Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002: febbraio |
3 febbraio 2002 - VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA PROMETTE FEDELTA' ALLA COSTITUZIONE
Vittorio Emanuele di Savoia, in una dichiarazione resa nota dallo studio legale Morbilli, per prendere posizione sulla discussione in Parlamento sull' abolizione delle norme che vietano il rientro dei Savoia in Italia, anche a nome del figlio Emanuele Filiberto, dichiara:"Mio figlio ed io con la presente diamo formale assicurazione circa la nostra fedelta' alla Costituzione repubblicana ed al nostro presidente della Repubblica". "Ho preso atto - continua la dichiarazione - con profonda soddisfazione e speranza, della discussione tenutasi al Senato della Repubblica giovedi' 31 gennaio in relazione alla modifica della tredicesima disposizione transitoria della nostra Costituzione. Martedi' 5 febbraio seguiro' con il fiato sospeso l'esito della prima delle quattro necessarie votazioni, alle quali mi auguro diano la propria risposta favorevole non solo gli esponenti dell'attuale maggioranza di governo a cui la mia famiglia ed io saremo sempre e comunque grati, ma tutti i parlamentari che rappresentano il popolo italiano, del quale ci sentiamo parte. Se alcuni di essi avessero ancora qualche dubbio circa la nostra posizione, tanto da richiedere un'attestazione in tal senso, mio figlio ed io con la presente diamo formale assicurazione circa la nostra fedelta' alla Costituzione Repubblicana e al nostro presidente della Repubblica". Vittorio Emanuele conclude esprimendo "la speranza di essere presto in grado, grazie alla comprensione dei parlamentari tutti, di tornare da cittadini italiani nella nostra amata patria". La lettera e' firmata da Vittorio Emanuele di Savoia e dal figlio.5 febbraio 2002 - BANCO AMBROSIANO: ALTRO PROCESSO A PAZIENZA
Francesco Pazienza compare davanti alla prima sezione del tribunale penale per rispondere di bancarotta in relazione ad uno stralcio della vicenda del vecchio Banco Ambrosiano. L’ episodio, relativo alla operazione Fidieco e per il quale non era stata concessa l'estradizione, risale al 1981 (al limite, quindi, della prescrizione). Dovevano essere sentiti come testi Orazio Bagnasco e Roberto Mazzotta: il primo e' deceduto, il secondo non si e' presentato. Ha parlato quindi Francesco Pazienza, salito all'emiciclo con un vistoso pacco di carte. Pazienza, tuttora detenuto per una pena ricevuta per il coinvolgimento nella strage di Bologna, ha spiegato la correttezza del suo operato. "Calvi - ha ricordato Pazienza - mi chiese di trovare una persona che facesse da tramite con Andreotti. Entro' in scena allora Ciarrapico interessato a rilevare l' ente Fiuggi". Per la vicenda del Banco Ambrosiano, Pazienza era gia' stato condannato a otto anni di reclusione.5 febbraio 2002 - DAL SENATO PRIMO SI' ALLA LEGGE COSTITUZIONALE PER IL RIENTRO DEI SAVOIA
Con 235 si', 19 no e 15 astenuti, ben oltre la soglia dei 2/3 necessaria per rendere impossibile il referendum, il Senato ha detto si' al rientro dei Savoia in Italia e la legge costituzionale supera la prima tappa parlamentare (sono necessarie due diverse deliberazioni di ciascun ramo del Parlamento a distanza di tre mesi l'una dall'altra). La dichiarazione di fedelta' alla Repubblica di Vittorio Emanuele (tessera 516 della P2) ha sbloccato la situazione: quasi tutto il gruppo Ds (solo 6 i dissenzienti) e tutto quello della Margherita hanno votato a favore del rientro. Contro si sono espressi Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, la maggioranza dei Verdi (3 di loro, tra cui il capogruppo Stefano Boco hanno votato si'), i 6 dissenzienti Ds, il repubblicano Antonio Del Pennino, la socialista Maria Rosaria Manieri e la Lega Nord che a sorpresa ha scelto la strada dell'astensione (che in Senato equivale a un voto contrario). Il voto del Senato e' stato preceduto dalla dichiarazione favorevole del premier Silvio Berlusconi (tessera 625 della P2), che ha detto di ritenere "assolutamente giusto" il rientro dei Savoia aggiungendo che secondo alcuni sondaggi l'80% degli italiani e' favorevole ad accogliere i discendenti di Casa Savoia nei confini nazionali. Il centrodestra, che in questa legislatura ha presentato il disegno di legge, esulta per quello che ritiene un suo successo. "Abbiamo abrogato una legge iniqua e anacronistica" ha detto il capogruppo di Forza Italia Schifani. "Oggi - ha detto invece il capogruppo di An Domenico Nania - si riconcilia il Paese". E il presidente del Senato Marcello Pera replica a tutti quelli che hanno parlato di un pericolo di revisionismo: "Oggi non abbiamo messo ai voti la storia d'Italia, abbiamo soltanto eliminato una norma della Costituzione". Una norma che, secondo il ministro Giovanardi suona oggi come "una vendetta barbara" che e' giusto eliminare anche per evitare condanne dell'Italia in sede europea. E nel centrodestra c'e' chi ora pensa, come il ministro La Loggia, di far seguire al rientro degli eredi maschi di Casa Savoia il rientro delle salme degli ex re, da seppellire al Pantheon. Nel centrosinistra la scelta del si' e' stata piu' sofferta. Il capogruppo diessino Gavino Angius ha difeso la decisione di votare a favore della legge parlando di una "scelta di una democrazia matura". Ma 6 senatori, tra i quali Cesare Salvi, hanno deciso di votare no puntando l'indice contro uno strisciante pericolo di revisionismo storico che cancellerebbe le responsabilita' di Casa Savoia negli anni dei fascismo. Giuliano Amato ha parlato di decisione "storicamente matura", Nicola Mancino ha sostenuto che la Repubblica "non deve temere niente" (ma ha criticato i Ds per la richiesta della dichiarazione di fedelta' ai Savoia perche', ha detto, "la Repubblica non puo' contrattare"). I Verdi si sono spaccati: la maggioranza ha votato no mettendo in minoranza il capogruppo Boco che ha invece scelto il si'. Ma la scelta piu' inaspettata e' stata quella della Lega Nord che all'ultimo momento ha scelto l'astensione affidando al vicepresidente del Senato Calderoli un duro discorso anti-Savoia, accusati "di aver tradito continuamente" la liberta'. "E se qualcuno volesse rialzare il vessillo di Casa Savoia - ha detto - sappia che in Padania si riunirebbe subito un consiglio di guerra per dare una risposta immediata".7 febbraio 2002 - 'L'ESPRESSO', CRAXI TENTO' DI RIMUOVERE BERLINGUER
Il settimanale "l'Espresso" aggiunge nuove rivelazioni sul duello che oppose Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. In particolare, da alcune lettere ancora inedite di Tonino Tato' che il settimanale ha potuto consultare negli archivi dell'Istituto Gramsci, risulta che esisteva un disegno di Craxi per rimuovere Berlinguer dal ruolo di segretario del Pci. A dare l'allarme nel settembre del 1981 sarebbe stato Bruno Visentini. Da un'altra lettera risulta che Berlinguer e Tonino Tato' ne erano comunque gia' al corrente. L'episodio getta una luce nuova sulla richiesta di accordo che solo pochi mesi prima Craxi aveva offerto a Berlinguer, con la mediazione di Carlo Caracciolo e di Eugenio Scalfari. E spiega meglio la durezza dello scontro tra i due leader della sinistra. Inoltre, da un lungo appunto di Tato' del 14 maggio 1984, allegato ai verbali della direzione comunista e su cui Berlinguer aveva scritto di suo pugno la parola 'riservato', si viene a sapere, attraverso le parole dell'allora segretario generale del Quirinale, Antonio Maccanico, che Craxi come presidente del Consiglio aveva i giorni contati e che erano in corso prove di nuovi scenari politici. Pertini infatti era infuriato e indignato sia perche' Bettino si era schierato con il ministro piduista, Pietro Longo, sia perche', evocando una lettera di Moro prigioniero delle Br, aveva messo in atto un ricatto in piena regola, un avvertimento politico di tipo mafioso alla Dc. Lavorava contro Craxi anche Ciriaco De Mita che puntava a un suo graduale sgonfiamento, lasciandogli commettere tutti gli errori che stava commettendo. In piu' Craxi aveva suscitato le ire di Ronald Reagan per aver lanciato da Lisbona una iniziativa estemporanea sugli euro missili. Insomma, se Berlinguer non fosse stato colto poco dopo da malore sul palco di Padova, quasi certamente la politica italiana avrebbe avuto un altro corso.11 febbraio 2002 - FABRIZIO CICCHITTO SU ACCUSE A MARTELLI
In un' interrogazione al presidente del Consiglio, l' on. Fabrizio Cicchitto, di Forza Italia (il suo nome era nelle liste dei presunti iscritti alla P2), ipotizza che l'accusa a Claudio Martelli di essere stato un informatore del Sid nasca dal tentativo di coprire i possibili sviluppi del caso Mitrokhin. Cicchitto ricorda che l'accusa a Martelli viene da un libro di Gianni Cipriani, gia' consulente della commissione stragi, basato su documenti messigli a disposizione "con clausola della vietata divulgazione". Cicchitto ricorda poi che il parlamento sta istituendo una commissione sul caso Mitrokhin, e che nella scorsa legislatura "l'on. Frattini ha presentato una relazione sull'operato dei direttori del Sismi dell'epoca in relazione al ricevimento e gestione del cosiddetto rapporto Impedian-Mitrokhin da parte dei servizi segreti inglesi". Cicchitto chiede dunque se "abbia qualche fondamento" quanto scritto da Cipriani su Martelli, e nel caso in cui "mancassero prove certe", se non sia in atto "un tentativo di intossicazione e manipolazione dell'opinione pubblica" da parte di persone "a suo tempo militanti nel Pci", per "ridurre preventivamente" gli effetti "della costituenda commissione" sul dossier Mitrokhin. Infine Cicchitto chiede se il governo "intende invitare il Sismi a verificare se esista, nei suoi archivi, una versione del rapporto Impedian-Mitrokhin diversa da quella a suo tempo resa pubblica".12 febbraio 2002 - MORTO GAETANO STAMMATI
"La Repubblica"
Guidò la Comit, aveva 93 anni Morto Stammati ex ministro e "grand commis"
ROMA - L´ex ministro democristiano Gaetano Stammati, che fu titolare di diversi dicasteri, tra cui le Finanze e il Tesoro, negli anni Settanta, è morto ieri a Roma. Aveva 93 anni. Prima di intraprendere la carriera politica, quando ormai era prossimo ai settant´anni, fu Ragioniere generale dello Stato e presidente della Banca Commerciale Italiana.
