Almanacco dei misteri d' Italia


P2
le notizie del 2002: aprile
4 aprile 2002 - MOTIVAZIONE SENTENZA APPELLO PER DEPISTAGGI STRAGE BOLOGNA
"Il Nuovo"
Strage Bologna, Benincasa assolto: non ci fu calunnia
La Corte di Assise di Appello di Bologna aveva assolto a dicembre l'ex capo del sismi di Firenze, imputato di calunnia verso Gelli. Ecco perchè.
BOLOGNA - Sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Assise di Appello di Bologna che, nel dicembre scorso, ha assolto l'ex direttore del centro Sismi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa per i depistaggi delle indagini sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980.
"Il coinvolgimento di Licio Gelli nella strategia stragista che ha insanguinato il nostro Paese nel corso degli anni '70 e all'inizio degli anni '80, e segnatamente nella strage alla stazione di Bologna, deve ritenersi definitivamente acclarato. La discrasia tra tale certezza, giudizialmente acquisita, e l'imputazione in esame è tanto evidente che non pare metta conto insistervi''. In pratica non si può incolpare Benincasa di calunnia verso Gelli perché, per la giustizia, è chiaro che quest'ultimo sia coinvolto nella strage di Bologna.
Benincasa è stato accusato di calunnia nei confronti del Maestro della Loggia P2 a causa di una lettera anonima in cui Gelli era indicato come il responsabile di alcuni delitti, fra i quali appunto la strage alla stazione. Benincasa, però, è stato assolto perché, hanno specificato i giudici, per la configurazione del reato di calunnia "non è sufficiente che manchi la prova della colpevolezza dell'accusato - ossia di Gelli - ma è necessario raggiungere la prova positiva della sua innocenza". Cioè: per condannare Benincasa, Gelli avrebbe dovuto essere completamente estraneo alle vicende narrate nella lettera. E così non è, quindi l'ex ufficiale non è colpevole.
Contro questa sentenza hanno proposto ricorso in Cassazione le parti civili, la Procura Generale, l'Avvocatura dello Stato e la difesa di Benincasa, per ottenere un'assoluzione con formula piena.
La sentenza in questione ha assolto anche l'ex capo della banda della Magliana, Massimo Carminati, anche lui accusato di calunnia, questa volta, però, nei confronti di due cittadini stranieri che avrebbero lasciato una valigia con armi ed esplosivo, ritrovata il 13 gennaio 1981 sul treno 514 Taranto-Milano. Secondo i giudici le parti lese dalla calunnia non sono state identificate con certezza. "Manca - hanno scritto i giudici - qualsiasi prova circa la reale esistenza dei soggetti falsamente incolpati". Inoltre, non è stato provato "al di là di ogni ragionevole dubbio, che i nominativi di questi soggetti corrispondano a persone realmente esistenti".
Carminati e Benincasa, inoltre, erano accusati anche di altri reati per i quali sono stati assolti, ma solo per motivi di prescrizione e non con formula piena. Si fa riferimento a reati di armi per l'ex capo della banda della Magliana, e a quelli di favoreggiamento, abusi e omissioni d'ufficio e rivelazione di segreti d'ufficio per l'ex capo del centro Sismi di Firenze.
I giudici hanno sottolineato che Benincasa "si interessò attivamente alla strage di Bologna, fin dal giorno stesso del gravissimo fatto, senza avvertire i superiori e il suo omologo bolognese, con il quale sarebbe stato ovvio - e non per mere ragioni di cortesia - instaurare una sollecita collaborazione. Ed è altresì vero che l'imputato indusse il consulente tecnico a rivelargli la composizione dell'esplosivo usato per confezionare l'ordigno deflagrato nella stazione, comunicandola poi a Santovito - all'epoca generale del Sismi - che egli ben conosceva come "gelliano", sicchè non poteva ignorare il cattivo uso che poteva essere fatto di quelle informazioni illegittimamente acquisite. Le spiegazioni di tali suoi comportamenti, fornite dall'imputato, non sono persuasive; né una certa ambiguità connaturale alla sua professione, può giustificare palesi sconfinamenti nella illegalità". In pratica Benincasa è colpevole ma non può essere condannato per questi reati, perché è decorso troppo tempo dalla loro commissione.

4 aprile 2002 - STRAGE BOLOGNA: DEPISTAGGI; PARTI CIVILI CRITICANO SENTENZA
ANSA:
"Merita censura sotto diversi profili, in parte tecnici e in parte generali, per aver omesso di esaminare una grande quantita' di elementi di fatto". E' il commento dell' avv. Paolo Trombetti, uno dei legali di parte civile, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza della Corte d' Assise d' Appello di Bologna. Motivazioni che - ha aggiunto Trombetti - "ci convincono sempre piu' a ricorrere in Cassazione. La Suprema Corte dovra' valutare la fondatezza della sentenza, che auspichiamo venga annullata". Critico anche l' avv. Fausto Baldi, dell' Avvocatura dello Stato: "C' e' delusione - ha commentato - perche' e' stata esaminata una limitatissima parte dei fatti, e sono state ignorate questioni che erano state ben sviluppate in primo grado. E' una sentenza fatta bene dal punto di vista tecnico, ma certo singolare. Sono state poi ignorate anche tutte le argomentazioni che da parte dell' Avvocatura erano state esposte in una memoria di circa 200 pagine".

