Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002: giugno |
3 giugno 2002 - LA LETTERA DI COSSIGA A CIAMPI
da "Dagospia"
IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DI COSSIGA A CIAMPI
"DOPO UNA VITA ONORATA, MAI IMPLICATO IN AFFARI DI DENARO, NE' MAI FINORA INTERCETTATO, NE' IO NE' ALCUNO DEI MIEI FIGLI, PER "RELAZIONI PERICOL0SE", A BORDO DI BARCHE DI "SOSPETTI MAFIOSI", IN ACQUE
Testo pubblicato da "Libero"
Portpholio di Umberto Pizzi
Signor Presidente, mi chiamo Francesco Cossiga e sono nato a Sassari in Sardegna il 26 luglio 1928. La mia è una famiglia ed un gruppo familiare che hanno sempre ispirato i loro costumi e la loro vita, semplice e modesta, a ideali democratici, repubblicani, autonomisti; una famiglia e un gruppo familiare (dagli Zanfarino ai Berlinguer, dai Satta-Branca ai De Villa), rigidamente antifascista, con l'ala strettamente cattolica - quella cui io personalmente ho sempre appartenuto e appartengo - ed un'ala più vasta - che sempre però ho rispettato e difeso! - di appartenenza alla Massoneria nazionale del Grande Oriente di Palazzo Giustiniani, del Rito Scozzese Antico e Accettato, organizzazioni prima sciolte dal fascismo - nonostante la difesa parlamentare fattane dal grande liberale Francesco Ruffini e dal grande politico e uomo di cultura sarda, il comunista Antonio Gramsci -, e poi perseguitate dall'Associazione Nazionale Magistrati, dalla "magistratura militante", e, ne sono personalmente testimone, dal Consiglio Superiore della Magistratura (e tutto questo ha portato poi alla condanna dell'Italia da parte della Corte Europea per violazione dei diritti di libertà!...), organizzazioni massoniche che Lei ben conosce per Sua personale cultura ed esperienza e per la Sua amicizia e frequentazione con alcuni Suoi sodali antichi "fratelli"; mentre io, che pur li difendo, ne sono stato e ne sono completamente estraneo.
Mi sono iscritto alla Democrazia Cristiana nel 1944, con scelta autonoma e diversa, ma libera e rispettata, nei confronti delle tradizioni sardiste della mia famiglia. Da giovane antifascista e cattolico militante, ho subito le violenze di professori fascisti (ma Lei non era iscritto al Guf? Perché è difficile che abbia potuto frequentare in quel tempo la Scuola Normale di Pisa senza aver dato prove certe di sentimenti fascisti? Niente di male! Ma perché non l'ha mai detto come invece pubblicamente hanno fatto Aldo Moro, Alicata e Ingrao, uno democratico-cristiano e gli altri due comunisti che "guffini" erano più di Lei tanto da aver vinto i Littorali della cultura?) che nella scuola arrivarono a strapparci dal bavero il glorioso distintivo della Gioventù Italiana di Azione Cattolica.
Nella casa paterna ho anche conosciuto la cortese "intrusione" - più cortese e meno inquietante di quella dei Ros - del Servizio Investigativo Politico, detto comunemente ma erroneamente Ovra ruolo cui ora aspira il Ros del Gen. Giampaolo Ganzer! Durante la campagna referendaria istituzionale nel 1946, da giovane repubblicano presi in Roma le giuste, giustificate e necessarie botte dai carabinieri dei Reparti a Cavallo dell'Arma intervenuti per evitare uno scontro con i monarchici in Piazza dell'Esedra.
Fra il 1946 e il 1948 ho fatto parte delle squadre armate militari di autoprotezione della Democrazia Cristiana. Fui eletto deputato al Parlamento nelle liste della Democrazia cristiana nelle elezioni generali del 1958 e sempre riconfermato, fino al 1983, essendo nelle tre ultime votazioni il più votato della Circoscrizione della Sardegna e uno dei più votati in Italia.
Ma Lei queste cose non le comprende e non le può apprezzare perché è arrivato al Quirinale senza essersi mai sottoposto ad un voto popolare, neanche in un circolo di bridge. Nel 1983 sono stato eletto Senatore per il Collegio di Tempio-Ozieri in Sardegna e subito dopo fui eletto Presidente del Senato, quasi all'unanimità.
Sono Capitano di Fregata (CM) della Marina Militare - per motivi di età transitato nella Riserva Assoluta - anche per "coprire" la mia presenza nelle file di "Stay-Behind" -, e mi è stato conferito il Distintivo d'Onore dei "Commandos" della Marina Militare, oltre che le Aquile d'Onore di Osservatore Militare e di Pilota Militare. Ho appunto partecipato, se pur in posizione modesta, prima da cittadino e poi per volontà dell'allora presidente del Consiglio Aldo Moro, che ne era stato con Paolo Emilio Taviani uno dei fondatori, quale sottosegretario alla Difesa nel suo Governo, alla organizzazione e gestione della rete italiana clandestina di "Stay-Behind", organizzazione segreta dell'Alleanza Atlantica, istituita dagli organi dall'Alleanza stessa e dai Governi nazionali e per questo sono stato inquisito e prosciolto e della cui Associazione Volontari ho l'alto l'onore di far parte.
Sono stato più volte processato per motivi politici, mai per motivi di corruzione o simili; e sempre prosciolto. Dopo la cessazione dalla carica di Presidente della Repubblica, sono stato convocato e interrogato ben 72 volte da commissioni d'inchiesta e da Autorità Giudiziarie varie: e penso non sia ancora finita! Sono stato oggetto di una inchiesta segreta del Sisde, allora diretto dal noto Prefetto Salazar, essendo ministro dell'Interno e con l'approvazione del senatore Nicola Mancino, per "complotto contro le istituzioni", in complicità con gli ufficiali e sottufficiali del Gruppo Incursori e Commandos della Marina Militare "Teseo Tesei" noto come: "Consubim"!!!
Sono stato finora l'unico Appuntato d'Onore dell'Arma dei Carabinieri, ufficio cui ho in questo momento rinunciato per non creare imbarazzo all'amata Arma Benemerita e soprattutto perché non voglio esser collega, neanche onorario, del Gen. Cc Giampaolo Ganzer e del Ten. Col. Cc Pietro Gentili, e anzi in "odio" e per disprezzo verso di essi, intendendo indicarli entrambi con questa mia lettera al disprezzo e al ludibrio di tutti gli appartenenti all'Arma dei Carabinieri!(...). Fui nominato poi Ministro dell'Interno nel 1976 (V Governo Moro e III Governo Andreotti) e nel 1978 (IV Governo Andreotti). Ho rassegnato le dimissioni dopo l'uccisione dell'On. Aldo Moro (9 maggio 1978) perché non lo avevamo saputo né proteggere né liberare, e per salvare il Governo e la politica di "unità nazionale". Sono stato nominato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, per sua scelta personale e dietro consiglio dell'eccellente giornalista, filosofo e romanziere Eugenio Scalfari, sempre Suo grande amico e attuale "consigliere a secretis", alla carica di presidente del Consiglio dei Ministri, ufficio ricoperto dal 4 agosto 1979 al 3 aprile 1980 e successivamente dal 4 aprile 1980; dal 17 ottobre 1980. Sono stato anche Ministro degli Affari Esteri ad interim.
Il 12 Luglio 1983 sono stato eletto Presidente del Senato della Repubblica.(...): Sono stato eletto Presidente della Repubblica il 24 giugno 1985 al primo scrutinio con 752 voti su 977. Ho prestato giuramento il 3 luglio 1985. Ho rassegnato le dimissioni dall'Ufficio di Capo dello Stato il 28 aprile 1992 dopo le elezioni generali e sono ancora Senatore a vita quale Presidente Emerito della Repubblica - fino a quando non decideranno diversamente... il Procuratore della Repubblica di Potenza, l'Anm, il Consiglio Superiore della Magistratura, e Lei stesso, Capo dello Stato, nel Suo ormai sfrenato delirio di onnipotenza! (...). Sono stato primo, nel tempo e non certo per valore, allievo e assistente del grande Maestro di diritto pubblico Giuseppe Guarino e ho anche condotto i miei studi di teoria generale e di filosofia del diritto sotto la grande guida culturale ed etica di Giuseppe Capograssi che mi fece conoscere e mi iniziò al pensiero del grande filosofo cattolico-liberale Antonio Rosmini e che mi mise sotto le cure spirituali del padri rosminiani della Basilica di San Carlo al Corso. Fui prima assistente universitario, poi docente all'Università di Sassari, da cui mi dimisi il giorno del mio giuramento quale Presidente della Repubblica.
Sono "Doctor of Civil Law" (DCL) non "honoris causa"! dell'Università di Oxford, ed in essa anche Honorary Fellow del Saint Mary's Hall and Oriel College. Ho ventuno lauree "honoris causa". Premetto che io sono stato, sono e sarò sempre contro i ladri, i concussori, i corruttori, i corrotti. E se qualche mio amico si dimostrerà che lo sia stato, me ne dorrà assai, ma non approverò o solo difenderò il loro operato o peggio ancora combatterò i giudici che li condanneranno! Con questa lettera intendo difendere il diritto alla libera critica dei cittadini ed in particolare dei parlamentari in quanto rappresentanti del Popolo sovrano anche nei confronti, lo ripeto, degli atti e del comportamento di giudici e pubblici ministeri, ordinanze e sentenze comprese.
Con questa mia lettera intendo difendere le prerogative dei membri del Parlamento contro le intercettazioni illegittime, il deposito illecito e la diffusione mediante veline attuate da alcuni servili carabinieri del Ros (meno male che sono solo pochi, con l'attenuante di essere pessimamente comandati) delle conversazioni dei membri del Parlamento coperte da prerogativa di immunità. Con questa mia lettera non intendo difendere seppur nella cristiana carità verso di essi, né Claudio Calza né Angelo Sanza: mi auguro che siano innocenti, che riescano a provare la propria estraneità ai fatti loro contestati, ma se invece sono colpevoli non li difenderò ingiustificatamente, ma se del caso dopo aver letto le sentenze che li riguardano in base al loro contenuto le approverò o le criticherò. Con questa lettera intendo deplorare il pessimo costume di alcuni magistrati assecondati da servili ufficiali di polizia giudiziaria di concorrere a "sbattere in prima pagina il mostro"!
Con questa mia lettera intendo difendere il principio della presunzione di innocenza e il principio della libertà personale che non può essere arbitrariamente limitata specie a solo scopo teatrale come da richiesta nei confronti dei deputati di Forza Italia Sanza e del deputato DS Luongo. Mi sembra strano del resto che il vanitoso Procuratore della Repubblica, il pluribocciato Sostituto Procuratore e la giovane Gip abbiano puntato su di loro forse per coprire il rinato arco costituzionale (un ex-democristiano del centro-destra, un ex-democristiano della Margherita e un ex-comunista dei Ds) senza andar a toccare altre numerose persone nominate negli atti, compreso Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi. E soprattutto difendo incondizionatamente, con sicura coscienza, un grande servitore dello Stato, un ufficiale di grandissima professionalità, sempre meno pagato di Lei, un uomo di grande spessore morale, un carabiniere, non un "sicofante": il Gen. di Brigata della gloriosa Arma dei Carabinieri Stefano Orlando, forse dolorosamente pugnalato alle spalle da qualche suo infame collega! Carabiniere, servitore dello Stato, vittima forse di carabinieri indegni e felloni! Vergogna eterna per gli ufficiali e generali "sicofanti"! E difendo la libertà di tutti.
E difendo anche me stesso da cittadino e da membro del Parlamento, difendendo così anche il Parlamento tutto, da ex-Capo dello Stato che si è tentato di minacciare e intimidire, come se fosse un bambino, da parte di "azzeccagarbugli" che abusano del nome di magistrati, categoria cui sono appartenuti e appartengono molti miei familiari e tanti, tantissimi galantuomini, e fedeli servitori dello Stato.
Mi rivolgo a Lei, come senatore e uomo di diritto, io, non certo Lei! Non mi rivolgo a Lei come sarebbe più conveniente e giusto in una buona democrazia, da semplice cittadino, perché dei semplici cittadini, che sono il popolo vero della gente comune, Lei nulla sa e mai di essi ha sentito di far parte o si interessa, salvo che per farsi applaudire scompostamente con smodati sorrisi anche ai funerali, preferendo con la Sua Signora e con la Sua famiglia le barche dei ricchi industriali e le case di radical-chic, di cui Lei è uno dei tipici anche se "modesti" esemplari.
Dopo una vita onorata, mai implicato in affari di denaro, né mai finora intercettato, né io né alcuno dei miei figli, per "relazioni pericolose", a bordo di barche di "sospetti mafiosi", in acque caraibiche, con "donnine" a bordo, né dalle centrali d'ascolto delle forze di Polizia e sicurezza Italiane, né da quelle Nsa degli Stati Uniti d'America, come ad altri è invece accaduto, difendendone io da Capo dello Stato, in modo riservato ed efficace, il padre sospettato ingiustamente e ridicolmente. Da non ricco qual sono che non gode certo di trattamenti pensionistici pubblici, il cui indicibile livello è un'offesa alla povertà della gente, una offesa agli operai, agli impiegati ed a chi vive una vita difficile, dovevo aspettare con grande umiliazione proprio l'età di 74 anni, dopo cinquant'anni passati al servizio della Repubblica, minato come Lei da un terribile morbo e cioè marcato come Lei dal cancro; di essere intercettato irregolarmente dalla Squadra della Polizia Giudiziaria dell'Arma dei Carabinieri e dai Ros, Reparti Operativi Speciali dell'Arma dei Carabinieri, da me un tempo accanitamente, e mi accorgo adesso, almeno per qualcuno, ingiustamente difesi, e che stanno degenerando, come un tempo accadde anche alla Dia (guarda caso quando era proprio diretta da un Generale dei Carabinieri), in una specie di Ovra "democratica" - dove l'aggettivo "democratica" ha naturalmente lo stesso senso, proprio dei "magistrati democratici" e dei "giudici democratici", e cioè "tardo-giacobini" e "tardo-leninisti" (non "tardo-stalinisti", poiché non ne avrebbero il coraggio fisico e psicologico), di cui correvo il pericolo di rimanere vittima. Garantito poi dalla correttezza e dall'onestà di un Procuratore della Repubblica, come sono la maggior parte dei Pubblici Ministeri d'Italia.