Nato a Napoli il 4 ottobre 1908, dopo la laurea in legge entrò nell´amministrazione finanziaria per pubblico concorso; poi, sempre per concorso, fece il suo ingresso nella magistratura della Corte dei Conti. Consigliere d´amministrazione dell´Iri, nel 1962 fu designato direttore generale del ministero del Tesoro. Nel 1967 fu nominato Ragioniere generale dello Stato, carica ricoperta fino al 1972, anno in cui assunse la presidenza della Banca Commerciale Italiana, dopo l´abbandono di Raffaele Mattioli. Ha anche insegnato politica economica alla Facoltà di Scienze statistiche dell´Università di Roma.
Nel 1976 venne nominato, come tecnico, ministro delle Finanze nel quinto governo Moro. Nello stesso anno venne eletto per la prima volta senatore nelle liste della Dc. Stammati fu poi ministro del Tesoro nel terzo gabinetto Andreotti, assunse il dicastero dei Lavori pubblici nel quarto governo Andreotti e il Commercio con l´estero nel quinto governo Andreotti, carica che mantenne anche nell´agosto 1979 quando fu varato il primo governo Cossiga, rimasto in sella fino al marzo 1980. Il 20 maggio 1981 il nome di Stammati comparve nella lista dei presunti 962 iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.13 febbraio 2002 - SCONTRO A TORINO SU "VIA EDGARDO SOGNO"
"La Stampa"
Scontro toponomastico
L'impossibile via Edgardo Sogno
di Aldo Cazzullo
Edgardo Sogno non era uomo che passasse inosservato. Fu molto amato e molto temuto, fu difeso e avversato. Lo è ancora adesso, che non c'è più. A Torino si battezza un nuovo quartiere, l'ex Ilva: ferriere che diventano case. Ieri la Commissione toponomastica ha deciso in poche battute i nomi di sei vie, da intitolare a Nervi e ad altri architetti e artisti di valore ma meno familiari ai contemporanei: Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi, Amedeo da Settimiano detto Meo il Caprino. La Commissione si è invece dilaniata sul nome di Sogno, e ha deciso di non decidere: per ora non se ne fa nulla; più avanti si vedrà.
In un'intervista alla Stampa, il sindaco Chiamparino spiega perché: meglio i personaggi che uniscono, dice, di quelli che dividono. Non è noto se Meo il Caprino unisca; certo Sogno divide. Perché, a dispetto di alcune tarde rappresentazioni, non era un uomo fragile. Non ne aveva né l'indole, né la biografia. Forse è stata proprio la volontà di sottrarsi alla parte che gli avevano assegnato - il ruolo della vittima, del perseguitato - a indurlo a raccontare, prima di andarsene, il suo progetto di "golpe bianco". Questo ha voluto dire Sogno: che i comunisti erano l'altra faccia del totalitarismo del '900; e quindi andavano combattuti con la stessa temerarietà e la stessa durezza con cui lui e il meglio della gioventù piemontese avevano combattuto i nazifascisti.
E forse proprio da qui occorre ripartire, alla ricerca di quel che può collegare la storia di Sogno a quella dei suoi alleati diventati suoi nemici. Il comandante Franchi ha sempre riconosciuto il coraggio dei partigiani rossi, al punto da rifornirli di armi e viveri. E anche negli anni della divisione ha sempre mantenuto un insospettabile legame con ambienti e personaggi del mondo cui era stato unito dalla lotta antifascista. Norberto Bobbio, ad esempio, ricevette un dattiloscritto di un saggio politico di Sogno, insieme con una lettera con cui il conte - sempre molto critico con gli azionisti - gli chiedeva un parere. Una delle chiavi per trovare una sintesi, l'ago per suturare la ferita potrebbe essere proprio il quartiere da battezzare.
Un pezzo di città che porti il nome degli uomini e delle donne della Resistenza, dei giellisti evocati sabato scorso in piazza Carignano, degli operai comunisti, ma anche degli antifascisti liberali che agli errori o agli orrori dei comunisti tentarono, con metodi giusti o sbagliati, di opporsi. E' un tentativo difficile, riconciliare in morte uomini che si sono contrastati in vita. Ma, nella città che già ora ospita, accanto a corso Stati Uniti, corso Unione Sovietica, potrebbe non essere impossibile.Sogno torna a dividere Lite tra Polo e Ulivo
COMMISSIONE toponomastica o tribunale della Storia?". A porsi la domanda, all´inizio di un lungo comunicato, è il capogruppo di An in Comune Ferdinando Ventriglia. Lo fa al termine di un duro scontro fra maggioranza e opposizione durante la commissione Toponomastica, quella che anche ieri mattina si è occupata di dedicare targhe o vie ai personaggi che hanno fatto la storia di Torino (sono state intitolate sei nuove strade ad altrettanti artisti: nomi che vanno da Nervi a Meo il Caprino e pure di trasformare l´attuale Cortile del Burro nella sala Domenico Carpanini). Ma a scaldare all´inverosimile la riunione è stata la proposta da parte del Polo di dedicarne una a Edgardo Sogno. "Un personaggio che ha dato lustro alla città - spiegano An, Lega Nord e Forza Italia nelle loro richieste - monarchico di razza, medaglia d´oro alla Resistenza". Ma pure un personaggio, come fa subito notare il capogruppo dei ds Beppe Borgogno "che in un ritratto post mortem, ammette tutte le sue colpe". Ed è subito bagarre. Il presidente della commissione Mauro Marino (che è della Margherita ed è pure presidente della Sala Rossa) cerca di smussare i toni, ma intanto, la lista di quelli che chiedono di parlare si allunga. Prende la parola la capogruppo di Rifondazione Marilde Provera: "La persona di Edgardo Sogno più che per i suoi giovanili meriti militari divenne purtroppo nota per le vicende legate al golpe fortunatamente fallito. L´avere anche solo pensato a questo gravissimo atto in una ancor fragile democrazia non può trasformarsi in un fatto di merito da immortalare nella pietra e nella storia della città". Il Polo, a quella che dice essere una "semplificazione" non ci sta. Ventriglia scalpita sulla sedia: "Non possiamo assistere al solito processo dei comunisti contro i loro presunti nemici, soprattutto se si sta parlando di un eroe partigiano". Prende la parola l´azzurro Paolo Chiavarino: "Sogno è stato un grande antifascista. Almeno il 50 per cento dei torinesi sarebbe contento nel vedere che la Città gli conferisce un riconoscimento. In questo momento la maggioranza ci nega un diritto democratico". E Ventriglia (An): "La memoria di una città non può essere a senso unico, ma rappresentare un sentire pluralistico. La sinistra, fedele alla sua visione illiberale e settaria della storia ha incassato la disponibilità nostra e di Forza Italia su nomi come Donat-Cattin e Altiero Spinelli, ma ha posto il veto sui nostri nomi. Tutto ciò è inaccettabile e d´ora in poi sarà guerra". E mentre anche Gianguido Passoni (Comunisti italiani) manifestava il suo dissenso circa l´intitolazione di una via a Edgardo Sogno, il capogruppo dei Ds Borgogno chiariva meglio il suo pensiero: "La vita di Edgardo Sogno è nettamente divisa in due. La prima parte meriterebbe di essere ricordata con una targa, ma sulla seconda non si può fare finta di nulla: lavorò a un progetto che metteva in serio pericolo la democrazia del nostro paese...". Nel pomeriggio, sulla questione è intervenuto anche il giurista Galante Garrone: "Sogno è un caso complicato. Certi aspetti e momenti del suo personale passato, specialmente di resistente, sono del tutto positivi. Ma altri momenti, come il coinvolgimento in progetti oscuri - in nome di quali idee? al servizio di chi? - sono per me inaccettabili. Ora mi sento riluttante a intervenire: ho già suscitato motivi di dissenso quando è morto".14 febbraio 2002 - APPUNTI INEDITI DI TATO': CRAXI VOLEVA 'SOSTITUIRE' BERLINGUER