9 aprile 2002 - BARBACETTO PRESENTA A MILANO "CAMPIONI D'ITALIA"
ANSA:
'L'Italia e' una Repubblica delle banane, come dice l'Economist, o dei fichi d'India, come dice Gianni Agnelli? L'interrogativo sull'adeguatezza del nostro Paese rispetto agli standard democratici e civili europei, sollevato durante l'ultima campagna elettorale dalla stampa nazionale ed estera, e' ancora aperto. Quali sono le vicende, i personaggi, i casi che si fanno ambasciatori di un'Italia poco seria e credibile? Per rispondere a queste domande, Gianni Barbacetto, inviato di 'Diario', presenta un campionario di italiani noti, notissimi o sconosciuti, che disegna il profilo di un Paese dove le regole sono derise e l'illegalita' e' spesso considerata una carta da giocare nella partita del successo. Cosi', nelle pagine del suo nuovo libro 'Campioni d'Italia' (Marco Tropea Editore), presentato questa sera presso la libreria 'laFeltrinelli' di piazza Piemonte a Milano, ci sono tra le altre le storie di Flavio Briatore e Gianni Versace, di Enrico Cuccia e Giancarlo Elia Valori, di Raul Gardini e Vittorio Emanuele di Savoia, di Francesco Delfino e di Primo Greganti, di Licio Gelli, di Edgardo Sogno e di Roberto Formigoni. "Non potevano mancare - aggiunge Barbacetto nella prefazione del libro - gli uomini del Presidente, da Pera a Scajola a Pisanu, e una ricostruzione delle prime tappe percorse dall'attuale governo di centrodestra". Tutti questi 'Campioni d'Italia' - ha dichiarato stasera Barbacetto - hanno attraversato da protagonisti, nel bene o nel male, i tre grandi sistemi dell'illegalita': la corruzione, la criminalita' organizzata, l'eversione politica". "E si tratta di personaggi - ha aggiunto l'autore, trovando d'accordo anche l'attrice Lella Costa, chiamata a presentare il libro, e il direttore del 'Diario, Enrico Deaglio - che non mollano mai: sorprendenti sono le analogie, i fili, che uniscono personaggi, ambienti e tempi diversi. E' come trovarsi in presenza di una coazione a ripetere. di uno spirito cattivo che predilige la furbizia e disprezza le regole". "Questo libro - ha commentato Lella Costa - e' uno strumento indispensabile per 'controllare' chi sono queste persone e cosa fanno". "Non siamo ancora in un regime - ha aggiunto Enrico Deaglio, autore anche della prefazione del libro - e questo libro lo dimostra. Del resto, gran parte dei 'ritratti' raccolti sono gia' stati pubblicati sul 'Diario' e abbiamo vinto tutte le numerose cause per le querele che avevano sporto contro di noi".

17 aprile 2002 - OMICIDIO CALVI: LA PERIZIA SARA' CONSEGNATA IN MAGGIO
ANSA:
Sara' consegnata in maggio la perizia degli esperti che potrebbe mettere una parola definitiva sulla morte del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto al ponte dei frati neri a Londra la mattina del 18 giugno 1982. La perizia, chiesta dal gip Otello Lupacchini, avrebbe dovuto essere consegnata da alcune settimane, ma le autorita' giudiziarie londinesi hanno fatto avere i reperti richiesti dagli uffici del tribunale di Roma soltanto due mesi fa. Entro i primi dieci giorni del mese prossimo gli esperti nominati dal gip dovrebbero incontrare il giudice a Roma. Oreste Flamminii Minuto, avvocato di Flavio Carboni, uno degli indagati dell'inchiesta sull'omicidio di Roberto Calvi, ha espresso in un comunicato "sconcerto per la fuga di notizie sulla perizia". "Una perizia - scrive Flamminii - che al momento non risulta depositata alla cancelleria del gip". Per l' avvocato di Carboni "i diritti della difesa vengono sistematicamente violati; ci riserviamo di utilizzare tutti gli strumenti normativi a tutela del nostro assistito e dei principi che ispirano le norme del giusto processo, compresa la corretta esecuzione di incarichi processuali".

17 aprile 2002 - CALVI: UCCISO PER L' ULTIMA PERIZIA
"Il Corriere della sera"
Caso Ambrosiano, la relazione al giudice istruttore: "Assassinato per ordine di Cosa Nostra"
L'ultima perizia: Calvi fu ucciso
Gli esperti: il corpo portato al ponte dei Frati Neri dopo il delitto
ROMA - Roberto Calvi è stato ucciso ed il suo corpo è stato poi appeso sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, per far apparire il delitto come un suicidio. E' questa la conclusione a cui è arrivato il pool di periti incaricati dal giudice istruttore romano Otello Lupacchini di fare chiarezza sulle cause della morte dell'ex presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato la mattina del 18 giugno del 1982: la relazione degli esperti capeggiati dal tedesco Bernd Brimkmann è pronta e nelle prossime ore dovrebbero partire gli avvisi ai difensori degli indagati ed alla Procura per la fissazione della nuova udienza dell'"incidente probatorio" nella quale verranno discussi i risultati degli accertamenti eseguiti dopo la riesumazione del cadavere. Secondo l'accusa, Calvi è stato assassinato per ordine di Cosa Nostra, perché ritenuto "inaffidabile" dopo che si sarebbe impossessato di decine di miliardi di lire delle cosche, dalle quali aveva avuto l'incarico di riciclare ingenti cifre di "denaro sporco".
Ordini di custodia cautelare in carcere per omicidio, firmati dal giudice istruttore Mario Almerighi, erano stati notificati a Flavio Carboni ed al cassiere della mafia Pippo Calò, a lui legato attraverso la banda della Magliana. Sul registro degli indagati dei pubblici ministeri Maria Monteleone e Giovanni Salvi (ultimamente affiancati dal collega che ha condotto l'inchiesta sulla strage di Capaci Luca Tescaroli, trasferito a Roma da Caltanissetta) erano finiti anche i nomi del killer pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo (ha detto di aver saputo che Calò lo cercava, ma che l'omicidio era stato commesso dalla camorra), di uno dei vecchi boss della Banda della Magliana, Ernesto Diotallevi, e dell'ex capo della loggia massonica P2, Licio Gelli.
A venti anni dal ritrovamento del corpo dell'ex piduista, il "banchiere di Dio" diventato il braccio destro di Michele Sindona, le conclusioni dei periti avvalorano la ricostruzione che nella città inglese è stata fatta una messa in scena per depistare le indagini. Un'ipotesi che aveva trovato riscontri dopo le dichiarazioni di due pentiti "storici" della mafia, Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Ma in base a quale elementi gli esperti sostengono adesso che si sia trattato di un assassinio?
Le mani e le unghie di Calvi sono state trovate pulite: ciò esclude che si sia potuto arrampicare per impiccarsi all'impalcatura situata sotto il ponte dei Frati Neri. Ancora: nell'incavo della suola delle scarpe di Calvi i tecnici non hanno trovato tracce di residui di zinco ramato che rivestiva i tubi metallici della stessa impalcatura ed il granulato presente sui gradini che avrebbe dovuto salire per arrivare dove è stato rinvenuto. Malgrado fossero trascorsi sedici anni e mezzo dalla morte, al momento della riesumazione il corpo del banchiere era ben conservato. Questo ha consentito di accertare che attorno al collo c'erano striature che potrebbero far pensare ad uno strangolamento e, comunque, l'osso non era rotto: uno strappo molto violento come quello provocato dall'impiccagione difficilmente lo lascia integro.
Flavio Haver

