Almanacco dei misteri d' Italia


P2
le notizie del 2002: luglio
5 luglio 2002 - ORDINE NAZIONALE GIORNALISTI  CONFERMA RADIAZIONE BISIGNANI
ANSA:
Il giornalista Luigi Bisignani e' stato radiato dall'Ordine dei giornalisti. Il Consiglio nazionale dell'Ordine ha infatti confermato in appello la sanzione gia' decisa nei confronti di Bisignani dall'Ordine del Lazio e Molise in relazione al coinvolgimento del giornalista nello scandalo Enimont. Nei confronti di Bisignani, spiega una nota dell'Ordine nazionale dei giornalisti, “era stato aperto procedimento disciplinare a Roma, concluso il 20 gennaio 2000 con il provvedimento di radiazione. Nella motivazione si affermava che il Bisignani 'come attestato dal processo penale definitivamente concluso, ha svolto con continuita' attivita' lucrose costituenti reato e afferenti a compiti del tutto estranei alla professione giornalistica... che tale condotta ha gravemente compromesso la dignita' professionale rendendo incompatibile la sua permanenza nell'Albo dei giornalisti professionisti'. Il Consiglio nazionale al termine del procedimento di appello ha confermato il provvedimento della radiazione”.

11 luglio 2002 - EREDI MASCHI SAVOIA: TRA TRE MESI POSSONO TORNARE
ANSA:
L'Aula della Camera ha definitivamente approvato la legge costituzionale che consente agli eredi di casa Savoia di tornare in Italia. Questo il risultato della votazione: si' 347, no 69, 44 gli astenuti. La maggioranza richiesta dei due terzi dei componenti l'assemblea perche' non si dia luogo al referendum non e' stata raggiunta neanche dalla Camera. I voti a favore sono stati 347, ne servivano in via teorica 412. Gia' il Senato nella seconda deliberazione non aveva raggiunto il quorum richiesto dall'articolo 138 della Costituzione. Era quindi gia' possibile il ricorso al referendum. La votazione finale si e' svolta a scrutinio palese. Un gruppo di parlamentari, tra cui Maura Cossutta (Pdci) aveva chiesto il voto segreto. Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini non ha ritenuto di accogliere la richiesta. La votazione, ha detto tra l'altro Casini non "implica il giudizio su singole persone" e gia' nella prima deliberazione l'assemblea aveva votato a scrutinio palese. Casini ha spiegato che con questa legge "non ci si trova in presenza di deliberazioni riguardanti le persone per le quali il regolamento impone lo scrutinio segreto". Il presidente della Camera ha ricordato di aver annunciato alla Giunta per il regolamento lo scorso sette marzo i criteri cui si sarebbe attenuto per i voto segreto. La regola e' lo scrutinio palese salvo casi rigorosamente determinati. Il testo della legge, mira " ad eliminare un ostacolo posto all'ingresso sul territorio della Repubblica per i discendenti degli ex sovrani sopprimendo una disposizione le cui ratio e finalita' appaiono del tutto peculiari e cioe' senza riflessi sulla disciplina attuativa delle liberta' previste dall'articolo 16 della Costituzione, di cui non vengono in via generale modificate le condizioni di esercizio".

12 luglio 2002 - LIBERAZIONE SU CARRIERA AMICI DI CALVI
"Liberazione"
Ponti neri
I suicidi, si sa, sono dannati a tornare in nuove spoglie. E, a volte, gli ammazzati pure. Vent'anni fa Roberto Calvi, guidato da Flavio Carboni, fu appeso, con cinque chili di mattoni addosso, a un traliccio del Ponte dei Frati Neri. I londinesi, quando qualcuno sbertucciava la famiglia reale, ammonivano: "Finisci sotto Black Friars Bridge!". Era considerato il ponte di tutti i poteri occulti, delle loro vendette. Ponte dei "free masons", dei liberi muratori... Ponte cattivissimo che non impedì ai laburisti governanti di ripulire il Tamigi da cima a fondo, ripopolandolo addirittura di salmoni. In compenso gli impareggiabili guerrieri dell'Arcobaleno di Greenpeace hanno trovato diossina e piombo in latte, verdure e pesci lariani, graziosamente sversati dall'inceneritore di Como, come da tutti i 210 inceneritori d'Italia, su fiumi, mari, aria, insalata d'Italia, cui si vorrebbero aggiungerne altri 41. E qui ci vorrebbe un fronte d'opposizione degno dell'indimenticato Cln partigiano, tanto è micidiale l'aggressione alla patria. Comunque, è di ponti che si parla. La corda alla quale era impiccato il bancarottiere del Banco Ambrosiano, banco antesignano di tanti istituti con talleri da riciclare perché se ne alimentino arrampicatori in grembiulino, serpeggiava tra mani odorose d'incenso, mani polverose di lupare, mani incrociate su triangoli occhiuti. Sono passati vent'anni, Sindona, Calvi, Marcinkus, Gelli non ci sono più, ma hanno proliferato. Come suole la brava genia dei vampiri. Dalla loro putredine fiorisce ora un nuovo ponte - "Ponte dei Frati Azzurri" - al cui cordame uno, noto come Grande Maestro di Ponti e Buchi, vorrebbe appendere la natura. Ulisse, i venti ai cui fiati il mostro ci farà fare l'altalena (15 metri ogni 30 secondi), Scilla e Cariddi che si alzano per bradisismo e si avvicinano per irrequietezza degli zoccoli continentali, milioni di innocenti finiti nell'imbuto ritardatario, la voglia degli indigeni di uscire dall'Ottocento ferroviario. Modesto prezzo da pagare per quel "convivere con la mafia" del pontiere-bucaiolo. E' un altro mattone, dopo i cinque tra le palle di Calvi, per il Piano di Rinascita del repubblichino Licio Gelli. Non diceva: presidenzialismo, subordinazione dei magistrati, disintegrazione del sindacato (grazie, fratello Massimo, per i missili di silenzio su Cofferati), divieto sciopero, liquidazione Rai, controllo media? E capitale a Salò? "Ambientalisti di merda" intendeva a Radioanch'io il convivente Lunardi, sottobraccio all'ex (?) P2, primo ministro, e all'ex di Carboni-Calvi-Banco Ambrosiano, ministro dell'Interno. Sotto i ponti neri appenderanno l'Italia. O la seppelliranno nei buchi neri. Ce ne siamo accorti?

12 luglio 2002 - SAVOIA: CHI SI OPPONE AL RIENTRO
"La Gazzetta del sud"
GLI ULTIMI OPPOSITORI
Motivazioni diverse, intento comune: impedire quel che ormai sembra inevitabile. Gli altri "nemici"
Ma borbonici e mazziniani non ci stanno: "Raccogliamo le firme"
NAPOLI - Un referendum contro il rientro dei Savoia in Italia: c'è chi ha tutta l'intenzione di provarci. Come il Movimento Neoborbonico, che parla di un "Parlamento con la memoria corta, che ha dato il via libera al rientro degli eredi, tralasciando i crimini commessi dai loro antenati nell'ottocento e criticando tiepidamente i loro peccati veniali nel novecento".Il movimento, afferma una nota, inviterà i parlamentari meridionali e i consigli regionali del Sud a proporre il referendum. "Altrimenti - sostengono - siamo certi di poter raccogliere le 500mila firme tra i pronipoti di quel milione di "briganti" che i Savoia sterminarono senza pietà". Anche l'associazione mazziniana italiana dice no al rientro dei Savoia. E dopo aver annunciato l'iniziativa nei giorni scorsi, sta per avviare la raccolta delle firme per il referendum costituzionale, che potrebbe sbarrare in extremis la strada al ritorno della famiglia reale. "Sappiamo benissimo che in Italia ci sono cose più importanti da fare - spiega il vice presidente vicario dell'associazione, Roberto Balzani, professore di Storia contemporanea all'Università di Bologna - e siamo anche consapevoli del fatto che la nostra non è un'iniziativa di facile realizzazione. Eppure c'è bisogno di far vedere che ci sono voci contrarie a questa decisione, anche per rispetto a quella generazione che ha vissuto sulla propria pelle il fallimento della monarchia, il fascismo e l'8 settembre. Del resto in politica non bisogna combattere solo per vincere ma anche per testimoniare quei valori in cui si crede veramente".
Gli oppositori "storici" . Continuano poi a levarsi le voci di chi è stato e continua a rimanere contrario a questo rientro e a non voler dimenticare il ruolo dei re Savoia nell'ascesa del fascismo, nelle leggi razziali, nell'entrata in guerra, nella fuga dell' 8 settembre e, sul conto personale di Vittorio Emanuele, la morte del giovane tedesco Dirk Hamer, ucciso nel 1978 da un colpo di fucile all'isola di Cavallo, in Corsica, per la quale Vittorio Emanuele è stato processato in Francia e assolto con sentenza definitiva, e il fatto che il suo nome era presente nelle liste dei presunti iscritti alla P2, trovate nel 1981 negli uffici della Gio.Le. di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi. Ecco alcune delle prese di posizione in Parlamento contro il rientro dei Savoia. Marco Rizzo, capogruppo Pdci alla Camera: "Il punto più grave è che costoro si apprestano a tornare in Italia quasi fossero degli eroi: non giureranno fedeltà alla Costituzione repubblicana, non abdicheranno simbolicamente al trono e quindi non rinunceranno a ritenersi "superiori" rispetto a tutti gli altri cittadini italiani". Roberto Calderoli (Lega Nord), vicepresidente del Senato: "Io ho votato contro l'ipotesi di far rientrare gli eredi di una dinastia indegna che ha ripetutamente tradito gli interessi della Padania e dell'Italia. Non si possono cancellare con un colpo di spugna la storia e le scelte scellerate dei Savoia. E poi l'art. 1 della Costituzione recita che l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, ovvero su una cosa poco nota alla famiglie reali". Massimo Villone, senatore Ds: "Il voto favorevole al rientro dei Savoia è stato un errore politico e una scelta inaccettabile. Assistiamo a tentativi di inaccettabile revisionismo della nostra storia che tendono a occultare la verità dei fatti. Se fossimo in Francia diremmo che sono stati attaccati i valori repubblicani. Qui si tace". Antonio Del Pennino, senatore repubblicano di Forza Italia: "Considero la norma storicamente superata, perché la Repubblica è ormai consolidata. Probabilmente è una norma che contraddice anche le regole dell'Ue. Ma il revisionismo che sta intorno alla proposta, la volontà di rivedere la nostra storia e le responsabilità dei suoi protagonisti non mi permettono di esprimere un voto favorevole". Luigi Malabarba, senatore di Rifondazione comunista, in febbraio ha esposto in aula il cartello "Viva Bresci" e ha poi spiegato: "Meglio un anarchico che compie un gesto così piuttosto che un Vittorio Emanuele qualsiasi, che ammazza un turista tedesco nell'isola di Cavallo, solo perché gli disturba la vacanza. Bresci ha poi pagato il suo gesto con la prigione a vita ed è morto di stenti in galera, mentre Vittorio Emanuele non solo vuole rientrare in Italia, ma forse aspira anche al trono". Giuseppe Fioroni, senatore della Margherita: "I Savoia hanno tacitamente avallato l'ascesa al potere di Mussolini, non si sono opposti alla promulgazione delle leggi razziali, e infine con la loro fuga hanno lasciato il paese in balia di uno sbandamento politico e morale che ha aperto la strada alla guerra civile".

12 luglio 2002 - SI CONCLUDE SUL "BARBIERE DELLA SERA" L' "EMILIADE" IN 3 PUNTATE
"Il Barbiere della sera"