Espresso on line
DOCUMENTI INEDITI / GLI APPUNTI DI TONINO TATÒ
E Craxi ebbe un'idea: via Berlinguer
Trame. Ricatti. Conflitti. Liti. E nomi illustri: Pertini, Moro, De Mita, Reagan... Dalle carte segrete del Pci emergono scottanti retroscena
di Chiara Valentini
Si sta rivelando una miniera lo stock di lettere che Tonino Tatò aveva mandato a Enrico Berlinguer nei 15 anni (dal '69 all'84) in cui era stato a suo fianco alle Botteghe Oscure. In quei fogli scritti a mano che l'Istituto Gramsci in futuro pubblicherà in volume, l'estroverso Tatò toccava molte vicende riservate e scottanti. Lo si era già visto nella lettera analizzata da due storici, Roberto Gualtieri e Piero Craveri, da cui risultava che nel marzo dell'81 Bettino Craxi aveva offerto un sorprendente accordo politico a Berlinguer, chiedendo la mediazione di Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. L'episodio assume però un senso diverso alla luce di altre lettere. Risulta che nel settembre dello stesso anno l'autorevole Bruno Visentini aveva dato l'allarme per un "disegno" di Craxi di "sostituire" Berlinguer alla guida del Pci. Disegno che peraltro il segretario comunista conosceva bene, visto che Tatò ne parlava già in una lettera del 21 marzo, proprio commentando l'offerta di collaborazione di Craxi.
Era un passaggio del tutto inedito in quel lungo duello fra i due capi della sinistra italiana che avrebbe raggiunto la sua massima intensità nell'84, nei mesi finali della vita di Berlinguer. Proprio su quell'ultimo periodo abbiamo trovato nuove rivelazioni in un appunto di otto pagine scritto da Tatò il 14 maggio '84. Berlinguer l'aveva giudicato così importante da farlo allegare, al contrario degli altri, ai verbali della direzione comunista, dopo aver scritto di suo pugno, sulla prima pagina, la definizione "riservato". Non era stato un eccesso di prudenza. Infatti, a comunicare vari retroscena a Berlinguer tramite Tatò era l'allora segretario generale del Quirinale Antonio Maccanico, il braccio destro di Sandro Pertini, sempre più preoccupato da quel che stava combinando il presidente del Consiglio nonché suo compagno di partito Bettino Craxi.
Erano i giorni trionfali del Congresso del Psi di Verona, che copriva di fischi Berlinguer e riconfermava Craxi segretario per acclamazione. Ma erano anche i giorni in cui un ministro, il segretario del Psdi Pietro Longo, aveva dovuto dimettersi perché indicato come piduista nella relazione finale della commissione Anselmi. Craxi, molto freddo anche in precedenza sul tema della P2, aveva respinto le dimissioni di Longo e attaccato l'Anselmi. Come raccontava Maccanico, un Pertini infuriato aveva fatto "un cazziatone" a Craxi, perché "aveva commesso un abuso istituzionale e dato prova della più grande ignoranza", visto che "il Presidente del Consiglio non può accettare o respingere le dimissioni dei ministri". Giudicando "un'enormità" che Craxi si fosse schierato "dalla parte di un ministro messo sotto accusa da un organismo parlamentare", lo aveva costretto a un'imbarazzata rettifica. Ancor maggiore l'indignazione del Quirinale per una lettera scritta da Moro prigioniero delle Br a Craxi per invocare la trattativa e che il presidente del Consiglio aveva evocata proprio in quei giorni. Secondo Maccanico si trattava "di un ricatto in piena regola", di un "avvertimento politico di tipo mafioso alla Dc". In particolare significava che "se la Dc intende provocare troppo sulla P2, Craxi è pronto a tirar fuori chissà che cosa circa la responsabilità, anzi le colpe della Dc per il fallimento delle trattative" che potevano salvare Moro. Secondo il pensiero di Pertini che però "non si deve far sapere", Bettino era ormai "sull'orlo della crisi". Il governo sarebbe dovuto cadere prima delle elezioni europee di giugno oppure subito dopo, mandando a monte i piani di potere di Craxi per gli anni futuri. Lo aspettava al varco, fra l'altro, l'alleato-concorrente Ciriaco De Mita, che puntava "all'afflosciamento di Craxi, a un suo graduale sgonfiamento, lasciandogli commettere gli errori che sta commettendo, fino al proprio esaurimento ed autoaffossamento".
Pure sul piano dei rapporti con l'America, secondo Maccanico, la fortuna di Craxi era al tramonto. Il fatto che poco prima, a Lisbona, avesse annunciato a sorpresa un'iniziativa dell'Italia in favore della ripresa del negoziato sugli euromissili gli aveva fatto perdere "un'enorme fetta di credibilità e affidabilità presso Reagan, che si è sentito scavalcato da un Craxi qualunque e su una linea che lo disturba e lo irrita oltre a creargli problemi in Europa e nella Nato". "Se Craxi cadesse oggi, non credo che Reagan prenderebbe il lutto. Non gli farebbe né caldo né freddo", concludeva Maccanico.
Insomma, Enrico Berlinguer aveva molti autorevoli alleati, convinti sia pure per ragioni diverse che Craxi andava mandato a casa. Ma proprio il malore che l'aveva colpito mentre stava accusando il compagno-nemico da quel palco di Padova aveva avuto il risultato di archiviare la crisi. Secondo Francesco Barbagallo, lo storico che sta per pubblicare uno studio basato sulle nuove carte dell'archivio Berlinguer, la frase di Pertini davanti alla bara del segretario comunista ("Non è giusto che sia successo") potrebbe avere più di un significato. "Forse Pertini pensava anche al paradosso di quella morte rispetto al corso della politica italiana", dice Barbagallo. Ma anche per l'altro duellante, per Bettino Craxi, il destino aveva in serbo l'approdo amaro di Hammamet.16 febbraio 2002 - INTERVISTA ALL' EDITORE DELLA "KAOS"
"Il Nuovo"
Ruggiero: la mia Kaos dal catalogo cattivo
Tredici anni, vissuti a Milano per raccontare l'Italia in modo controcorrente. Nei libri dell'editore, il delitto Moro, la Loggia P2, le trame vaticane e l'onnipresente Sgarbi.
di Ketty Areddia
I MILLENARI, TALPA VATICANA PER LA KAOS
KAOS, UN CATALOGO CONTROCORRENTE
MILANO - Una stanzetta arredata con il minimo indispensabile: due scrivanie, due computer, una luce fioca che fa atmosfera e, davanti a un plico fitto di fogli e frasi, una dei quattro dipendenti della Kaos edizioni corregge le bozze: "Eh, dobbiamo fare anche questo". Accanto, la scrivania del titolare di una delle case editrici più chiacchierate e controcorrente d'Italia, che ha sede a Milano da 13 anni.
Lorenzo Ruggiero, ci accoglie con un sorriso tranquillo, di uno che sa il fatto suo e non teme domande.