Quanto diverso il Ros del Gen. Mori, anche lui vessato dalla "magistratura democratica" per non averne fatto una organizzazione di "sicofanti": e so quel che dico, con assoluta certezza. A questa età, e con una vita dignitosa e modesta di servitore dello Stato alle spalle, debbo essere ora "sputtanato" da veline fatte "filtrare" a sostegno delle posizioni della Procura della Repubblica di Potenza! Ma non solo per questo disturbo chi, come Lei, è tanto impegnato nel disbrigo degli affari domestici, mondani, lieti e funebri, nazionale e sovrattutto pan-europei e mondiali: domani cosmici, impegnato com'è, con la ineffabile ma simpatica First Lady tra feste, festini, tagli di nastri, altre cerimonie non liete e varie altre iniziative utili al Paese.
Scrivo a Lei, che dovrebbe essere (ma non ne ha il coraggio, perché uomo di coraggio Lei non è mai stato e non è!) il garante della Costituzione e quindi massimamente del Parlamento, che in un regime democratico è l'unico "sovrano legale", perché rappresentante dell'unico "sovrano reale" che è il Popolo, e non Lei né la magistratura, né l'Anm, né il Csm. Lei dovrebbe quindi essere anche il garante delle prerogative poste a tutela dei membri del Parlamento: prerogative e non privilegi, perché sancite da una antica e ininterrotta, salvo parzialmente nel nostro Paese, tradizione costituzionale europea e americana a tutela non delle persone individuali ma della libertà ed indipendenza dei rappresentanti del Popolo Sovrano.
E chiedo, e pretendo da cittadino e da membro del Parlamento, che Lei difenda pubblicamente il diritto di critica, quale garante dei diritti di libertà dei cittadini, il diritto di critica anche dura nei confronti dei magistrati, vuoi giudici vuoi soprattutto pubblici ministeri, ché in ogni Stato di diritto questi ultimi sono solo funzionari civili incaricati della pubblica accusa e non "unti del Signore". E che difenda anche il diritto di criticare perfino le sentenze, che in uno Stato di diritto non sono accertamenti di "verità storiche ed etiche", ma solo di "verità convenzionali", anche necessarie per la certezza dei rapporti giuridici, che anche se ingiuste sono purtroppo necessarie, sono pur sempre però un valore per una società ordinata e che solo può vivere di libertà secondo leggi fondate su basi "civili" e non di diritto divino, naturale o positivo. E la salvaguardia di questo diritto di critica da parte di tutti, parlamentari o no, è oggi più che mai assolutamente necessaria nei confronti di alcuni magistrati, giudici e pubblici ministeri e insieme nei confronti dell'Anm e del Csm,
Suoi "figliocci" prediletti", perché essi oggi, anche sotto la Sua irresponsabile e demagogica protezione, dovuta a ignoranza, codardia e paura (forse anche, e la comprendo, a motivo della istituzione della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sui casi TeleKom-Serbia), hanno usurpato poteri e competenze e utilizzato i loro poteri a fini politici, spesso "eversivi" di carriera e quindi non di pura verità!
E questa energica presa di posizione avevo richiesto tramite alti funzionari della Sua Casa. Ero proprio curioso di sapere se Lei fosse un vero Capo dello Stato, come De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Cossiga e Scalfaro, o solo un moralmente poveruomo e ricchissimo pensionato, ex-Direttore Generale della Banca d'Italia, che in vita sua ebbe quattro insperate fortune: esser da me nominato a Governatore della Banca Centrale - contro l'ostilità della maggioranza degli esperti -, e solo perché la sapevo un buon uomo, una persona onesta, non certo un grande economista!; esser stato indi nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, per crisi della politica e del Parlamento; e quindi perfino Ministro del Tesoro, forse come presumo per la catastrofica gestione della lira, che portò ad una svalutazione del 14% e alla nostra uscita dallo SME!
E infine Ella fu eletto per le beghe dei partiti, udite! udite!, presidente della Repubblica Italiana, e che dovrebbe passare alla Storia come successore, tra gli altri, di Einaudi e Pertini: e se Lei Signor Presidente della Repubblica, non avrà un sussulto di dignità e coraggio, in un forte soprassalto di consapevolezza, Lei passerà alla Storia come il "Presidente Tentenna" o peggio!
Con osservanza,
Francesco Cossiga3 giugno 2002 - INTERCETTAZIONI PER CRONISTA GIORNALE, MA SONO 48.000 I CASI
"Il Nuovo"
Intercettazioni: 48 mila "incursioni" ogni anno
Un cronista del quotidiano Il Giornale scopre di essere stato intercettato per tre anni. Ne nasce un'inchiesta con un dato clamoroso: 48 mila incursioni l'anno nei nostri telefoni.
ROMA - Almeno 48 mila intercettazioni telefoniche l'anno. Tante sarebbero, stando a una "media" rivelata oggi dal quotidiano Il Giornale, le "incursioni" che la magistratura autorizza ogni anno nelle telefonate di privati cittadini. Tutti, ovviamente, sono coinvolti a vario titolo in inchieste e indagini giudiziarie. Ma a spaventare, oltre all'alto numero di intercettazioni, è proprio la qualità e la durata delle inchieste e dei fascicoli giudiziari.
Il Giornale parla da parte lesa. Sì, perché proprio un loro cronista, Gian Marco Chiocci, "colpevole" di essersi occupato di un'inchiesta che riguardava Licio Gelli, è finito nel "tritacarne" delle intercettazioni, costretto a subire la scomoda presenza di un orecchio esterno nelle proprie telefonate.
L'elenco di queste ultime, pubblicate oggi dal quotidiano, lascia in bocca il sapore del grottesco. Chiocci, che viene a sapere della cosa solo dagli atti ufficiali alla chiusura delle indagini, è stato spiato per tre anni, da quando aveva pubblicato alcuni articoli sulla "caccia" a Licio Gelli in Francia. Scopre di avere un fratello con "precedenti penali" (un'infrazione nautica), di aver rivelato a orecchie sconosciute particolari importantissimi per le indagini, come la sua presenza alla sagra del Tordo in val d'Orcia, i numeri che intendeva giocarsi al Superenalotto, le impressioni critiche scambiate con qualche amico sulla gestione del processo Marta Russo.
L'ironia, ovviamente resta l'apporccio più facile. ma le notizie sull'incredibile mole di intercettazioni disposte, peraltro con scopi e risultati simili a quelli che riguardano il cronista del Giornale, lascia esterrefatti. Tanto da mettere d'accordo addirittura due personaggi pllitico-istituzionali da sempre su barricate opposte. Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione nazionale dell Stampa, e Maurizio Gasparri, ministro delle Telecomunicazioni, si mostrano entrambi sconcertati. "E' uno scandalo" dice il secondo. "Totale disprezzo per la libertà d'informazione" commenta il primo.
Quella delle intercettazioni telefoniche, d'altronde, sembra ormai una vera e propria escalation. Sarebbero aumentate drasticamente di numero dalla seconda metà degli anni Novanta in poi. E coinvolgono, spessissimo, persone che non hanno nulla a che fare con chi le chiama, e con i conti che quest'ultimo deve pagare alla giustizia.
Certo, il loro utilizzo, ha permesso di chiudere parecchie indagini difficili. Ma la polemica ormai, dopo la disavventura di Chiocci, è aperta.4 giugno 2002 - NUOVA RUBRICA DI GERVASO SUL MESSAGGERO
ANSA:
"Riscoprire, in un dialogo con i lettori, valori importanti: ma trattandoli nel mio stile, quello di un polemista, contrario alla retorica ed al moralismo". Spiega cosi' Roberto Gervaso la sua rubrica di colloqui con i lettori "A tu per tu", che oggi ha concretamente debuttato sul "Messaggero" con la risposta ad una lettera sulle norme piu' severe contro maghi e ciarlatani televisivi (che attuano "uno smaccato inganno, un impudente ed impunito plagio estorsivo. Ben venga il giro di vite. Ma che giro sia", auspica Gervaso). Ieri Gervaso aveva presentato la sua rubrica quotidiana sul quotidiano romano affermando: "parleremo del nostro paese e del mondo...non ci faremo fuorviare da pregiudizi, tabu', ubbie, paraocchi". Oggi, interpellato sui prossimi temi della rubrica, indica una scaletta che sembra tenere fede alle premesse. Gervaso, ad esempio, probabilmente rispondera' domani sulla scuola, un tema di largo interesse fra il pubblico. "Cerco - spiega - di mettermi nella testa del lettore, di toccare argomenti che interessano tutti". Sulla scuola - anticipa - "saro' durissimo contro ogni permissivismo, perche' se non ti boccia la scuola, ti boccera' la vita'". Altro tema caldo di prossima trattazione sara' la giustizia. Su questo argomento Gervaso non ha peli sulla lingua e non si fa pregare per fornire la sua opinione: "come fa a funzionare la giustizia in un paese che appare in preda alla frenesia legislativa, dove esistono duecentomila leggi, afflitto in piu' da un parossimo di litigiosita' che accumula milioni di cause, dove le strutture del settore sono decrepite e insufficienti, e dove la magistratura e' vistosamente politicizzata, dove si sa quali sono le posizioni politiche di Tizio e Caio? Le maggiori magagne sono appunto l' eccesso normativo e la politicizzazione della magistratura". Non mancheranno neanche temi 'storici': "magari qualche lettore chiedera' se sia possibile che il presidente Bush sapesse dell' attacco terroristico, cosi' come Roosevelt nella seconda guerra mondiale sapeva dell' attacco giapponese a Pearl Harbour". L' oggetto fondamentale restera' il nostro paese con i suoi problemi. L' Italia - a parere di Gervaso - e' un paese pieno di risorse e di fantasia, ma con poco carattere: lo scrittore non nasconde quindi l' ambizione di contribuire ad uno scopo di rieducazione civile e del carattere nazionale, di critica dei difetti nazionali. E di difetti l' Italia ne ha molti anche se - aggiunge Gervaso - "non cambierei questo paese con nessun altro". Nella presentazione della sua rubrica Gervaso ha citato Indro Montanelli (con il quale ha scritto a quattro mani tanti libri di storia 'anticonfomista') e il modello della 'Stanza' di Montanelli resta ben presente. "Era la prima cosa che leggevo sul Corriere della Sera", spiega Gervaso. "Io scegliero' una lettera, una sola al giorno, fra quelle che mi arrivano, per approfondire un tema che sia di attualita' o magari anche di storia. A differenza di altri colleghi pero' non daro' un colpo al cerchio e uno alla botte. Voglio essere divertente ma sono pronto a dividere il pubblico...Non ho intenti ecumenici, sono un polemista come era anche Montanelli. Daro' risposte chiare, condite di spezie e pepe". E scappa la battuta: insomma sara' una rubrica piu' di 'fieli' che di 'mieli'". Perche' crede che la formula dei colloqui con i lettori affidata ad una firma di prestigio abbia fortuna sugli organi di stampa? "E' un modo per catturare i lettori. Non forse per poterli aumentare ma per consolidarne il rapporto con la testata. Il rapporto tra lettore e giornale diventa piu' amichevole, piu' coinvolgente visto che anche il lettore viene sollecitato a scrivere. Ma, ripeto, non saro' troppo indulgente: nessun schiaffone ma certo qualche forte buffetto".6 giugno 2002 - ENRICO MANCA (PRESIDENTE ISIMM) APRE CONVEGNO SU TV DIGITALE
ANSA:
Dal 2006 addio alla vecchia tv, arriva il digitale terrestre. Ma rispettare questa data sara' difficile senza incentivi fiscali. E' quanto ha sottolineato il presidente dell'Isimm (Istituto per lo Studio dell'Innovazione nei Media e per la Multimedialita') Enrico Manca aprendo a Smau Roma i lavori del convegno "Dall'analogico al digitale terrestre: potenzialita' e criticita'". "Senza un impegno forte dello Stato - ha detto Manca - occorrono piu' o meno 10 anni per la definitiva affermazione del digitale, ovvero il tempo che gli italiani hanno impiegato per passare dalla televisione in bianco e nero a quella a colori; dunque assolutamente non in linea con la data del 2006" stabilita dalla legge. Per il presidente dell'Isimm sarebbe "utile prendere in considerazione un sistema articolato di incentivi fiscali alla domanda, ad esempio per favorire la rottamazione dei vecchi apparecchi televisivi o l'acquisto dei set top box. Cio' favorirebbe poi indirettamente anche l'offerta, senza interferire sul libero andamento del mercato". Sulla necessita' di incentivi si e' pronunciato anche Antonio Pilati, Commissario dell'Autorita' per le telecomunicazioni. "I tempi - ha detto - hanno una valenza fondamentale. Per cambiare il parco tv con il colore tutto e' stato lasciato al mercato e sono stati necessari circa dieci anni. Per accorciare i tempi al 2006 occorre sostituire il modello naturale di mercato con un modello spinto da incentivi e decisioni di tipo politico. Bisogna intervenire - ha sottolineato Pilati - sul lato dei consumatori".7 giugno 2002 - SEI TESTAMENTI: LITE PER EREDITA' AMICA DI GELLI
"La Gazzetta di Reggio"
Raffica di testamenti a Bologna
Eredità record: in 6 la vogliono
BOLOGNA. Sei testamenti, uno solo dei quali potrebbe essere autentico, si contendono il patrimonio di una signora di 60 anni, Maria Teresa Bergami, morta a Bologna in gennaio: nel contenzioso per l' eredità, che comprende uno stabile mentre dai conti correnti sarebbero già spariti circa 500.000 euro, ci vuole vedere chiaro la Procura che ha avviato un' inchiesta con l' ipotesi di falso in atto pubblico e circonvenzione di incapace. Dopo il decesso della donna, oltre a un testamento in favore del fratellastro, ne sono saltati fuori altri cinque: due sono in favore della 95enne madre della defunta, gli altri due invece a favore di Nunzia Massari, detta Tina Soncini, amica della signora scomparsa. Per far luce sulla vicenda il Pm Antonello Gustapane ha già dato incarico per una perizia grafologica, una consulenza commercialista e un esame medico legale. Ieri mattina in Procura sono state ascoltate alcune delle persone coinvolte nella vicenda: un' amica della donna che viveva nello stesso edificio e un' altra persona che lavora nello studio commercialista del quale la donna morta era cliente.
