Almanacco dei misteri d' Italia


P2
le notizie del 2002: ottobre-novembre
9 ottobre 2002 - PREMIO POESIA PER GELLI A POMIGLIANO
"Il Mattino"
POMIGLIANO PREMIA DUE SUE POESIE
Gelli, gran Maestro di scrittura lirica agli arresti domiciliari
Pino Neri
Le ultime notizie lo davano agli arresti domiciliari nella sua bella villa di Arezzo, villa Wanda. Eppure lui, Licio Gelli, avrebbe assicurato che a novembre sarà a Pomigliano D'Arco per ricevere un premio letterario assegnato da una giuria composta, tra gli altri, anche da docenti universitari. Non è la prima volta che l'ex capo della loggia massonica P2 trova chi apprezza le sue poesie, ma come farà a recarsi in quel di Pomigliano con tutti i guai giudiziari che gli pendono sul groppone? Dal canto suo Tina Piccolo, poetessa, presidentessa nonché organizzatrice del premio letterario Città di Pomigliano, ha fatto sapere che il Licio-poeta ha garantito la sua presenza alla cerimonia di premiazione che si terrà in Municipio il 9 novembre. L'ex "gran Maestro" si è aggiudicato il premio letterario con due poesie, battendo ben 166 concorrenti. Il presidente della giuria, costituita da otto persone, è un docente universitario della Federico II, Francesco D'Episcopo, ed è anche un noto critico letterario nostrano. La giuria sarebbe stata folgorata soprattutto da due poesie: "Uccelli dalle ali di fuoco" e "Ho seminato il raccolto". Quest' ultima, una sorta di bilancio della vita del commendatore di Pistoia, si conclude così: "ciò che è sbocciato dai miei atti, dai miei gesti dalle mie parole ha dato frutti di odio, amore, fede, speranza, ingiustizia e verità".

9 ottobre 2002 - LEGGE RIORDINO SISTEMA TV: ENRICO MANCA
ANSA:
Una proposta di legge alla quale va innanzitutto riconosciuto un pregio: quello di "non limitarsi a tamponare l'esistente, come e' avvenuto con le precedenti, ma di guardare al futuro". Il presidente dell'Isimm Enrico Manca ha aperto cosi' oggi a Roma, il confronto dibattito organizzato oggi con il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri e il disegno di legge sul riordino del sistema radiotelevisivo che porta la sua firma, dall'Istituto di Studi per i Media e la Multimedialita'. Estremamente positiva, ha commentato Manca, anche la novita' di questo confronto accettato dal ministro con il mondo della cultura, dell'universita' e dell'imprenditoria. "Si tratta pero' di una legge molto complessa - ha fatto notare poi il presidente Isimm - anche per la materia che disciplina". E restano, secondo Manca, almeno tre interrogativi sui quali riflettere. Innanzitutto, ha spiegato, "la necessita' di evitare il nanismo delle aziende italiane fornendo loro strumenti di tutela, pur nel rispetto della normativa comunitaria, nei confronti degli operatori stranieri potenziali investitori sul mercato italiano". Il secondo interrogativo riguarda la Rai: "mi sembra molto importante - ha fatto notare Manca - che il ddl indichi nella Rai il vettore trainante del digitale terrestre e quindi della innovazione tecnologica". Ma "caricando i costi sulla Rai - ha aggiunto il presidente Isimm - puo' aprirsi un doppio e per certi versi contraddittorio rischio": quello di vedere realizzata una rete unica "con il conseguente obbligo per i privati di dover ricorrere alla rete pubblica", e quello di caricare l'Azienda di Viale Mazzini di eccessivi costi economici che potrebbero mettere a rischio le sue capacita' di investimento e c comprometterne la competitivita' all'interno e all'estero". Il terzo interrogativo, ha concluso Manca, riguarda la privatizzazione della tv pubblica: "Se il nodo e' quello di creare le condizioni per una forte autonomia del servizio pubblico dal potere politico", secondo Manca, e' il caso forse di pensare a "soluzioni che consentano una privatizzazione con meno laccioli di quella ipotizzata. O anche di trovare soluzioni alternative, come quelle adottate in altri Paesi Europei".

13 ottobre 2002 - CASO CALVI: TROVATA UNA CASSETTA DI SICUREZZA
"Il Corriere della sera"
Un mattone e due pagine, l'ultimo enigma di Calvi
Messaggio misterioso in una cassetta di sicurezza. E i pm interrogheranno il pentito Giuffrè sulla morte del banchiere
ROMA - Un mattone e due articoli del Corriere della Sera del 1982, quando il corpo di Roberto Calvi è stato trovato appeso ai tralicci sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. La verità per chiarire il mistero della fine del "Banchiere di Dio" può arrivare anche dal contenuto di una cassetta di sicurezza scoperta in una banca di Milano. Ma gli inquirenti confidano che la spinta decisiva arrivi dal numero due di Cosa Nostra e braccio destro di Bernardo Provenzano, Antonino "Manuzza" Giuffrè. I magistrati di Roma vogliono interrogare il pentito che, con le sue rivelazioni, sta facendo tremare i boss della mafia: è stato già informato il procuratore di Palermo Pietro Grasso e il faccia a faccia con Giuffrè è imminente. Perché questa necessità? Sono indagati per omicidio nell'inchiesta sulla morte di Calvi il faccendiere Flavio Carboni, il killer mafioso Francesco Di Carlo e il cassiere delle cosche Pippo Calò: l'ipotesi è che Calvi sia stato eliminato da Cosa Nostra perché si era impossessato di soldi di Licio Gelli e Calò. Nell'ultimo periodo, in attesa del deposito della perizia che accerti definitivamente se l'ex presidente del Banco Ambrosiano sia stato ucciso, le indagini hanno ripreso vigore. Negli Stati Uniti, il 2 ottobre, i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone hanno interrogato l'altro pentito "storico" Francesco Marino Mannoia, il primo a sostenere, nel '91, che il banchiere era stato strangolato da Di Carlo. Da Mannoia sarebbe arrivato l'impulso per nuove verifiche e perciò è stato deciso di ascoltare anche Giuffrè, nell'82 uno dei capi della Cupola. Seguendo le indicazioni di Mannoia, le indagini sono dunque ripartite da Milano. Indagando sulla situazione patrimoniale del vecchio Banco Ambrosiano, ufficiali della Dia e della Guardia di Finanza si sono presentati nella sede dell'istituto nel capoluogo lombardo e in una filiale di Lodi. Nell'agenzia di corso Magenta, su indicazione dei responsabili della banca, è stata individuata una cassetta di sicurezza intestata a Roberto Calvi e alla madre Maria Rubini (deceduta) e di cui avrebbe avuto la disponibilità il fratello Leone Calvi. All'interno c'erano appunto un mattone e due pagine del Corriere della Sera con articoli sulla morte del "Banchiere di Dio" che risalgono all'82 in cui si parlerebbe del crac del vecchio Banco Ambrosiano e del coinvolgimento della massoneria.
I magistrati hanno disposto una consulenza sul mattone: vogliono sapere se ci sono delle impronte digitali e stabilire se abbia la stessa composizione dei sassi trovati nelle tasche del vestito di Calvi quando il suo cadavere fu rinvenuto, appeso al traliccio di tubi Innocenti, sotto il ponte dei Frati Neri. I pm escludono, comunque, che il mattone fosse nel forziere da venti anni e, anzi, ritengono che sia stato lasciato lì per lanciare un "avvertimento". Da chi? "Forse dalla massoneria, ma è possibile che si tratti di un "segnale" lanciato dalla mafia", spiega, preoccupato, uno degli inquirenti. "Non bisogna dimenticare quei sassi nell'abito di Calvi", aggiunge ricordando la "stranezza" del mattone.
Le verifiche seguono dunque una precisa pista. Risalire ai boss che potrebbero aver deciso e ordinato l'assassinio di Calvi (e per questo i pm sperano nella decisiva collaborazione di Giuffrè) e, contemporaneamente, accertare chi ha avuto la possibilità di aprire la cassetta di sicurezza. Per quest'ultimo filone, venerdì sono state interrogate a Milano una decina di persone, tra cui funzionari e impiegati del Nuovo Banco Ambrosiano. E sono state perquisite quattro abitazioni (una a Milano) di Leone Calvi, che è stato interrogato a lungo anche dai magistrati. Il fratello del banchiere ha due casolari a Tremenico, piccolo paese in provincia di Lecco: in uno di essi è stata aperta una cassaforte e sono stati sequestrati i biglietti aerei utilizzati dalla famiglia per andare a Londra e riportare in Italia la salma di Roberto Calvi, alcune lettere di condoglianze, una copia del libro "Il Banchiere di Dio" e un mazzo di chiavi. Nel provvedimento dei pm consegnato a Leone Calvi c'era scritto che le perquisizioni erano necessarie nell'"ipotesi che possano rinvenirsi oggetti corpi di reato o pertinenti al reato" per il quale si procede. L'omicidio, appunto. E ieri sera in un comunicato la Procura ha precisato che "l'interesse investigativo del contenuto della cassetta dovrà essere valutato".
Flavio Haver

"Chiesa, stampa, massoneria e politica: i lati oscuri del crac"
Il giudice Brichetti: "Nessuno ha mai creduto al suicidio, gli investigatori Usa puntarono subito sul riciclaggio"
MILANO - Il giudice Renato Bricchetti è la "memoria storica" della maxi-istruttoria sul crac del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Il processo si è chiuso con la condanna definitiva di faccendieri, massoni e insospettabili uomini d'affari. Gran parte del bottino totale di 1.193 miliardi di vecchie lire finì sui conti svizzeri di Licio Gelli, il "burattinaio" della P2. Lo Ior, la banca del Vaticano, ha risarcito 250 milioni di dollari. Ma dall'istruttoria emergevano anche complicità politiche e ricatti mafiosi. Oggi Bricchetti è uno dei pochi in grado di indicare i veri misteri del caso Calvi. Che idea s'è fatto della morte del banchiere dell'Ambrosiano?
"Non sono mai stato titolare dell'indagine. Sicuramente nessun giudice ha mai sposato la tesi del suicidio: lo stesso coroner inglese firmò un verdetto aperto, per insufficienza dei primi indizi per l'omicidio. Personalmente, sono sempre stato convinto che Calvi sia stato assassinato. La dinamica del suicidio era troppo improbabile. Ed è indubbio che molti avevano interesse a non far conoscere certe operazioni. Ridotta all'essenziale, la bancarotta dell'Ambrosiano è la storia di circa 600 milioni di dollari che finiscono, in prima battuta, su società estere. Ma il perché è spesso rimasto oscuro".
Avete accertato contatti economici con la mafia?
"C'era un filone d'indagine sul Banco Ambrosiano Overseas Limited (Baol) di Nassau. Incontrai a Miami gli inquirenti statunitensi che indagavano sul riciclaggio di denaro sporco del narcotraffico. Volevano atti su Calvi e ci diedero qualche elemento. Nulla di concludente, purtroppo: solo sospetti".
Come fu utilizzato il tesoro sottratto al Banco?
"Per scopi diversi: sicuramente per arricchire personaggi come Gelli o Carboni, ma anche per coprire buchi, finanziare partiti, controllare la stampa. Siamo arrivati alla P2, abbiamo indagato sullo Ior, ma altri segreti resistono".
Per la morte di Calvi, oltre ai boss mafiosi, è indagato proprio Flavio Carboni.
"Non tocca a me valutare questa accusa. Certamente Carboni ha irretito Calvi nell'ultima fase della sua vita. Nel 1981 il banchiere, dopo l'arresto, si sentì scaricato dallo Ior e si rivolse prima a Francesco Pazienza, uomo dei servizi, e poi a Carboni. Quando gli contestammo i versamenti in Svizzera, lo stesso Carboni si difese sostenendo che Calvi gli aveva promesso 100 miliardi di lire per un programma di salvataggio con quattro destinatari: Chiesa, stampa, politica e massoneria".
Il tentato omicidio di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco, fu commesso da un killer della Banda della Magliana. Calvi può aver nascosto documenti su rapporti inconfessabili?
"E' una vecchia storia che si ripete. C'era la famosa borsa che Calvi si era portato a Londra e che poi rispuntò vuota. Ricordo anche una cassetta di sicurezza alla Ultrafin di Zurigo e un altro dossier trovato alla Baol di Nassau. Ma nessuna di queste scoperte ci ha mai fornito elementi decisivi".
Paolo Biondani

"Il Piccolo"
Le carte del banchiere trovate nel caveau del Nuovo Banco Ambrosiano potrebbero fare luce su una delle pagine più buie della storia italiana Calvi, riaffiorano documenti ma il memoriale non c'è Nella cassetta due pagine del Corriere della Sera e un mattone. Perquisite le ville del fratello Leone
ROMA - Carte relative a transazioni finanziarie. Documenti ingialliti dal tempo ma "interessanti" e probabilmente "utili" a far luce sui misteri irrisolti del caso Calvi. Forse, persino sui possibili mandanti di un delitto che rilega alcune delle pagine più buie della storia politica e finanziaria italiana. Un delitto che dopo vent'anni mette ancora paura.
L'indagine è cominciata vent'anni fa, prima condotta da Scotland Yard e poi dalla polizia italiana. Per anni la morte del banchiere - rifugiatosi in Inghilterra dopo essere stato coinvolto nel crac della sua banca, strettamente legato al colossale buco delle finanze del Vaticano: 1.300 miliardi di dollari dello Ior (la banca vaticana) guidato allora dal cardinale Marcinkus - è rimasta un mistero.
I magistrati della procura di Roma restano abbottonati sulla natura dei documenti riaffiorati, ufficialmente per caso, da una cassetta di sicurezza del Nuovo Banco Ambrosiano di corso Magenta, a Milano. Gli inquirenti hanno confermato il ritrovamento del plico ma non aggiungono dettagli sul contenuto delle preziose carte che sarebbero riaffiorate dieci giorni fa, come fantasmi: riaffiorate a causa di un banale inventario nel caveau dell'istituto di credito milanese oppure per merito, le fonti discordano, di una lunga indagine degli uomini del Gico, il reparto speciale contro la criminalità organizzata della Guardia di Finanza. La cassetta in cui le carte si trovavano risultava intestata proprio a Roberto Calvi - il potente banchiere legato alla mafia e alla P2 ritrovato impiccato a Londra, il 17 giugno del 1982, sotto il Ponte dei Frati neri - ed alla madre Maria Rubini.
Gli investigatori le hanno consegnate ai magistrati che ora le stanno studiando. Nella cassetta c'erano due articoli del Corriere della Sera sul Banco Ambrosiano e un mattone. Uno degli altri documenti trovati è già bastato a far scattare la perquisizione di due villette di proprietà di Leone Calvi, fratello del banchiere, a Tremenicco, nella provincia di Lecco. Ma nella cassetta ritrovata, precisano i magistrati smentendo le indiscrezioni riportate da un quotidiano, non c'è quel memoriale che Roberto Calvi avrebbe scritto di suo pugno nei giorni della fuga a Londra e di cui si parlò a lungo negli anni a venire: un memoriale presumibilmente dotato di un enorme potere ricattatorio.
"Non è stato ritrovato alcun manoscritto, né alcuna agenda, né effetti personali, né documentazione bancaria di sorta", ha precisato a sera la procura di Roma. "L'interesse investigativo del materiale rinvenuto è da valutare", recita la nota ufficiale stoppando la ridda di voci sugli sviluppi di una sequela di scandali nell'alta finanza che assieme a Calvi coinvolsero, Sindona, Paolo VI, il vescovo Paul Marcinkus e la Banca Vaticana, Cosa Nostra, Licio Gelli e la Loggia P2, la Franklin National Bank, il Banco Ambrosiano e innumerevoli società di copertura.
Nel frattempo a palazzo di giustizia si attende la consegna dell'ennesima e ultima perizia sulla morte di Calvi: proverebbe, come sostiene la procura, che fu omicidio e non suicidio.
Natalia Andreani