Il catalogo "cattivo" della Kaos edizioni conta già 85 titoli, che svelano e interpretano molti misteri italiani: dal delitto Moro, alla Loggia P2, dalle trame vaticane alla "epopea piduista di Silvio Berlusconi". Cosa vi ha spinti nel 1989 a dar vita a un'iniziativa editoriale così "scomoda", coraggiosa?
Per la verità "coraggio" non è un termine che ci attiene, io e i miei colleghi sentiamo di fare un lavoro normale, di informazione. Cominciammo in anni di grande vitalità, di forti fermenti culturali. Un periodo felice, con la nascita della Manifesto libri. Ci sembrava che mancasse una realtà editoriale come la nostra e così ci siamo imbarcati in questa avventura.
Al lavoro solo in quattro, siete stati capaci di creare piccole bufere. Come può una piccola realtà editoriale dar fastidio a uomini politici come Silvio Berlusconi, a poteri "intoccabili" come lo stato Vaticano...
Siamo in democrazia, e democrazia significa la possibilità di esprimere il proprio pensiero critico senza per questo finire in fondo al mare, come avveniva in Argentina ai tempi della dittatura. Noi cerchiamo di pubblicare un altro punto di vista, altre analisi, ma non in maniera manichea, predeterminata.
Fatto sta che la maggior parte dei volumi da voi pubblicati attaccano il centrodestra.
No, non siamo schierati da nessuna parte. E' vero: abbiamo pubblicato più autori di sinistra e, se devo proprio scegliere, scelgo di votare Rutelli e non Berlusconi. Ma dal nostro catalogo non abbiamo escluso a priori autori di destra. L'importante è che abbiano un'idea da proporre.
Sulla base di quali criteri scegliete se un testo è pubblicabile, se è credibile?
Quando ci propongono un'idea, innanzitutto ci chiediamo se vorremmo leggere quelle cose, se si tratta di argomenti innovativi. In secondo luogo chiediamo massima serietà ai nostri scrittori. Ce ne sono alcuni che godono di massima autorità, come Sergio Flamigni (La tela del ragno, sul delitto Moro), ex senatore ed ex partigiano, Giorgio Galli (La storia del Pci e Gli anni di piombo), politologo, Mario Guarino (I mercanti del Vaticano) e Giovanni Ruggeri (Berlusconi, gli affari del presidente), giornalisti, Ernesto Rossi, commentatore de Il Mondo. Una piccola struttura come la nostra sarebbe stata annullata, se ci fossero state fantasie nei nostri libri.
Nonostante le dovute cautele non siete rimasti immuni da querele, avete molti nemici. E' vero che il vostro contratto di edizione prevede il pagamento a carico dell'autore di eventuali condanne per querela?
No, l'unica clausola che chiediamo di firmare ai nostri autori ci tutela da eventuale plagio. Non ci spaventano le ritorsioni sotto forma di querela, anche perché in verità non siamo protagonisti di troppe vicende legali. Abbiamo ricevuto pochissime querele. Una da Sgarbi, che ha querelato addirittura l'esistenza del catalogo, (per la pubblicazione di Sgarbi con truffa, prodezze e sconcezze di Vittorio Sgarbi, a cura di Alessandro Roveri). Eppure in quel caso ci riferivamo a una sentenza passata in giudicato. Dell'Utri, per esempio ha presentato una richiesta danni per la pubblicazione di un atto della Procura di Palermo con cui si chiedeva il rinvio a giudizio (1996). In Trame atlantiche (di Flamigni), che svela i misteri della loggia P2, c'è una lista di nomi che fa tremare i polsi, ma non abbiamo avuto vicissitudini legali.
E gli avvocati di Berlusconi si sono fatti avanti contro la Kaos?
Lo stile aziendale di Berlusconi predilige il silenzio. "Meglio se ne parla meglio è". Per cui per anni c'è stata una condanna silenziosa degli autori, ma mai vicende legali clamorose. Maurizio Costanzo, per esempio, per una biografia piuttosto dura che lo vedeva protagonista, ha preso il telefono e ha parlato a quattro direttori, chiedendo di non parlare del libro.
Il libro che vi accingete a pubblicare?
A metà mese dovrebbe uscire un saggio di Giorgio Galli, con un titolo didascalico L'impero americano e la crisi della democrazia, una lettura della guerra e dei fatti dell'11 settembre. Galli in sostanza non crede affatto che gli eventi degli ultimi mesi si siano svolti così come ce li hanno raccontati, ma che sotto c'è una crisi della democrazia rappresentativa: non si sa con quali voti è stato eletto Bush. Galli, come altri analisti americani, sostiene che è impossibile che l'intelligence americana sia stata presa di sorpresa. Hanno detto: "Mancavano infiltrati di lingua araba". E il Mossad israeliano non si era accorto di niente?21 febbraio 2002 - EX SEGRETARIO PSDI ORLANDI COLTO DA MALORE
L'ex segretario del Psdi Flavio Orlandi e' stato colto da malore mentre si trovava nel ristorante della Camera dei deputati. L'ex parlamentare, che compira' 82 anni il 12 aprile, e' caduto battendo la testa. Orlandi e' stato subito soccorso dal personale sanitario della Camera e quindi trasportato in barella all'ospedale San Giacomo. L'ex parlamentare era cosciente. Flavio Orlandi e' uno dei personaggi che sottoscrissero gli "affidavit" in favore di Michele Sindona.21 febbraio 2002 - IL FILM DI FERRARA SU CALVI
"L' Espresso"
ANTEPRIME / IL FILM DI FERRARA SUI "BANCHIERI DI DIO"
I predatori del Calvi perduto
Gelli e Carboni. Sindona e Marcinkus. La Cia, la mafia, lo Ior... Arriva sugli schermi uno dei più inquietanti misteri d'Italia
di Leo Sisti
Un ginnico papa Wojtyla che suda e pedala in cyclette di-scutendo di alta finanza e di lotte intestine tra cardinali in Vaticano. L'atletico vescovo americano Paul Marcinkus, più a suo agio con i campi da golf che tra messe e ostie. Il banchiere Roberto Calvi, che scivola verso la morte, firmata dalla mafia, sotto un ponte di Londra. E, sullo sfondo, uno scandalo da un miliardo e 400 milioni di dollari; la loggia massonica P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani; l'Opus Dei, istituzione ecclesiastica cara al pontefice; le mani sul "Corriere della Sera" e i miliardi ai partiti. Infine, Cia e servizi segreti.
Dall'8 marzo, 120 sale cinematografiche presenteranno "I banchieri di Dio", il film di quei drammatici avvenimenti che hanno dominato la scena politica degli ultimi vent'anni e ancora oggi non hanno risposto alla domanda: chi ha ammazzato Calvi?
Il regista Giuseppe Ferrara (sue le pellicole su Moro, Falcone e il generale Dalla Chiesa) ha lavorato a questo soggetto per più di 15 anni, leggendosi montagne di carte giudiziarie. Nel 1987 è già pronta la sceneggiatura, scritta dallo stesso Ferrara e Armenia Balducci, moglie dell'attore Gianmaria Volonté, entusiasta del progetto. Ma la prima doccia fredda viene dalla Penta Cinematografica di Vittorio Cecchi Gori e Silvio Berlusconi. Bocciata quell'idea: un film sulla P2, sull'organizzazione di cui il Cavaliere ha fatto parte? Jamais...
Poi, nel 2001, la svolta, con i soldi che il produttore Enzo Gallo raccoglie da ministero dei Beni culturali, Rai Cinema e Tele+. Così, ciak, si gira. Sette miliardi di costo, due ore di suspense, tra giallo e spy story. Omero Antonutti è Roberto Calvi, perfetto nella parte e nella somiglianza: sempre in balia di Ortolani e Gelli (il Gatto e la Volpe). Pamela Villoresi è la moglie Clara. Un massiccio Rutger Hauer è il vescovo Marcinkus, mentre Flavio Carboni, che accompagnerà Calvi nel suo ultimo viaggio londinese, è Giancarlo Giannini, spietato e mellifluo. Francesco Pazienza, vicino ai servizi, è Alessandro Gassman.
Fin dall'inizio, è l'intrigo il filo conduttore de "I banchieri di Dio". 1976, Nassau, Bahamas. Calvi è pimpante, guida il primo istituto bancario privato italiano, e in villa si crogiola al sole dei Caraibi. Sono con lui Marcinkus, presidente dello Ior, la banca vaticana, principale azionista del Banco Ambrosiano, e Michele Sindona, ormai bancarottiere e, fino a poco prima, custode delle finanze del papa: ora, per questo ruolo, ha passato le consegne al suo successore, Calvi appunto.
