Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002: gennaio |
27 dicembre 2001 - MUORE MASSIMO PUGLIESE, EX UFFICIALE SID
"La Nuova Sardegna" del 3 gennaio 2002 scrive:
L'ex ufficiale del Sid stroncato da un infarto
E' scomparso Pugliese: trattò con Grazianeddu
CAGLIARI. Stroncato da una crisi cardiaca è morto nella sua casa di Morlupo, vicino a Roma, Massimo Pugliese, l'ex ufficiale del Sid che negli anni Sessanta convinse l'allora latitante Graziano Mesina a non unirsi ai gruppi terroristici che volevano trasformare la Sardegna nella "Cuba del Mediterraneo", secondo i piani di Giangiacomo Feltrinelli.
La morte di Pugliese, che aveva 74 anni, è avvenuta il 27 dicembre ma è stata appresa solo ieri a Cagliari da suoi ex collaboratori nel servizio segreto militare che aveva diretto in Sardegna fino ai primi anni '70, prima di congedarsi dall'Arma dei carabinieri.
Negli anni '80 Massimo Pugliese (massone, il suo nome figurava anche nella lista della P2) era rimasto coinvolto nell'inchiesta del giudice istruttore Carlo Palermo su un presunto traffico internazionale di armi. La vicenda si era conclusa nel 1989 con l'assoluzione in Corte d'Appello a Venezia per tutti gli imputati, tra i quali figurava anche l'ex spedizioniere di Olbia Vincenzo Giovannelli.
L'ex ufficiale dei servizi segreti, dopo l'assoluzione con la formula "perchè il fatto non costituisce reato", aveva raccontato in un libro ("Perchè nessuno fermò quel giudice", pubblicato nel 1992) la sua odissea giudiziaria, da lui definita come "un esempio di strumentalizzazione del processo penale come arma di lotta politica".
Recentemente Pugliese aveva riproposto la sua vicenda anche sul sito web www.massimopugliese.it.(recuperata in ritardo)
11 dicembre 2001 - E' MORTO ANTONIO VIEZZER
La notizia della morte, avvenuta quasi una settimana prima, e' ignorata dalla stampa. Soltanto il Gazzettino, l' 11 dicembre, pubblica un articolo sui funerali.
"Il Gazzettino"
Sei carabinieri hanno reso omaggio all'alto ufficiale Antonio Viezzer, deceduto nella Casa di Riposo "Padre Pio" di Tarzo dove era ospite dallo scorso mese di settembre Picchetto d'onore per l'addio al generale dei segreti
Negli anni Ottanta è stato uno dei protagonisti in alcuni processi sui misteri italiani: da Gladio al delitto Pecorelli
E' tornato per sempre a casa, nel suo paese natale, Soligo, il generale dei carabinieri Antonio Viezzer , deceduto presso la Casa di Riposo Padre Pio di Tarzo dov'era ospite dallo scorso mese di settembre insieme alla moglie Teodora. Nella chiesa parrocchiale solighese si sono svolti sabato scorso i funerali dell'ottantacinquenne ufficiale dell'Arma, negli anni '80 protagonista suo malgrado di alcune tra le vicende più oscure e delicate collegate alle indagini e ai processi sui servizi segreti deviati, il delitto Pecorelli, Gladio e la Loggia P2 del Venerabile Licio Gelli. Per le accuse, poi rivelatesi del tutto infondate, riguardanti un capitolo di questi anni oscuri della nostra Repubblica risalente al tempo in cui era segretario del reparto D del Sid, alle dipendenze del generale Gianadelio Maletti - l'allora tenente colonnello Antonio Viezzer fu addirittura incarcerato e per settanta giorni rinchiuso nel penitenziario romano di Regina Coeli. Un'esperienza durissima, che minò nel morale e nel fisico colui che amava definirsi soltanto un fedele servitore dello Stato, dal carattere mite e inoffensivo, secondo il giudizio di familiari e parenti che vivono a Soligo e Roma ¨"proprio per questo divenuto comodo capro espiatorio per responsabilità che non potevano appartenergli, ed erano invece interamente di altri". Però solo agli