09.07.2002
EMILIADE /Parte prima
di Ivan Denisovic
L'antico scontro fra Emilio Fede ed Enrico Mentana, le due primedonne di casa Mediaset, ricostruito con consumata abilità dal nostro Ivan Denisovic. Anno di partenza, il 1981...
Torna l'estate, tornano puntuali come le zanzare i libri di giornalisti su giornalisti e con la calura tornano a scoppiare anche le polemiche tra gli anchormen di casa Mediaset, in primis quella tra Emilio Fede ed Enrico Mentana.
Sullo sfondo aleggia, mai nominata ma sempre presente, la storia di una guerra professionale che parte dalla Rai e dalle faide tra le correnti dei partiti della prima Repubblica. Occorre tornare al lontano 1981, l'anno della scoperta della loggia segreta P2 di Licio Gelli.
Nel suo ultimo "Utili idioti" il direttore del Tg4 Emilio Fede ha lanciato un nuovo attacco al direttore del Tg5, il neosposo Enrico Mentana, partendo dalla vicenda del processo che vide Fede condannato il 27 novembre 1986 in primo grado a un anno e dieci mesi a Milano per truffa e gioco d'azzardo, mentre fu assolto invece dall'accusa di associazione a delinquere. Per Fede il pubblico ministero (un nome noto alle cronache: Pier Camillo Davigo) aveva chiesto sei mesi di reclusione per il reato di gioco d'azzardo e l'assoluzione per insufficienza di prove dalle imputazioni di associazione per delinquere e truffa.
L'inchiesta, partita nell'82 a Bergamo su fatti avvenuti tra il '77 e l'83, riguardava una serie di bische gestite nella case di personaggi altolocati dell'imprenditoria lombarda e aveva coinvolto altri nomi noti della televisione e dello spettacolo. Nelle improvvisate sale da gioco sarebbero stati utilizzati strumenti truccati per spennare facoltosi "polli", mentre volti noti della televisione - secondo l'accusa - avrebbero prestato la loro immagine per convincere i malcapitati giocatori della regolarità delle partite.
Fede venne definitivamente assolto in appello per insufficienza di prove dall'accusa di truffa dalla terza sezione penale della Corte d'appello di Milano il 13 novembre 1987. Nel giudizio di secondo grado il reato di gioco d'azzardo era caduto per l'amnistia.
Sottoposto a una serie di attacchi da parte della stampa, Fede fu gravemente danneggiato: la sua carriera professionale in Rai venne troncata e il popolare giornalista fu estromesso dal servizio pubblico. Pochi anni dopo passò alle reti Mediaset.
Nella sua ultima fatica editoriale, uno dei cui capitoli è stato anticipato da "Libero", Fede ha accusato Mentana di aver mandato nell'83 una troupe televisiva a Bergamo per riprenderlo mentre usciva dal Tribunale dove aveva reso la propria testimonianza sull'inchiesta in corso. Mentana ha ribadito che si tratta di malignità.
A "Dagospia" il direttore del Tg5 ha dichiarato: "Fede non si smentisce: continua a barare. Basta avere un calendario e un po' di sana memoria. Il 2 febbraio 1982, da praticante divento giornalista professionista, quindi entro nella redazione Esteri del Tg1 (dove resto fino all"88, quando vengo nominato responsabile dei Servizi Speciali). Ora, la testimonianza in tribunale di Fede avviene nel 1983, e si inventa di sana pianta la bufala di un redattore ordinario degli Esteri che commissiona un servizio di cronaca sul proprio condirettore!
Intanto, questo servizio del Tg1 sul proprio condirettore che va a testimoniare non si è mai visto. Secondo: se Fede era condirettore e vice direttore vicario, solo il direttore, all'epoca Albino Longhi, o un pari-grado, cioé Nuccio Fava, poteva inviare una troupe a Bergamo. Ogni anno, Fede è costretto a sparlare di me per poter vendere il suo libro...".
Non si tratta del primo pesante scazzo tra le due "firme" del giornalismo Mediaset. Già in un'altra occasione, nel 1997 col suo libro "Finché c'è Fede", il direttore del Tg4 si era lanciato contro Mentana, affermando che la sua assunzione in Rai era dovuta solo all'"interessamento" del Psi, nella figura di Claudio Martelli.
Ecco come venne ricostruita la vicenda dalle agenzie dell'epoca.
"Emilio Fede ama imbrogliare le carte", dice Nuccio Fava a proposito di un brano del libro del direttore del Tg4 ("Finché c'é Fede", Mondadori) in cui racconta che assunse Enrico Mentana al Tg1 "su ordine di Claudio Martelli, quando era vicesegretario del Psi e quindi contava molto". "Perché Martelli, che non era vicesegretario, avrebbe dovuto chiamare Fede, che non era vicedirettore, per far assumere Mentana?", osserva Fava, che sottolinea di intervenire nella vicenda solo per "amore di verità".
"Mentana non l'ha assunto Fede, che era il conduttore del Tg1, ma l'ho assunto io, che ero vicedirettore unico con una precisa delega del direttore, che era Emilio Rossi - ricorda Fava - e fu lo stesso giorno in cui assunsi anche Vincenzo Mollica. Mi fecero tutti e due un'impressione enorme. Per Mentana dovetti anche vincere un contrasto con Paolo Grassi, che era il presidente della Rai, cui era stato segnalato per l'area socialista un giornalista del "Giorno".
Erano i tempi della lottizzazione, questo lo dobbiamo ammettere, e senza negarne tutte le nefandezze, bisogna anche accettare che così si è garantito un certo pluralismo e, soprattutto, che all'interno del discorso delle aree si e' potuta assumere gente di talento. Proprio con il discorso dell'area, che feci io - sottolinea Fava - riuscii a convincere Grassi ad assumere Mentana, che mi aveva colpito molto, un vero animale televisivo" (Ansa, 19 settembre 1997).
"Su quanto afferma Fava non ho nulla da commentare". Così Emilio Fede replica a Nuccio Fava che ha rivendicato oggi l'assunzione di Enrico Mentana al Tg1, ma aggiunge: "Tutti conoscono Fava e il suo percorso politico e professionale di estremo prestigio. Ha fatto bene a intervenire in difesa di Mentana. Mi chiedo quanto a Mentana sia utile la difesa di Fava. Personalmente credo che Mentana non ne abbia bisogno.
Se l'offesa della quale Mentana si lagna è di essere considerato lottizzato di area socialista, me ne scuso pubblicamente - prosegue Fede - sia lui che Fava non hanno mai avuto nulla da spartire con la lottizzazione. Il loro è stato un onesto percorso professionale. Craxi e Moro non c'entrano nulla. Con questo spero di risparmiare almeno metà di quel miliardo che, giustamente, Mentana mi chiede come risarcimento. Vorrei che questa vicenda si concludesse con una stretta di mano. Quanto a Fava: "Domine non sum dignus"" (Ansa, 19 settembre 1997).
Dietro questa vicenda sembra celarsi più un altro tumultuoso passato, quello dei rapporti tra Fede e Fava. Il 24 maggio del 1981 l'allora direttore del Tg1 Franco Colombo si dimetteva a causa dello scandalo P2. Come ricostruì l'Ansa, "fra i documenti sequestrati in casa di Licio Gelli e resi noti dal Presidente del Consiglio, il nome di Franco Colombo era contenuto insieme a una domanda autografa di iscrizione alla loggia P2 in una cartellina con le domande di altri "aspiranti".
La sua domanda aveva la data del 22 gennaio 1981; a sostenere la richiesta erano indicati come "garanti" Fabrizio Trecca e Giampiero Gabotto. Franco Colombo venerdì 22 maggio aveva dichiarato: "Non sono iscritto né lo sono mai stato, alla P2, né ad alcun altra loggia massonica. Alla domanda di adesione, per nulla vincolante, non fu dato seguito per mia esplicita volontà, manifestata ai presentatori nei giorni immediatamente successivi al 22 gennaio scorso. E di ciò essi possono dare atto".
Un altro lancio dell'Ansa del 24 maggio 1981 fornisce altri indizi utili a ricostruire i retroscena dello scontro tra Fava e Fede: "Franco Colombo era stato nominato direttore del Tg1 il 15 ottobre scorso in sostituzione di Emilio Rossi, divenuto vicedirettore generale Rai. Vicedirettori del Tg1 sono Nuccio Fava ed Emilio Fede". Nuccio Fava, che e' stato anche segretario del sindacato dei giornalisti radiotelevisivi, era stato nominato vicedirettore del "Tg1" sotto la direzione di Emilio Rossi e poi confermato da Franco Colombo.
Due giorni dopo, il 26 maggio, l'Ansa scoprì che Fava il giorno prima si era dimesso dall'incarico di vicedirettore del Tg1 con una lettera inviata al direttore Franco Colombo e comunicata al comitato di redazione della testata. Il vicedirettore lasciava in polemica con l'assemblea dei giornalisti del Tg1 che avevano espresso solidarietà al direttore dimissionario Colombo: "La lettera di dimissioni di Fava era stata inviata dopo l'assemblea di redazione che aveva espresso, con due distinti documenti, solidarietà a Franco Colombo per le sue dimissioni in relazione alla vicenda della P2.
Nella lettera, Fava, che definisce irrevocabile il proprio gesto fa riferimento proprio "all'andamento e alle conclusioni, sofferte ma chiare" dell'assemblea", scrisse l'Ansa.
"Le mie dimissioni - scrive Fava - significano che considero conclusa irrevocabilmente la mia collaborazione alla vice direzione, quali che saranno le decisioni di Franco Colombo e del consiglio di amministrazione. Non ho condiviso e ho ritenuto sbagliato e pericoloso il documento votato dalla maggioranza dei colleghi del Tg1 che hanno chiesto a Franco Colombo di riconsiderare la situazione e al consiglio di amministrazione di respingere le sue dimissioni.
Resto profondamente convinto - aggiunge - che l'assemblea non poteva né doveva giudicare, ma dire quale era la strada migliore per impedire ogni ombra e sospetto sull' informazione. In un momento così difficile le mie dimissioni sono irrevocabili anche perché altrimenti il mio comportamento, di cui rispondo solo alla mia coscienza, potrebbe apparire strumentale, compiuto da chi presume di poter trarre personale beneficio da una situazione tanto grave e precaria. Fuori da ogni rischio di incomprensione, la solidarietà umana, il rispetto, l'apprezzamento per il gesto compiuto da Franco Colombo rimangono per me intatti" (Ansa, 27 maggio 1981).
Il 30 maggio l'assemblea di redazione era messa di fronte alle decisioni del Cda Rai che aveva sospeso temporaneamente il direttore del Tg1 Colombo dalle sue funzioni. Colombo annunciò che avrebbe impugnato la decisione ritenendola illegittima. "L'assemblea di redazione del Tg1, con un documento approvato all'unanimità con due astensioni, ha preso atto della decisione del Consiglio di amministrazione della Rai riguardo all'assetto della testata e ha confermato al direttore Franco Colombo "solidarietà umana e apprezzamento professionale" , augurandosi che "al più presto sia fatta piena luce sull' intera vicenda".
Il documento riconferma " la linea di rigorosa autonomia, di pluralismo e di professionalità che è stata sempre difesa dalla redazione del Tg1 e dai suoi direttori, e che sicuramente troverà anche in Emilio Fede, per il periodo provvisorio della sua responsabilità di gestione, un fermo assertore con il pieno appoggio e la totale collaborazione di tutto il corpo redazionale; riconferma altresì l'impegno a costituire, nel momento di difficoltà generale del Paese e di crisi di credibilità dell'informazione, un punto di riferimento esauriente ed equilibrato, nel rispetto della pluralità delle opinioni, rispetto che costituisce la finalità principale del servizio pubblico radiotelevisivo; impegna il comitato di redazione a ottenere che l'azienda metta fine e nel più breve tempo possibile al periodo di provvisorietà nell'assetto direttivo della testata. Il comitato di redazione ne riferirà all'assemblea entro un mese".
L'assemblea di redazione del Tg1 inoltre, sempre all'unanimità con due astensioni, ha dato mandato al comitato di redazione "a intervenire in tutti i modi utili al fine di ottenere che il Consiglio di amministrazione della Rai respinga le dimissioni di Nuccio Fava da vice direttore del Tg1 e consenta così alla testata di riacquisire l'apporto di un validissimo dirigente che ha dimostrato con grande sensibilità e dedizione il proprio impegno a favore della informazione nel servizio pubblico radiotelevisivo". (Ansa, 30 maggio 1981)
Ivan Denisovic
1.Continua

10.07.2002
EMILIADE /Parte seconda
di Ivan Denisovic
In piena bufera P2, Nuccio Fava si dimise da vicedirettore del Tg1 perché il suo direttore, Franco Colombo, figurava nelle liste (come del resto Gustavo Selva, che smentì, e Maurizio Costanzo che ammise). Mal gliene incorse. L'incontro-scontro di Nuccio con Fede, per l'emergenza direttore del Tg1
Intanto in quelle giornate caldissime la Rai era squassata da un'altra vicenda, quella che riguardava Gustavo Selva, direttore del Giornale Radio 2. ""Potrebbe essere questa forse l'ultima volta che sentirete al Gr2 la mia voce": è cominciato così l'editoriale di Gustavo Selva del notiziario delle 7,30 di oggi.
Giorno dal quale, per decisione del Consiglio di amministrazione della Rai, Selva è sospeso dalla sua funzione ("Non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale - ha detto - e sono ancora pienamente responsabile del Gr2") nel lunghissimo editoriale ("Secondo i miei critici puo' darsi che questa venga giudicata la violazione massima"), Selva respinge l'accusa di aver violato, nello spirito e nella lettera, la natura del servizio pubblico.
Aggiunge: "Se il silenzio cadrà per sempre su questa voce nel Gr2, fra coloro che dovranno particolarmente rallegrarsi, un posto di primissima fila se lo sono guadagnati i terroristi, che sono stati i miei più implacabili nemici, al punto che condivido la meraviglia di tanti, di come sia ancora fisicamente indenne. I brigatisti sono stati ben sostituiti specialmente in queste settimane da coloro che mi hanno colpito e mi colpiscono con calunnie e insinuazioni. Calunnie e non critiche, che sono naturali".
Sulla sua sospensione, Selva ha detto che si tratta di un atto "che parte da lontano e che ha avuto il fulcro della contestazione alla mia direzione del Gr2 nel Pci e, fra i maggiori sostenitori, il Pdup e il Partito Radicale". Ha citato alcuni giornali come "altoparlanti poco fedeli di questa azione".
Selva ha parlato della loggia P2: "Non ho fatto richiesta di appartenervi - ha detto - quindi non vi appartengo. L'inclusione del mio nome o e l'esibizione sulla stampa della cosiddetta documentazione sono puri e semplici falsi. Ho presentato denuncia contro ignoti per scoprire come il mio nome possa essere finito nella lista"". (Ansa, 30 maggio 1981).
L'8 febbraio 1982, a distanza di otto mesi, l'Ansa tornava a occuparsi di Fava: "L'ex vicedirettore del Tg1, Nuccio Fava, chiede, in una lettera da lui stesso diffusa, "l'intervento e la tutela" del comitato di redazione del Tg1 perché "dopo una non facile decisione personale" (dimissioni da vicedirettore nel maggio 1981 in seguito alla vicenda delle liste della P2 in cui figurava il direttore di allora, Franco Colombo) egli "si è rimesso in orario dal 18 gennaio" scorso ma, scrive Fava, "non sono stato ancora richiesto di alcuna prestazione professionale, di alcun servizio".
Il giornalista definisce questo "un sopruso inqualificabile e intollerabile", e più avanti "un abuso" e "un'evidente ingiustizia". Ora, si chiede il vicedirettore dimissionario del Tg1, "è possibile che Franco Colombo ritorni a fare il lavoro che svolgeva prima della tormentata vicenda di questi mesi e, invece, Fava non possa essere professionalmente utilizzato visto che non chiede alcun incarico ma di lavorare secondo attitudini, competenze, eticità?".
Nuccio Fava riferisce che "l'attuale responsabile del Tg1, durante un penosissimo colloquio (19 gennaio scorso)" gli "ha proposto di collaborare con la direzione per gli 'speciali'" e che la sua risposta fu che "la proposta non aveva senso comune" vista proprio la precedente attività" (Ansa, 8 febbraio 1982).
Il giorno dopo arrivava la risposta al responsabile del Tg1, Emilio Fede: ""Sono chiamato in causa per un presunto caso Fava. Dico presunto perché non ho contribuito in alcun modo a crearlo": lo ha dichiarato il responsabile del Tg1, Emilio Fede, dopo che ieri il vicedirettore dimissionario del Tg, Nuccio Fava, aveva chiesto l'intervento del comitato di redazione affermando di non venire utilizzato professionalmente secondo "attitudini e competenza".
"Al contrario - dice Fede - credo di essermi adoperato a risolvere i problemi di un collega autorevole e stimato quale è appunto Nuccio Fava. Le polemiche, dirette e indirette, rappresentano una provocazione che nella mia posizione di responsabile temporaneo del Tg1 non posso accettare, occupato come sono a difendere il patrimonio di professionalità, pluralismo e obiettività che è di tutti i colleghi che da sempre lavorano con impegno e onestà a questa testata".
"E' per questo - conclude il responsabile del Tg1 - che non rispondo né risponderò ad attacchi, anche personali, che mi giungono e mi potranno giungere. Lascio che tutti, me per primo, se la vedano con la propria coscienza". Nuccio Fava, in una seconda lettera al Cdr da lui stesso diffusa, afferma oggi di aver rifiutato un'altra proposta di Fede (fare il "conduttore" del nuovo Tg notte) e chiede "di essere utilizzato per la politica interna, come sempre avvenuto in passato".
In caso contrario, dice in sostanza Fava, sarebbe un'"ingiustizia e un sopruso"". (Ansa, 9 febbraio 1982).
Il 29 aprile seguente scoppiavano nuove poolemiche: ""Pare che negli ambienti Rai circoli una proposta, avanzata dal direttore della Rete Due, di affidare a Maurizio Costanzo la direzione di un nuovo programma televisivo. E' ovvio che ciò susciti perplessità e reazioni, non essendo dimenticata la confessata appartenenza di Costanzo alla Loggia P2".
Lo ha detto in una dichiarazione l'onorevole Antonio Bernardi, capo gruppo Pci nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai Tv.
Dopo aver affermato che "non si tratta di proclamare l'ostracismo verso alcuno, quasi che non fosse possibile riscattarsi da un errore grave o da un atto di 'stupidità'", ma che "sarebbe almeno opportuno attendere che la Commissione parlamentare istituita per indagare sulla P2 concluda i propri lavori", l'onorevole Bernardi osserva che "a proposito di ostracismi, sarebbe intanto opportuno rimuovere prontamente quelli veri che alla Rai pervicacemente resistono che discriminano vergognosamente qualificati professionisti che non stanno nella 'manica' degli attuali padroni, lottizzatori arroganti, che impediscono le nomine dei nuovi direttori del Tg1 e del Gr2; che ad esempio - conclude - ancora colpiscono uomini come Nuccio Fava, reo di aver lottato contro i piduisti nel servizio pubblico radiotelevisivo" (Ansa, 29 aprile 1982).
La vicenda si concludeva il 31 luglio 1982: "L'ufficio stampa della Rai comunica: "Il consiglio di amministrazione della Rai, riunito sotto la presidenza di Sergio Zavoli, ha affrontato e risolto, nei tempi che si era prefissato, i problemi relativi alle nomine delle direzioni del Tg1 e del Gr2 e degli assetti degli organi sociali delle consociate Sipra, Eri, Sacis, Fonit-Cetra e Rai Corporation.
Il consiglio, ascoltata la relazione e valutate le proposte del direttore generale Biagio Agnes, ha nominato Albino Longhi direttore del Tg1 e Aldo Palmisano direttore del Gr2. Ha inoltre confermato la nomina di Emilio Fede a vicedirettore del Tg1.
Per il Gr2 ha confermato Paolo Orsina vicedirettore e - sentito il nuovo direttore - gli ha affiancato nella vice direzione Ennio Ceccarini, in sostituzione di Filippo Canu che aveva chiesto in precedenza di passare ad altro incarico.
A Emilio Fede e a Paolo Orsina ha conferito la qualifica 'ad personam' di direttori giornalistici, in segno di riconoscimento per l'opera svolta durante il periodo di vicariato. Il consiglio, considerata l'irrevocabilità delle dimissioni da vicedirettore del Tg1, già formulate dal dottor Nuccio Fava, ne ha preso atto esprimendogli il più ampio apprezzamento per la serietà e l'obiettività con cui ha svolto la sua funzione, e ha invitato il direttore generale ad avanzare sollecitamente al consiglio una proposta di collocazione adeguata alle sue elevate capacità professionali".
Rai Corporation: Chairman of the board (presidente):
Gustavo Selva" (Ansa, 31 luglio 1982).
Ivan Denisovic
2. Continua