"Liberazione"
In una cassetta di sicurezza del Banco ambrosiano documenti inediti dell'ex banchiere Tornano i misteri d'Italia Annibale Paloscia Dietro il ritrovamento delle carte segrete di Roberto Calvi, la possibilità di scoprire tracce di uno dei periodi più bui della storia del paese Se in quella cassetta di sicurezza vi fosse davvero il memoriale di Roberto Calvi, potremmo finalmente conoscere la verità su stragi, omicidi e fatti delittuosi, compreso l'attentato al Papa, coperti dal tossico stagno dei patti inconfessabili tra mafia, politica e finanza. L'ufficiale del Gigo (il servizio investigativo della Guardia di Finanza) che ha aperto la cassetta - era nel caveau di un agenzia del Nuovo banco ambrosiano a Milano - ha dato solo uno sguardo ai documenti, ma gli è bastato per gridare ai giudici dal suo cellulare: "Qui c'è roba grossa". Sul contenuto nulla è trapelato, ma gli investigatori sembrano sicuri di aver fatto un colpo importante. La versione ufficiale dei pm di Roma, Luca Tescaroli e Maria Monteleone, che hanno ereditato l'inchiesta sulla morte di Calvi avvenuta venti anni fa, dice che il ritrovamento della cassetta è avvenuto casualmente. L'hanno scoperta alcuni dipendenti dell'agenzia di via Magenta del Nuovo banco ambrosiano che avevano avuto l'incarico di fare un inventario delle cassette di sicurezza depositate nel Caveau. E' strano che né la banca travolta dai misteri di Calvi, né il rigenerato duplicato che ne ha ereditato il nome e le funzioni, abbiano mai avuto il sospetto che il banchiere finito in tanti guai avesse una cassetta di sicurezza nella sua banca. Era il primo e logico accertamento da farsi, ma in venti anni nessuno ci ha pensato. Sul contenuto i pm si sono limitati a parlare di "documenti utili", ma hanno escluso la presenza di "agende, liste e manoscritti". Il che non esclude che possano esserci un memoriale o degli appunti scritti a macchina. Il fatto che la cassetta fosse intestata oltre che a Calvi anche alla madre, può far pensare che il banchiere voleva lasciare alla persona più fidata la custodia dei suoi segreti, nel caso che gli fosse capitata qualche disgrazia". Il primo esame dei documenti ha già avuto i risultato di far perquisire a Tremenicco (Lecco) due villette di un fratello di Calvi.
Quella morte sospetta
Il banchiere scomparve da Milano l'11 giugno, 1982, il giorno dopo la sua segretaria morì con un volo dalla finestra. 1118 giugno Calvi fu trovato appeso a un cappio sotto il ponte dei frati neri a Londra. La prima perizia del medico legale inglese arrivò alla conclusione che si era suicidato. Ma un'infinità di fatti - primo fra tutti la disperata fuga del banchiere, seguita dal "suicidio" della segretaria, mentre la sua banca crollava, con alle costole la mafia che aveva avuto grosse perdite - rende questa versione poco credibile. L'inchiesta sulla sua morte, ritenuta dalla procura di Roma un'esecuzione, è rimasta sempre aperta e con una rosa di indagati di alto rango mafioso o di estrazione P2. Uno degli indagati, il faccendiere sardo Flavio Carboni, ha cercato di far valere la perizia fatta dal medico inglese, ma tre anni fa i magistrati romani hanno affidato a un medico legale tedesco l'incarico di fare una nuova indagine necrospica. Tra qualche giorno si dovrebbero conoscere i risultati. Molti hanno tirato il fiato dopo la morte di Calvi. Tutti quelli che non volevano che si scoprisse la verità sul caffé al cianuro che aveva avvelenato Sindona - il banchiere amico di Andreotti che faceva da tramite fra la mafia e il Vaticano -; sull'assassinio del coraggioso Vittorio Ambrosoli, curatore del fallimento della Banca privata di Sindona; sui rapporti tra Cosa Nostra e la P2; sul coinvolgimento dello Ior, la banca del Vaticano nel sistema mondiale di riciclaggio del denaro sporco della mafia.
Manovre vaticane
Totò Riina non avrebbe mai potuto rassegnarsi a veder scomparire qualche centinaio di miliardi della mafia, dirottati, attraverso le banche collegate con lo Ior, verso Solidarnosc, il movimento cattolico impegnato a liquidare il regime comunista in Polonia. E tanto meno, il capo di Cosa nostra era disposto a farsi utilizzare come finanziatore di alcuni partiti per l'acquisto di giornali e per pagare gli stipendi ai loro apparati. Insomma, Calvi doveva rispondere dei soldi che con la mediazione della P2 erano passati attraverso il Banco ambrosiano, ma non erano approdati a sicuri rifurgi come era nei patti. Il dinamico banchiere, condizionato o ricattato da una folla di faccendieri, alla fine aveva condotto il banco Ambrosiano al crack. Si parlò perfino di soldi dell'Ambrosiano impiegati per pagare il riscatto del sequestro Cirillo. Con i soldi dell'Ambrosiano fu costituito il famoso "conto protezioni" presso la Ubs di Lugano, al quale secondo un appunto manoscritto attingevano i dirigenti socialisti.
Il ruolo di Cosa nostra
E' possibile che i soldi di Cosa Nostra siano andati perduti nella crisi di un gruppo di banche panamensi, che avevao rapporti con lo Ior e che si erano esposte con l'Ambrosiamo per 1700 miliardi di lire. Calvi non riuscì a convincere il cardinale Marcinkus, presidente dello Ior, a onorare le lettere di patronage concesse a favore di quelle banche. Quella fu la scintilla del crack. Ma la mafia aveva sicuramente preavvertito fin dall'inizio degli anni Ottanta che la crisi delle banche panamensi, causata anche dalle operazioni dello Ior, aveva messo a rischio i suoi soldi. E' possibile che Cosa nostra attribuisse la responsabilità al papa polacco per le enormi sovvenzioni concesse a Solidarnosc. E questa potrebbe essere anche la chiave di lettura dell'attentato al Papa, commmissionato alla mafia turca che era partner di Cosa nostra nella "pizza connection", la madre di tutti i traffici di droga, che aveva reso un fiume di denaro. Denaro da ripulire. Ma a questo provvedevano uomini legati alla P2, e con ottime entrature allo Ior. Lo stesso Calvi era iscritto alla loggia di Gelli. Una lettura dell'attentato al Papa come "un crimine da collocarsi nel contesto delle strategie della criminalità organizzata internazionale" fu data anche dal capo della polizia Parisi, anche se non fu mai espressa in forme istituzionali. Un anno dopo l'attentato al Papa, la mano della mafia raggiunse Roberto Calvi.
Del coivolgimento della mafia nella morte di Calvi ha parlato Buscetta: "Per quanto riguarda Calvi, Badalamenti mi disse che il mio figlioccio Giuseppe Calò (tesoriere della mafia, indagato dalla procura di Roma per l'omidio Calvi, ndr) avviso: Guardate che i soldi avuti dalla mafia col traffico di droga sono molto più ingenti di quelli che voi conoscete. Perciò non è affatto impensabile che Calvi abbia avuto soldi mafiosi e ne abbia fatto cattivo uso... una persona che è molto vicina a Pippo Calò e a Totò Riina viene trovata in possesso di droga a Londra, viene arrestato a Londra, e lui che abita già da tanto tempo a londra è capace di impiccare Calvi". A Londra, quando morì Calvi, abitava il boss Di Carlo, che investiva in borsa i soldi di Cosa Nostra. Di Carlo si è pentito ma è anche lui indagato per il delitto Calvi. Su Calvi ha detto: "Ricordo che alcuni giorni prima della sua morte fui cercato con insistenza da Pippò Calò. Non sapevo perché e quando, alcuni giorni dopo la morte di Calvi impiccato sotto il ponte dei frati neri feci una puntatina a Roma chiesi perché mi avevano cercato. Bernardo Brusca e Calò mi risposero che ormai tutto era sistemato, ma non mi dissero che cosa era sistemato".
Il figlio di Calvi è convinto che suo padre sia stato ucciso perché sapeva molte cose che riguardavano anche l'attentato al Papa. "Quando più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinché si mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano e, quindi dello Ior, per finanziare attività politiche e progetti occulti, lui pensò di difendersi informandone il nuovo Papa. E lo fece all'insaputa di tutti anche di Marcinkus. L'omicidio di mio padre e l'attentato al Papa servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica economia e crimine organizzato".

"La Sicilia"
Il balletto delle chiavi e delle borse
ROMA - Il "giallo" delle cassette di sicurezza e delle borse di Calvi. Il giudice Almerighi aveva aperto un fascicolo sulla ricettazione della borsa lasciata da Calvi a Klagenfurt, in Austria, poco prima di volare a Londra. E così quei mazzi di chiavi contenuti nella borsa e in parte ricondotti a cassette di sicurezza in città straniere per anni hanno alimentato misteri continui. Nell'ordinanza di arresto firmata da Almerighi nei confronti di Flavio Carboni e Pippo Calò, per l'omicidio Calvi, si parla di un viaggio di una giornata fatto l'11 giugno '82 da Ugo Flavoni, uomo di fiducia di Carboni. Quest'ultimo lo invita a Londra e lo incontra all'aeroporto di Gatwich il tempo sufficiente per consegnargli oggetti e documenti: "Verosimilmente - scrive Almerighi - un mazzo di chiavi alcune delle quali riferentesi alle cassette di sicurezza di cui Calvi aveva la disponibilità in Svizzera".
Carboni spiega di aver convocato Flavoni per saldargli un debito di dieci milioni. La tesi del giudice invece è che l'uomo d'affari di origine sarda era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo la notte dell'11 giugno '82. Così avrebbe convocato il giorno prima Flavoni a Londra per affidargli "alcuni degli oggetti più preziosi (chiavi e documenti) che Calvi aveva portato con sè", sapendo che il giorno dopo lo stesso presidente del vecchio Banco non avrebbe più potuto disporre di nulla.
Almerighi spiega che Calvi voleva andare anche a Zurigo per acquisire documenti che gli avrebbero potuto consentire "di recuperare potere nel suo rapporto con le vecchie alleanze". A Zurigo aveva sede la Ultrafin, finanziaria controllata dal Banco Ambrosiano. La cassaforte dell'Ultrafin custodiva i documenti concernenti le società estere del gruppo Ambrosiano. All'interno della cassaforte vi erano due cassette di sicurezza intestate a Calvi. Nell'83, però, l'autorità elvetica scopre che erano state già "visitate".

"Il Gazzettino"
La vicenda di Roberto Calvi , "il banchiere di Dio", nato a Milano nel 1920 e trovato morto il 18 giugno del '82, appeso ad un'impalcatura metallica del ponte dei Frati Neri a Londra, è quella di un impiegato di un anonimo ufficio esteri che sale in fretta ai vertici della finanza italiana. Una scalata irresistibile che lo portò prima a ricoprire la carica di amministratore delegato e quindi, dal 1975, di presidente del Banco Ambrosiano. Una carriera rapidissima agevolata dall'appoggio del banchiere siciliano Michele Sindona (ucciso in carcere da una tazzina di caffè al cianuro nell'86), di Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia massonica P2, e dell'avvocato Umberto Ortolani, braccio destro del "Venerabile". La sua folgorante ascesa si volta in dramma quando l'ex maestro viene travolto dallo scandalo P2 e il banchiere viene arrestato per bancarotta. Nell'81 le manette scattano ai polsi di Calvi. Nel luglio '81 viene condannato a 4 anni di reclusione e ad una multa di 15 miliardi. Ottiene la libertà provvisoria. Incalzato da nuove inchieste, rientra all'Ambrosiano dove tenta di chiarire e coprire le ingenti esposizioni. Non ce la fa. Il 7 giugno '82 il consiglio d'amministrazione chiede l'ispezione dei commissari della Banca d'Italia. Per Calvi è la fine. Tre giorni dopo sparisce. Il 17 giugno la sua segretaria si getta dal 4.piano dell'Ambrosiano. Il giorno dopo, la scoperta di Calvi "suicidato" a Londra.

15 ottobre - CASO CALVI: UN NUOVO INDAGATO
"Il Mattino"
SI ATTENDE IL DEPOSITO DELLA PERIZIA SULL'OMICIDIO
Calvi, spunta un nuovo indagato
La pista P2 indicata in articoli trovati nella cassetta
L'iscrizione sul registro degli indagati di Roma di un nuovo nome per l'omicidio di Roberto Calvi (oltre ai cinque già iscritti) non è collegata al ritrovamento della cassetta di sicurezza intestata al banchiere e alla madre presso l'agenzia del Nuovo Banco Ambrosiano a Milano. Sull'identità del nuovo indagato la procura della capitale non risponde se non per spiegare che la decisione è stata presa questa estate in seguito ad alcuni atti investigativi, alle dichiarazioni di Carlo Calvi e alla rilettura degli atti.
Per tutta la giornata è girato insistentemente il nome di Licio Gelli, la cui posizione per quanto riguarda la vicenda Calvi è stata archiviata anni fa, ma la supposizione è stata poi smentita dagli inquirenti. I quali tuttavia nei mesi scorsi avevano chiesto di riaprire le indagini proprio sull'ex capo della P2 ricevendo un diniego da parte dell'ufficio del gip. E sempre la P2 ritorna prepotentemente alla ribalta dopo l'apertura della cassetta di sicurezza: il mattone ritrovato era avvolto in un numero del "Corriere della sera" di un giorno particolare dell'81 in cui c'erano anche articoli sulla loggia massonica oltre che sul vecchio Banco Ambrosiano. Secondo gli inquirenti potrebbe costituire una sorta di messaggio, un invito a seguire una direzione investigativa più che in un'altra. Per quanto riguarda lo stato di conservazione del quotidiano la procura che ha già chiesto una consulenza per accertare se sia possibile capire per quanto tempo quei fogli ingialliti siano rimasti nella cassetta. Un lavoro di valutazione particolarmente impegnativo se si pensa che nei primi sei mesi del 1981 i giornali erano pieni di inchieste e articoli che riguardavano sia Roberto Calvi e l' Ambrosiano, sia la P2 e le carte ritrovate a Gelli. Il 5 giugno i quotidiani pubblicarono la notizia di alcune domande che l'allora sostituto procuratore generale Gerardo D'Ambrosio fece a Calvi prima dell'inizio del processo per esportazione clandestina di valuta in merito ai numerosi documenti rirovati nell'ufficio di Licio Gelli che riguardavano i rapporti tra i gruppi Bonomi (la famiglia della moglie del banchiere) e Calvi, e una copia della relazione del capo del gruppo ispettivo della Banca d' Italia che aveva esaminato i libri contabili del Banco Ambrosiano e che fu inviata al giudice Emilio Alessandrini, titolare del primo troncone dell'inchiesta.
Ieri il difensore di Flavio Carboni, uno degli indagati per l'omicidio Calvi, si è lamentato delle fughe di notizie caso: "agiremo in sede giudiziaria - afferma Renato Borzone - verso tutti coloro che hanno dato già per accertata una verità tutta da chiarire". Si attende adesso il deposito della perizia che deve stabilire se Calvi sia stato ucciso. Per l'omicidio sono indagati l'ex cassiere della mafia Pippo Calò, il suo uomo Ernesto Diotallevi, l'ex boss Francesco Di Carlo, Carboni e Manuela Kleinszig.

