Almanacco dei misteri d' Italia


P2
le notizie del 2002: dicembre
 
7 dicembre 2002 - BERLUSCONI: PER GLI ITALIANI INACCETTABILE CONDANNA ANDREOTTI
ANSA:
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ritiene che la calorosa accoglienza riservata a Giulio Andreotti dal Congresso dell'Udc sia la dimostrazione che gli italiani solidarizzino con lui perche' ingiustamente condannato per la vicenda Pecorelli. "Quell'accoglienza - sostiene Berlusconi in un'intervista a Telecamere che andra' in onda domani - dimostra quello che e' il sentimento della grandissima parte degli italiani. E' inaccettabile la condanna di un protagonista della vita italiana che e' stato per sette volte nostro capo del Governo e per un numero infinito di volte ci ha rappresentato sulla scena internazionale".

9 dicembre 2002 - MOSTRO DI FIRENZE: LE STRANEZZE DELLA MORTE DI NARDUCCI
"Il Messaggero"
L'avvocato della famiglia
del medico perugino: "Solo fantasie,
dall'esame autoptico l'unica verità"
PERUGIA - La soluzione del mistero si trova tra pareti perugine e nel passaparola vecchio diciassette anni. Nessuno sa con certezza se davvero Francesco Narducci era il custode dei feticci della setta satanica che avrebbe ordinato i delitti del mostro di Firenze. Sicuramente, però, si è fatto di tutto per aiutare i suoi assassini. A cominciare dal riconoscere un cadavere per quello che non era. Perché ormai non è più un'ipotesi facilmente smontabile, è certezza: l'uomo trovato il 13 ottobre del 1985 non era il medico perugino. Era un uomo più basso, più calvo e più grasso, come spiega la medicina legale più autorevole d'Italia, quella dell'Istituto di Pavia. Ma chi l'ha fatto passare per Narducci, chi ha organizzato il falso ritrovamento, chi è stato (indiretto, si spera) complice della setta satanica che ha ucciso il medico? Perché Narducci, nella cui abitazione di Firenze vennero trovati, subito dopo la sua scomparsa, degli organi in formalina, non può che essere stato ucciso dalla setta alla quale sarebbe appartenuto.
Ma chi, appunto, ha coperto questo delitto? Dai verbali emerge che sarebbe una alta personalità dello Stato, qualcuno salito sul carro funebre che è riuscito a convincere sia il medico autoptico, che il il giudice istruttore di allora. Il primo a far passare per annegamento e per Narducci quello che non era, il secondo a non disporre l'autopsia. Ma forse l'alta personalità dello Stato non era solo. Per questo il pubblico ministro fiorentino, Paolo Canessa e la squadra mobile toscana (gli unici che al momento seguono le indagini) hanno ipotizzato l'associazione a delinquere per gli indagati accusati di avere dichiarato il falso e favorito (seppure involontariamente) gli assassini.
Gli investigatori hanno disposto anche alcune perquisizioni nelle case frequentate da Narducci. Prima fra tutte quella al Trasimeno appartenente alla famiglia, dove venne appoggiato in un primo momento proprio il falso cadavere. Ma in programma ce ne sono anche altre. Come sono in programma altri interrogatori per capire se le parole del supertestimone abbiano una fondamento. E lui, un ex capo della massoneria perugina che racconta come il suo amico Narducci fosse il "custode dei feticci della setta". Ed è sempre lui che fa filtrare l'ipotesi che ci siano anche altri adepti perugini delle setta.
Secondo indiscrezioni, intanto, il numero degli indagati sarebbe aumentato proprio negli ultimi giorni. Nel corso dell'inchiesta, infatti, gli inquirenti hanno sentito decine e decine di testimoni. Hanno poi verificato le loro affermazioni che in alcuni casi sarebbero risultate false o reticenti.
Intanto ci sono le reazioni. La versione di Narducci tra i mandanti dei delitti fiorentini viene respinta con decisione, come già in passato, dall'avvocato Antonio Brizioli, uno dei legali della famiglia Narducci. "Aspettiamo - sottolinea - i risultati della perizia medico legale alla quale è stato sottoposto il corpo di Narducci. L'esame rappresenta l'unica cosa seria che esiste in tutta questa vicenda". Riguardo al supertestimone, l'avvocato Brizioli sottolinea che questi riferisce particolari appresi da altri e quindi senza alcun valore probatorio. "Per noi - afferma ancora il legale - in questo fascicolo non c'è nulla. L'indagine doveva essere chiusa da tempo".
Ma intanto l'inchiesta prosegue. Nel mirino del capo della Mobile di Firenze, Michele Giuttari, il primo ad avere l'intuizione, due anni fa, sulla pista demoniaca, c'è anche un ex alto funzionario del Viminale, piduista, in passato all'Ufficio affari riservati e ancora attivo nei servizi segreti. Ma soprattutto c'è il supertestimone, la cui versione sarebbe stata confermata anche da altre persone. Il professionista, un noto massone di Perugia, ha sostenuto che, dopo la misteriosa scomparsa del medico umbro Francesco Narducci, aveva scoperto che il suo amico Narducci "era uno degli adepti della setta di Firenze che aveva commissionato i delitti del mostro, dove aveva il grado di "custode" dei feticci". E ancora: "Narducci è stato ucciso per vicende legate a quei delitti. Sapeva tutto, forse avevano paura che parlasse". Vero o falso?
I.Carm.