12.07.2002
EMILIADE /Fine
di Ivan Denisovic
Lasciamo nello sfondo lo scontro tra Fede e Mentana e vediamo altri veleni e altre stilettate degli ultimi vent'anni di Rai. Nuccio Fava, un mezzobusto contro la P2. Come Bruno Vespa diventa direttore del Tg1. Il caso Ennio Remondino, altre storie e curricula eccellenti
In seguito, nel maggio 1984 Fava tornò a essere vicedirettore del Tg1 e il 5 marzo 1987, in epoca demitiana con Enrico Manca presidente e Agnes direttore generale della Tv pubblica, ne fu nominato direttore al posto di Albino Longhi, che venne nominato responsabile delle Tribune elettorali e dei Programmi dell'accesso.
L'11 martzo 1987 l'assemblea dei giornalisti del Tg1 esprimeva all'unanimità il proprio gradimento al nuovo direttore. Ma, dopo lunghi battibecchi con i partiti "laici" (Pri, Pli e Radicali) sulla sua direzione, in occasione - tra l'altro - dei referendum del novembre 1987, il 30 giugno 1989 (in epoca forlaniana) l'assemblea del Tg1 espresse "un giudizio fortemente negativo" sui criteri di alcune nomine decise da Fava.
Il 10 novembre seguente Biagio Agnes lasciava la carica di direttore generale della Rai e Fava esprimeva "grande amarezza per la decisione del direttore generale che rispetto a apprezzo per le motivazioni, convinto che si tratti di un ulteriore impegnativo contributo e richiamo per il futuro del servizio pubblico del nostro Paese".
Il 25 maggio del 1990 Fava commentava le voci di una sua sostituzione al Tg1 e tracciava all'Ansa un bilancio della sua direzione.
Nel luglio del 1990 era ancora la P2 a entrare, sconvolgendola, nella carriera di Fava: in uno scoop televisivo Ennio Remondino raccoglieva le dichiarazioni di due presunti agenti della Cia, Ibrahim Razin e Dick Brenneke, che mettevanbo in collegamento la P2 e Gelli con la Cia e addirittura con l'omicidio del primo ministro svedese Olof Palme.
Gelli rispondeva con le querele e chiedeva 10 miliardi di danni alla Rai, a Fava e a Remondino.
Il successivo 31 luglio l'Ansa rifriva che "il direttore generale della Rai, Gianni Pasquarelli, è stato informato stamane dal direttore del Tg1, Nuccio Fava, dell'intenzione di mandare in onda un altro servizio sull'argomento Cia-P2, notizia che è stata anticipata oggi da alcuni quotidiani.
In proposito, Pasquarelli, in una dichiarazione, ha fatto due osservazioni: la prima è che l'informativa alla direzione generale da parte di Fava "è risultata tardiva per il fatto che i giornali ne erano stati informati prima"; la seconda è che "della vicenda, ormai nelle mani della magistratura, il direttore del Tg1 si assume per intero tutta la responsabilità".
Nel frattempo in Parlamento erano tornate a infuriare aspre polemiche sul ruolo della Tv pubblica e sulla vicenda P2, con l'incredibile situazione nella quale la sinistra sosteneva il direttore del Tg1 mentre una parte del centro e della maggioranza di Governo lo attaccavano.
Fava rispondeva a Pasquarelli e il primo agosto il caso finiva sul tavolo del Cda Rai.
L'8 agosto al Cda arrivavano le proposte per una serie di nuove nomine: Giuseppe Giulietti, segretario nazionale dell'Usigrai, anticipava le mosse rivelando all'Ansa che Bruno Vespa sarebbe andato alla direzione del Tg1 al posto di Fava che sarebbe finito a dirigere le Tribune elettorali e i programmi dell'accesso. Le decisioni del Cda poche ore dopo confermavano le indiscrezioni.
Ecco il quadro fornito dall'Ansa: "Tg1 - Bruno Vespa (Dc) al posto di Nuccio Fava (Dc); Tg2 - Alberto La Volpe (Psi), confermato; Tg3 - Sandro Curzi (Pci), confermato; Gr1 - Livio Zanetti (Pri) al posto di Luca Giurato (Psdi); Gr2 - Marco Conti (Dc) al posto di Paolo Orsina (Dc); Gr3 - Antonio Ciampaglia (Psdi) al posto di Mario Pinzauti (Psdi); Tribune e Accesso - Nuccio Fava (Dc) al posto di Albino Longhi (Dc)" (Ansa, 8 agosto 1990).
Ecco i curricula dei nuovi direttori secondo l'Ansa: "Il nuovo direttore del Tg1 Bruno Vespa è nato il 27 maggio del 1944 ed è stato assunto alla Rai nel 1969 come praticante. Laureato in Giurisprudenza, è redattore dal '70, nel '75 inviato speciale.
Arriva al Tg1 nel 1976 (a seguito della divisione del personale nelle testate) e nel 1980 viene inquadrato nella redazione interni. Nel 1981 viene nominato capo della redazione servizi speciali del Tg1, nel 1983 viene posto a disposizione della direzione della testata per incarichi speciali. Il primo marzo del 1987 gli viene riconosciuta 'ad personam' la qualifica giornalistica di vice direttore.
L'ex direttore del Tg1 Nuccio Fava, nominato oggi direttore di 'Tribune e Accesso' è nato il 2 gennaio 1939 ed è alla Rai dal 7 luglio 1967 come praticante. Alla fine del '69 diventa caposervizio e nel 1976 inquadrato presso il Tg1. Diventa vice direttore del Tg1 nel settembre del 1980. Dall'82 all'84 svolge incarichi speciali alle dirette dipendenze del direttore e nel maggio dell'84 gli viene nuovamente affidato l'incarico di vice direttore del Tg1. Viene nominato direttore il 5 marzo del 1987" (Ansa, 8 agosto 1990).
Pochi giorni dopo, "Panorama" rendeva noto un sodaggio secondo il quale gli italiani ritenevano Bruno Vespa più "credibile" di Nuccio Fava (Ansa, 25 agosto 1990). L'8 novembre faceva scalpore che Vespa avesse negato a Remondino una apparizione alla puntata di "Samarcanda", settimanale del Tg3, dedicata alla vicenda "Gladio".
Devo pensare che l'inchiesta sui rapporti Cia-P2-strategia della tensione - scrive Russo Spena (Democrazia Proletaria) - che ha già causato la destituzione dall'incarico di direttore del Tg1 di Nuccio Fava, fa così paura da indurre a calpestare i diritti individuali e professionali di tutti i giornalisti? Ennio Remondino è dunque un'altra vittima della normalizzazione" (Ansa, 8 novembre 1990).
Alla tramissione partecipò invece Nuccio Fava, insieme ad altri politici e giornalisti, che spiegò proprio la confezione dei servizi televisivi di Remondino su Brenneke, la Cia e la P2 (Ansa, 9 novembre 1990).
Il 23 novembre 1990 il direttore di "Repubblica", Eugenio Scalfari, rivelava in un editoriale dal titolo "I doveri del primo servitore dello Stato" presunte pressioni esercitate sul Governo dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a proposito dei servizi della Rai. Il servizio stampa del Quirinale rispondeva con un comunicato smentendo pressioni per ottenere l'allontanamento dei giornalisti.
Ma la direzione della "Repubblica" rispondeva al comunicato del Quirinale diffondendo una nota che conteneva questo passaggio: "Il 3 luglio scorso il Presidente della Repubblica scrisse una lettera al Presidente del Consiglio che aveva per oggetto alcune trasmissioni mandate in onda dal Tg1, all'epoca diretto da Nuccio Fava. Si trattava di trasmissioni su pretesi rapporti tra la Cia, la P2 e la strategia della tensione che in Italia aveva dato luogo a stragi e attentati di varia natura.
Nel testo di quella lettera era scritto: "Se il Governo, dopo approfondita valutazione, ritenesse infondate o, ancor peggio, avventate e temerarie le informazioni diffuse dalla Rai-Tv, penso debba provvedere a trasmettere gli atti all'autorità giudiziaria e adottare le necessarie misure perché si accertino e siano fatte valere le responsabilità amministrative dei dirigenti e dei funzionari della Rai-Tv".
Qualche settimana dopo Nuccio Fava fu sostituito alla direzione del Tg1" (Ansa, 23 novembre 1990).
Fava tornò poi per una breve stagione direttore del Tg1 nel '96 al posto di Carlo Rossella, che aveva retto la carica dal '94, e venne sostituito a sua volta da Marcello Sorgi.
Nel '97 venne nominato cooordinatore del "progetto Giubileo" e nel '98 diventò direttore del Tg3 unificato con i Tgr, che portò a vertici di ascolto. Ma, tre mesi dopo, il Consiglio di amministrazione Rai lo nominò direttore editoriale della stessa testata, sostituendolo alla direzione con Ennio Chiodi.
Se ne andò dalla Rai il 2 giugno del 1999 in polemica con il presidente Roberto Zaccaria e con il direttore generale Pierluigi Celli. Giorgio Saviane aveva coniato proprio per Fava il termine "mezzobusto".
Nuccio Fava è stato consigliere nazionale della Federazione della stampa e dell'Ordine dei giornalisti ed ha ricoperto l'incarico di segretario nazionale dei giornalisti Rai, il sindacato che poi ha preso la denominazione di Usigrai.
Fava fu sconfitto per pochi voti nella corsa alla presidenza della Regione Calabria da Giuseppe Chiaravallotti, candidato del Polo, alle amministrative del 17 aprile 2000 alle quali era stato presentato dopo laboriosissime trattative come candidato dell'Ulivo.
Veline, veleni, stilettate. Una tradizione del giornalismo nostrano che da vent'anni allieta le estati degli italiani.
Ivan Denisovic

16 luglio 2002 - STRAGE BOLOGNA: FRANCIA CONCEDE ESTRADIZIONE GELLI PER DEPISTAGGIO
"Il Nuovo"
Estradizione per Gelli: potrebbe tornare in carcere
Il Consiglio di Stato francese ha concesso l'estradizione all'ex capo della P2 che, ora, potrebbe tornare dietro le sbarre. Deve scontare 10 anni per il depistaggio nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna.
MILANO - Licio Gelli potrebbe tornare in carcere. Il Consiglio di Stato francese ha votato a sorpresa l'estradizione dell'ex capo della P2, condannato a dieci anni per i depistagli sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto del 1980. Ora, Gelli si trova in stato di "detenzione domiciliare" per motivi di salute nella sua villa di Arezzo, dove sta scontando dodici anni di reclusione per la bancarotta del Banco Ambrosiano.
Licio Gelli, 83 anni, potrebbe quindi tornare in cella. L'ultima parola spetta però al Tribunale di Sorveglianza di Firenze, che dovrà valutare lo stato di salute dell'ex Venerabile Maestro. Di fatto, comunque, il verdetto dei magistrati francesi costringono Gelli a rimanere detenuto fino al 2013, quando avrà 94 anni. Il provvedimento del Consiglio di Stato d'Oltralpe, firmato un anno fa da Jospin, è ora inappellabile.

ANSA:
Il tribunale di sorveglianza di Firenze non ha al momento ricevuto alcuna richiesta di esecuzione della condanna a 10 anni di carcere per Licio Gelli, a cui il Consiglio di Stato francese, come rende noto oggi il Corriere della Sera, ha dato il via libera. La condanna per la quale la Francia ha concesso l' estradizione e' quella relativa all' imputazione di calunnia, inflitta a Gelli per il depistaggio sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Secondo gli avvocati Michele Gentiloni e Luca Saldarelli, i legali di Gelli, che sta finendo di scontare, in detenzione domiciliare a Villa Wanda ad Arezzo, la condanna per il crac Ambrosiano, l' ex venerabile della P2 non puo' tornare comunque in carcere. Per i due difensori, il via libera francese non e' sufficiente per l' esecuzione della condanna a 10 anni, perche' occorre il si' all' estradizione anche da parte della Svizzera, gia' negato in passato. Inoltre, spiegano, le condizioni di salute di Gelli, ricoverato anche recentemente, sono incompatibili col carcere e l' ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza di Roma, successivamente confermata dal tribunale di sorveglianza di Firenze, aveva disposto la detenzione domiciliare non prevede limiti di pena. Gia' il tribunale di sorveglianza di Firenze, ricorda ancora l' avvocato Saldarelli, si era occupato della sentenza per il depistaggio sulla strage di Bologna, in occasione dell' estradizione concessa dalla Francia un anno e mezzo fa, ritenendo in ogni caso di non modificare il regime di detenzione domiciliare.