inizi degli anni '90 - con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione che riconosceva la totale estraneità di Antonio Viezzer ai fatti contestati, e poneva così fine ad una lunga vicenda giudiziaria durata quasi un decennio il militare solighese vide affermata dai giudici la propria innocenza, ed ottenne anche un risarcimento dallo Stato per l'ingiusta detenzione subita con il provvedimento di custodia cautelare. Secondogenito di Antonio e Vincenza De Faveri, laureato in lettere a Padova e per alcuni anni stimato insegnante al Collegio Balbi di Pieve prima di partire per la guerra, Antonio Viezzer svolse fino alla pensione la carriera nell'Arma. E proprio un picchetto d'onore di sei carabinieri ha reso omaggio al feretro durante le esequie, presiedute dal parroco don Italo Moras e animate dalle esecuzioni del coro parrocchiale di Soligo prescelte per la celebrazione dal cugino monsignor Mansueto Viezzer
Marco Zabotti10 gennaio 2002 - LA STAMPA SU PALAZZO GIUSTINIANI
"La Stampa"
A Palazzo Giustiniani tra i fantasmi della Dc Nel `73 fu teatro della "grande intesa" tra Moro, Fanfani, dorotei e sinistra dello Scudocrociato che sancì la fine del governo Andreotti Negli Anni di piombo fu collegato con un tunnel a Palazzo Madama
ROMA IL giorno prima era stato il turno di Palazzo Chigi, dove il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, abbandonando momentaneamente Montecitorio, si era recato in riservato colloquio con il vicepremier Gianfranco Fini. Ieri è stata la volta di Palazzo Giustiniani, la sontuosa dépendance senatoriale, dove il premier Silvio Berlusconi si è intrattenuto in decisivi conciliaboli con il presidente della Camera Casini e il padrone di casa, il presidente del Senato Marcello Pera. Le geometrie politiche della Seconda Repubblica recuperano solennemente i luoghi istituzionali più classici e le cornici architettoniche più consuete. Se l´avvento di una nuova classe politica rinata sulle macerie della Prima Repubblica aveva trovato sedi anomale che marcavano anche visivamente e simbolicamente la discontinuità con il passato, a cominciare dalla residenza romana di Berlusconi a via del Plebiscito, ora l´ostentato ritorno nei palazzi tradizionali del potere annunciano la riconciliazione con il sapore antico della normalità, con le liturgie più collaudate, con la toponomastica della stabilità. Anche perché Palazzo Giustiniani, che proprio di recente è rientrato in possesso della fastosa collezione artistica appartenuta alla nobile casata romana, in primis le tele di Caravaggio, non è soltanto una solenne sede istituzionale ma conserva nelle sue sale e nelle sue segrete stanze il ricordo di accordi riservati, patti siglati nell´ombra, incontri lontano dai riflettori. Nel giugno del `73, per dire, "l´accordo di Palazzo Giustiniani" prese a designare un patto frutto di un incontro che divenne ben presto l´archetipo della congiura di marca scudocrociata, il capolavoro del colpo di palazzo di matrice democristiana: quello che vide riuniti Aldo Moro, i maggiorenti del doroteismo e gli esponenti di spicco della sinistra Dc invitati dall´allora presidente del Senato Amintore Fanfani per sbarrare la strada al governo di centro-destra presieduto da Giulio Andreotti, riaprire i canali di comunicazione con i socialisti di De Martino per dare nuova linfa al centro-sinistra e esautorare dalla segreteria democristiana Arnaldo Forlani, di lì a poco sostituito dallo stesso Fanfani, lanciato in velocità verso la storica disfatta del referendum sul divorzio del 1974. Gli annali della politologia primo-repubblicana celebreranno "l´accordo di palazzo Giustiniani" come