Marcinkus è sarcastico con Sindona: "Che casini hai fatto. Con te il Vaticano ci ha rimesso una barca di soldi...". E Sindona, di rimando: "Mi avete consegnato bilanci falsi". Ortolani ha invece un chiodo fisso: "Si deve togliere il "Corriere della Sera" dall'influenza del Pci". Quindi, eliminare il suo direttore, il troppo progressista Piero Ottone (il che avverrà quando Calvi e la P2 si impossesseranno del quotidiano milanese). Poi, arriva l'ospite, Mister Kane, spione Usa, nella realtà Bill Mazzocco, un vero agente che anni prima ha frequentato Ortolani e Calvi, quando era a Roma con Bill Colby, futuro capo della Cia, tutti e due in Italia per fermare il Pci.
Da Nassau all'Italia, il film di Ferrara abbina politica e traffici all'ombra del Vaticano. Così, ecco papa Wojtyla perorare con Calvi la causa del sindacato polacco Solidarnosc. E il banchiere lo finanzia. Poi tutto precipita. Nel maggio 1981, due mesi dopo la scoperta degli iscritti alla P2, Calvi viene arrestato per illeciti valutari. E confida ai pm i suoi tormenti: "Non sono io il padrone del Banco, io faccio quello che dicono gli altri: Gelli, Ortolani, Sindona... Mi fecero capire che interventi a favore dei partiti mi sarebbero stati utili".
Quando esce dalla prigione, con una condanna a quattro anni, Calvi è distrutto, ma riesce ugualmente a restare in sella al Banco. Da Marcinkus ottiene delle lettere di garanzia, nelle quali lo Ior si accolla i debiti delle finanziarie ombra panamensi del Banco, responsabili del buco. Ma il papa si allarma e, mentre si allena sulla cyclette, chiede spiegazioni a Marcinkus, che reagisce: "Quelle lettere non valgono niente. Ho in mano un'altra lettera di Calvi che ci libera dagli impegni debitorii presi prima". Ma il papa lo avverte: "L'Opus Dei vuole la tua testa". Cioè: anche se hai versato soldi a Solidarnosc, ora basta.
Così sarà. Ecco allora scendere in campo Carboni, amico di massoni. Da questo momento Calvi, è l'11 giugno 1982, si mette nelle mani dei suoi uomini. Dopo varie tappe, il 15 giugno viene portato a Londra, nello squallido residence Chelsea Cloister. Qui, la sera del 17, viene prelevato da persone che, parlando in napoletano e siciliano, lo trasbordano in barca sul Tamigi e, dopo avergli messo dei mattoni nei vestiti e una corda al collo, lo appendono a un traliccio sotto il ponte dei Frati Neri.
E la mafia? Nel '97 il giudice di Roma Mario Almerighi che indaga sulla morte di Calvi, ordina la cattura di Carboni e del mafioso siciliano Pippo Calò, a lui legato attraverso la banda della Magliana. Carboni aveva ricevuto da Calvi molti milioni di dollari, poi riciclati. A supporto di questi collegamenti, alcune dichiarazioni di pentiti mafiosi: Calvi avrebbe sottratto decine di miliardi alla mafia (poi però restituiti), ma sarebbe stato ugualmente ucciso, perché "inaffidabile".
Il finale di questa storia si leggerà in marzo, quando il medico legale tedesco Bernd Brinkman consegnerà ai magistrati la sua perizia sul corpo di Calvi: ucciso, sì o no? Dopo, i giudici decideranno se processare Carboni e Calò.22 febbraio 2002 - CENA PER 74 ANNI LINO JANNUZZI
"Il Messaggero"
"Abbuffata" di aragoste e spigole dell'emiro del Qatar in un ristorante del Centro
La mangiata del magnate
Scende la sera, Fortunato sonnecchia ancora, e all'improvviso, verso le venti, una quindicina di anime invade il famoso ristorante al Pantheon. Dieci guardie del corpo bloccano le entrate: chi sarà mai quel signore piccoletto con la barba che conquista la prima sala a destra? Nessun dubbio: Khalifa Sheikh Al Thani, l'emiro del Qatar, magnate del petrolio. Fortunato si risveglia e impartisce ordini: "Fate vedere il pesce all'emiro! Mostrategli aragoste e gamberoni, scampi e spigole. Ma il miliardario bassino scavalca i suoi e si tuffa sul banco del pesce. Pochi minuti e la vetrina si vuota: piazza pulita.
Intanto nella sala grande va in scena una cena evento: il compleanno di Lino Jannuzzi (e sono 74!) In pochi minuti, competizione tra guardie del corpo. Ogni volta che entra un ministro, circondato da angeli costodi italiani, i gorilla dell'emiro, che non conoscono i visi dei nostri governanti, vanno nel pallone. Si alzano in piedi, seguono a vista ogni passaggio nella grande sala. Finalmente si calmano quando Fortunato li informa: "Tranquilli c'è una parte dell'Italia che conta". Chi cena con Jannuzzi? Due possibili presidenti Rai Carlo Rossella e Antonio Baldassarre, il numero uno del Senato Marcello Pera, Jas Gawronski, Renato Schifani, il ministro Antonio Martino, Pasquale Squitieri con la premiatissima Claudia Cardinale, il ministro della cultura Giuliano Urbani, il re di Porta a Porta Bruno Vespa, Marcello Dell'Utri, donna Assunta Almirante, i sottosegretari agli Interni Antonio D'Alì con la sua bella Antonia, e alla Giustizia, la dolce Jole Santelli, .. Cena infinita e torta Millefoglie... Tanti auguri a te.
Alle ventitré l'emiro del Qatar, lascia la sala piccola, e se ne torna nella suite miliardaria dell'Excelsior circondato dalle sue guardie del corpo. Loro studiano ogni mossa delle nostre scorte sistemate all'esterno del locale. E finalmente Fortunato, il ristoratore più gettonato dai politici, può occuparsi solo dei pezzi grossi made in Italy.
S. Tav.25 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: IL NUOVO
"Il Nuovo"
Calvi, in un film L'Italia dei misteri
Dopo quindici anni di rinvii e intoppi, Giuseppe Ferrara racconta la storia del banchiere morto a Londra in circostanze anomale. Fra Loggia P2 e intrecci coi servizi segreti.
ROMA - Un film che Giuseppe Ferrara aveva in mente dal lontano 1987. E adesso, dopo ben quindici anni di rinvii, di stop e di grane, esce I banchieri di Dio, la pellicola sulla vita e la storia di Roberto Calvi. Il fatto che quella de protagonista sia una delle figure più controverse della nostra storia recente, giustifica le dichiarazioni del regista, che, alla presentazione della pellicola prevista per l'8 marzo, rivela: "è stata squarciata la coltre di compiacenza e di omertà che da anni impedisce la celebrazione del processo sull'omicidio Calvi".
Per chi ha qualche anno in meno, vale la pena di ricordare che Roberto Calvi, soprannominato il banchiere di Dio, è stato trovato trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, il 17 giugno del 1982. Dopo una lunga inchiesta fitta di punti controversi che lo vedeva implicato nella Loggia P2 in qualità di presidente del Banco Ambrosiano. Una storia che, insieme a quella dell'altro banchiere legato alla Loggia di Licio Gelli, Michele Sindona, presenta ancora diversi punti oscuri.
Il film, sottolinea Ferrara (autore di Cento giorni a Palermo, Il caso Moro e Giovanni Falcone) , "spalanca una finestra sulla verità di una vicenda di rilievo della prima repubblica". La sceneggiatura è siglata dallo stesso Ferrara con Armenia Balducci e il ruolo di Calvi (oggi affidato a Omero Antonutti) era destinato a Gianmaria Volontè. Ma la morte dell'attore e la diffidenza dei produttori, da Berardi a Cecchi Gori, non hanno scoraggiato Ferrara, che, anzi, ha allargato la storia ai complessi rapporti di Calvi con Sindona, Marcinkus e il Vaticano agli intrecci con la mafia, la P2 di Licio Gelli. La svolta, l'anno scorso, con i 4 miliardi e 800 milioni del fondo di garanzia e gli altri soldi raccolti dal produttore Enzo Gallo della Sistina Cinematografica con il contributo di Rai Cinema e Tele+ e della Film Commission piemontese.