16 luglio 2002 - COMUNICATO ASSOCIAZIONE FAMILIARI VITTIME STRAGE BOLOGNA SU ESTRADIZIONE GELLI
L'estradizione di Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia Massonica P2, per il reato di depistaggio decisa dal Governo Francese è motivo di grande soddisfazione per i Familiari delle Vittime che vedono cadere il muro di protezione politica nei confronti di chi ha fomentato ed attuato l'intossicazione delle indagini sulla Strage del 2 Agosto 1980, che causò 85 morti e 200 feriti.
Ci si augura che chi ancora, in Italia, si attarda a sostenere l'ingiusta tesi assolutoria portata avanti personalmente da Licio Gelli e dai suoi sostenitori abbia, per il futuro, la dignità di tacere.

16 luglio 2002 - GUZZANTI ELETTO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE MITROKHIN
"Il Nuovo"
Guzzanti presidente della Mitrokhin
Il giornalista guiderà la commissione che dovrà indagare sui legami fra il Kgb e la politica italiana. Il Polo ha scelto la linea dura, i Ds rispondono con Bielli capogruppo. Sarà guerra all'ultimo dossier.
di Gianni Cipriani
ROMA - E' Paolo Guzzanti il presidente della commissione Mitrokhin, istituita per fare luce sulla rete spionistica del Kgb che operava in Italia. Alla seduta d'insediamento dell'organismo bicamerale, i componenti del Polo hanno votato compatti per il senatore di Forza Italia, già giornalista di "Repubblica", prima di approdare, successivamente, al Giornale di Berlusconi.
Una nomina largamente prevista, quella di Guzzanti, considerato fin dai momenti della discussione sulla Commissione stessa uno dei polisti più quotati, sia per la vena di polemista, sia perché l'ex giornalista di "Repubblica" è uno degli esponenti della cosiddetta "ala dura" che sembra prevalere all'interno del partito degli azzurri, che da tempo sia sulle colonne del Giornale, sia attraverso una pubblicistica di parte porta avanti una battaglia contro la "storiografia" egemonizzata dagli ex comunisti e per sostenere la prevalente responsabilità sovietica nel terrorismo e nelle stragi nel nostro paese.
Posizioni di chiara contrapposizione anche rispetto a verità "condivise", come quella su Ustica, per la quale Guzzanti ha ferocemente criticato la sentenza-ordinanza di giudice Priore e si è schierato senza tentennamenti dalla parte dell'Aeronautica.
La sua nomina a presidente della Mitrokhin, dunque, è un segnale assai preciso: nessuna mediazione; nessuna vocazione storico-politica, ma battaglia dura per affermare ciò che già fin dalla scorsa legislatura alcuni settori del Polo avevano sostenuto: l'origine del terrorismo in Italia va ricercata attraverso le influenze sovietiche, che si sono manifestate attraverso il finanziamento e la copertura della cosiddetta Gladio rossa.
Lo stesso caso Moro deve essere riletto alla luce del ruolo del Kgb e, forse, la stessa strategia della tensione ha avuto dinamiche assai diverse delle quali non si è mai tenuto conto, perché politici e magistrati hanno, semmai, sottolineato solo le responsabilità dei servizi segreti italiani e, anche, degli Stati Uniti, senza inoltrarsi mai ad Est.
Del resto, già in sede di voto sulla legge, sia alla Camera che al Senato il Polo aveva respinto in blocco tutti gli emendamenti dell'Ulivo attraverso i quali si cercava di allargare l'inchiesta alle reti spionistiche che avevano operato nel corso della "guerra fredda". In pratica, era stato detto, poiché il conflitto Est-Ovest si è combattuto in due versanti, non si può realizzare un'indagine storico-politica sul Kgb dimenticando ciò che, nello stesso periodo e negli stessi luoghi, facevano la Cia e molti altri servizi segreti. La spiegazione è stata data da Fabrizio Cicchitto, vice capogruppo di Forza Italia alla Camera: per indagare sulle responsabilità occidentali già c'era stata la commissione Stragi ed anche quella P2. Ora c'era la necessità di riequilibrare.
Quel che accadrà è fin da ora abbastanza prevedibile: si andrà avanti a colpi di relazioni e contro-relazioni; di audizioni contestate e di controdeduzioni. Non si sa in che modo, però, possa essere stabilita la "responsabilità" individuale delle singole persone chiamate in causa nel dossier Mitrokhin e se queste saranno "assolte" o "condannate" dalla commissione.
Insomma, il barometro segna tempesta. C'è un altro indizio che lascia presagire questo scenario: il capogruppo dei Ds in commissione è Valter Bielli, ossia l'ex capogruppo in commissione Stragi, autore della ormai famosa relazione con la quale vennero riaffermate le connivenze istituzionali ed internazionali nelle stragi. Un'operazione politica che, secondo alcuni commentatori, può essere a suo modo paragonata a quella della Cgil sull'articolo 18: sulle questioni di principio non si cede.
E la relazione Bielli era un segnale che la sinistra non era disposta a barattare la verità sulle stragi. Forse l'insistere sulla commissione Mitrokhin è una risposta a quella linea sella sinistra in commissione Stragi. Ma a sfidare un "duro", Paolo Guzzanti, c'è adesso un intransigente, Valter Bielli. Se il confronto non svilirà in rissa, potrebbe essere anche un "duello" appassionante.
Il neo presidente comunque ci tiene a non far apparire la sua nomina come un segnale di parzialità. Il Presidente della Commissione sul caso Mitrokhin spiega che giovedì ci sarà il primo ufficio di Presidenza, ma il vero lavoro inizierà a settembre, dopo la pausa estiva. Primi compiti dell'organismo bicamerale saranno quelli di ottemperare agli obblighi previsti dalla legge e cioé rispondere ad una serie di quesiti: come l'intero materiale è stato gestito e la sua veridicità. "Non dimentichiamo che tutte queste carte non ci sono arrivate perché inviate da un anonimo signore che risponde al nome di Serghej Mitrokhin, ma sono documenti ufficiali che il Governo britannico ha trasmesso all'alleato Governo italiano".
E proprio per la natura di queste carte Paolo Guzzanti ritiene che, proprio tra i primi compiti dei membri della Commissione, ci saranno sicuramente viaggi a Londra ed a Mosca, considerate già da oggi "tappe obbligate" nella ricerca della verita. Una verità che certo non si annuncia facile come non facile sarà il lavoro della nuova Commissione. Infatti tra i suoi compiti c'é anche quello di accertare l'attività del Kgb, il potente e temuto servizio segreto dell'Unione Sovietica, in Italia. "Se la Commissione lavorerà con spirito unitario - ritiene Guzzanti - fra un anno scoprirà che forse non avrà potuto rispondere a tutti i quesiti che la legge istitutiva dell'organismo pone".
Paolo Guzzanti è molto felice di essere stato eletto Presidente della Commissione sul caso Mitrokhin perchè la ricerca della verità costringerà, in un certo senso, i 40 parlamentari a trasformarsi in 007 per scovare documenti e quant'altro e "per un giornalista - non nasconde Guzzanti - avere un documento segreto o che scotta tra le mani, e' il massimo della vita...!".

17 luglio 2002 - ESTRADIZIONE GELLI: A VILLA WANDA
"La Nazione" edizione di Arezzo
Perché la condanna a 10 anni
"Falsa pista per la strage" AREZZO - "Mai vista una condanna a dieci anni per calunnia". Lo dice l'avvocato Luca Saldarelli, ma perchè una condanna così dura? In sostanza, ipotizza il tribunale nel giudizio diventato definitivo dopo il rigetto dell'appello in cassazione, Gelli avrebbe depistato le indagini, indicando e proprio con l'intenzione di sviare gli inquirenti, la possibilità che la bomba che sventrò la stazione di Bologna il 2 agosto 1980 fosse di matrice mediorientale. Una pista suggerita ai servizi segreti, coi quali il Venerabile collaborava prima della scoperta delle liste P2, e che si rivelò fallace. Coprendo le responsabilità dei veri colpevoli.

Gelli: il carcere non mi riguarda
AREZZO - "E' la solita ribollita". A Villa Wanda, splendida dimora aretina dei Gelli, non se la prendono più, neppure quando il padrone di casa rischia, per l'ennesima volta, di varcare la soglia delle patrie galere. In esecuzione stavolta della condanna definitiva a dieci anni per calunnia nel processo seguito alla strage della stazione di Bologna e per la quale il consiglio di stato francese ha, dopo anni di battaglia legale, concesso l'estradizione.
Non se la prendono (il commento virgolettato iniziale è del figlio Maurizio) anche perchè sono convinti che il carcere per il Venerabile capo della P2 è ancora lontano. Ne sono convinti i familiari e ne sono convinti, quel che più conta, gli avvocati difensori, Luca Saldarelli, fiorentino, e Michele Gentiloni, romano. Due principi del foro che alle indiscrezioni trapelate ieri da Roma oppongono una trincea giuridica per loro salda, anzi saldissima. In sostanza, spiegano, Licio Gelli non può essere arrestato perchè è sì vero che è arrivata l'estradizione francese, ma continua a mancare quella svizzera.
Eh sì: la legge prevede che un imputato estradato possa essere processato o incarcerato solo per i reati per i quali è stata concessa l'autorizzazione. E la Confederazione Elvetica il permesso non l'ha mai dato, anzi, ricorda in esclusiva alla "Nazione" l'avvocato Saldarelli, "l'ha negato esplicitamente per ben due volte a cavallo fra anni '80 e '90".
In sostanza, la condanna per la strage di Bologna, esecutiva già da qualche anno, resta in sospeso, come in sospeso era fino a ieri. A meno che, evento per ora improbabile, l'Italia non avvii con la giustizia svizzera un nuovo procedimento di estradizione.
Ecco perchè, nonostante tutti i suoi acciacchi (anche in questi ultimi giorni ha scavato il solco fra villa Wanda e una clinica del centro), Licio Gelli ostenta grande sicurezza: "Il carcere? Non è cosa che mi riguardi". D'altronde, nel caso che la procura generale di Milano, cui spetta la competenza in materia, decida di forzare il gioco emettendo l'ordine di custodia cautelare, Gentiloni e Saldarelli sono pronti a scatenare un vero e proprio fuoco di sbarramento.
"Non credo che ci sarà un provvedimento del genere - spiega il legale fiorentino - ma siamo pronti a sollevare incidente di esecuzione presso la corte d'appello di Milano ed eventualmente in cassazione. E se fosse necessario, c'è poi la possibilità del ricorso al tribunale di sorveglianza di Firenze contro la custodia in carcere. Gelli è un uomo anziano e molto malato. Non può tornare dentro, sarebbe disumano, una condanna a vita per un ultraottantenne".
Più o meno le stesse parole di Gentiloni: "Sarebbe allucinante". Anche perchè sia Gelli (che, dicono fonti di villa Wanda, ha accolto la notizia "con fatalismo"), sia i suoi avvocati sono convinti di una sorta di preconcetto dei tribunali italiani. "Mai vista una condanna a dieci anni per calunnia - commenta Saldarelli - e su basi assolutamente labili, che persino io stento a capire". E ancora più duro è il giudizio di Maurizio Gelli: "Una sentenza così non è mai stata pronunciata dai tempi dei romani".
Intanto, comunque, la sorveglianza intorno a Villa Wanda (dove l'ex capo della P2 sta scontando agli arresti domiciliari un residuo di pena di un anno per il crack dell'Ambrosiano"), è stata discretamente rafforzata. Gelli è vecchio e malato, ma un'altra fuga come quella del '98 sarebbe per la polizia una beffa insopportabile. di Salvatore Mannino

AREZZO - Sta davvero male l'ex capo della Loggia P2. Chi lo ha incontrato di recente descrive una persona smagrita e curva, quasi l'ombra di quel Licio Gelli di cui, suo malgrado, le cronache si stanno occupando da una ventina d'anni. Il Maestro Venerabile, d'altronde, soffre di problemi alla prostata e anche il cuore non corre più come una volta. E proprio la precaria situazione cardiaca avrebbe sconsigliato più volte i medici dal sottoporlo a un intervento chirurgico altrimenti indispensabile
Tutto ciò ha però portato alla necessità di un continuo monitoraggio delle condizioni di salute di Gelli che anche in queste settimane si sta sottoponendo a una serie di visite e di esami specialistici in una clinica privata della città.
Non è un fatto nuovo. Gli amici del Venerabile ricordano che Gelli ha sopportato anche un'operazione allo stomaco e che è costretto, per l'assommarsi delle patologie, a numerosi ricoveri ospedalieri. Qualcuno calcola addirittura che Licio Gelli passa negli ospedali almeno dieci giorni al mese. Una cifra decisamente attendibile. Basti pensare, oltrettutto, all'odissea sanitaria che ha angustiato l'uomo, ormai ottantatreenne: nel corso dell'ultimo anno, oltre ai cicli di cura come quello attualmente seguito nella clinica privata, Gelli è stato ricoverato per ben cinque volte in ospedale tra Arezzo e Firenze.
Insomma, non è una finta. Non siamo di fronte a un malato immaginario ma ad un anziano sofferente. Ed è anche questo particolare niente affatto trascurabile che contribuisce ad allontanare l'ipotesi degli arresti, come gli avvocati difensori del Maestro venerabile hanno ricordato insieme ai richiami al codice e alla giurisprudenza internazionale. Nel giallo del possibile arresto resta dunque la variabile della salute che sembra allontanare il tintinnio delle manette.