"Il Corriere della sera"
ROMA - Nell'inchiesta sull'omicidio di Roberto Calvi entra il nome di padre Agostino Coppola, il "prete della mafia" che celebrò il matrimonio di Totò Riina durante la latitanza del boss, arrestato, condannato, sospeso a divinis e morto nel 1995. Fu l'allora sacerdote, attraverso ambienti massonici, a mettere in contatto i capi di Cosa Nostra che volevano investire i loro miliardi con il banchiere trovato impiccato sotto un ponte sul Tamigi, a Londra, nel giugno 1982. Lo ha rivelato agli inquirenti romani il pentito Francesco Marino Mannoia, nuovamente interrogato negli Stati Uniti all'inizio di ottobre per approfondire le dichiarazioni che nel 1991 fecero imboccare la pista mafiosa per l'omicidio del "banchiere di Dio". A decidere di puntare sul Banco Ambrosiano di Calvi per far fruttare i propri soldi - ha spiegato Marino Mannoia al pubblico ministero Luca Tescaroli - fu l'ala corleonese di Cosa Nostra: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Francesco Madonia. "Ingenti somme di denaro" che il pentito non è in grado di quantificare, ma che sa essere state investite all'estero attraverso la banca di Calvi. A fare da mediatore, appunto, quel padre Coppola che negli anni Settanta e Ottanta rimase invischiato in altre inchieste sulla mafia, a cominciare da quella sui sequestri di persona organizzati da Luciano Liggio. Il sacerdote che fu parroco della chiesa di San Giuseppe a Carini, alle porte di Palermo, fu rimosso dall'incarico, finì in carcere, venne costretto ad abbandonare l'abito talare e da "spretato" si ritrovò inserito dagli investigatori nel nuovo organigramma di Cosa Nostra seguito alla guerra di mafia del 1980-81. Quando morì, nel '95, era sposato, padre di due figli, "sorvegliato speciale" con obbligo di residenza nel comune di Partinico.
All'inizio degli anni Ottanta - secondo quanto raccontato da Marino Mannoia, che riferisce agli inquirenti le confidenze del boss avverso ai corleonesi Stefano Bontate - padre Coppola si adoperò per arrivare a Calvi e all'Ambrosiano, attraverso canali che (dice ancora il pentito), passarono anche dalla massoneria, di cui il banchiere faceva parte. Bontate per i suoi affari aveva utilizzato Michele Sindona, i corleonesi si rivolsero a Calvi. Nel verbale del 1991 Marino Mannoia parlò anche dell'ex-Gran Maestro della P2 Licio Gelli come persona coinvolta in un investimento che per i boss si trasformò in una "ruberia": che lui sappia fu realizzato all'estero, e quando i mafiosi si convinsero che il banchiere non era più affidabile decisero di eliminarlo.
Il coinvolgimento di padre Coppola nell'intreccio economico-mafioso è una delle novità dell'indagine romana che nei giorni scorsi ha portato alla scoperta di una cassetta di sicurezza intestata a Calvi nella sede milanese dell'Ambrosiano, mai aperta in vent'anni, e all'iscrizione di un nuovo nome nel registro degli indagati per il reato di omicidio. Le due circostanze sarebbero scollegate tra loro, e sulla cassetta saranno svolti accertamenti per tentare di verificare se il mattone e i fogli di giornale del 1981 con articoli sulle traversie giudiziarie di Calvi siano stati messi nel forziere prima o dopo la morte del banchiere. Il sospetto è che qualcuno l'abbia svuotato dopo, e che gli oggetti lasciati all'interno siano dei messaggi ancora da decifrare.
Sul movente e la pista mafiosa, tuttavia, i magistrati hanno ormai pochi dubbi; anche se l'esecuzione materiale dell'omicidio fu affidata a un gruppo di camorristi di cui avrebbe fatto parte Enzo Casillo, l'ex-luogotenente di Raffaele Cutolo saltato in aria con la sua auto nel 1983 a Roma. Omicidio camuffato da suicidio, quello di Calvi, come sostiene l'ultima perizia effettuata sul cadavere del banchiere, durata anni, che i magistrati riceveranno nella stesura definitiva nei prossimi giorni.
A confermare il coinvolgimento di Cosa Nostra e della camorra in questa vicenda è un verbale redatto ben sedici anni fa da un pentito della Banda della Magliana, Claudio Sicilia, ucciso nel '91, che parlò della morte di Calvi nel 1986, ben prima di Marino Mannoia e degli altri "collaboratori" di Cosa Nostra. Sicilia riferì i racconti fattigli da un altro camorrista, Corrado Iacolare, il quale "aveva saputo che Casillo durante uno dei viaggi in Inghilterra aveva partecipato alla eliminazione di Calvi, quale prima prova di fedeltà ai Nuvoletta (clan della camorra legato alla mafia, ndr ); in proposito mi disse che un grande quantitativo di denaro dei mafiosi era stato investito per il tramite di Calvi in attività immobiliari. Calvi doveva essere eliminato perché era a conoscenza di molti fatti importanti e non era più affidabile in quanto "non ci stava più con il cervello", perché preoccupato di provvedimenti dell'attività giudiziaria... Iacolare mi disse che Calvi era stato impiccato da Casillo e da altre persone che non conosceva".
La testimonianza di Sicilia è una conferma indiretta del movente mafioso indicato da Marino Mannoia nel '91 e meglio precisato oggi. Il pentito di Cosa Nostra aveva attribuito l'omicidio all'altro "uomo d'onore" Francesco Di Carlo, divenuto a sua volta collaboratore di giustizia, il quale ha confermato di essere stato contattato da Calò per un "lavoro"; ma quando rispose alla chiamata gli dissero che al lavoro avevano già provveduto "i napoletani". Anche il pentito della camorra Pasquale Galasso ha confermato la partecipazione di Casillo all'omicidio Calvi chiamando in causa "settori della massoneria deviata". Gli stessi, forse, ai quali si era rivolto padre Coppola per realizzare l'investimento mafioso che sarebbe costato la vita a Roberto Calvi.
Giovanni Bianconi

23 ottobre 2002 - L' ATTIVITA' DI VERNOLA
"Il Mattino"
L'ATTIVITÀ
Tante inchieste, molti flop
Da "Cheque to cheque" alla scomparsa della piccola Angela Celentano
Domenico Vernola lavorava in un ufficio nel quale passavano, ogni anno, centinaia di fascicoli. Carte con le quali si decretava l'apertura di indagini di enorme spessore nazionale. Dal gennaio del 1994 ad oggi, in oltre otto anni di lavoro ininterrotto, la Procura di Torre Annunziata ha portato avanti innumerevoli procedimenti, che hanno coinvolto personalità di livello nazionale ed internazionale, anche con un ottimo successo. Basti pensare alla prima inchiesta sulla pedofilia, che si concluse, dopo anni di indagini, con 16 condanne. Ma non sempre quelle che erano state pubblicizzate come grandi inchieste si sono poi, alla resa dei conti con la Giustizia, rivelate tali. Tra i clamorosi flop della Procura della Repubblica vesuviana il primo posto lo merita senza dubbio l'inchiesta "cheque to cheque", che portò sulle prime pagine il nome ed il volto dell'arcivescovo di Barcellona, implicato, secondo le indagini dei pubblici ministeri, in un colossale giro di malaffare, che coinvolgeva banchieri, politici e personaggi altisonanti. Vi fu implicato anche il capo della P2, Licio Gelli. Quando fu il momento di tirare le somme del lavoro svolto, però, quell'inchiesta fu interamente archiviata dal GIP Tommaso Miranda, il quale, dopo anni di perquisizioni, intercettazioni, indagini costosissime ed una risonanza mediatica senza precedenti, riscontrò che non si era venuto a capo di nulla. E senza seguito è rimasta pure la triste vicenda della piccola Angela Celentano, scomparsa sul Monte Faito e mai più ritrovata, nonostante le indagini, le ricerche affannose in tutta Italia e nel sud America. Nonostante la continua fuga di notizie, che alimentava le speranze dei genitori di un sicuro ritrovamento e metteva a rischio il già precario equilibrio familiare. Fu detto in un primo momento che tra i responsabili vi fosse lo zio. Poi che era stata rintracciata in Colombia. Ma quelle indagini sono tuttora senza seguito. Per non parlare della seconda inchiesta sulla pedofilia, seguito della prima che pure era ottimamente riuscita, che si è conclusa, invece con il patteggiamento per tutti gli imputati. Ma ciò per cui verrà ricordata questa seconda inchiesta sono, soprattutto, le pesanti affermazioni del Procuratore Alfredo Ormanni, che accusò l'esistenza di una vera e propria lobby di pedofili, che annoverava al suo interno personalità italiane ed internazionali di grande potere, in particolar modo politiche, che avevano tentato di manovrare le indagini al fine di sviarle. Quelle esternazioni provocarono subbuglio nel mondo politico e religioso, ma ebbero, come unico effetto, quello dell'apertura di una iniziativa disciplinare da parte del Csm nei confronti del Procuratore Capo. Tutte le indagini passavano per l'ufficio di Domenico Vernola. Ed in queste come in molte altre il super cancelliere potrebbe aver messo le mani, manipolato i conti, gonfiato le richieste di finanziamento, approfittando anche del fatto che nei grandi numeri ci si nasconde meglio. Di questo e di altro ora parlerà lui, raccontando defitivamente le sue verità.
g.d.p.