21 aprile 2002 - INTERVISTA TINA ANSELMI
"La Tribuna di Treviso"
Anselmi difende il sindacato e chiede più rispetto per l'opposizione
Tina resiste ancora
"Il Paese ha preso la strada sbagliata"
Biagi: "Su di lui sono state dette cose sbagliate"
di Giorgio Sbrissa
Sono passati quasi 60 anni. Generazioni sono nate e invecchiate dopo di allora. Eppure il 25 aprile si festeggia ancora la Liberazione. Eppure si celebrano ancora gli eroismi e si onorano i caduti. Eppure la Resistenza, la Repubblica di Salò, i ragazzi delle brigate nere, i partigiani fanno ancora discutere e litigare, mentre il revisionismo storico ormai li pone sullo stesso piano.
"Sì, ma quando, ragazzina di 17 anni, io ho visto impiccare a Bassano i partigiani rastrellati sul Grappa sono diventata partigiana perché ho creduto giusto cambiare le cose, affinché quanto stavo vedendo non si dovesse più ripetere. Loro, i ragazzi della Rsi, avallarono quelle stragi, vi parteciparono per perpetuare il peggio del fascismo e del nazismo. Io arrivo quasi a capire chi era fascista prima dell'8 settembre. Ma non chi lo è stato dopo, perché era chiaro cosa stava succedendo. Già si vedevano i carri bestiame piombati carichi di gente che implorava un po' d'acqua quando i convogli si fermavano. Gente che non tornava più indietro. Si commisero atrocità inaudite e quei ragazzi stavano con chi le commetteva".
Ora qualcuno chiede scusa, com'è successo a Marzabotto.
"Ci andai con Dossetti. Dovrebbe essere un pellegrinaggio obbligatorio per tutti, per capire prima di parlare".
Ma la Resistenza fu o meno una guerra civile, prima contro i fascisti e poi tra partigiani bianchi e rossi?
"Io ho combattuto nel mio piccolo, da staffetta, una guerra di liberazione. Non ho mai avuto la sensazione di una guerra per bande. E non è un caso se a Castelfranco non si sono verificati epidosi che purtroppo si sono visti altrove, anche a Treviso (Cartiera di Mignagola, Brandolini, Valdobbiadene, ndr). Ricordo che Gino Sartor, che era il nostro comandante militare, chiarì subito che l'adesione ai partiti l'avremmo fatta a liberazione avvenuta. E così avvenne".
Per la verità una strage ci fu, a Castello di Godego, dove vennero fucilate 150 persone.
"Un tragico errore. C'era una colonna di sbandati che da Padova fuggiva verso nord. Furono presi a fucilate a S. Anna Morosina. La reazione non poteva che essere automatica. Noi ci comportammo diversamente. Al nemico che fugge ponti d'oro. E poi i tedeschi sarebbero stati imbottigliati in montagna. Anche a Castelfranco ci furono delle vittime negli ultimi giorni di guerra, penso al fratello di Sandro Pasqualetto, a Pomini, al giovane Venezze. La foga e il desiderio di partecipare hanno fatto molte vittime. Ma se qui non ci furono poi feroci rappresaglie ciò avvenne anche perché non volevamo metterci sullo stesso piano dei nostri nemici fascisti e nazisti. Anche per questo non accetto i revisionismi che equiparano partigiani e fascisti".
Lei ha fatto parte della commissione parlamentare sui beni confiscati agli ebrei.
"Non ho mai capito perché Mussolini promulgò le leggi razziali. Hitler perseguiva la sua follia sulla razza ariana, ma noi cosa c'entravamo? E poi nessuno ce l'aveva chiesto. E anche qui, adesso che si parla di ritorni illustri, ci sarebbe da puntualizzare qualcosa. Il re non bloccò quelle leggi, com'era in suo potere. In Bulgaria la monarchia si rifiutò di controfirmare le leggi razziali e non si verificarono le persecuzioni che in Italia ci sono state. L'Italia si è comporatata molto male con il popolo ebraico, credo che almeno le scuse i Savoia dovrebbero scomodarsi a porgerle, oltre a pubblicare interviste che non hanno contribuito a chiarire qual è il giudizio che danno su queste vicende".
Perché è ancora importante?
"Per non perpetuare equivoci. La regina madre non scappò da Londra bombardata, volle rimanere con il suo popolo. I nostri monarchi allora si comportarono molto diversamente".
Cosa stabilì la Commissione da lei presieduta?
"Che anche in Italia gli ebrei vennero spogliati della loro dignità, che è peggio che spogliarli della vita, come scrisse Levi. Ho trovato decreti di confisca di questo tenore: "pantofole da donna con tacchi consumati"; "spazzolino da denti per bambino"; ma anche assicurazioni che non hanno mai pagato il dovuto, sequestri di case e mobili, insomma l'evidente depredamento di tutti i beni oltre al progressivo degradamento di questo popolo".
Lei fu presidente anche della commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2. E' vero che l'affidarono a lei perché non potevano fidarsi di alcun uomo?
"No. Era stato difficile trovare una persona che accettasse l'incarico. Alcuni rifiutarono, altri non avevano un consenso sufficiente per assumerlo. Fu Nilde Jotti a propormelo, rendendomi chiare le difficoltà. Mi ricordo che un giorno Craxi, allora primo ministro, fece una dichiarazione in cui ne chiedeva lo scioglimento, accusandoci di aver sollevato un inutile polverone. Fui convocata da Pertini in Quirinale che, in mia presenza, chiamò i presidenti delle camere, Jotti e Fanfani, chiedendo loro un comunicato di solidarietà e di difesa dell'autonomia della commissione, sostenendo che la commissione era parlamentare e non governativa e avrebbe continuato perciò il suo lavoro fino alla fine. Allora un grande ruolo di sentinella lo svolse la stampa italiana".
E cosa stabilì la commissione?
"Che la loggia era segreta e quindi violava principi costituzionali. Che affiliava politici, imprenditori, giornalisti e militari e ciò comportava la difficoltà per le istituzioni di difendersi, mettendo in discussione la democrazia e lo stato. Oltre a stabilire l'autenticità delle famose liste. Ricordo che il ministro dell'Interno, allora era Oscar Luigi Scalfaro, sposò in pieno le nostre conclusioni".
Si stavano davvero impossessando del potere?
"Indubbiamente la presenza di affiliati alla loggia P2 nelle istituzioni e nei centri di potere rappresentava un pericolo per la democrazia".
Nel nostro Paese pare stia rinascendo il conflitto sociale, assieme al terrorismo. Il cui snodo, ancora una volta è il lavoro. Lei è stata ministro negli anni '70, in pieno clima terroristico.
"Allora c'era anche un'inflazione a due cifre e una crisi occupazionale. La situazione non è paragonabile".
Attorno a Biagi ci sono strumentalizzazioni?
"Non lo so. Ma non si dice tutto su di lui. Biagi non era contro il sindacato e la concertazione. Esistono suoi scritti in cui pone chiaramente alcuni interrogativi. Anche il Libro bianco prevede che siano i tre protagonisti a concordare la riforma del lavoro, negarlo significa non avere cultura del lavoro. Ma è evidente che la disciplina va cambiata perché il lavoro è cambiato insieme al mondo".
Il lavoro è sempre stato oggetto di tensioni. Ma cosa c'è davvero in ballo?
"La globalizzazione dell'economia che va gestita politicamente, lasciarla a se stessa sarebbe un errore denunciato dagli stessi giovani imprenditori. Per questo non si può sparare tutto il giorno contro il sindacato, pretendendo che rinunci ai diritti dei lavoratori senza ottenere niente in cambio. Bisogna discuterne serenamente, senza prendersi a calci negli stinchi. Invece è stata messa in discussione la concertazione concepita dal professor Tarantelli, anche lui assassinato dalle Br. Credo che anche Biagi fosse della stessa idea".
Si riferisce alle allusioni a piazze e pistole?
"Gettare ombre sulla condotta del sindacato, oltre a non corrispondere alla verità storica, è sbagliato. Come lo è irridere a una opposizione che è nel Paese. Ho letto e sentito dichiarazioni infauste e assurde da parte di esponenti del governo. Ricordo quello che fecero Lama e il sindacato per evitare che il terrorismo attecchisse nelle fabbriche e nella società. Non si deve svendere questo patrimonio di lealtà democratica per interesse di parte".
Quando venne rapito Moro lei era al governo.
"Credo di essere stata l'ultima a parlarci".
In che occasione?
"Ero stata informata che il Pci non poteva garantire la fiducia. Ne parlai con lui: "Siamo in pochi a renderci conto che il Paese è sull'orlo del baraatro" mi rispose. La mattina dopo lo rapirono. E ricordo che lo stesso giorno il governo entrò in pieno possesso dei poteri sentendo il Paese alle spalle, potendo così difendere con tutta la sua forza le istituzioni democratiche".
Allora c'erano il movimento studentesco e autonomia operaia, ora i no-global e i black block. Saranno terreno fertile per il terrorismo?
"No, se evitiamo certi errori. Bisogna aiutare i giovani a non cedere alla tentazione della violenza, trovando un terreno culturale e politico che sappia assumere le ragioni vere che ci sono anche nella protesta contro la globalizzazione. Occorre un confronto che non passi attraverso la violenza. Purtroppo non ci si improvvisa politici. Fare politica è faticoso, bisogna girare, essere disponibili, parlare con le persone, capirne le ragioni. Lo stesso Moro faceva impazzire i suoi perché passava le sere in riunioni e incontri estenuanti con i giovani e diceva: "Prima di condannare i giovani per come chiedono il cambiamento, domandiamoci se è giusto il cambiamento". Guai se tradiamo questa generazione, tradirli significa lasciarli soli, non si può chiedergli di stare con noi o contro di noi. Estremizzare anche qui lo scontro significa mandarli allo sbaraglio e perderli. Abbiamo già perso due generazioni (il '68 e il '77, ndr) non sprechiamo anche questa. Loro per fortuna non hanno gli impiccati da guardare per capire qual è la strada sbagliata".