9 dicembre 2002 - IL RITORNO CHE TARDA DI VITTORIO EMANUELE
"Dagospia"
VENGO O NON VENGO ? NON VENGO!
LE CARTE SEGRETE DEL NON-RIENTRO DI VITTORIO EMANUELE
56 ANNI DI "INGIUSTO, UMILIANTE E DEGRADANTE" ESILIO DA RISARCIRE
Ieri, domenica dell'Immacolata, una immacolata lettera viene pubblicata dalla posta del Corriere della Sera. E' firmata dal signor Francesco Gallotta e recita così:
"Spesso, in questi ultimi anni, abbiamo ascoltato lamentose dichiarazioni dei Savoia affranti nel constatare che le lungaggini burocratico-legislative e l'opposizione residua di alcune forze politiche non gli permettevano di riabbracciare dopo oltre mezzo secolo l'amata patria. Da quando hanno il passaporto pare si siano acquietati, mentre c'era da aspettarsi che la sofferenza per la lunga attesa gli facesse attraversare il confine senza perdere un minuto".
Visto che il postino suona sempre due volte ma Paolo Mieli risponde a una lettera alla volta, ci prova Dagospia ad illuminare il mistero sabaudo. Essì: all'indomani del nostro report del 4/12/2002 - VICTOR CONTRO SE STESSO: SEQUESTRATE IL MIO LIBRO! PERCHE' I SAVOIA NON TORNANO? ; ebbene, nessun quotidiano, pur dotato di decine di cronisti affamati di aristocratici scoop, ha tentato di indagare sul mistero del non-rientro. Noi avevamo sottolineato che "certo, Vittorio Emanuele non sta bene ma si racconta che il vero motivo di tanto traccheggiar abbia origine da una serie di laboriose trattative con Palazzo Chigi. Sul tavolo, ci sarebbe in ballo lo status di immunità diplomatica, risarcimento degli antichi beni sottratti, benefit come scorta e sede politica".
Trattative che avevano come inestricabile nodo-Savoia il ricorso di Victor alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in quel di Strasburgo. E' stato ritirato o no, questo ricorso che elaborava, per i 56 anni di esilio subito, una lista di risarcimento danni morali e materiali da ottenere al momento del loro rientro in Italia? Quando i giornali pubblicarono la cosiddetta "lista delle pretese" allo Stato italiano (restituzione di ville, dimore e casali appartenuti a casa Savoia), intervenne Marina Doria a smentire seccamente la fuga di notizie accusando forze oscure di congiurare contro il loro ritorno. Il Principe si è acciaccato la spina dorsale durante un rally automobilistico e, per il momento, non è in grado fisicamente di ritornare sulle amate sponde. Tutto qui, appena in sesto l'erede al trono, ritorneremo...
Ma non è così. Secondo una lettera degli avvocati di Victor, a firma del professor Emmanuele Emanuele e del legale Alex Schmitt, inviata alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, si evince chiaramente che il rimpatrio è destinato alle calende greche (il loro desiderio di incontrare subito il Pontefice è dettato dal fatto che il Vaticano è una stato straniero). In questo documento, i legali di Victor lo scrivono limpidamente: il fatto che il Parlamento italiano abbia abrogato l'esilio dei Savoia, "pur costituendo un importante passo in favore del ricorrente (cioè, Victor), fa solamente cessare - dalla data del 10 novembre 2002 - alcune delle denunciate violazioni, ma non cancella certamente le lesioni subite da Vittorio Emanuele di Savoia in tutti gli anni passati e fino al momento in cui la norma è stata in vigore...".
Continua così il documento inviato a Strasburgo: "Tale abrogazione, quindi, non fa venire meno il diritto e l'interesse del ricorrente a vedere accertate le predette violazioni e ad ottenere la relativa condanna nei confronti dello Stato italiano". Se non è sufficientemente chiaro, il concetto viene confermato nelle ultime righe: "...Ribadendo inoltre la riserva, già formulata nel ricorso, di agire per il risarcimento dei danni morali e materiali subiti a seguito dell'ingiusto esilio, nonché per essere stato il loro cliente privato senza indennizzo delle proprietà della Sua famiglia". Ecco perché il trio Savoia non attraverserà il confine finché non riavranno il "maltolto".