24 ottobre 2002 - FIGLIO CALVI SU FINANZIAMENTI A BERLUSCONI
"Liberazione"
Vent'anni di veleni accompagnano la storia del "banchiere di Dio". L'ultima rivelazione porta la firma del figlio Carlo: "Nel '76 mio padre mi disse: "Finanzieremo le tv di Berlusconi"" Calvi e quel mattone rosso...
Michele Gambino
Un mattone rosso nascosto per vent'anni in una cassetta di sicurezza intestata al banchiere Roberto Calvi. Un vecchio pentito che ricorda la volta in cui volò da Trapani a Roma per portare dieci miliardi della mafia allo stesso Calvi e al suo compagno d'affari inconfessabili, il vescovo americano Paul Marcinkus. Un magistrato dall'aria da sgobbone e dalla volontà di ferro, Luca Tescaroli, cui tocca rimettere mani nell'affare Ambrosiano, un inesauribile vespaio che invece di miele distilla da vent'anni assortiti veleni.
L'ultimo di questi veleni - ha rivelato L'Espresso - porta la firma del figlio del "banchiere di Dio". Stimolato dalla scoperta del mattone - forse un simbolo massonico, forse un messaggio per qualcuno - Carlo Calvi ha tirato fuori il rospo che gli ostruiva il gozzo da vent'anni almeno. Lo ha fatto ricordando un giorno di dicembre del 1976 trascorso nella lontana e tiepida Nassau, cittadina delle Bahamas, insieme al padre e a vecchi amici, con Marcinkus, che cantava "Arrivederci Roma". Ricorda Carlo che ad un certo punto, dopo il barbecue sul prato, il padre lo prese da parte e gli regalò una confidenza: "Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi".
Rivelazione tardiva, da prendere con le pinze e da calare nel contesto del brutto calderone che furono gli anni '80. Anni dominati dallo strapotere della loggia massonica P2 in politica e nella finanza, e segnati in parallelo dal saldarsi degli affari della mafia con le attività legali dei colletti bianchi del nord Italia.
Un passo indietro
E quindi, prima di scendere nel dettaglio delle parole di Carlo Calvi, bisogna brevemente disegnare il quadro. Partendo da Michele Sindona, il bancarottiere siciliano che creò un impero e rovinò nella polvere, prima rinchiuso in un carcere americano e poi avvelenato da un caffè alla stricnina nel carcere di Voghera. E' da lui che Calvi ha ereditato molti scomodi ruoli. Tra gli altri, quello di banchiere privilegiato del Vaticano e di finanziatore dissennato di molteplici affari, magari sconclusionati, ma graditi ai politici di riferimento, socialisti e democristiani. Ma soprattutto, Calvi si è preso sulle spalle il ruolo più delicato di Sindona: riciclatore e investitore dei miliardi dei boss mafiosi, i Bontate e gli Inzerillo. Forse non è nemmeno una scelta, ma un obbligo imposto attraverso i canali massonici. Sia Sindona sia Calvi sono iscritti alla P2, un potente esercito di tarme con un progetto politico cui la mafia partecipa con un posto in prima fila: svuotare il fragile armadio della democrazia italiana rosicchiandolo dal di dentro, per imporre un golpe strisciante, silenzioso e indolore, attraverso il controllo delle forze armate, della magistratura, della finanza, dell'informazione.
Questo progetto può funzionare solo a patto che rimanga assolutamente segreto ai più. Per questo è un colpo quasi mortale la scoperta delle liste della P2 nella villa aretina di Licio Gelli, nel 1981. I magistrati milanesi Colombo e Turone arrivano al capo della fratellanza segreta proprio indagando sugli affari di Sindona. E probabilmente comincia da lì, dalla messa a nudo di una parte degli uomini e degli affari piduisti, il declino di Roberto Calvi. Lui e il faccendiere Flavio Carboni sono la volpe e il gatto cui la mafia ha affidato le sue monete d'oro, aspettandosi di vederle moltiplicare. Però la ragnatela piduista si è strappata, e Calvi non sa più che fare. Prima tenta di ricattare il Vaticano, l'altro suo grande cliente, poi tenta una ridicola fuga. Ridicola perché, sostengono i magistrati, il gatto Carboni nel frattempo è passato dalla parte del pinocchio mafioso, e conduce Calvi passo per passo fino al ponte dei frati neri di Londra. Qui lo aspettano i carnefici, qui finirà la favola dell'uomo che volle farsi re della Finanza italiana.
Scrive il gip Mario Almerighi nell'ordinanza di custodia cautelare contro il boss Pippo Calò e Flavio Carboni, eterni indagati per il suicidio simulato del banchiere: "Non vi è dubbio che qualora fosse stato consentito a Calvi di utilizzare i documenti in suo possesso, ne avrebbero subito gravissime conseguenze tutti quei centri di potere innanzi tutto di crimine organizzato eppoi politico, massonico e finanziario, che si erano serviti di lui per il compimento di tutte quelle illecite operazioni che avevano nell'attività di Calvi uno snodo fondamentale".
Vicende note...
Possono esservi, tra gli affari di Calvi, anche quelli dell'attuale presidente del Consiglio, come farebbe pensare la tardiva rivelazione del figlio del banchiere? La domanda è scivolosa, e toccherà al pm romano Tescaroli e alla sua collega Maria Monteleone provare o negare la consistenza di questa ipotesi.
Fino ad oggi, il punto di contatto visibile tra Silvio Berlusconi e Roberto Calvi è stato Flavio Carboni, il maneggiatore d'affari sardo-romano. Lui è l'uomo cui Calvi si affida nell'ultima fase della sua avventura, lui è anche il socio d'affari del Cavaliere di Arcore negli affari edilizi in Sardegna. In entrambi i rapporti, Carboni si porta dietro l'ombra lunga dei suoi soci occulti di riferimento, il mafioso Pippo Calò e il capo della Banda della Magliana, Danilo Abbruciati.
Carboni introduce i suoi amici mafiosi nei giochi d'alta finanza del banco Ambrosiano. E sempre Carboni, crea un giro di società impegnate in attività edilizie in Sardegna dove gli interessi di Calò e Abbruciati e quelli del gruppo Berlusconi si toccano pericolosamente, tra imprese edilizi, compravendita di ville e strani giri di cambiali, al punto che nel giro della malavita lo spericolato immobiliarista sardo e l'imprenditore milanese dal sorriso scintillante sono una sola cosa: "Di Berlusconi mi hanno parlato sia l'Abbruciati che il Turatello - ha raccontato ai magistrati il boss della Magliana Antonio Mancini - L'Abbruciati in particolare...mi disse che Carboni e Berlusconi si conoscevano più che bene e, testualmente, "che l'unica differenza tra Carboni e Berlusconi era che il primo si metteva il parrucchino e il secondo no"".
Sono storie note, come noto è il nome dell'uomo che per conto di Berlusconi si occupa di queste faccende: è Romano Comincioli, fidato compagno del Cavaliere fin dai tempi della scuola, poi latitante per un giro di fatture false, infine approdato in Parlamento nel gruppo dei sodali del Cavaliere.
... e meno note
Meno note sono le tracce dei rapporti Berlusconi-Calvi nelle imprese sarde del cavaliere. A parlarne davanti alla Commissione P2 in tempi non sospetti, fu il segretario e consigliere di Carboni, Emilio Pellicani: "Credo che in uno degli ultimi incontri (prima dell'arresto del faccendiere, ndr), Carboni avesse offerto a Berlusconi 15 o 16 miliardi, dicendo che sarebbero stati finanziati dal presidente del Banco Ambrosiano per acquisire tutta l'operazione Olbia 2".
Secondo un altro grande rimestatore dei misteri italiani, Francesco Pazienza, Carboni usò i suoi rapporti con Berlusconi per accreditarsi presso Calvi. Alla commissione P2 Pazienza raccontò un episodio di cui fu testimone: "Un giorno, prima che Calvi arrivasse in Sardegna, Carboni venne con il braccio destro di Berlusconi (probabilmente il solito Comincioli, ndr) il quale mi disse che, una volta arrivato Calvi, Berlusconi sarebbe potuto venire immediatamente in Sardegna".
Lo stesso Carboni sosteneva di essere interessato, non sappiamo se per conto dei suoi referenti mafiosi, alle attività televisive di Berlusconi. A riferirlo ai giudici fu un grande amico sardo di Berlusconi, l'attuale ministro della difesa Giuseppe Pisanu: "Il Carboni - raccontò Pisanu - si diceva congiuntamente interessato alle televisioni private in Sardegna. Ciò nell'ottica di un inserimento nella regione del circuito televisivo "Canale 5", facente capo al signor Silvio Berlusconi di Milano...Lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda, Videolina".
Tv e non solo
Secondo l'imprenditore della camorra Alvaro Giardili, interrogato nel 1983, il rapporto Berlusconi-Calvi non era circoscritto alle vicende sarde. Giardili racconta di essersi rivolto al presidente dell'Ambrosiano per consigli su come "aggiustare" un processo a suo carico in corso a Milano: "Calvi mi disse di contattare Berlusconi, quello delle televisioni private, che era molto ammanicato con i giudici di Milano". Giardili non si riferisce ovviamente ai magistrati dell'attuale pool, ma ad altri, di diverso stampo.
Prima delle dichiarazioni di Carlo Calvi, il riferimento più preciso a finanziamenti del Banco Ambrosiano a Berlusconi era contenuto in uno degli appunti sequestrati al colonnello Cogliandro, un ex ufficiale del Sismi depositario di una sorta di schedatura non ufficiale di personaggi e intrighi italiani: "Secondo ex piduisti e piduisti ancora fedeli a Gelli - scriveva Cogliandro in un appunto sequestrato nel 1996 - la sparizione di 19mila miliardi volatilizzatisi nel bailamme delle centinaia di società finanziarie di Sindona intersecatisi in seguito con quelle di Calvi, sarebbero finiti, grazie a vertici cosiddetti mafiosi, nel giro del crimine organizzato per il traffico della droga; giro che interesserebbe particolarmente la Colombia e gli Stati Uniti. Di questa notizia non ufficiale sarebbero al corrente De Mita, Andreotti, e Piccoli...Per tutti - a sentire elementi di Piazza del Gesù (allora sede della Dc, ndr) l'affare scotta maledettamente, e sono in molti ad avere paura. Tra questi, lo stesso Berlusconi, al quale sarebbero giunti, qualche anno fa, tramite Flavio Carboni, (intimo di De Mita, più che di Craxi), ingenti somme".
Difficile cogliere nelle "informative" di un personaggio come Cogliandro la differenza tra perle e spazzatura. Di sicuro sui rapporti tra il banchiere e il cavaliere c'è solo quanto ammesso dallo stesso Berlusconi nel corso degli anni: numerosi abboccamenti per l'acquisto di "Tv Sorrisi e Canzoni", di cui l'Ambrosiano deteneva il pacchetto di maggioranza. Una trattativa conclusa solo nel 1983, dopo il crack dell'Ambrosiano e la morte di Calvi.
Per il resto, si può solo notare la notevole somiglianza tra i due personaggi di cui ci occupiamo: partiti da nulla, e segnati da una tenace volontà d'emergere e primeggiare nei rispettivi campi. Abili nel nascondere i loro affari dentro impenetrabili scatole cinesi e nel costruire una miriade di società nei paradisi fiscali di mezzo mondo. Entrambi iscritti alla potente loggia massonica dell'Italia sotterranea, entrambi inseguiti dall'infamante sospetto di aver stretto rapporti con gli ambienti della criminalità organizzata.
Ombre, cui oggi si sommano le rivelazioni da verificare di Carlo Calvi sui finanziamenti del padre alle "attività televisive" di Berlusconi. Ombre che non hanno fermato e nemmeno rallentato la straordinaria carriera imprenditoriale e politica del Cavaliere. Ma che continueranno a seguirlo come fantasmi fin quando lui stesso non si deciderà a rispondere alla domanda di chi non si accontenta delle miracolistiche spiegazioni contenute nella sua "Storia italiana": Cavalier Berlusconi, da dove vengono i soldi che hanno permesso al figlio di un funzionario di banca milanese di diventare prima il re del mattone, e poi il padrone della televisione commerciale?

24 ottobre 2002 - CALVI: I RISULTATI DELLA PERIZIA SECONDO L' ADN-KRONOS
da "Dagospia"
I PERITI DEL TRIBUNALE DI ROMA: CALVI FU UCCISO E POI 'SUICIDATO'. ASSASSINATO IN UNA DISCARICA A 100 METRI DAL PONTE DEI FRATI NERI...
Fonte Adnkronos
Roberto Calvi fu 'suicidato'. Il presidente del Banco Ambrosiano sarebbe stato prima assassinato in un cantiere discarica situato sulla sponda del Tamigi distante circa cento metri ad Est del ponte londinese. Quindi il suo corpo, gia' privo di vita, sarebbe stato condotto sotto il Blackfriars Bridge, dove fu inscenato il falso suicidio. Sono queste le conclusioni cui giungono i periti incaricati dal Tribunale di Roma di effettuare analisi specifiche sul corpo riesumato del banchiere per stabilire le effettive cause della sua morte. La perizia, disposta dal giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini nel 1998, nell'ambito del procedimento pendente a carico di Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Pippo Calo', e' stata affidata al collegio di esperti composto dai professori Brinkmann, dell'Universita' di Munster, Luigi Capasso, specialista di Antropologia fisica all'Universita' di Chieti, e Antonella Lopez, docente di chimica all'Universita' 'La Sapienza' di Roma. Oltre agli esami anatomici sui resti di Calvi, le analisi si sono concentrate sui reperti relativi alle indagini svolte dalla polizia londinese sulla morte del banchiere, conservati presso i loro archivi, e sui bagagli del finanziere in custodia all'istituto di Medicina Legale dell'Universita' 'La Sapienza' di Roma.
NON CI SONO LESIONI OSSEE SUL COLLO DEL BANCHIERE 'IMPICCATO'
Dalle analisi radiografiche sul cadavere di Calvi, risultano assenti lesioni ossee nel tratto cervicale, il che, secondo il collegio peritale, sarebbe in contrasto con alcuni dati relativi alle circostanze dell'impiccamento. Dalle testimonianze acquisite agli atti, emerge infatti che la lunghezza della corda avrebbe consentito al corpo uno sbalzo di un metro e mezzo. Un contraccolpo che certamente, secondo gli esperti, avrebbe procurato lesioni del collo visto che il corpo di Calvi, nelle circostanze della morte, aveva un peso di circa 90 chili, comprese le pietre nelle tasche del vestito. Inoltre, il fatto che manchino tracce di fuoriuscita di aria dall'albero respiratorio dimostrerebbe che la lesione sul collo nella parte corrispondente alla tiroide si verifico' quando Calvi era gia' morto.
LE MANI NON TOCCARONO I MATTONI TROVATI IN TASCA
Dalle analisi micromorfologiche, microchimiche e di distribuzione topografica delle lesioni delle unghie, e da quelle dei reperti lapidei, i periti concludono che le mani di Roberto Calvi non toccarono direttamente nessuno dei mattoni che furono poi trovati nelle tasche del vestito. Non solo. Le analisi dell'impalcatura che si trovava sotto il ponte dei Frati Neri quando il banchiere e' morto, dimostrano che egli non tocco' nessuna parte di questa struttura alla quale il suo cadavere e' stato trovato sospeso. Le mani del presidente dell'Ambrosiano, prima della morte, sono state coinvolte passivamente in movimenti bruschi, ripetuti e violenti che si sarebbero svolti in un contesto ambientale diverso da quello nel quale e' stato trovato il cadavere. Questo ambiente, essendo caratterizzato dalla presenza di sostanze generalmente usate nell'edilizia, potrebbe quindi corrispondere, secondo i periti nominati dal giudice Lupacchini, alla discarica edile situata a cento metri dal Blackfriars Bridge.
LA MORTE AVVENUTA CIRCA UN'ORA PRIMA DEL RITROVAMENTO
Le unghie delle mani di Roberto Calvi, quindi, secondo lo studio dei periti, erano perfettamente curate e le operazioni dell'ultimo manicure erano state condotte probabilmente qualche giorno prima della morte. Inoltre, la presenza di alcuni solchi dimostrerebbe che le mani di Calvi sono state coinvolte in attivita' non confacenti al soggetto, cio' in contrasto con la perfezione che aveva caratterizzato la cura e l'attenzione verso i margini liberi fino a prima della morte. Sul quando queste lesioni si siano verificate, i periti propendono per poco piu' di un'ora prima del ritrovamento, in quanto le laminette sollevate durante l'azione che ha determinato i singoli solchi sulle unghie, dimostra che i solchi stessi non sono stati poi soggetti all'abrasione ed alle usure legate alla normale manualita' quotidiana.
NON TOCCO' L'IMPALCATURA SOTTO LE CAMPATE DEL PONTE
E' da escludere, poi, sempre secondo gli esperti, che l'impalcatura abbia potuto determinare le lesioni sul dorso delle mani, sia per l'assenza di elementi chimici sia per la posizione che il cadavere aveva rispetto all'impalcatura stessa: infatti, le mani ed i polsi si trovavano ben al di sopra e all'interno della piu' vicina sbarra orizzontale della struttura. Il fatto che Calvi, secondo le prime ricostruzioni, avesse raccolto le pietre e se le fosse messe in tasca prima di uccidersi, avrebbe certamente comportato impatti sulle unghie, dei quali, pero', si osserva, non vi e' alcuna traccia
IL CORPO FU TRASPORTATO DOPO LA MORTE SOTTO IL BLACKFRIARS BRIDGE
Tutto questo tenderebbe a dimostrare che le lesioni non sono avvenute per azioni volontarie, e meno che mai per azioni collegate alla manipolazione di pietre, visto che il banchiere avrebbe comunque dovuto raccoglierle e quindi infilarle nelle tasche dei pantaloni. Allo scopo di chiarire la natura dei corpi duri che produssero le lesioni, i periti hanno preso in considerazione i dati relativi alla fisica e alla chimica degli oggetti. E' stata quindi riscontrata la presenza di materiale eterogeneo con il quale le mani di Calvi sono venute in contatto. Tra l'altro il magnesio , presente nelle pietre verdi, o serpentine, utilizzate come pietre ornamentali nell'edilizia. Scarsa, invece, e' risultata la presenza di ferro tanto da indurre il collegio peritale ad escludere che Calvi abbia raggiunto il luogo dell'impiccagione aggrappandosi ai tubolari dell'impalcatura presente sotto le campate del ponte dei Frati Neri.
I MATTONI RACCOLTI NELLO STESSO CANTIERE DOVE VENNE UCCISO
La struttura allestita sotto il Blackfriars Bridge, fotografata dalla polizia londinese immediatamente dopo la morte del banchiere, risulta infatti -secondo gli esperti- visibilmente arrugginita, con superfici abbondantemente ricoperte di ossidi di Ferro, i quali, tra l'altro, sono facilmente distaccabili ed avrebbero certamente lasciato traccia sulle unghie di Calvi. L'analisi della struttura effettuata dal prof. Brinkmann, ha confermato inoltre una elevata presenza di ferro e di numerose vernici analizzate dal punto di vista chimico che dimostrano anche presenza di piombo, titanio ed alluminio. Sostanze cosi' rare nell'ambiente che sarebbero state facilmente identificate se presenti nei solchi profondi sulle unghie di Calvi. Ne' e' stata riscontrata la presenza di silicio e calcio presente nei mattoni che si trovavano nelle tasche del banchiere. I mattoni, rileva la perizia, sarebbero stati raccolti in un cantiere accessibile tanto dal marciapiedi lungofiume quanto dalle acque del Tamigi.
(Nota della redazione dell' Almanacco dei misteri d' Italia: segnaliamo che i risultati della perizia erano gia' stati 'anticipati' il 17 aprile da un articolo del Corriere della Sera e poi ribaditi dal figlio di Calvi in un' intervista al Messaggero, il 29 settembre ).