la quintessenza dell´intrigo perfetto. Come a confermare la fama di luogo prediletto dei disegni segreti guadagnata da un palazzo che infatti aveva ospitato, offrendole persino la denominazione, la loggia massonica del Gran Oriente, detto appunto "di Palazzo Giustiniani". Ospitalità alla massoneria che peraltro verrà revocata da Giovanni Spadolini sulla scia delle polemiche seguite alla tempesta della P2. Lo stesso Spadolini che, da presidente del Senato di lungo corso, si identificherà senza riserve con gli oltre tremila quadri di un luogo che sarà per lui residenza, appartamento, studio, biblioteca, inaugurando un rapporto di simbiosi con gli ambienti del Palazzo Giustiniani mai compiutamente raggiunto da nessun altro eccellente inquilino di quella dimora. Luogo di frenetiche consultazioni quando nel 1985 l´allora presidente del Senato Francesco Cossiga incassava gli innumerevoli sì che lo avrebbero portato al Quirinale con verdetto quasi unanime alla prima seduta delle Camere riunite. Luogo di altissima densità simbolica, perché fu proprio nelle sale di Palazzo Giustiniani che venne promulgata la Costituzione italiana e che, all´indomani della caduta della monarchia, ospitarono la residenza del presidente della Repubblica Enrico De Nicola, prima che la più alta carica dello Stato venisse trasferita al Quirinale. Luogo che conobbe la gioia di Giulio Andreotti, nel cui studio di senatore a vita l´illustre imputato venne a sapere dell´assoluzione dal terribile processo palermitano. Luogo che venne immerso nelle tragedie degli anni di piombo, quando proprio nello studio del presidente del Senato Fanfani venne, alla vigilia dell´assassinio di Moro, inutilmente illustrato il contenuto del documento cosiddetto "Curcio-Guiso" la cui accettazione avrebbe potuto, secondo gli estensori, salvare la vita dello statista democristiano nelle mani dei terroristi delle Brigate rosse. E quando, addirittura, venne scavato un tunnel sotterraneo con pavimento di sanpietrini per collegare Palazzo Giustiniani con il dirimpettaio Palazzo Madama a rischio sicurezza. Ecco perché il ritorno della politica a Palazzo Giustiniani, con i colloqui riservati tra le massime autorità delle Camere e del governo, rappresenta simbolicamente il riannodarsi dei fili di una storia che sembrava irrimediabilmente spezzata con la fine dei riti, dei volti e del linguaggio della Prima Repubblica. Luogo emblematico di appuntamenti istituzionali e intrighi raffinati, di memorie segrete e di grandi ambizioni. Non per niente è proprio a Palazzo Giustiniani che vengono ospitate figure illustri come i presidenti della Repubblica che hanno terminato il loro mandato e i senatori a vita che impersonano le glorie della patria. Nel cuore della Roma politica, come ai vecchi tempi.13 gennaio 2002 - NUOVA LOGGIA MASSONICA A TREVISO
da "La Tribuna di Treviso" del 13 gennaio:
COME CAMBIA LA MASSONERIA
di Nicola Pellicani
Prima che indossino i paramenti li riconosci solo dal saluto. Non s'accontentano di un ciao, nè di una semplice stretta di mano e non battono il cinque all'americana, ma si baciano tre volte sulle guance. I fratelli del Grande Oriente d'Italia si riconoscono anzitutto da questo rituale. E ieri nella hall dell'Hotel Maggior Consiglio era tutto uno sbaciucchiamento. Uno dopo l'altro sono arrivati quasi in 150, provenienti da ogni parte d'Italia per festeggiare la nascita della nuova loggia massonica Primavera, fondata dal Maestro Venerabile Paolo Valvo, notaio molto conosciuto in città. Baci sulle guance per tutti, ma in particolare per il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, l'avvocato Gustavo Raffi.