(A cura di Giuseppe de Lucia)
Eppure, per risolvere l'imbarazzante faccenda reale (il ritorno in Italia e il ritiro del ricorso alla Corte Europea), il 18 novembre scorso, si è avuto un incontro a Ginevra tra la delegazione del governo italiano, composta dall'assistente diplomatico di Palazzo Chigi, l'ambasciatore Gianni Castellaneta, e dal professor Umberto Leanza, da una parte. Dall'altra, seduti su un divano, il principe Victor e il figlio Emanuele Filiberto. I punti convenuti: a) tutela di sicurezza per i primi tempi del loro rientro; b) incontro di Victor con il Presidente del Consiglio; c) la disponibilità per gli ex esiliati di alcuni beni già di proprietà dei Savoia da definire dopo il loro rientro. Da parte sua, il Principe si impegna a) a rinunciare definitivamente al ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo; b) di rientrare a Roma con mezzi propri in data concordata.
Con la lettera degli avvocati di Victor, tutto è saltato: di rinuncia al ricorso non se ne parla proprio. Precisano Emanuele e Schmitt: "Parimenti non è condivisibile l'opinione esposta dal Governo Italiano in merito alla nota lettera datata 08.07.2002. Anzitutto tale lettera contiene una mera dichiarazione di intenti ("desidero assicurare che è mia intenzione ritirare il ricorso") e non già una dichiarazione di rinuncia espressa ed incondizionata; tale dichiarazione, inoltre, è stata espressa del tutto informalmente nell'ambito di una corrispondenza che era - e doveva rimanere - strettamente privata, e come tale quindi, priva di qualsiasi effetto giudiziale..."
Insomma, per rivedere i Savoia in Italia, il Parlamento dovrebbe abrogare l'articolo 3, comma II°, in relazione alla XIII° disposizione transitoria della Costituzione Italiana, che ha espropriato le proprietà dei Savoia. Che sono una enormità. Perché di Palazzi Reali, a partire da Torino fino a Napoli, ve ne sono a iosa: Villa Ada, San Rossore, Stupinigi, Caserta, Castel Porziano ed una buona fetta delle campagne romane, al limite ci si potrebbe anche includere il Quirinale. E' possibile una transazione economica?
Non è una domanda retorica. Perché, sempre nella rubrica delle lettere del Corriere della Sera di ieri, domenica dell'Immacolata, per caso (caso?) accanto alla missiva del signor Francesco Gallotta con cui abbiamo aperto l'articolo, brilla come una mina la lettera del lettore Alberto Casirati, che fa capire che le mosse legali scopo indennizzo di Vittorio Emanuele di Savoia non sono per niente campate in aria.
(Avanti Savoia!!!)
Giustizia riparatrice
Caro Mieli, nei giorni scorsi è comparsa la notizia che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato la Repubblica greca a risarcire re Costantino II per alcuni espropri arbitrari di beni personali, liquidando il danno in 12 milioni di euro.
Il governo greco ha reagito sostenendo che il re aveva gravissime colpe per aver favorito, nel 1967, il colpo di Stato militare dei cosiddetti "colonnelli" e per essere poi fuggito all'estero. I fatti, però, dimostrano che non fu così. Nel 1967 la Grecia attraversava una grave crisi politica, provocata dalla minaccia di una imminente insurrezione comunista (siamo nel periodo di una forte pressione dell'Urss su scala mondiale). I militari greci, con un'azione di sorpresa, presero il potere, scavalcando tutte le istituzioni legittime (monarchia, governo e Parlamento).
Re Costantino fu l'unico che, dopo alcuni mesi, tentò di reagire e di abbattere il regime golpista ma, essendogli mancato l'appoggio delle forze politiche, non riuscì nel tentativo e andò in esilio a Roma, sconfessando i "colonnelli". Questi ultimi si vendicarono, proclamando la Repubblica dopo un referendum pilotato. Caduti nel 1974 anche i "colonnelli" , i nuovi governanti, contro ogni logica, confermarono la Repubblica e l'esilio del sovrano, infliggendogli una serie di umiliazioni e di soprusi.
La Corte di Strasburgo, quindi, non ha fatto altro che attuare un principio di giustizia riparatrice.
Alberto Casirati, Bergamo