18 luglio 2002 - ESTRADIZIONE GELLI: L' ATTESA A VILLA WANDA
"La Nazione" edizione di Arezzo
AREZZO - A Villa Wanda l'attesa continua. Licio Gelli aspetta con rassegnazione, quasi con fatalismo ("Tanto lo so che i giudici ce l'hanno con me"), i familiari, a cominciare dal figlio Maurizio, con un pizzico di rabbia in più ("Quello che gli stanno facendo non si vedeva dai tempi dei Romani"). Ma nè il fatalismo nè la rabbia servono a mitigare la tensione di chi teme di vedersi arrivare la polizia (o i carabinieri) in casa da un momento all'altro. Con un mandato di prollungamento degli arresti domiciliari (dieci anni in più, quasi un ergastolo per un ultraottantenne) che lo stesso avvocato difensore del "Venerabile", Michele Gentiloni, ritiene inevitabile.
Sì, spiega il legale: "Dopo la concessione dell'estradizione da parte della Francia, per la procura generale di Milano l'emissione del provvedimento restrittivo è un atto dovuto". Insomma, i magistrati dell'ufficio guidato fino a poche settimane fa da Francesco Saverio Borrelli devono farlo e prima o poi lo faranno. Certo, non è detto che sia questione di giorni e tantomeno di ore: anche se è trapelata solo da un paio di giorni, la sentenza del consiglio di stato francese che dà il via libera all'esecuzione della condanna per calunnia nel processo sulla strage di Bologna risale ad alcuni mesi fa. E finora i giudici milanesi si sono mossi coi piedi di piombo, ritardando una misura cui i difensori sono rassegnati.
"Il nostro compito - spiega Gentiloni - verrà in un secondo momento, quando si tratterà di sollevare incidente di esecuzione davanti alla corte d'appello di Milano ed, eventualmente, di ricorrere in cassazione".
Sì, perchè c'è una sottile linea rossa sulla quale corre il destino di Gelli: l'interpretazione che della convenzione di estradizione con la Svizzera danno gli avvocati dell'ex capo della P2 e il ministero della Giustizia.
Secondo i suoi legali, il "Venerabile" non può scontare i dieci anni di condanna perchè la Confederazione Elvetica non ha mai dato il via libera e anzi lo ha negato esplicitamente per due volte a cavallo fra anni '80 e '90. Per i tecnici del ministero della giustizia (e non c'è stato mutamento di linea nel passaggio di consegne dal centrosinistra al nuovo titolare, il leghista Roberto Castelli), Gelli ha perso l'immunità dell'estradizione quando è fuggito da Villa Wanda, nella primavera 1998.
In apparenza è una questione di lana caprina, ma decide della sorte di un ex capo della P2 piegato non solo dall'età ma anche dai tanti malanni. "La convenzione europea - dice Gentiloni - prevede la perdita dell'immunità quando ci si allontana dal territorio nazionale liberamente e con regolare passaporto. Gelli è fuggito in Costa Azzurra per evitare l'arresto e con un documento falso (quello contraffatto sulla carta di identità della nuora Ndr)". E' peggio? "Non importa - replica l'avvocato - per la legge è diverso ed è questo quello che conta".
Quasi un gioco di specchi, il insomma, il diritto che si riflette nelle sue interpretazioni. Ma è qui che si gioca il futuro del "Venerabile": libero fra un anno, scontata la pena residua per il crack dell'Ambrosiano, o ancora agli arresti domiciliari, sia pure nello splendido scenario di villa Wanda, fino al 2012?
di Salvatore Mannino

18 luglio 2002 - BERLUSCONI E DELL' UTRI DI NUOVO INDAGATI PER AUTOBOMBE DEL 1993 ?
"Il Foglio"
Berlusconi e Dell'Utri indagati per strage mafiosa (Firenze, maggio '93) secondo l'agenzia di stampa "il VeLino". Il fascicolo aperto dalla direzione antimafia di Firenze.

"L' Unita'"
Sui "mandanti di alto livello" delle bombe un'inchiesta della Procura di Firenze: un patto con i boss ?
MAFIA, TRE PENTITI ACCUSANO IL PREMIER
Rivelazione del "velino": Berlusconi e Dell'Utri indagati per le stragi del '93.
(di Gianni Cipriani)
Sono rispettivamente l'Autore 1 e l'Autore 2 delle stragi del 1993 e responsabili delle bombe mafiose di quella triste stagione, dall'attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo, alle bombe di Formello, agli ordigni di Roma, Firenze e Milano che provocarono morte e distruzione. Di chi si tratta? Di Silvio Berlusconi e del suo fido Marcello Dell'Utri, attualmente sotto processo a Palermo con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
La notizia (o forse la non-notizia, dal momento che di Berlusconi e Dell'Utri si parla almeno fin dal 1996) e' stata data ieri dal "Velino" di Lino Jannuzzi, il quale ha sostenuto che presso la Procura di Firenze e' da tempo aperto un fascicolo contro i due big di Forza Italia e che un magistrato della superprocura distaccato presso il capoluogo toscano, Gabriele Chelazzi, ha provveduto all'iscrizione nel registro degli indagati con l'ipotesi di reato per strage, a seguito di importanti rivelazioni di tre pentiti, ritenuti "attendibili".
Ma come sarebbero andati i fatti, secondo il "Velino" ? La competenza sulle "autobombe del 1993" e' della Procura di Firenze, che a suo tempo ottenne la riunificazione dei vari procedimenti in un'unica indagine, proprio perche' si evidenzio' l'unitarieta' del disegno criminale di Cosa Nostra, che con le bombe voleva ricattare lo Stato, chiedendo l'abolizione del 41 bis e la revisione dei processi che condannavano i boss all'ergastolo. Gli esecutori materiali degli attentati sono stati gia' individuati e condannati con sentenze recentemente diventate definitive. E' sempre rimasto irrisolto, pero', il "nodo" dei mandanti.
Dei' cosiddetti "insospettabili a volto coperto", come si e' sempre sussurrato negli ambienti investigativi.
E non e' mai stato un mistero che, anche a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti, gli inquirenti si erano imbattuti nelle figure di Berlusconi e Dell'Utri, anche perche' si disse che le bombe del 1993 avrebbero preceduto un accordo politico-criminale tra Cosa Nostra e Forza Italia.
Ma tutti i filoni d'indagine, proprio per l'estrema genericita' di alcuni racconti, ovvero la mancanza di riscontri attendibili; avevano portato gli inquirenti ad accantonare l'ipotesi che - va ricordato - riguarda anche le stragi di Capaci e di Via D'Amelio contro Falcone e Borsellino.
Ora, secondo il "Velino", l'ipotesi avrebbe ripreso forza, anche a seguito di nuove testimonianze di "tre nuovi" pentiti: Pietro Romeo, Gioacchino Pennino, e Giovanni Giammaritano che avrebbero chiamato in causa Berlusconi. Un quarto, Giovanni Ferro, avrebbe fatto nuove rivelazioni sul conto di Dell' Utri. Inoltre secondo l'agenzia' di Jannuzzi, nel fascicolo sarebbero state acquisite le testimonianze dei 42 pentiti che accusano l'ex big di Publitalia al Processo di Palermo.
Ora, tutto si puo' dire fuorche' questi pentiti siano "nuovi". Basti ricordare che Pennino, definito il "Buscetta della politica" e' un collaboratore ormai storico, il cui utilizzo processuale e' stato di volta in volta incerto.
Fin qui il "Velino". Che ha rispolverato la vicenda giudiziaria che da circa cinque anni aleggia intorno alla politica e al dibattito sul (presunto) ruolo politico della giustizia.
C'e' da ritenere che se la notizia e' uscita proprio adesso, una ragione ci sara'. Chissa' se e' collegata al processo palermitano a Dell'Utri e alle ultime acquisizioni, trasmesse proprio dalla Procura di Firenze.
Certo e' che su una materia cosi' delicata e - giochi di parole a parte - esplosiva, gli inquirenti si sono mossi sempre con estrema cautela. Del resto da un po' di tempo esiste il sospetto di rivelazioni pilotate, destinate ad essere smentite alla prima seria verifica processuale, con il risultato di trasformarsi in strumento di delegittimazione delle procure e di "indignazione" da parte dei poveri, innocenti calunniati. La vicenda tirata fuori dal "Velino", secondo alcuni, proprio per questo dovrebbe essere valutata con estrema prudenza.

18 luglio 2002 - IL RISVEGLIO DELLA MASSONERIA
"SETTE" del "Corriere della sera"
NEL MONDO DEI "FRATELLI"
Il Risveglio della Massoneria
Di Claudio Lindner
Dopo lo scandalo P2 e dopo l'inchiesta sui presunti legami con la mafia, sembrava che avesse perso influenza. Ora si assiste a un'inversione di tendenza: gli iscritti aumentano, e perfino Gelli pare "riabilitato". Un potere occulto? Le logge rispondono con un'operazione di trasparenza. Ma gli espelli avvertono: i "migliori" restano coperti dal segreto.
La massoneria in Italia resta un tabù. Pochi ne parlano, molti la temono. Per gli esperti ha perso influenza, per la stragrande maggioranza è sinonimo di potere occulto e complotti. Loro, i massoni ufficiali, rispondono con due parole: glasnost e marketing, vale a dire eliminare quell'alone di mistero che circonda l'istituzione. E quindi scendere in piazza per commemorare Giordano Bruno a Campo dei Fiori, festeggiare il Fratello Wolfgang Amadeus Mozart e il ritorno del Flauto magica all'Opera di Roma con uno sconto del 50 per cento a chi presenta il tesserino del Grande Oriente d'Italia, ricordare Hugo Pratt con un convegno il prossimo novembre sul percorso "iniziatico" di Corto Maltese. E ancora: dibattiti culturali aperti ai "profani", filantropia, riviste, siti Internet.
Poi bastano cinque righe di agenzia Ansa (21 novembre 2001) per far tremare di nuovo le Obbedienze e riportare a galla vecchi fantasmi: "Licio Gelli è stato nominato Gran Maestro onorarlo della Serenissima Gran Loggia nazionale d'Italia. Giorgio Paternò è stato eletto Sovrano Gran Maestro". Ma come, il capo della Propaganda 2 al centro di uno dei maxiscandali italiani torna a intorbidire le acque? Il Goi di Palazzo Giustiniani si affretta a smentire ogni coinvolgimento: "L'associazione che ha teatralmen- riesumato Gelli non c'entra nulla con le Obbedienze storiche presenti in Italia e ha cambiato denominazione dopo le nostre reiterate diffide". Negli ambienti ufficiali la .loggia del principe Paternò di Catania . viene ignorata, considerata "spuria". Tina Anselmi, all'epoca presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 ma che sull'argomento ora non vuole più intervenire, si limita a dire "che Geni diventa furioso quando viene negata la sua appartenenza alla massoneria". Insomma, gran confusione. "Manca una legge che tuteli, oltre la libertà di associazione anche la denominazione corretta", sottolinea Gustavo Raffi, Gran Maestro del Goi "chiunque può costituire e definire "massoneria" un gruppo senza che ci sia un riconoscimento dalle grandi logge regolari del mondo".
Una vita molto tormentata quella liberomuratoria, che ha oscillato tra l'esaltazione laica, il grande tema della libertà di associazione e le crociate contro le trame occulte e le logge riservate. Rialzatasi dopo le batoste subite durante il fascismo, l'istituzione ha dovuto fare sempre i conti con gli ostacoli frapposti dal Vaticano che solo nel 1983 ha tolto la scomunica all'iniziazione. Un compromesso, quello raggiunto dalla Chiesa, forse anche imposto. dalla realtà dei fatti, a giùdicare dalle rivelazioni del sacerdote lombardo don Luigi Villa, riportate dal quotidiano La Padania, sulle infiltrazioni in San Pietro. Tra i Figli delle Vedove, secondo don Villa, figurano molti collaboratori di Paolo VI, due potenti segretari di Stato come Fean Villot e Agostino Casaroli, l'ex presidente dello Ior, Paul Marcinkus, coinvolto nello scandalo Sindona. Nonché monsignor Francesco Marchisano, recentemente nominato Vicario generale dello Stato Vaticano e arciprete della Basilica.
C'è poi il capitolo della ricostruzione economica del dopoguerra, con le divisioni tra finanza cattolica e finanza laica, quest'ultima con rapporti talvolta provati talvolta no con la massoneria. Erano affiliati Gino Olivetti e Vittorio Valletta, fonti romane assicurano che lo fosse il senatore Gasare Merzagora, per qualche tempo presidente delle Assicurazioni Generali. Su Enrico Cuccia, fondatore assieme a Raffaele Mattioli di Mediobanca e protagonista di uno scontro frontale con Sindona, le voci sono invece discordanti. Di sicuro era un dichiarato e importante massone 'il suocero Alberto Beneduce. Lo è stato Carlo De Benedetti, che ha poi abbandonato "per la delusione provata dal livello delle riunioni alle quali ebbe ad assistere" (Storia della Massoneria italiana dello studioso Aldo Mola). E lo erano molti manager di Stato.
La massoneria sta ora cercando un secondo rilancio per uscire da una crisi ventennale iniziata con il trauma della P2 (che coinvolse anche il vertice della Rizzali e del Corriere della Sera) e proseguita nel 1993 con la bufera Cordova, quando (allora procuratore di Palmi avviò un'indagine in Sicilia su presunti legami con la mafia arrivando a sequestrare le liste degli iscritti in tutta Italia (l'inchiesta fu poi archiviata). La commissione parlamentare arrivò alla conclusione che la P2 voleva scolpire la sovranità dei cittadini" mentre la magistratura assolse tutti dall'accusa di finalità cospirative insistendo invece sulle trame finanziarle, fiscali e sul depistaggio nelle stragi: A mettere fuori legge la P2 fu Giovanni Spadolini, massimo storico e amante del Risorgimento (al quale proprio i massoni fanno riferimento).
E Licio Galli che fine ha fatto? Ha 83 anni ed è agli arresti domiciliare nella sua Villa Wanda di Arezzo dove sconta la pena di 12 anni per la bancarotta dell'Ambrosiano. Negli anni Ottanta e Novanta la ritirata è inevitabile. Spariscono le logge coperte, il Consiglio supremo della magistratura e la Corte di cassazione definiscono "inopportuna" l'adesione dei giudici. Gran parte dei vip abbandonano. "Oggi i migliori sono "in sonno"", dice Mola, forse il maggior conoscitore della massoneria, "alcuni si sono iscritti a logge in altri Paesi, ma è difficile saperlo, perché le liste sono segrete".
UN BOOM DI ADESIONI
Non esiste un censimento dei Fratelli, anche perché a fare outing sono in pochissimi. Le fonti, quindi, non possono che essere interne. Il Goi, l'istituzione più grossa, ha da poco superato i 14 mila iscritti (tutti uomini, per statuto e tradizione) e le 556 logge. La Gran Loggia d'Italia (Gldi), la seconda per importanza staccatasi dal Goi nel 190$ dopo la battaglia parlamentare sull'insegnamento della religione a scuola, ne ha 8.500 (1.500 sono donne). Terza per dimensione è la Gran Loggia Regolare, frutto di una scissione dal Goi a opera dell'allora Gran Maestro Giuliano Di Bernardo che provocò forti polemiche ma riuscì a farsi riconoscere dalla Gran Loggia d'Inghilterra. Completa il quadro una giungla di qualche decina di sigle, tutte simili una all'altra, da far venire il mal di testa.
A sentire i Gran Maestri delle due principali istituzioni negli ultimi mesi c'è stata un'esplosione di domande in Italia. "Questa settimana" (venerdì 28 giugno, ndr), racconta Luigi Danesin (Gldi), veneziano, 70 anni, consulente di diritto del lavoro (nel suo studio lavora anche il nipote Alessandro, parlamentare europeo di Forza Italia), "ha firmato una cinquantina di nuove richieste, molte sono di giovani, anche ventenni". "Nel 1999 abbiamo ricevuto 2.075 domande", incalza Gustavo Raffi (Gol), 58 anni, avvocato di Ravenna, che vanta di essere stato uno dei grandi accusatori interni di Gelli, "nel 2001 erano già 1.351, e continuano a crescere". La regione leader è da sempre la Toscana, seguono Piemonte; Calabria e Lombardia. L'Umbria ha la densità più alta di massoni: nove ogni 10 mila abitanti. Ma logge "italiane" esistono anche a Londra, New York, Miami, Praga.
E l'identik? L'età media è scesa a 42 anni per il Goi e a 50 per la Gldi, il 58 per cento ha un titolo universitario (dati Goi), sono liberi professionisti, imprenditori, manager pubblici e privati, direttori d'orchestra, pensionati "di alto profilo". "Abbiamo circa 700 medici", spiega Danesin, "e 370 avvocati, molti capitani d'industria, tutti preoccupati che si sappia...". Vige l'autofinanziamento, ognuno versa circa un milione di vecchie lire all'anno. Serietà e controllo sulle "iniziazioni" vengono garantiti. "Dalla richiesta all'ammissione definitiva passano sei mesi", dichiara il capo della Gldi, "una lunga "tegolatura" (la relazione stesa da due Fratelli, diversi da quelli che hanno presentato l'amico aspirante alla loggia) e tre votazioni segrete. Il Gran Maestro ha comunque l'ultima parola. La nostra è una struttura piramidale, qui non possono esistere P2". Anche Raffi sposta l'attenzione sul lato intimistico: "Il massone ha molta curiosità intellettuale, è un uomo che cerca soprattutto se stesso. Io mi sono occupato tanto di storia, filosofia e politica (è stato segretario regionale del Partito repubblicano, ndr), ma solo qui ho trovato delle risposte. E così succede oggi a tanti giovani".
QUEL SEGRETO CHE RESISTE
Ciò che divide nettamente i massoni dal resto del mondo è il segreto ("riservatezza" precisano i Gran Maestri), incomprensibile ai più nell'epoca della democrazia occidentale, di Internet, dei satelliti e via dicendo. "Non aderirei mai a un club se sapessi che gli iscritti sono persone come me", diceva una celebre battuta di Groucho, uno dei quattro fratelli Marx. Per i "fratelli" è esattamente l'opposto. Ancora oggi il "segreto iniziatico" è una regola d'oro sulla quale non si transige. Io posso dire di essere un massone, ma non rivelare i nomi degli altri appartenenti alla loggia. Lo si sa dunque dei morti illustri, da Garibaldi a Cavour, da Fermi a Carducci e Pascoli, da Totò a Gino Cervi e Amedeo Nazzari. Lo si ignora dei viventi, tranne qualche eccezione come Alessandro Meluz- Fabio Roversi Monaco, Valerio Zanone, lo scrittore Paolo Maurensig.
La segretezza è sempre stata un punto di forza. Nel Settecento e nell'Ottocento per aiutare la battaglia dell'opposizione ai totalitarismi e nella seconda metà del Novecento soprattutto per favorire le reti di affari politici e finanziari. I massoni ufficiali negano di essere un'associazione segreta: "Siamo sull'elenco telefonico, tutti possono visitare le nostre sedi". La Gldi ha recentemente avviato. una campagna di sensibilizzazione politica per chiedere l'abolizione di quelle norme presenti in alcuni statuti regionali che pongono veti nell'amministrazione pubblica (Toscana, Emilia, Liguria, Piemonte, Lazio e Friuli). Danesin è stato ricevuto dall'ex ministro degli Interni, Claudio Scajola, e due mesi fa ha scritto una lettera a Gianfranco Fini, come vicepresidente del Consiglio e soprattutto come leader di Alleanza nazionale, "un partito che prevede discriminazioni nello statuto". Tenterà, dice, anche con il vertice della Lega, la più ostile nei fora confronti.
PIÙ TOLLERANZA all'estero
I Gran Maestri puntano tutto sulle due sentenze emesse nel 2001 dalla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo. La prima, su ricorso del Goi, va contro una legge della Regione Marche che obbliga i concorrenti a cariche pubbliche a una dichiarazione di non appartenenza a logge. La seconda dà ragione a un magistrato di Monza, sottoposto a procedura disciplinare nel 1994 perché ex Fratello.
La Corte di Strasburgo riflette forse l'atteggiamento più tollerante che c'è negli altri Paesi, dove la massoneria resta molto radicata e influente pur se insidiata da altri poteri forti come le lobby o le grandi élite che si raccolgono nella Commissione Trilaterale e nel gruppo Bilderberg.
I liberomuratori nel mondo sono circa sette milioni, dei quali due milioni e mezzo negli Stati Uniti. Si racconta che solo quattro presidenti americani non siano stati Fratelli (tra questi il cattolico John Kennedy e che lo stesso George Bush abbia giurato sulla Bibbia massone custodita nel Tempio di Washington. Molto potente resta nel Regno Unito (250 mila gli affiliati), dove è nata nel 1717, anche se il laburista Tony Blair ha duramente attaccato la segretezza delle logge che ritiene siano un grande serbatoio per la classe dirigente conservatrice. I "freemasons" hanno risposto con una campagna di immagine studiata da una società di pubbliche relazioni. A fine giugno hanno organizzato una raccolta fondi per beneficenza distribuendo T-shirt con la scritta: "Io sono un massone".
In Francia gli iscritti sono 130 mila, circa 5 mila quelli che contano nelle stanze del potere. Alcuni sono stati coinvolti nei recenti scandali politico-finanziari, ma ciò non ha impedito a Jacques Chirac, in vista delle elezioni presidenziali, di invitare all'Eliseo i Gran Maestri delle nove principali Obbedienza e al primo ministro dell'epoca, Lia nel Jospin, di andare ospite a colazione nella sede del Grande Oriente di Francia a Parigi. I massoni hanno ricambiato in maggio, alla vigilia della sfida Chirac-Le Pen, invitando con un comunicato a votare per il presidente uscente (il Fronte nazionale è da sempre considerato un acerrimo nemico).
In Italia tra i principali promotori di interpellanze e interrogazioni parlamentari a sostegno dei diritti dei massoni c'è sempre stato il se natore Marcello Pera, ora presidente di Palazzo Madama. "Lo vedrò a Lucca", annuncia Danesin, "il mio predecessore Franco Franchi lo conosceva molto bene".

