Corrocher, e quello, dubbio, dello stesso Calvi. Intanto, il banchiere "dagli occhi di ghiaccio" secondo una definizione molto usata all'epoca dai giornali, aveva tentato il tutto per tutto per rimanere a galla e fronteggiare "il martellamento delle lettere della Vigilanza durato per un anno intero. Per questo - spiega Rosone - si era attaccato a tutti coloro che si erano offerti di aiutarlo, finendo nella rete della loggia massonica P2 di Licio Gelli e di personaggi come Flavio Carboni o Francesco Pazienza".
L'ULTIMO MISTERO - Dopo vent'anni, dice Rosone, un altro interrogativo resta aperto: qualcuno ha pagato? "Per ciò che mi riguarda, ho restituito interamente il mio tfr al liquidatore. In pratica ho lavorato 40 anni per niente. L'unica consolazione è che mi sento la coscienza a posto. Invece, non si è mai saputo com'è finita la procedura di liquidazione del Banco...". Infine, l'ultimo "sassolino". Si sfoga Rosone: "Mi piacerebbe anche capire da chi fu mandato il killer che mi sparò alle gambe. Ci sono stati i processi, sono venuti a galla i nomi di Flavio Carboni e di tale Diotallevi, socio dello stesso Carboni nella società Prato Verde che io mi rifiutai di finanziare. Ma due anni fa la Cassazione ha annullato tutto". Dunque il mandante di quel tentato omicidio (o semplice avvertimento) è destinato a rimanere ignoto. Per il Banco Ambrosiano di Calvi è l'ultimo di una lunga serie di misteri.
Giacomo Ferrari6 agosto 2002 - DA "DAGOSPIA"
Nelle fauci di D'Amato
Mantenendo una consulenza, Ernesto Auci lascia il "Sole24 Ore". Convocato a sorpresa in una riunione con il presidente Guidalberto Guidi e il vicepresidente Giancarlo Cerutti, Auci ne è uscito da ex amministratore delegato. La convivenza era diventata troppo difficile: da una parte Auci con la sua vecchia idea della public companv, dall'altra il nuovo corso perfettamente allineato ai desideri di Antonio D'Amato, presidente di Confindustria. A quanto pare non ci sarà un nuovo amministratore delegato (girava il nome di Franco Tatò) più probabilmente un direttore generale preso dall'interno: per esempio Antonio Nardi, capo della divisione editrice. Ma le deleghe più importanti le avrà Cerutti. Intanto Massimo Donelli, che ha lasciato burrascosamente la direzione della tv del "Sole", sembra destinato in autunno alla direzione di "Tv Sorrisi e Canzoni".Benedetto Adornato
Critica in difetto. E dire che il nome "Ircocervo" scelto per la rivista dei deputati di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, Roberto Antonione, Ferdinando Adornato, Sandro Bondi etc. richiama una definizione di Benedetto Croce che bollava l'unione del pensiero liberale con quello socialista. Ma nell'"Ircocervo" del gruppo azzurro la critica è desaparecida: si inneggia solo a Silvio Berlusconi, alle sue "intuizioni" e ai suoi "successi". Ma un pericolo incombe: "Ircocervo" è il nome di una collana che si occupa degli scritti di Bobbio, Gramsci e altri pensatori di calibro edita dalle Edizioni Scientifiche. Che potrebbero protestare per lo scippo del marchio.8 agosto 2002 - I LATI OSCURI DELLA MORTE DEL COL.FLORIO E DEL CAP. ROSSI DELLA GUARDIA DI FINANZA
"Liberazione"
Tecnicamente, in una serie sui delitti italiani la storia che vi racconto oggi non dovrebbe entrarci. Le morti del colonnello Salvatore Florio e del capitano Luciano Rossi, entrambi appartenenti al corpo della Guardia di Finanza, sono infatti rubricate rispettivamente come incidente stradale e suicidio. Ma dovete sapere che ogni cronista ha le sue fissazioni, e una delle mie fissazioni è il "caso Florio". Forse perché quel colonnello era catanese come me, per giunta amico di famiglia, e da bambino lo vedevo come un personaggio mitico perché ogni tanto, in estate, passava in elicottero sopra la nostra casa di villeggiatura, ordinava al pilota di rallentare e si sporgeva per salutare con la mano.
Quando molti anni dopo, spulciando i volumi della Commissione sulla P2, m'imbattei nel nome del colonnello Florio, ci misi un poco a collegare quel nome con l'uomo dell'elicottero. E scoprirlo e provare dispiacere fu un tutt'uno, dato che in quelle carte del colonnello Florio si raccontava la morte: il 26 luglio del 1978, sono passati da poco 24 anni, il colonnello si svegliò di buon mattino nella caserma della Guardia di Finanza di Modena. Doveva rientrare a Roma per l'ora di pranzo, e mentre faceva colazione il suo autista stava già tirando fuori del garage l'auto di servizio, una Fiat 131. Come sempre, prima di mettersi in viaggio, il colonnello fece il giro dell'auto per controllare lo stato delle gomme, si assicurò che benzina e olio e ogni altra cosa fosse a posto, e ricevette assicurazioni in proposito. Malgrado lo ricordassi come lo spericolato uomo dell'elicottero, il colonnello Florio era un uomo pignolo e prudente fino all'eccesso, e così pure il suo autista.
I due partirono alle 8,30 in punto, come da programma. Il tempo era buono, e il viaggio s'annunciava di tutto riposo. Alcuni testimoni videro l'auto grigia avvicinarsi a velocità moderata al casello che da Carpi immette sull'autostrada, poi la videro sbandare due volte, come impazzita, e invadere la corsia opposta andando a scontrarsi con una Mercedes. Il colonnello Florio e il suo autista morirono sul colpo. Quando nel 1985 riuscii con molta fatica a procurarmi la cartella relativa all'incidente, ci trovai dentro soltanto una paginetta di verbale redatta da due agenti della polizia stradale. Si parlava d'incidente scaturito "da cause non accertate". La 131, com'è ovvio, era stata distrutta subito dopo l'incidente, senza che nessuno pensasse ad una perizia sui rottami.
All'epoca, la storia del colonnello Florio era nota a pochissimi. Solo dopo la scoperta del verminaio piduista, nel 1981, il magistrato milanese Pierluigi Dell'Osso tentò di ricostruire, tra i molti rivoli, dello scandalo anche la storia del colonnello Florio, e di quello strano incidente.
Nei primi anni '70, quando io lo vedevo passare sulla mia testa con l'elicottero, il colonnello Florio dirigeva il delicatissimo "Reparto II" della Guardia di Finanza, una sorta di "servizio informazioni" del corpo: sono gli anni della Strategia della tensione, del crack Sindona, della crescita incontrollata della P2. Un materassaio di Arezzo, di nome Licio Gelli, si fa fotografare con Andreotti e riceve file di politici, generali e imprenditori all'Hotel Excelsior di Roma. Da dove venga tanto potere non si capisce. Tra i primi a chiederselo, c'è il colonnello Florio.
Nel marzo del 1974 il colonnello ordina a tre suoi ufficiali di svolgere indagini su Gelli. Quindici giorni dopo, sul suo tavolo ci sono i rapporti che tracciano la prima radiografia completa del fino allora sconosciuto sistema di potere piduista: in uno dei dossier si parla dei rapporti di Gelli "Con Andreotti e con altri elementi della sua corrente". In un altro si accenna a traffici d'armi e a tangenti su forniture di petrolio arabo in cui la P2 sarebbe coinvolta. A voce, gli estensori dei rapporti riferiscono al colonnello che Gelli è amico intimo di alti ufficiali di tutti i corpi dello Stato, compreso il loro.
Il colonnello Florio prende atto e stampiglia la dicitura "Riservatissimo" sui tre dossier. Ma questo non evita che Gelli ne abbia quasi subito una copia, e si metta in moto per disinnescare quei quattro impiccioni che rischiano di mettere in piazza le sue segrete manovre. Uno dei quattro, il tenente colonnello Sorrentino, va in pensione pochi mesi dopo aver firmato il suo rapporto su Gelli. Un secondo, il maggiore Antonino Di Salvo, viene avvicinato da Gelli in persona, che lo convince ad iscriversi alla P2. Restano Florio e il capitano Rossi. Per agganciare il colonnello il Venerabile manda avanti Antonino Colasanti, un medico iscritto alla P2: "Una sera il Colasanti invitò me e mio marito al ristorante romano "White Elephant" - raccontò al pm Dell'Osso la vedova Florio - al tavolo accanto c'erano delle persone, una delle quali si alzò e disse, rivolto a mio marito: 'Colonnello, lei si è fatto una cattiva opinione di me, ma si ricrederà! '".
Quell'uomo è Licio Gelli, dice il colonnello alla moglie. Il gran maestro della P2 dispiega in quel periodo tutta la sua influenza sui vertici della Finanza: nel luglio di quello stesso 1974 un generale senza titoli di merito, Raffaele Giudice, iscritto alla P2, diventa a sorpresa comandante della Guardia di Finanza. Giudice è siciliano come Florio, ma di tutt'altra pasta. A firmare la sua nomina è il ministro della Difesa Giulio Andreotti, e tutti, nell'ambiente militare, sanno che il padrino del nuovo comandante è un certo Gelli: "Questa è massoneria - commenta Florio con la moglie - vedrai che adesso mi rimuovono".
La profezia è esatta: due mesi dopo il generale Giudice convoca Florio, e gli toglie il comando del "Reparto II". Il colonnello è trasferito a Genova, ma anche lì dura poco: "Mio marito cominciò a subodorare qualcosa di poco chiaro in ordine a traffici di petrolio. Era molto turbato; rammento che una volta mi disse: qui scoppia una bomba".
La vicenda cui Florio si riferisce è quasi sicuramente lo scandalo "Mi. Fo. Biali", un'intricata storia di tangenti petrolifere, oggi dimenticata, che coinvolge pesantemente lo stesso generale Giudice. Per questo il colonnello cerca in tutti i modi di evitare il suo superiore: "Allorché vi era qualche ricevimento a Catania, mio marito non voleva assolutamente andare se vi era il generale Giudice", ricorda ancora la moglie.
Naturalmente il destino di Florio è di essere ancora trasferito: prima al comando della nona legione di Roma, poi al più inoffensivo degli incarichi, quello di comandante della scuola sottufficiali di Ostia. Parcheggiato a insegnare alle reclute il colonnello sembrerebbe inoffensivo. Eppure, sempre stando al racconto della moglie, il generale Giudice non è tranquillo. Come capo del "Reparto II" Florio ha avuto accesso ad una serie d'informazioni che gli permettono di vedere le trame piduiste come se si svolgessero in una teca di cristallo. Quel che è peggio, il colonnello ha dimostrato di non essere "avvicinabile".
La signora Florio racconta di un incontro, voluto dal generale Giudice, che si svolge a Ostia, nell'ufficio di Florio, alla presenza di un altro generale: "Mio marito disse a Giudice che avrebbe detto al più presto tutto quanto era venuto a sapere su di lui. Il generale Giudice la prese sul ridere e abbracciò per la prima volta mio marito".
Se Giudice era andato fino ad Ostia per essere tranquillizzato sul silenzio del sottoposto, se ne va ancora più spaventato di prima.
Se i ricordi della vedova Florio sono esatti, l'incontro risale al giugno del 1978. Un mese dopo il marito morirà in quell'incidente stradale "per cause non accertate". Come in ogni giallo "politico" che si rispetti, ci sono dei documenti che scompaiono nel nulla: "Nella cassaforte di mio marito presso la scuola sottufficiali - racconta la signora Florio - avevo avuto modo di vedere un grosso fascicolo con la scritta 'riservatissimo', ed avevo appreso da mio marito che vi teneva della documentazione riguardante fatti ed atti del generale Giudice, del colonnello...e dei loro collaboratori". Il fascicolo "riservatissimo" viene in effetti restituito alla famiglia Florio dopo la morte del colonnello, ma dentro ci sono solo tre o quattro fogli senza importanza.