10 dicembre 2002 - NEL 2003 SITO INTERNET PER "SORRISI E CANZONI"
"Il Barbiere della sera"
Donelli vuole una radio per Sorrisi & Canzoni
di Shampoo
Ma nel 2003 il settimanale della Mondadori si dà anche un sito internet
Massimo Donelli ce l'ha fatta. La sua direzione ha ridato nuova luce a Sorrisi & Canzoni.
Il settimanale Mondadori (1,5 milioni di copie diffuse) entra nel 2003 con nuovi contenuti, una grafica più leggera e, soprattutto, con una raccolta pubblicitaria in linea con il 2001.
Ma il prossimo anno segnerà anche il debutto del sito internet di Sorrisi & Canzoni e, forse, anche il ruolo di content provider per un'emittente radio. Un progetto, quest'ultimo, che trova però ancora resistenze in Mondadori.

11 dicembre 2002 - CASO CALVI: ALTRI TRE INDAGATI
"Il Nuovo"
Caso Calvi, tre nuovi indagati
La Procura di Roma ha iscritto tre persone nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Massimo riserbo sui nomi.
ROMA - Nuovo capitolo nell'inchiesta sulla morte di Roberto calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra nel giugno del 1982. Nell'ambito dell'indagine per omicidio, recentemente riaperta, la Procura di Roma ha iscritto tre nuovi nomi sul registro degli indagati.
I magistrati mantengono il massimo riserbo sull'identità dei tre inquisiti. L'inchiesta è stata segretata in seguito alla fuga di notizie, avvenuta in ottobre, sul contenuto della perizia disposta dal gip Otello Lupacchini.
I nomi potrebbero essere legati alle indagini delle ultime settimane, che hanno riguardato la ricostruzione degli ultimi giorni di vita del banchiere, alcuni rapporti d'affari che riguardavano il Banco Ambrosiano e legami - ritenuti pericolosi dagli inquirenti - con personaggi che gravitavano nel mondo degli affari all'epoca dei fatti e della P2 di Licio Gelli.
Non vi sarebbe alcun collegamento, invece, con il ritrovamento della cassetta di sicurezza intestata al banchiere e alla madre presso l'agenzia del Nuovo Banco Ambrosiano di Corso Magenta a Milano in cui è stato ritrovato un mattone avvolto in un numero del Corriere della Sera della primavera del 1981.
Non si esclude che nell'inchiesta possano essere nuovamente coinvolti Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Francesco Di Carlo, Flavio Carboni e Manuela Kleinszig, già indagati negli anni scorsi.
Non è stata fissata, intanto, l'udienza davanti al gip Maurizio Silvestri nel corso della quale i periti esporranno il risultato delle analisi eseguite sul corpo, sugli indumenti o e sugli oggetti ritrovati sul cadavere del banchiere.