Nel gennaio scorso per Tina Soncini c' era stata la richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pm Lucia Musti che aveva chiuso l' inchiesta sulle firme false per la presentazione di candidati alle elezioni politiche dello scorso 13 maggio, alle quali Soncini era candidata alla Camera per la CdL. Nobildonna col titolo di principessa, Soncini è una ex esponente del movimento monarchico e nel '93 si candidò a sindaco di Roma per i 'Comitati pro-Craxi'. La nobildonna è stata anche amica di Licio Gelli (venne sentita nell' inchiesta-bis sulla strage alla stazione di Bologna). Il nome della Soncini venne fatto dal Pm Paolo Ielo al processo per le tangenti della Metropolitana Milanese, tra quelli delle persone a cui erano state intercettate telefonate fatte da Bettino Craxi, che si trovava ad Hammamet.7 giugno 2002 - FALLIMENTI: INDAGINI SULLA MASSONERIA IN UMBRIA
"Il Messaggero" edizione Umbria
Perugia, lo scandalo della commercialista. Interrogato Donti per quattro ore: si è parlato di un prestito fatto da Gelli
Fallimenti, blitz al Grande Oriente
Investigatori nella sede della massoneria per nomi e documenti
PERUGIA - In punta di piedi, come si conviene nei templi esoterici, gli investigatori fanno il loro ingresso nella sede del Grande Oriente a Perugia per un motivo molto terreno: la ricerca dei soldi dello scandalo fallimenti. Il passo, voluto dal pubblico ministero Sergio Sottani, è arrivato l'altra sera e segna una svolta nell'inchiesta sulla Signora Fallimenti, alias Gabriela Ottaviani, che ha fatto sparire 15 miliardi di vecchie lire (fa più effetto che in euro) da alcuni fallimenti, dall'Icap al Salumificio di Bettona. Una parte della massoneria perugina, infatti, o ambienti ad essa vicini, avrebbero giocato un ruolo importante in questa vicenda.
In piazza Piccinino gli investigatori cercavano alcuni nomi e delle carte, forse delle lettere. Perché nel fascicolo è stato inserito anche un pezzo di un vecchio processo per usura, quello a Augusto De Megni, un tempo massone importante del rito scozzese. E i contatti tra l'avvocato Vinicio Donti, consorte della Ottaviani, e il patriarca De Megni non sono mai stati un segreto. Contatti tenuti soprattutto quando Donti era ancora nell'ufficio legale della Cassa di Risparmio (ora Banca dell'Umbria).
Si è parlato anche di questo ieri mattina nel corso del lungo interrogatorio (quattro ore) di Donti di fronte al piemme Sottani. Di questo, e di una lettera.Fallimenti...
La lettera sarebbe arrivata circa un anno fa. Mittente: l'avvocato Giorgetti, già legale di Licio Gelli, fondatore della P2, una loggia deviata. Destinatari: una decina di persone importanti, pare tutti iscritti alla massoneria. Tra questi, appunto, Vicinio Donti.
Nella lettera si chiede la restituzione di un prestito che Gelli aveva fatto a De Megni e che le dieci persone, destinatarie della missiva, hanno garantito. Qualcuno per un miliardo, Donti, pare, per circa ottocento milioni. L'avvocato indagato avrebbe spiegato al magistrato di avere restituito i soldi fino all'ultima lira. Ma il punto è: Donti dove ha trovato i soldi? Ha chiesto aiuto alla moglie? Altro mistero è il motivo che ha spinto De Megni a chiedere i soldi a Gelli. Era in difficoltà?
Gli investigatori non sono stati solo al Grande Oriente, due giorni fa hanno visitato anche qualche istituto di credito a Perugia. Cercavano i conti correnti ufficiali della coppia Donti-Ottaviani, quelli risaputi. E, secondo indiscrezioni, pare abbiano trovato poco. In contanti, s'intende. Dopo l'interrogatorio di ieri mattina, però, sembra che il magistrato abbia dato agli investigatori l'ordine di tornare in banca.7 giugno 2002 - PROCURA PERUGIA SEQUESTRA LISTE ISCRITTI A MASSONERIA
ANSA:
La procura della Repubblica di Perugia ha fatto sequestrare le liste degli appartenenti alla massoneria perugina nell' ambito di un' inchiesta a carico della commercialista Gabriella Ottaviani accusata di avere distratto beni per oltre una decina di miliardi di lire da alcuni fallimenti che le erano stati affidati come curatrice. Nell' indagine e' inoltre coinvolto il marito della donna, l' avvocato Vinicio Donti. Il sostituto procuratore Sergio Sottani, titolare del procedimento, vuole ora verificare eventuali contatti tra il legale e personaggi iscritti alla massoneria. Per questo - come riportano oggi "Messaggero" e "Corriere dell' Umbria" - il pm ha disposto una perquisizione nella sede del Grande Oriente d' Italia dove sono state acquisite le liste e altri documenti. Materiale ora al vaglio degli inquirenti. Lo sviluppo dell' inchiesta e' legato anche a una lettera inviata tempo fa da uno dei legali di Licio Gelli ad Augusto De Megni per chiedere la restituzione di un prestito. Lo stesso documento venne inviato anche a una decina di persone, tra cui Donti, che sarebbero state garanti della restituzione del denaro versato. Il pm Sottani intende ora chiarire se il legale perugino avesse restitutito qualche somma a Gelli e, eventualmente, da dove venissero quei soldi. La lettera venne inserita tra gli atti di un vecchio processo per usura a carico di De Megni. Donti e la Ottaviani sono accusati in particolare di peculato. Il sospetto degli inquirenti e' che il l' avvocato abbia gestito parte dei fondi distratti dalla moglie.
"Per ottenere le liste degli iscritti alla massoneria perugina non c' era bisogno di alcun provvedimento di sequestro, bastava chiedercele e le avremmo fornite": lo ha detto questa mattina Gustavo Raffi, Gran maestro del Grande Oriente d' Italia, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Perugia. Raffi ha cosi' commentato l' acquisizione disposta dalla procura di Perugia nell' ambito dell' inchiesta sulla commercialista Gabriela Ottaviani accusata di avere distratto beni di alcuni fallimenti che le erano stati affidati come curatrice. Nell' indagine e' coinvolto anche il marito, l' avvocato Vinicio Donti. Secondo il Gran maestro l' iniziativa sarebbe "eccessiva". "Non e' plausibile - ha detto - che, solo perche' tra le nostre file c' e' un avvocato oggi indagato, i sospetti ricadano su tutti i fratelli. Tanto piu' che - ha continuato - prima del sequestro era gia' pronto il provvedimento di sospensione per l' avvocato Donti. La nostra posizione e' rigorosa: non ci sara' mai lassismo - ha concluso Raffi - di fronte a eventi che, come questo, possono turbare la massoneria".8 giugno 2002 - INCHIESTA FALLIMENTO COMMERCIALISTA PERUGIA E MASSONERIA
"Il Messaggero" edizione Umbria
Il caso della commercialista. Al vaglio i nomi presi al Grande Oriente: sono gli stessi della lettera di Gelli?
Fallimenti, ora si scava nelle banche
La massoneria dopo il sequestro delle liste: "Donti è stato sospeso"
di ITALO CARMIGNANI
PERUGIA - Di tempio in tempio, l'inchiesta dedicata alla Signora Fallimenti, alias Gabriela Ottaviani, apre le stanze più segrete di Perugia. E le scruta. Dopo quelle della massoneria, quelle esoteriche del Grande Oriente, è il turno di quelle profane della finanza. E se i primi, i massoni, mettono l'armatura, gli altri, i banchieri, per ora restano in silenzio, quasi in attesa.
Si cercano i soldi: chi dice 15 e chi scende a 10, ma sempre di miliardi si parla. Sono quelli dei fallimenti, di cui la Ottaviani era curatrice, così abile da averli fatti sparire. L'indagine vuole che lo abbia fatto in compagnia del marito Vinicio Donti, e forse insieme ad un cognato. Ma questi tre certamente non hanno agito da soli. Tirare fuori miliardi dai libretti bancari delle procedure fallimentari non è facile. Ci vuole la firma di un funzionario del Tribunale e, da qualche anno, addirittura quella del giudice. Si cerca nelle banche, quindi. Donti, in fondo, le conosce bene: fino a pochi anni fa ne faceva parte. Era nell'ufficio legale della Cassa di Risparmio. Una stanza dei bottoni importante.9 giugno 2002 - INCHIESTA PERUGIA SU FALLIMENTO E MASSONERIA
"La Nazione" edizione Umbria
"Nessun rimborso, tutte bufale"
PERUGIA - "Sono tutte bufale, Licio Gelli non c'entra nulla con questa storia di fallimenti". L'avvocato Raffaello Giorgetti, legale da sempre dell'ex Venerabile della loggia P2, taglia corto e liquida bruscamente qualsiasi domanda sull'inchiesta perugina. "Gelli non c'entra nulla, inutile rivangare vecchie storie". Dopo l'ira dei massoni per il sequestro degli elenchi degli 800 "fratelli perugini", sull'inchiesta "lady crac" arriva anche l'alzata di spalle da villa Wanda. La pista del rimborso di prestiti, legati eventualmente al fallimento De Megni, le ipotizzate connivenze tra massoni, restano strade che il sostituto procuratore Sergio Sottani intende seguire. Ma non sono chiaramente le uniche. Ieri e oggi ci sarà una pausa di riflessione, serve per far posare i polveroni dopo le roventi polemiche di questi giorni. Ma già domani potrebbe scattare l'ora degli interrogatori dei magistrati e cancellieri coinvolti negli incarichi delle curatele fallimentari a Gabriela Ottaviani Donti (nella foto). E si aprirà così un'altra pagina delicatissima. Anche se sarà dimostrata la storia di cambiali o assegni avallati dall'avvocato Vinicio Donti e legati alle storie di De Megni e Gelli, il nodo dello "scandalo fallimenti" è più recente. Sottani fa benissimo a far luce su tutti gli angoli dell'inchiesta e su tutte le possibili connivenze. Ma i miliardi sottratti dalla "signora dei fallimenti" sono stati accumulati negli ultimi anni. E il movente di un tenore di vita altissimo, di spese pazze, di Ferrari, Porsche, ville a Pantelleria e uffici ai Parioli, può spiegare in gran parte la destinazione presa da quei fondi distratti dagli stati passivi e dalle giuste ambizioni dei creditori. Del resto, anche nel corso degli interrogatori, sia Gabriela Ottaviani che Vinicio Donti avrebbero risposto negativamente alle domande di Sottani sui prestiti di Gelli-De Megni. Sono illazioni, però. Perché come racconta l'avvocato Franco Coppi, legale di Vinicio Donti, "i verbali degli interrogatori sono stati secretati, anch'io so poco delle indagini. Ho assistito solo alle ultime fasi dell'interrogatorio del mio cliente". di Pino Di Blasio9 giugno 2002 - STRAGE PETEANO: UN LETTORE AL MESSAGGERO VENETO
"Il Messaggero Veneto"
La strage di Peteano
Volevo esprimere il mio apprezzamento per il fatto che il suo giornale ha dedicato tanto spazio all'anniversario della strage di Peteano. Vorrei comunque fare alcune riflessioni sugli articoli che sono comparsi in questi giorni.
1) Nella pagina del 1º giugno, dedicata alla conferenza di Gorizia e allo spettacolo del Rifo, perché non nominare da nessuna parte gli altri due avvocati che coraggiosamente difesero i sei indagati goriziani, e cioè l'avvocato Livio Bernot e l'avvocato Maniacco?
2) Nel riquadro riassuntivo in alto a sinistra si legge: "La pista ("rossa") si rivela inconsistente e le indagini si indirizzano dapprima su alcuni pregiudicati per reati comuni". Ma che quegli indagati fossero pregiudicati per reati comuni era una falsa notizia, messa in giro di proposito per depistare, proprio come la "pista rossa".
Non è il caso di ricostruire la storia, trent'anni dopo, usando le notizie false di trent'anni prima.
3) Purtroppo leggendo quella pagina del Messaggero non si capisce chi fosse Vinciguerra e la sua relazione con Ordine Nuovo, non si sa perché volle colpire proprio i carabinieri, non si capisce perché alcuni ufficiali dell'Arma dei Carabinieri depistarono le indagini, non si sa di Gladio, non si capisce perché tutto questo successe. Eppure sono stati gli argomenti trattati nella conferenza.
4) Il 2 giugno però è comparso un altro articolo, questa volta di Alberto Garlini dal titolo "Peteano dice che il potere è un gioco nella penombra". Contiene più informazioni, anzi, in sintesi, le informazioni giuste, su Vinciguerra e Ordine Nuovo, la Gladio, la Cia, gli scopi anticomunisti. Anche alcune delle riflessioni di Garlini sul potere sono condivisibili.
Sennonché, anche qui, alla fine le responsabilità rimangono qualunquisticamente indistinte. "Peteano - scrive Garlini - ci insegna che i nascosti, di qualunque parte siano, hanno parentele e complicità, collaborano fra loro. Non importa che siano occidentali, o comunisti, mafiosi o statali, musulmani o cristiani: chi agisce nell'ombra si accorda con chi agisce nell'ombra, prende tutti i vantaggi che questo tipo di azione può dare". Ora, questo può essere vero in generale, ma non capisco perché, parlando di Peteano, unica delle stragi su cui si sia fatta una certa chiarezza, si debba poi mettere tutti ancora una volta nello stesso generico calderone delle responsabilità. Evidentemente in questo caso i musulmani non c'entrano nulla, e neppure i cristiani, in quanto tali (casomai i democristiani, che sono un'altra cosa). Probabilmente non c'entrano i mafiosi, anche se ci sono stati molti contatti fra mafia e servizi segreti. Molto c'entrano gli "occidentali", se con questo termine generico si intendono i servizi segreti atlantici, la Gladio e la Cia americana, di cui lo stesso Garlini a un certo punto parla. Moltissimo c'entrano i neofascisti, termine che si può assimilare a "estremisti di destra", usato nell'articolo.
Molto c'entrava anche la P2, a cui appartenevano alcuni degli ufficiali dei carabinieri depistatori. La P2 era l'organizzazione massonica di cui ha fatto parte, per esempio, anche l'attuale presidente del consiglio, oltre che molti altri uomini dell'attuale maggioranza.
Assolutamente nessuna responsabilità avevano i comunisti.
Ora, perché Garlini, parlando di Peteano, mette i comunisti, che sono stati l'obiettivo politico della strategia della tensione, nello stesso calderone con coloro che ne furono gli artefici? Oggi il Pci, che non aveva alcuna responsabilità nella vicenda di Peteano, non esiste più, la destra e i consoci dei depistatori sono al potere.
Garlini si chiede: "Cosa resta attuale di Peteano e di quel modo di concepire il potere?". Resta appunto il potere, ma non un "potere" generico, in cui Garlini, per la sindrome qualunquistica della "par condicio", mette tutto, depistati e depistatori, vittime e carnefici, ma questo potere, ben concreto nella sua identità sociale e politica, che ha raggiunto i suoi obiettivi anche, certo non solo, strumentalizzando quella strage.