C'è un personaggio che ci siamo lasciati alle spalle, il capitano Rossi: dopo l'allontanamento di Florio da Roma, è stato emarginato e dimenticato. Ma nel 1981, dopo aver interrogato la vedova del colonnello, il pm milanese Dell'Osso decide di ascoltare anche lui. L'interrogatorio viene fissato per l'8 giugno, e secondo quanto diranno poi gli amici, il capitano è ansioso d'incontrare il magistrato. Il 5 giugno Rossi va dal suo legale romano, Giovanni Zarfelli, per anticipargli in parte il contenuto della deposizione: "Mi disse che secondo lui quello di Florio era un omicidio mascherato da incidente - racconterà il legale - e aggiunse che temeva di essere pedinato e di avere il telefono sotto controllo". Affacciandosi al balcone mentre il capitano si allontana in auto, Zarfelli ha in effetti l'impressione che qualcuno segua il suo cliente.
Dopo aver parlato con il suo avvocato, il capitano Rossi va in ufficio. E' ormai sera, e il comando della Guardia di Finanza di Porta Maggiore è semideserto. Secondo la versione ufficiale, Rossi si chiude nella sua stanza, estrae la pistola d'ordinanza e si spara un colpo di pistola in bocca. Una morte senza mistero, archiviata in fretta.
Chiudo raccontando un piccolo dettaglio: qualche anno fa, trovandomi negli uffici della Guardia di Finanza di Porta Maggiore per tutt'altri motivi, chiesi di vedere la stanza appartenuta al capitano Rossi. Mi accompagnò un ufficiale che conoscevo e stimavo: restammo nella stanza in silenzio per qualche minuto e poi chiesi a bruciapelo: "Lei ci crede nel suicidio?".
L'ufficiale mi guardò, fece una specie di sorriso e non rispose. E su questo indecifrabile silenzio finisce l'indecifrabile storia dell'ufficiale gentiluomo Salvatore Florio e del suo fido capitano. L'uno morto in un banale incidente, l'altro suicidatosi per insondabili motivi.9 agosto 2002 - FALLIMENTO BANCO AMBROSIANO: 20 ANNI DOPO
"Il Messaggero"
L'Italia dei grandi gialli/Vent'anni fa la drammatica morte
del capo dell'Ambrosiano. E il salvataggio dell'Istituto di credito
Roberto Calvi, il mistero infinito
del "banchiere di Dio"
di ROBERTO MARTINELLI
NELL'AMPIA e inquietante antologia dei misteri d'Italia la morte (e la vita) di Roberto Calvi, colui che con qualche enfasi giornalistica fu definito il "banchiere di Dio", resta una delle pagine più oscure della storia del nostro paese. Vent'anni dopo il ritrovamento del suo cadavere sotto il ponte dei Frati Neri di Londra, la giustizia italiana continua a cercare una "verità" senza farsi tuttavia troppe illusioni. Quando ormai su tutti coloro che furono i suoi amici-nemici durante gli anni che lo videro protagonista nel dare la scalata ai potentati economici e ai gruppi di pressione, non esclusa la cassaforte delle finanze cattoliche, è calato il silenzio della memoria.
Era il 15 giugno 1982 quando Roberto Calvi venne trovato impiccato sotto quel ponte che, come ha ricordato qualcuno, nel linguaggio metaforico evocava e forse indicava una fantasiosa ma non meno suggestiva pista investigativa. Come quella secondo la quale i "Frati Neri" sono gli Agostiniani dell'Ordine di Lutero. Resta il fatto che due sere dopo, nello squallido residence di Chelsea Cloister, dove aveva trovato rifugio al termine di una precipitosa fuga dall'Italia, il banchiere venne prelevato e portato in barca sotto il ponte sul Tamigi. Qui, secondo alcuni, si sarebbe ucciso. Qui, secondo altri, sarebbe stato tramortito e appeso con una corda al collo sotto un traliccio, dopo essere stato zavorrato con due mattoni nelle tasche della giacca.
Una perfetta messa in scena per simulare un suicidio, che suicidio pare non fosse e al quale tuttavia credette senza ombra di dubbio la giuria londinese che in un primo tempo si pronunciò in questo senso su richiesta dell'ufficio del Coroner. La dinamica di quel suicidio-omicidio è invece, ancora oggi, sotto la lente di ingrandimento di un magistrato italiano che ha ereditato un'inchiesta aperta nel 1997, secondo la quale la morte di Calvi fece parte di un complesso intreccio tra criminalità organizzata, riciclaggio di danaro sporco, lotte di potere tra banchieri off-shore e investimenti e finanziamenti sbagliati. Ma solo quando l'inchiesta volgerà davvero alla fine, sarà possibile leggere una "verità processuale" che giornalisti e scrittori, registi cinematografici e televisivi hanno tentato di anticipare con forte approssimazione affidandosi alle testimonianze di chi ha accettato di offrirle ad un'opinione pubblica comprensibilmente desiderosa di sapere e capire.
In realtà è una storia, quella di Roberto Calvi, che comincia assai prima di quel 17 giugno di venti anni fa e che ha tra i suoi protagonisti personaggi illustri di quella che nel bene e male fu, in Italia, la Prima Repubblica, e al di là del Tevere, il regno di Paul Casimir Marcinkus e del suo Istituto Opere di Religione. E' la storia che comincia con il tentativo di scalata alla Toro e si dipana in un incessante girovagare di azioni, obbligazioni, nascita e morte di società ombra, investimenti su banche estere , da Lima, a Nassau, a Montevideo, fino alla blindatissima Union des Banques Suisses. A metà degli anni Settanta, la magistratura milanese comincia a mettere il naso nelle scatole cinesi del "Banchiere di Dio" e subito Roberto Calvi corre ai ripari aprendo nuove filiali estere di banche panamensi.
La sua scalata al cuore dei potentati economici continua fino a quando, una mattina di marzo del 1981 la Guardia di Finanza, durante un blitz a Villa Wanda di Castiglion Fibocchi, mette le mani sulle liste della P2. Tra i mille personaggi della Loggia di Licio Gelli, generali e politici, magistrati e giornalisti, editori e finanzieri, spunta fuori anche il nome di Roberto Calvi. E comincia per lui, come per tanti altri, il calvario e l'agonia della solitudine, dell'abbandono da parte di coloro che lo avevano coccolato, protetto, aiutato durante le sue scorrerie finanziarie. I primi a voltargli le spalle sono gli uomini dello Ior.
Per il banchiere si aprono le porte del carcere, e quando ne esce con una condanna a quattro anni, è un uomo finito ma riesce ugualmente a restare miracolosamente in sella al suo Banco Ambrosiano. Ottiene da Marcinkus lettere di garanzia con le quali lo Ior si accolla apparentemente i debiti delle finanziarie panamensi dell'Istituto di credito, ma subito dopo il Vaticano rende noto che esistono altre lettere liberatorie a firma di Calvi.
Ma la sua fine è segnata: al suo fianco non ci sono più i politici e i finanzieri di rango, ma faccendieri e portaborse e, peggio ancora personaggi affiliati ad una delle più temibili organizzazioni criminali che nel lessico giornalistico è stata battezzata col nome della "banda della Magliana". Non a caso, due mesi prima, uno dei suoi esponenti, Danilo Abbruciati, aveva gambizzato il direttore generale del Banco Roberto Rosone, prima di essere ucciso da una guardia giurata in servizio davanti all'Istituto. Gli uomini delle istituzioni si preoccupano solo di salvare i risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi all'Ambrosiano. Per Roberto Calvi è cominciato il conto alla rovescia che si concluderà sotto il Ponte dei frati neri. Delitto? Suicidio?
O cos'altro?La lunga lotta contro mafia e P2
di ANTONIO MEREU
Nel week-end dal 6 all' 8 agosto di 20 anni fa si consumo' il fallimento del Banco Ambrosiano. La mattina del 9 agosto inizio' la sua resurrezione sotto la sigla di Nuovo Banco Ambrosiano. La principale banca privata d' allora, devastata dalle manovre spregiudicate di Roberto Calvi e del vescovo Marcinkus, venne risanata e rilanciata per volonta' ferma di tre protagonisti: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, il governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Bazoli, esponente della sinistra cattolica bresciana, temprata alla scuola di Giovan Battista Montini. Andreatta e Ciampi imposero il professor Bazoli come presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, questi prese in mano una banca fallita e in vent'anni l'ha trasformata nella Intesa-Bci, la maggiore banca italiana per sportelli e raccolta. Ciampi e Bazoli (purtroppo Andreatta giace nell'incoscienza colpito da un ictus) ricordano con nostalgia quei momenti, consapevoli dei rischi corsi ma anche d'avere dato una soluzione esemplare ad una bancarotta i cui costi non sono stati pagati dai contribuenti, contrariamente a quanto è avvenuto negli Usa con le vicende delle casse di risparmio, del Fondo Ltcm, o di quanto può accadere nei casi di Enron, Worldcom, J.P. Morgan, Citygroup.
La devastazione del Banco Ambrosiano non provenne dall'invasione di Hyksos, improvvisamente apparsi e subitaneamente scomparsi. Le evoluzioni volte ad impadronirsi dei centri finanziari ed editoriali presero le mosse all'inizio degli anni Settanta e lasciarono rovine finanziarie e morali. Una sigla, P2, caratterizzò le iniziative. Le sue mire, probabilmente sotto altre specie, influenzano ancora la politica, la finanza, l'editoria, scomparendo e riaffiorando come i fiumi carsici.
Alla fine degli anni Sessanta si cercò il riassetto dei poteri industriali e finanziari, nel quadro della riorganizzazione del sistema politico-statuale e del capitalismo italiano, attraversati dalla crisi organica del blocco dominante. Erano gli anni del timore del sorpasso elettorale del Pci nei confronti della Dc. Si presentava alla ribalta Bettino Craxi, proteso ad occupare un ruolo determinante nel sistema politico-sociale-economico. Il leader del Psi cercò di erodere la forza della Dc nelle banche, nelle Partecipazioni statali, nella Rai e nell'editoria, nei rapporti con la Confindustria, mentre promuoveva l'ascesa televisiva di Silvio Berlusconi.
Era la stagione dei Cefis, Ursini, Rovelli, Sindona, Di Donna, Fiorini, Tassan Din, dei grandi affari disastrosi di finanzieri spregiudicati, di boiardi ribaldi. Gaetano Stammati, P2, venne imposto alla presidenza della Comit al posto di Raffaele Mattioli, Fausto Calabria, P2, alla presidenza della Mediobanca, Di Bella, P2, alla direzione del Corriere. Boiardi e politici puntellavano le rispettive carriere, salivano alla ribalta brasseurs d'affaires e burattinai, Gelli, Ortolani, Pazienza, Carboni, elementi di collegamento tra politica-servizi segreti-business-malavita-crimine organizzato. Nelle vicende dell'Ambrosiano ebbe un ruolo significativo la banda della Magliana, la mafia usò ed eliminò Calvi e Sindona.
La Banca d'Italia mise in luce i malaffari di Sindona, Calvi e Marcinkus, ma tutto fu messo a tacere. Pagarono il fio del loro corretto agire uomini coraggiosi e integerrimi che avevano a cuore la res publica. Ambrosoli fu ucciso dalla mafia italo-americana, il rimpianto Paolo Baffi e Mario Sarcinelli perseguitati.