ANSA:
Non e' stupito Carlo Calvi, figlio dell' ex presidente del Banco Ambrosiano, dell' iscrizione di nuovi nominativi nel registro degli indagati nell' ambito dell' inchiesta sulla morte del padre. "Non sono al corrente dei nomi iscritti - ha detto al Gr1 - ma da qualche tempo mi giungono voci che riguardano la possibile inclusione di nuovi nomi". "So - ha aggiunto Carlo Calvi - che i magistrati stanno tenendo degli interrogatori, ma so anche che hanno disposto una perizia contabile mirata su alcune delle operazioni del Banco, in particolare sul lavoro non compiuto in passato. Cosi' come si sono scoperti dettagli sotto l' aspetto medico (autopsia su Calvi ndr) cosi' se ne possono scoprire altri sotto l' aspetto contabile". Carlo Calvi non esclude che le novita' dell' inchiesta giudiziaria possano essere scaturite anche dalle sue indicazioni fornite nel corso di un recente interrogatorio durante il quale - ha aggiunto al Gr1 - ha parlato di "aspetti finanziari e di connessioni con il mondo degli affari di allora". "Non so - ha concluso Calvi - che direzione abbiano preso i magistrati dopo il mio interrogatorio. Le domande che mi sono state fatte erano rivolte a personaggi della P2 di allora che sono in primo piano anche oggi".

11 dicembre 2002 - ASTA MANIFESTI "PACE E LIBERTA'"
"Il Tempo"
EDGARDO SOGNO E I MANIFESTI DI "PACE E LIBERTÀ" di ROBERTO SACCARELLO
UOMO poliedrico ed anticonformista, Edgardo Sogno Rata del Vallino nasce a Torino nel 1915 da nobile famiglia. Compiuti gli studi classici e giuridici, intraprende la carriera diplomatica e partecipa come volontario in Spagna sul fronte nazionalista e franchista. Nel 1942, richiamato alle armi, viene destinato alle forze di occupazione e difesa costiera in Francia; nel 1943 è arrestato per alto tradimento, essendosi espresso a favore della vittoria alleata. Dopo l'8 settembre è alla guida dei "partigiani bianchi", formazione in cui si segnala per imprese eroiche , come la liberazione di Ferruccio Parri a Milano, per le quali viene insignito della medaglia d'oro al valor militare.
E proprio con Parri, Pajetta e Pizzoni costituisce la delegazione del Clnai che conclude con il comando alleato gli accordi di Roma per la collaborazione politico militare. Nel dopoguerra, si schiera a favore della Corona e nel 1953 fonda la sezione italiana del movimento internazionale anticomunista "Pace e Libertà". Prosegue la sua attività diplomatica con incarichi prestigiosi all'estero fino a quando, nel 1974, viene coinvolto nell'inchiesta sul presunto tentativo di "golpe bianco" da cui, quattro anni dopo, è prosciolto. A ottantun anni, nel 1996, si candida in Piemonte nelle file del Polo. Muore a Torino il 5 agosto del 2000 e le esequie vengono celebrate con l'ufficialità dei funerali di Stato.
Lo strumento principe di Sogno per incitare gli Italiani alla difesa dei valori occidentali fu la rivista "Pace e Libertà", nata nel 1953 insieme al movimento omonimo. Una rara collezione di settanta manifesti del settimanale murale con cui l'eroe partigiano lanciò ai funzionari e ai dirigenti del partito comunista aspre accuse di corruzione, tradimento e assassinio, sarà protagonista della edizione invernale dell'Asta Bolaffi Ambassador Manifesti, che si terrà il 14 dicembre a Torino, presso la Sala Bolaffi di via Cavour. Nell'ambito dell'Asta saranno complessivamente messi all'incanto un migliaio di manifesti cinematografici e pubblicitari d'epoca di grande valore storico e artistico che documentano l'evoluzione della società, delle mode e dei costumi nel Novecento. La mostra dedicata ai manifesti di "Pace e Libertà" si tiene presso la filiale Bolaffi di via Manzoni n. 7. L'ingresso è gratuito.