Alessandra Kersevan
UdineLa signora Kersevan si scorda alcune cose: anche se la strategia della tensione fu perseguita per impedire che i comunisti prendessero il potere in Italia, la strage di Peteano, che fa parte della strategia della tensione, ebbe ragioni diverse. L'esecutore di questo atto criminale, Vincenzo Vinciguerra, disse che si decise all'azione per compiere un vero attentato contro lo Stato (e infatti colpì dei carabinieri), e non degli attentati fittizi che servivano in realtà a puntellarlo secondo la logica dello "stabilizzare destabilizzando". Si accinse in sostanza che l'estremismo nero, di cui lui faceva parte, era manovrato da oscuri apparati dello Stato. I due "nascosti", quello statale e democratico dei servizi segreti, e quello fascista dell'estremismo di destra, che dovevano essere nemici, in realtà si accordavano e congiuravano per uno scopo comune. Lo stesso discorso può essere riproposto, in molti punti, per l'estremismo rosso. Questo per dire come le cose siano molto più complicate delle distinzioni interessate fra buoni e cattivi della signora Kersevan, e del qualunquista che appioppa a chi non la pensa come lei. Fa dispiacere vedere come le persone non riescano mai a uscire da una logica di parte (che è la prima ed essenziale forma della violenza) per raccogliere anche un solo brandello di verità.
Alberto Garlini10 giugno 2002 - TINA ANSELMI: LA P2 ESISTE ANCORA
"La Tribuna di Treviso"
CASTELFRANCO
Tina Anselmi lancia l'allarme: "La P2 esiste ancora"
a.p.
CASTELFRANCO. Il sistema P2 continua a funzionare ancora oggi. Negli ultimi tempi tante persone, che erano negli elenchi dell'ex Loggia Massonica (in tutto 962 affiliati, sono state chiamate ad assumere importanti incarichi istituzionali, economici e finanziari. Tutti sono stati messi in posti vitali che contano molto. Questo il grido d'allarme che ieri mattina l'ex presidente della Commissione d'Inchiesta P2 ed ex partigiana, la trevigiana di Castelfranco Tina Anselmi, ha lanciato dal palco del Supercinema di Padova durante il terzo convegno pubblico, organizzato dall'associazione Non solo Spettatori sul tema "L'autonomia e l'indipendenza della magistratura sono una garanzia per tutti i cittadini". Anselmi ha anche detto che sono proprio questi nuovi poteri forti ed alternativi al reale politico a rischiare di creare una nuova democrazia debole, che in futuro non sarà più in grado di difendere realmente tutti i cittadini.
Hanno coordinato i lavori Armando Balduino e l'avvocato Luciano Altichieri. In sala, anche in vista dello sciopero delle toghe previsto per il 20 giugno, c'erano tantissimi magistrati, tra cui Pietro Calogero, Antonino Cappelleri, Carmelo Ruberto, Matteo Stuccilli, Francesco Aliprandi, Giannico Rodighiero, Mario Milanese, Ignazia D'Arpa.10 giugno 2002 - COSSIGA: MORO IL PRIMO MORTO CHE HO SULLA COSCIENZA
ANSA:
"Il primo morto che ho sulla coscienza e' Aldo Moro. Lo dico con brutalita': con la linea della fermezza abbiamo ammazzato Moro": lo afferma Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, in una intervista a Radio Radicale. "Sapevo benissimo - sostiene Cossiga - che Moro sarebbe stato vittima della fermezza. Ne ho le prove. Le anime belle vorrebbero che Moro fosse stato ammazzato dalla P2. Ma e' stato ammazzato dai movimenti di estrema sinistra, perche' veniva considerato, giustamente, un conservatore che aveva portato al tradimento il Pci. Tradimento - sottolinea - tra virgolette".10 giugno 2002 - PROCESSO APPELLO STRAGE QUESTURA MILANO: POLLARI (SISMI) E MALETTI, BERTOLI ERA INFORMATORE
ANSA:
Il sistema di archiviazione del Sid in relazione ai rapporti avuti con Gianfranco Bertoli, autore della strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973 (4 morti, 45 feriti), e' stata al centro della deposizione del generale Nicolo' Pollari, attuale direttore del Sismi. Pollari, sentito dai giudici della terza Corte d'Assise d'Appello di Milano, ha confermato che Bertoli e' stato un informatore del Sifar prima, e del Sid in seguito. Il generale ha anche confermato che Bertoli, che si e' sempre dichiarato anarchico individualista, ha avuto rapporti con i servizi segreti negli anni '50 fino al 1960. Pollari non ha invece confermato se Gianfranco Bertoli abbia o meno ripreso a collaborare con il servizio nel 1966. Esiste, infatti, agli atti la copertina di un fascicolo con il titolo 'Fonte negro' cioe' il nome ci copertura di Bertoli datato 1966. Secondo tre ex ufficiali del Sid, che avevano parlato della collaborazione di Bertoli negli anni '50 (Viezzer, Genovesi e Cogliandro) la fonte negro poteva essere stata riattivata nel 1966. Pollari ha spiegato che con ogni probabilita' quest'ultimo fascicolo e' in realta' stato aperto dopo la strage alla Questura nel '73 che la data 1966 fa riferimento alle norme di archiviazione.
L'ex capo del reparto 'D' del Sid, il generale Gian Adelio Maletti, ha scritto un memoriale ai giudici della terza Corte d'Assise d'appello, davanti ai quali si celebra il processo per la strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973 (4 morti 40 feriti) per protestare la sua innocenza e per confermare che Gianfranco Bertoli, l'autore materiale dell'eccidio, che si e' sempre proclamato anarchico individualista, e' stato un informatore del Sifar fino al 1960. Maletti, da anni cittadino sudafricano, che e' stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione perche' avrebbe omesso di riferire notizie sull'attentato che stava per essere organizzato contro Mariano Rumor, ha raccontato nel memoriale che ebbe la prima notizia su Bertoli tra il 17 e il 18 maggio del 1973. "Ci pervenne da Israele la prima notizia della permanenza di Bertoli in quello Stato per cui mi attivai sia per inviare un agente in Israele e sia per contattare il centro C.S. di Genova, affinche' chiedesse informazioni all'omologo organo di Marsiglia". Bertoli, infatti, da Israele era giunto in Italia attraverso Marsiglia. In Israele, ha ricordato Maletti, venne inviato il capitano Di Carlo: "Al suo ritorno - ha scritto l'ex capo del reparto 'D' del Sid - notai dal testo del rapporto che da parte israeliana si era specificamente espresso il desiderio che, nei prevedibili contatti con il servizio francese, nessuna menzione venisse da noi fatta della collaborazione, nella specifica materia, da Israele". Dalla ricostruzione di Maletti, tra l'altro, risulta che il servizio francese non informo' quello italiano nonostante nel gennaio e nel novembre del 1971 Bertoli fosse stato schedato dal Reinseignements Generaux. L'ex capo dell'ufficio 'D' del Sid ha quindi sottolineato: "E' ben vero che noi sapevamo dal 14 dicembre 1974 della spiccata matrice neo-fascista dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia, attraverso la nota del centro di controspionaggio di Genova, compilata sulla base di notizie da fonte estera, ossia il Reinseignements Generaux, ma e' altrettanto vero che era stato proprio detto servizio francese ad escludere categoricamente con nota del 20 maggio 1973, cosi' come era stata proprio la Pg francese, con nota 20 giugno 1973, a negare di avere informazioni sul Bertoli". Dopo aver ribadito che Bertoli non fu mai un informatore del reparto 'D' del Sid, Maletti ha avanzato un'ipotesi esaminando una nota indirizzata al Ministero dell'Interno: "Cio' - ha scritto nel memoriale - mi richiama alla mente tutta una serie di considerazioni ed episodi riferiti a quel periodo di tempo e all'eversione di destra. Precisamente: la protezione assicurata a Delle Chiaie, importante e pericolosa figura dell'estremismo di destra, dall'Ufficio affari riservati del ministero dell'interno e specie dal suo capo, dottor D'Amato. La connivenza di elementi di quello stesso ministero con i golpisti di Junio Valerio Borghese cui furono virtualmente aperti accessi al Viminale (dove venenro rubate armi) la notte del 9 dicembre 1970". Lanciata questa ipotesi, Maletti ha concluso: "Non e' pertanto assolutamente da escludersi che un personaggio come Bertoli, a noi a malapena noto, fosse invece ben noto ad altri organi istituzionali. Mi pare dunque strano che il servizio israeliano si preoccupasse tanto di non far pervenire al servizio francese notizie su un guardiano di polli, se non avesse saputo che esistevano altri scenari, contatti e retroscena a noi non noti". Infine l'ex generale Maletti ha negato di avere "coperto" il Bertoli e di non sapere nulla sulla presunta manomissione dei nastri registrati dal capitano La Bruna con l'informatore Orlandini, che avrebbe segnalato che si stava organizzando un attentato a Rumor. "Informative (spesso risultanti da delicate e a volte rischiose penetrazioni di valenti operatori del 'D' negli ambienti dell'eversione di estrema sinistra, ad esempio le Brigate rosse o dello spionaggio straniero) - ha scritto Maletti - si affollavano letteralmente nella mia giornata di lavoro al reparto". E ha concluso: "L'ipotesi da taluno formulata che io possa aver fatto cancellare da un nastro registrato un quanto mai vago riferimento a imprecisate minacce al ministro degli interni allora in carica, mi sembra piu' che fantasiosa, semplicemente risibile".12 giugno 2002 - CARLUCCIO NUOVO QUESTORE DI LODI
"Il Giorno"
Carluccio nuovo questore di Lodi "Una grande soddisfazione per un incarico così importante come quello di dirigere la questura di Lodi, ma nello stesso tempo una grande amarezza nel lasciare, dopo 26 anni, la questura di Milano, dove sono cresciuto e mi sono realizzato professionalmente". Così Lucio Carluccio, 50 anni, attuale vicario in via Fatebenefratelli, commenta la sua fresca nomina a questore di Lodi, che diventerà operativa dal 1° luglio. Un importante incarico che rientra nel grande giro di poltrone decise dal ministro dell'Interno Claudio Scajola e dal capo della polizia Gianni De Gennaro e nel quale rientra pure l'attuale dirigente del commissariato Centro, Matteo Turillo, che andrà a fare il questore a Lecco.
A Milano dal 1976, Lucio Carluccio dopo un lungo periodo alle volanti, ha diretto la sezione antiterrorismo dal marzo dell'87 all'aprile del 93, data in cui ha assunto la direzione dell'Upg. Poi, nel maggio del '95, viene nominato capo della squadra mobile. Tra i più importanti risultati ottenuti, le operazioni "Corvetto 1 e 2", avvenute tra il '95 e il '96, con 60 ordini di cattura per traffico di droga. E poi l'arresto di Giuseppe Mancini e Giovanni Sciavicco, avvenuto nel maggio del '96, dopo che al termine di una rapina alla Comit di via Lomazzo si erano asserragliati in un appartamento di piazza Vetra. E ancora, nell'aprile del '97, l'arresto del serial killer Gaspare Zinnanti, quello di Maniac, il bosniaco assassino di Maria Troiano e infine quello di Domenico Gargano, barricatosi con numerosi ostaggi all'interno della Banca Popolare di Milano nel dicembre del '97.
Dal giugno del '98 Carluccio diventa dirigente della Digos e in tale periodo sono da ricordare il contributo all'arresto in Costa Azzurra di Licio Gelli, la cattura degli ex brigatisti Marcello Ghiringhelli, in Svizzera e Alvaro Loiacono, in Corsica e l'arresto di Luca Giannasi, implicato negli attentati all'Intendenza di Finanza e della Bocconi. Infine, il 2 ottobre del 2000, Carluccio viene nominato questore vicario.12 giugno 2002 - VILLA ANTISEQUESTRO PER BERLUSCONI IN SARDEGNA
"L' Unione Sarda"
Palermo. Rivelazione dell'imprenditore cagliaritano al processo contro Grauso, Liori e Garau Lombardini blindò la villa di Berlusconi Onorato: "Al giudice venne chiesto un sistema antisequestro"
Dal nostro inviato
Palermo Il giudice Luigi Lombardini è stato il super-consulente anti-sequestri di Silvio Berlusconi in Sardegna. Lo ha detto l'imprenditore cagliaritano Gianni Onorato al processo sui retroscena del rapimento di Silvia Melis. Notizia inedita, decisamente lontana dai reati (estorsione e calunnia) che si stanno discutendo davanti alla terza sezione penale del tribunale di Palermo. Importante però: serve a tracciare il profilo del magistrato che si è ucciso nell'estate di quattro anni fa. Quel colpo di pistola, 357 magnum, era il segno di un destino che rotolava verso la disfatta, verso un insostenibile futuro da indagato.
Cos'è rimasto? L'immagine di un uomo che non ha accettato di essere estromesso dalla lotta ai sequestri di persona, di essere spogliato dal ruolo (che lo infastidiva e lo inorgogliva nello stesso tempo) di giudice-sceriffo. "Sono felice di essere stato suo amico", ha detto ieri Onorato facendo scorrere l'indice su un colletto di camicia troppo stretto. Emozionato, aspettava questa occasione da sempre. Non per fare un'orazione funebre a qualcuno che non c'è più, ma per ribadire il valore di un personaggio difficile, duro e onesto, visionario e delirante in un sogno impossibile di giustizia. Tra il 1987 e l'88, Silvio Berlusconi - allora soltanto tycoon miliardario - è approdato nell'isola, terra di banditi, per acquistare un villone famoso: "Il Monastero" di Porto Rotondo. Casa elegante, spiaggia privata, che in passato aveva ospitato Roberto Calvi, banchiere di Dio e della P2, ed aveva perfino subito un clamoroso furto su commissione. Il mandante era un boss della banda della Magliana: cercava disperatamente la borsa che Calvi aveva con sé quando fu trovato appeso su un pilone del ponte dei Frati Neri a Londra.
Onorato ha spiegato che la villa aveva un solo handicap: era un bersaglio facile, da terra e dal mare. Per questo, appena firmato il contratto di vendita, Berlusconi ha voluto che qualcuno studiasse un piano di sicurezza. Chi, se non Lombardini? "È stato così che l'ho conosciuto, così che siamo diventati amici. Non so se a chiamarlo sia stato personalmente Berlusconi o altri. So per certo che, dopo aver ricevuto l'incarico, mi ha bombardato di domande: voleva sapere chi erano i vicini, cosa facevano, chi frequentavano; voleva sapere se davanti alla spiaggia si facevano vedere dei pescatori. E quando e come e con chi e in quale stagione". È stato quasi un interrogatorio quello a cui Gianni Onorato, che aveva solo la colpa di essere proprietario del "Monastero", ha dovuto rispondere. S'è adeguato di buon grado perché dietro quegli occhi che ponevano mille interrogativi, aveva colto l'onestà e il rigore di una persona per bene.