Ecco il film, un thriller interpretato, tra gli altri, da Pamela Villoresi (Clara, moglie di Calvi), Rutger Hauer (Marcinkus), Giancarlo Giannini (il faccendiere Flavio Carboni) e Alessandro Gassman (Francesco Pazienza): "Nel momento storico attuale - sottolinea Ferrara - in cui assistiamo alla manipolazione di ogni aspetto della vita pubblica, e anche delle coscienze, il film sui finanzieri dei poteri occulti è un fatto antimanipolatorio per eccellenza".25 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: IL MESSAGGERO
"Il Messaggero"
Dopo anni di ricerche e polemiche, "I banchieri di Dio" uscirà in tutta Italia venerdì 8
Ferrara: "Arriva nelle sale il mio film sul caso Calvi"
ROMA - Come può uno dei più grandi banchieri privati d'Europa finire impiccato a un traliccio sotto un ponte di Londra? La morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, rimane uno dei più inquietanti misteri italiani. E ora arriva finalmente nelle sale, sarà presentato stasera alla stampa, l'atteso film sul caso Calvi, I banchieri di Dio, diretto da Giuseppe Ferrara. Una pellicola che esce dopo tredici anni di tentativi, ricerche e polemiche. Il regista e il produttore del film, Enzo Gallo, hanno dichiarato: "È stato difficile lavorare a questo progetto, perché il caso Calvi rimane un tabù, troppi misteri irrisolti, troppi nomi eccellenti coinvolti".
Nel cast della pellicola (nei cinema dall'8 marzo): Omero Antonutti (Calvi), Pamela Villoresi (Clara Calvi), Giancarlo Giannini (Flavio Carboni), Rutger Hauer (Paul Casimir Marcinkus), Alessandro Gassman (Francesco Pazienza) e Franco Olivero (Michele Sindona). Il film intende aprire tutti gli squarci possibili su questa vicenda. "L'Italia - ha commentato Giuseppe Ferrara - è un Paese senza memoria, come diceva Sciascia, per questo credo sia giusto richiamare alla mente e far conoscere certi accadimenti che sembrano caduti nell'oblio. Per me il cinema è una missione: non spreco la pellicola in autobiografie, ma mi dedico ai personaggi che in qualche modo hanno scritto la Storia, come è stato per Aldo Moro e per Giovanni Falcone".
Dietro le quinte, il film ha avuto un consulente speciale: Carlo Calvi, figlio di Roberto; stasera prenderà parte all'anteprima del film. In questi anni, Carlo Calvi ha impiegato squadre di avvocati e investigatori per scoprire la verità sulla fine di suo padre, spendendo 22 milioni di dollari.Un personaggio tra P2, Sindona, tanti misteri
di RITA DI GIOVACCHINO
ROMA- Sono passati venti anni da quel 18 giugno 1982, quando Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano, fu trovato penzolante sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Suicidio fu il frettoloso responso di Scotland Yars, ma furono in pochi a crederci. Sì, è vero, Calvi era un uomo disperato, la sua fuga a Londra era l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria, che era cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere di Dio, Michele Sindona, e si era conclusa con la bancorotta e l'arresto.
L'indagine sulla sua misteriosa morte portò ben presto alla luce personaggi e ambienti criminal-affaristici che lo avevano accompagnato negli ultimi mesi di vita. A procurargli aereo privato e passaporto falso fu Ernesto Diotallevi, allora capo della Banda della Magliana. Ad accompagnarlo materialmente a Londra Flavio Carboni, uomo dalle molteplici e variegate frequentazioni, che raccontò di averlo lasciato in albergo poche ore prima della sua morte. Ed era quasi l'alba quando qualcuno avvistò il cadavere di quell'uomo elegante impiccato al tubo di un ponteggio sotto il Blackfriars.
Tra i tanti misteri che Roberto Calvi si è portato con sè c'è anche il ritrovamento di due mattoni nella tasca della sua giacca che secondo alcuni stavano a sottolineare la sua appartenenza alla massoneria. Come Sindona era iscritto alla P2 e la sua avventura ai vertici dell'Ambrosiano era cominciata nel '75, quando il banchiere di Patti dopo il crack della sua Banca privata era riparato a New York. Ad accomunare i loro destini, oltre al finto suicidio che ha posto fine alla loro vita (nell'87 il banchiere di Patti morirà nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffé al cianuro), c'è l'indubbia spregiudicatezza professionale che li porterà ad incrociarsi all'interno di un medesimo sistema societario, fondato sulle "scatole vuote", le società offe shore alle Bahamas, la holding di Lussemburgo e le casseforti in Svizzera. In questi anni anche le inchieste sulla loro morte si sono incrociate. Sembra che Sindona riciclasse i soldi della mafia e che ad uccidere Calvi sia stato Frank Di Carlo, picciotto di Altofonte residente in Gran Bretagna per "motivi" di famiglia.26 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI: CORRIERE DELLA SERA
"Il Corriere della sera"
Con "I banchieri di Dio" il cinema si cimenta con una vicenda ancora in parte irrisolta. Qualche personaggio macchiettistico
"I misteri del caso Calvi, la mia ossessione"
Giuseppe Ferrara racconta un pezzo di storia recente, drammatico ritratto del protagonista
ROMA - Giuseppe Ferrara racconta che per 15 anni è stato il suo chiodo fisso, la sua ossessione: un film sulla storia di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Un delitto, ha deciso di recente la magistratura romana. Un delitto i cui presunti colpevoli non sono però ancora finiti sotto processo. Un delitto dietro il quale ci sono, mescolati alla rinfusa, massoneria, mafia, servizi segreti, finanze vaticane, mercanti d'armi, politici, banchieri. Un delitto che Ferrara, dopo essersi cimentato con il caso Moro, il delitto Dalla Chiesa e la strage di Capaci, è finalmente riuscito a trasformare in un film. Si chiama "I banchieri di Dio", e ha avuto una storia travagliata: dopo la bocciatura del progetto, nel '91, da parte di Silvio Berlusconi e Vittorio Cecchi Gori, Ferrara aveva polemicamente annunciato di aver gettato la spugna. Fino a quando Rai cinema ha deciso di accettare la sfida, e di rompere il tabù. Adesso il film è finito. Un film nel quale c'è dentro tutto, o quasi, quello che doveva esserci. C'è la P2, l'attentato al Papa, la guerra delle Falkland, l'inestricabile sovrapporsi di inchieste giudiziarie che legano gli anni peggiori che l'Italia ha vissuto. Ma forse per capire il senso della storia bisognerebbe averla vissuta in prima persona, da protagonista o perlomeno da testimone privilegiato. Allo spettatore comune invece, nonostante il tono anche troppo didascalico, alla fine sfugge soprattutto il senso della vicenda: chi obbligava Calvi a finanziare le più losche imprese dei poteri occulti? Chi erano gli uomini della "finanza laica" che il banchiere viveva come supremi nemici? E per ordine di chi Flavio Carboni, faccendiere legato sia alla banda della Magliana (mai nominata esplicitamente) che alla P2 e ai servizi segreti, aveva trascinato il banchiere a Londra per condurlo alla morte? "La morte di mio padre è una copia quasi identica del delitto Pecorelli", indica Carlo Calvi, figlio del banchiere. Insomma, forse ci sarebbero volute due ore in più, per spiegare meglio cosa c'era dietro ogni singolo personaggio. Perché pochi probabilmente sono in grado di ricordare con la necessaria esattezza la vicenda di Licio Gelli e della sua loggia P2, la perquisizione a villa Wanda, la scoperta delle liste, i drammatici giorni del governo Forlani. Ma a chi invece se li ricorda bene, vedere il faccendiere Francesco Pazienza (piccolo e con tendenza al sovrappeso) interpretato da un altissimo e atletico Alessandro Gassman, strappa al massimo un sorriso divertito. Così come un Andreotti troppo vicino alla macchietta che ne fanno quelli del Bagaglino. Quello che rimane impresso è invece un Roberto Calvi (Omero Antonutti) sconfitto, prigioniero delle proprie ambizioni e della propria fragilità. Un ritratto vero, drammatico.