In questa temperie Andreatta, Ciampi, Bazoli, salvarono l'Ambrosiano, impedirono l'imposizione di "protezioni" sul Corriere della Sera, che si voleva lottizzare secondo il metodo collaudato alla Rai e nelle Partecipazioni statali. La migliore borghesia lombarda (Leopoldo Pirelli, Francesco Cingano, Lucio Rondelli, Enrico Cuccia, Guido Artom, Giancarlo Lombardi) seppe reagire, seppure tardivamente, aiutando Andreatta, Ciampi, Bazoli, dinanzi alle pressioni politica-P2, nel risanamento finanziario-morale delle banche e del principale gruppo editoriale italiano."Il Giornale di Brescia"
Un'insolvenza superiore ai 1.000 miliardi (dell'82) e il cadavere di Calvi a Londra
BANCO AMBROSIANO
LA STORIA DEL CRAC
La vicenda del Banco Ambrosiano iniziò nell'agosto del 1982, quando il Tribunale civile di Milano mise in liquidazione coatta amministrativa il più importante istituto di credito privato dell'epoca. Due mesi prima il presidente della banca, Roberto Calvi, era stato trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, a Londra. L'inchiesta sui risvolti penali dell'insolvenza (un crack di circa 1.000 miliardi), condotta dal Pm Pierluigi Dell'Osso, coinvolse i vertici della P2 e del Banco (tra i nomi di spicco Umberto Ortolani, Licio Gelli e Carlo De Benedetti) accusati, insieme ad alcuni faccendieri, di concorso in bancarotta. Il processo di primo grado durò quasi due anni e al termine, il 16 aprile 1992, furono inflitte 33 condanne, le più pesanti ad Ortolani e Gelli. Nella sentenza si stabiliva tra l'altro il pagamento in solido da parte degli imputati di 100 miliardi di provvisionale su quella che sarebbe stata l'entità del risarcimento. Il più solvibile del gruppo, l'ingegnere De Benedetti, fece ricorso contro l'immediata esecutività della provvisionale, ma la Corte d'Appello respinse l'istanza confermando le conclusioni del Tribunale. In secondo grado molti imputati chiesero di accedere al patteggiamento per godere dello sconto di un terzo della pena previsto dal rito alternativo. Tra coloro che uscirono in questo modo dalla causa l'ex vicepresidente e direttore generale del Banco Roberto Rosone e il direttore generale del Corriere della Sera Bruno Tassan Din. Con la sentenza di secondo grado vennero ridotte le pene a tutti gli imputati, tra i quali vi erano Giuseppe Ciarrapico, Francesco Pazienza, Flavio Carboni (accusato anche di concorso nell'omicidio di Calvi) Orazio Bagnasco, Giuseppe Prisco, Maurizio Mazzotta e Mario Valeri Manera. Infine, il 22 aprile 1998, la Cassazione ha annullato senza necessità di ulteriori processi la condanna a quattro anni e sei mesi inflitta in Appello a Carlo De Benedetti per bancarotta fraudolenta e ha invece riconosciuto definitivamente colpevoli altri 14 imputati fra i quali il banchiere Umberto Ortolani (condannato a 12 anni), il capo della loggia P2 Licio Gelli (12 anni) e il faccendiere Flavio Carboni.Come si è arrivati all'insolvenza?
Casse vuote intrecci perversi Così morì il Banco
Come è stato possibile il crac del Banco Ambrosiano, che cosa non ha funzionato, quali intrecci si erano creati per sfuggire ai controlli della vigilanza e perchè il consiglio d'amministrazione non intervenne? Sono alcune delle domande alle quali risponde Mario Cattaneo (allora membro del comitato di sorveglianza nominato per assistere i commissari straordinari) nella sua introduzione al volume sulla Storia del Banco, della quale riportiamo un breve stralcio.
Alla sera del 10 giugno 1982 avviene la scomparsa di Roberto Calvi, seguita dalla notizia della sua morte scoperta il successivo 18 giugno. Il 4 agosto dello stesso anno i commissari straordinari del Banco - nominati da Banca d'Italia il 19 giugno 1982 dopo lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco decretato dal ministro del Tesoro due giorni prima - inoltrano la richiesta per la messa in liquidazione del Banco, avendone constatato lo stato di decozione. È in questo breve arco di tempo che la tragedia si manifesta apertamente e si consuma fino al suo epilogo (...) Che si possa parlare di tragedia, senza forzare i termini, credo sia indubbio: la morte oscura di Roberto Calvi e il suicidio della fedele segretaria, sconvolta dalla caduta del capo, penso legittimino ampiamente una prima definizione in tal senso del crollo di una grande istituzione finanziaria che ha inciso profondamente sui mercati internazionali. Dal punto di vista strutturale l'intera vicenda dell'avvitamento delle sorti del Banco, del suo commissariamento, della sua successiva messa in liquidazione in così breve lasso di tempo è la naturale conseguenza della novità della situazione creatasi. Il punto principale da ricordare è che il Banco si trovò patrimonialmente svuotato senza che ciò fosse noto quasi ad alcuno (salvo Calvi), forse nemmeno a coloro che ne "garantivano" o che si supponeva ne garantissero, almeno fino a un certo punto, le sorti (...). L'epoca di Calvi segnalò (al di fuori dell'attività istituzionale di una banca) il massimo degli intrecci tra l'agire del Banco e quello di altri centri d'interesse, caratterizzati da poteri economici forti (tuttavia spesso discutibili), politici (palesi e occulti) e, ahimè, anche religiosi: l'uso dei rapporti con gli accennati poteri divenne, via via, non solo consueto ma anche sempre più deviante, creando le condizioni per il disastro (...).12 agosto 2002 - GELLI AL LAVORO PER COMPLETARE RACCOLTA DI VERSI
da "Dagospia"
INTERVISTA A LICIO GELLI - "A FERRAGOSTO LAVORERO' PER TERMINARE L'ULTIMA RACCOLTA DI VERSI"
Fonte Adnkronos
"La mia vita e' stata tormentata, ma ho la sicurezza di aver combattuto bene. Percio' mi sento completamente in pace con la mia coscienza". Licio Gelli, il braccio, la mente e l'anima della Loggia 'Propaganda 2', meglio conosciuta come 'P2', a 19 anni esatti dalla fuga dal carcere francese di Champ Dollon, rompe il silenzio. E da villa Wanda, l'abitazione aretina che porta il nome della moglie morta il 14 giugno del '93, dove sta scontando la condanna a 8 anni per il crack del Banco Ambrosiano, racconta come trascorre le sue giornate da 'recluso' agli arresti domiciliari. Gelli deve ancora scontare un anno e otto mesi per bancarotta. "Ma non mi sono mai dato per vinto -dice all'Adnkronos- Riempio le mie giornate tra la scrittura e la lettura. Sono completamente assorbito dal mondo che mi sono creato in tutti questi anni".
Diciassette anni di fughe per l'ex capo della P2 anche se il suo legale, Michele Gentiloni, sostiene: "L'unica fuga e' stata quella dal carcere svizzero. Gli altri episodi sono violazioni del divieto di espatrio non equiparabili a fughe". Raggiunto per la prima volta da un ordine di cattura il 22 maggio dell'81, dopo la scoperta delle liste, il 17 marzo dello stesso anno, a Castiglion Fibocchi, subito irrintracciabile. E' all'estero: si scoprira' che si trova in Sud America. Arrestato a Ginevra il 13 settembre dell'82 in un'agenzia dell'Unione banche svizzere, Gelli viene rinchiuso nel carcere di Champ Dollon dal quale riesce ad evadere il 10 agosto dell'83, appunto diciannove anni fa. La nuova latitanza dura oltre quattro anni, fino al 21 settembre dell'87, giorno in cui si costituisce a Ginevra. Passera' quindici giorni in ospedale, poi di nuovo rinchiuso a Champ Dollon. Che lascera' il 17 febbraio dell'88 per tornare in Italia dopo la concessione dell'estradizione. Ma oggi Gelli non vuole pensare a quel periodo. "Ho l'orgoglio di aver sofferto e vinto da solo", dice soltanto.
Accetta invece di parlare delle sue giornate a Villa Wanda. "Mi sto sottoponendo a terapie molto severe -osserva l'83enne ex Venerabile - ma le mie poesie mi aiutano a superare anche i momenti di sconforto. Ho scritto tanto nella mia lunga esistenza. Il mio primo libro l'ho scritto a vent'anni. Sono arrivato a 50 volumi". Una produzione che non conosce sosta: annuncia infatti che sta per pubblicare una nuova raccolta di poesie. Gelli non puo' ovviamente allontanarsi da casa. "La mia vita -dice- si svolge tutta tra queste mura". Ogni giorno uguale all'altro. Tra poco sara' Ferragosto, difficile doversene stare rinchiusi in casa senza avvertirne la pesantezza. "Anche a Ferragosto -risponde Gelli- lavorero' ai miei scritti. La mia nuova raccolta di poesie non puo' attendere". Il conforto della scrittura e della lettura, dunque. Nessun altro l'aiuta nel suo percorso, un padre spirituale? "Solo Dio sa quanto ho sofferto -sospira- Ma non ci sono padri spirituali. Io rifletto molto ma sono colloqui che appartengono a me, interiori che mi fanno sentire in pace con la coscienza".24 agosto 2002 - GELLI OSPITE D' ONORE A UN CONCORSO DI PITTURA
"Il Tirreno"
Quando il piduista serve a rilanciare il turismo montano
Valter Bartolini interviene nella polemica su Licio Gelli ospite d'onore a un concorso a Gavinana
Valter Bartolini
PISTOIA. D'acchito, nel leggere la notizia dell'invito a Licio Gelli come ospite d'onore a un concorso di pittura a Gavinana, ho provato anche io una certa "perplessità", per usare un blando eufemismo. L'invito però sarebbe motivato, se ho ben compreso la replica del consigliere di An Chelucci, dall'essere (il Gelli) "esponente di spicco" della cultura italiana, fatto questo certificato da premi e onorificenze patrocinati dal Comune di S. Marcello! Vale a dire assegnati dalla stessa associazione in questione. Confesso la mia assoluta ignoranza in materia di arte, specie pittorica, ma mi sento comunque di dubitare che detta associazione, o lo stesso Comune di S. Marcello, siano titolati ad assegnare qualifiche così altisonanti. Ma anche così fosse, mi chiedo se può bastare questo per invitare come ospite d'onore, cioè degno di essere onorato, un uomo che è stato condannato per strage e che è a piede libero solo per le stranissime norme che regolano le estradizioni tra Italia e Svizzera. Io credo di no, e non capisco proprio perché i giudizi storici, e in questo caso anche penali, debbano essere considerati discriminazioni, da chicchessia.
Ho invece l'impressione che, oltre a vaghe ambizioni di revisionismo storico, fenomeno ben più serio e che va contrastato adeguatamente con le armi dell'informazione e della cultura, di questi tempi nella montagna pistoiese ci si trovi di fronte ad una rincorsa all'iniziativa a effetto, per avere un po' di attenzione mediatica; vedo il rischio di una specie di circolo vizioso fatto di spregiudicatezza e provincialismo.
O forse è colpa mia che non so capire il nuovo che avanza. Per cui magari si può rinvigorire le stanche attrattive turistiche della montagna pistoiese con l'offerta di un incontro, per i tanti curiosi interessati, con qualche bel criminale di prestigio.
Purtroppo, il tempo trascorso ci priverà dell'occasione di vedere di persona molti dei criminali di guerra più famosi, dal dottor Mengele a Kappler, ma se non perdiamo tempo possiamo ancora recuperare Priebke, sempre che i tedeschi ce lo prestino. Per fortuna anche la storia recente può fornirci qualche bella attrazione, magari il duo Mladic-Karadzic, o se non basta, per non discrimianre nessuno, possiamo sempre rivolgerci a qualche bel serial killer di fama, che so... un Dahmer o un Dutroux, roba di classe insomma, e via via qualche bella novità che la cronaca può sempre fornirci.