Difficile dire cosa c'entri tutto questo nel processo contro l'ex editore Nicola Grauso, il giornalista Antonangelo Liori e il penalista Luigi Federico Garau. Certo, non si fosse ammazzato al termine di un lunghissimo interrogatorio, sul banco degli imputati oggi ci sarebbe anche lui, Lombardini. Per Onorato, conservarne un'affettuosa memoria era importante e ha approfittato dell'occasione. Delle tempeste, intorno sotto e sopra, ha detto di sapere poco. Non ha conosciuto Silvia Melis, men che meno suo padre ("so che faceva l'industriale a Tortolì, mi pare avesse una fabbrica di cravatte...", ha precisato con olimpica e spietata indifferenza). Quanto a Grauso, ovvio che lo conosce. Affari a parte, si vedono da sempre: imprenditori nello stesso ramo (televisione), stesse spiaggia, stesso mare: "...mi ricordo che eravamo in vacanza sul mio veliero...". Gioventù (ma neanche tanto) dorata, anzi di più. Sbiaditi i ricordi di quella stagione, precisa la memoria di una cena e di qualche prestito.
Era il 4 novembre del '97, Silvia in mano ai banditi da quasi nove mesi. Quella sera Onorato si trovava a tavola in casa Grauso. Che, contrariamente alle sue abitudini, mostra d'aver fretta e liquida i suoi ospiti prima di mezzanotte. Il motivo? È uno dei cardini della difesa: doveva correre nelle campagne di Esterzili a pagare il riscatto per la liberazione di Silvia. Domanda: con quali soldi? Questo è il punto. In teoria, è stato versato ai fuorilegge un miliardo (proveniente dalle tasche di Tito Melis e affidato in custodia all'avvocato Antonio Piras di Gavoi) più un extra di quattrocento milioni. Così parlò Grauso tempo dopo in una clamorosa intervista al "Corriere della Sera".
La magistratura ha poi accertato che quel famoso extra di 400 milioni non aveva lasciato traccia sui conti personali dell'ex editore. Da dove era uscito, allora? Prestiti, anticipi e altro. Tutto qui il senso dell'udienza di ieri. Alla vigilia del ritorno a casa di Silvia, Onorato ha raccontato di aver prestato a Grauso 150 milioni in due tranches. Altro danaro è piovuto dalle casse del giornale. Ne hanno riferito un contabile Giovanni Luigi Cucca) e il direttore amministrativo di allora (Pier Vincenzo Podda). Grauso, che pure era l'editore della testata, risultava consulente: e come tale compensato con un miliardo l'anno per la preziosa collaborazione e l'integrativo di un altro miliardo per le spese di rappresentanza. "Ma mai e poi mai gli abbiamo dato 170 milioni in contanti", ha puntualizzato Podda precisando che i pagamenti avvenivano in piccole dosi anche attraverso fatture e bonifici bancari.
Alla fine dell'udienza, il tema è rimasto in piedi, almeno a metà: da dove sono saltati fuori quei 400 milioni? Qualcosa avrebbe potuto raccontarla anche Renato Soru, patron di Tiscali, che però non s'è presentato in aula "causa impegni di lavoro". Riferirà, ammesso che arrivi, il 9 luglio.
Nel frattempo lo sciopero contro la riforma del Governo sulla giustizia fa saltare la prossima udienza. E soprattutto il processo d'appello contro l'avvocato Piras, che in primo grado (giudizio abbreviato) era stato condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione. I tempi, in ogni caso, sembrano in definitiva accorciarsi: con una mossa a sorpresa, il collegio di difesa ha annunciato di voler rinunciare a 23 testimoni ("ed è soltanto un primo gruppo"). Altri seguiranno. Come dire che la sventagliata iniziale di duecento testimoni (showmen, politici, nani e ballerine) era solo uno scherzo.
Giorgio Pisano14 giugno 2002 - TANGENTI POTENZA: COSSIGA CONTINUA LE CRITICHE
"La Gazzetta del Sud"
Tangenti Inail, regge l'impianto accusatorio scarcerato Orlando, Cossiga va a trovarlo
POTENZA - Sei ricorsi accolti - fra i quali quello del generale dei Carabinieri Stefano Orlando, che torna in libertà - e 13 respinti, struttura dell'inchiesta e indizi confermati per tutti, ribadita l'ipotesidell' esistenza di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti: le decisioni del Tribunale del riesame di Potenza, rese note ieri mattina, hanno lasciato il segno. I tre giudici (il collegio è presieduto da Alberto Iannuzzi e composto da Rocco Pavese e Massimo Canosa) hanno preso decisioni per lo più ampiamente in contrasto con i pronostici della vigilia: negli ambienti del Palazzo di giustizia di Potenza, infatti, si credeva che il Tribunale del riesame avrebbe inferto un duro colpo all'impianto dell'inchiesta sulle tangenti che, il 28 maggio scorso, portò a 20 arresti e alla richiesta di arresti domiciliari per i deputati Antonio Luongo (Ds) e Angelo Sanza (Forza Italia), respinta peraltro l'altra sera dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati. Pesanti le accuse, a vario titolo: associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti, concorso in corruzione, rivelazione di segreti di ufficio e favoreggiamento, estorsione. A sorpresa, invece, i giudici del riesame hanno dato sostanzialmente ragione al pubblico ministero, Henry John Woodcock, che aveva chiesto le misure cautelari, e al giudice per le indagini preliminari, Gerardina Romaniello, che ha emesso l'ordinanza. Misurato il commento dei due magistrati: Woodcock ha preso la decisione del Tribunale come "un conforto e uno stimolo ad andare avanti", Romaniello, dopo un iniziale "nessun commento", ha precisato che non avrebbe emesso l'ordinanza "se non ne fossi stata convinta. Oltretutto - ha aggiunto - il convincimento di un giudice prescinde dalle decisioni di altri organi, giudicanti e non". Due le cose più importanti che emergono dalle decisioni del Riesame: la remissione in libertà del generale Orlando (in passato al Quirinale, poi al Sisde), che lascia gli arresti domiciliari, e la conferma dell'ipotesi accusatoria dell'associazione per delinquere. I giudici, infatti, hanno parzialmente accolto il ricorso dell'ex vicepresidente della Giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo (Ppi-Margherita), sostituendo la misura cautelare degli arresti domiciliari con quella interdittiva della sospensione dall'incarico di assessore regionale per due mesi. De Filippo, comunque, si era dimesso dall'incarico poche ore dopo l'arresto. Il fatto che il Tribunale del riesame abbia confermato che vi era un'associazione per delinquere composta da imprenditori e uomini politici e dell'economia è stata sottolineata particolarmente da fonti vicine alla Procura della Repubblica, che ne hanno fatto notare la "novità". A 17 giorni dalla sua clamorosa venuta alla ribalta, l'inchiesta potentina sulle tangenti vede dieci persone detenute in carcere (gli imprenditori potentini Antonio, Francesco, Lucio e Michele De Sio; il maggiore della Guardia di Finanza, Ferdinando De Pasquale; i dirigenti dell'Inail di Roma Vittorio Raimondo, Antonio Marra e Mauro Gobbi; i "faccendieri", cioè gli intermediari per il pagamento delle tangenti, Enrico Fede e Bruno Luongo); quattro agli arresti domiciliari (il consigliere di amministrazione del Banco di Sardegna, Claudio Calza; una dipendente, Stefania Colaci, del gruppo De Sio; l'imprenditore napoletano Bruno Capaldo; l'intermediario Emidio Luciani); sei in libertà (il generale Orlando e l'ex assessore De Filippo; il commercialista e finanziere romano Pasquale Cavaterra; due dipendenti dei De Sio, Antonietta D'Oronzo e Giuseppe Mastrosimone; l'imprenditore potentino Giuseppe Antonio Padula). Ad essi vanno aggiunti i due finanzieri - il maggiore Pasquale Di Luccio e il maresciallo Rocco Guglielmi, indagati per rivelazione di segreti di ufficio e favoreggiamento - sospesi dal gip due giorni fa. Ieri, il gip Romaniello - che oggi interrogherà i due indagati - ha scritto al Comando Regione Basilicata delle Fiamme gialle per precisare che la sospensione dal servizio dei due finanzieri è completa e che i due non possono essere utilizzati in altre funzioni (mercoledì Di Luccio e Guglielmi hanno preso servizio proprio negli uffici del Comando Regione).
Cossiga . "Il mio è stato un gesto di riparazione delle storture del nostro ordinamento giudiziario che avrò modo di denunciare più ampiamente quando motiverò le mie dimissioni al Senato". Così il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, spiega ai giornalisti le ragioni della sua visita al generale Stefano Orlando, rimesso ieri in libertà. "Orlando (che è stato anche responsabile della sicurezza di Cossiga quando era a capo dello stato, ndr ) - ha spiegato l'ex capo dello Stato - è uno dei più brillanti ufficiali dell'Arma: nasce in una famiglia modesta, da un appuntato dei carabinieri, ed è ancora colpito per quanto è accaduto. Ma è sereno. Un siciliano forte. Ha avuto parole di grande elogio, devo dirlo, per gli agenti della polizia penitenziaria che lo hanno tradotto a Potenza e, dopo, da Potenza a Roma". "Sono venuto qui per rispetto della legge, perché non essendo un magistrato sono tenuto al rispetto della legge - ha proseguito Cossiga - solo dopo che è stata notificata da un maggiore dei carabinieri al generale la cessazione della custodia cautelare. Certo, rimangono gli altri problemi, che non sono però di mia competenza". Che cosa gli ha detto il generale? "Orlando mi ha detto - ha Cossiga - che dopo una vita passata al servizio dello Stato, essere messo in mezzo per cose risibili... Siamo sempre i servizi deviati, alle solite cose per cui Moro è stato ucciso da destra e poi - ha proseguito Cossiga, facendo riferimento a una recente nota del Cocer dell'Arma - uno che ha avuto tre tessere della P2, come il generale Liberati, prima di fare quei comunicati contro di me come Cocer...". E lei cosa ha detto ad Orlando? "Gli ho detto di stare tranquillo, di non prendere decisioni affrettate e di prendersi adesso questo periodo di vacanza obbligatoria cui lo costringe la sospensione per legge dal servizio. Che poi - ha concluso - a dire le cattive e le male parole ci penso io".14 giugno 2002 - A PARMA CONVEGNO SUL TERRORISMO
"La Gazzetta di Parma"
SOCIETA'-Convegno all'Università Lotta al terrorismo: la ricetta del giudice Colombo e dell'ex ministro Rognoni La strage di Piazza Fontana, quella della Stazione di Bologna, gli omicidi D'Antona e Biagi, gli aerei che si schiantano sulle Torri gemelle a New York. E tanto altro. Il filo rosso sta in una parola che va declinata e sfaccettata a seconda delle situazioni: terrorismo. Di questo si è discusso ieri nell'aula magna dell'Università nel convegno "Il terrorismo e i terroristi, ieri e oggi", con personalità di rilievo che con il fenomeno hanno vissuto a stretto contatto: accanto al rettore Gino Ferretti e a Carlo Rossetti (docente di Sociologia del diritto a Parma e organizzatore dell'incontro) c'erano infatti Virginio Rognoni, ministro dell'Interno dal 1978 al 1983, della Giustizia dal 1986 al 1987 e della Difesa dal 1990 al 1992, il giudice Gherardo Colombo della Procura di Milano, già consulente della Commissione stragi e della Commissione di indagine sulla mafia, e Gianfranco Pasquino, docente universitario a Bologna, già senatore e membro della Commissione affari istituzionali e della Commissione stragi.
È stato Pasquino a delineare i contorni del tema, fenomeno complesso che è frutto di menti lucide: "il prodotto di un progetto elaborato da uomini e donne consapevoli, con finanziatori consapevoli e fiancheggiatori consapevoli", ha detto, inquadrando poi le due grandi aree del terrorismo italiano ("nero" e "rosso") e riferendosi infine al terrorismo internazionale. "C'è una risposta militare, di polizia, al terrorismo: e questo è giusto. Ma non si può pensare che basti una risposta di carattere repressivo: ne serve anche una culturale e politica. La risposta al terrorismo internazionale - ha osservato - deve essere di una vera politica internazionale, e deve innanzitutto mirare a introdurre la democrazia laddove non c'è".
Da parte di Gherardo Colombo, che ha vissuto da vicino il terrorismo sia come membro della Commissione stragi sia come collega e amico di tanti magistrati assassinati, in primo luogo la ferma convinzione dell'esistenza anche di "un terrorismo mafioso". Il magistrato ha poi ricordato "i depistaggi delle indagini da parte di servizi deviati dello Stato", ha fatto precisi riferimenti agli elenchi della P2 ("abbiamo potuto osservare come persone che avevano compiuto macroscopici depistaggi fossero accomunate in questa loggia") e ha sottolineato - riferendosi soprattutto ai casi di Ciro Cirillo e di Aldo Moro - l'esistenza di "interrogativi sulle relazioni intercorse tra certi settori dello Stato e i terroristi". Una riflessione di carattere internazionale, per Colombo, deve tener conto del quadro socio-economico: "Che queste organizzazioni criminali abbiano la possibilità di vedersi crescere intorno un humus fertile dipende molto dal fatto che il mondo sia così visibilmente diviso in una parte straordinariamente ricca e un'altra straordinariamente povera", ha affermato, facendo poi alcune puntualizzazioni sugli interventi di polizia: "Devono essere ben organizzati e ben misurati, perché il rischio di creare spirali da cui poi è difficile uscire è obiettivo".
Proprio del terrorismo internazionale, con particolare riferimento ad Al Qaeda, ha parlato Carlo Rossetti, mentre Virginio Rognoni ha ripercorso gli anni bui della Repubblica soffermandosi sulla "rimonta dello Stato": "Negli ultimi tempi c'è stata una insistita reiterazione di certi slogan come "il doppio Stato" o "il complotto". Sembra quasi che il nostro Paese sia il risultato di questi intrecci di complotti. Non è così: è il risultato di processi democratici difficili che hanno avuto momenti in cui sembrava che potessero arrestarsi, ma così non è stato. La vicenda democratica del nostro Paese è andata avanti", ha detto Rognoni, che ha parlato di "lotta al terrorismo condotta sui valori della Costituzione e sulla caparbia difesa della quotidianità della vita. Che noi si sia riusciti a combattere il terrorismo rimanendo democrazia - ha concluso - è un merito che va a tutti: una democrazia difficile, ma una democrazia che ha tenuto".