12 dicembre 2002 - COSSIGA, DIA PALERMO INDAGA SU ME, BERLUSCONI E MORI
ANSA:
"Apprendo che l' amico Beppe Pisanu sarebbe infuriato per il taglio dei fondi che il ministero dell' Economia avrebbe fatto al bilancio del Viminale. Ne ha ben ragione salvo che per un aspetto, il taglio dei fondi riguardanti la Dia". Lo ha detto l' ex capo dello Stato Francesco Cossiga secondo il quale Pisanu "dovrebbe essere contento dei tagli alla Dia perche' cio' gli puo' dare la scusa per sciogliere un servizio che e' ormai uscito dall' orbita del Viminale e si e' trasformato in un servizio non solo di polizia giudiziaria all' esclusiva dipendenza delle procure militanti e che nell' interesse di esse svolge anche illegittimi di polizia di sicurezza e con forme e modalita' proprie di un servizio segreto di polizia politica. Tra l' altro, a quanto mi viene detto da fonti credibili di altre forze di polizia ordinaria, la Dia di Palermo, pare sganciata dal prudente procuratore Grasso, abbia avviato di nuovo una raccolta di informazioni contro me, Berlusconi e perfino contro il generale Mori, direttore del Sisde ed alcuni suoi ex collaboratori del Ros, nell' ambito dell' indagine sui cosiddetti nuovi grandi sistemi criminali. Ma questa volta, quanto e' vero Dio, gliela faro' pagare".

Nessuno, alla Procura di Palermo e negli uffici della Dia del capoluogo siciliano, vuole commentare le parole dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga secondo cui la Dia palermitana avrebbe avviato indagini su di lui, sul premier e sul generale Mori, a capo del Sisde. In ambienti investigativi si e' appreso informalmente che nessuna indagine su Cossiga, Berlusconi ed il generale Mori risulta avviata.

"Ho molto apprezzato la prudenza ed i silenzi, perche' di silenzi e non di vera e propria smentita si tratta, della procura della Repubblica di Palermo e dei suoi agenti speciali" della Dia palermitana. E' Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica a rispondere al sostanziale no comment venuto da Palermo dopo l'annuncio di una nuova raccolta di informazioni riguardanti l'ex presidente della Repubblica, il premier Berlusconi e il gen. Mori, direttore del Sisde, nell'ambito di un'indagine sui cosiddetti "nuovi grandi sistemi criminali". Cossiga replica cosi': "la procura della Repubblica di Palermo ha gia' preso in passate troppe tramvate da me in proposito. Non si tratta di indagini formali ma di quelle raccolte di informazioni al di fuori delle garanzie previste dalla Costituzione e perfino da questo straccio di codice di procedura penale. Indagini delle quali - chiosa Cossiga - sono stato sempre informato anche dei dettagli, con raccolta di carte e documenti di attivita' che spero la procura della Repubblica di Palermo abbia, secondo un mio messaggio inviatole, distrutto prima del deposito onde evitare spiacevoli conseguenze anche giudiziarie. Ero infatti pronto a denunciare i magistrati della procura della Repubblica di Palermo alla procura della repubblica di Caltanissetta ma sono stato trattenuto da appelli rivoltimi in nome della carita' di Patria. Non faccio altro che ripetere giudizi e commenti gia' riportati in interrogazioni, interventi e discussioni da me tenute in Parlamento con la raccolta di informazione si vuole costruire un castello fantasioso sui grandi sistemi criminali nella quale mi si delinea nelle vesti di un fantomatico capo di una nuova e legittima Gladio impegnata in un'opera di mediazione tra Cavalieri di Malta, mafia, massoni di Malta e grande criminalita'".

17 dicembre 2002 - CASSAZIONE: LICIO GELLI E' ANCORA PERICOLOSO
ANSA:
Licio Gelli e' ancora socialmente pericoloso e il suo percorso rieducativo e' insufficiente: per questo la Cassazione ha respinto la richiesta dell' ex capo della Loggia P2 di ottenere l' affidamento in prova al servizio sociale mettendo cosi' fine agli arresti domiciliari. In sostanza Gelli rimarra' detenuto in casa, beneficio del quale gode per via delle sue precarie condizioni di salute e non puo' ottenere la "misura di maggiore ampiezza" della sua liberta' personale. In particolare la Suprema Corte ha confermato la decisione presa lo scorso 31 gennaio dal Tribunale di sorveglianza di Firenze. I giudici fiorentini avevano detto no all' affidamento ai servizi sociali ricordando che Gelli, in passato, "si e' volontariamente sottratto all' esecuzione della pena",ed "e' attualmente implicato in procedimenti penali riguardanti anche reati commessi di recente". Per questi motivi "non puo' essergli concesso l' affidamento in prova, persistendo la sua pericolosita' sociale, sintomatica di una insufficienza del percorso rieducativo, nonche' permanendo il pericolo di una ricaduta nel crimine".