Giuliano Gallo26 febbraio 2002 - FILM FERRARA SU CALVI; STAMPA
"La Stampa"
"Calvi, mio padre, come Pecorelli" Polemiche all´anteprima del film sul banchiere
ROMA
Carlo Calvi ha l´aria elegantemente emaciata che in sua madre Clara diventava grazia femminile e in lui appare invece solo fragilità. E´ emozionato. Ha appena visto il film "I banchieri di Dio" scritto da Armenia Balducci, per anni compagna di Volonté, e diretto da Giuseppe Ferrara, uno dei registi italiani che ancora si ostina a indagare sui molti misteri della nostra storia recente. Nel ruolo di suo padre, trovato morto a Londra appeso sotto il ponte dei Frati neri nell´82, l´attore Omero Antonutti che somiglia in maniera particolare all´allora presidente dell´Ambrosiano senza però esserne la caricatura. "Ancora oggi non si sa se mio padre si è ucciso oppure è stato ucciso. La polizia inglese chiuse tutto in gran fretta. Ma ho fiducia nella magistratura italiana: se le lasciano lo slancio con cui tempo fa aveva ripreso le indagini credo si potrà arrivare alla verità". Ma che idea si è fatta lei sulla sua morte? "Ho l´impressione che mio padre fosse un uomo che aveva le doti giuste per far carriera nella banca, ma non aveva quelle per gestire un Ambrosiano diventato di tali dimensioni. Non si sapeva muovere nel mondo della finanza. Non sapeva stabilire le alleanze opportune". Il crack dell´Ambrosiano a suo avviso fu provocato dall´ingenuità di suo padre? "No. Dico che a un certo punto è finito nelle mani di personaggi ambigui: prima Ortolani e Gelli poi Carboni e Pazienza. La mia sensazione è che la sua fine sia la copia di quella di Pecorelli. La tesi al processo di Perugia contro Vitalone non è stata provata ma io immagino che le cose siano andate nello stesso modo. Mio padre doveva fare la fusione con l´Immobiliare di Pesenti: un´iniziativa che non piaceva in Vaticano a Casaroli il quale vedeva le consociate estere troppo esposte, e non piaceva nel mondo politico ad Andreotti che lo riteneva ormai un banchiere compromesso. Non è assurdo pensare che tramite la P2 e la mafia si siano trovati dei delinquenti comuni a Londra disposti a farlo fuori". A che scopo? "Per non farlo parlare. Se mio padre avesse parlato i giudici di Milano non avrebbero dovuto aspettare dieci anni prima di iniziare i processi che hanno portato a Mani pulite. La lotta contro la corruzione sarebbe andata in maniera più veloce". Ma non è solo la tesi di Carlo Calvi a suonare inquietante in questo film. Ci sono anche numerose immagini in cui si vede Papa Wojtyla discutere con Marcinkus di quelle complesse questioni finanziarie che si conclusero poi con l´accordo per cui il Vaticano versò 500 miliardi allo stato italiano per il fallimento dell´Ambrosiano. E più volte si sente parlare di miliardi dati dal banchiere Calvi a Solidarnosc per sovvertire in Polonia il regime comunista inviso al pontefice. Stavolta è Giuseppe Ferara a spiegare la sua posizione. "Sono 14 anni che cerco di fare questo film. Mi sono documentato. Abbiamo usato testimonianze e atti processuali. Non ho voluto però mai mostrare la faccia del Papa, pur se lo si vede bene di spalle, perchè, anche se le sue responsabilità ci sono state, non volevo fosse coinvolto in maniera eccessiva. Ma credo che anche noi cristiani dobbiamo sapere che monsignor Marcinkus è stato per anni il braccio del Papa nell´universo finanziario". La polemica è aperta.
Simonetta Robiony26 febbraio 2002 - DAGOSPIA SU COSSIGA, NOMINE RAI E MASSONERIA
"Dagospia"
COSSIGA NEWS - "LA RAI? GELLI NON C'ENTRA, LASCIAMOLO IN PACE... PIUTTOSTO I MASSONI SONO AL VERTICE DELLO STATO"
Fonte AGI
No, non e' Gelli il 'personaggio appartenente alla massoneria' che Francesco Cossiga dice abbia avuto parte nel processo di nomina del CdA Rai. E' lo stesso presidente emerito della Repubblica che lo precisa facendo riferimento ad una sua intervista e agli interrogativi da essa suscitati, e invitando tutti a "lasciare in pace" una buona volta l'ex-capo della P2, che, afferma, "e' un galantuomo, un gentile e sofferente signore gia' sufficientemente perseguitato da una ingiusta giustizia italiana e da una ancora piu' ingiusta commissione d'inchiesta".
Secondo Cossiga, a parere del quale "di massoni, oltre Gelli che lo ha sempre ammesso, ce n'e' stato piu' d'uno e ce ne sono accanto alle piu' alte cariche dello Stato", Gelli, successore "del grande radicale Zanardelli", benche' riabilitato dalla massoneria ufficiale, "non ha rapporti diretti con la Gran loggia massonica d'Inghilterra o con la loggia dei 4 Coronati di Londra e non e' ne' venerabile ne' muratore della specialissima loggia massonica Principe di Paterno'" come la "figura istituzionale" cui l'ex-capo dello Stato afferma di essersi riferito per la vicenda Rai, e della quale non vuole rivelare l'identita'.
Una "figura istituzionale" sottolinea Cossiga "verso la quale nutro simpatia perche' appartiene ad un rito cui hanno appartenuto tutti i miei avi massoni". "Io non sono massone - conclude l'ex-capo dello Stato - sono anche un irriducibile avversario della massoneria e milito 'dall'altra parte' ma rispetto la liberta' di associazione e di idee ricordando anche la difesa che della massoneria fecero in Parlamento, contro le leggi fasciste, personaggi come Francesco Ruffini e il fondatore del Pci Antonio Gramsci".27 febbraio 2002 - CICCHITTO, DOPO PALAVOBIS PUO' RIPRENDERE TERRORISMO
ANSA:
"Sostenere, come e' stato fatto al Palavobis, che il 13 maggio e' andata al governo la criminalita' vuol dire auspicare la distruzione della maggioranza ricorrendo a tutti i metodi possibili". Lo ha detto Fabrizio Cicchitto (FI) intervenendo a Montecitorio in occasione del dibattito sull' attentato a Roma. "Questo tipo di lotta politica - osserva Cicchitto - determina una frattura tra maggioranza e opposizione e, secondo questa lettura, puo' riprendere il terrorismo". "Sostenere, come qualcuno ha fatto, che l' attentato a Roma - ha aggiunto Cicchitto - e' una provocazione contro il movimento vuol dire affermare che l' ha messa la polizia". E per evitare tali rischi, Cicchitto ha proposto che ci sia "un generale abbassamento dei toni altrimenti e' facile che qualcuno possa passare dalle parole ai fatti". A tal fine, Cicchitto ha proposto che si trovi un' intesa sull' elezione dei due giudici costituzionali: "siamo pronti a votare il vostro candidato e, reciprocamente, eleggiamo una persona che si e' distinta nella difesa della legalita' e della legge". Infine, Cicchitto, ha auspicato che le prossime manifestazioni di piazza, a partire di quella della Cgil, "siano occasione di espressione di democrazia e non di scontri violenti con le forze dell' ordine".
Il vice presidente dei deputati di Forza Italia Fabrizio Cicchitto contesta la sintesi data dall'Ansa del suo intervento di oggi in aula sull'attentato dinamitardo al Viminale, sia per la titolazione, "Dopo Palavobis puo' riprendere terrorismo", sia per il testo. "Deformano - afferma - il senso del mio discorso, pronunciato per far si' che la dialettica politica fra due opposti schieramenti (che e' insita nel maggioritario) si traduca in un duro e serrato confronto politico fra due poli che pero' vicendevolmente si riconoscano legittimita', e a evitare che invece la lotta politica si risolva in un permanente scontro frontale basato su contrapposte delegittimazioni". Cicchitto conclude auspicando "una rappresentazione fedele delle posizioni espresse in Parlamento e nel dibattito tra partiti". Di seguito riportiamo un ampio stralcio del discorso dell'on. Cicchitto come risulta dal resoconto del dibattito dell'aula diffuso dalla Camera dopo l'uscita in rete della contestata sintesi. Fabrizio Cicchitto: "Ovviamente, ritengo che nessuna delle forze politiche presenti in Parlamento abbia alcuna responsabilita', diretta o indiretta, con quanto accaduto ieri. Il nodo, pero', e' un altro ed e' costituito dal fatto - onorevoli colleghi - che, come diceva questa mattina l'onorevole Tabacci: talora, le parole sono pietre. Allora, se qualcuno sostiene - come ieri e' stato detto - che la bomba 'e' stata una provocazione contro il movimento', e' chiaro che si dice esplicitamente che a metterla sono stati il Governo, lo Stato e le forze di polizia". "Dunque, se citando una predizione di Provenzano - che risale a cinque anni fa - l'onorevole Violante afferma, come ha fatto qualche giorno fa, che oggi la mafia ha l'occasione per rialzare la testa e ritornare alle iniziative stragiste degli anni '90 e '93, se la tesi politica di fondo delle forze riunite al Palavobis e' quella, cito testualmente: 'che il 13 maggio la criminalita' organizzata e' andata al Governo', non solo si proclama l'illegittimita' del voto popolare e conseguentemente del Parlamento e del Governo ma, come minimo, si auspica la distruzione dell'attuale maggioranza, ricorrendo a tutti mezzi (dallo scontro in piazza all'ostruzionismo totale in Parlamento e ad un nuovo e piu' inclusivo uso politico della giustizia) (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e della Lega nord Padania)". "Allora, questo tipo di linguaggio, questo tipo di analisi politica, questo tipo di lotta politica, producono un vulnus, una lacerazione e determinano una rottura totale tra l'opposizione e la maggioranza. E in questa frattura, provocata appunto da parole e da analisi che sono pietre, puo' trovare il suo spazio una ripresa del terrorismo...".