SONO POCHI I "FRATELLI" DICHIARATI
Eccezioni: l'ex segretario del Pli Valerio Zanone, l'ex rettore dell'università di Bologna Fabio Roversi Monaco e lo psichiatra Alessandro Meluzzi.

INTERVISTA AD ANNA GIACOMINI
Sebben che siamo donne, andiamo al Tempio
A Giacomini (foto), scrittrice ed ex antiquaria "felicissima nonna" di 60 anni, è diventata massone nel 1992: "Nel tempio", racconta, "si impara ad ascoltare, è una scuola per tutti noi: ci si pub esprimere quanto si vuole, si pub intervenire sa quanto detto da altri, ma senza tare polemica. Esiste un dialogo vero, l'interlocutore viene rispettato".
Ma che utilità ha il segreto, regola d'oro della massoneria? "Chi partecipa", risponde, "acquisisce una ricchezza che si rischia di perdere se viene comunicata".
Paola Neuhaus, ex fotografa, à iscritta da sedici anni, ma ha cambiato
Obbedienza una volta per passare da una tutta al femminile a una mista "e avere un'esperienza di dialogo più ampia". "Ci si aiuta a vicenda", spiega, "quando un
"fratello" o una "sorella" sono indigenti o stanno male ferma restando che il mondo interno è come quello fuori. Non à detto che ci vogliamo tutti bene a ogni costo".
Le donne in massoneria sono 2.500-3.000 (ma anche qui non esiste art censimento), la maggioranza fa parte della Gran Loggia d'Italia, obbedienza mista, a differenza dei Grande-Oriente, più tradizionale e dogmatico. Esistono poi alcune logge solo femminili con qualche centinaio di affiliato. Il Gran Maestro, Giuseppe Garibaldi, attestano documenti dell'epoca, "inizia" una donna nell'Ottocento, quando in Francia e in Germania già esistevano società androgine.
In Italia è solo dalla metà degli anni Settanta che la massoneria femminile ha presa qualche consce; sulle tracce di Anita Garibaldi, Eleonora Duse, Marisa Bettola.
Il "maschilismo" del Grande Oriente ha salvato le donne dalla P2 e dall'onta della lista di Licio Galli. Anche se un rivolo dello scandalo è arrivato a una loggia femminile di Palermo costituita sotto la spinta di Giuseppe Miceli Crimi piduista, salito agli onori delle cronache come il medico dal quale il bancarottiere Michele Sindone si fece sparare al braccio per rafforzare la messa in scena del finto sequestro siciliano.

Maggioranza MENO OSTILE
In effetti il rilancio della massoneria esoterica trova il terreno fertile nell'establishment nuovo che governa il Paese.
"C'è in alcune persone che fanno parte della maggioranza minor ostilità", dice Mola, sottolineando comunque come in altri Paesi l'influenza sia ben più forte che da noi. In Parlamento, secondo i Gran Maestri, non ci sarebbero che una decina tra deputati e senatori. Ma Danesin non si lamenta di questo: "C'è una schiera di "amici", non iscritti, ma è meglio così altrimenti si rischia di ricreare una situazione tipo P2: perché mai dovrei vantarmi di quel parlamentare o ministro massone?".
L'attenzione di Pera ai temi delle libertà individuali dei "Fratelli" non può che essere condivido dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, massone in sonno quale iscritto alla P2, "non un titolo di demerito". Come disse a Telelombardia. "Iniziato" nel gennaio 1978, il Cavaliere sostenne durante il processo che "in quella loggia c'erano persone di fronte alle quali togliersi tanto di cappello". Fu assolto come tutti gli altri dall'accusa di cospirazione politica.
Certamente tollerante è Antonio Martino, ministro della Difesa: non figurava nella lista della P2, ma secondo quanto risulta nell'Archivio storico della Camera fece domanda di ammissione il 6 luglio 19$0 introdotto da tre professori. La procedura non venne perfezionata perché poco dopo scoppiò lo scandalo.
L'apparato militare è sempre stato uno dei più sensibili al richiamo delle logge soprattutto quando prevale il filoatlantismo incondizionato.
II curriculum del neoministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, presenta invece rapporti stretti con un altro sardo doc, Armando Corona, ritenuto l'epuratore di Gelli e guida del Goi dopo la P2. La carriera politica di Pisanu subì un arresto negli anni Ottanta, quando si dovette dimettere da sottosegretario al Tesoro a seguito delle polemiche scaturite dopo la sua deposizione sui rapporti con Flavio Carboni e Roberto Calvi.
Più risorgimentale e ideale è la sintonia del livornese Carlo Azelio Crampi con la massoneria. Sul presidente della Repubblica sano girate molte voci, mai suffragate da dati certi, e lui ha sempre categoricamente smentito di essere stato iscritto. Certo è che la decisa campagna di rivalutazione dei simboli patriottici, la bandiera italiana e l'inno di Mameli (massone doc), trova il plauso sincero del Gran Maestro Raffi (Gol). E l'Associazione mazziniana presieduta da Maurizio Viroli ("Circa il 30 per cento dei nostri 3 mila soci sono massoni, come Giuseppe Mazzini"), ha nominato Ciampi socio onoraria.
Non mancano dunque i presupposti per un risveglia della massoneria nei quartieri alti dell'establishment italiano. Se non appare molto coerente con le ambizioni del governo Berlusconi la battaglia promossa dal Grande Oriente d'Italia per rafforzare la scuola pubblica, piacciono certamente alla massoneria internazionale la spinta fi- e la politica liberista in economia.
Forte è da sempre nelle università, dove le cordate di Fratelli dominano i concorsi pubblici e le promozioni in cattedra soprattutto nelle facoltà di Medicina (i "si dice> sono tanti, ma nessuno si arrischia di fare i nomi in pubblica). Le voci corrono tuttora nei settori militari, dei servizi segreti, nell'amministrazione pubblica in generale, si stemperano nel mondo "spaventato" della Giustizia.
E l'ultimo tam tam riguarda niente meno che le nomine della Rai, dove presidente e direttore generale "non sarebbero malvisti" dalla massoneria.

I "NON OSTILI DEL NUOVO GOVERNO
II presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: era iscritto alla loggia P2, attualmente è "in sonno".
Ex aspirante
ll ministro dalia Difesa Adonio Martino: chiese l'iscrizione alla P2, ma non fece in tempo a entrarvi.
Buoni rapporti.
II neoministro degli Interni Giuseppe Pisanu: aveva rapporti stretti con Armando Corona, ritenuto l'epuratore di Gelli e guida del Goi dopo la P2.

18 luglio 2002 - MASSONERIA E P2: INTERVISTA COSSIGA
"Sette", settimanale del "Corriere della sera"
Il settimanale "Sette" pubblica un lungo servizio (con richiamo in copertina, dove compare una foto del Gran Maestro Raffi), dal titolo
NEL MONDO DEI "FRATELLI" IL RISVEGLIO DELLA MASSONERIA
A margine del servizio compare un' intervista all' ex presidente Francesco Cossiga, di Claudio Lindner, della quale trascriviamo il testo:

Francesco Cossiga conferma: "Ho la sensazione che i "fratelli" abbiano ripreso influenza". Un fatto di cui l'ex presidente non si rammarica:"Difendere la massoneria è una battaglia di libertà", dice. E persino sulla P2..................
- Presidente, un intero scaffale della sua libreria è dedicato alla massoneria, solo un interesse politico-culturale?
- Il mio interesse per la massoneria è sorto soltanto per un motivo di libertà, così come a suo tempo condussero battaglie politiche sia Cesare Ruffini sia Antonio Gramsci quando il fascismo voleva sopprimere la massoneria".
- Ma lei è massone?
- Ma no, sono di tutt'altra parrocchia. Lo era mio nonno oculista, Gran Maestro 33° grado di rito scozzese, arrivò ad essere tesoriere del Grande Oriente d'Italia. Morì a 92 anni con un rimpianto: non riuscire a votare il 2 giugno per la Repubblica.
- E poi?
- Nella mia famiglia c'era un ramo strettamente cattolico, antimassone. Mia zia giunse a tale faziosità dopo la scomparsa del nonno da distruggere ogni simbolo o ricordo della sua appartenenza all'istituzione....
- A Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica e protagonista degli ultimi 40 anni di politica italiana, l'argomento massoneria piace, lui si scalda subito.
- Ho visto montare questa favola della P2, non si comprenderà mai perché si è gonfiata e sgonfiata così rapidamente. Ha lasciato persone distrutte: alcune, altre no.....
- C'erano anche tentazioni golpiste nella P2?
- Ma per carità. La P2 era prevalentemente un'associazione di mutuo soccorso, e poi esisteva lo spirito di sovversione degli americani nel caso i comunisti fossero andati al governo. Sa dove è nata l'idea della P2?
- Me lo dica lei.
- Un grande massone non piduista mi ha raccontato che tutto nacque nella residenza dell'ammiraglio comandante della VI Flotta a Napoli. Il vero scopo era quello di mettere insieme i militari e i "civil servant" più filoamericani, Licio Gelli doveva essere l'organizzatore. Quando non serviva più, gli americani l'hanno mollata.
- Nella storia della massoneria internazionale l'élite militare ha sempre avuto un certo peso.
- Assolutamente sì. Anche in Italia. L'arma dei carabinieri, per esempio, ha come principio base la fedeltà, caratteristica fortissima fra i massoni. Ma non solo: quando ero sottosegretario alla Difesa nel 1966 venne nominato capo di Stato Maggiore della Marina un generale calabrese e mi ricordo un sussurrare un po' scandalizzato negli ambienti militari perché era un cattolico.
- Presidente, parliamo di oggi. Gelli è ora riapparso, Gran Maestro onorario nell'Obbedienza del principe Paternò.
- Sì, negli ultimi mesi la massoneria internazionale ha completamente riabilitato Gelli perché si ritiene che fosse stato oggetto di persecuzione. E lui continua ad essere un uomo influente e importante della massoneria italiana, anche se è un uomo prudente che ha incassato tutto.
- Presidente, ma quanto conta oggi la massoneria in Italia?
- Ho la sensazione che abbia ripreso influenza. Sempre più spesso sento dire; "Quello è un massone". Intendiamoci, ci sono persone degnissime, come il mio amico Roversi Monaco, rettore dell'Università di Bologna che per questo ebbe anche l'umiliazione di un'inchiesta giudiziaria. Ho la certezza che i miei amici ministri lo siano, ma non faccio i nomi perché essere massoni in Italia sembra una cosa disonorevole.
- A proposito di battaglie per la libertà, la Corte di Giustizia di Strasburgo ha dato ragione al Grande Oriente che aveva fatto ricorso contro due casi di discriminazione.
- Sì, e la cosa "bella" è che la sentenza di Strasburgo è stata impugnata dal governo presieduto da un ex piduista e che conta molti ministri massoni. Lo dico con rispetto, mio nonno era massone......
Claudio Lindner