D'istinto di vengono in mente Armando Corona e Licio Gelli. L'associazione d'idee è automatica. Quantomeno t'aspetteresti d'incontrare un anziano signore dall'aspetto vagamente funereo. Ma non è così. I tempi cambiano e anche i massoni cercano di stare al passo. Così, il Gran Maestro del Grande Oriente è un romagnolo alla mano, con alle spalle un passato da repubblicano, che si è messo in testa di rendere trasparente, quanto di più oscuro e ambiguo viaggi nell'immaginazione collettiva.
Ma è possibile condurre un'opera di glasnost dentro la massoneria? Raffi ha accettato la scommessa, sfidando le resistenze interne. Come? "Mostrando il vero volto della massoneria. Recuperando il ritardo accumulato sul versante della comunicazione, chiamando, ad esempio, i giornalisti per presentare le nostre iniziative. Realizzando un sito internet dove c'è vita morte e miracoli del Grande Oriente d'Italia".
C'è tutto, tranne i nomi degli affiliati: "Una questione di rispetto della libertà altrui", osserva Raffi. Del resto adesso se voi chiedete ad un partito o ad un'associazione la lista degli iscritti forse ve la mostrano?".
Faccia almeno qualche nome illustre? "Nella massoneria c'erano Salvatore Quasimodo, Salavador Allende e Walt Disney, di loro si può parlare, ma per i viventi occorre la loro autorizzazione". Inutile anche cercare tra i presenti impegnati nella vestizione, con grembiuli, sciarpe, distintivi e guanti bianchi, un volto trevigiano. Probabilmente entreranno nella sala della proclamazione ufficiale da un ingresso secondario.
"Ritrosie, timidezze - dice Raffi - giustificabili e che derivano da una concezione distorta della massoneria e da una conseguente stagione di grande intolleranza".
Tutta colpa della P2. Una delle pagine più buie della massoneria: "Sottoscrivo, la P2 era un comitato d'affari non una loggia, e va condannata senza appello. Dobbiamo avere il coraggio di pagare i conti con la storia: la P2 sta alla massoneria come le Brigate Rosse al Pci". Vale a dire che per la P2 non ha nulla a che fare con con l'attività delle logge massoniche. "Il fatto è - insiste Raffi - che i partiti della Prima Repubblica avevano bisogno di risorse e di faccendieri. Oggi la massoneria è un luogo di confronto e di discussione. Un laboratorio in piena attività dove affrontiamo vari temi dall'esoterismo, al sociale con analisi assolutamente laiche della realtà. In questo periodo discutiamo di globalizzazione, di scienza e scuola, riaffermando il valore della ricerca scientifica che può essere paralizzata in nome del dogma e la centralità della scuola pubblica, come ambiente necessario per imparare la convivenza tra diversi e prevenire emarginazione, razzismo e xenofobia".
Posizioni decisamente lontane da quelle papali. Del resto Raffi confessa che l'unico Papa per cui i massoni hanno nutrito sentimenti di simpatia è stato Paolo VI.