"Ma come puo' essere considerato un pericolo sociale un uomo di 83 anni in precarie condizioni di salute?". E' la reazione dell' avvocato Raffaello Giorgetti, uno dei legali di Licio Gelli, alla notizia della decisione della Cassazione di respingere la richiesta dell' ex venerabile della Loggia P2, attualmente agli arresti domiciliari, di ottenere l' affidamento in prova ai servizi sociali. "Attenderemo naturalmente di leggere le motivazioni della Cassazione - ha aggiunto il legale - e poi si vedra'. Comunque e' una sentenza che si commenta da sola e comunque preferisco tenere per me le altre considerazioni che mi vengono in mente su questa assurda decisione".

18 dicembre 2002 - MAFIA: CICCHITTO, TORNANO ACCUSE 'PENTITI' SENZA RISCONTRI
ANSA:
"Ricomincia il fenomeno dei pentiti che parlano 'de relato' senza possibilita' di riscontri". Lo afferma il vice presidente dei deputati di Forza Italia commentando le dichiarazioni del "pentito" Giuffre' contro il deputato del suo partito Gaspare Giudice. "In questo modo - osserva Cicchitto - rientra nel mirino l'on. Giudice consegnato al fuoco dei media. La questione era gia' stata affrontata dalla Camera nella passata legislatura nella quale c'era una maggioranza di centrosinistra. Adesso l'utilizzazione mediatica delle generiche dichiarazioni di un pentito del tutto al corrente della valenza politica di una citazione ripropongono i termini di una situazione inquietante nella quale ci auguriamo che non venga riproposto l'uso politico della giustizia".