Ma forse ora corro troppo, i tempi non sono ancora maturi. Bisognerà contentarci di qualche ex titolato o ex repubblichino (però almeno stragista!). Per la riabilitazione di cannibali e pedofili ci vorrà ancora un po' di tempo. Pensandoci bene però... chissà? Se l'arte è anche provocazione, chissà che uno di questi giorni, qualche circolo culturale non definisca anche me un "esponente di spicco"... quasi quasi ci faccio un pensierino.29 agosto 2002 - DONELLI NUOVO DIRETTORE "SORRISI E CANZONI"
ANSA:
Massimo Donelli e' il nuovo direttore del settimanale 'Sorrisi e Canzoni', in sostituzione di Pierluigi Ronchetti che ha confermato oggi la sua decisione di lasciare l'incarico. Lo rende noto la casa editrice Mondadori, ricordando che 'il settimanale con oltre 1,5 milioni di copie, e' il piu' diffuso giornale italiano'. Donelli e' nato a Genova il 26 gennaio del 1954. Ha cominciato a collaborare con la redazione genovese de 'La Gazzetta dello Sport' nel 1967. Da allora, non ha mai smesso di fare il giornalista, lavorando a 'Il Secolo XIX', 'Il Mondo', 'Corriere d'Informazione', 'Corriere della Sera', 'Il Mattino di Napoli', 'Il Giornale'. E' stato condirettore di Panorama, ha diretto 'La Notte', 'Fortune', 'Epoca', 'Ciaoweb' e 'Ventiquattrore.tv'.29 agosto 2002 - GELLI VINCE CONCORSO DI POESIA
"La Nuova Sardegna"
BERCHIDDA
I versi di Rossi a Pomigliano
Tra i vincitori anche Licio Gelli
g.m.s.
BERCHIDDA. Ancora un premio per Antonio Rossi. L'autore di Berchidda si è imposto nella sesta edizione del "Premio internazionale Città di Pomigliano d'Arco" (Napoli), fondato e presieduto dalla poetessa Tina Piccolo, già rappresentante dell'Italia al congresso mondiale di poesia in Messico nel 1993. Antonio Rossi si è classificato al primo posto nella sezione "raccolta di poesie inedite", mentre nella sezione "poesia singola" si è affermato, al primo posto, Licio Gelli. Al concorso letterario hanno partecipato circa 500 autori di tutte le regioni d'Italia. Alcune opere sono giunte dall'America. Il premio si fregia dell'alta adesione del presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi, e della collaborazione di importanti accademie letterarie. La giuria del premio è formata da insigni letterati italiani.
- Come dunque lei riesce a conciliare il forte impegno nell'inseguire la poesia, con la sua responsabilità di funzionario dei servizi finanziari del Comune?
"Il mestiere che svolgo richiede grande concentrazione ed è quindi quasi proibitivo avere delle distrazioni durante l'orario di lavoro. Nonostante questo ritengo che si possano far convivere i vari impegni, specialmente quando si riesce a comporre una poesia che si sviluppa attraverso forme di espressione spontanee e incontrollate e che quindi non richiede lunghi tempi di preparazione".31 agosto 2002 - COMUNE SAN MARCELLO CONTRO GELLI A CONCORSO PITTURA
"Il Tirreno"
"No a Licio Gelli ospite d'onore"
Il Comune negherà il patrocinio al concorso di poesia della Ferrucci
Seghi: "Non è un uomo qualunque, è legato a storie oscure"
di Leonardo Nesti
GAVINANA. Il Comune di San Marcello non parteciperà al concorso di pittura organizzato dalla "Ferrucci" se sarà confermata la presenza di Licio Gelli come ospite d'onore. Lo ha annunciato ieri il sindaco Moreno Seghi dopo il vespaio di polemiche sollevato dall'annuncio della presenza dell'ex leader della P2 fra gli ospiti d'onore dell'iniziativa in programma a Gavinana il 15 settembre.
Il Comune di San Marcello da anni patrocina le iniziative culturali organizzate dall'associazione "Ferrucci". Stavolta è però rimasto un po' perplesso di fronte a questa ingombrante presenza e ha deciso di fare marcia indietro. "Licio Gelli - ha detto Moreno Seghi - non è un concorrente qualunque e la sua presenza non può essere considerata uguale a quella degli altri. È un personaggio legato ad una pagina oscura della nostra storia, legata ad un piano eversivo ed antidemocratico, contrario ai valori della nostra Repubblica. Qualsiasi iniziativa che lo pubblicizza non può non fare riferimento a ciò che lui ha rappresentato. Il Comune di San Marcello non patrocina, non sponsorizza e non partecipa ad iniziative legate ad un personaggio di questo genere. In questo caso Gelli avrebbe poi un ruolo diverso dalla semplice partecipazione".
La "Ferrucci" non ha ancora richiesto al Comune di patrocinare l'iniziativa. Nei prossimi giorni è attesa la richiesta, che sarà vagliata dalla giunta comunale, soprattutto alla luce del ruolo che avrà Licio Gelli ed in quale veste e con quali onorificenze sarà presentato.
"Voglio precisare - continua il sindaco - che il Comune patrocina molte iniziative culturali e non entra nel merito di chi sono i partecipanti. E assolutamente lungi da noi è anche l'idea di impedire a Gelli di venire a Gavinana o alla Ferrucci di averlo come ospite d'onore. Ma se questo avverrà il Comune non patrocinerà e non parteciperà all'iniziativa. Gelli non è solo un poeta. Se si fosse limitato a scrivere poesie sarebbe stato meglio per l'Italia".31 agosto 2002 - UCCISIONE DALLA CHIESA, VENTI ANNI DI MISTERI
ANSA:
(di Franco Nicastro)
"Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". Nell'ultima intervista a Giorgio Bocca il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fisso' le condizioni difficili nelle quali si stava consumando il dramma di un uomo stritolato in una sfida con la mafia che avrebbe segnato una grave sconfitta per lo Stato. Dalla Chiesa fu ucciso con la moglie Emmanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo il 3 settembre 1982. Nella scelta di metodi e obiettivi Cosa nostra si ispiro' al terrorismo, con il quale Dalla Chiesa si era gia' confrontato con successo. Sembrava il punto di arrivo ma era solo una tappa intermedia di una strategia criminale che dieci anni dopo sarebbe culminata con le stragi Falcone e Borsellino. Venti anni dopo il caso Dalla Chiesa e' ancora un giallo di Stato in gran parte irrisolto. Se le responsabilita' operative della mafia appaiono pacifiche, restano sulle motivazioni dell' agguato molte zone d'ombra che i giudici di Palermo sottolineano insieme con la "coesistenza di specifici interessi - anche all'interno delle istituzioni - all' eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita' del generale". Questo si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale il 22 marzo di quest' anno la corte d'assise presieduta da Giuseppe Nobile ha condannato all'ergastolo Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, due degli esecutori materiali dell'agguato, e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Gli uomini della "cupola" erano gia' stati condannati nel maxiprocesso. La "determinazione" del generale, che avrebbe scatenato i sicari di Cosa nostra, era stata annunciata dallo stesso Dalla Chiesa anche in un colloquio con Andreotti: "Non guardero' in faccia nessuno". L'incontro con l'allora presidente del Consiglio segui' la sua nomina a prefetto di Palermo. Il nuovo incarico era stato gia' deciso ma l'insediamento fu accelerato dall'uccisione del segretario del Pci siciliano, Pio La Torre. Era il 30 aprile 1982 quando Dalla Chiesa giunse, a bordo di un anonimo taxi, in una Palermo sconvolta e insanguinata. Nei cento giorni che precedettero la strage di via Carini il generale cerco' di promuovere la risposta dello Stato puntando a spezzare il legame tra mafia e politica. Ma, come osservano i giudici della corte d'assise, le sue iniziative suonavano come un "chiaro campanello d'allarme per chi all'epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti". La sua azione fu circondata da ostilita' politiche ambientali e frenata da una ridotta capacita' di intervento. Fino all'ultimo Dalla Chiesa reclamo' la concessione di poteri di coordinamento che solo dopo la sua morte vennero formalizzati e concessi con la nomina di Emanuele De Francesco ad Alto commissario: una carica che si affiancava a quella di capo del Sisde. Pur senza i poteri che chiedeva, l'attacco del generale a Cosa nostra aveva gia' prodotto risultati importanti. Il suo rapporto contro 162 colonnelli della mafia era finito all' ufficio istruzione e nelle mani di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino era diventato il primo nucleo del maxiprocesso. Un altro impulso alle indagini sulla cupola era stato offerto da Tommaso Buscetta con le sue rivelazioni sulla dittatura dei corleonesi di Toto' Riina. E il 12 luglio, mentre l'Italia festeggiava il trionfo azzurro ai Mondiali di Spagna, scattava la prima grande operazione antimafia degli anni '80 con 366 mandati di cattura. Cosa nostra in ginocchio organizzo' la rappresaglia. E rispose con una nuova ondata di sangue che beffardemente chiamo' "operazione Carlo Alberto". Finalmente i boss potevano regolare i conti con un nemico storico e implacabile che in Sicilia aveva gia' dato prova della sua determinazione: nel 1949 quando, giovane capitano, era stato mandato a Corleone a perseguire il clan di Luciano Liggio e tra gli anni '60 e '70 quando aveva comandato la legione dei carabinieri di Palermo. Per questo venti anni fa la sera in cui il generale fu crivellato dai colpi del Kalashnikov nel carcere dell' Ucciardone si brindo' con lo champagne. Le indagini sulla strage si svilupparono subito in un contesto confuso e forse anche inquinato. L'ombra della "coesistenza" di interessi, di cui parla la sentenza della corte d'assise, riappare in un misterioso episodio nella residenza del generale, a villa Pajno. La sera del delitto qualcuno ando' a cercare lenzuoli per coprire i cadaveri. Ma forse ne approfitto' per dare una sbirciata alla cassaforte. Li' c'erano le carte del generale, documenti scottanti sequestrati nei covi brigatisti dopo il sequestro Moro. La chiave della cassaforte era scomparsa e quando riapparve, nel posto dove era stata a lungo cercata, servi' ad aprire una cassaforte vuota. Sono misteri come questi ad avere alimentato i sospetti su una convergenza di interessi e ad avere ispirato una riflessione del procuratore Pietro Grasso: "Per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti".3 settembre 2002 - UCCISIONE DALLA CHIESA: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Omicidio Dalla Chiesa: vent'anni dopo mistero sui mandanti
di ROBERTO MARTINELLI
DELITTO imperfetto. Fu il titolo che Nando Dalla Chiesa scelse per il libro-testimonianza dedicato a suo padre due anni dopo la morte. A vent'anni dalla strage di via Carini, in cui la sera del 3 settembre 1982 persero la vita il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo, quel titolo, per certi versi enigmatico e inquietante, resta il più corretto e appagante per inquadrare questo episodio tra i misteri della nostra storia recente. Tanti, troppi interrogativi sono rimasti senza risposta. Alcuni sono stati ingigantiti dalla fantasia e dalla immaginazione di noi cronisti, ma su molti altri non si è riusciti obiettivamente a fare chiarezza. Si pensi solo al fatto che nulla si sa ancora dei mandanti occulti o palesi che armarono la mano degli undici sicari che organizzarono ed eseguirono l'agguato. E che soltanto sei mesi or sono, dopo diciannove anni e mezzo, si è giunti ad una sentenza di condanna.
Di quel "delitto imperfetto" furono e restano ancora oggi protagonisti il più famoso, ma anche il più discusso, generale dell'Arma, la mafia e la società italiana. Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria che lo Stato aveva conseguito nella lotta al terrorismo degli anni Settanta, soprattutto dopo l'assassinio di Aldo Moro. Il coinvolgimento nella vicenda P2 non offuscò il suo prestigio, ma la sua domanda di iscrizione alle liste di quella loggia, fatta ma mai accolta, pesò su di lui come un macigno. E determinò forse l'inizio della "solitudine" che lo accompagnò fino alla morte.