Lisa Oppici14 giugno 2002 - COSSIGA CONTRO IL COCER
ANSA:
Anche il presidente del Cocer Difesa appartiene alla massoneria? E' quanto si chiede Francesco Cossiga dopo aver letto della solidarieta' espressa da questo Cocer al presidente della sezione Cocer dei carabinieri, generale Liberati, contro cui aveva polemizzato lo stesso ex capo dello Stato. "Ho letto con viva soddisfazione - premette il presidente emerito della Repubblica - il documento con cui il Cocer Difesa esprime solidarieta' al Cocer Carabinieri e al suo presidente generale di brigata Liberati in relazione alle critiche da quest'ultimo rivoltemi e alla mia replica. Prendo atto anzitutto che il Cocer Difesa, dopo essersi opposto strenuamente all'istituzione dell'Arma dei carabinieri a quarta forza armata e dopo aver protestato nel suo insieme e nelle sue componenti dell'esercito, della marina e dell'aeronautica per il mantenimento all'Arma stessa dei compiti di polizia militare, sia adesso convertito alla causa dell'autonomia dell'Arma dei carabinieri". Quindi, il presidente emerito della Repubblica affronta il capitolo massoneria: "Dopo che da presidente del Senato e da presidente della Repubblica io non massone (anzi per dirla alla Samuel Beckett nella sua famosa risposta alla domanda se egli fosse inglese: 'Ou contraire') ho difeso strenuamente la liberta' di associazione e, nel suo ambito, la liberta' di associazione anche alla P2 e la legittimita' di questa specifica loggia, legittimita' poi sancita da sentenza definitiva della corte d'Assise di Roma, Loggia p2 di cui facevano parte numerosissimi ufficiali delle forze armate e in particolare dei carabinieri, sono contento - sottolinea - che il Cocer Difesa che non disse una parola quando l'ammiraglio Torrisi fu costretto alle dimissioni da capo di Stato Maggiore della Difesa per essere il suo nome compreso nelle liste della loggia e quando il Cocer ne' dei carabinieri ne' della difesa disse una parola nei confronti di generali dei carabinieri tra cui il valorosissimo generale Grassini (primo direttore del Sisde e mio caro amico, figlio di un vice comandante generale dei carabinieri, massone anch'egli) e numerosi altri ufficiali dei carabinieri di cui alcuni si erano distinti nella lotta contro il terrorismo furono costretti a lasciare l'Arma, vedo adesso che il Cocer Difesa esprime la sua solidarieta' al Cocer presieduto da un tre volte piduista regolarmente iscritto, che evidentemente legittimamente protetto da altre e potenti logge ha potuto far valere i suoi diritti di liberta', non e' stato cacciato dall'Arma, ha raggiunto il grado di generale di brigata ed e' addirittura presidente del Cocer Carabinieri". "Per me che ho sempre sostenuto la costituzione dell'Arma dei carabinieri in quarta forza armata, la legittimita' della P2 e la leicita' di appartenenza per i componenti delle forze armate, il comunicato del Cocer Difesa e' per me una grande soddisfazione. Sarei curioso di sapere se anche il presidente di esso e' massone e se della gran loggia di Palazzo Giustiniani o se della Loggia nazionale di piazza del Gesu'. D'altronde - conclude - sarebbero ampiamente autorizzati dall'appartenenza chiara e onesta di non pochi membri del governo Berlusconi da cui essi dipendono".16 giugno 2002 - RESTO DEL CARLINO SU MORTE CALVI
"Il Resto del Carlino"
Lo spettro di Calvi
ROMA - Mafia, Loggia P2, servizi deviati, torbide fette del mondo dell'alta finanza internazionale: un coacervo di misteriosi personaggi e di ancor più segreti interessi ruota attorno all'omicidio, camuffato per suicidio, di Roberto Calvi il potente presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato - dopo essere stato strangolato da qualche altra parte - sotto il ponte dei Frati Neri, nel centro di Londra, la mattina del 18 giugno 1982.
Vent'anni sono da allora passati e, come per molti altri misteri del Bel Paese, piena luce non è stata fatta su questa morte. Gli anni Ottanta si erano aperti all'insegna dell'alleanza tra Cosa Nostra e terrorismo nero con l'assassinio, avvenuto il 6 gennaio del 1980, del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
I gruppi armati del terrorismo rosso erano anch'essi all'attacco: in quel primo anno della decade uccidono il professor Vittorio Bachelet, il giornalista Walter Tobagi e sequestrano il giudice Giovanni D'Urso. Per non perdere la corsa, quelli dell'estrema destra ammazzano a Roma il giudice Amato.
Terrorismo e Loggia P2
E' nel 1980 che il terrorismo stragista raggiunge il suo apice, il 2 agosto, con la bomba alla stazione di Bologna che provoca 82 morti e 200 feriti. E' nel corso delle indagini sulla strage che viene arrestato per la prima volta Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia P2, insieme al faccendiere Francesco Pazienza.
Il 1981 è l'anno dell'attentato in Piazza San Pietro contro Giovanni Paolo II e del pieno svilupparsi del "caso P2" dopo che, a Castel Fibocchi, sono state scoperte le liste di parte degli aderenti alla Loggia, tra cui Michele Sindona e Roberto Calvi. A maggio il sessantunenne presidente del Banco Ambrosiano viene arrestato, insieme ad altri componenti del consiglio di amministrazione della "Centrale Finanziaria", per esportazione illecita di capitali. Un arresto che fu duramente criticato alla Camera dal socialista Bettino Craxi e dal dc Flaminio Piccoli.
Per completare il quadro d'insieme nel quale va inserita, vent'anni fa, la morte di Calvi, sempre nel 1981 mentre veniva arrestato il capo della Direzione strategica delle Brigate Rosse, Mario Moretti, va detto che nel carcere di massima sicurezza di Novara i neofascisti Pierluigi Concutelli e Mario Tuti strangolavano Ermanno Buzzi, condannato all'ergastolo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia. A Napoli veniva sequestrato l'ex presidente della regione Campania Ciro Cirillo e lo Stato si rivolgeva al capo della camorra, Raffaele Cutolo, per ottenere la sua liberazione.
In questa torbida atmosfera il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, dichiarava che i paesi dell'Est sovietico "hanno esaurito ogni capacità propulsiva di rinnovamento".
L'anno della morte di Calvi, il 1982, si apre con la liberazione a Padova, da parte dei Nocs, le "teste di cuoio" della polizia, del generale americano James Lee Dozier, mentre viene varata la legge che favorisce la dissociazione dai gruppi del terrorismo politico.
A Palermo, il 30 aprile, viene assassinato il segretario regionale comunista Pio La Torre, un delitto che provoca la nomina a prefetto della capitale siciliana del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che inizia così i suoi "cento giorni" che si chiuderanno con la morte sua e di sua moglie.
Il crack del Banco Ambrosiano avviene l'11 giugno e il suo presidente e amministratore delegato, Roberto Calvi, viene esautorato e fugge precipitosamente all'estero.
Il 17 giugno si uccide a Milano la sua segretaria, Graziella Teresa Corrocher. Il giorno dopo viene trovato a Londra il corpo del banchiere. Un mese più tardi il vescovo Paul Marcinkus, presidente dell'Istituto opere religiose del Vaticano, che aveva collaborato strettamente con Calvi, è raggiunto da una comunicazione giudiziaria per il fallimento dell'Ambrosiano che, il 6 agosto, sarà posto in liquidazione coatta. Passa un altro mese e, il 13 settembre, a Ginevra, viene ancora arrestato Gelli mentre cerca di recuperare parte dei suoi depositi.
Caffè al cianuro per Sindona
Da allora decine di inchieste si sono susseguite sulla morte di Calvi. L'ultima, ancora aperta, gestita dal giudice istruttore romano Otello Lupacchioni, è riuscita ad ottenere nell'aprile scorso il parere finale di un pool di periti (che hanno svolto una nuova autopsia sui resti riesumati) per i quali Calvi è stato ucciso e poi appeso sotto il ponte dei Frati Neri. Secondo il parere del magistrato il banchiere è stato assassinato per ordine di Cosa Nostra perchè ritenuto "inaffidabile" dopo che si sarebbe impossessato di decine di miliardi delle cosche dalle quali aveva avuto l'incarico di riciclare grandi somme di denaro sporco.
Il processo per il crack del Banco Ambrosiano si è concluso nel 1998 con la condanna definitiva di Licio Gelli. Umberto Ortolani, Flavio Carboni e Roberto Mazzotta. Pippo Calò e Flavio Carboni sono indagati per la morte di Calvi. E non si deve dimenticare che 4 anni dopo il suo omicidio, il banchiere Michele Sindona viene ucciso nel carcere di Voghera per un caffè al cianuro 4 giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo come mandante dell' uccisione dell' avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata dello stesso Sindona.
di Marco Sassano19 giugno 2002 - LA P2 A RADIODUE
"La Nuova Sardegna"
Radiodue, lo scandalo P2
Massoneria: se ne parla oggi a "Chi comanda in Italia"
ROMA. Lo scandalo della Loggia P2 (1981), con la sua lista di 962 nomi dell'establishment italiano, trascina il Paese in una crisi politica e istituzionale senza precedenti. Se ne parlerà questa sera in prima serata a partire dalle ore 20 su Radio 2 Rai, nel corso del programma "Chi comanda in Italia" di Antonio Galdo per il ciclo "Alle otto della sera".
Racconta il magistrato Gherardo Colombo, che con Giuliano Turone avviò le indagini su Licio Gelli: "Fummo ricevuti dal presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, per informarlo della gravità della nostra inchiesta. Forlani cadde dalle nuvole, cercò di dirci qualcosa, ma per un paio di minuti buoni non riuscì ad articolare parola". Da uomo politico navigato aveva capito che la valanga P2 avrebbe travolto non solo il governo, ma anche un intero pezzo della classe dirigente. A distanza di vent'anni, resta ancora avvolta nella nebbia la reale portata eversiva della loggia massonica guidata da Gelli. Secondo i giudici della Corte d'Assise di Roma, per esempio, "la loggia era segreta solo per gli analfabeti afflitti da sordità". Un giudizio, confermato in Cassazione, in base al quale la P2 non aveva complottato contro lo Stato, ma rappresentava semplicemente un comitato d'affari. Ben protetto nel mondo dei media. Depurata dalla vicenda P2, la massoneria può essere considerata in Italia, come in tutti i paesi europei, un punto di selezione e di smistamento di classe dirigente: ci sono, per esempio, 40mila aderenti, con una forte presenza nella Pubblica amministrazione; la metà dei rettori sono iscritti alla massoneria e in alcune facoltà gli iscritti alle logge rappresentano il 10 per cento del corpo docente. Con la crisi di Tangentopoli, infine, si sono rafforzate alcune elite, e tra queste ci sono quelle selezionate dalla massoneria.21 giugno 2002 - POLEMICHE PER PALASPORT INTITOLATO A GOGGIOLI
"La Repubblica" edizione di Firenze
Il Palasport intitolato a Goggioli: il palazzo scopre la magagna e forse ci ripensa
Quel giornalista era iscritto alla P2
MARZIO FATUCCHI
Dura due giorni il PalaGoggioli. L'intitolazione del palazzetto dello sport a Giordano Goggioli, storico capocronista sportivo de "La Nazione" e direttore de "La Città", campione della Rari Nantes e presidente toscano del Coni, scivola su una buccia di banana che nessuno sembrava aver notato prima: la sua tessera di iscrizione alla P2, la loggia segreta messa in piedi da Licio Gelli e scoperta il 17 marzo del 1981. Motivo sufficiente al sindaco Leonardo Domenici per chiedere di sospendere l'intitolazione e riparlarne in giunta martedì.
L'appartenenza (tessera numero 444) all'associazione dell'ideatore del "piano di rinascita nazionale" ha colto di sorpresa un po' tutti: chi ha proposto l'intitolazione a pochi mesi dalla morte, nel 1998, ossia un gruppo di giornalisti sportivi e di politici sia di centrodestra che di centrosinistra. Chi ha presentato la proposta in giunta, ossia l'assessore alla sport Eugenio Giani, che giura che il fatto di essere piduista "non c'entra niente con l'intitolazione, non lo sapevo". Ma anche tutta la giunta di Palazzo Vecchio che, all'unanimità, nella seduta del 4 giugno scorso aveva deciso di chiamare il palasport di viale Paoli con il nome di Goggioli. Una decisione già presentata ai quotidiani da Giani assieme al presidente della stampa sportiva e a quello del Coni. "Ma nessuno si è ricordato che Goggioli era iscritto alla P2?" è sbottato l'assessore Graziano Cioni l'indomani della conferenza stampa. Una valutazione ripetuta da molti, un tam tam che, sia dentro che fuori Palazzo Vecchio, è arrivato fino agli assessori e al sindaco Domenici. Ma tutti giurano che nessuno, al momento del voto in giunta, si è ricordato di questo particolare. Nemmeno lo stesso Cioni, presente sulla delibera "ma forse ero fuori, non me ricordo neanche".
"Non è un problema delle persona, umanamente ho un buon ricordo di Goggioli" è stato il commento di Cioni "ma Firenze, città medaglia d'oro alla resistenza, città colpita dalle stragi, non può intitolare una strada, una via o un palasport ad un aderente alla P2. Per quello che ha significato quell'associazione eversiva, al di là delle sentenze contraddittorie c'è il giudizio del popolo italiano".
"Non lo sapevo della sua iscrizione, ma per me non cambia nulla" ha detto invece Giani. "Goggioli è stato un grande personaggio, un campione sportivo, decenni di attività a favore di Firenze non possono essere macchiati da una scelta fatta ad 80 anni, da una persona a cui la P2 non poteva dare nulla". Già, ma perché Goggioli si era iscritto alla loggia segreta di Gelli? "L'ho fatto per avere le olimpiadi a Firenze" ha spiegato più di una volta Goggioli ai colleghi. E aggiungeva: "Mi dicevano che se volevo fare una cosa del genere, dovevo passare da Gelli, l'uomo più potente d'Italia".23 giugno 2002 - LO SCANDALO P2
"La Repubblica" edizione di Firenze
Lo scandalo coinvolse molti big della politica e dell'amministrazione statale
P2, quella loggia segreta che fece tremare l'Italia
UNA BUSTA con le istruzioni da aprirsi solo al casello autostradale di Arezzo. Cominciò così lo "scandalo P2", con un ordine di massima segretezza impartito alla guardia di finanza dai magistrati di Milano. E quando al casello la busta fu aperta la guardia di finanza seppe che la destinazione era Castiglion Fibocchi, la perquisizione di Villa Wanda di proprietà del maestro venerabile Licio Gelli. Era il 1981, più di venti anni fa.
Fu da quella perquisizione che saltarono fuori gli elenchi della loggia massonica P2 contenente i nomi eccellenti più disparati. Perché una loggia segreta? Che ci facevano lì i big della politica o dell'amministrazione statale? Domande che costarono il governo ad Arnaldo Forlani e che, dopo pochi mesi portarono alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi. Tre anni di lavoro, 120 volumi di atti fu il titanico lavoro. Gelli, latitante fin dalla perquisizione, fu arrestato molto tempo dopo, quando ormai la commissione d'inchiesta aveva chiarito il senso di una loggia segreta e degli interrogativi che suscitava. Gli scopi eversivi non vennero esplicitamente dichiarati, nelle conclusioni della commissione: "Quelli della P2 sono scopi politicoistituzionali", fu la formula di compresso trovata alla fine dei lavori. Ma il senso era proprio quello: eversione.