Insomma, vista così il Grande Oriente d'Italia è un'associazione progressita. Eppure sulla massoneria aleggia sempre quell'alone d'ombra, il sospetto che i "fratelli" si salutino con tre baci, ma si tengano stretti stretti, l'uno all'altro, non solo quando discutono d'esoterismo. Non a caso sull'home page del sito internet del Grande Oriente campeggia una scritta, che suona come un appello: "Cambia idea sulla massoneria".17 gennaio 2002 - PAX CHRISTI: IL GOVERNO SI ISPIRA ALLA P2
"Il Piccolo"
Vescovi di Pax Christi in campo:
"L'esecutivo si ispira alla P2"
ROMA - Le pericolose somiglianze fra il progetto di riforma della giustizia portato avanti dal governo e il piano di rinascita democratica della loggia massonica P2 di Licio Gelli, la necessità di riscoprire il valore della legalità e del bene comune, l'uguaglianza dei cittadini, a prescindere dal ruolo che ricoprono, davanti alla legge. Sono questi alcuni dei punti più rilevanti contenuti nel documento approvato dal Consiglio nazionale dell'organizzazione cattolica Pax Christi in merito all'attuale scontro sulla giustizia. Il testo è stato sottoscritto da ben due vescovi che sono alla guida dell'associazione: il presidente, monsignor Diego Bona, e mons. Luigi Bettazzi, che presiede invece il centro studi economici e sociali per la pace. E se Pax Christi è notoriamente un'associazione cattolica impegnata sul fronte del pacifismo e situata tradizionalmente sull'"ala sinistra" della Chiesa italiana, i toni particolarmente critici del documento sono testimonianza di un dibattito relativo ai temi della riforma giudiziaria e del conflitto in corso fra magistratura e governo che coinvolge in pieno non solo il mondo cattolico, ma le stesse gerarchie ecclesiastiche. Nei giorni scorsi l'Osservatore romano aveva richiamato i contendenti al dialogo criticando i toni eccessivi del pg di Milano Borrelli. Una posizione ufficiale della Chiesa emergerà probabilmente dal Consiglio episcopale permanente, l'organo direttivo della Cei, che si riunirà lunedì e sarà aperto da una relazione del presidente dei vescovi, card. Camillo Ruini.
In ogni caso il documento di Pax Christi rappresenta un attacco inequivocabile all'attuale esecutivo da parte di un settore importante del cattolicesimo italiano. Nel testo viene espressa piena solidarietà ai magistrati che rischiano di essere privati della loro indipendenza dal potere politico, le proposte del governo in materia di riforma del sistema giudiziario sono invece definite come "modificazioni fatte con leggi ordinarie che svuotano di fatto i principi fondamentali della nostra Costituzione repubblicana". A cosa si riferisce il Consiglio nazionale di Pax Christi? Al provvedimento sul falso in bilancio, a quello sulle rogatorie e ad altre leggi approvate di recente che "diminuiscono la possibilità di rendere giustizia". Quindi l'affondo più pesante. "Dal canto nostro - si legge nel testo - vogliamo sottolineare ancora una volta le strane coincidenze che fanno sì che le proposte governative sulla giustizia riprendano quelle contenute nel piano di rinascita della Loggia massonica P2". Si chiede poi ai mezzi d'informazione di ripubblicare - soprattutto a beneficio dei cittadini più giovani - le proposte della P2 sull'ordinamento giudiziario "affinchè tutti possano fare un confronto chiaro con le attuali proposte del governo per meglio capire a chi giovano tali leggi". Pax Chrsiti chiede ancora una giustizia più celere "ma con regole che valgano per tutti: ricchi e poveri, potenti e nullatenenti". Infine l'associazione lancia un appello affinchè tutti riscoprano il valore della legalità e del bene comune, così come veniva chiesto dai vescovi italiani in un documento degli anni '90 dal titolo: "Educare alla legalità".