Carlo Alberto Dalla Chiesa arrivò a Palermo subito dopo l'assassinio Pio La Torre, appena in tempo per partecipare ai suoi funerali. Vi arrivò con i galloni di prefetto della Repubblica, lui che diceva di aver impressi nel sangue gli alamari dell'Arma dei Carabinieri e della quale era stato sul punto di diventarne vicecomandante. Vi arrivò dopo aver rinunciato alla direzione generale degli Istituti di pena e alla prefettura di Napoli. Vi arrivò convinto di aver i poteri per coordinare la lotta alla mafia. Ma ben presto si rese conto che così non era. Dopo i tanti messaggi di auguri e felicitazioni, capì che l'atmosfera si stava guastando. Fu così che prese carta e penna e scrisse a Giovanni Spadolini, allora presidente del Consiglio.
Carlo Alberto Dalla Chiesa chiarì che non voleva "stimolare" leggi o poteri eccezionali, ma mise nero su bianco che chi, come lui, era destinato a lottare contro il fenomeno mafioso, doveva godere di un "appoggio e di un ossigeno dichiarato e codificato". E spiegò che egli ne aveva assoluto bisogno perché sentiva di essere oggetto di operazioni di "sottile e brutale resistenza locale quando non di rigetto da parte dei famosi palazzi". Una lettera che è assai più di un testamento politico, ma che spiega e documenta la "solitudine" della quale egli continuò a lamentarsi fino all'estate inoltrata e che alla fine era diventata un vero e proprio isolamento.
Una "solitudine" che egli sentì sulla pelle non solo come mancanza di collaborazione da parte degli altri poteri dello Stato, ma anche come una sorta di presa di distanza dal suo lavoro, dalle sue iniziative, dalle sue decisioni. Costretto a togliersi la sua divisa di carabiniere e ad indossare il grigio abito prefettizio, sapeva bene di essere subordinato gerarchicamente al ministro dell'Interno. E' per questo che si convinse di essere stato lasciato davvero solo. Una "solitudine" peraltro raffigurata tragicamente nelle foto scattate in via Carini, le quali testimoniano che l'uomo il quale avrebbe dovuto lottare per sconfiggere l'Antistato aveva un solo uomo di scorta e viaggiava in una piccola e indifesa utilitaria. E ciò negli anni più feroci della guerra di mafia, quelli in cui Cosa nostra aveva cominciato a colpire gli uomini delle Istituzioni. Solo due anni prima c'era stato l'omicidio di Pier Santi Mattarella, il politico che voleva rinnovare la Dc isolana. Ed era stato appena ucciso Pio La Torre, un uomo di sinistra simbolo dell'altra Sicilia.
Vent'anni dopo, la giustizia cerca ancora i mandanti di questa strage, così come continua ad indagare su quelle di Capaci e di via D'Amelio, ove furono uccisi, con i loro uomini di scorta, Francesca Morvillo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma li cerca a tentoni, forse nella speranza che nuovi pentiti offrano la loro "collaborazione" e raccontino la verità su quella "Cupola" fatta di mafia e di chissà cos'altro, che oggi è data per certa e che l'indomani scompare, a seconda dei punti di vista dei giudici chiamati a pronunciare le loro sentenze. Individuarla una volta per sempre, ammesso che esista, potrebbe sciogliere forse l'enigma più inquietante che il padre di tutti i pentiti ha consegnato ai magistrati senza tuttavia offrire loro una chiave interpretativa. E cioè la richiesta che, tre anni prima di via Carini, le Brigate rosse avrebbero fatto a Tommaso Buscetta: rivendicare l'omicidio del generale Dalla Chiesa nel caso in cui avessero deciso di ucciderlo. Mistero dei misteri.5 settembre 2002 - LETTERA A CICCHITTO
"Il Centro"
LA LETTERA DI PROFICO
"Caro Cicchitto, perché ci hai tradito?"
Il consigliere comunale Silvestro Profico (Pescara domani-Verdi) ha scritto questa lettera.
"Per sanare problemi interni di partito, è arrivato in Abruzzo l'on. Cicchitto, vice presidente dei deputati di Forza Italia, non si sa se in veste di commissario, supervisore, mediatore. In base all'attuale molto basso senso del... pudore politico, la stampa lo ha semplicemente definito ex socialista. Ma Fabrizio non è stato un militante qualsiasi. L'ho ascoltato e letto tante volte. E' stato uno dei pupilli dell'onorevole Riccardo Lombardi, leader della sinistra socialista in cui ho sempre militato, coraggiosa corrente di pensiero forte, di ampia visione e credibilità culturale, politica e comportamentale.
Sono perciò molto scandalizzato per l'attuale collocazione politica dell'ex compagno Cicchitto e vorrei che prima di confessare gli altri, come è stato scritto, spiegasse lui pubblicamente il suo quanto meno strano percorso politico, senza tacere della sua sconvolgente ammessa adesione alla massoneria di Licio Gelli. I capisaldi politici dei lombardiani (appassionatamente sostenuti da Cicchitto) sono stati: unità della sinistra con critica ai pericoli di deriva socialdemocratica del Pci, scontro sociale di classe, antifascismo, alterantiva politica ed economica. Cosa c'entra tutto questo con Berlusconi, alleato ai fascisti? E' un semplice opportunistico cambio di casacca? L'evoluzione delle idee, il ripensamento, la rielaborazione sì, ma il rinnegamento totale per abbracciare le tesi opposte? E come si fa ad essere sempre maestri e giudici senza modestia in ogni collocazione? (gli articoli di Cicchitto su "Il Giornale" mi fanno rabbrividire anche per l'acredine verso idee e soggetti politici da lui prima sostenuti). L'onorevole Cicchitto ha il dovere morale e politico di spiegare l'evoluzione delle sue idee (non ho mai letto nulla al riguardo); questa sua apparizione abruzzese può essere una buona occasione.
In attesa di congrue motivazioni, la mia certezza amara è che si tratti di alto tradimento culturale e politico, misto a cinismo".8 settembre 2002 - COMUNICATO DEL COMITATO DI REDAZIONE DEL CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
COMUNICATO DEL CDR
L'INDIPENDENZA DEL "CORRIERE" Fonti giornalistiche hanno ipotizzato importanti cambiamenti nella Hdp, la società che controlla al cento per cento la Rcs editori, proprietaria del "Corriere della Sera". In particolare è emersa anche l'ipotesi di una modifica nel "patto di sindacato" che governa la gestione dell'Hdp. In questa circostanza, come hanno fatto in occasione di delicate vicende potenzialmente significative per la vita del primo quotidiano del Paese - anche di recente - i giornalisti del "Corriere della Sera" intendono sottolineare che il patrimonio essenziale di ogni grande quotidiano è la sua indipendenza.
Il "Corriere" è un giornale dove sempre deve essere possibile rivelare notizie particolarmente sgradite perfino agli stessi "grandi azionisti" che lo controllano. I commenti pubblicati devono complessivamente riflettere tutti i principali punti di vista e rappresentare anche le posizioni più scomode. Spazio va concesso alle giuste critiche che arrivano dall'esterno e al dissenso. Questa specificità del "Corriere" non è solo nella sua storia, nel modo in cui i giornalisti devono ogni giorno fare il loro lavoro, nelle aspettative dei lettori. L'indipendenza del quotidiano di via Solferino è anche garantita da precisi impegni giuridici, sindacali, professionali e da comportamenti consolidati.
E' difficile tenere dritto il timone della libertà dell'informazione. In oltre 126 anni di storia pressioni improprie sono avvenute. Alcune hanno avuto effetto. Basta ricordare l'intrusione della loggia massonica segreta di Licio Gelli tramite il Banco Ambrosiano. Negli anni del fascismo - quando Mussolini tolse il quotidiano di via Solferino al mitico direttore-proprietario Luigi Albertini - la libertà del "Corriere" fu violentemente cancellata come quella di tutto il Paese.
Tuttavia, anche dopo il ritorno della libertà di stampa, nell'Italia repubblicana, nessun governo, nessun partito e nessun potentato economico è sembrato immune dalla debolezza di voler orientare secondo i propri interessi la grande stampa. Dai poteri politici traspare la voglia di influenzare non solo i commenti e la linea del giornale, ma anche le notizie stesse e il rilievo che devono avere sul più importante quotidiano nazionale. Ma alla lunga il "Corriere" ha sempre complessivamente recuperato e retto. Ha mantenuto la sua autonomia e la sua specificità, che è anche un elemento fondamentale del suo successo economico. Peraltro, non va dimenticato che un bilancio sano e il buon uso dei soldi guadagnati costituiscono una delle condizioni essenziali della libertà di un giornale.
I giornalisti del "Corriere" rassicurano i lettori che non abbasseranno la guardia e che "terranno la schiena dritta", come ha invitato a fare il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, esprimendo le sue preoccupazioni per la libertà d'informazione in Italia. Non sottovaluteranno l'invadenza di nessuno schieramento di destra, centro o sinistra, come vigileranno sulle eventuali e possibili degenerazioni dei movimenti in apparenza esclusivamente di tipo economico-finanziario.
Il Comitato di redazione ha già dato mandato ai propri legali di far notificare di nuovo, con un "atto di significazione", le storiche condizioni di garanzia dell'indipendenza e della specificità del "Corriere" (riconosciute in un verbale di conciliazione giudiziaria nel luglio del 1974) a tutti i responsabili del "patto di sindacato" che governa l'Hdp. In ogni caso i tempi sono maturi per una rinnovata "dichiarazione di indipendenza" che il Comitato di redazione sente di poter promuovere a nome di 380 giornalisti interni e di centinaia di collaboratori esterni. I giornalisti s'impegnano a fare, con serietà, onestà e responsabilità, tutto quanto è nelle loro facoltà per consentire ai lettori di poter continuare a conoscere davvero quello che succede in Italia e nel mondo da un giornale d'informazione che ogni giorno risulti effettivamente "quanto più indipendente è possibile".
(Ivo Caizzi, Raffaele Fiengo, Rodolfo Grassi
Giuseppe Pullara, Stefania Tamburello)
Il Comitato di redazione del Corriere della Sera9 settembre 2002 - I PIDUISTI OGGI
"Il Corriere della sera" economia
PIDUISTI
Lo scandalo della P2 di Licio Gelli inizialmente fece sospettare che quella loggia massonica segreta addirittura stesse cospirando ai danni dello Stato. In seguito la magistratura ha ridimensionato di molto tutte le accuse. Qualche esperto dell'argomento l'ha così declassata a una specie di "cassa di compensazione", che sarebbe stata messa su per gestire nella riservatezza trame politiche e, soprattutto, operazioni affaristiche e finanziarie. Di sicuro tanti piduisti all'epoca demonizzati, attutitisi i clamori iniziali, non hanno subito ostracismi e penalizzazioni. Sia tra quelli che hanno sempre smentito l'appartenenza alla loggia di Gelli (nonostante la loro presenza nella famosa lista), sia tra quelli che hanno ammesso la loro fede massonica, emergono personaggi che hanno realizzato in molti settori folgoranti carriere. Il caso più clamoroso è naturalmente quello di Silvio Berlusconi, che negò di aver completato la sua iscrizione alla P2 (ma i giudici non gli credettero e lo condannarono per falsa testimonianza, reato poi amnistiato). Sulla sua scia (pur in proporzioni molto minori) c'è solo l'imbarazzo della scelta nell'individuare quelli che dopo essere stati coinvolti (giustamente o ingiustamente) nello scandalo di Gelli, sono oggi personaggi di successo in politica, negli affari e nelle professioni.