VITA E INCARICHI
Da staffetta a ministro passando per la Dc
Tina Anselmi è nata a Castelfranco Veneto, nel 1927, dove vive. Figlia di un farmacista socialista, studia e si diploma maestra a Bassano. Laureata in Lettere all'Università Cattolica di Milano, insegna per 10 anni nella scuola elementare a Godego. Giovanissima, entra nella Resistenza come staffetta della brigata autonoma "C. Battisti" e del comandante regionale dei Corpi volontari della libertà.
Esponente della Democrazia Cristiana e poi del Ppi, è stata dirigente del sindacato tessile dal 1945 al 1948 e del sindacato dei maestri dal 1948 al 1955. Dal 1958 al 1964 è incaricata nazionale delle Giovani della Dc. Nel Congresso di Monaco del 1967 è eletta membro del Comitato direttivo dell'Unione femminile che raggruppa le donne cristiane e democratiche di 14 paesi. Al Congresso di Stoccolma del 1969 è eletta vice presidente dell'Unione europea femminile, riconfermata al Congresso di Parigi del 1971.
Eletta per la prima volta deputato il 19 maggio 1968, nella circoscrizione di Venezia-Treviso, viene rieletta in numerose legislature. Sottosegretario al Lavoro e Previdenza sociale nel quinto governo Rumor e quarto e quinto governo Moro (1972), è la prima donna in Italia a diventare ministro: Lavoro e Previdenza sociale (1976-1978) e Sanità (1978-1979).
Nel 1981 viene eletta presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2.
E' stata presidente della Commissione sulle Pari opportunità; componente della Commissione Onu sulla condizione femminile e della Commissione governativa di inchiesta sulla Somalia. Ha presieduto la Commissione d'indagine sulle requisizioni dei beni agli ebrei in Italia.