25 ottobre 2002 - NUOVE RIVELAZIONI SU RAPPORTI CALVI CON FININVEST
"L' Espresso"
AMBROSIANO/ NUOVE RIVELAZIONI SUI RAPPORTI CON FINIVEST
Calvi e il Cavaliere
In un incontro alle Bahamas il banchiere di Dio, racconta oggi suo figlio Carlo, gli disse che avrebbe finanziato le tv di Berlusconi. Così si apre un nuovo capitolo
di Franco Giustolisi, Peter Gomez e Leo Sisti
Bahamas, dicembre 1976. È inverno, in Italia fa un freddo cane, ma a Nassau il clima è piacevole, ed è rilassante passeggiare e andar per mare. A North Point, una quindicina di chilometri dalla capitale dell'isola caraibica, è festa grande. Nella sua lussuosa villa Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, riceve amici e collaboratori, approfittando della riunione di un consiglio di amministrazione in trasferta da Milano. Dirigenti bancari che bevono, chiacchierano, girano da una stanza all'altra, si divertono. Con l'aria scanzonata che lo distingue, l'atletico vescovo americano Paul Casimir Marcinkus, banchiere del Vaticano e alleato del Banco Ambrosiano, intona con il suo vocione "Arrivederci Roma". A un certo punto Calvi si stacca dal gruppo, e, bicchiere in mano, prende sottobraccio il figlio Carlo, allora poco più che ventenne, sussurrandogli: "Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi".
Parte di qui, da questa rivelazione di Carlo Calvi sui rapporti tra il Banco Ambrosiano e la Fininvest, l'ultima puntata dell'inchiesta sulla morte del Banchiere di Dio, oggi perfino arricchita dalla scoperta di una misteriosa cassetta di sicurezza rimasta nascosta per 20 anni (vedere scheda). I sostituti procuratori di Roma Luca Tescaroli e Maria Monteleone ne sono sempre più convinti: come raccontano una dozzina di pentiti, Roberto Calvi è stato ucciso dalla mafia nel 1982 per non aver restituito centinaia di miliardi a lui affidati e spariti in una bancarotta da oltre 1.100 miliardi di lire. E mentre si allunga la lista degli indagati che finora aveva visto coinvolti ufficialmente solo il cassiere di Cosa Nostra, Pippo Calò, e il faccendiere Flavio Carboni, la Procura ha deciso di ricostruire i flussi finanziari tra l'Ambrosiano e i suoi clienti. Nel mirino sono così finiti anche i legami con la Fininvest, e in particolare gli investimenti che nei primi anni Ottanta avrebbero dovuto essere fatti in Sardegna da Carboni, Berlusconi e da Romano Comincioli, ex compagno di classe del Cavaliere, e attuale parlamentare di Forza Italia.
Non a caso tutta la parte finale delle 12 ore dei tre interrogatori sostenuti da Carlo Calvi da mercoledì 25 a venerdì 27 settembre riguarda il presidente del Consiglio, la sua iscrizione alla P2 e gli affari conclusi con i fratelli di loggia: a partire da quelli seguiti da Alberto Ferrari, l'ex direttore generale della Banca nazionale del lavoro, l'istituto di credito che con due fiduciarie "copriva" Berlusconi nella reale proprietà della Fininvest. Secondo Carlo Calvi, "nella seconda metà degli anni Settanta la Bnl, a quell'epoca controllata dalla P2, prestava soldi all'Ambrosiano di mio padre allora in crisi, e, in cambio, indicava a chi dovevano finire i soldi. Insomma, il Banco fungeva da schermo per nascondere amici, soprattutto socialisti, di Alberto Ferrari, anche lui assiduo frequentatore della nostra villa a Nassau".
Ma non basta. Uno dei capitoli che interessano i magistrati è quello che riguarda le iniziative immobiliari in Sardegna dove Berlusconi voleva costruire una città satellite chiamata Olbia 2. Regista dell'intera operazione è Flavio Carboni, cioè l'uomo che ha accompagnato Calvi nel suo ultimo tragico viaggio verso il ponte dei Frati Neri di Londra, e che fin dal 1997 è accusato con Calò di concorso in omicidio. Nei primi anni Settanta, Carboni è un immobiliarista ricco d'inventiva ma povero di capitali. A Roma entra in contatto con gli uomini della banda della Magliana, che a quell'epoca prendevano ordini dal boss di Cosa Nostra Pippo Calò. Così, quando si tratta di affrontare le operazioni di sviluppo nella zona di Olbia-Porto Rotondo, Carboni chiede soldi in prestito agli amici della malavita. Nella seconda metà degli anni Settanta, il faccendiere acquista una serie di società proprietarie di ettari su ettari di terreno per poi cederle a diversi gruppi imprenditoriali. Entrano a quel punto in scena i siciliani, che si accodano ai costruttori mafiosi Luigi Faldetta e Gaspare Bellino, amico di Vittorio Mangano, l'ex fattore di Berlusconi nella Villa di Arcore. Il clan si muove usando i soldi della banda della Magliana, di Calò e dell'ex capomafia di Caccamo Lorenzo Di Gesù.
Parallelamente anche Silvio Berlusconi acquista aree in Sardegna da Carboni, tramite le società Poderada, amministrata da Comincioli e Su Ratale, gestita dallo storico prestanome Walter Donati. E si interessa alle sorti della Prato Verde, un'immobiliare finanziata con 7 miliardi (50 di oggi) dal Banco Ambrosiano, per qualche tempo amministrata dallo stesso Comincioli, e poi fallita. Tra Carboni e Berlusconi viene stipulato un accordo (definito "verbale" dal Cavaliere nel corso di un interrogatorio degli anni Ottanta) che prevede di arrivare "fino ad una partecipazione massima del 45 per cento" nelle attività di sviluppo immobiliare della Sardegna. L'affare però, almeno ufficialmente, non si concretizza.
Nel 1981, dopo l'apertura dei primi cantieri tutto sembra saltare. Carboni naviga in cattive acque. Deve restituire del denaro ad altri imprenditori nel frattempo entrati nel business, ma non lo trova. Due di loro vengono risarciti con 330 milioni di cambiali firmate da Comincioli. I titoli però vengono protestati. Carboni a quel punto li ritira e li sostituisce con assegni circolari del Banco Ambrosiano.
Il flusso di denaro è singolare e, secondo gli investigatori, va letto nel quadro delle iniziative sarde di Carboni. Proprio per questo, nelle scorse settimane, la procura di Roma ha interrogato il pentito Salvatore Lanzalaco, un ingegnere delle Madonie che per anni si è occupato d'investire il denaro della cosca di Caccamo. Lanzalaco, che per qualche tempo è stato anche membro della segreteria di Salvatore Cardinale (poi ministro delle Poste nel governo D'Alema), ha spiegato di essersi occupato degli investimenti in Sardegna per conto di Cosa Nostra. E ha aggiunto di essere andato personalmente nell'isola assieme a Flavio Carboni. Le sue parole hanno già trovato un primo significativo riscontro: sono state ritrovate le ricevute dei pagamenti effettuati con carta di credito per l'affitto delle auto usate durante il viaggio.
Sempre per chiarire quali capitali siano entrati nelle casse di Carboni e dell'Ambrosiano, verrà sentito anche il neocollaboratore di giustizia Nino Giuffrè. Il boss non è stato solo il braccio destro di Bernardo Provenzano. Giuffrè, sia pure a partire dal 1987, è stato anche il capomandamento della cosca di Caccamo, quella di cui facevano parte Di Gesù e Faldetta. Le sue parole sono insomma importanti per confermare le dichiarazioni di un altro pentito, l'ex braccio destro di Di Gesù, Salvatore Barbagallo.
Racconta il collaboratore: "Faldetta è un uomo d'onore che aveva realizzato assieme a Calò, Flavio Carboni, Lorenzo Di Gesù ed Ernesto Diotallevi (banda della Magliana) una serie di residence in Sardegna, e precisamente a Porto Rotondo, Golfo degli Aranci, Coda Volpe e Punta Nuraghe. Questi residence erano stati venduti tutti e la loro amministrazione era stata affidata a un consorzio originariamente gestito da Carboni... Carboni nel 1983 ha avuto uno scontro con Pippo Calò. Ricordo di aver visto che Calò aveva sbattuto per ben tre volte al muro Carboni gridandogli cretino... In seguito Di Gesù mi disse che si era discusso delle solite questioni di ammanchi di soldi imputabili a Carboni".
È possibile che Calvi, tramite Carboni, sia entrato in rapporto con la criminalità organizzata? Qualche indizio c'è. Il pentito di mafia Vincenzo Calcara sostiene di aver personalmente consegnato a Calvi e Marcinkus dieci miliardi di lire di proprietà di Ciccio Messina Denaro, l'ex capomafia di Castelvetrano, storico fattore della famiglia dell'attuale sottosegretario agli Interni Antonio D'Alì. Mentre dai vecchi rapporti di polizia emerge la storia di una relazione tra Roberto Calvi e la bellissima brasiliana Neyde Toscano, donna del boss della banda della Magliana Danilo Abbruciati. Neyde, fuggita dal nostro Paese negli anni Ottanta, è sorella di Lilliam Toscano la moglie del capoclan camorrista Nunzio Guida.
Questo complicato puzzle porta a rafforzare negli investigatori una vecchia ipotesi: quella che vede il Banchiere di Dio non ucciso direttamente da Cosa Nostra, ma dai napoletani che in quel periodo si muovevano di concerto con la mafia siciliana. Inizialmente, infatti, l'omicidio avrebbe dovuto essere eseguito dal boss di Altofonte Francesco Di Carlo, a quell'epoca residente a Londra. Ma visto che Di Carlo si era assentato per qualche settimana, Calò, stando al racconto di una serie di collaboratori di giustizia campani, chiese ai suoi soci camorristi di entrare in azione. E così a strangolare materialmente Roberto Calvi, il banchiere che aveva tentato di fregare la mafia, sarebbe stato Vincenzo Casillo. Ma Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo, pochi mesi dopo la tragedia del ponte dei Frati Neri è morto in un attentato dinamitardo. E anche i suoi segreti sono finiti in una tomba.

26 ottobre 2002 - CASO CALVI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
L'INCHIESTA
Parla Gelli: serve una nuova perizia sui conti di Calvi
ROMA - Puntano sugli arresti di sette esponenti del Gotha finanziario italiano nel maggio dell'81 le indagini per stabilire i motivi che potrebbero essere alla base della morte di Roberto Calvi. Nella cassetta di sicurezza della banca di Milano intestata alla madre del "Banchiere di Dio", scoperta pochi giorni fa, c'era un mattone avvolto in una copia del Corriere della Sera del 29 maggio di quell'anno in cui si parlava, appunto, dell'indagine che aveva portato in carcere, oltre a Calvi, il presidente della Invest Carlo Bonomi e manager di spicco del mondo economico. Nel giornale si parlava anche dello scandalo della P2 e del ritrovamento di importanti documenti di Licio Gelli, che inizialmente era indagato nell'inchiesta per omicidio della Procura di Roma avviata dopo il ritrovamento del corpo di Calvi sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, il 18 giugno dell'82. I magistrati della Capitale vogliono adesso accertare il motivo per cui nella cassetta di sicurezza è stata lasciata proprio la copia del Corriere del 29 maggio. E per questo stanno verificando le carte sulla gestione del vecchio Banco Ambrosiano. Intanto da Villa Wanda, ad Arezzo, dove è agli arresti domiciliari, torna a farsi sentire Gelli: "Solo una perizia contabile - ha detto l'ex capo della P2 - potrà dire tutta la verità sul mistero del Banco Ambrosiano e sulla morte di Calvi". Che secondo i periti è stato ucciso.

"Il Messaggero"
L'inchiesta sulla morte di Calvi: le chiavi della cassetta trovate a casa del fratello
di MARIO MENGHETTI
ROMA - Omicidio Calvi, la Procura di Roma punta sulla perizia contabile di tutti i documenti sequestrati in questi anni. Compresi quelli trovati nella cassetta di sicurezza appartenente al banchiere e scoperta dai magistrati alcune settimane fa nel caveau del Nuovo Banco Ambrosiano, a Milano. E proprio per dare il via a questa analisi documentale i due pm romani titolari dell'inchiesta su Calvi, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, hanno già nominato due periti d'eccellenza, Francesco Giuffrida e Vittorio Maugeri.
Dovranno analizzare anche una serie di lettere e di varia documentazione trovata e sequestrata dagli investigatori nell'abitazione del fratello di Roberto Calvi, Leone, a Tremenico (Lecco), durante una recente perquisizione. Dove gli stessi 007 hanno rinvenuto proprio le chiavi della cassetta di sicurezza del banchiere. Argomento, questo, su cui Leone Calvi sembra essere apparso molto contraddittorio nelle sue spiegazioni ai magistrati. In un primo momento, infatti, l'uomo avrebbe affermato che non ricordava neanche più di avere quelle chiavi, che quella cassetta apparteneva al fratello e non era mai stata più aperta dopo la sua morte. Successivamente ha poi aggiunto che insieme alla madre, poi deceduta, aveva prelevato dalla stessa dei gioielli. Subito dopo la morte di Roberto.
Gli investigatori e gli stessi magistrati sembrano più propensi a credere che, insieme ai preziosi, Leone Calvi abbia prelevato anche numerosi documenti scottanti. Magari parte degli stessi che sono stati ritrovati alcune settimane fa nella sua casa in provincia di Lecco. Fra le ipotesi, anche quella che sia stato proprio Leone a mettere poi nella cassetta di sicurezza il mattone, avvolto nelle pagine del quotidiano nazionale (Il Corriere della Sera del 29 maggio '81) in cui sono evidenziate notizie sul banchiere siciliano Michele Sindona e articoli sull'apertura di un processo per esportazione di valuta in cui è coinvolto Roberto Calvi e il sequestro di documenti in casa di Gelli. Un aiuto, su chi ha maneggiato mattone e giornale, potrà venire ai magistrati dagli accertamenti delle impronte digitali sui due reperti e sulla stessa cassetta di sicurezza.
Nel frattempo anche Licio Gelli, dalla sua villa Wanda ad Arezzo, dove sta scontando la condanna a 8 anni per il crack del Banco Ambrosiano, sottolinea che "solo una perizia contabile potrà dire tutta la verità sulla morte di Roberto Calvi". Gelli si dice concorde con le conclusioni della perizia medico legale, ma aggiunge: "Facciamo ora anche quest'altra perizia. Solo in questo modo verrà fuori la verità e si scopriranno tutte le menzogne che sono state dette su questo caso. Finalmente uscirà la verità dopo vent'anni di misteri". Una perizia contabile, guarda caso, ritenuta molto importante anche dalla magistratura romana.

27 ottobre 2002 - PRESENTAZIONE LIBRO GHERARDO COLOMBO
"La Stampa"
DOMANI SERA AD AOSTA IL MAGISTRATO DI MILANO GHERARDO COLOMBO "Lezioni" di memoria dal pm Presenta il suo libro sulle grandi inchieste
AOSTA
Gherardo Colombo, sostituto procuratore di Milano e fra i magistrati di punta dell´inchiesta "Mani pulite", ritorna in Valle a distanza di qualche mese dalla presentazione del suo libro "Il vizio della memoria" (Feltrinelli editore) alla biblioteca di Pont-Saint-Martin. Domani sera alle 21 sarà il protagonista della serata organizzata nel salone della manifestazioni di Palazzo regionale da Legambiente, Solidarietà Pace e Sviluppo e dal comitato "Più democrazia in Valle d´Aosta". Presenta e modera il dibattito con il pubblico il giornalista de "La Stampa" Enrico Martinet. "Il vizio della memoria" raccoglie venticinque anni di cronaca giudiziaria italiana, dall´epoca dello stragismo fino a "Tangentopoli", passando per l´inchiesta sulla loggia massonica segreta "P2" e al crac del Banco Ambrosiano. Vi sono anche pagine autobiografiche, in cui Gherardo Colombo racconta le sue esperienze come studente e come giovane collega di grandi magistrati. Molti gli aneddoti legati alla sua giovinezza e alla sua scelta di fare il magistrato. Il pm lascia spazio anche a ragionamenti di etica e a insegnamenti di educazione civica, laddove spiega il perché sia devastante per la democrazia, la vita sociale e i conti economici il sistema delle tangenti: reati che se non vengono scoperti portano anche alla rovina economica un paese. Gherardo Colombo offre poi uno spaccato sulla propria esperienza come consulente della commissione parlamentare d´inchiesta sul terrorismo in Italia dal 1989 al 1992 e di quella sul fenomeno mafioso fino al 1993.