Francesco Peloso17 gennaio 2002 - MUORE UMBERTO ORTOLANI
Muore a Roma, dopo una lunga malattia Umberto Ortolani, 87 anni. Ortolani e' stato un uomo chiave della vicenda P2. Molti giornali hanno parlato di lui come dell' "eminenza grigia" o del "grande vecchio" della Loggia. Lui invece era solito definirsi il "signor nessuno". Nato 87 anni fa a Viterbo, figlio di un ferroviere, Ortolani si laurea in legge, frequenta i circoli cattolici romani e riesce a farsi introdurre in Vaticano grazie all' amicizia con il cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna. Nel 1963 papa Paolo VI gli concede il titolo di "gentiluomo di Sua Santita"' (che sara' poi revocato nel 1983). Fu proprio Lercaro a metterlo in contatto, negli anni '60, con Rodolfo Tambroni. Ortolani ha raccontato che Tambroni, quando formo' il suo governo (che ebbe vita breve) gli offri il ministero delle Partecipazioni statali, che lui rifiuto'. L' amicizia con Lercaro e Tambroni lo fa entrare nel mondo dell' editoria. A meta' degli anni Cinquanta fonda l' "agenzia Italia", che poi rivendera' all' Eni di Mattei. In precedenza era stato amministratore delegato della Ducati. In quel periodo Ortolani comincia la sua attivita' in Sudamerica, soprattutto in Argentina ed in Uruguay. Il governo lo nomina anche presidente dell' Incis, l' istituto nazionale delle case dei dipendenti dello stato, un posto di grande potere. All' inizio degli anni Settanta si rafforza il sodalizio con Licio Gelli. Sarebbe del 1974 la sua iscrizione alla Loggia P2. Sempre legato all' editoria, Ortolani fonda giornali per gli italiani all' estero, particolarmente in Sudamerica e diventa presidente della federazione italiana editori all' estero. Entra anche, con larghi poteri, nel consiglio di amministrazione del gruppo Rizzoli. Alla fine degli anni '70 il clan dei marsigliesi gli rapisce il figlio Amedeo, titolare della Voxson, azienda in piena crisi. Quando scoppia lo scandalo P2, Ortolani si da' alla latitanza. Viene accusato e poi prosciolto di coinvolgimento nella strage di Bologna e colpito da altri mandati di cattura per concorso in bancarotta fraudolenta per il crack del Banco Ambrosiano. E' segnalato prima in Uruguay, dove e' ambasciatore dell Ordine di Malta (il titolo gli sara' poi revocato) e proprietario del "Bafisud" (Banco Financiero Sudamericano), poi a San Paolo, in Brasile, paese di cui ha la cittadinanza dal 1977. Nel 1983 e' fermato a San Paolo, ma viene immediatamente rilasciato. Il 21 giugno 1989,Ortolani torna in Italia dove, all' aeroporto di Malpensa, la guardia di finanza gli notifica due mandati di cattura per bancarotta fraudolenta. Ortolani finisce nel carcere milanese di Opera e ne esce dopo una settimana pagando una cauzione di 600 milioni di lire. Il 28 gennaio 1994 e' condannato a quattro anni per concorso in bancarotta nell' ambito della gestione della Rizzoli. Nel 1996, nel processo P2, e assolto dall accusa di cospirazione politica contro i poteri dello Stato. Nell' aprile 1998 la Cassazione conferma e rende definitiva la condanna a 12 anni per l Ambrosiano. Ortolani, che e' a Roma, nell abitazione di un parente, non rischia pero' di tornare in carcere a causa delle sue cattive condizioni di salute. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma sospendera' infatti l' esecuzione della pena a causa della sua malattia.18 gennaio 2002 - CORRIERE DELLA SERA SU ORTOLANI
"Il Corriere della sera"
Roma, aveva 87 anni. Coinvolto nel crac dell'Ambrosiano e nello scandalo P2
Morto Ortolani, fu il braccio destro di Gelli
MILANO - Umberto Ortolani, braccio destro di Licio Gelli nella loggia massonica P2, è morto ieri a Roma. Aveva 87 anni ed era malato da tempo. Grande protagonista del crac dell'Ambrosiano di Roberto Calvi, considerato la mente finanziaria della ragnatela piduista, era solito definirsi "signor nessuno". Ben diverso era invece l'appellativo che gli aveva assegnato Clara Calvi, moglie del "banchiere dagli occhi di ghiaccio": Gelli e Ortolani erano "il gatto e la volpe". Difficile vedere in Calvi il Pinocchio della situazione, ma certo il lungo processo per il crac, concluso con la condanna definitiva sia di Gelli sia di Ortolani a 12 anni, ha confermato il ruolo da protagonisti dei due nelle manovre che affondarono nei primi anni Ottanta il Banco in una voragine da mille miliardi (di allora, equivalenti oggi ad almeno 3 mila miliardi di lire).