18 luglio 2002 - MASSIMO DONELLI LASCIA DIREZIONE 24ORE TV
ANSA:
Massimo Donelli ha lasciato oggi la direzione di Ventiquattrore.tv. Ne ha dato notizia il comitato di redazione, spiegando che le dimissioni sono avvenute in "maniera improvvisa". Immediatamente e' stata convocata un'assemblea di redazione, al termine della quale e' stato diffuso un comunicato in cui e' detto che l'assemblea stessa "prende atto con preoccupazione delle dimissioni del direttore Massimo Donelli. Nel ringraziarlo per il lavoro svolto - prosegue il comunicato - l'assemblea auspica che l'editore, a garanzia della continuita' del progetto editoriale, proceda quanto prima alla nomina del nuovo direttore". Secondo quanto riferito dal cdr, al momento Donelli non ha dato motivazioni alle sue dimissioni, che da fonte aziendale sono state definite di carattere personale.

24 luglio 2002 - PRESENTATO "L' IRCOCERVO": INZERILLI, SE SERVE CHIEDETECI AIUTO
ANSA:
Come si identifica e si contrasta una disinformazione mirata, impedendo che inquini poi per anni la societa'? Paolo Inzerilli, capo di Stato Maggiore di Gladio, ha la sua ricetta: "Chiedetelo agli ex della VII divisione del Sismi e della Gladio. Chissa' se lo ricordano ancora e hanno voglia di insegnarlo a qualcun altro?". Inzerilli interviene sulla nuova rivista di area Fi, l' Ircocervo. Nell' articolo Inzerilli lamenta lo scioglimento di Gladio e il fatto che quel patrimonio di conoscenze, attitudine, tecniche, costruito in 40 anni di attivita' addestrativa fu disperso in breve tempo. Gia' durante la presentazione della rivista, oggi alla Camera, l'ex presidente della commissione difesa della Camera, Falco Accame, ha contestato l'articolo dedicato alla "guerra non ortodossa". "La rivista 'Ircocervo' presentata oggi, direttore editoriale Francesco Gironda, gia' portavoce di Gladio, contiene nel suo primo numero un articolo di uno dei capi di Gladio, il gen.Paolo Inzerilli. Si parla della guerra non ortodossa e delle attivita' Ocs, condotte dai servizi clandestini, ovvero da strutture coperte e quindi formalmente inesistenti. Lo scritto non fa menzione degli Ossi, gli operatori speciali del servizio informazioni le cui operazioni erano coperte da una classifica di segretissimo che hanno agito armati e la cui attivita' e' stata dichiarata da due sentenze della magistratura "eversiva dell' ordine costituzionale". Infatti, i nostri servizi segreti - dice ancora Accame - possono svolgere solo operazioni di intelligence. Quando si guarda alla guerra non ortodossa non prevista dalla nostra Costituzione occorre estrema prudenza a meno che non si intenda sollecitare indirettamente modifiche alla Costituzione. La guerra non ortodossa, e' bene ricordarlo, fu oggetto del convegno che si tenne all' albergo Parco dei Principi a Roma nel 1965 a cui segui' nel 1966 l' operazione Delfino condotta da reparti di Gladio".

24 luglio 2002 - ARTICOLI INZERILLI E GIRONDA SULL' "IRCOCERVO"
L'ITALIA E LA GUERRA NON ORTODOSSA
di Paolo Inzerilli
Chiedetelo agli ex della VII Divisione del Sismi e della Gladio!
Con il termine "guerra non ortodossa" vengono indicate alcune attività particolari connesse con lo sforzo militare, ma al di fuori della sfera militare convenzionale. Tra dette attività sono comprese le Umo (Operazioni militari non convenzionali) e le Ocs (Operazioni dei Servizi clandestini). Le Umo sono operazioni condotte in territorio nemico (o occupato dal nemico) da forze speciali appositamente addestrate ed equipaggiate. Le più note, nel mondo, sono le Special Forces e la Delta Force americane e il Sas inglese, ma in tutti i paesi della Nato, e non solo, esistono forze analoghe. Quelle anglo-americane sono oggi impiegate, come tutti sanno, in Afganistan. Le Ocs sono attività condotte dai Servizi "clandestini" (ovvero da strutture coperte, e quindi formalmente inesistenti, dei Servizi Segreti) in territorio nemico o occupato dal nemico. Sono, per intenderci, quelle assegnate alla Cia, come ci informano i mass-media, per stanare e neutralizzare Bin Laden. In territorio occupato dal nemico, gran parte di dette operazioni sono condotte dalle organizzazioni Stay Behind, esistenti o esistite in tutti i paesi Nato oltre che in altre nazioni (per esempio l'Iran dello Scia). Qual è la situazione italiana? Per quanto attiene alle Umo non vi sono problemi. Il IX battaglione - oggi reggimento - della Folgore e il Comsubin della Marina non hanno nulla da invidiare, come spirito e preparazione, agli omologhi reparti degli altri paesi. Sono stati impiegati (Libano, Kurdistan, ex Jugoslavia ecc.) qualche volta non troppo a proposito, in sostituzione o supporto delle forze regolari che, essendo di leva, non potevano correre troppi rischi, a meno di non voler subire conseguenze politiche interne non proprio desiderate. Sono "professionisti" di tutto rispetto ai quali sicuramente può essere assegnato qualunque compito tra quelli previsti dalla "guerra non ortodossa". Una penalizzazione nelle attuali operazioni può essere rappresentata dalla non conoscenza di lingue e dialetti afgani, indiani, arabi ecc. (mentre gli usi e costumi si possono imparare in tempi sufficientemente contenuti). D'altra parte il loro impiego era previsto in tutt'altre aree. Bisognerebbe quindi stare attenti prima di impegnare "l'argenteria di casa", senza aver completato la sua "lucidatura"! Per quanto attiene alle Ocs, o operazioni dei servizi clandestini, il discorso è purtroppo completamente diverso. Tra il 1952 e il 1990, per circa quarant'anni, quindi, l'Italia è stata al passo con tutti gli altri paesi Nato. L'"Organizzazione Stay Behind" (nota come Gladio) da un lato, e la struttura coperta del Sismi (V Sezione, poi VII Divisione) dall'altro, almeno in linea di principio, erano in grado di assolvere a tutti i compiti previsti da Shape in questo settore. Nel novembre del '90 la decisione politica di sciogliere la Gladio dopo il crollo del muro di Berlino (il Patto di Varsavia in crisi si scioglierà nel '91) avviene con una precipitazione imprevedibile e senza che alcuna valutazione, sulle conseguenze in termini di futura efficienza dell'apparato difensivo e di sicurezza del nostro paese, sia stata fatta. La galleria del Gottardo oggi è ancora minata, o almeno lo era sino a pochi giorni fa, ma evidentemente in Svizzera lo stato maggiore ha valutato in maniera diversa la modifica degli equilibri internazionali avvenuta nel 1989. Ma poiché, in Italia come nel resto del mondo, non c'è generale, se non scorretto o golpista, che possa sottrarsi a una decisione politica, malgrado nessun tecnico o specialista si sia sentito chiedere un parere, tutti sono stati mandati a casa! Inoltre, nell'agosto '93 viene sciolta anche la VII Divisione da cui dipendeva la Gladio (che essendo sotto processo con i suoi capi poteva gettare un'ombra sulla sua antica divisione di appartenenza e quindi, per prudenza...!). Con tutto questo, il patrimonio di conoscenze, attitudini, tecniche, costruito in quarant'anni di attività addestrativa (e non era poco, anzi, possiamo dire che era tra i più avanzati d'Europa) fu disperso in breve tempo. E così, contraddicendo quanto veniva insegnato nell'Accademia militare, invece di girare il cannone per puntarlo verso altre aree prevedibilmente ostili al nostro pae-se, tra il '90 e il '93, è stato buttato via il cannone. Qualcuno sa oggi in Italia, là dove si discute di tutela e sicurezza rispetto alle nuove minacce che possono colpire uomini e cose nel nostro territorio, cosa si può fare con una moneta da cento lire e un esplosivo lamellare delle stesse dimensioni? Si può far saltare per aria una catasta di bidoni di benzina e con una piastra di un ferro da stiro trattata come sopra si può frantumare un gruppo trasformatori e bloccare una centrale elettrica a distanza. E come si identifica e si contrasta una disinformazione mirata, impedendo che inquini poi per anni la società? Chiedetelo agli ex della VII Divisione e della Gladio. Chissà se lo ricordano ancora e hanno voglia di insegnarlo a qualcun altro?

SE LA DISINFORMAZIONE NON PERDE LA PARTITA...
di Francesco Gironda
"Misteri d'Italia", false storie, accuse, processi e poi...
assordanti silenzi
Sotto l'espressione: "Misteri d'Italia" la sinistra italiana ha cercato di accreditare che un'unica regia, atlantica e filoccidentale, avrebbe sovrainteso a tutti gli episodi di violenza e strage avvenuti dalla fine della seconda guerra mondiale fino al termine della guerra fredda. Una vera e propria "centrale disinformativa" ha operato per alterare nella memoria degli italiani i veri ruoli svolti dai partiti politici e dalle relative classi dirigenti in merito alla tutela della riconquistata democrazia e della libertà nazionale. Questa "centrale" ha promosso l'elaborazione delle tesi che hanno trovato la loro definitiva sintesi nella relazione finale dei Ds in Commissione Stragi alla fine della passata legislatura e che, precedentemente, per anni sono state artificiosamente supportate da libri, trasmissioni televisive, mirate campagne stampa, nonché da opportunistiche aperture di fascicoli giudiziari, inquinando in maniera profonda i fondamenti della nostra stessa identità nazionale. Il progressivo controllo delle maggioranze dei comitati di redazione dei più importanti organi di stampa italiani da parte della "centrale disinformativa" della sinistra a partire dalla fine degli anni Sessanta ha di fatto impedito che una normale dialettica nel mondo dell'informazione potesse evitare che la ferrea omologazione ai voleri del Pci uniformasse la stampa italiana in una sorta di "pensiero unico" in cui i difensori della democrazia diventavano i comunisti mentre i partiti filoccidentali, con l'eccezioni delle componenti "aperturiste", venivano additati quali complici degli stragisti atlantici. La conquista dell'assoluta maggioranza delle procure consentì poi che le indagini giudiziarie sui fenomeni di criminalità politica si ispirassero a quella aprioristica interpretazione. Questa "egemonia" tuttora impedisce che nel nostro paese si possa discutere di alcuni temi liberamente: per anni non si è potuto difendere la legittimità della Gladio, tuttora è impossibile far emergere che il processo per la tragedia di Ustica vede, udienza dopo udienza, clamorosamente sconfitte dalle testimonianze in aula le tesi della senatrice Bonfietti, fatte proprie nell'istruttoria dal giudice istruttore Priore. La sudditanza, che anche componenti originali e importanti di aree culturali non marxiste accettano rispetto alla vulgata della sinistra postmarxista, impedisce di fatto che l'informazione possa svolgere il suo ruolo a garanzia della democrazia. Una "occupazione" di tipo quasi militare, rafforzata con nomine fatte prima della sconfitta elettorale, l'uso sottile anche della pressione al limite del ricatto, all'interno di uffici importanti nel mondo delle istituzioni, sottraggono larghissime aree dell'organizzazione dello Stato, direttamente influenti sull'elaborazione e diffusione degli strumenti culturali e di informazione, alla necessaria opera di rinnovamento richiesta dagli elettori con la nuova maggioranza di governo. Ma alcuni, all'interno di questa maggioranza, sembrano ritenere che si possa proseguire l'azione di risanamento della società italiana impegnandosi solo sui temi economici e di riforma istituzionale, lasciando a una successiva "bonifica" - che dovrebbe avvenire quasi naturalmente e senza scosse - il compito di riportare alla normalità democratica il settore della cultura e dell'informazione. Forse si spera così di evitare di doversi confrontare con le prevedibili recriminazioni di chi, importante opinionista o autorevole commentatore, operatore culturale o gestore di spazi di comunicazione preassegnati, si vede minacciare rendite di posizione ottenute presidiando per anni, per conto della sinistra italiana, gli "snodi" fondamentali capaci di influenzare l'opinione pubblica. Una "prudenza pericolosa", segnale visibile di un nuovo consociativismo strisciante. Se la "centrale disinformativa" della sinistra non perde una volta per tutte la partita, qualsiasi vittoria elettorale, qualsiasi progetto politico della Casa delle Libertà, sarà basato sull'argilla e le possibilità di trasformare le promesse elettorali in realizzazioni svaniranno rapidamente. Ed è già aria di possibile tempesta.