22 aprile 2002 - A GIANCARLO ELIA VALORI CROCE DELL'ORDINE DI MALTA
ANSA:
E' stata conferita oggi al presidente dell' Unione industriali di Roma Giancarlo Elia Valori la Gran Croce dell'Ordine al Merito Melitense. L'onorificenza gli e' stata conferita dal Gran Maestro dell'Ordine Andrew Bertie per "l'eccezionale impegno profuso nelle attivita' intraprese nel corso degli anni e che hanno suscitato ammirazione e rispetto anche oltre i confini dell'Italia". A Valori, autore del volume 'La pace difficile', e' anche stato riconosciuto "il continuo sforzo per collaborare a una giusta pace nel mondo e in particolare in Medio Oriente tormentato dalla guerra". "Come manager e come studioso – ha detto Valori - intendo porre tutte le mie energie al servizio della causa della pace e della solidarieta', dell'impegno e favore dell'Ordine e delle sue alte finalita', nei molteplici Paesi dove ho l'opportunita' di operare". Molte le personalita' politiche e istituzionali presenti alla cerimonia: oltre al cardinale patrono Pio Laghi, anche il senatore Francesco Cossiga e il presidente della Rai Antonio Baldassarre.

26 aprile 2002 - COMMISSIONE MITROKHIN: CICCHITTO
"Liberta'"
L'intervista
Dossier Mitrokhin: per Cicchitto ristabilirà la verità
Milano - E' arrabbiato Fabrizio Cicchitto, relatore del disegno di legge che ha istituito la commissione sull'affare Mitrokhin. Sessantaduenne di Forza Italia, chiarisce: "La commissione Mitrokhin ha una finalità ben precisa: redistribuire i pesi e le responsabilità che finora sono sempre state a carico della sola parte occidentale dei servizi segreti e del loro operato. Perché il Kgb ha agito e tramato come tutti. Ma ci sono poche indagini in questo senso. Quanto arriva dal lavoro dell'archivista moscovita può essere allora il filo, unicamente rosso, che può riaprire una pagina di storia". E, nell'intervista rilasciata a "Il Nuovo", punta il dito contro l'opposizione: "Forse per questo tutti coloro che hanno avuto un passato a Botteghe oscure, da Rifondazione ai Ds, hanno votato contro. Mentre i partiti di centro si sono espressi o a favore, come lo Sdi, o si sono astenuti" ha dichiarato al giornale online Il Nuovo. Scorrendo il rapporto Mitrokin, o almeno quello che è stato pubblicato in Italia, si nota come la maggior parte delle persone segnalate appartengano ad altri partiti rispetto al Pci. Come mai? "Semplice, perché bisogna spiare e condizionare l'avversario, non chi ho sempre a portata di mano. Il problema comunque è che abbiamo di fronte una situazione distorta. Tutto il materiale venuto fuori dalle varie commissioni stragi, i processi Gladio, la P2, fino anche alla Sindona hanno fatto passare molti partiti che hanno avuto responsabilità di governo come delle accolite di maneggioni. E questo non può essere un caso". Bisognerà aspettarsi un qualche elenco di proscrizione? Con nomi di chi è stato al servizio dell'altra parte? "No, questa dei nomi è una cosa su cui bisogna stare attenti. Molte persone nominate nel dossier vi sono entrate semplicemente perché chiaccheravano con dei confidenti. Bisogna andarci piano. Le spie per natura sono bugiarde, dalla lingua biforcuta. Un soggetto poteva dare delle informazioni, ma poteva farlo anche in modo involontario. Altro livello sono quelli che si lasciavano condizionare, ma anche in questi casi bisogna sempre pensare che si ha di fronte un servizio segreto e quindi il volume di disinformazione è potente". Esempi di disinformazione? "La storia di Kissinger che ha ordinato, in qualche modo, il rapimento e la morte di Aldo Moro. Così come il coinvolgimento della Cia e del Mossad in molti altri eventi degli anni di piombo. Ma è anche, ed è cosa nota, il non far arrivare elementi certi riguardo ai legami internazionali delle Brigate rosse. Quel , allorquando frenarono quanto arrivava dalla Cecoslovacchia riguardo a un legame tra quei servizi segreti e le Br".
(nota dell' Almanacco dei misteri: il nome di Cicchitto, allora uno degli astri nascenti del Psi, era nelle liste dei presunti iscritti alla P2, come d' altra parte quello del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi).

26 aprile 2002 - BERLUSCONI COMMEMORA SOGNO
"La Gazzetta di Parma"
Fini condanna l'antisemitismo: "An contro l'intolleranza". Gli interventi di Pera e Casini
Berlusconi commemora Edgardo Sogno
DALLA REDAZIONE ROMANA
ROMA - Berlusconi invita alla "definitiva riconciliazione" nazionale e sceglie di ricordare il 25 aprile commemorando la figura di Edgardo Sogno, medaglia d'oro al valor militare e comandante partigiano, che negli anni '70 fu però accusato di golpe e coinvolto nelle vicende della P2. "Ricordare ed onorare oggi la figura di Edgardo Sogno deve essere l'occasione per sancire una definitiva riconciliazione nazionale, all'insegna dei valori condivisi della libertà, della democrazia e della Patria", ha scritto il presidente del consiglio al "Comitato Edgardo Sogno", presieduto dall'ex parlamentare socialista Francesco Forte, che ieri a Torino ha commemorato il comandante della organizzazione partigiana "Franchi" di fronte alla casa in cui visse.
Secondo Berlusconi, "nella storia della nostra Resistenza, Edgardo Sogno occupa un posto rilevante e significativo che per lunghi anni non è stato pienamente conosciuto e riconosciuto". "E non solo per il suo eroismo e per le sue imprese leggendarie", aggiunge il premier, "ma soprattutto per la testimonianza più importante che ci lascia, quella di un patriota che ha combattuto strenuamente per l'onore dell'Italia e di un combattente della libertà che si è opposto in egual misura al fascismo, al nazismo ed al comunismo".
Anche il presidente del Senato Marcello Pera ha inviato un messaggio di "viva partecipazione" al "Comitato Sogno", dove invita a restituire alla Resistenza "la ricchezza dei suoi valori, oltre i miti e le strumentalizzazioni. "Rendere omaggio alla Resistenza", scrive, "e far permanere i suoi insegnamenti civili e patriottici, significa oggi inserire quelle pagine eroiche nella storia della nazione, depurandole dalle discriminazioni di parte che a lungo ne hanno limitato la comprensione".
Dal leader di An Gianfranco Fini una ulteriore presa di distanza dal Jean-Marie Le Pen. La posizione del suo partito è stata elogiata ieri mattina dal presidente delle comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto durante la cerimonia a Venezia in ricordo dei deportati ebrei. E Fini ha apprezzato le sue parole assicurando che "la condanna di An verso ogni forma di intolleranza, violenza, xenofobia e antisemitismo è netta, esplicita ed inequivocabile fin dal congresso di Fiuggi". Il giudizio negativo nei confronti di Le Pen è quindi, secondo il vicepremier, diretta conseguenza di quella scelta. "I valori di libertà e di democrazia celebrati il 25 aprile", ha dichiarato Fini, "sono valori in cui la destra italiana si riconosce appieno e senza riserve".
Dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che ha ricordato la Liberazione in un convegno delle Acli, l'invito a considerare questa festa come di tutti, senza alimentare contrasti inutili. "Tutti noi dobbiamo coltivare il valore della memoria della lotta al nazifascismo, valore che è tra quelli fondanti della nostra Repubblica, perché i morti non hanno colore e tutti debbono essere rispettati".
Marina Maresca