PIER PAOLO CENTO: "Ma che cosa dici!".
FABRIZIO CICCHITTO: "...che puo' essere di vario colore o di nessun un colore, ma che punta a portare il paese ad una rottura totale. Per tale motivo ci dobbiamo, o ci dovevamo reciprocamente dire: abbassiamo i toni, confrontiamoci in modo chiaro sul piano programmatico senza invettive, senza insulti, senza demonizzazioni e non diamo spazio a posizioni, come quelle che ho citato, perche' poi e' molto facile che qualcuno traduca la violenza verbale in violenza politica".27 febbraio 2002 - MANI PULITE: COLOMBO, NON SI RIUSCIVA AD ANDARE AVANTI
In un dibattito, organizzato dal Brescia Social Forum nell'Aula magna dell'Istituto per geometri Tartaglia, a Brescia, il pm Gherardo Colombo ha ripercorso la genesi e le tappe dell'esperienza di Mani Pulite. Di vicende come quelle che avevano portato all'arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992 e all'inizio di Mani Pulite, dice Colombo, "ne erano state scoperte tante anche prima ma non si riusciva ad andare avanti". "Prima di Mani Pulite - ha detto Colombo - succedeva sempre qualcosa che faceva perdere la possibilita' di andare avanti. A me personalmente e' capitato in un paio di occasioni. Nel 1981 quando insieme a Turone abbiamo scoperto la P2 e nel 1984 quando mi e' capitato di investigare sui cosiddetti fondi neri dell'Iri. In entrambe queste occasioni se le indagini fossero rimaste a Milano, Tangentopoli sarebbe stata svelata allora. Ma quella prospettiva di scoprire quello che poi avremmo scoperto con anni e anni d'anticipo, di fatto venne vanificata". Per quanto riguarda il futuro, Colombo ha detto che "non e' il caso di essere pessimisti. In Italia si dice che ogni dieci anni si solleva la questione giudiziaria. Ora sono passati proprio dieci anni da Mani Pulite. Magari si scopre qualcosa...".28 febbraio 2002 - INTERVISTA FIGLIO DI ROBERTO CALVI
"L' Unita'"
Il figlio del banchiere racconta
"Molte delle cose che accaddero all'epoca, continuano ad avere un peso anche oggi. Non si tratta solo di una storia vecchia e sepolta. Se non fossi convinto di questo, non avrei continuato per tutti questi anni a cercare la verità sulla morte di mio padre. No, avrei lasciato perdere da tempo". Carlo Calvi è il figlio di Roberto, il "banchiere di Dio" presidente del Banco Ambrosiano, prima travolto, finito in prigione e condannato per il crack del suo istituto, poi morto a Londra il 18 giugno 1982, impiccato sotto il ponte dei "frati neri". Suicidio, si disse all'inizio. Omicidio, fu accertato solo in un secondo momento. Carlo Calvi, ora, è tornato in Italia per prendere parte alla presentazione dell'ultimo film di Giuseppe Ferrara che racconta proprio la storia di quell'intrigo internazionale, tra mafia, affari, massoneria, Vaticano, servizi segreti e fondi occulti ai politici e ai partiti.
"I banchieri di Dio", si intitola il film. Ultimo di una serie di lavori "impegnati", che Ferrara ha già realizzato sul caso Moro, l'omicidio Dalla Chiesa e la strage di Capaci.
Il figlio dell'ex presidente del Banco Ambrosiano non ha mai smesso di lottare: "Io credo che il limite delle indagini che sono state fatte, è che il movente dell'omicidio di mio padre è stato cercato solo nel riciclaggio. In una vicenda puramente finanziaria. Non è così..."
Lei, invece, cosa pensa?
"La verità è un'altra. Mio padre fu ucciso perché, ad un certo punto, qualcuno comprese che era diventato l'anello debole attraverso il quale poter scoprire, già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica. È questa la ragione del suo omicidio".
Mafia e politica. I processi che si stanno svolgendo in Italia sembrano negare questa ipotesi...
"Lo so che ultimamente questa idea sta perdendo forza, che ci sono state alcune sentenze. Ma il vero nodo della morte di mio padre resta quello: i rapporti mafia-politica. Quando hanno capito che attraverso di lui qualcuno di questi retroscena correva il rischio di essere svelato, ecco che mio padre fu costretto a fuggire a Londra. E lì assassinato".
Da chi?
"Proprio sul capitolo londinese io stesso ho indagato a lungo, anche attraverso un'agenzia che avevo ingaggiato. E sono state scoperte cose molto interessanti, come l'esistenza di un giro di neofascisti legati alla mafia e alla criminalità organizzata che hanno avuto sicuramente un ruolo nell'omicidio".
Una sorta di banda della Magliana in chiave londinese?
"Proprio così. L'equivalente. In quell'ambiente troviamo di tutto: il neofascista, il mafioso, il camorrista, il malavitoso. Tutti con i loro referenti politici e finanziari. A Londra mio padre è finito in quella rete. Lo hanno attirato in trappola per ucciderlo".
Quindi c'è una responsabilità anche di questa sorta di internazionale nera...
"Ne sono convinto. E guardi che molte delle ipotesi e delle mezze rivelazioni che sono state fatte in seguito non smentiscono questa ipotesi, anzi la integrano. Sono troppe le connessioni. L'insieme si regge se si pensa, appunto, allo schema della banda della Magliana applicata a Londra. E poi ho un altro sospetto..."
Quale?
"Che attraverso quegli intrighi finanziari nei quali fu coinvolto mio padre, alla fine qualcuno riuscì anche a trovare i soldi per pagare le latitanze di qualche fascista eccellente".
Addirittura?
"Sì. Basterebbe vedere quello che è accaduto dopo, quali sono i fascisti che hanno continuato a godere di impunità e, magari, si sono arricchiti rimanendo in Inghilterra".
Prima lei, riferendosi a suo padre, ha detto che, tutto sommato, fu coinvolto suo malgrado. Vuol dire che Roberto Calvi si è trovato ad essere solo l'ingranaggio di un sistema ben più potente?
"Sì, volevo dire proprio questo. Perché era il sistema che alla fine inghiottiva tutti, che condizionava le mosse e le scelte di molti. Posso dire che, alla fine, il potere di intimidazione finiva con l'imporre determinate scelte e determinati comportamenti. Pensiamo ad alcuni rapimenti, come quello Ortolani e altri, erano chiaramente modi per assoggettare alcune persone. Anche mio padre si è ritrovato stritolato in questo meccanismo che poi, alla fine, doveva consentire di finanziare i politici e i partiti tramite banche pubbliche, enti petroliferi.
Magari utilizzando il Vaticano e la sua extraterritorialità per mascherare alcuni movimenti finanziari illeciti".
Ma questo meccanismo, come lo chiama lei, cos'era esattamente?
"Nacque del dopoguerra, perché c'era la necessità di finanziare tutte le forze che si opponevano al comunismo e appoggiavano la politica degli Stati Uniti. Almeno fino a quando è morto mio padre non aveva mai smesso di funzionare. Però, devo aggiungere, ben presto l_anticomunismo divenne solo un pretesto e l'aspetto che contava davvero erano gli affari".
Anticomunismo e affari talvolta andavano di pari passo. Basti pensare alla P2...
"Io stesso sono stato testimone diretto di uno di questi finanziamenti".
Quando?
"Se ben ricordo era il 1978 ed eravano a Washington. Lì c'era una riunione alla quale avevano preso parte Philip Guarino, il tramite di Licio Gelli con il partito repubblicano americano, Mazzocco, l'amico dell'ex direttore della Cia Colby, che negli anni passati aveva distribuito soldi in Italia per influenzare partiti politici e sindacati. Poi c'era mio padre e c'era Vito Miceli".
L'ex capo del Sid, cioè dei servizi segreti?
"Proprio lui. Al termine della riunione a Miceli furono dati dei soldi. Mio padre mi disse che il generale era regolarmente finanziato. Per cosa esattamente non lo so. Ma penso che non si trattasse di denaro che Miceli metteva in tasca. No: serviva per la struttura. Per finanziare una politica oltranzista, filo-repubblicana".
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