24 luglio 2002 - LETTERA A MESSAGGERO VENETO SU BERLUSCONI E P2
"Il Messaggero Veneto"
"Questo governo mi fa paura"
È davvero originale l'idea della lettrice Elena Faggi (lettera dell'11 luglio), la quale auspica che i "cervelli di prim'ordine", gli "uomini di grande capacità", patrimonio dell'opposizione, non si rivolgano in modo arrogante contro il governo, ma siano propensi a insegnare l'arte del governare all'incolta compagine governativa "per raggiungere il bene del popolo italiano, che li ha scelti e li paga". Non credo che Silvio Berlusconi abbia bisogno di tutore, perché se è vero che non ha cultura politica, è altrettanto vero che a lui non interessa la politica in quanto tale, bensì quale fonte privilegiata di potere. Egli appartiene al mondo degli affari, nel quale si è formato, acquisendo notevole esperienza. È un uomo talmente navigato da essere stato coinvolto, negli anni, in una serie di fatti gravi, le cui prove rigorose, anche se insufficienti a fini processuali sono i rapporti della polizia giudiziaria e gli atti di varie procure. Ha iniziato l'ascesa imprenditoriale dopo l'iscrizione alla Loggia P2 di Licio Gelli, il quale aveva preparato con diligenza il piano di "Rinascita democratica" che oggi egli intende realizzare.
Avendo 65 anni prima delle ultime elezioni, non poteva differire la presa del potere, pena il fallimento dell'impresa. E, proprio per vincere le elezioni, ha usato in campagna elettorale tutti gli strumenti che poteva usare, concedendo quanto poteva a tutte le forze che via via vedeva come possibili alleate. Detto per inciso, ha cooptato persino il suo acerrimo nemico Bossi, che all'epoca del famoso "patto segreto" costituiva con la moglie e altri leghisti una società per la costruzione di un villaggio turistico in Istria, chiamato "Il paradiso di Bossi". Per loro sfortuna, la società falliva in breve lasso di tempo con un passivo di 25 miliardi di lire (fonte il "Nuovo Friuli"). Mah!, che cosa si può dire in merito? Nel suo primo anno di governo, Silvio Berlusconi si è premurato di emanare prudentemente leggi tendenti a proteggerlo da eventuali incidenti di percorso: falso in bilancio con effetto retroattivo, rogatorie internazionali con effetto retroattivo, rientro di capitali dall'estero, conflitto di interessi, cartolarizzazione dei beni culturali e abolizione della tassa sulle successioni. In cantiere ci sono altre leggi di notevole interesse: riforma e condono fiscale a beneficio dei più abbienti, privatizzazione della scuola e della sanità pubbliche a danno dei meno abbienti.
Ma le vere chicche, assi portanti del piano di "Rinascita democratica", sono: immunità parlamentare incondizionata, assoggettamento della magistratura al controllo del governo, attacco alla Rai e demolizione del baluardo sindacale. Ciò che sorprende è la leggerezza di Pezzotta (Cisl) e Angeletti (Uil) nel sottoscrivere il "Patto per l'Italia", autentico cavallo di Troia per demolire il baluardo sindacale. Cisl, Uil, Confindustria e governo vorrebbero far credere che l'"accordo" non intacca i diritti dei lavoratori in forza ad aziende con più di 15 dipendenti. E ciò è vero, ma solo per il presente. In breve tempo, quando le imprese avranno messo a profitto le scappatoie loro concesse dall'"accordo" (ne vedremo delle belle!), i diritti dei lavoratori scompariranno. Io dico con forza che a me questo governo fa paura, e che detesto tutti coloro che per insipienza o supposta furberia credono di trarre vantaggio da questo devastante modo di governare.
Pietro Turolo
Udine

25 luglio 2002 - CONTESA L' EREDITA' DI PERON
"L' Espresso"
ARGENTINA / UN'EREDITÀ CONTESA IN TRIBUNALE
Che tesoro quel Perón
Ricchezze per dieci miliardi di dollari. Difese dalla vedova Isabelita. Contro un amico di Licio Gelli. E le sorelle di Evíta
di Alessandro Oppes - da Madrid
Juan Domingo Perón continua a dividere, a quasi trent'anni dalla morte. Non tanto per le sue idee, ma soprattutto per la sua eredità in beni mobili, immobili e conti bancari dei quali non si è mai riusciti a conoscere con esattezza l'entità. Ultimo capitolo di una lunga serie di dispute incrociate: un tribunale di Madrid dovrà decidere a chi spettano 6 milioni di dollari che erano stati depositati in due conti correnti del Banco Santander (l'attuale Santander Central Hispano) e del Banco de la Nacion de Buenos Aires.
La vedova, Maria Estela Martinez, "Isabelita", che dopo il golpe del '76 rientrò in Spagna dove aveva già vissuto per più di dieci anni con il generale in esilio, è stata citata in giudizio da un ambiguo avvocato argentino, Mario Rotundo, vecchio amico di Licio Gelli (l'ex gran maestro della loggia massonica P2) che reclama la somma a nome di una certa Fondazione per la pace e l'amicizia tra i popoli. Nel 1970 Rotundo, neppure ventenne, conobbe Perón a Madrid e riuscì a instaurare un rapporto di amicizia: una frequentazione assidua che durò tutto l'anno prima che il giovane imprenditore rientrasse a Buenos Aires. Quel che nessuno è mai riuscito a capire è il perché, vent'anni dopo, nel 1990, Isabelita decide di firmare, davanti al notaio madrileno José Antonio Linage Conde, una scrittura privata con la quale dona a Rotundo "tutti i beni mobili che formano il patrimonio familiare" del suo defunto marito. Ma la donazione non si limitava a questo: comprendeva anche "tutti quei beni depositati in istituzioni ufficiali o private o entità di credito, siano essi mobilie, oggetti d'arte, dipinti, gioielli, fondi bibliografici, saldo in conti bancari".
Tutta la fiducia della vedova Perón si dissolse in pochi mesi: Isabelita revocò la donazione, ma Rotundo rifiutò, mantenendo il possesso del "patrimonio storico" del generale, con il quale ora dice di voler organizzare una esposizione itinerante sul fondatore del peronismo. Il denaro, i 6 milioni di dollari sui quali si dovranno pronunciare i giudici di Mostoles, periferia di Madrid, dove ora risiede Maria Estela Martinez, è la somma che il leader argentino incassò quando il generale Lanusse, presidente dell'epoca, riconobbe che l'amministrazione aveva accumulato un debito verso Perón, corrispondente al mancato pagamento degli stipendi dal momento della partenza per l'esilio, nel 1955.
In realtà questa non è che una minima parte del presunto "tesoro" di Perón sul quale da decenni la leggenda prevale sui dati concreti. Conti correnti in Svizzera, lingotti d'oro depositati in cassette di sicurezza mai trovate. Si è detto di tutto. Persino che il misterioso furto delle mani dalla tomba del generale servisse per aprire, con le impronte digitali di Perón, una cassetta di sicurezza contenente il "tesoro". Ipotesi giudicata assurda dall'Interpol.
Isabelita e Mario Rotundo sono solo due dei protagonisti di un'infinita battaglia legale che nell'ultimo quarto di secolo si è tradotta in una ventina di cause giudiziarie. A reclamare la loro parte ci sono anche le due sorelle di Evíta, Blanca e Erminda Duarte, oltre a Marta Holgado, la donna che da anni chiede la prova del Dna per dimostrare che è la figlia dell'ex leader argentino (si fa chiamare anche Lucia Virginia Perón).
Le sorelle Duarte rifiutarono di ritirare i tre milioni di dollari versati dall'ultima vedova di Perón ritenendoli insufficienti: la somma, depositata in pesos, si ridusse in pochi anni a 47 mila dollari. Isabelita, nel 1989, dovette così consegnare diversi immobili appartenuti al marito per saldare il debito contratto con la famiglia di Evíta. Quanto a Marta Holgado, finora non è riuscita a dimostrare la sua "vera identità". A quanto potrebbe ammontare la fortuna di Perón? Il mistero forse resterà tale per sempre, ma tra quelli che sognano di entrarne in possesso, c'è chi dice che potrebbe aggirarsi sui 10 miliardi di dollari.

26 luglio 2002 - PRESENTATA "L' IRCOCERVO"
"Liberazione"
Ircocervo: la guerra non-ortodossa di Forza Italia Presentata a Roma la nuova rivista del Polo Forza Gladio, anzi Forza Italia, perché la nuova rivista Ircocervo è promossa dagli intellettuali di Forza Italia (prezzo 10 euro a copia). La rivista sembra nasca all'insegna di Gladio. Pubblicata da Bietti, direttore editoriale Francesco Gironda, già portavoce di Gladio (della "Gladio dei 622"). L'articolo di maggior spicco per la sua rilevanza costituzionale, che compare in questo primo numero, è quello a firma del generale Paolo Inzerilli, uno degli ultimi capi di Gladio (dopo il generale Serravalle e prima del comandante Invernizzi); un articolo molto interessante perché riguarda i temi della "guerra non ortodossa" e richiama alla mente la prima uscita pubblica sulla guerra non ortodossa che fu promossa dall'Istituto Pollio nel 1965 all'albergo Parco dei Principi di Roma e a cui seguì un anno dopo l'operazione Delfino effettuata dai quadri di Gladio e firmata dalla Quinta sezione addestramento dei servizi.
Dunque un indiretto rilancio da parte degli intellettuali di Forza Italia (tra i presentatori della conferenza stampa con cui è stata annunciata l'uscita del primo numero, che si è svolta mercoledì presso la sala stampa della Camera dei Deputati, c'era anche il direttore della rivista Liberal Ferdinando Adornato).
Quello che resta in ombra nello scritto del generale Paolo Inzerilli riguarda il fatto che la guerra non-ortodossa non è una forma di guerra contemplata dalla nostra Costituzione. Con il termine di "guerra non ortodossa" (il "padre" delle operazioni di guerra non ortodossa in Italia è il Field Manual 30/31 degli Stati Uniti, concepito durante la guerra del Vietnam per la guerriglia e la controguerriglia). Il manuale ebbe un suo momento di notorietà anche da noi perché una copia fu trovata (fatta trovare?) in una borsa della figlia di Licio Gelli; del resto l'attività della P2 e i suoi legami con la problematica della guerra non-ortodossa sono ben noti. Ma il ritrovamento probabilmente doveva costituire un segnale.
Per intenderci dunque la guerra non-ortodossa è sostanzialmente la guerriglia e la controguerriglia: quelle attività armate di cui i brigatisti rossi volevano sapere tutto (perché poteva essere usata nell'antiterrorismo) e che fu anche oggetto degli interrogatori dell'onorevole Moro durante la sua prigionia. Le risposte di Moro si trovavano in quelle pagine che sparirono e forse una copia si trovava anche nell'archivio del generale Dalla Chiesa.
I servizi segreti in base alla legge 801/77 possono svolgere solo attività di Intelligence, cioè attività non armata: questo fu deciso dopo le gravissime deviazioni nei servizi che si erano verificate all'epoca del "piano solo" che mirava al colpo di stato. Infatti all'epoca i servizi potevano agire armati. Credo se ne ricorderà bene l'onorevole Fabrizio Cicchitto ora vicepresidente di Forza Italia, ma intelligente e attivo, componente della sinistra lombardiana, che fece una grande battaglia contro le deviazioni dei servizi.
Inzerilli ci racconta che tra il '52 e il '90 "l'Italia è stata al passo con tutti gli altri paesi della Nato. L'organizzazione Stay Behind (nota come Gladio) da un lato e la struttura coperta dei servizi (Quinta sezione, poi Settima divisione) dall'altra, almeno in linea di principio era in grado di assolvere tutti i compiti previsti da Shape in questo settore". Ma ciò che Inzerilli non ci dice è che presso i servizi operavano gli Ossi, gli operatori speciali dei servizi di sicurezza che erano armati e le cui attività sono state valutate in due sentenze della magistratura come: "Eversive dell'ordine costituzionale".
Inzerilli si diffonde sulla Gladio (la Gladio dei 622), la Gladio che stava "dietro le nostre frontiere" che ha operato in Italia e utilizzava le armi dei Nasco (i famosi nascondigli che ad un certo punto il generale Serravalle fece chiudere). Ma non ci parla delle operazioni armate all'estero, comportanti attività di guerriglia e anche di addestramento alla guerriglia locale, in particolare per quanto riguarda il Maghreb, un'operazione volta alla destituzione del presidente Bourghiba. Ma che queste operazioni ci siano state non v'è dubbio, lo afferma anche l'ammiraglio Martini nel suo libro Nome in codice: Ulisse, pag. 140.
Ma da chi dipendevano queste forze armate che operavano all'estero (non a difesa dei sacri confini nazionali e che sfuggivano alla dipendenza del capo dello stato sotto il quale in base alla Costituzione stanno tutte le forze armate)? L'ammiraglio Martini del resto ha parlato di questa operazione anche in Commissione stragi il 15 novembre 1990.
Il "gladiatore" Arconte appartenente all'altra Gladio (quella che stava dietro i confini degli altri), la Gladio delle centurie, ci racconta di queste operazioni, ad alcune delle quali ha partecipato anche un altro operatore di nome "Franz" ed entrambi, sia Arconte che Franz, sono stati ascoltati dalla magistratura due anni fa. Arconte per via della sua attività nel Maghreb subì anche un processo a Tangeri. Questa Gladio pare dipendesse dal ministero della Difesa Marina, direzione di Mari pers, X sezione S. B. Ma probabilmente ha operato in modo congiunto agli operatori di cui parla l'ammiraglio Martini. Le basi del nord Africa erano probabilmente in comune tra gladiatori e operatori dei servizi a Malta, Tunisi, Algeri, Tangeri e varie altre località. Sono descritte nel libro di Arconte.
Appare un po' strano che il generale Inzerilli non ci abbia parlato di questa operazione volta alla destituzione del presidente Bourghiba (ma chi ha ordinato questa spedizione?). Il 4 ottobre 1996 un articolo del Corriere della Sera titolava: "Roma intervenne e in una notte Parigi perse la Tunisia". Craxi ha negato l'esistenza di questa operazione; sempre sul Corriere della Sera dell'11/10/99 dichiara: "Non vi furono manovre o interferenze italiane negli avvenimenti che nell'87 portarono all'elezione del presidente Ben Alì"; ma Craxi scrisse anche un biglietto di ringraziamento ad Arconte invitandolo per altro a tacere.
Di questa attività di Gladio all'estero non si fa cenno nell'articolo del generale Inzerilli. Secondo Francesco Geronda, poi, tutto quello che dice Arconte è falso. La questione sulla Gladio delle centurie è dunque più che mai sul tappeto. Ciò che lascia perplessi è che gli intellettuali di Forza Italia facciano questa apertura nei riguardi della guerra non-ortodossa. E' accettabile con questi mezzi destituire un presidente straniero? Si tratta infatti di operare ben al di là dei dettami della Costituzione. Nella conferenza stampa è stato detto che la rivista esprime l'apertura di Forza Italia a destra e a sinistra. Tra i padri fondatori di Forza Italia, che sarebbero stati addirittura Croce, Sturzo, i fratelli Rosselli e tanti altri, c'è posto per tutti demo-social-liberal-cattolici-laici e oltre. Concettualmente la questione non è tanto chiara. Chiaro invece il segnale relativo alla guerra non-ortodossa. L' Ircocervo ha delle vistose corna, speriamo non voglia metterle alla Costituzione o peggio usarle contro la Costituzione.
Falco Accame

30 luglio 2002 - PRESCRITTA PENA, CAUCHI TORNATO UOMO LIBERO
ANSA:
In Italia puo' nuovamente