27 aprile 2002 - ARRESTI POLIZIOTTI A NAPOLI: CHI E' IL GIUDICE CORDOVA
"La Stampa"
CHI E´ IL GIUDICE CHE HA FIRMATO LE ORDINANZE DI CUSTODIA Cordova, il duro che non si ferma davanti a nulla Aspro e taciturno, il procuratore è arrivato a Napoli sull´onda di Tangentopoli
ROMA ARRIVÒ a Napoli, Agostino Cordova, sull´onda di Tangentopoli, di Mani Pulite. In lui, una fetta di quella magistratura napoletana impegnata in prima linea nelle inchieste sulla camorra, sugli intrecci tra politica e criminalità, riponeva la speranza di assicurarsi un Procuratore con la volontà di fare "pulizia". Aveva fama di essere uno che non si fermava di fronte a nessun ostacolo, Agostino Cordova. Le cose, in questi anni, sono andate diversamente e oggi il procuratore di Napoli combatte la sua battaglia per rimanere al suo posto, giacché tre quarti dei suoi sostituti e diversi suoi Aggiunti - magistrati che allora lo acclamarono pubblicamente - ne hanno preso pubblicamente le distanze e al Csm è stato aperto il fascicolo per valutare gli estremi di un suo trasferimento per incompatibilità ambientale. Aspro, taciturno, un mezzo toscano sempre tra i denti, due sopracciglia foltissime, uno sguardo apparentemente sempre assente, Agostino Cordova è nato in provincia di Reggio Calabria e nel capoluogo, negli anni ´70, da giudice istruttore condusse una delle inchieste più importanti sulla ´Nrangheta, sulle cosche emergenti, sui De Stefano. Poi divenne procuratore di Palmi, nella piana di Gioia Tauro, e a partire dalla metà degli anni ´80 in poi, promosse inchieste clamorose.Fece sequestrare i terreni dove l´Enel voleva costruire la centrale a carbone, sospettando interessi mafiosi, spedì in carcere politici e ´ndranghetisti - fece sequestrare, alla vigilia delle Politiche del ´92, persino i fac simili elettorali di tutta la provincia - e, soprattutto, dichiarò guerra ai "poteri occulti", alla Massoneria. Era nata per caso, quell´inchiesta. Indagava su un giro di cambiali che ruotava attorno a una piccola banca di Palmi. Spuntò fuori la massoneria e da quel momento l´inchiesta si allargò. Non solo il Venerabile Licio Gelli, capo della P2, ma la massoneria ufficiale si ritrovò sotto osservazione. Furono sequestrati gli elenchi di iscritti di tutte le logge, anche la massoneria di palazzo Giustiniani fu coinvolta nella bufera. L´inchiesta, che provocò scossoni e fibrillazioni nei palazzi della Politica e delle Istituzioni, alla fine, non approdò a nulla. Prima di arrivare a Napoli, nel ´92, Agostino Cordova si ritrovò candidato a dirigere la nascente Superprocura nazionale antimafia, in alternativa a Giovanni Falcone, sostenuto anche da una parte della sinistra e di Magistratura democratica. La luna di miele di Agostino Cordova con Napoli, in realtà, è durata ben poco. I suoi avversari l´avevano accolto bollandolo come "il procuratore di campagna", scommettendo sulla sua incapacità di gestire un ufficio così importante di una città così complicata. Cordova non ha mai fatto mistero di ritenere Napoli la città dell´eclissi della legalità. Clamorose le sue inchieste anche contro la giunta di Antonio Bassolino. Il sindaco diessino, oggi governatore della Campania, è stato indagato persino per le chiamate dal cellulare del Comune ai giornalisti. Il procuratore si è ritrovato, con il passare del tempo, a dover fronteggiare prima gli scioperi prolungati degli avvocati e poi i malumori dei sostituti procuratori. Ora l´ennesima inchiesta clamorosa ha riacceso i riflettori sulla Procura della Repubblica di Agostino Cordova anche se l´inchiesta che ha portato agli arresti di ieri è stata coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Mancuso, anche lui firmatario della denuncia collettiva contro la gestione della Procura da parte di Agostino Cordova.