Non nel senso di un colpo di Stato, dalle cui carte non venne mai fuori. Piuttosto nel senso di un gruppo di potere in grado di conoscere dall'interno le più importanti decisioni dello Stato e, soprattutto, di condizionarne l'esito finale grazie alla rete di relazione intessuta. Nel 1984 il Parlamento votò la legge, una procedura mai avvenuta prima, che fissava lo scioglimento della loggia massonica P2.25 giugno 2002 - ANCORA SUL PALAGOGGIOLI
"La Repubblica edizione di Firenze
Oggi si decide se confermare la delibera che intitola al giornalista il Palasport Possibilista il vicesindaco Matulli, tutti gli altri sono contrari. Nel mirino la storia dell'iscrizione alla P2
Palagoggioli, solo tre assessori a favore
MASSIMO VANNI
PALAGOGGIOLI, la giunta di Palazzo Vecchio decide oggi. Sindaco e assessori dovranno stabilire se confermare o revocare la delibera già approvata preparata dall'assessore allo sport Eugenio Giani: quella che intitola il palazzetto dello sport a Giordano Goggioli, il giornalista e presidente del Coni toscano il cui nome, è saltato fuori, compare negli elenchi della P2.
Giani non ha dubbi: "Insisterò sulla scelta di Goggioli, chiederò che la delibera venga confermata", annuncia. E lo farà presentendo al sindaco e ai colleghi di giunta tre argomenti: "Goggioli è stato uno che ha dato molto al mondo dello sport fiorentino, è stato un grande atleta perché ha vinto uno scudetto con la Rari Nantes ed è stato anche nella nazionale di pallanuoto, in più è stato quello che sollecitò la costruzione del palazzo dello sport", spiegherà Giani. Ma la gran parte della giunta, che discuterà per la prima volta del caso dopo aver approvato la delibera con una semplice formalità, la pensa all'opposto.
"Trasparenza vuole che ognuno metta sul tavolo la sua opinione", chiede il responsabile sport ai colleghi. I quali hanno già però anticipato il loro punto di vista: il vicesindaco Giuseppe Matulli si è detto possibilista, Emilio Becheri e Francesco Colonna si sono pronunciati a favore. Tutti gli altri sono convinti che la delibera debba essere revocata, proponendo magari in alternativa il nome di un altro esponente dello sport fiorentino: "La P2 ha rappresentato una pagina nerissima della nostra storia ed è meglio fare una scelta diversa", è l'opinione prevalente nel governo della città.
Goggioli raccontava di aver aderito alla massoneria con l'obiettivo di trovare aiuto e sostegno per portare a Firenze le olimpiadi. E il suo nome finì nei 120 volumi della commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2 istituita nel 1981: "Loggia Valdisieve, provenienza P2 c'è scritto negli atti", ricorda Alberto Cecchi, l'ex parlamentare fiorentino del Pci che fece parte della commissione. Qualcuno ricorda che anche il nome di Artemio Franchi, l'ex presidente Uefa e vicepresidente Fifa al quale la giunta guidata da Giorgio Morales decise di intitolare lo stadio, compare negli elenchi P2: "Anche iscritto ad una loggia di provenienza però". Come dire, certa l'adesione alla massoneria, meno certa quella alla P2. "E se in 120 volumi il suo nome compare una sola volta, quello di Goggioli ricorre due volte", precisa ancora l'ex parlamentare Cecchi. "Sia come sia, noi siamo responsabili per quello che facciamo e per le decisioni che prendiamo - dice l'assessore Graziano Cioni, il primo a obiettare sul palaGoggioli - e ritengo che sia opportuno trovare un altro nome".25 giugno 2002 - L' INCHIESTA DI PERUGIA SUI FALLIMENTI
"Il Messaggero" edizione Umbria
Fallimenti, firme false dei giudici
di ITALO CARMIGNANI
Cosa si faceva per marinare la scuola? Le firme false, l'antico sistema di copiare quello che non sempre è sotto gli occhi di tutti. E così valeva per gli attingimenti ai libretti dei fallimenti. Gli investigatori diretti dal magistrato Sergio Sottani non sono ancora riusciti a contare quante siano le carte falsificate da marito e moglie. E, forse, non ci riusciranno mai.
Dieci anni di procedure distorte e dirottate sono tanti. E probabilmente se i giudici e i cancellieri coinvolti (per ora si può ancora dire loro malgrado) non saranno accusabili di altro, già è certo che il loro peccato più grande sia stato quello di fidarsi di quell'avvocato e di quella commercialista. Fino al punto da ignorare chi si lamentava, anche con vigore, per i ritardi e le lungaggini.
Firme false e bugie, quindi. Come l'ultima quella dei soldi scomparsi per motivi personali, ossia perchè (testuale): "Dovevo aiutare mia sorella in difficoltà. Capisca, signor magistrato, era molto malata....", disse la commercialista Gabriela. Bugia, e tra le più brutte, smentita dal cognato entrato (lui davvero) suo malgrado nell'inchiesta e uscito al primo interrogatorio. Inferno per tanta sfacciataggine e, forse, inferno sarà. Quello del carcere.
I libretti dei fallimenti si trovavano in tre banche: quella che una volta si chiamava Cassa di Risparmio, la Cassa di Firenze e il Banco di Roma. Tre istituti in cui si scava da settimane, alla ricetrca del tesoro perduto, controllando assegno per assegno.
Di tempio in tempio, l'inchiesta dedicata alla Signora Fallimenti, alias Gabriela Ottaviani, apre le stanze più segrete di Perugia. E le scruta. Dopo quelle della massoneria, quelle esoteriche del Grande Oriente, è il turno di quelle profane della finanza. E se i primi, i massoni, mettono l'armatura, gli altri, i banchieri, per ora restano in silenzio, quasi in attesa.
Si cercano i soldi: chi dice 15 e chi scende a 10, ma sempre di miliardi si parla. Si cerca nelle banche, quindi. Donti, in fondo, le conosce bene: fino a dieci anni fa ne faceva parte. Era nell'ufficio legale della Cassa di Risparmio. Una stanza dei bottoni importante. Vediamo perché.
Nelle banche certe posizioni pagano. Rendono più facile gli accessi, offrono ampie garanzie. Ecco la collaborazione tra moglie e marito: lei curava i fallimenti, lui l'avrebbe aiutata a recuperare il denaro. O viceversa. E le firme false? Appunto. In questo contesto di ricerca al del denaro si inserisce il blitz al Grande Oriente nel quale, va detto, la massoneria come istituzione non c'entra. Donti offre la sua garanzia per circa 800 milioni quando Augusto De Megni, avvocato e già massone indagato per usura, chiede al suo amico Licio Gelli un aiuto e svariati miliardi di lire.
Alle garanzie di Donti si aggiungono quelle di altre nove fiduciari, tutti, pare, iscritti alla massoneria. Il sequestro della magistratura delle liste dei massoni serve solo a questo: a individuare dove sia maturato questo patto.
E, soprattutto, serve per capire come Donti abbia potuto rimettere il suo debito, visto che De Megni non ci riuscirà, costringendo Gelli a chiedere indietro ai fiduciari quanto prestato. Ottocento milioni non si trovano dietro l'angolo.25 giugno 2002 - GAZZETTINO SU SELVA E BIAGI
"Il Gazzettino"
STORICHE EPURAZIONI
Selva: caro Biagi fatti eleggere in Parlamento
La vicenda Biagi ha un precedente illustre: l'epurazione di Gustavo Selva dalla Rai, nel 1981. E ieri Selva ha ricordato a Biagi la propria cacciata da direttore di "Radiobelva", la trasmissione odiata dai comunisti e da Berlinguer, tanto più grave perché l'ordine del potere si nascose " in modo vile" dietro l'inesistente iscrizione di Selva alla P2. "Se Biagi vuole il diritto di fare battaglie politiche in prima persona, come ho fatto io, si faccia eleggere al Parlamento".26 giugno 2002 - CECILIA GATTO TROCCHI SU SETTE E MASSONERIA
"La Repubblica" edizione Firenze
Per Gatto Trocchi è un mondo "malvagio e pericoloso" l'esperta
"In città almeno 20 sette la matrice è nella massoneria"
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"E' un mondo di schifo e di gente malvagia. E anche matta". E' nettissimo il giudizio della professoressa Cecilia Gatto Trocchi, docente di antropologia culturale all'Università di Chieti e studiosa del mondo dell'occulto. Le chiediamo una interpretazione di ciò che è accaduto alle Cappelle del Commiato di Careggi.
Che significato ha l'asportazione di lembi di pelle da tre cadaveri?
"La profanazione dei cadaveri è una delle prove fondamentali per essere ammessi in una setta esoterica o satanica. In genere gli aspiranti cercano antichi cimiteri di campagna, scoperchiano una tomba e portano via un osso. Ciò che è accaduto alle cappelle mortuarie di Firenze potrebbe dunque essere opera di un gruppo di giovinastri che vogliono essere ammessi in una setta".
Qui però non si tratta di ossa di cadaveri scarnificati. Lei conosce casi analoghi di escissioni in persone defunte da poco?
"Questo è molto più raro e fa pensare ai riti di magia nera voodoo di origine africana o afroamericana, nei quali vengono usati pezzi di cadavere, parti organiche dei morti, dalle quali si ritiene di ricavare la forza, il fundamiento. Questa idea è antichissima. Orazio racconta di due streghe che uccidono un ragazzo per prendergli parti del corpo. Il diritto romano puniva severissimamente questo reato: era l'unico caso in cui veniva ammessa la tortura".
Rubare pezzi di corpo per accrescere la propria forza. Non è pazzesco?
"Sono cavolate, ma molto pericolose".
A Firenze abbiamo avuto i delitti del mostro e le mutilazioni delle vittime di sesso femminile. Si ipotizza che dietro agli omicidi vi fosse una setta. Lei crede che possa essere collegata alla profanazione delle tre salme scoperta l'altro ieri?
"Le sette hanno una caratteristica. Si scindono continuamente in microsette. Ce ne sono centinaia, di 1215 persone. Le sette sono affette dal demone scissionista. Ma la matrice è unica. Coloro che hanno agito nelle cappelle mortuarie potrebbero essere gli epigoni di un gruppo originario coinvolto nei delitti del mostro. Sarebbe molto grave".
Le sette e Firenze. Che rapporto c'è?
"A Firenze e nei dintorni è vigoroso l'occultismo iniziatico. Qui operano una ventina di sette a sfondo magico, che ritengono che esistano "poteri". La matrice è la massoneria dei riti, la massoneria di frangia che insiste sull'esoterismo, sui misteri e sui riti riservati ai soli iniziati. La massoneria ufficiale li caccia, li scomunica, è rosa dall'idea di avere un sacco di matti e li tiene a distanza. Ma è un fatto che è stata la massoneria a sdoganare Satana. E' un fatto che nelle logge ufficiali si legge l'Inno a Satana del Carducci. Mi risulta che Licio Gelli avesse rapporti con importanti gruppi esoterici".
Quali sono i rischi dell'esoterismo?
"Il guaio è che la prima cosa che si cancella è la differenza fra il bene e il male. Gli eletti si sentono al di sopra delle leggi e delle regole".
(f.s.)26 giugno 2002 - RINVIATA DECISIONE SU PALAGOGGIOLI
"La Repubblica" edizione Firenze
Il sindaco ha avocato la decisione, farà nuovi accertamenti
Palagoggioli,Domenici rinvia velodromo dedicato a Bartali
MARZIO FATUCCHI
Palagoggioli, decide il sindaco. La riunione di giunta di ieri doveva essere il momento della verità per la decisione di intitolare o meno il palazzetto dello sport di Campo di Marte all'ex caposervizio allo sport della "Nazione" e ex direttore della "Città". Una scelta formalmente già presa, con una delibera approvata all'unanimità dalla giunta stessa, prima che qualcuno si ricordasse che il nome di Goggioli compariva nella lista di iscritti alla P2 trovata nella Villa Wanda di Licio Gelli. A questo punto, la giunta si è divisa: la maggioranza, sulla spinta dell'assessore Graziano Cioni, ha puntato ad un ripensamento. Ma adesso il sindaco Leonardo Domenici ha "avocato a sé la decisione", ripetono nei suoi uffici.
Nella giunta di ieri l'argomento non è stato neanche toccato. Domenici ha comunicato la decisione all'assessore allo sport, Eugenio Giani, che dell'idea di fare il "Palagoggioli" era stato il promotore, sulla spinta di un gruppo di giornalisti sportivi e politici. Una lista di nomi dalla quale però anche ieri, spuntavano ripensamenti.
La decisione del sindaco, di scegliere senza ascoltare il parere della giunta, ha il duplice effetto di non far esplodere le divisioni tra gli assessori e di rinviare la scelta, in attesa che la polemica si smorzi. E, forse per questo motivo, non c'è uno dei vertici di Palazzo Vecchio che contesta Domenici.
"E' una sua prerogativa monocratica, la scelta è importante ed è giusto che la faccia lui" dice subito Cioni, il primo ad aver contestato l'intitolazione del palasport a Goggioli. Francesco Colonna, il responsabile delle sviluppo economico e che da sempre ha minimizzato la vicenda, ("abbiamo un presidente del consiglio ex iscritto alla P2" aveva detto il giorno dopo che era scoppiata la polemica), ribadisce che far decidere al sindaco è la cosa migliore: "Si tratta di una questione di forte impatto di immagine e politica. Non può che scegliere lui".