21 novembre 2002 - UCCISIONE PECORELLI: 7 MOVENTI PER UN DELITTO
"Panorama"
7 moventi per un delitto
di Maurizio Tortorella
Quale potrebbe essere il motivo più credibile dell'omicidio del giornalista? E' uno dei tanti misteri del processo: bisognerà aspettare le motivazioni dell'inattesa condanna ad Andreotti. Nel giudizio precedente, concluso con l'assoluzione del senatore, la corte d'assise aveva analizzato sette possibili ragioni, ma nessuna era bastata a condannarlo. Eccole
Nel processo d'appello di Perugia, il 17 novembre, Giulio Andreotti è stato condannato a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista Carmine (Mino) Pecorelli, avvenuto nel marzo 1979. Ma quale potrebbe essere il movente più credibile del delitto? Anche questo è uno dei tanti misteri del processo: bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza per sapere quale sia la spiegazione che ne danno i giudici. E le motivazioni saranno rese pubbliche entro 90 giorni.
Nel processo di primo grado, che si era concluso nel settembre 1999 con l'assoluzione di Andreotti e di tutti gli altri imputati, la corte d'assise aveva analizzato sette possibili moventi. Tre non erano riconducibili ad Andreotti:
1) La vita privata di Pecorelli.
Ad accendere un faro sulla "pista" dei motivi personali come base dell'omicidio era stato un appunto-scheda attribuita ai servizi segreti, rinvenuto subito dopo la sparatoria che era costata la vita al direttore di Op. Ma i giudici avevano sentenziato che nulla nella vita privata di Pecorelli poteva giustificare l'assassinio: né i due matrimoni, né i successivi rapporti sentimentali, né la sua attività professionale, e avevano concluso che anche l'ipotesi che il giornalista fosse un ricattatore era destituita di ogni fondamento.
2) La Guardia di Finanza.
Pecorelli aveva più volte attaccato episodi di corruzione all'interno delle Fiamme gialle: il caso più grave era stato quello dello "scandalo dei petroli", che aveva coinvolto il generale Raffaele Giudice. Un uomo della 'ndrangheta, Giacomo Ubaldo Lauro, aveva dichiarato che l'omicidio Pecorelli gli era stato richiesto nel febbraio 1979 proprio da ambienti della Finanza, ("La vendetta di alcuni alti ufficiali rovinati dalle notizie apparse su Op") in combutta con Licio Gelli e con la P2. Ma la corte non gli ha creduto, tra l'altro perché su alcuni punti secondari Lauro aveva mentito.
3) La P2 e Licio Gelli.
Dietro il maestro della massoneria si agitava un altro possibile movente: più volte Pecorelli, che era stato iscritto alla loggia P2, aveva attaccato la massoneria e la P2 in particolare. Ma nessuna prova del coinvolgimento di Gelli era stata provata, fin da un primo processo aperto già nel 1979, subito dopo la morte di Pecorelli. Tanto che Gelli, indagato, era stato prosciolto.
Altri 3 possibili moventi erano invece riconducibili ad Andreotti, ma non erano mai stati considerati plausibili nemmeno per aprire un procedimento a suo carico negli anni dal 1979 al 1993:
4) Il golpe Borghese.
Sul suo settimanale, dal 1974 al 1979, Pecorelli aveva più volte difeso l'amico Vito Miceli, generale coinvolto nello scandalo del tentato golpe. Secondo Pecorelli, lo scandalo era nato da un piano ordito da Andreotti ai danni di Miceli e dei servizi segreti (il Sid), il cui smantellamento era funzionale alla carriera politica di Andreotti.
5) Lo scandalo Italcasse.
Il caso era scoppiato all'inizio degli anni Ottanta, quando si era appurata l'indebita sottrazione di fondi all'istituto centrale delle casse di risparmio italiane per decine di miliardi di lire: i soldi erano stati messi a disposizione di gruppi economici di potere e ai loro referenti politici. Tra i gruppi indebitati con l'Italcasse c'era anche la Sir del petroliere Nino Rovelli, e Pecorelli prima di morire stava per pubblicare una storia di copertina intitolata "Gli assegni del presidente", nella quale si raccontava che Rovelli nel 1976 aveva finanziato Andreotti.
6) Michele Sindona.
Lo scandalo della Banca privata italiana e la bancarotta attribuita al finanziere siciliano erano stati due dei cavalli di battaglia di Op.
A Sindona, fra l'altro, è stato attribuito il tentato omicidio di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Amboriano di Roberto Calvi, affidato nell'aprile 1982 al boss della banda della Magliana Danilo Abbruciati che in quell'agguato era morto e che poi sarebbe stato coinvolto anche nel processo Pecorelli.
Malgrado la violenza di cui si era dimostrato capace Sindona (mandante anche dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli), la corte non ha ritenuto che il movente fosse plausibile.
Resta l'ultimo movente, collegato ai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, nella primavera del 1978: la pista, però, è stata considerata plausibile solo dopo che ne ha parlato il pentito di mafia Tommaso Buscetta, nell'aprile 1993. E il movente è stato al centro del processo di primo grado, mentre in Appello è stato quasi del tutto trascurato.
7) Il mistero dei due memoriali.
Si individuava questo movente nelle 420 pagine manoscritte da Aldo Moro durante il rapimento delle Br: il memoriale era stato rinvenuto solo nell'ottobre 1990, durante lavori nel covo di via Monte Nevoso a Milano, e si era detto fosse un documento estremamente compromettente per Andreotti.
Lo stesso Andreotti, del resto, nell'ottobre 1978, da presidente del Consiglio, aveva invece reso immediatamente pubbliche le 49 cartelle dattiloscritte in cui i brigatisti avevano riassunto il documento originale di Moro.
L'ipotesi era che Pecorelli già nel 1979 avesse avuto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che gli era amico, una copia del testo scritto dallo statista rapito e che sia stato ucciso proprio per impedirne la pubblicazione.
Ma anche questa ipotesi non aveva retto: i giudici di primo grado avevano comparato i due testi, verificando che in quello originale non si trovava nulla di più compromettente rispetto al sunto eseguito dalle Br.
 
 
 
 
 


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