29 ottobre 2002 - JANNUZZI LASCIA IL VELINO E DENUNCIA
"Il Corriere della sera"
VeLino, Jannuzzi lascia e denuncia l'amministratore
Con un secco comunicato emesso ieri da Parigi il senatore forzista Lino Jannuzzi ha lasciato la direzione dell'agenzia di stampa Il VeLino . E ha incaricato i suoi legali di denunciare l'amministratore Stefano De Andreis per truffa, estorsione, millantato credito, falso in bilancio ed evasione fiscale. Dietro il clamoroso gesto c'è una storia di contrasti nella compagine azionaria che controlla l'agenzia. Fondata nel '98 da De Andreis e Roberto Chiodi - proprietari anche della società di pubbliche relazioni Planmax - l'agenzia era stata diretta sin dal debutto da Jannuzzi, che aveva anche il 10% delle quote. Nel corso del 2002 la maggioranza del VeLino era passata di mano: a comprare, tramite una finanziaria lussemburghese, erano stati gli immobiliaristi Francesco Bellavista Caltagirone e Simone Chiarella. A De Andreis era rimasta una quota di minoranza nella società estera. I nuovi padroni avrebbero dovuto ricapitalizzare l'agenzia entro giugno ma non l'hanno fatto e, a quanto si sa, sarebbe stato De Andreis a coprire le spese di gestione di questi mesi. Un successivo litigio tra il vecchio proprietario e Chiarella ha creato i presupposti di una crisi che si è protratta fino ai giorni scorsi.
Con un improvviso ribaltamento delle alleanze, Caltagirone Bellavista ha venduto le sue azioni della finanziaria lussemburghese a De Andreis, che così è tornato a essere in maggioranza, potendo contare anche su una quota minore posseduta dall'altro fondatore del VeLino , Chiodi. La prima mossa di De Andreis, tornato padrone, è stata quella di annunciare la sostituzione di Jannuzzi - avvicinatosi nel frattempo a Chiarella - nel ruolo di direttore. Ma da Parigi è arrivata la replica (furibonda) del senatore che mira a spostare la querelle in sede giudiziaria.
D.D.V.

5 novembre 2002 - MARIO MUTTI E FREEDOMLAND
"Affari e Finanza"
Giuseppe Turani
Fra i titoli boom di questo ultimo mese c'è certamente Freedomland. E, considerando il fatto che questo è stato in assoluto uno dei titoli più disgraziati del Numtel, viene da chiedersi perché. Dall'inizio di ottobre a oggi è andato su di oltre il 130 per cento. Una performance che, forse, nel mondo nessun altro titolo è riuscito a eguagliare. Ma come mai Freedomland corre così tanto? Perché è finito nelle mani di chi sa come si fanno correre i titoli. Freedomland è stata acquistata, infatti, da un certo Mario Mutti, un toscano proprietario della Tecnosistemi (installazione di centri Edp). Da tempo Mutti cercava di quotare la sua Tecnosistemi, ma l'operazione non è mai riuscita per vari motivi. Allora ha comprato Freedomland, che è quotata al Numtel, e poi gli metterà dentro la sua Tecnosistemi che così arriverà finalmente sul listino.
Mutti è, peraltro, un personaggio molto colorito. Fondatore di Gladio e membro della P2, va in giro dicendo che è il migliore amico del premier (va a capire se è vero, probabilmente no) e cerca di piazzare affari a destra e a sinistra forte di questa (da lui asserita, ma non da altri) amicizia importante.
Negli ultimi tempi Freedomland era andata giù, come il resto dei listini, ma adesso Mutti, che deve avere qualche disegno in testa, ha deciso che il titolo deve strappare verso l'alto. Deve mandare insomma un segnale di vitalità e di forza. E allora avanti, apri il gas e corri via. Per ora siamo al 130 di aumento in venti giorni. Ma non è detto che sia finita. Anche venerdì scorso, giorno di Borsa fiacca e depressa, con i listini di piazza Affari a pezzi, Freedomland ha corso come se avesse il fuoco nelle vene. O come se avesse ricevuto un potente calcio nel sedere da Mutti in persona.

(Nota dell' Almanacco dei misteri d' Italia: il nome di Mutti non risulta in realta' ne' negli elenchi dei 622 gladiatori ufficiali, ne' in quelli dei presunti iscritti alla P2)

14 novembre 2002 - "IL MISTERO CALVI" A "PRIMO PIANO"
ANSA:
Chi e cosa hanno ucciso Calvi? Chi ne aveva favorito prima l'ascesa e poi la rovinosa caduta? 'Il mistero Calvi', alla luce delle piu' recenti novita' che confermano l'uccisione del presidente del Banco Ambrosiano, sara' il tema della puntata di 'Primo Piano', in onda domani alle 22.55 su Raitre. Interverra' Carlo Calvi, figlio del banchiere trovato impiccato, 20 anni fa; Carlo Lucarelli, scrittore; Francesco Licata, inviato de 'La Stampa" e Marco Travaglio.

17 novembre 2002 – PROCESSO PECORELLI: ANDREOTTI E BADALAMENTI CONDANNATI IN APPELLO
ANSA:
(di Claudio Sebastiani)
Il senatore a vita Giulio Andreotti e' il mandante dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola. E' colpevole di quel delitto cosi' come il boss della mafia Gaetano Badalamenti. A sostenerlo e' la Corte d' assise d' appello di Perugia che ha ribaltato, contro tutte le previsioni, la sentenza di primo grado. Una decisione choc, arrivata questa sera dopo quasi 54 ore di camera di consiglio, senza che niente potesse far prevedere quella che e' stata una vera e propria rivoluzione. Al termine di un processo nel quale all' accusa era stata negata la riapertura parziale del dibattimento. Andreotti, Badalamenti, Claudio Vitalone e Giuseppe Calo', ritenuti dall' accusa i mandanti dell' omicidio Pecorelli, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati erano stati infatti tutti assolti in primo grado, il 24 settembre del 1999, per non avere commesso i fatti che venivano loro addebitati. Ora i giudici di secondo grado dicono che invece per almeno due di loro le accuse sono giustificate. Tanto giustificate da meritare una condanna a 24 anni di reclusione per un ex presidente del Consiglio e per un, presunto, boss mafioso. "Colpevoli del delitto previsto dall' articolo 575 del codice penale (cioe' di omicidio - ndr)" legge con calma in aula il presidente della Corte d' assise d' appello, Gabriele Lino Verrina, mentre Giulia Bongiorno, uno dei difensori di Andreotti, crolla sulla sua poltrona prima di correre a telefonare la notizia al "Presidente" con gli occhi arrossati. Una sentenza che accoglie, almeno per Andreotti e Badalamenti, le richieste del pm che aveva sollecitato anche la concessione delle attenuanti generiche considerate "equivalenti alle aggravanti", scongiurando cosi' la condanna all' ergastolo. Cosa ha portato la Corte a riformare parzialmente la sentenza di primo grado lo si leggera' nella sentenza. Il giudice "a latere" Maurizio Muscato avra' comunque 90 giorni per scriverla "considerata la particolare complessita' del caso" e' scritto nel dispositivo. Quello che successo appare comunque gia' ora sufficentemente chiaro. I giudici devono avere creduto alla ricostruzione dell' omicidio Pecorelli fatta da Tommaso Buscetta, a quella confidenza ricevuta proprio da Badalamenti. "Mi disse – ha sempre sostenuto don Masino riferendosi a Badalamenti - che quel delitto lo fecero loro, lui e Stefano Bontate, perche' interessava ad Andreotti". Un omicidio "della mafia" – hanno sostenuto i pm - ma "non di mafia", deciso per eliminare un giornalista considerato "scomodo" per l' ex presidente del Consiglio. Le affermazioni fatte da Buscetta vennero ritenute gia' attendebili dai giudici di primo grado, nei quali pero' si era insinuato il dubbio che non genuine potessero essere le confidenze ricevute. La Corte ritenne infatti che quella di Badalamenti potesse essere una sorta di millanteria per accreditarsi agli occhi di Buscetta. E invece le cose non andarono cosi', ha quasi sicuramente ritenuto il collegio giudicante d' appello. La Corte di secondo grado deve avere creduto alle parole di Buscetta e alle dichiarazioni autoaccusatorie di Badalamenti, ai riscontri forniti dall' accusa, anche per dirlo con certezza sara' necessario attendere le motivazioni delle due condanne. A chi non hanno invece creduto i giudici sono stati invece i pentiti della "banda della Magliana". A Fabiola Moretti e ad Antonio Mancini. Sono loro ad accusare gli altri quattro imputati. Lo fanno pero' non riferendo episodi di loro conoscenza diretta, ma appresi da quelli che erano considerati i boss della "banda della Magliana", Danilo Abbruciati e Renato De Pedis, entrambi morti nel frattempo. Sono Moretti e Mancini a chiamare in causa Vitalone e Calo', a parlare dei killer, di "Angiolino il biondo" identificato poi in La Barbera e di Carminati, estremista della destra romana noto per avere perso un occhio. Ma perche' Andreotti e Badalamenti dovevano voler morto Pecorelli?. Perche' dalle pagine di "Op, Osservatorio politico", il settimanale che dirigeva, poteva svelare fatti e circostanze potenzialmente letali - secondo i pm - per la carriera politica dell' ex presidente del Consiglio. In particolare il giornalista - sempre secondo la ricostruzione accusatoria - era venuto in possesso di parti inedite del memoriale di Aldo Moro attraverso la sua amicizia con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Carte per le quali entrambi sarebbero stati eliminati. Individuare un movente unico e' difficile e la stessa accusa ne ha proposti diversi, dalla vicenda degli "assegni del presidente" allo scandalo Italcasse. Secondo Franco Coppi, un altro dei difensori di Andreotti, nel processo perugino l' accusa nei confronti del suo assistito si era "sgretolata". Cosi' invece non e' stato. Per la Corte d' assise d' appello di Perugia Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti sono da stasera i mandanti dell' omicidio di Carmine, "Mino" per gli amici, Pecorelli.

Mentre il presidente della Corte d' assise d' appello stava leggendo la sentenza per l' omicidio di Mino Pecorelli, l' avvocato Giulia Bongiorno, uno dei legali di Giulio Andreotti, e' crollata sulla sedia. La Bongiorno era accanto al prof. Franco Coppi, un altro dei legali di Andreotti. L' avvocato Bongiorno e' corsa poi fuori dall' aula per telefonare.

"E' una follia non ci sono altre parole per commentare questa sentenza". E' questo il commento dell' avvocato Gioacchino Sbacchi, legale di Giulio Andreotti, alla sentenza della corte d' appello di Perugia che ha parzialmente riformato il giudizio di primo grado per l' omicidio di Mino Pecorelli, condannando a 24 anni il senatore a vita. Sbacchi assiste Andreotti, insieme all' avvocato Franco Coppi, nel processo d' appello in corso a Palermo, che vede imputato l' ex presidente del consiglio per associazione mafiosa.

"Una sentenza sconcertante": questo il primo commento di Franco Coppi, avvocato di Giulio Andreotti, subito dopo la lettura della sentenza d' appello. "Fanno piacere le assoluzioni degli altri imputati – ha continuato Coppi parlando con i cronisti - ed ora aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza che riguarda Andreotti". La sentenza - secondo Coppi - sembra delineare "un delitto con i mandanti, ma senza esecutori. In questo modo la sensazione e' che siano stati ritenuti attendibili i pentiti".

"Il merito della vicenda sara' valutato con la lettura delle motivazioni della sentenza; questa condanna smentisce un luogo comune che si stava diffondendo fra i cittadini: che ci sono due pesi e due misure e che gli imputati considerati potenti dovevano essere sempre e inesorabilmente assolti". Lo afferma Antonio Ingroia, segretario di Md a Palermo e pm del processo al senatore Marcello Dell' Utri. "Credo comunque - aggiunge - che questa sentenza vada accolta in modo molto pacato, contrariamente a come e' stata accolta la notizia dell' assoluzione di questo processo e di quello che si e' svolto a Palermo. In quell' occasione, prima ancora di conoscere le motivazioni della sentenza, c' e' stata una criminalizzazione ingiusta dei pm che avevano sostenuto l' accusa nel processo al senatore, imputato di associazione mafiosa". "Il processo che si e' chiuso a Perugia - osserva il Pm - e' un caso, come quello di Palermo, non ancora definitivo e dove la parola fine verra' posta dalla Cassazione".

Per la gente quello per l' omicidio di Mino Pecorelli e' stato il processo a Giulio Andreotti, ma per la giustizia gli imputati erano sei. Oltre al senatore a vita e a Gaetano Badalamenti, oggi condannati in appello a 24 anni, ecco chi sono gli altri quattro, tutti assolti.
 Claudio Vitalone e' nato a Reggio Calabria il 7 luglio 1936, ma da anni risiede a Roma. Sposato con quattro figli si laurea in giurisprudenza e dal 1961 e' magistrato. E' stato sostituto procuratore presso la procura della Repubblica e la procura generale della capitale. Vitalone comincia a svolgere attivita' politica nel 1952 iscrivendosi ai gruppi giovanili della Dc. Eletto senatore quattro volte, la prima il 3 giugno '79 nel collegio di Tricase, e' ministro del commercio estero nel Governo di Giuliano Amato e presiede varie commissioni, come l'antimafia e quella inquirente per i procedimenti di accusa. Ha svolto l'incarico di sottosegretario agli affari esteri nel sesto e settimo esecutivo guidato da Giulio Andreotti. A livello europeo e' stato coordinatore per l' Italia della lotta alla droga in seno alla Cee. Si e' dimesso da senatore il 6 agosto del 1992.
   In carcere, ma in Italia, Giuseppe Calo' che sta scontando l' ergastolo per la strage del rapido 904. Palermitano, 68 anni,  quello che e' considerato il cassiere della mafia e' accusato di essere stato il capo della famiglia di Porta nuova dopo avere giurato davanti a Tommaso Buscetta. Venne arrestato, nel marzo '85, a Roma dove - secondo i magistrati - era conosciuto come Mario Agliadoro. Sarebbe stato il collegamento tra mafia e criminalita' organizzata.
   A Cosa nostra apparterrebbe anche Michelangelo La Barbera, 56 anni, originario di Palermo. Come Calo' e' sottoposto al 41 bis per l' omicidio del cognato Salvatore Inzerillo.
   Assolto anche Massimo Carminati, nato a Milano 41 anni fa. Accusato di avere fatto parte dell' eversione di destra, dei Nar, sarebbe stato in contatto con la banda della Magliana. Ha perso l' occhio destro in un conflitto a fuoco.