"Va bene" gli fa eco l'assessore alla pubblica istruzione Daniela Lastri "spero che scelga la posizione più equilibrata". "Una assunzione di responsabilità su un argomento che non trovava tutti d'accordo: posso solo sperare che lo faccia con buon senso, ma i veri problemi della città sono altri, a partire dalla tramvia" dice l'assessore alla cultura Simone Siliani. "Anche se per me bastava la qualità dell'uomo per intitolargli il palasport, ora è diventata una questione politica. È giusto che se ne occupi il sindaco" dice l'assessore al turismo Emilio Becheri "Ha avocato a sé l'approfondimento, mi ha detto che sta raccogliendo ulteriore documentazione e alla fine deciderà lui" si limita a dire Giani, a cui però è piaciuta la proposta di intitolare una struttura sportiva a Gino Bartali: "Una buona idea: abbiamo già pensato di intitolargli il velodromo delle Cascine".27 giugno 2002 - FRANCIA: LIBRO EX MAGISTRATO SU INSABBIAMENTI PRINCIPATO MONACO
"Il Piccolo"
Duro atto d'accusa nel libro dell'ex magistrato Duchaine che svela insabbiamenti per imputati illustri
Monaco, principato senza giustizia
PARIGI - Sul tranquillo principato di Monaco si è abbattuta l'accusa di un giovane magistrato francese, Charles Duchaine, che rivela in un libro come a Montecarlo la giustizia abbia messo a tacere negli anni '90 grossi scandali finanziari legati al riciclaggio, pur di non offuscare l'immagine della famiglia Grimaldi. Mafia italiana, camorra napoletana, mafia russa. C'è di tutto, anche nomi eccellenti come quello di Daniel Ducruet, ex marito della principessa Stephanie, tra i casi insabbiati. Ducruet, tuttora sotto inchiesta, è accusato di operazioni immobiliari che servivano di copertura ad un riciclaggio di denaro della mafia russa, inviato dall'Italia da tale Franco Chiarolanza. Nella vicenda, segnalata nel 1996 dalla procura di Asti, spunta anche il nome di Raffaello Gelli, ma il nipote di Licio "si ritirò appena sentì puzza di bruciato".
In "Juge à Monaco", da oggi in edicola, Charles Duchaine racconta la sua "incredibile" esperienza come giudice istruttore a Montecarlo, dal 1995 al 1999 e tira fuori un bel po' di scheletri dagli armadi. Quelli che ha dovuto lasciarvi lui stesso perchè, scrive, "a Monaco la figura del magistrato istruttore è un alibi, in realtà è il procuratore che ha in mano le redini della giustizia. La parola d'ordine è: far finta di collaborare con i Paesi che chiedono una rogatoria internazionale, ma non trasmettere i risultati dell'inchiesta se rivelano che nel principato si svolge attività di riciclaggio. "Monaco è un vero paradiso fiscale, checchè se ne dica, ed è un abile campione dell'arte di scansare la giustizia", scrive il 41enne giudice che ha invano tentato di far pulizia tra i 350 mila conti bancari del principato che, su due chilometri quadrati e mezzo, conta al massimo 35 mila abitanti. "La giustizia ha due pesi e due misure, se un maghrebino viene beccato con tre grammi di cannabis, o ruba un uovo, si prende tre mesi, ma se cerchi di incastrare un potente, è meglio lasciar perdere, se non vuoi noie". È il consiglio che alcuni colleghi gli dettero, al suo arrivo a Montecarlo, ma Duchaine non ha ascoltato e non ha perso occasione per protestare inimicandosi anche gli altri magistrati francesi di stanza nel principato in base a vecchi accordi di cooperazione.28 giugno 2002 - INCHIESTA SU FALLIMENTI PERUGIA: IN CARCERE COMMERCIALISTA
"La Gazzetta del sud"
PERUGIA: CURATRICE IN CARCERE COL MARITO
S'appropriava dei soldi dei fallimenti
PERUGIA - È accusata di essersi indebitamente appropriata di beni pari a oltre sette miliardi e mezzo di lire provenienti dai fallimenti dei quali era curatrice, la commercialista perugina Gabriella Ottaviani, arrestata ieri, insieme col marito, l'avvocato Vinicio Donti, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare chiesta dalla procura di Perugia. I reati ipotizzati a loro carico sono peculato, falso in atto pubblico e soppressione di atti pubblici. I due sono stati arrestati dalla sezione di polizia giudiziaria presso la procura di Perugia in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dal gip Paolo Micheli. A richiedere la misura restrittiva, il procuratore aggiunto Silvia Della Monica e il sostituto Sergio Sottani, titolare dell'inchiesta. Il Gip ha concesso gli arresti, ritenendo sussistente un pericolo di inquinamento delle prove da parte dei due indagati. Al centro dell'indagine - che sembra comunque destinata ad allargarsi - una decina di fallimenti che erano stati affidati alla Ottaviani. I soldi, dei quali - secondo l'accusa - la commercialista si sarebbe indebitamente appropriata, sarebbero poi in parte finiti su conti correnti del marito. Gli inquirenti sospettano, inoltre, che i due arrestati abbiano falsificato firme dei giudici delegati al fallimento e distrutto alcuni atti. Accertamenti sono anche in corso su alcune firme fatte dalla Ottaviani per varie operazioni bancarie. Il sospetto degli inquirenti è che in realtà ad apporle sia stato Donti. La Procura perugina sta poi vagliando eventuali rapporti tra i coniugi arrestati e la Giru, la finanziaria che faceva riferimento ad Augusto De Megni. Nel corso dell'inchiesta è tra l'altro emerso un prestito fatto a quest'ultimo da Licio Gelli e garantito anche dal Donti, che successivamente restituì il denaro per il quale lo stesso avvocato arrestato ieri aveva assicurato la sua copertura. Nel corso dell'indagine la procura di Perugia ha fra l'altro fatto acquisire le liste degli iscritti alla massoneria umbra. Oggi è in programma l'udienza davanti al tribunale del riesame contro quel provvedimento.29 giugno 2002 - FIGLI E COMPAGNA DI GELLI CONDANNATI PER LA SUA FUGA
"La Nazione" edizione di Arezzo
AREZZO - Non c'erano quando il giudice Luciano Cicerchia ha letto la sentenza, non c'erano come non c'era Licio Gelli quando gli agenti di polizia giudiziaria inviati dai magistrati di Milano si presentarono a Villa Wanda per eseguire l'arresto dopo la condanna definitiva per il crack del Banco Ambrosiano. Era il maggio '98, il "Venerabile", come si è ricostruito dopo, si era eclissato qualche giorno prima, al termine di una cena di famiglia al ristorante "Acquamatta" di Capolona, paradiso dei Vip. E proprio per quella fuga, per i tre mesi di latitanza conclusi dalla cattura dell'ex capo della P2 a Nizza nell'autunno '98, sono stati condannati ieri i due figli Raffaello e Maurizio, le nuore e la compagna, Gabriella Vasile. Raffaello, le nuore e la Vasile si prendono 6 mesi, Maurizio se la cava con 4.
Procurata inosservanza di pena, il reato, una fattispecie di favoreggiamento. Un anno per ciascuno degli imputati aveva chiesto il pubblico ministero Roberto Rossi, più lieve la pena inflitta dal giudice monocratico, al termine di una camera di consiglio durata diverse ore. Ma più dell'entità del verdetto conta che per la prima volta i parenti più stretti del "Venerabile" siano stati chiamati in causa in un'aula di giustizia aretina, che per la prima volta siano stati condannati dal tribunale della città in cui i Gelli vivono da sempre.
Sono stati condannati, Raffaello e Maurizio Gelli, con le mogli Marta Sanarelli e Serena Paci, anche, ironia della sorte, per una leggerezza del "Venerabile", tradito forse da un eccesso di sicurezza. Aveva lasciato un biglietto l'ex capo della P2, un biglietto in cui scriveva di lasciare una grossa somma di denaro, miliardaria, al figlio Maurizio, perché ne disponesse per i bisogni della sua "forzata assenza". Una carta ritrovata dalla polizia francese nell'appartamento di Cannes in cui trascorse buona parte della latitanza. E proprio su quelle poche parole, su quella sorta di rendiconto, che il Pm Rossi ha puntato una buona parte dell'arringa in cui ha chiesto la condanna.
D'altronde, ha spiegato il rappresentante dell'accusa, il biglietto non è certo l'unica prova. Ci sono anche, sempre a carico di Maurizio, i 630 milioni ritrovati dalla Digos nell'appartamento di via XXV Aprile che era nelle sue disponibilità, affittato grazie ad un avvocato amico.
Contro la moglie Serena Paci c'è invece la carta d'identità falsificata, richiesta dalla donna a suo nome e poi intestata a tal Mario Bruschi, il nome adoperato da Gelli durante i mesi di fuga in Francia. Quanto all'altro figlio Raffaello, il primogenito, fu trovato in auto insieme al padre al momento dell'arresto a Nizza. In zona c'erano anche la moglie di Raffaello, Marta Sanarelli, e la compagna Gabriella Vasile, che in Costa Azzurra, soprattutto nel Principato di Monaco, sono quasi di casa.
Elementi che, insieme ad altri minori, come alcuni contatti per cure mediche al "Venerabile", il giudice Cicerchia ha ritenuto sufficienti per pronunciare la sentenza di condanna. Nonostante le arringhe degli avvocati Guido Dieci e Antonio Bonacci, difensori di Serena Paci, Giuseppe Fanfani e Mauro Messeri, rappresentanti di Raffaello Gelli e della moglie, Luca Saldarelli ed Eriberto Rossi, per conto di Maurizio Gelli, che avevano tutti chiesto l'assoluzione. Ma non è bastato perché nel caldo soffocante dell'aula di piazza Grande venisse letto un verdetto favorevole ai "ricchi e famosi" di villa Wanda.
di Salvatore Mannino29 giugno 2002 -MASSONERIA E SETTE: REPLICA GRAN LOGGIA D' ITALIA
"La Repubblica" edizione di Firenze
la massoneria
"Mai letto l'inno a Satana ma il Vangelo"
"Mai letto nelle nostre logge l'Inno a Satana del Carducci. I lavori si svolgono con il Vangelo di San Giovanni aperto sull'ara". E' la replica della Gran Loggia d'Italia degli Antichi liberi accettati muratori di Palazzo Vitelleschi (oltre 7000 iscritti) alla antropologa Cecilia Gatto Trocchi, che indica nella "massoneria di frangia, dei riti e dei misteri" la matrice delle sette esoteriche. Ipotesi assurda, secondo la Gran Loggia d'Italia, che ricorda i tempi in cui "i massoni venivano accusati di ogni nefandezza" e smentisce che "l'esoterismo massonico porti alla cancellazione della differenza fra il bene e il male. Il fine della Massoneria è, al contrario, quello di elevare l'uomo sotto il profilo morale e culturale, nel pieno rispetto delle leggi dello Stato". "Sorprende infine leggere che Licio Gelli si sia interessato di esoterismo. Il maestro venerabile della P2, loggia coperta e deviata, che peraltro nulla ha che fare con noi, ha sempre dimostrato ben altri interessi, riconducibili in affari e giochi di potere".29 giugno 2002 - INCHIESTA FALLIMENTI PERUGIA: INTERROGATA COMMERCIALISTA
"La Nazione" edizione Umbria
Interrogatori in carcere
per lady crac e il marito PERUGIA - L'appuntamento è per stamattina alle 10.30 quando il gip Paolo Micheli, che ha firmato le trenta pagine di ordinanza di custodia cautelare varcherà il portone del carcere di Perugia per interrogare lady crac, Gabriela Ottaviani Donti. Un'ora dopo toccherà al marito, Vinicio Donti. Agli interrogatori saranno presenti anche il pm Sergio Sottani e i difensori Giorgio Casoli e Franco Coppi.
Entrambi gli arrestati potrebbero avvalersi della facoltà di non rispondere. Oppure spiegare (ma stavolta con più dovizia di particolari) cosa è accaduto dal '94 ad oggi e dove sono finiti i 6 miliardi e 900 milioni dei conti del crac Icap. Perchè c'è da scommettere che il giudice ha parecchie domande da fare alla coppia. Come ad esempio, perchè Gabriela Ottaviani Donti ha sostenuto di aver tentato in ogni modo di ripianare i guai combinati quando invece, a guardare gli estratti bancari, rispetto a centinaia di prelievi, non c'è mai nessun versamento. Anzi, proprio quando avrebbe dovuto iniziare a restituire, ha prelevato (nel '99) quei 380 milioni per finire di pagare la villa a Pantelleria e la sua ristrutturazione. E "questo - scrive il gip, cassando le attenuanti generiche - è maggiormente riprovevole".
Dall'ordinanza emerge che ci sono una decina di persone - oltre all'avvocato Vinicio Donti - beneficiarie degli assegni circolari tratti dai conti correnti delle curatele fallimentari su cui i magistrati vogliono fare chiarezza. Alcuni sarebbero dei fornitori della coppia, che il pm sta convocando in procura uno ad uno. Ma il grosso del malloppo è finito nei conti correnti dell'avvocato Donti. E anche questo dovrà essere spiegato. Da quei conti, però, è sparito subito. Oltre i 380 milioni della villa al mare e le spese pazze per le vacanze del 2001, ci sono 470 milioni prelevati nel '95. Ed è proprio questa l'operazione bancaria che potrebbe essere servita per "avallare" il prestito di Licio Gelli ad Augusto De Megni. Il resto sono decine di assegni di 50-100 milioni per volta. Il meccanismo era apparentemente semplice. Lady crac falsificava le autorizzazioni dei giudici. Poi andava in banca (o probabilmente ci andava direttamente il marito) e si faceva consegnare assegni circolari che finivano nel conto personale del marito, nello stesso istituto di credito, ora nel mirino. Mai un rendiconto al giudice, mai un avviso di tanti prelievi anomali. Il perito, stabilendo che la firma di chi ritirava il denaro non era sempre quella di lady crac, ha ipotizzato che potrebbe essere stato l'avvocato Donti a firmare per lei e quindi a presentarsi in banca con il benestare di qualche impiegato. Tra i motivi di accoglimento della richiesta di custodia in carcere c'è anche l'ipotesi che, difficilmente, in caso di condanna, i coniugi possano usufruire della sospensione condizionale della pena. Nonostante il minimo della pena sia di tre anni, in questi casi - rileva nell'ordinanza il giudice - si adotta la sospensione solo previo il pagamento del maltolto ai creditori. Cosa che, dagli atti, non risulta che i Donti abbiano mai voluto fare. Al posto dei conti dei tre fallimenti incriminati resta il patrimonio in sequestro: la villa (circa un miliardo) quadri e mobili antichi dello studio di Via Fanti e "pochi spiccioli" nei conti correnti. Gli investigatori cercano il resto. La coppia potrebbe averli fatti sparire aspettando l'ultimo momento utile per confessare. Il 17 maggio il giudice Cossu che aveva trattenuto il fallimento dell'Icap aveva firmato il piano di riparto per i creditori. Sei miliardi e novento milioni di lire che di lì a qualche giorno sarebbero dovuti entrare nella disponibilità dei creditori. Non ci sono mai arrivati perchè il conto era stato prosciugato. Da parte sua l'avvocato Giorgio Casoli insiste sulla tattica difensiva della collaborazione piena. "Gli arresti erano una conseguenza logica del modo seguito dal pm nell'inchiesta - è il giudizio di Casoli - ed è ovvio che non voglio entrare nei commenti sull'inquinamento delle prove. Chiederò che la custodia sia trasformata almeno in arresti domiciliari. Lo farò subito, così come penso farà l'avvocato Coppi per Vinicio Donti. Il resto farà parte della strategia difensiva".
Pino Di Blasio
Erika Pontini
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