La storia di Ortolani rientra nei classici dell'Italia dei Misteri. Nato a Viterbo, figlio di un capostazione, si laurea in legge. Partecipa alla Resistenza nei gruppi cristiano-sociali e nel Dopoguerra si trasferisce a Bologna. Entra nella Dc e nell'entourage dell'alto prelato Giacomo Lercaro. L'intraprendenza gli guadagna la carica di amministratore delegato della Ducati.
Trasloca di nuovo, questa volta a Roma. Frequenta gli ambienti vaticani e conquista perfino il titolo di "gentiluomo di Sua Santità", premio poi revocato. E' attratto dall'editoria e nel '55 rileva l'agenzia giornalistica Italia, si dice con appoggi americani. L'agenzia, con i suoi uffici in via Condotti, è un trampolino per nuove relazioni. Ma ha problemi finanziari, e Ortolani la vende all'Eni di Enrico Mattei. Ritenta l'avventura editoriale con il quotidiano "Telesera". Grazie a tessere e conoscenze si assicura la poltrona di presidente dell'Istituto nazionale case impiegati dello Stato. E' sfiorato dall'inchiesta sullo scandalo del Villaggio Olimpico, ma ne esce indenne. L'ex partigiano guarda anche oltre oceano. Terra di conquista è il Sudamerica, in particolare Argentina e Uruguay. Qui stringe i legami con Gelli e, con quest'ultimo, si avvicina ai coniugi Peron.
La sua ascesa sembra non trovare ostacoli. Lui si muove sempre con grande discrezione, da "signor nessuno". Il suo nome, però, è destinato a finire sotto i riflettori delle cronache: il clan dei marsigliesi gli rapisce il figlio. La richiesta di riscatto è ingente, un miliardo. La vicenda comunque si conclude in fretta: bastano dieci giorni.
Tutto ciò poteva certo significare per lui un vero tracollo finanziario. Ma a salvare la cassa interviene la vendita di una fetta di una sua banca di Montevideo, il Bafisud, all'Ambrosiano di Calvi. Il sodalizio con il patron dell'ex "banco dei preti" è totale: Ortolani gli offre il supporto per la costituzione della vasta rete estera che ha consentito di far perdere le tracce del controllo dell'Ambrosiano e dei soldi usciti dai suoi forzieri. Il braccio destro di Gelli viene descritto nelle carte del processo come "crocevia" per grandi flussi di denaro, partiti dal Banco e arrivati a lui attraverso la costellazione di società off shore che comprende nomi come Promotion, Tuypal, Multico, Zus, Palmetto. Senz'altro Ortolani è una delle poche persone a conoscenza dei segreti e della fine del banchiere morto nella notte fra il 17 e il 18 giugno 1982 sotto il ponte londinese dei Frati neri. Con lui e il Maestro Venerabile organizza la scalata piduista alla Rizzoli.
Ma arriva lo scandalo, con il sequestro a Castiglion Fibocchi degli elenchi della loggia. Ortolani fugge in Sudamerica. Nell'83 viene fermato e rilasciato in Brasile, paese del quale ha la cittadinanza. Nel giugno dell'89 torna in Italia, si costituisce ai giudici che lo accusano per il crac Ambrosiano. Finisce in carcere. Considerato lo stratega finanziario della P2, per la bancarotta incassa in primo grado la condanna più grave: 19 anni, qualche mese in più di Gelli. Per entrambi la pena verrà poi ridotta a 12 anni. Ma il "signor nessuno" è già malato. E non tornerà in prigione.