Ivo Caizzi10 settembre 2002 - POLEMICHE PER PREMIO POESIA A GELLI
"Il Centro"
Le critiche del preside dell'Itc Nicola D'Adamo
L'Histonium a Gelli
Indignazione dei Ds
a.b.
VASTO. "Il premio Histonium a Licio Gelli? Un fatto gravissimo". Esprime tutto il suo disappunto Nicola D'Adamo, preside dell'istituto tecnico commerciale e per geometri "Palizzi", per il riconoscimento che la segreteria del concorso si appresta a consegnare al fondatore della loggia P2. Il "venerabile", autore di una poesia inedita dedicata al padre, è uno dei vincitori della XVII edizione del premio Histonium.
Circostanza che il preside stigmatizza.
"Ho appreso la notizia con sconcerto e stupore", attacca Nicola D'Adamo, che è anche consigliere comunale Ds. "Non so se si tratta di una provocazione o di un grosso infortunio. In ambedue i casi non posso fare a meno di esprimere, come cittadino che ha dedicato tutta la sua vita alla formazione dei giovani, il mio disappunto e la mia indignazione per la consegna di un premio al capo della P2, un personaggio che ha riempito le cronache giudiziarie di questi ultimi anni quale protagonista delle trame più oscure della storia della Repubblica. Vasto", conclude il dirigente scolastico, "non merita questo tipo di pubblicità. I giovani non hanno bisogno di eroi negativi".
E mentre Nicola D'Adamo manifesta viva preoccupazione per l'eventuale presenza di Gelli a Vasto in occasione della cerimonia di premiazione, (il "Venerabile" non ha escluso infatti una sua partecipazione), la segreteria del premio Histonium fa sapere che "gli elaborati arrivano in forma anonima, accompagnati da una busta chiusa in cui i partecipanti scrivono le loro generalità".
Solo dopo aver assegnato il premio la giuria ha scoperto che l'autore della poesia era Gelli.11 settembre 2002 - POLEMICHE PER GELLI A MOSTRA DI PITTURA
"La Nazione"
Licio Gelli all'extempore? E' polemica
GAVINANA - Presenze "ingombranti" all'extempore di pittura. E' annunciata per sabato e domenica la ventesima edizione della mostra-concorso organizzata dall'associazione "Francesco Ferrucci" il cui presidente, Dino Mucci, ha annunciato ad un organo di informazione la partecipazione alla kermesse, in qualità di "ospite d'onore", di Licio Gelli, l'ex maestro venerabile della Loggia P2. Dopo che il Comune di San Marcello aveva annunciato che non avrebbe concesso il patrocinio data l'"ingombrante presenza" di quell'ospite, la "Ferrucci" ha affermato che Gelli sarà eventualmente presente solo quale invitato. "Se così sarà - ha dichiarato ieri mattina la dottoressa Lucia Geri, assessore municipale alle Politiche Sociali e Culturali - l'ente locale ritirerà il patrocinio ed i suoi rappresentanti abbandoneranno la manifestazione". E la minoranza di Centro-destra? Il vice-capogruppo Dino Chelucci (An), confermando le dichiarazioni del consigliere Fabiano Fini secondo cui il gruppo non ha ancora discusso la questione, ha affermato: "a titolo personale, sostengo che Licio Gelli dovrebbe essere dichiarato 'persona indesiderata'. E mi sorprende il comportamento ambiguo della giunta".
Alessandro Tonarelli11 settembre 2002 - TARGA PER EDGARDO SOGNO A CANELLI
"La Stampa"
NEL PARCO DEL MUNICIPIO VICINO ALLA STELE DEI CADUTI PER LA LIBERAZIONE
Canelli, il sindaco dedica targa ad Edgardo Sogno
CANELLI
Una targa nel giardino del municipio, proprio accanto alla stele che commemora i Caduti canellesi della Lotta di Liberazione, per ricordare Edgardo Sogno, personaggio discusso, morto nell'agosto del 2000 ad 85 anni L'iniziativa è del sindaco di Canelli, Oscar Bielli, del Ccd, con un passato nel Pli, da due mandati alla guida di una giunta di centro destra che raccoglie Forza Italia, An, indipendenti e centristi. Sulla lapide di marmo bianco, sotto la scritta "A Edgardo Sogno", una breve dedica che ricorda il passato "combattente" del conte torinese che fu comandante partigiano, medaglia d'oro della Resistenza, ambasciatore d'Italia all'estero, politico di destra (fu monarchico, liberale e candidato per An), personaggio chiaccherato e scomodo tanto da essere considerato l´ispiratore di un tentativo di golpe. "E´ in memoria del suo passato, spesso dimenticato e distorto, che ho deciso di far installare la targa, vicino a quella che commemora altri partigiani che, come Sogno, combatterono per la libertà" spiega Bielli che ha conosciuto l'ex comandante partigiano anni fa, ad un congresso del Pli e che oggi polemizza col collega torinese, Sergio Chiamparino (ds): "Mesi fa - dice - il Comune di Torino ha fatto togliere la targa che la famiglia Sogno aveva fatto apporre sulla casa natale dell'ex ambasciatore. Pare che mancasse un'autorizzazione. Io penso invece che si siano voluti evitare imbarazzi alla sinistra che non ha mai fatto sconti a Sogno. Credo che la figura dell'ex comandante partigiano debba essere ricordata con onestà intellettuale, lasciando da parte appartenenze partitiche". E a chi gli ricorda che l'ex ambasciatore, negli Anni Settanta, fu persino accusato (e poi prosciolto) di appartenere ad un'organizzazione golpista - le accuse gli erano rivolte dall'allora giudice istruttore di Torino Luciano Violante oggi parlamentare ds - e che una targa in sua memoria potrebbe suscitare polemiche, Bielli replica: "Sogno è medaglia d'oro della Resistenza e ha ricoperto delicati incarichi diplomatici ufficiali. Inoltre fu assolto da ogni accusa e oggi merita, come altri, di essere ricordato". Filippo Larganà13 settembre 2002 - ANCORA POLEMICHE SU PREMIO DI POESIA A GELLI
"Il Centro"
Ma l'ex capo della P2 non verrà alla premiazione
"La poesia di Gelli andava segnalata"
Simona Andreassi
VASTO. "Nessuna provocazione o incidente. La poesia composta da Lico Gelli sul tema del padre, arrivata alla giuria in una busta anonima, come tutti gli altri componimenti, è stata segnalata. Una volta scoperto chi era l'autore, bisognava escluderlo solo perché si chiama Gelli?". Parla Luigi Medea, segretario generale del premio Histonium, a proposito dell'ex maestro della loggia massonica P2.
Medea vuole mettere a tacere le polemiche sollevate in questi giorni dopo che sono stati resi noti i vincitori della XVII edizione e soprattutto precisare che gli organizzatori non hanno fatto altro che applicare il regolamento del bando. All'Histonium possono partecipare tutti i cittadini italiani, anche residenti all'estero, con opere in lingua o dialetto, a seconda della sezione prescelta, purché non abbiano mai conseguito il primo premio in altri concorsi. Per gli inediti, le giurie giudicano gli elaborati anonimi, poi vengono aperte le buste con le generalità dei concorrenti. "Il regolamento parla chiaro", precisa il segretario, sottolineando che tutti, di qualsiasi razza, religione, professione e, perché no, anche con trascorsi giudiziari, devono essere accettati. "Il nostro obiettivo", conclude, "non è proporre i vincitori o i segnalati come modelli di vita". Discorso a parte, invece, per le personalità del mondo del volontariato, della cultura e dell'informazione alle quali la giuria sceglie di assegnare dei riconoscimenti per il loro impegno. Gelli probabilmente non parteciperà alla cerimonia di premiazione il 21 settembre, alle 17, alla multisala "Il corso".15 settembre 2002 - ANCORA POLEMICHE SU PREMIO DI POESIA A GELLI
"Il Centro"
Medea: ma la giuria ignorava che ci fosse Gelli
Histonium, la segreteria sapeva che il capo della P2 partecipava al concorso
Simona Andreassi
VASTO. La segreteria del premio Histonium sapeva che Licio Gelli, ex maestro venerabile della loggia massonica P2, era tra i partecipanti alla XVII edizione. Se è vero, infatti, che la giuria esamina gli elaborati in forma anonima e, soltanto dopo aver assegnato i premi scopre chi sono gli autori, è anche vero che la segreteria conserva la copia in cui sono indicate le generalità dei concorrenti. Lo fa notare un lettore del Centro citando l'articolo 10 del regolamento che prevede che i partecipanti devono inviare quattro copie degli scritti.
Tre copie sono anonime, la quarta contiene i dati personali e, in caso di inediti, una dichiarazione che lo specifica. Non sembrano dunque placarsi le polemiche nate dopo che sono stati resi noti i vincitori dell'edizione 2002. Il nome di Gelli, protagonista di alcuni degli anni più oscuri della storia della Repubblica, ha suscitato numerose reazioni. Chiamato in causa ancora una volta, il segretario generale, Luigi Medea, ha sottolineato nuovamente che la giuria, formata da 23 membri e da 8 presidenti, non conosce affatto i nomi dei concorrenti. "Le tre copie anonime sono destinate ai giurati. La segreteria custodisce quella in cui sono indicate le generalità di chi partecipa. Solo quando vengono scelti gli elaborati e assegnati i premi o i riconoscimenti sono resi noti gli autori", ha continuato, precisando anche che "la segreteria, sapendo chi sono i poeti e gli scrittori, non è coinvolta in alcun modo nel lavoro di selezione svolto dai giurati, né tantomeno può intervenire nelle scelte. Riceve i plichi dei partecipanti e conserva quelli con le generalità, tutto il resto lo fa la giuria". Riguardo al fatto poi che un nome "scomodo" sia spuntato tra i partecipanti, Medea aveva già precisato che, in base all'articolo 1 del regolamento, all'Histonium possono inviare le loro opere in lingua o dialetto a seconda della sezione, tutti i cittadini italiani, anche residenti all'estero, purché non abbiano mai vinto il primo premio in altri concorsi. Tutti, quindi, devono essere accettati. Gelli ha conseguito numerosi premi in tutta Italia. Ma l'ex maestro, segnalato per una poesia inedita sul tema del padre, non parteciperà alla premiazione del 21 settembre.15 settembre 2002 - GELLI E IL PREMIO DI PITTURA A GAVINANA
"Il Tirreno"
A Gavinana tutti in attesa di Licio Gelli
l.n.
GAVINANA. Grande attesa a Gavinana per l'annunciata (e fino ad ora non confermata) visita di Licio Gelli.
L'ex maestro della loggia P2 aveva annunciato la propria partecipazione, condizioni di salute permettendo, alla premiazione della 20esima edizione dell'extempore di pittura organizzata per quest'oggi dall'associazione "Ferrucci". Una presenza per "sdebitarsi" per l'anno scorso, quando la salute gli impedì di ritirare un premio vinto ad un concorso letterario organizzato dall'associazione culturale gavinanese.