28 aprile 2002 - ESPULSO DA FORZA ITALIA ON. FRAU
(il nome di Frau era nelle liste dei presunti iscritti alla P2)
"L' Arena di Verona"
Lettera del segretario regionale Carollo "Vi siete messi contro Fi, ora siete fuori"
"Fuori dal partito. Autosospensione? Non esiste, sono tutti fuori da Forza Italia". Sono passate poche ore dalla fine della conferenza stampa del sindaco Sironi e del senatore Frau quando da Padova arrivano i fulmini del segretario regionale Giorgio Carollo. "Ho già preso i provvedimenti previsti dallo statuto nei confronti della Sironi e le ho revocato tutti gli incarichi. Non è più responsabile regionale delle Donne azzurre e soprattutto non è più una nostra iscritta. Lei, Frau e Piva sono stati tolti da tutte le commissioni del partito e sono fuori. Sto aspettando di avere l'elenco completo dei candidati della lista Sironi per procedere anche con gli altri. I probiviri sono già al corrente, le lettere sono già state spedite".
Pugno di ferro e nessuna possibilità di recupero, allora? "Ci vuole chiarezza; vogliamo andare in campagna elettorale con le posizioni chiare. Chi corre fuori dalla lista di Forza Italia, è contro il partito".
E l'autosospensione? "Non esiste, si sono messi fuori dal partito e l'hanno deciso loro. Non è previsto che uno si metta in parcheggio, vada in campagna elettorale contro il suo partito e dopo venti giorni torna diciamo: avevo scherzato. Per piacere, siamo seri. Loro hanno presentato la loro lista, bene: è finito il periodo delle incertezze, adesso i rapporti sono chiari. Mi auguro soltanto una cosa...".
Che cosa? "Che il sindaco non usi la sua funzione istituzionale per fare campagna elettorale contro il suo partito e contro la Casa delle libertà che l'ha eletta, perché altrimenti dovranno chiedere scusa ai veronesi. Mi auguro che in questo mese almeno le attività esterne, le inaugurazioni, le cerimonie, siano poche per non mettere in imbarazzo i cittadini. Alle ultime elezioni regionali lo stesso presidente Galan nell'ultimo mese per pudore non fece attività istituzionale esterna, ma ordinaria amministrazione".
Su questo tasto insiste anche il segretario provinciale, Albino Pezzini: "Vorrei ricordare che Pierluigi Bolla si è dimesso dalla Fiera perché candidato; che Massimo Ferro si sospese dalla presidenza della Camera di commercio perché candidato al Parlamento; che il presidente dell'Agec Pallaro di An si è dimesso per candidarsi, che Paolo Zanotto è venuto via dai Magazzini generali perché in campagna elettorale".
Pezzini prosegue: "Ecco, se il sindaco Sironi si farà la campagna elettorale usando il ruolo di sindaco per andare contro la Casa delle libertà e il suo partito che l'ha portata a Palazzo Barbieri, e per far questo userà le strutture pubbliche, credo che tutto questo sia immorale. Per il resto, voglio ribadire che come Forza Italia noi in questa campagna elettorale vogliamo parlare agli elettori e non alla Sironi: le polemiche e il giustizialismo lo lasciamo agli altri; che adesso il giustizialismo, prerogativa della sinistra, sia un'arma usata anche da altri mi pare davvero fuori luogo".
E il segretario di Forza Italia conclude amaro: "Lei che vuole difendere la veronesità, non ha avuto neppure il buon gusto di presenziare, come Comune, all'incontro con i tedeschi di Mainz Bingen, rimediando una pessima figura con una città gemellata con Verona da cinquant'anni".
E ieri i tedeschi di Mainz, mentre in Comune il sindaco e alcuni assessori presentavano la Lista Sironi, erano in Provincia per il ricevimento ufficiale in occasione del cinquantesimo anniversario del gemellaggio tra le due città: "Non è venuto nessun rappresentante del Comune", si lamenta il presidente Aleardo Merlin, "e ritengo che questa assenza sia stata una scortesia gravissima nei confronti dei nostri ospiti tedeschi e una mancanza di rispetto verso uno dei più antichi gemellaggi d'Europa". (m. batt.)

"Brescia Oggi"
- IL PERSONAGGIO
Politico di lungo corso spesso contro corrente
Aventino Frau è nato a Piovene Rocchette, in provincia di Vicenza, il 3 marzo '39, ha vissuto a lungo sul Garda bresciano, diventando sindaco di Puegnago (prima) e di Gardone Riviera (poi), oltre che parlamentare della Dc, quindi si è trasferito nel Veronese (adesso ha lo studio di avvocato a Villafranca), parlamentare nelle file di Forza Italia dal '96. Il papà, Virgilio, era di origini sarde (di Villasimius, Cagliari). Comandante della Guardia di Finanza, nel periodo dell'occupazione tedesca rifornì di armi le organizzazioni clandestine partigiane. A quei tempi lavorava nei mandamenti di Lonato e Montichiari. Dopo l'8 settembre '43 subì minacce e persecuzioni da parte dei fascisti, e venne trasferito da Desenzano a Salò. Il 24 aprile, coi suoi dipendenti, bloccò le uscite del Ministero della Cultura Popolare della Rsi (situato nella villa in fondo al lungolago), di quello degli Esteri (l'attuale albergo Laurin) e dell'agenzia Stefani.
Il figlio, Aventino, ha cominciato con la "Città dei ragazzi", creata all'oratorio da un padre del Piamarta, Italico Bosetti. Nel '60, all'età di 21 anni, divenne sindaco di Puegnago. Nel '64 è primo cittadino di Gardone Riviera, dove è rimasto (non ininterrottamente) sino agli inizi dell'80, e consigliere nazionale Dc. Sposato con Diana Besana, la cui famiglia era proprietaria del Savoy. Nel '71 fu eletto segretario provinciale dello scudocrociato bresciano. La sua era la corrente dei "texani". Lo stesso anno sfornò il primo piano regolatore di Gardone Riviera, firmato dall'architetto Augusto Cagnardi. Deputato nel '72, si trovò poi impegolato nella vicenda del Banco di Milano. E, nel '76, si dimise da sindaco, non ripresentandosi nemmeno alle elezioni per il Parlamento. Finì anche nelle liste della P2 di Licio Gelli.
Frau ha rimesso in piedi la Comunità, dopo anni di decadenza, occupando il posto di presidente, e portato sul Garda l'Italconsult, la società che ha progettato la depurazione delle acque del lago, convogliando i liquami a Peschiera, in località...Paradiso. E' stato il numero 2 del Vittoriale, e ha creato l'Anit, l'Associazione nazionale dei comuni turistici, che puntavano alla riapertura dei Casinò.
Nell'80 ha abbandonato l'impegno politico con la Dc, criticandone le scelte. Ed ha ricominciato l'attività politica nel '94, col Movimento di Forza Italia, in provincia di Verona, dove nel frattempo aveva spostato l'attività professionale. Nel '95 è stato candidato del Polo alla Provincia (ma non ce l'ha fatta). Nel '96, presentatosi nel collegio di Legnago, è diventato onorevole, tornando a Roma a distanza di vent'anni dal precedente incarico parlamentare. E l'anno scorso, sostenuto da Aldo Brancher, l'eminenza grigia di Silvio Berlusconi, è stato "spostato" in città, ottenendo il posto di senatore. Con lui, nello studio di Villafranca, lavora il figlio Virgilio, presidente del Circolo Vela di Campione.
Sergio Zanca