Sergio Bocconi21 gennaio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: LA COGNATA, RAPISARDA VOLEVA RITRATTARE
ANSA:
"Rapisarda era sconvolto, diceva che non ce la faceva piu' e che voleva ritrattare le accuse a Marcello Dell' Utri e Silvio Berlusconi. Affermava che era stato costretto ad inventarsi tutto per sfuggire all' arresto". Lo ha detto oggi Maria Pia La Malfa, cognata di Marcello Dell' Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. La donna, sposata con Alberto Dell' Utri, e' stata sentita come testimone dai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo che nell' occasione si sono trasferiti a Roma per l' impossibilita' della teste, a causa di una malattia, di viaggiare in aereo. Gia' dipendente del Pri e della Fininvest, Maria Pia La Malfa ha parlato di un incontro che ebbe in un ristorante della capitale con l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda il 24 giugno 1998 nel corso del quale, e in presenza di altre persone - ha sottolineato la teste - disse che "era stato costretto ad accusare Marcello Dell' Utri altrimenti lo avrebbero incastrato". Al riguardo, la cognata del senatore di Forza Italia ha precisato che in quel momento erano presenti i deputati Amedeo Matacena e Nicola Rivelli (FI), l' avvocato Paola Cantile, il professor Demetrio De Luca e Maria Scicolone (sorella di Sophia Loren). Non era la prima volta - ha aggiunto la testimone - che Rapisarda faceva quelle dichiarazioni: "gia' nel '96 aveva detto le stesse cose e fino ad un mese fa ha continuato a chiamare me e mio marito ribadendo la volonta' di ritrattare e chiedendo di parlare con mio cognato. Marcello Dell' Utri, pero', non intende ne' vederlo ne' sentirlo". I pm Domenico Gozzo e Antonio Ingroia hanno quindi contestato a La Malfa di non aver parlato con loro dello sfogo di Rapisarda nel '98, durante un interrogatorio avvenuto all' indomani dell' incontro nel ristorante, ma di aver fatto cenno solo a quello del '96. Nel corso della stessa udienza e' stato sentito, sempre come teste, Armando Corona, per otto anni Gran Maestro della Massoneria di Palazzo Giustiniani nonche' ex presidente del consiglio regionale della Sardegna all' inizio degli anni ottanta. E proprio con riferimento a quest' ultima carica, Corona ha parlato di un incontro nel corso del quale l' imprenditore Flavio Carboni gli avrebbe prospettato la possibilita' di presentargli Silvio Berlusconi, il quale era interessato alla costruzione di un centro denominato Olbia 2. Progetto che non ando' in porto - ha concluso il testimone - per l' insussistenza dei presupposti di legge. Il processo riprendera' a Palermo il 28 gennaio prossimo.26 gennaio 2002 - EDGARDO SOGNO, COMMEMORAZIONE SENZA TARGA
L' inaugurazione della targa commemorativa di Edgardo Sogno, posta sulla facciata della casa torinese in cui Sogno ha vissuto, e' rinviato di almeno tre settimane per "intoppi burocratici". La cerimonia e' stata bloccata dal presidente del consiglio comunale Mauro Marino, in base a un decreto del 1927, che impone di attendere dieci anni dalla morte oppure di chiedere una deroga alla Prefettura per scoprirla. In ogni caso l' affissione della targa deve avere l' approvazione della commissione toponomastica del Comune. "La lapide verra' comunque scoperta fra tre settimane, al massimo entro fine marzo", ha detto Claudio Piretto, portavoce del "Comitato per le Liberta' Edgardo Sogno", dopo che stamattina la commemorazione del 'partigiano bianco' e' stata fatta in sordina, davanti alla targa coperta da un bandiera italiana. Erano presenti, tra gli altri, due compagni della Organizzazione Franchi, di cui Sogno era comandante: il generale Aldo Li Gobbi e Anniboldi Brichetto, padre di Letizia Moratti. Nel pomeriggio la storia di Sogno e' stata ripercorsa durante un convegno a Villa Gualino, dal titolo "Torino ha un sogno: Ricordando Eddy", dove domami mattina si riunira' l' assemblea nazionale dei comitati per le liberta', di cui fa parte anche quello intitolato a Sogno. Eleggeranno il loro presidente e gli organi esecutivi.
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