La sua annunciata presenza ha creato un po' d'imbarazzo nell'amministrazione comunale sanmarcellina, che dà il patrocinio all'iniziativa. Il Comune ha infatti accettato di partecipare, a patto che Gelli non venga trattato come un'ospite d'onore e che la sua figura non venga presentata con particolare risalto. Altrimenti l'amministrazione comunale se ne andrà. "Se Gelli verrà - ha detto ilpresidente della Ferrucci Dino Mucci- sarà trattato come un ospite, al pari di tutti gli altri artisti che hanno preso parte ai nostri concorsi. Altrimenti non mancheranno le attrattive visto che quest'anno l'extempore di pittura che organizziamo è di ottimo livello".19 settembre 2002 - INTERVISTA ANNA BONOMI BOLCHINI
"Il Corriere della sera"
Anna Bonomi Bolchini si confessa al "Secolo XIX": decisi di comprare la Mira Lanza mentre facevo il bagno
"Quando battevo i pugni sul tavolo e la Borsa si fermava"
L'ex signora di Piazza Affari rivela: "Carlo Pesenti? Voleva sposarmi"
MILANO - Il finanziere più bravo del dopoguerra? Michele Sindona, "uomo di un'intelligenza spettacolare, al di là di tutte le vicende che sono successe". L'unico protagonista del capitalismo italiano che oggi vale veramente? Marco Tronchetti Provera, "persona di primissimo ordine e uomo di parola". Ha ormai 92 anni, ma Anna Bonomi Bolchini si picca di dire sempre la verità. E al Secolo XIX colei che è stata soprannominata la "signora della finanza", la "regina di denari" della Borsa dei primi decenni della Repubblica, ha affidato ieri parecchi altri dei suoi taglienti, e a volte discutibili, giudizi. Se di Enrico Cuccia non vuole parlare, e su Carlo De Benedetti sorvola con un "non ricordo", la donna che fermava Piazza Affari sbattendo un pugno sul tavolo ha rivelato al quotidiano genovese anche risvolti di cronaca dal carattere decisamente più rosa, come quelli relativi ad un'offerta di matrimonio ricevuta dall'allora "re del cemento" e padrone della compagnia assicurativa Ras, Carlo Pesenti. Oppure delle circostanze non precisamente da consiglio di amministrazione nelle quali decise di acquistare la Mira Lanza e i suoi detersivi: "Mi venne in mente di comprarla mentre facevo il bagno, osservando il dentifricio". Ma a quei tempi, ammette, fare finanza "era meno faticoso", perché gli speculatori erano pochi e gli affari, sostiene, molto più limpidi.
Figlia di una portinaia milanese e di Carlo Bonomi, proprietario di immobili di grande pregio in città, sposa in seconde nozze Giuseppe Bolchini. La sua ascesa è impressionante: costruisce il Pirellone, crea Postal Market, entra nel Credito Varesino. Con il figlio Carlo controlla la Saffa, un affare che la metterà in contatto con Michele Sindona. Più tardi il suo destino si intreccerà anche con quello di Roberto Calvi, l'amministratore delegato del Banco Ambrosiano finito in bancarotta, tanto da portarla a un patteggiamento nel processo di appello chiuso nel '96. È nella Montedison, in Fondiaria. Insomma un impero di tutto rispetto fino al "blitz" del presidente di Foro Buonaparte, Mario Schimberni, che nel 1985 scala la Bi-Invest del figlio Carlo. Di quel periodo ricorda con gratitudine solo l'aiuto dell'avvocato Agnelli. Lasciata la finanza nell'81, ora Anna Bonomi affitta il suo castello di Paraggi al premier Silvio Berlusconi. Non lo ha votato, dice, ma nota che "sta migliorando di giorno in giorno".
S. Agn.21 settembre 2002 - MORTO FRANCO COLOMBO
"La Stampa"
DA 13 ANNI ERA AMMINISTRATORE DELEGATO DEL TUNNEL DEL MONTE BIANCO Addio a Franco Colombo top manager del Traforo
COURMAYEUR
È morto giovedì sera al Policlinico Gemelli di Roma, dopo una lunga malattia, Franco Colombo, da 13 anni amministratore delegato della Società Italiana Traforo del Monte Bianco, incarico che di recente gli era stato rinnovato per altri 3 anni. Aveva 71 anni e lascia la moglie e due figli. I funerali si svolgeranno oggi pomeriggio a Roma. Da Courmayeur, partirà una delegazione di dirigenti e tecnici del tunnel del Bianco. Colombo, giornalista professionista, è stato anche direttore del Tg1 nel 1980 e 1981, poi si dimise dopo lo scandalo P2. La sua carriera giornalistica proseguì comunque in Rai e divenne responsabile della sede di Parigi. Lasciata la professione, continuò a lavorare come manager arrivando ai vertici della Società italiana per il traforo del Monte Bianco. "Franco Colombo è stato, oltre che un manager capace e instancabile anche un caro amico" ha detto Vito Gamberale, amministratore delegato di Autostrade, la maggiore azionista della Società italiana Tunnel del Monte Bianco.
"E´ giusto riconoscere - ha aggiunto il top manager - che Franco Colombo è stato vittima della riapertura del traforo del Monte Bianco, struttura e azienda alla quale aveva dedicato gli ultimi tredici anni della sua vita. Era stato segnato dal tragico incidente del 1999, poi con lucidità e determinazione aveva gestito i delicati e impegnativi lavori di ripristino. Non ha mai risparmiato le energie, neanche quando le sue condizioni di salute non erano più le migliori". "Dispiace che - ha concluso Gamberale - pur avendo avuto la grande gioia di vedere il traforo riaperto al traffico, non abbia avuto la legittima soddisfazione di vederlo funzionare a pieno regime. Penso che un forte, deciso e responsabile impegno in tal senso, da parte di tutti, sia il modo migliore per onorarne la memoria".
s. ser.27 settembre 2002 - PROCESSO APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: TUTTI ASSOLTI
ANSA:
Dopo nove ore di camera di consiglio la Corte d' Assise d' Appello ha assolto tutti gli imputati accusati della strage avvenuta davanti alla Questura di Milano il 17 maggio 1973. Le assoluzioni per Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Maria Maggi dall' accusa di strage sono state decise perche' il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. I giudici hanno quindi completamente rovesciato la sentenza di primo grado, che aveva inflitto ai quattro la condanna dell' ergastolo. Assolto anche il generale Gianadelio Maletti che in primo grado aveva avuto 15 anni di reclusione."Una sentenza che viene a correggere un momento terribile della mia vita": l' ex colonnello dell' esercito Amos Spiazzi ha commentato con queste prime parole in questo modo la sentenza di assoluzione nel processo d' appello per la strage di 29 anni fa davanti alla Questura di Milano. Una sentenza che l' ex ufficiale ha ascoltato sull' 'attenti'. "Sono sempre stato una persona leale, e ho sempre disapprovato azioni commesse contro degli innocenti - ha detto Amos Spiazzi -. Sono azioni che non si possono giustificare ne' con un' ideologia, ne' con una religione. Non possono essere giustificate da nessun motivo". "Essere accomunato a un individuo che ha fatto una strage - ha proseguito l'ex ufficiale -, mi ha profondamente prostrato". Spiazzi ha infine commentato: "In questo diciannovesimo processo che subisco la verita' e' stata finalmente accettata dai giudici".
La decisione ha lasciato nello sconcerto le voci dell'accusa, sia pubblica che privata. In particolare, la rappresentante della Procura Generale, Laura Bertole' Viale, ha lasciato immediatamente l' aula garantendo che ci sara' un ricorso in Corte di Cassazione. In aula, al momento della lettura della sentenza da parte del presidente Santo Belfiore, c'era un solo imputato, l'ex colonnello Amos Spiazzi, che in attesa della sentenza ha sempre sostenuto di avere "fiducia nella giustizia". Il processo era iniziato nella meta' dello scorso maggio. In primo grado i giudici della Corte d' Assise avevano inflitto l' ergastolo a Boffelli, Maggi, Neami e Spiazzi. In quella occasione ci furono anche condanne per tre imputati minori accusati di ricettazione di passaporti: sei anni e sei mesi per Ettore Malcangi, sei anni per Enrico Caruso e Lorenzo Prudente. Anche per costoro le pene sono state cancellate, per avvenuta prescrizione. Sempre in primo grado ci fu il proscioglimento per i due pentiti della vicenda, Martino Siciliano e Carlo Di Gilio. Per effetto della decisione presa oggi dalla Corte d' Assise d' Appello sono state cancellate anche le pene accessorie relative al risarcimento dei danni ai parenti delle vittime, costituitesi parte civile con il patrocinio dell' avvocato Federico Sinicato, e al Comune di Milano, che era rappresentato dall' avvocato Corso Bovio. L' avvocato di Parte Civile dei familiari delle vittime, Federico Sinicato, ha cercato di contenere la sua evidente delusione alla lettura della sentenza di assoluzione per gli imputati nel processo d' appello per la strage della Questura di Milano. "Credevamo che in primo grado si fosse raggiunta una verita' processuale solida, utilizzabile - ha detto il legale -. La Corte d' Appello non ha ritenuto che ci fossero elementi a sufficienza. Leggeremo la sentenza: credo ci sara' un ricorso in Cassazione". Dopo le assoluzioni di oggi, in pratica, l' unico condannato rimane l' ex neofascista Gilberto Cavallini, condannato a 10 anni di reclusione, il quale non aveva presentato ricorso in appello. Il pentito 'storico' delle inchieste sul terrorismo di destra, l' ex armiere di 'Ordine Nuovo' Carlo Di Gilio ha avuto, invece, il reato prescritto proprio grazie alla sua collaborazione nel corso delle indagini sull' attentato di via Fatebenefratelli.
28 settembre 2002 - SENTENZA APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Tutti assolti per la strage alla Questura
Milano, in appello cancellati quattro ergastoli. Scagionati gli imputati della pista nera: ora a rischio il processo su Piazza Fontana
MILANO - Tutti assolti dalla corte d'assise d'appello. Il nuovo giudizio per la strage della questura (17 maggio 1973: quattro morti e 45 feriti) si è chiuso proprio come lo storico processo di Catanzaro: i giudici di secondo grado hanno cancellato quattro ergastoli e scagionato tutti gli imputati della "pista nera", i neofascisti Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli e il generale Amos Spiazzi. Resta così senza mandanti né complici un attentato pieno di misteri: l'esecutore, Gianfranco Bertoli, arrestato subito dopo aver scagliato una bomba a mano sulla folla, aveva confessato soltanto le proprie colpe ed è morto due anni fa da condannato all'ergastolo. La sentenza di ieri demolisce l'ultima istruttoria sul terrorismo di destra e annulla anche la condanna a 15 anni del generale dei servizi Gianadelio Maletti, che resta quindi colpevole solo dei depistaggi per piazza Fontana. Il verdetto smentisce totalmente il pentito Carlo Digilio, fondamentale anche nel nuovo processo sulla strage di piazza Fontana, dove sempre Maggi è tra i condannati in primo grado. Un ribaltone con ripercussioni politiche: Bertoli s'era sempre proclamato "anarchico individualista", mentre la precedente sentenza lo bollava come neofascista stipendiato dai servizi (Sifar e Sid). La Procura generale ricorrerà in Cassazione. LA STRAGE - La bomba di Bertoli colpisce la folla riunita in questura con il ministro Rumor per il primo anniversario dell'omicidio del commissario Calabresi. Dopo l'arresto Bertoli urla "viva Pinelli" e insiste di aver fatto "tutto da solo". Il giudice Antonio Lombardi (lo stesso istruttore del processo a Sofri) scopre che invece Bertoli fu accompagnato in questura da almeno un complice e che è appena rientrato in Italia dopo un misterioso biennio in Israele, con un passaporto rubato a un comunista. Le inchieste venete, poi, confermano che gli amici di Bertoli erano tutti neofascisti. L'ipotesi dell'accusa è che l'attentatore fosse soltanto una pedina, manovrata da terroristi neri per depistare le colpe sugli anarchici, come nel caso Valpreda.
I SERVIZI - Solo nei primi anni Novanta i servizi segreti confermano la scoperta di fondo della nuova istruttoria: "Dal 1954 al 1960" Bertoli ha effettivamente lavorato per il Sifar, come altri neofascisti. In primo grado i documenti convincono la corte d'assise che Bertoli è rimasto a libro paga dei servizi (ribattezzati Sid) fino al 1971 e probabilmente fino alla strage. In appello il nuovo capo dei servizi (oggi Sismi), Niccolò Pollari, smentisce invece che Bertoli abbia collaborato dopo il 1966, contraddicendo così i generali Viezzer e Cogliandro. Solo le motivazioni della sentenza chiariranno se la corte abbia azzerato il ruolo del Sid, riaccreditando Bertoli come vero anarchico, o giudicato solo irrilevante la sua affiliazione ai servizi.