29 aprile 2002 - A TORINO SI LITIGA PER TARGA SU SOGNO
"Il Corriere della sera"
Edgardo Sogno, Torino litiga su una targa
La vedova: resta al suo posto, il Comune si vergogni. Il sindaco: va cambiata o la toglieremo
"Coprire, scoprire... diventa una cosa ridicola. La lapide in memoria di mio marito Edgardo Sogno resterà scoperta. E il Comune invece di vergognarsi per quella lapide dovrebbe ringraziarci". "Se la signora Sogno si intestardisce su questa posizione sappia che le regole sono regole e alla fine saranno rispettate. Io non ho fretta, non manderò i vigili domani ma la lapide con quel testo non potrà restare". Da una parte Anna Sogno, vedova di Edgardo, partigiano medaglia d'oro della Resistenza, ma anche monarchico e anticomunista viscerale, accusato di golpismo. E' lei a pronunciare la prima frase, a difendere la lapide della discordia che divide Torino dal 25 aprile, giorno della scoperta ufficiale con tanto di messaggio del premier Berlusconi ("Ricordare e onorare oggi la figura di Edgardo Sogno deve essere l'occasione per sancire una definitiva riconciliazione nazionale, all'insegna dei valori condivisi della libertà, della democrazia e della patria"). Dall'altra Sergio Chiamparino, diessino, che di Torino è sindaco e alla signora Sogno ha proposto ieri sulla Stampa una mediazione: troviamo un "testo condiviso" da scrivere su quella targa commemorativa e potrà restare. La risposta, chiarissima, è un secco no. Ed ecco allora la seconda frase, la replica altrettanto dura del primo cittadino.
Ad accendere lo scontro sono tre parole, quell'espressione "alfiere della monarchia" con cui viene definito Sogno sulla lapide apposta in via Donati 29, la casa torinese dell'ex partigiano. No, Chiamparino come "sindaco di tutti i torinesi" non può accettarla: "In uno spazio pubblico non può esserci una frase che può essere interpretata come sostegno ad una monarchia che ha portato il Paese al disastro". La signora Anna non ci vede invece nulla di strano: "Sulla targa c'è scritto "alfiere della monarchia" perché Sogno era ufficiale del re. C'era il Regno d'Italia all'epoca: e allora?".
Allora il sindaco resta irremovibile, anzi tocca a lui attaccare la signora e il Comitato Sogno fautore dell'iniziativa e presieduto dall'ex ministro socialista Francesco Forte: "Quando ero in Parlamento votai a favore del rientro degli eredi Savoia in Italia, su questo tema nessuno può insegnarmi nulla. Non capisco perché si voglia ricorrere ad un'espressione ad effetto quando lo stesso Sogno si distinse dai Savoia: il re scappò ma lui continuò a combattere per liberare l'Italia. Quelle parole non lo rappresentano e mi stupisco che un ex socialista come Forte le sostenga".
Usa la parola libertà Chiamparino, proprio come la vedova Sogno per sfogarsi contro il sindaco: "Sogno per la libertà ha fatto molto di più di Chiamparino e di tutti quanti siedono in Consiglio comunale". Quelli della Quercia e quelli che, come il Prc torinese, vorrebbero "rispondere" con una lapide in onore di Carlo Giuliani, li accomuna sotto la definizione di "figli e nipoti dei comunisti di un tempo". Per "difendere la patria da loro" Sogno incappò nelle accuse di golpismo: "Ma se hanno assolto quelli di Gladio perché prendersela con lui?", insiste la vedova. Il sindaco Chiamparino non ci sta: "Forse è vero che Sogno ha fatto più di me per la libertà ma non è proprio una figura adamantina: ha contribuito al licenziamento di operai della Fiat e complottato per un colpo di Stato. La signora lo sa e lo riconosce...". Insomma, tutto finito? Non resta che far entrare in azione gli scalpellini? Non è detto. Il sindaco lancia una nuova proposta: "Arriviamo a un testo condiviso, ce la si può fare in due giorni: scriviamo su quella targa "alfiere della libertà" o "combattente per la libertà"". Cosa risponderà il Comitato?
Enrico Caiano

30 aprile 2002 - DAGOSPIA SU GELLI CHE RIENTRA NELLA MASSONERIA DI PIAZZA DEL GESU'
"Dagospia"
ODO GELLI FAR FESTA...
LICIO SI RIMETTE CAPPUCCIO E GREMBIULINO
BOCCIATO DAL GRANDE ORIENTE, ACCOLTO DAI MURATORINI DI SERIE B
Che fine ha fatto l'ottuagenario Licio Gelli? Dopo cinque mesi romani all'Hotel Ambasciatori, il Venerabile della P2 ha allungato il passo ed ha chiesto di rientrare nella massoneria. Italiana, perché le logge massoniche internazionali lo riconoscono eccome. Inoltrata la domandina, è stata deliberatamente respinta dal Grande Oriente d'Italia - che vanta i muratorini di serie A, pezzi grossi della politica, cattedratici, forze armate, boiardi di Stato e imprenditori gallonati.
Licione non si è fatto intimidire da tanta ingratitudine, ha tirato un bel sospiro e si è recato a passo di carica dalla loggia concorrente, quella di piazza del Gesù. Che ha subito accettato il pontefice diseredato della P2. Grande Oriente? Tiè!, ha ghignato Gelli, che mantiene ancora un potere carismatico. E chissenefrega se i Gesù-massoni sono liquidati con una punta di snobistico disprezzo come muratorini di sere B, gente di medio calibro, commercianti e funzionari dello Stato. In compenso, la massoneria di piazza del Gesù si sta rivelando una vera grande sorpresa: sempre più numerosa, capace di una politica aggressiva, si sta diffondendo a macchia d'olio sul territorio. A differenza del Grande Oriente, ad esempio, quelli di piazza del Gesù sono dei galantuomini femministi che ammettono le donne. E non dimenticano di rimettere il cappuccio e il grembiulino a Licio Gelli.
 
 


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