Sono due umbri Alessandro Cannevale e Sergio Matteini Chiari, i pm che hanno sostenuto l' accusa nel processo di secondo grado per l' omicidio di Mino Pecorelli.
   Matteini Chiari, 61 anni, e' nato e cresciuto a Perugia. Entrato in magistratura nel 1967, l' anno successivo ha cominciato la carriera come giudice al tribunale di Belluno. E' quindi passato alla pretura di Gubbio, citta' dove ora vive. Dal 17 gennaio 1996 e' come sostituto alla procura generale presso la corte d' appello di Perugia della quale e' in questo periodo reggente. A breve lascera' pero' il ruolo di pm per assumere l' incarico di presidente di sezione presso la stessa Corte d' appello perugina.
   Alessandro Cannevale, 47 anni, e' invece di origini ternane. Ha cominciato la carriera come pretore di Narni ed e' poi passato alla procura circondariale di Perugia. E' stato quindi trasferito a quella presso il tribunale dove ha fatto parte del pool che ha seguito le inchieste sulla cosiddetta "tangentopoli romana". Ha seguito con Fausto Cardella l' inchiesta sull' omicidio di Mino Pecorelli fin dalle prime battute.
   Calabrese di origini e' invece Gabriele Lino Verrina, il presidente della Corte d' assise d' appello. In passato ha lavorato come giudice a Nuoro e a Spoleto. E' stato quindi pretore di Citta' di Castello prima di approdare alla Corte d' appello di Perugia.
   Giudice "a latere" nel collegio e' stato invece Maurizio Muscato, originario dell' agrigentino. Anche lui ha lavorato come giudice a Spoleto prima di trasferirsi all' ispettorato del ministero della Giustizia dove e' rimasto per cinque anni. Qui l' approdo alla Corte d' appello di Perugia.

Questo il testo della sentenza della Corte d'assise d'appello di Perugia con la quale sono stati condannati a 24 anni di reclusione Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli.
 "In nome del popolo italiano, la Corte di assise di appello di Perugia alla pubblica udienza del 17/11/2002 ha pronunciato la seguente sentenza: visti gli art. 591 e 592 c.p.p. dichiara inammissibile l'impugnazione proposta dall'imputato Claudio Vitalone e lo condanna al pagamento delle spese cui ha dato causa.
   Visti gli art. 539, 542, 592, 605 c.p.p., 28 c.p.
   in parziale riforma della sentenza in data 24/9/1999 della Corte d'assise di Perugia nei confronti di Calo' Giuseppe, Andreotti Giulio, Vitalone Claudio, Carminati Massimo, Badalamenti Gaetano e La Barbera Michelangelo, appellata dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia, delle parti civili Pecorelli Andrea, Pecorelli Rosina e in via incidentale, da Pecorelli Stefano dichiara Badalamenti Gaetano e Andreotti Giulio colpevoli del delitto di cui agli art. 110, 575, 573, n.3 c.p. e, concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alla circostanza aggravante della premeditazione, esclusa la circostanza aggravante di cui all'art. 112, n.1 c.p., condanna ciascuno dei predetti imputati alla pena di anni 24 di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, nonche' al pagamento in solido delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio e di quelle sostenute dalle parti civili che liquida, quanto a Pecorelli Stefano, in euro 24.200, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile assegnando al predetto a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva, euro 100.000, quando a Pecorelli Rosina, per entrambi i gradi di giudizio in euro 42.900, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile, assegnando a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva, euro 50.000 e, quanto a Pecorelli Andrea in euro 24.200, nonche' al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile, assegnando a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva euro 100.000.
   Conferma nel resto l'appellata sentenza nei confronti di Calo' Giuseppe, Vitalone Claudio, Carminati Massimo e La Barbera Michelangelo. Visto l'art. 544, comma 3/o, c.p.p., considerata la particolare complessita' del caso e, conseguentemente della motivazione, assegna il termine di giorni 90 per il deposito della motivazione della sentenza".

Il processo per l' omicidio di Mino Pecorelli e' giunto, con la sentenza di oggi, al termine del suo secondo grado, a 24 anni dall' uccisione del giornalista. Saranno ora i difensori dei due condannati, Andreotti e Badalamenti, a decidere se presentare o meno ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello, anche se l' impugnazione sembra scontata. Potra' altresi' presentare ricorso anche la pubblica accusa. Nel dispositivo della sentenza letto oggi dal presidente della Corte d' Appello di Perugia, Gabriele Lino Verrina, si da' tempo 90 giorni per la stesura delle motivazioni. Dopo la pubblicazione delle motivazioni, con le quali saranno a quel punto noti le ragioni che stanno alla base della sentenza, le parti hanno tempo 30 giorni per presentare ricorso alla corte suprema. Secondo quanto prevede l' art. 606 del codice di procedura penale, tra i motivi per cui si puo' presentare ricorso, "l' inosservanza o erronea applicazione della legge penale o altre norme giuridiche di cui si deve tener conto nell' applicazione della legge penale; mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta; mancanza o manifesta illogicita' della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento". Possono presentare ricorso sia gli imputati condannati, ovviamente per chiedere l' annullamento delle sentenza d' appello, sia il procuratore generale presso la corte d' appello per chiedere nuovamente la condanna di chi in secondo grado e' stato assolto. L' imputato, come previsto dall' art. 607 cpp, "puo' ricorrere in Cassazione contro la sentenza di condanna o di proscioglimento ovvero contro la sentenza inappellabile di non luogo a procedere". Nel caso in cui, passato il periodo di tempo previsto dal codice di procedura penale, nessuno presentera' ricorso in cassazione, allora la sentenza diventera' definitiva e quindi passera' in giudicato. Lo prevede l' art. 648 del codice di procedura penale, che recita: "sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non e' ammessa impugnazione diversa dalla revisione. Se l' impugnazione e' ammessa, la sentenza e' irrevocabile quando e' inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare lì' ordinanza che la dichiara inammissibile". In ogni caso, sia se la sentenza dovesse divenire definitiva per mancanza di ricorso in cassazione, sia se dovesse essere confermata al termine del processo in cassazione dai giudici di Piazza Cavour, il senatore Andreotti, avendo superato i 75 anni (ne ha 83), non potra' mai essere condotto in carcere, ma dovra', eventualmente, scontare la pena in detenzione domiciliare.

Dunque, credibile Masino Buscetta, inattendibili i pentiti della banda della Magliana. Fu proprio Buscetta, infatti, a sostenere che l'omicidio di Mino Pecorelli fu organizzato da Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate (quest'ultimo deceduto da tempo), su richiesta dei cugini Salvo, nell'interesse di Giulio Andreotti. E che il movente era da ricercare nei segreti del sequestro Moro. Mai, pero', furono citati da Buscetta gli altri imputati del processo: nessun riferimento a Vitalone, ne' a Calo', come mandanti; nessun riferimento ai presunti esecutori materiali, Carminati e La Barbera. A coinvolgerli furono invece le dichiarazioni di alcuni discussi pentiti della cosiddetta banda della Magliana. Tutti ritenuti inattendibili, evidentemente, dai giudici d'appello perugini. Per cercare di capire, almeno in parte, la sentenza di questa sera, bisogna quindi tornare a 10 anni fa, esattamente al 26 novembre 1992, quando per la prima volta (l'ultima la fece a Perugia, al processo di primo grado) don Masino Buscetta parlo' del delitto Pecorelli. Senza citare Andreotti. Ai magistrati di Palermo disse: "Una notizia che ricordo con chiarezza e che mi fu data, in due occasioni successive e negli stessi termini, da Bontate Stefano e Badalamenti Gaetano, e' quella concernente l'omicidio del giornalista Pecorelli Mino, commesso a Roma... Il Bontate mi disse: 'anche l'omicidio di Pecorelli l'abbiamo fatto noi perche' ce l'hanno chiesto i Salvo'. Nel contesto del discorso quel 'noi' si riferiva chiaramente al Bontate stesso e a Badalamenti, ed era chiaro inoltre che si trattava di un omicidio 'personale' dei due, cioe' non deliberato dalla Commissione... Poi, nel 1982 a Rio de Janeiro, la stessa notizia mi fu data da Badalamenti Gaetano... Anche Badalamenti, che nulla sapeva dell'analogo precedente racconto a me fatto dal Bontate disse che l'omicidio del Pecorelli era stato fatto eseguire da loro due, su richiesta dei Salvo". Buscetta, che in un primo momento aveva pensato che si parlasse di un altro omicidio, chiese a Badalamenti che cosa c'entrassero i Salvo: "Badalamenti si mise a ridere, mi chiari' che egli stava parlando dell'omicidio di un giornalista di Roma, a nome Pecorelli, e che i Salvo ne avevano chiesto l'uccisione poiche' quegli disturbava politicamente. Egli non aggiunse altro, ne' io glielo chiesi". Nel corso di un successivo interrogatorio, il 6 aprile 1993, Buscetta - ormai deciso a parlare dei rapporti mafia-politica - coinvolse Andreotti32723m. "Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando 'cose politiche' collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell'onorevole Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla chiesa sono infatti cose che si intrecciano tra loro". Il 2 giugno '93, interrogato dai magistrati romani, all'epoca titolari dell'indagine sull'omicidio Pecorelli, Buscetta confermo' le dichiarazioni rese. Con qualche aggiunta e variante. Disse cosi' che "a dire di Bontate, la ragione dell'omicidio Pecorelli era nel fatto che Pecorelli dava fastidio ad Andreotti, in quanto stava appurando cose che gli erano d'ostacolo. Faccio presente che nel colloquio con Bontate non si parlo' espressamente di una richiesta di Andreotti, ma si fece esclusivamente riferimento ai Salvo". Buscetta aggiunse che anche Badalamenti - "il quale dichiarava di essersi incontrato con l'attuale senatore Andreotti a Roma" - "mi disse che l'omicidio era stato richiesto dai Salvo per fare un favore ad Andreotti". Buscetta ricordo' quindi "la regola ferrea, in Cosa Nostra, secondo la quale tra uomini d'onore si deve dire sempre la verita"'; "di conseguenza - aggiunse - Bontate e Badalamenti devono avermi detto il vero circa la richiesta ricevuta dai Salvo e questi, a loro volta, devono avere detto il vero a Badalamenti e Bontate circa le ragioni dell'omicidio". "Posso dire - prosegui' don Masino - che fu Badalamenti a dirmi che Giulio Andreotti era preoccupato che potessero trapelare segreti inerenti al sequestro di Moro. Ricordo che Badalamenti mi disse, quasi testualmente, che Andreotti era molto preoccupato perche' il giornalista stava tirando fuori delle porcherie; che il giornalista aveva fatto sapere ad Andreotti di conoscere queste cose e che Andreotti temeva che se fossero state rese pubbliche lo avrebbero danneggiato politicamente".

17 novembre 2002 – GARZON CHIEDE DI PROCESSARE BERLUSCONI PER TELECINCO
"Il Messaggero veneto"
Garzon: processate Berlusconi
La richiesta del giudice spagnolo all'Italia per il caso Telecinco
ROMA - "Le carte sono arrivate un mese fa. Il Ministero darà la risposta quando sarà terminato l'esame della documentazione inviata dai colleghi spagnoli". E' stringato il commento della direzione generale affari penali del ministero di Grazia e giustizia sulle ultime indiscrezioni di stampa sull'affaire Telecinco.
Impegnati a tenere un atteggiamento di basso profilo sulla vicenda, i vertici di via Arenula si sono limitati a confermare che lo staff tecnico del ministro leghista Roberto Castelli sta ancora studiando i 32 faldoni di istruttoria inviati a Roma dal giudice madrileno Baltazar Garzon e accompagnati da due richieste alternative tra loro: che il principale imputato dell'inchiesta - il premier e ministro degli Esteri Silvio Berlusconi - sia processato dalla magistratura italiana per reati commessi all'estero (presunte frodi fiscali nei bilanci del network televisivo) o revoca dell'immunità parlamentare per il Cavaliere che, dicono gli atti, commise i suddetti reati in veste di privato imprenditore.
Fonti ufficiose confermano invece che la via giuridica per restituire gli atti al mittente evitando a piè pari anche il passaggio in Parlamento sarebbe già tracciata. L'escamotage si nasconderebbe nell'articolo 128 del codice penale che fissa in tre anni il termine temporale oltre al quale non è più possibile procedere contro il cittadino che abbia commesso reati comuni all'estero (le accuse rivolte a Berlusconi, al fratello Paolo, a Marcello Dell'Utri e ad un altro gruppetto di manager Fininvest datano 1997). Ma le obiezioni potrebbero muovere anche dal principio che nell'ordinamento italiano alcuni dei reati contestati sono perseguibili esclusivamente dietro querela di parte.
Al delicato incartamento sta lavorando, da settimane, il magistrato Emma D'Ortona. E ci vorrà ancora tempo per completare la risposta da inviare a Madrid per giustificare il salvataggio. Le autorità spagnole hanno ampiamente motivato le loro richieste e hanno richiamato l'Italia agli impegni presi in sede internazionale con la ratifica della Convenzione europea di assistenza giudiziaria.
Se il ministro Guardasigilli deciderà per la restituzione degli atti con un duplice no, il governo di Madrid avrebbe facoltà di reagire a livello diplomatico. Al giudice Garzon non resterebbe invece che lasciare la causa in sospeso fino a quando la doppia immunità di Silvio Berlusconi (deputato italiano ma anche europarlamentare) non verrà meno.
N.A.