ORDINE NUOVO - Dal 1995 anche Carlo Digilio, il primo pentito del terrorismo di destra, parla della bomba in questura e la collega a Piazza Fontana. Digilio sostiene che Bertoli fu "addestrato" alla strage da Maggi, capo di Ordine nuovo nel Triveneto, Boffelli, ex mercenario e suo guardaspalle, e Neami, neofascista di Trieste. A procurare soldi e coperture sarebbe stato l'allora colonnello Spiazzi, che fu assolto in appello nel processo trasferito a Roma contro la "Rosa dei Venti". L'accusa sembrava confermata anche da intercettazioni clandestine del Sid: bobine con le confessioni dei finanziatori del terrorismo, consegnate ai giudici solo dopo vent'anni. Per la loro distruzione era stato condannato il generale Maletti, ora assolto come tutti.
LE REAZIONI - Il generale Spiazzi ha ascoltato l'assoluzione sull'attenti, incredulo: "Sono emozionato. La Corte è stata onesta e ha riconosciuto la verità: ho sempre disapprovato le stragi di innocenti". L'avvocato Carlo Taormina, ex difensore di Maggi, esulta: "Dissi che i primi giudici volevano riscrivere la storia con la penna rossa. Ora la corte mi dà ragione".
"E' incredibile - commentano invece gli avvocati delle vittime, Sinicato e Bosisio -. Restiamo convinti che le condanne di primo grado rappresentassero una verità processuale incancellabile". Gelido il sostituto pg Laura Bertolè Viale: "Le sentenze non si commentano, s'impugnano".
LA BEFFA - Della precedente sentenza sopravvive soltanto la prescrizione concessa al collaboratore Digilio, che non ha fatto appello. Il risultato è che l'unico colpevole di strage, oltre a Bertoli, ora è proprio il pentito.
Paolo Biondani"La Stampa"
TRE DECENNI FA, UNA CITTA´ DIVISA DAGLI OPPOSTI ESTREMISMI L´"annus horribilis" tra paure di golpe e utopie rosse Cominciò a gennaio con l´uccisione di un universitario e un mistero mai risolto
IL 1973, l´anno dell´attentato dinamitardo di Gianfranco Bertoli alla questura di Milano, non fu peggiore di quelli che lo avevano preceduto e di quelli che lo avrebbero seguito. Ma neppure migliore. Semplicemente fu pessimo, con Milano divisa fra l´angoscia per un "golpe" da destra fin troppo annunciato e l´utopia rivoluzionaria che pensava di opporglisi e una destra che dichiarava di combattere il comunismo da strada. Poco più di tre anni avanti c´era stata la bomba alla Banca dell´Agricoltura, in piazza Fontana, e la strage che aveva provocata venne chiamata "di Stato". Per la prima volta, quel giorno, la gente si era sentita vulnerabile, indifesa. Nessuno poteva saperlo, ma quell´ordigno micidiale che aveva assassinato 17 persone e ferite 88, era il prologo a una lunga stagione di violenza, ferocia, intolleranza e sospetti che, forse, neppur oggi è del tutto tramontata. Violenza da destra e violenza da sinistra. Quando lo presero, subito dopo aver scagliato la bomba, Bertoli sembrò uno venuto dal nulla. Con sé aveva una copia de "L´unico" del filosofo Kaspar Schnidt Stirner, detto "Max". E così venne indicato come anarchico individualista: un´etichetta troppo semplice o troppo complicata, in ogni modo inutile per spiegare quell´uomo e il suo gesto omicida che era costato la vita a quattro persone, mentre altre 44 erano rimaste ferite. L´obiettivo, si disse, sarebbe stato Mariano Rumor, ministro democristiano dell´Interno, che aveva partecipato alla cerimonia di commemorazione per l´assassinio del commissario Luigi Calabresi, quello che aveva indagato sulla bomba alla banca dell´Agricoltura e che era stato accusato dalla sinistra più radicale di aver scaraventato fuori dalla finestra della questura Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico fermato pochi giorni dopo l´attentato. La campagna contro il commissario pareva non dover finire: la sua fotografia veniva stampata sui giornali dell´ultrasinistra e qualcuno incitava a "fare giustizia". Lui rappresentava il potere e il potere era, agli occhi dei "proletari", il peggio del peggio. I fine settimana erano fine settimana "di lotta": i cortei con le bandiere rosse percorrevano le strade di Milano, dalle periferie al centro, a piazza San Babila, indicata come il cuore nero della città. "Sanbabilini" erano quei giovani della destra più cocciuta che contendevano ai gauchistes quel coriandolo di città, spranga contro spranga, ma anche coltello contro chiave inglese. Tempo di sommosse e tempo di lutti. Un giorno di marzo del `72 giovani della sinistra extraparlamentare riuniti in corteo tentarono di impedire un comizio del missino Giuseppe Nicolai. Ci fu uno scontro con la polizia e un candelotto centrò Giuseppe Tavecchia, 60 anni, impiegato, militante socialista: era l´11 marzo, tre giorni più tardi morirà all´ospedale. E il 15 salta in aria sul traliccio che stava minando l´editore guerrigliero Giangiacomo Feltrinelli: aveva 46 anni e il sogno di rispondere con le armi a quello che lui chiamava il pericolo della destra fascista. La morte di colui che, con sarcasmo, qualcuno chiamò il "Che Guevara dei Navigli", venne celebrata da tutta l´ultrasinistra che allora amava chiamarsi "rivoluzionaria". La temperatura in città era torrida, alcuni fra i giovani che partecipavano ai cortei avevano già fatto la scelta della clandestinità e della lotta armata. Alla manifestazione per le case popolari, in via Mac Mahon, mi disse di aver partecipato anche Alfredo Bonavita che, poco più tardi, sarebbe entrato nelle Brigate rosse, in quello che venne chiamato il gruppo storico. Ai cortei si andava con le bandiere attaccate ad aste grosse come travi, con le "bottiglie molotov" che più tardi sarebbero state definite "armi da guerra", con le spranghe. Le pistole fecero la loro comparsa più tardi, e rimane incerto chi per primo le abbia impugnate: i dimostranti o gli agenti in borghese usati troppo spesso come agenti provocatori. Giorni tremendi e il 17 maggio fu fra i peggiori. Un killer freddò per strada il commissario Calabresi e si aprì un ennesimo mistero che, qualcuno, ancor oggi vorrebbe insoluto. Naturalmente, non c´era soltanto Milano: a Gorizia, l´ultimo giorno di quel mese, un´auto imbottita di tritolo uccide tre carabinieri e ne ferisce altri due. Se la "P38" è l´arma della sinistra, le bombe sembrano quella della destra. Per l´attentato ai carabinieri viene accusato Ordine Nuovo. Il Paese sembra essersi cacciato in un tunnel da quale non soltanto non riesce ad uscire, ma neppure scorge la luce. Ed eccolo, l´annus horribilis che fa da cornice all´attentato di Bertoli. Si apre, il 23 gennaio, con il ferimento di Roberto Franceschi, universitario, militante nell´ultrasinistra: il giovane partecipava a un corteo davanti all´università Bocconi, raggiunto da un colpo di pistola sparato da un agente, morirà il 30 marzo in ospedale. E a maggio, la bomba dell´"anarchico individualista". Ma le indagini non impiegarono troppo tempo a mettere in luce una trama di intrighi che, purtroppo, ancor oggi dev´essere dipanata. Come troppe altre, del resto. L´anno dopo sarà quello della strage di piazza della Loggia a Brescia, e quella sul treno Italicus, attribuite alla destra assassina, quindi ci si immergerà nei così detti anni di piombo. Sul palcoscenico si alterneranno brigate rosse e terroristi neri, potere e contropotere, assassinii e sequestri, ricatti e colpi di mano. Sequestro Moro e strage alla stazione di Bologna, servizi segreti deviati e terroristi prezzolati. Decisamente quel 1973 non fu peggiore di quelli che lo avevano preceduto e di quelli che lo avrebbero seguito."Il Piccolo"
Ha atteso la sentenza a casa, in via D'Alviano: "Sono felice, finalmente la mia sofferenza e quella dei miei cari ha potuto concludersi"
Neami dall'ergastolo all'assoluzione
Il rigattiere triestino aveva sempre sostenuto la propria innocenza
Assolto. Francesco Neami, 56 anni, rigattiere triestino condannato due anni fa in primo grado alla pena dell'ergastolo per aver partecipato all'organizzazione della strage alla questura di Milano del 17 marzo 1973 da ieri sera si è liberato di un incubo. Assolti anche il medico veneziano Carlo Maria Maggi, il suo collaboratore Giorgio Boffelli e l'ex colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi. La sentenza è stata pronunciata ieri verso le 20. I giudici hanno quindi completamente rovesciato la sentenza di primo grado, che aveva inflitto ai quattro la condanna all'ergastolo. Assolto anche il generale Gianadelio Maletti che in primo grado aveva avuto 15 anni di reclusione.
"Sono felice. - ha detto commosso Neami che ha atteso la sentenza a casa, in via D'Alviano - Finalmente la mia sofferenza e quella dei mei cari si è conclusa. Questa è la dimostrazione che in Italia ci sono giudici onesti che hanno un profondo coraggio intellettuale".
La Corte d'assise d'appello del Tribunale di Milano si era ritirata in camera di consiglio poco dopo le 11. Nove ore dopo il presidente Santo Belfiore ha pronunciato la sentenza liberatoria. L'altra mattina il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale aveva chiesto per Neami e gli altri tre la conferma del giudizio emesso dalla Corte d'assise.
Ora per quella strage rimane un solo un colpevole: Gianfanco Bertoli, il sedicente anarchico individualista che quel giorno materialmente lanciò una bomba a mano contro la gente che usciva dopo la cerimonia di commemorazione del commissario Luigi Calabresi, assassinato un anno prima. Ma rimangono anche nuovi e vecchi misteri.
L'ordigno scagliato da Bertoli avrebbe dovuto colpire l'allora ministro Mariano Rumor, la cui automobile però aveva già lasciato la questura. Nello scoppio rimasero uccise quattro persone e altre 44 riportarono ferite. Bertoli è stato condannato all'ergastolo già qualche anno fa.
Francesco Neami era stato coinvolto in questa inchiesta dalle indagini del giudice istruttore Guido Salvini. A raccontare al magistrato milanese le trame dell'eversione nera, erano stati primi fra tutti gli ex ordinovisti mestrini Martino Siciliano e Carlo Digilio. A loro successivamente si erano affiancati alcuni veronesi, anch'essi militanti nella stessa organizzazione.
Gianfranco Bertoli, era entrato in questa brutta storia dopo essere stato "contattato" in un'osteria di Mestre, sua città natale, da Giorgio Boffelli. Dopo l'addestramento a Verona, sempre secondo l'accusa, Bertoli, per sviare le indagini, si era recato su indicazione dei mandanti in Israele per rientrare poi in Italia e compiere l'attentato. Una bomba tipo ananas, fu lanciata contro la gente che usciva dalla questura al termine di una cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi.
"Sono innocente, vittima delle interessate dichiarazioni di alcuni pentiti" ha sempre affermato Francesco Neami che è entrato in questa brutta storia nel giugno del 1997, quando i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale lo prelevarono dalla sua abitazione di via D'Alviano per trasferirlo nel carcere di San Vittore. Qualche settimana in cella e la provvisoria liberazione. Poi la devastante condanna all'ergastolo. "Nel processo di primo grado mi era stato chiesto un alibi a 23 anni di distanza dai fatti contestati, impossibile ricordarsi...". Ora mi hanno creduto. "Sono innocente".
Corrado Barbacini
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