18 novembre 2002 – SENTENZA PECORELLI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
TRA LUSINGHE, MINACCE E RICATTI: LA VERA STORIA DEI RAPPORTI TRA IL GIORNALISTA ASSASSINATO LA SERA DEL 20 MARZO 1979 E I PALAZZI DEL POTERE "Una raffica di notizie" Il "gioco pesante" di Op Ai politici chiedeva abbonamenti, finanziamenti e regalie. A volte implorava, a volte pretendeva. In base alle risposte, cambiava linea
A ripensarci bene, era ben strana anche la pubblicità: "Op, una raffica di notizie", con tanto di fori di proiettile a disegnare il logo della testata. Quando si dice la più cupa preveggenza. E non l'unica. A qualche mese dalla sua fine, l'avvocato molisano Mino Pecorelli, giornalista, pirata, conoscitore e frequentatore di tutti gli angiporti della Prima Repubblica, pubblicò sulla sua rivista una noticina "a futura memoria" - proprio così volle intitolarla - dopo aver ricevuto delle minacce: "I nostri lettori e coloro che ci stimano - scriveva con un incongruo plurale majestatis - saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi vorrà torcerci anche solo un capello".
TROPPI MANDANTI. E invece quando poco dopo arrivò il momento, non ci fu uno solo dei suoi lettori in grado di riconoscere la mano assassina, ma anzi andò in scena una sinistra e immaginosa proliferazione dei possibili mandanti. Chi disse Gelli, chi la Guardia di Finanza, chi i terroristi rossi, i neri, la mafia, i petrolieri e giù giù, fino ai falsari di De Chirico e ai mercanti del porno. Del resto Pecorelli aveva troppi amici e nemici; e inoltre appariva assai mobile negli affetti, litigava e faceva la pace con estrema facilità. Era un uomo gentile, anche colto, mediamente di buon gusto, forse appena un po' troppo abbronzato. Ma viveva nello stesso serraglio alienante dei capi ed ex capi dei servizi segreti, i Miceli, i Mino, l'ufficio I delle fiamme gialle, gli Affari Riservati del Viminale, Dalla Chiesa, la P2. Non solo loro, ovvio. Ma quelli valgono il triplo. "Si sentiva l'unico in Italia a poter attaccare certe persone". Quasi un epitaffio questo del generale Maletti: "Pecorelli aveva una baldanza che gli piaceva, si divertiva immensamente in quel suo gioco". Era un gioco pesante all'interno del potere. Quando venne interrotto, la sera del 20 marzo 1979 in una strada buia dietro piazza Cavour, Panorama pubblicò in copertina la scena del delitto e la scritta: "Questo morto non vi farà dormire". A 23 anni di distanza non c'è alcuno che possa smentire quell'altra profezia. Se non fosse finita così, con una revolverata in bocca, a bruciapelo, e poi un altro paio nella schiena, il vetro dell'automobile spezzato, la portiera aperta e sangue dappertutto, ecco, se non ci fosse di mezzo un cadavere sarebbero più leggeri questi quattro cinque chili di riviste con le loro copertine a colori.
UNA RAFFICA DI NOTIZIE. Le immagini che secondo Pecorelli dovevano catturare l'attenzione all'edicola non erano un capolavoro di eleganza editoriale. Erano composizioni fotografiche che scimmiottavano lo stile del Borghese. Ma sarebbe improprio schiacciare Op sull'estetica trash, perché il vero richiamo, la cifra autentica di quel giornalismo allusivo e predatorio divenuto ormai quasi proverbiale, "alla Pecorelli", risiedeva semmai negli "strilli di copertina". E allora, a caso: "Esclusivo! Altri 12 ministri all'Inquirente"; "Devono cadere altre teste", "Pronto, chi spia?" (con Marilyn al telefono, sulle intercettazioni), "Forniture militari, la torta armata", "Petrolio & manette", "Raffinerie e contrabbando", "La banda del tubo all'assalto della pompa", "Gli assegni del Presidente", "Caso Moro: memoriali veri, memoriali falsi, gioco al massacro", "La Gran Loggia Vaticana" (un classico), "La grande fumata" (sui fascioli del Sifar), "Dove va la Sicilia" (altro evergreen con foto di Gheddafi), "Andreotti ha coperto Giannettini, ecco le prove". Andreotti, appunto: inutile ogni tentativo di comprendere ed esaurire l'argomento. Oltre a quintali di atti giudiziari e alla collezione di Op settimanale, su Pecorelli esistono almeno cinque libri, più l'antologia dei precedenti scritti (da Op quotiano) curata da Franca Mangiacca, oltre 1.100 pagine, purtroppo senza indice dei nomi. In tutti questi testi si trova scritto che un certo giorno degli anni ottanta, durante un certo processo capitato nel mezzo di un certo scontro tra le correnti dc, uno degli uomini di fiducia di Aldo Moro, e cioè Sereno Freato, pronunciò una frase sibillina che spostò l'attenzione sullo scudo crociato. Disse dunque Freato: "Mica lo abbiamo ammazzato noi, Pecorelli". Ed è possibile che con "noi" intendesse "noi morotei". Anche in politica era un giornalista sfuggente. Nipote di un carabiniere che aveva preso il posto del papà morto assai giovane, sicuramente "occidentale" (giovanissimo, aveva risalito il fronte con l'armata del generale polacco Anders), Pecorelli aveva anche bazzicato i ministri del Psdi. Però il potere vero, e come tale la vera fonte di notizie e di intrighi, era la Dc. E le sue diramazioni, le sue filiere all'interno degli enti pubblici, degli apparati di sicurezza, delle stesse istituzioni.
QUIRINALE MASSACRATO. Nella scrittura indulgeva alla lamentazione civile; il suo era uno stile pieno di ahimé, ahinoi, o tempora o mores. Però conosceva anche l'arte dell'insinuazione e sapeva essere caustico come la soda che stura i lavandini e magari rompe i tubi. Ma soprattutto era informatissimo. Si tende a dimenticarlo, anzi a rimuoverlo perché è un argomento scomodo, anche sul piano storiografico. Ma Pecorelli fece moltissimo, per molti versi fu decisivo nella feroce campagna di delegittimazione che tra l'inverno del 1977 e il giugno del 1978 portò allo schianto della Presidenza di Giovanni Leone. Ancora oggi si preferisce addebitare quelle dimissioni al bestseller della Cederna (costruito in gran parte sui materiali di Op), o agli articoli dell'Espresso, o al lavacro dopo il ritrovamento di Moro a via Caetani, al risultato dei referendum, al voltafaccia di Zaccagnini. E tuttavia, prima di tutto questo, Pecorelli aveva letteralmente e crudelmente massacrato il Quirinale senza davvero trascurare alcun aspetto, compresi i più calunniosi. Fino a quando Leone dovette andarsene. Questo esito gli aveva dato nei palazzi molto potere, del genere meno simpatico, quello minatorio. Ma è anche probabile che l'avesse frustrato, dopo "sette anni di guerra" la mancanza di un riconoscimento, anzi che il merito della cacciata di Leone se lo fossero preso altri. Ulteriore stimolo ad aumentare la posta in quel suo gioco insieme generoso e pericoloso, romantico e bieco.
LA TATTICA DEL QUADRO. In più non l'aiutava il fatto di essere volubile e intermittente. Per tornare alla Dc era a favore e contro Bisaglia, a favore e contro Andreotti. In entrambi i casi, oltretutto, queste "simpatie" o "antipatie" correntizie si accendevano o si spegnevano per ragioni economiche. Spesso Pecorelli non aveva di che far uscire il giornale e perciò andava a bussare a quattrini dagli andreottiani (nella persona di Franco Evangelisti) o dai dorotei. In pratica chiedeva abbonamenti, finanziamenti e regalie. A volte implorava, a volte pretendeva. Come ogni giornalista ben sa, nei rapporti con i potenti gli articoli pubblicati o meglio ancora da pubblicare possono collocarsi lungo un arco di sentimenti che dalla più cordiale lusinga, altrimenti detta "marchetta", arriva fino alla minaccia vera e propria. Ossia: o ci mettiamo d'accordo o ti svergogno. Ha raccontato una volta alla Commissione P2 Federico Umberto D'Amato, direttore degli Affari Riservati del Viminale, che per mettersi d'accordo Pecorelli usava "il sistema del quadro". Andava cioè dal politico, gli diceva che aveva pronto un terribile articolo contro di lui, e certo gli dispiaceva di pubblicarlo, ma siccome il giornale era in difficoltà, non gli era rimasto che un quadro da poter vendere. Se il politico era interessato a quel quadro, la cosa si poteva accomodare. Si peritò di aggiungere D'Amato che i famosi quadri erano riproduzioni acquistate al Poligrafico dello Stato. Ma quando quella sera il killer con l'impermeabile bianco gli fece tòc-tòc sul parabrezza, Pecorelli non navigava certo nell'oro. Né gli servì la pistola che teneva nel cruscotto della sua Citroën.
SUPPOSTE E PROIETTILI. Tutto questo, per i giudici di Perugia, non esula dunque dai rapporti con il "Divo Giulio", o con il "Biscione", che era l'altro nomignolo di Andreotti su Op. Agli atti del processo ci deve essere anche un incredibile carteggio tra i due, a base di farmaci contro il mal di testa, malattia condivisa da entrambi. Pecorelli ringraziò per l'invio di un rimedio: "Sono fidente che il futuro possa accomunarci, oltre che nella sofferenza cefalgica, anche nella difesa dei grandi ideali della giustizia e della democrazia, attraverso un rapporto che, sorto così singolarmente da "supposte", sia sincero, duraturo e reciprocamente fiducioso". Ma davvero non si sa mai in che modo il futuro può accomunare due persone.

"Il Corriere della sera"
LA STORIA
LA RIVINCITA POSTUMA DEL PENTITO BUSCETTA
di GIOVANNI BIANCONI
ROMA - Al di là dell'oceano, in una località segreta dello Stato della Florida, Tommaso Buscetta parlò ai giudici di Palermo il 6 aprile '93. Parlò anche dell'omicidio di Mino Pecorelli, giornalista che navigava tra i servizi segreti e il sottobosco politico romano, fondatore e direttore della rivista "O.P.", ammazzato in una strada della capitale il 20 marzo 1979. Omicidio misterioso, che don Masino ricostruì sulla base delle confidenze ricevute fra l'80 e l'82 dai boss mafiosi Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. "In base alla coincidente versione dei due - rivelò Buscetta -, quello di Pecorelli fu un delitto politico voluto dai cugini Salvo in quanto a loro richiesto dall'onorevole Andreotti". "Secondo quanto mi disse Badalamenti - affermò ancora Buscetta -, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro".
Da quelle dichiarazioni - successivamente corrette e "precisate" in base ai ricordi - sono trascorsi quasi dieci anni di inchieste, processi, polemiche e colpi di scena, ma alla luce del verdetto di ieri il "caso Pecorelli" si può riassumere tutto nelle poche frasi di Buscetta. In attesa delle motivazioni che spiegheranno il percorso seguito dai giudici per condannare Andreotti e Badalamenti assolvendo tutti gli altri imputati, quel che si può dire fin d'ora è che hanno creduto a Buscetta, e solo a lui. Hanno ritenuto riscontrate le sue accuse, a differenza di quelle giunte da molti altri pentiti, di mafia e non.
Don Masino è morto due anni e mezzo fa, negli Stati Uniti, dopo una lunga malattia e dopo le assoluzioni di Andreotti nei processi di primo grado - a Perugia a Palermo, dov'è imputato di associazione mafiosa - nei quali rappresentava il principale testimone d'accusa. Testimone ritenuto insufficiente, anche se non bugiardo. La sentenza di ieri rappresenta dunque una sorta di riabilitazione postuma del primo pentito di Cosa Nostra. Primo e ultimo, viene da dire oggi, visto che alla fine le condanne riguardano esclusivamente le persone "chiamate" da lui.
Non siamo alla sentenza definitiva, e nuovi ribaltoni sono possibili, ma intanto siamo a una "verità giudiziaria" incardinata sulle parole dell'uomo che decise di rivelare a Giovanni Falcone i segreti di Cosa Nostra. Fino a un certo punto però. Ci volle la strage di Capaci e la morte dello stesso Falcone (23 maggio 1992) per far riaprire il libro dei misteri mafiosi custodito da Buscetta. Dopo quell'eccidio decise di dire anche ciò che aveva taciuto al giudice divenutogli amico, mettendo a verbale le accuse contro il presunto "referente romano" di Cosa Nostra: il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Compresa quella di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli, eseguito da sicari inviati da don Tano Badalamenti.
Da Palermo, i verbali di Buscetta furono dirottati a Roma, dove l'inchiesta sul delitto del giornalista stava ammuffendo in archivio. Il Gran Maestro della P2 Licio Gelli e un paio di terroristi neri erano stati inquisiti e prosciolti in istruttoria, lasciando quella morte senza colpevoli. Il fascicolo fu riaperto sulla base delle dichiarazioni di Buscetta, e fu riaperto anche il "caso Moro", possibile movente del delitto. Anche l'assassinio del generale dalla Chiesa, aveva rivelato don Masino, andava ricercato nei lati oscuri del sequestro del leader democristiano rapito e ucciso dalle Brigate rosse: "Pecorelli e dalla Chiesa sono cose che s'intrecciano fra loro".
Il fondatore di O.P. , che coi suoi articoli lanciava continui messaggi, aveva dimostrato di essere a conoscenza di parti del memoriale scritto da Moro nella "prigione del popolo" rimaste segrete nel 1978 e venute alla luce solo nel '90. Parti che all'epoca sarebbero state occultate perché non gradite a Giulio Andreotti. Di qui la necessità di eliminare Pecorelli, per sfuggire ai suoi ricatti. Questa - in soldoni - l'accusa messa insieme dai pubblici ministeri romani che però dovettero cedere l'inchiesta ai colleghi di Perugia; un pentito della Banda della Magliana, gruppo criminale che si muoveva tra Servizi segreti, mafia, camorra e terrorismo nero come i pesci nell'acqua, aveva infatti svelato che dietro l'omicidio Pecorelli c'era il magistrato romano, poi senatore democristiano "fedelissimo" di Andreotti, Claudio Vitalone. Altri pentiti di quella stessa banda fecero i nomi dei killer: l'ex-terrorista riciclato nella criminalità comune Massimo Carminati e un siciliano arrivato per l'occasione da Palermo, tale "Angiolino il biondo", riconosciuto in fotografia nel mafioso Michelangelo La Barbera. Con in più un elemento materiale molto suggestivo, già acquisito agli atti dell'inchiesta: il proiettile che uccise Pecorelli proveniva quasi certamente da un arsenale clandestino usato da terroristi neri e Banda della Magliana.
La saldatura tra l'indicazione del killer mafioso e le dichiarazioni di Buscetta permise di costruire la catena dell'accusa da Andreotti ai sicari, attraverso una serie di anelli intermedi, tra i quali un altro "uomo d'onore" dai solidi legami romani, Pippo Calò. Accusa che però non resse al processo di primo grado: tutti assolti. Perché non c'erano prove dirette, non perché i pentiti avessero mentito. Lo stesso Don Masino, sicuro delle sue affermazioni, non era convinto del coinvolgimento di Calò e La Barbera, e lo disse. Ora i giudici d'appello hanno deciso di credergli e di considerare riscontrate solo le sue dichiarazioni, spezzando in due la catena dell'accusa. La parte romana della ricostruzione è caduta, quella siciliana è rimasta. Perché è possibile individuare i mandanti di un delitto senza arrivare agli esecutori, soprattutto quando c'è di mezzo la mafia. Quella raccontata da Tommaso Buscetta.
Giovanni Bianconi

"Il Corriere della sera"
"Vero giornalista, non ricattatore": così i giudici riabilitarono l'ex avvocato esperto in fallimenti
Amori, intrighi e scoop: una vita vissuta pericolosamente conclusasi con quattro colpi di pistola 23 anni fa
"Carmine Pecorelli era un vero giornalista: molto curioso e anche aggressivo nell'estorcere le informazioni, ma non nell'estorcere denaro. La voglia di pubblicare era talmente forte che non ha avuto riguardo neppure nei confronti dei suoi amici. Con i pregi e difetti insiti nella natura umana, Pecorelli è stato un giornalista appassionato del suo lavoro, schierato sul fronte politico e in posizione antagonista alla sinistra, ma non per questo indulgente verso la parte politica a lui vicina". Era morto ammazzato da 20 anni Carmine "Mino" Pecorelli, quando su di lui sono apparse queste affermazioni. Parole che lo hanno riabilitato agli occhi di un'opinione pubblica ormai convinta che quell'uomo assassinato a 51 anni, con 4 colpi di pistola, alle 20.45 del 20 marzo '79 in via Orazio, a Roma, fosse un ricattatore travestit